Categoria: Storia

  • Famiglia Fratini

    Famiglia Fratini

    Personaggi della famiglia Fratini sono menzionati dai primi anni del XVII secolo in Visso.

    Alcuni soggetti si trasferirono a Trevi negli anni Venti dell’800. L’ultimo discendente maschile (Giacomo) è venuto a mancare nel 1894, mentre le tre sorelle si accasarono con le distinte famiglie Salmareggi, Camilli e Zucconi..1

    L’ing. Pietro Lorenzo Fratini, con pazienza e tenacia ha ricostruito una genealogia ragionata della famiglia consegnandone copia cartacea al Sindaco del Comune di Trevi perché venga conservata nell’archivio storico appena risistemato. Alla Pro Trevi ha trasmesso una copia PDF che riportiamo itegralmente.

    Nel ringraziare sentitamente l’Autore, ci viene da pensare a come sarebbe più facile e attendibile la ricerca storica locale – e non solo! – se almeno una famiglia su trenta potesse vantare una conoscenza dei proprio passato come la famiglia Fratini.

    Vai alla pagina LA CASATA PATRIZIA DEI FRATINI DI VISSO

    198

    Ritorna alla Ritorna alla pagina Antiche Famiglie e STEMMI

    Note 1) – Augusto Zucconi era direttore dell’editrice romana Desclée e forse non è casuale che con tale editrice Tommaso Valenti abbia pubblicato il suo più corposo volume ( La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime).

  • Stemmi di antiche famiglie

    Stemmi di antiche famiglie

    Galleria delle Famiglie e degli Uomini Illustri

    Primo tentativo di elenco degli stemmi reperibili in Trevi

    Elenco alfabetico

    vedi anche: Stemmi delle famiglie di MONTEFALCO

    Famiglia

    stemma

    Amici

    Anzerini

    Approvati

    Armandi

    Arroni

    Bartolini

    Bovarini

    Brunamonti

    Carrara Rodiani

    Celi

    Centamori

    Cesqui

    Ciccaglia

    Citeroni

    Cristallini

    D’Andrea di Napoli

    De Angelis

    Della Genga

    Fausti

    Fratini di Visso

    Gentili

    Giraferro

    Giri di Osimo

    Guzzoni

    Lambardi

    Leli

    Lucarini

    Luzi

    Manenti (Menenti di Anagni)

    Mannarini

    Mansueti

    Marignoli

    Mazzieri

    Meloni di Ancona

    Natalucci

    Origo

    Paccinelli di Arezzo

    Paglioni

    Palazzi

    Palmucci

    Paolelli

    Parriani

    Passerini

    Petrelli

    Petroni

    Piccini

    Piccini di Todi

    Plini di Spoleto

    Riccardi

    Ricci

    Rosati

    Salvi

    Talianini

    Toni

    Ubaldi

    Valenti (Alfonso)

    Valenti (Giovan Battista)

    Valenti di Riosecco

    Valentini-Arredi

    Venturini

    Veri

    Vici di Rimini

    Altri stemmi reperibili in Trevi. Generalmente stemmi di papi o cardinali e di vescovi della diocesi,
    o di famiglie forestiere, o di altre Comunità.
    Nella colonna a destra sono elencati stemmi sconosciuti.

    Famiglia o Ente

    Comune di Sellano

    Fraz. di Montesanto

    Bardi

    Maurizi di Tolentino

    Senzasono

    di Norcia

    Campelli
    o di Campello

    ?

    Papi

    Clemente VIII

    Aldobrandini

    Pio VI

    Braschi

    Gregorio XIII
    Boncompagni

    Pio IX
    Mastai Ferretti

    Leone XIII
    Pecci

    Ignota1

    Ignota 2

    Ignota 3

    Ignota 4

    Ignota 5

    Ignota 6

    Ignota 7

    Ignota8

    Ritorna alla

    01Y

  • Famiglia Palmucci

    Famiglia Palmucci

    La famiglia Palmucci era originaria dalla balìa di S. Angelo, ora Cannaiola, ove possedeva molti beni e anche dopo trasferita a Trevi, (vedi Casa Palmucci, in Via Fantosati) veniva, come d’uso, registrata nel Catasto di quella balìa.

    Il vecchio patriarca Marco Palmucci così viene descritto dal Mugnoni “1484. Et par digno de grande memoria che Marco de Palmucio de età de appresso de novanta annj, vecchio et persona de grande statura che pare una maestà, capo de famiglia, che dixe lì che erano tanti in casa che volivano el mese octo some de grano per magnare, che omne anno montava some novantasey”.

    Fu contestabile generale nel 1459, deputato pubblico al nuovo Monte di Pietà (uno dei primi Monti in assoluto) nel 1469 e deputato pubblico al disseccamento dei paduli, nel 1477.

    Stemma della Famiglia Palmucci

    Trevi – Casa Palmucci – stemma-

    (inedito -Foto 7/99)

    Nel cartiglio: “RAYMVNDVS PALMVTIVS”

    Tommaso risulta tra i deputati per trattare la pace con Spoleto in merito alla secolare disputa del Castello di S. Giovanni, costruito dai Lambardi di Trevi e dovuto cedere definitivamente a Spoleto nei primi del 1500. Fino all’ultimo i Trevani hanno cercato di contrastare questo passaggio sanzionato anche dal Governo centrale e Tommaso Palmucci fece parte della delegazione inviata alle esasperanti trattative come rappresentante del “terziere del Piano”.

    Francesco, dottore, figlio di Emiliano, deputato del comune nella Compagnia della Misericordia (1570) risulta essere capo famiglia nel 1573, come suo fratello Rinaldo e pertanto all’epoca probabilmente esisteva un’altra casa Palmucci.

    Raimondo, dottore, forse pronipote di quel Raimondo ricordato sulla facciata della casa, fu attivo nella prima metà del Seicento; risulta deceduto prima del 1662.

    Mons. Emiliano, figlio del suddetto Raimondo, scrisse un dramma sulla passione di sant’Emiliano, primo vescovo e patrono di Trevi. Ebbe molti incarichi governativi in vari luoghi. Con la sua morte (1684) si estinse la famiglia, almeno nel ramo principale poiché, come detto sopra, esistevano altri rami cadetti.

    Infatti nel 1722 la cappella di S. Venanzo nella chiesa di S. Biagio della Fratta (allora castello di Trevi, ora frazione di Montefalco) risultava ancora jus patronato della famiglia Palmucci.

    A ulteriore dimostrazione del notevole rango della famiglia c’è da ricordare i vari matrimoni contratti da suoi membri con altrettanti soggetti delle più illustri famiglie trevane quali i Petroni, i Ricci e i Valenti.

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    302

  • Famiglia Valenti

    Famiglia Valenti

    (in elaborazione)

    Stemmi della famiglia Valenti ( Stemmi delle famiglie patrizie, 1787 – Trevi, Archivio Comunale) (foto 1996).1

    Famiglia Alfonso e Pio Valenti

    Famiglia Giovan Battista Valenti

    Famiglia Valenti di Riosecco

    La più illustre famiglia di Trevi e una delle pochissime perpetuatesi fino ai giorni nostri.

    É anche la più nota e importante

    poiché negli ultimi otto secoli moltissimi suoi membri hanno avuto incarichi pubblici di rilievo in Trevi, nello Stato della Chiesa e altrove.

    Tra i suoi membri si distinsero nei vari secoli:

    Valente Valenti (XIV sec.) magistrato. Lunga iscrizione sulla sua

    tomba in S. Francesco

    Natimbene Valenti (XV sec.), riformò gli Statuti di Trevi e di Roma.

    Benedetto Valenti (XV-XVI sec.). Collezionista di arte e oggetti antichi. Antiquitates Valentinae il primo catalogo d’arte a stampa, pubblicato proprio per illustrare la sua collezione.

    Romolo Valenti, (XVI sec.) vescovo di Conversano. Partecipò attivamente al Concilio di Trento

    .

    Monumento sepolcrale

    nella chiesa delle Lacrime.

    Fausto Valenti, (XVI) protomedico in Roma.Costruì la bella

    Villa Faustana

    e l

    ‘altare della Trinità

    in S. Emiliano

    Erminio Valenti, cardinale

    Alessandro Valenti

    , primo Conte di Rivosecco

    Ludovico Valenti

    , nominato cardinale nel 1759, vescovo di Rimini dal 1759 al 1763 (Vedi:

    Ritratto nel museo di Borghi

    )

    Tommaso Valemti, a cui è intitolata la scuola in Trevi, autorevole studioso di storia locale.

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Y01

    Note

    1

    – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n 19

    ), Perugia, 2005, p. 337

  • Francesco Francesconi – Vita e Opere

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    La vita e le opere

    (Don Giuseppe Agostini.1 , Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo
    e Cittadino Benemerito.
    Foligno, Tip. S. Carlo, 1892, in 8, pagg. 44)

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
    Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori materiali e gli accenti secondo la grafia moderna. Si sono lasciati inalterati tutti gli arcaismi tipici del testo ottocentesco.

    É stata uniformata la grafia del cognome Tommaseo. Nel testo originale è scritto Tommasseo (16 volte) e Tommaseo (9 volte)

    FRANCESCO FRANCESCONI nacque nel Marzo del 1823, nella villa del Casco delle acque nel comune di Trevi.

    A nove anni entrò alunno nel collegio convitto Lucarini dove, in quel tempo, era rettore il Bonacci dottor Fausto di Recanati.

    Vi studiò grammatica, umanità, retorica ed eloquenza, riportando in ogni classe, a fin d’anno, il primo premio, come d’attestati del rettore, dei professori, del prefetto degli studi di quell’istituto.

    Da Trevi, andò a compier gli studi a Perugia, dove lo chiamava, e lo faceva prefetto nel collegio della Sapienza, lo stesso Bonacci,che allora ne teneva la direzione, dopo aver questi con insistenti preghiere ottenuto dalla famiglia il consenso, prima ripetutamente negato, di far proseguire gli studi al giovane Francesco, che dava a sperar tanto di sé.

    E là, studiava contemporaneamente le scienze filosofiche e le lingue antiche e moderne; il greco, il francese il tedesco, l’inglese. La lingua francese parlò con possesso e con garbo, le altre; non ebbe occasione di coltivare se non di rado e nei primi anni di gioventù.

    A 23 anni, era. già laureato, a pieni voti, in filosofia e matematica, in diritto civile e canonico, in teologia e sacra scrittura e incominciava gli studi archeologici, nei quali riuscì poi peritissimo.

    <4> Nel 1847 veniva nominato professore di filosofia a Perugia nella Sapienza, a Spoleto nel Seminario, a Spello nel convitto Rosi. Dové obbedire, naturalmente, alla chiamata del suo ordinario, Mons. Sabbioni, Arcivescovo di Spoleto, perché vestiva ancora da chierico; e al Sabbioni, che richiedeva dal rettore della Sapienza l’attestato di buoni costumi del futuro professore del suo seminario, il Bonacci rispondeva così: “Quando, per altre nostre lettere, è chiaro che fu fatto ogni sforzo per ritenere più lungamente quel maestro dotto, premuroso, edificante, parrebbe non bisognare un certificato distinto de bonis moribus. “

    Sotto questi auspici, il Francesconi i entrava nella sua vita publica, che, per diversi periodi di tempo, per le varie manifestazioni del suo ingegno e della sua attività, lo presenta alla nostra ammirazione or politico, or filosofo, or cittadino benemerito.

    I

    Incominciamo a seguire il Francesconi nei movimenti del 48, quando una febbre di patriottismo e d’innovazioni pervadeva e teneva in fermento tutta l’Italia.

    Non ci tratterremo a dettagliare certe notizie particolari del nostro amico, ma che entrano nel gran movimento politico di quei tempi, perché sono sconosciute a tutti, e con lunghe e minuziose ricerche, si son potute raccogliere su frammenti di memorie e di lettere, lasciate dal Francesconi, e tenute, con modestia. senza esempio, nascoste, finché visse, anche ai parenti. Premettiamo intanto che il nome suo anderà sempre unito a quello del Rosmini.

    Fra i grandi progetti di riforme; Roma,e il Piemonte invocavano l’opera intelligente, sinceramente patriottica dell’abate Rosmini. Il cardinal Soglia e il Castracane lo pregavano con insistenza di recarsi a Roma, dove, col suo consiglio, avrebbe potuto giovar non poco all’indirizzo del governo, nelle critiche circostanze politiche e religiose, in cui si trovava il Pontefice(l). E siccome egli, per due volte, rispose che non

    ____________

    (l) Lettere di C. Galiardi (19 Aprile, 22 Maggio, 19 Luglio 1848) all’abate Rosmini.

    <5> sarebbe andato, finché non ne avesse avuto invito formale dal S. Padre, mentre a Stresa, dove si trovava, sentiva di poter svolgere la sua operosità a far del bene, (1) lo stesso Castracane lo consultava sul suo parere, riguardo alla promulgazione di uno statuto civile. E fu allora che stampò, a Milano, il suo progetto di costituzione, che, come si sa, arrivò troppo tardi.

    Intanto il Francesconi faceva stampare a Perugia, dal Bartelli, le cinque piaghe della Chiesa del Rosmini, e vi aggiungeva le due famose lettere sulle elezioni vescovili, che,questi stesso gli aveva mandato: qualcuno, e tra gli altri il prof. Francesco Paoli, asserì che le due lettere vennero fuori all’insaputa dell’autore e dei suoi compagni: ma che invece il Rosmini, specialmente a quei tempi, si servisse, per la propaganda, dell’opera dei suoi amici, basta leggere le ultime parole del libro, che abbiamo accennato. “Quest’opera incominciata nel 1832 e compita nell’anno seguente, dormiva nello studiolo dell’autore, affatto dimentica, non parendo i tempi propizi… Ma or si ricorda l’autore di queste carte abbandonate, né dubita più di affidarle nelle mani di quegli amici, che con esso lui dividevano in passato il dolore e al presente le più liete speranze.”

    A ciò si aggiunga che le lettere erano in mano del Francesconi e che questi era di carattere e di educazione così squisitamente gentile, da non prendersi davvero la libertà di darle alle stampe, senza il consenso, e, forse, senza il consiglio dell’autore.

    Il libro delle cinque piaghe, come è noto, fu condannato dalla Chiesa con decreto del 30 Maggio 1849 e il Rosmini lo ritrattò; ciò però non vuoi dire che esso (se le parole già riferite non lo provassero abbastanza) non conoscesse benissimo,come avvenne tant’anni dopo dei Bonomelli e del Curci, che per certo l’opera sua non avrebbe incontrata l’approvazione di Roma. Il difficile dunque era di farlo ricapitare a Pio IX. Fra il nuovo Pontefice e il filosofo Roveretano passavano delle relazioni molto benevoli; né il Rosmini certamente era quello,che avesse voluto affrontarne direttamente la riprovazione. D’altra parte, voleva che il libro fosse letto diffusamente,

    (1) Lett. da Milano 30 Aprile 1848.

    <6> ritenendolo opportuno per i tempi che,correvano e, per le idee, che propagava. Checché ne sarebbe poi avvenuto, poco gli dava a pensare: per ora era necessario di guadagnar tempo per fargli largo e diffonderlo. Tutto era lì, che il Papa non ne prendesse sospetto, e il libro passasse, in tanto tramestio di affari, come una novità qualunque e null’altro. Il Rosmini in un tratto delle cinque piaghe faceva allusione alle nuove e felici speranze, che il nuovo Pontefice faceva nascere, negl’Italiani.: allusione, che, forse nell’intenzione dell’autore gli avrebbe cattivato F animo del Mastai, e avrebbe in qualche modo giustificato il suo ardimento, con farlo parere, almeno, di buona fede. Era dunque assolutamente necessario trovar persona, che avesse, con abilità diplomatica presentato il libro a Pio IX. Notiamo intanto che il Galiardi si trovava, come procuratore generale di Rosmini,a Roma, ed era in tanta intimità con la corte pontificia, che per suo mezzo venivano trasmessi a Stresa, le approvazioni, i desideri, i voleri del S. Padre e dei cardinali. Nessuno perciò, meglio di lui; avrebbe potuto assumere i delicato incarico.

    .Eppure toccò al Francesconi d togliere d’imbarazzo il Rosmini. Egli intimo della corte, seppe abilmente cogliere, il momento opportuno, e un giorno, che si trovava a conversare con Pio IX insieme con Mons. Stella, passò, quasi furtivamente,il libro delle cinque piaghe nelle mani di monsignore, ma con sotterfugio così poco celato che Pio IX se ne avvide e disse, come era da aspettarsi, “che libro abbiamo?” e il Francesconi, che non desiderava di meglio, rispose “è un’opera nuova del Rosmini, molto opportuna, io credo, pei tempi nostri”. E il Papa, toltolo di mano a monsignore, “va bene, disse, voglio leggerla prima io” e si ritirò nel suo gabinetto. Quando poi il Gagliardi, dopo qualche giorno, si presentò al Papa per offrigli il libro a nome di Rosmini, scusandosi del ritardo, che gli aveva cagionato il legatore, “ma state tranquillo, rispose Pio IX, l’abbiamo già letto”.(1)

    E sempre a proposito delle cinque piaghe, non va dimenticata un’altra circostanza, che rivela quanto stesse a cuore

    (1) Aneddoto, che racconta il rosminiano prof. Francesco Paoli – Annotazioni manoscritte del Francesconi sul margine del libro stesso del Paoli.

    <7> al Francesconi di conciliare al Rosmini le simpatie degli uomini dotti, allora più in voga in Italia, per il trionfo de suo programma politico, che era ugualmente il programma del Francesconi. Egli sapeva che il Gioberti e il Mamiani, divenuti necessari per quei momenti, erano avversari cordiali dell’abate Rosmini non già solo a motivo della diversità dei principi filosofici, che professavano, ma perché ormai nessuno contrastava più al roveretano il primato in filosofia. Per raccoglier le forze a uno stesso scopo, bisognava pacificare quegli animi e ridurli se non amici sinceri, toglier via di mezzo almeno l’antipatia personale. Il Francesconi, più che amico, intimo del Tommaseo, si adoperò insieme con lui a conciliar tra loro i tre grandi uomini, che erano allora la vita d’Italia, lasciando sempre libero il campo alle libere disquisizioni scientifiche. Il buon Tommaseo, nella prima parte dei suoi studi critici, dopo di aver rilevato gli accordi e i disaccordi dei due sistemi, del Gioberti e del Rosmini, conchiude così: ” Amo il Rosmini come raggio di luce più che umana, che illuminò la mia giovinezza, ma ed il Gioberti amo, e rammento i colloqui dell’esilio, e gli esempi della sua schietta virtù. Rammenti anch’egli quelle ore, che forse ne attingerà qualche senso d’indulgenza e di pace. Che se le ire e i dispregi gli abbondano, in me li volga; ma rispetti il nome, che egli chiamò venerabile, cui certamente, se conoscesse, amerebbe. S’amino entrambi, e perdonino, da uomo tanto minore di virtù e di dottrina, l’audace consiglio. S’amino e con forze unite, concorrano ad ampliare il retaggio della generazione avvenire. Io non son degno d’impetrare da tali anime un sagrificio, ma dalla generosità loro innata lo spero. E se l’ottengo, avrò spesa non vanamente la mia vita”.(1) E come il Tommaseo con la sua dolce parola si provava a riconciliare Gioberti con Rosmini, il Francesconi si adoperò di riconciliargli Mamiani. Il filosofo pesarese stigmatizzò nelle opere sue il filosofo di Rovereto, e, qualche volta, fu poco nobile.

    Nel Rinnovamento della filosofia antica italiana lo accumuna coi soggettivisti, perché gli nega che la percezione universale dell’essere possa, col suo sistema, essere astratta dai

    (1) Pag. 214, Venezia 1843.

    <8> reali conosciuti per esperienza. Obiezione, che non ha luogo, perché l’idea dell’essere, secondo il Rosmini, e innata non acquisita. Lo combatte nelle sei lettere all’abate Rosmini, alle quali questi neppur rispose. Senza entrare in merito della questione, che qui sarebbe un fuor d’opera, e certo che il Mamiani aveva studiato o inteso poco il Rosmini, e lo muoveva a oppugnarlo forse più la rinomanza di lui, che la convinzione di dottrine opposte; e fu allora che il Francesconi tentò di affrontare l’ardente filosofo per intendersi con lui, per discutere e ridurlo avversario almeno più coscienzioso. Gli si presentò col pretesto di offrirgli le cinque piaghe a nome dell’autore. Il mezzo termine non poteva esser meglio trovato. Era il combattuto Rosmini, che in quei momenti di ebrezza politica, mandava in regalo da un cavaliere così compito e così abile ad accattivarsi l’animo altrui, come Francesconi, un libro palpitante di attualità, a Terenzio Mamiani, all’avversario suo, in senso di stima e di affetto. Le prime parole del Mamiani al Francesconi furono queste “oh, che il Rosmini si ricorda di me? Ma me lo ringrazi, io leggerò il libro con piacere, come leggo tutte le opere del grande filosofo”. Il colpo era riuscito, e il Francesconi poté riportare al Rosmini la lieta novella che Terenzio lo stimava e lo amava!(1). Difatti, quando dopo parecchi anni, il Mamiani pubblicava le Confessioni di un metafisico,ebbe per il suo antico avversario queste gentili parole “alla quale (cioè alla dottrina platonica) confesso altresì molto volentieri di avermi sospinto con la vigorezza del suo confutare, coi suoi colpi spietati ma giusti, il sommo e, santo filosofo A. Rosmini” (vol. 1. p.55). E ciò basti per intendere quali relazioni passavano tra il Francesconi e il Rosmini, e quali intelligenze politiche.

    Quando s’incomincio a discutere il progetto della Confederazione italiana tra Roma, Firenze, e Torino, dalla corte di Piemonte si opponevano difficoltà sul luogo da scegliersi, come sede della negoziazione. Prevalse l’idea di Roma per deferenza al Pontefice, e Rosmini fu scelto dal ministero di Torino a rappresentare gl’interessi della corte sabauda presso la S. Sede.

    (1) Quest’aneddoto ho sentito più di una volta raccontare dal Francesconi.

    <9> E qui io mi permetto di fare un’osservazione. Chi invitava il Rosmini ad assumere la grave e delicata missione, era il Gioberti, intermediario lo Sciolla: e fu Gioberti, che persuase gli altri. ministri a dare larghissime facoltà al suo avversario, quando impensieritisi per l’autorità troppo larga e per le condizioni troppo indeterminate, che esso chiedeva, restarono in forse di affidargli il mandato. La condotta del Gioberti, ora, dopo tanti avvenimenti, ci da a pensare. Qual’era lo scopo, che riconciliava, in un momento, questi due terribili antagonisti? Si meditava di stabilire il fondamento dell’armonia o della separazione della Chiesa dallo stato? É un semplice quesito, che propongo al lettore, perché s’interessi di studiare i fatti del passato alla luce degli avvenimenti, che si son venuti svolgendo fino ai giorni nostri.

    Il Rosmini giungeva a Roma il 15 di Agosto, e il 17 ebbe udienza dal S. Padre, a cui presentò le lettere autografe di Carlo Alberto. Il Francesconi, conosciuta la missione del Rosmini, caldissimo fautore anche lui della confederazione, gli volle esser compagno, e cooperò con tutta la sua ardente attività, perché trionfasse l’idea di questa soluzione pacifica, che avrebbe risparmiato tante lagrime e tanto sangue! E fu appunto allora, che strinse vincoli di più intima amicizia col P. Gavazzi, al quale con un’eloquenza spesso piazzaiola e con mimica teatrale eccitava allora gli entusiasmi per quel Pio IX, (1) che poco dopo avrebbe maledetto (2). Ed è curioso il caso, che incontrò il Francesconi, quando riportando in convento gli abiti del Gavazzi, che si era sfratato per vestire la camicia rossa di Garibaldi, passò pericolo d’esser bastonato dal laico portinaio, credutosi offeso, come d’un insulto, dall’atto e dalle parole ingenue e quasi festose del Francesconi, che gli disse semplicemente “ecco che cosa vi riporto di P. Gavazzi.” E mentre il Rosmini apriva nel palazzo Albani le sue conferenze ( 26 Agosto 48) sulla confederazione, il Francesconi ne propagava le idee con lo scritto e con la parola. Ecco raccolto in poche parole il loro programma.

    (1) Vedi Il genetliaco di Pio XI discorso recitato nel duomo di Senigallia: è così meschino e rettorico, che fa pensare melanconicamente allo facilità degli applausi, quando il popolo è ubriaco,

    (2)Marco Monnier – Napoli eretica e panteistica.

    <10> “Una confederazione perpetua veniva stabilita fra gli stati della Chiesa, del re di Sardegna, del granduca di Toscana a guarentire per unità d’azione e di forze i territori, e curare lo sviluppo progressivo e pacifico delle libere istituzioni accordate e della prosperità nazionale. Il Papa avrebbe in perpetuo la presidenza della lega. Radunerebbesi ben tosto, in Roma, un congresso preliminare eletto dalla potestà legislativa degli stati federali, a stabilire la costituzione federale sulle basi seguenti. La dieta intanto risiederebbe in Roma con mandato di dichiarare la guerra e la pace: di stabilire i contingenti per l’esercito federale e garantire la comune tranquillità interna e l’indipendenza esterna; di regolare uniformemente le dogane, le monete, i pesi, le misure, le leggi civili ecriminali, gli ordinamenti militari: di stipulare trattati marittimi e di commercio con le altre nazioni, di ordinare e dirigere d’accordo coi governi degli stati federali le imprese vantaggiose alla nazione. Alla dieta spettava di vegliare alla stabile concordia dei governi italiani, dovendo esistere nel seno di essa una mediazione perenne per tutte le controversie, che tra loro Potessero insorgere …”(1). Ma pur troppo il progetto della confederazione, che avrebbe risoluti, fin da quasi mezzo secolo, tanti problemi di questioni vitali, che oggi con più imperiosa necessità s’impongono, né accennano a risolversi, non si volle far riuscire; non già per colpa di Pio IX, come volgarmente si crede, ma per bieche mire del ministero di Torino, che dal Perrone, con lettera riservata, fece sapere a Rosmini: ormai non esser più tempo di pensare ad altra confederazione, che non fosse di guerra (2).

    Un altro illustre italiano, Massimo d’Azeglio, propugnava valorosamente la causa della confederazione, il quale esiliato dal governo toscano, per la pubblicazione dei casi di Romagna, lanciava tra il vortice delle passioni politiche quelle lettere e quegli opuscoli, che accendevano gli animi e tenevano in fermento principi e sudditi. Tali sono la Lettera al prof. Orioli – il programma per la formazione di un’opinione nazionale – i lutti di Lombardia. E il D’Azeglio

    _______________

    (1) Nicomede Bianchi – Storia della diplomazia: vol. IV (1848–50)

    (2) – Dispaccio riservatissimo di Ettore Perrone all’abate Rosmini.

    <11>trovava nel Francesconi l’amico fedele, che gli faceva la propaganda con abilità sicura e rapida non solo nelle città dell’Umbria, ma per lo stato pontificio, giovandosi dell’opera discreta e intelligente di provati amici (1). Ed è osservazione degna di nota che né il Tommaseo, né il D’Azeglio, né il Francesconi patrioti sinceri, intelligenti e attivissimi vollero mai appartenere a società segrete. É famosa la risposta del d’Azeglio a chi gliene faceva la proposta. Questa libertà di azione, fuori di qualunque legame, reso ormai turpissimo dalla massoneria, dimostra la vera indipendenza di carattere di fronte a mestatori e a male intenzionati, che, nel santo nome dalla libertà, legano al capriccio di sconosciuti capi, intelligenze, azioni e sostanze.

    Ora da Roma trasportiamoci a Venezia: là il sentimento comune era la rivendicazione della libertà. Reggevano le cose pubbliche Mannin e Nicolò Tommaseo, il quale ultimo preferiva all’unione col Piemonte una repubblica indipendente. Il dall’Ongaro dice che anche le donne di Castello e di S. Marta andavano gridando “Nu no volemo altri che el nostro Mannin, che el nostro Tommaseo”(2). Tutti i piccoli stati stavano alla vedetta per intendersi a un cenno, per camminare d’accordo, e riuscire insieme a un medesimo risultato. Il Francesconi, intimo del Tommaseo, lo informava di tutto quanto accadeva a Roma, e questi lo confortava ad aiutarlo per la causa di Venezia con la penna e col denaro, Venezia, la donna affranta e troppo pigra delle lagune, alzava la voce a tutta l’Italia.

    “Molte prove, in breve intervallo, hanno già dato di coraggio gl’italiani: molte d’affetto fraterno, molti sagrifici generosi hanno fatti; ma ancora non basta. Le provincie venete, sulle quali ora pesa la crudel guerra, chiedono aiuto d’armi con cui combattere; di denaro, con cui sostenere le quotidiane necessità; lo chieggono pronto, o italiani, lo chieggono generoso. E noi da queste lagune, dove la forza nemica rinserra i nostri movimenti, non i pensieri e gli affetti; noi, che per la salvezza delle provincie, abbiamo dato, finché si poteva, oltre a quello che si poteva, da queste lagune, antico nido della libertà,

    (1) Dal carteggio del Francesconi.

    (2) Documenti della guerra santa – dall’Ongaro.

    <12>alziamo un grido ai fratelli e chiamiamo aiuto. E non avrebbe fede nell’Italia chi dubitasse che in nostro grido non abbia a commuovere tutti gl’italiani, nell’anima. Ai governanti chiediamo che facciano quanto in lor potere a pro nostro, alla nazione chiediamo qualche elemosina, e si può chiedere con fronte sicura. Tutto può un popolo,che vuole davvero. Eleggasi in ciascuna città una commissione, che raccolga le offerte e a Venezia sicuramente le invii. Tutti abbiamo parte in questo tributo d’amore e di libertà, dia ciascuno il suo centesimo alla madre, che benedice e ringrazia, che il più all’inimico crudele, che godrebbe di strisciarne il trafitto capo di lei nella polve e nel sangue.” Queste parole facevano il giro d’Italia e promuovevano prodigi di generosità.

    Il Francesconi intanto riceveva lettere private dal Tommaseo (1) con le quali, come abbiamo accennato di sopra, lo pregava, lo scongiurava di scrivere e di raccoglier denaro per la causa di Venezia. E fu in questa circostanza, che il Francesconi col pericolo di essere arrestato e fucilato, andò fin là, a portare non lievi soccorsi al pietoso amico.

    Non abbiam potuto raccogliere, né dal carteggio, né da altri indizi quando e come cominciassero le relazioni del Francesconi col Tommaseo, ci resta però un prezioso manoscritto, dove il Francesconi riferisce, accennando due lunghi colloqui, che ebbe con l’illustre filosofo e letterato a Firenze, il 16 e il 18 di Luglio del 1846, s che sono un riassunto di notizie molto interessanti. Li riproduco letteralmente.

    “Firenze,16 luglio 1846,

    “Nella mattina, prima di recarmi letteratura e filosofia:di filosofi letterati e politici: di speranze più o meno lusinghiere: della tolleranza dei credenti, della alla galleria Pitti, per ponte S. Trinita, m’inviai lungo il Maggio: giunsi al palazzo Ridolfi, che sta al N. 97 e passai a visitare il sig. Tommaseo. Con esso mi trattenni circa un’ora e mezzo: si discorse di molte e varie cose; di politica, intolleranza dei non

    (1) Le lettere del Tommaseo al Francesconi sono scritte in brani di carta grossolana, come è permesso soltanto di fare a persone, che han tra di loro strettissima confidenza.

    <13> credenti. –Di Pio IX, sua vita nel 31, sue nobili qualità, – Della grandezza del Rosmini e del principio di proprietà in diritto, in cui si scorge il signorotto trentino, che scrive. – Della generosità del Gioberti e di avere amicati i liberali al cattolicismo; degli errori presi per aver dato ascolto a chi calunnie gli scriveva dei tatti dei suoi rivali e particolarmente di Rosmini: dei gesuiti, cui si dà troppa importanza, come suol farsi (1). – Fanciullezza del Gioberti nello scrivere al Leopardi malato e disperato che il Tommaseo non lo stimava gran poeta (2), perché il poeta non può esser negativo come sono gli scettici; dello sgraziato sarcasmo, onde il Gioberti, in Parigi, pungeva il Tommaseo nel 34, che sosteneva potere Iddio far miracoli, per la ragione nulla che le leggi sono immutabili, rivolto ora contro chi tiene adesso la sua antica opinione: della nullità filosofica del Gioberti, osservazioni senza prova, stranezze, assurdi in filosofia, filologia: magrezza di erudizione storica ed ostentazione: villania nei trattar Rosmini: troppa stima ingiusta e dannosa a Leopardi piccolezza nel non voler dir messa per non chieder licenza al Vescovo di Brusselle: generoso rifiuto delle sovvenzioni di Carlo Alberto. Bella gloria per i compatriotti il mantenerlo a loro spese, ora che per incomodi di petto ha dovuto abbandonare la cattedra, – Il cambiamento delle opinioni; universali e della corte romana, appena fatto il nuovo Papa, è indizio di virtù soprannaturale, – Dei pregi e dei difetti dello stile del Giordani, della sua nullità in filosofia e della sua bestemmia inserita nella prefazione del 2.° volume della sua opera, cioè Colui che prendesi più cura delle formiche che degli uomini: empia cosa specialmente perché non risultante da argomenti od altro, ma da sola perversità (3).

    (1) Il Francesconi, negli ultimi anni, aveva molto modificato queste sue opinioni, sull’importanza scientifica e sociale dei gesuiti.

    (2) Che veramente il Tommaseo non fosse appassionato ammiratore di Leopardi si può raccogliere anche da quanto disse di lui ne’suoi Studi critici. Parlando di un ammiratore esagerato dice: no, né vitupero a Byron né ammirazione a Leopardi:commiserazione ad entrambi (vol. l pag. 198 pag, 313 ivi)

    (3) Benissimo, e sarebbe tempo che questa celebrità scroccata del Giordani finisse con l’andar del tutto dimenticata, tanto più che oltre al non avere meriti intrinsici letterari, avvelenò, la sua parte, l’anima del povero Leopardi. Anche il Bonghi dice di lui che non ebbe punto vita nello stile e fu di poca levatura nei concetti (lettere critiche) e dico anche il Bonghi, che pure del Giordani fu tenerissimo.

    <14> Necessità del tempo larghissimo per cambiare una cosa specialmente politica. – finche il cattolicismo, sebbene conti 18 secoli di vita, ancora non sia tutto internato non solo nella pratica, ma neppure nella teorica delle arti e delle scienze, anzi adesso appena comincia, ed ha avversari un numero grandissimo (1). – Da questo si misuri il progresso di tutto quanto abbia a costare di tempo. – Operetta fatta ma non stampata dal Tommaseo di 140 proposizioni fondamentali del Primato del Gioberti la metà delle quali distrugge assolutamente l’altra metà. Non si publica, perché l’autore teme si possa credere essere effetto d’amor proprio e perché vede cadere a momenti ogni credito dei Gioberti e come di filosofo e come di politico – domandommi di Vermigliosi, cav; Anton Maria Ricci, Mezzanotte, Fabretti, Sebastiani, Pompili. – Io parlai di Bonacci etc, etc.”

    ” Idem 18 Luglio „

    “Nella mattina, alle ore 9, mi recai per la seconda volta dal Tommaseo, presentandogli in dono il Sistema filosofico, i Dialoghi il Sunto e la Direzione degli studi filosofici. Non voleva il dono, ma poi l’accettò. Si disse nuovamente del Rosmini;cui egli conobbe nell’università alla scuola del jus canonico e da cui ebbe soccorso di casa e vitto, quando si

    (1) É questa un’osservazione, che, non pardegna dei due pensatori. Prima di tutti il Cattolicismo non ha per fine le arti; quindi, se queste non si fossero pienamente. svolte nell’ambiente cattolico, la colpa sarebbe sempre delle singole intelligenze e dei governi, che hanno la missione diretta di promuoverle per il bene dei sudditi. Il Cattolicismo rispetta e seconda tutto ciò che è utile e onesto come sono le arti, le quali, per altro, perché non sono il suo fine, non possono stabilire il progresso o il regresso del suo essenziale sviluppo, costituito dalla fede e dalla morale. Poi nego recisamente l’asserzione, giacché la storia è la prova che tutti o quasi i più celebri monumenti artistici di 18 secoli furono o ispirati o creati dall’influenza del cristianesimo. – Riguardo poi alle scienze, la questione é del tutto diversa. Se certe scienze, o per dir meglio, certi sistemi di scienza si ribellano al Cattolicismo, non é certo questo, che si piegherà al capriccio degli innovatori, perché la verità è immutabile, né per conseguenza, gli sr potrà attribuire la colpa del contrasto o della opposizione. Se quelle progrediscono per la via ordinaria, con lo scopo esclusivo e sereno di scoprire il vero, non troveranno fautore più ardente e sincero del cattolicismo, che è l’espressione viva, tra noi, della verità soprannaturale; e siccome il vero naturale e soprannaturale sono ugualmente emanazione di Dio, non possono tra di loro ne’contradirsi, né combattersi, ma devono completarsi.

    <15> determinò di non tornare in Dalmazia. Fu di dolore al Rosmini quando il Tommaseo lasciò la sua casa, e l’afflizione del cuore non gli permise di trovarsi in paese quella mattina. Tratti di simile sentimento, spessi nel Rosmini, anche nelle opere, mai nel Gioberti, solo una volta in una sua opera, quando parla di chi ha riconosciuto il suo errore: esso professa di non aver cuore affatto per l’amicizia: prova ne è l’aver detto che Dio ha fatti tutti gli uomini venerandi e amabili, e non doverci perciò essere i più o meno amati. L’erudizione greca, indiana etc. etc, è falsa, perché egli di tali cose non ha studiato e perché gl’intendenti dicono al rovescio. É poverissimo, anzi è ignorante affatto di filologia. – Se la perde lunghissimamente in luoghi comuni, laddove il Rosmini pone sua cura nel trattar cose nuove – L’Antropologa è opera, che, anche dato nullo il principio ideologico, è sufficiente per le molte scoperte, per la immobilità del Rosmini. – Gioberti è pedante, ed è vergogna ad un prete la venerazione del bello greco. – Senza fondamento questa venerazione, perché il Gioberti mai l’ha visto e, anche vedutolo, non ha cuore da sentirlo. – Lezioni climateriche dell’università di Pisa in questi giorni, ove si trattò di grandi innovazioni da farsi, e un professore augurò al futuro congresso degli scienziati che il Papa avrebbe ad essi cantata la messa; meglio pel Papa non intrigarsene; perché si tratta con materialisti, e perciò non credenti. – Viltà d’Orioli nel dire al re di Napoli, dopo aver dette liberali parole, ma ancor bagnate le mani nel sangue dei Cosentini, che Giove aveva deposto le folgori, ed era venuto a vivere in società tra i mortali. – Cessò un tempo la corrispondenza tra Tommaseo e Rosmini, per l’opera sull’Italia, che a questi non piacque. Fine del Tommaseo in quell’opera si fu l’amicare i liberali con la religione, poiché il pensare dei liberali di allora si era di distruggere la religione per riuscir nell’intento. Per far questo bene alla società, non curò le pene dell’esilio, cui prese volontariamente recandosi a pubblicare il suo libro a Parigi: il titolo del libro fu l‘Italia, e per introdurlo; opuscoli inediti del Savonarola – L’idea bella del Gioberti di unificare la religione col liberalismo fu qui prima trattata. – Il Tommaseo ritornò dall’esilio quando l’imperatore dié l’amnistia, non essendo il ritorno a vili condizioni. La sua età é di anni 43 del Rosmini di anni 47, del Gioberti

    <16> 46 circa. Rosmini in Roma, il 29 conobbe i Gesuiti. – É impossibile fare un sunto ragionato dell’opera l’Introduzione, tanto è confusa e mancante di ragionamento. Risposi averlo tentato il Mamiani ed esserne risultato totale mancanza di prove e tutta fondarsi su di una petizion di principio. – L’Orioli non è materialista, non sa neanch’esso cosa si sia, è una bella e chiara mente, un’amabile persona, ma non ha portato oltre di un passo alcuna scienza. – Il papa in Civitavecchia fu invitato a fare una corsa in mare, ed il Console Corso, che lo ha raccontato a Tommaseo, si offerse a fare allestire un vapore. Il Papa gli disse volete forse portarmi a Marsiglia?” , Cui il Corso; “là troverebbe 23 Milioni di popolo a Lei più devoto degli altri”. Allora il Papa accortosi della sua coglioneria, cangiò discorso e disse: w Per esser corso, parlate assai bene l’italiano”…

    Fin qui il Manoscritto,

    Anche col P. Ventura ebbe il Francesconi amichevoli relazioni per politici intendimenti, e di lui possedeva un giudizio manoscritto diretto a Gioberti sul Gesuita moderno, che, per quanto io mi sappia, è ancora inedito. Il manoscritto è prezioso nel senso, che rivela, forse più apertamente di quanto si creda, come la pensava in quei tempi il patriota Teatino e quanto più plausibile fu poi il suo ravvedimento. Vedremo in seguito che cosa costò al Francesconi quest’ammirazione troppo cieca per l’ardente siciliano.

    Intanto la sua attività pareva istancabile, quasi febbrile né si sa concepire come nel tempo stesso che dettava lezioni difficili e nuove dalla cattedra, organizzava nell’Umbria e altrove la scuola rosminiana, potesse seguire ed esser gran parte di tutti i movimenti politici, che tenevano in fermento l’Italia. E così ora come filosofo rappresentante di una scuola allora assai in voga, ora come politico, scriveva sui giornali più diffusi; nel Labaro, nel Nazionale, nel Costituuzionale, nell’Imparzialedi Faenza, nell’Osservatore Dorico di Ancona, nello Statuto di Firenze, nell’Utile dulci d’Imola, dove la censura gli sequestrò per due volte due studi, forse d’intonazione troppo politica, su Gioberti e Rosmini.

    E per seguire gli avvenimenti di quei torbidi giorni, essendo ormai fallita la speranza di una confederazione nazionale, e crescendo in Roma i pericoli per il Pontefice, Pio IX

    <17> fuggì a Gaeta. Il Rosmini lo seguì insieme col Montanari, e sebbene il parlamento di Torino gli avesse dato un voto di sfiducia, allegando l’imperizia di lui, come legato presso la S. Sede, per far rimanere occulti gli ordini dei Perrone, volle esser compagno di esilio al fuggiasco Pontefice, per confortarlo dei suoi consigli. E qui mi piace di riportare un brano di lettera dello stesso filosofo, diretta ai suoi di famiglia, nella quale racconta i particolari di quella fuga.

    “In Gaeta nessuno ancora aveva sospetto della partenza del Pontefice, che s’era tenuto più che mai occulto. Oh, se aveste veduto in che angusto e misero luogo abbiamo noi venerato il supremo pastore della Chiesa! Eppure è quello uno dei migliori alberghi di questa città. Era tranquillissimo ed in prospera salute, e non volle svelarsi prima che lo sapesse il re, a cui aveva mandato in qualità di corriere lo stesso conte di Spaur. Il generale, che comandava questa piazza, a cui fummo condotti dal Cardinale Antonelli travistito, e presso cui trovammo la Contessa di Spaur, ci domandava dov’era il Papa, che aveva sentito esser già fuggito, e noi tutti rispondemmo senza, dir nulla e senza mentire. Ma ecco due vapori da Napoli, che portano il re e la regina e due battaglioni; uno del primo reggimento granatieri della guardia reale, e uno del nono di linea; una forza di quasi duemila. Allora non fu più possibile che restasse occulto il grande avvenimento. Il re portò seco in un gran numero di casse tutto ciò che potesse occorrere al Pontefice con magnificenza reale; e mentre il Pontefice era qui venuto per andarsene in altro luogo, vinto dal filiale attaccamento, che gli mostrò il re, decise di qui fermarsi per alquanti giorni, dove è ospitato nel palazzo reale assai nobilmente. Sono qui gli ambasciatori delle principali potenze, e vanno e vengono continuamente cardinali. Noi non sappiamo ne quando qui si tratterà, né dove se ne anderà definitivamente, sappiamo solo che non lo abbandoneremo dovunque Ei vada…”

    Il Francesconi era al giorno di tutto, non solo per le relazioni col Rosmini, quanto anche per le molte e preziose conoscenze, che aveva in Roma, trovandosi di essere il confidente e l’intimo segretario del cardinale Antonelli. Questo breve periodo della vita del Francesconi ci rimane assai oscuro, ma da qualche sua espressione, che involontariamente

    <18> e assai di rado gli usciva dei fatti suoi, quasi come preso alla sprovvista, si può dedurre che già gli fossero noti gl’intrighi dell’Antonelli, e, spirito indipendente e onestamente dignitoso, quale egli era, non si peritò di manifestare al cardinale il suo disgusto. E questi, alla sua volta, allontanò da sé il censore importuno. Ecco quale attestato gli spediva a Perugia il Fausti, nel 1849, dopo la sua partenza da Roma. “Io sottorichiesto faccio testimonianza per la verità che il sig. Francesco Francesconi fu chiamato dall’Eminentissimo Antonelli per suo uditore e segretario nell’epoca che S. E. fu nominato Presidente della Consulta di stato e che lo servì nella qualifica suddetta per tutto il tempo, che durò la consulta stessa. Chiamato poi il prelodato Cardinale nella Segreteria di stato, cessò lo scopo per il quale aveva preso presso di sé il Francesconi, e dové per conseguenza ringraziarlo… – firmato Fausti“. É chiaro che questo motivo non fu che un pretesto; un Francesconi non poteva mai restare come inutile arnese ad Antonelli divenuto segretario di Stato; doveva riuscire invece più che mai necessaria l’opera di chi, alla consulta, gli era stato intimo. Un altro documento, che abbiamo in mano ce ne fornirebbe prove più convincenti, se ragioni di delicatezza, che riguardano una persona ancora vivente, non ci impedissero di pubblicarlo.

    Un carteggio segreto corso tra il Francesconi e il padre dello scrivente, mentre egli era addetto agli affari della corte pontificia, dimostra quanta parte prendeva ed era nel tempo stesso, nell’andamento politico, e come stesse ben addentro alle segrete cose.

    Intanto non si era potuto ancor sapere quale risoluzione avrebbe presa il Papa, se raffidarsi alla devozione de’ suoi sudditi o alla forza delle armi straniere. Fu allora che il Francesconi scrisse a Pio IX una lettera caldissima di affetto e di sentimento pietoso per gl’italiani, in cui lo pregava a tornare alla sua Roma, dove accomodate le vertenze, sarebbe accolto con gioia, se non voleva veder l’Europa levarsi in armi e sparger sangue innocente. Gli fa poi un’esposizione diffusa dello stato e delle condizioni politiche di Europa. Questa lettera fu presentata a1 Papa dall’abate Rosmini, che sosteneva col Francesconi la stessa tesi, contro il cardinale Antonelli, cioè il ritorno del Papa a Roma. Che ne dicesse Pio IX noi non sappiamo, ma

    <19> pur troppo sta il fatto che per la necessità delle vicende, tutte indipendenti dal gran cuore di Pio IX, si avverò quanto il Francesconi aveva predetto. Ci dispiace di non aver potuto trovare una copia esatta di questa lettera, che abbiamo semplicemente desunta da un breve cenno, che il Francesconi ne fa in un’autodifesa da lui sostenuta innanzi al cardinal Pecci allora vescovo di Perugia, ora Leone XIII, e a Mons. d’Andrea, per essere stato deposto, come vedremo poi, dalla Cattedra della Sapienza.

    Il Francesconi fu di carattere indipendente anche in fatto di politica; i suoi principi professò sempre con la coscienza della convinzione senza riguardi, senza paure, senza servilità, senza secondi fini, Per lui aver la convinzione di un ideale era Io stesso che mettersi nell’impegno di attuarlo con zelo e attività instancabili, era quindi naturale che non gli dovessero mancare dei fastidi per parte specialmente dell’autorità, a cui non potevano restare occulti il pensiero, le relazioni, gl’impegni del Francesconi.

    Fin dall’Agosto del 1847, l’arcivescovo di Spoleto, mons. Sabbioni, come suo legittimo superiore, lo chiamava dalla cattedra di filosofia della Sapienza di Perugia e lo nominava professore nel suo seminario. Il Francesconi, che vestiva ancora da chierico e non aveva forse assolutamente deposto il pensiero d’essere ordinato sacerdote, sebbene a malincuore, obbedì alla chiamata del suo ordinario, tanto più che ve lo invitavano anche le insistenze del rettore Guizzi suo ammiratore e le preghiere dello Speranza suo carissimo amico. Intanto, nell’ottobre, anche il municipio di Spoleto lo nominava professore di filosofia nel pubblico liceo, ma il Sabbioni non volle sanzionar quella nomina, diceva, per sue particolari ragioni. Il rifiuto offese il Francesconi, che parti subito da Spoleto, svestendo l’abito, e il popolo commosso e indignato per il fatto si ammutinò e fece una violenta e indecentissima dimostrazione fischiando e urlando sotto il palazzo dell’episcopio, frantumando a furia di sassi i vetri delle finestre, non senza minacciare nuovi e più gravi disordini. La notizia di questa sommossa fece il giro di parecchi giornali, che chiamavano il Francesconi responsabile del tumulto. (Vedi il Labaro, la Gazzetta di Modena, la Speranza e specialmente il Costituzionale).

    Egli, a Perugia, apprese dagli articoli di quei giornali la

    <20> selvaggia dimostrazione del popolo, che certamente non poté approvare: ma non dissimulò la sua indignazione per quell’acerba e forse ingiusta censura. Allora per mezzo del Gavazzi fece presentare una vivace protesta al ministro della Pubblica istruzione, a Roma, che qui trascrivo letteralmente.

    “Cittadino ministro, sig. Muzzarelli Roma – Francesco Francesconi professore della filosofia della storia nella Sapienza di Perugia reclama per ingiustizia ricevuta dall’Arcivescovo di Spoleto. La magistratura di quel paese nel p.p. Ottobre mi nominò maestro di filosofia e il Vescovo rifiutò alla nomina la sua sanzione. Ciò produsse le pubbliche dimostrazioni, che qui è inutile ripetere. Il rifiuto supponendo una colpa e portando con sé il disonore, io non posso acquietarmi al fatto, senza mancare ai miei doveri. E siccome il detto arcivescovo alle replicate istanze fatte dagli spoletini rispose non Potere assentire per istruzioni avute da cotesto ministero, e siccome io so non potervi esser ragioni da ciò, invoco che Ella tenga esame della cosa, e mi dia soddisfazione secondo giustizia. – Perugia, 30 Gennaio l849″. Nel tempo stesso mandò una focosa protesta anche al giornale, romano il Costituzionale, perché ritirasse le sue parole offensive, per avere, senza cognizione di causa, gettato il discredito sulla sua onestà, chiamandolo responsabile di quanto era avvenuto a Spoleto.

    Da quanto abbiamo raccontato si deducono due conseguenze, che dimostrano ugualmente l’importanza politica del Francesconi conosciuta anche a Spoleto: aver dato cioè occasione a un tumulto popolare per la sua partenza, dopo pochi mesi di sua dimora colà, e il sospetto in cui era tenuto dalle autorità locali, che in lui dovevano vedere un reazionario temibile.

    Ma prove ben più dolorose oltre le disillusioni politiche che lo rattristarono assai, gli erano riservate. E qui dobbiamo dir due parole sul collegio della Sapienza, dove si svolgono i fatti che verremo poi raccontando. Queste parole trascriviamo da una necrologia stampata, parecchi anni dopo, dallo stesso Francesconi nelle Letture di Famiglia, l’Aprile del l872, sui due illustri cittadini recanatesi don Fausto e Gratiliano Bonacci, l’uno zio e l’altro padre della celebre Maria Alinda Bonacci Brunamonti, gloria delle lettere italiane, la più geniale poetessa del nostro secolo.

    <21> “Per corrispondere alle idee progressive e liberali, che si andavano svolgendo, il Bonacci (1) propose e la superiorità accettò l’aumento di una cattedra per gli ultimi due anni di corso, che fu la filosofia della storia. Già negli anniprecedenti, i giovani di più estesa capacità, avevano avuta lezione sul progresso e sulle leggi, che lo governano: ma nel 1847–48, fu stabilita apposita cattedra, che, in più vasta orbita di cognizioni, mostrasse i fatti umani più disparati, connessi e tendenti all’attuazione della universale perfezione, Fu questa la prima cattedra di filosofia della storia impiantata in Italia. Così tutto fu armonizzato con l’entusiasmo, che era universale in quel tempo, e ciascuno si augurava il più lieto avvenire. Se non che le concepite speranze presto si dileguarono, e alle sperate prosperità successero realtà mai pensate. Dopo la sciagura di Novara, l’invasione tedesca in Perugia distrusse quanto aveva d’impronta di liberalismo ogni istituzione, e il collegio della sapienza fu una delle prime vittime destinate all’olocausto. Tre dei suoi insegnanti destituiti dal consiglio di censura: i professori di fisica, di filosofia della storia, e di filosofia razionale ,,

    Fin qui il Francesconi.

    Ora è da sapere che fra i tre professori destituiti si trovava anche lui. Da qualche suo scritto abbiamo potuto raccogliere che tre specialmente furono i capi d’accusa, che ne motivarono la destituzione – 1° l’aver commentato a scuola il famoso discorso del P. Ventura sui martiri di Vienna – 2° l’aver fatto parte, esserne stato anzi l’anima per qualche tempo, del circolo Popolare di Perugia – 3° l’aver proposta la demolizione della fortezza edificata da Paolo IV.

    (1) D. Fausto Bonacci allora rettore della Sapienza di Perugia, era stato nominato nei 1836, per via di concorso, rettore del collegio–convitto Lucarini di Trevi, dove si trattenne per parecchi anni, finché contrariato per le solite meschine antipatie e gelosie personali, rinunziò dignitosamente la direzione dei collegio di Trevi, e fu con grande aspettazione di tutta Perugia, nominato rettore della Sapienza. Si deve all’opera del Bonacci se il collegio poté esser trasportato dai locali del palazzo Lucarini (ora orfanatrofio e scuole femminili) all’ex convento di s. Francesco, dove tuttora si trova, non ostante le opposizioni di Mons. Mastai, allora arcivescovo di Spoleto, che di quel convento e della chiesa meditava di fare la nuova collegiata e le canoniche. E il trasloco di Mons, Mastai da Spoleto a Imola, si dové all’influenza del Bonacci, per mezzo del cardinal protettore.

    <22>Il discorso sui martiri di Vienna fu recitato dal Ventura il 27 Novembre del 1843 a S. Andrea della Valle, e, quando vide la luce con una introduzione e una protesta dell’autore, levò gran tumore pel senso opportunamente patriottico e forse perché conteneva principi non consoni all’insegnamento cattolico. Con decreto del 30 Maggio 1849, venne condannato dalla Chiesa e l’autore riprovò l’opera sua. Non fa meraviglia dunque che il Francesconi credente potesse averlo commentato, ( come risulterebbe dalle deposizioni di tre suoi discepoli) prima che l’autorità competente avesse pubblicata officialmente la sua condanna.

    Innanzi a mons. d’Andrea e al vescovo Pecci il Francesconi giustificò non già la sua associazione al circolo, ma lo spirito stesso dell’associazione, e lo giustificò con ragioni, che, sebbene davanti all’autorità dovessero parere cavillazioni, si presentavano con tale parvenza di verità, così corredate di principi giuridici, che un’altra mente non così sottile e destra, come quella del Pecci, si sarebbe forse fatta vincere dall’eloquenza dell’accusato. Di questa difesa abbiam trovati alcuni appunti notati in un suo manoscritto.

    Fu precisamente nel Giugno del 1849 che venne nominato consigliere del circolo popolare, e, come sempre soleva, vi portò le sue idee e la sua attività, tantoché, presso i suoi giudici, ne assunse tutta intera la responsabilità. Qui riporto un sunto della sua difesa.

    Noi, dice il Francesconi, ci trovavamo senza governo: era dunque necessario che uomini seri, e amanti dell’ordine, raccogliessero le loro forze per impedire le conseguenze, che avrebbe potuto portare questo stato di cose così anormali – Le nostre adunanze erano pubbliche, e questo vuol dire che non si cospirava: il nostro fine era l’educazione del popolo alla libertà, e io col Rognotti e col Rossi rappresentavamo la commissione, che doveva studiare il sistema della istruzione popolare. – Quando minacciava la guerra civile, il circolo, come un governo provisorio, temperò le ire, organizzò un governo di disciplina civile. – É principio di diritto naturale che una città deve prima provvedere all’ordine pubblico, e poi occuparsi della questione del principe. Questo noi abbiamo fatto, perché, prima della costituente, si tenne adunanza per deliberare se si dovesse raccomandare ai deputati un voto speciale del

    <23> circolo, e si risolvé per la negativa, considerando che la repubblica era passo troppo ardito ed era da saggi di veder le cose a Roma con maggiore lume e con pacatezza, – La nostra colpa sarebbe dunque di aver mantenuto ordinatamente gli uomini in società, quando il governo era cessato e rotto il vincolo sociale – Governo non c’era, e lo provo. Il Papa era partito, il ministero era diffidato, la commissione di governo da lui nominata era nulla di pieno diritto; mai fu promulgata la legge, onde la investiva dell’autorità, mai assunse l’incarico, perché non combinò col Papa …”

    Riguardo al terzo capo d’accusa, pare che la proposta della demolizione di quella fortezza, che portava scritta la frase famosa: ad repellendam perusinorum audaciam,sebbene mossa dal circolo, fosse stata un tempo approvata da Roma su proposta del cardinal Rivarola, perché giudicata di nessun danno al paese, di nessun vantaggio al governo. E fu così che il Francesconi per quella convinzione, che lo rendeva franco e indipendente, si provò di purgarsi dall’accusa di ribelle, e di rivendicare la sua cattedra.

    Ma dopo i fatti del 49, abbandonò la politica, e si diede con tutta l’anima agli studi speculativi.

    II

    E qui incomincia per il Francesconi una nuova vita di attività, che noi non possiamo seguire nel suo pieno svolgimento, perché ci mancano, in gran parte, gli elementi, per ricostituire tutto intero e vivo l’ambiente dove egli si mosse, tanto più poi che chi legge queste memorie non potrebbe, fatte poche eccezioni, interessarsene gran fatto, trattandosi di un periodo di tempo, che segnò il risveglio della filosofia.

    Ma perché non venga defraudata la memoria del nostro amico, per cui la scienza fu la più bella gloria, ci argomenteremo di raccogliere in poco, ciò che dovremmo diffusamente svolgere, per quanto almeno ci potrà esser sufficiente a trarne fuori la sua figura, che nessuno, forse, vide mai nella piena sua luce, ad eccezione dei filosofi dell’alta Italia, che lo conobbero e altamente lo apprezzarono.

    Facciamo una rapida rivista del mondo filosofico, quando

    <24> il Francesconi, uscito di fresco dagli studi, con le semplici impressioni e con le sole cognizioni della scuola, si trovò a contatto con persone autorevoli di diversi principi, lesse libri di dottrine varie, e scoprì nuovi sistemi.

    I filosofi, allora più in voga, erano Rosmini, Gioberti e Mamiani e dico più in voga, non già perché rappresentassero essi soli, o principalmente, le idee filosofiche dei tempi (mentre, la scuola napoletana e Roma raccoglievano fior d’ingegni e conservavano le tradizioni scolastiche) ma perché la nomèa si raccoglieva intorno a loro soltanto, lasciando nella noncuranza della loro modesta, ma non meno attiva operosità, i tomisti, che, tra il sensismo e il razionalismo, ringagliardivano, riducevano a sistema, e ne formavano arma terribile, le dottrine di S. Tommaso. L’opera più viva ed efficace era quella dei gesuiti. Nell’alta Italia e in qualche città, qua e 1à della penisola, specialmente nei seminari, si facevano largo di pari passo le dottrine della nuova politica e della filosofia del Gioberti e del Rosmini. Il Ventura, che poteva essere ascoltato, perché liberale, sosteneva fiaccamente la scolastica, quindi, mi si perdoni l’espressione, nacque più che altro, alla dottrina tomistica, che si veniva invece concentrando e consolidando nelle scuole, senza chiasso, senza rumori, per venir fuori poi tanto bene agguerrita, da uccider Gioberti e paralizzare Rosmini.

    E venuto ormai su questo campo di esame e di ricerche, premetto che non intendo di offender per nulla la memoria e il merito di gran mente incontrastato del fiosofo roveretano, tanto più che oggi la questione è entrata in tal periodo di discussioni, che la delicatezza non è mai soverchia; né molto meno dettare ex cathedra contro le sue dottrine, perché me ne manca la competenza..

    Mamiani fu d’ingegno vasto più che sottile: fu adoratore del metodo più che del vero: fu applaudito, non perché dai più fosse studiato o compreso, ma perché trattava la scienza a base di patriottismo. Mi pare che, senza fare offesa al dotto pesarese, posa asserirsi non aver esso creata una scuola. Il campo filosofico; per chi seguiva l’andazzo, veniva diviso tra due contendenti: Gioberti e Rosmini, che veramente agitarono le più alte questioni della ontologia, della psicologia, dello scetticismo, del panteismo, dell’origine dell’idee, specialmente, del reale e dell’ideale, fino alle disquisizioni più sottili di diritto

    <25> naturale, individuale e sociale. Non è questa l’occasione di accennar neppur i punti principali che dividevano i due sistemi e li rendevano spesso anche opposti per principi fondamentali, perché abbiamo inteso di dare un’idea dell’ambiente storico e non di fare una critica. Ebbero ambedue sostenitori valorosi e non di rado fanatici, ambedue furono ammirati e seguiti da forti ingegni; ci fu un tempo non breve, in cui Rosmini e Gioberti divennero un motto d’ordine, nomi di partito, quasi una nuova fede e provocarono l’attenzione di tutte le intelligenze.

    Fu in questo periodo che il Francesconi entrò nella vita pubblica. Mi son domandato più volte come mai poté divenire rosminiano, mentre le sue naturali tendenze l’avrebbero portato a seguire di preferenza il Gioberti, che improntava nei suoi scritti il fuoco di una mente più imaginosa che logica e sottile, e non ho trovata altra soluzione che l’indirizzo della scuola e le prime impressioni da lui ricevute. Giacché a chi esce da studi rigorosi e scolastici può più attrarre il Rosmini con le sue sottigliezze e astruserie, che non il Gioberti coi suoi periodi smaglianti, che par che dicano un mondo di cose, che risolvano mille questioni, aprano più larghi orizzonti, ma discussi serenamente a rigor di logica dicono e concludono poco.

    Le prime tendenze del Francesconi dovettero essere scolastiche. Difatti all’età di 20 anni si dibatteva ancora tra la filosofia tomistica e la rosminiana, e delle sue dubbiezze tenne proposito con il chiaro P. Giuseppe Luigi Dmowski gesuita polacco, allora in grandissima rinomanza e professore di filosofia nel collegio romano, Le sue Istituzioni filosofiche erano il testo di gran parte dei seminari italiani e stranieri, e, prima del Liberatore, del Cornoldi, del Sanseverino e più tardi dello Zigliara etc. etc. fu forse l’autore più diffuso e più studiato. Senza dirlo, il polacco tomista confutava il Rosmini, e tra di loro corse polemica sempre calma e dignitosa, tanto vero che ci fu chi paragonò il dotto gesuita per la moderazione della polemica al Manzoni nella sua col Sismondi (Giornale privilegiato di Lucca). Il P.Dmowski rispose questa lettera gentilissima al Francesconi, che, in parte, trascrivo “… gradisca dunque, V S. questo mio piccolo dono, con cui credo di somministrarle quanto è necessario, perché possa determinarsi a

    <26> quella parte, che le sembrerà esser più ragionevole. – Roma, 8 Maggio. 1843″.

    Il dono erano due opuscoli, come si accenna nella lettera e siccome non si trovano tra i libri del Francesconi, suppongo fossero quelli intitolati Analisi dello scritto intitolato: Risposta di A. Rosmini – Serbati ( Lucca 1841 ) e un altro anonimo Alcune considerazioni…, con l’analisi intorno alla teoria dell’essere ideale ( Lucca 1842 ) altri non ne conosco.

    Nel 1848, come gia abbiamo accennato, nella Sapienza di Perugia si creava una nuova cattedra per la filosofia della storia: la prima che si fondasse in Italia, ed era il Francesconi, che ne assumeva l’insegnamento. Concepito lo schema delle lezioni, egli ne scrisse al Rosmini, e questi, con una lettera di grande elogio, lo incoraggiava e ne lodava altamente gl’intenti: gli faceva soltanto qualche osservazione sulla vastità del soggetto, forse non proporzionato a menti giovanili, alle quali doveva essere svolto (ottobre 1848). Io ho potuto leggere i titoli, gli appunti e qualche svolgimento di queste lezioni, e non dubito di asserire che, per essere stato il Francesconi il primo, in Italia, a trattare con un sistema ordinato e scientifico questioni storico–sociali, il lavoro può presentarsi ancora come nuovissimo di vedute, di collegamenti e apprezzamenti di fatti. Si sta ora studiando di dare alle stampe questi pregevoli manoscritti, che con altri suoi studi faran conoscere qual tesoro di cognizioni, di coltura e d’intelligenza ha voluto e saputo sempre nascondere nella sia modestia. Questa nuova occasione mise il Francesconi nell’impegno di arricchire di studi più profondi la sia mente perspicacissima e tendente a innovazioni. Si affeziono più che mai al Rosmini, cui volle visitare anche nella sua patria, nelle continue peregrinazioni per l’alta Italia, e divenuto convinto seguace del suo sistema, se ne fece ardente fautore.

    Un nucleo di dotti forti per intelligenza e per numero, quasi tutti dalla Lombardia e dal Piemonte, si era stretto intorno al Rosmini, che divenuto ormai caposcuola, trovava in quei filosofi altrettanti interpetri e propagatori delle sue dottrine. Furono senza numero e ragguardevoli le opere, che, senza interruzione incominciarono a venir fuori a difesa o a dilucidazione del sistema rosminiano tal 1830 in poi.

    Qui ricordiamo alcuni dei più autorevoli e conosciuti, coi

    <27>quali tutti il Francesconi ebbe intime relazioni di amicizia e di ricerche scentifiche, e coopero per la propaganda.

    Ci saremmo astenuti di far menzione di questi nomi, se ogni nome non fosse una nuova prova della grande estimazione, in cui il Francesconi fu avuto dai dotti.

    Rosmini, il più sottile metafisico del nostro secolo, che, con una fecondità prodigiosa, scrisse con competenza e profondamente di tutto: di antropologia, di ascetica, di catechistica, di diritto, di dogmatica, d’ideologia, di metafisica, di morale, di didattica fino a mandar fuori una biblioteca tra opuscoli e volumi, commosse tutti gl’ingegni, ebbe moltissimi ammiratori, accetto pochi amici del cuore, e tra i pochi il Francesconi, che trattò con rispetto e con affetto speciale, riconoscendo in lui ingegno e cuore, e con lui confidandosi con candidezza d’animo, con fiducia abbandonata, come non soleva fare con altri, perché riservatissimo e prudente per dolorosa esperienza di disinganni provati. Nelle lettere autografe, che sono in buon numero, ancora inedite, scritte dal Rosmini al Francesconi si può ampiamente studiare la storia degli studi e della mente del dotto filosofo, avendovi egli svolte le più difficili e delicate questioni di metafisica e di diritto pubblico, e accennati certi giudizi intimi e confidenziali intorno a parecchi illustri contemporanei come Gioberti, Mamiani, Galluppi etc…. É una lettera di cortesia gentile e affettuosa quella che gli scriveva nell’Agosto del 47 quando il Francesconi, trovandosi nel milanese, lo invitava a visitarlo a Verona, per far di lui la personale conoscenza. Sono lettere piene di forti entusiasmi quelle che lo incoraggiano alla propaganda delle sue dottrine, riconoscendo in lui una mente eletta per farsene interpetre in una regione, dove il rosminianismo, per ragioni, che qui non occorre accennare non poté mai attecchire; e se parve vivere per qualche tempo fu l’effimera esistenza di pochi giorni, quanti cioè ne durò il Francesconi nella lotta, nella cattedra, e negli studi filosofici, che abbandonò poi, per darsi tutto ai pubblici negozi, allorché Perugia si ebbe a valere in difficili circostanze dell’opera sua. E fu per mezzo del Rosmini, che poté fare la conoscenza preziosa di Alessandro Manzoni, di cui egli tra i primi, in Italia, per ordine di tempo, seppe apprezzare l’arte nuova, ribelle al convenzionalismo, e forte e autorevole della sola ragione del vero. E tutto questo mi

    <28>provano alcune osservazioni estetiche, dettate, da un gusto eccezionalmente sano, per quei tempi, che egli, fin dal 1843 notava in margine allo studio critico sul Manzoni, publicato dal Tommaseo.

    Ebbe corrispondenza epistolare non solo col Rosmini, ma con altri illustri uomini insigni di quel tempo: con Tommaseo, coi Professori Pestalozza, Corte, Sciolla, Innocenzi, Barola, Vezzosi, Varcillo, Taverna, Fontana, Bertolozzi, Bonghi, Fiorentino, e con la illustre scienziata Maddalena Florenzi, che costituivano la più autorevole rappresentanza della scuola rosminiana, e, ripeto, i più il consesso dei dotti dell’alta Italia.

    Il più fedele ed efficace interpetre e propagatore delle teorie rosminiana fu Alessandro Pestalozza di. Aduno, che prima nel seminario di Monza; poi in quello di Milano e finalmente nell’università educò il giovane clero alle nuove idee metafisiche, sicché di lì a poch’anni, in quasi tutti i seminari di Lombardia si insegnava e si studiava Rosmini, perché sull’esempio del dotto sacerdote lo studiavano e l’insegnavano gli Abati Stoppani, Crioli e Vitali dotti e autorevoli essi pure, con i quali il Francesconi ebbe intrinsichezza d’amico(1). Ed ecco spiegata la ragione delle troppo famose contese tra la scuola lombarda e la tomistica, che disgraziatamente non ha giovato e non giova né alla scienza, né al clero. Se il Rosmini non avesse avuto interpetri, che lo avessero reso popolare, le sue dottrine sarebbero rimaste inaccessibili ai più, essendo anche oggi pochi coloro, che sono rosminiani per aver letto e compreso tutto intero il Rosmini. Il Pestalozza, oltre a molte opere in difesa del roveretano, pubblicò un corso, a metodo di scuola, di filosofia rosminiana in quattro grossi volumi, e i famosi Dialoghi filosofici in risposta alle più gravi obiezioni mosse al sistema filosofico dell’abate Antonio Rosmini. Dico famosi, perché di questi si servì il Francesconi a propagare la dottrina rosminiana nell’Umbria e nel Patrimonio. I dialoghi furono dall’autore pubblicati nell’amico cattolico, e il Francesconi li fece ristampare in opuscoli, a Perugia, dal

    (1) Quando l’abbate Stoppani salì il nostro Apennino per le sue ricerche geologiche, il Francesconi gli fu sempre compagno di viaggio e di studi.

    <29>Bartelli (1845), e con lettere e raccomandazioni, li diffuse da per tutto, dove aveva conoscenti, con un dispendio, credo io, non lieve, e con un risultato, almeno momentaneo, superiore alle sue speranze. E fu in questa occasione che, tra lui e il Pestalozza, incominciò una lunga e continuata corrispondenza di lettere, diffusamente scientifiche.

    Pietro Corte e Andrea Sciolla di Cavor, ambedue professori all’università di Torino, l’uno di logica e metafisica, l’altro di etica, inaugurarono in quell’insigne ateneo la filosofia rosminiana. Quest’ultimo essendo stato professore di Gioberti, ebbe da questi il Nuovo saggio del Rosmini, e, d’allora, si diede tutto al nuovo sistema ideologico. Il Corte, credo di lui più giovane, accolse con lo stesso entusiasmo le nuove dottrine, e tutti e due coordinarono per comune convenzione il loro sistema di studi, in modo che il primo con la scienza speculativa, l’altro con la scienza pratica, potessero compiere l’educazione filosofica di quei giovani allievi, secondo la mente e il sistema dell’abate Rosmini. E come il Corte pubblicò in parecchie edizioni gli Elementi di filosofia speculativa, così lo Sciolla pubblicò gli Elementi di etica, seguendo sempre i principi del loro maestro, che resero come già abbiamo accennato, più chiaro, più preciso, più popolare. E causa del risveglio dei nuovi dissensi tra le due scuole, negli ultimi tempi, fu a mio credere, in gran parte il Corte con la pubblicazione degli Elementa philosophiae in usum seminariorum (1874) in tre volumi dedicati (e ciò va ben notato) all’arcivescovo di Torino e ai vescovi di Ivrea e di Mondovì, a ciascuno un volume. E di ambedue i chiarissimi professori, si conservano parecchie lettere al Francesconi, che trattano le solite questioni metafisiche, e la publicazione dei dialoghi del Pestalozza.

    Altre corrispondenze di argomento filosofico ebbe con il Vezzosi, professore nel seminario di Bologna, che nel 1847 pubblicò le Considerazioni sulla percezione ovecerca con sforzo, naturalmente non riuscito, di conciliar Gioberti e Rosmini – col Taverna, a cui il Rosmini dedicava l’Idillio, studio, che il Francesconi si era accinto a ripubblicare a Perugia insieme con alcune considerazioni sue su Rosmini, che poi neppure scrisse più, non essendoci riuscito di trovarne cenno tra le sue carte – col Bertolozzi di Lucca, poi vescovo di Montalcino, che propugnò in un opuscolo (peccato originale

    <30>e moralità ) la distinzione di peccato e di colpa stabilito dal Rosmini, opuscolo, che con dedica gentile e rispettosa mandò al Francesconi, il quale di lui pubblicò una lettera critica a sé diretta, nell’Osservatore Dorico di Ancona – col prof. Francesco Pioli apologista strenuo ed erudito del Rosmini, che fu col nostro povero amico in lunghissima corrispondenza richiedendolo e ringraziandolo delle spiegazioni sulle difficoltà filosofiche e su notizie speciali riguardanti la storia della scuola comune da loro seguita – col Barola, professore di filosofia nel collegio di Propaganda, che per parecchi anni lo ebbe confidente, e che levò gran romore per un suo articolo sull’Araldo di Lucca, con cui chiamava al tribunale dell’autorità il trattato della conoscenza intellettuale del P. Liberatore nella parte, che riguarda il Rosmini: articolo di grande interesse perché racconta la storia delle due sedute tenuta dalla Congregazione dell’Indice, sulle questioni rosminiane – col prof. Vitale Rosi di Spello che associava alla propaganda – con l’Allievo prof. di pedagogia nell’università di Torino, che offriva in omaggio al chiarissimo prof. Francesconi la sua Filosofia elementare.

    Non vogliamo dimenticare il dotto e integerrimo mons.Spezi di Foligno, che ha lasciati editi e inediti documenti non dubbi della sua competenza nelle scienze teologiche e filosofiche, il quale ricorreva spessissimo al suo consiglio e gli professava stima sincera, sebbene, a lungo andare, non dividesse più con lui certe opinioni, che, come appare da qualche lettera, aveva un tempo comuni. Nei decembre del 1844, gli dava la lieta notizia che la sacra Congregazione degli studi lo aveva approvato professore di logica, metafisica ed etica nei ginnasio di Foligno e concludeva: “Mi compiaccio di aver trovato in V. S. persona, che possa favorirmi lumi a dovizia in questi miei studi, e vorrei che non fosse avaro in largheggiarmene, per titolo di malintesa umiltà”.

    Il professore ex ministro Ruggero Bonghi ebbe per il Francesconi stima e amicizia affettuosa, forse perché li legava la comune simpatia per il Rosmini, che il Bonghi conobbe fin dalla sua primissima gioventù, e il filosofo lo ebbe assai caro, perché versato nella greca letteratura. In un suo autografo, ho letto che al Francesconi commetteva la stampa della metafisica di Aristotele da lui tradotta e commentata: come

    <31> andò poi la cosa non abbiam potuto sapere, é certo però che questi non volle assumer l’impegno delicato e pericoloso, perché l’esperienza doveva avergli insegnato che cosa voglia dire di averla a fare con i tipografi, quando è scarso e lento lo smercio di un’opera, di cui sono incerte l’eventualità e la fortuna. E più che amico, lo ebbe fratello il prof. Francesco Fiorentino. Esso é vissuto con noi e vive ancora nella memoria di tutti. Dal liceo di Spoleto all’università di Bologna, da Bologna a Napoli, da Napoli a Pisa, dall’università al parlamento, deputato di Spoleto, gli aprì sempre l’animo confidente nelle gioie, nei dolori, nelle perplessità, nei trionfi, a lui ricorrendo per consigli e per conforti. Letterato, storico e filosofo fu ammiratore e seguace più tenero del Gioberti che del Rosmini, ma ciò non tolse che al rosminiano di Perugia professasse tutta la stima. Quando compilò il Compendio della storia della filosofia ad uso dei licei (Napoli, Morano, vol: 3) lo consultò spessissimo, e lo ebbe cooperatore intelligente, ma sempre modesto. Il lungo carteggio tra i due amici, improntato sempre di quella allegria festosa ed espansiva, tutta propria dei tipi meridionali, anche a chi lo rilegge ora, infonde il buon umore di tempi e di luoghi, in cui, senza pensieri, si può vivere e si vive per lo studio e per gli amici.

    Ma con chi ebbe relazioni più intime di amicizia e di quella reciproca corrispondenza di stima, che si stabilisce tra due menti, che si sanno intendere e sinceramente si ammirano, fu la marchesa Florenzi Vaddington di fama europea, letterata e filosofessa di gran valore, che fanciulla fu ammirata nelle primarie città d’Europa, siccome perfetto esemplare di bellezza, donna, fu ammirata dai primi filosofi del secolo per la vastità dell’ingegno, per la chiarezza della mente, per la facilità di dettato nelle più ardue questioni di metafisica(1). A Perugia tutti ricordano le conversazioni dei dotti, che si tenevano in casa della Florenzi, di quei dotti, che o paesani, ed erano molti e conosciutissimi, o forastieri si raccoglievano intorno all’illustre scienziata per discutere, per e vedute, riducendo quelle sale in una palestra di letteratura

    (1) Parole dettate dal prof. del Pozzo e scritte nelle pergamena riposta nel feretro della Florenzi.

    <32> e di scienza. Tra i dotti e tra gli amici, il più assiduo era il Francesconi. Ci piace, a questo proposito, di riportare un tratto del professor Fiorentino, che si legge in un suo cenno necrologico sulla Florenzi, stampato nella Rivista Bolognese, Anno IV, fasc. 2.

    La Florenzi era avvezza a sentirsi mettere a paro con gl’ingegni virili, e perciò disdegnava di fare vana mostra della sua dottrina. Di rado entrava in discussioni scientifiche, ma quando ci si metteva, non si poteva fare a meno di ammirarne l’acume e la serenità. Nei crocchi consueti della sua conversazione si riunivano molti professori perugini, il Bonucci di felice ricordanza, il Dal Pozzo, il Salvatori, il Palmucci, il Francesconi, il Perfetti, il Ragnotti, e talvolta ancora dei forestieri, i quali, se capitavano a Perugia, erano dalla Florenzi onorevolmente ospitati. Or bene chi scrive questi cenni, ha avuto l’onore e la fortuna d’intervenire a questi ritrovi, dove la scienza e la cortesia si trovavano sì armoniosamente accompagnate. Da un tema in un altro, si finiva per ricascar sempre nella filosofia, e la marchesa Florenzi era tutta lieta di quella calorosa, ma amichevole discussione. Sovente le incoraggiava, le ravvivava, le dirigeva senza pretender punto di primeggiarvi, senza arrogarsi l’autorità di giudicare e solo per amore d’investigare il vero. Di modo che, in quelle controversie le più disparate sentenze si udivano propugnare dai diversi interlocutori; l’idealismo un po’ mistico, dal Bonucci, il giobertismo dal Palmucci, il rosminianismo dal Francesconi e dal Ragnotti, il positivismo dal Dal Pozzo e dal Salvatori, il criticismo dal Perfetti, l’idealismo assoluto dalla Florenzi …”

    E qui, essendo caduto il discorso sugli amici e sui dotti di Perugia, non possiamo lasciar di rammentare l’illustre Alinda Bonacci–Brunamonti. A proposito della valorosa poetessa, chi scrive queste memorie non può dissimulare un senso d’indegnazione, che sa di aver comune con persone più intelligenti e competenti di lui, per la quasi indifferenza, che l’Italia letteraria l’é venuta addimostrando, mentre ha bruciati incensi di esagerata adorazione a poetesse, che ebbero, il più delle volte, il solo merito di scriver versi, essendo donne. L’Alinda Brunamonti se non per origine, almeno per educazione e per affetti, é umbra e noi intendiamo di vendicarla,

    <33> ora che se ne offre un’occasione qualunque, se non altro, con una protesta. Qualche rara rivista, qua e là, ha fatto sapere all’Italia che una donna ha saputo scriver versi di dolcezza e di grazia tutta greca e di forza virile carducciana: versi, che san farti or palpitare, or pensare, e non rivelano soltanto il senso femminino felicemente colto e tradotto, ma la coltura classica e faticata per studi lunghi e profondi: del resto ammirazione di dotti e letterati non pochi, é vero, ma popolarità nessuna. Per giustificare questo risentimento, che potrebbe parere inopportuno, sfideremmo volentieri il giudizio dei critici, a comparare 1e poesie della Brunamonti con quelle delle moderne poetesse, incominciando magari dalla Giuseppina Guacci, di preziosa e cara memoria, che l’Alinda studiò, ma ha superato di gran lunga. E per la coltissima e dotta letterata ebbe il Francesconi un affetto quasi paterno, un’adorazione così indiscussa e convinta, che ha voluto conservare gelosamente di lei anche un motto scritto lì lì forse a caso, anche uno sghizzo di disegno, uno scorcio di figura, che egli doveva andar raccattando con quella religione, con cui un padre tien dietro alle prime prove di una sua figliola, che ripromette di riuscir forse celebre. Tanto più che questa ammirazione era venuta crescendo con l’età della sua piccola amica, per averla veduta bambina e poi su su giovane, quando egli era già legato con forti vincoli di amicizia e di gratitudine con il padre e con lo zio di lei, Gratiliano e Fausto Bonacci.

    III

    Nel 1860 Francesconi fu nominato dal consiglio direttivo rettore del collegio della Sapienza di Perugia, ove, per parecchi anni, era stato prefetto, poi professore. L’importanza, che ha il collegio per se stesso, e quella che gli ha dato per lunga tradizione Perugia, ci dimostrano abbastanza in qual conto fosse tenuto, per essergli affidata quella direzione, che, in quei momenti, doveva riuscire di più difficile e delicata responsabilità.

    Perugia, lo sappiamo tutti, benché città di provincia, ha sempre arieggiato a capitale come Bologna e Pisa, perché l’elemento colto è relativamente superiore alla loro importanza geografica e al numero della popolazione, che perciò deve

    <34> fortunatamente subir l’influsso di questa larga coltura. Le antiche tradizioni; uno sviluppo di arti eccezionalmente diffuso, in certi tempi fortunati; l’università; l’ingegno svegliato e il gusto e il sentimento squisitamente raffinati dei cittadini, han costituito quest’insieme di gita intellettuale e artistica, che le danno una superiorità incontrastabile, benché invidiata, a moltissime città d’Italia, anche pili riguardevoli per memorie storiche e per numero d’abitanti.

    E il Francesconi politico e filosofo, diviene ormai cittadino benemerito di Perugia.

    La prima occasione, che gli si diede di spendere l’ingegno e l’operosità per gli interessi di quella sua cara patria di elezione, fu la questione ferroviaria.

    La legge del 7 Luglio 1861 era così concepita; “É approvata la convenzione intesa il 23 Febbraio 1861 tra il presidente del consiglio dei ministri quale reggente il ministero dei lavoripubblici ed il sig. Carlo Fenzi rappresentante della società delle strade ferroviarie livornesi, con la quale viene concesso alla predetta società il diritto di condurre a termine la costruzione e di attivare l’esercizio della ferrovia da Firenze per Arezzo od Ancona nei pressi di Perugia; riunendosi alla ferrovia, di Roma ad Ancona prima della traversa del colle di Fossato.

    La società, per viste d’interesse, interpetrava in senso troppo largo quella espressione: gessi di Perugia, e meditava una via ferrata, che avrebbe lasciato appartatissimo il capoluogo di provincia. Il Francesconi fece lunghi studi e accurate ricerche per ottenere dal ministero la concessione di quella linea, che oggi quasi tocca Perugia e la mette in libera e diretta comunicazione con la capitale e con la Toscana. Parecchi opuscoli e relazioni a stampa rivelano con quanta competenza egli trattò questa difficile e assai contesa questione.

    Di li a non molto, si minacciava a Perugia un’altra disgrazia, che sarebbe riuscita di conseguenze non meno funeste; la proposta cioè del totale prosciugamento del Lago Trasimeno. Il municipio e la società agraria nominavano una commissione di periti per impedire l’esecuzione decretata dal ministero: e gran parte di questa commissione, come relatore, fu il Francesconi. Non possiamo qui raccontare la storia delle lunghe e serie controversie, dei maneggi e delle industrie per parte di

    <35> chi sosteneva il prosciugamento, né, per conseguenza, gli sforzi, l’attività, la vigilanza e la presenza di spirito dei Francesconi; che assunse l’incarico della non facile impresa con quello impegno di caldo zelo, che fu la caratteristica di agili opera sua. Lo studio, che doveva risolvere la questione, richiedeva investigazioni di scienza agraria, medica ed economica. La proposizione in cui il Francesconi sintetizzava tutto lo sviluppo e il risultato delle ricerche dice abbastanza quante difficoltà, per riuscire, ebbe a incontrare. Questa proposizione si legge nella prima pagina del voluminoso libro, che egli stampò nel 1864, col titolo: Sul prosciugamento del lago Trasimeno.

    Il municipio di Perugia fa di pubblica ragione la relazione sul prosciugamento del lago Trasimeno, allo scopo di dimostrare agli abitanti dei paesi limitrofi allago, alla nazione, al governo che intendimento delle sue operazioni si é che non si alterino o distruggano ricchezze certe ed esistenti, pertentarne delle nuove per lo meno incerte e che nell’incremento degl’interessi materiali siano salvi ed integri gl’interessi morali ed igienici, cui i primi debbonsi assolutamente subordinare, e, all’occorrenza, sacrificare. „

    Qual felice risultato ebbe poi l’opera del Francesconi ci dice abbastanza una lettera dello stesso municipio, a lui diretta, che qui trascriviamo

    ” Municipio di Perugia – a di 24 Dicembre, 1864 – Illustrissimo Signor Prof. Francesco Francesconi. Non pochi sono stati gl’incontri, in che questo municipio si é dovuto giovare della valevole, erudita e saggia opera della S. V. Illma. Lasciar correre più oltre tempo di mezzo, senza offrirle senso di sincerissimo e grato animo, avrebbe potuto sembrare sconveniente, ed é perciò che il sottoscritto ben di buon grado, compie il gradito incombente di tributarle parole della più sincera riconoscenza, della memoria la più affettuosa. Perugia otteneva già uno dei suoi grandi vantaggi, la ferrovia, e fu per ottener questa che Ella non risparmiò né eruditi studi, né profonde e coscenziose ricerche per assicurare i dubbiosi, confondere i contrari ed appagare i voti ardentissimi di tutti gli onesti, amanti veraci di questo paese. Non ha guarì progettavasi un inopportuno totale prosciugamento del nostro Trasimeno, ed anche in tale incontro, il nostro municipio avendo duopo di chi studiasse profondamente la cosa, indette lieto di poterlo

    <36> trovare in Lei, che a tutt’uomo si desse cura di rintracciare il vera, e can l’opera di altri eruditi e zelanti cittadini redigesse apposita relazione, che va riscuotendo il plauso di persane assennate e competenti. E dunque ben giusta che il municipio le dimostri ogni più sincero e riconoscente aggradimento, il quale onde si passa avere una tenue, ma affettuosa testimonianza di affetta, la si accompagna can una tabacchiera d’ara, che, se non altra, varrà a rammentarle che Perugia, per le molte cure, a di lei favore prodigate, sebbene non nativa di qui. La tiene come. una dei suoi più distinti, come una dei suoi più affettuosi figli. Il Sindaco: Anzidei ,,.

    E in data del 5 Agosto 1867, la stessa municipio gl’indirizzava un’altra lettera così concepita

    ” Questa municipale rappresentanza, che tanta interessamento ha presa mai sempre all’importante questione del lago Trasimeno, ha appresa can viva compiacenza le dotte operazioni di V. S. Illma recentemente inserite nel Giornale scientifico, agrario, letterario, artistico di questa città; sugli scritti finora publicati a favore del prosciugamento. Il sottoscritto pertanto, nel tributare a nome della Giunta Municipale le più distinte e sincere azioni di grazie per tale pregiatissima e novello attestata, che si é compiaciuto dare del sua interessamento pel vantaggio della casa pubblica e singolarmente della nostra città, ha il pregia di protestarsi can verace stima, di Lei.. il f. f. di Sindaca

    Né soltanto il municipio, ma la prefettura di Perugia e il governo si servirono spesso dell’opera del Francesconi, affidandogli difficili incarichi, specialmente sui lavori della statistica dell’Umbria. Oltre a lettere e a menzioni onorevoli, che si ebbe dal ministero di agricoltura, industria e commercio, il governo gli fece coniare per titolo di benemerenza una grande medaglia di argenta, che é stata veduta soltanto dopo la sua morte, per averla tenuta nascosta can altri doni riguardevoli, tra i quali la tabacchiera d’ara, che gli regalò il municipio di Perugia e una tabacchiera d’argento, che gli offrì per sua ricordo la Marchesa Florenzi, e nel 1884 la insigniva del titolo di cavaliere della corona d’Italia.

    Qui trascriviamo due lettere direttegli dal Ministero di agricoltura industria e commercio.

    ” Ministero etc. etc. – Firenze, Settembre 1865 – Dalla

    <37> Prefettura di Perugia, con nota del 3 Settembre cadente, si rimettevano a questa ministero 6 tabelle relative alla statistica del bestiame cavallino, in codesta Provincia, il quadra riassuntiva delle tabelle medesime ed un accurata relazione compilata dalla S. V. come membra della giunta provinciale di statistica. A nome del sig. Ministro, mi pregio di far conoscere alla S. V. che riuscì aggradita la compilazione di quel lavoro, e ringraziandola distintamente, anche delle cure datesi nella revisione delle singole schede, ha il piacere di manifestarle ili attestati della mia particolare stima e considerazione – Il Direttore – ,,.

    ” Ministero etc – Firenze, 8 Aprile 1867 – Il sig. Ministro ha apprezzato moltissimo la monografia dell’industria manifattrice dalla provincia dell’Umbria della S. V., dietro l’incarica avuta dal sig. Prefetto di Perugia. Oltreché questa lavoro statistica soddisfa pienamente alle viste, che esso, il Ministro, nell’ordinare l’indagine statistica su questo importante ramo dell’industria nazionale, é altresì assai pregevole per le molte notizie, che contiene, e per l’accuratezza e diligenza della compilazione. Accolga quindi, egregio sig. Professore, i meritati encomi da parte del sig. Ministro, unitamente ai suoi distinti ringraziamenti, pel modo veramente cortese col quale si é prestato all’invito del sig. Prefetto di Perugia – Il Direttore,.

    E quando lo stesso ministero costituì un’apposita giunta per l’inchiesta agraria per tutta l’Italia, il Francesconi, che ebbe la commissione per l’Umbria, riportò, nell’XI vol. della relazione quest’elogio dal ministero medesimo. ” Per quanto concerne il presente tomo, sentiamo l’obbligo di segnalare alla pubblica riconoscenza per l’Umbria il Sig. Francesco Francesconi, che questo lungo lavoro confortò della sana competenza e della sua lunga esperienza. ,,

    Notiamo qui i titoli dei libri e degli opuscoli, che il Francesconi pubblicò dopo il 1860:

    1. Sulla ferrata perugina (lettera estratta dal giornale scientifica, letteraria di Perugia) 1861.

    2. Sulla prosecuzione della ferrovia aretina pei pressi di Perugia fino all’incontro della via da Roma ad Ancona 1861.

    3. Sulla prosecuzione della ferrovia aretina nei pressi da Perugia – (Sunti e documenti) 1862.

    <38> 4. Sulla statistica della popolazione per la via ferrata da Val–di–Pierle – (osservazioni) 1862.

    5. Sul prosciugamento del Lago Trasimeno – (grosso volume) 1864.

    6. Sul prosciugamento dei lago Trasimeno (rapporto del Prof. Cuppari) 1865.

    7. Talune osservazioni sulle pubblicazioni a favore del prosciugamento del lago Trasimeno – 1867.

    8. Alcuni elementi di statistica della provincia dell’Umbria (due grossi volumi) 1872.

    9. Voi. XI. della richiesta agraria – (grosso volume )

    10. Fausto e Gratiliano Bonacci ( Necrologia ) 1872.

    Tra i manoscritti inediti, abbiam trovato un lungo corso della Filosofia della storia, che, come si é già accennato, speriamo verrà data alla luce, e un corso di lezione di metafisica, e alcune tesi di diritto pubblico.

    Ebbe onorificenze e titoli a Perugia e fuori.

    Nel 1854, veniva nominato procuratore presso il tribunale civile di Spoleto, e, poco appresso, anche nel tribunale ecclesiastico.

    Nel 1866, fu nominato socio effettivo della società italiana di scienze naturali a Milano, presidente Stoppani.

    Fu corrispondente della società umbro–sabina delle miniere. Ispettore. degli scavi e monumenti. Consigliere provinciale del suo mandamento.

    Segretario della società economico – agraria dell’Umbria. Nel Settembre del 1867 fece parte del congresso internazionale di statistica a Firenze.

    Nel 1884, l’opificio di colleganza tra artisti ed operai di Venezia gli offri un bel quadro con iscrizione a mosaico.

    Nell’anno stesso fu nominato dal Ministero cavaliere della Corona d’Italia.

    Poco prima del 1870 parti per sempre da Perugia, che amò come sua patria, e si raccolse a vita privata nel suo paese nativo vicino a Trevi. Qui fu poco conosciuto; ebbe pochi amici, ma affezionati e sinceri. Venuto a Trevi, quasi come forestiero, non fece mai ostentazione de’suoi meriti tanto vero che queste memorie riusciranno nuovissime e inaspettate anche ai suoi intimi. Beneficò il suo paese con il consiglio e con l’opera, sempre con disinteresse e con sagrificio.

    <39> Consigliere comunale, membro della giunta, presidente della Congregazione di canta, noi lo vedevamo più giorni della settimana, venirsene dal suo paese, né vicinissimo, né di comodo accesso, sotto la canicola o nelle intemperie del verso, con quell’assiduità e con quel buon volere, che soleva mettere in ogni suo impegno. Caldeggiò, contro tutte le opposizioni, la riapertura del collegio convitto Lucarini, favorì l’incremento delle scuole, riordinò il civico ospedale, affidandolo alle benemerite suore, e nell’amministrazione della congregazione di carata, senti la compassione pei bisognosi e fu largo di sussidi pei poveri e pei inalati.

    Il lungo studio, negli ultimi anni, aveva indebolito quell’intelligenza vivace e imaginosa, ed era una pietà per gli amici vederselo venire a Trevi mal sorreggendosi nella persona, mal connettendo le idee, seguire ancora, più che la coscienza, l’istinto e l’abitudine di compiere il suo dovere, di voler tutti ascoltare, di voler fare del bene.

    Fu di tanta modestia, che mai parlava di se, evitava ogni allusione sul suo passato, e, quando si accorgeva che con destrezza gli si voleva cavar di bocca qualche cosa che lo riguardasse, non dissimulava un certo disgusto, che toglieva, a chi l’investigava, ogni ardire. Al vestire, lo si sarebbe scambiato con un contadino, se non avessero tradito quelle apparenze, quasi volgari, i tratti squisitamente gentili, del più compito cavaliere. Fu d’indole mite e gioviale, e la mitezza dell’animo gli traluceva dal volto atteggiato sempre a rispetto con tutti, e sorridente; qualche volta sarcastico, ma nobilmente; di facile eloquio e insinuante; amava la discussione, e se non mostrava mai di darsi per vinto, era così pacato, che né acri parole, né scatti avrebbero mai turbata quella opposizione bonaria e delicata. Conoscitore profondo del cuore umano, compatì le debolezze; ma ebbe impeti d’indignazione quando combatté le ingiustizie. Non serbò mai rancori, neppure per chi sapeva non benevolo: fu patriota ardente, senza derider la religione o accomodarsela a suo talento: fu sinceramente, profondamente cattolico. Forte di quella convinzione, che gli venne dall’intelligenza e dai lunghi studi sulle scienze filosofiche e teologiche, si fece superiore ai pregiudizi dei mediocri e alla ostentata incredulità dei tristi e degli ignoranti. Discutendo un giorno, di religione con chi scrive queste memorie, dopo di aver

    <40> protratta per lunga ora la disputa, s’interruppe all’improviso, e affissandogli quegli occhi turchini pieni d’intelligenza, con una cert’aria di scherzosa ironia ci son riuscito, a farti inquietare, disse: dovevi pur ricordarti che anch’io ho studiato teologia ed ho avuto per mio compagno di studi, indovina chi? Monsignor Laurenzi! Si poteva non studiare con quel terribile competitore?”

    Se non si fosse trattato di una memoria, che ha limiti troppo ristretti, avremmo qui riportato un lungo e magnifico articolo apologetico sul cristianesimo; uno di quegli articoli di vedute larghe e nuove, che non possono venir fuori se non da chi ha studiata seriamente e sente con tutta l’anima la religione. Lo scriveva il Francesconi nel Labaro

    del 5 Aprile 1848, in quattro colonne, riassumendo il passato della storia cristiana e indovinandone, con molta sicurezza di giudizio, il futuro nelle sue relazioni con la vita politica, che si veniva svolgendo. Nei giorni della non breve malattia, fu più volte confortato dei sagramenti, e così in pace con Dio, cessava di vivere agli 11 di Marzo di quest’anno, lasciando di sé un desiderio tanto più acerbo agli amici, quanto meno poterono apprezzar, lui vivente, i meriti del suo ingegno versatile, e la storia avventurosa della sua vita; ai parenti, che amò più che se avesse avuto figlioli, esempi, oggi assai rari, di un’incorrotta onestà.

    La sua tomba si chiuse in silenzio: un sol giornale, che io mi sappia, ebbe per il povero Francesconi parole di mesto rimpianto. (Gazzetta di Foligno, 12 Marzo 1892 ) La salma del caro estinto, riposa ora nel modesto camposanto della sua parrocchia. Trevi, che per i suoi cittadini ebbe sempre sensi gentili di riconoscenza pietosa, quando questi l’onorarono per merito di sapere o per esempio di virtù, non vorrà lasciar morir così la memoria di un uomo, che non so se più dobbiam ammirare per sapere o per modestia rarissima.

    La mattina dei funerali, l’egregio Avv. Giuseppe Ubaldi pronunciò un breve discorso, che gentilmente ci ha permesso di riportare in queste memorie, come ultimo rifinimento della simpatica figura del Francesconi.

    <41> “Innanzi alla bara di Francesconi il cuore ci sanguina innanzi al feretro, che racchiude la sua salma venerata, gli occhi nostri si gonfiano di lagrime amare! Mio Dio! E non basta che il povero nostro paese nativo sia stato così duramente messo alla prova, in quest’anno nefasto, dalla ingiustizia e dalla immoralità degli uomini? (1) dovrà per di più subire la perdita dolorosa dei migliori suoi cittadini? Parlare degnamente di F. Francesconi non é opera pari alle mie deboli forze, giacché egli fu un cavaliere senza macchia, un cuore magnanimo, un’intelligenza superiore. Dica la famiglia di lui, inpiù modi generosamente beneficata ed elevata di grado e di posizione sociale, dica Perugia; dove egli passò gran parte della sua vita operosa e filantropica e ne apprezzò i meriti rarissimi: dica Trevi, la città che ebbe il vanto di dargli i natali, e che fu testimone continuo delle sue virtù publiche e private; dicano, se io esagero affermando – che uomini della tempra e del carattere di quest’amatissimo estinto non furono, non saranno frequenti tra noi, e che la sua scomparsa lascia un voto profondissimo, difficile ad esser colmato. Con tutto ciò non posso a meno di dir poche parole, che accennino almeno qual’uomo fu quello che piangiamo ora spento al nostro amore, alla nostra ammirazione!

    Giovanissimo, si laureò in giurisprudenza, ma la sua natura conciliativa e mitissima lo allontanò dalle lotte aspre del foro, e lo avviò all’insegnamento e alla educazione della gioventù, e in quest’arte sì ardua egli sommamente si distinse e si acquistò la stima pienissima dei più illustri del tempo suo: a Perugia e fuori ancora si ricorda ( e mai si dimenticherà) l’opera benemerita del Francesconi come insegnante e come rettore del collegio della Sapienza, uno dei più antichi e celebrati in Italia. Prese parte attiva a tutte le vicende politiche, che condussero la patria nostra all’unità e all’indipendenza ispirato

    (1) Si allude alla soppressione illegale della nostra Pretura. Dice l’illegale, perché la circoscrizione giudiziaria che doveva esser conseguenza delle modificazioni, nell’applicazione della legge, – fu per noi il sustrato e il motivo della soppressione.

    <42> dal sublime ideale della sua grandezza e prosperità; ma si ritrasse da esse quando disilluso come tanti insigni, suoi contemporanei, vide che l’amor di patria serviva per moltissimi di pretesto al loro egoismo, di sgabello alla loro ambizione, e di vantaggio al loro unico e personale interesse.

    Fu amico dei più rinomati uomini politici e dei più distinti letterati e filosofi della seconda metà di questo secolo in Italia e valga per tutti rammentare con orgoglio legittimo di concittadini l’intimità, che ebbe con quel grande pensatore, che fu il Rosmini, onore e gloria del nome italiano. – Abbandonata Perugia e tornato a Trevi, si dedicò con una abnegazione e con uno zelo singolare alla famiglia ed alle cose pubbliche del suo paese, che amò nobilmente, con disinteresse vero, che servì utilmente e senza vane ambizioni, ed al quale non rifiutò mai la sua azione benefica e il suo prezioso concorso. E tutto ciò senza rancori, senza rimproveri, senza ombra di personalità, sottoponendosi volentieri per il bene pubblico ai più gravi disagi e sagrifici, disprezzando il proprio comodo e non curante delle dicerie, perché fece il bene per il bene, onestamente, senza secondi fini. Francesco Francesconi coprì in Trevi molte e importanti cariche pubbliche, e tutte con onore. Come Presidente della congregazione di carità fu il principale promotore della riapertura del collegio Lucarini, fu il padre dei poveri, il Mecenate degli studiosi. Fu di animo aperto e sincero, costante nei propositi, giusto, sereno, delicato, onestissimo.

    La sua amicizia era preziosa e anch’io ne ebbi la prova, perché ho avuto l’onore di averla posseduta intera e incondizionata in momenti difficili della sua vita, in ispecie quando private controversie ingiustamente. amareggiarono gli ultimi anni” della sua esistenza e furono forse la causa indiretta della sua morte.

    Signori! F. Francesconi fu un’anima eletta. La famiglia e Trevi hanno perduto un grande tesoro, tesoro, che meno si valutava, mentre egli era vivo, per quella grande modestia, che fu uno dei suoi più incliti pregi e delle sue più eccelse virtù, ma che oggi più splendido e più ricco apparisce, perché più non si possiede ed é stato perduto per sempre!

    Sia permesso a me giovane sopra la tomba di questo vecchio venerando esprimere un sentimento e un augurio: che la memoria sacra di Francesco Francesconi debba essere

    <43>eccitamento efficace a noi giovani di seguirne il nobilissimo esempio per la salute e il benessere della patria nostra e valga a ristabilire fra tutti i cittadini trevani quella pace e quella concordia, che sole possono rendere un popolo prospero e felice.

    E Tu riposa in pace, povero amico mio: la tua anima benedetta sotto l’usbergo di quella religione e di quel Dio, che furono la religione e il Dio dei priori tuoi e la fede, non d’ostentazione, ma di convinzione inconcussa, trovi il conforto ed il premio, che non ebbe quaggiù.

    Queste poche pagine, che raccolgono per cenni e per sunti i tratti principali della vita di F. Francesconi, ho io scritte per sentimento di affetto e di gratitudine all’illustre scienziato e politico, perché mi fu padrino di battesimo; perché negli ultimi anni, che ebbi il bene di conoscerlo e di possederne l’affezione sincera, ispirò e coadiuvò l’opera mia e di altri amici per la riapertura del collegio Lucarini: perché onorò della sua amicizia e confidenza il mio povero padre, il quale ebbe, un tempo, comuni con lui gl’ideali politici; quando cioè le tristi disillusioni di certe aspirazioni, che potevano parere ed esser nobili, non avevan fatto capire ancora agli onesti che pochi erano i buoni; pochi i bene intenzionati di buona fede; moltissimi i calcolatori.

    E fo una dichiarazione.

    Scrivendo queste memorie, non intendo dividere col povero amico i principi filosofici, che furono la vita della sua istancabile operosità; ammiro l’ingegno di Rosmini, ma piego la fronte innanzi al caposcuola di Aquino.

    G. Agostini

    Il Personaggio da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264) Foligno, 1987
    Lettere di Alinda Bonacci Brunamonti Angela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi in Rassegna Nazionale- Ott.-Nov. 1936

    Ritorna alla Ritorna alla pagina Francesco Francesconi

    105

    Note 1) Don Giuseppe Agostini, priore parroco della Collegiata di S.Emiliano, ebbe fama di letterato e forbito oratore. Francesco Francesconi fu suo padrino di battesimo.

  • Famiglia Centamori

    Famiglia Centamori

    Settimio Centamori fu ascritto alla nobiltà trevana nel 1855. All’epoca aveva già acquistatato la casa Poli in Trevi, per trascorrervi “con tutta la sua famiglia laparte estiva dell’anno”..1

    Il dott. cav. Settimio fu marito di Carlotta Bonaparte(1795 – 1865). Costei, figlia primogenita di Luciano Bonaparte principe di Canino e fratello di Napoleone I, aveva sposato nel 1815 il principe di Prossedi don Mario Gabrielli. Ebbero cinque figli (altri tre erano morti in tenera età): Placido e quattro femmine, tutte sposate. Morto il principe don Mario nel 1841, Carlotta si risposò dopo un anno con il dott. Settimio Centamori, ma il matrimonio fu causa di molte amarezze per i continui dissidi tra il Centamori e il figliastro Placido. A questo punto esistono due versioni della storia! Il testo fin qui seguito.2 narra che Carlotta, rimasta vedova per la seconda volta, tornò ad abitare presso il figlio e la nuora e morì nel maggio del 1865.

    Trevi, Archivio Comunale. Stemma Centamori

    Stemma della famiglia Centamori*

    * Stemmi delle famiglie patrizie, 1787 -Trevi, Archivio Comunale – aggiunta posteriore (foto 1996).3

    Ritorna alla Ritorna alla pagina Famiglie e Stemmi 01Y-142

    Note

    1)

    Carlo Zenobi,

    ,

    Storia di Trevi, 1846 – 1946

    , Foligno, 1987, pag.186

    2)

    Pio Pecchiai

    Palazzo Taverna a Monte Giordano (in Roma), in Quaderni di Stor

    ia dell’Arte

    , Roma, Istituto di Studi Romani, 1963.

    3)

    Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19

    ), Perugia, 2005, p. 332

  • La chiesa delle Lagrime (55), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    8 L’ARCHITETTO DELLA CHIESA
    E IL CONTRATTO PER LA FABBRICA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 55 a 63)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <55>

    Come e perché i contratti stipulati con Francesco di Bartolomeo, da Pietrasanta il 27 Novembre 1485 e con Sante di Giovanni. da Settignano il 2 Giugno 1486 per la fabbrica della chiesa non abbiano avuto esecuzione, non sappiamo, perché su ciò tacciono del tutto i documenti. É certo che si era arrivati alla seconda metà del 1486 e la fabbrica non era ancora stata iniziata. Onde è che, per rompere ogni indugio, 1’8 Agosto di quell’anno i Priori del comune con otto degli XI deputati delle «Lagrime» tennero adunanza, nella quale Bartolomeo di ser Giovanni, anteposto, propose si dovesse decidere, perché necessario, di aggiudicare ed accottimare la fabbrica della chiesa. E si delibera, infatti, che «assolutamente» debba aggiudicarsi. E tre o quattro dei deputati trattino coi «maestri» per i capitoli e le condizioni. Altrimenti redigano il capitolato, anche senza i «maestri», e riferiscano alla Società ed in essa si faccia l’aggiudicazione e il contratto definitivo (1).

    Deliberazione decisiva, per non tardare più oltre la costruzione della chiesa, voluta dal comune e dal popolo. Ma delle trattative corse tra i rappresentanti della Società delle «Lagrime» e gli appaltatori non abbiamo traccie.

    Intanto si provvedeva allacquisto del terreno, come già dissi,

    _______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi, N. 155, f. 47t.

    <56>

    necessario alla fabbrica, coi denari del comune, perché fosse sempre di sua proprietà.

    E, finalmente, il 27 Marzo 1487, si addivenne alla stipulazione del contratto con M°. Antonio di Giorgio Marchisi, da Settignano, presso Firenze.

    Ancora una volta, nella scelta dell’architetto per la nuova chiesa, si addimostra la sagace oculatezza degli amministratori di quei tempi; non solo: ma apparisce anche la loro coraggiosa iniziativa, poiché si trattava d’impegnarsi per un lavoro quasi colossale, costruire. cioè un tempio di dimensioni mai viste nel nostro comune. E ciò senza neanche avere in pronto sin dall’inizio la somma tutta che l’impresa grande richiedeva. Fiducia e coraggio, oltre al nobile senso religioso ed artistico animavano i deputati delle «Lagrime».

    * * *

    Di grande interesse è per noi sapere chi fosse e di qual valore l’architetto prescelto. Non molte, purtroppo, sono le notizie che di lui abbiamo: ma tante quante bastano a farci convinti che egli era eccellente nell’arte sua. Si chiamava dissi già Antonio Marchisi. Altri scrive Marchissi: ma nei documenti trevani risulta la prima grafia; ed io questa ho creduto ragionevole adottare. Spesso è chiamato Antonio di Giorgio, senz’altro. E così anch’esso si firma nel contratto trevano.

    Nacque a Settignano, storico e pittoresco castello e fecondo di artisti famosi, nei pressi di Firenze il 17 Maggio 1451. Nel 1474 lavorava a Pesaro insieme con Giorgio suo padre alla costruzione della fortezza di quella città detta poi la Rocca Costanza, perchécostruita per ordine di Costanzo Sforza, allora signore di Pesaro e figlio di Costanza Varano. Ma il lavoro fa bruscamente interrotto, se dobbiamo prestar fede a quanto il Marchisi padre scriveva a Lorenzo dei Medici, il 17 Aprile 1476. Pare che il signore di Pesaro, superate le prime difficoltà della costruzione. cioè quelle di edificare in mezzo all’acqua, cacciasse via in malo modo i Marchisi, padre e figlio, insieme agli scarpellini che il Giorgio aveva condotto seco di Toscana per quell’opera.

    Il Marchisi si lagna al granduca che il signore di Pesaro l’abbia fatto stare perfino una settimana senza viveri! E poiché egli reclamava, lo Sforza gli diede ordine per mezzo delle guardie, che entro due ore egli e suo figlio Antonio sgombrassero da quelle terre; altrimenti gli avrebbe fatta — scrive esso — «la barba di stoppa»,

    in

    altri

    termini :

    impiccare!

    Oltre di che — è sempre Giorgio Marchisi che narra — «lo Sforza gli avrebbe messa a sacco la casa e toltogli le masserizie e tutti i panni; tanto che dové tornare a Settignano in farsetto». E chiama testimoni gli scarpellini che «aveva menato seco». Lo Sforza avrebbe anche trattenuti i garzoni del Marchisi, che da questi avevano già avuti fino a tre mesi di paga anticipata. Tutto ciò avvenne, dice M°. Giorgio «quando egli m’ebbe fatto cavare una torre fuori della acqua et che vide che e’poteva fare senza me». Sicché il lavoro fu «allocato» ad altri e ciò anche più di un mese prima che il Marchisi fosse in così malo modo liquidato. Era, dunque, premeditata la sua espulsione?

    D’altra parte lo Sforza diceva che il Marchisi era fuggito portando via i denari che aveva avuto in anticipazione. Ma l’architetto si difende, e — da uomo pratico dell’arte — scrive al Medici: «Mandisi a stimare il lavorio ch’io ho fatto e conci allo avvenante delle scripte eh’io ho et vedrete se io ho soprapreso danari, et se li resta a dare. Io ho lavorato due mesi et non mi ha dato danaro». Perciò si raccomanda al Granduca e gli garantisce che tutto ciò che gli scrive è pura verità «et se a ciò a me (sic) io vi dicessi bugia alcuna, voglio elle senza niuna misericordia mi gastighiate» (1).

    Non sembri questa narrazione una divagazione del nostro argomento; poiché essendomi proposto di dare in questo capitolo le maggiori notizie possibili sull’architetto della chiesa delle «Lagrime», mi è parso necessario dire anche di questa disavventura del Marchisi padre, della quale partecipò anche il figlio Antonio, che era all’inizio della sua carriera, di artista.

    Questi raggiunse ben presto fama e meriti; poiché nel 1487 costruì a Firenze, fuori porta a Pinti, la chiesa e il convento di S. Giusto nel quale erano i Padri Gesuati; dove poi dipinse a fresco Pietro Perugino. La chiesa, che fu distrutta poco tempo dopo, durante l’assedio di Firenze nel 1530, era, a dire del Vasari, «un grande edificio, che insieme al convento annessovi era dei più belli e bene accomodati che fossero nella Stato di Firenze» (2). Ciò avveniva nel 1487: lo stesso anno in cui il Marchisi stipulava il contratto per la Chiesa delle «Lagrime».

    ________________________

    (1) Gualandi Michelangelo.Nuova raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura ecc., Bologna, 1844, Vol. III, Pag. 341-343.

    (2) Le opere di Giorgio Vasari con muove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi, Firenze Sansonii, 1879-1885 Vol. III, p. 570. Vol. IV. p. 476.

    <58>

    * * *

    Preziosa, anche in questo argomento, è la testimonianza del cronista Mugnoni, il quale scrive che «el maestro che ha tolta ad fare dicta ecclesia, si è fiorentino ciamato (sic) mastro Antonio. homo reputato de grande ingenio». Ed aggiunge che lavorò molto sotto il pontificato di Sisto IV, in diversi edifici ed anche in S. Pietro a Roma; e costruì molte rocche e — ripete — «reputato grande ingenio et maestro in edificare». Ma con tutto il suo «ingenio» — anzi appunto per questo — dovette il Marchisi essere un «fiorentino spirito bizzarro». Vedremo tra poco come venne a dar noie e brighe al comune di Trevi, abbandonando anche il lavoro intrapreso.

    * * *

    Nel 1494 Antonio Marchisi era a Napoli, al servizio di quei reali, con la provvisione di 200 «ducati» per la costruzione e riparazione di fortezze in tutto il reame. Nel 1498 rivedeva le fortezze di Calabria. E. secondo il Vasari, lo scultore Andrea da Fiesole fu chiamato a Napoli dal nostro Antonio di Giorgio, che il Vasari stesso giudica «grandissimo ingegnere ed architetto».

    Nel 1517 il papa Leone X, volendo fortificare Civitavecchia condusse seco «di persone ingegnose» anche «Antonio Marchisi architetto allora di fortificazioni, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli».

    Nel 1518, ritornato a Firenze ebbe dagli Otto di Balìa l’incarico di rivedere le fortezze di Pisa, Livorno, Borgo S. Sepolcro, Arezzo e Montepulciano e di far nuovi progetti e modelli. Nello stesso anno andò a rivedere la fortezza di Fogliano in Val di Chiana, della quale fece un bellissimo disegno.

    Il Muntz crede riconoscere il nostro Marchisi in un «Magister Antonius de Florentia Murator» che nel 1185 era a Roma, a pigione in una casa del Capitolo Vaticano (1).

    Nel 1504 Consalvo di Cordova rilasciava mandati a favore del Marchisi, indicato con le qualifiche di ingegnere e di architetto e sotto il nome di «Antonio da Settignano»(2).

    Fra i più moderni scrittori fa menzione assai laudativa del Marchisi il P. Guglielmotti che lo dice «chiaro architetto militare».

    ____________________________

    (1) Eugene Muntz. Le artes àla court des Papes Paris, 1898, p. 48.

    (2) d°. Histoire de l’art pendant la Renaissance. Vol, II, p. 252.

    <59> Erroneamente, però Io chiama Marchisio e lo dice di Modena (1).

    Il nostro Antonio di Giorgio Marchisi morì il 1° Settembre 1522. Secondo il Vasari, egli sarebbe morto a Napoli, dove «fu fatto seppellire da quel re, non con esequie da architettore, ma reali». Ciò a prova della grande stima che il Marchisi godeva da quel re Ferrante «appresso al quale era in tanto credito Antonio, che non solo maneggiava tutte le fabbriche del Regno, ma ancora tutti i più importanti negozii dello Stato».

    Il Milanesi, però nelle sue note alle Vite del Vasari dice che tutto ciò sarebbe una «favoletta»; perché il Marchisi aveva fatto testamento fino dal 1493, ventinove anni prima della sua morte, ed aveva istituito erede Ottaviano, suo figliuolo, natogli dalla Fioretta di Giovanni Cioli, sua moglie. Se il figliuolo moriva, dovevano sostituirlo nell’eredità Zeffira e Ginevra sue figlie, la prima maritata ad Andrea Ferrucci.

    Più tardi, però altri fatti sopravvennero: e in un nuovo testamento del 10 Maggio 1520 istituì erede Giorgio, suo figlio naturale. Quindi cadrebbe il racconto del Vasari.

    Quello che conferma, però la meritata fama, di illustre architetto è la serie dei suoi lavori, come la Chiesa di S. Giusto a Firenze, e la nostra Chiesa delle «Lagrime». Quando di essa farò parola diffusamente e quando il lettore avrà sott’occhio l’imagine stupenda dell’esterno e dell’interno di questo nostro tempio si farà persuaso — nonostante i danni che il tempo arrecò all’edificio — che questo è opera di un architetto di genio e di ardimento; molto più che l’attuale chiesa non riproduce tutto lo splendore e la grandiosità del primitivo disegno, pur rimanendo sempre una imponente opera d’arte.

    Ulteriori notizie sulle vicende della vita di M. Antonio Marchisi avrò occasione di dare nel corso di questo libro, per ciò che si riferisce all’opera del Marchisi in Trevi.

    Notiamo, intanto, che esso si unì in questa impresa al suo conterraneo Sante di Giovanni, che, prima, aveva stipulato un contratto coi deputati delle «Lagrime». Circostanza questa di qualche valore, e che era fin qui sfuggita a chi aveva parlato di M°. Antonio e della chiesa dalle «Lagrime». Con essa. si mette in evidenza anche questo

    ____________________________

    (1) P Alberto Guglielmotti O.P.Storia della marina pontificia. Roma, Tip. Vaticana, 1893, Vol. I. p, 240, Vol. X. Indice.

    <60> secondo architetto di Settignano, del quale, finora, nessuna notizia si aveva dai più competenti in materia di storia dell’arte.

    E prima di lui il comune aveva trattato con Francesco da Pietrasanta, che presentò il disegno per la nuova chiesa (1). Da questo fatto e dalla circostanza che nei successivi contratti con Sante da. Settignano e con Antonio Marchisi non si parla di disegni della chiesa, ma solo di dimensioni e prezzi dell’opera muraria si è voluto da taluno dedurre non essere il Marchisi il vero architetto della chiesa ma soltanto un appaltatore ed un esecutore di progetti altrui (2). Ma la deduzione mi sembra cavillosa. Il Mngnoni dice — è vero — che, il Marchisi aveva «tolto ad fare dicta ecclesia», ma questo «fare» è verbo troppo generico per poterne concludere che il Marchisi fosse un semplice esecutore. Tutta la sua carriera artistica ce lo mostra come ideatore di fabbriche d’ogni genere. Il Mugnoni stesso la chiama «homo reputato de grande ingenio» e ricorda i lavori dal Marchisi compiuti sotto Sisto IV.

    Se si tengono presenti e se si valutano seriamente queste circostanze e ad esse si aggiunge il fatto che — come vedremo — il comune di Trevi esigeva la presenza del Marchisi sul posto, se ne dovrà dedurre che egli e non altri sia stato l’architetto della chiesa. Se il contratto imponeva a lui degli obblighi circa alcuni particolari della costruzione, senza far cenno di un disegno vero e proprio eseguito dal Marchisi, ciò può dimostrare — tutt’al più — che il comune si rimetteva al buon gusto e alla maestria dell’architetto.

    Sarà forse lecito dedurre che questi potrà avere utilizzato qualche elemento dei precedenti progetti; ma anche questa è un’ipotesi: niente più

    Se devo, dunque dire il mio modesto parere, credo poter affermare essere il Marchisi il vero architetto della nostra chiesa. Che egli sia stato nello stesso tempo l’assuntore dei lavori, è cosa che non farà meraviglia a nessuno di quelli che hanno una qualunque notizia della storia dell’arte e dell’architettura in ispecie. Il contratto stesso — lo vedremo tra poco — dà al Marchisi la doppia qualifica di «maestro» e di «accottimatore».

    Ed al semplice buon senso ripugna il pensare che, dopo aver trattato con artefici di minor grido, il comune si decidesse ad affidare la fabbrica ad un architetto di grande ingegno e di grande fama,

    ____________________________

    (1) Cfr. sopra pag. 49

    (2) D. P.Pirri, Annali di ser Francesco Mugnoni da Trevi, cit. pag,95 n.1

    <61>
    c
    ome il Marchisi, per far di lui un semplice appaltatore di opere murarie!

    Il 27 Marzo 1487 convennero in una camera del palazzo comunale di Trevi «l’insigne architetto» Antonio di M°. Giorgio Marchisi, insieme a M°. Sante di Giovanni, ambedue da Settignano, coi magnifici signori Priori del comune: Luca di Francesco Capocciuti, anteposto, Bartolomeo di Bartolo Santi e Biagio Cascioli, e con i signori Gregorio di Tommaso Petroni, Pierfrancesco di Franceschino Lucarini, ser Giovanni «Tosto», di Angelo Valenti, Bartolomeo di ser Giacomo, ser Giovanni Gabino Francioli e Diotallevi d’Antonio Santilli; i quali ultimi nove rappresentavano i deputati delle «Lagrime», mancandone soltanto uno sugli undici, poiché tra questi era da contarsi anche Bartolomeo di Bartolo Santi, allora priore.

    Tutti questi cittadini autorizzati dal consiglio generale, con l’intervento del notaio cancelliere del comune, nell’interesse della chiesa delle «Lagrime» e del comune, convengono con M°. Antonio Marchisi che questi costruire la chiesa da buono, fedele e legale maestro e accottimatore.

    E farà la chiesa fino alle volte e il campanile. Il comune farà scavare le fondamenta. Sul posto, per la direzione dei lavori, dovrà trovarsi sempre o M°. Antonio, o M°. Sante, o un altro maestro di sufficiente capacità scelto da essi. Ed avranno l’obbligo di sorvegliare anche lo scavo dei fondamenti — quantunque fatto a cura del comune — e così i lavori di puntellamento e quant’altro occorrerà.

    M°. Antonio promette per sé e per i suoi eredi di osservare tutti i patti del presente contratto, senza frode, senza cavilli e senza eccezioni.

    Fin qui la formula preliminare del contratto, che nell’originale è in latino. Segue, poi, il testo del contratto, in volgare, di cui riassumo le linee principali, riservandomi di darne il testo completo tra i «Documenti» in appendice(1).

    M°. Antonio Marchisi promette e si obbliga di lavorare la chiesa, il campanile, le volte, i mattonati, gl’intonachi e tutto ciò che occorra; e su tutto «s’intenda darci el paiese franco» ossia la libera facoltà di far cavare l’arena e la pietra dove gli farà più comodo e dove è solita cavarsi.

    Il comune dovrà condurre l’acqua sul lavoro, e darà legname e ferramenta «che vadino a spese de dicta Madonna».

    ___________________________

    (1) Vedi: Appendice: Documento N. 2.

    <62>

    É obbligato il Marchisi di adoperare tutto il materiale offerto dai fedeli, fin qui radunato, e quello che verrà offerto in seguito, a prezzo giusto. E ciò s’intende tanto Iter la pietra e per la calce, come per la mano d’opera, spontaneamente offerta.

    Il prezzo di una «pertica» di muro è fissato in 8 «ducati» d’oro. La facciata e i fianchi avranno i loro pilastri di mattoni «con la cornice attorno».

    E la chiesa sarà dentro e fuori intonacata e «finita de tucto ponto a mie spese d’ogni cosa» Ma è a carico del comune. come si è detto, lo scavo delle fondazioni. Il murato si misurerà «vuoto per pieno», comprese, cioè le cappelle. le porte, le finestre e «l’occhio».

    Il campanile sarà esternamente di mattoni, come la sua base.

    Il prezzo delle volte è fissato a 10 «bolognini» al «piede scempio» cioè quadrato, e misurato sopra il piano della volta e della tribuna.

    Il selciato o l’ammattonato di mattoni «quadri» si pagherà 3 «bolognini» il «piede».

    Il prezzo delle pietre concie sarà fissato da amici comuni.

    Interessante è la clausola che riguarda il pagamento dei lavori. Poich il comune e i deputati delle «Lagrime» coraggiosamente si accingevano a questa opera grande. senza avere già pronti tutti i mezzi necessari, non vollero con questo fare opera inconsideratamente gravosa per il popolo trevano, ne troppo aleatoria per l’architetto appaltatore. Quindi è che nel contratto è detto che «la comunità de Trevi sia obligata overo dicta Madonna, pagarci dì per dì come se verrà lavorando. Et quando dicta Madonna, non havesse pecunia da spendere, noi siamo obbligati a lassare el lavorare, in sino a tanto elle dicta Madonna habia el modo a lavorare; et quandoella habia el modo a lavorare, noi siamo obbligati, a lavorare a ogni loro requisitione».

    Nuova prova, questa convenzione, della prudenza degli amministratori di allora. Essi avevano visto che la spesa era assai considerevole, e che era prevedibile una diminuzione nell’affluenza delle offerte, se la devozione dei fedeli veniva ad affievolirsi. E infatti poco tempo dopo, le loro previsioni si erano in parte avverate.

    Nel contratto è detto anche che «la comunità o vero dicta Madonna» dia in prestito 60 «ducati» all’appaltatore, perehé possa incominciare a lavorare; versandogli 30 «ducati» all’atto della stipulazione del contratto e gli altri 30 all’inizio dei lavori. E la somma verrà «scontata» nella fabrica. E se cosìnon fosse fatto, l’appaltatore autorizza il comune a poterlo «gravare in havere e in <63>
    persona, qui. a Firenze et in ogni luoco dove ragione si tenesse et domandarmi danni et interessi»; secondo la formula comune a tutte le obbligazioni a quei tempi.

    Si obbliga, in fine di lavorare da buono e leale maestro, in fede di che, dice: «ho fatta questa de mia propria mano, hogi questo dì sopradicto».

    Siamo, parrebbe, alla chiusa del contratto. Ma, arrivati a questo punto l’architetto e gli altri si avvedono di aver dimenticato qualche cosa. Infatti il testo torna a parlare del prezzo dei tetti, dicendo che sarà fissato poi e che saranno misurati come i muri, cioè mano, mano che saranno costruiti.

    Da notarsi il fatto che nel testo del contratto il Marchisi parla talora a suo nome soltanto; talora, invece, anche a nome del socio, Sante di Giovanni; e allora adopera il «noi». Ma per l’obbligazione derivante dal contratto s’impegna personalmente il Marchisi.

    Il Marchisi, celebre architetto, ma non altrettanto famoso letterato, scrive:

    Io Antonio de M. Giorgio chonfesso ete (sic) «chomfermo tutte le chosse sopra scritte chome istano»

    E di questo autografo dell’architetto illustre riproduco il fac simile (Fig.4).

    Testimoni a questo atto furono Gio: Battista e Benedetto di Gregorio Petroni e Felice di Matteo Agostiui di Trevi. Dell’atto fu rogato il cancelliere del comune, più volte nominato, Giuliano Pellegrini, da Capranica.

    Con questo nuovo contratto restava espressamente annullato quello stipulato in precedenza con Sante di Giovanni da Settignano.

    Immediatamente dopo la firma del contratto, cioè lo stesso giorno 27 Marzo 1487, si mise mano allo scavo dei fondamenti per la nuova fabbrica, della quale esporrò ora le principali vicende.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    086

  • Francesco Francesconi – Lettere di M.A.Bonacci

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Alcune lettere di Maria Alinda Bonacci Brunamonti

    (Angela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi,

    in Rassegna Nazionale – Ottobre-novembre 1936-XV

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
    Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori di battitura e gli accenti secondo la grafia moderna.

    Maria Alinda Bonacci, tra il marito Pietro Brunamonti e il padre Gratiliano Bonacci (a sinistra). Dietro il Bonacci, Francesco Francesconi.
    Foto Brighi, Perugia.

    (da: Maria Raffaella Trabalza, Fiori di campo, amici miei di M. Alinda Bonacci Brunamonti. Foligno, 1992.) 113

    «Questo intollerabile abuso di ricerche indiscrete e di pubblicazioni pettegole», scriveva Maria Alinda Brunamonti nelle sue Memorie, «farebbe pensare che l’ultima delle sventura umane sia la gloria… Si concedono talvolta ai raspatori d’aneddoti, di date, di notizie vere o false, gli archivi domestici e si lasciano pubblicare anche gli scritti infantili con gli spropositi sfuggiti di fretta. Anzi gli spropositi spiccano con quello sfacciato e orgoglioso sic col quale l’editore significa che ne sa più dell’autore e che saprebbe insegnargli la grammatica e l’ortografia» (1).

    Ditemi ora come potrò avere il coraggio di presentare al benigno lettore, queste lettere di Maria Alinda Brunamonti senza trincerarmi dietro lo solite scuse del commentatore indiscreto. «Non v’e bisogno ch’io ve lo dica, certamente», scriveva al Prof. Francesconi Maria Alinda Brunamonti, «ma tuttavia permettetemi ancora che io vi raccomandi la custodia o la distruzione di questo foglio per ogni qualunque eventualità avvenire».

    Eppure, in fondo, non è così malvagia l’usanza dei «raspatori d’aneddoti». un modo come un altro di trattare gli uomini grandi alla buona; i monumenti sono tutt’al più decorativi, ma non dicono niente al cuore della gente che passa. A volte un’indiscrezione qualunque serve a rianimare l’uomo grande condannato a restare tra i vivi come un uccello impagliato con gli occhi di vetro e le ali guastate dai tarli e dalla polvere.

    Ma nel caso della Brunamonti c’e di mezzo pure un’opera buona.

    Saliamo fino alla sua casa di Porta del Sole a Perugia: nel salotto, fiori e gabbiette di uccelli, ritratti a matita e albums di fotografie, scaffali di libri e mensole di piccoli doni; il vento gonfia le tende dell’ampia finestra che guarda la piana del Tevere (2).

    ___________

    (1) M. A. BRUNAMONTI, Ricordi di viaggio (dal suo Diario inedito,a cura del marito Pietro Brunamonti) Firenze, 1907.

    (2) V. Nello studio di Maria Alinda Bonacci Brunamonti di S. Kulczycki ne La vita Italiana. Roma, 1894.

    <2> La Brunamonti che in vita ebbe la commossa amicizia dello Zanella e dello Stoppani, del Maffei e del Dupré, l’ammirazione del Fogazzaro(1) e la profonda stima del Salvadori(2), l’omaggio del Re, della Regina, e quel che è più strano del Carducci, la Brunamonti oggi è affatto dimenticata(3).

    E ora scendiamo al Casco dell’acqua: una grande casa bianca, giorno e notte vegliata dalla cascata di un antico mulino. Quanta farina macina il Clitunno. La sera la signora Santina suona la campanella e vengono i contadini a dire il rosario nella piccola cappella sul fiume… Da un angolo della biblioteca ingombra di libretti colonici e di opere di filosofia, sorride il languido volto della bella Marchesa Florenzi che fu per quarant’anni amica di un Re di Baviera, e vicino in aperta antitesi, il domestico sorriso di Maria Alinda Brunamonti, con un’aria di robusta serenità che ricorda il pane di casa…

    Il Francesconi dunque grande patriota e filosofo umbro, carissimo amico del Tommaseo, del Rosmini, del Gioberti, del Mamiani, e forse pure del Manzoni, intimo confidente del Cardinal Antonelli e della Marchesa Florenzi, titolare della prima cattedra italiana di filosofia della storia, il Francesconi è una figura completamente sconosciuta (4).

    (1) Il Fogazzaro nella Roma letteraria (anno XL n. 4) scriveva:«Io tengo che a lei, poeta, spetti un bel posto presso lo Zanella, poco più sotto di lui; ma lei scrittrice di prosa metto, per l’italianità insigne sì della veste che delle concezioni, per la maestà degli atteggiamenti, molto più su dello Zanella, accanto al maggior nostro maestro, al Carducci, non dirò degli scritti polemici e critici, ma dei discorsi accademici».

    (2) Il Salvadori parlò di M. A. Brunamonti ne La Favilla di Perugia e in Vita e Pensiero qualche anno fa. Vedi: G. Salvadori, Liriche e Saggi a cura di C. Calcaterre, vol: III, Ed. Vita e Pensiero. Milano, 1933.

    (3) V. ne La Favilla di Perugia (anno XXII) tra l’altro un articolo di L. Tiberi a proposito di una certa visita del Carducci alla Brunamonti. Il Carducci si trovava a Perugia in funzioni di commissario regio per gli esami al liceo. Vestiva di nero con una fascia rossa intorno alla vita… tuttavia pare che non disdegnasse i peperoni allo spiedo… un giorno trovò la B. sulla porta di casa, intenta a non so quale faccenda. Entrarono e si misero a parlare di Goethe e di Leopardi. Su Leopardi non si trovarono d’accordo. Per il Carducci Leopardi «era destinato a passare».

    (4) Mi riservo di trattare più ampiamente la figura di Francesco Francesconi a proposito della sua corrispondenza con il Rosmini e il Tommaseo. Mi varrò soprattutto di alcuni preziosi inediti che devo alla cortese accondiscendenza della famiglia e particolarmente del signor Carlo Francesconi, saggio custode dell’archivio di famiglia a Casco dell’Acqua, presso Trevi dell’Umbria.

    <3> Le prime lettere, e le più interessanti risalgono alla primavera del 1862. Maria Alinda Bonacci (non ancora Brunamonti) ha poco più di vent’anni. e il Francesconi è ormai vicino alla quarantina.

    Don Fausto Bonacci di Recanati, zio della futura poetessa, aveva conosciuto e apprezzato l’ingegno precoce del Francesconi, giovane convittore del Collegio Lucarini a Trevi, ottenendo in seguito dal padre del ragazzo il permesso di condurlo a Perugia dove avrebbe coperto la carica di prefetto nel Collegio della Sapienza. «Oltre il vitto ed il servizio avrà in danaro 36 scudi annui» scriveva il Bonacci «ed avrà il comodo di fare tutti questi studi che eleggerà».

    Le speranze di Don Fausto non andarono a male: «Cecchino» a ventitre anni era gia laureato in filosofia e matematica, diritto civile e canonico, teologia e sacra scrittura, professore di filosofia a Perugia e a Spoleto, segretario particolare del Cardinal Antonelli a Roma… «pensate se abbia goduto di un dolcissimo piacere», gli scriveva il Bonacci, «all’udire che subito vi siete messo in posto molto onorato ed utilissimo per trovarvi al centro del movimento civile e politico, dove potrete ampiamente svolgere i talenti che Dio vi ha dati…».

    Carissimo amico di Rosmini, cerca di conciliare Rosmini e Mamiani; tiene informato il Tommaseo degli avvenimenti romani, aiuta la causa di Venezia e «col pericolo d’essere arrestato e fucilato andò fin là a portare non lievi soccorsi al pietoso amico»(1).

    «Amerò pure di sapere come vi riusciranno i colloqui con Mamiani», scrive ancora il Bonacci, «e vi esorto, anzi vi prego di non esser ritroso a seguire le vie che possono condurvi alla cattedra di filosofia nell’Ateneo Romano…».

    Ma la brillante carriera del giovane fu ostacolata e forse stroncata dal dissidio con il Cardinale Antonelli e dalle tenebrose persecuzioni del piccolo Clero che dominava la vita politica di Perugia.

    A soli ventisei anni si ritirò a vita privata nella sua casa del Casco dell’Acqua in riva al Clitunno, e soltanto undici anni dopo tornò in veste ufficiale a Perugia, rettore, al posto del Bonacci nel Collegio della Sapienza dove allora insegnava

    (1) G. AGOSTINI, Memorie del Cavaliere Professore Francesco Francesconi. Foligno, 1892.

    <4> lettere il Prof. Gratiliano Bonacci fratello di Don Fausto e padre di Maria Alinda, uomo di una serietà spirituale che rasentava la pignoleria, autore di un trattato di estetica lodato dal Giordani e dal Borghi.

    Maria Alinda non ebbe altro maestro all’infuori del padre, il quale tentò felicemente un’ardita esperienza didattica: a otto anni Maria Alinda vestiva da uomo, leggeva la Divina Commedia, i Sepolcri, i Fioretti di S. Francesco, le lettere del Gozzi, studiava greco e latino, italiano e francese, storia, geografia e matematica.

    Nel 1856 il professor Gratiliano pubblicò i primi versi della figlia appena quindicenne. Offrì una copia del libro al Rettore e il Rettore volle conoscere l’autrice, oppure il Francesconi apparteneva a quel gruppo di amici che avevano conosciuto «l’ammirabile precocità» come scriveva il Tenca, di Maria Alinda Bonacci.

    Le nostre lettere ad ogni modo, presentano il Francesconi come un vecchio amico, il migliore amico ed il più fidato consigliere della giovine poetessa.

    La Brunamonti si trovava a Recanati, dove il padre, che aveva lasciato l’insegnamento per ragioni di salute, si era trasferito poco prima del 1860.

    «Oh Recanati, Recanati, tu m’assassini». Tutto il giorno non si sente che suonare a morto. «Tanto e viver qui a Recanati come in un deserto dell’Arabia, e chi ha bisogno di espansione e di vita, se non la domanda al proprio cuore o alle cose inanimate, può far conto di dover morire sconsolato». «Recanati paese degli asini e gufi… Recanati caverna del polo antartica….». Caro signor Francesconi è inutile «patrocinare la causa di questo malaugurato paese».

    E pensare che i poveri Recanatesi nel 1885 l’andranno a prendere alla stazione con la banda e daranno in suo onore un ricevimento a base di vino e ciambelle(1). Più tardi un indulgente biografo della Brunamonti scriverà: «Di Recanati parlava con una tenerezza filiale».

    Un continuo rimpianto per la vita e gli amici di Perugia, accompagna le lettere che Maria Alinda scrive quasi tutte le settimane al filosofo del Casco [dell’Acqua].

    Questa copiosa corrispondenza che va fino ai primi anni del matrimonio con il Prof. Pietro Brunamonti di Perugia, matrimonio in cui ebbe tanta parte il Francesconi, gira sempre intorno a due perni: il ricordo di una adolescenza disperata, e

    (1) V. M. A. Brunamonti, Op. cit.

    <5> il pensiero di Pietrino; nell’insieme rivela una Brunamonti ignota perfino alla minuziosa perspicacia del marito che ne raccolse le memorie e offre allo psicologo la sincera testimonianza di una difficile esperienza giovanile.

    1.

    Carissimo Francesconi

    Ben tornato a voi da Trevi !… Sabato a mattina mi giunse il pacco dei ritratti e vi sono infinitamente grata delle premure vostre per ispedirlo. Vi sono anche grata della vostra lettera del 4 luglio piena di savie riflessioni e di ragionevoli consigli i quali mi sembrano verissimi e giustissimi e solo qualche volta si trovano un poco discordanti da me perché il cuore sente e non ragiona, ama e non discute, soffre e non giudica, gioisce e non considera bene a fondo le cause ne del gaudio né del patire né dell’amare. Tremendo mistero è l’abisso del cuore ne mai può scrutarsi pienamente senza trovarsi annegati prima di venirne a luce: e guai a quella persona le cui fibre sono così vivamente sensitive, così irritabili, così commosse, che per necessità poi l’intelletto, la fantasia e ogni altra potenza ne resta vinta e dominata. Compatitemi, Francesconi mio, e permettetemi che io vi porti come ad un bivio che mi sta davanti e dove mi è forza scegliere una strada e camminare. Consigliatemi così quella che devo eleggere dove io mi possa trovar meno infelice.

    C’e la via di quelle che seguiterò a chiamare illusioni cioè gioie speranze e affetti che hanno poco fondamento di realtà e che sono perfezionate ingrandite, illuminate dalla immaginativa e dal cuore. Fin quanto esse durano voi ne cogliete piaceri veri e una vita convulsa sibbene, ma vivace, e poche gioie, ma profondamente sentite, e molti dolori ma esilarati di care lacrime e non privi anch’essi di una voluttà vera quale è quella che viene da un dolore previsto, aspettato e sofferto con rassegnazione. Così almeno la vita è intrecciata di fiori e spine, e l’ortica è compensata da qualche rosa; così almeno nei tuoi anni di giovinezza godi il piacere di assistere ad una lanterna magica senza anticipare la fredda e monotona apatia della vecchiezza.

    Per l’altra parte la via è ignuda di fiori e uccise tutte le speranze, tolto il velo e il mistero che fa bello ai giovani l’avvenire, ti si mostra la vita quale ell’è: vanità e dolore; e il palpito del primo affetto si confonde col palpito dell’agonia. Avete veduto mai sul ponente le nuvole un momento prima che il sole si nasconda? Se lerischiara un ultimo raggio, brillano un istante color di porpora e la terra riflette quel puro vermiglio: è un’illusione !… le riguardate dopo un minuto eccole color di cenere e preludio di notte fosca e di più fosco domani. Oh quante volte in quelle nuvole ho veduto l’immagine della vita e

    <6> della gioventù! E quella vista mi ha fatto piangere e mi ha dato all’anima uno scoramento segreto. Io ho provato ambedue queste sensazioni anche nella vita. Vi fu un momento che io rinunziai a tutti i sogni e mi chiusi nella cerchia di una fredda ragione e affogai nel lago del cuore tutti i palpiti della vita fantastica e della poesia: ed allora la poesia, questa divina amica e compagna e consolatrice de’ miei giorni mi abbandonò e mi lasciò cadavere insensibile: distruzione di questa poesia in me e distruzione di vita, e morte! E parlo vero sapete! Tutte le bellezze della natura, dell’arte, degli studi divennero morte per me e appena seppi più quello che fosse amore. Ultima e somma disgrazia non poter godere non poter patire, ne saper piangere. Ma ho pregato Dio che mi svegliasse da cotesto disgustoso assopimento e mi rendesse la sventura e la dolcezza d’inebriarmi di lacrime. Dio buono me la rese e fui contenta.

    E queste cose a nessun altro fuor che a voi io le direi, perché difficilmente da altri sarei compresa e forse ne riderebbero. Ma voi siete prudente, sono sicura che non ne riderete, anzi mi compatirete anche non sapendomi approvare.

    E di più considerate voi ch’io non avrei potuto rivedere con tanta gioia la mia Perugia se non l’avessi amata, sognata e dipinta con i più vividi colori. E la luna sugli elci del Frontone non mi sarebbe parsa così bella se non mi fosse stata antipatica la luna di Recanati.

    Del resto poi scendendo (direbbe un seicentista) dalle soffitte della fantasia al pianterreno della ragione, vi dico che ciò nonostante io sto bene e serena d’animo e contenta del passato del presente e del futuro, e coteste chiacchiere che ho scritte leggetele per ridere non per impensierirvi della mia salute. Vi ringrazio però di questa vostra gentile e delicata premura e credete pure che io so osservarla ed esservene molto riconoscente.

    Lo zio mio qui presente vi manda un saluto pieno di carissimo affetto per voi la cui benevolenza gli è molto cara e gradita: vuole che. salutiate Brunamonti in nome suo e mio. Salutate ancora per me ai nostri gentili conoscenti a Palmucci, al Prof. Galanti, al Prof. Buschi, Antinori ed altri che credete voi.

    Addio e credetemi aff.ma

    Maria Alinda Bonacci

    Recanati 8 luglio 1862.

    2.

    Carissimo amico,

    Vi ringrazio della vostra lettera del 3 agosto, nuovo segno della vostra gentilezza e bontà per me: vi ringrazio anche dei pensieri penosi che avete avuto per conto mio credendo che stessi male: benché mi dispiacciano i dispiaceri vostri, tuttavia in questa parte ed in un

    <7> certo senso sono costretta a rallegrarmene perché mi sono un indizio che mi volete bene dacché vi prendete così cortese pensiero per me. Vorrei scrivervi un po’ allegra e rianimata e così temperare la malinconia di quella storia che vi avevo promesso, ma vi dico il vero, questo dovere scrivere sempre con i tristi auspici delle campane che mi suonano a morto sull’orecchio da tutte le parti è una cosa che mi fa morire d’inedia. Quando io muoio voglio lasciare per testamento che suonino a festa e così rallegrare gli uomini morta, giacché viva gli ho dovuti sempre rattristare con le mie nenie elegiache. E sapete che, Francesconi mio? tante volte la piglio con me, e temo che gli amici mi diano proprio il nome, di campana a morto, e non so quel che farei per mutare registro che infine infine annoia me pure, ma parlando sul serio del bel concetto in cui mi fate tornare presso di me, giacché avendovi io scritto che mi pareva di essere una larva strana e fantastica e un essere creato a traverso avevo detto così proprio con l’intenzione di screditarmi affatto, ma siccome io credo alle vostre parole più che alle mie, così credo ancora che non sia vero, e me ne consolo di: cuore. Perché a dirvi il vero, amico mio, è una gran triste cosa dover rivolgere gli occhi sopra sé stessi e dire: a che mi han ridotto le mie stramberie, l’esaltazione della mia povera testa! anzi vi ho a dir di più ?… quella parola ce l’avevo messa a posta per sentire quello che mi avreste risposto voi, poiché gia lo sapete se io fo conto della vostra schietta e leale sincerità.

    E un destino che io non ho potuto mai scongiurare da me, di dover contristare i miei più cari amici e i più intimi conoscenti con le mie tristi e sconsolate lettere. Perciò dovevo dirvi per regola vostra dapprima quando m’usaste la cortesia di cominciarmi a scrivere: aspettatevi tedio e malinconia in ricambio del vostro affetto e tanto mi vorrete bene, tanto più per gratitudine contentatevi ch’io vi compensi con nenie e noie. Scusatemi questo parlar franco, e permettete che io qui vi prevenga e mi aspetti un gentile rimprovero da voi che metterà il (?) alla vostra cortesia.

    Ora pero vi ripeto parlo delle malinconie come di cose passate e solo rimemorate per. legare la storia del passato a quella del presente, e forse dell’avvenire: sono state pene orrende a soffrirsi per anni lunghi e angosciosi! nelle quali angustie se io non sono morta è stato un miracolo del cielo e forse un soccorso della mia stessa complessione che sortii dalla natura robusta e sanissima. Altri non avrebbero resistito al primo sorso di quell’amara tazza che dovevo tracannare tutta d’un fiato sentendomene avvelenate le viscere. Alcuni dispiaceri intimi esagerati un poco dalla mia stessa immaginativa mi esulcerarono l’anima fieramente e mi fecero disperare di tutti: ho considerato il mondo come non vorrei considerarlo mai più: un inferno dei vivi! e in questo stato contro natura io mi trovavo spaventata e quasi pazza. Ho detto uno

    <8>stato contro natura perché vi giuro, e credetelo pure come cosa certa; io sono nata per amare non per odiare: sono nata per amare il genere umano e amarlo con un amore onnipotente e terribile, non per considerarlo come una razza di vipere e di draghi: questo pensiero mi faceva inorridire e aborrire la vita e desiderare la morte, e cercarla e… non dico altro: m’intendete..: sono stata sul punto e alla viva alternativa o di uccidermi o d’impazzire.

    A mano a mano pero io mi sono riscossa lentamente da quel sogno penosissimo; e una notte cotanto nera ha dato luogo a una discreta luce di giorno: sicché vedete che devo sperar bene per l’avvenire considerando quanto si è guadagnato in meglio da quanto era per lo addietro. Ma basti, basti così. Siamo proprio nel caso del naufrago alla riva: è vero però, e voi dite benissimo che un certo sfogo anche dei mali passati, giova sempre se non altro per alleggerire il peso delle memorie che ci gravano sul cuore. É dolce e santa cosa nella vita fra amici e fratelli barattarsi a quando il fardello che ci è imposto e fare ad aiutarsi l’un per l’altro. Ho sempre pensato così, e ho ragione non è vero ?

    Addio: salutatemi Perugia. …

    Lo zio vi saluta e vi dice che per conservarvi nella sua benevolenza e affetto vivissimo non era bisogno certamente di questa nuova occasione che oggi ci lega anche più; ma avendovi sempre amato oggi ci è più giocondo per le continue occasioni di scrivervi e conversare insieme.

    M. A. B.

    Post scriptum.

    Ora vi metto l’ingegno alla tortura se volete rispondermi !

    La storia che dissi di narrarvi nella sua intimità, ho bisogno di narrarla al cuore di Francesconi, non a Francesconi in persona, e perciò ve ne scrivo così riservatamente pregandovi, se mi rispondete su di ciò, ad adoprar quei modi generali, e quei tocchi evasivi che non fanno capir nulla ad altri e a me fanno capir tutto: è una storia d’amore io amavo a tredici anni con una precocità d’intelligenza incredibile, e amavo disperatamente e inutilmente: anzi forse derisa e dispregiata in cotesta mia non compresa passione. Alla partenza da Perugia che fu stabilita quasi apposta per divagarmi da quella che dicevano pazzia sottentrò un’irritazione nervosa e un’alterazione di salute che fino allora avevo avuto sempre straordinariamente forte e robusta. Quello sconcerto non cessò più: io fui sul punto d’impazzire come vi ho narrato già nella lettera e disperai del mondo, odiai gli uomini, le cose, odiai la vita e me stessa e mi abbandonai a tutto l’orrore di una situazione infernale. Un riso di sarcasmo da colui che aveva calpestato i miei primi affetti mi stava davanti a torturarmi la fantasia e il cuore, mi pareva di sentire per un momento quello che non ho sentito mai più in tempo di vita mia: l’odio cosa per me orribile quando si rivolge

    <9> contro persona. D’allora in poi sono stata più o meno sempre infelice fino a oggi, fino cioè alla mia ultima venuta a Perugia.

    Poiché prima essendo quasi disperata anche dell’affetto di quell’Angioletto che ho amato perché buono. ingenuo, semplice come una colomba e incapace di lasciarmi. Assicurata dell’amor suo oggi mi trovo contenta e posso dire felice.

    Non vi posso dire il nome della persona a cui si riferiscono i miei primi affetti perché non avendolo confidato mai a nessuno fuori che a mia Madre, tremo e sudo freddo a nominarlo. Verrà tempo però (io spero) che nel cuore vostro depositerò tutto tutto perché vi ho conosciuto e vi voglio bene come vero amico, e permettetemi che io lo dica, come fratello.

    Ma se ha da esser ciò, sarà a voce, non mai per iscritto. Me lo concedete è vero? Non vi dispiace che vi chiami così?

    Io vi voglio bene anche perché con i vostri aiuti e consigli e le cure vostre amorevoli io sono rinata ad una nuova vita e costì a Perugia ho risentito e ho gustato anche più profondamente le gioie care, dell’amor mio per Colui… quel bon figliolo e un tesoretto per il mio cuore, io l’amerò sempre. Ma ditemi perché pianse nell’accomiatarsi perdonatemi questa frivola curiosità, frivola per chi non ama, ma voi che avete esperienza del mondo e del cuor mio sapete che di certe piccolezze ho bisogno anch’io di tenerne conto. Se mi rispondete fatelo come di cosa vostra; senza accennare che io ve ne abbia dimandato, anzi fatelo pure liberamente da che ve ne ho scritto nella lettera, senza mistero, e scusatemi di nuovo amico mio !.,. Perdonatemi e lasciate che io vi sia sempre amica sincera e affettuosissima.

    3.

    Mio carissimo amico,

    Quando il mio scrivere vi fosse venuto a noia, come potreste più liberarvene? A quest’ora ci siete, e bisogna che sia così: colpa la vostra troppa bontà. Questa mattina ho avuto la vostra carissima del … io ho cercato la data e non c’è. Poco male.

    Volete sapere più minutamente le sofferenze del tempo passato? Oh elle,furono gravi più che non si creda, e più gravi perché non intese e perciò non commiserate da anima viva, e più gravi perché sofferte in una età in cui la prostrazione del dolore e l’angoscia dell’animo lottava in me con un estremo bisogno di vita, di giovinezza, di illusioni, di gioie, e tanto più gravi perché nuova affatto ai patimenti della vita, e uscendo appena da una spensierata e allegrissima fanciullezza, era troppo paurosa quella scena di dolore che mi si apriva all’improvviso davanti. E

    <10> infatti quanto più imprevista e inaspettata tanto più arriva profonda e acuta al cuore la punta del dolore. Non vi dirò perciò come ne restassi io sgomenta e contristata, come si presentasse agli occhi un avvenire lugubre e funesto.

    L’estate del 1858 fu orribile per me: il sonno fuggiva dagli occhi miei in quelle notti angosciosissime per vigilie desolate e paurose. Chiusa in me stessa io vagavo la notte per casa come smemorata e stupidita parlavo fra me, piangevo a dirotto e scrivevo scrivevo a lungo, continuamente; qualche volta tutta la notte; e mi coricavo all’alba in preda a un letargo penoso. Qualche volta la stanchezza e il sopore mi vinceva e a tarda notte mi trovavo addormentata sul pavimento. Quelle pagine scritte da me in quel tempo sono dettate da una disperazione senza conforto; e sono propriamente essenza di fiele e di arsenico attossicato. Qualche volta laceravo gli stessi miei scritti in cui avevo temperato un’anima contristata, riconoscendo la più tremenda delle verità umane, la vanità del dolore, e quando si arriva a questo, credetemi, è un miracolo se si sopravvive.

    Eppure questo non era il peggio. Alcun tempo dopo io perseverai per più mesi nello indefesso studio della lingua greca per soffocare nel cuore le lacrime, e divagare la mente da quei pensieri strazianti. Il rimedio fu peggior del male. Fu come se in queste ore di solleone bruciante, dopo avervi tenuto cinque ore al sole vivo, vi seppellissero in una fossa di ghiaccio. Come vi trovereste?… Imaginatevi come mi potevo trovar io dopoché in grazia di quello studio gelato mi veniva tolto il conforto misero delle lacrime come a quei traditori nell’inferno di Dante, a cui il pianto si aggelava nel ciglio e gli negava quell’unico sfogo. Il mio vocabolario greco è tutto segnato di note dolorose.

    Oh, ma per amor di Dio lasciamo la mestizia di questi discorsi! Ma ditemi: mi avete ora capito bene? vi basta così? vi occorrono altre spiegazioni? è generica la mia storia, ovvero la è specifica abbastanza? Oh chi mi avesse detto una volta quando passeggiando noi fuori la porta di Fuligno per la via romana, v’incontravo nella vostra carrozzina, chi mi avesse detto allora che sareste stato il mio amico e confidente a Perugia, e mi avreste continuato tanta benevolenza e cortesia?

    Addio: se a me date licenza di scrivervi, l’ho caro. Non voglio però e mi dispiacerebbe se vi prendeste soverchio pensiero di rispondermi anche a costo o delle vostre brighe, o del vostro sonno, o delle vostre passeggiate. Non voglio nuocere a nessuna di queste tre cose: e perciò senz’altro nel giorno occupatevi tranquillamente dei vostri affari; alla sera ristoratevi con una lunghissima passeggiata (che buon pro vi faccia) e poi andate a riposare senza il pensiero di rispondere a me. Scrivere ai poeti e ai malinconici vien sempre a tempo… e qui vorrei dire per non

    <11> immalinconire, e per non impazzire, ma non credo di dir saviamente !.. quando però mi scrivete vi serva di regola che mi procurate sempre un piacere. Addio.

    Recanati 11 agosto 1862.

    P. S. Mi avete fatto delle altre domande alle quali mi son dimenticata di rispondere, vi avverto che lo faro un’altra volta perché m: manca la carta.

    4.

    Carissimo Francesconi. Vi scrivo di questa sera quattordici agosto ma non sperate però che la mia testa sia con voi lì in Collegio; se la volete trovare v’é necessario che la ricerchiate a Monteluce dove mi portano i pensieri e gli affetti della mia prima e allegra fanciullezza. Care memorie! Ton posso ridurle alla mente senza piangere: ma pur troppo è una necessità! non si può esser sempre fanciulli; né istessi diletti goduti in quei dolci anni infantili si trovano a paro dell’età, quando si arriva a vent’anni!

    Poveri anni miei ludibrio delle illusioni e dei fantasmi! Lasciatemi dire uno sproposito: povera me dannata da questa disperazione che si chiama poesia ad una vita fantastica e strana. Mi pare d’essere una specie di commediante, con questo di peggio che la tragedia recitata mi fa patire come fosse vera, e vedo che in fine in fine dovrà andare e finire con una morte vera, invece d’una finta.

    Ma non crediate che per questo io sia triste e malinconica. No certo amo però di ridere un po’a spese mie, giacché questa testa che Dio mi ha posto sulle spalle, e il cuore che mi batte nel petto mi ha fatto piangere assai. Senza dubbio mi sembra però che Iddio soltanto per nostro continuo martirio ci abbia dato questa potenza lucida di creare fantasmi e viver di quelli. Altrimenti non si spiega il mistero dei dolori umani veri e non veri: cioè che son veri solo in relazione di chi più o meno li sente. Quando uno può liberarsi da cotesto fastidio con una scrollatina di testa, e può camminare a piede libero per le vie più piane della vita, senza bisogno di precipitarsi giù per i rompicolli delle fantasie, allora beato lui e la cosa va liscia. Ma quando un’anima sventurata ha una fatalità che la trascina per i sentieri più sghembi e più arrampicati della vita, allora poco più o poco meno, é scritto che costei deve essere infelice.

    Siamo al caso presente (o meglio vorrei dir passato perché oggi sono interamente tranquilla). Quando la mia povera testa veniva a lite colla ragione e duravano una battaglia ostinata e crudele, chi ci andavi di mezzo?… io. Quando la mia smania ardentissima era quella di riveder Perugia, e ritornare indietro due o tre anni, e la ragione mi rispondeva che l’era cosa impossibile, chi ci andava di mezzo ?… io, Quando lasciando Perugia la notte del 6 gennaio 1856, quell’aria diletta

    <12> mi fuggiva inesorabile, ed io la ricercavo come un moribondo la ricerca nell’agonia, e la ragione mi diceva che io ero pazza e desiderare altrimenti, giacché era necessario partire, chi ci andava di mezzo ?… io, io e sempre io, e non altri che io: cioè la mia salute, la mia gioventù, la mia pace, la mia vita. Ma voi potete dirmi: e voi perché vi mettevate in quelle esagerazioni di sentimenti ?… Vi potrò rispondere che ero passiva interamente e quasi da una fisica forza sospinta.

    Son tornata savia adesso ?..: non so: io credo che voi mi direste di no, e noti ve lo domando nemmeno per non sentirmelo dire. Amo però sentirmi dire: vi compatisco, e le benevole parole degli altrui consigli e conforti mi sodo una medicina che io non saprei prepararmi da me stessa. Io non ho misurato le mie forze per vedere se le sarebbero ristorate e vigorose a combattere quando l’assalto della tristezza tornasse a darmi guerra. Ho paura di interrogar me stessa e di tentarmi. So questo solo: che oggi sono sana, tranquilla e bastantemente coraggiosa e serena nei pensieri dell’avvenire. Non è poco. Ma non mi fido di me. Quando l’affanno tornasse griderei: Francesconi mio, aiutatemi che io affogo! datemi una mano, sollevatemi. E voi lo fareste, non è vero? Dacché vi ho conosciuto, in niuna persona quasi ho posta più fiducia che in voi. Mi ricordo quel che mi diceste: quando vi sentite l’anima contristata e bisognosa di sfogo scrivete a me, e infatti uno sfogo di lacrime e di parole con un vero amico, e un ristoro che non ha pari. E delle volte in certe ore che la malinconia tornava a sussurrarmi le sue lugubri parole, (di raro veh) specialmente alla sera, anzi alla notte, ho preso la penna per iscrivere a voi e ho scritto quel che mi dettava la tristezza. Alla mattina pero colla mente rasserenata pienamente, ho lacerato lo scritto, perché a mandarvelo sarebbe stato un contristar l’amico senza ragione, senza scopo, senza bene, ne mio ne vostro. Cosi è ita più d’una volta.

    Mi domandaste giorni sono inqual modo Perugia avrebbe conosciuto l’amor mio dopo ch’io fossi morta, e credevate ch’io avessi dei scritti riservati per quel tempo. Ciò propriamente non è per anche vero, ma può esserlo nell’avvenire. Ho un pensiero in mente: e se mi basta il vigore dello spirito, e se la vita ornai stanca mi regge più oltre, vorrei attuare un concetto che idoleggio da lungo tempo. Per ora non saprei dirvi altro. …

    Addio

    aff. M. Alinda B.

    Riservata. Volete un nome? il nome che si lega alla storia dei miei dolori? Amico mio siate certo che voi sarete l’unico nel mondo al quale io lo dirò: ma io vi prego per quanto avete di più caro al mondo a scusarmi dal dirvelo oggi e per lettera. Pero ho bisogno di farvi qui alcuna dichiarazione forse necessaria. Non sono state le mie, storie

    <13>straordinarie e avvenimenti da romanzo: un fatto semplicissimo e solo grava per me. Quel tale a cui si riferisce, non credo che neanche più se ne rammenti. Amavo, fui amata, forse per un momento, o mi parve, ma fra noi non corse alcuna dichiarazione fuorché cogli occhi. Si dimenticò prestissimo di me, credo che ne ridesse, e tutto è finito. Ecco qui la storia. Se Dio vorrà che io abbia a rivedervi e parlarvi, non avrò difficoltà di dirvi quel nome. Per parte di lui la cosa andò liscia come va liscia sempre a quei giovani che hanno il grazioso vezzo di amare oggi l’una, domani l’altra, e tenerne a bada dieci, e non amarne nessuna in fondo in fondo. Ma per parte mia che non sapevo, e non so quel che vuol dire amar per burla la cosa andò bene altrimenti. Oh caro amico mio! che tempeste ho passato! come mi è parsa orrenda la vita! quanto ho sofferto! e di qui procede questa irritazione alle fibre del cervello (credo io) che tiene la mia vita nell’incertezza, e in uno stato poco meno che sempre penoso. Una abitudine al dolore mi fa salvatica e mi trascina alla malinconia e alla solitudine, un istinto di amore nel senso il più puro e il più santo della parola, mi sforza ad amare e a ricercare esseri viventi a cui comunicar me stessa e questa potenza d’animo che Dio mi ha dato. Si Dio me l’ha data una potenza d’animo nel cuore che mi bolle come un vulcano. Ed è così proprio così: non crediate che ombra di esagerazione sia nelle mie parole, esagerazioni le sono in me nel modo di sentire non nel modo di esprimermi.

    Anche di una cosa vi prego: non vogliate, ve ne supplico intender male le mie espressioni. e travedervi sotto qualcosa di più riprovevole, che certamente non v’è. Vi dico così perché non so se nella foga dello scrivere mi sfugge qualche cenno che possa dare ombra di male al mio dire e al mio sentire. Ve ne ho solo prevenuto perché una volta mi accadde e la mia lettera fu intesa e spiegata a rovescio e capita in senso ch’io non volevo. Colpa mia che non avevo saputo significar bene il mio pensiero. Del resto oggi sono tranquilla e non è poco tranquillissima poi nel pensiero d’amore, d’un amore che oggi Dio mi consente felice perché semplice e quieto. Quel giovinetto mi ama assai. Mi scrive lettere così passionate, così amorose, così candide ch’io vi leggo un’anima d’angelo pura ed ingenua. Lo amo ancor io: ma tranquillamente nel pensiero dell’avvenire e con fiducia in lui che la merita. Addio.

    * * *

    La Brunamonti, nel suo Diario, ancora oggi in gran parte inedito, «né io riconosco più me stessa, scriveva, né trovo in me traccia nessuna di quella fanciulla pallida, magra, nevrotica, sognatrice, ritrosa».

    In questo senso le nostre lettere scoprono una Brunamonti del tutto ignota. Il padre severo impose alla figlia fin dalle

    <14>prime poesie, un rigido schema letterario, una tecnica forse troppo grave per la linfatica ispirazione della fanciulla «pallida e magra».

    Che cosa ci dice per esempio quell’«Addio al paese natale» che il Prof. Gratiliano pubblico nel volumetto dei primi canti, dopo aver saputo da queste lettere quale nostalgia lascio nel cuore della fanciulla, il ricordo di Perugia?

    «Non si avverte in lei la necessità di scrivere», dirà il Croce(1); eppure queste lunghe, appassionate lettere al professor Francesconi, rivelano un’urgente necessita di scrivere, un vero dissidio interiore, che forse non si sarebbe risolto così facilmente senza l’autorità del Prof. Gratiliano e la prudente amicizia del Prof. Francesconi: dissidio complicato dal male sottile dei letterati, quel male che il Petrarca battezzava col nome tecnico di acedia, quella «vanità del dolore» di cui parla la Brunamonti in una lettera al Francesconi.

    «Codesta malinconia è stata l’amica, la compagna, la maestra, la consigliera della mia vita e dei miei studi e non posso rinunziare ad essa o rinnegarla», scriveva ingenuamente in un’altra lettera al Prof. Francesconi la giovine poetessa.

    Con gli anni l’autorità del padre, malato e ormai fuori dell’ambiente letterario, si fece più debole, e il Francesconi calmo temperamento filosofico, influì molto su una serena liquidazione delle vecchie tristezze. «Se a Perugia, io sono rifiorita alla vita della speranza e della gioventù, in gran parte lo devo a lei, ai suoi amorosi consigli, alle sue più che fraterne premure».

    L’equilibrio scosso dalle bufere dell’adolescenza, si ristabilisce completamente; il suo modo di scrivere perde il carattere di «urgente necessità» e si riveste di un tono ufficiale, sempre più estraneo alle esperienze personali, sempre più aderente alla tradizione colta delle donne letterate; al Francesconi non rimane altro che una parte, diremo così, di amministratore spirituale.

    Nel 1868 Maria Alinda Bonacci sposerà Pietro Brunamonti, professore di diritto all’Universita di Perugia. Anche dal punto di vista semplicemente biografico, le nostre lettere presentano un certo interesse.

    «Pietrino» nei lunghi anni di fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, appare, ben diverso da quella figura di affettuoso compagno di lavoro, di consorte vigile e solenne, ufficialmente consacrata dalle poesie e dal diario di Maria Alinda.

    (1) B. CROCE – Letteratura della Nuova, Italia – II pp. 357 -Bari 1921.

    <15>Nella prima lettera il Brunamonti è il «pesciolino del Clitunno» l’«angioletto» («e così piccolino per se stesso che se si nasconde ancora volontariamente, non lo si ritrova più») «un’animuccia bellina e amorosa», «un buon figliolo» che «partecipa del bimbo di sette anni e dell’uomo maturo di settant’anni: l’età di mezzo l’ha scavalcato netto, netto».

    Nell’ultime, circa due anni dopo il matrimonio, la Brunamonti scriveva: «è per una parte cosa da ridere, Francesconi mio! (e qualche volta fa sdegno !…) che le notizie le più interessanti per il mio avvenire, io le sappia più facilmente dall’amico che dallo sposo! Io ne sono grata a voi di tutto cuore; ma vi confesso che qualche volta mi bisogna di farmi un poco violenza per tollerare questa trascuraggine che mi fa danno e pena: qualche volta io me ne affliggo profondamente perché penso ch’egli voglia avvezzarmi così assai per tempo a tenermi soggetta sotto un dispotismo assoluto e cieco! Che ne dite voi, caro amico? parlatemene a cuore aperto sicuro che le vostre sagge e moderate osservazioni faranno sempre bene quali esse sieno all’anima mia spesso arida e sconsolata di non trovar nella vita altro che tedio e disinganno!

    «Oh potessi ragionar un poco a lungo con voi! Oh potessi narrarvi a voce tutto quello che da due anni porto serrato nel cuore! Vi giuro che nulla tanto mi alletta e m’innamora quanto la schietta e giovanile confidenza di un’anima candida e sincera nulla tanto mi disgusta quanto la taciturna asprezza d’uno spirito impenetrabile che vuole avvolger di mistero le cose più semplici e così tenermi o indietro o sotto i piedi!…».

    E in un’altra lettera forse dello stesso tempo: «Ha un benedetto vizio colui che è cupo e impenetrabile quanto l’abisso. Non v’e mai pericolo che discorrendo meco gli esca verbo dalla bocca che possa farmi partecipe dei suoi timori o delle sue speranze !… Pazienza però !… e poi a quest’ora, mio caro amico, ho imparato a mie spese che costa troppo abbandonare il cuore a violenti desideri e trasporti di giovanili speranze. Nella foga del correre è troppo facile urtare e cadere. Forse in questo modo la Provvidenza vuole lentamente ammaestrarmi a non fidarmi soverchiamente di me e della mia indomita fantasia e così forse mi prepara un avvenire meno infelice!… Oggi mi sembra di esser più rassegnata, una contradizione impreveduta. mi farebbe meno sgomento, una speranza svanita mi darebbe meno dolore».

    La corrispondenza fra la Brunamonti e il Francesconi si fece sempre più rada con gli anni. Neppure una volta ricorre il nome del Francesconi nel voluminoso diario di Maria Alinda Brunamonti.

    <16>Il filosofo «poco prima del 1870 partì per sempre da Perugia… e si raccolse a vita privata nel suo paese nativo vicino a Trevi… fu poco conosciuto.., tanto è vero», scriveva il povero Agostini, «che queste memorie riusciranno nuovissime e inaspettate anche ai suoi intimi…».

    La sua piccola grande amica intanto faceva strada nel mondo, alla conquista di una breve e luminosa celebrità. Molto breve, soprattutto! Chi legge più le poesie di Maria Alinda Brunamonti? Ci sono due o tre inni alla Madonna che oggi ancora il popolo canta nelle sere del mese di maggio, senza saper davvero niente della Brunamonti che li compose tra i quindici e i sedici anni, all’alba della sua tormentata adolescenza.

    Eppure, oggi, ripensando dalla riva dei tempi nuovi, agli entusiasmi e alle speranze della Brunamonti, scopriamo in lei lo spirito e il cuore della prima donna italiana, addirittura nel senso voluto dal Fascismo: dotata di «un’intelligenza profonda» (il che, detto dal Senatore Croce, non è poco) vediamo che il Carducci «la trovò sulla soglia di casa intenta a non so quale faccenda!». Fervente cattolica, non esitò unica fra le donne italiane a votare per l’annessione delle Marche e dell’Umbria ai Savoia, e prima fra le donne italiane sognò la Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa. Madre orgogliosa, cantò le culle speranza dei popoli e i figli primavera della vita. Anima candidamente aperta a ogni entusiasmo per le umane conquiste, cantò il telegrafo e il treno, le scoperte e le scienze sperando nel progresso l’avvento di tempi migliori. Sinceramente patriotta ebbe un fiero disprezzo per «le discordi ciance dei Parlamenti» e le ire dei politicanti di provincia. La sera del 27 marzo 1887, al Teatro Comunale di Perugia, davanti a un’immensa folla, Maria Alinda Brunamonti commemorò i morti di Dogali.

    E la poesia offerta alla moltitudine colpita dal dolore come una suprema speranza nei destini della patria, alla luce dei tempi nuovi s’accende di ardore profetico, assume il carattere sacro di un eroico vaticinio.

    Angela Zucconi

    Il Personaggio da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264) Foligno, 1987
    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito. Foligno, Tip. S. Carlo, 1892

    Ritorna alla Ritorna alla pagina FrancescoFrancesconi

    051

  • La chiesa delle Lagrime (274), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX LE OPERE D’ARTE MINORI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 -. pagg. da 274 a 277)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <274>

    Quelle di cui fin qui ho parlato sono le opere d’arte che, per essere grandiose ed imponenti, richiamano senz’altro lo sguardo e l’ammirazione del visitatore. Ma oltre a queste, altre più piccole e più nascoste, e non tutte visibili qui, ornavano — ed in parte ancora adornano — la nostra chiesa. Onde mi è parso utile ed interessante farne cenno; prima di tutto perché finora sono quasi sempre sfuggite all’osservazione degli studiosi; poi perchésu taluna di esse avrò occasione di dare notizie e produrre documenti inediti.

    1°). LA PILA DELL’ ACQUA SANTA

    Premetto che il visitatore cercherebbe ora inutilmente nella chiesa questa pila. Un tentativo di furto verificatosi nel Novembre 1922 — come già dissi — consigliò di porre più al sicuro questa ed altre opere d’arte. Onde è che, da quell’epoca, la pila è collocata nel piccolo Museo comunale di Trevi.

    E’ un’elegantissima tazza di marmo di Carrara, che nelle linee purissime rievoca le antiche tazze romane. La base in pietra appenninica che la sorregge è opera deplorevole, eseguita alcuni anni or sono. Per lungo tempo, forse fino da quando la pila fu mandata a Trevi, venne collocata presso la porta minore della chiesa ed internata per metà nel muro. Credo poter affacciare l’ ipotesi che ciò sia stato fatto perché la colonnina, che doveva servire di base, andò forse in pezzi; ed in attesa di sostituirla con un’altra, si rimediò alla meglio adattando la pila nel modo che ho detto. Ma da ciò non è <275> venuto gran male: anzi dobbiamo a questa circostanza se la metà di essa — cioè quella che rimase nascosta nella parete — si è conservata intatta, come nuova.

    La tazza, di forma perfettamente rotonda, (Figg. 54-55) misura 80 centimetri di diametro. All’ intorno è decorata da quattro anse che sporgono sopra al labbro. Intorno, a basso rilievo, figurano, sulle onde del mare, delfini che guizzano (1) e vitelli marini che nuotano. Mascheroni e conchiglie simmetricamente disposti, completano la decorazione. Sulla parte che può dirsi anteriore è o stemma della famiglia Ricci, di Trevi, già ricordato e descritto (2). ciò dimostra che la pila fu eseguita a spese di quei benemeriti cittadini. La parte inferiore della tazza è molto elegantemente baccellata.

    La finezza e lo squisito gusto che si rivelano in questa pur minuscola opera d’arte in tutti i suoi particolari, dava a chiunque l’esaminasse la sensazione di trovarsi dinanzi ad un lavoro di artista non comune e certamente di ottima scuola. Onde vivissimo il desiderio di conoscerne l’autore. Toccò a me la piccola fortuna di trovare l’originale del contratto col quale lo «scarpellino» maestro Giovanni da Carrara assumeva l’obbligo di eseguire la pila per la nostra chiesa. Il documento è nell’Archivio di S. Pietro in Vincoli a Roma. E lo trascrivo per iutiero in Appendice, sembrandomi di non trascurabile interesse, anche perchéda quest’atto veniamo a conoscere qualche cosa intorno all’artista toscano, del quale, fin qui, poco o nulla si sapeva (3).

    Il contratto porta la data del 9 Febbraio 1510. Da esso risulta che lo scalpellino s’impegna di eseguire una pila di marmo per l’acqua benedetta. E la pila doveva essere simile a quella che allora esisteva nella chiesa di S. Maria della Pace, in Roma; ma alquanto più grande. Non è detto se quest’altra pila, che doveva servire da modello, fosse stata eseguita dallo stesso Giovanni da Carrara, o da altro artista.

    Il prezzo convenuto fu di 10 «ducati d’oro larghi»(4). Il lavoro

    ________________________

    (1) Il delfino, nell’arte cristiana primitiva, era imagine del Salvatore. (Cfr. G.B. De Rossi, in: Bollettino d’archeologia cristiana – 1870, pag. 61, 88).

    (2) Cfr. sopra pag. 157.

    (3) Vedi Appendice. Documento N. 10.

    (4) Il «ducato largo» era cosìdetto perchédi diametro maggiore degli altri «ducati»; ma era anche più sottile, per impedire che altri lo rimettesse sotto il torchio, per una nuova coniatura. Fu la Repubblica di Firenze che nel 1422 batté per prima «Fiorini d’oro più grandi dei ducati veneti» e perciò furono detti «Fiorini larghi». Il «Ducato largho» valeva 23 «bolognini» di più del «ducato stretto». (Cfr. Edoardo Martinori, La moneta. Roma, 1915, pag. 131).

    <276> doveva essere terminato per la Domenica delle Palme successiva, la quale cadeva il 24 Marzo. Si vede che il nostro artista era abbastanza sollecito a lavorare.

    La consegna della pila compiuta avvenne, molto puntualmente, nel termine stabilito. E il 6 Aprile successivo il Giovanni da Carrara rilasciava quietanza finale pei 10 «ducati» pattuiti; computati quattro che gli erano stati pagati all’atto della stipulazione del contratto, come caparra e principio di pagamento, quando il preposto delle «Lagrime», D. Paolo da Bergamo, gli aveva affidato l’ incarico di quel lavoro.

    * * *

    Da questo contratto — insieme alle altre interessanti notizie — si deduce che la pila doveva avere anche la sua base. Furono, infatti, pagati allo scarpellino anche 3 «carlini» e 3 «bajocchi» spesi per i ferri e per il piombo, che dovevano certamente servire a tenere unita la pila alla sua base, che però non giunse a Trevi; onde la pila fu collocata alla meglio, internandola per metà nella parete, come dissi.

    Qualunque possibile dubbio su questi dati sarebbe stato facilmente eliminato, se nella chiesa di S. Maria della Pace in Roma esistesse tuttora l’altra pila che doveva servire di modello a questa di Trevi, come detto nel contratto. Ma, disgraziatamente, in quella chiesa nessuna traccia e nessuna notizia mi è stato possibile trovare intorno a quell’opera d’arte. I rifacimenti e le modificazioni che ha subito la chiesa della Pace in diverse epoche e specialmente al tempo di Alessandro VII, hanno fatto sparire questa, come altre opere che adornavano quella chiesa, pur nondimeno ancora cosi ricca di tante bellezze.

    Di Giovanni da Carrara inutilmente si ricercherebbero notizie nel Càmpori (1) e nel Bertolotti (2), i più diligenti raccoglitori di memorie del genere. Di un Giovanni da Carrara fa menzione il Ridolfi (3), e ci fa sapere che quello scultore nel 1478, insieme ad Andrea da Carrara, collaudava un tabernacolo di Matteo Ci vitali, in S. Maria del Palazzo a Lucca; e nel 1499 lavorava con Antonio da Carrara e soci (4) agli stalli del duomo di Pisa, ora scomparsi.

    (1)

    Campori G

    .

    Memorie e biografie degli scultori, architetti, pittori ecc: nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa.

    Modena, Vincenzi, 1873.

    (2) A. Bertolotti. Artisti toscani in Roma. Mantova 1885.

    (3) Ridolfi A. Guida di Lucca, ivi, 1882, pag. 318, 320.

    (4) Thieme Ulrich und Fred. C. Willis. Allegemein lexicon der Bildenen Kunstler. Vol. XIV. Lipsia, 1921, pag. 113.

    <277>

    Se questo stesso Giovanni è l’autore della nostra pila, ci si offre un documento di più — oltre alla finezza del lavoro che abbiamo sott’occhio — per persuaderci che esso fu artista di valore non comune, se a lui veniva affidato l’incarico di collaudare un’opera di Matteo Civitali, che fu uno dei più delicati scultori ed ornatisti del ‘400.

    Fino ad oggi non mi è stato possibile trovare altri particolari intorno a questo scultore carrarese, di cui sarebbe certamente utile rintracciare le opere.

    A complemento delle notizie storiche relative alla pila, aggiungo che essa fu portata a Trevi nel 1511, ed anche la spesa del trasporto — che fu di 3 «fiorini» — fu sostenuta dal benemerito cittadino trevano Piercostanzo Ricci (1).

    Natalucci D.

    Ms. cit

    . pag. 234

    Ritorna alla pagina

    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (267), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVIII I MONUMENTI SEPOLCRALI

    7°). MONUMENTO DI SUBREZIA LUCARINI VALENTI. *

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 267 a 269)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <267>

    Presso al grave e solenne monumento dell’ inesorabile persecutore dei delinquenti e spietato sterminatore dei briganti, l’animo e l’occhio del visitatore si affisano con desiderata dolcezza sul piccolo, ma elegante monumento, (m. 2,90 X 5,50 comprese le pitture) che ricorda una gentildonna mite e virtuosa (N. 18 della pianta e Fig. 51).

    Alla memoria di Subrezia Lucarini, il marito Fausto Valenti volle con affettuoso rimpianto, dedicata questa gentile opera d’arte, che è — per dir così — il più «umano» tra tutti monumenti funebri di questa Chiesa,.

    Chi entra in essa non può a meno di soffermarsi dinanzi a questa effigie di donna, che nel volto semplice e sorridente porta impresse la bontà e la mitezza dell’animo. E chi lo guarda si persuade che veramente sincero dovette essere lo sposo desolato, quando sulla tomba della sua diletta faceva incidere queste toccanti parole:

    MEMORIAE CONIUGALI
    SUBRETIAE LUCARINAE UXSORI KARISSIMAE ET
    FRUGI FAUSTUS VALENS BENEDICTI F. POSUIT
    DE QUA DOLUITI NIHIL NISI MORS EIUS. VIXIT AN.
    XXXII. MENS. IV. D. VI. OBIIT XVII. KAL. SEPTEM. MDLXII (1).

    Da lei, il marito non ebbe altro dolore che quello di vederla morire. L’idea e le parole sono antiche. Il coniuge rimasto solo e dolente non sa trovare frase pi� efficace. Nelle iscrizioni funerarie

    ________________________

    (1) Alla memoria coniugale — A Subrezia Lucarini, moglie carissima e buona, Fausto Valenti, figlio di Benedetto, pose — Di lei nulla gli dispiacque se non la morte — Visse ,32 anni, 4 mesi, 6 giorni — Morì il 19 Agosto 1562.

    * Il bellissimo busto, a seguito di un fantasioso tentativo di furto nel 2011 fu trasportato nel locale museo di S. Francesco <268> romane — sia pagane, che cristiane — era tanto comune questa espressione di supremo dolore e di accorato rimpianto, che alle volte, era espressa anche con alcune iniziali così:

    DE. QUA. N. D. A. N. MOR.

    (de qua nullum dolorem accepit nisi mortis).

    E in alcune troviamo le precise parole della iscrizione di questo monumento:

    DE QUA DOLUIT NIHIL NISI MORS EIUS (1)

    Questa parrebbe una frase retorica: ma non lo è; è piuttosto un grido del cuore. Prova ne sia che la frase sopravvisse nei secoli; sicché anche ora la vediamo ripetuta in epigrafi funebri.

    * * *

    Il monumento in pietra dell’appennino, è sobrio ma elegante e di una semplicità che attrae. Sullo zoccolo è collocata l’iscrizione; sopra di questa, tra due coppie di lesene, è in ovale il semibusto della defunta, scolpito in finissimo marmo bianco, al quale il tempo ha conferito una patina come d’avorio (Fig. 52). La testa, ben modellata, è ricoperta da un manto di cui le pieghe, nella loro semplicità, sono trattate con maestrìa, a decorazione e complemento della figura, nella quale l’espressione dolcissima colpisce profondamente.

    Sopra l’ovale, una conchiglia, modellata ed eseguita con toscana eleganza. Il piccolo monumento si chiude con una cimasa arcuata. Sopra di essa lo stemma, risultante dall’unione delle armi Valenti e Lucarini congiunte nello scudo partito.

    Notevole il fatto che il gentile ricordo funebre è collocato a così poca altezza da terra, che il visitatore viene quasi a trovarsi faccia a faccia con la immagine della defunta. Circostanza questa che richiama ancora di più l’attenzione sulla pregevole opera d’arte.

    A questo, come agli altri monumenti vicini, si volle — e mi permetto di non approvarne né l’idea, né l’esecuzione — accrescere solennità ed importanza contornandolo di pitture barocche. Due Sibille fiancheggiano ledicola ed altre due sono al di sopra di questa, al riparo di un panneggio sorretto da putti. Una figura del Redentore,

    (1) Fabretti R. Inscriptionum antiquarum etc. – Roma, Ercoli, 1699, pag. 275.

    <269> con altri tre putti, è in cima alla farraginosa pittura, che si può senza timore di sbagliare — anche per la poca importanza artistica — attribuire ad uno dei già nominati Angelucci. E non mi sembra improbabile che la pittura sia di parecchi anni posteriore alla esecuzione del monumento.

    Della gentildonna qui sepolta non abbiamo notizie particolari. Sappiamo soltanto che era figlia di Prospero Lucarini e di Ersilia N. N. Morto il padre, la madre si fece monaca. La Subrezia ebbe due sorelle: Lorenza che fu moglie di Monte Valenti e Lucrezia che sposò un Petrelli di Trevi. Appartenne alla benemerita famiglia dei Lucarini, che diede alla patria uomini illustri e benefici; tanto che fiorisce ancora in Trevi un collegio di giovani fondato da un Virgilio Lucarini.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    088