Dott. Luigi Andreani, Presidente dell’Associazione Pro Trevi Avv. M. Amabile Muzi, Assessore all’Agricoltura del Comune di Trevi
Interventi scientifici
Prof. Francesco Pennacchi Preside della Facoltà di Agraria
Introduzione ai lavori
Prof. Mario Falcinelli
I prodotti tipici umbri.
Dr. Gildo Castellini
Caratterizzazione genetica del Sedano Nero di Trevi
Prof.ssa Rita Pagiotti
Caratterizzazione dei componenti volatili del Sedano Nero di Trevi
Dr. Renzo Torricelli
Uso dei marcatori molecolari per la caratterizzazione genetica delle varietà locali
Dr.ssa Oriana Porfiri
Conservazione delle varietà locali: aspetti normativi e di mercato
Interventi tecnici e discussione
Interventi conclusivi Dott. Carlo Liviantoni, Vicepresidente e Assessore Agricoltura Regione Umbria Sen. Maurizio Ronconi, Presidente Commissione Agricoltura del Senato On. Teresio Delfino, Sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali
Lo studio scientifico del SEDANO NERO DI TREVI viene svolto dall’Università di Perugia nell’ambito del progetto:La valorizzazione delle risorse genetiche agrarie della regione Umbria, sottoprogetto: La biodiversità vegetale in Umbria e la sua conservazione (D.G.R. n. 885 del 25/7/2001), sostenuto dal Piano di Sviluppo Rurale dell’Umbria 2000-2006
Il coordinatore scientifico del progetto è il Prof. Mario Falcinelli, Direttore Dipartim.Biologia Vegetale e Biotecnologie Agroambientali e Zoootecniche –Università di Perugia.
Il prof. Falcinelli è il “tutor” del dott.Gildo Castellini ben conosciuto ormai nella piana di Trevi, infatti da tre anni sta battendo tutti campi di sedano nero di Trevi poiché questa coltura è l’oggetto della sua tesi che concluderà a giorni il suo”Dottorato di ricerca”
Lo scorso anno, a ridosso della nuova superstrada, che ha squarciato il territorio tipico del “Sedano Nero”, è stato impiantato un campo sperimentale in cui si sono messe a confronto le varietà di sedano nero coltivate tradizionalmente a Trevi con quattro varietà commerciali.
I risultati sono stati esposti nel convegno che si tenne a Trevi il 15 ottobre del 2004, e sono riportati per intero nel nostro sito Internet www.protrevi.com/protrevi/sedano10.asp
Le conseguenti ricerche di laboratorio hanno evidenziato che le 6 varietà coltivate tradizionalmente a Trevi sono molto somiglianti tra di loro e si differenziano invece dalle varietà commerciali.
Nel volume “La biodiversità vegetale in Umbria e la sua conservazione” edito nel 2005 e presentato il 24/6/2005 nella Facoltà di Agraria sono riportate appunto queste prime conclusioni.
Nel citato volume il prof. Falcinelli individua con rigore scientifico gli elementi che concorrono a determinare la tipicità di un prodotto vegetale e cioè il genotipo, l’ambiente e la tradizione
Se saranno pienamente confermati i risultati della ricerca, così come sono già stati anticipati, il Sedano Nero di Trevi è perfettamente individuabile come varietà biologicamente distinta e riconoscibile.
Il territorio, perfettamente individuabile, è quella zona delimitata dal Clitunno e dalla Flaminia, tra Faustana e PietraRossa.
Quanto alla tradizione poi, c’è da dire che questo prodotto si è imposto all’attenzione degli addetti del settore anche fuori Trevi già da oltre un secolo.
Documenti nel nostro archivio, esposti in copia nella sede della Pro Trevi, testimoniano le richieste di semi di questa varietà da un commerciante di Napoli e dalla “Colonia Agricola della Badia di S. Pietro di Perugia” già dal 1889.
Giova ricordare che nell’antica abbazia di S.Pietro ha sede la facoltà di Agraria dell’Università di Perugia, che ora si sta vivamente interessando di questo prodotto.
Nel 1923, un tecnico dell’Università fu interpellato dagli agricoltori locali perché i sedani erano infestati dalla “ruggine” e il noto fotografo folignate Rinaldo Laurentini fu incaricato di redigere una documentazione dell’evento del quale pertanto rimangono sette splendide foto.
Negli anni ’30 del ‘900, la Cattedra Ambulante di Agricoltura della Provincia di Perugia assegnava annualmente dei diplomi per i migliori sedani prodotti.
Testimonianze orali ci riferirono che i proprietari terrieri premiati per i migliori prodotti si assumevano l’onere di pagare le salsicce che venivano arrostite e consumate nell’appartamento al primo piano di palazzo Petrucci, il terzo mercato di ottobre (di giovedì)
…. praticamente la “sagra” esisteva anche quando non si chiamava così!
Nel 1948, in occasione della rimpatriata dei trevani residenti altrove, principalmente a Roma (stendardo e pergamena commemorativa sono esposti nella sede della Pro Trevi), tra le altre manifestazioni folkloristiche e rievocative ci fu una grande esposizione di sedani sotto il portico del Comune, con relativa premiazione, discorsi celebrativi e formulazione di voti augurali affinché il Sedano Nero di Trevi abbia potuto raggiungere presto anche i mercati di Roma.
Ma l’entusiasmo durò poco e la cosa non ebbe seguito tanto che nel decennio successivo gli agricoltori privilegiarono le varietà “autoimbiancanti”, meno onerose per la lavorazione e quindi più redditizie.
E il seme del pregiato Sedano Nero di Trevi rischiò di scomparire.
Soltanto nel 1965, si istituì la Sagra del sedano e della salsiccia, che ben presto si trasformò in”mostra mercato” oltre che sagra.
Ma, nonostante il successo di pubblico non finirono le difficoltà, tanto che qualche anno addietro la Pro Trevi gestì direttamente l’arrostimento e la vendita delle salsicce e gli espositori del sedano si ridussero ad uno solo.
Attualmente c’è un piccolo sussidio del Comune per invogliare i produttori a continuare ed è aumentato il numero degli espositori.
Qualora vengano confermati i dati della ricerca dell’università di Perugia, il Sedano Nero di Trevi, avrà tutte le carte in regola per poter aspirare al riconoscimento di Prodotto tipico e quindi contribuire a creare quel circuito virtuoso gastronomia–cultura–turismo che tutti auspicano.
Le permanenti difficoltà organizzative e di mercato che ancora affliggono questa coltura forse potrebbero attenuarsi se i produttori riuscissero a entrare in una forma associativa, tipo consorzio, come è accaduto per altre realtà anche a noi vicine.
Se ciò avvenisse l’azione pluridecennale della Pro Trevi forse potrebbe dirsi compiuta.
Intanto, tra gli altri risultati positivi, c’è da registrare che in seguito alla ricerca ancora in atto, l’ISTAT da quest’anno (2005) ha incluso l’Umbria tra le regioni in cui si coltiva sedano: prima non vi figurava affatto.
Voli sape’ perché Marchittu canta? Perché non c(i) ha la porta do’ che s’entra. No’ la po’ fa’, ché la miseria è tanta e anchi li ricchi jje ce do’ ‘na spenta:
Anchi quist’annu la miseria è tanta che ogghj è pancottu e dimani è pulenta e ‘sti signori jje ce do’ ‘na spenta
Luigi Bartolini, proprietario di enormi appezzamenti montani, probabilmente esigeva canoni di affitto da Marchittu. Analogamente il Minestrini, fattore dell’Amministrazione Martinez. La famiglia Martinez, di origine spagnola, aveva ottenuto dalla Reverenda Camera Apostolica tutti i possedimenti dell’antichissima abbazia di Bovara per estinguere dei debiti pregressi.( Nessi, Trevi e dintorni, Trevi, 1979, pag,19).
Bartulini jje fa pacà lire sessanta e Ministrini ne vole ‘n’antre trenta. Evviva Umberto, evviva la Nazzione, Bartulini all’infernu e Ministrini a forcone
Variante di Maddalena Zenobi 13/8/79. Canovari recitava “Ministrini senza patrone”
Vidi! Ma quante vorde te l’io dittu De no ji più a Trevi a fa’ lu painu Verrà l’acchiapacane zittu zittu Vedrai che te lu mette lu struzzinu. Te dicio “non te fida’ de li Trevani”. Co’ tutti te mostravi tantu cortese. Chicchinacciu, amante de li cani, co’ Mannaggia te facìa le spese.* No jii moccecatu mae a gnisciunu E non te la meritavi sta percossa; Facii le carezze a unu a unu E jii pe’ revi rosecanno l’ossa. Lisandru de Gaudenziu, vruttu e vrunu, t’ha sutterratu sotto stu piantone. Poru cane mia senza nisciunu! Te tocca stabbià’ la ghiusa de Melone. Addio cani trevani, velli o vrutti, decco ve spetto: doete pass’ tuti. Ma se vene chidunu a coje stu piantone Àrzete su e daie un moccecone!
Questo necrologio del cane PEZZOLA è forse la satira più nota di Marchittu, probabilmente perché fu proclamata in teatro quando ormai l’autore era deceduto da più di un decennio. Il testo a lato fu stampato da computer dopo il 2000 da ignoto e rinvenuto nel 2023. E’ il testo più completo e il più verosimile rispetto agli altri sotto riportati
* “fare le spese” sta per “provvedere,, governare”
Qui reposa Pezzola de Marchittu Perché je piacque de fa lu cittadinu. Vidi, quante vorde te l’iu dittu A Trevi non ce ji più a fa’ lu painu. Verrà lu chiappa-cani zittu zittu Vedrai che te lu mette lu struzzinu Lisandro de Gaudenziu bruttu e brunu Lue t’ha sotterrato sotto a ‘stu piantone Poru cane mia, a stabbià la chiusa de Melone. A li signori de Trevi belli e brutti: “Qua sotto ce dovete veni’ tutti” E se chidunu passa sotto a stu piantone Arzete su e daje un muccicone
Quante vorte te l’ijo dittu: Non ce jji a Trej a fa’ lu pajinu! Gaudenziu Ciafranu, bruttu e brunu che rispettu n’ha portatu maj a nisciunu, quillu te lu mettètte lu struzzinu! E tu c’jisti ‘na vrutta percossa pe’ jji per Trevi scotecanno l’ossa. ……. Mo t’honno sotterratu sott’a ‘n piantone e stai a stabbia’ la jjiusa de Melone. Ma ‘sti cani trevani, belli e brutti
sotto ‘sta pianta honno da passà tutti. E se s’accosta chidunu a ‘stu piantone arzede su e daje ‘n moccecone!
La Pippinella tanto calimata[1] non vole sta’ alle Coste né a Rumita vole sta su ‘na casa sfasciata a piriculu de perdece la vita e va a fatica’ a uffu co’ Melone.
Sai chi tratta la moje de Marchittu? So’ Pietri, Ghjuanni e ‘Ntunittu. Je facija, le serenate, ‘stu cojone e parìa ‘n malanottu s’un piantone. Voli sape’ che canzona je dicja? “Quanto si vella Pippinella mia!” E la fija pua non ce jova né che sia vona né che sia vella, tant’è la fija de la Pippinella!
‘N certu Caprini, guardia forestale, senti se che me fa ‘stu bbirbaccione: quell”è jjente che sempre fa der male e lu Padreternu ‘ngò jje dàraggione (e anchi lu Padreternu jje dà raggione.)
‘Na matina sull’arba e sull’arbetta ero jjitu a fa’ l’erba jjo la campetta co’ lu mulu, lu saccu e la fargetta, ijo licatu lu mulu s’un cerquone, passa Caprini e me fa cuntravizzione.
-“Che sta a fa’ tu llì ddesto, bellu mia: no lo sai che l’erba nun se pija?”
-“Fa’ fenta che n’hai visto che sto a fane anchi a lu mulo tocca da’ a magnane.” -“Non è la prima vorda che te veco: prima agghjo chiuso l’occhj e mo te freco.” “Ma tra ‘na sittimana pachi pena che t’ho appioppatu su ‘na moje prena!”
Bollettero da minzijornu a menzanotte le fae de sor Luice e n’ereno cotte Bollettero da la sera a la matina e era sempre la stessa manforina Le passai da la pigna a lu callaru e non le magnaa manco lu somaru
—–
Dopp’una sittimana su lu callaruNo’ le rosicaa manco lu somaru
e ‘n urdimu pua, per falla finita, le sfrunzolaj jjo per la Rumita!
IL COMMISSARIO PREFETTIZIO
Lu cummissariu è de cattija razza
toccarja vuttallu da la torre in piazza
e l’ossa su l’ossariu de lu Crucifissu
ché su la cummuna se magna tuttu issu.
Luigi Cecchini (Gigetto de Paoluccio), impiegato in Comune, presentò Marchittu al nuovo commisario prefettizio.
Asterio Agostinucci fu commissario in Trevi dal 1/3/1923 al 21/9/1924
e non putia magnà’ lo pane sciuccu. Che Dio l’abbia in celu. E pu lu scappi drento lu fornacchjone de Palluccu!
Perché diabetico, o secondo altre versioni, non mangi?mai pane solo, senza companatico, come i poveri. Fornacchione = fornace per cuocere le pietre calcaree e fabbricare la calce viva.
Ce lu vorze pianta’ ‘n’americanu anchi se paria un fattu stranu A mane a mane che vène lu callu, da tuttu verde è doventatu jallu (Mo’ verro’ a metilu da Sinigaja)
Il parroco di Piaggia era all’epoca Don Arcangelo Buonaccorsi.
La pittura era parte di una crocifissione del primo ‘400, nel cortile di S.Croce, staccata e venduta nel 1912.(Nessi, Trevi e dintorni, Trevi, 1979, pag,77)
DON MICCHELE E MICCHILINA
So’ fugghjati don Micchele e Micchelina
honno pijatu la via de la Toscana:
Cannaiola è senza messa stamatina
e all’appellu ce manca ‘na puttana.
Ma io non so che: voja fa’ ‘stu papa,
che non je dà na vanga co’ ‘na pala:
che ‘n po’ sarrà pe’ la poca fatica sto’ tuttu lu jornu su la pianta de la fica.
L’edificio si sviluppa su quattro piani: un interrato, rispetto via Ombrosa ma con pavimento al livello del suolo dalla parte opposta verso valle, adibito a fondi e magazzini, il piano terra – sempre rispetto a via Ombrosa – il primo piano o piano nobile e soffitta praticabile.
Nella costruzione sono chiaramente individuabili due stili architettonici riconducibili al 16° e al 18° secolo.
Il primitivo edificio è stato successivamente ampliato verso monte, con un avancorpo di circa tre metri, in cui sono stati ricavati l’ingresso, le scale e alcune stanze. Dalla parte opposta, a valle, su via dei Setaioli, si nota una espansione verso sud che, scavalcando l’antico arco su via della Rocca, si protende sopra un possente edificio duecentesco. Per salvaguardare la stabilità dell’elevazione, all’antica cortina fu addossato uno sperone sul quale, in un mattone, è incisa la data 1756.
Per l’ampliamento a monte la facciata originale al piano terra è rimasta una parete interna dell’ingresso e conserva ancora una bella finestra con mostre in pietra e l’elegante portale, pure in pietra. Sono due elementi palesemente classici nelle forme e nelle dimensioni.
Il portale, alto il doppio della larghezza, termina con un bell’architrave che reca un’iscrizione non perfettamente chiarita,
A . DNO . FACTV~~ . EST . ISTVDT
Un piccolo corridoio, su cui si aprono due porte laterali, immette nel salone, altro elemento con le caratteristiche della primitiva costruzione. Qui un altro bel portale in pietra, al centro della parete maggiore, mostra nell’architrave il motto augurale
D . CVSTODIAT. INTROVM . ET . EXITV . TVVM
La copertura del salone è a volta a vela, raccordata alle pareti con volticine a quarto di crociera poggianti su peducci in pietra. Potrebbe appartenere alla primitiva costruzione anche il camino, semplicissimo, al centro della parete nord, ma numerose riverniciature a olio ne nascondono l’aspetto originale.
Nella parete a valle rimane ancora una finestra originale con belle mostre in pietra.
Tutto il resto dell’edificio mostra i caratteri dell’intervento successivo.
Il portale e le mostre delle finestre sono in cotto, aggettanti, come pure i due fascioni che corrono per tutta la lunghezza delle facciate unendo i davanzali delle finestre del piano nobile.
Nella facciata a monte sono da notare due iscrizioni su architravi in pietra delle primitive finestre, riutilizzati uno come architrave di una finestra in cotto e l’altro nella cortina muraria. Recitano il primo versetto del salmo 127:
IN . VANV . LABOR VNT. Q . EDI . EAM
DOMVM . NISI . D . EDIFI RIT
Il portale, arcuato a tutto sesto, ha i peducci dell’arco evidenziati con modanature e la chiave, sempre in cotto, lavorata a conchiglia di violino. La scala, a due rampe, è un po’ sacrificata perché ha il primo gradino a filo della spalla del portale ed è abbastanza ripida.
L’imponente salone al primo piano, con ingresso sul pianerottolo, comunica con le stanze contigue con quattro porte, alle quali corrispondono in alto quattro finestrelle quadrate sopra il piano della soffitta. La copertura è con travi e correnti in legno. Il centro della parete nord è occupato da un bel camino in pietra.
Sulla parete verso valle si aprono tre finestre il cui architrave in cemento rivela un intervento degli anni Trenta.
Sotto le gronde si possono leggere le date del rifacimento del tetto su due pianelle e precisamente 1638 a valle e 1766 a monte, ma non coincidono con gli anni degli interventi più evidenti e pertanto potrebbero indicare gli anni in cui fu necessario ripristinare soltanto la copertura.
* * *
Dalle memorie edite si possono attingere notizie sulla data della costruzione e sugli antichi proprietari.
Si ha notizia dal Natalucci che la casa fu costruita da Giovanni Salvi, ma siccome nel testo sono citati vari Giovanni della stessa casata sembra verosimile, dall’esame degli elementi architettonici, che possa trattarsi di quel Giovanni che lo stesso autore riporta citato nel Catasto vecchio del 1575.
La casa in questione passò dalla famiglia Salvi a Carlo Antonio Bovarini nel 1719, con atto del notaio trevano Carlo Antonio Cecchini.
La famiglia Bovarini era originaria della balìa di Bovara. Nel 1726 risultava iscritta tra le famiglie nobili e il suo stemma compare nel codice degli stemmi del Comune del 1787.
Agli inizi del 18° secolo aveva raggiunto notevole agiatezza poiché poco dopo l’acquisto della casa Salvi da parte di Carlo Antonio, l’arcidiacono Giovanni, suo fratello, acquistò dai Poli nel 1736 la bella villa con annessi, poco sotto S. Martino, che nella prima metà del Novecento fu dei Plini.
Nel 1756 Carlo Antonio ingrandisce la sua casa con la fabbrica di altre stanze contigue alla sagrestia di S. Emiliano, come si evince anche dalla data sullo sperone sopra detto.
Nella seconda metà del 19° secolo, l’ultima erede della famiglia Bovarini sposa Luigi Rosati di Montefalco che si trasferisce a Trevi.
L’antica casa Bovarini, già Salvi, divenne successivamente di proprietà Meloni e poi delle Maestre Pie Filippini. Negli anni Trenta fu permutata dal priore D. Francesco Peticchi con la villetta a metà della passeggiata di S. Martino, per essere adibita a casa parrocchiale. In seguito a ciò furono eseguiti lavori di adattamento che comunque non modificarono sostanzialmente le strutture. Alla fine degli anni Cinquanta fu costruito il corridoio che collega il pianerottolo del piano nobile con la sagrestia di S. Emiliano. Consolidata in più tempi nei primi anni 2000, a seguito del terremoto del 1997
Carlo Francesconi, Per l’Acquedotto, Foligno, Prem. Stab tipografico G. Campi 1924
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« Gutta cavat lapidem »
Più avanti raccoglierò le mie lettere in ordine cronologico. Intanto, come prefazione della raccolta, farò alcune constatazioni.
Un contradittore ha voluto, con provocazioni, creare una polemica personale. L’ho seguito volentieri sapendo che la mia persona inattaccabile ne sarebbe uscita vittoriosa. Premetto però che tanto da questa nuova stampa come dalla riproduzione di quelle contenute in questo tenue fascicolo, ho voluto asportare ciò che non avesse avuto attinenza con l’acquedotto. Il lettore così potrà giudicare con assoluta serenità, ed io ho troppa fede nella santità della causa per dubitare di non essere compreso dagli uomini di buon senso, non contaminati da passioni di parte, o da preconcetti di interessi e ragioni personali.
Quando non si entrò nel personalismo o nella politica si volle entrare nel campo della tecnica. Ma anche in questo caso, mentre si è inteso sventare la voce dell’innalzamento fra Faostana (in addietro si diceva Faustana) e Borgo, da me riportata a titolo di semplice cronaca, si è venuti invece a far riconoscere, a noi profani, la necessità che il progetto Giamboni sia modificato in quel senso.
Non si dica che, qualora tale variante dovesse essere riconosciuta necessaria dagli Specialisti, si verificherebbe
3. Irradiazione.
Il sistema d’irradiazione per mezzo delle cisterne da riempirsi con rubinetti idrometrici o a chiusura automatica, è il più semplice, e preferito dal celebre Ing. Marrucchi di Firenze nell’ acquedotto ad innalzamento per il Comune di Corciano, che ha la disposizione altimetrica degli abitati simile a quella di Trevi. Con la differenza che a Corciano le cisterne, si stanno costruendo dalle fondamenta, a Trevi le abbiamo già pronte. Inoltre, col sistema d’innalzamento fra Faostana e Borgo, è evidente il risparmio quasi per intero della torre d’irradiazione, nonché quello di molti metri di conduttura secondaria.
4. – Protezione termica.
L’ argilla della pianura, essendo più cattiva con-duttrice del calore che non il calcare, non permette il riscaldamento dell’acqua. Mentre non vi sono impedimenti perché la conduttura a valle non possa farsi a qualunque profondità. Le enormità dette a questo proposito rassomigliano a quelle che sono state anche dette a proposito dello scorrere dell’acqua del Clitunno sul suo letto; leggendo queste ho ripensato ad un dolce sogno infantile: la corsa sfrenata della carrozzetta da costruirsi colle ruote anteriori bassissime e quelle posteriori altissime.
5. – Protezione igienica.
La tubatura d’acciaio non permette inquinamenti.
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6. – Esproprio dei Fondi.
Perpendicolarmente alla tubatura si potranno fare le coltivazioni erbacee, e perciò il danno in base al quale dovrebbe stabilirsi il compenso per l’espropriato sarebbe proporzionato al valore del soprassuolo, valore che, nei pressi del Clitunno, è quasi trascurabile, in collina, invece, è altissimo. Del resto, partendo da diversa considerazione, le superfici olivate valgono più di qualsiasi terreno a coltivazione promiscua in pianura.
6.[7] – Costo dello scavo.
Lo scavo nel terreno argilloso, di fronte a quello da effettuarsi nel terreno calcareo, e qualche volta nel calcare compatto, presenta un risparmio del 50 % circa.
8. – Tubatura.
Volendo portare nel centro del comune un quantitativo d’acqua maggiore (sarà desiderabile, io credo) di quello previsto dal Giamboni, la sezione dei tubi dovrà essere proporzionata. Ma con tutto ciò la tubatura senza pressione presenta dei forti risparmi, ciò che ho potuto constatare esaminando alcuni cataloghi di diverse case costrut trici.
9. – Forza motrice.
Col sistema dell’ innalzamento fra Faostana e Borgo ed utilizzazione dei cisternoni esistenti, tenuto conto della ubicazione e posizione altimetrica dei diversi centri abitati, noi avremo che due quinti della massa d’acqua dovrà essere innalzata di m. 50; due quinti di circa m. 180 ed un quinto di m. 230 circa. Col sistema Giamboni invece tutta l’acqua viene innalzata di m. 230 circa, e siccome l’energia
10. – Quantità di acqua messa a disposizione del Popolo.
Anche il progetto Giamboni prevede l’utilizzazione di quantitativi di acqua in aggiunta; ma con
una spesa proporzionalmente superiore
.
Invece coll’in
nalzamento fra Faostana e Borgo si porter
à a dispo
sizione del Popolo un quantitativo di acqua
superiore,
risparmiando immensamente
nella spesa, come si è
visto chiaramente a traverso le considerazioni su esposte.
Vi sarebbe dell’altro, ma mi sembra che tutto ciò sia sufficiente per concludere che l’idea dell’innalzamento fra Faostana e Borgo è fondata.
Più sufficiente ancora per insistere sulla mia tesi fondamentale: REVISIONE DEL PROGETTO GIAMBONI DA PARTE DI UNO O PIÙ’ SPECIALISTI ESTRANEI, DISINTERESSATI E DI VALORE INDISCUSSO PRIMA DELLA SUA APPLICAZIONE.
Questa è la mia formula fissa, il motivo dominante dei miei scritti. Ed è veramente doloroso per me il constatare come ad ogni costo si voglia snaturare la purezza di tale principio.
A proposito dell’annuncio datoci da FELICIONI relativamente al concorso nella spesa da parte dello
Stato, torno ad ammirare il cav. Agostinucci per l’opera da lui svolta in tal senso, come già feci nella prima lettera del 7 Gennaio. Del resto con la stessa lettera dissi che i contribuenti trevani son compresi dell’importanza dell’opera e non indietreggeranno di fronte a qualunque spesa,
Se fossero contribuenti alcuni di quelli che non lo sono, non so se si potrebbe dire altrettanto. Ad ogni modo è questo anche il giudizio che ciascun lettore potrà formarsi.
Dal canto mio sento e sentirò sempre al massimo la tranquillità di coscienza, sapendo di aver compiuto per intero il mio dovere.
Voglia Iddio che ogni altro possa dire altrettanto.
Adesso e sempre.
1.
Domenica scorsa, alle ore 8,30 di sera, ebbi l’onore di conoscere una delle personalità tecniche più illustri, conosciutissima in tutta Italia, con la quale mi intrattenni in un lungo colloquio che terminò con queste sue precise parole:
” Non posso dare alcun parere sul progetto Giamboni finché io non sia venuto sul posto a fare i dovuti rilievi. I pareri del Genio Civile e Consiglio superiore dei LL. PP. con sede a Roma hanno un valore molto relativo, non garantendo affatto che il progetto esaminato sia il migliore. Del suo parere, caro signore, è l’Amm.ne fascista di Assisi che prossimamente avrà sul posto il Prof. Fantodi, mio amico, la cui fama è estesa oramai nel Mondo, per un parere sui diversi progetti. Con tutto il rispetto per ring. Giamboni, che conosco per ottimo professionista, posso affermare che dopo il caso disgraziato di tante altre città impigliate nella esecuzione di progetti sbagliati, la cautela da parte degli amministratori deve essere molta. Il caso tipico più eloquente è quello di Terni. Qui un Commissario Regio aveva fatto redigere ed approvare un progetto d’acquedotto con sollecitudine straordinaria, giungendo all’appalto prima del termine della sua missione. Oggi l’Amministrazione, non potendosi più parlare dell’esecuzione del progettò, riconosciuto sbagliato, si trova in questa
graziosa alternativa: ingolfarsi in una causa con l’appaltatore, oppure aggiungere alle altre spese inutili eseguite quella di una indennità all’appaltatore stesso per la rescissione del contratto„.
Incoraggiato per il colloquio avuto con l’illustre scenziato; incoraggiato dall’esempio lodevole di altri che hanno pubblicato le loro opinioni, come appunto ogni cittadino dovrebbe fare in simili circostanze, avendo trovata la mia lettera inviata al “Messaggero„ fin dal 7 Gennaio 1924 di fresca attualità, ne ho decisa la divulgazione a mezzo della presente. In essa si dice quanto precedentemente avevo avuto occasione di ripetere, a voce, a cittadini ed Autorità.
Trevi, 7 Gennaio 1924.
Signor Corrispondente del ” Messaggero” TREVI.
Ho notato l’interessamento preso da cotesto Giornale in merito al nuovo acquedotto e mi permetto trasmettere quanto segue con preghiera di pubblicazione.
L’amministrazione comunale cessata aveva in animo due cose: provocare un parere di un competente, incaricato espressamente di esaminare il progetto Giamboni non tanto nella sua parte tecnica che per la nota valentia del progettista non presentava preoccupazioni, quanto sulla convenienza della sua applicazione in confronto di altri progetti fatti o da farsi; indire quindi un referendum popolare
Era intanto provvidenziale che nel disbrigo delle pratiche fosse intervenuto un Commissario tanto solerte e capace quale il Cav. Agostinucci, giacché il problema dell’acqua, sopratutto per alcune frazioni, va risolto subito ed a costo di qualsiasi sacrificio che i contri-
buenti debbono affrontare. Senonché tale urgenza può forse giustificare remissione del referendum, ma non quella del parere tecnico. A me sembra, anzi, che lo stesso Signor Commissario e Ing. Giamboni dovrebbero promuoverlo, specie in questo momento in cui va formandosi una forte corrente avvalorata dal giudizio di persone autorevoli, tendente a riconoscere buonissimo il progetto Giamboni se giudicato astrattamente, ma non altrettanto buono se posto in relazione ad una serie di fatti e circostanze contingenti.
Si dice fra l’altro: la località fra Faostana e Borgo, che è il centro naturale del Comune, potrebbe ricevere tutta l’acqua della sorgente per mezzo di una conduttura a bassa pressione, di facilissima costruzione, pendenza omogenea del 2,50 per mille e lunga circa 3 Km. L’innalzamento ad alta quota potrebbe farsi della piccolissima quantità di acqua che serve per Trevi alta, e per il resto potrebbero utilizzarsi, come centri d’irradiazione, i sei grandiosi cisternoni esistenti, posti fra Trevi e Borgo a quote diverse. Mentre non bisognerebbe dimenticare che 2/5 degli abitati del Comune si trovano approssimativamente sullo stesso livello di Borgo e altri 2/5 ad una quota poco più alta. Si giunge a concludere che la spesa di costruzione, esercizio e manutenzione sarebbe ridotta del 50 % in confronto di quella prevista dal progetto Giamboni, del quale per altro sarebbero perfino eliminati due inconvenienti serii: acqua calda in estate e impossibilità di usufruire di tutte le vene riallacciate. In quanto al possibile uso dell’energia del Molino è da ritenere non vi possa essere alcun risparmio, perché l’attuale proprietario non venderà la sua “merce” a più basso prezzo degli altri.
A fianco di questa corrente vi è sempre quella dei sostenitori del progetto già approvato dal Genio Civile (anche questo!) che prevede l’utilizzazione, mediante disciplina, di tutte le sorgenti esistenti nel Comune, ed anche per la persuasione e tranquillità di costoro il parere invocato potrebbe avere il suo effetto.
Credo bene che ciò non pregiudicherebbe in alcun modo l’esito della pratica in corso, che per l’opera preziosa del Signor Commissario cammina rapidamente, specie se, in caso di necessità, si potessero conciliare le tendenze mediante varianti, sia pure sostanziali, del progetto Giamboni.
Ringrazio anticipatamente.
Tuo
Francesconi Carlo
Conclusione.
Nessuna considerazione seria deve aversi per i critici superficiali che si sono financo permesso di affermare, senza il più elementare esame del come stiano le cose, che l’acqua di Pissignano non basta per Trevi, che la spesa è eccessivamente gravosa ed altre simili sciocchezze.
Per compenso sarà necessaria la più assoluta garanzia che il progetto Giamboni, terminato il 1. Giugno 1923, sia il migliore. Con l’augurio fervido che il parere o i pareri, che certamente non mancheranno, servano a far rifulgere vieppiù il valore del benemerito concittadino.
D’altra parte io penso che chi veramente desidera accelerare l’esecuzione definitiva, dei lavori ha il dovere di cercare consensi, non equivoci, e neppure
Trevi, 14 Febbraio 1924.
Francesconi Carlo.
N. B. — Chi desidera conoscere privatamente il nome dell’illustre personalità da me intervistata può farmene; richiesta, e, dietro suo consenso, potrò comunicarlo. Per ora io l’ho taciuto per un senso di riguardo.
II
Preg.mo Signor Conte Valenti
solo ora, ricevendola dal portalettere, posso leggere la vostra stampa con comodo e mi affretto a rispondere con pochissime parole.
Sorvolo la prima parte che non mi riguarda direttamente. Dico solo che con essa avete, forse, dimostrato l’opposto di quanto avreste desiderato. Infatti si è appreso che al momento del vostro insediamento a capo dell’amministrazione (13 agosto 1914) dell’innalzamento della sorgente di Pissignauo esisteva già un ben concreto progetto. Si è appreso inoltre che durante i sei anni del vostro Sindacato, fino al 1° aprile 1920 — giorno in cui presentaste le dimissioni — non si è mai trattato né quel progetto né altri consimili; mentre non si sono risparmiati e capitali e tempo per il compimento di lavori che da qualche maligno potrebbero essere considerati perfino come diversivi.
Passo subito alla seconda parte con la quale avete voluto portare in ballo il mio nome, costringendomi ad uscire dal desiderato silenzio, nei riguardi della vostra persona, per il rispetto che sempre ne ho avuto ed ho tuttora.
Fin dal 15 marzo 1922 io dissi, e disse anche il Sindaco Falchetti in pubblica seduta consigliare (vedi atti comunali), che la Commissione destinata a riferire sul progetto di massima del Giamboni avrebbe dovuto affiancarsi uno o più tecnici estranei all’ambiente, di-
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sinteressati e di valore indiscusso, ci
ò che poi ho sentito dire non si sia fatto per l’opposizione di alcuni membri. Era quindi ancora più naturale che io avessi seguitato a ripetere lo stesso principio per il progetto definitivo, terminato non prima del 1° Giugno 1923: e ciò, si noti, non per mancanza di stima per l’egregio amico Giamboni, ma per un’assoluta garanzia, e quindi anche tranquillità di coscienza difronte agli oppositori,
difronte anche (perché no?) a coloro che debbono garantire, con le rendite del proprio lavoro e capitale posseduto a Trevi, il pagamento di milioni e milioni.
E a proposito di garanzia assoluta vi so dire che anche il noto Ingegner Rimini di Perugia mi ha affermato ieri l’altro che né i pareri del Genio Civile, né quelli di chiunque non si sia espressamente recato sul posto possono essere completi. Non parliamo poi dei pareri di chimici ed affini, che con la massima disinvoltura si pongono a cianciare, e anche a stampare, calcoli e cifre con presunzione d’infallibilità.
Voi da parte vostra rispondete non essere nelle abitudini della “pratica amministrativa„ chiamare revisori di progetti anche se colossali e involgenti i vitali interessi di un paese. E soggiungete che “con lo stesso sistema potrebbe, volta per volta, il Comune chiamare un Segretario Comunale per farsi dire se i verbali sono stati ben redatti ….!„
Non vi è bisogno, ma se vi fosse potrei replicare che con tale principio dovrebbero essere eliminati i “consulti„ nel campo della scienza medica.
Evidentemente voi ed io abbiamo, in questo caso, due concezioni diverse di “pratica amministrativa„ Diverse quanto chiare, però.
Se volessi giudicare, se volessi ingolfarmi in polemiche a base di insinuazioni poco ben velate — a
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cui sono stato chiamato — potrei scriver molto, ma non è questo il mio intendimento, e dichiaro di sentire piuttosto il dovere di ubbidire ad un opposto comandamento precedentemente impostomi. Si rifletta che ci troviamo in un periodo eccezionale e grave in cui i soliti pescatori nel torbido — spesso da essi stessi provocato — lavorano alacremente.
Ho dovuto però rimettere la questione nei veri termini per rimettere eziandio il giudizio di essa agli uomini sinceri e sereni.
Credetemi sempre
Trevi, 29 Febbraio 1924.
Vostro aff.mo
III
Chi ha letto la mia prima lettera del 7 gennanio 1924, ed ha letto poi le susseguenti, ha potuto notare come la mia prima tesi, espressa pubblicamente del resto fina dal 15Marzo 1922, unica e fondamentale, sia questa: REVISIONE DEL PROGETTO GIAMBONI DA PARTE DI UNO O PIU’ SPECIALISTI ESTRANEI, DISINTERESSATI E DI VALORE INDISCUSSO PRIMA DELLA SUA APPLICAZIONE.
Ho sentito dire da qualcuno che, dopo l’approvazione del progetto da parte del Consiglio Superiore, la mia tesi è sorpassata.
Ciò è inesatto
Il Consiglio Superiore dei LL. PP. impiega, si può dire, più tempo per l’approvazione dei progetti che non per le approvazioni preliminari. Abbiamo a decine e decine di esempi, anche vicino alla cerchia della nostra attività. Ne citerò uno solo che, oltre ad essere di grade attualità è conosciutissimo dai Trevani ed è anche molto significativo nei riguardi della mia tesi fondamentale suddetta.
Il Genio Civile ed il Consiglio Superiore dei LL. PP. avevano, come tutti ricordano, approvato conn pieni eleogi (anche questo!) il progetto di sistemazione del torrente Marroggia. I Lavori, già appaltati, erano cominciati, quando, non si sa chi – l’assistente Simoncelli forse – si avvide che, nientemeno, la sezione progettata per l’affluente Marroggia veniva ad essere quasi uguale a quella del collettore Teverone. Non è necessario
sario dire il resto. Furono fatte delle modifiche sostanziali al progetto, che poi è andato in attuazione.
Vado dunque per la mia strada, convincendomi sempre più della santità della causa, sorretto sempre dal conforto che mi proviene dalla tranquillità della coscienza e dal continuo, largo e crescente consenso di fascisti e cittadini autorevoli. Non mi curo delle insinuazioni fatte serpeggiare dai demagoghi fra il popolino, dal quale mi accorgo d’essere guardato con insolita diffidenza.
La Religione insegna che non sempre l’uomo giusto è sorretto, ma ho ferma fede d’essere imparato a conoscere per tale anche da chi non mi conosce ancora abbastanza.
E nessuno creda che a questa questione si possano cantare le esequie, prima che tanto legittimi desideri siano soddisfatti.
* * *
Sento prima dì tutto la necessità di sbarazzare la discussione da un equivoco fondamentale preferito dai miei contradittori, e cioè la confusione fatta tra progetto Giamboni ed uso della sorgente di Pissignano, che sono due cose ben distinte.
Oltre al progetto dell’Ing. Giamboni, che prevede l’uso di quell’acqua, vi è quello diversissimo del noto Ing. Randanini; oltre a questi due vi sono poi i progetti che non sono battezzati ufficialmente da nessun ingegnere, ma che da molte persone sono ritenuti vantaggiosi. E questi sono: 1. costruzione di una conduttura vertebra con diversi piccoli impianti di deviazione e di innalzamento lungo il centro del Comune, nella parte più depressa, fino al confine di Foligno;
2. impianto delle pompe di sollevamento fra Borgo e Faostana, e forse più vicino a questa.
Di quest’ultimo parlai già nella lettera del 7 gennaio diretta al «Messaggero», pur facendo ben intendere che di esso pel momento non poteva farsi serio affidamento non esistendone uno studio concreto. Tuttavia il Prof. Bonaca ha voluto fare sfoggio delle sue ” modeste cognizioni in Geologia e Idrografia„ dicendo un sacco di incongruenze, le quali hanno provocato, forse, lo sdegno dell’Ing. Giamboni che certamente avrà avute altre ragioni più serie, ed hanno, manco a dirlo, consolidato la convinzione dei sostenitori di quell’idea.
La ragione essenziale, secondo il Prof. Bonaca, che infirma quell’idea, sarebbe l’inesistenza di dislivello. Io vorrei sapere quale “misurazione del terreno„ lo abbia condotto a concludere e a scrivere in lettere grosse che “la misurazione del terreno ci dà che il punto più basso nei pressi della stazione di Trevi e le sorgenti del Tempio, sono alla stessa altezza sul livello del mare„. (Sono sue precise, testuali parole). Io stento a provare di dimostrare il contrario perché ho timore d’essere preso in giro e chiamerò un contadino qualsiasi, che pure non sa leggere le due quote ben delimitate sulle cartine topografiche. Il contadino osserva, e fa osservare, che l’acqua delle sorgenti del Tempio salta circa 50 cm. al momento di entrare nel Clitunno, salta poi, scendendo sempre col Clitunno stesso, le cascatelle di fronte a casa Mastrangelo e di fronte a Pigge, salta (in basso, non in alto, s’intende) circa 4 metri e mezzo alla Faostana, e, via via, dopo altre cascatelle, arriva, indovinate un poco? arriva proprio — l’acqua di quella sorgente — ad apportare i frutti
Il Prof. Bonaca, sullo stesso argomento, pur di abbattere l’idea dell’innalzamento fra Faostana e Borgo, non pensa, e pretenderebbe, forse, che neppure gli altri pensassero, che la tubazione più grande dovrebbe terminare ai cisternoni di Borgo e Piaggia e sarebbe poco più lunga, se non eguale, di quella che va in cima alla costa di S. Caterina, poiché la figura del triangolo da lui citato diventa quella approssimativa di un triangolo isoscele, che, come si sa, ha due lati eguali. Non pensa inoltre che la tubazione senza pressione costa un terzo meno di quella che deve sopportare almeno trenta atmosfere; non pensa che colla prima portiamo nel centro del Comune tutta l’acqua della sorgente e con la seconda se ne porta una piccolissima parte; non pensa, e vorrebbe, forse, che non si pensasse, che con lo stesso numero di cavalli di energia e macchinano di risparmio si potrebbe elevare un quantitativo doppio di acqua da mettersi, per esempio, a disposizione dei poveri; non pensa che si risparmierebbe quasi per intero la costruzione del cisternone o torre d’irradiazione, nonché un tratto di conduttura secondaria. Ma il Prof. Bonaca, seguitando, ha voluto coronare il suo “lavoro„ dando un’altra prova della sua erudizione in estimo agrario, quando ha affermato che i terreni attigui al Clitunno valgono molto più dei nostri terreni olivati. Anche qui sarà il caso che la risposta sia data dal più grossolano contadino.
Ritornando al tema fondamentale da me sostenuto, io credo che, dopo questi discorsi occasionali, non sia il caso di farne altri, ugualmente occasionali, per raccogliere la voce del quarto e forse non ultimo progetto di utilizzazione della sorgente di Pissignano. Sarebbe inutile, ed io mi auguro non vi si debba giungere giammai, perché in caso di tale deprecata necessità, non si potrebbe più parlare di ” varianti, sia pure sostanziali, del progetto Giamboni „ da me affacciate nella lettera del 7 Gennaio, che non pregiudicano né la celerità né l’esito della pratica, ma si tratterebbe di ben altra cosa. E qui mi piace mettere in chiaro che non sarebbe mia la responsabilità di un eventuale ritardo dell’esecuzione dell’opera, del quale ritardo sarebbero invece responsabili COLORO CHE SI OSTINARONO E SI OSTINANO A IMPEDIRE A TEMPO DEBITO LA REVISIONE DEL PROGETTO DELL’ING. GIAMBONI che, pure essendo un nostro caro e valoroso concittadino, può anche essere incorso in errore.
Passio Sancti Miliani, ms , sec.XII, in Lezionari del Duomo di Spoleto, Archivio Capitolare, vol. II, cc. 138r-141r.
Natalucci D. ,1985,: Historia… di Trevi (1745), Foligno, c. 972
Bonaca d. A. 1935: Il martirio di S.Emiliano, Spoleto.
Zenobi C. 1995.: Trevi antica, Foligno,
Bongi G., Baldoni L., Pannelli G., 2010. Eredità e valore degli olivi antichi (EVO): Le origini dell’olivicoltura in Toscana”. San Quirico d’Orcia (SI): 279-288.
Ne hanno trattato inoltre:
AA.VV. Alberi monumentali d’Italia, Roma, 1992
Il Corriere della Sera dell’ 11/9/92
La Stampa del 3/4/93
Stefan Keller, Umbrien Erwacht, in Vinum, 9/94, pag. 37.
Jürgen Vordemann, Italien ältester Olivenbaum ein Ort des Martyrium, in Katholisches Sonntagsblatt, n. 3, 17/1/99, pag.8.
Ottime foto di Sperandio e Pacifici, ottimamente stampate, in:
AA.VV., L’olivo e l’olio in Umbria, (Cassa Risparmio Foligno), Venezia, 1990
La sera del 27 gennaio, da sempre, alle 18,30 – anticamente, un’ora dopo l’Ave Maria – la statua del santo patrono Emiliano (o più propriamente: Miliano) viene portata processionalmente per le vie della città, preceduta dai labari, dai “cerei” e dal gonfalone, secondo un percorso e un ordine di sfilata che si ripete da secoli, pur adattandosi ogni anno ad esigenze contingenti.[1]
Il Santo
Nell’Europa centro meridionale sono venerati diversi santi con il nome di Emiliano.
Il Sant’Emiliano di Trevi (più propriamente: Miliano) ha come “dies natalis” il 28 gennaio al pari di un Emiliano venerato in Faenza, ma questo è tutt’altro personaggio.
Il più antico documento riferibile all’esistenza di San Miliano è la “Passio sancti Miliani martiris”, reperibile in due copie, la più antica delle quali risale all’XI secolo, sebbene alcuni autori ipotizzino che esse siano redazioni di documenti più antichi risalenti al VI secolo[2]
Dalla Passio apprendiamo che il Nostro veniva dall’Armenia, che fu consacrato vescovo e inviato a reggere la comunità cristiana di Trevi, che in seguito alla decima persecuzione indetta da Diocleziano fu sottoposto a vari supplizi e che fu ucciso sotto una giovane pianta di olivo. Il nome MILIANUS, che è la latinizzazione dell’armeno MILIAN fu usato fino al rinascimento e tuttora è usato dalla gente di Trevi e pertanto questo è un discrimine tra il santo locale e altri vari santi di nome Emiliano. Dalla Passio si possono rilevare altri elementi significativi, che hanno lo scopo di identificare il martire con il territorio di Trevi. Tra i luoghi del martirio vengono menzionati il circo o teatro, di cui si hanno testimonianze letterarie ed epigrafiche, il fiume Clitunno che rende fertile la vallata e l’olivo che ricopre le nostre colline. La pianta del martirio è identificata con un olivo millenario, venerato da secoli, nella frazione di Bovara.
La festa in onore del patrono era a Trevi uno degli eventi di maggior rilievo
[3]
. Celebrata con solenni riti religiosi, era preceduta e seguita da varie altre manifestazioni profane molto spettacolari e partecipate, cadendo nel tempo di carnevale, tanto che veniva rinforzato anche il servizio di vigilanza urbana. Venivano suonatori da fuori Trevi che animavano spettacoli e balli. Il giorno successivo alla festa c’era la fiera più frequentata in tutto il periodo invernale, Si hanno notizie di concerti e rappresentazioni teatrali, ma la caratteristica più evidente e più antica è la processione dell’”Illuminata”
Origine della processione
Risalendo indietro nel tempo, l’inizio della tradizione ci sfugge, collocandosi al di là di ogni documento reperibile. Possiamo affermare che la processione si svolge da prima di una certa data essendo questa anteriore a qualsiasi testimonianza.
Il più antico documento su San Miliano, come sopra detto, è la “Passio”, che fu scritta per attestare la santità del martire e che non ci dà ovviamente notizie sulle manifestazioni di culto, come la processione nel corso dei secoli.
Il primo testo che fa riferimento alla processione dell’Illuminata è una “riformanza” del 1355, in cui si rammenta il precetto a partecipare alla processione del 27 gennaio “avendola sempre fatta per consuetudine antichissima.[4]
Nell’archivio del Comune di Trevi esistono vari registri delle “riformanze”, atti analoghi a quelli che oggi noi chiamiamo “deliberazioni”.
Il primo è del 1338 e va dal 19 di giugno al 13 di dicembre. Il secondo raccoglie gli atti dal 16/7/1345 al 15/2/1356 e proprio in questo volume si trova il documento sopra citato
.
[5]
Si può pertanto affermare che tra i primi documenti della comunità di Trevi, si trova menzione della Processione dell’Illuminata.
Il riferimento alla “consuetudine antichissima”, certamente si deve far risalire tale evento a qualche secolo prima, poiché se l’inizio della manifestazione si fosse dovuto collocare nell’arco dei cento o centocinquanta anni precedenti all’atto della deliberazione, si sarebbe più facilmente potuto fissare termine meno vago essendo certamente tra i presenti qualcuno che, per tradizione orale consueta all’epoca, avrebbe potuto portare un qualche riferimento temporale.
Un indizio ulteriore dell’antichità della processione si può desumere dal tradizionale percorso che si ripete da secoli.
Dalla chiesa di Sant’Emiliano la processione gira a sinistra e percorre via della Rocca, via Carlo Amici, Piazza Mazzini, Via Roma fino all’antica “porta del Lago”, quindi prosegue a sinistra all’interno delle antiche mura, per Via Lucarini, Via Cavour, Via Dogali, Via Natalucci, Via Marconi, Piazza Mazzini, Via Riccardi e quindi rientra in chiesa.
Nella piantina dell’abitato si vede chiaramente (segno rosso pieno) che dal centro dell’insediamento urbano, attraversando in diagonale Piazza Mazzini (in pianta “Piazza Pubblica di S. Emiliano”) si va diritti alle mura castellane per seguire il percorso interno delle mura per poi attraversare il paese e rientrare in chiesa.
La “Porta del Lago” è il principale ingresso sulle mura urbane. Essa però insiste nella seconda cerchia di mura, ampliamento alto medievale della prima cerchia romana o tardo-antica”.[6]
Osservando il circuito della seconda cerchia (segnato n giallo) nella carta del catasto Gregoriano, si individua un percorso (puntini rossi) rigorosamente a ridosso delle mura per tutto il tracciato e questo avrebbe dovuto essere l’itinerario della processione per ritornare nei pressi della porta del Lago e poi puntare diritto alla chiesa, al centro dell’abitato.
Infatti fino alla costruzione del Teatro Clitunno nel 1875 (segnato in pianta in colore celeste), la via dei Fabbri, a ridosso delle mura congiungeva la porta del Cieco con la porta del Lago.
Quindi si può affermare che la processione segue il circuito della seconda cerchia di mura e non ha più seguito i circuiti dei successivi ampliamenti. M a la terza cerchia fu costruita nel 1264 e pertanto si deve argomentare che il percorso attuale, a parte la riduzione dell’ultimo secolo dovuta all’interruzione della strada nel 1875, segue un percorso anteriore alla seconda metà del Duecento.
Questa data pone la processione dell’Illuminata fra le manifestazioni più antiche dell’Umbria e non solo.
Altri argomenti che attestano l’antichità della manifestazione sono il carattere festoso e trionfale della stessa e il percorso all’interno delle mura.
L’evento squisitamente religioso dell’omaggio al Santo patrono è attestato dalla presenza della statua e della reliquia, precedute da tutto il clero, dal vescovo e dalle confraternite e istituzioni cattoliche del comune. Ma non meno importante è la partecipazione, sancita negli statuti e nelle riformanze, di tutte le autorità e di tutte le organizzazioni civili. Le insegne, i vessilli i “cerei” e la banda ricordano più il “trionfo” dell’imperatore romano che la processione litaniante medievale.
Il percorso all’interno delle mura si può ricondurre al diritto germanico (retaggio della dominazione longobarda dell’Alto Medioevo) secondo cui ogni proprietario doveva percorrere ogni anno, a piedi (Flurumgänge), o a cavallo (Flurumritte), i confini dei propri campi.
Uno studio recente[7], fa risalire l’origine delle processioni con le reliquie dei santi all’anno 386, quando Ambrogio, vescovo di Milano organizzò una solenne traslazione delle reliquie dei santi Gervasio e Protasio, con la partecipazione dell’imperatore, il giovane Valentiniano II, in posizione subalterna. L’episodio viene inquadrato nella contesa in atto tra potere religioso e potere politico, in particolare nella contrapposizione tra ariani e cattolici ed assume una straordinaria rilevanza simbolica in quanto il corteo trionfale era un prerogativa dell’imperatore e mai avrebbe potuto essere organizzato per onorare il vescovo, ma fu facilmente accettato per glorificare i propri santi.
Negli anni successivi sono attestate numerose traslazioni di sacre reliquie, tanto che il rituale divenne di uso comune in tutto l’impero di occidente.[8]
Le reliquie
Sotto l’altare maggiore della chiesa di S. Emiliano, un’urna raccoglie i pochi resti del protovescovo martire e protettore. Ma l’attuale sistemazione risale al 1935, quando tutte le reliquie furono solennemente qui traslate da Spoleto.
Prima di quella data esisteva presso la chiesa del Crocifisso nella Piaggia il grande cippo lapideo che fu rinvenuto sotto il pavimento del duomo di Spoleto nel 1660[9]. E prima ancora, niente!
Com’è possibile che nel Medioevo si venerasse un santo martire senza neppure una sua reliquia, quando per le reliquie dei santi si combattevano addirittura guerre fra città?
Nessun documento, locale o forestiero, fa menzione di questo fatto, che pur sembra tanto straordinario.
L’ipotesi più probabile e che anticamente le reliquie riposavano nella chiesa intitolata a S. Emiliano, ma nella rotta di Trevi del 1214 ad opera degli spoletini, costoro si siano appropriati delle reliquie del martire come bottino e le abbiano portate nella città di Spoleto. I sacri resti, riposti in un grosso cippo calcareo, furono seppelliti sotto il pavimento del duomo, occultati alla vista per maggior protezione, tanto che nel tempo se ne era persa memoria. Ma come segno di grande venerazione nel duomo di Spoleto fu innalzato un altare intitolato a S. Emiliano. Con le reliquie fu rinvenuta una lastrina di piombo, tuttora conservata insieme alle stesse reliquie sotto l’altare maggiore di S. Emiliano in Trevi. Nella placca è incisa una scritta in caratteri gotici che recita: “ossa s.cti miliani martiris”. La grafia ben concorda con la data del sacco di Trevi.
Quindi si può ipotizzare che anticamente – prima del 1214! – fossero traslate in processione le reliquie del martire, senza le quali la processione stessa non avrebbe avuto senso.
Successivamente, si continuò per secoli ad effettuare la processione, ma non si sa con quale simulacro
L’ Illuminata
L’Illuminata è l’inizio del giorno di festa.
Nella tradizione giudaico cristiana, fino a tutto i XVII secolo, secondo l’ora italica, il nuovo giorno incominciava con il tramonto del giorno precedente e pertanto la celebrazione dei vespri era il primo momento liturgico della festa. Il segnale più appariscente della festa appena iniziata quindi era una illuminazione straordinaria degna dell’importanza dell’evento.
Si deve considerare che nei secoli scorsi, fino al primo Novecento non esisteva l’illuminazione elettrica e nel paese le notti erano illuminate da fioche fiammelle devozionali davanti a qualche immagine sacra agli angoli delle vie. In tale contesto è facile immaginare come l’illuminazione straordinaria di fuochi e fiaccole doveva essere uno spettacolo visibile da tutta la valle. Quindi l’aspetto più evidente della processione notturna – e non soltanto entro le mura di Trevi – era verosimilmente l’illuminazione straordinaria, la così detta Illuminata.
Nei tempi andati esistevano in Trevi altre manifestazioni analoghe, come ad esempio per la festa antichissima di S. Reparata[10] e di S. Bartolomeo[11] ma tutte avevano come riferimento e termine di paragone la processione di sant’Emiliano.
Con l’avvento della luce elettrica all’inizio del secolo scorso, essendo le strade e le piazze già di norma illuminate più di quanto non sia mai stato, si ritenne necessario illuminare a giorno ogni angolo del percorso. Dopo continui aumenti potenza impegnata, nell’ultimo ventennio si è tentato di limitare l’impiego dell’illuminazione elettrica per riproporre l’antica suggestione delle fiaccole.
L’ordine di sfilata
Sia negli statuti che nelle riformanze, numerose rubriche riguardano la processione dell’Illuminata e in particolare l’obbligo a parteciparvi, considerato che il Comune sborsava dei denari per la decorosa riuscita della festa.
“Dovevano intervenire il Podestà ed i Priori. Anche tutti i Sacerdoti e i Chierici della Città erano obbligati ad andarvi, sotto pena di uno Scudo di multa per i primi e di 5 Giulii per gli altri. I curati della campagna, che forse trovavano poco comoda per loro questa funzione sacra, riuscirono ad ottenere dalla Congregazione del Concilio, verso la metà del secolo XVIII, di essere dispensati dall’intervenire alla Processione. Dovevano andarvi anche i frati di tutti i Conventi … Le Confraternite, le Compagnie di Città e di campagna, con stendardi, il Magistrato, i Consiglieri, gli Ufficiali o Impiegati della Comunità, gli Artigiani con un capo per arte e col cero, i Medici e i Notari: tutti dovevano andare in Processione; pena uno Scudo ai mancanti”[12]
E’ interessante confrontare la descrizione della processione vista da un colto sacerdote nel 1935
“I miei concittadini furono sempre devoti al loro patrono e ne celebrarono sempre la festa con grande solennità. Caratteristica è la processione, che si svolge ancor oggi, e che era detta anticamente “illuminata”, Circa un’ora dopo l’Ave-Maria comincia ad uscire dal tempio la processione; precedono le confraternite e poi seguono gli operai dei molini a olio e delle varie industrie locali e i rappresentanti di ogni arte e di ogni mestiere, e ognuno porta qualche cosa che indichi di qual genere sia il proprio lavoro. Per esempio, i falegnami portano una piccola pialla, i fabbri una minuscola incudine, i tartufari una corona di tartufi, i pescatori alcuni pesci, ecc. In tal modo i Trevani hanno sempre mostrato di voler mettere le loro attività sotto la protezione di S. Emiliano
Il Clero interviene sempre numeroso e non è mancato mai il concerto cittadino. Da qualche anno vi intervengono di nuovo anche le Autorità Civili
Infine, seguita da molto popolo, sorretta a spalla da giovani di Trevi e del circondario, incede la magnifica statua …”[13]
… e da ragazzi, molto attenti e un po’ scanzonati, nel 1963.
“Rivediamo insieme, in ordine, la processione. Prima è l’aquila impagliata, in rappresentanza dei cacciatori. Per secondo un vitello, artisticamente sventrato, vero, in carne ed ossa, della ditta Gaudenzi. Seguono quattro o cinque “ceretti” di piccolo calibro e poi il cero della ditta Zenobi, raffigurante la torre. Segue un pastificio in miniatura, portato da rappresentanti della ditta Bonaca, produttrice della famosa pasta trevana; ecco il cero della ditta Fioretti, rappresentante la Sacra Famiglia al lavoro, ecco gli agricoltori della ditta Checcarelli, con il ‘bacchio’, che più chiaramente si riferisce alla tradizione, la forma di cacio pecorino e l’urna di vero contenente pupazzi in una scena di coglitura delle olive. Ecco le numerose bandiere delle confraternite e associazioni religiose, specialmente delle Società di Sant’Antonio (protettore degli animali) portate a spall’arm con il ragazzino dietro che regge il lembo per non farlo strisciare sul terreno. Ecco le ragazze dell’Opera Mons. Bonilli e quelle delle Maestre Pie Filippini, sempre ordinate e composte nelle loro divise; segue l’Azione Cattolica, dalle “Piccolissime” alle “Effettive”. Ecco i ragazzi del collegio ENAOLI di San Martino e quelli del Collegio Lucarini, guidati dai rispettivi direttori. Ecco la banda, roba fina, venuta da fuori. Dicono che sia di Terni … Non distraiamoci: ecco l’ombrellone rosso con i tre uomini che indossano camici dello stesso colore. Ecco la sacra reliquia ed ecco la statua del Santo … Chiudiamo un attimo gli occhi ed eleviamo una sincera brevissima preghiera al nostro Protettore. Ecco che sfila il gonfalone di Trevi, scortato dal corpo delle guardie e dai rappresentanti del Comune (segretario De Sanctis e alcuni consiglieri). Dietro i rappresentanti del popolo, la parte più coraggiosa del popolo stesso [era richiesto il coraggio per partecipare perché sembra che quell’anno fosse particolarmente freddo], ad onor del vero, le chiome più canute di Trevi
L’antico cero dei muratori (1982)
Le finestre abbondantemente illuminate rischiarano l’itinerario della processione (ricordo dei Luminari) … Il sacro corteo rientra in chiesa. La statua è riposta sul suo palco dopo tre o quattro pericolose oscillazioni. [seguono considerazioni sul freddo eccezionale, tanto che non ci sono neppure le “merangole” (arance) ] “Un concittadino venuto da Pescara, sfidando le condizioni proibitive delle strade, saluta i conoscenti e proclama la “bellezza di ritrovarsi nella propria città per la festa di Sant’Emiliano”[14]
Per garantire un regolare e ordinato svolgimento del corteo fu necessario programmare accuratamente il susseguirsi dei partecipanti. Già in tempi antichi però la precedenza nella sfilata fu considerata un privilegio, tanto che numerose riformanze comunali trattano dell’argomento.
Ed è curioso notare come nel corso dei secoli i rappresentanti di alcune “arti” che ora consideriamo meno nobili – o attualmente addirittura scomparse, come ad esempio, “i bifolchi” – abbiano vantato diritti di precedenza.
Si riporta di seguito la trascrizione di una tabella, copiata negli anni’80, ora purtroppo perduta, stampata nella seconda metà del Settecento[15]
Ordine da osservarsi nella Processione
del Glorioso Protettore S. Emiliano la sera del 27 gennaio
Croce della Perinsigne Collegiata di S, Emiliano
Cereo dei Barbieri e Calzolari
Cereo dei Ortolani e Molinarì a olio
Cereo dei Tavernieri, Macellari e Pizzicaroli
Cereo dei Fornari e Fornaciari
Cereo dei Calcinaroli e Stoppacciari
Cereo dei Arte Bianca e Falegnami
Cereo dei Muratori e Sartori
Cereo dei Fabbri e Calderai
Cereo dei Droghieri e Speziali
Cereo dei:
Cacciatori
Bifolchi
Manciano
Parrano
Bovara
Pigge
S. Maria in Valle
Matigge
Ponze
Coste
Cannaiola
Quelli che hanno stendardi e pallj
S. Lorenzo
Fabbri
Fratta
S. Luca
La Balia di S. Emiliano
La Balia di SS. Fabiano e Filippo
Compagnia della SS.ma Misericordia
Compagnia di Maria SS.ma della Colonna
Compagnia del Sacro Cuore di Maria
Compagnia del Crocifisso
RR.PP. Riformati di S. Martino
II Molto Illustre Rev.mo Clero
II Rev.mo Capitolo
I Nobili Signori Deputati alla Statua
La STATUA DEL SANTO
Gli Illustrissimi Signori:
Governatore
Gonfaloniere e Anziani.
Dopo quest’ultima voce veniva “il popolo”.
Da questo elenco e dalla descrizione precedente si evince come la partecipazione alla processione fosse quasi riservata a soggetti inquadrati in istituzioni, mentre il popolo (per lo più anziani, come sottolineano i ragazzi nella suddetta descrizione) era poco rappresentato. In realtà, fino a qualche decennio addietro, c’erano in piazza e lungo le vie molti spettatori che vedevano transitare la processione, segnandosi al passaggio della reliquia e della statua.
Attualmente, ridotte al minimo le “compagnie”, chiusi gli istituti e quasi tutte le famiglie religiose, – o assai ridotte, al pari del clero secolare – quasi tutti i presenti alla manifestazione si accodano alla processione.
La chiamata
La Autorità, i rappresentanti della arti e delle corporazioni, gli ordini religiosi regolari e secolari e le confraternite, ciascuno con le proprie insegne, già presenti in chiesa per assistere ai vespri, alla conclusione della liturgia sfilano davanti alla statua del Santo, posta al centro della chiesa, e si avviano lungo il percorso secolare.
Anticamente la “chiamata” era affidata ad un anziano – gli uomini validi dovevano assolvere altre mansioni più gravose – dalla voce stentorea, che proclamava i nomi dei vari gruppi nell’ordine.
Per farsi sentire da tutti si poneva al centro della chiesa, proprio a ridosso della statua del Santo.
Intorno al 1950, con l’istallazione del sistema di amplificazione sonora, essendoci allora un solo microfono in “cornu evangelii” dove l’officiante proclamava la predica, lì prese luogo il lettore.
Recentemente, per incompatibilità con i canoni liturgici, la chiamata avviene di nuovo dal centro della chiesa, con il radiomicrofono.
La Statua
Non sappiamo quale Immagine del Santo si portasse in Processione nei secoli anteriori al XVII, non essendoci in quei tempi alcuna statua, né alcuna reliquia di Sant’Emiliano. Fu soltanto nel 1613 ai 21 ottobre che il Consiglio deliberò “che si faccia l’Imagine di Sant’Emiliano di legno, ma che la spesa non passi 25 Scudi, con farvi l’arme della Comunità e che la spesa si faccia con licentia dei Signori Superiori” …. La statua di cui si parla fu compiuta nel 1615, forse a Foligno, e “condotta in Trevi con straordinaria allegrezza e sparo d’artiglieria”
…
Però i fedeli non erano contenti dell’antica statua, poco confacente, anche per il suo stile modesto, alla pompa solenne della cerimonia cui doveva servire. E’ perciò che nel 1751 si dava commissione di un’altra Statua, a Pietro Epifani da Foligno. … Questa Statua è pregevolissima opera di stile barocco, ed in essa l’artista ha saputo molto felicemente ottenere un insieme svelto ed elegante nonostante la pesantezza dello stile.
La Statua ordinata nel 1751 fu compiuta nel 1753. Essa costò più di 500 Scudi, la maggior parte dei quali pagati dal Comune. Fu con gran solennità condotta processionalmente da Foligno a Trevi. Il Capitolo di Sant’Emiliano andò ad incontrarla sulla Piazza del Mercato, in mezzo ad una moltitudine di popolo, al suono di tutte le campane ed allo sparo dei mortari, come troviamo nelle antiche memorie Ed affinché la Statua non deperisse, l’11 febbraio 1753 il Consiglio deliberò di fare il credenzone per tenervela custodita.
Preceduta dal gonfalone, da tutto il clero e dalla reliquia, la statua è l’oggetto più significativo e appariscente della processione.
Il gonfalone è un grosso ombrello rosso, sormontato dalla statuetta del Santo con un campanellino (tintinnabulum). Il gonfalone rosso della “balìa” di Sant’Emiliano è il simbolo del titolo basilicale della chiesa, ora semplice parrocchiale, già sede vescovile – quindi cattedrale – “collegiata perinsigne”
Nell’accezione popolare la statua “è” Sant’Emiliano!
Il passaggio – critico! – sotto l’arco medievale “del Mostaccio”
La statua incede per le vie sorretta da dodici portatori. Per la sincronizzazione dei movimenti e per superare i punti più critici del percorso – la porta della chiesa, l’arco gotico di ingresso del primitivo castello e vari stretti passaggi per le vie medievali – è necessaria la vigile guida di un assistente che impartisce precisi comandi ai portatori. Tale delicato compito richiede una certa esperienza ed è espletato da vari anni dalla stessa persona, per tradizione di famiglia, ormai alla terza generazione.
Benedizione della campagna durante una processione in diurna degli anni ’30 (Foto Giuliani)
Sosta per la benedizione della campagna (1981)
Lungo il percorso, in un punto felicemente panoramico da dove si domina gran parte della valle spoletana, i portatori fanno compiere alla statua dei movimenti da far disegnare alla mano del Santo un segno di croce a benedizione della campagna. E i vecchi, dalla regolarità di tale manovra traevano auspici per l’anno appena iniziato.
I Cerei
I “cerei” o “ceri” sono apparati, portati da una o più persone a seconda della grandezza, con i simboli o i prodotti delle associazioni e delle imprese commerciali, artigiane e industriali (anticamente delle arti e delle corporazioni).
In origine i “cerei” erano composti da uno o più ceri o candele con i simboli o gli emblemi della “corporazione”. Oltre all’effetto scenografico, avevano la funzione pratica dell’offerta della cera per le esigenze delle celebrazioni liturgiche e per l’illuminazione della chiesa. Prima dell’avvento dell’energia elettrica l’illuminazione avveniva prevalentemente con lucerne ad olio e con candele di cera. La candela era il mezzo più pratico, anche se più costoso, tanto che erano alla base delle dotazioni delle chiese o delle “cappellanie”.
Con il tempo, specialmente in epoca moderna, è cessata la funzione dell’offerta della cera e i “cerei” della processione si sono andati modificando: la cera è diventata la materia base per la realizzazione di statuine o bozzetti che richiamassero la peculiarità dell’”arte” e le candele servivano solo per illuminare l’opera[16]
Ultimamente, superata la funzione delle candele come fonte di illuminazione, i “cerei” della processione non hanno più alcuna attinenza con la cera, perdendo così la caratteristica precipua che ne determinò l’origine ed il nome, riducendosi quasi ad oggetti pubblicitari.
Le arance
Un’altra caratteristica della festa di Sant’Emiliano e della fiera che si effettua il giorno successivo (29 gennaio) sono le arance, analogamente a quanto avveniva in Foligno per la festa della “Madonna del Pianto” (14 gennaio)
Questi frutti in antico si trovavano solo in limitati periodi dell’anno e dovendo venire dalle regioni più calde erano rari e perciò costosi.
Pertanto, il giovane che offriva un’arancia (in dialetto “merangola”) ad una ragazza assumeva un preciso impegno che equivaleva ad una dichiarazione d’amore[17], da cui il detto:“Le ha dato una merangola!”. Per contro: “Ha preso una merangola” significava: “ha preso una “cotta”.
Pur essendo ormai superati le fiere e i mercati che anticamente erano straordinari e importantissimi eventi commerciali e di costume, tuttora, la sera della processione, si si possono trovare bancarelle con vasta esposizione di arance e gli esercizi locali addobbano le vetrine con fiori ed arance.
Conclusioni
La processione dell’Illuminata è un antichissimo evento di fede che attraverso i secoli è diventato anche una manifestazione di costume.
Nel quadro più vasto della festa del santo patrono, di cui è parte qualificante, ha contribuito a solennizzarne la memoria e il culto con conseguenze anche nella vita sociale e nelle arti.
Pur mancando ovviamente testimonianze dirette della sua origine, dai documenti più antichi e dalle modalità dello svolgimento, si può ragionevolmente ipotizzare che risale sicuramente all’Alto Medioevo e forse al tardo-antico, ponendola ben oltre a tutte le processioni antiche che ancor oggi si effettuano in onore dei Santi. Tradizioni più antiche riguardano soltanto riti processionali relativi alla Passione (Via Crucis e episodi correlati).
La sua validità attuale è dimostrata dal fatto che ogni anno la partecipazione è altissima, con notevole affluenza di oriundi e forestieri come avveniva nei secoli scorsi[18], e con notevole eco nei mezzi di informazione[19]
[1] In caso di maltempo la processione è rimandata al giorno successivo, 28 gennaio, a mezzogiorno, dopo il Pontificale celebrato in duomo. Dall’ultimo dopoguerra tale eventualità si è verificata soltanto cinque volte.Nel 2014 non si è effettuata né la sera della vigilia, né il giorno successivo:
[5] Archivio storico comunale preunitario di Trevi, 1277-1862 . Inventari a cura di Adalgiso Liberati e Laura Pennoni, reg. 25, 2005. L’archivio comunale non è consultabile perché e in via di perenne sistemazione(2015). Ora nel polo museale nell’ex convento di S. Francesco.
[9] “Fino ai tempi nostri, una pia leggenda narrava che due pellegrini stranieri indicarono agli operai il luogo preciso dove trovavasi la tomba del martire” (Mannocchi, 1875, pag.42). In realtà il rinvenimento fu assolutamente fortuito, mentre si stavano effettuando dei lavori di straordinaria manutenzione. La relazione che il soprastante ai lavori redasse per il vescovo fu trovata e pubblicata dal Nessi – Nessi, 1970
[14] Anonimo, 1963, dal giornaletto ciclostilato del Centro di lettura. Come si evince da alcuni passaggi, questa ultima descrizione si riferisce ad un anno particolarmente freddo, quando a causa del ghiaccio sulle strade, si dovette optare per un percorso ridotto, per evitare strade in forte pendio.
[16] (Del Ninno, 1988). A pag. 118 si trova la foto di un bell’esempio di “cereo” della prima metà del ‘900, rappresentante una falegnameria dell’epoca, portato in processione fino agli anni ‘70
[17] L’offerta delle arance, data la preziosità del frutto nelle nostre regioni, ha avuto sempre un significato gentile e galante. Folgòre da S. Gimignano, in un noto sonetto “Di Maggio”, così canta dei doni che si scambiavano i giovani innamorati:
[19] TCI , Manuale del turista, 1984 e segg. www.folklore.it, Televideo ecc.
Riferimenti bibliografici
Anonimo; 1963; La processione di Sant’Emiliano, in Il Clitunno – Quindicinale del Centro di Lettura di Trevi –Anno III – 31/1/1963.
Bonaca, don Aurelio; 1935; Religione e beneficenza in Trevi, Spoleto.
Bordoni, Stefano; 2013; Trevi comunale: dall’ideologia di appartenenza civica alla strutturazione dell’autogoverno XII-XIV sec. Relazione al convegno: Trevi 800 anni del Comune – 1213-2013.
Del Ninno, Maurizio; 1988; Vescovi, guerrieri e contadini – Umbria, in. AA.VV Le tradizioni popolari in Italia – La festa, a cura di A. Falassi, Electa, Milano.
Kritzinger, Peter; The cult of Saints and religious processions in the Late Antiquity and the Ealy Middle Ages, in AA.VV:An Age of Saints?: Power, Conflict and Dissent in Early Medieval Christianity, Cambridge, 2011.
Liberati, Adalgiso; Pennoni, Laura; 2005; L’Archivio storico comunale preunitario di Trevi, 1277-1862; Inventari a cura di Adalgiso Liberati e Laura Pennoni, Perugia, 2005.
Mannocchi, Leopoldo; 1875; Compendio della vita e del martirio di S. Emiliano; San Martino ,Trevi.
Marchi, Silvia; 2002; Trevi, forma urbana in Città romane, 3:Città dell’Umbria; L’Erma, Roma.
Natalucci, Durastante; 1985; Historia universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, 1745, a cura di C. Zenobi ; Arquata Todi.
Nessi, Silvestro; 1970; Le reliquie di un martire scoperte nel duomo di Spoleto nel 1660 ,in Spoletium, 14, pag.3-8.+
Sensi, Luigi; 1974; Trebiae, in Quaderni dell’Istit. di Topografia Antica dell’Università di Roma, VI; De Luca Roma
Chiesa di Santa Maria di Pelano (S. Maria Vecchia) di Coste
Pagina in elaborazione
Dov’è
Storia
Le abbondanti stuccature in cemento danno all’edificio un innaturale tono grigio un po’ triste. É urgente un intervento per riparare il tetto e ripristinare l’aspetto generale, alquanto suggestivo.
All’interno rimane una sola pittura, sulla parete destra, del primo Cinquecento ma largamente restaurata.
Raffigura la Madonna in trono con Bambino tra S. Francesco e S. Sebastiano, con una lunga iscrizione in due righe ormai pressoché perduta. Sicuramente almeno un’altra immagine con il santo titolare doveva decorare la chiesa, forse sulla parete dell’altare, che insisteva contro terra e quindi la più danneggiata dall’umidità.
Nelle antiche scritture veniva denominata anche S. Paolo di Tergnole.1 o di Atergnole.2, anticamente chiesa curata che serviva 20-30 famiglie.3, officiata in alternativa a S. Maria di Pelano o S. Maria Vecchia.
Nei restauri del 1970 fu scoperto, all’interno dell’altare di pietrame, l’altare qui a destra, ora spostato in altra parte della chiesa. Attualmente è in uso l’altare della foto a sinistra, con una mensa in travertino sopra una elegante colonnina classica di cui si ignora la provenienza.
Essendo il colle di S. Stefano completamente ricoperto di fitta vegetazione, i resti della chiesa, seppure imponenti, non sono visibili finché non si arriva alla sommità del colle stesso. Questo fatto contribuisce ad accrescerne la suggestione, l’alone di mistero e il forte senso di appartenenza che gli abitanti di Manciano coltivano per questo luogo. Sulla chiesa e abbazia di S. Stefano si tramandano varie leggende e dicerie, che se a volte sono palesemente strampalate possono sempre avere qualche riferimento alla realtà.
Si racconta che il monastero in antico era ricchissimo, tanto che i frati (nel vernacolo locale non esiste un vocabolo per indicare i monaci) ferravano i cavalli con zoccoli d’argento. Anche se il fatto non ha un minimo di senso poiché l’argento ha così scarsa resistenza da non durare che per poche centinaia di metri, la diceria potrebbe aver avuto origine dall’usanza di ornare i finimenti di cuoio (ma non certo gli zoccoli!) con mostre, fibbie e anelli d’argento, essendo documentata l’effettiva ricchezza e il lusso dei monaci.
Un’altra storia legata ai cavalli, ma evocatrice di ancestrali paure e di spaventose notti di tempesta, narra che un lupo affamato saltò in groppa ad un cavallo del monastero azzannandolo per la criniera e il cavallo (incolume?) fu ritrovato il giorno dopo a Matigge.
Un altro racconto che fa luce sui rapporti tra i mancianesi e il monastero di S. Stefano narra che alcuni abitanti di Istriani (il gruppo di case più vicino al monastero) asportarono pietre per riutilizzarle, ma ciò era causa di disgrazie. Gli animali allevati nelle stalle fabbricate con tali materiali si ammalavano facilmente o morivano. Molti riportarono le pietre tra le rovine dell’abbazia. Tuttora in molte case di Istriani si vedono reimpiegate pietre ottimamente squadrate. Non si è riusciti però a identificare pietre che potessero far parte dei portali.
Molto interessante è invece la notizia dell’esistenza di un monastero femminile, alle Corone su uno sperone di roccia ad est di S. Stefano, diviso da detto colle da una profonda gola, ma ad esso collegato con una teleferica per scambio di viveri. I fatiscenti resti di muratura tuttora visibili vengono indicati come avanzi di quel monastero. Nessun Autore ha mai citato un monastero femminile a Manciano, ma se ne trova cenno in un elenco di chiese nel libro delle esazioni delle decime in cui l’esattore annota che il 24/12/1334 ricevette la somma dovuta da un prete, per conto dell’abbadessa del monastero di S. Stefano di Manciano (solvente pro abbatissa monasterii S.Stephani de Manzano…). Né è possibile ipotizzare un errore di lettura o di trascrizione tra abbatissa e abbate poiché il giorno prima risulta annotato il versamento della decima di un’altra chiesa da parte di tale don Angelo, monaco del monastero di S. Stefano di Manciano, che pertanto avrebbe potuto versare anche la somma dovuta dall’abate del suo monastero. Ma il monastero all’epoca non era più autonomo perché dal 1318 era stato aggregato al monastero di Sassovivo e poi alla mensa vescovile di Spoleto e infatti non figura nei libri di esazione delle decime del 1333 -1334. L’argomento dovrebbe essere ulteriormente approfondito.
L’abside (27/3/1989)
Alcuni anziani raccontano che l’abside funge da rudimentale ma preciso orologio solare, infatti quando la linea che separa la zona illuminata dalla zona in ombra “spacca” la finestra è mezzogiorno. La notizia corrisponde a verità in quanto l’edificio è orientato, ma il fenomeno non è facilmente osservabile poiché l’abside è visibile sol da chi ci sta a ridosso, oppure sta sul colle ad est e molto più in alto tanto da poterla osservare al di sopra delle cime degli alberi, o quando questi sono spogli o, come di recente, nell’anno successivo al taglio del bosco. Inoltre, per la diffusione degli orologi, il fenomeno viene osservato solo per curiosità e non certo per utilità pratica.
L’isolamento del luogo, l’imponenza dei ruderi e le storie che si raccontano hanno dato origine alla credenza abbastanza diffusa dell’esistenza di un tesoro tra i ruderi degli edifici crollati. Spesso vi si possono osservare scavi recenti e quando in loco viene notato il passaggio di qualche studioso o di qualche curioso forestiero, vengono ripresi nuovi tentativi di ricerca.
La devozione a Santo Stefano, costantemente viva attraverso i secoli, ha conferma nell’uso frequente del nome Stefano tra gli abitanti di Manciano.
Tra i pochi documenti antichi che citano nomi propri, il primo che riporta uno Stefano da Manciano risale alla fine del ‘400. Fabrizia di Stefano, ebbe la famiglia decimata dalla pestilenza e le tre donne superstiti non riuscivano a seppellire i cadaveri dei loro congiunti. L’episodio, descritto in un rogito notarile, è ricordato anche in una bella tavoletta votiva conservata per secoli nel santuario della Madonna delle Lagrime e ora alla Raccolta d’Arte di S. Francesco.