Nato a Trevi il 1° febbraio 1895, penultimo di otto figli, consegue la maturità classica presso il Liceo “Pontano-Sansi” di Spoleto. È caporale di artiglieria nella Prima Guerra Mondiale.
Laureatosi in medicina e chirurgia nell’Università di Roma, si evidenzia subito come straordinario talento chirurgico, aiuto negli Ospedali Riuniti di Roma con i massimi maestri Alessandri e Bastianelli. Riattratto dalla natia Umbria, vi si insedia vincendo il concorso di Primario Chirurgo – Direttore dell’Ospedale Civile di Spoleto. Sposa l’amata, assai più giovane, Anna della famiglia Profili.
1936. In partenza per la Spagna, ufficiale medico del Corpo di Spedizione italiano. Si accomiata dalla moglie Anna
Ma già nel 1936 è volontario in Spagna, col corpo di spedizione italiano nella guerra civile, dove acquista fama come ufficiale chirurgo, risanando un imponente numero di amici e nemici. Declinate offerte di stabilizzazione primariale a Madrid, torna in Patria facendo della Chirurgia spoletina un reparto di assoluta avanguardia, ma operando anche in più Ospedali dell’Umbria per collaborazione auspicata dai colleghi nei casi più complessi.
Spoleto 1940. Ha avviato il nuovo ospedale “San Matteo deegli Infermi”.
Mostra ad Aimone di Savoia e Irene di Gracia una sala chirurgica
A buona ragione, nel trentennale della morte, l’Amministrazione Comunale di Spoleto gli ha intitolato il piazzale e la via che, costeggiando l’Ospedale, sale al Collerisana. Una nuova formidabile esperienza di chirurgo di guerra lo porta a lungo sul fronte greco-albanese. Vero pioniere della chirurgia moderna, pratica la generale in senso vero e proprio, sperimentando e innovando in tutte le branche.
La mitica figura professionale si accompagna a due altre, viscerali passioni. La coltivazione dei campi con l’allevamento zootecnico. L’amore per l’agricoltura e il benessere di quanti vi operano lo legheranno per sempre alle origini, assorbendo fino all’ultimo energie e risorse.
E poi la dedizione alle arti, forte di una cultura vasta e profonda, soprattutto nella letteratura classica, ma altrettanto nella pittura e nella scultura dei secoli antichi come di quelli moderni.
Su questo trittico della sua vita, semplice e straordinaria al tempo stesso, si spagne a Roma il 2 luglio 1981 e giace sul colle di Trevi, nel sepolcro di quella famiglia nella quale – con la sostanziosa tradizionalità dei nostri avi – ha nutrito affetti, memorie e speranze.
Per gentile concessione Avv. Domenico Benedetti Valentini.
Nella Piaggia. Scavalcata da una arco tra due case.
Campana (Via della)
C2
Da via Cavour a via delle Macerie tra costruzioni rinascimentali
Cavour (Via)
B2/C3
Già Via dell’Asilo Infantile che ebbe la sede nell’ex Monastero di S. Bartolomeo Fu intitolata a Cavour alla fine del XIX secolo.
Ciuffelli, Augusto (Viale)
F2/1
Viale alberato che da Piazza Garibaldi conduce a S. Martino e Foligno. Per i trevani è “la Passeggiata”. Fu intitolata al ministro che si adoperò per la fornitura dell’energia elettrica e per la costruzione della scuola in piazza Garibadi, abbattuta nel 2003.
Costarella (Via della)
C4
Via extraurbana a sudest nella zona denominata “La Costa o Costarella di S. Costanzo“.
Coste (Via)
F2
Strada carrozzabile che parte dall’angolo N-E di piazza Garibaldi e raggiunge l’omonima frazione.
Coste San Paolo (Via)
F3
Antichissima e ripida strada per Coste e Pettino.
Crocefisso (Via del)
B3
Dall’omonima chiesa in Piaggia
Dogali (Via)
C2/CD3
Già Via della Rosa, scavalcata dall’Arco del Mostaccio. Rinominata come la località della strage delle truppe italiane (1887) in Africa Orientale, in ricordo del concittadino caduto Augusto Medici a cui fu intestata una lapide nella facciata del Palazzo Comunale, ora distrutta.
Don Bosco (Largo)
D1
Lungo Via Lucarini, di fronte all’ingresso dell’ex convento di S. Francesco, poi Collegio Lucarini, retto dai Salesiani di Don Bosco dal 1894 al 1963.
Carrozzabile costruita nella 2^ metà dell’800, dalla porta della Strada Nuova fino alla fine di Via Lucarini. Intitolata al Fantosati, martire del 1900
Fiscale (Vicolo del)
B2
Dalla “Strada Nuova” verso il nord della Piaggia, raggiunge la casa di Benedetto Valenti “procuratore fiscale” di più papi
Fonderia (Via della)
CD3
Da Via Cavour (o dell’Asilo) a via Montebello. A metà della via si trovava l’antica fonderia di campane di Ezechiele Nessi
Fonti (Via delle)
E3-ED4
All’esterno delle mura tra porta del Lago (piazza Garibaldi) e la porta del Cieco. Nei primi del ‘900, abbattute le mura prospicienti piazza Garibaldi e la porta del Lago, vi furono costruiti i lavatoi pubblici (le Fonti)
Fornaro (Via del)
D1
Tra Largo D. Bosco e via S. Francesco, verso S.Reparata. Costeggia il vecchio forno della famiglia Giuliani.
Garibaldi (Piazza)
EF2/3
Già piazza del Mercato e, ancor prima Piazza del Lago, in ricordo dello stagno qui esistente a difesa delle mura nel loro tratto più vulnerabile.
Grotte (Via delle)
EF3
Da Via delle Fonti (Piazza Garibaldi)
Labirinto (Via del)
B3
Nella Piaggia, a nord della chiesa del Crocefisso
Lucarini (Via)
DE1-E2/3
Strada interna alle mura, dal lato ovest di Piazza Garibaldi fin oltre l’edicola di S. Reparata. Così denominata dopo che nell’ex convento di S. Francesco fu trasferito il Collegio Lucarini.
Lungo (Vicolo)
C2
Da via Dogali e Via delle Macerie
Macerie (Via delle)
C2
Tra costruzioni del’400, alcune delle quali dirute e trasformate in giardino
Marconi (Via)
D3/4
Da Via Roma a Porta del Cieco.
Mazzini (Piazza)
D3
Già Piazza di S.Emiliano, rinominata Piazza Vittorio Emanuele assunse il nuovo nome alla caduta della monarchia. Per i vecchi trevani è Piazza del Comune
Monasteri (Via dei)
A1/2
Nella Piaggia, costeggia il monastero di S. Chiara e l’ex monastero di S. Croce, fino alla porta del Bruscito.
Montebello (Via)
D3/4
Da porta del Cieco a via della Fonderia.
Mura (Via delle)
CD4
Via interna delle Mura dall’attuale “porta della Strada Nuova” a via della Piaggia
Già via di S. Emiliano. Intitolata all’illustre concittadino, abate benedettino, salito alla gloria degli altari. A Roma porta il suo nome il grande piazzale dietro l’abbazia di S. Paolo Fuori le Mura.
Rocca (Piazza della)
D2
Piazzetta nel punto più alto dell’abitato a lato dei resti dell’antica rocca.
Rocca (Via della)
CD2
da Via dei Setaioli, dietro alla chiesa di S. Emiliano e al lato di piazza della Rocca, fino a via Carlo Amici
Roma (Via)
E3
Da Piazza Mazzini a Piazza Garibaldi, già corso Umberto II
S.Fabiano (Via)
A3/4
Da porta s. Fabiano, laterante l’antica chiesa omonima.
S.Filippo (Via)
D2
Da Piazza della Rocca a Via Riccardi, vicina alla chiesa omonima.
S.Francesco (Via)
CD1-D2
Da piazza Mazzini a S. Reparata. Rinominata Via Cavour (come altre!) si è poi tornati al nome originale. Costeggia la chiesa di S. Francesco
Salara (Via)
D3
Da Piazza Mazzini verso sud: ricordo dell’antica “salara”
Salerno (Via)
F1/2
Via di recente istituzione, a nordest di piazza Garibaldi, tra le nuove abitazioni.
Setaioli (Via dei)
C2
Da Via Dogali a Via della Rocca. Sicuramente sede delle abitazioni e delle botteghe dei fabbricanti di seta.
Sette (Vicolo del)
D3
Da Piazza Mazzini, parallelo a via Riccardi. Questo nome gli deriva da un vicolo che lo taglia e in pianta ha la vaga forma di un “7” rovesciato. Secondo altri, vi abitavano 7 famiglie.
Sotto il Monte (Via)
E1/2
Strada extra urbana che da Piazza Garibaldi scende ripida sotto le mura verso Foligno e si snoda alla base del colle di S. Martino “Il Monte”
Teatro (Piazza del)
E3
Risultata dall’abbattimento di varie costruzioni per la costruzione del Teatro
Torre (Piazza della)
B2
Nella Piaggia, delimitata da varie e pregevoli costruzioni dei Valenti, all’ombra della torre a difesa della porta di una “cittadella” all’interno dell’abitato.
Zappelli, Salvatore (Via)
E2/3
Antica Via dei Fabbri, che proseguiva lungo le mura a sud-est
Tra le famiglie più antiche di Trevi in assoluto, documentata già dal 13° secolo, si è estinta nella seconda metà del Settecento, quando la casa, le proprietà e lo stemma passarono alla
famiglia Ubaldi
. Forse in seguito ad un matrimonio con l’ultima erede dei Lambardi, o per altra causa a noi ignota.
I Lambardi di Trevi sono evidentemente da ascriversi a quei “cattanei lambardi” (= capitanei langobardi), che formarono un’aristocrazia militare e si stanziarono in vari agglomerati fuori dalla città, trasformandoli in castelli fortificati. Furono sempre protagonisti di episodi legati a rapporti con Spoleto: dalla cessione dei loro possedimenti di Castelritaldi e castello del Poggio (1258), alla mediazione della pace dopo la presa di Orsano e Cammoro (1274) e alla trattativa, infausta per Trevi, per il possesso del castello d S. Giovanni ai primi del ‘500..2) Furono anticamente annoverati tra la nobiltà di Spoleto e di nuovo dichiarati tali nel 1573.3)
Alcuni dei personaggi più noti: Gregorio di ser Giovanni, tra i redattori del nuovo statuto di Trevi (1432) Mons. Marsilio, eletto vescovo di Foligno, premorì alla consacrazione (1476). Dott. Anton Francesco di Pier Filippo e di Costantina Valenti (attivo 1523-1576) assunse diversi incarichi in patria, in Roma e in diverse altre città. Sposò Primadea di Cristoforo Approvati e senza prole maschile concesse il cognome e l’ “arme” al genero Sulpizio di Felice Marinelli.4) Dott. Tolomeo, di Anton Francesco, capo della milizia in patria, governatore di Cascia e di Assisi5) Dott. Tolomeo, di Anton Francesco, senza prole. Adamo, notaio (1587 e segg.) Pier Filippo, Canonico in S. Emiliano, rettore della cappella di famiglia (1711) Si imparentarono con le nobili famiglie trevane Citeroni, Valenti, Approvati e forestiere, Capocci-Trinci ed Elmi di Foligno, Brizi di Ancona, Gentiletti di Spoleto.6)
1) Stemmi delle famiglie patrizie, 1787 – Trevi, Archivio Comunale (foto 1996) -Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in: L’archivio comunale preunitario … di Trevi, (Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19), Perugia, 2005, p. 341 La bella raccolta di stemmi delle famiglie illustri di Trevi fu compilata alla fine del ‘700, Quando la Famiglia Lambardi era già estinta e la Famiglia Ubaldi non era ancora iscritta al patriziato di Trevi. Lo stemma in oggetto fu aggiunto quindi nel 19° secolo, come distintivo della “nuova” famiglia Ubaldi.
7)Nella epigrafia locale e in molti documenti è chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che è già difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo.
Direttore Dipartimento di Chirurgia A.S.L. 3 della Regione Umbria. Direttore di Struttura Complessa presso l’Unità Organica di Chirurgia Generale, Mininvasiva e Robotica del Presidio Ospedaliero di Spoleto
Nato a Trevi il 24 febbraio 1948, rimane legato a questa terra nonostante il lavoro lo porti a viaggiare sempre più frequentemente e la conosce nei minimi particolari grazie alla passione per il cavallo, in sella al quale non è insolito incontrarlo nei giorni di festa per i borghi e le amene campagne trevane.
Dopo la maturità scientifica, si laurea in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Perugia il 7 marzo 1974.
Negli ultimi anni 80 inizia il suo interesse per l’endoscopia digestiva, che si maturerà nella pratica della chirurgia laparoscopica.
Diviene Primario ULSS Spoleto il 1 marzo 1991. In quegli stessi anni frequenta a Lione il Servizio di Chirurgia diretto dal prof. Philippe Mouret e da allora ha tenuto ripetuti corsi in Italia e all’estero di chirurgia laparoscopica. Dall’8 giugno 2000 diviene Dirigente Medico dì Struttura Complessa presso l’;Unità Organica di Chirurgia Generale, Vascolare e Mininvasiva del Presidio Ospedaliero di Spoleto, in seno al Dipartimento Aziendale ASL 3 dell’Umbria di Area Chirurgica, di cui diviene il responsabile dal 1 giugno 1999. Seguendo la chirurgia mininvasiva nella sua continua evoluzione, nel 2002 inizia la sua attività di chirurgia robotica, di cui ne segna alcune delle tappe evolutive fondamentali: chirurgia del colon-retto, chirurgia gastroesofagea ed epato-bilio-pancreatica. I suoi progressi nel settore vengono notali o livello nazionale ed internazionale, portandolo ad essere membro del MIRA (Mrnimally Invasive Robotic Association), socio fondatore del Club Italo-Argentino di Chirurgia e della CRSA (Clinical Robotic Surgery Association) recentemente istituita a Chicago.
è depositario assieme alla sua validissima equipe di una casistica di chirurgia laparoscopica-robotica in assoluto tra le migliori in Europa. è stato Docente di Chirurgia Mininvasiva e laparoscopica presso la Scuola di Chirurgia Generale dell’Università di Siena. Già membro del direttivo dell’ACOI (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani), è docente alla Scuola ACOI di Chirurgia Laparoscopica con sede prima a Milano e successivamente a Modena e autore di numerosi articoli in riviste nazionali ed internazionali. è docente e figura di riferimento per la Scuola di perfezionamento in chirurgia mininvasiva e laparoscopica della SIC (Società Italiana di Chirurgia). Durante i 35 anni di servizio ha eseguito oltre 20000 interventi chirurgici, sempre più attuali rispetto alle nuove metodiche ed alla tecnologia, mai trascurando l’aspetto umano della sua professione e la comunicativa con il paziente che ha sempre beneficiato delle sue attenzioni
Ludovico Alexandri de Valentibus ex Comit(ibus) Rivi Sicci f(ilius) a Clememnte XIII P.M. Episcopus Ariminensis et S(anctae) R(romanae) E(cclesiae) Cardinalis VII Kal(endae) Octobr(is) MDCCLIX fuerit renunciatus S(enatus) P(opulus)Q(ue) T(rebianus) M(emoriam) P(osuere)
A Ludovico figlio di Alessandro Valenti dei Conti di Rivo Secco da Clemente XIII Pontefice Masssimo proclamato Vescovo di Rimini e Cardinale di Santa Romana Chiesa il 25 settembre 1759 Il Senato e il Popolo di Trevi, posero (questa) memoria
É interessante il giudizio su Ludovico Valenti di un nostro concittadino di fine ‘800
2
.
Coadiutore allo zio Ferdinando nella di lui avvocatura fu dato da Benedetto XIII il nepote Ludovico Valenti. Questi di poi percorse successivamente nella Curia Romana vari offici, come di prelato domestico, Promotore della Fede, consultore del santo officio, finché da Pio VI, il 15 aprile 1766 fu promosso al cardinalato. Fu eziandio vescovo di Rimini. Nel conclave di Venezia, in cui l’elezione del nuovo pontefice ebbe a fluttuare fra le opposte correnti eccitate dalle diverse fazioni, Egli per qualche giorno papeggiò; ma poi non hunc elegit Dominus, ma il Cardinal Chiaramonti da Cesena, che si chiamò Pio VII. Credo che il Cardinal Ludovico conte Valenti abbia ben meritato dalla sua patria per più titoli, che quivi non saprei specificare, meno uno, quello di aver fondato la Congregazione Consorziale delle acque per bonifico della pianura, e coll’aver dato origine agli orti che diconsi Canepine, forse dal genere di coltura che in principio vi prevalse, orti che poteronsi formare dopo l’escavazione dell’Alveolo. Fu benemerito, ma dove si vede un segno della riconoscenza cittadina? Altro che le lapidi, colle quali in breve tempo è stata impiastrata la facciata del palazzo Municipale!
( Da una commemorazione in S. Francesco il 28/6/1987)
1 – INTRODUZIONE
Questa magnifica chiesa dedicata a S. Francesco e l’attiguo ex convento sono legati intimamente alle più importanti vicende del nostro comune. Vogliamo qui ricordarne soltanto alcune. La prima memoria che se ne ha nei documenti risale al 26 giugno 1258 quando il papa Alessandro IV diede facoltà al guardiano del convento di assolvere i trevani dalla scomunica in cui erano incorsi nell’aiutare la ribelle Perugia. Dal 1832 l’ex convento ha ospitato il Collegio Lucarini, il benemerito istituto che fino alla recente istituzione della Scuola Media Unica ha permesso a molte generazioni di trevani di conseguire un’istruzione a livello di quella possibile soltanto nelle migliori città. Mi piace inoltre ricordare che al centro della chiesa c’è il sepolcro di Durastante Natalucci, il grande storico trevano che con intelletto di amore raccolse, per noi e per le generazioni future, tutte le notizie possibili su ogni angolo della patria, su ogni famiglia, su ogni abitante, su ogni fatto degno di memoria.
Ma è nella storia religiosa che questa chiesa riveste un’importanza che travalica i confini del nostro comune. Proprio in questo punto predicò frate Francesco, e vi compì uno dei quattro miracoli che la letteratura francescana colloca a Trevi. Qui D. Ludovico Pieri, proprio davanti a quel nicchione affrescato in fondo alla parete, concepì per primo in Italia la devozione alla Sacra Famiglia, devozione che da Trevi si diffuse in tutto il mondo, principalmente per merito del suo discepolo D. Pietro Bonilli, che fondò la congregazione delle Suore con questo nome. E infine qui riposano da 677 anni i resti mortali del beato Ventura eremita che oggi siamo a commemorare.
2- GLI EREMITI
Chi erano gli eremiti? Anche se ci sono ancora persone che vivono completamente separate dal mondo e in assoluta solitudine per raggiungere la perfezione interiore, come a suo tempo fece il beato Ventura, noi oggi stentiamo ad avere un esatto concetto degli eremiti. Nella nostra cultura, basata sempre di più sulla comunicazione e su una sempre più coatta partecipazione sociale, l’idea di vivere da soli senza la possibilità di accedere ai beni e servizi che la società ci offre e dei quali ci costringe a servirci, ci sconcerta e ci atterrisce. Non solo ci appare insostenibile poter vivere senza tutta quella paccottiglia che la cosiddetta civiltà dei consumi giornalmente ci propina, ma terremmo ben poco in considerazione chi non leggesse mai un giornale, o peggio chi non vedesse mai la televisione, o chi non ascoltasse almeno la radio. Ma nel medioevo la situazione era ben diversa. Allo sfascio dell’impero romano l’isolamento era un rifugio e una sicurezza. Con le invasioni barbariche, le comunicazioni stradali, alle quali Roma aveva dedicato tante energie, rappresentavano un pericolo immediato e le città, già corrotte e insicure al declino dell’impero, divennero ancor più incorrotte e più insicure con la nuova classe dominante. Fu in questo contesto che ebbe la massima diffusione la vita anacoretica (= ritirata, appartata) ed eremitica (= solitaria, in solitudine) che già era stato il primo tipo di vita ascetica cristiana conosciuta.
“Le prime tracce di cristiani che abbandonarono il mondo in vista di una maggiore perfezione spirituale si hanno nel III secolo e con la persecuzione di Decio, ma nel corso di pochi decenni l’ascetismo cristiano crebbe e si sviluppò straordinariamente. Vi contribuirono il mondanizzarsi di molte chiese, con le conversioni in massa dopo Costantino. L’anacoretismo dapprima attenuato (riunioni per il culto, raggruppamento di `discepoli’ attorno a un `anziano’) cedette sempre più il posto a forme di vita ascetica associata, sebbene avesse, a tratti, delle riviviscenze notevoli. La tendenza alla vita ascetica, manifestatasi dapprima in Egitto, si propagò successivamente a tutto il mondo cristiano.”
“Tra i vari tipi di asceti si possono distinguere i RECLUSI, in grotte o celle, talvolta in un monastero, o – specie le donne – nel muro di una chiesa; “gli STAZIONARI, che per la loro penitenza stavano sempre in piedi; gli STILITI che dimoravano sopra una colonna e i cosiddetti PASTORI che conducevano vita nomade.”
“L’Occidente vide più tardi popolarsi di solitari le foreste e le caverne dei monti.” “In Italia alcuni orientali, tra cui il siro Isacco, si diedero a questo genere di vita” proprio nelle nostre zone, “nelle vicinanze di Spoleto”. Si ha notizia di asceti intorno a Norcia (Fiorenzo) e lo stesso S. Benedetto “aveva iniziato così la sua vita religiosa nello speco di Subiaco; ma costatati i pericoli a cui si esponevano molti segregati nell’eremo senza preparazione sufficiente, diede ai suoi discepoli la celebre Regola, che ai vantaggi di una vita cenobitica, cioè in comune, accoppia quelli di una relativa segregazione, in certi casi, perfino degli altri membri della comunità.”
“Con l’andar del tempo infatti prevalse sempre di più la vita cenobitica”, ma “nei secoli 12° e 13° era ancora grande in Occidente il numero degli eremiti indipendenti che portavano un abito religioso arbitrario, dando luogo anche ad abusi che provocarono provvedimenti da parte dei papi.”
3 – LA VITA
Tra questi eremiti isolati va inquadrato il Beato Ventura, la cui vita viene così sinteticamente esposta dal Natalucci, il grande storico locale già ricordato. “Il beato Ventura dal
Castello di Piscignano, chiamato comunemente da Trevi, non solo perché detto castello fu per il passato della giurisdizione trevana, ma ancora perché, vivendo, il medesimo beato dimorò nella grotta di S. Marco – la quale anche presentemente nel distretto di Trevi – dove venne sovvenuto di elemosine e spendé il tempo nelle mortificazioni, orazioni e lagrime ed in ricibare il prossimo con le carità [che] gli si portavano; esortando ciascuno a far sempre del bene e a fuggire il male; specialmente nel dire: ‘SIA LODATO E BENEDETTO IDDIO’, non senza ristarne inteso miracolosamente anche da quei [che] li stavano assaj lontani, sparsi per tutta la valle spoletana, intonando tal detto dal luogo suo a fine rispondessero i popoli assuefatti ad udirlo: “SIA BENEDETTO IDDIO”. Donde, dotato di spirito profetico, predetta la santità della Beata Chiara di Montefalco allora vivente e i prodigj che poj gli si scoprirono nel cuore, per le molte altre virtù, avendo ornata la vita sua con più miracoli, la quale finì l’undici luglio dell’anno di N. S. 1310, si meritò il titolo di beato e di santo.“
Alla fine del XVI secolo, in occasione del rifacimento dell’altar maggiore, furono trovate le spoglie mortali del beato nell’arca di pietra che ora sta in fondo alla chiesa. Sembrerebbe che il ritrovamento sia stato casuale: forse i venerati resti, come molte altre reliquie nel medioevo, erano stati accuratamente nascosti per evitare che venissero trafugati e successivamente si era persa la memoria della loro ubicazione. Muzio Petroni (che per l’occasione ritrascrisse la vita) chiese ed ottenne di poter degnamente sistemare nella sua cappella di famiglia le ossa del Beato. La traslazione avvenne, come dice poeticamente il Natalucci, “il dì 26 dicembre 1593, che resesi placido come giorno di primavera“, “con solenne concorso de’ populi, specialmente del castello di Piscignano“.
Stampa tratta dal volume di Tolomeo Petrelli Lucarini del 1694.
4 – NOTIZIE E FONTI
Il Natalucci, come suo costume, riporta puntigliosamente per ogni frase tutte le fonti da cui ha attinto la notizia, dandoci così modo di poter ragionevolmente discernere le notizie inoppugnabili da quelle un po’ fantasiose. Infatti anticamente le vite dei santi, specialmente se scritte a notevole distanza di tempo dalla morte, venivano semplicemente “inventate”. Anche se questo quasi ci scandalizza, dobbiamo considerare che le biografie dei santi venivano composte non per fornire un saggio di una storia documentata, ma soltanto al fine di edificare i fedeli con la narrazione delle gesta del protagonista. E per dare più forza e persuasione al racconto venivano propalate delle semplici favole, sia pure al solo scopo di far emergere con più forza una verità conclamata e non certo per imbrogliare i destinatari del messaggio. Questo metodo fu applicato addirittura a Gesù Cristo, quando nei Vangeli appunto detti “apocrifi” si raccontavano delle pie leggende per esaltarne alcuni aspetti della vita e della personalità scarsamente comprensibili per i più dalla difficile interpretazione di molti passi dei Vangeli autentici. Ebbene, la vita del beato Ventura fu scritta dal concittadino Muzio Petroni nel 1593, quasi tre secoli dopo la morte, ma si rifà ad un’altra biografia, allora esistente presso il convento di S. Francesco, della quale purtroppo non se ne conosce la data anche se, a detta dello stesso Petroni, doveva essere antichissima. Si ha notizia anche di un altro manoscritto della vita del beato, manoscritto trovato “quasi affatto consunto” insieme alle spoglie mortali quando fu aperto il primitivo sepolcro, forse una copia di quello che cita il Petroni e che pertanto sarebbe stato scritto immediatamente dopo la morte del Beato. Esistono inoltre altre fonti e diversi altri documenti che danno alla figura del Beato Ventura un valore storico ben differente da quello che se ne può ricavare dalle “vite” scritte soltanto per edificazione dei fedeli. Oltre ad essere citato da vari autori come lo Jacobilli nelle “Vite dei Santi dell’Umbria”, e nel “Leggendario Francescano” del P. Antonio da Venezia, documenti relativi al beato Ventura si trovano nel nostro archivio comunale, essendo nominato più volte nelle varie riformanze e nello Statuto. Nell’archivio notarile esiste invece il minuzioso rogito della traslazione del corpo, redatto dal notaio ser Antonio Lelii il 26 dicembre 1593.
Ma il documento più probante della santità del beato Ventura citato dagli atti del processo di canonizzazione della Beata Chiara di Montefalco. Tra le più antiche testimonianze che si cominciarono a raccogliere pochissimi giorni dopo la morte di Chiara, avvenuta nel 1308, viene citato Santo Ventura da Trevi che ne aveva proclamato la santità in vita e aveva profetizzato dei miracoli che lei avrebbe operato dopo la morte. La notizia riferita anche dall’agostiniano P. Giovanni Matteo Giberti nel suo “Specchio di santità e miracoli nella vita e morte della B. Chiara da Montefalco” edito nel 1693, riportando le parole del beato Ventura “Una religiosa che si chiama Chiara supera l’altre in santità e di molto merito appresso Dio” e ancora: “Morta che sarà, si sentiranno molte novità e si scopriranno molti miracoli”. Vorremmo inoltre far notare che, nonostante il Nostro sia praticamente del tutto sconosciuto ai più, è stato ricordato da moltissimi autori, oltre a quelli succitati, fino ai giorni nostri. Citiamo tra gli altri Tolomeo Petrelli Lucarini che ne ripubblicò la vita del Petroni nel 1694, il Bragazzi, nel secolo scorso e poi Tommaso Valenti, Salvatore Marino Mazara, D. Aurelio Bonaca e negli ultimi anni, Silvestro Nessi e D. Giovanni Bertassi, preside dell’attigua Scuola Media. Possiamo ora così riepilogare le notizie da assumere con ragionevole certezza. L’eremita Ventura si ritirò in una grotta che ancora ai tempi del Natalucci – dopo la perdita del castello di Pissignano – era sita nel territorio di Trevi. Di conseguenza sarebbe da escludere che fosse una grotta vicino al convento francescano ma sembra più verosimile che sia quella riscoperta recentemente sul versante sud del colle, prospiciente il fosso da sempre detto di S. Marco, che dalle Fontane di Lapigge scende verso le Fonti del Clitunno. Ora che è stata liberata dal terriccio e dalla vegetazione si può vedere una grotticella, resto della cripta di una vecchia chiesa di cui rimane anche un muro laterale o di sostegno. Questa ubicazione ben corrisponde anche alla descrizione che ne fa il Petroni: “se n’andò in un eremo abbandonato e sequestrato dall’umano commercio, nel qual luogo, quasi venisse offerta dal suo Signore, trovò edificata una cameretta con un oratorio in honore del Beato Marco Evangelista“.
Durante la sua vita il beato Ventura, pur essendo in un luogo appartato, non fu “fuori dal mondo”, ma con il mondo comunicava più volte al giorno con la giaculatoria che proclamava con voce tonante e le risposte che ne riceveva. Questo particolare, riportato nella biografia del Petroni che lo riprende dalla “vita” precedente da considerarsi coeva, può ragionevolmente essere accettato come fortemente attendibile, anche perché, a quanto ci risulta, una caratteristica del genere non stata mai attribuita a nessun altro personaggio oltre che al Beato Ventura. Il fatto, riportato dal Natalucci come miracoloso, che la voce venisse udita dai lavoratori dei campi e delle vigne non appare poi così strano poiché dobbiamo ritenere che a quei tempi i territori in collina fossero abitati e regolarmente coltivati e non sembra inverosimile che, in assenza di tanti rumori che oggi ci bombardano, una voce robusta potesse giungere dal sasso che sovrasta la grotta fino al fondovalle.
Dagli atti inoppugnabili del processo di canonizzazione di S. Chiara di Montefalco emerge che, oltre al carisma della preveggenza profetica, l’eremita Ventura aveva contatti con la gente e si interessava delle cose che accadevano nel mondo. Ed è da ritenere verosimile che i pellegrini che si recavano fino alla grotta per visitarlo andassero a chiedergli consigli e conforto.
La fama della sua santità non fu inventata a posteriori ma fu unanimemente riconosciuta essendo egli ancora vivente, tanto che, il giorno seguente la sua morte, le salma fu traslata nella chiesa di S. Francesco e fu deposto sotto l’altar maggiore.
Numerosi documenti di vari archivi citati dal Natalucci, confermano che la chiesa di S. Francesco, allora di recente costruzione, fu per molto tempo intitolata al Beato Ventura o a San Ventura, e con l’attributo di Santo indicato anche negli atti del processo di S. Chiara. Ciò nonostante non risulta che si sia mai celebrato un processo di canonizzazione del Beato Ventura.
In tempi tanto poveri fu ritenuto degno di sepoltura marmorea e fu riutilizzato l’imponente sarcofago che si può verosimilmente supporre essere appartenuto ad un notabile longobardo.
Per vari secoli fu oggetto di culto, risultando dai libri di spese e perciò inoppugnabili, che si celebrava regolarmente la sua festa.
Oltre che dalla celebrazione della festa, si può rilevare che il culto sia stato ininterrotto attraverso i secoli da altre inoppugnabili testimonianze, come l’affresco del 1414 nella cappella Petroni, la tela nell’altare di S. Francesco del 1598, la biografia del Petroni del 1592, la riedizione che ne fa il Lucarini nel 1694 e l’Historia del Natalucci dei primi del ‘700.
5 – SANTI LOCALI
Abbiamo visto come il nostro Beato sia stato sicuramente un uomo eccezionale, ma un uomo che, anche se lontano nel tempo, possiamo considerarlo per certi aspetti molto vicino a noi. Un uomo che calpestò questa nostra terra, che si affacciò a contemplare questa nostra valle e i magnifici monti azzurri che si vedono all’orizzonte. Un uomo che in una parola “visse” qui, amando Dio e il prossimo con passione, sopportando le avversità con coraggio, perseverando con forza nella difficile ricerca del Bene. Un’anima eletta, certamente, ma in fondo una delle tante che hanno lasciato una traccia della loro fama di santità in questo prediletto angolo di mondo. Perché ognuno di questi colli, ogni vicino villaggio ha ospitato nei secoli delle anime eccelse la cui fama stata tramandata fino a noi. Soltanto la nostra enorme distrazione ci ha fatto dimenticare tanti valorosi campioni della fede che pure furono oggetto di venerazione e di culto da parte dei nostri padri. Ora vogliamo qui, sia pur rapidamente, ricordarli, per atto di doveroso omaggio e, perché no, anche per un legittimo senso di orgoglio nel sentirci eredi di tanto retaggio. Accanto al già noto S. Emiliano, dobbiamo certamente annoverare i suoi tre compagni citati dalla “Passio” e cioè Dionisio, Ilariano ed Ernippo. Ma qualche autore narra che in quel periodo ci fu a Trevi una grande schiera martiri, forse addirittura mille. Una tradizione antichissima narra che S. Costanzo, vescovo e protettore di Perugia, fu martirizzato a Trevi, nel luogo tuttora denominato la Costarella, anzi, la Costarella di S. Costanzo. E sono trevani i santi Vincenzo e Benigno martiri, precisamente di Bovara, ove, proprio in questi giorni sono solennemente festeggiati. Secondo atendibili autori, S. Concordio, altro antichissimo martire, fu sepolto vicino alle fonti del Clitunno. Il Beato Ciaccaro o Zaccaro, da Castel S. Giovanni, quando questo castello, come Pissignano, faceva parte del Territorio di Trevi, citato in un breve di Clemente VI, da Avignone. Il Beato Tomasso dei minori, che ebbe tanta fama di santità ed è citato nelle cronache francescane come il Beato Tomasso da Trevi, fondatore della congregazione dei Clareni. Ma ci sono ancora i Venerabili Fra Bernardino dalle Coste e Fra Gregorio, ambedue cappuccini e ancora Fra Mario dell’Amatrice e Fra Onofrio della Fiamenga, francescani, che vissero molto tempo a Trevi e che malgrado la francescana povertà, furono ritenuti degni di una sepoltura marmorea, nella seconda cappella a destra nella chiesa di S. Martino. Inoltre, tra quelli cronologicamente più vicini a noi, possiamo annoverare la Serva di Dio Donna Maria Luisa Prosperi, benedettina, il beato Antonino Fantosati, vescovo francescano missionario, il beato Placido Riccardi, unico trevano al quale intitolata una grande piazza di Roma, il servo di Dio D. Pietro Bonilli – che prossimamente, a Dio piacendo, salirà alla gloria degli altari – e infine la magnifica figura del già ricordato don Ludovico Pieri, che di don Pietro e di don Placido fu padre spirituale. Giova qui ricordare che quelli della nostra generazione – i meno giovani – hanno ricordato ben due beatificazioni di trevani (Fantosati e Riccardi) . . . e se riusciremo a sopravvivere fino alla prossima primavera, con quella di Bonilli saranno tre! [Rispetto alla data di stesura di questa relazione, passati ormai sedici anni, ci sono importanti aggiornamenti di cui tener conto: don Pietro Bonilli fu beatificato il 24/4/1988, Antonino Fantosati fu proclamato “santo” il 1 ottobre del 2000 ed è ormai allo stadio finale il processo di canonizzazione di Donna Maria Luisa Prosperi (2003)].
Ebbene, tutti costoro insieme ad un’altra moltitudine di anime elette, che nel corso dei secoli hanno vissuto su questa nostra terra come noi e di cui nel tempo si è perso memoria, non possono restare indifferenti alle nostre ansie, alle nostre gioie, alle nostre speranze. Credo fermamente che se fossimo un po’ meno distratti dal fragore del mondo e riuscissimo a raccoglierci con fede e umiltà sentiremmo certamente aleggiare qui vicino a noi lo spirito glorioso del beato Ventura e di tanti altri nostri campioni della fede. E se riuscissimo solo per un attimo ad abbandonarci con fiducia alla loro guida e alla loro intercessione, certamente potremmo percepire quel grande mistero che la Chiesa chiama “Comunione dei Santi”.
Notizie tratte da:
Muzio Petroni, Vita del Beato Ventura eremita (Ristampa di Tolomeo Petrelli Lucarini), Foligno, 1694. Tolomeo Petrelli Lucarini, Sincerissima relazione. . . del Beato Ventura Eremita, Foligno, 1694. Durastante Natalucci, Historia . . . di Trevi, Todi, 1985. Giuseppe Bragazzi, La rosa dell’Umbria, Foligno, 1864. Salvatore Marino Mazara, La chiesa di S. Francesco a Trevi, Alba, 1924. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Firenze, 1926.
Alberto Pincherle, Anacoreti, in E. I. , s. v. Pietro Pisani, Eremiti, idem. Ansano Fabbi, Antichità umbre, Assisi, 1971. Ansano Fabbi, Presenza cristiana a Spoleto e a Norcia, in Atti 1°Convegno di Studi Storici Ecclesiastici, Spoleto, 1977. Silvestro Nessi, Trevi e dintorni, Spoleto, 1979. Giovanni Bertassi, Trittico, Trevi, 1984.
Lo studio a tutt’oggi più completo, con la pubblicazione di documenti di archivio inediti, è stato condotto dal Nessi: Silvestro Nessi, Il Beato Ventura da Trevi, in San Francesco Patrono d’Italia, n. 8, 1988, pag. 46 e segg.
Nel 1726 Domenico Passerini (o Passarini) risultava nell’elenco dei capifamiglia in Trevi. Era ascritto alla balìa di S. Martino e originariamente proveniva dalla balìa di Cammoro
1
, antico castello della montagna, che già fu di Trevi e ora appartiene al comune di Sellano. Il Natalucci, nel descrivere la chiesa di S. Francesco, per indicare la facciata minore fa riferimento alla casa di Domenico Passerini, che pertanto doveva trovarsi ad ovest della detta chiesa, all’angolo dell’attuale Largo don Bosco, davanti all’ingresso del Museo
2
.
Nel 1787 si trovano nell’elenco delle “Famiglie prescelte nel formare l’ordine dei Cittadini Consiglieri della Città di Trevi” appartenenti al “secondo ceto dei cittadini“3 Giovan Battista, notaio e Domenico, forse nipote dell’omonimo sopra nominato. Domenico, che era segretario comunale prima della rivoluzione, rimase nel suo impiego fino all’atto della restaurazione. Nel 1814 subì un processo di epurazione, ma ne uscì indenne e rimase al suo posto.
Trevi,
Casa Gerardi
, poi Passerini,
Stemma
(inedito 2002).
Lo stemma vi fu apposto intorno al 1980 –
Non si sa se sia una copia fedele o frutto di fantasia.
“
Domenico Passerini è il segretario, che appendeva
alla solita colonna
gli editti,
proclami, ordinanze, leggi, notificazioni, sentenze ecc. apponendo in calce la relata di pubblicazione, prima per lo Stato Pontificio, poi per i francesi repubblicani, poi per i napoletani e spagnoli, poi ancora per lo Stato Pontificio e per glia austriaci e subito dopo per i francesi imperiali, ed ultimamente per il Re di Napoli e Pio VII. Epurare ora il povero Domenico Passerini non avrebbe avuto alcun senso!”
4
Fino all’estinzione della famiglia, poco dopo il 1950, i Passerini hanno abitato la grande casa all’inizio di Vicolo Lungo, che il Natalucci indicava come casa Gerardi, già Tulli. Sopra il camino di una sala del piano nobile campeggia lo stemma di pietra qui riportato, che dagli elementi potrebbe essere associato al nome Passerini. Non esiste nello stemmario comunale né se ne trovano altre menzioni. Vi fu apposto intorno al 19805: forse è frutto di fantasia.
Il magnifico portale “arcuato architravato ha negli spicchi a rilievo due volti virili di sapore classico e negli stipiti, entro due clipei due volti muliebri piuttosto consunti. In quello destro sono graffite con una punta le date 1551 e 1556.
Le eleganti finestre al primo piano ripetendo lo schema del portale, hanno negli spicchi gli stemmi dei valenti e quelli delle famiglie con cui si erano imparentati, a cominciare dalla prima dietro l’angolo verso S. Francesco, tutti eguali fino alla 5ª finestra; la sesta reca a fianco degli stemmi, diversi dai precedenti, le scritte: LAELIUS VALENS e OCTAVIA ATTAVANTES; la 7ª LAELIUS VALENS e ORTENTIA THOMASONA. All’interno, pittoresco cortile con scala coperta, loggia e pozzo, con alcune porte incorniciate e tutte con gli stemmi di famiglia.” (Nessi).
Caratteristico e comune a molte altre case è il sedile, che qui è ancora intatto.
Lo spigolo di nordovest in bugnato di mattoni fino al marcapiano, proseguiva poi con lo stesso motivo dipinto fino in cima, come da resto evidente ormai solo nella parte più alta.
Degno di conservazione, a prezzo di un lieve restauro, è il sistema di prelevamento di acqua dalla cisterna, possibile direttamente da più finestre, tramite carrucole doppie e un complesso di guide in tondino di ferro.
Le differenti iscrizioni sugli spicchi delle ultime due finestre stanno a dimostrare che la costruzione di un edificio di questa mole veniva protratta per diversi anni, infatti riportano i cambiamenti di stato civile di Lelio Valenti che, nel periodo intercorrente tra la realizzazione delle due finestre, era rimasto vedovo di Ottavia Attavanti deceduta nel 1576 e si era risposato con Ortensia Tomassoni. Ma Lelio Valenti a sua volta era l’erede di coloro che avevano iniziato la costruzione, la quale pertanto si protrasse per più generazioni.
Il palazzo fu costruito dalla famiglia Valenti – illustre non solo in patria – e precisamente dal ramo più antico, che vantava gli antenati diretti nelle più antiche tombe della vicina chiesa di S. Francesco e perciò chiamato anche Valenti di S. Francesco.
Domizio e l’abate Alessandro, figli di Sforza Valenti, cominciarono la costruzione nel 1545 ma, come detto sopra, nel 1576 non erano ancora terminate le rifiniture esterne del piano nobile.
Nel 1680 fu rifatta tutta la parte nord verso S. Francesco; nel 1735 Ludovico Valenti vi fece edificare una cappella domestica e nel 1745 sistemò tutto il piano superiore.
Nelle pianelle della gronda sopra l’ingresso principale e sul lato nord si leggevano le date degli interventi sul tetto:
A 1738 D
e sotto:
1841 R
Nell’ultimo restauro del 2000-2001 le suddette pianelle sono state spostate nella gronda della facciata nord (verso S. Francesco) e ne è stata aggiunta un’altra con la data “2000″.
Nel 1832 questo magnifico palazzo ospitò provvisoriamente il Collegio Lucarini poiché la sua sede era stata danneggiata dai terremoti del 1831-32 e in attesa di trasferirsi definitivamente nel vicino convento francescano.
Tra i nobili Valenti che abitarono questo palazzo è doveroso ricordarne alcuni che ricoprirono cariche prestigiose e resero memorabili servigi alla patria.
L’abate Alessandro ottenne il titolo di conte di Riosecco, titolo confermatogli poi da Pio IV e Pio V, che nel 1560 gli concesse anche la trasmissibilità ai nipoti, tra cui il Lelio sopra ricordato e ai loro discendenti. Alla sua morte lasciò erede dei suoi beni la confraternita delle Misericordia. Riposa nella tomba marmorea che decora la chiesa di S. Giovanni.
Ludovico, vescovo di Rimini, eletto alla porpora cardinalizia da Clemente XIII nel 1770, migliorò i terreni agricoli sottostanti il colle di Trevi con lo scavo del canale Alveolo derivato dal Clitunno. Quei terreni fertilissimi, denominati “Canapine” dalla preponderante coltura della canapa, alla fine del secolo scorso furono quasi tutti riconvertiti alla produzione di ortaggi, fra cui l’apprezzatissimo sedano nero di Trevi.
L’ultimo possessore, Paolo canonico di S. Emiliano, ospitandovi il Collegio, legò il nome del proprio casato alla benemerita istituzione che ha permesso a molte generazioni di trevani di poter intraprendere gli studi superiori al pari di loro coetanei abitanti in città ben maggiori.