Ex Allievi Salesiani del Collegio Lucarini Convegno annuale 3 maggio 2015
Programma
accoglienza degli ex allievi in PIAZZA MAZZINI (portico del Comune) ore 10 – S. Messa in S. EMILIANO ore 11,30 – Convegno presso il Circolo di Lettura g.c. (Piazza Mazzini) ore 12,30 – Saluto al monumento degli ex allievi caduti e foto di gruppo ore 13 – PRANZO presso il ristorante Maggiolini
Il più alto: Greco Benedetti In piedi: Piergiovanni Maggiolini, Sig.ra Benedetti, Alfredo De Sanctis, Don Wieslaw Dec, Giuseppe Zeppadoro, Giorgio Bartolini, Francesco Bartolini, Antonio Massaccesi, Sante Giuliani Seduti:Massimo Barbini, Franco Spellani. Francesco Antonini
Exallievi Salesiani del Collegio Lucarini Archivio fotografico
Loreto
Esercizi spirituali
ca. 1960
Si riconoscono alcuni ex allievi di Trevi: Dall’alto, prima fila: , Paolo Loretoni (2° da sin) – Bruno Marcelloni (3° da dx) – Domenico Meloni (1° da dx) seconda fila: Salvatore Zappelli, Nello Bonaca (ambedue con gli occhiali) -Augusto Bartolini (3° da dx) terza fila: Carlo Zappelli (4° da sx, con occhiali), Augusto Menconi (3° da dx) (foto donata dal dott. Giorgio Bartolini- 2006)
Il conte Cristoforo della Genga Confidati e suoi discendenti, furono ascritti al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi, per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre ai della Genga, altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (Zenobi, Storia di Trevi 1746 -1946, pagg. 174 e seg.)
Il dott. Antonio Giri, di Osimo, Governatore di Trevi, fu ascritto al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi, per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre al Giri, altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (Zenobi, Storia di Trevi 1746 -1946, pagg. 174 e seg.)
Il dottor Carlo Guzzoni fu ascritto al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi, per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre al Guzzoni altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (Zenobi, Storia di Trevi 1746 -1946, pagg. 174 e seg.)
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione.
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I fedeli che numerosi accorrevano alla cappella, poi alla chiesa delle «Lagrime» noti giungevano a mani vuote. E fino dai primi giorni fu una gara di generosità, nell’offrire donativi e denari, che ci dà un’altra prova della grande fiducia che il popolo angustiato nutriva in questa nuova protettrice, che credette inviata dal cielo.
Anche di questo particolare abbiamo documenti tali e tanti, che ci permettono di farci un’idea esatta della quantità e della qualità dei doni offerti alla Madonna delle Lagrime. Nel Codice 155 dell’Archivio «delle 3 chiavi» sono enumerati — a cominciare dal 30 Settembre 1485 — gli oggetti regalati alla imagine. Sarebbe interessante trascrivere qui per intero questi elenchi delle offerte; ma, per ragioni di praticità, debbo limitarmi a riassumere le notizie in essi contenute, salvo a dare in Appendice un saggio di essi (1).
I doni, sul principio, erano conservati in una cassa di noce, e in una, cassa «veneziana», cioè decorata esternamente con rilievi di pastiglia. In un altro cassone erano gli oggetti destinati alla vendita. Nella cappella era depositata la cera e tutto ciò che poteva servire d’ornamento all’altare.
La maggior parte dei doni consisteva in stoffe ed oggetti di biancheria. Troviamo — per esempio — un pallio d’altare di setanina
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(1) Vedi: Appendice. Documento N. 1
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bianca, con fregio d’oro. Un altro rosso con le armi del comune di Castelritaldi, che l’aveva donato. Poi 228 pezzi tra tovaglie e tovaglioli «dozzinali»; 35 pezzi di stoffa di seta. Ingenuamente grazioso il dono di una piccola cappa e mantellina di seta, con ornamenti d’argento, e quello di una cuffia di lino «per il Bambino».
La povertà della maggior parte dei fedeli non permetteva ad essi di fare regali di valore. Ognuno dava quel che poteva. E tutto si accettava, anche oggetti di uso personale, conte fazzoletti (mucichili), camicie da uomo e da donna, lenzuola, tessuti di cotone, ecc:.
Nella cappella era molta cera. Doppieri grandi «molto honorevoli» ed altri mezzani e piccoli «de omni sorte appesi in cappella»; compresi «doi poco menori facti a Trevi». Avevano. dunque, allora a Trevi una fabbrica di cera, e documenti posteriori ci dicono che era lo speziale (aromatarius)Tarquinio Petroni che di quei tempi lavorava le candele.
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Come ho accennato nel capitolo precedente, molte stoffe di seta e di broccato ornavano l’altare e le pareti della cappella. Intorno alla imagine erano appesi gli oggetti preziosi; ma questi — a dir la verità — non erano molti. Troviamo soltanto 5 paia di occhiali di argento, due corone, pure di argento, di cui una «inaurata» sopra al capo della sacra Imagine, dono di Donna Marchisina Lucarini, moglie di Natimbene Valenti. Poi una collana di argento e un’altra più piccola; e tre grossi pezzi di coralli. Molte tovaglie ù malfectane» e e marchisciane», con bordi dorati; veli di seta bellissimi e lavorati; altri di bambace artisticamente disposti dinanzi, di sopra e daccanto alla imagine, drappeggiati con cordoni e frangio.
Infilati in una cordicella, pendevano dinanzi alla Madonna 173 anelli, ai quali in seguito se ne aggiunsero altri.
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* *
Non mancavano i prodotti locali e gli oggetti di uso domestico, come una brocca grande ed una più piccola piene d’olio; una «salma» di grano; una tina della capacità di 5 «salme» (ettolitri, circa) una «secchiarella de lignamine» e un piattello di maiolica.
Questi furono i doni offerti nei primissimi giorni, cioè dal 5 Agosto al 30 Settembre 1485. Ma, come è naturale, continuarono a giungerne anche in seguito, per quanto l’affluenza ne venisse, mano, mano, scemando. Troviamo così notati al 10 Ottobre di quell’anno stesso altri 28 anelli di argento e ceri e biancheria. Al 25 Ottobre:
64 asciugatoi, 7 anelli di argento ed altra biancheria. Il 14 Novembre, oltre ai soliti oggetti di stoffa e ad altri 8 anelli, ci sono 8 «libbre» di mandorle.
Più tardi — 1° Febbraio 1486 — vennero rottàmi di metallo, 53 «libbre», circa, ed un piattello e quattro scodelle di stagno. Oltre alla biancheria., c’è un calice dorato, con la sua patena, offerto dal comune di Trevi, come da deliberazione consiliare del 16 Ottobre 1485, per implorare dalla Madonna la liberazione dalla peste che allora infieriva. La spesa per il calice fu di 30 «fiorini»; somma considerevole, per quei tempi.
I1 comune regalò anche una pianeta di lana rossa con figure e fregi bellissimi. Altri devoti offrirono càmici, amitti e simili arredi sacri.
Dal 1° Marzo al 16 Giugno 1486 non restano altre memorie di doni. Ma sotto quella data sono annotati 192 pezzi tra tovaglie, asciugatoi, fazzoletti, ecc.
Il 6 Luglio è memoria di 210 oggetti di biancheria. I1 3 Maggio 1487 il consiglio comunale delibera offrire alla Madonna tre tovaglie «malfectane».
Da, quel giorno, fino al 3 Settembre 1488 non trovo altri elenchi di regali, dei quali, forse, non si teneva più il registro giornaliero. Però in quell’epoca si fece un inventario dei dotti allora esistenti; ed in esso figurano 19 «brocche» di
olio,
590 pezzi di «panni» (tessuti per biancheria) molti oggetti di uso personale (una berretta, un paio di maniche, alcune camicie, uno stivale «tristo et rocco», etc:) più 4 camici e 5 piacete, con molti altri oggetti minuti.
Il 24 Gennaio 1489 è memoria, della consegna fatta al depositario di panni «et altre robe». Tra le altre cose troviamo «uno poco de zafferano». Piccola notizia, questa: ma che, confermata da altri documenti. serve a farci sapere che allora questa pianta era coltivata nel nostro territorio, come in quelli di altri comuni vicini, tanto elle ispirava a Pierfraneesco Giùstolo, il famoso umanista di Spoleto l’elegante poemetto latino stilla coltivazione dello zafferano (l).
Vedremo in seguito come fosse organizzata la custodia di tutti questi doni, per parte del comune.
(1) Petri Francisci Justoli. Opere, Spoleto, Bossi e Bassoni, 1855. De Croci cultu, pag.54.
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Il Mugnoni nei suoi «Annali» ha conservata memoria di altri oggetti di valore presentati all’imagine. Tra gli altri quello della .città di Spoleto, cui poco fa accennavo. Di più ci fa sapere che il comune di Campello sul Clitunno il 4 Settembre 1485 fece portare alle «Lagrime» una grandissima pietra per l’altare. Ci vollero — esso narra — tre giorni e più di cento uomini per portarla giù dalla Spina, località montana di quel comune, con grave pericolo delle persone; ma non accadde nulla di sinistro.
Circostanza notevole: questa pietra — oltre all’immagine della Madonna — è 1’unico avanzo che si conservi della primitiva cappella qui costruita. La pietra dell’altare resta ancora dinanzi all’imagine; e più oltre tornerò a darne notizia più esatta. [
I1 12 Decembre di quell’anno venne offerta dal comune di Montesanto — ora frazione del comune di Sellano — «una digna corona» che fu portata processionalmente, per la grazia ricevuta di essere stato quel popolo salvato dalla peste.
Un’altra corona fu nell’Ottobre offerta, per la stessa ragione, dal comune di Cannara. E le donne di Trevi fecero fare la corona per il bambino.
Il 5 Febbraio 1487 passò da Trevi il concittadino Nicolò di Giacomo Bartolucci, capo squadra di Roberto di Sanseverino, il quale moveva contro il re di Napoli, per conto della repubblica di Venezia. Enel passare da Trevi — è il Mugnoni che lo racconta — lasciò il Bartolucci in consegna a Natimbene Valenti un reliquiario con una spina «de quella grillanda de spine fo poste ad Jesu Christo nostro redentore».
La reliquia — che secondo anche un foglio di memorie conservate nel nostro archivio — era racchiusa «in un tabernacolo di cristallo», fu portata processionalmente alla chiesa delle «Lagrime» il 5 (o il 9) Aprile 1486. «Se bene oggi — scrive l’anonimo redattore del foglio — credo non vi sia più, per negligenza» (1). Il documento porta la data del 1629.
Degli oggetti dati in dono alla Madonna, molti, non utilizzabili per il culto, furono venduti. E del ricavo è tenuta memoria in un registro speciale (2). Risulta da questo che furono venduti piatti e
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(1) Archivio delle 3 chiavi — N. 214.
(2) Ivi. N. 215.
scodelle di stagno a 4 «bolognini» e mezzo la «libbra». E il bolognino» era poco più di un «soldo» dei nostri.
Molti altri oggetti furono ugualmente alienati; cioè: biancheria, olio, zafferano, candele e torcie.
Le pianete ed altri arredi sacri furono consegnati a Gio: Gabino Francioli, uno degli incaricati della custodia dei doni, perchè li portasse a benedire a Foligno.
Tra i doni offerti erano anche tre cinture d’argento, due tazze pure d’argento e 82 aneletti d’oro, i quali furono venduti ad un tal Cesare, orefice di Foligno, che pagò l’argento 30 «bolognini» l’oncia, e l’oro 1 «fiorino» e 8 «bolognini», presso a poco 3 lire delle nostre.
Il 13 giugno 1486 — dice il Mugnoni — il piovano di Matelica, nelle Marche, a nome D. Pietro Paolo, insieme a più religiosi ed oltre 20 cittadini vennero a Trevi e portarono «una digna corona» alla Madonna. Questa comitiva di forestieri fu accompagnata dalla porta di Trevi — che forse fu quella «deI Lago», ora distrutta — fino alla cappella delle «Lagrime» dai signori priori del comune, con una solenne processione di molta gente.
Fu celebrata una messa; «e cantata una digna laude de la Vergine Maria con voce soave et dolce et amène et con molte làgremene et devotione». E ciò perchè a Matelica c’era stata grande peste quell’anno: ed avendo il popolo fatto voto alla Madonna delle Lagrime il flagello cessò subito quasi del tutto (1).
Anche da Bevagna vennero rappresentanti del comune a portare una «mezza corona» e «un doppiero de peso più de XII libbre, longo più de uno paso et mezo» in riconoscenza della fine della peste.
Oltre a tutti questi doni affluirono anche offerte in denaro e se ne trova speciale menzione in un frammento di libro di amministrazione, che si riferisce però a tempi alquanto posteriori, cioè agli anni dal 1495 al 1501 (2).
Con tutto ciò da questo documento possiamo desumere che per
(1) La venuta di questi devoti a Trevi da una città relativamente lontana come Matelica, (circa 100 chilometri) è da mettere in relazione col fatto che il Mugnoni — autore degli a Annali» — era stato cancelliere di quel comune dal 12 Giugno 1480 al 1482. Niente di più probabile che egli abbia consigliato ai suoi amiciafflitti dalla peste, di ricorrere alla nuova miracolosa imagine.
(2) Archivio delle 3 chiavi -N. 230
<36> raccogliere le elemosine dei fedeli erano collocati nella cappella della Madonna: una cassetta per le offerte in genere, una cassa per quelle destinate all’acquisto della cera ed un «ceppo» (1) che forse fu per le elemosine promiscue.
Per avere un’idea di ciò che si ricavava da tutte queste offerte, dirò — per esempio — che dal 25 Aprile al 15 Decembre 1496 il «camerlengo» e «depositario» dei denari, Giovanni Antoniuzzi, raccolse in tutto 596 «fiorini» e 10 «bolognini». La somma, per quei tempi, era rilevantissima; basterà metterla in relazione con i prezzi che si pagavano per i lavori di costruzione della chiesa, dei quali parlerò in seguito.
Per la storia della moneta, è notevole il fatto che spesso si trovavano, tra le elemosine, monete false in discreta quantità. Il «depositario» le metteva in una «saccùta» a parte, e le consegnava, così com’erano, al suo successore. Ma venivano crescendo man, mano; tanto che il 29 Gennaio 1497 il «depositario» Benedetto di Ser Battista Contucci — ne ricevette in consegna una «sàccola» che pesava 48 «libbre».
É utile ricordare qui che la fabbricazione delle monete false era uno dei delitti più severamente puniti, fino da tempi antichissimi. A Bologna — per esempio — nel secolo XIII, i falsari erano condannati ad essere bolliti vivi in una caldaia; oppure ad ingoiare liquefatto il metallo delle monete che avevano falsificate (2). Il delitto di falso — sia in monete, che in documenti — era equiparato a quello di lesa maestà (3). I falsari erano considerati al pari degli incendiarii e degli assassini e simili delinquenti; con quelle conseguenze penali che è facile imaginare.
Con tutto ciò la piaga si estese. E Giulio II con breve del 20
(1) L’uso del «ceppo» (latino: cippus; francese: tronc)per riporre denaro è antichissimo. Si trova questo vocabolo in tale senso nello Statuto bolognese del 1250-67 (To; III., pag. 399) Un breve di Bonifazio VIII del 1302 ordina ai canonici della cattedrale di Fermo di porre nella, chiesa, un «cippus seu truncus ubi eleentosine ponantur». (Reg: vat: 50. f: 159. in Archivio segreto pontificio). Così Eugenio IV (6 Maggio 1142) ordina altrettanto per la chiesa di S. Maria di Eton, della diocesi di Langres: «unum truncum cum duabus clavibus». (Reg: vat. 360, f: 159 – ivi). Il Du Cange ha questo vocabolo nel suo Lexicon mediae et infimae latinitatis (Ed: Niort. Fav’re, 1884) contrariamente a quanto afferma Gino Luzzatto in Gli statuti di S. Anatolia, in Alti e documenti della R. Deputazione di storia patria per le Marche, 1899.
(2) L. Frati
La vita. privata a Rologna – ivi,
Zanichelli, 1900, pag 86.
(3) Breve di Martino V a Rodolfo ed altri Varano, del
22 Aprile 1118, in Archivio segreto pontificio
– Reg. Vat. 348, f: 66
ss.
Agosto 1507 mandò commissario straordinario a Trevi — come in tutte le altre terre della chiesa — il cavaliere Angelo Romulei, cittadino romano, con pieni poteri contro i falsificatori e contro gli spenditori di monete false; «i quali — dice il breve — devono considerarsi nemici del genere umano, «non meno dei pirati» (1). E, per non parlare di altri documenti, ricorderò solo che tardi Clemente VII dava ordine a Bernardino della Barba, governatore di Ancona, di agire contro i molti falsari, che erano colà — fossero chierici, laici, cristiani od ebrei — e, catturatili, torturarli, condannarli alla morte ed alla confisca dei beni, secondo il diritto comune (2).
E quando i papi assolvevano qualcuno da delitti in genere, facevano quasi sempre eccezione per quello della, falsificazione di monete; segno questo che lo ritenevano del tutto imperdonabile; tanto che Giulio II nel breve che sopra ho ricordato lo definiva «disonorevole per la maestà pontificia e degli altri prìncipi e di gran danno ai popoli».
Ho voluto accennare a tutto ciò per concludere a quali imprevidibili inconvenienti andassero incontro quei buoni cittadini che si occupavano degli interessi della nascente chiesa, e quale seria minaccia rappresentasse per loro il ritrovarsi tra mani quella pericolosissima merce! Tanto vero che, appena riconosciuta la falsità delle monete, queste venivano ritirate dalla circolazione, e racchiuse in un sacchetto — sàccula — che gl’incaricati della custodia delle elemosine consegnavano al loro successore, facendola sigillare col sigillo del comune, dopo accertato il peso delle monete insacculate.
Ma, oltre a questo, un’altra difficoltà sorgeva nella raccolta delle elemosine. E derivava dalla grandissima varietà di monete allora in corso nelle diverse regioni d’Italia.
Una volta fu trovato tra le offerte «uno ducato fiorentino, quale è «tenuto falso». Ciò vuol dire che il «depositario» non sapeva pronunciarsi sulla bontà o meno delle monete che gli capitavano, così diverse di conio, di valore e di lega. All’epoca di cui mi occupo, erano in corso, ossia si spendevano più comunemente a Trevi, oltre a quelle papali, le monete venete, ungheresi, bolognesi e fiorentine (3).
(1) Archivio delle 3 chiavi . N. 280. f: 102.
(2) Breve 19 Gennaio 1534, in Archivio segreto pontificio — Arm. XI, To: 18 N. 81.
(3) Archivio notarile Trevi — To: 71 — Rogiti di Francesco quondam Pietro — f: 52.
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Un’offerta in moneta fiorentina fu fatta nell’Ottobre 1497 da A—seanio Ottoni, signore di Matelica, che lasciò alle «Lagrime» 30 «ducati» di quella moneta. «Et questi ducati sono pegio — nota il «depositario» Bartolomeo Lucarini — «et uno (prima di tutto) che non sono di peso». Infatti, ragguagliati a «ducati papali leggeri», Si ridussero a 22 di questi.
Ai denari provenienti dalle elemosine erano da aggiungersi quelli ricavati dalla vendita di oggetti offerti in dono e quelli provenienti da legati testamentari. Sino dai primi tempi della nostra chiesa, anche avanti che se ne incominciasse la costruzione e per lunghissimo volgere di anni, quasi ogni trevano che faceva testamento lasciava una somma più o meno grande per la fabbrica, o per «l’opera» della Madonna delle Lagrime. Il primo lascito che ho trovato è del 2 Settembre 1485, cioè a ventisei giorni di distanza dal miracolo. È un tal Marino di Angelo Lenzi, del piano di Trevi che lascia 25 «fiorini a per la cappella della Madonna, affinché questa protegga contro la peste il testatore e la sua famiglia (1).
Di tali legati è così grande il numero, che, per farne un elenco completo, occorrerebbe spogliare tutto l’archivio notarile dal 1485 fino alla metà del ‘600, almeno. D’allora i legati cominciarono a diminuire. Contentiamoci soltanto di rilevare questa disposizione d’animo dei testatori trevani, i quali, d’altra parte, facevano simili lasciti anche alle altre chiese di Trevi, come a S. Emiliano. S. Francesco, S. Martino, e S. Maria «di Pietra rossa» alle quali allora si lavorava.
Elemosine abbondanti si raccoglievano nelle ricorrenze delle fiere e delle feste. E qualche memoria di tali offerte troviamo nei libri di amministrazione di epoca posteriore al 1500; ed avrò occasione di parlarne più avanti.
Da quanto ho esposto fin qui, risulta chiaro a quali fonti si attingesse per le prime spese di culto per la nuova cappella e per la
(1) Archivio notarile Trevi — To 139. Rogiti di Guidantonio di Ser Bartolo — f. 54. Vale la pena di riportare un saggio di questo documento. I1 testatore raccomanda l’anima sua «altissimo creatori et gloriose Virginis Marie lacrime eis, ubi est ad presens capella apud suctus Costarella, in domo Tetaléo Auloni Santini de Trevio, ubi est ad presens de fienda dictam capellam ad honorem Sancte Marie lacrimis», etc. Lascia «pro auxilio et adiutorio vuto (!) sopra ditta capella faenda florenos 25 pro anima ipsius testatoris, quani ipse Virginiis Marie rogat onnipotenti Deo quod ipse testator. st fanilia sua defendat de peste». Il tutto è qui riprodotto testualmente!
costruzione della chiesa, in seguito. Ma la semplice elencazione dei doni e delle elemosine sarebbe di per sé troppo arida e povera cosa, e potrebbe sembrare inutile il trattenervisi a lungo, se non assumesse uno speciale valore documentario, in quanto che da questi dati ci è lecito fare ragionate deduzioni sulle condizioni economiche nelle quali di quei tempi vivevano il comune ed i cittadini tutti.
Osserviamo, infatti, che non trovansi tra i doni, offerte di grande valore.
È
il numero che fa impressione, poichè ci dimostra che ognuno, si può dire, volle dare una prova tangibile della sua devozione: dal comune che offre calici e pianete, dalla gentildonna che dona una corona d’argento dorato; dall’agricoltore che presenta olio e zafferano, al povero mendicante che dà quello che ha: «uno stivale tristo et rocto», dalla benestante che regala stoffe di seta, alla modesta donnetta del popolo che da «uno jomo
(gomitolo)
d’accia»!
Ma — nell’insieme — non abbiamo donativi vistosi: non pietre preziose, non monili. Un certo numero di anelli d’argento; pochi d’oro.
Tutto ciò si deve spiegare col fatto che a Trevi non erano allora famiglie che potessero dirsi ricche. Ne fa fede il Mugnoni che nella sua cronaca c’informa — sotto la data del 1488 — che solo da pochi anni le condizioni economiche di Trevi erano migliorate. Sino a qualche anno prima, a Trevi c’era un solo bottegaio. Appena tre o quattro persone avevano in casa piatti e scodelle di stagno, oggetti di lusso per quei tempi; e quel tale unico bottegaio — Bernardino di Nicolò — teneva un piccolo deposito di stoviglie di legno, che dava a nolo a chi facesse le nozze.
Non industrie, non commercio a Trevi. L’agricoltura appena allora incominciava a risorgere, per l’avvenuta parziale bonificazione dei terreni del piano — non ancora completata a tutt’oggi! — e per le nuove piantagioni di viti e di olivi.
Ma il benessere economico dei trevani era all’inizio o quasi. Quindi le offerte fatte alla Madonna delle Lagrime erano in proporzione dell’agiatezza dei feddeli. Che se questi all’epoca del «miracolo» delle lagrime avessero raggiunto quel grado di ricchezza al quale pervennero nel secolo seguente — onde fu necessario persino emanare speciali disposizioni per infrenare il lusso dei trevani — ben diversi sarebbero stati i doni recati alla Madonna.
Ma, per la verità, devo anche aggiungere che, passato il fervore dei primi tempi, la pietà dei fedeli si raffreddò e sempre meno abbondanti divennero le elemosine ed i regali.
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Oltre alle elemosine, altro cespite d’entrata per la nuova chiesa erano le penalità pecuniarie che venivano applicate ai rei di qualche delitto o di qualche contravenzione alle disposizioni statutarie, o disobbedienza agli ordini delle autorità.
Per esempio: in data 15 Ottobre 1487 un rescritto del vescovo di Viterbo, luogotenente del cardinale legato di Perugia, applica alla fabbrica della chiesa delle «Lagrime» le multe da infliggersi a chi bestemmiasse Dio od i santi; a chi facesse ingiuria al podestà od ai priori; a che disobbedisse alla curia; a chi si trovasse già iscritto nel «libro rosso dei malefìci» dove si segnavano i nomi di coloro che erano debitori al comune per qualche multa non ancora pagata, o perchè non avevano ancora soddisfatto a qualche fideiussione prestata per altri (1).
Così un Battista de Tirannozzo, da S. Giovanni, paga alle «Lagrime» due «fiorini» per la quota spettante alla chiesa di una multa a lui inflitta per la pena «de la carne non fatta in lo macello» (2).
Nei giorni di festa non era permesso neanche di mietere. Per essere autorizzati occorreva pagare una certa somma. E la chiesa nostra ebbe una volta «da quilli che pagarono per haver licentia de mèter lu dì de San Pietro, fiorini duj et bolognini 28» (3).
Nelle «Riformanze» del comune e nei decreti delle autorità superiori simili esempi si ripetono assai di frequente; ed è a credere che il gettito di queste entrate fosse assai notevole, visto il sistema allora in uso di applicare pene pecuniarie anche per delitti gravissimi.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano] Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione.
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Sembrerebbe naturale che di un avvenimento religioso, quale era quello del sorgere di una nuova devozione verso la Madonna, avesse dovuto interessarsi l’autorità ecclesiastica per regolare tutto ciò che si svolgeva intorno alla miracolosa «maestà». Però non fu così.
I documenti che possediamo ci danno la prova del sollecito e diretto intervento del comune in questo avvenimento d’origine popolare. E l’opera del comune fu oculata. assidua, prudente. Quando venne il momento di sistemare in modo definitivo ciò che concerneva il culto della nuova chiesa, si rivolse alla competente autorità ecclesiastica; ma non prima.
Fino dal 30 Settembre 1485, cioè appena 55 giorni dopo la «scoperta» dell’imagine miracolosa, il comune prese in consegna i doni e le elemosine; e ne fece l’elenco per mano del cancelliere del comune: Giuliano Pellegrini, da Capranica(1).
I primi «operai» furono Piermartino Petroni e Bartolomeo Lucarini, due cittadini delle più illustri famiglie. Ed ebbero la qualifica di «operarii», come era 1′ uso di quei tempi, poiché s’incaricavano dell’«opera» della nuova chiesa. E tale qualifica è conservata anche oggi in molte simili amministrazioni.
Merita speciale esame il sistema tenuto dal comune nell’organizzare,
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(1) Archivio delle 3 chiavi Trevi N. 155.
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come si direbbe oggi, tutto ciò che si riferiva alla gestione dei beni che affluivano alle «Lagrime».
* * *
La prima nomina di «operai» fu fatta dai deputati delle «Lagrime» il 3 Settembre 1485 (1): e si chiamarono anche «santenses»; vocabolo che vive tuttora negli attuali «santesi», che hanno l’incarico — nelle nostre campagne — di raccogliere offerte in denari ed in generi, per le feste dei santi protettori od altre.
Successivamente, il 5 Marzo 1486, venivano nominati 11 «deputati per la cappella che era in costruzione. E così, periodicamente, si rinnovavano gli «operai» che duravano in carica sei mesi; poi un anno.
Coi «deputati» c’erano anche i «custodi» oltre ai «cappellani» anch’essi nominati dal comune: e per la prima volta, il 13 Maggio 1486. L’ intromissione
del
comune in tali questioni era così energica, che 1’8 Agosto di quell’anno si proibì ad un tale D. Melchiorre di celebrare messa nella cappella della Madonna.
Tra tutti gli addetti alla nuova opera il comune stabiliva una specie di gerarchia; e così deliberava che gli «operai» non potessero dare ordini ai «custodi».
Le nomine di tali cittadini si succedono molto frequentemente nelle «Riformanze» del comune; e — se è interessante leggere i relativi verbali nell’originale — non altrettanto utile può riuscire la pubblicazione di essi che, salvo nei nomi, sono sempre uniformi. Venivano, però, divise le attribuzioni(a), e mentre, come vedemmo, c’era chi aveva l’incarico di tenere in consegna le offerte, si affidava a commissioni speciali l’incaricò di provvedere o alla calce, o alla pietra, o ad altro che potesse occorrere per la fabbrica.
Coll’andare del tempo, — e precisamente il 19 Marzo 1487 — si aggiunsero agli altri incaricati gli «officiales», per la cresciuta importanza dell’amministrazione a cagione della fabbrica che tra poco si sarebbe iniziata. Per la custodia continua della cappella ci fu un devoto che si offrì di risiedere in permanenza lì presso. E si chiamò .: l’oblato di S. Maria delle Lagrime». Il verbale del 3 Maggio 1487 lo qualifica «quel buon uomo che si offrì per la detta chiesa». Il consiglio, in compenso, delibera di fornirgli il vitto giornaliero.
(a) nel testo: attribuizioni.
(1) Per tutti i fatti indicati con una data precisa e in mancanza di altre annotazioni, s’ intende che i relativi documenti si trovano nelle «Riformauze» sotto la data medesima.
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Anche i cappellani erano nominati dal consiglio e duravano in carica sei mesi. Le loro mansioni vennero, fino dal principio, ben determinate dagli addetti alle «Lagrime»; i quali il 6 Giugno 1487 stabilivano che i cappellani dovessero esercitare il loro ufficio personalmente; onde non potevano farsi sostituire da altri.
I «deputati» stabilivano quante messe si dovessero celebrare nella cappella e con quale elemosina. Così fu fissato che, oltre a quella del cappellano, non si dovessero celebrare più di tre messe, a meno che i fedeli portassero elemosine destinate espressamente a tale scopo. Per una messa nei giorni feriali si dava un «bolognino» e due nei giorni festivi.
Notiamo l’oculatezza di quei «deputati». Essi, nonostante la loro profonda fede religiosa, non volevano che dai denari offerti dai fedeli alla cappella si distraessero soverchie somme per la celebrazione delle messe. Assicurato un culto decoroso, al di più avrebbero dovuto provvedere i devoti, se volevano. Ed ai cappellani si faceva espressa proibizione di immischiarsi in tale faccenda delle messe: in nessun modo! (1).
I «depositari» dei denari e dei doni venivano sorteggiati in consiglio ed anch’essi duravano in carica sei mesi; poi un anno. La chiusura dei loro conti era fatta in comune da due «operai». In seguito tutti gli addetti formarono la «Società della Madonna delle lagrime» presieduta da un suo priore; ma non era una confraternita nel senso attuale della parola. Della erezione della «Confraternita di S. Maria delle lagrime» si parlò soltanto nel 1618 (2).
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Il comune che sentiva tutta l’ importanza e tutta la responsabilità dell’ impresa, esigeva dagli incaricati che adempiessero scrupolosamente ai loro doveri. Così troviamo che i «custodi», che non avessero fatta buona sorveglianza o non avessero provveduto a quanto occorreva per la fabbrica, dovevano pagare la multa di un «fiorino».
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(1) Quiin dcta re non debeant se immiscere quoquo modo. (A r c h i v i o delle 3 chiavi No 155, Riformanze 1487, f: 72t).
(2) A r c h i v i o delle 3 chiavi, Busta 1600-1700). Tre cittadini trevani: Corinto Citeroni, Camillo Celli e Leonzio Martinelli avevano domandata facoltà di istituire la Confraternita delle «Lagrime». Il vescovo di Spoleto, Lorenzo Castrucci, per mezzo del suo vicario, Andrea Billochi, concede tale autorizzazione, salva l’approvazione dei capitoli (29 settembre 1618).
Ma il loro ufficio era gratuito. E più tardi — l’8 Gennaio 1488 — fu deliberato che essi facessero la guardia dal levare del sole, fino al tramonto: pena due «fiorini».
La «società» Si adunava spesso nella sala comunale e i verbali di tali riunioni fanno parte delle «Riformanze», ossia sono alternati con esse. Delle deliberazioni della «società» avrò occasione di parlare quando tratterò della fabbrica della chiesa.
In vista del sempre crescente lavoro, i componenti la «società» furono portati da 11 a 34, il 23 Febbraio 1494. E tra essi furono nominati due revisori dei conti (rationatores).
Poco dopo anche il numero dei cappellani fu portato a due — il 22 Maggio 1494 — e furono D. Nicola Marzolini e D. Valentino Vannis (= di Giovanni) Salvi. Quando si presentò la necessità di deliberazioni importanti per il definitivo assetto della chiesa e dei suoi beni, fu sempre il comune che se ne interessò, per mezzo del Consiglio generale, oltre che della «società».
E in casi più gravi nominò speciali commissioni, chiamando a farne parte i rappresentanti di tutti i «terzieri», cioè di Trevi, di Matigge del Piano. nei quali era diviso il territorio del comune.
Inutile dire che in tutto ciò che si riferiva alla nuova chiesa, alla quale il fervore del popolo aveva dato quanto più poteva, il comune volle la collaborazione di ogni classe eli cittadini. Ma specialmente diedero la loro opera ssidua i Lucarini, i Petroni, i Valenti, i Contucci. E. quando la fabbrica della nuova chiesa fu inoltrata, furono nominati — il 30 Marzo 1500 — sei «conservatori» due per e terziero»; che, insieme ai «sindaci», agli «operai», ai «camerlenghi», ai «depositari» dei denari e dei panni e ad altri «officiali» formavano un corpo di 31 individui, che continuarono la loro opera fino al giorno in cui la chiesa delle «Lagrime» fu consegnata alla congregazione religiosa, alla quale il comune — sempre di sua iniziativa e scelta — volle affidarla.
Ora., su questa opera oculata, diligente ed energica che il comune nostro esplicò in tale nuova ed eccezionale occasione, vengono spontanee alla mente alcune considerazioni, che mi sembra, utile esporre.
Se un fatto simile a questo di cui ci occupiamo, la manifestazione, cioè, di un’ imagine prodigiosa agli occhi dei credenti, si avverasse ai tempi nostri, è fuor di dubbio che l’autorità ecclesiastica interverrebbe subito ed efficacemente, sia per la parte religiosa, che per l’economica. Ne abbiamo un esempio, assai vicino a noi di luogo
e di tempo, in ciò che.avvenne nel 1862 al tempo della «scoperta» della, Madonna «della Stella» in territorio di Moutefaleo. Anche lì affluirono i devoti, e con essi le elemosine e i doni; ma, per i mutati tempi, non fu il comune che di ciò prese cura, bensì L’arcivescovo di Spoleto.
I1 contrario, invece, accadde per la Madonna delle Lagrime, quattro secoli avanti. L’autorità ecclesiastica non prese alcuna parte all’avvenimento e fu del tutto assente; pur non ostacolando nè l’entusiasmo dei fedeli, nè l’iniziativa del comune; il quale — come dissi — oltre ad assumere la gestione di tutte le risorse finanziarie, esercitò atti di tale natura che sarebbero sembrati ben più confacenti all’autorità religiosa; come: la nomina dei cappellani. la proibizione a taluno dei sacerdoti di celebrare la messa nella nuova cappella, la fissazione delle elemosine ai celebranti e, più tardi. la ricerca di una comunità religiosa cui affidare il santuario; e simili.
Per comprendere oggi come tutto ciò potesse avvenire, è necessario rievocare il complesso delle istituzioni che dei comuni erano la base e la vita ad un tempo. I comuni che — pur sotto la tutela della Chiesa si davano volontariamente statuti e leggi; che nei loro consigli generali decidevano di cause penali, che emanavano provvedimenti fiscali e finanziarii, che — talvolta — battevano moneta, vivevano, può dirsi. di vita propria, per quanto soggetti alla cupidigia ed alle aggressioni dei vicini.
Era. quindi, naturale, allora, che della nuova manifestazione dell’animo religioso del popolo il comune assumesse la direzione e la responsabilità, e con la sua autorità tutelasse e coprisse la buona fede di coloro, che, secondo le forze, davano parte dei loro beni al nascente santuario. Onde si spiega tutto ciò che il comune di Trevi fece in quella occasione. Né può dirsi che dell
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intervento dell’autorità ecclesiastica siano scomparsi i documenti; poiché se essa avesse presa una qualsiasi parte negli avvenimenti religiosi che vengo narrando, non ne sarebbe mancata qualche traccia nella numerosa serie dei documenti che si conservano. Nulla, invece, né dall’archivio comunale, né da quello della Curia arcivescovile di Spoleto, né dagli «Annali» del Mugnoni risulta, che valga a fare nemmeno sorgere il dubbio di un qualche interessamento dell’autorità ecclesiastica in questa materia. Quando, con l’andare del tempo. i religiosi cui fu consegnato il santuario, e, dopo di essi, il comune vollero o dovettero rivolgersi al papa od all’arcivescovo di Spoleto, come vedremo, i documenti ce ne danno le prove abbondanti.
Non ho dati di fatto per istituire confronti .del come in casi simili e di quei tempi si sia regolata l’autorità ecclesiastica in altri luoghi:
<46> sarebbe certo interessante. Sappiamo, però, che due secoli prima la Repubblica di Orvieto interveniva energicamente ed esplicava la sua opera e la sua autorità in tutte le manifestazioni che seguirono il miracolo detto «di Bolsena»; e nel corso dei secoli, fino a tempi presenti, il comune stesso, che fece sorgere quel miracolo di arte che è il meraviglioso suo duomo, difese strenuamente — anche contro l’autorità ecclesiastica — la sua supremazia di fronte alla nuova istituzione (1).
E, continuando, dico che non può neanche sorgere il dubbio che l’autorità ecclesiastica si sia disinteressata della cosa, a Trevi, per non pronunciarsi col suo intervento, circa l’autenticità o meno dei fatti prodigiosi che infiammavano l’anima del popolo. Simili slanci di fede erano frequenti nell’età di mezzo; e la Chiesa — anche se rimaneva assente — non credeva necessario frenare l’entusiasmo dei fedeli; specialmente nei tempi di calamità pubbliche, alle quali ogni conforto spirituale era di grande sollievo.
Per ultimo vorrei anche esprimere l’opinione che agli occhi della autorità ecclesiastica l’opera sollecita del comune, la rispettabilità delle persone che di esso erano a capo — le une e le altre sempre deferenti alla chiesa — poterono sembrare efficaci garanzie per lasciar proseguire nel sistema iniziato. Non solo: ma io credo che il comune, intervenendo con la sua autorità e con la sua tutela in tutto ciò che riguardava il nuovo santuario, non facesse altro che esercitare un suo diritto, consacrato negli antichissimi Statuti municipali, riveduti nel 1427.
Questi, infatti, dispongono che il comune debba eleggere tre «sanctuarii» o «santenses» uno per ogni terziero, i quali, affinché «gli affari delle chiese siano trattati rettamente ed affinché non avvengano dissipazioni», devono sorvegliare le chiese di S. Emiliano, di S. Francesco, di S. Giovanni con l’annesso ospedale, e di S. Tommaso con l’altro ospedale per i lebrosi, nonché tutte le confraternite. I «sanctuarii dovevano redigere gl’inventari, tenere il libro dell’entrata e dell’uscita, vigilare che non avvenissero frodi, sotto la pena dell’ infamia per essi e di 100 «libbre» di denari. In compenso del loro ufficio, che era obbligatorio, ricevevano 40 «soldi» per ciascuno all’anno. Allo scadere di questo dovevano presentare i loro conti al podestà, il quale, se vi erano frodi o negligenze, puniva le prime con
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(1) Fumi Luigi — Statuti e regesti dell’opera di S. Maria in Orvieto — Perali pericle — Memoria sull’attuale stato giuridico dell’ Opera del Duomo di Orvieto — ivi, Marsili, 1922
<47> una multa di 10 «libbre» di denari e le altre con 40 «soldi», oltre al rifacimento dei danni (1).
Tenendo presenti queste disposizioni che si riferivano alle principali chiese ed ai più importanti istituti di beneficenza allora esistenti, il comune non esitò punto ad applicarle, per ragionevolissima analogia, alla nuova manifestazione del sentimento religioso del popolo ed alla chiesa delle «Lagrime», che stava per sorgere sotto così promettenti auspici di fede e di elemosine.
Così e non altrimenti va inteso l’ intervento del comune, il quale non volle certamente ribellarsi all’autorità ecclesiastica, nè invadere il campo delle attribuzioni di essa: ma volle — allora, come sempre — valersi dei suoi indiscutibili sovrani diritti.
(1) «Statuta Vetustiora» del comune di Trevi — Libro I — Rubrica III — f: 6t. in Archivio delle 3 chiavi – N° 70.
Si suol dire che i libri hanno le loro avventure habent sua fata libelli; si suol dire che le liti hanno le loro stelle: habent sua sidera lites. Anche dei monumenti della letteratura e dell’arte, anche delle chiese e dei palazzi, può dirsi che hanno le loro fortune, o le loro sfortune.
Edifici di grande valore sono talvolta trascurati, sconosciuti. Edifici modesti e di scarso interesse hanno talvolta illustratori devoti, più del necessario, zelanti, operosi. E restano in oblio templi e palazzi meritevoli di maggior fama, e vanno celebrati nel mondo edifici e monumenti che non hanno diritto a tanto prestigio.
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Questo può dirsi della chiesa della Madonna delle lagrime, presso Trevi nell’Umbria. né i fati, né gli astri furono ad essa fino ad oggi molto propizi; e se, dal lato religioso, la devozione dei popoli rese al bellissimo tempio l’omaggio dovuto, e se per larga plaga ne mantenne sempre il sacro prestigio, non così accadde alla parte artistica e storica di esso ; poiché né i credenti dettero molta importanza alle bellezze dell’arte, né gli amanti delle
<VI> cose belle conobbero in proposito notizie e indicazioni sufficienti.
Eppure quanti capolavori di artisti insigni conserva questo tempio !
Ma anche per la chiesa delle Lagrime suonò l’ora sua, e si trovò finalmente chi, allacciando le glorie della religione con quelle dell’arte, seppe rivelare alle anime pie ed ai cultori del bello la duplice importanza di questa chiesa.
Tommaso Valenti ha intessuta una corona di fiori al sacro tempio, e, fortunatamente, ha voluto e, meravigliosamente, ha potuto tessere tale corona, avendo avuto a sua disposizione le invidiabili qualità che per tali cose si richiedono ; cioè un amore potente per la patria sua, ed un’inclinazione mirabile e paziente per scovare, direi quasi, tale storia tra la polvere delle biblioteche e degli archivi.
Altri, prima di lui, fecero dei passi per ricostruire qualche brano della storia quadricentenaria di questa chiesa : ma furono passi incerti e claudicanti. Solo il Valenti ha trattato, ha esaurito il tema con mano sicura ; segnalando ogni aneddoto per illustrarlo, ricordando ogni nome per farne la storia; frugando negli archivi domestici e lontani, fra i tesori dell’immenso Archivio Vaticano, fra i rogiti dei notai della sua patria, per rendersi conto di tutto, per soddisfare qualunque curiosità, per lumeggiare anche il più modesto avvenimento di cronaca religiosa, non risparmiando indagini e studi, confronti e congetture, pur di non lasciare lacune, o dubbi, o incertezze.
E ne è venuto fuori questo bel volume, che è una vera pagina gloriosa per lui, gloriosa per la sua Trevi, gloriosa per la sua Madonna delle Lagrime.
<VII> La quale chiesa, poi, è sua doppiamente : sua perché di ogni parte di essa, di ogni quadro, di ogni statua, di ogni sarcofago ha fatta la storia diligente e precisa. Sua perché in ogni angolo di essa ha trovato una memoria cara, un nome onorato degli avi suoi; dei quali, con tanta signorilità, con tanta cultura, ha mantenute le nobili tradizioni.