Categoria: Storia

  • Le memorie francescane – S. Bartolomeo

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo.

    Fu un altro Monastero di Monache Clarisse; è addirittura impossibile precisare la date della sua fondazione.

    La prima menzione di un Monastero sotto il titolo di S. Bartolomeo o dei sacchi, come fu anche chiamato, si trova in un documento del 2 ottobre 13851. Si tratta di un atto di donazione che Benedetta di Jacobuccio Nardeschi fece all’ospedale dei lebbrosi dei SS. Tommaso e Lazzaro. L’atto fu rogato da Giovanni di Pace da Foligno “in oratorio ecclesiae sancti Bartholomaei de Villa Lapidiae loci pauperum domnarum de sacchis2. Esisteva adunque in Pigge un Monastero di Monache avente la stessa denominazione di quello che poi troviamo in Trevi; evidentemente si tratta dello stesso Istituto che dalla frazione di Pigge viene trasferito al Capoluogo. Che si tratti di Monache francescane non c’è dubbio; la parola locus, adoperata anche da S. Francesco invece di Convento o Monastero, la denominazione de sacchis (delle sacca, come troviamo più tardi), che indica delle povere donne vestite di rozzo e ruvido sacco, stanno ad indicare con precisione un’istituzione francescana.

    Non è possibile stabilire in qual tempo il Monastero di S. Bartolomeo de sacchis dalla [dalle, nel testo] Pigge fu trasportato a Trevi; manca ogni documento in proposito. Sappiamo solo che in Trevi il Monastero di S. Bartolomeo fu sempre dove oggi è l’Asilo Infantile, poco lungi dall’arco del Mustaccio.

    Nella seconda metà del sec. XV le Monache non c’eran più ed il locale era di proprietà di Ser Giacomo Paoloni3. Nel 1495 alcune giovanette trevane, desiderose di vivere religiosamente, comprarono il Monastero e vi iniziarono una nuova Comunità, ed il Comune, accogliendo una loro istanza, diede a tal fine un sussidio di cinquanta Fiorini4.

    Anche la storia di questo Monastero nota ben presto difficoltà d’ordine morale. Né ciò deve far meraviglia, poiché eran tempi di grande rilassatezza e di corruzione comune e con troppa frequenza si ripetevano i casi della Monaca di Monza.

    Il 23 luglio 1554 [nel testo: 1334] il Consiglio Generale di Trevi si occupò di questa Comunità.. Il nobil uomo Anton Francesco Lambardi propose si mandasse Vero de Veris quale oratore al Padre Generale dell’Osservanza di S. Francesco affinché si degnasse ordinare al Provinciale “accipere curam dictarum Monalium5.

    Quattro anni dopo, cioè il 2 giugno 1558, il Consiglio, perché fallite le prime pratiche, risolvé di far pervenire al Card. De Carpio, per mezzo di Mons. Romolo Valenti, una letttera pregandolo di ottenere dal Generale dell’Osservanza per il Monastero di S. Bartolomeo due Monache del Monastero di S. Margherita di Foligno “ad reformandum dictum nostrum monasterium et ad catholicam vitam redigendum6.

    Contemporaneamente a questo, avveniva un fatto di grande importanza, che ci rivela quale era in quei tempi lo stato delle Comunità Religiose lasciate in balia di sé stesse; il Concilio di Trento che doveva porre riparo a tanti mali, non aveva ancora terminato i suoi lavori, né d’altra parte certe salutari riforme, dopo un lungo periodo di rilassatezza, possono ottenere improvvisamente il loro effetto.

    Le Monache di S. Bartolomeo avevano scritto nel 1559 al Consiglio Generale e ai Signori del Comune una lettera, che merita di essere esaminata.

    Le Monache cominciano col confessare che “nel loro Monastero non si vive con quella debita religione che si conviene, né si osservano regole, né costituzioni convenienti“. Il lettore immagini quali altri disordini maggiori portasse con sé questo stato di cose.

    Le Religiose “desiderando de lassar qualche cattivo ordine che vi fosse” implorano dal Consiglio di “provvedere in quel miglior modo che aloro paja opportuno“, protestando “di sottomettersi a tutte le riforme, costitutioni ett ordini che da SS. V.V. o da altri, a chi saranno date in cura, li saranno costituite et ordinate et di vivere honestamente“.

    Il Consiglio, forse per esperienza del passato, non si fidò dello scritto e volle anche accertarsi che le Monache fossero unanimi nei sentimenti esposti nella lettera. Una commissione composta da tre nobili cittadini, e cioè Alberto Origo, Teodoro Citeroni e Marcello Poli, assistita da Filippo Vitale, notaio pubblico e cancelliere del Comune, fu mandata al Monastero di S. Bartolomeo. Eran presenti anche il Sindaco del Comune, Andreangelo Mari, il procuratore del Monastero Angelo Mugnoni e i testimoni Guido Silvestri e Gregorio Spaziani.

    Le Monache che, eran dieci, furono radunate “in sala magna ipsarum Monasterii” e fu loro domandato se la supplica era stata scritta “ex animo et voluntate et si intendatur eam emologare et approbare et facere prout in ea“. Le Monache “Iunanimiter et concorditer et unaqueque divisim” risposero che la loro volontà era quella espressa nella lettera, che confermavano e approvavano.

    Di tutto fu redatto regolare verbale7.

    Questo avveniva il 12 agosto; il giorno seguente ilConsiglio stabiliva di scrivwere al Provinciale dell’Osservanza di S. Francesco “ ut dignetur monasterium in custodiam et sub tutela recipere et dictas moniales in via Christiana instruere8.

    Furon subito iniziate le pratiche, che questa volta cdondussero a buon porto, tanto che il 17 agosto 1561 il Consiglio Generale “curam acceptam per zoccolantes confirmat9. In quell’occasione ebbe luogo una lunga discussione ed apparve con chiarezza che il Consiglio voleva che il Monastero fosse riformato sul serio e le monache cominciassero a tenere quella condotta che si conviene a Religiose

    Il 13 agosto Emiliano Contuzi, uno dei Consiglieri propose la nomina di tre uomini “ad providendum quantum oportet et opportunum sit pro dicto Monasterio et ad gastigandum moniales, si opus erit, et cum literisR.mi D.ni Vicelegati, quae confirment electionem dictorum hominum et eorum auctoritatem pro utili et beneficio dicti monasterii10. Il Consiglio approvò ed il Monastero ebbe finalmente un indirizzo sicuro ed iniziò una vita di regolare osservanza.

    Il Consiglio si occupò ancora di questa Comunità il 2 giugno 1602 11 nell’occasione in cui tutti i Monasteri di Trevi avevano chiesto la concessione dell’acqua potabile; ma questa volta l’interessamento del Comune non fu per l’andamento morale, ma per quello temporale. L’acqua fu concessa a tutte le Comunità e per quella di S.Bartolomeo, con particolare benevolenza, si nominò una commissione affinché le Monache non mancassero mai di nulla e “possano haver chi veda et dica et provveda ai fatti loro“, ma si aggiunge anche che il Sig. Tullio Petroni “specialmente habbi l’occhio all’osservanza della religione delle sacca et le rimetta negli ordini loro soliti“.

    Forse non tutti gli inconvenienti eran finiti a giudicare dall’incarico dato al Petroni.

    Nel 1615 troviamo il Monastero passato sotto la giurisdizione del Vescovo di Spoleto. Ogni disordine allora cessò definitivamente ed il Consiglio si occupò in seguito del Monastero di s. Bartolomeo per farvi dei lavori12 o per concedere elemosine e sussidi13.

    Di aiuti il Comune non era stato mai avaro con quelle Monache. Nel 1354 il Consiglio stabilì di dar loro ogni bimestre una coppa di grano14, che poi aumentò fino a due rubbia e mezzo15, da servire però per il mantenimento del Cappellano.

    Il Cappellano era nominato dalle Monache, ma la nomina doveva ricevere l’approvazione del Comune16.

    Questi aiuti per il mantenimento del Cappellano, come pure altri sussidi, variarono con l’andar del tempo17, finché furono tolti del tutto.

    Le Monache rimasero in S. Bartolomeo fino alla soppressione napoleonica, menando una vita esemplarissima. Dopo la soppressione più non tornarono nel loro Monastero, in cui invece fu eretto un Istituto per le orfanelle, che si chiamò Conservatorio di S. Bartolomeo.

    Ma anche l’Orfanotrofio non vi rimase lungo tempo. Il 15 gennaio 1816 la Congregazione della Riforma dichiarò soppresso anche l’altro Monastero di S. Croce, in cui stavano le Benedettine, ed ordinò che in parte del locale fosse trasportata la residenza del Parroco e nella chiesa Chiesa di S. Croce la parrocchiale di S. Maria in Sion; nel resto del locale prendesse residenza l’Orfanotrofio Femminile di Trevi al quale dovevano essere devoluti anche i beni non venduti del Monastero; L’esecuzione fu affidata al Card. Canali, Vescovo di Spoleto, il quale con suo decreto del 20 marzo 1817 ed altro in atto di Sacra Visita del 20 maggio 1821 rese esecutivo il citato Decreto della Congregazione della Riforma; fu steso anche un atto notarile per le mani del notaio Girolamo Mosconi in data 31 luglio 181618 con cui, tra l’altro, si riconosceva una pensione di 5 scudi al mese ad ognuna delle Monache ancora viventi.

    Con Regio Decreto del 21 dicembre 1864 l’Orfanotrofio passò alla Congregazione di Carità; quando con altro Regio Decreto del 5 gennaio 1868 anche il Collegio Lucarini passò alla Congregazione di Carità, questa pensò a trasferire l’Orfanotrofio nella casa di Virgilio Lucarini, posta proprio innanzi alla Chiesa di S. Emiliano, e per il Collegio adibì i locali dell’ex Convento di S. Francesco.

    Nei locali dell’ex Monastero di S. Bartolomeo, nell’anno 1873, fu aperto l’Asilo Infantile, che ebbe la denominazione “Asilo Infantile Boncompagni”. Vale la pena di rilevare che il nome Boncompagni non si riferisce in questo caso alla famiglia principesca di Roma, ma ad un impiegato che il Ministero mandò a Trevi in Missione quando si trattò di aprire il nuovo Istituto; nella speranza che quell’impiegato non avanzasse delle difficoltà, gli ammministratori di allora fecero trovare sulla porta del locale una tabella con la scritta: “Asilo Infantile Boncompagni“. Passati ormai molti anni, nessuno più ricorda il modesto funzionario, che del resto non ebbe altri meriti verso il nostro Asilo che quello di aver redatto una relazione favorevole all’apertura; meglio quindi sarebbe cambiare denominazione e chiamare l’Asilo col nome di qualche nostro illustre concittadini o di qualche dama che sia stata particolarmente benefica verso l’Istituzione che è veramente provvidenziale per i figli del popolo.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena n.

    37.

    2)

    Quest’atto è interessante anche per le altre notizie. Alla stipulazione era presente fra Girolamo di Pietro, da Orvieto, eremita dimorante «

    in loco S. Anthoni de Colvaglioso supra Piscignanum

    ». La donazione è fatta all’ospedale nella persona di Giovanni di Paolo da Trevi, oblato, capo e governatore «

    hospitalis leprosorum sci Thomae de Pede Trevii

    ».

    3)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 268.

    4) Archivio delle Tre Chiavi, Rif., 1495, f.92.

    5

    )

    Id.,

    Rif.

    , 1554, f.181.

    6)

    , 1558, f.40.

    7)

    La supplica e il verbale si trovano nel libro delle

    Riformanze

    del 1559 a pag. 170.

    Archivio delle Tre Chiavi.

    8)

    Rif., 1559, f. 167.

    9)

    Rif

    ., 1561, f.337.

    10)

    , 1562, f.418.

    11)

    , 1602, f.204.

    12)

    ., 1611, f. 112 e

    1615, f. 115.

    13)

    , 1560, f. 171; 1581, f. 250; 1590, f. 117; 1600, f. 114; 1611, f. 124, ecc..

    14)

    , 1534, f. 179. La

    coppa

    è una misura che corrisponde oggi a 80 chili circa; il

    rubbio

    equivale a quattro coppe. Altre misure trevane erano: la

    nappa

    uguale a cinque litri, il

    mezzo quarto

    uguale a un decalitro, il

    quarto

    al doppio decalitro, la

    mezzenga

    a due quarti, il

    sacco

    a due coppe.

    15)

    , 1634, f. 157

    16)

    , 1565, f. 7

    17)

    , 1634, f. 157 ecc. ecc.

    18)

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio G. Mosconi, 11 luglio 1816.

  • Le memorie francescane – S. Martino

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 4. – Convento di S. Martino

    Del convento e della Chiesa di S. Martino in Trevi hanno già scritto con competenza altri1 perciò ben poco a me resta a dire. Ricorderò soltanto qualcuna delle cose che ritengo inedite o alquanto interessanti.

    Vicino al luogo in cui oggi sorge il Convento esisteva una Chiesa dedicata a S. Martino Vescovo. Non conosciamo l’antichità di questa Chiesa , sappiamo soltanto che era Parrocchia2 e che gli Osservanti l’ebbero in dono dall’Abate dei Benedettini di Bovara, Tommaso Valenti, nel 14793. Ignoriamo anche a quanto rimonti il possesso di essa per parte dei Benedettini, ma non deve recarsi molti indietro, perché di essa non si fa cenno nei ricordati Brevi di Alessandro III, Celestino III, Innocenzo III, e Onorio III. Certo però doveva essere un tempio maestoso, a giudicare almeno da quanto afferma il Mugnoni, il quale dice che «erano in essa multe belle prete de altare et colune de multe belle prete, et parte ne sonno in ecclesia nova et parte ad Santo Miliano. Era in ditta ecclesia il baptismo, che antiquamente lì se baptizava; poi fo conduco ad santo Miliano»4.

    Ho voluto di proposito riportare le parole del Mugnoni per sfatare una buona volta la leggenda che i due grandi capitelli che si vedono ancora vicino alla porta della Chiesa di S. Emiliano abbiano fatto parte di un antico tempio pagano dedicato alla dea protettrice di Trevi. Quei capitelli provengono dalla Chiesa di S. Martino, e ciò non solo per l’attestazione del Mugnoni, ma anche per il fatto che nell’orto del Convento se ne trova qualche altro della stessa grandezza, della stessa forma e della stessa qualità della pietra. Essi piuttosto ci stanno ad indicare la grandiosità della Chiesa di S. Martino, perché quei capitelli dovevano esser sorretti da colonne di almeno dodici metri.

    Il Battistero di cui parla il Mugnoni è certamente quello stesso che si trova ancor oggi in S. Emiliano.

    È opera della fine del trecento o dei primi del quattrocento. Ha la forma di tabernacolo ed è esagonale. Anche il piede su cui poggia la parte principale è un esagono, ed ha per ornamento grandi foglie di acanto e tre teste di angiolo; la cornice che divide il piede dalla parte superiore porta i soliti motivi quattrocenteschi. La parte centrale, che è la vasca dell’acqua lustrale, è divisa in sei riquadri distinti da piastrini; il centro di ogni riquadro ha lo specchio fatto con marmo antico. Segue verso l’alto una cornice con simboli diversi come l’anfora, il secchiello dell’acqua santa, il libro, il calice, l’ampolla, ecc. La cupola è loricata ed è sorretta da un tamburo ornato con marmi antichi. In cima alla cupola c’è un piccolo basamento esagonale con specchietti di marmi antichi. Fino a qualche anno fa sopra questo basamento vi era una statuetta di S. Giovanni Battista; ora vi è una Croce di pietra che non è nemmeno proporzionata

    Il lavoro è bello e rivela una buona mano; manca però qualsiasi indicazione che ci riveli l’artista. È certo tuttavia che esso sta a dimostrarci che la Chiesa di S. Martino, che possedeva un tal fonte battesimale, doveva essere veramente grandiosa, e chi sa quale monumento sia stato distrutto, se il Mugnoni ne rimpiangeva «le multe belle prete», che erano state portate via.

    ***

    Il Comune di Trevi aveva fino dal 1473 stabilito di dare un luogo ai Frati dell’Osservanza per fondarvi un Convento5 . Non so se per trattative iniziate dal Comune o per altra ragione il luogo fu donato da Tommaso Valenti, Abate dei Benedettini di Bovara, nel 1479, insieme alla Chiesa di cui abbiamo parlato6. Il 26 novembre di quell’anno fu fatto il contratto per la costruzione del Convento con Mastro Baldassarre da Como ed il notaio Ser Francesco Mugnoni stese l’atto7.

    Il 17 ottobre 1484 il Convento era finito. Una solenne processione, con a capo gli Osservanti condotti dal loro Provinciale, Frate Evangelista Baglioni da Perugia8 , che in piazza tenne un bel sermone, mosse verso S. Martino, dove giunti fu letta la Bolla di Sisto IV; poi celebrò la Messa Pontificale l’Abate Valenti9. Così gli Osservanti iniziarono a Trevi la loro opera piena di zelo. Il Comune e i Cittadini circondarono sempre di affetto gli Osservanti e non mancarono, attraverso le varie epoche di dare ad essi quegli aiuti di cui potevano aver bisogno.

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    801

    Note

    1)

    P. Benvenuto Bazzocchini,

    Cronaca della Provincia Serafica di S.Chiara d’Assisi,

    Firenze, Tip Barbèra, 1921. – Nell’ottobre 1913 scrissi anch’io alcune memorie, che furon pubblicate nel giornale

    Il Risveglio

    di Spoleto.

    2)

    Pelosio,

    Catalogo

    ecc., pag. 173.

    3)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 60.

    4)

    ecc., pag. 123.

    5)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1473, f. 174.

    6)

    Wadding,

    ecc., pag. 123.-

    Fra Antonio da Orvieto,

    Cron. Refor.,

    f. 317. –

    7)

    M0ugnoni,

    Id.

    8)

    Il Beato Evangelista Baglioni da Perugia può dirsi un dotto dei suoi tempi. Nel 1487 fu invitato quale rappresentante del suo Ordine alla Corte di Roma. Più volte fu eletto Provinciale dell’Umbria e il 24 maggio 1493 fu elevato alla carica di Vicario Generale. Pieno di meriti, morì in Ragusa il 5 agosto 1494. Vedi

    Jacobilli,

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    tomo II, pag. 82.

    9)

    Id,

    pagg. 83 e 84.

  • Le memorie francescane – Il Monte di Pieta'

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 4. – Convento di S. Martino

    Il Monte di Pietà [ L’Autore non ha dedicato un capitolo all’argomento, ma lo ha trattato sotto Convento di S. Martino. Per l’importanza dell’oggetto, per l’estensione del testo e per una più facile consultazione lo si è voluto scorporare dalla pagina dedicata al convento di S. Martino e trattarlo in una pagina specifica]

    Nella missione svolta dagli Osservanti in Trevi emergeva l’opera del Padre Agostino da Perugia e del Beato Bernardino da Feltre.

    Eran tempi in cui era in pieno sviluppo l’usura più esosa, favorita dalle condizioni generali non floride, che si ripercuotevano largamente sui singoli. Il danaro circolava poco e quel poco era in mano di privilegiati o avidamente accaparrato da uomini senza coscienza e senza ritegno. Venivano così a crearsi delle situazioni gravi, per far fronte alle quali si sopportava lo strozzinaggio esercitato dagli Ebrei, come un loro particolare mestiere.

    Non mancavano severe disposizioni per combattere questa piaga della società d’allora, ma troppe erano le circostanza che le rendevano senza effetto. Inoltre per eludere la legge, si adottava il famoso contractus mohatrae[?], per il quale colui che prendeva il danaro in prestito figurava di acquistare dal mutuante merce a prezzo molto elevato e di rivendergliela poi ad un prezzo minimo.

    Anche a Trevi, che trovatasi nelle stesse condizioni di altre Città, cadde ben presto sotto le unghie rapaci degli Ebrei. Il 18 settembre 1457 troviamo il Consiglio Generale1 intento a discutere intorno alla venuta di un ebreo, di nome Isacco Angerilli, al quale bisognava fare delle buone condizioni affinché accettasse di venire in Trevi ad esercitarvi il mestiere dell’usuraio.

    Giacomo d’Andrea, «antepositus Comunis», a Antonio Bartoluzzi «egregius vir» raccomandarono caldamente il capitolato proposto ed il Consiglio approvò all’unanimità, segno questo del grande bisogno di moneta sentito da tutti.

    Con l’Ebreo pertanto restò pattuito:

    1.° Isacco e i suoi figli «quos habet et in futurum habebit» possono abitare nel Comune di Trevi e nelle cause civili e penali «tractentur et tractari debeant ut Trebani».

    2.° Nel giorno di sabato e in qualunque altro giorno festivo «secundum legem judaicam» Isacco e i suoi non possono esser costretti a mutuar danaro, a restituir pegni o far checchessia.

    3.° Il Comune ha diritto di avere in prestito, una sola volta l’anno, trenta fiorini, senza pagare interessi per due mesi e senza l’obbligo dei pegni; se dopo i due mesi il danaro non è restituito, si debba pagare l’interesse «quorum solidorum denariorum pro quolibet floreno».

    4.° «Dictus Isacchus et filii eius judaei et famuli teneantur et debeant ad usuras in dicta terra Trevii cuicumque volenti aliquid accipere sub usuris, super quibuscumque pignoribus ydoneys et pro merito vel usura recidere possint boloneum unum pro quolibet floreno mense singulo». I pegni però dovevano esser tenuti in gran cura e rimanevano in possesso dell’ebreo, se il padrone non li avesse ritirati dopo dieciotto mesi.

    Questo il capitolato stabilito dl Comune con Isacco Angerilli, il quale fu ben lieto delle condizioni che gli venivan fatte e che eran per lui molto vantaggiose. L’interesse di un bolognino al mese per ogni fiorino corrisponde (senza computare l’interesse composto) al trenta per cento all’anno, poiché sappiano che il fiorino equivaleva a quaranta bolognini. Ma dove l’ebreo trovava il far suo era nel fatto che nessuna condizione era posta e nessun controllo sanzionato per stabilire il valore dei pegni e la quantità di danaro da darsi su quel valore. Date poi le condizioni generali, è facile immaginare che eran molti coloro che non potevano più riscattare il loro pegno, che rimaneva così in mano all’ebreo, il quale poteva farne mercato a suo piacimento; nessuno clausola del capitolato glielo vietava. E qui appunto consisteva la parte più esosa dell’opera nefasta dell’Angerilli, il quale si impinguava di danaro, spogliando la povera gente.

    L’ebreo poté esercitare impunemente il suo poco nobile mestiere per oltre dieci anni senza che nessuno lo disturbasse seriamente. Ma nel marzo del 1469 predicava in Trevi il quaresimale2 Padre Agostino da Perugia, il quale nelle sue prediche «plurimum et veementissime» si scagliò contro gli usurai e prese le difese dei poveri di Trevi. I placidi e tranquilli sonni d’Isacco cominciarono ad esser turbati, tanto più che il Padre Agostino prendeva di mira proprio le sue azioni e le combatteva con tutto il suo zelo.

    Uno dei mezzi escogitati in quei tempi per combattere l’usura furono i Monti di Pietà. Il primo di essi fu eretto in Orvieto ed approvato da Pio II nel 14643; dopo di quello molti altri ne sorsero qua e là, ed i Francescani, che conoscevano molto bene i bisogni del popolo, ne furono i grandi propagandisti.

    Da principio il Monte di Pietà funzionava così: i ricchi e gli abbienti fornivano denaro e merci, ed essi venivano considerati come creditori del Monte e perciò ricevevano una piccola parte del guadagno. In progresso di tempo questo guadagno si dovette devolvere a beneficio dei poveri.

    Le norme che regolarono definitivamente i Monti di Pietà furono dettate da Leone X il 4 maggio 1515 con la costituzione «Inter multiplices» che fu preparata nel Concilio Laterano, Sessione I; il Concilio di Trento, nella Sessione XXII, pose senz’altro i Monti di Pietà tra gli Istituti Pii.

    La Chiesa ebbe sempre una sorveglianza speciale sui Monti di Pietà; ora lo Stato ed il Comune si sono sostituiti ad essa.

    Con la venuta del P. Agostino da Perugia, anche per Trevi era giunto il momento di avere il Monte di Pietà, che fu certamente tra i primi ad essere aperto in Italia.

    Il 5 marzo il Consiglio Generale si radunò; il Podestà fece presente che il «venerabilis et religiosus frater Augustinus de Perusio» insisteva perché anche in Trevi si iniziasse il Monte di Pietà «ad honorem summi Dei et pauperum Trebanorum utilitate» e perciò il Consiglio «bene intellecta et considerata dicta praeposita, muture[?] consulte, declaret et decernat quid super huiusmodi re faciendum sit».

    Presero subito la parola due personaggi eminenti, due dottori in legge, Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti, ambedue approvando la nuova istituzione. Il primo anzi propose che lo statuto del Monte di Pietà dovesse esser compilato da Fra Agostino d’accordo con i Priori ed il Podestà e due uomini per ogni Terziero. Natimbene Valenti propose che «pro corroboratione et augumentatione dicti Montis» fosse lasciato in suo profitto l’introito che veniva al Comune dalla gabella detta del passaggio.

    Il Consiglio approvò tanto l’istituzione del Monte quanto tutto il resto con voti sessantasei favorevoli ed uno contrario.

    Prima che l’assemblea fosse sciolta4 Padre Agostino, che era intervenuto all’adunanza, consigliò che il Comune concedesse ancora un sussidio al nuovo Monte. La cosa fu accolta con molto calore e Apollonio di Pietro propose si desse il ricavato delle multe applicate ai bestemmiatori, ciò che fu approvato con 60 voti favorevoli contro due. Il giureconsulto Gregorio di Tommaso volle si desse parte di altre tasse da applicarsi dal Consiglio Generale, ed in fine Nanni di Venanzo propose si dessero quindici salme di grano «pro manutentione et conservatione Montis pietatis». Il che fu eseguito con ogni esattezza.

    Immediatamente Padre Agostino, i Priori e il Podestà nominarono due uomini per ogni terziero secondo la proposta di Gregorio di Tommaso; risultarono eletti: Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti per il Terziero del Castello, Pierfrancesco di Francischino e Bartolomeo di Ser Giacomo per il terziero di Matigge e Marco Palmucci e Bartolomeo di Giovanni per il Terziero del Piano. Queste egregie persone si misero subito a studiare le costituzioni da dare al Monte di Pietà.

    Ma il Padre Agostino comprendeva che se non si fosse tolto via il capitolato stabilito tra il Comune e Isacco Angerilli, non si sarebbe concluso niente, perché l’ebreo avrebbe saputo render nulla l’azione del Monte, cosa del resto che seppe fare ugualmente.

    Il 19 marzo Padre Agostino intervenne all’adunanza del Consiglio Generale, prese la parola e propose alcune cose «pro salute omnium hominum pro bono pacis et concordia». Ma le parole del valente oratore si aggirarono specialmente intorno agli ebrei ed in modo particolare a Isacco Angerilli ed elencò addirittura le disposizioni che il Comune avrebbe dovuto adottare per combattere l’usura.

    Il giureconsulto Gregorio di Tommaso, a cui si unirono Pierfrancesco di Francischino, Angelino di Sante, Tommaso di Giovanni, Marco Palmucci e Nanni di Venanzo, approvò pienamente le eloquenti parole di Padre Agostino ed il Consiglio con 60 voti favorevoli ed uno contrario prese la seguente delibera: «Committatur predicatori nostro fratri Augustino de Perusio Ordinis Minorum ut possit praedicta capitula cancellare et nova addere, minuere pro suo libito et voluntate».

    Lo zelante francescano si mise subito al lavoro ed in breve presentò le correzioni al capitolato con gli ebrei ed «ordinavit» che fossero conservate « consensu et voluntate Magnificorum Dominorum Priorum». Si trattò adunque di un vero e proprio atto legislativo compiuto con i pieni poteri concessi dal Consiglio Generale.

    Noto subito che non venne inibito ad Isacco di dare in mutuo moneta con la garanzia di pegni, ma soltanto ciò veniva regolato in maniera più corrispondente a giustizia.

    Parimenti si lasciò integro l’interesse di un bolognino al mese per ogni fiorino, o perché questo era il tasso in uso allora, come si può supporre per ciò che si fece in seguito, o perché il bisogno era tale che si pensava esser meglio pagare il 30% annuo piuttosto che perdere ogni mezzo per poter avere danaro.

    Ecco quali furono le modifiche apportate dal P. Agostino al capitolato con gli ebrei.

    Innanzi tutto si ripete che Isacco Angerilli, la sua famiglia e i suoi soci hanno la facoltà di risiedere a Trevi e «in omnibus in quibus a sancta matre ecclesia suppurtantur» devono essere trattati come Trevani. Parimenti si conferma che nelle fest4e ebraiche e nel sabato non si può usare nessuna costrizione agli ebrei, ma viene aggiuto un particolare articolo che proibisce ogni operazione anche nelle feste cristiane, ciò che fino allora non era contemplato. Rimane anche confermato il prestito da farsi al Comune alle condizioni già note.

    Siccome però l’usura è proibita «per legem naturalem, propheticam, canonicam ac etiam politicam, et expressissime per legem evangelicam», così Isacco Angerilli potrà in seguito ricevere un bolognino per fiorino ogni mese, fermo restando l’obbligo della buona manutenzione dei pegni, ma il valore del pegno e l’eventuale vendita di esso devono esser regolati da disposizioni precise.

    Passati i diciotto mesi stabiliti, i pegni potevano esser venduti, ma sulla pubblica piazza del Comune, «eo modo et forma» che si adoperavano per i pegno del Monte di Pietà, e ciò che fosse ricavato «ultra sortem et uxuram» si dovesse dare al padrone del pegno, e ciò da eseguirsi sotto la sorveglianza degli Ufficiali del Monte di Pietà. Se l’ebreo «contrafecerit» sarebbe incorso nella pena di venti ducati oro da dividersi tra la Camera Apostolica, il Comune di Trevi e l’accusatore. Prima poi di procedere alla vendita dei pegni, si doveva notificare «per preconem» che tutti potevano ritirare entro un certo tempo ciò che avevano dato all’ebreo. Le notificazioni dovevano esser tre e fatte in giorni diversi: dopo quindici giorni dall’ultima, i pegni si potevan vendere «ut supra», se così volevano i padroni del pegno, altrimenti, se si fosse trattato di negligenza sarebbero rimasti in possesso dell’ebreo.

    Veniva così frenato il guadagno illecito avuto fino allora sui pegni, che ricevuti per pochi danari, eran poi venduti certamente ad alto prezzo.

    Veniva poi sancita in modo preciso, sotto pena di due ducati oro la proibizione dell’ «uxura de uxuris», cioè della facoltà di poter esigere l’interesse composto, e rimaneva integro per gli ebrei l’obbligo di portare il «signum» di riconoscimento.

    Tutte queste disposizioni però dovevano valere per l’avvenire; i pegni tenuti presso l’ebreo fino a quel giorno dovevano esser regolati col vecchio capitolato e perciò potevano esser acquistati con tranquillità di coscienza.

    Contro tali disposizioni i Cittadini Trevani che si fossero sentiti danneggiati, potevano presentare ricorso entro quindici giorni al Cancelliere del Comune; in quanto all’ebreo restava inteso che veniva cancellato e abrogato tutto ciò che non era contenuto in questo capitolato redatto dal Padre Agostino.

    Vien voglia di pensare che a queste condizioni, così diverse da quelle che furon fatte dal Comune quando fu pregato di venire a Trevi, Isacco Angerilli sia immediatamente partito, ma invece non fu così. Infatti il nuovo capitolato si chiude con queste precise parole: «Quae capitula praedictus Isach coram prefato Consilio espresse acceptavit».

    Evidentemente Isacco aveva ormai conosciuto molto bene l’ambiente in cui si trovava ad operare e comprendeva che c’era ancora modo di fare affari, oppure era sicuro di potere impunemente fare il comodo proprio poiché, nonostante le pene minacciate ad ogni singola disposizione, non c’era forse chi avesse la forza di poter fare osservare ciò che il Consiglio Generale approvava o che in suo nome veniva sancito o promulgato. Ciò che si svolse in seguito sta a provare la verità di questa supposizione.

    Intanto anche lo Statuto del Monte di Pietà era redatto ed ebbe subito tutto il suo vigore. L’11 marzo si addiveniva già alla nomina delle cariche per opera dei Priori, di Padre Agostino da Perugia e della Commissione nominata dal Consiglio e della quale abbiamo parlato sopra.

    Il primo depositario del Monte fu Niccolò Cilli, che doveva tenere in deposito i danari da darsi a mutuo; a lui fu unito quale Camerlengo Virginio di Giacomo, che aveva l’obbligo di conservare i pegni. Tali nomine ebbero luogo nella Sacrestia della Chiesa di S. Francesco.

    Il P. Agostino mise ogni cura nel redigere lo Statuto del Monte di Pietà, aiutato certamente dal consiglio e dall’opera dei due giureconsulti Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti. In quello Statuto tutto è previsto, tutto è esaminato, i doveri degli Ufficiali sono ben definiti, i diritti dei mutuanti ottimamente salvaguardati. Si può con sicurezza affermare che quello Statuto è un’opera sapiente, che rivela la grande cura che i Francescani mettevano nella propaganda e nella formazione di questi Pii Istituti5 .

    Lo Statuto fu approvato dal Luogotenente, che risiedeva a Spoleto, il 20 marzo e dal Governatore dell’Umbria il 19 di aprile. Come si vede, si procedeva con grande celerità, segno evidente dell’importanza riconosciuta al Monte di Pietà.

    Tutto adunque andava di bene in meglio e sembrerebbe che lo zelo del P. Agostino avesse avuto ragione dell’ingordigia dell’ebreo e che l’usura fosse per sempre estirpata da Trevi.. Ma purtroppo avviene spesso che l’opera di un uomo di talento e di buona volontà sia agli antipodi con la mentalità della maggioranza, a cui beneficio quell’uomo si affatica, di modo che quell’opera finisce col non avere quell’effetto che logicamente avrebbe dovuto avere.

    Nel 1474, a cinque soli anni di distanza da quanto aveva fatto il P. Agostino da Perugia, vediamo tornare in auge l’esosa opera degli ebrei. Il 6 settembre di quell’anno il Card Della Rovere che risiedeva allora a Spoleto, secondava, con un suo decreto6, le suppliche dei Trevani e concedeva il permesso di poter chiamare a Trevi uno o due ebrei «quibus liceat sine aliqua poena, etiam excomunicationis, mutuare pecunias super pignoribus».

    Questo decreto conferma con evidenza che le condizioni finanziarie in quei tempi eran gravi, perché altrimenti non si concepirebbe l’intervento di una tanta autorità per permettere un genere di speculazione poco conforme alla dottrina cristiana, quando non era addirittura disonesta.

    Il Monte di Pietà forse da principio non poté funzionare in modo da soddisfare alle esigenze dei Trevani, e di qui la necessità di ricorrere di nuovo agli ebrei. Non bisogna poi dimenticare, per comprendere bene quello che stiamo narrando, che il Comune non poteva prender nulla in prestito dal Monte di Pietà.

    Il 18 settembre di quell’anno7 il Podestà di Trevi ser Ugolino de Galteriis di Castel Bolognese fece presente al Consiglio Generale che bisognava pagare il prezzo pattuito con Spoleto per il riscatto di Castel S. Giovanni, che danari non c’erano e perciò non rimaneva altro che servirsi del permesso concesso dal Card. Della Rovere e chiamare gli ebrei.

    Ser Giovanni di Angelo, uno dei Consiglieri, propose che fosse data facoltà al Podestà di scegliersi quattro uomini per ogni Terziero per esaminar bene la questione e per stabilire con gli Ebrei un capitolato.

    Ed il 7 ottobre il Consiglio si radunò di nuovo e furon presenti anche Isacco Angerilli «hebreus de Trevio» ed un altro ebreo di Camerino, il quale dichiarò di agire per sé e del proprio fratello assente.

    Furon discusse ed accettate da ambo le parti le seguenti condizioni:

    1.° Facoltà a detti ebrei di poter dimorare nel Comune di Trevi.

    2.° Obbligo per gli ebrei di portare il «signum», sotto pena di venti soldi.

    3.° Facoltà agli ebrei di mutuare il danaro con usura «cum pignoribus» per un periodo di venti anni; gli interessi da pagarsi dovevano essere, come al solito, di un bolognino per ogni fiorino in ciascun mese.

    4.° Impegno da parte del Comune di non permettere la venuta in Trevi di altri ebrei «nisi de voluntatem praedictorum habreorum »8.

    5.° I pegni da tenersi per diciotto mesi con ogni cura, dopo di che potersi vendere, ma il ricavato oltre la sorte e gli interessi doversi versare al padrone del pegno.

    Questa volta almeno non era lasciato all’arbitrio degli ingordi ebrei il poter disporre dei pegni sia in quanto al valore, sia al modo di venderli. Il guadagno doveva esser meno lauto, ma certo assai proficuo, senza dire poi che non dovette esser difficile trovare il modo di esercitare quella «uxura de uxuris» che appariva proibita nei decreti e nelle delibere del Consiglio Generale.

    Così l’opera piena di zelo e di buona volontà di Padre Agostino da Perugia veniva frustrata in un momento e la popolazione ricadeva nelle mani degli ebrei, per poco tempo però ancora, perché presto anche Trevi saprà emanciparsi e liberarsi per sempre dalle unghie rapaci di sì indegni speculatori

    ***

    Nel 1487 venne in Trevi il Beato Bernardino da Feltre.

    Questo santo Frate svolse nell’Umbria una vera e propria missione. Le autorità civili del tempo erano tristemente impressionate per la corruzione dei costumi e per le atrocità che impunemente si commettevano. Dal 1485 al 1487 vediamo quelle autorità fare a gara per avere in proprio sostegno l’opera di questo povero Frate, ed ecco il Beato Bernardino a Perugia, Todi, Foligno, Assisi, Spoleto, Visso, Norcia, ecc.9

    Il Consiglio generale di Trevi, preoccupato «de malis modis qui tenetur in oppido»10 aveva sollecitato aiuti dal Luogotenente di Perugia, ed è verosimile che questi vi abbia mandato il B. Bernardino «ad occurrendum scandalis jam factis et quae fieri possint», secondo l’espressione della citata delibera comunale.

    Il 10 luglio 1487 il Beato Bernardino iniziò la sua predicazione in Trevi, ed otto soltanto furono le sue prediche, di ognuna delle quali il Mugnoni11 ci ha tramandato un brevissimo riassunto.

    Non sappiamo quanto tempo il Beato si sia fermato nella nostra Città, ma certamente dovette trattenersi almeno per tutto il mese di luglio, poiché troviamo che egli, d’accordo con le Autorità Comunali, dettò una vera e propria legislazione atta a frenare i gravi disordini che imperversavano; cosa questa molto importante, perché se da una parte mostra la considerazione in cui il Beato era tenuto, dall’altra indica quale ascendente avevano giustamente saputo conquistarsi i Minori Osservanti.

    Il 27 luglio12 il Consiglio Generale fu chiamato a discutere «suer constitutionibus et ordinationibus venerandi patris et excellentis predicatoris fratris Bernardini de Feltro». Ed il Consiglio discusse «pie, reverenter, matureque» e con 73 voti favorevoli contro 7 contrari deliberò di incaricare i Magnifici Priori a eleggersi sei coadiutori, insieme ai quali «debeant dictas ordinationes et constitutione videre et diligenter esaminare at approbare poenas capitualati contra Deum et bonos mores».

    Tre giorni dopo, cioè il 30 luglio13 i Magnifici Priori radunarono la Commissione dei sei; il B. Bernardino non intervenne; forse era già partito, forse ritenne non entrare nella sua missione lo stabilire pene contro i trasgressori della legge.

    Presiedettero i Priori ed intervenne anche l’«antepositus terrae Trevii». La commissione era risultata composta dai signori Giovanni di Francesco, medico, Natimbene Valenti, Alberto Mosconi, Guidantonio di ser Antonio, Bartolomeo di ser Giacomo e Bartolomeo di Bartolo.

    Premesso che essi intendevano affidarsi alla cooperazione dello Spirito Santo ed operare «pro honore Dei summi et suae beatissimae genitricis et omnium Sanctorum et pro bon populi treviensis», passarono ad esaminare le costituzioni proposte dal B. Bernardino e ad applicarvi le debite pene.

    Queste costituzioni erano state divise dal B. Bernardino in 14 articoli, ognuno dei quali contiene norme precise ad bene vivendum.

    I primi cinque articoli riguardano le offese fatte a Dio, alla Madonna, ai Santi o con le bestemmie, o con i giuochi o coi cattivi costumi. Le pene stabilite dalla Commissione dei se variano; vanno dalle multe in danaro al supplizio del fuoco, come nel caso dei sodomiti.

    Altri cinque articoli riguardano le relazioni con gli Ebrei, i quali, certamente imbaldanziti per il capitolato del 1474, chi sa quale opera nefasta andavano esercitando.

    Innanzi tutto il Beato fece sanzionare che gli Ebrei non potessero in nessun modo esercitare medicina, né vendere le parti da essi rifiutate di una bestia mattata, né ricevere o ritenere o in qualunque modo negoziare oggetti sacri o inerenti al culto; inoltre dovessero stare rinserrati in casa nei giorni della Passione di Gesù Cristo, fino al suono della campana nel sabato santo14; quelli poi che non avessero portato il «signum» di riconoscimento eran passibili della pena di nove fiorini «pro quolibet et qualibet vice». Questo «signum» doveva essere un piccolo globo della grandezza e della forma di un arancio.

    L’Art. 11 è proprio di attualità per noi; esso ha delle sanzioni severe «contra mulieres scollatas». Pare incredibile! La donna, che il Signore ha dotato di tanta gentilezza e beltà, spesso offusca la sua grazia, abbandonando quella riservatezza, che è una delle sue doti migliori0. la mania di presentarsi in pubblico con le vesti corte e con il petto e le spalle nude, era una vergogna che si manifestava ai tempi del B. Bernardino, così come si manifesta oggi. Il Beato cercò porre riparo a tanta miseria morale, sancì che le vesti dovessero essere accollate, secondo che imponevano la decenza e l’onestà, o almeno il petto e le spalle fossero in qualche modo coperti. La pena: un fiorino «pro quolibet et qualibet vice».

    Riuscì forse allora il Beato a combattere il portamento scandaloso delle donne; ma le figlie di Eva ricadono presto nelle stesse colpe, ed eccole oggi, in gran numero, presentarsi sfacciatamente in pubblico, dimentiche di ogni decoro, per metà nude, e, per apparire più vicine al trivio, coi capelli tagliati.

    L’Art 12 è veramente importante perché segna il rifiorire del Monte di Pietà. Norme precise il Beato Bernardino dettò perché si avesse una cura maggiore per tutto ciò che riguardava il Monte, la nomina dei suoi Ufficiali, la difesa dei suoi diritti la conservazione di pegni, la custodia e l’aumento del danaro. Pieno di virtù e di zelo, il Beato esplicò tutta l’opera sua perché il Monte di Pietà di Trevi vivesse e servisse veramente per le classi misere ed oppresse le quali furon sempre uno degli oggetti principali delle sue apostoliche fatiche, fino ad avere più volte attentata la vita per ciò che faceva in loro difesa e in loro vantaggio. E ci riuscì, perché d’allora l’utilissima istituzione iniziò una vita nuova, si irrobustì e fu il mezzo potente per combattere con efficacia l’usura esercitata dagli ebrei, i quali cominciarono ben presto a trovarsi a disagio. Il Comune stesso impose da prima agli ebrei qualche tassa, finché nel 1510, anche questa volta per opera di un Francescano, cioè « ad instigationem et requisitionem venerabilis religiosi fratris Petri de Augubio, Ordinis Minorum de Observantia»15, annullò definitivamente il capitolato che aveva con essi, e nel 1566, obbedendo agli ordini di S. Pio V, li cacciò addirittura da Trevi, dove più non presero dimora. Le loro case furono confiscate e vendute in favore dell’Istituto dei Catecumeni di Roma, ed essi sembra si siano rifugiati in Ancona.

    Così, mercé lo zelo di due Francescani, il P. Agostino da Perugia prima ed il Beato Bernardino da Feltre poi, cessò l’esecranda piaga dell’usura e sorse e prese vigore una delle più benefiche istituzioni. Il Monte di Pietà di Trevi fece sempre, in ogni tempo, un bene grande; oggi si può dire che più non funzioni, e si deve non solo al maggiore benessere ma anche al fatto che le sue attribuzioni sono in gran parte assorbite dalle Banche moderne. Il 14 maggio 1863 l’amministrazione e la direzione del Monte passarono alla Congregazione di Carità, secondo le delibere del Consiglio Comunale del 17 aprile e dell’8 maggio di quell’anno, togliendo così alla pia istituzione tutte le caratteristiche con cui era sorta ed aveva prosperato.

    Con l’Art. 13 fu stabilito di nominare alcuni uomini buoni, che avessero l’obbligo di sorvegliare il buon costume e la pace tra i cittadini. I primi tre Officiales honestatis furono il medico Giovanni di Francesco, l’illustre Natimbene Valenti e Battista di ser Evangelista.

    L’ultimo articolo, il quattordicesimo, riguarda il giuramento che il Podestà e i Priore dovevano prestare di osservare e fare osservare queste costituzioni.

    Tutti questi articoli furono attentamente esaminati e approvati « in omnibus et per omnia ut supra», ed il 12 agosto 1487 i due trombettieri del Comune, Pietropaolo e Girolamo, premesso il suono della tromba, presente una grande moltitudine di popolo.«publicae et alta voce ac materna lingua dicta omnia et singola capitula publicaverunt et pronuntiaverunt».

    Questa fu l’opera legislativa svolta dal Beato Bernardino in Trevi. Quella del P. Agostino da Perugia aveva preceduto ed in certo qual modo preparato la venuta degli Osservanti; questa del Beato Bernardino accompagnava gli inizi della loro permanenza in Trevi. Può quindi facilmente immaginarsi di quanta simpatia e di quale amore li circondasse il popolo nostro; ed i buoni Frati si mostrarono, allora e in seguito, veramente degni di questa stima popolare, perché furon sempre Religiosi esemplari e le orme lasciate dal loro Serafico Padre furono la guida sicura da essi seguita per condurre il popolo nostro a quella fonte di verità, amore e rettitudine voluta dal nostro Signor Gesù Cristo o per la quale essi hanno generosamente abbandonata la famiglia ed il mondo.

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    801

    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1457, f. 37 e seg. vedi amche in

    Valenti,

    Curiosità,

    ecc. il capitolo intitolato

    ,Gli Ebrei a Trevi.

    2)

    1469, f. 2 e seguenti. Tutti i documenti riguardanti le cose che sto narrando sono in questo libro, da pag. 2 a pag. 16. Il Padre Agostino da Perugia, nei vari documenti dell’Archivio delle Tre Chiavi, è detto «

    Ordinis Minorum

    », a cui si aggiunge spesso la qualifica «

    de observantia

    ».

    3)

    V. Luzi,

    Il primo Monte di Pietà,

    Orvieto, 1868.

    4)

    1469,

    pag. 16 a tergo.

    5)

    Lo Statuto è riportato per intero nel libro delle

    Riformanze

    del 1468, f. 8 a tergo e seguenti. – Sarebbe certo interessante, per tante ragioni, la pubblicazione integra di questo documento; apparirebbe chiarissima la parte avuta dai Francescani in simile importante e non facile materia e la competernza con cui ne trattavano.

    6)

    Documento n.

    138.

    7)

    Id.,

    n. 139. – Questo documento è la copia in tre fogli di carta comune in stato non buono, di due atti consiliari, uno del 18 settembre ed un altro del 7 ottobre 1474. È un documento importantissimo, anche perché mancano le riformanze di quell’anno.

    8)

    La popolazione di Trevi non vide mai di buon occhio gli ebrei e li sopportò perché ne aveva bisogno; quando poteva mostrare tutto il proprio livore contro di essi lo faceva volentieri. Basti citare la sassaiola che si faceva contro la casa degli ebrei il venerdì santo. –

    Mugnoni,

    Annali

    ecc.,

    pag. 127.

    9)

    Wadding,

    tomo XVI,

    pag. 306 e seg.

    10)

    1473 f. [?]

    11)

    pag. 102 e seg.

    12)

    1487, f. 75

    13)

    1487 f. 78

    14)

    Il Beato Bernardino si riferisce agli «

    statuta ecclesiae

    » riguardo a questa specie di pirgionia degli ebrei nei giorni della Passione; ma una dsimile disposizione la troviamo anche negli

    Statuta Vetustiora

    di Trevi conservati nell’Archivio delle Tre Chiavi. Questa disposizione dice: «

    Idem quod nullus judeus audeat vel presumat apparere in publicum, idest extra domos a die Coenae Domini in admissione sonus campanae usque ad horam tertiam dominicae Resurrectionis sub poena triginta trium librarum denariorum et sex ictus torturae

    ». – É indicata anche la data in cui tale delibera fu presa, cioè il 19 maggio 1483, e l’indicazione è importante perché mancano le

    di quel periodo e precisamente quelle dal 20 settembre 1478 al 30 settembre 1485

    15)

    1510, tomo 185, f. 104.

  • Le memorie francescane – Cappuccini

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte

    : I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 5. – Il Convento di S. Antonio o dei Cappuccini.

    Sopra un colle bellissimo, da cui si spazia nell’ampia verde umbra vallata, era la dimora dei Padri Cappuccini. Un settarismo sciocco vi fece erigere nel secolo passato il Cimitero con lo scopo preciso di creare uno stato di cose che impedisse il ritorno dei Frati.
    Il Convento abbastanza grande, aveva tutte le caratteristiche di quelli costruiti da questi umili Figli di S. Francesco, e la Chiesa era semplice e non molto grande. I Cappuccini vennero a Trevi nel 1559 ed in principio fu loro dato un eremitaggio, che era stato fondato da Senzino di Bernardino da Trevi. Poco dopo però e poco lontano dall’eremitaggio fu costruito un Convento. Fatti di grande importanza non notano i documenti che parlano dei Cappuccini; si sa che i buoni Frati furono pieni di zelo e di carità. Le Riformanze del Comune notano i vari sussidi che venivano loro concessi..
    Nel Convento di S. Antonio dimorò certamente S. Giuseppe da Leonessa, ed il Signore operò un prodigio per l’intercessione del suo servo fedele.
    Ho trovato il racconto del fatto negli atti del notaio trevano Germanico Paolelli1 ; ho ragione di credere che questo documento sia del tutto sconosciuto e ritengo perciò interessante pubblicarlo per intero.:
    “In nomine Domini Amen. Die 14 mensis junii anno 1629. In mei notarii pubblici et testium infrascriptorum praesentia, praesens R. Dna Tesbina monialis in Monasterio S. Luciae Trebii pro veritate requisita dixi ut infra: Non molt’anni prima che morisse il P. f. Gioseppe predicatore Cappuccino da Leonessa accorse che stando nel Monastero di S. Lucia di Trievi inferma Marta di Gio. Angelo del Ferro, fanciulla di dieci anni, dove era per educarsi sotto la cura di ma Tisbina Cascioli abbadessa in quel tempo e per quanto affermavano i medici era idropica, et un medico forastiero di gran nome disse scopertamente ch’il suo morbo era naturalmente e per regole di medicina totalmente incurabile e che s’attendesse alla salute dell’anima, perché il corpo era affatto perduto; et all’altre pessime conditioni e concorrenti dell’infermità vi si aggiungevano dolori gravissimi et acutissimi di ventre, il quale era tutto incordato et indurito e vi si scorgevano come due corde durissime. Venne intanto fra Gioseppe a dir Messa in questa Chiesa e quelle bone Madri per la divotioni che gli havevano gli fecero intendere per mezo d’una domestica che serviva il Monastero il pessimo stato della d. inferma pregandolo e supplicandolo per amor di Dio a degnarsi di dir quattro parole di conforto alla disperata fanciulla, ch’a tale effetto gli farebbero portare alla grata et a pregare Dio per lei; ma rispondendo brevemente il Servo di Dio che non parlava a Monache; esse soggiunsero che almeno si degnasse di toccarla e dargli la sua benedittione; e ciò dicevano perché confidavano grandemente nei suoi meriti. Rispose f. Gioseppe che non voleva, né occorreva più toccarla perché era già libera e risanata. Andarono e trovarono ch’erano cessati i dolori, risoluto il tumore et affatto sana restando solamente per alcuni giorni in letto con debolezza in segno d’infermità che haveva patito e per memoriale della miracolosa liberatione et operatione di Dio ad honore del suo fedel Ministro; et hora vive sana e robusta e si chiama suor Agnese et hoggi 1629 è Abbadessa nel presente Monastero.
    Super quibus … petitum fuit a me notario pubblico confici publicum instrumentum, praesentibus in terra Trevii in Ecclesia S. Luciae, ante gratam respicientem intus clausuram d. Monasteri in d. sua … latera ad mul. rev.do D. Pietro Picchio Vicario S. Dominici Trevii et Cappellano d. Monasterii e D. Piersante Canasserio de Trevio testibus vocatis et rogatis.
    f.to Germanicus Paulellis notariu rogatus “.
    Dei Optimi Providentiae. D. Luciae Tutelae
    Laurentii Castrucci Ep. Sp. Vigilantiae
    Agnes Abbadissa et Moniales P.A.D. MDCXXXV.

    Z99

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    Note

    1

    )

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio Germanico Paolelli,

    anno 1629, f. 208.

  • Le memorie francescane – S. Antonio

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.

    Anche i Frati del Terz’Ordine di S. Francesco (da non confondersi con i Terziari Francescani) furono a Trevi, ma per brevissimo tempo. Abitarono fuori della porta di S. Fabiano, presso la Chiesetta di S. Antonio e dei S.S. Cosma e Damiano. I due fratelli Cosma e Damiano Parriani avevano fato costruire questa Chiesa, che nel 1634 e 1642 dotarono di qualche fabbricato e di piccoli terreni.

    I Frati del Terz’Ordine dimoranti nel Convento della Stella Mattutina in Colle del Marchese, presso Castelritaldi, accettarono di mandare alcuni soggetti in Trevi con l’idea di iniziare un’infermieria ed un ospizio per i viandanti1.

    Il Comune dai Trevi aveva il privilegio di nominare il Quaresimalista d’ogni anno, scegliendolo di volta in volta, in un Convento diverso2. Nel 1648 il Comune ammise nel giro o turno delle prediche anche i Frati del Terzo Ordine, a condizione però che prendessero parte alle processioni e ne avessero il permesso dal loro Superiore3.

    Dato il numero esiguo dei Religiosi, l’abitazione non adatte per una famiglia religiosa, quel convento fu ben presto soppresso da Innocenzo X4 e nel 1653 i suoi beni passarono alla Congregazione di S. Filippo Neri con Decreto di Mons. Castrucci, Vescovo di Spoleto.

    Quando anche quella Congregazione lasciò Trevi, i beni furono devoluti ai Cappellani di S. Maria in Sion, oggi di S. Croce, i quali li ritengono ancora.

    Z99

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    Note

    1)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 259.

    2)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti,

    Curiosità,

    ecc., pag. 37.

    3)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1648, f. 140.

    4)

    Id.,

    1651, f. 49.

  • Le memorie francescane – Cimeli

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 7. – Due cimeli francescani.

    Non posso terminare la raccolta delle memorie francescane di Trevi senza parlare di due oggetti, che devono considerarsi cimeli francescani.

    Il primo oggetto appartiene alla Chiesa di S. Emiliano ed è una campana del 1341. Quella campana ha forma snella e stretta, come si usava in quell’epoca. Misura cm. 101 di altezza ed ha un diametro di cm. 85.

    L’importanza di questa campana sta nella rarità dei sacri bronzi di epoche antiche. Questa di Trevi, senza essere una rarità, è da annoverarsi certamente tra le molte antiche d’Italia. Fu fusa in orvieto nel 1341, nei tempi cioè in cui si costruiva il celebre Duomo, per commissione del Guardiano di S. Francesco, fra Dionisio da Nocera. Il fonditore si chiamo Mastro Giovanni da Orvieto.

    Intorno alla parte più alta della campana si legge una iscrizione in caratteri gotici, che deve leggersi così:

    In nomine Domini Amen. Anno Domini MCCCXXXXI tempore Domini Benedicti Papae XII Frater Dyonisius de Nucerio Guardianus fecit fieri. Mentem sanctam spontaneam in honorem Domini et patriae liberationem. Verbum caro factum est. Ave Maria gratia plena Dominus tecum. Ora pro nobis Beate Francisce. Hoc signum magister Johannis de Urbeveteri me fecit: Sancta Maria ora pro nobis“.

    La campana appartenne certamente alla Chiesa di S. Francesco. Come sia stata poi portata a S. Emiliano non ho potuto trovare certezza, come mi è stato impossibile precisare se sia stata pagata o no alla Chiesa di S. Francesco.

    Da vaghe memorie che rimangono in Trevi credo che la storia della campana possa ricostruirsi così: essa squillò dall’alto del campanile di S. Francesco fin dall’epoca napoleonica; quando Napoleone ordinò la requisizione delle campane, questa e quella più grande della Collegiata furono insieme nascoste sotto terra. Passata la bufera, le due campane furon tratte fuori, ma, non essendo tornati più i frati, quella di S. Francesco fu posta sul vecchio campanile di S. Emiliano e quando, perla ricostruzione della Collegiata, anche il campanile fu abbattuto, la campana, insieme alle sue consorelle, andò a far sentire a sua voce argentina su di una piccola costruzione provvisoria. Qui rimase fino al 16 marzo 1925, nel qual giorno fu calata a terra per esser posta nell’interno della Chiesa di S. Emiliano. Una nuova mole campanar8a era sorta, e un nuovo concerto di campane era stato ordinato dal R.mo Priore D. Francesco Peticcchi,. I vecchi bronzi, già discordanti tra loro, non avrebbero ben armonizzato sulla nuova grandiosa opera, e la campana più grande, fusa a Trevi dal trevano Antonio Petrolini ne 1775, fu venduta alla Chiesa della frazione delle Picciche, e l’altra, quella francescana, fu riguardata come un oggetto Da doversi gelosamente custodire. Dopo quasi seicento anni, dopo aver fatto sentire la sua voce armoniosa attraverso la nostra bella ballata, dopo aver chiamato tante volte i fedeli a preghiera, dopo aver visto passare generazioni su generazioni, dopo aver annunziate gioie e dolori, dopo aver visto gran parte della storia del popolo nostro, la vecchia campana francescana vien posta dignitosamente in disparte, quasi in meritato riposo, mentre per l’aria altri bronzi squillano osannanti a Dio.[Attualmente la campana si trova nel Campanile di S. Francesco].

    ***

    Nel 1470, certo non oltre il giugno, giungeva a Trevi un tedesco di nome Giovanni Rothmann di Reynard, nato ad Eningen nella Diocesi di Costanza. Questo tedesco si unì in società con ser Costantino Lucarini, notaio, per la fondazione di una tipografia in Trevi; il 5 luglio entrò a far parte della Società Pierdonato Guadagnoni, il quale assunse l’incarico della correzione delle bozze di stampa dei libri che si sarebbero pubblicati. La tipografia fu fondata e fu la quinta in Italia in ordine di tempo

    1

    .

    La tipografia trevana durò soltanto pochi mesi e l’11 settembre 1471 la società si sciolse e ser Evangelista Angelini da Trevi, ma dimorante a Foligno, comperò per 119 fiorini e 12 bolognini il materiale tipografico che era toccato al Guadagnoni.2

    Due libri soltanto furono editi a Trevi e cioè la Lectura Bartholi sulla prima parte dell’Infortiatum e una Storia del Perdono di Assisi.3

    Questa Storia è la più antica stampa francescana che si conosca; di essa ne esiste soltanto una copia conservata nella Biblioteca Alessandrina di Roma. Sono otto fogli di carta bellissima, tutta uguale e ben lavorata, molto consistente e portante per marca un’aquila nella filigrana; il formato e in foglio e la scrittura va dal retto della prima al principio del verso della settima pagina.

    L’opuscolo contiene una storia latina del Perdono di Assisi e fu scritta da “frater franciscus bartoli de assisio“. Questo Frate, secondo le notizie raccolte dall’illustre Mons. Faloci Pulignani4, nacque in Assisi; nel 1312 studiò a Perugia e nel 13156 all’Università di Colonia. Spiegò Sacra Scrittura in S. Maria degli Angioli nel 1325 e nel 1332 era Guardiano nel Convento di S. Damiano. La storia dell’indulgenza della Porziuncola stampata a Trevi è una parte di un lavoro più ampio che Fra Francesco scrisse su quell’argomento nel 1334 o 1335, e che è conservato nella biblioteca del Sacro Convento di Assisi, segnato col N. 13; esso costituisce un codice membranaceo di 86carte.
    Colui che curò la stampa di Trevi ebbe certo sott’occhio il codice di Assisi o altro simile, ne prese qua e là dei brani, disponendoli in ordine diverso, ne formò tredici capitoli e ne tirò fuori l’opuscolo stampato nel 1470.

    Il lavoro di Fra Francesco è da ritenersi senza dubbio importante, ma lasciando ad altri la cura di illustrarlo, a me basti chiudere queste brevi notizie con le parole dio Mons. Faloci Pulignani:
    Conchiudasi adunque che l’incunabulo di Trevi è una cosa sotto tutti gli aspetti pregevole. È pregevole, perché segna i primi passi di un giovane tipografo nell’arte allora novella della stampa; è pregevole, perché impresso nella piccola Trevi nell’anno 1470,, quando cioè in quasi tutta l’Italia l’arte tipografica era una cosa sconosciuta, e solo quattro città ne possedevano un’officina; è pregevole infine, perché contiene un interessante lavoro di storia francescana, il primo che, almeno in Italia, vedesse la luce per le stampe, e che però dagli studiosi delle antichità francescane deve considerarsi come un rarissimo e prezioso cimelio, degno di occupare il primo posto in qualunque ricca collezione di simili rarità“.

    Altre notizie e foto dell’incunabulo

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    Z99

    Note

    1)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti.

    Le tipografie in Italia si seguirono in quest’ordine: Subiaco (1464), Roma (1467), Venezia e Milano (1469), Trevi (1470)… [Altri autori indicano quella di Trevi la

    quarta

    tipografia in Italia, poiché non si trova nessun’opera stampata a Milano nel 1469. Vedi l’opera molto documentata del

    Valenti

    ]

    2)

    Il

    Valenti,

    nel lavoro citato, aveva dubitato che Evangelista Angelini fosse l’Evangelista Mei del colophon della prima edizione della

    Divina Commedia

    stampata a Foligno nel 1472. Occupato in ricerche nell’Archivio segreto pontificio, il Valenti trovò un documento che identifica in una sola persona l’Evangelista Angelini e l’Evangelista Mei. A Trevi adunque il vanto di aver dato i natali al primo stampatore del Divino Poema. – (

    Tommaso Valenti,

    Un documento decisivo per il «Dante» di Foligno

    (1472) in «La Bibliofilia dell’Olschki di Firenze», Anno XXVII, Disp. 4 e 5.

    3)

    Le notizie che seguono le ho desunte dal lavoro del chiarissimo Mons.

    Michele Faloci Pulignani:

    Della storia del Perdono d’Assisi stampata in Trevi nel 1470,

    Foligno, Stab. Tip. Lit. Pietro Sgariglia, 1882.

    4)

    Mons.

    Michele Faloci Pulignani,

    Op. citata,

    pag. 12.

  • Le memorie francescane – Beato Fantosati

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 8. – Un martire Trevano tra i Figli di S. Francesco

    È Mons. Antonino Fantosati, il glorioso Vescovo che, nel 1900, fu assassinato in Cina, a Hen-chiou-fu, in odio alla fede che egli professava ed insegnava.

    Era nato a Trevi, in località S. Pietro a Pettine, nella parrocchia della Perinsigne Collegiata di S. Emiliano.1. La povertà della sua famigli fu quale si conveniva ad un futuro figlio di S. Francesco. La fame, che allora dovette soffrire, rendeva il giovanetto pallido e consunto, ma nel debole corpicino albergava già una volontà ferrea, uno spirito che si sarebbe poi dimostrato fortissimo.

    Fece i primi studi nel Convento di S. Martino in Trevi, entrò poi nell’Ordine Francescano, tra i Frati Minori, e il 13 giugno 1865 fu Sacerdote. Contava allora 23 anni e manifestava già un cuore buono, pieno di carità evangelica; a venticinque anni partì per le missioni in Cina, il grande campo del suo apostolato.

    Rapidamente passò i vari gradi della gerarchia della Missione: Vicario Generale, Procuratore, Pro Vicario Apostolico, ed infine Vescovo Titolare di Adraa e Vicario Apostolico del Hunan meridionale.

    Quel che fece Mons. Fantosati è quasi incredibile; fondò Chiese, Seminari, orfanotrofi, Istituti per i poveri. In ogni luogo, in cui se ne sentisse il bisogno, occorreva apportatore di pace, di conforto, d’amore.

    Nel 1900 scoppiò in Cina la rivoluzione dei boxers. Tutto il paese fu in fiamme, le passioni dilagarono in un baleno; gli assedi, i combattimenti, le uccisioni non si contano più. Nella provincia del Hunan si scatenò tutta l’ira satanica degli infedeli e le stragi le più raccapriccianti ebbero luogo. Ben presto giunse la Notizia anche della morte di Mons. Antonino Fantosati, dei suoi Sacerdoti e della devastazione della residenza episcopale, del Seminario e dell’orfanotrofio di Hen-chiou-fu. Quello che era costato tante ansie, tante preoccupazioni, tanto lavoro fu in un attimo distrutto e il Pastore, la guida, il maestro ucciso!

    Nel settembre del 1900 il Rev.mo P. Leonardo Carlini O.F.M. ricevette da Han-Kow una lettera che a lui indirizzava il P. Francesco Luzi, anch’egli dell’ordine Minoritico e Misssionario in Cina e nella quale era descritto il martirio del santo Vescovo. Devo alla cortesia del R.mo P.Carlini se posso pubblicare per intero questa lettera, che è rimasta fino ad ora inedita.2.

    “Tornato appena ad Han-Kow, — scriveva p. Luzi – appresi le notizie raccapriccianti relative al Vicariato di Mons. Fantosati, e cioè: Monsignore ucciso nel modo più barbaro insieme ad un’altro Padre; un secondo ferito gravemente; gli altri dispersi ed in pericolo; la missione intera distrutta.

    Vostra Paternità saprà certo della morte incontrata da Mons. Fantosati perché ne ha telegrafato costà il Procuratore, ma non può conoscere e neppure immaginare i particolare. Glieli faccio conoscere io in poche parole.

    Il povero Monsignore tornava dalla S. Visita alla sua residenza quando, un bel pezzo prima che giungesse, fu avvertito da alcuni cristiani di tornare indietro perché più di mille ribelli avevano invaso la residenza. Il buon uomo credette che fossero esagerazioni, ovvero rumori e niente altro. Proseguì il suo cammino, ma prima ancora di giungere alla sua casa, fu arrestato, spogliato, acciecato, cacciandogli ambedue gli occhi. Gli fu conficcato un palo per di dietro, che istintivamente si tolse da sé stesso; gli fu però nuovamente conficcato, e il pover’uomo non ebbe più la forza di toglierselo. Quindi gli furon tagliate le parti genitalied esposte insieme agli occhi nelle pubbliche vie della città, dov’era la residenza. Finalmente fu coperto di panni bagnati di petrolio e bruciato (non so se era ancora vivo). I cristiani poterono raccogliere le ceneri e seppellirle. Gli stessi cristiani dicono che detto Monsignore, quando fu legato ed acciecato, si rivolse ad un padre, suo compagno di visita, che ha sofferto lo stesso martirio, dicendogli: “Ricordiamoci dei dolori che ha sofferto nostro Signor Gesù Cristo”.3. Soffrì il crudele e barbaro martirio colla più grande rassegnazione. Beato lui, che si trova in Paradiso, come crediamo! Una relazione ancor più dettagliata in proposito è stata trasmessa al Generale da un Missionario dello stesso Vicariato di Fantosati, che è potuto fuggire.

    Non dubito che detto Generale parteciperà la relazione al nostro Provinciale e così anche V.P. potrà meglio conoscere il fatto”

    Così morì Mons. Antonino Fantosati. Aveva 58 anni, dei quali 33 trascorsi in Cina.

    Mons. Fantosati cadde come gli antichi Pontefici, che versarono il sangue per il loro gregge, cadde come i martiri, come i primi eroi del Cristianesimo. Egli è e rimarrà magnifica espressione di Fede e di italianità, perché amava molto la patria sua, verso la quale teneva continuamente rivolto il pensiero, e nel nome di Dio, d’Italia lavorava e soffriva.

    Nell’aula magna del palazzo comunale di Trevi sta la fotografia del nostro grande concittadino; l’attuale Amministrazione Comunale si prepara a rendere al Martire insigne, in quest’anno francescano, grandi onoranze; una delle principali vie della città sarà a lui dedicata e la casetta in cui nacque sarà restaurata.4. E ben fa l’Amministrazione Comunale perché Mons. Fantosati è veramente una grande gloria cittadina, ed è dovere di Trevi onorarne la memoria, additarlo ad esempio, e specialmente far voti perché a questo illustre suo figlio siano presto decretati gli onori degli Altari.

    Trevi, 19 ottobre 1926.

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    Note

    1)

    Tanto il

    R. P. Cipriano Silvestri O. F. M.

    nella

    Vita di Mons. Fantosati

    (Quaracchi, Tip. Collegio S. Bonaventura), quanto il

    P. Benvenuto Bazzocchini O. F. M.

    in

    Cronaca della Provincia Serafica di S. Chiara

    dicono che il Fantosati nacque nella Frazione di S. Maria in Valle; in tale errore incorsero perché più tardi la famiglia del Martire andò a stabilirsi colà.

    2)

    Il R.mo P. Leonardo Carlini fu per parecchio tempo compagno di Missione di Mons. Fantosati. Egli ha raccolto con amore e con cura molte memorie riguardanti il S. Vescovo. Mentre faccio voti che quelle memorie vedano presto la luce, prendo occasione per rendere pubbliche grazie al P. Carlini per avermi permesso di pubblicare l’interessantissimo scritto del P. Luzi. Il P. Luzi morì in Cina nel 1916 e fu Vicario Generale di Lao-ho-kew. Era nato in Leonessa, patria di S. Giuseppe cappuccino.

    3)

    Il compagno di Martirio di Mons. Fantosati fu il P. Giuseppe Gambaro da Galliate, presso Novara.

    4)

    Il restauro, nonostante le buone intenzioni a suo tempo espresse, non fu più effettuato.

    Vedi foto recenti

    [ndt]

  • Le memorie francescane

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    di Don Aurelio Bonaca (Opera a stampa esaurita, non più in commercio)

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    É l’opera più completa e ricca di riferimenti di questo benemerito concittadino, che ha dato alle stampe numerosi opuscoli.
    Se ne riporta l’indice che rimanda a pagine separate per ciascun argomento.
    Proemiopag. 3
    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO
    § I. – La predica sulla piazza di Trevi.pag. 5
    § 2. – Il lebbrosario di SS. Tommaso e Lazzaro” 8
    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara” 17
    § 4. – Frate Leone libera un carcerato” 25
    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI
    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francescopag. 26
    § 2. – Monastero di S. Chiara” 32
    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo” 33
    § 4. – Convento di S. Martino —— Il Monte di Pietà” 38 ” 41
    § 5. – Il Convento di S. Antonio o dei Cappuccini.” 53
    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.” 55
    § 7. – Due cimeli francescani.” 56
    § 8. – Un martire Trevano tra i Figli di S. Francesco” 59

    Z99

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  • Famiglia Menenti di Anagni

    Famiglia Menenti

    di Anagni

    Nel 1642 fu nominato Vescovo di Anagni Sebastiano Gentili di nobile famiglia trevana e folignate. Giunse da Trevi in Anagni, al seguito del nuovo Vescovo, anche

    Francesco Manenti

    nato nel 1620 circa.

    Da suo figlio Pietro, nato ad Anagni nel 1651, (il cui cognome è trascritto negli antichi documenti come MENENTI ) discendono gli attuali rappresentanti. Questo ramo della Famiglia si rese assai illustre nella nuova patria. Si imparentò con le principali famiglie anagnine (Spinelli, Savelli Gigli, Boscaini, Pierron, De Andreis e Sibilia).

    Carlo Menenti (nato nel 1797) ricco possidente, è ricordato per aver sovvenzionato Giuseppe Garibaldi per la difesa della Repubblica Romana del 1849.

    Suo figlio Angelo fu nominato Sindaco di Prossedi dal 1875 alla sua morte.

    Edoardo, Alessandro e Leopoldo furono decorati dell’Ordine della Corona d’Italia.

    Altro Carlo (1860/1951), fu Presidente della locale Cassa Rurale ed Artigiana (ora Banca di Credito Coopertativo)

    Beatrice fu Badessa del locale Monastero delle Clarisse con il nome di Madre M. Agnese dal 1940 al 1944.

    E’ ancora fiorente in Anagni e rappresentata Enrico Menenti.

    Stemma Menenti

    spaccato: nel 1° d’azzurro a tre gigli d’oro divisi da due verghette di rosso;
    al 2° d’oro a tre rose di rosso.

    La Famiglia Manenti/ Manenteschi usava in antico altri stemmi, seppur simili:
    Partito d’argento e di rosso a tre rose male ordinate le prime due dell’uno nell’altro e la terza partita dell’uno nell’altro (sec. XIV) ;

    a questo antico stemma fu aggiunto successivamente (sec. XV) un capo d’azzurro seminato di gigli d’oro posti in fascia sovrapposti da un lambello di rosso.

    Successivamente (sec XVI) si arrivò allo stemma attuale

    Notizie cortesemente fornite da
    Enrico Menenti (28/8/2010)

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    108

  • Madre Maria Francesca Zappelli 1

    Madre Maria Francesca Zappelli

    delle Francescane Missionarie di Maria

    1 – Biografia

    Notizie riprese dal testo a stampa “Ho donato tutto con gioia“, edito dalla famiglia (circa 1980) che lo ha gentilmente messa a disposizione

    Umbria: la sua terra.

    Zappelli: la sua famiglia

    Chiamata misteriosa

    Verso una scelta totale di Dio

    Missione Ceylon

    Offerta piena e gioiosa

    Spirito evangelico e francescano

    Tra i più poveri

    Missione di Bhamo

    Missione Birmania

    La prova della guerra

    Il ritorno

    Verso la fine

    La morte

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.

    2 – MEMORIE

    Due testimonianze

    Nel ricordo della sorella Angela

    Alcuni ricordi del fratello Sacerdote

    Ricordi del P. Kellher dopo 40 anni.

    Un gradito incontro dell’anno 1980

    Preghiera di madre Francesca per il fratello sacerdote

    Pensieri

    Conclusione

    PREMESSA

    Non ho intenzione di scrivere una biografia e neppure ne sono capace.
    Ho conosciuto una SUORA eccezionale della nostra gente.

    Nata a Foligno ha operato eroicamente in missione.

    Spesso me ne hanno parlato i suoi.

    Ho letto con piacere e attenzione le sue molte lettere.

    Mi sono informato sulla sua opera missionaria.

    A me ha fatto tanto bene.

    E ho pensato che possa fare del bene
    anche a qualcun’altro.

    P. Luigi Cicolini

    UMBRIA: LA SUA TERRA

    L’Umbria ricca di verde, di pace, di paesi incantati lascia in chi vi arriva o ha la fortuna di viverci, un ricordo indimenticabile. È una terra che parla di Dio spontaneamente: il suo paesaggio e la sua storia sono un richiamo forte e continuo. Ogni paese porta una storia propria di fede, conserva impronte chiare di spiritualità. I suoi Santi sono i Santi di tutti, gli amici di sempre, che hanno varcato gli stretti confini della propria regione e sono diventati i Santi del mondo. Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi, Chiara d’Assisi, Chiara di Montefalco, Rita da Cascia, Angela da Foligno sono nomi familiari ovunque e per ciascuno. La regola di Benedetto guida ancora oggi migliaia di uomini e di donne; la sua saggezza profondamente umana e concreta ha trasformato nel tempo vallate e paesi in luoghi di benessere e fraternità. La semplicità eroicamente evangelica di Francesco ha riaperto il cuore alla vita, alla natura, all’uomo. Ci si risente, calcando i luoghi benedetti di S. Maria degli Angeli, di S. Damiano, delle Carceri, del Subasio, fratelli e sorelle di ogni uomo. La vita riappare nella sua realtà bella e un dono grande di cui lodare Dio: il fascino che emana da Assisi conquista e richiama. La forza eroica di Rita da Cascia, l’amore alla croce di Chiara da Montefalco, l’umiltà povera e irresistibile di Chiara d’Assisi, l’amore incomprensibile e generoso di Angela da Foligno sono luci, inviti, rimproveri da cui non ci si sa sottrarre. Le scoperte essenziali di questi santi: il «Prega e lavora» di Benedetto, il «Voglio Dio – Non ti ho amato per scherzo» (parole dette da Cristo) di Angela, «l’amore non amato» di Francesco aprono in ogni tempo orizzonti sempre nuovi e spingono a tornare in se stessi per trovare la stessa loro strada, la stessa forza, lo stesso amore, la pienezza della vita. Inoltre i molti luoghi di spiritualità che costellano pendii e luoghi di questa regione da Assisi, a Spello dove 10.000 e più giovani ogni anno vengono a cercare Dio, a Collevalenza dove l’Amore misericordioso di Dio si presenta all’uomo angosciato e smarrito di oggi come la vera possibilità di futuro e di pace, fanno dell’Umbria una terra bella e’ amata. Quanti segreti e luoghi ancora inesplorati nasconde nella sua geografia e storia. Chi si mette in cerca trova e scopre meraviglie, quelle che Dio qui ha operato più copiosamente che altrove e ci si chiede il perché. Accanto a queste figure universali e potenti vivono e sono vissute migliaia di altre persone vere e fedeli. Anch’esse hanno da dirci molto, se sappiamo ascoltare. Tra i tanti ne ho conosciuta una che credo valga la pena riascoltare dopo circa 40 anni dalla sua scomparsa. È una ricchezza di Foligno, la terra di S. Feliciano e di Angela, il paese della Quintana, che neppure i suoi conoscono e ricordano. Un nome semplice, Teresa-Agnese Zappelli, un vestito povero e francescano, un ideale grande in cuore, portare Cristo al mondo, l’hanno condotta lontano e hanno fatto della sua vita una vita felice, un dono per molti.

    ZAPPELLI: LA SUA FAMIGLIA

    La famiglia Zappelli di Foligno fu ricca di figli e di fede. Oreste Zappelli e Maria Paolucci ebbero il dono di 9 figli; la nostra Madre Francesca fu la quinta di questa bella e numerosa schiera; nacque il 10 dicembre 1908 a Foligno. Ebbe nel battesimo due nomi Agnese e Teresa, due sante che seguirà da vicino riprendendo dall’una un amore grande per Dio e dall’altra la forza di essere con la vita testimone di Dio al mondo. Per lei, anche quando sarà lontana, i ricordi e la vita dei suoi saranno una forza grande e continua. Si sentirà sempre legata e unita alla sua «famiglia bella e felice», dove ha vissuto il «tempo bello e indimenticabile». Il suo cuore sarà sempre lì: i fratelli, le sorelle, la mamma in modo particolare, la schiera grande dei nipoti, gli avvenimenti di famiglia, i luoghi dell’infanzia da Foligno a Trevi e dintorni saranno la sua compagnia abituale. Il rimpianto del papà, scomparso troppo presto, le si fa sentire in modo particolare negli anniversari, nei gIorni di festa, nelle situazioni più intime. Il nome dei suoi li porterà scolpiti nel cuore e li darà spesso ai molti bambini che in missione avrà la grazia di battezzare. Nella sua ricca e frequente corrispondenza oltre l’indimenticabile e carissima mamma c’è un angolo per tutti: Pia, Emma, Salvatore, Angela, Oreste (il fratello sacerdote tra i figli di Don Bosco), Checchina, Oliviero, Enrico, Gigino… Dal Ceylon prima e dalla Birmania poi seguirà ogni avvenimento dei suoi: matrimoni, battesimi, prime comunioni, lutti… Si interesserà ai sacerdoti che ha conosciuto, p. Cipriano, p. Bonaventura… delle Chiese, in particolare di S. Martino di Trevi, di tutti, perfino del sagrestano. VILLANUOVA di TREVI, la bella casa tra gli ulivi dell’Umbria Francescana, è il luogo più amato e ogni nuova terra le ricorderà quel nido ormai lontano. Qui la sua famiglia dovette spostarsi dopo la morte prematura del padre e qui Agnese passò la sua fanciullezza e i suoi anni più belli di giovane, dopo un breve periodo all’Istituto Leonino di Terni. La sua, una famiglia dove si pregava e dove il Rosario quotidiano era una regola, una famiglia dove il principi umani e cristiani erano profondamente radicati, nonostante incomprensioni e momenti difficili, che la faranno soffrire non poco, l’aveva segnata in modo unico e non potrà mai dimenticare quanto ha ricevuto. La sua famiglia fa ormai parte inscindibile del suo modo di essere e di vivere e questo lo sentirà per sempre. Ognuno di noi è segnato dalla sua famiglia nel bene e nel male. Si potranno acquistare o perdere valori, si potrà credere o rinnegare ciò che si è ricevuto, ma è impossibile perdere o dimenticare l’impronta ricevuta in famiglia. Il dono grande della famiglia è la ricchezza suprema dell’uomo, della società e della Chiesa. Quando il nucleo familiare si sfalda, è difficile prevedere le tristi conseguenze che immancabilmente persone e società dovranno soffrire. L’attenzione e la cura della famiglia non saranno mai troppo, in particolare oggi che è minacciata in mille modi nei suoi elementi essenziali; ugualmente la preparazione ad un impegno così grave non può essere né superficiale né affrettata. L’influsso benefico che la famiglia di Madre Francesca ha avuto sulla sua opera missionaria prova ancora una volta l’importanza e la necessità di famiglie vere per un futuro diverso.

    La giovinezza di Agnese trascorre lieta e spensierata senza che nulla faccia prevedere una chiamata speciale alla vocazione religiosa.

    I suoi la descrivono con il suo carattere lieto e aperto, vivace e spontaneo, volitivo e generoso, ma anche impetuoso, a volte capriccioso, non molto portata al lavoro.

    Ciò che la distingue è la totalitarietà; non conosce compromessi e mezze misure.

    Vive con i suoi una pietà solida in famiglia e in parrocchia; è aperta alle necessità dei più poveri, ma nulla può far pensare ad una sua prossima consacrazione a Dio.

    I suoi dicono con chiarezza che a tutto avrebbero pensato «fuorché vedere Agnese religiosa».

    Il suo temperamento impulsivo e il suo attaccamento esagerato alla mamma, di cui non si sente di fare a meno e da cui si sente particolarmente amata, sono ostacoli non indifferenti.

    Lei stessa non pensa ad una simile possibilità, tanto che nella sua spontanea ingenuità ha attaccato due pagine del suo libro di preghiera per non dover casualmente incontrare la preghiera che chiede a Dio luce per il proprio futuro dove si prega per la vita religiosa.

    Secondo la cognata, pur lavorando in parrocchia, il parroco di S. Maria in Valle «non aveva troppa buona stima di lei, dato il carattere impulsivo, dispettoso e imperativo».

    Invece un giorno imprevedibilmente e con la sua impulsività dichiara davanti a tutti: «Sapete? Ho deciso: io mi faccio suora».

    L’uscita ha tutta l’aria di uno scherzo che fu sorridere i suoi e il parroco.

    Non ha ancora 18 anni.

    Eppure non era uno scherzo. Dio chiama misteriosamente chi e quando vuole ed è difficile resistere alla sua voce.

    Sa aspettare e secondo il consiglio del suo direttore comincia in silenzio a dire i suoi primi «sì» a Dio.

    Anche i suoi s’accorgono che dietro la facciata di sempre in Agnese qualcosa sta cambiando.

    La sua carità innata si accentua e.si esprime sempre più chiaramente. Si rivolge prima di tutto verso i più poveri, verso gli ospiti dell’ospizio di Trevi dove con il permesso della mamma porta frutta e dolci; per essi si priva quasi sempre della merenda.

    Un’attenzione particolare riserva alle suore di clausura, le Clarisse di Trevi: sa che il convento è poverissimo e non si vergogna di raccogliere soldi e doni per esso.

    Si impegna ugualmente per le MISSIONI, il suo sogno: legge e diffonde riviste missionarie, che secondo la testimonianza dei suoi riempiono la casa; diventa zelatrice per le missioni e si interesserà dopo la sua partenza che qualcuno continui l’opera.

    Avverte maggiormente il suo appartenere alla Chiesa e collabora con il convento di S. Martino di Trevi.

    La sua preghiera diventa più lunga e convinta; chi l’ha conosciuta definisce il suo modo di pregare «esemplare».

    La sua natura generosa e sensibile, aperta al bello e al bene, si lascia facilmente plasmare e perfezionare dalla grazia di Dio.

    L’aiuto del direttore spirituale che non è un lusso, ma un’esigenza di chi vuoI fare un vero cammino di fede, la sostiene e la guida, sapendola consigliare e dirigere.

    Senza far trasparire nulla si impegna al sacrificio e ad un vero cammino di perfezione.

    Amante dell’aria libera, un po’ svogliata e sfaticata, si obbliga a lunghe ore di lavoro in cui in una stanzetta confeziona abiti, biancheria, bende… per le missioni.

    Per vincere se stessa indossa perfino un cilicio che la fa particolarmente soffrire; solo casualmente una mattina, rifacendo il letto, la mamma se ne accorge.

    Il suo cammino verso la donazione totale a Dio è iniziato e con decisione.

    La chiamata si è fatta chiara e improrogabile; non sorridono più né i suoi né il parroco.

    Il mattino del l0 dicembre 1929 lascia la sua Umbria, Villanuova, la mamma carissima, i suoi per Grottaferrata, dove c’è il Noviziato delle Suore Missionarie Francescane di Maria.

    Era la sua vocazione: missionaria e francescana, dalla sua Umbria verso il mondo, con il cuore do spirito di Francesco.

    Ha detto addio a tutti: ai suoi monti, aisuoi vecchietti a cui dona in ricordo un crocifisso ciascuno, allesuore, al parroco, alla mamma e se ne va, con il pianto in cuore, ma senza voltarsi indietro, là dove Dio la chiama.

    Il distacco è per lei dolorosissimo. La cognata che l’accompagna racconta:

    «Ebbi la fortuna di accompagnarla al monastero e quando giungemmo a Foligno per prendere il treno che ci doveva portare a Roma, disse che il passo più doloroso era fatto… Da Roma al noviziato di Grottaferrata non riuscimmo a proferir parola; un nodo alla gola ci impediva ad entrambi di parlare. Mi raccomandò soltanto di ricordarla giornalmente nel Rosario di famiglia affinché il suo padre S. Francesco le avesse concesso una santa perseveranza» .

    Il suo legame così forte e sensibile perla famiglia la faceva soffrire molto, ora che per un amore più grande doveva distaccarsene e senza sapere quando l’avrebbe potuta rivedere e riabbracciare.

    L’inizio per lei non fu facile. Continua sempre sua cognata Vincenzina: «Le suore l’accolsero freddamente; ricordo che la superiora era straniera; la lasciammo ,addolorata e smarrita».

    Dalle sue stesse prime lettere risulta chiaram,ente che era «confusa e disorientata».

    Il passaggio alla nuova vita richiede uno sforzo grande, tuttavia il suo «sl» rimane tale e diventa più sicuro.

    «Chi mi vuol seguire – aveva detto Gesù – prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».

    Un sacerdote di Terni, Mons. Adriano Spinedi, la ricorda così:

    «Carattere vivacissimo, intelligente, pratico. Di buonissima salute, ben sviluppata, dimostrava qualche anno in più di quanto non avesse. Di profonda, schietta pietà che traduceva in tante piccole iniziative che mostravano la ricchezza del suo animo. Agnese vero prototipo della ‘Vergine prudente’ del Vangelo sempre pronta ed attiva».

    Ormai era pronta per partire. I mille particolari provvidenziali della vita l’avevano sapientemente e lentamente fatta maturare per una decisione, umanamente incomprensibile, ma chiara e voluta dal disegno di Dio.

    Agnese sapeva chi voleva seguire e fin dove.

    Nella casa noviziato di S. Rosa le giornate sono tanto diverse, ma presto si abitua e ritrova quasi subito la sua gioia di sempre.

    La giornata comincia molto presto, alle 5,30 del mattino e tra la preghiera, lo studio e il lavoro non ha tempo di annoiarsi e neppure di rimpiangere.

    Tuttavia il suo ricordo, come scrive alle sorelle quasi subito, va «alle belle serate trascorse insieme», ma sa anche che questo ormai è passato e dice ancora un altro «sì».

    Spinta dal suo ardore missionario aveva desiderato fare il suo noviziato in missione.

    Il suo desiderio impossibile, alla fine del primo anno, provvidenzialmente viene esaudito.

    Le Missionarie Francescane di Maria hanno deciso di aprire un noviziato per le postulanti del Ceylon (oggi Sri-Lanka) e per quelle dell’India e hanno pensato di inviarvi alcune novizie italiane. Madre Francesca che ha trascorso regolarmente il primo anno e tra le prescelte. Non le sembra vero e, immaginando la preoccupazione della mamma, che potrebbe non rivederla più, scrive:

    «Quella notizia non vi deve né addolorare né preoccupare, anche se da ora in poi saremo più lontano; ci sara il buon Gesù che ci aiuterà e consolerà da una parte e dall’altra: a voi dandovi la forza necessaria per tutto sopportare, a me la fedeltà alla vita abbracciata e una grande generosità per accettare gioiosamente tutti i sacrifici che posso incontrare».

    Da Grottaferrata raggiunge Roma e poi Marsiglia dove avverrà l’imbarco. Qui si reca con tutte le altre partenti al Santuario di Nostra Signora della Guardia che dall’alto veglia sul mare e su chi deve attraversarlo e a Lei affidano il loro viaggio e la loro missione.

    Con l’entusiasmo di una vera missionaria sale a bordo del Bastimento «Géneral Metzinger», accompagnata dall’affetto e dalle premure delle consorelle e delle superiore che rimangono a terra.

    Fazzoletti e commozione si uniscono al fischio del bastimento che si stacca da terra, mentre le missionarie affidandosi completamente alla Vergine con forza cantano l’Ave Maris Stella.

    Il suo pensiero corre ancora a Villanova e saluta «la carissima mamma, Cencina, i fratelli, le sorelle, i cari nipotini, tutti i parenti e le persone che mi sono care».

    Una per una le ricorda, a cominciare dal papà morto, e per tutti prega.

    La gioia della partenza e il dolore del distacco si confondono serenamente. «La vostra missionaria e anche persona dal cuore molto sensibile».

    Sa di partire e di lasciare tutto «unicamente per Gesù» e per questo lo invoca di concedere alla mamma «la forza, il coraggio, la tranquillità nel sacrificio e la completa rassegnazione alla Santa volontà di Dio».

    Il tempo caliginoso e piovoso nasconde presto la terra al loro sguardo e le prende quasi subito un terribile mal di mare, che fa dimenticare ogni altra pena.

    Per fortuna dopo tante emozioni il sonno gentile le sorprende: e il 23 ottobre del 1931.

    Al risveglio del mattino c’e sempre la dolce sorpresa della S. Messa a bordo. In quegli istanti si avverte che Dio ha gradito il sacrificio di un ad-dio umanamente incomprensibile. Il confronto con gli altri che sono a bordo aiuta ad apprezzare maggiormente il dono ricevuto e ad offrire più ge-nerosamente i sacrifici necessari.

    L’indifferenza o l’ostilità di alcuni accende l’ansia di riparare l’amore di Cristo «tanto sconosciuto e offeso».

    Le giornate, passato il mal di mare, diventano piacevoli in un mare quasi sempre calmo e bello che permette di avvertire la grandezza di Dio e di sentirne sensibilmente la presenza.

    Lo studio dell’inglese e le sorprese che il mare riserva loro ogni giorno le tengono occupate dal mattino alle 5.30, quando inizia la giornata. Vivono a bordo come se fossero ancora in convento con un orario ineccepibile.

    «Studio sempre l’inglese – scrive – lavoriamo, preghiamo, leggiamo e la perfetta letizia e nei nostri cuori».

    Il bastimento costeggia la Corsica, la Sardegna ed entra nello stretto di Messina, dirigendosi verso Port-Said in Egitto.

    Avvistare le coste italiane significa risentire tutta l’emozione di ciò che si lascia e inviare un saluto affettuoso a tutti e a ciascuno con una punta di dolce nostalgia.

    La carità e l’allegria a bordo sono generali e internazionali: ci sono 20 suore Francescane di Maria del Canada, Austria, Italia, Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Irlanda e Malta, «una vera internazionalità», come commenta Madre Francesca che scrive giorno per giorno un diario di bordo davvero interessante.

    Oltre a loro a bordo viaggiano altre suore di 4 ordini diversi, cinque padri Lazzaristi, un padre Gesuita, in tutto 41 religiosi, una bella Chiesa in cammino verso l’Oriente, Ceylon, India, Cina.

    Una breve fermata a Port-Said per una cartolina e poi attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano si punta dritti verso al meta.

    Nel suo diario sa essere molto francescana e come Francesco invita tutte le opere: «il bel cielo azzurro … il bel cielo d’Italia, la luna, la vastità del mare, il levar del sole, i grossi pesci che guizzano al loro fianco, gli uccelli marini che volano sopra di loro» a lodare Dio.

    Passando più tempo possibile sul ponte per non perdere nulla, sentono che «tutto invita ad amare e ad adorare Dio».

    Dopo quasi 20 giorni di acqua e cielo il 9 novembre avvistano finalmente Colombo. Deo gratias. La prima impressione e di vedere gli Indiani neri neri.

    E un’osservazione ovvia (altrimenti che Indiani sarebbero!) ma necessaria e soprattutto esprime la riconoscenza e la gioia di un viaggio felicemente concluso: la missione comincia.

    Dio, la missione, i suoi: i tre grandi pensieri che hanno dominato il suo cammino verso Ceylon.

    Ai suoi può scrivere: «Più mi allontano da voi, più vi voglio bene». Dio non toglie, ma dona. Il suo amore è sempre più grande.

    Il Ceylon accoglie le nuove arrivate e a Mattacoliya a Colombo inizia il secondo anno di noviziato: una piccola comunità internazionale. Sono 8 religiose di 7 nazioni diverse che vivono in una piccola e graziosa casa tra le grandi palme.

    L’inizio é davvero emozionante lasciamo la parola a lei stessa:

    «Ieri sera (12 novembre, il giorno dopo l’arrivo) ci recammo all’Ospedale; dopo aver attraversato molte corsie giungemmo finalmente in quella ove sono le malate più gravi; non si udivano che gemiti, rantoli di morte, lamenti che facevano veramente pietà.

    Ci avvicinammo al letto di due moribonde; erano gia preparate dalla Missionaria che veniva con noi. Questa si chinò su di loro e disse che era giunto il momento del Battesimo e che presto sarebbero finite tutte le sofferenze e Gesù veniva loro incontro.

    A quella poi che io dovevo battezzare disse ancora: «E il nome della Vergine che riceverai! Sei contenta?» E il momento solenne e commovente giunse. Versai l’acqua sulla fronte della povera pagana e dissi: «Maria io ti battezzo!» Mamma, come descriverti ciò che provai. Rivedo ancora quegli occhi che brillavano di gioia e mi fissavano; aveva tanto desiderato il battesimo. Ho scelto questo nome in onore della Vergine Santissima e il nome della mia cara mamma lontana. Come, provando simili gioie, tutto si dimentica e il sacrificio é ben piccolo!»

    L’entusiasmo non ancora pienamente equilibrato le fa chiedere di andare subito in un lebbrosario per consumarsi pienamente per Dio. La saggezza delle superiore non glielo permette.

    E presto si convince che non grandi cose, ma l’impegno fedele di ogni giorno porta alla santità ed e gradito a Dio.

    Annota giustamente che «non vale niente essere in missione senza bontà, umiltà e oblio di se stessa».

    Non conta il luogo dove si vive, ma come si vive.

    E si sa che anche nella vita ordinaria del Noviziato si porta Cristo al mondo, come battezzare due moribonde in un ospedale.

    Alla fine del secondo anno ci sarà la sua prima consacrazione ufficiale a Dio, la sua professione. E il pensiero che l’accompagna e stimola tutto l’anno.

    «Il giorno della mia professione – scrive il 22 maggio del 1932 – è ormai molto vicino» e chiede al Signore di «essere fedele fino alla morte».

    La preoccupazione di questo giorno viene completamente dissipata dalla grande fiducia che ha nel Cuore di Cristo a cui «nulla e impossibile».

    La sua convinzione e la sua maturità spingono le superiore ad affidarle le postulanti, «queste care sorelline dell’India e del Ceylon» che vengono contagiate in bene dal suo esempio di fedeltà e generosità. In seguito le saranno affidate le novizie.

    Il 13 giugno è il giorno grandemente atteso.

    Finalmente appartiene a Cristo e per sempre. Tre anni dopo, lo stesso giorno, ratificherà la consacrazione a Dio per sempre con la consacrazione perfetta.

    La sua gioia e incontenibile.

    «Come sono felice e contenta, felice da non desiderare nulla in questo mondo se non di amare Gesù con un amore perfetto e di soffrire per Lui per adempiere e corrispondere alla mia bella e sublime vocazione».

    E ancora:

    «In questo giorno per me bello fra i belli voglio divider con te (sta scrivendo alla sorella Pia) la felicità immensa del mio cuore che provo nell’essere sposa di Gesù e di Gesù crocifisso per il tempo e l’eternità».

    La voce udita a 18 anni si e fatta chiara col tempo e la donazione totale e una realtà.

    Lo scherzo della giovane esuberante e diventato offerta piena e gioiosa per sempre.

    Ora è di Dio ed è pronta a vivere questo suo dono con una piena disponibilità ai disegni di Dio che le si manifesteranno nell’obbedienza.

    L’amore alla preghiera, alla preghiera liturgica e in particolare al Sacrificio della S. Messa e dell’Adorazione eucaristica costituisce la caratteristica dominante della sua spiritualità e la causa principale della sua gioia.

    Dalle lettere si può desumere che vive per l’Eucarestia e dell’Eucarestia. Innamorata di Cristo lo cerca come la perla preziosa, il tesoro nascosto ed e ansiosa di portarlo a tutto il mondo.

    L’amore alla sua Congregazione è grande; prega per la sua vitalità, per l’aumento delle vocazioni consacrate; sente riconoscenza per chi l’ha formata, si interessa alle sorelle e alle superiori. Vive i momenti propri della Congregazione con tanta fede.

    L’amore al S. Cuore è presente in ogni avvenimento. Tutto a Lui affida, tutti a Lui raccomanda e la sua certezza si fonda sul Suo amore misericordioso.

    L’amore alla Chiesa e al Papa, ai suoi sacerdoti la fanno vibrare per ogni avvenimento lieto o triste che viene a conoscere.

    La missione presso i popoli, secondo il comando evangelico, brucia le sue giornate.

    Desidera ardentemente la conversione di tutti. Quanto opererà per i malati, i moribondi, i bimbi abbandonati per aprir loro le porte della gioia senza fine.

    Quanto vorrebbe fare perché lo zelo grande dei monaci e delle monache buddiste si trasformasse in amore e zelo per il Vangelo. Nei suoi viaggi, osservando le numerosissime pagode, sogna che presto siano trasformate in chiese.

    L’amore all’uomo intero e integrale fa parte della sua vita quotidiana. Sente e vive in sé gli avvenimenti del mondo e dell’uomo. Soffre per le guerre e le violenze ingiuste. Prega perché gli orrori della guerra del ’35 e della Seconda Guerra Mondiale finiscano presto e non debbano far soffrire nessuno, né i suoi, né gli altri.

    Augura la pace vera alle famiglie e al mondo.

    Quanto soffre negli anni di incomprensione che regna nella sua famiglia a causa della divisione dei beni. Scrive in continuità per un’intesa nell’armonia e nell’amore.

    E quando finalmente le cose si appianano esclama: «Sono felice di sapere che nei cuori torna la pace e mi auguro che presto tutti senza eccezioni tornino ad amarsi e a dimenticare dal fondo del cuore tutto, tutto».

    La carità di Cristo, quella vera, è l’ansia della sua vita in ogni comunità dove Dio la chiama a vivere. Quando è felice di potersi adoperare per tutti. Prima di farsi capire con la lingua, non sempre facile per lei, si farà capire con il linguaggio della carità.

    Nota ogni gesto di bontà e fa sapere ai suoi che il 15 maggio del 1938 nella guerra Sino-Giapponese e stato assassinato un certo benefattore della loro Congregazione, un uomo di vera carità. Ha aiutato loro, ha costruito ospedali e case per poveri, ha soccorso migliaia di indigenti, ha predicato il Vangelo. Mr. Lo-Pa-Hong (questo era il suo nome) era arrivato a prendere in casa, per aiutarla a vivere, la madre dell’assassino di suo figlio.

    E questo l’amore che converte il mondo e che diventa testimonianza e riparazione di fronte all’odio assurdo delle guerre che separa, rovina le famiglie, sparge lutto e pianto.

    Ugualmente una grande umiltà domina la sua poliedrica e generosa opera di apostolato intenso: sa di aver ricevuto tutto.

    E infine la vera letizia francescana l’accompagna anche nei momenti di prova dolorosa.

    Si potrebbe dire di lei come di Francesco: abbiamo incontrato una vera cristiana, una donna veramente felice.

    Il suo primo apostolato lo svolge tra la gente più povera delle montagne del Ceylon, una zona ricca di eucaliptus, mimose e molte varietà di fiori.

    Questa zona particolarmente ricca di bellezze naturali è anche molto fredda e molto povera: qui vivono i «coolies» delle piantagioni di tè.

    I figli di questi poveri e sfruttati sono molto spesso abbandonati a se stessi e vivono nella vera miseria.

    Le missionarie francescane avevano costruito una casa di riposo per le infermiere estenuate dal lavoro nel caldo soffocante di Colombo ed un centro per i figli di questi operai delle piantagioni con una scuola gratuita, un laboratorio di cucito e un dispensario per curare i malati. Si preoccupavano anche della Chiesa parrocchiale, essendo il sacerdote quasi sempre assente per le sue lunghe visite ai villaggi dei dintorni.

    Qui viene di tanto in tanto Madre Francesca e vi resterà alcuni mesi di seguito alla fine del 1938.

    La loro casa di Nuwara-Eliya è affidata alla Madonna del Buon Riposo, Our Lady of Good Rest.

    La povertà e la miseria la colpiscono in modo particolare. Sente vera pietà per quelle «povere creaturine scalze e scarsamente vestite» in un clima particolarmente rigido.

    Ammira la loro operosità e la capacità pur piccolissime che hanno di adoperare il tommolo.

    Chi sa cosa farebbe per aiutarle!

    I poveri sono sempre un richiamo e una lezione di vita. Questa rapida e breve esperienza tra i poveri la rafforzano nella sua volontà di bene e di apostolato.

    Relazione storica di Padre EVANS EDDIE

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.- La missione di Bhamo

    Le strade non esistevano. I sentieri erano appena larghi per i piccoli cavalli Shan, che camminavano incredibilmente, bene come i camosci. E tutto questo era negli anni 1944 e 1945.

    Madre Francesca Zappelli arrivò nel 1939 e trovò la missione già retta dai Padri Missionari di S. Colombano, in gran parte irlandesi. Prima di loro qui, lavorarono i Padri francesi delle Missioni Estere di Parigi. Non avendo un numero sufficiente di missionari, Mons. Albert Faliere di Mandalay chiamò i PP. Colombani per prendere la parte settentrionale della sua vasta diocesi.

    Nel 1936 arrivò il nuovo superiore, il P. Usher e i primi sette missionari irlandesi e australiani. Dopo un viaggio con un battello sul fiume Irrawaddy di quattro giorni da Mandalay, i missionari furono accolti calorosamente dal missionario francese Padre Francois Collardo Finalmente con i nuovi arrivati, la missione poteva guardare con speranza e ottimismo all’avvenire.

    Quello che i neo-arrivati missionari trovarono era una casa poverissima che P. Collard illuminò con una lampada a olio. P. Usher ammise anni dopo: «la prima notte a Bhamo, ero così scoraggiato che credo che il mio cuore si abbassava fino alle mie scarpe! Quando vidi la casa in cattive condizioni pensai: “come sarà il resto della missione?”

    Il giorno dopo il coraggio ritornò. La casa era sporca e in pessime condizioni. Nel piano terreno c’era una stanza grande e una stanzina da pranzo. Sopra c’erano tre stanze da letto per i missionari di passaggio. Di lusso come acqua corrente, luce elettrica, doccia e gabinetti non si poteva nemmeno immaginare. Però era il punto dove si poteva eventualmente espandere il lavoro fra le montagne della tribù Kachin. I missionari colombani erano tutti giovanissimi, e il superiore, P. Usher, che era il loro professore di teologia, aveva 37 anni.

    Con tutta questa miseria, c’era un’oasi: “Khudung”. Quando il vecchio missionario francese, P. Gilhodes, ricevette il messaggio che P. Usher e il suo compagno P. Way, volevano visitarlo, mandò loro una guida Kachin con i cavalli. Povero P. Usher, alto 1,90 mt., quando vide quei piccoli animali, scosse il capo sicuro che il suo peso avrebbe rotto la schiena della bestia, un pochino più alta di un cavallo sardo. Scrisse a casa: «il mio cavallo era alto come la mia vita e a me sembrava brutale montarlo. Fui assai sorpreso che questa bestiola mi portò su per due ore e mezza per un sentiero ripido dalla pianura fino alla missione alta oltre 1000 metri. Aveva una dignità propria e gli ero grato che mi permise di conservare anche la mia!»

    Il paesaggio era incantevole. Alla sinistra la, giungla impenetrabile. Alla destra il torrente che aveva tagliato un letto profondo nella montagna. Da tutte le parti, voci squillanti di uccelli e di insetti. Improvvisamente la giungla cedeva ad un frutteto di limoni, di aranci, e di frutti tropicali e poi ad una piantagione di caffè. Andando avanti, si arrivò alla missione nel mezzo del verde. C’erano più di mille cattolici Kachin e con loro P. Gilhodes e le Francescane Missionarie di Maria. Era come un sogno irreale. Il benvenuto fu caloroso e due missionari benedissero il Signore per questa consolazione.

    Nel 1903, P. Charles Gilhodes arrivò qui per annunciare la buona Novella. Non godeva buona salute e scelse Khudung situato a 100 mt. in altezza e così aveva un clima migliore della pianura micidiale. Costrui una casetta. Era difficile vincere la diffidenza dei montanari, che non avevano mai visto un essere umano con un viso pallido, un naso lungo, la faccia quasi nascosta da una barba foltissima, e. che si vestiva con una lunga camicia bianca. Piano piano, i bambini presero la confidenza, vinti dalle caramelle che ricevevano in regalo. Per loro incominciava l’apprendimento della loro lingua, indicando un oggetto dopo l’altro e scrivendo la parola con un disegno. Con tanta fatica scrisse il primo vocabolario Kachin-Francese e la prima grammatica della lingua Kachin. Poi basandosi sulle osservazioni della cultura, scrisse in francese un bel libro autorevole sulle usanze, la religione e la cultura Kachin.

    Per istruire la giovane generazione in un ambiente cattolico, costruì una piccola scuola ed ebbe la gioia e la fortuna di avere l’aiuto nel 1929 delle suore Francescane Missionarie di Maria.

    Queste intrepide missionarie non esitarono a affrontare la miseria, fra gente poco colta. Anni dopo, quando il Governo inglese premiòP. Gilhodes con la decorazione “Ordine dell’Impero Britannico” per la sua contribuzione verso il progresso e sviluppo materiale dei Kachin, egli disse: «il dono più grande che ho portato ai montanari Kachin sono le Missionarie di Maria. È a loro che va gran parte del benessere che oggi godono».

    A causa dell’ alimentazione povera e per le diverse malattie, per la cui cura non c’era altro che lo stregone, i bambini morivano come le mosche. Le Missionarie di Maria in Birmania si specializzarono proprio in medicina e in

    modo particolare nella cura dei lebbrosi. A Khudung il dispensario delle suore era l’unico per una zona grande come tutto il Centro-Italia. Gli ammalati venivano portati dai parenti, camminando per giorni interi nella speranza di essere guariti. Le suore non mandavano via nessuno. Medicavano nella patria europea per avere i medicinali necessari. Il risultato ImmedIato era che la mortalità infantile cessò quasi interamente. Con la salute riacquistata gli adulti erano disposti ad ascoltare le suore e il missionario.

    P. Gilhodes fece arrivare dall’ Europa e da altri paesi asiatici le sementi di verdura e di frutta. Sperimentò per anni e riuscì a trovare gli ortaggi che crescevano bene nella zona. A lui è il merito di avere introdotto le verdure europee, la frutta e di aver fatto per primo la piantagione del caffè nelle montagne Kachin. Questi cibi nuovi e nutrienti erano il fattore decisivo per la salute della Missione.

    Le suore svilupparono la scuola e aprirono un orfanotrofio per 300 bambini. Il peso di mantenerli, tutti poverissimi, era totalmente sulle spalle delle suoré, perché P. Gilhodes non aveva i mezzi per farlo. Tutti gli edifici: scuole, convento, chiesa, orfanotrofio, dispensario… erano costruiti con legno e zinco, poverissimi e privi di ogni comodità. I Padri, appena arrivati dall’Irlanda, si meravigliavano di come abbiano potuto resistere questi missionari francesi e le missionarie di Maria per tutti questi anni in tali condizioni. P. Gilhodes era rimasto solo a Khudung per 26 anni, e con le suore per altri sette anni.

    Nel 1939, quando arrivò Madre Maria Francesca Zappelli, le condizioni della missione di Bhamo erano leggermente migliorate, grazie ai giovani Padri Irlandesi e all’aiuto finanziario che arrivava dall’ America e dall’Irlanda. Ad aiutare il vecchio P. Gilhodes a Khudung è venuto P. John Howe (che diventerà vescovo di Bhamo nel 1961) e dopo di lui P. Jerry Kelleher. Fu lui che accompagnò Madre Francesca da Bhamo a Khudung, e il 20 settembre 1946 ebbe la tristezza di assistere alla sua morte e di seppellirla.

    Nel 1903, P. Charles Gilhodes arrivò qui per annunciare la buona No

    vella. Non godeva buona salute e scelse Khudung situato a 100 mt. in altezza e così aveva un clima migliore della pianura micidiale. Costrui una casetta. Era difficile vincere la diffidenza dei montanari, che non avevano mai visto un essere umano con un viso pallido, un naso lungo, la faccia quasi nascosta da una barba foltissima, e. che si vestiva con una lunga camicia bianca. Piano piano, i bambini presero la confidenza, vinti dalle caramelle che ricevevano in regalo. Per loro incominciava l’apprendimento della loro lingua, indicando un oggetto dopo l’altro e scrivendo la parola con un disegno. Con tanta fatica scrisse il primo vocabolario Kachin-Francese e la prima grammatica della lingua Kachin. Poi basandosi sulle osservazioni della cultura, scrisse in francese un bel libro autorevole sulle usanze, la religione e la cultura Kachin.

    All’inizio del 1939, quando la bufera minacciosa della Seconda Guerra Mondiale stava avvicinandosi in tante parti del mondo, le viene affidata la sua vera missione in un paese ancor più lontano, dove il tempo sembra si sia fermato: Khudung tra le montagne katcine del nord della Birmania a circa 1500 metri di altezza, a tre giornate di cammino dalla frontiera della Cina.

    Vi è chiamata a sostituire la superiora precedente, morta all’improvviso, per quella gente semplice Tibeto-Birmana sarà per sempre «MAMA KABA», cioè la Madre Superiora.

    In questo angolo sperduto di mondo, dove la guerra sembra impossibile possa arrivare e dove ciò che conta altrove è perfino sconosciuto, era arrivato 40 anni prima un sacerdote, p. Gilhodes, da tutti conosciuto come «SAM KABA», vecchio padre.

    È lui il vero fondatore di questa missione;povera e sperduta tra i monti. Per anni era rimasto solo,. evitato dalla gente, che nutriva per gli Europei una paura istintiva e incompreNsibile. La sua;pazienza e la sua fede avevano vinto infine la resistenza e l’incomprensione di questo popolo semplice, genuino, ma anche primitivo.

    Per essi aveva appreso e scritto la lingua katcina.

    Lo stesso governo inglese riconoscendo l’efficacia della sua opera gli conferirà una medaglia.

    Madre Francesca nel febbraio del ’39 si dirige verso la sua nuova missione e passando per Madras e l’India può ringraziare Dio per l’opera delle sue consorelle. Per esempio a Madras dirigono una scuola per 1300 bambine, un vero villaggio. Può sostare a pregare sul luogo della morte dell’apostolo S. Tommaso, l’evangelizzatore dell’India e raggiungere Rangoon, capitale della Birmania, una città ricca di pagode dorate e di costruzioni che nulla hanno da invidiare alle città europee. Ma la sua destinazione è altrove e vi arriverà, partita il 13 febbraio, solo il 9 marzo, superando i vari tratti con imbarcazioni, treno, camion, cavallo e a piedi. La colpiscono la varietà, la ricchezza e le meraviglie della vegetazione e la grandezza dell’Irrawaddy, il fiume più grande della Birmania.

    Sta per realizzare il vero sogno di vita autenticamente missionaria, dove tutto è povero e difficile: questo la rende profondamente felice.

    Alla mamma confessa:

    «Vado a Khudung, villaggio perduto fra le montagne della Birmania settentrionale, ma è una vera missione; facciamo le visite ai villaggi circostanti, curando maJati e battezzando bambini; sono paesi del tutto primitivi e non vi sono mezzi di trasporto che andare a cavallo o con il carro trainato dai buoi. Non è come in Ceylon… ma tutto ciò mi rende felice!

    È la vita missionaria che sognavo a 18 e a 20 anni allorquando udii che il Maestro mi chiamava a lavorare nella sua vigna.»

    A Khudung l’accoglie un povero convento del tutto primitivo costruito di tavole, dedicato anch’esso alla Vergine, La Madonna di Lourdes (Our Lady of Lourdes).

    La casetta di legno povera richiama a lei francescana il primo conventino di Rivotorto e questo la riempie di santo entusiasmo.

    La missione comprende il villaggio centrale che ormai è quasi completamente cattolico e molti altri villaggi, per lo piò pagani, disseminati sulle montagne impervie dove mancano i sentieri o nascosti nelle vallate interposte. Per arrivarvi bisogna inerpicarsi su per i pendii, adoperando quando è possibile il cavallo, inoltrarsi nella giungla infida dove il pericolo è sempre incombente e dove non è difficile incontrare tigri o leopardi, avventurarsi su pali trasversali per superare torrenti impetuosi.

    Il pericolo rischia di non far apprezzare la bellezza incantevole della natura ancora selvaggia e intatta che si attraversa.

    Si sa mettendosi in viaggio che è possibile anche non tornare, ma un vero missionario è consapevole di aver offerto tutto, perfino la vita. Una volta una tigre divora il cavallo di p. Gilholdes.

    Mentre al centro accanto alla Chiesa le suore dirigono una scuola per 150 ragazzi della zona tra maschi e femmine, l’opera di Madre Francesca è sopratutto quella di visitare ogni villaggio disperso nei dintorni. Sono i veri medici del corpo (hanno un dispensario centrale e luoghi di visita ovunque) e dell’anima (portano il vangelo della salvezza).

    Non esistono in tutto il circondario medici e la gente fiduciosa si affida loro per ogni cosa.

    Vengono chiamate continuamente, anche di notte. Devono superare ostacoli di ogni genere: quelli naturali già accennati, la difficoltà di comprendere una lingua totalmente nuova e diversa dalla propria, pregiudizi atavici e inveterati.

    Lo sforzo di Madre Francesca è addolcito dalle lunghe camminate, dal suo grande amore evangelico e dalla presenza di due suore birmane, più pratiche del luogo; l’impegno ad imparare quanto prima la loro lingua viene integrato nei primi tempi dal suo sorriso e dalla sua carità contagiosi e più eloquenti di ogni parola; i pregiudizi la pongono di fronte a situazioni impensate. Raccolgono in missione ragazzi «maledetti» che nessuno vuole avvicinare: sono quelli che nascendo hanno provocato la morte della madre; una tradizione ferrea e disumana richiedeva la loro morte ed in genere venivano bruciati sul rogo della madre. Le missionarie riescono a strappare diversi ragazzi a questo destino crudele e ne diventano madri.

    La povertà e la miseria sono ancora più terribili e impietose, mietendo vittime innocenti in numero grande. Le suore cercano di salvarne il più possibile e le affidano al buon Dio, dando loro il battesimo. Madre Francesca, che ha il cuore sempre a Villanova, pone loro i nomi della mamma e dei suoi, sicura di ottenere loro un nuovo o una nuova protettrice in cielo.

    La fatica di questo popolo per sopravvivere è grande: coltivano il riso e non sanno ancora utilizzare le molte risorse che la natura offre; la fatica più grande è delle donne che con il loro fagottello sulle spalle, dove portano i figli, si sottopongono a lavori davvero duri.

    Il padre missionario ha cercato di educare la gente anche in questo settore ed è riuscito ad impiantare frutti tipicamente europei, che aiutano le suore a risentire il sapore della patria lontana.

    In questa sItuazione di disagio,continuo Madre Francesca è finalmente nel suo ambiente: è davvero felice. Sente di aver realizzato il suo ideale di missionaria e di francescana.

    In una lettera alla famiglia afferma: «Se lo vita missionaria implica grandi sacrifici… quante e quante vere gioie ci procura, gioie che il mondo non conosce e non sa dare».

    Le feste sono particolarmente sentite e vissute; vengono preparate giorni e giorni prima con grande cura. ‘Per Natale, facendo freddo, viene costruita una grande cappella di palme, rami e foglie, ricoperta di paglia sul pavimento per accogliere le migliaia di persone che vengono a celebrare la gioia di Gesù Bambino, il Dio-con-noi, l’Emmanuele. Sembra di essere a Betlemme.

    La costituzione forte e robusta di Madre Francesca, unita alla giovinezza piena e generosa, sostenuta da un ideale missionario unico, ne fanno presto l’animatrice di ogni opera.

    È la vera Mama Kaba: questo nome diventa un lasciapassare, un richiamo, una sicurezza.

    Sente che l’ideale di Francesco, povertà, semplicità, vangelo vissuto alla lettera stanno diventando la sua vita e con tutta se stessa ringrazia Chi per amore l’ha condotta tra questa gente povera, ma vera e buona.

    LA MISSIONE FRA I KACHIN DELLA BIRMANIA

    Durante la seconda Guerra Mondiale, i soldati americani, sotto il Generale Stilwell, chiamati “Merril’s Marauders”, furono mandati per cacciare i giapponesi dall’estremo Nord della Birmania, per poter costruire la famosa strada “Ledo Road”, dall’India in Cina. Questo era il territorio Kachin, dove lavoravano i PP. Colombani e le Missionarie Francescane di Maria.

    I soldati trovarono un territorio coperto di foreste vergini, di montagne oltre tremila metri, di fiumi enormi nella pianura e di torrenti rapidi che tagliavano le montagne e i colli. Il clima era malsano, caldo e umido.

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.  In terra di missione

    Durante la stagione delle piogge, da maggio a novembre, il monsone portava le piogge diluviane rendendo impossibile attraversare i fiumi e i torrenti. Durante gli altri mesi, faceva un caldo da morire con l’eccezione di un po’ di fresco in inverno. Il nome che diedero a questo territorio era “Green Hell” (inferno verde): “Verde” perché la vegetazione selvatica e fitta copriva le montagne; “Inferno” perché era un terreno pieno di malattie – la micidiale malaria, il tifo, la febbre gialla, la febbre nera, l’elefantisi; e poi c’erano bestie feroci – tigri, elefanti, cobra.

    La terribile guerra, che ha mietuto milioni di vittime e che sembrava tanto lontana, presto si fa sentire anche su queste montagne sperdute.

    Le ultime lettere del 1940 che Madre Francesca riesce a spedire e a ricevere, la fanno trepidare per la sorte dei suoi, chiamati a combattere o rimasti a casa.

    Poi le comunicazioni si interrompono per circa cinque anni e Madre Francesca rimane senza alcuna notizia.

    Conoscendo la sua sensibilità e il suo affetto enorme per la famiglia si può facilmente intuire quanto abbia dovuto soffrire.

    Diversi lutti in questi anni colpiranno la sua famiglia; il più grave fra tutti la morte della mamma amatissima… ma lei non saprà nulla fino alla fine della guerra.

    Alcune notizie più generali potranno giungere fin lassù tramite una vecchia radio che riescono a far funzionare, ma sono sempre notizie di tragedia, morte, paura.

    La guerra purtroppo si avvicina anche a (quelle montagne e l’avanzata giapponese raggiunge la Birmania e Khudung.

    Madre Francesca e un’altra suora prima, gli altri poi, dietro ripetuti comandi e intimidazioni dei Giapponesi, devono abbandonare le care monta gne e scendere prima a Bhamo il centro del distretto e infine. a Mandalay, la città più importante, dove vengono sottoposti a processi e a giudizio.

    Le sofferenze di questa terribile e lunga odissea sono inimmaginabili e le portano spesso vicino alla fine.

    In una lettera alla sua provinciale Madre Francesca racconta:

    «Fu il 23 aprile 1944 che dovetti abbandonare le mie care montagne. L’Il maggio fu la volta del padre Gilhodes e della comunità. Li si fece partire alle quattro del mattino, senza dar loro tempo di fare il minimo preparativo… Come descrivere quella partenza, le grida e i pianti dei nostri orfanelli che ripetevano: “Non lasciateci soli, non abbandonateci! Vogliamo venire con voi, morire con voi!”.

    Il piccolo Giuseppe (un bambino salvato dal rogo dove veniva bruciata la mamma morta per la sua nascita) arrivò fino a sdraiarsi in mezzo alla strada per sbarrare il passaggio, ma tutto fu inutile…

    A Bhamo fummo rinchiuse in una casetta dove non ei era consentito vedere nessuno, nemmeno le nostre bambine che venivano a trovarci da tanto lontano, nemmeno i padri che alloggiavano in una casa di fronte a noi, dal lato opposto della strada.

    Non potevamo che assistere alla loro Messa dalla finestra aperta. Solo il 18 agosto, eludendo la vigilanza dei guardiani, potetti andarmene di nascosto a ricevere la santa Comunione. E, vedendo che il tentativo era riuscito,ogni mattina, a turno, una di noi se ne andava così a «rubare» Gesù nella casa di fronte. Che giorni, ma anche quante grazie ei ha fatto Iddio in quel periodo!

    Nel settembre i bombardamenti s’intensificarono al punto da obbligarsi a passare quasi tutto il tempo nel rifugio. Il Padre (un sacerdote birmano mandato dal Vicario Apostolico per assistere religiosamente le prigioniere) vi diceva la Messa e noi avevamo così l’immensa gioia di poterei tutte comunicare.

    Verso il 15 venne l’ordine di partenza. Si viaggiava di notte sull’Irrawaddy in tre barche e al mattino ei si fermava in piena giungla. Là su un altarino da campo il Padre Carolus (il sacerdote birmano) celebrava. In riva al fiume, fra la selvaggia e splendida natura, quelle Messe erano per noi una sorgente inesauribile di coraggio, permettendoci di sopportare le sofferenze e le privazioni che non mancavano certo…

    Ma creda pure, Madre cara, che dopo aver dormito per terra durante sei mesi, c’eravamo abituate così bene, da non saper più dormire in un letto normale».

    Queste note scarne di una lunga e dolorosa Via Crucis sono già sufficienti a far capire quanto sia stata penosa per queste suore la prigionia con i Giapponesi. .

    La prima tappa di questa odissea fu Katha, scalo obbligatorio per i vaporetti di grande lusso che risalivano l’lrrawaddy, prima della guerra naturalmente. Trovano una città deserta, saccheggiata e morta. Sono costrette pur stremate dalla fatica a scavare trincee rifugio, dove spesso durante la notte a causa dei bombardamenti si riparano.

    Madre Francesca, che era l’animatrice del piccolo gruppo, si adopera talmente che riesce ad ottenere per due suore anziane, suor Quilicus e suor Grégoire, fondatrici della missione di Khudong assieme a p. Gilhodes, una piccola capanna poco distante con pareti di foglia e tetto di lamiera.

    Ma i bombardamenti continui rendono ormai tutto insicuro.

    Solo pochi giorni dopo le due suore, sfinite, poste sulla nuda terra, come il loro Padre Francesco, rinnovando la loro consacrazione nelle mani della Superiora, muoiono in francescana letizia, dando esempio di forza a chi rimaneva ancora a soffrire e lottare.

    Lasciano quindi Katha e giungono a Bhamo. Le inchieste, i processi e le vessazioni fanno presentire spesso la morte imminente. Ricordando quei giorni Madre Francesca scriverà: «Ho perso un ‘occasione». Era pronta a dare la sua vita per Cristo; in lei e nelle sue compagne c’era una forza particolare inspiegabile. «Non solo non avevo paura – confessa – ma mi sentivo sostenuta da una forza straordinaria che mi veniva dall’alto».

    Da Bhamo la triste carovana si sposta a Mandalay dove per alcune settimane vengono internate in una pagoda. L’arrivo in questa città, dove le Missionarie Francescane avevano un lebbrosario intitolato a S. Giovanni, è unito ad una grande .delusione.

    Avevano sperato di riunirsi alle loro consorelle e invece devono forzatamente; pur così vicine, essere separatè nella pagoda. In essa per la festa di Natale riescono ad ottenere, con l’aiuto dei bonzi stessi, di celebrare una S. Messa di fronte alla grande statua di Budda. Vicinanza strana, ma anche sigmficativa: Lui, il Bambino di Betlemme, era venuto anche per i buddisti dell’ Asia.

    La comprensione dei Buddisti per i prigionieri è ammirevole e cercano in ogni modo di alleviare loro tanta sofferenza, in particolare per il vecchio padre Gilhodes.

    Tuttavia a nulla giovano le cure e le attenzioni; il suo corpo non resiste più e qui il vecchio missionario ‘muore serenamente: ha donato tutto per questa sua gente.

    La pagoda ospitava altri prigionieri e la carità di Madre Francesca ha occasione per esprimersi in modi impensati anche in loro favore.

    Rimangono in questo tempio buddista circa un mese e 15 giorni; dopo Natale ottengono finalmente di poter raggiungere la loro comunità di S. Giovanni in attesa della liberazione.

    In questa loro odissea hanno lasciato tre croci che unite a quella di Cristo aiutano a sperare in una resurrezione vicina e grande per il popolo katcino.

    La sequela di Cristo era stata completa. Ancora una volta Madre Francesca sente di dover ringraziare per i doni che Dio ha loro fatto, per la protezione con cui li ha accompagnati e per la speranza immensa che ha fatto rinascere nel loro cuore.

    Nonostante la prova dura e lunga erano rimaste forti e fedeli. La testimonianza di una suora ci conferma che durante il viaggio Madre Francesca fu picchiata per aver rifiutato di calpestare il Crocifisso; sottoposta a portare duri pesi lo fece volentieri per risparmiare le altre.

    «Nessuno – dice il Vangelo – ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

    Finisce la prigionia, finisce la guerra, si riaprono le frontiere, si ritorna a sperare e a vivere.

    Finalmente viene a conoscere alcune delle notizie più importanti della sua famiglia.

    «Col cuore pieno d’amarezza» e riconoscendo che «talvolta per i nostri poveri cuori la Volontà del Signore è incomprensibile» apprende e accetta con fede la morte della mamma, quella della carissima sorella Pia e del marito di Emma. Invita tutti alla rassegnazione e alla ripresa della vita con coraggio e fede.

    Apprende con immensa gioia che il fratello Oreste è diventato sacerdote, «grazia e privilegio» per tutta la famiglia.

    Ancora a Mandalay per la Pasqua del ’45 quando nel mondo stava risorgendo la vita e la fiducia, scrive dopo cinque anni questa bellissima lettera ai suoi fratelli e alle sue sorelle.

    «Non so dirvi né esprimervi ciò che provo nel potervi alfine dopo 5 lunghi anni di silenzio scrivere; la gioia e la consolazione è incomparabile e spero che la presente vi trovi tutti bene, come grazie a Dio è di me e delle mie consorelle».

    L’ansia di sapere cosa è avvenuto in questo tempo è grande.

    «A vete molto sofferto…? Dove siete restati? Chi si trova adesso a Villanuova? Siete stati richiamati per il servizio militare? Nel 1942 seppi da un Padre Salesiano italiano che Oreste si trovava a Torino e sarebbe stato ordinato sacerdote a Pasqua del ’43. Cosa è avvenuto? Ha perseverato?

    …Nel Novembre del 1942 ricevevo la triste notizia della morte della nostra carissima mamma, ma senza alcun dettaglio… E tutti gli altri parenti come stanno?.. Oh come vorrei avere qualche notizia di voi tutti. Quando seppi che in India vi erano migliaia di prigionieri Italiani, il mio pensiero volò a voi tutti pensando che forse qualcuno di voi poteva trovarsi nel numero. E i cari nipotini che ricordo sempre con tanto affetto?».

    Ed è felice di far loro conoscere anche quello che lei ha vissuto e sofferto:

    «In aprile 1944 i Giapponesi ci fecero discendere e ci trattarono come prigionieri; da un posto all’altro ci mandarono fino qui a Mandalay e solamente in gennaio di quest’anno grazie a tutto ciò che fece il nostro Vescovo presso le Autorità Giapponesi fummo infine libere, e potemmo venire qui con le nostre sorelle».

    Nel novembre del 1945 dopo quasi due anni di assenza tornano a Khudung, dove ritrovano tutto come hanno lasciato: il piccolo convento, i libri, ogni oggetto al suo posto. Non avevano lasciato nulla chiuso a chiave; avevano affidato ogni cosa a 5 poveri ragazzi, eppure nessuno ha osato toccare nulla. L’amore per i padri e le suore di questa gente era vero e grande.

    Tutto finalmente ricomincia. Su quelle montagne non sanno più cosa inventare per esprimere la gioia immensa di questo ritorno: suoni, canti, Messe di ringraziamento si succedono tra l’entusiasmo generale. La scuola si riapre, tornano i ragazzi; il laboratorio di tessitoria riprende il lavoro; i viaggi ricominciano come prima; il dispensario accoglie i malati. La lunga parentesi è finalmente chiusa; la gioia è grande ovunque e in ognuno: aiuta a dimenticare tutto quello che è passato.

    All’inizio del ’46 scrive al fratello Salvatore:

    «Sono ritornata a Khudyng, ove mi trovo dal 3 dicembre dopo un’assenza di un anno e 8 mesi. Non so dirti veramente la nostra gioia di essere di nuovo sulle belle e care montagne katcine in mezzo ai nostri cari cristiani che ci attendevano con impazienza e che veramente ci hanno provato la loro fedeltà nel conservare e custodire tutte le nostre cose… È stata una grande festa per tutti rivederci e ritrovarci nella nostra cara missione che avevamo dovuto abbandonare nell’aprile del 1944 per ordine dei Giapponesi; durante il tempo passato a Bhamo, a Katha e a Mandalay il Signore ci ha visibilmente protette e aiutate».

    La sua fede e la sua giovinezza, unite all’entusiasmo suo tipico e alla felicità di un ritorno insperato nella missione, le aprono il cuore a disegni e piani grandi, dimenticando la sua fatica, le sofferenze che hanno minato il suo forte organismo e neppure immagina, come nessun altro, che il suo tramonto ormai è vicino.

    I piani di Dio non sono i nostri e, se spesso incomprensibili, crediamo che siano realmente migliori dei nostri.

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M. - In terra di missione

    Ancora piena di vita e di giovinezza, lanciata totalmente in un impegno apostolico senza riserve, inspiegabilmente comincia a sentire il richiamo del Cielo. Il pensiero della morte e dell’incontro con Dio le diventa abituale.

    Pensando come sempre alla sua Villanuova si ferma sulle tombe che lì conservano le persone a lei più care e volge lo sguardo «lassù dove la nostra fede le ritrova con la preghiera che consola e che solleva e ci aiuta sempre ad adorare la Volontà di Dio».

    Ripensando alle prove che non sono mancate a nessuno sa che hanno preparato «l’eternità». Sente come un presentimento che «tutto, tutto passa e per la vita futura non ci resta che ciò che abbiamo fatto e sofferto per il Signore».

    Ha fretta di lavorare, di arrivare più lontano possibile, quasi sapesse che ormai le restano solo poche ore prima del tramonto.

    E «più che mai» volge il suo sguardo «lassù dove i nostri cari ci attendono».

    Ha una vocazione che richiede amore, servizio, generosità; sa di vivere in «tempi cattivi»; sente che Occorre «pregare ed amare» perché questo mondo migliori. Sono i pensieri che l’accompagnano in continuità.e che esprime anche al fratello sacerdote, Oreste.

    Non più forte come prima, dopo la prova della prigionia, spesso avverte la stanchezza e la fatica del suo viaggiare missionario, ma esclama, senza fermarsi e senza scoraggiarsi: «È la via del cielo: bisogna bene guadagnarselo». E ancora: «Tutto per Gesù. Tutto conta per Lui per il quale soffriamo».

    Le ultime lettere del ’46 parlano come sempre della cara famiglia, del suo lavoro apostolico, ma troppo spesso accennano al cielo, dove siamo diretti.

    Provvidenzialmente il Signore la preparava a quell’incontro che aveva aperto a tante anime e per cui aveva lavorato cosi generosamente.

    Nell’ultima lettera inviata a casa, nel luglio del 1946, ha una richiesta che sorprende tutti: li prega di inviarle la preghiera per la buona morte e aggiunge:

    «Questa domanda vi parrà strana, ne sono sicura, ma è sempre meglio prepararsi a quell’ora suprema, perché non sappiamo né quando né dove il Signore ci chiamerà a Lui». .

    Come spiegare una morte così improvvisa e rapida?

    Forse è difficile trovare la vera causa, ma non si va lontano dalla verità se si pensa agli sforzi fisici continui, troppo spesso superiori alle sue reali capacità, alla sofferenza terribile della prigionia, che lei umilmente cerca di velare, alle vessazioni fisiche e alle torture morali di quel periodo stressante e angoscioso.

    Non si possono neppure dimenticare le pene morali che aveva dovuto superare per sé, la famiglia, la missione.

    Il suo confessore, pur conservando i segreti, ce li fa intuire e ci lascia naturalmente nell’incertezza.

    Tuttavia, senza voler penetrare in segreti che non è giusto svelare, sappiamo che la sua vita l’aveva donata per Cristo, la Chiesa e il mondo, l’aveva donata con tanta generosità; il suo fisico ne aveva risentito e ora non riusciva più a continuare.

    Si aggiunse negli ultimi mesi, pur se in forma non allarmante, la malaria che in quelle zone miete vittime a non finire.

    Guardiamo a questo suo lento consumarsi e ringraziamo Dio della luce che Madre Francesca ha saputo far splendere attorno a sé, pur se in un arco di vita così breve, che non ha raggiunto neppure i 40 anni.

    Non vogliamo chiedere a nessuno e neppure a Dio perché l’abbia tolta

    così presto da noi, ma vogliamo ringraziare per averla avuta.

    IL TRAPASSO

    Come in ogni anno la sua comunità entra nel mese di settembre negli esercizi spirituali.

    Si sente sfinita, ma vuole ugualmente seguire come tutti e pienamente questi esercizi. Alla fine è costretta da forza maggiore a mettersi a letto; il male cresce, la malaria rende pensosi.

    La notizia rattrista i villaggi dell’intera montagna e ovunque si fanno preghiere per lei. La piccola chiesa della missione è invasa in continuazione da persone che supplicano commosse: «Signore guarisci Mama Kaba!».

    Ci si convince alfine di dover mandare a Bhamo per cercare un medico, che arriva l’indomani. Diagnostica il male temuto, la malaria, ma lasciando una cura se ne va non allarmato; è convinto che la giovane suora supererà facilmente la prova.

    Invece tra lo smarrimento generale la situazione precipita. A fianco a lei un sacerdote prega e l’assiste.

    Una suora, Madre Paulina, vive accanto a Madre Francesca gli ultimi istanti e lei stessa ce li fa rivivere.

    «Lunedì sera 15 settembre ricevo un biglietto di Madre Anicet, che si trovava ancora a Khudung, chiedendo di salire subito con un dottore, perchéMadre Francesca stava tanto male da aver già ricevuto gli ultimi Sacramenti. Che colpo!

    Partire quella sera stessa era impossibile: troppo tardi, ma l’indomani mattina una macchina ci condusse fino al fiume, dove ci attendevano i cavalli per l’ascensione sulla montagna. I sentieri erano in cattivo stato, e non potemmo giungere a Khudung che verso l’una pomeridiana. Trovammo Madre Francesca molto abbattuta, e col respiro affannoso.

    Contrariamente a quanto aveva prima suggerito il dottore, trovandola troppo male per trasportarla all’ospedale di Bhamo, ordinò una cura da praticarsi sul posto; tuttavia non sembrò troppo preoccupato delle sue condizioni, visto che organizzò il trasporto a Bhamo per la settimana seguente.

    Dopo che se ne fu andato parve prodursi un lieve miglioramento. Più tardi però la febbre risalì il che era cattivo segno, e la notte fu pessima.

    L’indomani, tuttavia, poté ancora comunicarsi col Viatico; noi continuammo la cura ordinata dal dottore, e la giornata passò abbastanza tranquilla. La notte fu invece di nuovo agitata: nessun lamento, ciò malgrado, usciva mai dalle sue labbra; udivamo solo la nostra cara Madre Francesca mormorare ogni tanto in italiano: «Gesù mio, misericordia!».

    Il mattino seguente non si sentiva di comunicarsi, ma chiese al Padre se non avrebbe potuto portare il Viatico più tardi, ed alla risposta affermativa richiuse tranquillamente gli occhi.

    Passò così anche la giornata di giovedì; verso sera però notai un tale cambiamento che feci chiamare di nuovo il Padre. Madre Francesca non poteva più parlare, ma comprendeva tutto, e quando le chiesi se voleva che rinnovassi i voti per lei, mi fece cenno di sì.

    Il Padre recitò le preghiere degli agonizzanti; noi mormoravamo accanto a lei parecchie orazioni giaculatorie, e quasi alla fine ella mostrò di seguirei e di comprenderei. Era quanto mai calma e tranquilla. Il respiro si faceva sempre più lieve. Il Padre mi fece osservare che amava tanto il S. Cuore e che sarebbe stato Lui probabilmente a venirla a prendere. Proprio a mezzanotte infatti,ella rese l’ultimo respiro, e così dolcemente da far pensare che si fosse addormentata nel Signore.

    Esponemmo la cara salma nella cappella, dove affluirono subito le orfanelle per pregare e piangere intorno a quella cui volevano così bene.

    I due Padri aiutarono essi stessi a preparare la bara, poiché i poveri Katcini non sapevano troppo come fare, ed a ricoprirla tutta di bianco.

    Altri due Padri giunsero pure subito da una distanza d’oltre 25 chilometri: Madre Francesca era stata sempre così buona con tutti i Missionari, che la sua inattesa scomparsa affliggeva tutti profondamente.

    I Katcini accorsero da tutti i villaggi circostanti per dimostrare la loro riconoscenza e il loro dolore.

    Durante la malattia di Madre Francesca parecchi di loro, tiepidi e lontani dalla fede, sono tornati a Dio; e siamo certi che dal cielo ella continuerà a pregare per questa missione che le era tanto cara».

    Le ultime sue parole sono: «Per la Chiesa, le anime e per i miei Katcini». Queste parole suggellano sinteticamente l’ideale di tutta la sua vita.

    Il S. Cuore a cui sempre pienamente si era affidata e a cui voleva affidare tutta la sua gente con una solenne consacrazione che stava preparando, nel giorno a Lui dedicato, era venuto a prenderla.

    Era il venerdì 20 settembre, mezzanotte e 5.

    Una bella vita, una morte vera. Aveva raggiunto le persone care e Cristo che sempre aveva cercato e amato.

    Ora continua a vivere nel ricordo e con la sua protezione sulle colline di Trevi accanto alla casa solatìa di Villanuova e sulle montagne katcine accanto al conventino dei suoi sogni, del suo lavoro, della sua offerta piena a Dio.

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