Categoria: Storia

  • S. Emiliano: la storia e il culto

    Sant’Emiliano la storia e il culto

    Don Aurelio Bonaca, Il martirio di S. Emiliano vescovo di Trevi, Spoleto, 1935.
    Passio Sancti Miliani Martiris, estratto da”Trevi antica” di C. Zenobi, 1995.

    (Conversazione tenuta il 26 gennaio 1976 nella Chiesa di S. Emiliano in Trevi in occasione della PEREGRINATIO delle RELIQUIE di S. Emiliano per le chiese parrocchiali del Comune)1

    1)

    Ritenendo di dover far meglio conoscere l’aspetto storico di S. Emiliano, l’allora parroco don Tommaso Chianella invitò l’avvocato

    Carlo Zenobi

    a fare un quadro comprensibile ma esaustivo della figura del Santo. Ne scaturì questa conversazione tuttora valida per la divulgazione delle conoscenze storiche. Purtroppo lo scritto non può trasmettere la comunicativa dell’oratore.

    2)Don Eugenio Venturini, (La parrocchia di S. Croce, Ms) riporta l’opinione dell’ing. Stocchi secondo cui le primitive mura di Trevi sono opera romana. Don Aurelio Bonaca, parroco anch’esso di S. Croce, riprese la tesi in Le memorie francescane di Trevi, mentre tutti gli altri Autori davano per certa l’esistenza dell’antica Trevi a Pietrarossa. Nel 1974 il prof. Sensi (Luigi Sensi, Trebiae, in Quaderni dell’Istituto di Topografia Antica dell’Università di Roma, VI, 1974) attribuì autorevolmente le mura di Trevi all’epoca romana. Ma quando Zenobi scriveva questa conferenza il testo del Sensi non era ancora conosciuto a Trevi

    1- DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO A TREVI

    Grazie alla via Flaminia che univa la nostra regione a Roma, il cristianesimo si diffuse rapidamente anche nell’Umbria; né poteva rimanere indietro nella evangelizzazione della nostra Trevi che, sin dai primi secoli dell’Impero, godeva di un certo prestigio e benessere. Gli abitanti erano già ascritti tra i cittadini romani e Trevi era già giunta a tal grado di sviluppo da avere anche un teatro e, dove è ora la località di Pietrarossa, terme e ville.

    Rendono di ciò testimonianza Plinio, Svetonio e la bella epigrafe del cippo dedicato a Lucio Succonio decurione, console e pontefice di Trevi.

    Secondo Svetonio l’imperatore Caligola venne nel nostro territorio per onorare il dio Clitunno, risalendo il Tevere ed il fiume Clitunno, fiume allora navigabile e che poi, a seguito dei terremoti del 361, 365 e 446 assunse presso a poco l’attuale modesto assetto.

    Un accenno alla Trevi romana, che ci servirà per meglio ambientare la vita, il martirio e la morte di Emiliano.

    Trevi, è mia personale convinzione2, si trovava in cima alla collina, come in cima a colli si trovavano tante città umbre (Spoleto, Todi, Amelia, ecc.) alle quali città, proprio per la loro naturale difesa, davano tanta importanza anche i Romani. La conferma di questa ubicazione l’abbiamo dallo stesso Plinio il quale parla di templi, terme ed altre costruzioni lungo il Clitunno, ma non di una civitas e del resto è logico pensare che se in Pietrarossa fosse esistita la civitas Trebiae, Augusto non avrebbe certamente donato le terme di Pietrarossa alla non tanto vicina città di Spello.

    Dunque, per così felice situazione ambientale, certamente il cristianesimo giunse ben presto a Trevi.

    La tradizione ci dice che nel 199 Feliciano vescovo di Foligno evangelizzò la popolazione trevani, inducendola a demolire il tempio, che esisteva nel sommo della collina, dedicato a Diana Trivia e ad innalzarne un altro alla Trinità.

    2 -PRIMO VESCOVO DI TREVI

    In seguito (ben si può ritenere proprio per il gran numero di cristiani) Trevi ebbe il suo primo vescovo in Miliano, consacrato da papa Marcellino nel 296.

    Era Miliano (solo molto recentemente chiamato Emiliano) un giovane venuto dall’Armenia, attratto, come tanti altri giovani delle regioni orientali, dalla luce di Roma ravviata dal prorompente cristianesimo.

    Con Miliano erano venuti a Trevi tre suoi compagni: Ilariano, Dionisio ed Ernippo, che seguirono il nostro Santo anche a Trevi.

    Alla tradizione dobbiamo dare grande spazio di credibilità e per il tempo a cui si riferisce, e perché molto spesso avvalorata dal postumo rinvenimento di documenti che la confermano in pieno sul piano storico, come in parte è avvenuto nelle vicende che ci accingiamo a narrare.

    «Ite et docete omnes gentes»: e gli apostoli intrapresero viaggi per ogni parte del mondo: Spagna, Fenicia, Siria, Cipro, Ponto, Galizia, Cappadocia, Asia proconsolare, Bitinia. Ala fine del primo secolo anche l’Acaia, la Macedonia, l’Epiro, l’Illirico, L’Egitto conoscevano il cristianesimo; a maggior ragione dobbiamo ritenere che esso fosse già molto diffuso nelle regioni vicine a Roma. Scriveva Tertulliano alla fine del secondo secolo: “ siamo sorti appena ieri e già abbiamo invaso tutto ciò che è vostro: città, isole, castelli, municipi, luoghi di convegno, gli stessi accampamenti, le decurie, la reggia, il senato, il foro. Vi abbiamo lasciato soltanto i templi”.

    3 – LE PERSECUZIONI

    Ma proprio questa portentosa diffusione, con il fermento della nuova vita che portava, diede origine alle persecuzioni. La storia le ha catalogate in dieci. Quella che a noi interessa in questo momento è la decima, l’ultima, quella di Diocleziano, perché nel corso di questa patì il martirio il nostro Miliano.

    Molti furono i martiri in Umbria, come in tutto l’Impero; ma non se ne conosce il numero e della maggior parte neppure il nome. Di alcuni però se ne ha la certezza storica e gli “acta martyrum”, le “passiones”, le “legendae”, anche se hanno ricamato un po’ il fondo storico, sono validamente confermate dalla tradizione e dal culto.

    Un breve cenno sulla persecuzione che va sotto il nome di Diocleziano.

    Il 23 febbraio 303 fu pubblicato a Nicomedia dall’imperatore Diocleziano l’editto della persecuzione: le chiese dovevano essere demolite, i libri cristiani bruciati, i beni confiscati. I giudici dovevano accogliere ogni accusa contro i cristiani; chi rifiutava di sacrificare agli dei doveva essere severamente punito, anche con la morte; gli schiavi fatti liberi dovevano essere di nuovo fatti schiavi se cristiani.

    A questo primo editto ne seguirono altri, sempre più feroci e grande fu il numero delle vittime, tanto che questo periodo fu chiamato “era dei martiri”.

    È vero che Diocleziano non fu per sua natura persecutore. Seguace di un deismo largo e tollerante, preoccupato in gravi affari di governo, per lungo periodo lasciò in pace i cristiani. Fu il cesare Galerio, uomo sanguinario, figlio di una fanatica adoratrice delle divinità pagane, ad ottenere dal già vecchio e debole Diocleziano gli editti: la persecuzione fu crudele e venne caratterizzata dalla molteplicità dei supplizi.

    Presiedeva sul territorio di Trevi Massimiano, proconsole.

    Ordinata la persecuzione, è logico che non poteva sfuggire il fervore portato dal giovane vescovo di Trevi nella evangelizzazione; quindi Miliano venne arrestato e condotto davanti al proconsole stesso.

    4 -IL MARTIRIO

    Qui ha inizio il martirio narrato dalla Passio Sancti Miliani. Uno di questi documenti è contenuto nel Lezionario Secondo del sec XII che trovasi nell’Archivio Capitolare di Spoleto. Altra copia è a Montecassino ed è databile intorno al Mille.

    Con dovizia di particolari ci vengono narrati gli interrogatori, i supplizi, la morte e i miracoli susseguitisi durante la passione.

    Sintetizzo: Non intendendo sacrificare agli dei, e rispondendo Miliano con forti parole al proconsole, viene fustigato. Resistendo agli effetti della punizione viene posto sul cavalletto di tortura e gli vengono accostate ai fianchi le torce ardenti: ma le mani dei carnefici inaridiscono e le fiaccole si spengono. Massimiano allora fa preparare una caldaia di piombo fuso e ordina di gettarvi Miliano; ma al contatto del martire il piombo si raffredda.

    Pensa allora il proconsole di destinare Miliano in pasto ai leoni, e dare così anche spettacolo nel teatro, ma le fiere si mostrano mansuete e non aggrediscono il Santo, il quale prende occasione, come in ogni supplizio, per rimproverare la condotta del proconsole ed inneggiare alla fede in Cristo.

    Ma bisognava pur vincere il martire per non esserne vinto e Massimiano condanna Miliano all’orrendo supplizio della ruota. Consisteva questo nel legare il condannato ad una specie di grossolana ruota di legno e far precipitare il tutto in una china, ma il miracolo ancora si ripete: Miliano si ritrova sciolto ed illeso mentre la ruota travolge i carnefici.

    Neppure la condanna all’annegamento nel fiume Clitunno ha esito perché il Santo viene anche qui miracolosamente salvato.

    Ed infine la decapitazione, previo supplizio dell’attanagliamento con gli “scorpioni” (rudimentali uncini di ferro, quelli stessi che si possono osservare nell’urna delle reliquie, rinvenuti con le reliquie stesse) con i quali si stappavano le carni al suppliziando.

    La decapitazione viene eseguita con il martire legato ad una giovane pianta di olivo, in località Carpiano o Carciano, a tre miglia da Trevi: così dice la passio.

    5 – VALIDITA’ DELLA PASSIO

    Ancora un’osservazione sulla Passio. È vero che la Passio è stata indubbiamente un po’ infiorata, ma penso, infine, non tanto. Si sa che la finalità dell’agiografo è quella di edificare il lettore e quindi, a dimostrazione della potenza di Dio realizzata attraverso la manifestazione della fede incrollabile del martire, i miracoli si moltiplicano come si moltiplicano i tormenti ai quali il martire resiste sempre vittoriosamente perché si dimostri, come realmente è, che la fede è sempre vittoriosa. Ma il fondo storico rimane sempre.

    Esaminiamo rapidamente la molteplicità dei tormenti. Sappiamo che la persecuzione di Diocleziano venne caratterizzata da tale molteplicità e, nel caso in esame, certamente interessava di più al proconsole o a chi per lui, la apostasia del martire che la morte, proprio perché si trattava del capo della cristianità locale.

    E ancora: “Ivit ad Theatrum”. “Andò al teatro” dice la Passio quando il proconsole, condannato Miliano alle fiere, va a godersi lo spettacolo; e Trevi, è storicamente certo, aveva all’epoca un teatro.

    E la località Carciano non è forse a circa tre miglia da Trevi e circa mezzo miglio dal Clitunno? E lì non esiste forse quella pianta di olivo, certamente ultramillenaria e rinata su una ceppaia di un preesistente olivo che la tradizione ha sempre indicato come l’olivo di Sant’Emiliano?

    Cerchiamo di spiegarci infine perché la sentenza capitale venne eseguita nella località di Carciano, distante tre miglia circa da Trevi.

    La località anzidetta era senza dubbio meta di attrazioni: nei pressi trovatasi l’emporium ed i buoi (ricordati nel nome Bovara) per i sacrifici clitunnali; lì v’erano sicuramente templi alle divinità (i resti dei quali si possono ancora vedere nella chiesa di Bovara); il Clitunno scorre ai piedi della località e proprio lì cominciava la parte del fiume ove era lecito prendersi ogni divertimento nelle acque e lì prossimo, penso, era il teatro: fa ritenere ciò il dolce declivio collinare e la posizione sempre allietata dal sole (notate come Trevi, dal primo insediamento al sommo della collina, si è poi estesa solo nel lato verso Bovara).

    Con la scelta della località si era forse voluto dare spettacolo e importanza alla suprema pena inflitta al capo della cristianità di Trevi.

    L’anno 303 fu riportato dallo Jacobilli ed è stato universalmente accettato. Ma come detto sopra, la persecuzione di Diocleziano fu proclamata nel febbraio del 303 e pertanto la data del martirio di s. Emiliano dovrebbe fissarsi al 28 gennaio dell’anno 304 (Zenobi,

    Trevi Antica

    , Foligno, 1995)

    [Diocleziano (284 – 305) per un lungo periodo del suo impero non fu ostile al cristianesimo. Sembra che una nuova persecuzione dei cristiani fosse voluta dal Cesare Galerio, suo genero e dall’Augusto di Occidente Massimiano. Di fatto, negli anni 303 – 304 si succedettero diversi editti imperiali che determinarono la più cruenta di tutte le persecuzioni.

    L’editto del 24 febbraio 303 ordinava di distruggere gli edifici sacri, bruciare i libri e privare i cristiani dei diritti civili: erano passibili di torture e se liberti tornavano di nuovo schiavi.

    Il secondo editto dell’aprile 303 prescriveva la carcerazione per i membri del clero. Un successivo editto concedeva la liberazione ai prigionieri cristiani che rinnegavano la fede, mentre si doveva procedere con crudeli torture contro gli altri per costringerli ad abiurare.

    Un quarto editto nella primavera del 304 esigeva da tutti i cristiani un atto di sacrificio agli dei pagani.

    Sotto Massenzio (311), furono restituiti ai cristiani gli edifici in Roma; l’editto di Milano (313) sancì la tolleranza della nuova religione che però in Oriente, sotto Licinio, ebbe di nuovo momenti di ostilità fino alla completa libertà di culto con la vittoria di Costantino su Licinio nel 324. (da: G.P. Kirsch, in E.I., s.v.

    Persecuzione

    ).]

    Riformanze: diremmo oggi atti del Consiglio Comunale, equivalenti talvolta a leggi vere e proprie.

    6 – SEPOLTURA

    Termina così la Passio: «Venerunt cristiani et tulerunt corpus eius et sepelierunt eum die quinto kalendas februarii». Vennero i cristiani e presero il suo corpo e lo seppellirono il giorno quinto delle calende di febbraio, cioè il 28 di gennaio, il giorno nel quale è da sempre, celebrata la festa di S. Emiliano. Siamo nell’anno 303.

    «Vennero i cristiani e presero il suo corpo e lo seppellirono».

    È risaputo che i Romani concedevano, senza difficoltà, il corpo del giustiziato ai parenti o agli amici. Si pensi, a conferma, alle catacombe.

    Ma dove venne sepolto il corpo di Miliano?

    Ritengo che si debba rispondere: a Trevi, come porta ogni logica deduzione.

    Dieci ani dopo, nel 313, l’editto di Costantino concede la libertà alla Chiesa.

    È facile immaginare come esplose pubblicamente la venerazione per le sacre spoglie. Perché allora per tanti secoli non se ne seppe più nulla?

    È la vicenda occorsa a tante reliquie di martiri.

    A seguito della calata dei popoli nordici, che tanta bramosia avevano delle reliquie dei santi, i devoti furono costretti ad occultarle per evitarne la rapina. Dobbiamo quindi ritenere per certo che i Trevani, non più sicuri delle loro forze di fronte allo stragrande numero e alla potenza degli invasori, ritennero necessario trasferire le reliquie di Miliano a Spoleto, città ben munita e fortificata. [Questa tesi fu dalla stesso Zenobi successivamente modificata, ritenendo più verosimile che le reliquie di S. Emiliano fossero asportate dagli Spoletini come preda del sacco del 1214 (C. Zenobi, Trevi Antica, Foligno, 1995)]

    Anche qui, occultati per prudenza i resti mortali del martire, nulla più rimaneva di tangibile che ricordasse Miliano, la cui vita e martirio continuarono ad essere tramandati oralmente, da padre in figlio e, con la tradizione il culto, che possiamo definire filiale ed appassionato, di un popolo tutto.

    Nelle riformanze2 più remote del Comune di Trevi troviamo spesso riferimenti al culto del patrono S. Emiliano. Ad esempio, in una riformanza dell’anno 1355 (una delle più antiche pervenuteci) leggiamo il precetto a partecipare alla processione del 27 gennaio “avendola sempre fatta per consuetudine antichissima”, detto proprio così; e se diciamo antichissima a partire dal 1355, non v’è chi non intenda quanto antico davvero deve essere il culto per il nostro Santo: culto, ripetiamo, profondo e sentito perché, sempre nella detta riformanza ci si riferisce la sontuosità dei festeggiamenti: si prescrivono ben otto giorni di festa, con la corsa alla Mora o In quintana. In altra riformanza, del 1356, si parla di intervento, alla festa di S. Emiliano di diversi concerti di trombetti, di tamburi, di ciaramelle, di cetere ed altri strumenti, con la corsa del palio e la caccia al bove. Nella riformanza che riguarda la festa del 1376 è scritto che si vuole solennizzare ancora di più la festa di S. Emiliano con il farvi partecipare anche l’armata, come pure anticamente si faceva. Sembra superfluo sottolineare quell’anticamente circa la partecipazione del piccolo esercito trevano.

    In una riformanza del 1642 si stabiliscono le penalità per gli amministratori assenti “ritenendosi doveroso intervenire alla solenne processione chiamata nelle antiche scritture l’Illuminata. Non abbiamo le antiche scritture sull’illuminata ma forse ciò è dovuto all’incompletezza delle ricerche; è certo comunque che la processione dell’illuminata, questa manifestazione comunale di culto che si accompagnava ad una ricchissima fiaccolata, doveva essere veramente tanto antica.

    Anche l’arte ha sussidiato il culto. È pervenuta a noi la pregevolissima statua in pietra raffigurante S. Emiliano orante, avanti alla quale da quasi un millennio sono passati tutti i trevani; poi, dal secolo XV, il bassorilievo rappresentante il santo tra i leoni, bassorilievo che prima faceva parte di una ricca composizione architettonica nella piazza comunale e che ora arricchisce il portale del duomo. È del Melanzio il dolce S. Emiliano che ancora si può ammirare affrescato nei resti della antica abside di sinistra.

    Nel 1612 venne ordinata dal Consiglio Comunale la statua in legno, quella che si vede sempre esposta nella navata destra della chiesa, la quale statua venne condotta a Trevi nel 1615 con straordinaria allegrezza e sparo di artiglieria.

    Statua di S. Emiliano.

    7 – LE RELIQUIE

    1660. Anno importante nella storia di Sant’Emiliano: l’anno del ritrovamento delle reliquie. Nell’urna che attualmente le contiene vi è una pergamena datata 11.1.1661 a firma dell’allora arcivescovo di Spoleto Card. Facchinetti che narra l’evento, evento che risulta anche da altri sicuri documenti. Nel corso di lavori di restauro del duomo di Spoleto, mentre gli operai scavavano per gettare le fondamenta di un nuovo pilastro, si trovarono alla presenza di una pietra di rilevante grandezza unita con robuste grappe di ferro impiombate ad altro grosso masso di pietra sottostante. Si pensò ad un tesoro nascosto e in effetti possiamo ben dire che di un tesoro si trattava, anche se di altro genere di quello ritenuto dagli operai. La sera del 22 aprile 1660, alla presenza del Vicario Generale, del Capitolo e del Governatore, venne alzata la grande pietra di coperture e si trovò sotto di essa l’altra grande pietra, incavata a foggia di urna, dentro la quale erano i resti di un corpo umano, due “scorpioni” di ferro, un’ampolla si vetro con sangue raggrumato ed una lamina di piombo sulla quale si legge, in caratteri miticizzanti: “Reliquiae Sancti Miliani Martiris”. Dai caratteri delle lettere si deve argomentare che la sistemazione dei resti mortali di Miliano, come rinvenuti nel duomo di Spoleto, sia avvenuta intorno al XII secolo. Va a questo punto ricordato che il duomo di Spoleto venne devastato dal Barbarossa nel 1155 ed in seguito ricostruito e riconsacrato da papa Innocenzo III nel 1198. Dobbiamo ritenere per certo che, durante i lavori, venne effettuata la ricognizione del corpo di S. Emiliano e che le reliquie, in maniera formidabile custodite, nascoste di nuovo con ininterrotto silenzio intorno alle medesime in attesa che in tempi meno torbidi rendessero possibile la tranquilla venerazione delle spoglie mortali dei martiri. Non sarà superfluo ricordare che nel duomo di Spoleto esisteva già prima del 1660 una cappella dedicata a S. Emiliano martire.

    Inutile dire quanta gioia portò ai trevani il rinvenimento delle reliquie del loro Patrono. Traggo da uno scritto dell’epoca, di Tolomeo Petrelli Lucarini: «… per otto giorni continui dentro e fuori di essa terra (i trevani) fecero allegare dimostrazioni di vero e santo contento, mandando essa terra e territorio ogni sera tutto in fiamme e artificiali fuochi».

    L’arcivescovo di Spoleto donò subito a Trevi una mascella tratta dalle reliquie rinvenute, immaginate con quanta festa portata a Trevi « nella medesima lettiga dello Eminentissimo Facchinetti ».

    «L’urna o cassa di pietra, dove fu ritrovato esso sacro corpo di Emiliano, per suppliche fatte a detto Eminentissimo Facchinetti Vescovo dal Sig. Capitano Trifonio Valentini fu parimenti donata a questa terra di Trevi, e fu con grandissimo stento e fatica da Spoleto a proprie spese condotta da detto sig. Capitano Trifonio l’anno suddetto 1661 e fu collocata nella chiesa della venerabile Confraternita del Santissimo Crocifisso ».

    Nel 1750 «fu dal pubblico e generale Consiglio fermato a pieni suffragi rinnovellare la statua e la sedia del glorioso Protettore», sono le parole del Mannocchi. Narra tutta la passione e lo studio posto per la raccolta del bozzetto della nuova statua e la decisione infine di demandare «l’opera a cotal Pietro Epifani, studioso ed abile artista che appresso un anno presentò la sua macchina compiuta e finita in legno di tiglio, superbamente dorata». La veramente bella statua che viene esposta per le festività patronali e che viene recata in processione, in quella processione dell’Illuminata che da secoli e secoli, ininterrottamente, calca lo stesso percorso corrispondente, con molta approssimazione,al circuito interno delle mura del primitivo insediamento.

    Il 14 settembre 1935, donate dal Capitolo Metropolitano di Spoleto, le reliquie di S. Emiliano, composte nella attuale urna di bronzo dorato, vennero solennemente traslate nel duomo di Trevi. Nell’occasione il cippo, quello rinvenuto a Spoleto nel 1660, dalla chiesa del Crocifisso venne pure traslato nella chiesa di S. Emiliano e collocato dietro l’altar maggiore. L’attuale sistemazione nell’abside di destra della chiesa del Mille risale al 1959.

    Così per Emiliano leggenda e tradizione si sono fuse nella realtà storica e nell’amore che i Trevani, in ogni secolo, hanno sempre tributato al loro Patrono.

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  • Antroponimi medievalui di Trevi e Castel Ritaldi

    Cittadini di Trevi e Castel Ritaldi

    dall’anno 1200 al 1325

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    Prefazione Bibliografia Carta topografica

    Prefazione Bibliografia Carta topografica

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    06Z


  • S. Emiliano – Iconografia 1

    Sant’Emiliano Iconografia 1

    Trevi - Ex chiesa di S. Bartolomeo - S. Emiliano (Part. della Crocefissione) Trevi – Ex chiesa di S. Bartolomeo – S. Emiliano – Particolare della Crocefissione (1999) É l’ultima immagine del patrono conosciuta in ordine di tempo. Venne alla luce durante la ristrutturazione dell’ex chiesa e monastero di S. Bartolomeo nel centro storico negli anni ’90. L’affresco, raffigurante la Crocifissione, da cui è tratto questo particolare, potrebbe essere attribuito a Fabio Angelucci e datato intorno al 1570.
    Trevi -Chiesa di S. Maria di Pietrarossa - Altarino Trevi -Chiesa di S. Maria di Pietrarossa – Altarino (part.) – S. Emiliano (1985)Altarino attribuito a Mastro Rocco da Vicenza nella chiesa di S. Maria di Pietrarossa. La statuetta che raffigura S. Emiliano è stata trafugata e recuperata, sebbene non sia ritornata più in sede
    Trevi -Chiesa di S. Maria di Pietrarossa - Anta di armadio - S. Emiliano Trevi -Chiesa di S. Maria di Pietrarossa – Anta di armadio – S. Emiliano (1985)Nella sacrestia di S. Maria di Pietrarossa, fino a pochi anni addietro, esisteva un armadio dipinto con le figure di quattro santi. S. Emiliano è raffigurato con insoliti baffetti. Le pitture sono firmate: “Joa(nn)es Jacobi Tubiolus Urbinas Pingebat. Die XVII junii 16 . . “
    Trevi - Chiesa di S. Emiliano - Statua lignea Trevi – Chiesa di S. Emiliano – Statua ligneaStatua lignea che potrebbe risalire al XV secolo. Acquistata verso al metà del 17° secolo per essere portata nelle solenne processione dell’Illuminata. Sta nella navata destra della chiesa. Il suo piede è stato baciato da decine di migliaia di trevani. Nel 1751 venne fatta scolpire una nuova statua che viene custodita in un credenzone.
    Trevi - Chiesa di S. Francesco - S. Emiliano Trevi – Chiesa di S. Francesco – S. Emiliano -(Foto 1984 – Inedito 1998)E la più antica immagine affrescata di Sant’Emiliano, essendo riconducibile al 14° secolo (Nessi, Trevi e dintorni, Spello 1991, pag. 28). Si trova nella chiesa di S. Francesco, nella cappella Petroni o del Beato Ventura, alla destra dell’altare maggiore. É posta molto in alto e perciò di difficile osservazione. Necessita di ripulitura e di restauro.

    Questa deliziosa immaginetta è un particolare di un reliquiario del XII secolo ora al Victoria and Albert Museum di Londra!

    L’altezza della figura originale e di cm 9.

    Fu individuato dal prof. Toscano (Bruno Toscano, La Fortuna della pittura umbra e il silenzio sui primitivi, in Paragone, 1966, pag. 20) che pubblicò una fotografia monocromatica. La fotografia a lato è stata tratta da Spoletium, 1990.

    Non si sa dove fosse allocato in origine. La più antica memoria è di un catalogo della collezione Serafino Tordelli di Spoleto (1787- 1864) (Bianca Maria Fratellini, Collezionismo a Spoleto nel sec. XIX. La collezione Tordelli, in Spoletium nn.34-35, 1990, pagg.128 e seg.) collezione che fu dispersa nel 1868.

    Londra, Victoria and Albert Museum, Dittico reliquiario (part.) (da Spoletium, 1990)

    Londra, Victoria and Albert Museum,

    Dittico reliquiario

    (part.) (da Spoletium, 1990)

    Perugia,
    Galleria Nazionale dell’Umbria

    Polittico

    07X

    Meo di Guido da Siena, documentato 1319 -1334 Polittico di Montelabate,1315 ca.
    Proveniente dalla cheisa di Santa Maria di Valdiponte (abbazia di Montelabate) in comune di Civitella Benazzone. Tempera su tavola.
    Fanno ala alla Madonna con Bambino: a sinistra san Gregorio Magno e san Pietro;
    a destra, san Giovanni Evangelista e sant’Emiliano (Milian[us]), qui raffigurato con barba.

    Sia nel Reliquiario come in questo splendido polittico è evidente il mome Milianus

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    023

  • S. Emiliano – Iconografia

    Sant’Emiliano Iconografia

    Sono pochissime le immagini di S. Emiliano. Esse sono quasi tutte in Trevi.

    Elenco delle immagini

    In Trevi
    Chiesa di S. Emiliano
    Esterno, Statuetta facciata EstEdicola di S. Reparata, affresco
    Esterno, Timpano del portaleVia Marconi, pittura sopraporta
    Statua lignea del ‘400Chiesa del Crocifisso in Piaggia, Statua lignea
    Statua lignea del ‘700Chiesa di S. Croce in Piaggia, Tela
    Tela dell’altar maggiore
    Pannelli della cantoria dell’organoEx chiesa di S. Bartolomeo
    Affreschi dell’abside nordest Crocifissione, affresco
    Affreschi della controfacciata
    Cero pasqualeChiesa e convento di S. Martino
    Statuetta lignea del GonfaloneCappella di S. Girolamo, Affresco
    Chiostro, Affresco (Tondo)
    Chiesa di S. Francesco
    Cappella Petroni, affresco.
    Cantoria dell’organo, tempera su legno
    Nel territorio del Comune
    Chiesa di Pietrarossa, Statuetta
    Chiesa di Pietrarossa, Anta dell’armadio (asportata)
    Bovara, loc. Alvanischio, Edicola in casa Favetta
    Fuori Trevi
    Perugia, Ripa, Altare in ceramica
    Perugia, Galleria Naz. dell’Umbria -Polittico
    Londra, Victoria and Albert Museum, Dittico reliquiario
    Foto antiche
    La Statua (ca. 1930) N. Scaringi

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  • La chiesa delle Lagrime (160), di T.Valenti

    Il Perugino a Trevi:
    La cappella dei Magi
    la critica un aneddoto la bibliografia

    dopo la mostra

    Perugino il divin pittore

    Facilitazioni di visita
    a Trevi e Montefalco LA CARD VALLE UMBRA

    Manifestazioni in onore di Pietro Vannucci detto Perugino
    Perugia – Umbria 28 febbraio – 5 settembre 2004

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime 17/2 La cappella dei Re Magi

    La storia della costruzione, dell’affresco e la critica

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 160 a 174)

    Era da poco incominciata la fabbrica della chiesa, quando gli uomini di Bovara, villaggio del Comune di Trevi, situato a sud della città, molto insistentemente domandarono al Comune una delle cappelle in costruzione. Della cosa si occuparono gli addetti alla nascente chiesa; e il 16 Agosto 1488 rimisero a Niccolò Lelii e a Natimbene Valenti la facoltà di concedere una cappella alla villa, o contrada, o popolo di Bovara (1). Che la scelta cadesse su quella che fu poi la Cappella del Presepio si deduce dai successivi documenti. Dal registro dei lasciti che era nell’archivio delle «Lagrime», citato dal Natalucci, risultava la Cappella essere stata dipinta, nel modo che vedremo, coi legati degli uomini di Bovara. Vale però la pena di accennare alle varie vicende giudiziarie che subì questa cappella.

    Nonostante la concessione regolarmente avutane dal Comune, in forza della quale Bovara avrebbe dovuto ragionevolmente restare al pacifico possesso di essa, anche per quello che vi avevano speso, i Canonici Regolari Lateranensi vollero contestare alla villa questo diritto. Fu così che il 22 Settembre 1557 il Preposto delle «Lagrime», D. Teodoro da Mortara, citò i «Bovaresi» perché producessero le loro ragioni sulla Cappella. «Ma perché non trovarono che mostrare alli 27 di quello stesso mese ed anno, temendo lasentenza contraria, offrirono all’abate di fare quello che esso voleva; cioè dotare la Cappella e provvedere a quanto era necessario» (2). Però i fatti non corrisposero alle parole e il preposto D. Raffaele da Venezia, scrive che ai 20 Febbraio 1559 fu data sentenza contro i Bovaresi, «che non se habbino più ad impazare (impacciare) della Cappella di Bovara che ha li Tre Magi et gli è posto perpetuo silenzio» dal Vicario del Vescovo di Spoleto, Mons. Gio: Pietro Forteguerra, di Pistoia (3).

    Durante la causa, o poco dopo, fu anche fulminata contro quei di Bovara una sentenza di scomunica. Non saprei dire come fosse motivata, poiché il testo è scomparso. Ne resta però memoria in un inventario delle scritture delle «Lagrime» che fu mandato alla Procura

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    (1) Archivio delle 3 chiavi. Riformanze d. a. f. 113.

    (2) Archivio Valenti. Instrum. A. p. 1. pag. 15.

    (3) Archivio delle 3 chiavi. N. 242.

    <161> generale dei Lateranensi a Roma (1). Ma la vertenza non finì lì – a quanto pare – poiché troviamo in epoca posteriore i Bovaresi ancora al possesso della Cappella. Certo é elle essi fecero ai Lateranensi delle proposte di accomodamento. Essi volevano dotare la cappella con «5 fiorini» per l’acquisto di terreni, e mettere un «ceppo» nella, cappella per raccogliere le elemosine, del quale essi avrebbero tenuta una chiave e un’altra il preposto delle «Lagrime» . Quando si fosse raggiunta la somma di 100 «fiorini» si poteva comprare qualche appezzamento di terreno. La rimanenza avrebbe servito per l’arredamento della cappella.

    Si vede che queste proposte non dispiacquero, poiché il ricordato D. Raffaele da Venezia scrive che «si senta su ciò il parere del Capitolo generale» . Ma negli atti di questo nulla ho trovato su tale argomento. Però il preposto prevedeva il caso che i Bovaresi potessero essere rimessi al possesso della cappella; e, da uomo pratico, lasciò scritto nei suoi ricordi che, se questa si dovesse cedere agli uomini di Bovara, facciano «prima l’intramezadura de boni mattoni con calzina tra le seppolture e la conserva, come hanno promesso de fare» . Cioè che costruissero un tramezzo di mattoni, ben murato con calce, tra la sepoltura e la cisterna (conserva) che era – ed é – nel piccolo chiostro lì presso ed attigua alla sepoltura. Era quella l’acqua che si beveva in convento; la precauzione era elementare! Ma i Bovaresi – forse per mancanza di mezzi – non furono solleciti. Era, infatti già passato un anno «et non é comparso nessuno della villa di Bovara: sì che par non si curano» . Tuttavia, dopo poco tempo vediamo la Villa tornare al possesso della Cappella e incominciare a provvedere, almeno in parte, all’officiatura di essa. Ma non ai sa come ciò avvenisse. Trovo che il 5 Maggio 1575 in ruta adunanza degli uomini di Bovara un tal Francesco quondam Petri propone che, avendo la Villa di Bovara nella Chiesa della Madonna delle «Lagrime» una cappella sotto il titolo di S. Giuseppe, per mantenere il jus e per divozione, i Massari della Villa vi facciano celebrare due messe all’anno: una nel giorno di S. Giuseppe; l’altra nel giorno della SS. Annunziata. E la proposta fu approvata. Uno solo dei 49 presenti votò contro (2).

    Più tardi, cioè il 26 Gennaio 1614, in altra adunanza di quell’Università. Pasquale Bovarini propone che «si veda di mettere

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    (l) Archivio delle 3 chiavi. N.230. Archivio di S. Pietro in Vincoli. To. IV, f. 585, 609.

    (2) Archivio notarile -Trevi. To.1168. Rog. Francesco Celli. f. 231 ss.

    <162> una pietra sopra alla cappella della Villa di Bovara posta nella Chiesa della Madonna delle Lagrime di Trevi, con le lettere ed arme di detta Villa di Bovara, acciò si veda che detta cappella sia di detta villa». E propone anche che l’iscrizione da incidersi su quella pietra sia dettata dal Sig. Curio Tulli. E tutto si faccia approvare dai superiori (1).

    Ma la lapide non fu collocata mai sopra la cappella che, invece, passò in mano dei Canonici Regolari Lateranensi. Ma non sappiamo come.

    É certo però che il 6 novembre del 1679 fu dal preposto delle «Lagrime» ceduta al Maggiore Giacomo Valenti, comandante la fortezza di Civitavecchia ed a suo fratello Gio. Battista, collaterale generale delle armi, sotto Innocenzo XI. Il preposto delle «Lagrime» D. Camillo Copardi, di nobile famiglia bolognese, aveva chiesto ai Padri Definitori della sua Congregazione il permesso di addivenire a questa cessione. Nella domanda egli dice che la cappella e la sepoltura lì presso, sono «dette comunemente di Bovara» . Si vede, dunque, che fino d’allora alla Villa di Bovara non era rimasto più che un possesso nominale. In ogni modo, per maggior regolarità e sicurezza, i Definitori ordinarono che, prima di cedere la cappella ai Valenti, venissero interpellati gli uomini di Bovara.. Ma questi non vollero o non seppero affacciare ragioni, né accampare diritti (2).

    Ma ciò che non fecero i Bovaresi d’allora, volevano tentarlo invece, cinquant’anni dopo, i loro successori. Bastò che corresse questa voce perché i Valenti – allora possessori della cappella – citassero i Bovaresi perché dimostrassero i loro diritti. Ma essi non seppero come difendersi e non si presentarono neanche quando il 29 Gennaio 1729 fu discussa la causa dinanzi alla Camera Apostolica. Ond’é che la sentenza fu favorevole ai Valenti, che domandarono ed ebbero la conferma del definitivo e pacifico possesso della contestata cappella. E fu in base a questa sentenza che l’Uditore della Camera Apostolica, il Protonotario Prospero Colonna, emise il decreto in forza del quale il Tenente Colonnello Conte Gio. Battista Valenti fu nuovamente e definitivamente messo e confermato nel possesso della Cappella dei «Re Magi» il 20 Aprile 1729 (3)

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    (1) Archivio notarile – Trevi. To. 947. Rog. Gio. Battista Gemma. f. 142t.

    (2) ivi. To.1209. Rog. Emiliano degli Abati. f. 145 ss.

    (3) ivi: To.1367. Rog. Lorenzo Petrucci. f. 347 ss. Archivio Valenti. To. VIII.

    <163> Ad una curiosa questione diede luogo il lascito di 50 e fiorini» che fece alla cappella un tal Benedetto Lelii da Trevi, per la costruzione di una «ferrata» o, per dir meglio, di una cancellata in ferro da porsi innanzi alla cappella. Ai Lateranensi non piacque la proposta e reclamarono a Roma, d’accordo con gli eredi del testatore. Si disse che la cancellata era più di danno che di utile, che era un ingombro, che deturpava li Chiesa, che la somma lasciata non era sufficiente; ed altre più o meno serie ragioni si addussero. E ciò per ottenere dal Papa le trasformazione del legato, nel senso che i 50 «fiorini» fossero rinvestiti in beni stabili a dotazione della cappella, con l’obbligo d’un certo numero di messe all’anno.

    La domanda, ebbe esito favorevole, e un breve di Pio IV del 22 Gennaio 1563 riconosceva. che con quella cancellata la chiesa verrebbe deturpata, e che la somma non era bastante per l’esecuzione di quel lavoro. Perciò si deroga alla volontà del testatore e si autorizza l’acquisto di terreni. Notevole che – nonostante la sentenza precedente del 1559 – la cappella, in questo breve, è ancora detta di Bovara(1). Per sollecitare l’affare si recò a Roma il fattore delle «Lagrime» D. Gregorio da Conegliano. E, per chi lo Volesse sapere, le spese di viaggio ammontarono a 3 fiorini, 11 bajocchi e 8 denari (2).

    Detto così, per sommi capi, ciò che si riferisce alla storia di questa Cappella sotto l’aspetto giuridico, vediamone ora le bellezze artistiche.

    Essa (Fig. 15) è costruita come le altre cappelle di questa chiesa. Sotto il cornicione ad ovoli e dentelli, corre un elegante fregio a rabeschi rossi, su fondo giallo oro.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Cappella dei re Magi (da Valenti)

    Le lesène laterali sono qui divise in due parti, di cui la superiore ha la, sui base all’altezza dell’impostatura dell’arco, come frequentemente si riscontra nell’architettura, del ‘400 e dei primi del ‘500. I pilastri sono decorati a candeliere, a fondo giallo oro.

    In mezzo all’arco, è, in uno scudo partito, lo stemma in marmo dei Valenti e quello degli Ansidei di Perugia, con essi imparentati. Negli spazi tra l’arco e le lesène superiori si vedono in due tondi

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    (1) Archivio delle3 chiavi. N. 241.

    (2) ivi, N. 252.

    <164> le figure dell’Angelo Gabriele, a sinistra, e della Vergine Annunziata a destra, di mano del Perugino.

    Tutta la parete di fondo della cappella è occupata dal grande affresco, di metri 4,20 x 3,80 dello stesso autore, rappresentante la Adorazione dei Magi (Fig. 16). La riproduzione che di questa, come di tutte le altre opere d’arte della nostra chiesa, presento in queste pagine, facilita il mio compito e mi dispensa dall’entrare in una minuziosa descrizione.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Adorazione dei Magi del Perugino (da Valenti)

    La composizione – per quanto ricordi parecchi altri simili lavori del Perugino stesso – è sempre di grande effetto. Fa sfondo al quadro un’ideale campagna, che riconosciamo ispirata al paesaggio umbro; e si perdoni al pittore innamorato della sua e nostra terra, questo gentile anacronismo.

    Nel mezzo, in lontananza, un branco di pecore pascolano tranquillamente. Due pastori le sorvegliano, e parlano tra loro, levando lo sguardo in alto, verso la cometa – che nell’affresco ora non è più visibile – e facendosi con la mano schermo agli occhi, come per difenderli dal fulgore della stella.

    Di qua e di là, si aggruppano uomini a cavallo, venuti al seguito dei re Magi.

    Sotto una capanna architettonica – non è qui il presepio di cui parla il Vangelo! – sta seduta la Madre di Gesú, col suo divino Figliuolo, ritto sul ginocchio destro di lei, che sorregge delicatamente il Bambino, vòlto a benedire uno dei Magi, che gli offre il suo dono.

    Alla sinistra della Madonna è S. Giuseppe e presso di lui è inginocchiato un altro dei Re Magi. Il terzo è più a sinistra di chi guarda e come in attesa di presentare anch’esso la sua simbolica offerta.

    Queste le figure principali della scena. Ai lati sono aggruppati spettatori e personaggi del seguito. Nella prima figura intera a destra, qualcuno volle riconoscere un ritratto di Raffaello da Urbino.

    L’insieme di questa opera d’arte è – dissi già – di grande effetto e anche l’occhio del profano si sofferma volentieri a contemplare questa scena di pace, che è come tutta illuminata ed animata dalla figura della Vergine (Fig. 17) – tipo di bellezza umbra – che occupa il centro del dipinto, con espressione gentile di dolce confidenza.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Madonna con Bambino, part. del Perugino (da Valenti)

    «Talvolta – dice la nostra compianta scrittrice Alinda Bonacci

    <165> Brunamonti – per amoroso capriccio d’artista, lasciò Pietro a piccoli paesi pitture che meriterebbero pellegrinaggi. Così a Trevi e nella chiesa delle Lagrime l’adorazione dei Magi. Nel viso pieno dalla carnagione rosea, perlata della Vergine è maternità dolcissima. Ma sulle gote e nelle palpebre di S. Giuseppe, lievemente arrossate per le lagrime che luccicano negli occhi, è sentimento di tenerezza umana che commuove» (1).

    Ai lati della cappella sono le due figure di S. Pietro e di S. Paolo. La prima deperita e malamente restaurata; l’altra ben conservata e – pur noti essendo un nuovo tipo della produzione peruginesca – è sempre una figura vigorosa e fiera, come s’addice al santo che rappresenta (Fig. 19). Sotto di queste è rispettivamente scritto:

    SANCTO PIECTRO(2 )- SANCTO PAULO

    Sul gradino su cui poggia i piedi la Madonna è la firma del pittore così

    PETRUS . DE . CASTRO . PLEBIS . PINXIT.

    E, sotto, il distico:

    TU SOLA IN TERRIS GENITRIX ET VIRGO FUISTI
    REGINA IN CELIS TU QUOQUE SOLA MANES.

    Trevi, Chiesa delle Lacrime, S.Pietro del Perugino (da Valenti)

    L’archivolto, anche in questa cappella, è suddiviso in sette scomparti geometrici, decorati a rosoni rossi, su fondo giallo di ingenua fattura.

    Lo zoccolo che gira intorno alla parte inferiore della cappella, è anch’esso a scomparti geometrici, a finto marmo; e fu restaurato non molti anni or sono.

    Sarebbe stato interessante avere qualche altro documento che illustrasse meglio questo che è uno degli ultimi lavori del Perugino, e che ne completasse la storia. Ma le mie ricerche – se non sono state infruttuose del tutto – pure non mi hanno dato i risultati che da esse speravo. In ogni modo sono al caso di dare qualche nuovo lume per la storia di questa pittura e del Perugino stesso.

    Gli scrittori che fin qui si sono occupati di questa chiesa e di questo affresco in particolare, non esitano a fissare l’epoca, in cui la

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    (1) Brunamonti Maria Alinda. Discorsi d’arie. Città di Castello, Lapi, 1898, pag. 92.

    (2) Questa è la grafia del Perugino. Così troviamo scritto anche il suo nome nei pochi documenti che si conservano da lui firmati.

    <166> pittura sarebbe stata eseguita, al 1521. C’è anche chi vuol precisare di più; e scrive che sarebbe stata compiuta nel Settembre di tale anno. E ciò in base ad una lettera indirizzata il 5 di quel mese ed anno dal governatore di Perugia ai Priori di Trevi, perché sollecitassero il Perugino a tornare colà, per condurre a termine un altro affresco nella chiesa di S. Agostino.

    Ora io trovo che in un contratto di compra-vendita. stipulato il 16 Dicembre 1521, nella chiesa delle «Lagrime» tra i Canonici e un tal Giovanni Mattia Bartolomei, di Trevi, figura come testimonio Pietro di Castel della Pieve cittadino perugino, «pictorindicta ecclesia sanctae Mariae lagrimarum» (1).

    Ciò vuol dire che nella seconda metà del 1521 l’affresco non era ancora terminato.

    Da notarsi una piccola curiosa circostanza; il notaio, nello scrivere il suo atto, lascia in bianco il cognome del pittore. Si vede che anche allora questi era chiamato «il Perugino» senza curarsi di altro.

    Dopo questo documento cadono, mi sembra, tutte le affermazioni di coloro che fissano senz’altro al 15 Settembre 1521 il compimento dell’affresco. Differenza di non straordinaria gravità; ma per un uomo di 75 anni, qual’era il Perugino nel 1521 e che, per giunta, moriva appena venti paesi più tardi, mi pare non debba essere quantità trascurabile quella di quattro mesi — o forse più — in rapporto specialmente alla produzione artistica del nostro.

    Del resto — come ho detto fino dalle prime pagine di questo libro — mi sono, in questo mio lavoro prefisso lo scopo di rettificare, per quanto possibile ciò che, finora è stato, noti sempre esattamente, scritto intorno alla nostra chiesa. Niente di più naturale, quindi, che io utilizzi anche i più piccoli «dettagli» per raggiungere il fine che mi sono proposto nell’interesse della storia dell’arte e — più che altro — della verità.

    Gaetano Milanesi, parlando di questo affresco, lo qualifica «intattissimo e copiosissimo di figure, tredici delle quali grandi quanto il vivo» (2). Purtroppo, però, non corrisponde più alla verità, l’epiteto di «intattissimo» . Poiché le condizioni dell’affresco erano, in questi

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    (1) Archi v i o notarile – Trevi – To. 304 — Rog. Valerio Setti f. 191. (2) VASARI G. Le vite ecc. con note di G. Milanesi. Firenze, Sansoni. 1878-1885 pag. 607.

    <167> ultimi tempi, ridotte a tale che recentemente (1923) si è dovuto ricorrere a lavori di consolidamento dell’intonaco affrescato, che in più punti minacciava cadere, a causa dell’umidità, infiltratasi nella parete. Con tutto ciò questa pittura resta sempre un’opera d’arte interessante e sommamente decorativa, ed una. delle più belle e preziose cose che abbiamo in questa chiesa, così ricca di tesori artistici.

    E qui si presenterebbe una buona occasione per dire a lungo di Pietro Perugino e dell’opera sua. Ma non credo farei cosa utile; poiché non certo sarei io che potrei dire cose nuove su questo pittore tanto ammirato e — spesso — tanto maltrattato. Né alla storia del nostro si aggiungerebbe alcun che, se io racimolassi qua e là, tutto ciò che di lui si é detto e scritto, specialmente in questi nostri giorni quando si é celebrato il quarto centenario della morte di lui (1923), rievocandone tutta la vita e anatomizzando l’opera sua, da storici dell’arte, da studiosi, da critici, da . . . «turisti» !

    Mi contento, perciò. di aver ricordato più sopra quanto su questo affresco scriveva la Brunamonti Bonacci. Però — onde non lasciare del tutto digiuno il lettore sulla letteratura, peruginesca — mi piace riprodurre qui un severo ed aspro giudizio che dell’opera del Perugino dava., non molti anni or sono, lo scrittore francese Gabriele Faure, che ripeteva ed esagerava le accuse e le critiche del Vasari e di Michelangelo.

    Seri ve. dunque, il Faure che mentre per opera di Giovanni Boccati, di Benedetto Bonfigli e di Fiorenzo di Lorenzo, la scuola umbra si avviava verso una maniera più viva, più realistica e più vera, il Perugino arrestò questo movimento. Esso sacrificò l’arte al denaro e fu il vero tipo del mestierante, un «santaro» qualunque, che delle sue produzioni mercantili inondò la Toscana e l’Umbria. Tuttavia riconosce che al «Cambio» di Perugia e in Vaticano il Perugino si dimostra veramente un grande artista. Ma all’infuori di queste, le sue pitture sorto senz’anima, senza movimento; poiché esso non si preoccupa che delle fisionomie, dei colori, delle vesti e del paesaggio. Ma i suoi tipi non sono mai stati persone vive; non si guardano mai tra di loro e sorto come estranee alla scena cui prendono parte. La simmetria dei loro atteggiamenti e quella del paesaggio li rende anche più scipiti. In un’adorazione di pastori mette come architettura quattro pilastri di legno, sormontati da una piccola tettoia triangolare; la più stupida decorazione che un pittore abbia mai immaginato! (E la nostra sarebbe, secondo il Faure, una delle tante!)

    <168> Presi uno ad uno, le figure, i panneggiamenti, le prospettive sono belle cose; ma l’insieme é glaciale e stucchevole. I personaggi sono senza movimento, falsi nelle espressioni e nelle pose. Le teste e i piedi sono troppo piccoli, in rapporto alla lunghezza smisurata dei corpi.

    E — per finire — lo scrittore francese dice addirittura che il Vannucci, volendo portare la scuola perugina al colmo della celebrità, finì per ucciderla. I suoi allievi non furono che gl’imitatori di colui, che non aveva fatto altro che imitare sé stesso. Qualcuno tra essi sarebbe potuto diventare un gran pittore, come Giovanni Spagna, se però avesse potuto sottrarsi all’influenza deprimente del suo maestro! (1)

    A questa fiera requisitoria, che sa di «furia francese» e che, tra altro, non ha neanche il merito dell’originalità, perché è una ripetizione anche più agra di ciò elle sul Perugino scriveva, prima del Faure, un altro francese, Andrea Maurel (2), contrapponiamo le parole benevoli della Brunamonti, secondo la quale alcune pitture del Perugino, come questa di Trevi, «meriterebbero pellegrinaggi» , mentre la stessa scrittrice vede nel Perugino quasi un perseguitato dagli storici e dagli invidiosi. Ma anch’essa confessa. che il genio del Perugino fu monotono (testualmente dice: «alquanto monocorde» : ma la frase mi pare che non vada); e ciò per la fretta con cui cercava qualche volta di soddisfare alle frequenti commissioni che da ogni parte gli venivano e per l’opera di discepoli numerosi e mediocri, che con lui lavoravano. Però la Brunamonti trova — al contrario del Faure — che le figure del Perugino sono vive e vere e animate da efficaci espressioni (3).

    E, d’altra parte, lasciando i mille pareri che storici e critici hanno pronunziato sul Perugino, mi pare debba essere tenuto presente, più di ogni altro, quello di Adolfo Venturi, che di Pietro giovane, scriveva: «pittore principale nella sua regione, terrà a Roma il campo nella pittura, siederà a Firenze tra i maggiori maestri, darà al figlio della gloria, a Raffaello, le idealità spiranti dai

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    (1) Gabriel Faure – Heures d’Italie – Paris, Carpeutier, 1910, pag. 203 ss. L’autore è talmente convinto della serietà delle sue critiche, da ripeterlo quasi testualmente anche in un’altra sua più recente pubblicazione. (G. F., Au pays de S. Francois d’Assise. Grenoble, Rey, s. a. pagg. 95 ss.).

    (2) Andrè Maurel. Petítes villes d’Italie, II; Emile, Marches, Ombrie. Paris, Hachette, 1908., Pag. 124.

    (3) A. B. B. Op. cit. pag. 38 ss.

    <169> suoi angioli, dalle sue Madonne, da i suoi santi dipinti nel torpore mattinale, nel silenzio verde dei piani umbri» (1).

    Metta, dunque, il lettore a confronto questi diversi, anzi disparati, pareri e giudichi a suo talento, specialmente in presenza dell’affresco delle «Lagrime» . Opera di vecchiaia, veramente; ma non per questo meno pregevole, quantunque non possa stare a confronto con altri ben più lodati lavori del Perugino. Senza dire che secondo il mio modesto giudizio l’opera d’arte non va osservata ed ammirata per se sola, ma valutata e giudicata in rapporto all’ambiente in cui essa, dirò così. vive e per il quale fu ideata ed eseguita. Ora non è chi non veda quanto magnifica e poetica risulti in questa chiesa maestosa e tranquilla, in questo luogo sereno e silenzioso, l’opera tutta umbra del Perugino, nella quale pare si rispecchi e riviva tutta la soave poesia della valle, verso quale il nostro tempio si affaccia luminoso e grande.

    Ma se ho ritenuto essere poco utile intrattenermi su ciò che da mille autori si é scritto sull’opera artistica del Perugino in genere, altrettanto interessante mi sembra,, invece, riferire e commentare quello che, almeno da alcuni, si é detto intorno a questo dipinto trevano.

    Il Cavalcaselle, per esempio, così lo descrive: «La Vergine é seduta di faccia ad una capanna; due Re genuflessi le stanno ai lati e presentano le loro offerte. lino di essi é benedetto dal Bambino; l’altro volge gli occhi alla Vergine con espressione di gratitudine. S. Giuseppe sta un po’più indietro a destra; a sinistra sotto la capanna sono il bue e l’asino e, in distanza, l’Angelo che appare ai pastori; ai due lati si vedono due gruppi. La rappresentazione si scorge dall’apertura di un vestibolo arcuato, ai cui lati stanno le figure dei sunti Pietro e Paolo. Il gruppo a sinistra con S. Pietro ha sofferto assai danni.

    Il putto é gobbo, col ventre protuberante; le figure sono tutte meschine; noti alquanto migliori quelle della Vergine e di S. Giuseppe. Il fondo serve pei lumi (?); le ombre hanno una tinta grigio verdastra, punteggiata soltanto qua e là da mano tremante. Mal disegnate le estremità, che hanno anche le unghie difettose. Le tinte

    (1) ADOLFO Venturi – L’arte giovanile del Perugino e in «L’arte» An. XIV fasc. I.

    <170> delle carni sono rozze per il troppo uso del rosso. Sulla base del trono della Vergine leggesi questa scritta: Petrus de Castro Plebis pinxit. Negli spazi triangolari dell’arco si vedono la Vergine e l’angelo della Nunziata.

    Una cornice quadra in rilievo circonda l’affresco».

    E l’autore aggiunge che questo affresco e quello oli S. Maria, Maggiore di Spello appartengono all’ultimo periodo artistico del Perugino, e «giovano assai bene a farci conoscere quale fosse ancora la disposizione del nostro pittore a dipingere, malgrado i suoi settantacinque anni» . In tutti e due gli affreschi l’autore vede la decadenza dell’arte peruginesca. «Le forme della Vergine e del Putto sono deboli e difettose, mentre i contorni indicano la mano tremante di un vecchio» . E prosegue col dire che «l’Adorazione dei Magi a Trevi é forse la pittura più meno importante» (proprio così!) «che sia uscita dalla bottega del Perugino.» E finisce affermando che 1’ultima pittura di Pietro — quella della chiesa della Nunziata di Fontignano, dov’ei morì — «era migliore dell’Adorazione dei Magi in Trevi» (1 ).

    Lasciamo andare la descrizione dell’affresco fatta in forma assai approssimativa. Basti dire che gli angeli sono due, anziché uno; e sono in atto di adorazione verso il Presepe. Piuttosto é da notare che sono quasi del tutto scomparsi. Dire che ai due lati «si vedono due gruppi» mi sembra espressione un poco troppo riassuntiva! E «l’apertura del vestibolo arcuato» sarebbe niente altro che il rincasso ad arco tondo, che forma questa, come tutte le altre cappelle della chiesa!

    La critica, poi, che il Cavalcaselle fa di questo affresco sembra acre e puerile ad un tempo. Dire che «il Putto é gobbo» che «ha il ventre protuberante» , non solo é eccessivo; ma anche fuor di luogo. Chi non sa che nei bambini é frequente la caratteristica del collo corto e l’attitudine alquanto curvetta, nonché l’addome spesso voluminoso? Non saranno queste le note del perfetto tipo del bambino esteticamente ideale; ma non farei al Perugino il rimprovero di essere stato qui troppo umanamente verista.

    L’autore trova «meschine» tutte le figure; solo fa qualche Concessione per quelle della Vergine e di S. Giuseppe. Nessuno — né

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    (1) G. B. CAVALCASELLE e J. A. CROWE. Storia della pittura in Italia. Firenze, Lemonnier, 1902, 9 voll. Ed. originale italiana di Alfredo Mazza. Vol. 9 pag. 264.

    <171> io potrei essere il primo — ha mai sostenuto che questo affresco sia tra le migliori opere del Perugino; ma nessuno ha neanche mai preteso di demolire così severamente l’opera di lui. Che le estremità siano «mal disegnate» é cosa facilmente costatabile. Aggiungere, come, fa l’autore, che «hanno anche le unghie difettose» mi sembra talmente poco serio, da far perdere ogni valore a tutto il resto della critica. E verrebbe voglia, allora, di aggiungere che le orecchie dell’asino qui dipinto — absit injuria— sono troppo corte. Osservatelo: è proprio così! Al Perugino il Cavalcaselle rimprovera — quasi — la sia vecchiezza, quando lavorava a Trevi. E mette in evidenza «la mano tremante» e «malferma» nell’esecuzione di questa pittura e in quella di Fontignano.

    Ebbene, no; ciò non é di buon gusto! La figura di questo vecchio che, pur negli ultimi anni di sua vita dava all’arte le ultime sue energie, ben altre parole ed altri sentimenti dovrebbe ispirare. E ciò sentiva e scriveva recentemente Leonardo Vitetti, al quale par di vedere il vecchio maestro stanco e addolorato «rifare ancora gli ultimi suoi Presepi, gli ultimi suoi Battesimi, l’Adorazione dei Magi, e la Natività»; o mentre sulle pareti bianche delle «piccole chiese silenti a Spello, a Trevi, a Castel della Pieve ridipinge la sua estasi, la sua celebre estasi o desolata, o gioiosa, o meditativa, come fosse cieco di ogni altro pensiero, ignaro della magnifica diversità della vita» (1).

    A questa stessa stregua — a parer mio — dovrebbero giudicarsi e, direi quasi, venerarsi tutte le opere della vecchiaia degli artisti e dei letterati, che nelle ultime manifestazioni dell’animo loro ci hanno lasciato il loro testamento, come una sintesi di tutta una operosissima vita.

    Adolfo Venturi — per continuare la, rapida recensione di alcuni che scrissero di questa pittura — crede che essa sia opera del Perugino «e dei collaboratori»(2). Ora, rispettiamo l’opinione dell’illustre critico; ma non saprei dire quale prova e documentazione, anche indiretta, si potrebbe addurre a conferma di questa asserzione. Bisognerebbe — per far qualche cosa — attribuire ai presunti «collaboratori» tutti i difetti che il Cavalcaselle ha così rudemente e

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    (1) LEONARDO VITETTI. Vita di Pietro Perugino [del Vasari] con una introduzione, note e bibliografie di L. V. Firenze, Bemporad, s. a. pag. 41ss.

    (2) ADOLFO VENTURI. Storia dell’arte italiana. Vol. III. p. 2. 567.

    <172> così eccessivamente. voluto mettere in evidenza in questo affresco. Per me preferirei lasciare le cose come sono, ed al Perugino tutte le lodi e tutti i biasimi.

    Più benevolo, tra i molti, e il Berenson, che — pur riconoscendo (e come a meno?) — che quest’opera appartiene alla fine dell’attività artistica del Perugino, asserisce che dei numerosi lavori da questi eseguiti un po’dappertutto nell’Umbria, questo di Trevi «é un buon esemplare» (1).

    E per spiegare, in parte, i giudizi non sempre esatti, né sereni dei critici è da tener presente che nessuno può pretendere di apprezzare, la profonda pittura umbra «se non si è prima fortemente impregnato di questi paesaggi dell’Umbria, ai quali si sono certamente inspirati gli artisti di questa scuola. Altrimenti non si comprendono che a metà» (2).

    Per chiedere queste note — ricorderò per ragioni dei contrari — le lodi eccessive che antichi critici d’arte hanno tributato a questo affresco.

    Il Mezzanotte di Perugia scrive: «lodatissimo é un affresco dipinto dal Vannucci in Trevi nella chiesa delle Lagrime. Rappresenta l’Adorazione dei Magi ed il Pittore vi segnò il nome suo. Dipinse anche nella suddetta Città le figure degli apostoli Pietro e e Paolo giudicate di rara bellezza» (3). E, mette queste opere tra le minori e di data incerta. Ma. mi viene il dubbio che lo scrittore non abbia veduto le opere del Perugino, altrimenti avrebbe saputo che le figure di S. Pietro e di S. Paolo non solo si trovano «nella suddetta città» , ma fanno parte della decorazione di questa stessa cappella.

    Più sincero era stato, prima di lui, l’Orsini, di Perugia anch’esso, che accennando a quei lavori del Vannucci, finisce così:«mi si dice che queste pitture siano bellissime». Le loda, dunque, senza averle viste. Eppure non era neanche molto lontano! (4) Ma si vede che non ebbe il coraggio di affrontare 10 ore di «diligenza» che ai suoi tempi occorrevano per andare e tornare da Perugia a Trevi!

    _________________________

    (1) BERENSON BERNHARD. Te study and criticism of italian art. London, Bell and Cos, 1902. 2 voll. 2a Serie pag. 2.

    (2) BROUSSOLLE. J. C. Pélérinages ombriens. Paris, Fishbacher, 1896, pag. 14.

    (3) MEZZANOTTE Prof. ANTONIO. Della vita e delle opere di Pietro Vannucci. Perugia, Bertelli, 1838. pag. 156.

    (4) BALDASSARRE ORSINI. Vita elogio e memorie dell’egregio pittore Pietro Perugino. Perugia, Baduel, 1804. pag. 142.

    <173> Finalmente, non tanto come documento storico, quanto come sussidio alla critica dell’arte peruginesca, pubblico — e credo, per la prima volta — un disegno esistente nella Galleria degli Uffici a Firenze e che rappresenta la Vergine col Bambino (Fig. 18).

    «Questo disegno, nel Catalogo Montalvi, è dato al Perugino; sembra però che la Madonna sia di mano dello Spagna, per un suo quadro esistente nella Pinacoteca comunale di Spoleto» .

    Così é descritto ed attribuito il disegno in una pubblicazione «ufficiale» del 1894 (1).

    A breve distanza di tempo, in un successivo fascicolo della stessa pubblicazione, si leggeva:

    «Secondo il chiarissimo Dottore Sordini, questo disegno sarebbe piuttosto del Perugino, sembrando lo studio del quadro della chiesa di Santa Maria delle Lacrime, presso Trevi» (2).

    A parer mio il compianto e benemerito amico Giuseppe Sordini aveva, in parte, ragione. Infatti é da escludersi che il disegno qui riprodotto sia di mano dello Spagna. Esso é — certamente — da attribuirsi al Perugino.

    Ma non con uguale certezza si può affermare che sia uno studio per il «quadro» — direi meglio per l’affresco — che abbiamo alle «Lagrime» . Poiché la composizione del gruppo disegnato non é identica a quella che vediamo nel nostro affresco. Il bambino nel disegno é ritto sul ginocchio sinistro della Madonna, mentre nell’affresco lo é sul ginocchio destro. Alquanto diversi sono anche le pose e gli atteggiamenti delle due teste. Le pieghe delle stoffe sono però in ambedue le figurazioni trattate con quella specie di plasticità che è una delle caratteristiche peruginesche.

    Se, in conclusione, é ovvio vedere in questo disegno la mano del Vannucci, non altrettanto facile è dimostrare che egli l’avesse eseguito come studio per l’affresco delle «Lagrime».

    Questo — cronologicamente — é, come vedemmo, una delle ultime

    ___________________

    (1) Ministero della Pubblica Istruzione. Indici e cataloghi — Disegni antichi e moderni posseduti dalla R. Galleria degli Uffizi di Firenze. Vol: unico — Fasc. 3 – Roma, 1894, pag. 209.

    (2) ivi, Fasc. 5 – Roma, 1896, pag. 384. Giuseppe Sordini eruditissimo Ispettore dei Monumenti a Spoleto, sua patria, è un vanto della nostra Umbria. Morì il 7 Giugno 1914. (Vedi il cenno Necrologico in Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per I’Umbria. Vol. XXI Fasc. 1 1917, pag. VI – e Vol. XXIII, fasc. I-III-pag. XIII).

    <174> opere del Perugino. A quell’epoca esso non «studiava» più: si ripeteva. E tanto più dobbiamo escludere che il disegno abbia rapporto con l’opera eseguita alle «Lagrime» in quanto che vediamo avere il Perugino molte altre volte trattato lo stesso soggetto, la Vergine col Bambino, in numerose sue opere. Ed in alcuna di queste — come, ad esempio, nell’affresco che é nell’ospedale di Castiglione del Lago — vediamo precisamente rappresentata la Vergine col Bambino nella stessa posa che osserviamo nel disegno qui riprodotto.

    Questo é un nuovo documento dell’attività artistica del Perugino: ma non sembra aver rapporto con l’opera da lui eseguita nella nostra chiesa. Ma — data la precedente autorevole affermazione del Sordini — era mio dovere ricordarla per precisare sempre più e sempre meglio tutto quanto si riferisce alla storia artistica di questo tempio.

    204 Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

  • Carlo Zappelli

    Carlo Zappelli

    Docente (Trevi, 25/1/1893 – Foligno, 21/4/1965)

    Dal S. Michele a Vittorio Veneto, testo integrale

    1- Commemorazione

    2- Carriera e onorificenze militari

    3- Curriculum civile

    Notizie tratte dall’opuscolo a stampa nel primo anniversario della morte: Carlo Zappelli, Spoleto, 1966

    Ritratto di Carlo Zappelli.

    Dalla commemorazione dell’avv. Carlo Zenobi, allo scoprimento della lapide (ora 2005, scomparsa!) nella sua casa natale, il 13/6/1965.

    .

    In questa casa il 25 gennaio 1893 nacque e vi trascorse la giovinezza Carlo Zappelli, eroico combattente della guerra 1915-1918, decorato con Medaglia d’Argento al V. M.

    Umanista e docente insigne avviò più generazioni a sublimi idealità. La gente di Bovara, orgogliosa e memore, incide il di lui nome su questa pietra perché il suo esempio sopravviva nei tempi.

    In questa casa: Ci sembra nel rileggere la frase iniziale che in questa pietra, o Bovaresi, il suo cuore ha voluto incidere, di rivedere il fanciulletto, riccio nei capelli biondi, esuberante nella vivacità della sua promettente giovinezza, uscire e rientrare in questa casa, per questa porta; riempire della sua fresca voce questa piazzetta, spesso deserta; entrare nella vetusta chiesa; offrire in spontanea generosità se stesso.

    Storica e mistica questa contrada! Il mitico Clitunno che la lambisce, rendeva candida la vittima e dall’ara eretta su questo colle, fumigante in profumo di sacrificio, saliva, nell’antichità, verso l’Immenso la preghiera propiziatrice.

    Qui si formò, nella prima giovinezza, Carlo Zappelli.

    La mamma Menica (…come la ricordo, nelle mie più lontane rimembranze, la mamma Menica, nella apparente severità non disgiunta alla più sublime sensibilità materna; burbera ed insieme di una dolcezza che traspariva in ogni gesto) la mamma Menica ne guidava i primi passi. Il padre, Salvatore, della tempra forte e tenace degli uomini che vincono e piegano al loro volere ogni difficoltà (ad esso si intitola una via della nostra cittadina) plasmava il giovanetto alle più pure virtù civiche, in adamantina compostezza senza compromessi e cedimenti e con esso i suoi numerosi fratelli, tutti degni di lui.

    La tradizione familiare istillava nel giovanetto solida e viva fede cristiana alla base della promettente vita.

    Trevi, Bovara, piazzale delle chiesa. Cerimonia scoprimento lapide Carlo Zappelli

    Generoso con i suoi coetanei, dolce e gioviale, sempre primo tra i primi, qui in Bovara si iniziò agli studi, che proseguì poi in Trevi (nell’allora istituto Collegio Salesiano) quindi a Torino, a Napoli, ed infine a Roma, ove brillantemente si laureò in chimica pura, disciplina difficile e da pochi eletta, cui aggiunse, nell’amore innato per lo studio, una vasta e profonda cultura umanistica.

    Sempre riconoscente e devoto verso i suoi educatori, rimase particolarmente affezionato alla Famiglia Salesiana e fondò – e ne fu il primo presidente – l’Unione Ex Allievi in Trevi.

    Il ricordo che la famiglia ha donato agli amici inizia così la sua dicitura: Sub Mariae Auxiliatricis praesidium. Lo ricorderemo sempre, noi ex allievi, nei nostri convegni, come il migliore di noi, come il più salesiano di noi, che della fede viva, schietta, interiore, composta, aveva permeato ogni sua azione. Commista a questa profonda base spirituale, ogni sua azione risultò pura e leale, forte, trasparente, dolce e decisa, improntata al bene comune, scevra da ogni egoismo.

    Le belle virtù di cui facciamo adorno Carlo Zappelli non vengono, no, sia pure in parte, dall’indulgenza di cui si prodighi post mortem: le sue virtù passarono per il tragico vaglio della guerra.

    L’uomo che sa di vivere con la morte a paro a paro non può più mentire nelle sue azioni, il suo spirito si trova nudo di fronte alle sue responsabilità, ai suoi doveri; le reazioni sono spontanee e si ritrova un pauroso o un forte. Agli estremi di questa gamma, estremi che questa volta è impossibile congiungere, si trovano la vigliaccheria e l’eroismo. Carlo Zappelli fu un eroe!

    Non traggo questo convincimento solo dalla medaglia d’argento, che ci richiama ad un episodio, episodio fulgido, ma pur sempre episodio, quale ci narrato dalla motivazione che mi piace leggervi: Fronte di Villanova di Farra; novembre 1915: Durante un combattimento, essendo rimasto sepolto in batteria, fra i rottami dell’appostamento dei telefoni, colpito in pieno da una granata, non appena dissotterrato, con elevato sentimento del dovere, personalmente provvedeva all’impianto di nuove comunicazioni mantenendo inalterata l’efficienza delle batterie sotto il fuoco violento della artiglieria avversaria.

    Chi ha fatto la guerra sa cosa significa l’efficienza dei collegamenti per l’artiglieria. L’allora giovane ufficiale Zappelli – appena ventiquattrenne – come sempre non indulge a sé stesso ed appena dissepolto, non importa se pestato e ferito, non importa se ancora il fuoco nemico non cessa di battere l’individuata piazzola, personalmente provvede a ristabilire il collegamento: non importa se con estremo pericolo della sua vita: egli sa che operando senza esitazione potrà salvare la vita di tanti commilitoni.

    Della decorazione sul campo giunse notizia a Trevi ed il sindaco telegrafò al combattente: Riconoscimento solenne eroica condotta suo figlio diletto, Trevi esulta orgoglio materno.

    Ho detto che non traggo convincimento dell’eroismo di Carlo Zappelli solo da questo pure impressionante episodio che sa di sprezzo della propria vita per potere salvare quella degli altri, ma traggo convincimento soprattutto dalla gloriosa vita del 37° artiglieria che il sotto-tenente Zappelli vide nascere per la guerra e che il capitano Zappelli vide disciogliere al cessar della guerra, dopo averne vissuto, giorno per giorno, il glorioso cammino, il glorioso calvario: l’eroismo per questo reggimento e per i suoi uomini pane quotidiano, dal San Michele a Vittorio Veneto.

    Carlo Zappelli, con la sua obbiettività imperturbabile nella buona e cattiva sorte, con la sua prosa scevra di lirismo (eppure l’argomento ne continua occasione e tentazione) ricca invece del linguaggio severo delle cifre e delle date e dei riferimenti fotografici e dei nomi, traccia il cammino lento e insanguinato del suo reggimento.

    lo storico che al disopra e al di fuori di se stesso, che visse le fortunose giornate, lascia a chi verrà e vuol sapere, l’esattezza degli avvenimenti.

    Dalla lettura, appassionante, della monografia mi sono convinto che quando noi dicemmo che Carlo Zappelli fu un eroe, non dobbiamo fare riferimento solo ad episodi conosciuti, ma a tutta la sua vita di artigliere perché essa fu vissuta in continuo stato di eroismo.

    Noi che, pur appartenendo alla generazione successiva, abbiamo avuto la ventura di onorarci della qualifica di combattenti ed abbiamo vissuto l’amore della nostra migliore giovinezza nelle trincee e nei campi di battaglia sacri alla Patria, ovunque essi siano stati, anche in suolo straniero, possiamo e sappiamo giudicare ed in questo momento il fante che ammira e ringrazia l’artigliere.

    Udite! Leggo una pagina di Carlo Zappelli.

    L’inferiorità delle posizioni che il reggimento doveva tenere (e fu così quasi sempre) e la sproporzione dei mezzi erano assolutamente schiaccianti. E a schiacciarli, nel vero senso della parola, provò continuamente il nemico.

    Il terreno intorno alle posizioni delle batterie si presentava così intensamente e profondamente arato dal gran numero di proiettili giuntivi, come non capitava di vedere presso alcun altra posizione.

    Il tiro di controbatteria su quei pezzi completamente dominati dagli osservatori e dalle posizioni del nemico, oltremodo agevole e comodo per lui e altrettanto penoso e opprimente per gli artiglieri che debbono subirlo in condizioni di lotta così impari.

    Nessuna condizione può considerarsi più triste per un combattente!

    Esso è legato al suo pezzo: ne deve seguire le sorti fino all’ultimo, fin quando, cioè, fra le tante, arriverà la granata che li schianterà entrambi, insieme.

    Pensare: cadono i primi colpi, lunghi o corti, ad una certa distanza e con una certa irregolarità… Poi più vicini… Poi, ancora, quasi addosso al pezzo…

    – Aggiustano il tiro qui! – dice l’artigliere a se stesso. Incomincia, frattanto, il tiro d’efficacia: celere, metodico, inesorabile, continuo …

    – aggiustato! – conclude.

    Contemporaneamente il pezzo deve continuare il suo fuoco. Non deve smettere se non quando sarà abbattuto.

    Non un riparo qualsiasi, un muretto, un tronco, non una buca in cui appiattarsi esiste per lui, ma il cannone, solo il cannone e i suoi congegni: comandi da ascoltare e da eseguire. La mano deve essere ferma e l’occhio sicuro, anche se il sangue, a tratti, si arresta nelle vene. Ne va di mezzo la sicurezza delle truppe antistanti.

    Il resto, cioè i sibili laceranti, gli schianti presso le ruote e gli scudi, la terra che bolle sotto i piedi, il fumo e il gas delle granate in arrivo, le schegge che uccidono il compagno non riguardano il servente superstite.

    E mentre il fuoco in arrivo e in partenza infuria, il servente conscio che, da osservatori magnifici e bene appostati come tribune da spettacoli, si mira là, proprio là dove è lui col suo cannone e si può rettificare, limare l’esattezza del tiro fino al colmo della precisione, per colpirlo.

    E questa una situazione atroce per un uomo.

    Signori, ecco la dimostrazione dell’eroismo di Carlo Zappelli non come episodio, ma come stato. Egli l’animatore, la guida, l’esempio dei suoi artiglieri visse la guerra sempre sull’ara. Ogni pezzo un’ara fu il motto coniato dagli artiglieri sul Piave. Sempre ed ovunque il motto che il 37° incise sulla pietra del San Michele, il tragico monte dalle quattro cime, meta di sei battaglie, tomba di innumeri eroi, monumento della grande Italia, che bevve sangue generoso come nessun altro luogo della terra e si mostrò per lungo periodo, infuriato, impennacchiato di fumo come un dio crudele.

    No! Non inutile che noi riportiamo il nostro ricordo a quei giorni di amore e di odio, di eroismo e di vigliaccheria, di strage, di pianto, di fervore, di esaltazione. Con il ricordo onoro Carlo Zappelli ed ogni combattente, eroe sconosciuto e conosciuto, disperso e insepolto o onorato sull’altare della Patria. Né la ricchezza né le cariche valgono la qualifica di combattente.

    Trevi, Bovara, piazzale della chiesa. Scoprimento della lapide comemorativa di Carlo Zappelli

    Per voi, giovani che mi ascoltate, aggiungo: Tolga il clemente Dio che abbia a suonare ancora per la nostra Patria, l’ora fatidica della guerra; ma se ventura fosse, guardate con occhio limpido gli esempi che vi hanno dato gli eroi d’Italia dal cuore puro e dall’animo volto ai più alti ideali e ricordatevi che nella caducità delle cose e degli eventi umani, solo l’amore per la Patria immortale.

    In guerra dunque, nel luogo ove menzogna ed infingimento non esistono e l’uomo si rivela per quale esso effettivamente è, Carlo Zappelli risultò l’uomo sereno, coraggioso, leale, generoso, ligio al suo dovere qualunque prezzo costasse, senza indulgenza per sé stesso, animatore, costruttore.

    Queste virtù, che erano il substrato del suo spirito e formavano il suo carattere, portò anche nella sua lunga attività civile.

    Perché il dilagante materialismo non facesse dimenticare alle nuove generazioni il sangue e il sacrificio della guerra vittoriosa, dedicò fervido lavoro nel promuovere iniziative pubbliche e private a presidio degli alti valori morali e delle virtù civiche. E fu presidente di associazioni combattentistiche e di decorati al Valore Militare.

    Alla amministrazione della cosa pubblica dette il suo consiglio e la sua esperienza e fu consigliere comunale e consigliere provinciale.

    Fu corrispondente di giornali e riviste in materie scientifiche e militari.

    Molti Istituti finanziari si avvalsero dei suoi pareri sempre sobri ed oculati.

    Ogni istituzione volta al bene ed al miglioramento morale del cittadino lo ebbe come valido collaboratore.

    Ma la sua maggiore attività la dedicò alla scuola, come Docente e come Preside. Aveva tanto contribuito a formare l’Italia; completò la sua opera formando gli italiani. Opera appassionata per la quale visse, solerte, assiduo, prudente, giusto, la sua lunga giornata di lavoro.

    Gli alunni erano il prezioso e delicato materiale affidato alle sue cure di educatore; materiale da correggere, spesso; da plasmare, sempre. Sentì la sua funzione come una missione affidatagli da Dio e dalla società e, con gli intenti più puri l’assolse fino in fondo.

    Più e più generazioni di allievi piangono oggi il maestro perduto e ne ricordano e ne vivono gli insegnamenti.

    Educatore non si limitò, nella sua lunga opera, ad erudire i giovani solo in una disciplina scolastica, ma completò l’insegnamento con la formazione del carattere, con il richiamare continuamente l’alunno alle alte idealità della vita. Nella Sua scuola, insomma, entrava lo scolaro e ne usciva il cittadino pronto alla vita.

    L’esempio era sempre la più forte leva.

    Quel professore, quel preside, sempre sereno ed equanime, sempre così assiduo, così preciso, così preparato in tutto, senza lacune; dal portamento così equilibrato, in sobria signorilità sempre unita ad evidente semplicità, quella simpatia che inspirava in chi l’avvicinasse, finivano sempre per attrarre l’alunno che inavvertitamente ne subiva il fascino e ne sorbiva e maturava l’insegnamento che va oltre la scuola e che si estende nella vita.

    Il suo discorso, disinvolto ed efficace, si sentiva proveniente da una mente non preoccupata di sé, ma dello scopo a cui tende, senza il fatuo proposito di strabiliare gli ascoltatori e di cercare l’applauso. Era la parola semplice che pure svegliava fremiti ed imprimeva nell’animo il ritmo della concezione.

    Nella scuola, può dirsi, alzò l’ultimo suo canto, che, appena lasciata la scuola, al plauso degli allievi, seguì il subdolo maturare dell’opera del male. Era sempre stato risparmiato da questo finché fu al suo posto di lavoro: ora, violento, implacabile lo richiedeva come vittima.

    In queste rinnovate ore di muto martirio, Carlo Zappelli, che ci aveva insegnato a vivere, ci insegnò anche a morire. Sarebbe offesa alla sua memoria se io non accennassi anche a quest’ultimo insegnamento.

    Nell’ondata dei ricordi, nel crepuscolo della vita, non distolse più, neppure per un attimo, lo sguardo dalla meta ultima. Per breve ora parve che la sua robusta tempra trionfasse sul fato: ma fu breve speranza. L’opera del male tornò, nella sua violenza, implacabile.

    Quotidianamente attinse forza dall’Iddio che aveva allietato la sua giovinezza. Nella cameretta, nella quale soffrì, senza lamento la sua ultima battaglia, due sole immagini raccoglievano lo sguardo

    del morente: quello della Madre delle madri e quello di Giovanni Bosco, l’educatore al quale si ispirò.

    Chiesa di San Pietro in Bovara.

    Attorniato dalla sua dolce famiglia, all’alba del

    21 aprile, nella nascente primavera, col suo ultimo respiro, lasciò dietro di sé, nel silenzio in potestà della morte, il pianto della fedele consorte, della figlia, dei fratelli, dei parenti e di quanti lo conobbero.

    Dal piccolo cimitero che si affaccia sulla placida valle del Clitunno, un ultimo monito ci giunge: udite! Amai Iddio, la Patria, la Famiglia; ad essi donai tutto me stesso. Come un eroe del San Michele io morii e con in mano le chiavi di un avvenire meraviglioso e nella tomba ritrovai la culla.

    DALLO STATO DI SERVIZIO DEL TEN. COLONNELLO D’ARTIGLIERIA CARLO ZAPPELLI

    1 gennaio 1914 – Allievo Ufficiale di Complemento

    8 novembre 1914 – Promosso Sottotenente e assegnato al 130 Art. Campagna

    26 maggio 1915 – In Zona d’operazioni col 370 Art. Campagna

    2 marzo 1916 – Promosso Tenente

    5 novembre 1916 – Aiutante Maggiore in la del Reggimento

    28 giugno 1917 – Promosso Capitano

    23 marzo 1919 – Partito dalla Zona di Guerra

    4 ottobre 1919 – Collocato in congedo

    3-15settembre 1925 – Richiamato presso Scuole centrali di Civitavecchia

    30 ottobre 1929 – Primo Capitano

    25 luglio-13 agosto 1931 – Richiamato per esercitazioni estive

    18-27 luglio 1933 – Richiamato per esercitazioni

    2 novembre 1933 – Promosso Maggiore a scelta

    20 luglio-20 agosto 1937 – Richiamato per istruzioni

    1 gennaio 1939 – Promosso Ten. Colonnello a scelta

    10 giugno 1940 – Richiamato presso l’Intendenza I Armata

    10 ottobre 1940 – Ricollocato in congedo

    Decorazioni:

    Medaglia d’Argento al valor militare. Villanova di Farra, 15 novembre 1915

    Croce di Guerra al Merito – per aver partecipato onorevolmente alle battaglie dell’Isonzo

    Croce di Guerra al Merito – per aver partecipato onorevolmente alla Battaglia di Vittorio Veneto

    Oltre all’aver coperto per otto mesi la carica di Aiutante Maggiore in

    la del Reggimento in guerra, ha tenuto il comando di Gruppo, sempre in guerra, interinalmente, in numerose circostanze, anche critiche quale quella del ripiegamento sul Piave, nell’ottobre 1917.

    Nel complesso i periodi in cui ha tenuto tale comando superano i sei mesi.

    CURRICULUM CIVILE E PARAMILITARE

    CARLO ZAPPELLI fu Salvatore

    Nato a Trevi (Perugia) il 25 gennaio 1893.

    Laureato in Chimica pura a Roma il 22 dicembre 1922

    A

    TREVI (1919-1927)

    Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti

    Consigliere Provinciale (1923)

    Consigliere Comunale

    Dirigente dei Corsi d’istruzione premilitari

    Fondatore e Presidente dell’Unione ex Allievi di Don Bosco

    A

    FOLIGNO (1927 – 1938)

    Professore di ruolo e Preside Incaricato dall’Ist. Tecn. Commerciale

    Ideatore, Costruttore e Direttore dell’Officina del Gas

    Consultore di Zona dell’Associazione Arma d’Artiglieria

    Vice Comandante dell’Unione Ufficiali in Congedo

    Membro del Direttorio della Sezione del Nastro Azzurro

    Membro del Consiglio di Sconto della Filiale Monte dei Paschi di Siena

    Console Scolastico del T.C.I.

    Corrispondente di Giornali e Riviste in materie scientifiche e militari

    Autore della Monografia Dal San Michele a Vittorio Veneto

    Vincitore del Concorso indetto dal Ministero della Guerra per la Cattedra di Scienze, Chimica e Geografia nella Scuola Militare di Roma. (Rinunciò).

    Ad ALESSANDRIA (1938 -1940)

    Nominato preside di 1a categoria (grado 6) nell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri

    Membro del Consorzio Provinciale dell’Istruzione Tecnica, Dirigente Corso Marconisti pre-militari, Docente di Cultura Militare negli Istituti Medi Superiori

    A FOLIGNO (1940 – 1964)

    Fondatore e primo Preside del Liceo Scientifico Statale G. Marconi

    Commissario dell’Istituto del Nastro Azzurro per tutta la Provincia

    Membro del Consiglio Direttivo della Pro Foligno

    Ricostitutore e Presidente della U.N.U.C.I.

    Sindaco della Federazione Casse Risparmio I. C. per la Cassa di Foligno – 29 marzo 1946

    Nominato per Decreto Commissario alla Cassa di Risparmio (Rinunciò) – 8 settembre 1944

    Consigliere di amministrazione della Cassa di Risparmio – 18 marzo 1946

    Preside (di grado 5) nel Liceo Ginnasio Statale: tre scatti anticipati per classifica ottimo

    Ricostitutore e presidente della Sezione dell’Istituto del Nastro Azzurro

    Consigliere della Cassa di Risparmio

    Membro del Comitato Direttivo della Dante Alighieri

    Dirigente dell’Unità locale della Croce Rossa Giovanile Italiana

    Console Scolastico del Touring Club Italiano

    Presidente della Federazione Provinciale del Nastro Azzurro

    Socio del Rotary Club dal 9 maggio 1962

    Socio dell’Accademia Fulginia dal 29 dicembre 1964

    Onorificenze civili:

    Cavaliere della Corona d’Italia – 10 aprile 1936

    Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica – 2 giugno 1957

    Commendatore al merito della Repubblica – maggio 1964

    1- Commemorazione 2- Carriera e onorificenze militari 3- Curriculum civile

    Ritorna alla Ritorna alla pagina Indice Personalità 06X

  • bibliografia

    Natalucci 1745, Natalucci, Durastante: Historia universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, ms. pp.1240. Edizione a cura di Carlo Zenobi, Foligno, Arquata, 1985, pp. 884

    CORRADI 1896. Corradi, Pier Francesco: Catalogo dei terremoti storici nella Valle Umbra, in Dei terremoti di Spoleto nell’anno 1895, Memoria di Torquato Taramelli, R. Accademia dei Lincei (Anno CCXCIII), Roma, pp. 41 + pianta

    Desplanques 1975. Desplanques, Henri: Campagne Umbre, Quaderni Regione dell’Umbria n.10, 5voll., Perugia, Guerra, pp..920,

    NATALUCCI 1861. Natalucci, Tiberio: Documenti inediti di Storia umbra, Foligno, . pp.19.

    NATALUCCI 1865. Natalucci, Tiberio: Studi sulla storia di Trevi, Foligno, pp.15

    RYAN 2000. Ryan, Virginia: Where the cypress rises, Melbourne, pp. 309

    ZENOBI 1987.. Zenobi, Carlo: Storia di Trevi 1746 – 1946, Foligno, Arquata, pp. 416

    VALENTI 1928. Valenti, Tommaso: La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, pp. 318 + tavv. f.t.

    Valenti 1935. Valenti, Tommaso: L’Epistolario di Mons: Monte Valenti (1574-1575), (Estratto da: Bollettino R.Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol. XXXIII, fasc.I-II-III), Perugia, Donnini, pp. 312

    SQUADRONI 1990. Squadroni, Mario: Il fondo archivistico delle istituzioni publiche di assistenza e beneficenza del Comune di Trevi, ISUC, Editoriale Umbra, pp.292

    BORDONI 2016. Bordoni, Stefano: Grida, voci e bisbigli dalla fine del Medioevo, Perugia, Era Nuova, pp.144

    Metelli Medori 1990. Melelli, Alberto; Medori, Caterina, Ville e grandi residenze di campagna nella Valle Umbra meridionale, in Quaderni dell’Istituto Policattedra di Geografia dell’Univeersit di Perugia, n12 (1990), p. 136


    Aggiornato il: 14-02-23 .

  • La festa di S. Emiliano

    La festa di Sant’Emiliano

    Programmi dettagliati della festa negli anni: 2018. 2019, 2020, 2021. 2022, 2023

    (Da un articolo di Tommaso Valenti sul periodico La Torre di Trevi, anno I n°3 del 28/1/1898, ripreso in Curiosità storiche Trevane, Foligno, Campitelli, 1922)
    Il testo e le in colore sono stati inseriti all’atto di questa trscrizione

    La devozione a

    Santo Miliano

    , come lo chiamavano i nostri vecchi, è antica, si può dire, quanto Trevi. Della sua festa, del suo culto troviamo memorie nelle più antiche scritture del Comune.

    I Trevani, teneramente devoti di questo Santo, che li aveva, dopo S. Feliciano, istruiti nella fede di Cristo, cominciarono dall’innalzargli una chiesa nel sito più alto della Città, sulle rovine, credesi, di un tempio pagano, dedicato a Diana. L’antichissima Chiesa di cui non si sa con precisione l’anno della costruzione (forse il secolo XII)1, fu restaurata e rimessa a nuovo nel secolo XV. La fabbrica cominciata nel 1465 fu terminata circa venti anni dopo, e fu consacrata più tardi, ai 25 di aprile nel 1522 da Natale Vescovo di Veglia2, quello stesso che, come dissi più sopra, benedisse e battezzò la Campana della Torre. Dopo una serie di vicende, la Chiesa venne ridotta, pochi anni fa3, allo stato attuale su disegno dell’architetto Carimini, autore, tra l’altro, anche del palazzo Brancaccio in Roma. Qui non è mia intenzione occuparmi della Chiesa, ma solo del modo col quale nei tempi andati, si celebrava la festa di Sant’Emiliano.

    Dalle antichissime carte del nostro Archivio si rivela [rileva] come il Comune prendesse parte attivissima a questa, solennità. Lo stesso statuto trevano in varie sue Rubriche ne parla diffusamente . E, nella prima di queste, impone al Podestà ed ai Priori l’obbligo di celebrare questa festa, anche nella Cappella privata del Comune, sotto pena di 25 libre di danaro a testa. Essi dovevano pure intervenire alla processione, portando due ceri di sei libbre l’uno.

    Nelle Riformanze, dal 1355 in poi, si trovano ogni anno disposizioni relative alla festa di Sant’Emiliano. E la maggior parte di esse si riferiscono alla spesa che il Comune doveva sostenere in tale occasione, ed alle misure di precauzione che si dolevano prendere, per tutelare l’ordine pubblico in quei giorni; e queste misure consistevano specialmente nel nomine delle guardie, tante per Rione, chiamate zelatores pacis et concordiae. Le spese che il comune sosteneva erano assai rilevanti, tanto che nel 1395 si dovettero limitare e si ridussero a 100 libre di danaro, somma assai importante per quei tempi.

    Il segnale delle feste sacre e profane si dava otto giorni avanti, esponendo sulla Piazza “la statua della Mora armata di scudo e di sciabola4 , volgarmente detta l’Inquintana” come scrive Durastante Natalucci. Però bisogna notare che questo era nello stesso tempo il segnale delle festa carnevalesche5: d’allora in poi, fino alla Quaresima, era lecito darsi ad ogni sorta di scherzi, fra cui era preferito quello di tingersi il viso e di tingerlo agli altri, senza timore d’incorrere in alcuna pena.

    Per rendere maggiormente allegra la festa si facevano venire di fuori “suonatori di trombetti, tamburi, timpani, ciaramelle, chitarre e cetere” e ciò fino al 1356. Sembra però che quest’uso non fosse senza inconvenienti, perché il 19 gennaio 1600, il Consiglio deliberava “che non si ricevessero altri trombetti che i convicini”.

    1) Il testo tra parentesi manca nella primitiva stesura

    2) Veglia, città di circa 3000 abitanti, è capoluogo dell’isola dello stesso nome, situata nel Golfo del Quarnero. É anche oggi sede vescovile. Il vescovo Della Torre fu deposto dalla sua diocesi, anche a richiesta dei fedeli. (nota dell’Autore)

    3) Nel 1893

    4) Nella stesura originale e nel Natalucci: sciabla.

    5) Il Carnevale inizia il 17 gennaio secondo il calendario Romano e “otto giorni prima” della festa di S. Emiliano (28 gennaio) o della processione (27 gennaio) praticamente coincidono la data di inizio ufficiale

    Un altro divertimento riservato a questa occasione era il Palio con l’anello, che era5, credo, così detto perché il premio assegnato al vincitore era appunto un anello, quasi certamente d’oro. Di più al vincitore si dava un premio di due Scudi e, più tardi, una posata d’argento. Le spese di questa festa erano a carico dei pochi Ebrei dimoranti a Trevi. Essi dovevano mettere l’anello per la corsa, ed era prescritto che esso dovesse valere 50 Bolognini, e si doveva pagare il 1° gennaio. Così fu stabilito nel 1476. due anni dopo, però, questa disposizione fu modificata nel senso che gli Ebrei dovessero fare l’anello di sei once, una volta per sempre, e pagare ogni anno 60 Bolognini in contanti, pel vincitore. Questo divertimento del Palio doveva essere gradito assai ai nostri antichi. Infatti nel 1600 essi, che pure erano tanto devoti, stabilirono di non dar più cera a Sant’Emiliano, come di consueto, m d’impiegare il denaro corrispondente per fare un Palio, ossia stendardo, pel vincitore della corsa all’anello, dipingendo sulla stoffa lo stemma del Comune e quello del Podestà.

    E finalmente, altro emozionante divertimento di questi giorni era la caccia del bove. E questa doveva farsi a cura e spesa dell’appaltatore del pubblico macello, sotto pena di Scudi sei, e si faceva nella Piazza6. E l’usanza è durata fino ad una cinquantina d’anni fa. Ma in ultimo la caccia del bove si faceva per Natale.

    Ma lo spettacolo più serio al quale prendeva parte tutta la Città era l’”Illuminata, cioè la processione che si faceva, come ora, la sera della vigilia di Sant’Emiliano. A questa, come ho detto, dovevano intervenire il Podestà ed i Priori. Anche tutti i Sacerdoti e i Chierici della Città erano obbligato ad andarvi, sotto pena di uno Scudo di multa per i primi e di 5 Giulii per gli altri. I curati della campagna, che forse trovavano poco comoda per loro questa funzione sacra, riuscirono ad ottenere dalla Congregazione del Concilio, verso la metà del secolo7 XVIII, di essere dispensati dall’intervenire alla Processione. Dovevano andarvi anche i frati di tutti i Conventi, e , se si fossero rifiutati, perdevano il diritto di essere nominati predicatori a Trevi, quando fosse stato il loro turno; giacché il comune nominava, anno per anno, il predicatore della Quaresima, scegliendolo ogni volta in un Convento diverso. Però “quelle Religioni che non verranno alle Processioni generali8 non entrino in giro”. – Così stabilì il Consiglio il 12 febbraio 1658.

    I più recalcitranti erano i Monaci Olivetani di S. Pietro in Bovara. Per questi il Comune dovette scrivere alli Signori Superiori, con fare istanza che il Monastero si debba dare in governo ad altra nazione, oltre alla Perugina” metterlo, cioè, sotto la sorveglianza e la giurisdizione di più autorità, per renderli più obbedienti9.

    Le Confraternite, le Compagnie di Città e di campagna, con stendardi, il Magistrato, i Consiglieri, gli Ufficiali o Impiegati della Comunità, gli Artigiani con un capo per arte e col cero, i Medici e i Notari: tutti dovevano Andrea in Processione; pena uno Scudo ai mancanti10.

    Non sappiamo quale Immagini del Santo si portasse in Processione nei secoli anteriori al XVII, non essendoci in quei tempi alcuna statua, né alcuna reliquia di Sant’Emiliano. Fu soltanto nel 1613 ai 21 ottobre che il Consiglio deliberò “che si faccia l’Imagine di Sant’Emiliano di legno, ma che la spesa non passi 25 Scudi, con farvi l’arme della Comunità e che la spesa si faccia con licentia dei Signori Superiori”. – Questa somma però non fu sufficiente, e l’anno seguente, 1614, ai 23 di settembre, il medesimo Consiglio, in seguito ad istanza deliberava “che si diano al Capitolo di Sant’Emiliano, Scudi dieci, con licentia dei Superiori per compire l’Imagine di Sant’Emiliano, con conditione che si faccia l’arme della Città”. La statua di cui si parla fu compiuta nel 1615, forse a Foligno, e “condotta in Trevi con straordinaria allegrezza e sparo d’artiglieria” – Artisticamente è opera di nessun pregio. ha soltanto di notevole che quantunque opera del tempo in cui il seicentume cominciava ad imperare, pure è condotta con una certa parsimonia di stile. Però, a osservarla bene, si vede chiaramente che l’autore ha voluto, poco felicemente, imitare sia nella rigidezza della figura, che nella semplicità della sedia, il S. Pietro di bronzo che si venera nella Basilica Vaticana.

    5

    ) Nel testo del 1898 è qui inserito:

    né più né meno che l’attuale “corsa alla Stella”; consisteva cioè in una gara di fantini, come si dice ora, i quali dovevano, correndo, infilare un piolo nell’anello. Al vincitore si dava in premio due scudi e una posata d’argento”

    6) Quest’ultima frase e la successiva mancano nel testo del 1898

    7) La vecchia edizione riporta “del secolo passato”

    8) Cioè di S. Emiliano e del Corpus Domini

    9) 16 novembre 1623.

    10) Statuto Trevano, rubrica 46-47

    Nel 1660 un avvenimento di gran consolazione, per i devoti Trevani, fu il ritrovamento delle reliquie di Sant’Emiliano. Mentre a Spoleto si restaurava la Chiesa di Santa Maria “due incogniti pellegrini” indicarono agli operai il luogo dove erano sepolte le Reliquie del Santo11. E ivi, infatti, furono trovati il teschio e parte delle altre ossa, insieme ad un’ampolla di vetro con il sangue coagulato, nonché due graffi di ferro, macchiati di sangue. Queste reliquie furono poi portate a Trevi, e negli anni successivi recate in Processione.

    Però i fedeli non erano contenti dell’antica statua, poco confacente, anche per il suo stile modesto, alla pompa solenne della cerimonia cui doveva servire. E’ perciò che nel 1751 si dava commissione di un’altra Statua, a Pietro Epifani da Foligno. Sembra però, che questi incaricasse dell’esecuzione di quel lavoro un artista tedesco, allora residente in quella Città. In ogni modo, però, l’Epifani fu quello che stipulò il contratto, e che appose il suo nome nella parte posteriore della sedia, presso lo stemma del Comune. Questa Statua è pregevolissima opera di stile barocco, ed in essa l’artista ha saputo molto felicemente ottenere un insieme svelto ed elegante nonostante la pesantezza dello stile.

    La Statua ordinata nel 1751 fu compiuta nel 1753. Essa costò più di 500 Scudi, la maggior parte dei quali pagati dal Comune. Fu con gran solennità condotta processionalmente da Foligno a Trevi. Il Capitolo di Sant’Emiliano andò ad incontrarla sulla Piazza del Mercato, in mezzo ad una moltitudine di popolo, al suono di tutte le campane ed allo sparo dei mortari, come troviamo nelle antiche memorie12.

    Ed affinché la Statua non deperisse, l’ 11 febbraio 1753 il Consiglio deliberò di fare il credenzone per tenervela custodita, a patto che una delle chiavi di questo rimanesse in mano all’Autorità municipale.

    11) Un documento rinvenuto di recente attesta che le reliquie furono rinvenute nel corso di lavori di manutenzione straordinaria del pavimento del duomo

    12) Durastante Natalucci, Historia… di Trevi,1745, a cura di C. Zenobi, Todi 1985

    La storia e il cultoLa processione dell’Illuminata
    La Chiesa di S. EmilianoIconografia
    La festa Il culto di S. Emiliano a Ripa di Perugia
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