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Le aggiunte in carattere color marrone sono state apposte all’atto della presente trascrizione
<183>
In origine era dedicata a S. Rocco, S. Antonio e S. Sebastiano, dei quali vi erano le imagini(2). La cappella era di giuspatronato
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(1) Il 28 Settembre 1530 una Scionia d’Emiliano lasciava nel suo testamento unum linteamen pro apparato figurarum di questa cappella. (Archivio notarile – Trevi – To. 417, f. 219. Rogito di Agostinaugelo Natalucci). Una deliberazione del consiglio in data 12 Settembre 1527 porta che il comune, da allora in poi, dovesse offrire il 19 Luglio di ogni anno una «libbra» di cera in onore di S. Rocco, al suo altare nella chiesa delle «Lagrime».
<184> laicale, ed apparteneva, sulla fine del ‘500 ad una Giulia Angerilli, di Lapigge, presso Trevi, che aveva lasciato un oliveto in vocabolo «Carpinete» a dotazione della cappella; ma a patto che non fosse consegnata ad altri che ai suoi eredi: pena la perdita del legato. Ma nel 1586 una Donna Tisbe, moglie di Vincenzo Ricci, erede dell’Angerilli, ancora non si dava premura di condurre a compimento i lavori di questa cappella.
Onde il preposto D. Benedetto da Venezia, la richiamò all’adempimento dell’obbligo o alla rinunzia della cappella. E li 8 Agosto 1587, per atto del notaio ser Onorato Gentili la cappella fu rinunziata a favore dei Lateranensi(1).
Quando nel 1610 S. Carlo Borromeo fu canonizzato dal papa Paolo V, il preposto delle «Lagrime» di quell’epoca era un D. Ippolito Pigna. Esso si diede premura di intitolare la cappella al nuovo santo, che, in vita, era stato molto benevolo verso i Lateranensi, presso i quali recavasi spesso nella canonica di S. Maria in Porto, di Ravenna, dove anche gli fu eretto un altare.
La cappella, architettata come le altre, porta sul fregio le iscrizioni seguenti:
a sinistra:
D. HIPPOLITO PIGNA PRAEPOSITO
nel mezzo:
DEVOTO PIORUM AFFECTV
a destra:
PROCURANTE ANNO MDCXVII
Da notare che questa iscrizione, col nome e cognome del preposto, è se non una rarità almeno una irregolarità in quantoché — come già dissi — i Canonici Regolari Lateranensi dovevano chiamarsi, in privato e in pubblico, col solo loro nome e con la designazione della città nativa. Così volevano le «Costituzioni» di cui feci già cenno. Col tempo, invece, le piccole ambizioni si fecero strada anche in questi ambienti, e — qua e là — incominciarono i «prelati» della Congregazione a lasciare in monumenti ed iscrizioni le tracce dell’opera loro. Onde avvenne che, fino dal 1563, il Capitolo generale tenutosi in Ravenna nel Maggio di quell’anno proibiva ai prelati e canonici di mettere in qualunque luogo i loro nomi o le loro armi gentilizie. E, se già vi fossero, si dovevano cancellare(2).
(1) Archivio delle 3 chiavi – N. 241.
(2)Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna Cod. 138 4 C. f. I.
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Ma la proibizione non fu efficace, a quanto pare; poiché nuovamente nel Capitolo generale del 1581 si tornò a deliberare — tra le altre cose — che si togliessero stemmi ed iscrizioni di canonici, da tutti i conventi, fabbricati a spese dei monasteri; pena una —disciplina — in tempo di visita(1).
Onde il nostro D. Ippolito Pigna non era in regola quando apponeva il suo nome e cognome sul fronte di questa cappella. A meno che esso dimostrasse che questa non era stata fabbricata a spese del monastero; ma non credo sarebbe stata cosa facile, né possibile. Sulla parete di fondo della cappella è un quadro in tela rappresentante S. Carlo Borromeo, in venerazione della Vergine. Opera meno che mediocre di mediocrissimo autore. Con tutto ciò il buon Natalucci ha lasciato scritto che il quadro è «di fina fattura»; ed aggiunge che per esso furono lasciati 50 «fiorini» da una tale Vienna di Speranza Mattioli nel 1609(2).
Sopra al quadro, tra due angeli, è lo stemma del Borromeo: di bianco, con la parola «Humilitas» in caratteri gotici. Ai lati del quadro sono due ovali con figure votive a chiaro scuro rosso: la guarigione di un bambino, a sinistra; il salvamento di un annegato, a destra; opere di nessunissimo pregio.
* * *
Fino al 1869 era venerata su questo altare una statua di S. Francesco, ora nel piccolo museo della città. E poiché può dirsi che questa scultura faccia ancora parte delle opere artistiche che adornano la nostra chiesa, ne dò qui la riproduzione fotografica (Fig. 24).
Fig. 24 – Statuetta d S. Francesco (Museo Comunale – Trevi)
Dal 1997 al Museo di S. Francesco
La statua misura m. 0,90 di altezza. È
scolpita in pietra tenera dell’Appennino(caciolfa). In origine la statua dovette essere policromata, come dimostrano le tracce di colore che restano sugli occhi, sul lato destro del costato, nel quale si vede a traverso un’apertura della tonaca la stimmata di quel lato, tinta in rosso, come lo sono anche quelle delle mani e dei piedi del santo.
Questi è raffigurato senza barba (Fig. 25) cosa non frequentissima nella iconografia francescana. Nella mano destra sostiene un libro chiuso, forse quello della regola.
Si tratta di un lavoro della prima metà del ‘500, probabilmente di scuola toscana, pregevole per la fine modellatura della testa e delle mani; nonché per l’espressione assai efficace del viso e degli
(1) Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna- Cod. 139 4 K. f. 79t.
(2) Ms.cit. f.234
<186> occhi in ispecie. A parer mio il difetto maggiore è nelle dimensioni della figura, che — né grande, né piccola — non richiama, come meriterebbe, l’attenzione del visitatore.
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4° – L’ALTARE MAGGIORE
Questo altare era stato concesso, in origine, alla famiglia Beci, di Trevi. Ma, estinta questa, Giacomo Valenti, governatore delle armi dello stato d’Urbino, presentò domanda, al generale dei Lateranensi perché volesse concedere a lui questo altare, e dargli il permesso di collocare monumenti sepolcrali della famiglia nelle due pareti laterali. Si obbligava, intanto, di erogare 50 «scudi» per restauri a quell’altare, che era destinato al Sacramento, ma dedicato alla Annunziata.
Della domanda del Valenti si occupò la Dieta dei Lateranensi adunata a Reggio Emilia in S. Maria della carità il 19 Maggio 1683; e concesse quanto veniva domandato, salve le necessarie approvazioni da parte del visitatore e dell’abate delle «Lagrime» (3).
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(3) Atti capitolari dei Canonici Regolari Lateranensi i n Archivio d i S. Pietro in Vincoli. Vol. 1682-87.
<183>
Dopo questa formalità fu stipulato a Trevi il relativo istrumento, in data 17 Luglio 1683(1).
Con la scorta di queste notizie e visto il carattere dell’attuale altare, dobbiamo ritenere che a questa epoca rimonti la sua costruzione, come è ora. Essa, infatti, è del tutto seicentesca: ma senza pretese artistiche. All’altare che è isolato dalla parete dell’abside, si accede per quattro gradini.
Notevole il tempietto in legno intagliato e clorato, di stile bramantesco, collocato sopra l’altare, come «residenza» per il Sacramento. Il tempietto posa su di un cumulo di nuvole. Quattro gruppi di colonne sorreggono la cupola: e sopra ognuno di essi è la piccola statua di un evangelista. Ai lati due angeli adoranti.
L’impalcatura in legno, che, al di là dell’altare, sorregge l’organo sotto la finestra bifora dell’abside, fu costruita con poca cura e nessuna eleganza — forse con intenti provvisori — nel 1886, quando furono celebrate le feste del IV centenario della Madonna delle Lagrime.
Nonostante l’assenza di opere d’arte notevoli, devesi riconoscere che l’insieme di questo altare è ben proporzionato allo ambiente.
Il finestrone biforo che è nel mezzo della parete di fondo conserva nella parte superiore gli avanzi di una vetrata a colori, della quale vediamo ancora una Vergine e due serafini ai lati.
(1) Archivio Valenti – Instrum. – Pars I., N. 49, f. II ss.
È sull’angolo della crociera di sinistra. Molto modesto nelle sue proporzioni, non ha alcun rapporto di simmetria con gli altri. Fu eretto — forse a titolo votivo — da Alfonso Valenti nel 1690 circa. Sopra l’altare è in una nicchia a fondo azzurro, chiusa con una vetrata di piccole lastre, un Crocifisso in marmo bianco, di fattura assai ingenua e non bella.
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In fondo al braccio destro della chiesa, l’antica parete della casa che fu di Diotallevi d’Antonio Santilli e sulla quale era dipinta la imagine, venne inclusa nel muro della nuova chiesa.
Dissi già 1) che innanzi alla Madonna fu subito costruita dalla pietà dei devoti una cappella, ornata di opere in pietra, fino dal 1486. Successivamente, e cioè nel 1520, era stata di nuovo abbellita con colonne di pietra, decorate alla «damaschina»(2). La cappella era poi terminata da una piccola cupola. E certamente, data l’epoca della sua costruzione, doveva essere cosa di molto buon gusto. Ma di tutto ciò nulla rimane, all’infuori dell’imagine della Madonna, intorno alla quale fu costruito l’attuale altare di stucco e muratura.
L’imagine fu dipinta il 3 Ottobre 1483(3). Chi sia stato il modesto pittore non sappiamo. Ma il lavoro, quantunque del tipo delle molte «maestà» che si vedono frequentemente nelle edicole campestri e nelle pitture votive di molte chiese, è condotto con abbastanza coscenziosa cura.(Fig. 3). Il fondo è giallo-oro con ornati simmetrici rossi, a imitazione di damasco. Intorno gira un fregio a disegno geometrico, eseguito col traforo. La Madonna è rappresentata in piedi. Un velo bianco le copre il capo, e la cocca destra del velo è gettata sulla spalla sinistra. La veste è bianca, a fiori rossi piccoli e
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(1) Cfr. sopra pag. 48.
(2) Natalucci D. ms, cit. f. 231.
(3) Cfr. sopra pag. 22.
<175>rari. Tutta la figura è coperta da un ricco manto azzurro, che scende quasi fino a terra, lasciando scoperta appena l’estremità della gonna. Con ambo le mani la Madonna sorregge il Bambino, che le cinge il collo col braccio sinistro, mentre la, mano destra è in atto di benedire. Una tunica rossa ricopre l’intera figura del Bambino, che ha la capigliatura lunga fino alle spalle, specialità iconografica non frequente(1), e il viso è rivolto verso la Madre.
Questo affresco può dirsi una discreta opera d’arte paesana. Lascio a chi si diletta d’ipotesi e di attribuzioni il cercare o fantasticare dell’incognito autore.
Ai piedi della Madonna si leggono queste parole in caratteri gotici:
QUESTA FIGURA [F]ECE [F]ARE …
Doveva certamente seguitare così DIOTALLEVI D‘ANTONIO ecc.; poiché sappiamo che fu esso il devoto committente della pittura.
Importante è osservare che l’affresco non è più completo. La parte destra di esso è rimasta coperta dalla sovrapposizione degli stucchi dell’altare attuale. Non so dire se questa parte mancante sia stata anche distrutta, o sia soltanto nascosta dietro la nuova sovrapposizione; ma è certo che presso la figura della Madonna era dipinta quella di S. Francesco. Ne fa fede il cronista Mugnoni, che vide con i suoi occhi la primitiva «maestà» com’era ai suoi tempi. E ci dice chiaramente che tre erano le figure quivi dipinte(2). Una prova di più la troveremo in una delle tavolette votive, che più avanti illustrerò.
* * *
È questa la prima volta che l’imagine della Madonna delle Lagrime viene riprodotta e pubblicata nella sua completa autenticità. Fino ad ora la sua iconografia era assai arbitraria e povera. Non abbiamo, infatti, che tre sole riproduzioni che ricordano questa imagine. La prima fu pubblicata dal Giorgetti nel suo opuscolo che tratta della nostra chiesa, edito nel 1752.(Fig. 20). Ma è la vera imagine?
(1) Uno studio speciale sulla iconografia di Gesù Bambino non credo sia ancora stato fatto. Noto che tra le moltissime figurazioni del Bambino da me cercate e studiate una soltanto ne trovo con chioma fluente, come in questa delle «Lagrime»; ed è in un mosaico della chiesa di S. Maria Nuova (S. Francesca Romana) a Roma. Cfr. A. Venturi. La Madonna, Milano Hoepli; 1900, pag. 7: e P. Lugano S. Maria nova, Roma, s. a. ma 1923 pag. 10).
(2) Cfr. sopra pag. 27.
<176>incisa in rame, è tutt’altro che vera; e sotto il punto di vista artistico è quanto di più deplorevole si possa concepire.
Un’altra riproduzione fu fatta in litografia nel 1886 in occasione delle feste centenarie (Fig. 21). Ma anche questa — per quanto migliore della precedente — non può pretendere ad alcuna rassomiglianza con l’originale.
Qualche anno fa si distribuiva ai fedeli un’altra imagine, disegnata da mano assai inesperta (Fig. 22). Tutte e tre queste riproduzioni sono in così malo modo eseguite, da, non ricordare — neanche lontanamente — il carattere quattrocentesco dell’originale. Ma ho voluto metterle qui per due ragioni: prima per non trascurare nulla di quanto può riferirsi alle vicende artistiche e storiche della nostra chiesa; poi per dimostrare ancora una volta la verità di quanto asserivo sul principio di questo mio lavoro, che — cioè — di questa chiesa è stato fin qui scritto poco e non bene; fino al punto — aggiungerei — che non si è mai messa sotto gli occhi del pubblico e dei devoti una esatta riproduzione della «maestà» alla quale nei secoli sono stati resi tanti onori e tributate tante attestazioni di fede.
Il primo dei devoti trevani che espresse il desiderio di ornare ed ingrandire la cappella, fu un tal Emilio Costanzi, il quale propose ai Canonici di far accomodare a sue spese la cappella della Madonna «dove si canta l’uffizio», per potervi far poi la sua sepoltura. Il Costanzi si offriva di fare a sue spese una «anchona(dipinto in tavola) grande, adorrata(dorata) et bella et un parato per l’altar di setta (seta) o velluto».
Di più avrebbe dato mezzo «caldarello» di olio — circa dieci chili — per la lampada, perché «i padri di S. Maria siano obbligati di aver cura de l’anima mia, in administrar li sacramenti per sua famiglia(sic)»(1).
Però la proposta del Costanzi rimase un pio desiderio e non se ne fece altro. Non sappiamo a quale anno essa rimonti con precisione, ma è certamente della prima metà del ‘500.
così la cappella della Madonna rimase nella sua forma primitiva. E sarebbe stato desiderabile che così fosse rimasta fino a noi! Ma purtroppo, l’invadente seicentume aveva così spagnolescamente corrotto il gusto ed il senso artistico del secolo, che l’opera ingenua dei
(1) Archivio delle 3 chiavi N. 230.
<177>devoti trevani quattrocenteschi apparve povera e meschina cosa agli occhi di quei loro pronepoti.
Fig. 21 – La Madonna delle Lagrime (Stampa del 1886) (Pag. 176)
Il 19 Ottobre 1614, in Roma, faceva testamento per mano del notaio Tranquillo Pizzuti il cittadino trevano Sestilio di Vincenzo Valenti. Come spesso accadeva di quei tempi, le disposizioni testamentarie di lui sono prolisse e complicate. Ma interessa alla storia della nostra chiesa il sapere che esso lasciò una somma di circa ottomila «ducati» (esattamente: 5000 «scudi» romani e 2800 «ducati» di Napoli) perché in Trevi venissero i Chierici Regolari Minori, che erano a S. Lorenzo in Lucina, istituiti da S. Francesco Caracciolo, nella nostra città costruissero una chiesa ed un collegio per i giovani di Trevi. Nominava sua erede una nepote a nome Maria. Morendo essa senza figli, o facendosi monaca, i beni stabili ereditarii dovevano passare a quei Chierici Regolari Minori; e i capitali in contanti dovevano servire per dotare zitelle povere di Trevi, qualora, per una ragione qualunque, i Chierici Regolari Minori non fossero venuti a Trevi, né altri in loro vece ne avessero sostituiti gli esecutori di queste disposizioni testamentarie, che erano i cardinali Maffeo Barberini — che fu poi papa Urbano VIII — ed Erminio Valenti.
E nello stesso caso il testatore disponeva dei beni stabili così: «Voglio sia erede la ven. chiesa della gloriosissima Madre di Dio,nominata la Madonna delle Lagrime in detta mia patria, nella quale vivono al presente li reverendi padri Canonici Regolari, li quali potendo liberamente disporre della cappella nella quale è I’imagine di detta gloriosa Madre e concedendomi di poterla ridurre in migliore e più bella forma, siano obbligati spendere tutto il frutto che daranno li suddetti beni stabili, per il corso di dodici anni; il quale servi (sic) per detta riduzione in forma migliore et ornamento e abbellimento della medesima cappella, secondo il giudizio di persone perite; e completa detta riduzione e ornamento, alla quale prego dui principali e caritatevoli cittadini, da eleggersi dalla comunità debbano insieme con essi Padri assistere, debba il medesimo frutto che daranno li suddetti miei beni stabili servire per mantenimento della detta chiesa e casa di maggior numero di essi Padri di quello vi è al presente». Ed impone ad essi alcuni speciali obblighi. E seguitando dice che è finito detto abbellimento, ornamento e riduzione, debbano li detti Padri porvi una memoria e iscrizione, nella quale si dichiari, che a gloria et honore del Signore <178> Dio e di detta Sua Madre SS.ma: in rendimento di grazia per li benefici ricevuti dalla loro bontà ho ridotto la detta cappella nella forma apparente, ornata et abbellita e lasciai li sopradetti miei beni» ecc.(1).
Ora, di tutto ciò nulla si fece, perché altri precedette le intenzioni del Valenti. Né i Chierici Regolari Minori vennero a Trevi, né ad essi se ne sostituirono altri. L’eredità in contanti Cper la fondazione di quello che si disse il «Maritaggio Valenti»; ma i beni stabili non passarono alla chiesa delle «Lagrime». Né saprei dirne il perché
Sestilio Valenti morì in Roma il 7 Novembre 1620. Egli aveva passata molta parte della sua vita al seguito del marchese Chiappino Vitelli nelle Fiandre, dove questi morì lasciando figliuoli di cui il Valenti ebbe la tutela per ben quattordici anni. Trasferitosi poi in Napoli era vissuto in pieno ambiente spagnuolo; onde a lui, abituato alla nuova arte farragginosa e tronfia, sorrise l’idea di darne un saggio nella sua Trevi. Ma, dissi già non se ne fece altro, perché poco prima della morte di Sestilio Valenti altri provvide al rifacimento, o disfacimento della cappella della Madonna. Ed è strano che il Valenti, visto ciò non provvedesse a nuove disposizioni testamentarie; egli che in precedenza aveva giàper ben quattro volte espressa in altrettanti testamenti la sua volontà.
Era morto nel 1618 in Trevi il cardinale Erminio Valenti. Eredi suoi furono i nipoti Pompeo e Francesco Benenati-Piccolomini, figli di una sua sorella, residenti a Cascia, nell’Umbria. Essi dovevano provvedere al monumento sepolcrale del defunto. E in tale occasione vollero anche rimodernare l’altare della Madonna.
Chiesero, perciò al generale dei Lateranensi, D. Serafino da Cremona, la concessione della cappella, nella quale si proponevano di erigere un nuovo altare, con ornamenti in muratura e di notevole altezza, per maggior decoro dell’immagine della Madonna. Si riservavano anche di porre nella cappella una sepoltura per loro, e per i loro eredi e successori maschi.
Il generale accordò quanto gli si chiedeva, salvo l’approvazione del «Capitolo» delle «Lagrime». Questo si adunò: erano due canonici,
(1) Archivio Valenti – Instromentorum – A. pars. 1N. 24 i/2 f. 312 ss.
<179> in tutti: il preposto D. Girolamo da Lugo e il canonico D. Vitale da Rieti, i quali non poterono che approvare il già fatto, almeno in parte, poiché il monumento era già stato costruito! Concessero però ai Benenati-Piccolomini la Cappella allo scopo di adornarla e decorarla; nonché lo spazio per la loro sepoltura e il permesso per un altro monumento, ed anche la facoltà di apporvi le loro armi. La concessione era perpetua ed irrevocabile, con la promessa di non fare, in quella cappella, alcuna nuova concessione, finché durasse la linea mascolina dei Benenati-Piccolomini.
All’atto, stipulato nella sagrestia delle «Lagrime» il 1° Aprile 1621 dal notaio trevano Francesco Mattioli, interviene il solo Pompeo Benenati-Piccolomini, che, anche a nome del fratello Francesco, promette che adorneranno la cappella secondo la loro devozione, in modo che l’«ornamentum sit bene positum et ornatum ac decoratum». Promettono anche di fare dinanzi all’altare una balaustrata di pietra o di legno «che chiuda tutta la cappella, da un angolo all’altro che sia ben ornata a piacimento di detti signori Benenati»; scrive il notaio, in italiano, questa volta, per farsi meglio intendere(1)! I Benenati assegnano anche alla loro cappella la dotazione di una rendita di 5 «scudi» all’anno, con certe condizioni di celebrazione di messe. Promettono pure di provvedere all’arredamento della cappella per il Sagramento, che dovrà tenervisi sempre.
È da notare che nella licenza data dal generale dei Lateranensi è detto che i Benenati intendono collocare l’imagine della Madonna alquanto più in alto, per maggior decoro ed ornamento. E per far ciò era necessario demolire la testudo o calotta, che allora esisteva, sopra l’edicola della Madonna, secondo la primitiva costruzione.
Eccoci, dunque, alla distruzione di quello che fu il primo monumento della pietà dei trevani! Ma cos’erano i tempi(2).
Durastante Natalucci, vittima anch’esso della recente folata del gusto fastoso e vuoto, dice che la facciata di questa cappella «è majestosa
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(1) Archivio Valenti – Instrum: A. pars 1. – N. 27, f. 388, ss.
(2) Pur troppo il mal gusto non è del tutto estirpato, se qualche cosa di simile abbiamo visto commettere pochi anni or sono in un altro moderno santuario umbro: la Madonna «della Stella», presso Montefalco. Anche lì con rinascente seicentomania, si distrusse la primitiva edicola campestre, alla quale la chiesa attuale doveva origine e fama e frequenza di popolo. Si portò più in alto la piccola parete su cui era dipinta l’imagine, e le si fabbricò sopra un detestabile tempietto, presuntuoso e stridente con tutto il resto della chiesa, che pure è pregevole costruzione, decorata di lodate pitture!
<180> e mirificamente rifatta con colonne e statue di stucco»!(1) Bisogna però riconoscere che, architettonicamente, il prospetto di questo altare si presenta realmente con una certa solennità (Fig. 23).
Su sei colonne scanalate, di ordine corintio, posa il cornicione, sormontato da un timpano spezzato, mentre nel mezzo di questo si innalza un altro prospetto minore; nel centro del quale è un affresco rappresentante il Padre Eterno benedicente, tra angeli e serafini.
Sul fregio si legge il motto del Salmista:
QUI SEMINANT IN LACRYMIS IN EXULTATIONE METENT
Ai lati dell’edicola della Madonna, sono tra due colonne, le statue di S. Francesco a destra e di S. Ubaldo a sinistra.
Se l’artista che ha costruito questo altare non avesse voluto animare, per dir così, l’opera sua con troppe figure, grandi quanto e più del vero, di angeli e di profeti — David e Salomone — agitate tutte da pose ricercate, talune acrobatiche addirittura, il prospetto dell’altare sarebbe stato abbastanza sobrio, poiché rifletteva ancora nell’architettura, gli ultimi sprazzi dell’influenza del rinascimento.
A confortarci della perdita dell’antica edicola, rimane — unico avanzo delle primissime opere qui eseguite — la grossa pietra che gli uomini di Campello offrirono per l’altare della Madonna delle «Lagrime» fino dai primi giorni della sua manifestazione(2). Ma anche questo ingenuo segno della devozione dei tempi andati è stato mascherato dalle successive costruzioni dei tempi nuovi. E la pietra si vede ora* incastrata nel centro dell’altare attuale di mattoni e stucco. Sulla pietra sono incise queste parole:
Y H S
C A M P E L L V
M° C C C C° L
X X X V°
Fig. 23 – Cappella della Madonna delle Lagrime (Pag. 180)
Dell’autorizzazione avuta di apporre le loro armi nella cappella rifatta dai Benenati-Piccolomini, essi hanno profittato, dirò così senza discrezione; poiché mentre al di sotto delle due statue di S. Francesco e di S. Ubaldo sono due stemmi di quella famiglia — di argento alla croce d’azzurro, caricata all’estremità di quattro crescenti
(1) Ms. cit. f. 231.
(2) Cfr. sopra pag. 34.
* In un intervento nel secondo quarto del XX secolo la pietra fu intonacata e l’iscrizione ricoperta. Alla fine degli anni ’60, dovendo adattare l’altare ai nuovi canoni della riforma liturgica, l’epigrafe tornò alla luce e ora si può vedere dietro l’altare, verso la parete ove è dipinta la Madonna
<181> montanti e di un sole nel centro — si rivedono un poco da pertutto i simboli araldici. così il sole è ai due lati, in basso: ed è ripetuto due volte sopra il timpano che sormonta la parte superiore dell’altare. Due «crescenti» si rivedono sopra l’edicola della Madonna. Al di sotto di questa è una porticina in legno (non visibile nella Fig. 23: perché nascosta dall’altare); ed anche essa è decorata delle mezze lune araldiche dei Piccolomini.
In conclusione, però deve dirsi che — prescindendo dai difetti dell’epoca — anche questo altare può considerarsi un’opera d’arte che non disdice alla solennità del tempio. E molto più perdonabili sarebbero stati i difetti, se invece dello stucco, i donatori avessero in questa costruzione profusa quella dovizia di marmi, che riservarono, invece, come vedremo, al monumento dello zio cardinale, che li aveva lasciati eredi dei suoi beni!
Presso la porticina che dà nell’andito verso la sagrestia (N. 27 della pianta) è collocata su di una delle lesène che fanno angolo tra questo braccio e l’abside, la seguente iscrizione a lettere d’oro, su marmo di Carrara:
A DIO O. M. ED A MARIA VERGINE DELLE LAGRIME DI TREVI PRESIDIO E DECORO DEVOTE ONORANZE SOLENNI OGNI ORDINE DI CITTADINI ED IL CONTADO QUI VOLLERO CELEBRATE NEI GIORNI 7 AL 15 AGOSTO MDCCCLXXXVIIL IV0 CENTENARIO TRASCORSO DAL PRODIGIO
NEL PATRIO UNIVERSALE CONGAUDIO SI PONE QUESTO MARMO A MEMORIA PERENNE DEL FATTO CHE I POSTERI VORRANNO IMITARE
Questa iscrizione — dettata da mio padre, Filippo Valenti, di sempre venerata memoria — ricorda le grandi feste che furono celebrate in occasione del quarto centenario della manifestazione della Madonna delle Lagrime.
Il centenario cadeva nel 1885: ma ne fu rimandata la celebrazione
<182> all’anno seguente per potere con più solennità e sfarzo compiere tutti i necessarii preparativi(1).
Le feste durarono otto giorni, come dice l’iscrizione. Intervennero l’Arcivescovo di Spoleto, Mons. Elvezio Mariano Pagliari; quello di Foligno Mons. Vincenzo Serarcangeli e, in rappresentanza del capitolo di S. Pietro in Vaticano, Mons. Alessandro Sanminiatelli Zabarella, arcivescovo in partibus, che fu poi cardinale. Le funzioni religiose furono rese più solenni da musiche impressionanti e fragorose — come permetteva la liturgia d’allora — con l’intervento di maestri e cantori di Roma e delle città vicine a Trevi.
L’affluenza del popolo fu stragrande; e siamo in molti a ricordare l’imponente spettacolo di una folla ognora crescente, che gremiva, il vastissimo tempio.
Le feste non furono soltanto religiose, ma insieme si ebbero rappresentazioni teatrali, accademie e fuochi d’artificio(2).
(1) Cfr. sopra, pag. 116.
(2) Nell’elegantissimo teatro «Clitunno» fu rappresentata l’opera «La Favorita» di Gaetano Donizzetti. Nell’aula maggiore del Collegio Lucarini, antico convento di francescani, si tenne l’11 Agosto 1886 un’accademia di musica e poesia. In quell’occasione fu pubblicato un opuscolo «Ricordo del IV centenario di Maria Santissima delle Lagrime» (Trevi, Tip. Nazzarena, pagg. 20). In esso si contengono tre delle poesie recitate in quell’accademia: del Prof. Giuseppe Agostini, dell’Avv. Antonio Marini e dello scrivente.
Il libro degli stemmi nell’archivio comunale, redatto alla fine del ‘700, non contempla gli stemmi delle numerose illustri famiglie che hanno dato tanto lustro a Trevi, ma che all’epoca erano già estinte. In Trevi non esiste, a nostra conoscenza, uno stemma dei Mazzieri, ma possiamo dirci fortunati perché fu tra i pochi abbozzati dal Natalucci nella sua opera monumentale4. Purtroppo il nostro storico era un ricercatore scrupoloso ma un pessimo disegnatore. Lo stemma a fianco è tutto quello che ci rimane.
L’antica famiglia Mazzieri, originaria dalla balìa di Bovra e documentata sin dal sec XV, nei primi del Seicento eresse una bella casa tra le attuali Via Fantosati e Via della Piaggia (vedi Casa Mazzieri)
Tra i membri di questa famiglia, il più illustre fu sicuramente: Berardo Mazzieri, medico della metà del XV secolo, noto ben oltre i confini di Trevi, archiatra pontificio Eugenio IV e Niccolò V. Lasciò la sua preziosa biblioteca scientifica al convento di S. Francesco, per uso pubblico e destinò delle rendite per mantenere due studenti di Trevi.2,.
Recentemente, in seguito a lavori di restauro di Casa Mazzieri è riapparso uno stemma dipinto della famiglia Mazzieri (a destra) partito con lo stemma di altra famiglia
É il più illustre figlio di Trevi. Missionario francescano in Cina conquistò la palma del martirio il 7 luglio 1900. Elevato alla gloria degli altari con il titolo di Beato il 24 novembre1946 dal Papa Pio XII. Canonizzato da Giovanni Paolo II il 1° ottobre dell’anno 2000.
Il suo vero nome è MILIANO, come venne chiamato fino a tutto il XV secolo e come la nostra gente lo chiama ancora.
Proveniente dall’Armenia, fu consacrato vescovo nel 298 dal papa Marcellino
[notizia riportata da agiografi moderni, non fornita dalla “Passio”]
ed inviato a Trevi dove già esisteva una comunità cristiana evangelizzata, ormai da un secolo, da Feliciano vescovo di Foligno. Emiliano fu il primo vescovo di Trevi. Proclamata la decima persecuzione dall’imperatore Diocleziano con l’editto di Nicomedia (23 febbraio 303) i cristiani che si rifiutavano di sacrificare agli dei venivano messi a morte dopo inauditi supplizi. Emiliano, dopo varie torture, insieme a tre suoi compagni, fu legato ad una
pianta di olivo
e decapitato. Era il 28 gennaio dell’anno 304
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.
Patrono della città e del comune di Trevi è oggetto di culto e di grande venerazione da 17 secoli.
Il martirio e la morte sono minuziosamente descritti nella “Passio Sancti Miliani”. Ne esistono due codici, uno del IX secolo a Montecassino e uno del XII secolo nell’archivio del duomo di Spoleto. Si ritiene che siano copie di un altro documento più antico, del V o VI secolo.
Nel racconto della sua passione sono narrati episodi del martirio che fanno esplicito riferimento ad importanti elementi del territorio, quasi a voler identificare la figura di S. Emiliano con la stessa Trevi.
Si narra che fu esposto ai leoni nel circo o teatro romano, di cui si hanno testimonianze letterarie ed epigrafiche; fu gettato nel Clitunno, che rende fertile la vallata; e in ultimo fu decapitato legato ad una pianta di olivo e gli olivi dominano tutta la zona collinare.
Note1)Lo Jacobilli riporta l’anno 303 che è stato universalmente accettato. Ma come detto sopra, la persecuzione di Diocleziano fu proclamata nel febbraio del 303 e pertanto la data del martirio di s. Emiliano dovrebbe fissarsi al 28 gennaio dell’anno 304 (Zenobi, Trevi Antica, Foligno, 1995) Diocleziano (284 – 305) per un lungo periodo del suo impero non fu ostile al cristianesimo. Sembra che una nuova persecuzione dei cristiani fosse voluta dal Cesare Galerio, suo genero e dall’Augusto di Occidente Massimiano. Di fatto, negli anni 303 – 304 si succedettero diversi editti imperiali che determinarono la più cruenta di tutte le persecuzioni. L’editto del 24 febbraio 303 ordinava di distruggere gli edifici sacri, bruciare i libri e privare i cristiani dei diritti civili: erano passibili di torture e se liberti tornavano di nuovo schiavi. Il secondo editto dell’aprile 303 prescriveva la carcerazione per i membri del clero. Un successivo editto concedeva la liberazione ai prigionieri cristiani che rinnegavano la fede, mentre si doveva procedere con crudeli torture contro gli altri per costringerli ad abiurare. Un quarto editto nella primavera del 304 esigeva da tutti i cristiani un atto di sacrificio agli dei pagani. Sotto Massenzio (311), furono restituiti ai cristiani gli edifici in Roma; l’editto di Milano (313) sancì la tolleranza della nuova religione che però in Oriente, sotto Licinio, ebbe di nuovo momenti di ostilità fino alla completa libertà di culto con la vittoria di Costantino su Licinio nel 324. (da: G.P. Kirsch, in E.I., s.v. Persecuzione).
Sin dalla fondazione, ogni anno si celebra in Trevi il convegno annuale degli Ex Allievi di Don Bosco, anche dopo la dipartita dei Salesiani avvenuta nel 1963.
Si riportano di seguito i convegni ai quali è stata dedicata una pagina in questo sito.
Ho raccolto i nomi di tutti i cittadini di Trevi e degli immediati dintorni che negli ultimi mesi ho incontrato nelle mie letture, per una ricerca personale. Riguardano il periodo dal 1200 al 1325 ed in particolare i Cattanei Lombardi..1
Ho aggiunto qualche raro personaggio estraneo al tempo ed al luogo, per chiarire meglio alcune realtà storiche, e soddisfare la conoscenza di episodi curiosi.
Non ho voluto invece condensare i lemmi, anche quando evidentemente interessano lo stesso personaggio, perché qualche personaggio sarebbe divenuto eccessivamente lungo e difficile da leggere. Così è più interessante! Dà una certa soddisfazione rintracciare personaggi con citazioni plurime.
Tutto potrà essere aggiornato successivamente se potrò consultare altri documenti importanti, aggiungendo la fotocopia di alcuni documenti consultati.
Sono comunque appunti personali di studio, di un dilettante, senza pretese, messi in ordine per poter essere utili a figli, nipoti e discendenti, a storici curiosi ed anche a chiunque debba affrontare una ricerca locale riguardante lo stesso periodo storico.
1)Nella epigrafia locale e in molti documenti � chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che � gi� difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.t.)