Categoria: Storia

  • Famiglia Lucarini

    Famiglia Lucarini

    Antica famiglia trevana documentata fin dalla prima metà del XV secolo, originaria da S. Angelo in Verbicciano, odierna località S. Angelo nella frazione di S. Maria in Valle. Il cronista locale sincrono Francesco Mugnoni attesta che aveva possedimenti in valore superiore a qualsiasi altra famiglia di Trevi.
    Suoi membri si distinsero nella pubblica amministrazione, nella carriera militare ed ecclesiastica e contrassero prestigiosi matrimoni con personaggi di nobili famiglie trevane e forestiere.

    Angelo di Francesco partecipò alla stesura del nuovo statuto nel 1432 quando Fanceschino di Continello, giureconsulto, era Capitano di Giustizia a Fermo. Pierfrancesco di Franceschino fu inviato come oratore al Papa per perorare la causa di Castel S. Giovanni, per secoli conteso da Spoleto e successivamente ne fu incaricato della difesa. Ebbe un ruolo di primo piano nell’esaltane vicenda della Madonna delle Lacrime tanto che pose la prima pietra del magnifico tempio, per la cui costruzione suo fratello Bartolomeo, capitano, lasciò parte dei suoi beni. All’epoca il loro zio, don Costantino era decano dei canonici di Sant’Emiliano e proprio davanti a detta chiesa Pierfrancesco aveva iniziato la costruzione della bella casa nel 1480.

    Trevi, Italy - Palazzo Lucarini, stemma

    Trevi – Palazzo Lucarini (portale, partic.)

    Stemma della Famiglia Lucarini

    .

    Oltre al palazzo che orna la città, la famiglia Lucarini ha legato il proprio nome alla patria per le innumerevoli donazioni che i suoi membri fecero per i pii istituti locali, ma specialmente per le opere benemerite istituite da Virgilio Lucarini. Protonotario Apostolico, canonico di S. Giovanni in Velabro a Roma, istituì il seminario (1644) poi Collegio Lucarini, il Monte frumentario, il Maritaggio (per distribuire sussidi dotali alle giovani indigenti) e donò il terreno per costruire il convento di S.Domenico, al limite dell’attuale piazza Garibaldi, ove ora è l’ospedale.(Vedi anche Epigrafi)
    Non avendo eredi diretti, lasciò usufruttuario il nepote Mons. Reginaldo.

    Reginaldo Lucarini, al secolo Francesco Maria di Giovan Battista, religioso domenicano autore di varie opere a stampa di soggetto morale e religioso, fu vescovo di Città della Pieve, ove svolse opera di pacificazione fra le diverse fazioni, celebrò nove sinodi e consacrò il magnifico santuario della Madonna di Mongiovino. Usufruttuario di un patrimonio di notevole rendita (1000 scudi annui) fu prodigo verso parroci poveri, a Trevi dotò il maritaggio omonimo per le giovani povere, il Convento di S. Domenico e il Collegio Lucarini che, fino alla sua soppressione nel 1963, ha dato a schiere di giovani trevani un’istruzione che si sarebbe potuta conseguire solo in città ben maggiori.

    Nel 1673, con la morte di Reginaldo la famiglia Lucarini si estinse. Parte della casa, lo stemma e il nome passarono ai Petrelli. Nel 1745 fruiva del palazzo Lucarini il canonico Sigismondo Petrelli Lucarini.

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

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  • Festa patronale di S. Emiliano 2020

    PERINSIGNE COLLEGIATA DI S. EMILIANO IN TREVI

    FESTA DI SANT’ EMILIANO 2022

    Vescovo e martire

    PATRONO DELLA CITTÀ E DEL COMUNE DI TREVI

    TRIDUO DI PREPARAZIONE – DUOMO S. EMILIANO A TREVI
    La statua di S. Emiliano sarà esposta da lunedì 24 gennaio alla domenica 30 gennaio

    LUNEDÌ 24 GENNAIO
    Ore 17,30 S. ROSARIO
    Ore 18 S. MESSA MARTEDÌ 25 GENNAIO Ore 17,30 S. ROSARIO
    Ore 18 S. MESSA

    MERCOLEDÌ 26 GENNAIO

    Ore 17,30

    S. ROSARIO

    Ore 18

    S. MESSA

    GIOVEDÌ 27 GENNAIO
    Ore 17 Adorazione Eucaristica e Confessioni sacramentali.
    Ore 18 VESPRI SOLENNI

    LA CITTADINANZA È INVITATA AD ILLUMINARE LE FINESTRE COME DA TRADIZIONE
    VENERDÌ 28 GENNAIO
    Ore 11 S. MESSA SOLENNE
    Offerta dell’olio, per la lampada votiva al Santo Patrono da parte del Comune di Trevi.
    Servizio liturgico – musicale a cura dei cori delle Parrocchie nel Comune di Trevi Ore 18 S. MESSA

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  • Monumento ai caduti del Collegio Lucarini

    ex Collegio Lucarini
    Monumento ex Allievi caduti

    Sull’onda lunga dei sacrifici, degli eroismi e della vittoria della prima guerra mondiale, nel 1925 fu eretto questo monumento agli ex allievi di Don Bosco, caduti nel conflitto.

    Aveva nel frattempo preso vita un comitato per l’erezione di un monumento agli ex allievi del Collegio Lucarini morti in guerra. Presiedeva il comitato l’ex allievo, medaglia d’argento Carlo Zappelli trevano, professore al liceo di Foligno (del quale sarà in seguito lungamente preside), consigliere comunale, presidente della locale Sezione dell’Associazione Combattenti. L’azione del comitato fu veramente incisiva, tanto che il 4 luglio dello stesso anno 1925 il monumento poté essere inaugurato con solenne cerimonia e larghissima partecipazione di autorità e di popolo, nonché di ex allievi convenuti da ogni parte.
    Il monumento si compone di un’alta scogliera, in cima alla quale sostano due aquile in bronzo atteggiate come al termine di un lungo volo. Una grande targa, pure in bronzo, mostra Don Bosco in mezzo ad uno stuolo di ragazzi; nella parte superiore della targa una croce e gli stemmi d’Italia e di Trevi; nel margine inferiore la scritta ‘Dio e Patria’. Ai piedi della scogliera un fante, in bronzo, con bandiera, in atteggiamento di richiamo e di incitamento”

    Trevi - Monumento agli ex allievi di Don Bosco caduti

    “Il monumento è opera dello scultore trevano, ex allievo del Lucarini, comm. prof. Renato Mancia, lo stesso che collaborò al monumento ai Caduti del Comune. Renato Mancia, di solida base scientifica, si formò in gioventù alla scuola dei fratelli Riccardi, trevani, illustri antiquari. Deve la sua notorietà in campo nazionale anche come dirigente dei Laboratori di Ricerche Scientifiche dell’Accademia Nazionale del Restauro, creati dallo stesso prof. Mancia, poi passati nel 1941 al Ministero dell’Educazione Nazionale. Ebbe i suoi primi laboratori ad Assisi e a Lugano. E’ autore di diverse pubblicazioni sull’arte del restauro”.

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    In due lapidi sono elencati, a perpetua memoria dei posteri, i nomi dei caduti.

    Cap.no Loreto Starace di Castellammare di Stabia
    Cap.no Nevi Raffaele da Montecastrilli
    Ten.te Marcelloni Alesssandro da Trevi
    S. Ten. Riccardi Augusto da Trevi
    S. Ten. Marrone Gregorio da Castel Ritaldi
    S. Ten. Gradassi Filippo da Campello
    S. Ten. Ciarletta Giuseppe da Scanno
    S. Ten. Lattanzi Carlo da Ripa Fognano Alto
    Cap. Magg. Pagliochini Paolo da Trevi
    Cap. Magg. Maggiolini Guglielmo da Trevi
    Cap. Magg. Brunori Bruno da Campello
    Sold. Ferappi Celso da Foligno
    Sold. Menicucci Persi Marcello da Vitorchiano
    Sold. Di Giacomo Giuseppe da Trevi

    Caduti del dovere

    Cap.no Leopoldo Eleuteri, aviere
    Serg. Magg. Elio Stemperini, aviere
    Cap.no Antonio Drammis
    S.Ten. Giorgio Pollera

    E sul masso di base sono scolpite le parole

    AI COMPAGNI CADUTI
    PER UN’ ITALIA PIU’ GRANDE E PIU’ PURA
    GLI EX ALLIEVI DEL COLLEGIO LUCARINI
    4 LUGLIO1925

    All’atto dell’erezione del monumento c’era soltanto la prima lapide in travertino.

    L’elenco inizia con il Capitano

    Loreto Starace

    di Castellammare di Stabia, che conferma come già dai primissimi anni della

    gestione dei Salesiani

    il Collegio Lucarini fosse noto e apprezzato ben oltre i confini regionali.

    fu un magnifico esempio di cattolico impegnato, come si direbbe oggi. Nella sua breve e intensissima vita a Napoli, in Francia, Inghilterra, Canada e Stati Uniti, si prodigò in innumerevoli opere di straordinario apostolato e di autentica carità cristiana. Scoppiata la Guerra Mondiale, partendo per il fronte dichiarò: “

    Vado a versare il mio sangue non solo per formare un’Italia più grande e più forte, ma specialmente perché divenga più nobile e più pura

    “.

    Frase che è sintetizzata sulla base del nostro monumento. In 50 giorni di guerra fu decorato con due medaglie d’argento e una di bronzo e fu promosso al grado di Capitano per meriti di guerra. “

    Il suo corpo riposa attualmente nel santuario del S. Cuore in Scanzano di Castellammare di Stabia, in attesa che venga elevato agli onori degli altari

    “. (

    http://www.torreomnia.com/religione/loreto_starace/set_frame_starace%20.htm

    )

    La seconda lapide, intitolata ai “caduti del dovere” fu eretta con altrettanto solenne cerimonia il 29 dicembre 1930. Commemora i militari caduti in tempo di pace e tra i primi vi figurano due avieri.

    Il capitano Leopoldo Eleuteri, ingegnere, decorato con tre medaglie d’argento e con la Croce di guerra figurava nella gloriosa lista dei 42 Assi italiani. Morì il 19 gennaio 1926 a Furbara mentre collaudava un nuovo aereo. http://www.theaerodrome.com/aces/italy/eleuteri.html http://www.comune.castel-ritaldi.pg.it/MEDIACENTER/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=178&explicit=SI

    Il Serg. Magg. Elio Stemperini, medaglia di bronzo alla memoria, cadde il 27 novembre 1930 a Orbetello, durante un ordinario volo di esercitazione a bordo del glorioso idrovolante S55. Radiotelegrafista, era stato selezionato nella formazione degli equipaggi della prestigiosa crociera transatlantica di Balbo del 1932.

    La statua bronzea dell’alfiere fu proditoriamente trafugata una notte d’estate del 2000. Recuperata dalle Forze dell’Ordine, restaurata dai guasti, è stata degnamente ricollocata al proprio posto con una solenne cerimonia il 4 maggio 2003.

    Ex Allievi Salesiani

    Le foto

    Il Collegio

    Personaggi

    I convegni

    Monumenti e lapidi dei caduti di Trevi

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    Note

    Zenobi, Carlo

    , 1987,

    Storia di Trevi dal 1746 al 1946

    , Todi, Arquata, p. 353. Carlo Zenobi, avvocato, ex allievo del Collegio Lucarini, per lunghi anni segretario e animatore dell’Unione ex allievi di Trevi, è la

    memoria storica

    del XX secolo a Trevi.

  • S.Antonino Fantosati – La vita

    Sant’Antonino Fantosati La vita

    P. Cipriano Silvestri O.F.M.

    Il Beato Antonino Fantosati

    Vescovo e Vicario Apostolico del Hu-Nan meridionale

    martirizzato il 7 luglio 1900 a Heng-Tciou-Fu

    S.Maria degli Angeli – Tipografia Porziuncola – 1947

    Alcune parole di introduzione

    I Martiri Cinesi del 4, 7 e 9 Luglio 1900, elevati nello splendore del maggior tempio della cristianità agli onori degli altari, per il “gesto magnanimo del Sommo Pontefice Pio XII” il 24 Novembre 1946 sono ventinove, piccola avanguardia di altri mille e mille che nella fiera persecuzione dei Boxers accettarono di sacrificare sostanze, riputazione e la vita stessa, pur di rimanere fedeli alle promesse del S. Battesimo e che aspettano, alla loro volta, la loro sicura e meritata glorificazione.

    L’ingente numero delle vittime, tra le quali catecumeni, neofiti, donne, fanciulli e gente di ogni condizione sociale, ci dice l’intenso fervore delle comunità cristiane cinesi del 900, dovuto – oltre che alla grazia – al lavoro veramente ammirevole degli Operai Evangelici e alla santità della loro vita.

    Tra questi emerge la figura di Mons. Antonino Fantosati, gloria autentica dell’Umbria, perché nato a Trevi il 16 ottobre 1842. Fattosi Religioso francescano in giovane età, si vide ben presto cacciato dalla rivoluzione spadroneggiante dalla pace del chiostro. La Provvidenza lo chiamava a Roma, dove una voce autorevole destò in lui la vocazione alle Missioni, a cui rispose colla generosità delle anime grandi.

    Suo primo campo è l’Alto Hupè, dove per venticinque anni, colla sua non comune abilità rialza il prestigio della Chiesa Cattolica, fatta segno a tutti i pregiudizi e alle più strane calunnie. Fonda cristianità anche nei grandi centri, fino allora chiusi al Vangelo; alza orfanotrofi, scuole, chiese, cappelle. Tutti sono concordi nell’attribuire al nostro Martire l’alto prestigio che la Religione Cattolica ha sempre goduto là, dove è ancora in benedizione e in grande venerazione la sua memoria. Chiamato dalla fiducia di Leone XIII a reggere la Chiesa del Hunan Meridionale, l’anno 1892, sebbene nell’età di già cinquanta anni, profuse i soliti prodigi di zelo, venendo a contatto col popolo, di cui possedeva meravigliosamente la lingua e i costumi, attirandosi la stima e l’affetto dei suoi Collaboratori; dolce e buono coi Convertiti, che sapevano di trovare in lui l’anima di un Apostolo e un cuore di Padre.

    Ma i tempi correvano tristi. Voci di persecuzioni, più o meno manifeste; l’irrigidimento nuovo dei mandarini, allora onnipotenti, di fronte a qualsiasi giusta rivendicazione dei diritti della Chiesa; la sorda ostilità della classe colta, l’arresto di conversioni tra il popolo… tutto giustificava il sospetto di una persecuzione vicina.

    “Le cose della Cina – scriveva P. Antonino all’affacciarsi del secolo XX – non vanno bene. Si vive alla giornata, e da un momento all’altro vi può essere una rivoluzione generale “. (Piedilama: cenni biografici – ms., presso la Postulazione Generale dei Frati Minori).

    Aggiungi che mentre i Boxers scorrazzavano indisturbati e protetti, e da Pechino partivano senza interruzione proclami di esterminio, il Hunan, terra eminentemente Xenofoba, era diventata il centro di irradiazione di tutto l’odio buddista-confuciano, che si estendeva, per mezzo di numerosi emissari, di vignette, di libri e di libelli, in tutta la Cina.

    La persecuzione nel Hunan scoppiò la notte del 3 Luglio. Il giorno seguente fece una prima vittima nella persona del P. Cesidio Giacomantonio di Fossa, negli Abruzzi. Il giorno 7 fu la volta del Vescovo e di un suo Missionario, il P. Giuseppe Gambaro di Galliate (Novara), a cui il 9 dello stesso mese fece seguito nello Sciansi la strage dei ventisei, cioè due Vescovo: Mons. Gregorio Grassi e Mons. Francesco Fogolla: due Sacerdoti, i Padri Elia Facchini e Teodorico Balat; un Fratello, Fra Andrea Bauer: sette Francescane Missionarie di Maria; 5 Seminaristi indigeni: e 7 tra catechisti e domestici.

    Del glorioso drappello dei Beati, ventisei “sono vanto e decoro dell’Ordine dei Frati Minori, il quale, da più di sette secoli, attende in tutti i Continenti alla evangelizzazione dei popoli infedeli, fecondando con le fatiche e col sangue dei suoi figli un apostolato che non ha avuto mai interruzione, e che ogni giorno più si arricchisce di nuove conquiste” (Salotti).

    Del nostro Martire esiste una brevissima Biografia di Don Oreste Grifoni (Spello, 1902); vi è poi il manoscritto già citato del P. Piedilama e la vita scritta da me per incarico di Mons. Mondaini, il successore di Mons. Fantosati (Quaracchi, 1914). In occasione delle feste di Beatificazione sono apparse più o meno brevi, varie monografie del Martire, tra le quali quella del “LA TESTIMONIANZA DEL SANGUE” (Roma, Tip. “DON GUANELLA”, 1943), che viene riprodotta in queste pagine.

    Capitolo primo –

    Dall’infanzia all’arrivo in Missione

    Sommario
    a) La terra di S. Francesco.
    b) Come Antonino divenne Missionario.
    c) Da Roma alla capitale del Hu-pe.
    d) Un mese in barca sopra un affluente del Fiume Azzurro.

    a) – La terra di S. Francesco.

    L’Umbria fu detta, ed è veramente, terra di Santi, soprattutto dopo che Francesco d’Assisi la percorse coi piedi stimmatizzati e vi diffuse in tanta copia quel suo spirito di dolce misticismo e di fraternità universale. Qui il cielo sembra più vicino alla terra, e ancora oggi par di rivivere quei commoventi episodi che lo stile inarrivabile dei Fioretti ha reso così popolari.

    È in questa terra fortunata e propriamente nelle vicinanze di S. Maria in Valle, piccola borgata della cittadina di Trevi, che il 16 ottobre 1842 nacque, in una modesta casetta ombreggiata da pioppi, il nostro futuro apostolo e Martire della Cina, da Domenico e Maria Bompadre.

    Il fanciullo fu battezzato lo stesso giorno, coi nomi di Antonio, Sante, Agostino.

    Di natura timida e di costituzione assai debole, Antonio sembrava nato per essere un bravo e pacifico campagnolo o, tutt’al più, un devoto fraticello di qualcuno di quei conventi di cui è popolata l’Umbria, ma non un apostolo intraprendente e un Martire di Gesù Cristo.

    Ancora giovinetto, fu mandato a scuola da Padri francescani del vicino Convento di S. Martino.

    Colla sacca dei libri sotto il braccio, e sul banco di scuola, Antonio si sentì più a posto che non a casa tra gli attrezzi domestici o in mezzo al chiasso e ai giuochi dei compagni. Però né lo scolaretto, né i genitori s’erano forse ancora proposti uno scopo determinato. Al piccolo Antonio era più che sufficiente, per studiare, il sapere che questa era la volontà dei suoi e Domenico e Maria, dei sacrifizi fatti per l’educazione e l’istruzione del figlio, si sentivano abbondantemente ricompensati nel saperlo lontano dai cattivi compagni e nel vederlo servire all’Altare ed assistere alle sacre funzioni con pietà e compostezza.

    Nell’anima di Antonio si andava , però maturando lentamente qualcosa di nuovo. Le austere pareti del chiostro francescano, istoriate di vecchie pitture, avevano per lui delle voci suggestive di attrazione e d’incanto. La piccola famiglia francescana gli appariva ogni giorno di più come la sua stessa famiglia. La decisione era presa , e avuta la benedizione e il consenso dei suoi, all’età di 16 anni vestì l’abito del Patriarca dei poveri nel solitario Convento della Spineta, in Diocesi di Todi, cambiando il nome di Antonio in quello di Fra Antonino.

    La vita religiosa non ebbe – si può dire – novità per lo scolaretto di Trevi, ed i maestri ebbero in lui subito il giovane serio, convinto e allenato alle rinunzie della disciplina monastica.

    “Durante il noviziato – scrivono i suoi compagni – Antonino fu veduto sempre mortificato, sottoposto, pieno di spirito nel fare la meditazione e nel frequentare i SS: Sacramenti, e dava a tutti l’esempio di accortezza e bontà, non ipocrita né finta, ma vera e religiosa”. (P. Piedilama – “P. A. Fantosati “: Cenni storici – ms.)

    Dopo l’anno del Noviziato, Antonino fu mandato a Cerreto di Spoleto a compiere gli studi, e qui fece pure la professione dei Voti Solenni il 28 Luglio 1862, consacrandosi a Dio nel tempo e per l’eternità.

    Intanto nel settembre del 1860 le truppe piemontesi e garibaldine occupavano l’Umbria e le Marche, obbligando anche i giovani avviati al Sacerdozio ad interrompere i loro studi, e a prendere, in luogo dei libri, il saccopane, lo zaino e il fucile.

    Antonino, a cui arridevano altre battaglie più nobili, riparò con alcuni compagni nel Patrimonio di S. Pietro non ancora occupato, e continuò i suoi studi a Onano e a Roma, distinguendosi – come attestano i suoi compagni – “sopra tutti gli altri giovani chierici in bontà e dottrina” (Id.).

    A Carpineto Romano Antonino salì la prima volta l’Altare per offrire l’Ostia Santa il 13 Giugno 1865 all’età di 23 anni, assistito – come padrino – dal Conte Giovanni Battista Pecci, fratello di Leone XIII, che l’onorò poi della sua amicizia tutta la vita. (Oreste Grifoni – “Biografia del Martire A. Fantosati”: Spello, 1902, p. 6)

    b)- Come Antonino divenne Missionario.

    Nei primi mesi del 1867 Antonino si trovava a Roma, nel Convento di S. Francesco a Ripa, l’antica dimora di Frate Iacopa dei Settesoli. Aveva 25 anni. Qui un giorno P. Bernardino da Portogruaro – allora procuratore e poi Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori, morto Arcivescovo in concetto di santità – si diede ad esporre lo stato lacrimevole in cui si trovavano le Missioni, specialmente quella della lontana Cina, per mancanza di operai evangelici. Tutto ad un tratto, rivolto ad Antonino: “E voi che siete giovane –gli disse – perché non andate là a convertire quella gente?”

    “Veramente – rispose Antonino con la solita arguzia – io non me la sentirei molto di andare a farmi uccidere da quei bravi Cinesi; ma giacché Vostra Paternità lo desidera, andrò”. (Grifoni, p. 6,7 ).

    Questo aneddoto, di sapore eminentemente francescano, starebbe a dimostrare la prontezza di spirito e l’ubbidienza del futuro Martire.

    Ad ogni modo, l’impegno era preso. Per una felice combinazione in quel tempo si stava preparando una spedizione missionaria per la Cina.

    Antonino, adunque, dati gli esami in Propaganda e salutata la famiglia e gli antichi amici, maestri e confratelli di Trevi, il 10 Ottobre 1867 si mosse da Roma col Crocifisso Missionario sul petto, alla volta di Marsiglia, dove erano ad attenderlo altri otto compagni, tra i quali il Padre Elia Fachini da Reno Centese, – che dopo soli due giorni doveva seguirlo al martirio – e un folto gruppo di Suore Canossiane che andavano a fondare quelle opere di assistenza e di cooperazione femminile, oggi così fiorenti in Hankow.

    A capo era Mons. Zanoli, veterano Missionario e Vicario Apostolico del Hu-pè, che dall’Italia, dove era venuto in cerca di nuovi lavoratori, tornava tra i suoi cari Cinesi.

    c) Da Roma alla capitale del Hu-pe.

    Il Viaggio di mare del nostro Antonino ci è narrato in una lettera collettiva, scritta al Procuratore dell’Ordine, al momento dell’arrivo nella capitale del Hu-pe.

    Dopo 60 giorni – essi scrivono – che partimmo dall’alma Città, il giorno 15 Dicembre, col nostro Vescovo, in buona salute siamo finalmente giunti a questa capitale del Hu-pe, Uccian, metropoli del Vicariato e residenza principale della Missione.

    Sia sempre benedetto in eterno e ringraziato il Dio delle misericordie, il quale, per l’infinita sua bontà, avendoci chiamati alla vita apostolica, assai per tempo ha preso a farci sperimentare il suo aiuto nel condurci a queste remote orientali regioni della Cina sani e salvi dalle ire dei mari e dalle molte sensibili varietà dei climi e delle zone per le quali dovemmo passare.

    L’insieme del nostro lungo viaggio è stato felice. Nel medesimo giorno che muovemmo da Roma c’imbarcammo a Civitavecchia (10 Ottobre).

    Una fiera burrasca salutava gli esordi del nostro viaggio e facevaci toccare con mano quanto sia terribile un mare in tempesta, a quelli segnatamente che, come noi , navigano per la prima volta. La burrasca durò fin presso Genova, dove giungemmo la mattina del 12. La sera del 16 tutti eravamo in Marsiglia; le Suore divise in due Case di Religiose, e noi nel Convento dei RR.PP. Cappuccini. Dopo esserci trattenuti colà, fra le più cordiali significazioni di affetto di quei RR.PP. e tra quella eletta schiera di giovani Sacerdoti Italiani, ivi in gran numero rifugiati perché scacciati barbaramente dai sacri chiostri, il giorno 19 uscimmo da quel porto e passando lo stretto di Bonifacio (20 Ottobre), il faro di Messina (21 Ottobre), lasciammo a sinistra la Grecia, e il 25 al far del giorno approdammo ad Alessandria. Di qui per ferrovia andammo al Cairo, da dove partii il giorno appresso (26), sull’annottare eravamo a Suez. Rimessici in viaggio, dopo una navigazione molto felice, il giorno 2 Novembre la nave sostava al porto di Aden nella costa meridionale dell’Arabia; e, lasciando a sinistra Socotra, passava tra le Naldine e le Lachedine,e andava a fermarsi il giorno 12 in Galles, punto di quel giardino dell’India che è l’isola di Ceylan.

    Qui tutti prendemmo terra e per un intero giorno avemmo agio di vedere ed osservare cose del tutto a noi sconosciute: piante, quadrupedi, rettili di mille specie. Il dì seguente si ripartiva oltrepassando le isole Nicobar (17), lo stretto di Malacca, e il giorno 19 tornammo a prender terra nella piccola isola di Singapore, dove fummo ospiti dei Padri delle Missioni Estere.

    Proseguendo il viaggio giungemmo a Saigon il 24. Il giorno 30 arrivammo a Hongkòng, e dopo pochi giorni a Sciangai.

    Di lì il giorno 12 di Dicembre, movemmo per questa residenza; e dopo settecento miglia sul fiume Ianzekian, il giorno 15 sul mezzodì felicemente vi giungemmo”(1) Lettera al R.P. Procuratore Generale dell’Ordine dei Minori a Roma – Uccian, 17 dicembre 1867. Dalla Cronaca delle Missioni Francescane, anno 1868.

    d) Un mese in barca sopra un affluente del Fiume Azzurro.

    Quando il Fantosati giunse nel Hu-pe, le tre città di U-tciang, Aan-yang e Hankow, che formavano quasi una sola capitale, erano lungi dall’essere quello che sono oggi.

    Anche il vangelo vi aveva fatto pochi progressi dal giorno in cui il B. Perboyre – trent’anni prima – giunto in Hankow non vi trovò che poche famiglie cristiane. Tanto la Procura, come la Chiesa, l’Ospedale, l’Orfanotrofio e quella fioritura di opere missionarie di assistenza, di educazione, di carità e di cultura che vi si trovano oggi sono tutte cose venute dipoi.

    Riposatasi, adunque, qualche ora nell’umile casetta del Procuratore delle Missioni Francescane, la nostra comitiva passò in U-tciang sulla sponda destra dell’Azzurro dove era la Residenza Vescovile, una Chiesa e il Seminario; e quivi subito i nuovi arrivati diedero principio ad un ritiro di otto giorni per ritemprarsi, nel silenzio e nella preghiera, dalle distrazioni del lungo viaggio, e prepararsi, sull’esempio del Divino Maestro, ai disagi e alle avventure della vita apostolica.

    Terminato il ritiro, e mutate le umili vesti francescane in quelle più appariscenti di Letterato cinese, e il proprio nome in quello di Fan-hoae-te, che vuol dire Fantosati il Virtuoso, il nostro Missionario ebbe ordine di rimettersi in viaggio con un compagno – il R. Padre Diego Lera – e di salire verso l’Hu-pe; per cui, noleggiata una barca per una ventina di lire, il 6 gennaio del 1868 cominciarono a risalire il fiume Han, grosso affluente dell’Azzurro, dove sbocca a Hankow (porto del Han) dopo oltre 1000 chilometri di percorso.

    Viaggiare sui fiumi della Cina non è cosa punto piacevole. Dopo 32 anni, il Fantosati conservava ancora viva l’impressione di questo primo viaggio, per cui scriveva ad un Missionario nuovo venuto: “ Da Han-Kow a Hengtciou lei sarà condotto con barca cinese, nella quale sarà privo di tutte le comodità di cui godono i viaggiatori nelle grandi navi; allora si ricordi che è arrivato il tempo di esercitare la pazienza, di avere così la prima lezione del buon Missionario“. Silvestri… p.37).

    I nostri due apostoli, pieni di gioventù e di zelo, affrontarono coraggiosamente quei primi disagi, sapendo che anche quegli stessi luoghi erano stati santificati dalla presenza di tanti celebri Missionari, come il beato Clet, il Beato Giovanni Lantura, il Beato Perboyre ecc.

    Tali ricordi imprimevano un senso mistico di religiosità ai luoghi, e rendevano loro dolci anche le inevitabili molestie del lento avanzare , del tempo, della poca urbanità dei barcaioli, della curiosità provocante dei hupeani, della rozzezza dei servi e di tante altre grandi e piccole noie che conosce solo chi è pratico di tali viaggi.

    I due si valsero dell’ozio forzato per imparare a memoria un formulario cinese della confessione, onde rendersi, così, presto capaci di esercitare il sacro ministero.

    Il viaggio – scrive il detto P. Lera – durò circa un mese.

    Finalmente oltrepassata Siang-yang, dalle mura merlate, città capoluogo dell’Alto Hu-pe e che ricorda i fratelli Polo, e lasciato alla loro destra il popoloso porto di Fan-tceng, giunsero in vista di Ku-lao-tzei, dove terminava la via di fiume. Di qui si diressero a piedi alla piccola città di Ku-tceng, distante qualche chilometro, e poi a Hoang-scia-ja-tze, piccola cristianità perduta fra profonde risaie, dove giunsero salutati e festeggiati dai numerosi antichi cristiani del luogo.

    Ormai il Martire aveva raggiunto l’Alto Hu-pe, il campo apostolico assegnatogli dall’ubbidienza.

    Capitolo secondo – Fervore di Apostolato

    Sommario
    a) Le eroiche cristianità dello Scian-kin.
    b) Missionario della “Valle del carbon fossile”..
    c) Di nuovo a Scian-kin.
    d) Due sposi che … non si sposarono.

    a) Le eroiche cristianità dello Scian-kin.

    La cristianità di Hoang-scia-ja-tze, posta alle falde della catena delle montagne su cui è Tcia-yuen-kou l’attuale “Verna cinese” – era per il P. Diego il termine del lungo viaggio. Il Fantosati, era stato invece destinato ad altre cristianità più lontane ai confini dello Scen-si, e distanti ancora quasi mezzo mese di cammino per terra. Egli dovette, dunque, separarsi anche dall’amato compagno, il solo filo – diremo così – che legavalo ancora al passato. Ma non per nulla si è Missionari. Rimessosi adunque in viaggio col piccolo bagaglio apostolico e seguito da un domestico che era stato pedissequo del Martire Perboyre, si incamminò verso le Missioni dello Scian-kin, dove giunse probabilmente verso la fine del Marzo di quell’anno.

    Scina-kin, – termine geografico- vuol dire “panorama alpestre”. La microscopica città, che dà il nome a questa miserabile striscia di terra cinese, è infatti all’estremo Hu-pe, e ad esso fanno capo le più antiche cristianità di questa provincia, che risalgono, probabilmente, all’imperatore K’ang-si (1662-1723) o –al più tardi – all’Imperatore Iung-tgen (1723-1736).

    Fu allora che i cristiani, pacifici abitatori delle città e dei paesi bagnati dal Han – incalzati da una feroce persecuzione – dietro il consiglio evangelico abbandonarono le loro case e le terre e vennero a contendere alle belve queste foreste, pur di mettere in salvo la vita e la fede. Solo però verso l’anno 1850 fu innalzata quassù una cappella e una casetta, privilegio, allora, solo di poche altre comunità cristiane della Cina. Andrebbe però lontano dal vero chi si immaginasse le cristianità dello Scian-kin a guisa delle parrocchie dei nostri paesi di montagna, siano pure i più isolati e selvaggi. Ogni confronto è impossibile. Niente è qui che rassomigli ad un paese. Gli antichi abitatori comprarono il diritto di poter pregare col nascondersi agli occhi dei satelliti, veri segugi insaziabili, internandosi in quelle valli e burroni, e quivi sono rimasti pure i loro discendenti, coltivando le stesse terre e continuando la stessa vita, in apparenza semiselvaggia.

    Un Missionario, che vi rimase qualche anno, narra le sue impressioni in questo modo: “Distante da Lao-ho-kow circa quattrocento chilometri, senza vie e senza comunicazioni, Scian-kin è un luogo eminentemente solitario e capace di domare qualunque febbricitante del giornalismo moderno. I nuovi arrivati provano quanto è terribile l’esilio dalla Patria. Quella solitudine non interrotta che nelle domeniche, quei monti rocciosi che ti tolgono l’orizzonte e il respiro da tutte le parti, quelle eterne scogliere, quei profondi e oscuri burroni, ti si imprimono indigesti nel cuore, ti fanno dire che sono luoghi proprio per le fiere. Ma, a poco a poco, ci si adatta e ci si affezione” (Silvestri: p.41)

    Nella solitudine e nel silenzio della sua casetta Antonino si diede tutto allo studio della lingua, che arrivò a possedere, dopo qualche tempo, speditamente quasi come un cinese.

    Pieno di zelo percorse più volte tutte le cristianità del suo vasto Distretto, esortando i catechisti e i cristiani più influenti a diffondere la religione e la dottrina di Gesù Cristo. Egli stesso predicava con tanto successo che arrivò a battezzare parecchi infedeli e a fondare nuove cristianità. ” E in mezzo alle immense fatiche dell’apostolato – scrive il suo biografo – manteneva lo spirito di sacrificio e soffriva volentieri la fame, il freddo, gli incomodi della salute e le persecuzioni dei pagani” (Piedilama).

    Così il martire gettava le basi di quella attività apostolica che doveva poi svolgere con tanto frutto e tanto successo nei lunghi anni.

    b) Missionario della “Valle del carbon fossile”

    Il Martire si trovava a Scian-kin da circa un anno, quando ebbe l’ordine di far fagotto e di portarsi a curare la Missione di He-tan-kou, distante circa tre giornate di cammino.

    Anche He-tan-kou è temine geografico e significa “Valle del carbon nero”. Così è chiamata una vasta zona dell’alto Hu-pe ricca di depositi carboniferi ancora da sfruttare.

    La cristianità di tal nome si trova sulle alte catene dei monti interminabili della sottoprefettura del Jüng-si che vanno a riannodarsi ai sistemi appenninici del lontano Se-tcioan. Sopra uno di questi monti è la casetta del Missionario.

    Anche He-tan-kou deve la sua esistenza alle stesse ragioni di quelle dello Scian-kin; qui però siamo ancora più solitari e quasi isolati affatto dal mondo. L’occhio non incontra sull’orizzonte che picchi di montagne che si inseguono come i flutti di un mare in tempesta . Il Missionario è come un eremita a guardia del santuario della Fede dei suoi cristiani, e solo i giorni di festa la povera ed umida cappella si anima di buoni montanari dai sandali di paglia e dalle vesti di cotone grossolano come un cilicio, accorsi da tutte le parti per ascoltare la parola di Dio ed assistere alla S. Messa. Poi di nuovo silenzio e solitudine profonda, solo raramente interrotta dalla visita di qualche cristiano che viene dal Padre per i propri interessi o per disegni di ministero.

    Io fui di passaggio al romitorio di He-tan-kou, e credo che pochi di altri luoghi da me visti possono gareggiare con quello in fatto di isolamento. In Compenso i cristiani sono semplici ed affezionati al Missionario, col quale dividono le rinuncie della solitudine e le gioie di una grande povertà.

    Al tempo del Beato, da quella cristianità ne dipendevano un’altra poco numerosa, lontana e scomoda, detta Kao-tciao-kou, nella Sottoprefettura di Fan-sien, come anche le due Sottoprefetture di Tciou-scian e di Tciou-tci dove, sebbene non vi fossero vere e proprie comunità di fedeli, pure il Missionario doveva recarsi almeno una volta all’anno per visitare e dare i Sacramenti a due o tre antiche famiglie cristiane che s’erano trasferite lassù. L’impresa è di quelle che avrebbero fatto esclamare a S. Girolamo: “Dura evangelizantium conditio!” Vie impraticabili e pericolose; mancanza di cibi e alberghi dove passare la notte; salite a picco e discese vertiginose; guado di furiosi torrenti, sole cocente d’estate fango e montagne di neve d’inverno … tutto si posa indigesto sul cuore del povero Missionario, che è tentato talvolta a pensare con insistente nostalgia alla vita tranquilla e metodica del proprio monastero abbandonato.

    In mezzo a tante estenuanti fatiche la salute di Antonino fu messa a dura prova, e un giorno, mentre trovavasi in giro per le vie del Fan-sien, si ammalò gravemente. Fu subito mandato un uomo a Hoang-sci-ya-tze per il P. Lera perché in fretta accorresse al capezzale dell’amico moribondo. Dopo molti giorni il cursore ritornò solo, recando una lettera del Missionario suddetto dove si diceva che anche egli era stato gravemente ammalato fino ad avere avuto gli Estremi Sacramenti, e che perciò era molto dispiacente di non poter venire.

    Fortunatamente, al ritorno del messo, il Fantosati era ormai fuori pericolo e in piena convalescenza.

    c) Di nuovo a Scian-kin.

    Intanto nelle Missioni del Hu-pe accadevano mutamenti di personale e di territorio. Questa provincia che fino al 1853 formava ecclesiasticamente un solo Vicariato Apostolico, ora, per le nuove conversioni avvenute, non poteva esser più governata da una sola persona, e quindi Roma decise di farne tre Vicariati distinti coi nomi di Hu-pe Meridionale, Orientale e Nord-Ovest, con le relative sedi di U-tchiang, I-tchiang e Ku-tceng. A superiore del Hu-pe Nord-Ovest, dove trovavasi il Fantosati, fu eletto il Padre Ezechia Banci che allora reggeva il distretto di Scian-kin in qualità di Vicario Foraneo; ed in suo luogo vi fu trasferito il nostro Antonino.

    Per la seconda volta, adunque, nello spazio di due anni, egli rivedeva i suoi cari cristiani di Scian-kin, tra i quali ritornava desideratissimo.

    Il Padre Modesto Everaerts, morto Vicario Apostolico di I-tciang il 27 Ottobre 1922, in concetto di santo, e che al suo arrivo in Cina ebbe il Fantosati per Vicario Foraneo, così descrive la di lui attività apostolica di questo tempo.

    Vidi il P. Antonino per la prima volta l’anno 1874 nel mese di settembre a Scian-kin. Dovendo prepararmi a dare la mia prima Missione in Yüng –si egli mi disse di accompagnarlo nella cristianità di Pe-ho-sce-kou, e potei così ammirare il suo zelo per le anime. Ogni giorno di buon mattino celebrava con grande fervore la S. Messa e teneva un discorso ai cristiani. Dopo colazione esaminava i medesimi con somma pazienza intorno al catechismo e li preparava alla confessione. Aveva poi una cura tutta speciale per i fanciulli. Nel pomeriggio veniva da lui chiunque avesse avuto qualche questione da comporre, ed era veramente ammirabile nello zelo e nella facilità di aggiustare gli affari. Anche io quando avevo tra mano dei casi difficili invitavo il Martire a venire in mio aiuto, ed egli prontamente accorreva e accomodava le cose in maniera che le parti interessate rimanevano pienamente contente. Era molto amato tanto nello Scian-kin che in He-tan-kou non solo dai cristiani ma anche dai pagani, coi quali qualche volta veniva a consiglio. Io non dubito –continua il detto Padre –che, se la P.V. si recasse in quei luoghi, i cristiani non avrebbero per la cara memoria del loro antico Missionario che parole di riverenza e di gratitudine“. (Silvestri, Vita, p. 45).

    Ciò era pienamente vero. In un mio viaggio fatto quattro anni dopo del martirio del Beato sui monti dello Scian-kin e di He-tan-kou, ebbi la dolce sorpresa di trovarvi viva e recente la memoria dell’antico Missionario e furono pieni di gioia all’udire che si sarebbe iniziata la Causa di Beatificazione del loro caro Fan-hoae-te. Essi ripetevano a coro la sua carità, la sua grande pazienza e buon senso, la sua abilità insuperabile nel condurre a buon fine questioni assai intricate e difficili.

    d) Due sposi che … non si sposarono.

    Per cinque anni continui il nostro infaticabile Antonino restò Vicario Foraneo al “Panorama Alpestre”.

    Secondo la bella frase del Missionario altra volta ricordato, sebbene lo Scian-kin sia luogo da fiere, “pure a poco a poco ci si adatta e ci si affezione”

    Così accadde al Martire.

    Dopo Scian-kin cominciò per lui la vita dei grandi centri e il contatto con l’alta società. Ma gli anni di poi furono ben lungi dall’avere la cara poesia delle casette romite di Scian-kin e di He-tan-kou, sperdute tra le gole dei monti, ma rallegrate dalla cara semplicità di quei ferventi cristiani.

    Tra le altre avventure di quel tempo, egli soleva narrare d’essere stato preso due volte per la barba e il codino da un cattivo cristiano. Un’altra volta mentre ascoltava la confessione di una giovane donna che doveva essere sposa il giorno dopo, sentì da un angolo della cappella: “Sce t’à? (e quella? : mi fo piuttosto romito! ” Era il fidanzato che vedeva per la prima volta la sua futura sposa, e non trovandola di suo genio, era uscito in quelle parole.

    Inutile dirlo: il giorno appresso per la benedizione del matrimonio si presentò la ragazza, ma l’uomo è ancora da vedere.

    Capitolo terzo – Nel porto di Lao-ho-kow

    Sommario
    a) “La seconda Trevi”.
    b) Il segreto dei veri apostoli.
    c) Vicario Generale e Amministratore Apostolico.
    d) Il Superiore modello.

    a) “La seconda Trevi”.

    Tutti – osserva il Padre Faber – abbiamo quaggiù una missione specifica da compiere, e quando nn vi si pongono ostacoli, la Provvidenza offre i mezzi e prepara l’ambiente adatto per compierla degnamente.

    Il beato aveva avuto da natura le doti di capitano. Ma sui monti dell’alto Hu-pe, ricchi di vegetazione vergine e alloggio dei lupi, le sue grandi qualità rimanevano come atrofizzate e compresse. E il Signore provvide che la lampada fosse tolta di sotto il moggio, e posta sul candelabro, chiamando il Beato nel porto di Lao-ho-kow.

    È in questa città, la più importante, per numero di abitanti, dell’Alto Hu-pe, bagnata dal fiume han, e ricca di pagode e di camere di commercio dai tetti fantastici, che il nostro Martire poté mettere in evidenza tutta la sua attività per ben 18 anni. Egli soleva chiamare Lao-ho-kow la sua “Trevi adottiva “. Qui dovette essere fino da antico una comunità cristiana perché vi troviamo il Beato Francesco Regis Clet verso il 1808 a dar la missione. (1) (Vie du Vénérabile François Regis-Clet, etc. – Paris, Gaume e C.ie.)

    Trent’anni dopo la ricorda pure il Beato Perboyre.

    Lao-ho-kow – egli scrive – è l’emporio più grande del Hu-pe dopo Han-kow; non ostante però l’estensione di queste due città, i Cinesi non le chiamano con altro nome che con quello di porti. Essi racchiudono grandi ricchezze, grandi magazzini, belle botteghe, vie decorate come quelle delle nostre maggiori città nelle grandi ricorrenze, poiché al di sopra e ai lati delle vie pende una fila di insegne. Parigi ha delle arterie più larghe, ma non più movimentate, e nelle sue botteghe non si potrebbe essere accolti e serviti con maggiore eleganza e con maggior garbo di qui. In Lao-ho-kow vi sono alcuni cristiani, ma non li abbiamo potuti vedere che nelle barche per non cadere nelle mani di due vecchi apostati, che sono nostri mortali nemici”. (Silvestri, Come si vive in Cina, Tipografia Barbera, Firenze 1907, p.213).

    Da un’ultima relazione che porta la data del 1859, veniamo a conoscere che in quel tempo vi erano in Lao-ho-kow [Lao-bo-kaw, nel testo] una trentina di cristiani, ma freddi e praticamente apostati, per la mancanza abituale della visita del Missionario, ostacolata dalle ragioni suddette. (Id.).

    b) – Il segreto dei veri apostoli.

    Tutto era dunque da fare, mentre il cristianesimo era visti in alto e in bassa attraverso una fitta rete di pregiudizi e calunnie, Antonino col suo coraggio dei veri apostoli, si mise all’opera e riuscì. Bisognava farsi un programma e adattare questo programma all’ambiente. Il modo di esprimere il pensiero e di apprezzare le cose è, per i celesti, molto diverso dal nostro. Il Martire ebbe eminentemente il dono di penetrare nell’anima cinese, coglierne le deficienze, valorizzarne i lati buoni, affrontare gli inevitabili attriti senza abbattersi per gli apparenti insuccessi.

    La Cina tartare del 1900 era moralmente assai in basso: soprusi e ingiustizie a danno dei deboli erano all’ordine del giorno, indispensabile alimento dell’oppio, del vizio e della crapula; voler capovolgere d’un tratto un tal sistema di vivere per uno straniero sarebbe stata un’impresa impossibile e pericolosa o almeno inutile. Antonino accettò la realtà; in luogo di lottare, che sarebbe stata partita perduta per sempre, s’insinuò destramente nella società dei grandi: fece sentire le ragioni dei deboli, quando poté, ripiegando destramente in caso contrario, e aspettando il suo tempo.

    Il metodo del Missionario europeo non dispiacque perché non urtava nessuno, e attorno a lui s’iniziò un andirivieni continuo di personaggi più o meno illustri. Erano mercanti, Letterati, Mandarini, giovani studenti, gente dell’aristocrazia e del popolo, barcaioli di passaggio e bonzi disoccupati che si davano continuamente il turno, quando non si trovavano assieme, tutti domandando sempre le stesse cose, uscendo nelle stesse meraviglie, ripetendo le stesse frasi, le stesse cerimonie, la storia degli stessi pregiudizi e calunnie già tante volte sentiti, e gli stessi lunghi e noiosi complimenti.

    Antonino indossò la veste nobile dei Letterati; coltivò, per gli appassionati della flora, un piccolo giardino con specialità esotiche; tolse dal frontone della casa le solite tre lettere: Tien-Tciou-Tang (Chiesa Cattolica) che avrebbe potuto indisporre e armare il fanatismo buddista-confuciano, e vi sostituì: Fao-kuo-kung-koang (Ospizio di Francia), in rapporto alla protezione religiosa delle Missioni Cattoliche (1); (Anche in ciò il Martire seguì l’uso comune della Cina tartara del tempo. I Kung-Koang (edifici pubblici) erano comunissimi in tutte le città lungo le vie imperiali della Cina del 1900, e servirono d’alloggio provvisorio ai Funzionari in viaggio da un luogo all’altro. La casa dove furono rinchiuse a Ti-yuen-fu le vittime del 9 luglio era uno di questi Kung-Koang.) restituì puntualmente le visite; sedé a tavola coi buontemponi; imparò a manovrare i loro stecchini in luogo delle posate; lodò i loro costumi e si mostrò goloso degli intingoli offertigli; in una parola, come i veri Apostoli, si “fece tutto a tutti” per guadagnare tutti alla sua causa, che era la libera propagazione del Vangelo in quelle contrade che conoscevano solo il culto di Confucio, di Laotzè e di Budda.

    E l’intento fu ottenuto. La classe influente dei Mandarini e dei Letterati si mostrò onorata della stima e dell’amicizia del “Maestro europeo” e molti del popolo si dichiararono discepoli del Fantosati e vennero ad ingrossare il piccolo gregge dei catecumeni e dei neofiti della città e dei dintorni.

    In quel tempo – scrive un testimonio contemporaneo – i Mandarini erano ostili ai Missionari, e perciò sorgevano continue difficoltà. Da ogni parte del Vicariato erano questioni portate dai cristiani, dai Missionari, dai pagani stessi – ai quali era nota l’imparzialità di Antonino – al suo tribunale d’appello ed egli rappacificava questi, consigliava quelli; dava parole e buoni consigli, senza lasciar di ricorrere anche alla virtù della fortezza quando ve ne era il bisogno (Piedilama).

    Nelle sue mani i nodi più intrigati venivano a sciogliersi come per incanto, e talvolta bastava una semplice barzelletta, uno spunto di umorismo – che gli fu proprio per tutta la vita – per troncare delle eterne questioni nate e alimentate da animosità o dal capriccio. Così un’antica pecorella del Fantosati aveva pensato di abbandonare i monti dello Scian-kin e andare in cerca di fortuna altrove. Egli che conosceva i pericoli morali cui sarebbe andato incontro il cristiano, e non potendolo, d’altra parte, persuadere in alcun modo a mutar proposito: “Ebbene –gli disse risoluto – se vuoi andare, la via è libera, però non devi negare al tuo antico Missionario un favore. Quando sarai nel nuovo paese, prendi il … primo corvo bianco che trovi e mandamelo ” (Silvestri, p.60).

    Un’altra volta, essendosi rotta la concordia tra due sposi cristiani, l’uno e l’altro erano scesi a Lao-ho-kow a dir le proprie ragioni. “Io – dopo molto insistere, disse il Fantosati al marito – non trovo altro rimedio che prendere tua moglie e farla monaca, e mettere te in seminario per farti prete”.

    Tanto i due contendenti come l’uomo del corvo risero di queste uscite impreviste e ritornarono alle loro occupazioni (1) (L’abilità di Antonino nello sciogliere e comporre le questioni più intricate gli meritarono il titolo di Fan-koang-koen (Fantosati-il furbo impareggiabile), titolo con il quale è ancora conosciuto sull’Alto Hu-pe.
    La furberia era però per il Martire un mantello di circostanza, la veste ordinaria era – come mi attestava il di lui pedissequo – carità coi cristiani e coi domestici; affabilità e arrendevolezza coi compagni; cortesia e buone maniere colle Autorità e coi pagani: del resto un tal sobriquet nella lingua cinese non ha niente idea di insulto, di offesa: è titolo di onore, e significa: Uomo molto abile.)

    c) Vicario Generale e Amministratore Apostolico.

    L’Alto Hu-pe era stato eretto in Vicariato nel 1870 e – come abbiamo già visto – era stato chiamato a reggerlo il P. Ezechia Banci, già Vicario Foraneo del Fantosati, della Provincia francescana in Toscana. Questi, però, veniva quasi subito traslocato nel Hu-nan, e gli successe, dopo un breve intervallo, Mons. Pasquale Billi di Firenze, appartenente alla stessa Provincia francescana.

    Il Fantosati ebbe il gradito incarico di portare al nuovo Eletto le bolle sul Tcia-yuen-kou, ed assisté con un discreto gruppo di cristiani di Lao-ho-kow alla consacrazione fatta da Mons. Volentèri delle Missioni Estere di Milano, e Vicario Apostolico del Hu-nan.

    Terminate le feste, Antonino ridiscese in Lao-ho-kow col titolo di Vicario Generale.

    Ma il nuovo Pastore non ebbe lunga vita.

    L’anno 1878 una di quelle carestie che spopolano intere provincie, desolò la Cina, infierendo in modo speciale sull’Alto Hu-pe. Mons. Billi, logorato da 24 anni di missione, non sopravvisse a tanto strazio, e la notte del 2 Maggio di quell’anno, spirava con queste parole: “Oh, lasciate che io vada a pregare la Madonna per il mio povero gregge!”.

    Alla morte del santo Vescovo, il cui nome è registrato nel Menologio dell’Ordine al 12 maggio, Antonino prese le redini del nascente Vicariato, e Roma lo nominava subito Amministratore Apostolico (22 giugno 1878)

    Sono di questo periodo le maggiori notizie che si hanno sull’attività del Martire.

    Urgeva anzitutto venire incontro ai grandi bisogni causati dalla fame, seguita, come di consueto, dalla peste. A tale scopo si alzò dai fondamenti sul Tcia-yuen-kou un Orfanotrofio per i bimbi abbandonati sulle pubbliche vie e per le case deserte; si allargò quello che vi esisteva per le orfanelle; si provvide alla distribuzione di indumenti, viveri, medicinali ed elemosine raccolte con caldi appelli in Europa. Il Fantosati stesso contrasse la peste servendo gli infermi. Ma al termine del flagello la Chiesa dell’Alto Hu-pe ne uscì col prestigio morale molto accresciuto. Come sempre, la carità aveva atterrato più di un ostacolo, e facilitato ai Missionari l’opera di evangelizzazione.

    Le notizie di questi luoghi – scrive il Martire – sono al momento delle più consolanti. Le conversioni alla religione sono talmente numerose da far meraviglia a noi stessi. Si sono aperte due nuove cristianità nei dintorni delle due città di prim’ordine, Siang-yang e Fan-tceng. Di sette, si sono moltiplicate a 23 le Missioni, che distano un giorno o un giorno e mezzo l’una dall’altra. Inoltre le famiglie catecumene sono 265, e tutti i giorni se ne ascrivono delle nuove. Al presente non bastano tre Missionari.

    Ora – continua il Martire – parto per quei luoghi onde fondare almeno quattro scuole e prendere altre case a pigione. Dapertutto vi è un fermento religioso; e i capoluogo invitano pubblicamente e con solennità il Missionario, talmente che bisogna dire: “Digitus Dei est hinc”. (Silvestri: Vita, p. 65)

    Nello spazio di soli tre mesi novanta famiglie si dichiararono cattoliche e si diedero con fervore ad imparare il catechismo e le preghiere per prepararsi al battesimo.

    Le stesse Autorità civili e militari assecondavano l’opera dei Missionari. Avendo il Fantosati visitato il Generalissimo delle forze Armate di tutta la Provincia, e chiestogli di emettere un Manifesto di protezione in favore dei cristiani, questi assecondò subito i desideri del Martire; permise ai suoi sottoposti di abbracciare essi stessi, volendo, il cristianesimo, e proibì agli altri di accostarsi alla casa dove si prega, sotto gravissime pene.

    Non si creda però che l’opera di evangelizzazione incontrasse dovunque in questo tempo solo plausi e favori. È legge provvidenziale che le opere di Dio grandeggino sempre tra i contrasti e le opposizioni degli uomini.

    Per non tediare il lettore, diremo che quasi sempre e dovunque si ebbe più o meno a lottare contro il fanatismo e i pregiudizi volgari e ad impossessarsi, palmo a palmo, un po’ di regno di Dio.

    Ma tutte le difficoltà trovavano un uomo oramai abituato alla lotta e pratico delle vie che conducono infallibilmente alla vittoria. In Cina, come altrove, le prime sconfitte non contano; ed ogni più mediocre villano può sorprendere all’impensata e credere di esser superiore per un momento; ma la vittoria finale è di chi sa guadagnarsela.

    Ed il Fantosati, in ciò, non aveva l’uguale: tutto faceva prodigio in sua mano; minacce e preghiere; ordini e consigli; severità ed arrendevolezza; aderenze ed opposizioni.

    Chi gli fu compagno in quell’estreme regioni –scrive un suo biografo – ci dice che, in mezzo alle immense fatiche dell’apostolato, ei soffriva volentieri e con rassegnazione la fame, il freddo, la sete, gli’incomodi della salute, le persecuzioni dei pagani. E prima di accingersi ad un’impresa, ripeteva ai compagni: – Preghiamo, preghiamo; e Iddio benedirà i nostri passi, e soddisferà i nostri voti“. (Grifoni, p.11)

    Caro a tutti i Missionari – scrive un altro – i quali avevano in lui il padre affabilissimo ed una guida esperta per l’evangelizzazione, Antonino era pure l’idolo dei cristiani per il suo zelo delle anime. La vita di Missionario gli era carissima, ed anelava di aprire nuove cristianità; al quale scopo spronava pure lo zelo dei suoi Missionari. Egli poi ne aveva dato l’esempio aprendo nei pressi di Lao-ho-kow nuove Missioni, cosicché, di quattro o cinque famiglie che allora vi erano, si contarono poi mille e più neofiti” (Piedilama).

    Capitolo quarto – Lavori, lotte e avventure del Missionario

    Sommario
    a) La cattedrale del Tcia-yuen-hou.
    b) Antonino ritorna improvvisamente in Italia
    c) Una questione difficile e un uomo abile
    d) La testa del Martire messa a prezzo di 100 once d’Argento.

    a) La cattedrale del Tcia-yuen-hou.

    b) Antonino ritorna improvvisamente in Italia

    Dopo tante occupazioni e preoccupazioni il Martire si sentì esausto di forze, e chiese ed ottenne facilmente un breve periodo di riposo da prendere in Italia. Così dopo oltre 2 anni egli nel settembre del 1888 ritornava in patria accompagnato da due giovani Seminaristi del Tcia-yuen-kou, primizie del francescanesimo indigeno cinese, uno dei quali – il P. Bonaventure Tzen O.F.M. – doveva cader vittima dei connazionali, che gli troncarono la testa il 18 Maggio 1931.

    Il Fantosati restò in Italia appena otto mesi, cioè fino al giugno dell’anno 1889. In questo tempo salì il monte della Verna, e visitò la grotta di Lourdes. Si recò poi a Parigi a perorare gli interessi dell’Alto Hu-pe presso l’amico Mons. Proton, Procuratore delle Missioni Francescane, e quindi, imbarcatosi sul Djemmah, si mosse di nuovo alla volta della Cina, soffermandosi per breve tempo a visitare i Luoghi Santi.

    c) Una questione difficile e un uomo abile

    Giunto in Han-Kow, verso l’agosto del 1889, vi trovò una lettera del suo Vicario Apostolico, in cui veniva pregato d’interessarsi d’una intricatissima causa religiosa.

    Un prete cinese, Paolo Siü, erasi recato nella città prefettizia di Jüng-Yang, all’estremità Nord del Vicariato, dove alcune famiglie pagane desideravano di convertirsi. Saputo ciò il Mandarino, istigato dai Letterati e dai bonzi, impose ai principali della città di espellere immediatamente il Missionario, di incenerire la casa dove questi aveva preso alloggio, e consegnargli il padrone della medesima. I capi, seguiti dal solito popolaccio, passarono subito all’esecuzione degli ordini, e delusi per la fuga del Missionario, catturarono il proprietario dell’alloggio, gli fu messa una canga (1) (Strumento di pena cinese consistente in due pesanti tavole in legno fermate attorno al collo.) e condotto per le vie più frequentate della città clamante praecone: “Così verrà fatto a chi darà di .

    nuovo ricetto al Missionario europeo”.

    La causa, strascicatasi per i vari tribunali del Hu-pe era stata finalmente portata in appello, ma le autorità superiori si ravvolgevano nel comodo manto dei soliti cavilli, senza venire ad una soluzione soddisfacente. Nelle mani del Console, non ebbe una sorte migliore. Esaurite le pratiche diplomatiche, si attese il ritorno di Antonino che, con la sua nota abilità, condusse presto l’affare a termine. I Mandarini si videro cadere ad una ad una, come per incanto, le frecce di mano; il lungo litigio venne composto, restando a noi la casa e – quello che più importa – la libertà di predicare il Vangelo anche in quella città, dove chi scrive passò gli ultimi dieci anni della sua vita missionaria, che oggi è centro di molte fiorenti Missioni.

    In questo tempo il Fantosati comprò a Kiüng-tciou la casa che anche attualmente vi possiede la Missione, ed ultimò i lavori della bella chiesa di Lao-ho-kow, dedicata a S. Giuseppe, “dove nei giorni di festa si vedevano adunati 1000 e più cristiani a cantare le lodi del Signore, con buon esempio dei pagani, i quali spesso si convertivano al Vangelo”.

    Fu in mezzo a queste occupazioni che al Beato giunsero da Roma le Bolle della sua elezione a Vicario Apostolico del Hu-nan meridionale.

    d) La testa del Martire messa a prezzo di 100 once d’Argento.

    Alla dignità Episcopale di Antonino, sono legati alcuni avvenimenti che servono a delineare la Cina di mezzo secolo fa [cioè, ora, di un secolo fa], e che noi riassumiamo dagli Archivi del Vicariato.

    Un mattino adunque, al destarsi, il Martire vide un discreto rotolo di carta nella sua camera. Era scritto a grossi caratteri. Il foglio diceva n sostanza:

    Gli Europei –leggi i Missionari – razza di tigri e di demoni hanno mandato dei pessimi cristiani in tutto il Distretto di Siang-Jang a gettare il veleno nei pozzi per cui ne muoiono senza numero. Sebbene molti di quei pessimi cristiani siano stati presi e consegnati ai Mandarini, questi non se ne danno per intesi, per cui il popolo è molto irritato; frenarlo è impossibile, giacché per causa degli Europei – leggi sempre i Missionari – tutti soffrono: è provocata l’ira dal cielo, il popolo grida vendetta. Se non ci decidiamo ad incendiare, a devastare la chiesa cattolica, e ad uccidere i capi della religione e tutti i loro seguaci, tra breve moriremo tutti di veleno.

    Noi pertanto, per il giorno 20 di questa luna, a mezzanotte, stabiliamo quanto segue: 1) che uno dei capi conduca 300 soldati ad incendiare la chiesa di Lao-ho-kow; 2) che altri due capi conducano 300 soldati a prendere il Prefetto di Koang-hoa per giudicarlo, mentre altri 300 militi dei più coraggiosi metteranno fuoco alla città, e 200 andranno a combattere coi soldati di terra e di fiume. Io, duce, guiderò 300 militi. Ciascuno porti erba di assenzio, bombe e spade affilate per abbruciare Lao-ho-kow, distruggere la chiesa cattolica, prendere il capo della religione, il demonio Fan (Fantosati) e ucciderlo, acciocché sia adempiuto il volere dei numi, e sia data soddisfazione al popolo.

    A chi potrà prendere quel pessimo capo, saranno date 100 once d’argento: ma se qualcuno lo salverà con la fuga, tutta la famiglia di lui sarà sterminata senza perdono.

    Tale è il mio comando, che deve essere puntualmente eseguito.

    Dato clandestinamente sotto la Dinastia Tartare, l’anno 18 del regno di Koang-Siü il giorno 2 della luna intercalare.

    Un mastodontico sigillo a tinta rosso fiammante racchiudeva una sigla illeggibile. Il congiurato che faceva pervenire nelle mani del Fantosati quell’altisonante proclama, vi aveva aggiunto di proprio pugno:

    Protesto che gli Europei (i Missionari) sono innocenti, ma non posso contravvenire all’ordine di diffondere le copie di questo editto. Porto segretamente l’ultima copia alla Chiesa affinché possiate mettervi in guardia. (Silvestri, Vita, p. 78)

    Per meglio penetrare il velame delli versi strani di questo scritto fa d’uopo ricordare alcuni pregiudizi comuni nella Cina di allora, servendoci degli appunti dello stesso Martire.

    L’anno 1892 – scrive – nei primi di luglio, a cagione di eccessivi calori e della siccità di vari mesi, sulle sponde del fiume Hau (forse: Han?) – e specialmente nella Prefettura di Siang-Jang – si sviluppò un’epidemia che in poche ore mandava all’altro mondo centinaia di questi poveri cinesi, nonostante la profusione di farmachi, di salassi con schegge di vasi di porcellana, di sacrifici e scongiuri ai loro numerosi dei, e mille e mille altre superstizioni.

    Si cominciò allora a spargere la voce che la causa di tutti i mali erano i Missionari europei che con le loro medicine avvelenavano i pozzi.

    Tali calunnie trovavano piena fede nel popolo e, ciò che fa più meraviglia, le autorità stesse, civili e militari, al primo sentire di simili avvelenamenti, emanarono pubblici editti comandando di coprire tutti i pozzi, sbarrandoli con catene e catenacci e facendoli guardare giorno e notte da custodi. Solo ogni mattina si aprivano perché ognuno facesse provvista d’acqua. Pure, seguitando il morbo a far vittime, abbandonati i pozzi, si beveva solo l’acqua del fiume Han, che bagna, col suo tortuoso cammino, tutti i luoghi più decimati dal colera.

    Un bel giorno, centinaia di persone si videro in Lao-ho-kow dirigersi verso una famiglia la quale, dicevano, aveva scoperto il nuovo espediente usato dagli Europei per avvelenare i Cinesi e che sarebbe consistito nel far volare piccoli fantocci di carta con in mano tre pillole di potente veleno, che spargevano perfino nella caldaia ove era a bollire il riso il quale -–essi dicevano – in un momento diventava rosso. Difatti la donna di casa mostrava a tutti il misterioso fantoccio trovato testé nella caldaia e narrava aneddoti e circostanze aggravanti su di noi Missionari con tale enfasi che tutti i presenti, fremendo d’ira, corsero dal Mandarino, col corpo del delitto in mano, domandando pronta vendetta degli autori di tale magia. Il Mandarino si trovò assai imbrogliato alla vista di quell’ometto di carta variopinta e cercò di persuadere a non prestar fede a simili spauracchi, ma tumultuando la turba, promise che avrebbe fatto le più accurate indagini e punito gli autori.

    In questo frattempo, un povero pagano, venditore ambulante di farmachi per il mal d’occhi e cerotti per piaghe, fu preso da questa plebaglia come avvelenatore dei pozzi e nostro emissario, venne percosso con pietre, bastoni e calci e, tutto grondante sangue, venne trascinato dal Sottoprefetto, dove ebbe cento bastonate e venne quindi rinchiuso in tetra prigione.

    Né fu questa la sola vittima di tante calunnie; basti dire che solamente tra Siang-yang e Lao-Ha-Kow, che distano fra loro circa centodieci chilometri, furono trovati ben sei cadaveri sulle sponde del Han, con al collo la scritta: avvelenatore di pozzi!

    La popolazione, fatta audace per tanti omicidi commessi impunemente e in pieno giorno, sotto gli occhi stessi dell’autorità, si organizzò in 36 reggimenti di 300 persone ciascuno, i cui capi, tutti Letterati, stabilirono il giorno e il luogo della generale insurrezione. Ma la Provvidenza vegliava su di noi; di nottetempo un emissario intromise nella mia casa, per le fessure della porta, una copia di quegli ordini segreti, avvisandomi che sulla mia testa pesava una grossa taglia, e che facessi pr4sto a nascondermi per fuggire all’eccidio.

    I settari, sapendosi scoperti, dalla vallata del Han salirono, armati con bandiere, a Tze-kin-tong, piccolo paese vicino al Tcia-yuen-kou, dove io mi trovavo, ed il 3 settembre mossero ad un primo assalto, mentre i cristiani – circa 1500 – fuggivano tra le selve e nei burroni, conducendo seco i loro bestiami e quelle poche cose che potevano portare.

    A tal vista, radunati circa cento cristiani, dei più coraggiosi e robusti, mi ritirai sopra un altissimo monte circondato da rupi e macerie accumulate dagli antenati per difesa in tali circostanze. In due giorni si riadattò ogni cosa a guisa di fortezza, si fecero le porte nuove con feritoie, e si radunarono quante armi e munizioni si potevano trovare. In tutta fretta si alzò una capanna, ove celebrai le sacre funzioni predicando a quegli ottimi cristiani il coraggio e la confidenza in Dio, Pronti – dietro l’esempio del Perboyre, il luogo del cui combattimento e del martirio non era molto lontano – se fosse necessario, a confessare la fede.

    Ma il buon Dio non permise che cadessimo preda di quelle belve umane. Improvvisamente e di nottetempo, giunse sopra quegli alpestri monti il Taotai o Commissario Imperiale di Siang-yang, con altri Mandarini civili e militari, e con 300 soldati armati di fucili europei, i quali, senza colpo ferire, misero in fuga quei vigliacchi predoni.

    Ritornata così una certa tranquillità, adunatici nuovamente nella Residenza di Tcia-youen-kou, il giorno 1 settembre – festa del nome di Maria e anniversario del martirio di Perboyre – si poté fare tranquillamente, sebbene senza pompa e solennità, la mia consacrazione episcopale senza nuovi incidenti (1) [Vedi: Le Missioni Cattoliche di Milano, N. 20,21 e 22 dell’anno 1893. Essendo la relazione troppo lunga, è stata da noi in parte sunteggiata.]

    Quel giorno, la gioia e le lacrime si unirono assieme a festeggiare il nuovo Vescovo, che non perdendo mai, neppure nei momenti più impressionanti, il suo buonumore e lo spirito di gentile ironia, ripeteva: “Hu-ze pelio hoaug tso i pu”, letteralmente: ho la barba bianca eppure fo ancora un altro passo; proverbio cinese ch vuol dire: andare a seconde nozze.

    Quanto il Fantosati fosse amato, apparve al momento della sua partenza per il Hu-nan.

    A Tcia-yuen-kou più di 3000 persone gli sbarrarono il passo, e prima di muoversi dové promettere di tornare presto in mezzo a loro; ed in Lao-ho-kow si ripeterono i pianti dei buoni miletani, quando accompagnavano l’apostolo Paolo alla nave.

    Il futuro Martire lasciò definitivamente l’Alto Hu-pe – sua seconda patria – nel novembre del 1892; e sopra una barca, scortata da una cannoniera d’onore, mandatagli dal Viceré Tciang-ige-tong, discese in Han-Kow, dove giunse verso la fine di detto mese, e da dove, pochi giorni dopo si mosse per raggiungere la nuova porzione di vigna che la Provvidenza gli aveva assegnata a governare.

    Capitolo quinto – Nel Hu-Nan

    Sommario
    a) Un po’ di etnografia
    b) Attività del Martire.
    c) Augurio che non si avvera.
    d) Il vecchio guerriero impotente. [nel testo: imponente]

    a) Un po’ d’etnografia.

    IL Hu-nan, o regione a sud del lago, in riguardo al Tong-ting, è una Provincia della Cina a mezzogiorno del Hu-pe. Gli altri limiti sono: ad est il Kiang-si; ad ovest il koang-si; a sud il Koang-tong e il Koang-si; a ovest il Koei-tciou e il Se-tcioan.

    La Provincia gode di un clima eccezionalmente buono, ed è ricca in legname, in carbon fossile, in ferro, in olio di sesamo, in riso, di cui si fanno due raccolte all’anno, in arsenico, in mercurio. In estate, specialmente al crescere e all’affluire delle acque del Fiume Azzurro nel Tong-ting, sono migliaia i battelli che s’incrociano su questo lago; sono centinaia di migliaia i barcaiuoli che stazionano e vivono in quei pressi e milioni di tonnellate rappresentano il commercio annuo che si fa a spese del detto Tong-ting.

    Il Hu-nan ha una superficie di 216.000 Kmq e una popolazione di circa 21 milioni, occupati principalmente nel piccolo commercio e nell’agricoltura, sopra un suolo ricco nei piani e nelle vallate, povero altrove. Tutti i viaggiatori ed i missionari si trovano d’accordo nel dire che i Huananesi sono i più xenòfobi di tutta la Cina. Tcian-scia, capitale della Provincia, era, nel periodo in cui siamo, la principale fucina del movimento antistraniero e anticristiano dell’Impero di Mezzo, e in gran parte responsabile dei fatti del 1900.

    Anche qui il cristianesimo conta qualche secolo di vita, ma agitati da continue persecuzioni, pochi erano i cristiani fino al giorno in cui il P. Giuseppe Rizzolati, dell’Ordine dei Frati Minori, fu fatto Vicario Apostolico del Hu-hoang, che comprende le due provincie Hu-pe e Hu-nan, soggette ad uno stesso Viceré. Nell’anno 1856 il Hu-nan fu separato ecclesiasticamente dal Hu-pe, e pochi anni dopo fu diviso in due Vicariati: quello Settentrionale passato agli Eremitani di S. Agostino e il Meridionale rimasto ai Francescani. Tale era ecclesiasticamente il Hu-nan quando vi andò Mons. Fantosati.

    Egli giunse a Heng-tciou, sede del Vescovo, verso l’Immacolata, accoltovi dal Vicario Apostolico dimissionario, Mons. Semprini di Dongo, dai Missionari, Seminaristi e fedeli, ai quali era già nota la fama dell’abilità e lo zelo del nuovo Pastore.

    b) Attività del Martire.

    Con Lettera Pastorale il Vescovo espose il suo programma che avrebbe svolto nel nuovo campo d’azione e, senza perder tempo, poco appresso iniziò la visita del gregge sparso sopra un territorio immenso, cominciando dalla Prefettura di yung-tciou e, ridiscendendo per Tciang-ling e Lei-yang a Heng-tciou-fu, un percorso di circa 200 Km per terra e 350 per fiume.

    Dopo tre anni ripeté la visita in questo distretto, mentre il secondo anno si portò al Nord del Vicariato presso Siang-t’ang e Tciang-scia e terminando con un terzo viaggio la visita dell’intero Vicariato.

    Testimoni oculari di queste corse apostoliche affermano che sebbene il Martire, per il prestigio della dignità vescovile, viaggiasse con un certo decoro, non cercò mai dei comodi straordinari, né volle sèguiti presso di sé, ma uno o due catechisti, indispensabili anche all’ultimo dei Missionari in un paese pagano.

    Vestiva umilmente e semplicemente e solo per le circostanze di visite e di ricevimenti teneva pronte delle vesti di cerimonia. Nel cibo era di facile contentatura e non amava che i cristiani facessero delle spese straordinarie per lui. Del resto, affabile e manieroso, accoglieva paternamente tutti quelli che avevano bisogni da esporre, dubbi da sciogliere, litigi da pacificare.

    In questo egli era sempre il solito Koang-Koen di Lao-ho-kow e le parti contendenti, dopo una sentenza del Vescovo, si trovavano quasi sempre pienamente contente. Durante la visita predicava ogni giorno e, sebbene la lingua del Hu-nan differisca alquanto da quella del Hu-pe, pure era compreso ed ascoltato compiacere. La facilità del dire, aumenta collo studio e colla pratica e i molti esempi bene applicati gli tenevano l’uditorio sospeso e attento. Aiutava anche talvolta i Missionari nel preparare i neofiti alla confermazione ed ascoltava le confessioni. I cristiani, che nel Fantosati trovarono il vero padre, gli si accostavano con fiducia, gli narravano i propri interessi, gustavano i racconti della sua lunga vita missionaria e ognuno ritornava a casa migliorato. Quando talvolta se sue vedute non erano seguite, non si turbava ma lasciava che il tempo gli desse quasi sempre ragione. Quanto poi godeva di vedersi presentata l’occasione di soffrire qualcosa per Gesù Cristo, altrettanto soffriva nel vedere nelle difficoltà le sue pecorelle, temendo che la persecuzione trovasse degli animi troppo deboli e che potesse fare degli apostati in luogo di confessori e di martiri.

    Le sue relazioni coi pagani erano guidate dalle stesse vedute che ebbero così bella sanzione nel porto di Lao-ho-kow. In via ordinaria, l’affabilità era il suo distintivo, ma quando si trattava di salvare interessi della religione e di riparare i diritti violati, la giustizia doveva avere il suo corso e nel Martire trovava sempre il suo paladino. Per questo, più di una volta egli incorse nello sdegno dei tristi; ma al Divin Salvatore non accadde lo stesso?

    Il Martire aveva trovato il Hu-nan economicamente più povero del Hu-pe; anche qui però, come a Lao-ho-kow, non fu mai avaro verso chi si mostrò veramente bisognoso di aiuto. I poverelli lo trovavano sempre col cuore e – quando poté – colla borsa aperta. Conservò la bella usanza dei suoi predecessori di distribuire al Capodanno cinese del riso alle famiglie povere, perché anche esse potessero partecipare alla gioia universale di quei giorni. Distribuì in una volta 550 dollari, ricevuti allora dall’America, ad un gruppo di poveri cristiani. Coi Missionari voleva che le spese fossero giustificate. Quando il danaro è speso secondo l’intenzione di chi lo mandò – soleva dire – niente timore, e confidenza nella cassa della Provvidenza. (Silvestri: Vita, p. 111).

    Per rimediare alla mancanza di Missionari, il Vescovo aprì in vari luoghi scuole catechistiche, chiamandovi dei buoni maestri, ed allettando gli scolaretti in grande maggioranza poveri, con dar loro gratis, come egli dice, “una scodella di riso”. Spronò pure i suoi dipendenti a fare altrettanto.

    Per la scuola, sia maschile che femminile – scriveva ad un missionario – stabilisco il numero di 15, ma si possono dare circostanze che con l’aggiunta di uno, due, tre, ecc. si potrebbe ricavare molto bene; quindi V.P. ne aggiunga altri secondo il bisogno, facendo fare la minestra più brodosa perché possano satollarsi tutti. Solo sarà premura di V. P. che appena hanno imparato le necessarie preghiere e il modo di bene accostarsi ai SS. Sacramenti, siano rimandati subito per dar luogo ad altri. (Lettera dell’Ottobre 1898).

    Al vescovo stava molto a cuore l’opera dei Battezzatori. Egli la trovò fiorente nel Hu-nan e no ebbe che a continuare la bella tradizione. Anche la S. Infanzia ebbe le sue cure paterne, e spesso si recava negli Orfanotrofi di Hoang-scie-wuan e Ying-tciou in mezzo alla allegra e chiassosa truppa delle orfane ad insegnare loro la dottrina cristiana.

    c) Augurio che non si avvera.

    Verso la fine dell’anno 1895 il Martire scriveva all’antico Vicario Foreneo Mons Banci: In mezzo a tanti trambusti e grattacapi abbiamo sepolto pure questo anno; auguriamoci quindi il 96 pieno di letizia sotto ogni rapporto, se piacerà al Signore.(Silvestri, Vita, p. 118)

    Ma l’augurio non s’avverò. Gli ultimi anni del Martire furono seminati di croci fabbricategli specialmente dalle mani dei Mandarini del Hu-nan, invasi in quel tempo da un parossismo di odio antieuropeo e anticristiano.

    Da tutte le parti del Vicariato erano notizie di lotte occulte e manifeste, di opposizioni e di violazioni dei diritti, di un ostinato ostacolare ogni progresso di propaganda. L’odio mandarinale non sempre esplodeva all’aperto, ché la tattica più gradita di questa gente fu sempre quella di congiurare e di colpire tra le tenebre e con la maschera al viso. In via ordinaria erano piccoli puntigli e raggiri di tribunale, d’accordo coi Letterati e i capi del popolo e così si evitava di presentare dei lati scoperti ai colpi della giustizia ed all’azione dei Consoli e si otteneva ugualmente l’effetto di paralizzare ogni azione del Missionario. Il popolo ed i Mandarini – scrive il Martire – tutti ci perseguitano e per ogni famiglia che si converte seguono vessazioni di ogni sorta. Se almeno fossimo virtuosi potremmo sperare nella palma del Martirio.

    Già da due mesi – continua il Vescovo – i soliti nostri nemici cominciarono a molestare i poveri neofiti di Lei-yang ed io stesso, trovandomi colà, dovetti interrompere la sacra visita; e più di quaranta assassini mi aspettarono un giorno intero in una via occulta per trucidarmi, ma come Dio volle, passai per un’altra cristianità: per quella ove fu preso ed incatenato il Ven Giovanni da Triora ottanta anni fa e così, per speciale predilezione del nostro confratello, senza saperlo potei evitare il grande pericolo.

    Ora quel luogo è in piena rivoluzione. Il 20 corrente ridussero in cenere la chiesa e svaligiarono il custode che, tutto lacero, fu appena in tempo di salvarsi coi suoi. Altre 10 famiglie furono spogliate e ridotte alla più squallida miseria ed ora non hanno altro rimedio che ricorrere a me. Non mancai di avvisare il Mandarino, ma senza alcun risultato. Mandai anche il Missionario di quella cristianità per avvertirlo del gran pericolo che correvano le altre chiese del suo distretto, ma non si volle ricevere; e così i ribelli si fanno audaci e, senza alcun timore, incendiano e distruggono intere cristianità. (Silvestri, p.119 e segg.)

    La causa venne poi portata agli alti tribunali della Capitale del Hu-nan e finalmente, dietro l’intervento del Console e del Ministro di Francia, il Martire poté avere una certa soddisfazione.

    Ma non era ancora chiusa questa vertenza che un’altra questione più grave veniva a mettere nuovamente in scompiglio la Chiesa del Hu-nan.

    Alcuni della città di Lei-yang si erano fatti cristiani e si sentiva il bisogno di avere una casa per l’abitazione del Missionario e per le preci in comune; ma nonostante i trattati che autorizzavano la compra di immobili, le autorità si mostravano ostili a tali contratti e nessuno osava dar la propria casa alla Chiesa , sia pure a condizioni vantaggiosissime. Ma nell’anno 1898 si fece cristiano un satellite e questi, più coraggioso, sfidò le ire mandarinali e così fu comprata una casa discreta che fu trasformata in chiesa. Tutto sembrava ormai accomodato e tranquillo e il Fantosati si era recato a vederla. Quando un bel giorno si seppe arrestato il catecumeno tribunalista e un cristiano e un pagano, mediatori della compra, tutti e tre condotti ammanettati come grandi delinquenti, nelle carceri della Capitale. Il pagano poté, o forse fu fatto fuggire. In quanto agli altri due il Vescovo ricorse alle autorità di Heng-tciou-fu che si misero tosto al riparo dicendo che i delitti dei rei erano anteriori alla loro entrata in religione e che quindi nulla ci aveva a che fare la Chiesa Cattolica. Il Vescovo rispose che in tal caso i supposti rei avrebbero dovuto arrestarsi e subire la pena a suo tempo, mentre erano stati lasciti tranquilli fino al loro ingresso in religione e alla vendita della casa incriminata, che evidentemente costituiva tutto e solo il loro delitto.

    Le ragioni del vescovo erano evidenti e inoppugnabili, capaci di arrestare chiunque sulla china dell’ingiustizia e dell’illegalità. Ma il vento spirava a persecuzione. Vedute inutili tutte le pratiche, il Vescovo mandò due maestri con una lettera per il Viceré a Tciang-scia, ma non ebbe alcuna risposta: vi mandò un suo Missionario, ma inutilmente. Vedendosi chiuse le vie pacifiche e tutte le porte della giustizia ordinaria, rimise la pratica nelle mani del console di Han-kow; ma neppure qui ebbe esito felice. Era il tempo della guerriglia fatta a tradimento che rende impotenti i capitani più valorosi. Il Fantosati che aveva vinto in vita sua tante battaglie del genere, non poteva darsi pace di dover posare le armi come un impotente e, ripreso coraggio, riallacciò le pratiche colle Autorità di Heng-tciou-fu per proprio conto. Anche questa volta l’ostinazione era al colmo. Fu in uno di questi colloqui col Tao-tai di detta città che il Vescovo disse, senza tanti eufemismi, le proprie ragioni e quelle della giustizia. Il Mandarino, secondo un uso tanto antico quanto comodo, si disse vittima dell’europeo e gli giurò odio e vendetta. [(1) Il catecumeno fu condannato al carcere a vita. Un giorno la povera vedova –diciamola così – del carcerato andò a sfogare il dolore ai piedi del Fantosati, che le disse: “Fatti animo, donna; quando io sarò ucciso e salito al cielo, tuo marito uscirà di prigione“. Così realmente avvenne. (Silvestri, p.35).]

    Un insolito sgomento affiora in tutte le lettere del Martire scritte in questo tempo.

    Il vecchio guerriero era ridotto all’impotenza e l’onore del passato lo consigliava ad eclissarsi.

    D’altra parte la voce del dovere lo riteneva al suo posto.

    Una volta fu udito dire al suo vicario generale Quirino Henfling: “Padre, che si sta a fare qui? Facciamo fagotto e andiamocene“.

    Ebbene – rispose il P. Quirino – lei avanti ed io dietro“.

    NO, no – soggiunse il Vescovo – qualcuno deve restare. Basta, tiriamo avanti, se questa È la volontà di Dio“. (Silvestri, p.105)

    Capitolo sesto La figura del Pastore, Superiore e Martire

    Sommario
    a) Il Pastore buono.
    b) Il Pastore zelante.
    c) Il Pastore modello.
    d) Figura del Martire.

    a) Il Pastore buono

    Una delle doti più spiccate del Martire fu la bontà. Ne abbiamo avute più di una prova. Non resta che documentare maggiormente con la testimonianza dei Missionari contemporanei.

    Uno di questi – il P. Benedetto Francini d’Arezzo succeduto al P. Fantosati nelle cristianità “della valle del carbon nero” e morto anch’egli pochi anni fa nel Tcia-yuen-kou in fama di santo – così attesta: “Durante la vita apostolica del Fantosati non ho sentito nulla in contrario riguardo al suo dovere di Missionario; ho sentito anzi che molti lo lodavano per la sua carità e pazienza verso un cristiano scandaloso, il quale non solo non ascoltava le ammonizioni del Padre, ma gli si rivoltò ferocemente e mi pare che lo tirò anche per la barba e lo maledisse.

    Esercitò la carità e la pazienza coi Missionari, senza però mancare al proprio dovere. Coi Mandarini poi, usò sempre affabilità ed amicizia a vantaggio della religione; per cui, durante tutto il tempo che egli fu Vicario Generale si poté godere perfetta pace.

    Aveva poi una devozione speciale per la Madonna: era insomma un ottimo religioso e Missionario e se Mons. Banci era il superiore dei corpi, il P. Antonino era quello dei cuori e delle anime” (Silvestri, p. 212).

    Uno degli orfani raccolti dal Martire e che poi giunse alla pienezza del Sacerdozio colla consacrazione a Vescovo per le mani di Pio XI nell’Ottobre memorando del 1926, Mons. Odorico Tceng, così scriveva all’autore di questo libro: “Di buon grado vengo a soddisfare al suo desiderio di dire qualcosa del Fantosati. A ciò, oltre il resto, mi spinge una speciale ragione; ed è che per mezzo del Martire il Signore si degnò usare con me tanta misericordia di avermi fatto non solo da pagano cristiano, ma di più religioso e sacerdote. Fu infatti il Fantosati, allora Vic. Generale e Procuratore a Lao-ho-kow, che durante la carestia del 1878 mi raccolse orfano di circa sette anni, mettendomi prima nella scuola locale e poi all’orfanotrofio di Tcia-yuen-kou.

    La vita adunque ordinaria del Fantosati era, a mio giudizio, piena di grandi opere; e la sua conversazione con tutti affabile e all’occorrenza santamente astuta. Le sue virtù speciali mi apparvero: buon senso, prudenza, fortezza e anche magnanimità. L’affabilità gli restò ancora dopo fatto Vescovo. Ricordo che il giorno della sua consacrazione, passando davanti al refettorio dove noi seminaristi sedevamo consumando il pasto fattoci preparare da lui, aprì un poco la porta e sorridendo disse: -Moute tzae iah? – complimento popolare cinese che vuol dire: – Non vi ho dato nulla di buono, eh?” (Silvestri, p. 211).

    La sua generosità gli accresceva intorno ogni giorno il numero dei clienti. Se anche oggi la Chiesa è in grande onore e stima presso i Mandarini e le principali famiglie (dell’Alto Hu-pe) è tutto merito della saggia direzione e della prodezza del Padre Antonino“. (Da lettera di Mons. Everarts all’Autore).

    b) Il Pastore zelante

    Il Martire non pensò mai che la bontà potesse essere disgiunta in un Pastore dallo Zelo. Una bontà floscia, arrendevole sempre, amante del quieto vivere può piacere ad un gregge senza slancio e senza ideali. Ma il vero tipo del Buon Pastore sarà sempre la bella Parabola evangelica, dove sono anche descritti i doveri di chi fu messo a capo del gregge.

    Antonino fu anche in questo un modello.

    Il 18 maggio del 1899 – scrive un Missionario del Hu-nan – feci il mio primo ingresso nella residenza vescovile di Huang-scia-wan, da cui l’Ill.mo Vescovo era assente già da un mese, occupato nella visita delle cristianità di Lei-yang e di Tciang’lin. Dopo alcuni giorni, ecco una sua lettera che mi consolava in questi termini: Ella forse, non appena mise il piede nella nostra sede episcopale, si sarà turbato d’animo vedendo la povertà da cui siamo circondati, sia nelle fabbriche che negli utensili: si rallegri però, carissimo Padre, che quanto più è lacero il nostro vessillo, tanto meglio imitiamo Gesù Cristo fatto per amor nostro povero ed esuriente [= affamato?].

    L’ill.mo Monsignore, il giorno 4 Giugno, su piccola barchette per uso carbone, ritornò a Huang-sci-wan. Salito sulla riva, benché fosse pronta la lettiga, volle camminare a piedi fino alla residenza e direttamente salì nella cappella a visitare il SS. Sacramento. Io e il Veneratissimo P. Quirino Henfling accompagnammo il vescovo, che dopo l’adorazione entrò nel suo appartamento. Quivi con tutta l’affabilità che gli era propria e con grande espansione di cuore narrò ciò che era stato operato durante la sacra visita pastorale. –Oh! –diceva- se avessi alcuni buoni Missionari da mandar là in quei luoghi, quante anime si potrebbero lucrare! O buon Dio, manda gli agricoltori in questa vigna!

    Nella vigilia dell’assunzione si portò a Nan-siang, dove allora io ero Missionario. Arrivò in forma semplicissima, cioè con quattro portatori di lettiga, un servo e due muratori che dovevano riparare qualcosa nella chiesa da poco edificata. Io gli avevo preparato una camera al piano superiore della casa, ma volle rimanere a basso in una stanza umida, benché affetto di malattia alle gambe. Mi diceva:- Perché debbo molestare il Missionario? Per due o tre notti, anche a rimanere qui, non c’è da temere-

    Essendo la cristianità di Nan-siang assai numerosa, moltissimi confluivano alla chiesa per le confessioni e Monsignore si prestò loro fino a notte inoltrata. Nel giorno della festa predicò al popolo, amministrò la Cresima e dopo la funzione parlava coi cristiani affabilmente e dava loro buoni suggerimenti.

    Nella chiesa del S. Cuore di Gesù celebrò solennemente la festa del N. P.S. Francesco: chiamò i Padri più vicini per l’assistenza e nella predica encomiò la povertà del Patriarca. E con ragione, perché egli stesso l’amava molto e povero appariva nel vitto e nel vestito, esortando pure i suoi Missionari a far lo stesso.

    Io fui sgridato una volta perché, senza licenza, avevo comprato un po’ di seta per una veste. Nella sua stanza non solo non vi era alcuna cosa preziosa, ma anzi uno dei muri era spaccato da cima a fondo ed ai Missionari che gli chiedevano perché non lo riparasse, rispondeva: – Il capomastro mi chiese più di 200 lire ed io non ho da pagar tanto -“. (Silvestri, p. 214).

    Un altro Missionario, pure contemporaneo, così compendiava l’attività e lo zelo di Mons. Fantosati.

    Si abbassò al popolo per intenderlo meglio, per meglio scoprire le sue piaghe e raccoglierne dappresso i sospiri e i gemiti e, usando dell’autorità datagli da Gesù Cristo, si pose a ristorarlo. Fece conoscere ai Sacerdoti lo spirito della legge, li indirizzò al sacrificio. Percosse col suo bastone di pastore gli sterpi dei vizi, delle corruttele, delle infamie morali e vide rifiorire il costume. Egli mise in pratica l’insegnamento di S. Girolamo: Sciat Episcopus sibi populum conservum esse non servum.” (Piedilama).

    c) Il superiore modello

    È facile immaginare che tra tante occupazioni e preoccupazioni, tra le visite di cerimonia e le corse nelle cristianità, il Fantosati non avesse spesso neppure una sola ora libera per le sue occupazioni che, il più delle volte , doveva rimandare alla notte.

    Ciò nonostante rimase sempre fedele e puntuale ai suoi doveri di Missionario e di Sacerdote.

    Benché – scrive il più volte ricordato Mons. Everaert – il Padre Antonino fosse sempre occupato nei progressi della Missione, pure non meno coltivava la pietà sacerdotale. Ogni giorno aveva il suo tempo stabilito per la meditazione e per la preparazione alla Messa e mai, se non costretto da necessità, permetteva di venir interrotto, e sempre a malincuore. Si alzava ordinariamente alle quattro e mezzo e dopo la meditazione ed una fervente preparazione diceva la Messa. Recitava quindi le Ore Canoniche e fatta colazione, si rimetteva al solito noioso lavoro di accomodar questioni, ricever visite.

    Dalla festa di S. Francesco sino al 26 Maggio 1900 – continua i Missionario del Hu-nan già ricordato – Mons. Fantosati rimase nella sua residenza di Hoang-scia-wan. Io raramente mi recavo colà e quindi anche di rado vedevo Monsignore. Mi era però noto il suo metodo di vita. Al mattino, circa le cinque, si alzava occupandosi nella meditazione e nelle preghiere; quindi celebrava, ordinariamente nella sua cappella, ma allorché la necessità lo richiedeva, andava nelle cristianità a supplire i Missionari assenti. Fatto il ringraziamento e presa la colazione, si chiudeva nel suo appartamento e non usciva se non per esigenze di affari. Interveniva sempre alla lettura spirituale in comune e il più delle volte la faceva lui. Dopo pranzo, verso l’una, rientrava di nuovo nella sua stanza ed alle volte, in questo tempo si portava all’orticello che coltivava da sé. Alle orazioni vespertine era sempre presente e dopo cena, fatta una breve conversazione, alle otto si dava il segno del silenzio ed egli, salutati i Missionari, saliva al suo appartamento. Alle nove si spegnevano i lumi degli ambulacri come ordine di quiete; egli però si coricava verso le dieci.

    Questo era l’orario e perché fosse ben osservato, qualche volta di notte perlustrava la residenza.

    Era molto oculato in tutto, imparziale e giusto con tutti, dava ragione a chi l’aveva e torto a chi se lo meritava. La fortezza nell’agire, mista alla prudenza, fu la sua prerogativa.

    Fu coraggioso nella riforma del Seminario: migliorò i costumi del clero e tutto il vicariato fu restaurato in Cristo.

    Sia adunque benedetta la sua memoria, sia in pace la sua dimora e in Sion la sua abitazione”. (silvestri, p.214 e segg.)

    Pochi lasciano tanto rimpianto e tanto desiderio di sé come il Fantosati. Tutti i Testi interrogati hanno risposto in sostanza come quell’umile operaio:

    Sono molto devoto al Vescovo Fan perché ho ricevuto da lui molti benefici sia per l’anima che per il corpo. Perciò di tanto in tanto recito un Pater, Ave e Gloria, desiderando molto la sua beatificazione, benché io stesso non sappia se le mie preghiere giovino a questo. (Summarium, p. 513).

    d) La figura del Martire

    Mons. Fantosati non era uomo di straordinarie qualità intellettuali. D’altronde, sballottato qua e là dalla rivoluzione spadroneggiante, non aveva potuto fare grandi studi; era però dotato di molto buon senso e le cognizioni acquistate alla scuola o sui libri erano più che sufficienti per imporsi anche intellettualmente alla Cina del 1900.

    Prove della sua versatilità sono le molte chiese e case fatte o accomodate sotto la sua direzione, tanto nel Hu-pe come nel Hu-nan. Aveva poi una profonda conoscenza della lingua cinese, nella quale sapeva anche comporre, destando l’ammirazione degli stessi letterati confuciani.

    Il Martire era di statura media e di costituzione assai robusta. Aveva la presenza maestosa di un apostolo, ma alquanto atteggiata a dolore nei suoi ultimi anni; folta e lunga barba e gli occhi profondi e intelligentissimi che incutevano riverenza e timore ai Missionari, i quali non osavano trasgredire i suoi ordini, anche sapendo che alla disobbedienza seguiva inevitabilmente la pena.

    Avendo un giorno trovato disubbidiente un Missionario a lui molto caro, lo chiamò, gli ordinò di vestire l’abito francescano e: “Oh come siete bello –gli disse – con questa santa veste addosso! Ma anche depostala, non vi credete di essere dispensato dal primo voto della nostra santa Regola“. (Silvestri, p. 218)

    Terminiamo questa modesta Biografia del Martire colle parole del suo indivisibile compagno, tante volte citato P. Quirino Henfling: “Non dubito affatto – egli scrive – che l’atleta di Cristo non sia per ottenere anche in terra la gloria e gli onori dei Martiri di Cristo. Oh! Egli, di lassù, sia il protettore delle nostre Missioni ed interceda presso Dio perché questo popolo, ancora sepolto nelle tenebre e nell’ombra di morte, riconosca e adori Colui che egli gli annunziò con tanto zelo, suggellandone la divinità col suo sangue!” (Silvestri, p. 225).

    Le speranze e i voti del pio e zelante Vicario Generale si sono avverati. L’aureola di Beato che cinge già la fronte del Martire e la Chiesa del Hu-nan, risorta più fiorente dalle sue rovine e ricca di operai e di opere, si avanza fiduciosa verso sempre nuove consolanti conquiste.

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    009

  • T. Natalucci – Studi sulla storia di Trevi

    Tiberio Natalucci

    Studi sulla storia di Trevi

    Pubblicati per festeggiare le nozze

    dei due giovani sposi

    nobili entrambi di animo e di lignaggio

    Raffaello Paglioni

    di Trevi

    Guendalina Toni Catenacci di Amelia

    1865

    ______________________________

    _____________________________________________________

    [Note: Nella trascrizione è stata rispettata l’arcaica punteggiatura originale.
    Il testo in colore tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione.
    Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.
    Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina in cui avevano inizio]

    <2>

    Lo scrittore prega i suoi rispettati concittadini a non iscorgere in questo povero lavoro che un segno di patrio amore, e un tentativo di ricercare cose vere.

    Foligno Tip. Campitelli

    <3>

    Sulla vetta e sulle pendici occidentali di uno dei Colli più spiccanti ed ameni che dall’estreme falde del basso Appennino protende ad internarsi quasi nel mezzo della tanto celebrata Valle Umbra sollevasi appariscente la Città di Trevi avente sul capo una verde corona di quercie, faggi, viti ed ornelli, circondata dai suoi duecentomila Olivi, nel mezzo ad un territorio disseminato per ogni dove di case di Villaggi, di antiche castella, rallegrato dalle ridenti rive del sottoposto Clitunno, abbellita da fabbricati prominenti e ragguardevoli, cinta da valide mura e longobardiche torri, non ultima fra le Città Umbre per importanza, e forse la prima per temperato clima, incantevole prospettiva, e salutifere condizioni.

    Positure le più favorevoli per poter respingere facilmente le nemiche aggressioni, materiale ottimo da fabbricare, stabilità perfetta del suolo, sorgenti tenui ma perenni, e diverse di eccellente acqua potabile, sicurezza di non soggiacere ai disastri delle inondazioni, ai danni dell’umidità e delle nebbie, ai perniciosi effetti di paludose esalazioni, un terreno in vece aprico formato da materia calcarea alluminea con terra vegetale mirabilmente adatto a ad ottenere la squisitezza di vini, di olii, farine, frutta, carni, latte, selvaggina, salati, erbaggi, vegetazione felice di piante di ogni specie, magnifica vista del rinomato cratere, sono tutti pregi da segnalare facilmente e dar la preferenza a questa su di altre località.

    <4>

    Non è quindi meraviglia che antichissime genti vi prendessero stanza. Poco lungi dall’odierna Trevi presso ad una limpida sorgiva esisteva un Tempio sacro al più antico Nume d’Italia a quel buon Re Giano che seppe cangiare i ferini costumi di genti selvaggie nella beata età dell’oro. Si ha da memorie autentiche che fino al 1600 vi si videro i ruderi di una Chiesa cristiana che chiamossi S. Giovanni di Giano e che era stata eretta sulle rovine di un antico delubro pagano, in cui quella Deità veneravasi; Attraverso di tanti secoli restò ancora al fonte e alla valletta il nome di Giano, e giunse sino a noi e conservasi in una sala municipale [ora nella Raccolta d’Arte di S. Francesco] una testa di grandezza maggiore del vero scolpita in marmo, avente due faccie simili di uomo barbato, e che formava certamente parte di una Statua ben grande di un Giano bifronte. Se gli Umbri derivano da quella prima immigrazione giapetica che fu trovata già stanziata in Italia (al dir di Erodoto) quando vi giunsero i Lido-tirreni di stirpe semitica, se il Japhet degli Ebrei, il Giapeto dei Greci fu dagl’Italiani adorato col nome di giano, questo culto che Trevi rendeva a quel primitivo Padre, Re e Dio omonimo lo mostrerebbe della più remota antichità.

    Di fatti sul vertice dell’antica nostra Città esistette pure un gran Tempio consecrato ad una delle più remote credenze pagane: a Diana. Questa mitica Regina del Cielo, della Terra e dell’Erebo, che aveva il barbarico culto nella Tauride, selvaggio fra i Druidi, gentile in Efeso, questa Dea di tutto, come il nome Diana si crede esprimere, era la Diva tutelare dei Trevani.

    Restano ancora ad attestare la grandezza di quella mole due grandi capitelli uno in breccione rossastro del paese e l’altro in pietra calcare senz’abbaco. La proporzione di tali capitelli darebbe alle colonne un’altezza di 12 a 13 metri, e quindi l’edificio era di una grandezza cospicua. Questi due massi furono trovati presso l’attual Chiesa di S. Emiliano [secondo altri studiosi, dall’interpretazione del cronista sincrono Francesco Mugnoni, ritengono che tali capitelli provengano dal luogo ove sorge la chiesa di S. Martino] quando nel 1465 si prese ad ampliarne ed innalzarne le mura, e quindi fanno credere che nello stesso luogo o poco lungi sorgesse il pagano edificio. Dell’esistenza di esso grandezza e posizione si

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    ha pure un’altra prova nella Lezione Bollandistica del 24 gennaio da cui si apprende che quando S. Feliciano, che fu chiamato l’Apostolo dell’Umbria, venne a Trevi (sul fine del II o III secolo) vi trovò un gran Tempio (ingens fanum) dove i Trevani adoravano Diana come loro Dea tutelare e che nel medesimo luogo fu costruita una Chiesa Cristiana ad onore dell’augustissima Triade. Ebbene l’antichissima chiesa della Trinità era appunto quella di cui avvenne l’accennato ampliamento. Essa fu innalzata quando gli Ostrogoti fecero disparire interamente i resti del gentilesimo che l’Imperator Giuliano aveva tentato di far rivivere.

    La sua Architettura è simbolica, e le foggie sono dello stile bizantino. I tre absidi formanti un solo corpo che abbracciavano tutto il lato orientale, e la parte più venerata del Sacrario alludono evidentemente al mistero del Dio uno e trino di nostra Fede.

    È poi notabile che quando coll’accennato ampliamento questo bello e raro mistico edificio rimase in una parte angolare e secondaria si volle innalzare appositamente un ben adorno Sacello in capo alla nuova Chiesa per conservare la primitiva invocazione

    Nella casa dell’antichissima famiglia Lambardi (oggi Ubaldi) eravi pure un iscrizione riportata nel codice Natalucci che diceva

    OLIM . TRIVIAE . TEMPLUM

    Quindi non sembra potersi dubitare che il gran Tempio di Diana stasse sulla parte elevata dell’odierno Trevi.

    Se era costume degli Umbri di costruirsi a preferenza le loro dimore ne’ luoghi più difendibili, e con case vicine sulle alture, se questa era la parte più sicura, più sana, più produttiva, quando la valle era infestata dalle acque e dagli interrimenti, se due delle più antiche Deità d’Italia avevano templi ed altari in quelle posture elevate può ragionevolmente ritenersi per cosa certissima che i primi Trevani abitassero sui nostri clivi su queste medesime vette

    <6>

    Ma un culto ed assai più rinomato ebbe pure in questa contrada il Fiume Clitunno del cui marmoreo tempio resta fortunatamente in piedi un prezioso avanzo. Anche nella prossima Bovara eravene un altro dedicato a Giove Boario del quale restano altresì le colonne dentro l’attuale Chiesa di S. Pietro [in realtà pilastri cilindrici] e due teste bovine sporgenti sull’alto della facciata: un quinto pure se ne vuole a Giunone, dove oggi si venera la Madonna di Pietrarossa o de pede Trevii.

    Queste tre fabbriche stanno sull’estreme digradazioni del monte e sulla riva destra del Clitunno. Quelle di Bovara e Pietrarossa vedute nella pianta parcellare non sono distanti da Trevi neppur due chilometri, anzi vi si possono dire quasi congiunte con gruppi di altre case intermedie; quindi anco li due tempii di Giove e Giunone furono innalzati certamente dai Trevani forse in tempi meno remoti, e quando gli Umbri datisi spontaneamente ai Romani, dopo che videro debellati gli Etruschi loro nemici poterono sotto l’egida di quella invincibile potenza darsi tranquillamente a bonificar le pianure, a dilatare la coltivazione, e l’industria. Frequentissime eran le reciproche invasioni tra Umbri ed Etruschi prima di quest’epoca (Strabone V.) onde non è verosimile che queste due Divinità romane avesser templi, ed i Trevani discendessero verso la pianura prima della vittoria di Q. Fabio Rullano (308 avanti l’era Cristiana.)

    Anco il tanto famoso tempio del Clitunno è di epoca romana come indica l’eleganza dell’architettura, l’uso dei più belli marmi, di pietre amatistine, e la squisitezza degli ornati ed intagli, che all’infuori dei timpani sostituiti, son tutti della prima costruzione. Questo monumento che Plinio II. trovò già antico (priscum) che il Palladio volle illustrare, che inspirò le vivaci stanze del Byron, che tutti i viaggiatori vanno ad ammirare, stava nel territorio di Trevi, come l’illustre Presidente delle antichità romane Ridolfino Venuti scrisse, e come vien provato dal documento A annesso a questo scritto e dalla nota relativa. Forse la venerazione per un fiume di acque limpidissime, di una scaturigine pittoresca, di un amenissimo corso apportatore

    <7>

    di molti e reali vantaggi precedette la costruzione del tempio stesso; ma poi la scaltrezza profittò della credulità di popoli semplici, e della vergine loro fantasia per attribuire fatidici responsi ad un Nume presente, il prodigio di render candidi i Bovi che bevessero di quell’acqua: coll’evidente scopo di chiamar molti visitatori, aver molte vittime, continue oblazioni. Spogliato però anco del velo soprannaturale di cui l’ornarono i Poeti latini italiani ed esteri il Fiume Clitunno sì limpido, il suo tempio tanto grazioso, i suoi margini straordinariamente ameni, le contermini alture tutte vestite di allegre dimore, una campagna fresca e profumata dalle vitali esalazioni di un rigoglioso alberato, procurano in tutti un immancabile e grande piacere. Plinio II. che ebbe in Roma i primi offizii, fu proconsole e viaggiatore, provò tanto diletto nel visitar questi luoghi che gli dolse di non averlo fatto prima, ed eccita l’amico Romano a recarvisi.

    Né solo le accennate cinque moli dimostrano l’antica importanza di Trevi, ma più Sacelli come vide lo scrittore romano erano d’attorno, esisteva un vecchio teatro, un altro si dovette innalzare nel I.° secolo, un circo di fiere par che vi fosse sui primi del III.° quando S. Emiliano fu martirizzato.

    Svetonio nella vita di Tiberio scrive che l’Imperatore non volle concedere ai Trevani di trasferire o distornare una somma legata per edificare un nuovo Teatro ai lavori di una Strada piacendogli che fosse rispettata la volontà del testatore. Secondo questo documento esisteva già un Teatro e dovette costruirsene un secondo. Combina infatti colla testimonianza della Storico un iscrizione esistente in un bel piedistallo di marmo greco che sosteneva una Statua.

    In questa epigrafe si parla di Scabillarii del Teatro che con danaro raccolto fecero erigere quel monumento di onore a Lucio Succonio personaggio illustre della famiglia Prisca che era Decurione, Consolo, Pontefice, di Trevi. Il buon Abate Giorgetti nel suo opuscolo del 1782 su Trevi, e la Madonna delle Lagrime riportando la iscrizione Succoniana, già pubblicata

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    dal Fabbretti, dal Marangoni, dal Doni Coletti ecc. Credette che i Scabillarii veteres a scaena fossero i Presidenti Anziani e deputati agli scanni del Teatro. Questa spiegazione fece credere a taluno che Trevi non potesse avere un Teatro di proporzioni così vaste da richiedere che una deputazione agli scanni fosse costituita in decurie; però quando la parola Scabillarii vogliasi spiegare secondo il suo vero significato, e riconoscere in esso un corpo di Musicisti e mimi, che avevano sotto il piede destro uno Strumento a percossa fatto a forma di scabello al di cui suono univasi quello delle tibie ed altri strumenti giocati colle mani, quando riflettasi alla voga che aveva preso questo genere di musica e di trastullo sotto Caligola che volle dilettarsene anch’esso, al carattere sacro che gli si dette fino ad attribuirle il potere di placare lo sdegno dei Numi , come Arnobio ci dice, non può recar meraviglia che alcune decurie di tali persone sollazzassero anche i Trevani in epoche di mollizie e piaceri recata dalla stessa generale prosperità e grandezza del vastissimo impero.

    Esistevano lungo il margine del Clitunno ville di piacere; nel tratto sacro del fiume godevasi dell’alterno gioco delle barche ; vi erano secondo il Venuti giuochi Clitunnali, si mandavano da questi pascoli famosi alla gran Roma Bovi di una razza così scelta che vestiti di fiori venivan recati nelle pompe trionfali come maxima victima, aveva Trevi tutte le doti dei Municipii, quindi non può supporsi che gli mancassero i Scabillarii necessarii ai ricordati spettacoli ed all’esercizio delle varie religiose ceremonie.

    Benché pubblicata più volte amo di riportare qui l’epigrafe del cippo Succoniano come trovasi scritta in bei caratteri ottimamente conservati con talune osservazioni fatte sul sasso,

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    L . SVCCONIO . L . F . PAL

    PRISCO . IiiI . VIR . I . D . Q . A .

    OMNIUM . CORP . PATR

    ITEM . TREBIS . DECVR . PONT

    IiiI . VIR . I . D . PATRON . MUN

    DECURIAE . IIII . SCABILLAR

    VETERES . A . SCAENA

    AMANTISSIMO . SVI

    EX . AERE . CONLATO . H . A . I . R.

    Manca sul lato destro, ed in ogni altra parte il nome dei Consoli, ma sembra che il contesto stesso del monumento ne indichi l’epoca; si tratta di tempi in cui tutte le dignità erano concentrate in un unico illustre personaggio, a cui quattro decurie di Scabillarii innalzarono una Statua, quindi non può molto errarsi nel congetturarla.

    Nella prima metà della quinta linea la superficie marmorea è stata indubitatamente escavata fino al punto di poter far disparire le cifre scolpite in origine, ed incidere di nuovo nel piano rozzamente abbassato le iniziali delle parole quatuorviro jure dicundo nella stessa precisa forma che trovansi già scritte nella seconda riga. Fra la indicata prima metà corrette della quinta linea e le parole intatte patrono municipii evvi pure una laguna col piano egualmente escavato. Se questa innegabile alterazione sia stata una correzione fatta dal primo ovvero una viziatura posteriore fatta da un altro scalpello non oserei dirlo.

    A me sembra che se quel grande della famiglia prisca ebbe in due Città l’autorità quatuorvirale I. D. che nei Municipii corrispondeva alla consolare non sarebbesi omesso di porre il nome della prima, come si legge scolpita la parola Trebis e molto meno posso ammettere al Doni che il cippo sia stato trovato a Terni, e parli di quel Municipio, giacché lo credo un puro equivoco di nome che avviene continuamente fra Terni e Trevi; mentre questo masso che raggiunge l’altezza

    <10>

    di m. 1,20 contro cent. 80 di larghezza nella parte sporgente non sembra verosimile che da Terni sia stato trasportato sulla cima di Montefalco dove nel 1782 il Giorgetti lo vide, e non può essere che se alludeva al Municipio ai Consoli alle corporazioni ai Scabillarii di Terni non vi si leggesse affatto nominata quella città. Il Coletti lo crede trovato in agro Mevaniensi; ma non sembra possibile che i Cittadini dell’antichissima Mevania permettessero che si asportasse a Montefalco un monumento importante. D’altronde è noto che Caligola si recò a consultare l’oracolo del Clitunno, e secondo Svetonio (43) procedette fino a Bevagna: ad visendum nemus flumenque Clitumni Mevaniam processisset.

    Da queste parole molti hanno creduto che il bosco sacro, il culto del Clitunno, la Città Lucana stasse presso Bevagna; ma ciò si oppone alla irrefragabile prova dei fatti. Presso Bevagna il Clitunno ebbe in tutti i tempi il nome di Timia. Strabone scrisse Mevania preter quam labitar Tineas et hinc parvulis schafis collectos in agro fructus devehit in Tiberim; immensi sono i documenti posteriori ed anche il Venuti conferma che il Clitunno prende il nome di Timia nel territorio di Bevagna; la stessa parola processisset indica che l’Imperatore procedette fino a Bevagna a vedere l’ameno corso del Fiume ed il bosco sacro che con ogni probabilità doveva estendersi dalla Città Lucana fino a Bevagna, giacché tutte le acque della Valle sembra che andassero col Clitunno nello stesso canale a traverso di boscaglie, prima che fosse formato il gran recipiente Teverone.

    Ma se il cippo fosse stato trovato e la Statua eretta in altra Città, maggiore forse sarebbe l’onore per Trevi, giacché tra le dignità di Succonio fu espressa quella di appartenere all’ordine Decurionale di Trevi, di esservi Pontefice, e Quatuorviro.

    Altre anticaglie sonosi in varie epoche scoperte in diversi punti del Territorio Trevano.

    Fino dal principiare del XVI secolo il dotto e ricco signore Benedetto Valenti ebbe la gloria di esser uno dei primi in Italia (come il Tiraboschi osserva) a raccogliere oggetti antichi e farne una collezione nel suo Palazzo di Trevi che soffrì qualche

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    perdita ma fu sagacemente a nostri giorni riordinata dal Sig. Conte Filippo di tal nobile prosapia. Alcuni oggetti di questa raccolta furono indubitatamente trovati lungo le rive del Clitunno presso Bovara, ed appartennero come scrisse il Venuti ai Sacelli che circondavano il Tempio. Cippi iscrizioni e teste antiche si riunirono con ottimo divisamento, e si vanno con diligente cura radunando nel palazzo comunale: qualche reliquia rimane ancora in mano dei privati, come non pochi frammenti di marmo scolpito sono stati sconsigliatamente adoperati nei fabbricati posteriori. Presso la Chiesa di Pietra rossa sotto l’interrimento di circa tre metri, si discopersero lunghi ruderi di antiche mura, pavimenti a grandi lastre, scalinate, e basi di colonne, grandi massi, tegole antiche, ossa, carboni. Nel 1751 si videro tre grosse basi di colonne: e frammenti ad ogni scavo si trovano.

    Anco nello scorso autunno 1864 in occasione dei lavori per la Ferrovia si scoprì un pavimento formato da piccolissimi mattoni murati a coltello, un muro in cui stava incassata una lapide evidentemente romana che il Liberto Filemo fece innalzare a Cajo Lafrenio della Tribù offentina, un pezzo di cornice avente nella faccia intagliata la riguardevole altezza di quasi 30 centimetri senza le parti che mancano. Essa dovette appartenere a cospicuo edificio per essere in marmo statuario di grossezza rimarcabile, ricca di ornati, disegnata con gusto e scolpita diligentemente anco con trafori.

    Queste ultime scoperte, delle quali è certissimo il luogo, confermano la verità di quanto leggesi nel codice Natalucci sugli scavi dello scorso secolo, ed aggiungono fede alla tradizione, ed ai documenti, che dicono avere esistito sulla riva destra del Clitunno nella plaga detta di Pietra rossa una antica Città romana distinta col nome di Lucana Trebiensis, la quale secondo le cronache Gualdensi fu esterminata fin dai tempi di Valente e Giuliano (361 – 378) Tempore Jualiani Apostatae et Valentis Imperatorum fuit exterminata Lucana Treviensis.

    Fù essa Città d’importanza? Qual periodo ebbe di vita?

    Se riguardasi la estenzione dei ruderi scoperti nel 1745 la

    <12>

    grandezza delle tre basi di colonne vedute nel 1731, le grandi lastre di pavimento e di scalinate, se voglia credersi col Giorgetti che nei portici della Chiesa di Pietra rossa si conservassero varie antiche lapidi, ed all’ opinione che dentro gl’ informi sproporzionati pilastri possano essere state murate le antiche colonne del tempio di Giunone, se a questa fabbrica vogliasi attribuire la bella cornice di marmo scavato nel 1861 ed anco la pietra di color rosso porfido perforata nel mezzo in cui leggevansi cifre enigmatiche, e che ebbe tanto pregio da esser conservata, e dare il nome alia contrada, può anche da questi pochi avanzi congetturarsi che considerevole fosse il tempio, rilevante il numero dei fabbricati, estesa la loro periferia tanto che saliva anche sopra la Flaminia, giacché il lungo muro scoperto nella metà dello scorso secolo stava nel terreno allora spettante al D. Emiliano Parriani.

    Non sembra che tali edifizii possano risalire al di la della dominazione romana, come già si accenno, e che abbiano durato oltre alla meta del IV Secolo; ma qualunque giudizio su questo riguardo sarebbe troppo arrischiato nella mancanza di documenti sicuri.

    Fu questa la vera Citta di Trevi in antico, dal di cui abbandono venne poi il Castello di Trevi che dilatato più volte formò poi l’odierna Citta? Alcuni lo scrissero e molti lo ripeterono. A me sembra che non possa essere.

    Si e veduto che sulla fine del II o principio del III Secolo avevano ancora i Trevani il Tempio della loro Diva tutelare sul vertice del colle: che all’epoca di Virgilio e di Plinio II era nel suo apogeo il culto del Clitunno, ed il commercio dei celebrati candidi Bovi, Nell’attual villaggio di Bovara surse una mole assai grande sacra a Giove, come l’altezza delle colonne rimaste che vanno anche sotterra addimostra. Sembra quindi più verosimile che anche in questa epoca della maggior prosperità e grandezza rimanesse ancora nella primitiva ed elevata Trevi il nucleo della popolazione col tempio della loro Diva tutelare, e con quello remotissimo di Giano, e che da questo centro si distendesse la popolazione alle due equidistanti contrade di Pietrarossa e Bovara piuttostoche supporre che formassero la vera

    <13>

    e principale Città i fabbricati di Pietra rossa col tempio di Giunone distante da Bovara cinque chilometri, e dal tempio del Clitunno e parte sacra del Fiume sette.

    Ma questi sono argomenti di probalità e presunzione che non possono indurre di certo un convincimento a fronte dei ruderi esistenti e delle opinioni ripetute di successivi scrittori.

    Sunt qui velint hanc Trebiam appellatam aliquando fuisse Lucanam Treviensem ejusqne desolata rudera conspici 300 circiter passibus ab existenti Treviensi castro distita ( Coleti Tom. X. fog. 175)

    Sembra al mio piccolo intentimento che la stessa parola Lucana Trebiensis o Treviensis indichi e supponga un altro luogo da cui siale derivato questo appellativo, come il Castrum Treviensis porta alia medesima induzione. Ma qual era questo nome da cui, e la Città bassa ed il castello trassero il loro appellativo? Molti credono Trebia, alcuni Trivium, altri Trebula; sembra che il cippo Succoniano possa togliere ogni dubbio. In esso leggesi chiarissimamente Item Trebis Decurioni Pontifici; se la parola Trebis, non e che un ablativo plurale locativo di Trebii-orum o Trebiae-arujn sembra tutto spiegato e può accordarsi ogni opinione ogni documento. Plinio nel suo Libro di Geografia non da un nome particolare di Città, ma nomina i Trebiates, Plinio II che percorse tutto il tratto del Clitunno, mentre parla delle ville di piacere che sorgevano lungo i margini del Fiume, e del bagno che il Divo Augusto aveva concesso ai Spellani, non fa cenno di una Città speciale bagnata dalle famose acque, Arnobio parla degli Dei Trebani, il frammento di lapide citato dal Marangoni parla della repubblica Trebianorum Svetonio nella vita di Tiberio dice Trebianis, nell’Itinerario gerosolimitano si usò pure l’espressione di caso plurale locativo come nel piedestallo Trebis: con questa stessa parola lo scoliaste di Giovenale indica la Città chs il Clitunno bagnava.

    « Clitumnus Fluvius qui Trevis Civitatem Flarainiae interluit ( alia exemplaria interfluit ) »

    Sembra quindi che tutto coincida a provare che i Trevani avessero un nome collettivo e che dalle originarie posizioni elevate

    <14>

    scendessero e si dilatassero a misura della crescente prosperità e sicurezza nelle parti, inferiori.

    A sostegno di questa opinione sta pure l’autorità di molti dotti scrittori. II Lucenzio nell’Italia sacra f. 1524 scrive «Trebia unde Trebiates Umbriae populi apud Plininm celebres Civitas in colle sita inter Spoletum et Fulgineum populo frequens et familiis nobiliiate claris». II Coleti nella nuova impressione dell’Italia sacra, dell’Ughellio Tom. X. f. 175 Castrum in Umbria vulgo Trevi inter Fulgineum et Spoletum in edito colle situm urbs olim fuit non ignobilis Trebia dicta a qua Trebiates Umlriae populi apud. Plimum, celebres.

    Bandran nel Lexicon geogr, Trebia quoque urbs Umbriae de qua mox Trebiates Trebiani Ausonio populi Umbriae quorum Urbs Trebia in libris conciliorum et ex Arnobio, episcopalis olim in colle inter Fulgineum sex et Spoletum novem millia passus. II Bollandio 28 Jan. Tomo II. foglio 833. Trebia urbs est Umbria; qua; nunc vnlgo, Trevi inter Spoletium et Fiilgineum in edito colle sita haud procul ab amne Clitumno. II Cellario nelle Notjzje del mondo antico, Lipsia Lib. 2. cap. 9 fog. 749 Civitas Trevis Trebia unde Plinii Trebiates in Hierosolimilano Trevis idest Trebis hodie Trevi in colle inter Fulgineum et Spoletum.

    Molti altri, latini scrittori ed italiani potrei citare che hanno creduto la Trevi, odierna essere stata la medesima Città vescovile della quale si parla nei libri dei Concilii; ma di ciò mi propongo trattare in un secondo studio relativo alia nuova era che la Fede Cristiana fece sorgere anche per Trevi tra il sangue dei martiri e la ferocia dei persecutori, la fermezza dei nuovi fedeli e l’incredulità che rodeva il paganesimo, le splendide virtù ed abnegazioni dei neofiti, ed i vizi le lascivie dei corrotti pagani..

    Intanto unisco quattro documenti già pubblicati tanto perché dal primo risulta che Pissignano appartenne a Trevi, come nella nota si dimostra, quanto per correggere i molti errori occorsi nella prima stampa, sia per la difficoltà d’interpretare gli originali, sia per la fretta con cui fu eseguita la edizione.

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  • Sindaci

    Sindaci del Comune elenco in elaborazione di una lunga serie dei PRIMI CITTADINI di Trevi, dal 2014 ai secoli passati

    Relazione del sindaco 1964

    Pagina in elaborazione

    Bernardino Sperandio, sindaco

    Bernardino Sperandio

    Consiglio eletto il 26-27 maggio 2013

    ______________________

    Commissario prefettizio Angelo Gallo Carrabba,27/3/2012 -26/5/2013

    Commissario prefettizio Carmine Valente 23/12/2011 – 27/3/2012

    Commissario Prefettizio Luigi Pizzi 2/8/20112011 al 23/12/2011

    Consiglio eletto 16/5/2011- 29/7/2011

    Trevi -Giuliano Nalli sindaco

    Giuliano Nalli, sindaco dal 6/5/2001 al 28/5/ 2006. Rieletto28/5/2006 al 16/5/2011

    Maria Amabile Muzi, v. sindaco F.F: da Maggio 2000 al 6/5/2001

    Carlo Antonini 1987- 29/5/1988 – Eletto 29/5/1988 – 6/6/1993.Rieletto 6/6/1993-27/4/1997 – Rieletto 27/4/1997-maggio 2000 eletto consigliere regionale

    Giuseppe Scoccchetti -Eletto 14/5/1978- 26/6/1983. Rieletto: Dimesso 1987

    Ugo Perugini

    Ugo Perugini aprile 1974 – 14/5/1978

    Giorgio Marcelloni

    Giorgio Marcelloni -Agosto 1967 -26/11/1972. Rieletto fino al aprile 1974

    Nelson Masci Eletto 11/6/1967 – deceduto 30/7/1967

    Commissario Prefettizio

    Anna Maria Ubaldi 2/11/1964 – 1965

    Elezioni del Consiglio Comunale del 22/11/1964

    Altre fonti (

    https://isuc.alumbria.it/dizionario-sindaci/ubaldi-anna-maria

    ) indicano le date di permanenza in carica del sindaco “da 02/11/1964 a 01/01/1965”, ma nella foto del 13/6/1965 in

    http://www.protrevi.com/protrevi/ZappCr01.asp

    la Ubaldi sta sul palco delle Autorità e probabilmente non come ex combattente.

    Giuseppe Giovannini

    Giuseppe Giovannini

    dal 6/11/1960 al 22/11/1964 –

    Vedi:

    Giulio Donati Vice sindaco f. f. dal —- al 6/11/1960

    Gino Paglioni

    Gino Paglioni

    dal 6/10/1946 al

    Relazione del sindaco 1952

    Elezioni del ConsiglioComunale 6/10/1946

    Giuseppe Bonilli commissario prefettizio dal 18/4/1945 (St. 377)

    Orfeo Eupizi Brunamonti, colonnello di cavalleria in congedo, Sindaco facente funzione.da luglio1944 (St 375)

    Nominato dal “Comitato di Liberazione” composto da 22 membri, costituitosi nel giugno 1944 sotto la presidenza di Orlando Tardini di Foligno.

    Leobino Gori, Podestà dal settembre 1942 fino al luglio 1944

    Commissario Prefettizio cav. Amilcare Boccolini

    Dante Zappelli, Podestà dal 9/12/1935 al marzo 1941

    Ufficiale di artiglieria, allo scoppio della guerra, parte volontario

    Michele Balducci,maggiore dei Carabinieri a riposo, nominato commissario prefettizio nel 1935

    Filippo Dominici

    Filippo Dominici

    , sindaco dal settembre 1924, poi podestà. riconfermato il 17/3/1932 (Zenobi 87.pag 360)

    Eletto il 24/8/1924 (St. 350)

    Assessori effettivi: NelloTurbini Bonaca, Sante Falchetti, Guido Zappelli, Leobino Gori.

    Assessori supplenti: Carlo Francesconi e Guido Befani.

    Consiglieri: Carlo Zappelli, Ugo De Angelis Ricciotti, Giacomo Riccioli, Ferdinando Elefante, Giuseppe Martelli, Oreste Donati, Dante Falchetti, Giuseppe Ciarletti, Angelo Mantucci, Remo Agostini, Nazzareno Canulla.

    Filippo Dominici, nato 1883, dottore in chimica.

    Dimissioni del consiglio comunale. Dal 2/2/1923 al 30/9/1924 il Comune fu retto dal Commissario prefettizio cav. Asterio Agostinucci.

    Alfio Falchetti, sindaco (1922).

    Assessori effettivi: Giuseppe Bonilli, Nicola Cavaldesi, Carlo Francesconi, Alessandro Zappelli

    Assessori supplenti: Vincenzo Giovannini e Tommaso Nardi.

    Consiglieri: Emilio Bonaca, Carlo Bonilli, Francesco Gaudenzi, Giovanni Bartolomei, Gaetano Ciarletti, Diamante Pacchiarini, Raniero Cerquiglini, Francesco Catalucci, Vincenzo Giuliani, Antonio Gaspari, Angelo Tetti, Rufino Marcelloni, Sabatino Muzi.

    27/5/1920 Teobaldo Capacci, Commissario Prefettizio fino alle nuove elezioni del 12/9/1920

    _____________________

    Tommaso Valenti, Sindaco dal 1895 (

    Zenobi 1987

    , pag

    1920, Per protesta a causa di insufficiente quantità di grano assegnata a Trevi, si dimette con gli assessori Vincenzo Fontana, Giuseppe Natalucci, Alfonso Brunamonti, Dario Zenobi, Diamante Mantucci.

    _____________________________________

    1861 Angelo Natalini (Squadroni, Il Fondo Archivistico delle Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Bneficenza del Comune di Trevi (1549-1983). 1990)

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    Vicenda storica

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  • I Cattanei Lombardi a Trevi

    I Cattanei Lombardi.1 di Trevi

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    2- I Cattanei Lombardi e i Lombardi.1

    I Cattanei Lombardi di Trevi -INDICE

    Fonti storiche

    I Cattanei Lombardi a Trevi

    Esodo dei Cattanei Lombardi

    Documenti allegati Bibliografia

    A questo punto è necessario fare una sintesi di quanto sono riuscito a trovare nella mia ricerca sui Cattanei e sui Cattanei Lombardi .

    In “Battaglia, Salvatore(6), i Cattaneierano Signori di un castello, vassalli, capitanei di castella, ma il nome deriva sostanzialmente dal latino capitaneus = capitano. Riporta anche una definizione di Muratori, L.A.: “questi Conti rurali e Nobili vassalli cominciarono a fondar castella, rocche e fortezze ne’ campi, ville, corti e poggi di loro ragione, e però furono ancora chiamati “castellani”, “Cattani”, eziandio col nome di capitaneus abbreviato”.

    Vedi Borghini, V.: “questo (la parola Nobile) era una spezie di particulare signoria, com’è quella di marchese, di conte ed altri tali; e per avventura assai simile a quelli che in certi luoghi (come ha ogni paese le sue proprietà) si chiaman valvassori o baroni, ed a noi ed altri cattani, ma erano di men dignità questi ch’è conti; se ben anche egli avean castella e tenute e vassalli”.

    Ancora in Villani, G. :” I Fiorentini andarono ad oste al castello di Combiata…..il quale era de’ cattanei della contrada che non voleano obbedire il comune e facevano guerra”.

    Vedi Malispini : ”poi vi vennono i Bondelmonti, ch’erano gentili uomini cattanei di contado”.

    In Tasso: “mettiamo dunque da l’un de’ lati il papa, il cardinale … da l’altro l’imperatore, il re, il duca, il principe, il marchese, il conte, il capitano e ‘l cattaneo”.

    Ancora in Pascoli: “nel 1242, un lombardo podestà di Lucca, Guiscardo Pietrasanta, venne in Versilia a castigare i cattani discordanti e ribellanti, e disfece Gomielli e Montemagno, e fece Pietrasanta e Campomaggiore”.

    Nel Dizionario della Lingua Italiana, di Tullio De Mauro, il vocabolo Cattaneo è classificato come vocabolo obsoleto, etim. del XIII secolo, dal latino Capitanum; è il Signore di un Castello, Vassallo, Capitano. Il Vocabolo Lombardo è usato anteriormente al 1294, con sincope, come derivato da longobardo, e indica “della Lombardia”. Come basso uso indica anche “dell’Italia settentrionale oppure longobardo”.

    Colgo l’occasione per ricordare al lettore anche il termine gastaldo, vocabolo di origine longobarda. In latino castaldus o gastaldus, era l’amministratore locale della corte del Re, cioè curava localmente gli interessi del Re, dipendeva direttamente da lui ed era alle volte anche contro i governanti locali.

    6) BATTAGLIA, Salvatore, grande dizionario della Lingua Italiana, Utet, Torino – Interessante perché alla voce ricercata, raccoglie molte citazioni.

    Una annotazione antica si trova anche in Severi Minervii – de rebus…Spoleti . manoscritto riportato da Sansi (in cui parla della lotta fra Trevani e quelli di Cammero ed Ursano, a pag. 34 (7), scrive : “ Cum his postea, anno Christianae Salutis MCCLXXIV, die VII martij, pax inita fuit, et Lombardi nobiles treviates, qui tali cognomento dicebantur, ad Spoletinos defecerunt, a quibus civitate donati fuerunt”.

    Sembrerebbe quindi poter affermare che i Cattanei erano Castellani di Campagna, che esercitavano anche i compiti del governo alla stregua dei conti, ma su un territorio più piccolo e meno densamente popolato delle cittadine sede di Contee o ducato.

    In qualche altra località si trovano ancora, benché raramente, altri Cattanei, senza che venga ad essi aggiunto l’attributo di “lombardi”: avviene in Toscana, in Lombardia ed anche in Capitanata. Si ha l’impressione che ci si riferisca sempre a signori, capitanei difensori di località minori, ma sempre di zone agricole e con castello idoneo a difendere signori, coltivatori e raccolti dalle offese degli altri.

    7) SANSI, Achille, Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre, Foligno, 1879, già citato, vedi bibliografia.

    Sono importanti anche le conclusioni cui erano arrivati alcuni storici del passato. Bianchi Giovini nella sua Storia dei Papi , riferendosi all’XI secolo, scrive che “dei Longobardi originari ne rimanevano pochi perché la loro razza si era mescolata con quella italiana e così fusa continuava ed essere chiamata Lambarda”. Osserva anche che “dopo Carlo Magno, tedeschi di varia provenienza attirati dalla bellezza e dalla dolcezza del clima dell’Italia, la invasero in cerca di ventura divenendo conti, duchi e vescovi, e fondendosi anch’essi successivamente con la popolazione del luogo” (8). In particolare “la prosperità della Lombardia primeggiava per la coltura, la ricchezza, il commercio, il progresso agricolo e le arti, ed i Lombardi la vantavano come il Giardino d’Italia. Ridesto era anche lo spirito militare e guerriero per cui i Lombardi avevano già fama di valorosi (9), e passavano per essere fra i migliori combattenti dell’epoca, e costituendo per molto tempo i migliori reparti fra quelli usati in Italia dagli Imperatori”.

    8) BIANCHI-GIOVINI, Aurelio –Storia dei Papi, ed. Bettoni, Milano, 1866, vol. II, pag. 611: riferentesi al periodo dell’810 circa; “ In Italia, de’ Longobardi originari pochi più ne rimanevano, e quelli che d’ora innanzi chiameremo Lombardi erano di razza italiana, la quale sotto il governo de’ Longobardi essendosi mescolata con loro, aveva preso costumi nuovi. Posciaché Carlo Magno si impossessò della Italia, Tedeschi di varie nazioni la inondarono, attirati dalla bellezza del paese e dalla dolcezza del clima, e si sparsero qua e colà in traccia di fortuna, gli uni diventando conti e duchi o vescovi, gli altri attaccandosi a vescovi o duchi o conti ; ma tutti si fondevano in breve colla popolazione precedente che era la più numerosa”

    9) BIANCHI-GIOVINI, opera citata, vol III , pag. 411.

    “Dopo la nobiltà maggiore dei Conti e Duchi, la nobiltà feudale lombarda era divisa nelle due classi dei Capitanei e dei Valvassori. I Capitanei originariamente erano gli esattori del fisco regio (captanei). Dopo la morte di Carlo il Grosso e con le lotte contro gli Ungari, questi Capitanei incominceranno a fabbricare Castelli e per difendersi diverranno castellani e prenderanno il titolo di conti del loro villaggio e del loro distretto, iniziando poi a far valere diritti sulle vicine città. I valvassori rimasero nobiltà rurale di secondo ordine ricevendo i beni dai Capitanei e divenendo in pratica loro dipendenti “

    (10)

    .

    10) BIANCHI-GIOVINI, opera citata , vol. III, pag. 277.

    Descrizioni molto simili si trovano in Carlo Rosmini (11).

    Per quanto riguarda l’attributo di “lombardus”, ottima descrizione si trova in Sansi (12), : “le città nel primo tempo del loro affrancamento (apparirebbe nel 1077 per Spoleto), per essere le campagne divise fra feudatari, si trovavano rinchiuse fra i castelli di quelli, e il loro piccolo territorio, avevano il confine a breve distanza dalle porte. Quello di Spoleto non si stendeva troppo oltre il così detto circuito della città, di cui il limite corre, poco più poco meno, presso a due miglia dalle mura; perché non appena si esca da quella cerchia, si trovano le rovine ed i nomi di alcuni vecchi castelli. Ma non passò gran tempo che di necessità questo cerchio si allargò con l’acquisto di nuovi territori ché coloro da cui erano posseduti, o per se stessi o sforzati, sottoposero alle città. E questi Signori, nobili, cavalieri (miles, conti rurali, cattanei, ed anche lombardi chiamati, con manifesto ricordo della origine loro, o per discendenza, come sovente anche dai nomi si vede, o per eredità, o per acquisti, longobardizzati, o franchi o tedeschi, i quali col procedere del tempo o con lo svolgersi dell’ordine feudale, erano stati investiti di giurisdizioni, sopra i luoghi o sopra gli uomini che possedevano … .ma quelle cento torri che Federico I° imperatore annoverò nella vinta ed arsa città (Spoleto)…cioè quelle cento case turrite di nobili, mostrano che nel 1155 la maggior parte di quelli acquisti erano stati fatti, e che quasi tutti quei conti rurali erano entrati, co’ semplici militi, con gli uomini liberi e co’ mercadanti ed artieri più agiati a formare il Comune…”.

    Un Amico Storico Insigne mi ha suggerito che in ogni caso occorre sempre tener presente che “i Lombardi del XIII secolo indicano una provenienza settentrionale o più sicuramente lombarda, ma non sono necessariamente connessi con origini longobarde. E certo che i Lombardi erano allora presenti come cognome in varie parti d’Italia e sembrano attestare una provenienza geografica più che di carattere gentilizio o politico-sociale… pertanto ogni rapporto con la dominazione longobarda dopo la fine del X° secolo…è da usare con molta cautela.

    11) DE’ ROSMINI Carlo, dell’Istoria di Milano, Monini e Rivolta, Milano, vol. I,pag. 67 : “Desiderando Carlo Magno d’indebolire l’autorità dei Vassalli col dividerla, creò un’altra nuova dignità e fu quella dei Conti rurali, che amministravano alcune parti del contado alla città sottoposto, che prima governate erano da’ duchi e da’ conti urbani. Si è già detto che i Carlovingi conservarono in Italia la stessa forma di governo che vi avevano trovata”. Ed ancora a pag. 103: “ “Nel secolo precedente (XI) erasi stabilita nel Regno Italico una dinastia di Vassalli composta da tre ordini. Il primo comprendeva i Duchi, i Marchesi, i Conti, i Vescovi e gli Abati de’ più cospicui Monasteri. Costoro riconoscevano immediatamente dal Re o dall’Imperatore i loro feudi e le loro dignità, e sdegnavano di sottoporsi a qualunque altra autorità intermedia e la denominazione avevano di Ottimati o Magnati. Questi Magnati per procacciarsi un numero di seguaci o di fautori nelle pubbliche comparse e nelle guerre, concedevano in Feudo ad alcuni nobili di private famiglie castella e terre, e li nominavano Valvassori Maggiori, ed eziandio Capitani, altrimenti detti Cattanei e Militi….”.

    12) SANSI, Achille, Storia del Comune di Spoleto , parte I,.Foligno, edizione anastatica del 1972, pagg. 9-10

    Ed ancora : Cattanei poi è denominazione che sottintende il termine Capitaneus o Capitanei, di derivazione militare accertata e non di rado in connessione con i Bizantini…. Capitanei erano esponenti militari bizantini operanti a lungo specie nelle regioni meridionali italiane ove la presenza bizantina si è mantenuta più a lungo(13).

    Cammarosano (14), parlando di leggi, consuetudini e leggi longobarde di lunghissima permanenza, conferma che queste interessarono anche altre regioni fra il X e XI secolo oltre al Friuli longobardo, con l’emergere delle aristocrazie locali, le quali si richiamarono sovente a tradizioni longobarde in segno di distinzione, come “i Lombardi della Toscana”.

    Illuminato Peri,tratta la questione delle Colonie “Lombarde” in Sicilia, in Boll. Storico-Bibliografico Subalpino,1959; si parla di questi impianti di cittadini lombardi trasmigrati, e studiati soprattutto per l’influenza del loro linguaggio su quello siciliano.

    13) GATTO, Lodovico – vedi bibliografia

    14) CAMMAROSANO, Paolo, Storia Medievale dal VI all’XI° secolo, editore Il Giornale, Biblioteca Storica, Milano, 2006, pagg. 16-17,

    Queste migrazioni o trasferimenti, furono allora favoriti dal potere per ricomporre, ad esempio, perdite umane per le più varie cause: epidemie o terremoti devastanti, utilizzo per opere di bonifica od edili, oppure, ad esempio, per allontanare gruppi maomettani dalla Sicilia normanna, per la loro litigiosità locale ed loro trasferimento a Lucera. Ricordiamo anche i maestri comacini. Qualcosa di simile potrebbe essere accaduto anche in Umbria, per i più vari motivi. E’ comunque un problema da studiare più a fondo (15).

    Da ricordare anche immigrazioni per militari rimasti in loco, immigrazioni favorite da esodi (maomettani in Sicilia, Bizantini in Italia centro-orientale), conseguenti a depauperamento delle popolazioni per pestilenze e terremoti, o da trasferimento di gruppi di costruttori settentrionali o di coltivatori organizzati. Rammentiamo, ad esempio, S. Angelo dei Lombardi o comunque altre località che hanno mantenuto il loro nome originario, come S. Agata dei Goti!

    In ogni caso mi sembra realistico poter accettare che i cattanei lombardi si confermarono localmente come agricoltori, proprietari terrieri, forse anche bonificatori di una valle degradata, o anche per ereditarietà militare, organizzatisi poi a valida difesa indipendente, con “castra” propri.

    Una valutazione indiretta sulla definizione di Lombardi, trovo in Cammarosano. All’epoca di Enrico IV e del Langobardicus iudex , esercitante la giustizia imperiale a Lucca nel 1081, a pag.293, nella nota 41, scrive: “Nella figura del Langobardicus iudex ravvisiamo sia un esponente di quelle componenti aristocratiche che si dissero in Toscana Langobardi, Lombardi, sia un iusdicente che agiva in base alle leggi longobarde”(16).

    15) PERI, Illuminato,la questione delle Colonie Lombarde in Sicilia,in Boll. Storico- Bibliografico Subalpino, 1959.

    16) CAMMAROSANO, Paolo, op. citata, pag. 293.

    Nella Storia della Costituzione dei Municipi Italiani di Carlo Hegel,Guidoni,Milano-Torino, 1861(17) a pag. 233, vieneriportato un riassunto di affermazioni di Carlo Troya, che a mio giudizio dà elementi importanti allo studio dei “cattanei lombardi”.

    Hegel scrive: “A Troya non sfuggì che i Longobardi sin dall’inizio abitarono nelle città…e sarebbero da considerare come cives (§95 e 210)……finchè , distrutta per mezzo degli Ottoni la preponderanza dei Franchi

    in Italia, i Longobardi si riunirono con gli abitanti in un Comune nuovo, donde poi l’opinione che gli Ottoni abbiano fondata la libertà municipale (§256) …Dopo la conquista Franca, è sua opinione (di Troya), la maggior parte dei grandi Longobardi, per schivare i Franchi, si ritirò dalle città e divenne nobiltà di campagna, onde la spiegazione dell’essere indicati più tardi come Lombardi (§ 208).

    Nella Storia d’Italia del Medio Evo, di Carlo Troya, Stamperia Reale, Napoli, 1844, nel vol. I, parte V, § XXXI (18), anno 576viene scritto: – “Se i Longobardi ai tempi dei duchi abitassero nelle città d’Italia” – “L’antichissimo costume dei Germani del vivere in borgate, dispersi per la campagna, durò appo i Longobardi per lunga stagione in Italia…….I Longobardi, se abitavano in città, non tralasciavano d’avere, anche in campagna la loro sede. Le famiglie più nobili dell’Italia Longobarda discendono da’ cosiddetti Lambardi o Lombardi, che nei seguenti secoli non più vivevano in borgate, ma in castelli e rocche munitissime fuori delle città. Molti di questi Lombardi si chiamarono altresì Conti rurali, che sovente infestarono ed afflissero le città: poscia le città divennero più forti ed osteggiarono i Lombardi; ma quei tempi non sono ancora venuti, e negli altri onde ora si parla, i Longobardi si teneano la più parte in borgate nelle campagne vicine alle città”.

    E più avanti a pag. CCLXXXV , anno 798,§ CCVIII “ I Lombardi o Longobardi per eccellenza”: “Fino da questa età, fosse odio contro i Franchi o desiderio di liberarsi dagli occhi dei vincitori, non pochi magnati Longobardi cominciarono ad abbandonare la città, riducendosi a vivere nelle loro più remote campagne. Ivi di mano in mano vennero edificando i castelli e le rocche, onde nei secoli seguenti si videro coperte fino le sommità degli appennini,……. Ho detto (riferendosi al § XXXI sopraddetto), che i Signori di tali Castelli chiamaronsi dappoi Conti Rurali, e Lombardi, cioè Longobardi per eccellenza”.

    E a pag. CCLXXXVI, anno 798, § CCIX, “Se questi Lombardi od Ottimati Longobardi si chiamassero semplicemente abitatori di un luogo “: ”Così anche,dopo lunga età, s’appellarono in una lor carta del 1115 i Marchesi Estensi, cioè, semplici abitatori d’Este….In una carta del 969 leggesi, che alcuni Longobardi, abitatori di Teano, presero a lavorar terre col patto di dovervi risiedere per ventinove anni (in Federici, De’ Duchi di Gaeta, Napoli, 1791, p. 243): costoro non erano certamente né Signori, né Lombardi…..” Tutte queste documentazioni, ed in particolare quelle portate da Carlo Troya, storico napoletano, sono di un certo rilievo e ci permettono di poter arrivare a importanti conclusioni.

    17) HEGEL, Carlo, Storia della Costituzione dei Comuni italiani, Guidoni, Milano, 1861, pag. 233.

    18) TROYA, Carlo, Storia d’Italia del Medioevo, Stamperia Reale, Napoli,1844, vol I°, paragr. 31, anno 576, e segg

    Cittadini di Trevi e C.Ritaldi dal 1200 al 1325

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    072-5

    Note

    1) Nella epigrafia locale e in molti documenti è chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che è già difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie.
    Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)

  • Cattanei Lombardi – Fonti storiche

    I Cattanei Lombardi.1 di Trevi

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    1 – FONTI STORICHE

    I Cattanei Lombardi di Trevi – INDICE

    I Cattanei Lombardi e i Lombardi

    I Cattanei Lombardi a Trevi

    Esodo dei Cattanei Lombardi

    Documenti allegati Bibliografia

    La fonte storica basilare che ci ha rivelato l’esistenza dei Cattanei Lombardi di Trevi, sono tre Manoscritti, di cui in seguito parleremo tante volte: i più importanti sono le due pergamene dell’anno 1260, 25 Marzo, catalogati nel Reg. 48 (allegato 2) e Reg. 49 (allegato 1) dell’Archivio antico del Comune di Spoleto, e quello dell’anno 1254, 19 Giugno, Inventario fgl. 96, (allegato 3) dello stesso Archivio Antico del Comune di Spoleto ed oggi conservati presso l’Archivio di Stato di Spoleto. I lavori di tutti gli storici che successivamente li hanno ricordati partono dalla conoscenza di queste tre pergamene, senza la conservazione delle quali nulla conosceremmo dei nostri Cattanei Lombardi di Trevi.

    I Cattanei Lombardi di Trevi probabilmente vissero a lungo nella valle del Clitunno; la citazione storica successiva più antica e più facilmente accessibile è quella di Durastante Natalucci; la sua monumentale: “Historia Universale dello Stato temporale ed ecclesiastico di Trevi -1745”, solamente oggi è stata resa disponibile a tutti dalla attività di storico dell’Avv. Carlo Zenobi con la collaborazione di Franco Spellani. Il Natalucci, nella descrizione di alcune famiglie di Trevi, presenti nel 1745, indica anche quella della famiglia Lombardi, intorno alla quale scrive:

    “La Famiglia Lombardi della balia di S. Emiliano, di cui questo ne soggiunge il Campana:Nobiles Lombardi sunt Nobiles de Castri Ritaldorum et venerunt ex Volterra Aetruriae civitate hoc pacto: Anastasius Lombardus nobilis volterranus et heros Loctarii II Imperator petiit Trevium quando ipse Lotarius venit ad compescendum motus contra Innocentium coortus altero pontifice electo et ibi plantavit familiam de Lambardis et evasit nobilis et illustris famiglia, et, ultra alios viros magnificos, habuit cardinalem qui fuit vir officiosus et eruditus(2). (non dobbiamo in proposito dimenticare che Papa Onorio II nel 1127, aveva conquistato Trevi!). “E non solo da più secoli è stata nobile di cognome et arme, che scorgesi nella Chiesa di S. Emiliano e di S. Francesco, nella loro casa ed altrove; ma una volta ne fu ricca e potente e molto considerata dalla città di Spoleto, ravvisandosi che i suoi soggetti, nel 1258, cederno a Lei il Castello di Castel Ritaldi e l’altro contigui detto del Poggio. Del 1260 si pacificarono con essa venendo alle seguenti considerabili convenzioni”.

    E dal Natalucci viene trascritto il conosciuto manoscritto del 25 Marzo 1260 (allegato 1), di cui avremo più volte occasione di parlare, ma che per la verità riguarda i Cattanei Lombardi di Trevi e la città di Trevi e non quelli di Castelritaldi (di Anastasius Lombardus, per intenderci). È bene precisare che i cattanei lombardi di Castel Ritaldi sono invece compresi nel manoscritto del 1254, 19 Giugno, foglio 96 dell’Inventario, con i suoi allegati, il quale contiene elencati i nomi di detti cittadini che firmano la donazione del Castello di Castel Ritaldi e del Poggio, al Comune di Spoleto (allegato 3).

    Studiando l’elenco dei 37 nominativi di Castelritaldesi che firmano questa cessione, notiamo che solo due di essi, Bartholomeus d.ñi Manentis e Valterius Petrucci, si qualificano “lombardus de Castrolitaldi”, mentre tutti sarebbero dovuti apparire come Cattanei Lombardi od almeno Lombardi di Castel Ritaldi.

    Ma occorre fare due ulteriori precisazioni:

    1°) Non è possibile che gli 84 Cattanei Lombardi che figurano nei due manoscritti del 1260, riguardanti Trevi, siano tutti discendenti dell’Anastasius lombardus del 1137 da Castel Ritaldi: 84 cattanei sono 84 focolari e con i famigliari, almeno 300 persone! Anastasius non può in poco più di 100 anni avere già una tale discendenza diretta.

    2°) Nessuno dei Lombardi che figurano nel manoscritto del 1254, elencante cittadini di Castel Ritaldi, figura poi nei due manoscritti del 1260 (sei anni dopo).

    Nei manoscritti del 1260 è indicato chiaramente che: “d.ño Sivino d.ñi Philippi simi syndico et procuratori Capitan. Lombardorum et naturalium Capitan. Castri Trebi et ipsis capitan. Lambardis” e nella procura: «ab ipsis Capitaneis et lambardis, et a naturalibus filiis ipsorum»(3).

    La genealogia dei Cattanei Lombardi secondo il Campana dovrebbe essere quella riportata dal Natalucci, ma per questi citati motivi a me appare molto dubbia. La verità è che mancano ricordi storici precisi riguardanti la regione, relativamente al periodo dal VI al XIV secolo; dobbiamo riconoscere che anche Natalucci non disponeva nel 1730-1740 di molte memorie più di noi.

    Achille Sansi, nel XVIII secolo, con la sua attività di studioso delle memorie patrie spoletine, ha compiuto un’opera che è stata alla base di ogni studio di Spoleto e Trevi medievali, prima della volgarizzazione dell’opera del Natalucci.(4)(5)

    Più recentemente l’Avv. Carlo Zenobi ha compiuto un ulteriore studio raccogliendo tutte le conoscenze storiche su Trevi del dopo Natalucci, fino alla 2^ guerra mondiale; con altra pubblicazione ha raccolto anche tutte le memorie più antichefino al 1200 (vedi bibliografia).

    1) NATALUCCI, Durastante, Historia universale dello Stato temporale ed ecclesiastico di Trevi – 1745, a cura di Carlo Zenobi, con la collaborazione di Franco Spellani, Ed. dell’Arquata, Foligno, 1985, pagg. 773-776.

    2) CAMPANA, Fanusio, degli Uomini e Famiglie illustri d’Italia, nella biblioteca dei Filippini di Roma, al n° 23, lettera H, riportata in Natalucci, op. citata, bibliografia, foglio 1227, pag. 825. Il Capitaneo Anastasius Lombardus, cives volterraneus. Viene dichiarato “lombardus” ma porta un nome che potrebbe far sospettare una origine non Longobarda, né dell’Italia settentrionale, né toscana. Potrebbe essere di origine bizantina, detta comunemente anche greca. l’imperatore Lotario occupava evidentemente Volterra, già della Contessa Matilde, a dispetto degli Hohenstaufen che ne rivendicavano il possesso. Anastasius potrebbe essere volterrano, ma discendente da famiglie di comandanti bizantini che nel 1100 conservavano ancora punti di appoggio lungo le coste tirreniche. Perché quando l’Imperatore si accinge a rientrare in Germania (1134-35 circa),egli si reca a Castelritaldi, prossima alla regione chiamata Normannia? Ma è possibile anche che fosse Volterrano di nascita e considerato per questo lombardus. E perché non rimane a Volterra, o non segue l’Imperatore? A Castel Ritaldi sarà andato come pensionato, oppure inviatovi per un accordo fra il Papa e l’Imperatore? Trevi era sicuramente gastaldato ancora nel 1122. Nelle Carte del Monastero di Sassovivo, nell’anno 1141, si parla di “curte de trebi”. Oppure “Anastasius lombardus” aveva già legami di famiglia con i Cattanei Lombardi di Castel Ritaldi o di Trevi? Questa rimane la spiegazione più seducente: quando l’Imperatore rientra in Germania, egli raggiunge i suoi correligionari longobardi o lombardi che facevano gli agricoltori ed i castellani in alcune località della valle del Clitunno. Poteva anche provenire originariamente da Castel Ritaldi. Per inquadrare meglio le cose, riporto quanto è scritto nel Dizionario dei personaggi storici, AA.VV, editore Zanichelli, Bologna, 1961, pag.183, e riferentisi a LOTARIO II di Suplimburgo (1060-1137), Imperatore … fu a capo dell’opposizione sassone contro la Casa di Franconia, acerrimo avversario di Enrico V e di Federico di Waiblingen e di Hohenstaufen, duca di Svevia. Dopo la morte di Enrico V (1125), dal partito papale fu eletto Re di Germania nella Dieta di Magonza. Dopo aver sostenuto una lunga guerra contro gli avversari tedeschi, scese in Italia per cingervi la corona imperiale e risolvere il problema fra l’antipapa Clemente II, appoggiato da Ruggero II di Sicilia e Papa Innocenzo II, da cui ebbe in compenso la corona imperiale nella Basilica Lateranense (1133) e l’investitura dei beni Matildini. Tornato in Germania ottenne la sottomissione definitiva degli Svevi (1135) e poté tornare in Italia , dove rafforzò il dominio tedesco nell’Italia settentrionale e respinse Ruggero II il Normanno in Sicilia Nello stesso anno rientrerà poi in Germania, ove morirà. Per lo stesso personaggio vedi eventualmente anche Dizionario Universale del Medioevo,di Mattew E. Bunson.

    3) SANSI, Conte Achille, Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre, Foligno, 1879, in edizione anastatica promossa dall’Accademia Spoletina nell’anno 1972, 2^ parte, pag. 312 e nota.

    4) SEVERI MINERVII, Spoletini civis, De rebus gestis Spoletinorum,atque antiquis monumentis Spoleti, è un manoscritto del 1600, che viene trascritto nel Sansi, A., Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle memorie Umbre, Foligno, 1879,ed. anastatica 1972, a cura dell’Accademia Spoletina, pagg. 9-107. Non so se sia stato integralmente pubblicato dopo la trascrizione di Sansi. Sono comunque rare le citazioni riguardanti Trevi: a pag. 28 citazione del Duca Teopoldo (vedi nota di Sansi); a pag.34 problemi con Cammero e Ursano, e vengono citati: “et Lombardi nobiles treviates, qui tali cognomento dicebantur”; pag.46, fra le famiglie nobili di Spoleto ricorda solamente: “Ritaldi, a quibus Ritaldorum castrum dicitur”; a pag. 49, fra i castelli soggetti a Spoleto cita: “anno d.ni MCCLIII castrum Ritaldorum Spoletini habuerunt a Lambardis nobilibus de Trevio” (mentre, per la verità la ebbero dai Lombardi di Castel Ritaldi), a pag. 52 guerra fra Spoleto e Trevi con intervento di Perugia e Foligno a favore di Trevi.

    5) PARRUCCIO ZAMPOLINI, Frammenti degli Annali de Spuliti, dal 1305 al 1424, manoscritto, custodito all’Archivio di Stato di Spoleto, e trascritto anch’esso nel Sansi, Achille, documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre, Foligno, 1879, in edizione anastatica del 1972 a cura dell’Accademia Spoletina, pagg. 111-170. Fra le citazioni: pag. 111, pag.134 (1395) Trevani e Biordo Michelotti; pag. 168.: (1417) cita fra i “nobili di Castri litaldi – Johanni de ciccu de corrado de castiritalli, cum filiis parvulis”. Fra le numerose citazioni di cittadini, di Spoleto e di fuori, nessuna citazione di Trevani né di cattanei lombardi.

    Cittadini di Trevi e C.Ritaldi dal 1200 al 1325

    Ritorna alla Famiglia Lambardi

    072-5

    Note

    1) Nella epigrafia locale e in molti documenti è chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che è già difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie.
    Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)

  • Cattanei Lombardi – Bibliografia

    I Cattanei Lombardi.1 di Trevi

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    Bibliografia

    I Cattanei Lombardi di Trevi -INDICE

    Fonti storiche

    I Cattanei Lombardi e i Lombardi

    I Cattanei Lombardi a Trevi

    Esodo dei Cattanei Lombardi Documenti allegati

    AA. VV. Le Carte dell’Abbazia di S. Croce di Sassovivo – dall’anno 1023 al 1231 – in VII volumi a cura di Cencetti, G. -Petronio Nicolai Giovanna, V. De Donato, R. Capasso, A. Bartoli Langeli, A. De Luca; attualmente sono stati pubblicati VII volumi, a cura della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università di Roma, Olschki, Firenze,1973-1983.*
    ALIGHIERI, Francesco Antiquitates Valentinae (Trevi) – Roma, 1537.*
    ARCHIVIO DI STATO DI PERUGIA – Msc. 24 FEBB. 1295 – Perg. N° 11 del Fondo Corporazioni religiose soppresse. Riguarda questioni sorte fra l’Abate Ruggiere del Monastero di S. Pietro in Bovara e gli Eremiti del dipendente Monastero di S. Croce in Valle dell’Aquila.*
    ARCHIVIO DI STATO DI SPOLETO Msc. 25 MARZO 1260 – Reg. fogl, 49 – “Federazione di Spoleto con i Cattanei Lombardi di Trevi”.* Msc. 25 MARZO 1260 – Reg. fogl, 48 -“Federazione di Spoleto con i Cattanei Lombardi di Trevi”.* Msc. 9 MAGGIO 1274 . Memor. fogl. 66 – “Ratifica condono e pace defin. fra Trevi e Spoleto, dopo i fatti di Cammoro ed Orsano”.*
    BALDACCINI, Feliciano Il msc. 257 alla Biblioteca Comunale di Foligno : atti di Corrado Trinci – in Bollettino Storico della Città di Foligno, XI.1987,pagg. 39-54.*
    BARTOLI LANGELI, Attilio Documenti della guerra fra Perugia e Foligno del 1253-1254, in Boll. della Deputazione di Storia Patria per l’ Umbria, LXIX, 1972, pagg. 1-44.*
    BARTOLI LANGELI, Attilio Codice diplomatico del Comune di Perugia, Deputazione Storia Patria per l’Umbria,Perugia, 1983-1991.*
    BARTOLI, N. e LATTANZI, Bernardino Gli Stemmi delle Famiglie “nobili” e “civili” di Foligno, in Boll. St: della Città di Foligno, XVII(1993), pagg.119-145.*
    BARTOLINI, Clemente Carteggio fra Clemente BARTOLINI e Ariodante FABRETTI – 36 fotogrammi di detto Carteggio scritto fra il 1840 ed il 1843 e riguardante anche i Podestà del Comune di Trevi – manoscritto con scrittura spesso di difficile interpretazione. *
    BATTAGLIA, Salvatore Grande Dizionario della Lingua Italiana, Utet, Torino 1975.*
    BELLUCCI, A. I Palazzi della Comunità di Perugia nel sec. XIII, in Boll. Deput. St. Patria Umbra, v(1899), 793-797. ( a proposito di. Di Madonna Dialdana di Perugia).*
    BENAZZI, Giordana note sui dipinti di facciata e sulle facciate dipinte nel centro di Trevi, in Boll. St. della Città di Foligno, XI (1987), pagg.440-447.*
    BIANCHI-GIOVINI, Aurelio Storia dei Papi , Bettoni, Milano , 1866, 9 volumi.*
    BONOMI PONZI, Laura Appunti sulla viabilità dell’Umbria antica, in Boll. St. della Città di Foligno, IX (1985), pagg. 327-343.*
    BRAGAZZI, Giuseppe Compendio della Storia di Foligno – Foligno, 1888, in anastatica Forni, Bologna.*
    BROZZI, Mario Una Croce aurea Longobarda scoperta nel territorio di Foligno, in Boll. St. della Città di Foligno, XIV (1990), *
    BUNSON, Mattew E. Dizionario Universale del Medioevo,Newton & Compton,Roma,2002, pag. 426.*
    CAMMAROSANO, Paolo Storia dell’Italia Medievale dal VI al XI secolo – Laterza, Roma-Bari, 2001.*
    CAMPANA, Fanusio Degli Uomini e Famiglie Illustri d’Italia, nella biblioteca dei Filippini di Roma, al n° 23, lettera H (cit. Bibliogr. Natalucci op. citata).*
    CAMPELLO, Conte Bernardino Historia di Spoleto, Roma, 1672, (parzialmente in ed. anastatica)*
    CAPASSO, Riccardo Libro dei Censi del Sec. XIII dell’Abbazia di S. Croce di Sassovivo, Perugia, 1969.*
    CAPPELLI, Adriano Dizionario di abbreviature latine ed italiane – Hoepli, Milano, 1973.*
    CECI, Getulio Todi nel Medioevo (487-1303) Todi, 1897.*
    DOMINICI, Giovanni La Via Flaminia per Ancona e la “Nuceria” degli Umbri e dei Romani, in Boll. St. della Città di Foligno, XXXIX (1942), pag. 5-101.*
    DORIO, Durante Historia della famiglia Trinci – Montepulciano, 1946.*
    ERMINI, Giuseppe Una Contrada “Normandia” nell’Umbria dei sec. XIII e XIV, in Studi in Memoria di Roberto Michels, in Annali della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia, XLI (1937), e in estr. Padova,1937.*
    ERMINI, Giuseppe Aspetti giuridici della Sovranità Pontificia in Umbria nel sec. XIII° , in Boll. St. Patria per l’Umbria, XXXV (1937), pagg.. 5-28.*
    FABRETTI, Ariodante Biografie dei Capitani Venturieri dell’Umbria, Montepulciano, 1842*
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    FUMI, Luigi I Registri del Ducato di Spoleto (Archivio Segreto Vaticano – Camera Apostolica) a cura di Luigi Fumi – in Boll. Della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, volumi III-VIII, 1897-1902. *
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    GATTO, Ludovico Il Medioevo giorno per giorno, Il Giornale,Biblioteca Storica, Milano, 2006
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    GUERRINI Giuseppe e SENSI Prof. Mario Tre Comuni rurali ed i loro statuti : Colle del Marchese, Castel S. Giovanni e Castelritaldi, – Editrice Umbra,Perugia, 1985.*
    JACOBILLI, Lodovico Cronica della Chiesa e Monastero di S. Croce di Sassovivo – Foligno, 1653.*
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    MATTHEW, Donald I Normanni in Italia, Laterza, Bari, 1997.*
    MESSINI, Angelo e BALDACCINI,F. Statuta Communis Fulginei – a cura di Angelo Mesini, Deputazione Storia Patria per l’Umbria, 2 volumi, Perugia, 1969.*
    MONALDESCHI, Monaldo Commentari historici della Città di Orvieto – Venezia, 1634, in ed. Anastatica, Forni, Bologna,1984.*
    NATALUCCI, Durastante Historia Universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi -1745- a cura di Carlo Zenobi, con la collaborazione di Franco Spellani – Edizioni dell’Arquata, Foligno, 1985.*
    NESSI, Silvestro Una breve cronaca spoletina inedita del Duecento ed il “Memoriale Comunis” – nel Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria,vol. LXXX, 1983, pag. 221-265.*
    NESSI, Silvestro Trevi e dintorni – Guida turistica di Trevi e dintorni.con foto di Bernardino Sperandio – seconda edizione, curata da Carlo Zenobi, ed. Comune di Trevi,1991 con bellissime illustrazioni.*
    PARDI, Giuseppe Serie dei supremi Magistrati e Reggitori di Orvieto dal principio delle libertà comunali al 1500. – in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol. I° , 1895,pag. 337-415.*
    PARDI, Giuseppe Il Catasto di Orvieto dell’anno 1292 – nel Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol.II° , 1896, pag. 225-320.*
    PARDI, Giuseppe dal Comune alla Signoria in Orvieto – in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vl. XIII (1907), pag. 397-454.*
    PERI, Illuminato La questione delle Colonie “Lombarde” in Sicilia, in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, Torino, LVII (1959), pag. 254-280.*
    PIRRI, Pietro I Nobili di Alviano – Feudatari delle Montagne di Spoleto -nel Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria,Perugia, X(1911),pag.125-132.*
    PROSPERI VALENTI, M. Virginia Corrado Trinci – Ultimo Signore di Foligno – in Bollettino Storico della Città di Foligno, LV (1958), pag. 5-185.*
    PRO TREVI Guida di Trevi, edita da Pro-trevi e dal Comune, 1991, con bella piantina della Città viario, indirizzi e telefoni utili ed illustrazioni.*
    ROSMINI, Carlo De’ Dell’Istoria di Milano, Monini e Rivolta, Milano, 1823, 4 vol. in 4° *
    SANSI, Achille Storia del Comune di Spoleto dal sec. XII al XVI – Foligno, 1879, edizione anastatica – Volumnia, Perugia, 1972.*
    SANSI, Achille Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle memorie umbre, Foligno, 1879, edizione anastatica Volumnia, Perugia, 1972.*
    SASSI, Romualdo Rami fabrianesi degli Attoni umbri, in Boll. St. Patria Umbra, XXXVIII (1941), pag. 131-159.*
    SCALVANTI, Oscar Lo Statuto di Todi del 1275, in Boll. Storia Patria Umbra, III (1897), 325-372.*
    SCALVANTI, Oscar Statuto della “Societas Germanorum et Gallorum” in Perugia nel sec: XV°, in Boll. St: Patria per l’Umbria, V (1899), 3,589-626.*
    SENSI, Luigi Fulginia – appunti di topografia Storica, in Boll. St. della città di Foligno, VIII (1984), 463-492.*
    SENSI, Mario Lettere patenti di Corrado ed Ugolino Trinci (1383-1384) – in Bollettino Storico della Città di Foligno, vol. VII,1983, pagg.7-56.*
    SENSI, Mario Foligno e Terrasanta (sec. XI-XVII) – in Bollettino Storico della Città di Foligno, XIV, 1990, pag. 7-78.*
    SENSI, Mario bibliografia di Lodovico Jacobilli (1598-1664) – nel Bollettino Storico della Città di Foligno, XX, 1996, pag. 17-32.*
    SEVERI MINERVII De rebus gestis atque antiquiis monumentis Spoleti – in Sansi, Achille – Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle memorie Umbre, Foligno, 1879, pag. 1-107. Ed. Anastatica 1972.*
    T.C.I. Guida verde “Umbria” – T.C.I., 2004.*
    TOCCACELI, Monica Abbazie lungo le vie dei Romei. L’esempio di S. Pietro di Bovara di Trevi – In Boll. Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol. XXI,1997, pag.757-774.*
    TABARRINI, Mario A Castelritaldi , fra Storia, Arte e Poesia, Foligno, 1986.*
    TROYA, Carlo Storia d’Italia del Medioevo, Stamperia Reale, Napoli, 1844.*
    VALENTI, Tommaso Le memorie autografe del procuratore fiscale Benedetto Valenti da Trevi – in Bollettino Storia Patria per l’Umbria, XXVII, 1924, pagg. 299-305.*
    VALENTI, Conte Dott. Tommaso Curiosità Storiche Trevane – Campitelli – Foligno – 1922 – in 16° – 160 pagg.*
    VALENTI, Tommaso L’Epistolario di Mons. Monte Valenti -governatore di Perugia e dell’Umbria (1574-1575) – in Bollettino Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol.XXXII, pagg.1-210.*
    VOLPE, Gioacchino Il Medioevo – Vallecchi, Firenze, 1926.*
    ZAMPOLINI, Parruccio Annali de Spuliti del Parruccio – msc. – in Sansi, Achille, – Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle memorie Umbre, Foligno, 1879, pag. 111-194, ed. anastatica 1972.*
    ZANICHELLI Dizionario dei personaggi storici, AA. VV., editore Zanichelli Bologna, 1965. pag. 183.*
    ZENOBI, Carlo Durastante Natalucci, storico di Trevi – nel Bollettino Storico della Città di Foligno, vl. V,1981, pagg. 213-214. Vedi Durastante Natalucci.*
    ZENOBI, Carlo Storia di Trevi dal 1746 al 1946 – Edizioni dell’Arquata, Foligno, 1987.*
    ZENOBI, Carlo Trevi Antica – dal neolitico al 1214, Trabalza Editore, Foligno, 1995.*

    Cittadini di Trevi e C.Ritaldi dal 1200 al 1325

    Ritorna alla Famiglia Lambardi

    075

    Note

    1) Nella epigrafia locale e in molti documenti è chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che è già difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie.
    Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)

  • Cattanei Lombardi e Lombardi

    I Cattanei Lombardi.1 di Trevi

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    3- I Cattanei Lombardi a Trevi

    I Cattanei Lombardi di Trevi -INDICE

    Fonti storiche

    I Cattanei Lombardi e i Lombardi

    Esodo dei Cattanei Lombardi

    Documenti allegati Bibliografia

    Solo recentemente e casualmente, in occasione di una visita a Trevi, mi sono procurato una piccola ben fatta Guida di Trevi, del Prof. Silvestro Nessi e Sandro Ceccaroni, edita negli anni passati (1979), e successivamente ampliata, aggiornata e migliorata, a cura dell?Avv. Carlo Zenobi, ed edita dal Comune di Trevi nel 1991 (19), in una bella veste tipografica e molto bene illustrata.

    In questa guida, di 134 pagine, vi sono naturalmente anche valutazioni storiche ed affermazioni che desidero riportare su questi appunti.

    Gli autori della parte storica della Guida, affermano: ?Una classe di nobili, forse discendenti degli antichi longobardi invasori (?cattanei lombardi?), abbastanza agguerrita, detenne a lungo il potere; ma nel 1260, vedendo che questo correva pericolo, si confederarono con Spoleto, includendo nei patti una clausola che vietava agli spoletini di fare concordia e pace con gli uomini del popolo(?cum hominibus de populo castri Trevii sine voluntate ipsorum?), e che non venisse consentita una comunanza diversa da quella esistente (?non permittet fieri aliquam conmunantiam de novo hominibus de populo dicti castri?)?

    ?Per uscire da quella pericolosa morsa rappresentata da Spoleto e da Foligno, Trevi nel 1285, si alle?con Perugia nella guerra contro i Folignati. Nel 1305, Trevi era contro Montefalco, che gli contendeva l?uso esclusivo delle acque del Clitunno, in guerra armata, che il Parlamento indetto in quell?anno dal Rettore del Ducato non riusc?a comporre. Nel 1310, i ghibellini di Spoleto, avuto il sopravvento nella loro citt?entrarono in Trevi dove pure cacciarono i guelfi; ma tre giorni appresso, truppe di Perugia e di Foligno espulsero i ghibellini e rimisero in auge la parte avversa. Il Comune di Trevi, come si vede, riusc?a conquistare la sua autonomia con uno sforzo notevole?.

    19) NESSI, Silvestro e CECCARONI, Sandro, Guida di Trevi, editore il Comune di Trevi, 2? edizione aggiornata a cura dell?Avv. Carlo Zenobi nel 1991, pagine 133,16?, molto ben illustrata da Bernardino Sperandio.

    Per quanto riguarda i Cattanei Lombardi di Trevi, dobbiamo il loro ricordo esclusivamente ai conosciuti manoscritti del 1260 (e del 1254 per quanto riguarda Castelritaldi), ed alla religiosit?con cui soprattutto Spoleto ha conservato questi manoscritti, (o comunque loro copie originali), a documentazione e giustificazione di ogni suo allargamento territoriale (20).

    In tutti questi manoscritti non sono nominati altri cattanei lombardi, all?infuori di quelli di Trevi e solamente due sono citati come ?lombardi? di Castelritaldi. Eppure sono decine i manoscritti spoletini che attestano le ?sommissioni? di cittadine, castra, castelli, territori, ecc.; questo conferma che con altri castellani dell?Umbria vi era una certa e mantenuta differenza di origine: i Capitanei Lombardorum, sono solamente gli amministratori della cittadina e del castrum Trebii.

    Auguriamoci che nel futuro codice diplomatico spoletino possano trovarsi altri manoscritti e cartule da cui desumere ricordi storici riguardanti tutti gli altri paesi del Ducato.

    20) E? importante osservare con quanta religiosit?Spoleto ha saputo conservare questa documentazione di manoscritti riguardante la documentazione storica che certificava come tante piccole localit?vicine, ed anche comuni pi?grossi come ad esempio Trevi, avessero chiesto di poter confluire politicamente nel Comune di Spoleto, con manoscritti notarili che venivano gelosamente conservati. Non v?era altra possibilit?di ricordare a tutti i posteri quanto era stato pacificamente stabilito localmente fra le varie popolazioni. La donazione di Costantino guidava?!

    Trevi, antico Castrum Romano, ? stato quindi successivamente ampliato e vissuto dai Cattanei Lombardi e dai Trevani dell?epoca. E? pacifico che Trevi, come viene ricordato nella conosciute Carte del Monastero della Chiesa di Sassovivo, negli anni 1085, 1103 e 1122 era sicuramente un gastaldato (21), ma i duchi lasciavano a tutti i paesi il diritto di governarsi con una certa indipendenza, avviandoli nel tempo ai consoli ed ai podest?

    Carlo Magno, una volta neutralizzato il Re longobardo Desiderio, ed avere acquisito il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero e di Rex Longobardorum, impose alcune importanti sostituzioni dei governanti locali, ma in pratica lasci?pressoch?integro il sistema di governo locale minore longobardo.

    Trascorsi poi altri quattrocento anni, alla met?del XIII? secolo, per le variate condizioni di vita locale, la maggioranza di tanti piccoli Comuni della Valle, non riuscendo pi?a provvedere singolarmente al governo ed alla difesa, ha sentito la necessit?di una riunificazione difensiva allargata con i pi?potenti vicini, unendosi, come nel nostro caso, politicamente e difensivamente con quella cittadina che rappresentava l?antico ducato di Spoleto, e che era la pi?grande e pi?forte dell?Umbria inferiore.

    Trevi ha convissuto con i Cattanei Lombardi, Longobardi o Italiani Longobardizzati, o Lombardi che fossero, coltivando la terra e difendendosi solo contro i nemici esterni dal 600 al 1260, ben amalgamati con gli autoctoni. La buona commensalit?si ?nel tempo mantenuta per oltre 600 anni, lottando insieme solo contro gli invasori esterni e i delinquenti di ogni tempo; non c?era tempo da poter dedicare alla litigiosit?interna, ma occorreva difendere ogni cosa dagli aggressori esterni. Chi deve continuamente pensare a difendersi, come attestano castelli e mura, ha meno tempo per poter litigare! Poi la storia locale cambia: fino al 1260 avevano governato l?Impero e la Chiesa, che garantivano tanti diritti e difesa. Le macchine da guerra, le balestre, l?aumento della popolazione italiana e gli eserciti professionali in affitto renderanno indifendibili i territori che si appoggiavano al castelletto di campagna o alle citt?fortificate minori.

    Di rilievo storico il reperto del 1667: in occasione di lavori in piazza del mercato, fu trovato il cadavere di un guerriero con fibbie auree e croce aurea al petto, reperto di sepoltura certamente longobarda.

    21) AA.VV. – Le Carte dell?Abbazia e del Monastero di S. Croce di Sassovivo, dall?anno 1023 al 1231, opera monumentale in 7 volumi finora pubblicati, editore Olschki di Firenze dal 1973 al 1983. Vedi anche bibliografia. Non deve meravigliare la definizione di gastaldato negli anni 1085. 1103 e 1122. Carlo Magno, nel 776, per annientare la memoria dei longobardi, aveva diviso i dipendenti dell?Impero in conti, centenari e vicari, al posto di duchi, sculdasci e gastaldi. Il nome di conte rimase, ma le denominazioni di sculdascio e gastaldo mantennero un tale predominio su quelle di centenario e di vicario, perch?Pipino, Re d?Italia, le ritorn?ad uso legale, vivente ancora Carlo Magno (ci?nel Capitolario anno 806, c. ed altri). Questa notizia in Leo, Enrico, Storia degli Stati Italiani, vedi bibliografia. I? vol., pag. 87.

    La storia dal 500 al 1100 ?quella condensata da Carlo Zenobi (22). Nell?830 i Saraceni distruggono Foligno,Spoleto, Bevagna, Tadino, Assisi e Trevi.

    L?elezione di Lotario di Suplimburgo (1060-1137) ad imperatore era stata voluta nel 1125 da Onorio II?, che aveva scomunicato il suo avversario Corrado di Hohenstaufen nel 1128. Alle dipendenze dirette di Lotario II?, trattenutosi a lungo a Volterra, era ?Anastasius lombardus nobilis volterranus ed heros Loctarii II Imperator?, che noi gi?conosciamo, e che scelse come residenza Castel Ritaldi nel 1134.

    Nel 1214 ci fu la distruzione di Trevi da parte egli Spoletini,(con la connivenza del duca Teopoldo), e la successiva ricostruzione. Interessante a questo proposito rilevare che dove c?erano i Duchi, esisteva gi?una libert?politica comunale per determinate decisioni.

    22) ZENOBI, Carlo, Trevi antica dal neolitico al 1214, editore Trabalza, Spoleto, 1995, pag. 196-200.

    ?Sul principio del Febbraio 1221?.Onorio (Papa Onorio III?), pot? tranquillamente confessare che, con l?aiuto dell?Imperatore (Federico II?), ei dominava in pace sopra Spoleto, su gran parte della Contea di Matilde e sovra tutto il Patrimonium, dal ponte sul Liri fino a Radicofani. Frattanto la ribelle Marca di Ancona era concessa in feudo a Azzo d?Este, e questo feudatario, in nome della Chiesa, veramente la riduceva a soggezione? Citazione in Gregorovius, Storia di Roma (23).

    Invece nel 1228 Federico II? invade e danneggia Trevi perch?? guelfa.

    Nel 1235 Federico II?, ?a Foligno, che lo accoglie in festa. Poi nel 1236 Perugini, Orvietani e Spoletini riprendono il potere e riportano Foligno alla Chiesa. Nell?autunno del 1239 ritorna Enzo e ristabilisce il potere ai Ghibellini in Foligno, preparando il ritorno del padre Federico II?. La dominazione imperiale continuer? fino al 1254. Nel 1248 Federico appoggia i Folignati contro Nocera. Infine del 1249-1250 Federico II? si fermer?a Montefalco. Morir? poi improvvisamente nel 1250 nel Castello di Fiorentino in Capitanata, mentre si trasferiva nelle Puglie.

    23) GREGOROVIUS, Ferdinando, Storia della Citt?di Roma, ed. Romagna, Roma, 1912, 4 volumi in 4? piccolo, rifer, vol. II, cap. IX, pag.730..

    Qualche prestazione militare esterna era certamente fornita dai Cattanei Lombardi , evidentemente nei limiti legali accettati e concessi dall?epoca: in Fumi Achille, codice diplomatico del comune di Orvieto, (24), ho trovato riportato un manoscritto, che ?una ricevuta, numerata CXCVIII, datata 21 Giugno 1231, in cui sono nominati alcuni cittadini trevani che vengono pagati per le loro prestazioni militari a favore del Comune di Orvieto😕 occasione servitii quod fecerunt comunitati, et quia venerunt in servitium Civitatis et Comunis W. cum equis et armis?(allegato n? 5 ).

    Vengono elencati come cittadini trevani: Guglielmo ?Gualterii?, Pietro Ranaldo, Gilio ?Todini?, Martino ?Johannis?, e Giovanni ?Leopardi?.

    Fra questi vi ? Martino Johannis, Cattaneo Lombardo di Trevi, che ?elencato (trent?anni dopo) anche nei msc. LIII del 25 Marzo 1260, Reg. 49e 48 dell?archivio antico Comune di Spoleto, di cui abbiamo parlato pi? volte.

    In questi elenchi, il cavaliere in oggetto ?presentato come C. d.no Martino d.ni Johannis. La doppia anteposizione di dominus, indica senza ombra di dubbio che si trattava di persona molto in vista anche fra i Cattanei Lombardi suddetti, e di famiglia molto nota e forse anche facoltosa.

    Nel 1230 non era iniziata l?epoca dei soldati di ventura. La semplicit?con cui viene stesa la ricevuta in oggetto, costituente il manoscritto, indica come cosa normale che cavalieri, soldati in genere, ben preparati, (con dotazione di armi, cavalcature e aiutante accompagnatore, come era d?obbligo ai cavalieri dell?epoca), facessero prestazioni militari a pagamento in difesa della gente che militarmente non era preparata. Questo indica che i Cattanei Lombardi di Trevi, indubbiamente anche castellani degli antichi castra Trebii, si dedicavano inoltre a fornire quella che si chiama oggi assistenza militare alle cittadine vicine, anche molto importanti, come ad esempio Orvieto.

    24) FUMI, Conte Achille, Codice Diplomatico del Comune di Orvieto, Firenze,1884.

    Esiste poi un altro interessante manoscritto riguardante Trevi ed i suoi cittadini. E? quello riportato sempre da Achille Sansi,(25)A.. Si tratta del msc. LXIII , 1274, 22 Maggio titolato ?I Trevani danno mandato ad Alberico, di Benvenuto, di rimettere e condonare agli spoletini le offese che avevano loro recate pe? fatti di Camero ed Orzano, e a compromettere le differenze in alcuni Arbitri?, conservato come Memoriale fogl. 62 dell?antico Archivio del Comune di Spoleto (allegato 4/1). La nota a fondo pagina, precisa che a questo msc. segue il Memoriale fogl. 66 (allegato n? 4/2), nel quale viene anche data quietanza relativa ai 72 prigionieri trevani che erano stati catturati dagli Spoletini durante i combattimenti per Cammero ed Orzano. I 76 personaggi nominati sono cittadini trevani che chiedono di intavolare rapporti col Comune di Spoleto, per una pacificazione generale fra le due cittadine, contemplante anche la restituzione dei 72 prigionieri trevani, che non sono ivi elencati.

    Come ho gi? scritto, fra questi 76 cittadini trevani riportati nel msc. Memoriale 66 dell?archivio antico del Comune di Spoleto (anno 1274), vi ?un solo Cattaneo lombardo che figura negli altri msc. conosciuti, Reg. fogl. 49 e 48, datati 1260, 25 Marzo; questo Cattaneo Lombardo era allora indicato ?dom.no Sivino dom.ni philippi simi syndico et procuratori Capitan. Lombardorum et naturalium Capitan. Castri Trebii et ipsis capitan. Lambardis et naturalibus? mentre ora, trascorsi quattordici anni, nella nota del Memoriale fogl. 66, ?pi?semplicemente indicato d.no Sevino dom.ni phylippi?, e non viene indicato neppure come cattaneo o lombardo.Ma in ogni caso ?pacifico che dopo quattordici anni dalla firma del primo msc., il rappresentante dei Cattanei Lombardi di Trevi, anche se non viene pi?indicato come vice sindaco, ?pur sempre un personaggio in vista e considerato, cui poter affidare un incarico importante come questo. E? legittimo pensare che nel 1274, dopo 14 anni, i Cattanei Lombardi si fossero in parte gi?allontanati da Trevi, e pertanto anche l?azione militare dei trevani contro Cammero ed Orsano del 1274, sia stata ideata e condotta dalle nuove autorit?di Trevi, conclusasi infelicemente con molti morti e 72 prigionieri.

    Ma non conosco neppure documenti storici che permettano di confermare questa conclusione, o viceversa, che fossero i Cattanei Lombardi di Trevi i responsabili della rivolta per Cammero ed Orsano e delle sue conseguenze. In ogni caso dopo i manoscritti del 1260 non vengono pi?ricordati i Cattanei lombardi di Trevi.

    Ma ritorniamo alla fine del XI? secolo. Il Castellano minore non poteva pi? contrastare gli avversari, per le mutate condizioni legate al venir meno dell?Impero e dei Duchi di Spoleto, per l?aumento della popolazione e la maggiore libert?di tutti, per la progressiva affermazione del potere temporale della Chiesa, per il perfezionarsi dei mezzi di assedio. Il progresso civile e l?affermazione delle libert?comunali mutano le condizioni che nel passato avevano costretto anche le campagne a difendersi ed a riorganizzare tanti castelli. Ora si verifica la progressiva cessione di castelli e castellanie, a unit?pi?grandi e consistenti, i Comuni maggiori; tutti comprendono di non poter pi?esistere da soli e pertanto occorre appoggiarsi ad unit?pi?grosse e pi?facilmente difendibili. Bisogna anche constatare che i Duchi non avversavano la formazione dei Comuni, perch?i problemi che erano diversi dai propri, e indirettamente favorivano il mantenimento dell?ordine. Purtroppo l?epoca sar?poi travagliata anche dalla guerra civile fra Guelfi e Ghibellini, da bande armate e dal transito dei primi condottieri anche stranieri, da armamenti pi?pesanti che non permetteranno pi?la difesa e la resistenza della torre, del castelluccio isolato e delle cittadine isolate.

    25) SANSI, Achille, Documenti storici ecc, opera citata, pagg. 332-334.

    Leo descrive estesamente i problemi, che, sorti nel XII? secolo, portarono alla confluenza di molti abitanti dei minori centri urbani nei comuni pi? popolosi e pi?importanti, ed all?esodo, da questi centri minori, dei capitanei, dei piccoli conti e delle famiglie di parte della piccola nobilt?che ivi abitava (26).

    Sfogliando le pagine del Sansi (27), nella parte riguardante documenti del sec. XII?, vi ?un lungo elenco di manoscritti che attestano sottomissioni avvenute, nel tempo, molto prima di quella di Castel Ritaldi, ed ?doveroso riportarle perch?documentano il mutare delle umane cose verso la nuova entit?delle Repubbliche comunali:

    1178 il Castello di Morice dei signori Arcuri

    1180 la Rocca di Bazzano

    1180 Coccorone, cio?l?attuale Montefalco

    1190 Castello di Battiferro e le fortezze del Monastero di Ferentillo

    1201 Norcia

    1212 Castel del Lago

    1213 Castello di Clarignano. Nello stesso anno il Duca di Spoleto Teopoldo promette ai Consoli di Spoleto, la sottomissione di Trevi nel caso che gli stessi riescano a distruggere le fortezze del territorio di Trevi.

    1213 Fossato di Vico.

    1217 Castello e Rocca di Ferentillo e del Vallo di Nera

    1221 Cerreto

    1228 Collem sive castrum Bufani

    1229 Arrone

    1238 Rocca Acciarini

    1239 Castel Zizzoli, Castello di Cammero,Porcaria, Tre Fratte del Vescovo, Gozo e Transarico

    1241 conferma delle federazioni da parte di Federico II? al Comune di Spoleto

    1247 conferma delle federazioni anche da parte del Cardinale legato Capocci

    1254 Castel Ritaldi

    1258 Castelli di Mevale, Giove e Belvedere degli Alviano

    Nessuna meraviglia, quindi, se nel 1260, come risulta dai msc. n? 48 e 49 del 1260, 25 Marzo, anche i Cattanei Lombardi di Trevi chiederanno la ?Federazione con Spoleto? (allegato 1).

    Speriamo che fra gli antichi documenti del Comune di Spoleto ve ne siano altri non ancora volgarizzati e che in tanti altri manoscritti e cartule d’epoca si possa trovare qualche altro documento storico. Auguriamoci che (come gi?avvenuto per Perugia, che negli ultimi anni a cura della Deputazione per la Storia Patria per l?Umbria, ha pubblicato la bella opera del Prof. Bartoli Langeli, Codice Diplomatico del Comune di Perugia ? vedi bibliografia), venga realizzato presto un Codice diplomatico del Comune di Spoleto, arricchito da un altrettanto meraviglioso indice dei nomi, che porti molte importanti notizie storiche della regione. E? una cosa indispensabile, anche perch?la consultazione diretta degli antichi documenti ?divenuta sempre pi? difficile agli studiosi non professionisti. Anche se, in proposito, lo studio di Silvestro Nessi sul ?Memoriale Comunis?, in Boll. St. Patria Umbra, vol. XXX (1983), non mi sembra apra la possibilit? a ulteriori scoperte.

    26) LEO, Enrico, Storia degli Stati Italiani, Soc. Edit. Fiorentina, Firenze, 1842, I?vol., pagg. 272-278.

    27) SANSI, Achille, opera citata, Documenti ecc., pagg. 197-375.

    Cittadini di Trevi e C.Ritaldi dal 1200 al 1325

    Ritorna alla Famiglia Lambardi

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    Note

    1) Nella epigrafia locale e in molti documenti ?chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che ?gi?difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie.
    Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)