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Fig.1 – Panorama di Trevi da ovest (più precisamente da ovest-sudovest)
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Il fianco meridionale della collina rocciosa su cui sorge Trevi (Fig.1) si chiamava in antico la «Costa»o «Costarella di S. Costanzo» da una chiesina che quivi era fino a non molti anni or sono, ora ridotta a serbatoio d’acqua (1). Attualmente quella località si chiama, senz’altro, «la Costarella»; ma, mentre in antico «la Costarella» comprendeva anche il sito dove poi fu edificata la chiesa, questo ora invece prende e per un largo spazio, il nome delle «Lagrime» (Fig. 2).
Le acque piovane che dalla «Costarella» e dal fianco del monte sovrastante alla chiesa attuale scorrevano in basso. formavano un fossato, detto «il fosso dei gamberilli». Oggi si chiama: il fosso delle Lagrime. (Il fosso a monte -o a nord- della chiesa con le acque che scendevano da Trevi e dal fosso dei Cappuccini, venne deviato più a sud, in seguito alle alluvioni degli anni ’30 e ’40, confluendo nell’altro fosso a sud del colle dei Cappuccini)
Fig. 2 -Panorama di Trevi da sud ovest (Il personaggio più anziano in primo piano potrebbe essere l’Autore, Tommaso Valenti)
Lì presso sorgeva la modesta casetta di un tal Diotallevi di Antonio Santilli, che per sua devozione aveva fatto dipingere con la data del 3 Ottobre 1133, sulla facciata Nord-Est della casa. una «Maestà»; cioè un’ immagine della Madonna col Bambino in braccio e S. Francesco alla sinistra. Ma l’immagine di S. Francesco scomparve sotto le nuove ornamentazioni nelle quali la «maestà» fu racchiusa nel seicento (2). (Fig: 3).
In tutti i documenti, dagli «Annali» del Mngnoni in giù, il proprietario della casa è designato col nome di Diotallevi d’Antonio. __________________
<21> Però il vero suo nome era: Diotallevi Santilli, figlio di Antonio. Col tempo – come spesso avviene – anche il nome di Diotallevi subì metamorfosi e storpiature ; onde anche nei documenti è detto talora Jetallèi, Detallèi, etc.
Era uomo di modesta condizione. Nell’età più fresca fu a servizio (stetit pro famulo). Coi suoi risparmi comprò parecchi piccoli appezzamenti di terra; ed oltre alla casa, dirò così «della Madonna», ne aveva un’altra con palombaro, presso la chiesa di S. Costanzo, che ancora esiste in parte. Possedeva anche qualche casa dentro Trevi ed era proprietario di alcuni capi di bestiame.
Dalla moglie, a nome Maria, ebbe tre figli: Sante, Antonello e Battista. Ed Antonello, a sua volta, ebbe in moglie Lonista, di Antonio Bella, dalla quale gli nacquero due figlie: Lucrezia e Bionda, che fu monaca benedettina in S. Lucia.
Diotallevi Santilli morì nel 1493, probabilmente di peste, che allora infieriva, dopo aver fatto testamento il 9 Gennaio di quell’anno, lasciando alla Madonna mezzo «staro» di terra olivata. Nel Giugno e Luglio successivi fecero testamento il suo figlio Sante e la moglie di questi, Lonista, ambedue sotto la minaccia della peste (1).
Con tali notizie posso presentare alquanto completa la figura di questo modestissimo uomo, che col far dipingere quella «maestà» sul muro della sua casa, fu la cagione prima – sebbene inconsapevole – del sorgere di questa chiesa.
Inutile cercare chi sia l’autore della pittura, che, quantunque artisticamente non sia opera di grande valore, pure mostra i caratteri dell’ingenua e spirituale arte umbra di quell’epoca. Più oltre darò minutamente la descrizione del dipinto, come al presente si vede (2).
* * *
Ora avvenne che il Venerdì 5 Agosto 1485 ci fu chi vide sgorgare dagli occhi di quella Madonna qualche lagrima di color sanguigno. Ma trovo più interessante lasciare la parola al cronista Mugnoni. Esso scrive: «1485 et addì VI de Augusto die Sabati, me fo dicto et relato che in quella magestà della gloriosa Vergene sempre Maria lì alla casa de Diotallevi de Antonio, da la Costa de santo Costanzo, fo
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(1) Archivio notarile di Trevi – To: 111- Rogiti di Tommaso Gabrielli – f: 12, 193. 213. Ivi, To: 68 – Rogiti di Francesco quondamPietro – f. 175,
(2) Cfr. più avanti, pag. 174.
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veduta essere quella lacrima all’occhio sì sanguinea; et multi dicevano essere anco veduta la dicta lacrima el dj nanti, ciò è de Venardì addì V del dicto mese de Augusto, in nel quale dj quinto d’Augusto è la festa de santa Maria. de la neve. Dicese da poj essere appariti multi miracolj ad chi ad dicta immagine o vero figura de la gloriosa Vergene Maria s’è recommandato. Veramente se porria chiamare S. Maria delle lacrime. Fo depinta 1483 et die 3 Octobris in die festivitatis sancti Francisci» (1).
Ecco narrata, con l’ ingenua sincerità del cronista, l’origine prima di tutta una serie di avvenimenti sacri e profani, storici ed artistici, che a noi hanno lasciato tanto retaggio di memorie e di monumenti.
La data del miracolo è, dunque, con precisione indicata nelle parole del Mugnoni e confermata da altri documenti dell’epoca. Ma con tutto ciò gli storici, che più o meno seriamente si sono occupati dell’ argomento, non hanno saputo trarre partito da indicazioni così chiare.
E bastò che il Pennotti per primo stampasse che il fatto miracoloso della Madonna delle Lagrime era avvenuto nel 1494 (2), perchè altri cadessero in errore.
Così nell’archivio del Comune di Trevi sono «due goffe relazioni storiche su l’origine della Madonna delle lagrime», come dice il catalogo (3).
Una di esse narra che il miracolo avvenne «circa il 1486». L’altra lo fa invece risalire al 1448! Per fortuna si tratta di poche pagine, altrimenti chi sa quanti altri errori sarebbero stati ammanniti all’ingenuità dei posteri! E, a dir la verità, non varrebbe la pena di confutare tali meschini documenti ; ma poiché hanno avuto l’onore di essere conservati in un pubblico archivio, ho creduto necessario mettere in guardia chi, in avvenire, li avesse sotto gli occhi. Poiché potrebbe anche altri esser tratto in errore; come avvenne, ad esempio, al cardinale Durazzo, che in una sua «informativa» del 25 Ottobre 1692 scriveva al papa Innocenzo XII di una «imagine di Nostra Signora che si trovava in una cappelletta . . . e si pnbblicò che lagrimasse; il che si dice che accadesse nel 1494» (4).
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(1) Cfr. Mugnoni – Annali, ad annum.
(2) Pennotti Gabriele – Generalis totius sacri ordinis clericorum canonicorum regularium historia tripartita – Roma, Tip: della Camera Apostolica, 1624, pag. 707.
(3) Archivio delle 3 chiavi – Trevi – N. 219.
(4) Archivio di S. Pietro in Vincoli: Libro dei meinorialí,
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Ma, v’ha di peggio! In tempi recentissimi l’ignoranza di ciò che riguarda la nostra chiesa era arrivata al punto, che nel Dicembre 1840 il comune di Trevi, nella domanda che presentò al papa Gregorio XVI, per la fondazione di una cappellania perpetua alle «Lagrime», scriveva: «Correndo l’anno 1400, a custodire decentemente una miracolosa immagine», etc.! (1).
La Madonna, dunque, pianse. Inutile cercare spiegazioni naturalistiche del fatto. Ammettiamolo senza discuterlo. Riportiamoci, piuttosto, a quei tempi e troveremo che il miracolo, per lo meno, si rinnovò nell’entusiasmo mistico del popolo, che in quegli anni di carestie, di guerre, di pestilenze, verso ogni manifestazione sopranaturale, o che tale fosse creduta, tendeva tutto l’animo suo esulcerato per le passate sventure e trepidante per le nuove, come verso l’unico raggio di speranza in tanto buio calamitoso.
E alla Madonna «delle Lagrime», poiché così fu chiamata fino da allora, cominciarono ad accorrere i fedeli: da, vicino dapprima, più da lontano in seguito. Tanto che fu necessario affrettarsi a costruire il 17 d’Agosto – pochi giorni dopo la manifestazione – una piccola, cappella. Il 21 dello stesso mese questa era compiuta, e col permesso del vescovo di Spoleto – che era Costantino Eroli, da Narni vi celebrò la messa il più vecchio dei canonici del duomo di Trevi a nome D. Costantino di Continello (diminutivo di «Conte», nome proprio) Lucarini (2). Esso fu anche accompagnato da solenni processioni, come racconta il Mugnoni.
La nuova cappellina provvisoria era stata addobbata a festa con drappi e veli, donati dai fedeli. L’altare era coperto di una tovaglia «Malfectana» (3); dinanzi all’altare un «palio» di seta verde. Avanti _____________________
(1) Archivio Comunale di Trevi – Busta: Chiesa delle lagrime.
(2) Costantino di Continello Lucarini non ancora sacerdote fu investito di un canonicato nella chiesa di S. Emiliano, dal priore di questa D. Nicola Puccioli il 29 Settembre 1431, in sostituzione di un Nicola Mancini, che, dopo aver goduto per dieci anni di quel beneficio non si decideva a farsi prete! Archivio notarile di Trevi – To: 29 f. 143 Rog. di Antonio di Ser Bartolo.
(3) Ho molto, ma inutilmente fin qui, cercato il vero significato di questa parola, che, senza dubbio, indica il luogo d’origine di quei tessuti di tela, che andavano sotto il nome di tovaglie «Malfectane», dalla città dove si fabbricavano. Amalfi? Molfetta? Forse Melfi? Trovo nelle «Riformanze» del comune di Trevi (8 Marzo 1476) nominato il cardinale «Malfecta» che era Gio: Battista Cibo, vescovo di Melfi; il futuro Innocenzo VIII.
<24> all’imagine pendeva una stoffa di seta celeste damascata, con fregio d’oro e con scagliette d’argento. In mezzo, una raggiera di broccato d’oro.
Anche le pareti erano ricoperte con stoffe di seta celeste. E dinanzi all’altare ardevano numerosi ceri (1).
Furono questi i primi onori che i devoti resero alla venerata imagine. _____________________
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Per giustificare e spiegare l’entusiasmo del popolo verso la nuova devota imagine e, più che altro, per dar ragione, anche storicamente. delle vicende tutte di questo monumento, credo necessario ed interessante riferire qui ciò clic di prodigioso si attribuì, fino dai primi tempi, alla imagine, così misticamente rivelatasi agli occhi dei buoni trevani.
Di solito, chi, per scopo ascetico, scrive di simili soggetti, accoglie molto facilmente ogni voce, che dica di fatti miracolosi e li narra con lusso di particolari, spesso senza valore storico. Ma io per questo mio studio non farò che riferire ciò che narra il più volte ricordato cronista trovano, Francesco Mugnoni. I lettori giudichino; poiché io non ho veste, né autorità per dire ad essi: credete!
Ma, d’altra parte, non irrìdano gli scettici a queste ingenue narrazioni. Poiehé il miracolo di fede che si compieva dinanzi alla povera edicola campestre, per il quale i devoti credettero, a conforto delle loro sventure, a tutto ciò che di prodigioso veniva propagato di bocca in bocca, fa parte della storia di quei tempi; così ingenui, così sentimentali,
«or feroci, or gentili, e pur mai sempre
di nostra fiacca età più venerandi;» come a ragione disse la nostra poetessa Alinda Bonacci Brunamonti.
Facciamoci anche noi per un momento un animo misticamente medioevale, riportiamoci a quei tempi, e rispettiamo dei nostri avi la cieca fede, pensando che essa fece bene a molti, male a nessuno,
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* * *
Come sempre accade quando si accende nel popolo un improvviso entusiasmo verso qualche sacra effigie, di cui la voce dei credenti diffonde la fama taumaturgica, chi non ha saputo o potuto trovare ai suoi mali altri rimedi, ricorre alla nuova invocazione, come all’ ultima speranza di salvezza. Né occorre risalire nella storia dei secoli per constatare questo fenomeno dell’animo umano. Anche ai tempi nostri vediamo correre a frotte le genti verso i nuovi santuari. Altrettanto doveva avvenire ed avvenne alla Madonna delle Lagrime.
Ma lasciamo la parola al testimonio oculare Mugnoni.
Il 22 Agosto 1485 – esso narra – la moglie di un tal Giovanni Antonio da Castiglione d’Orcia, in provincia di Siena, infermiere nell’ospedale di S. Giovanni in Trevi, era, come si diceva allora. «spiritata». A gran fatica in presenza di molta gente, la malata fu introdotta nella cappella.
La «spiritata» urlava e si contorceva, la gente gridava: Misericordia! Misericordia! E così la povera donna «fo liberata dalli dicti spiriti». Il fatto accadde in presenza di «testimoni dignissimi», come «lo magnifico cavaliere et dottore Nicolò Leli; lo preclarissimo et excellentissimo dottore messer Natinibene de Valenti e li egregi et spectabili homini» Antonio di Pierrnartino Petroni, Bartolomeo Lncarini «et altri più notabili homini digni de fede».
Lo stesso giorno fu condotta alle «Lagrime» una «figliola picinina» di un tal Girardino, barbiere, da Spoleto; la quale aveva tre anni o quattro ed era quasi cieca e nel viso aveva «multe machie rosie in lato le labbra». L’accompagnavano i genitori e, subito condottala avanti 1′ imagine, e «fatta lor devozione» la bambina «era migliorata et rehauto lo vedere». E camminava libera e andava «in omne loco» e le macchie del viso erano scomparse.
Un’altra donna riebbe la vista in quello stesso giorno. Fu Rosata, moglie di Filippo d’Onofrio «ja da Cerreto, mo’ da Trevi». La poverina era stata cieca più di otto o dieci anni. Andò, anzi «parlando più vero, fo menata alla dieta imagine et non vediva niente». Ma di lì a poco cominciò a riavere la luce. E, per far la prova che vedesse davvero, le agitavano dinanzi agli occhi «berette rosie, negre et mucichili bianchi». Ed essa li vedeva e «li ricognosciva» mentre prima non vedeva «coelle» (nulla).
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Sempre in quel giorno, 22 Agosto 1485, venne alla Madonna delle Lagrime la moglie di ser Piccinino Ricchi. di Spoleto, per voto. Edisse che da circa due anni soffriva «de febre et minuitione de cervello». E suo marito Piccinino era venuto a Trevi in quei giorni; e aveva inteso «questa figura fare miracoli». Scrisse allora in una carta: Gesù, Maria, S. Francesco cioè «li nomi de tre figure depicte in dicto loco». E portò a casa quella carta; l’applicò sul capo di sua moglie malata, che cominciò subito a migliorare.
Il 23 Agosto, Pier Agostino di Taddeo, da Bovara, presso Trevi, che soffriva da dodici anni di due piaghe in una gamba, fece voto all’imagine. E mentre prima «non se podiva con quella gamba ingenociare, senza dolore, se inginocchiò alla ditta imagine, senza passione». E le piaghe che «curavano (gemerono) assai, cessarono; et andò più libero de prima». Così egli stesso assicurava al cronista Mugnoni.
Fu pure guarito un fanciullo di tredici anni, Biagio di Angelo Cappella, da Bovara. «Quanno era picino glie cadde l’acqua bullita in nella sua gamba». E ne zoppicava e gli era rimasta tesa. Venne alla Madonna delle Lagrime «et dice esse libero. Et io viddi lo segno del foco» (ossia … dell’acqua!) E andò libero e sano «se come non avesse mai auto male».
Bionda di Biagio, di Bartolo, da Campello «manigiando certa paglia, glie morsecò in nella mano certo animale venenoso». E il braccio si enfiò molto, e le dava dolore anche al petto. Mandò il figlioa cercare teriaca (1) ma non la trovò ; e allora fece voto all’ imagine
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(1) La teriaca (dal greco ther, bestia, acos, medicina) era il farmaco che doveva guarire tutti i mali. Era composta, di circa sessanta, ingredienti, tra cui la «carne di vipera cotta et mundata dalle spine» impastata, poi con «pane biscotto bianchissimo polverizzato». Gli altri ingredienti erano vegetali delle più svariate specie: dalle foglie di rose rosse, allo zenzero, mescolate con miele e vino C’erano diverse «teriache». La pia antica era quella di Andromaco il vecchio, medico di Nerone. A Venezia la fabbricazione della «teriaca» era sorvegliata da magistrati addirittura, e fatta con un cerimoniale imponente! Per la triturazione degli ingredienti occorrevano ventiquattro uomini «ben gagliardi». Quando s’interrompeva il lavoro, il materiale veniva chiuso e suggellato. I campioni dalla «teriaca» erano conservati dal «magistrato della giustizia vecchia». Pene gravissime ai contravventori per «gli artificii illeciti». (Antonio De Sgobbis – Nuovo et univeraale theatra farnurecatico. Venetia, Stamperia Iuliaua, 1647. Pag. 458 segg.).
<28>E mandò un «braccio di cera» alla cappella. Ma il male cresceva. E la notte «stando cusì apaliginata» sentì una voce che le diceva : «Non dormire che ti farrà periculare; et va presto ad quella imagine; et quando tu sarai là, troverai là ad quilla imagine «tre fratri». E venne alla Madonna delle Lagrime. Trovò «i tre fratri». S’inginocchiò «denante alla dicta figura et facta sua devotione» fu subito «guarita e liberata. Insomma» dice il nostro buon cronista, «multi et infiniti miraculi ha fatti». E finisce col dire: «Io non scrivo più, perché sono tanti li miraculi che è cosa stupenda; però lassarò».
Ma non passa molto tempo che i miracoli si rinnovano. Ed il fedel cronista non può tacerne. E ci narra che il 31 Agosto 1486, tornato lui da Norcia, il comune di Spoleto presentò alla Madonna una riproduzione in argento di quella città, perché, essendo afflitta dalla peste, ne fu subito liberata, appena il Consiglio di Spoleto fece voto di «fare la dieta ciptà de argento».
Infatti il 6 Agosto 1486 il Consiglio Generale di quella città, su proposta di Pierangelo Venanzi, deliberava che si regalasse alla nuova imagine una «città di argento» con la spesa di venti «fiorini»; e si dasse incarico ai priori, insieme a quattro cittadini di procurare in ogni modo il denaro occorrente. La proposta fu approvata all’unanimità dei 55 presenti (1).
Molta impressione fece al Mugnoni un altro miracolo che avvenne il 4 Novembre di quell’anno. Venne una giovane donna a nome Contenta di Giacomo, di Antonio de «la Mactarella», località presso Ferentillo, di Spoleto. La poveretta era «spiritata». E lì, dinanzi alla Madonna «con multa devotione de circostanti, uscì «fore quillu spiritu, et buttò fore uno animale nigro, come uno dicemo noi lu spadalancia (2), et avìa la bocca tonda, come una ranochia, le branche sottilissime, mezze ròsie et colle deta soctile».
(1) Archivio storico del Comune di Spoleto. Riformanze 1484-1487, N.
52, f. 525.
Per spiegare il significato di questo strano vocabolo, noto che anche ora nelle nostre campagne si chiama «spalancio» la
Salamandra terrestre.
Una curiosa dissertazione anonima su questo rettile
è
nella
Biblioteca vaticana,
Cod. Vat, Lat. 8258.
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E il Mugnoni lo vide coi suoi occhi. E la donna «se partì sana et libera» per quanto un poco «stracca et debole per la grande ambascia et tormento glie dava quillo spiritu».
Più oltre, sotto la data del 1487, leggiamo nella stessa cronaca che a Sassovivo — famosa abbazia di Olivetani. presso Foligno — un tale fu guarito da «mal caduto» soltanto con l’esser toccato con una corona, che era stata a contatto dell’imagine miracolosa. E così un bambino: «uno màmulo picinino» che giaceva immobile nel letto, fu guarito.
E molte altre persone, che per la fama di questi prodigi vennero da Foligno ai 6 di Maggio di quell’anno, videro molti miracoli.
Qui finisce la narrazione del Mugnoni: né io posso aggiungere altre notizie, perché non ne ho trovate. Mi risulta però che quando si verificava qualche miracolo, ne dava segnale al pubblico la campana maggiore della torre del comune. Così nel capitolato con Buccio Pierpauli – il campanaro dell’epoca – è detto che gli si applicherebbe la multa di un «carlino» ogni volta che mancasse di suonare al mezzodì, all’Ave Maria della sera, «et ad laetitias et ad miracula» ed altre cose «necessarie». Ciò in data 14 Maggio 1486 (1).
Delle grazie ricevute dai devoti facevano fede le tabelle votive, appese attorno alla sacra imagine, le quali dovettero essere in gran numero, se fino ad un secolo fa se ne conservavano ancora più di cento. Ora non ne restano che poche, delle quali avrò occasione di parlare più oltre.
Però anche ai tempi nostri continuano i fedeli a dare testimonianza della loro gratitudine alla Madonna delle Lagrime con numerosi «voti» di argento.
Ma, a prescindere dagli avvenimenti prodigiosi dei primi giorni, altri fatti stanno a dimostrare il favore grande che la nuova devozione incontrava nel popolo. Infatti dinanzi alla Madonna delle Lagrime vollero anche i nemici riconciliarsi, come al cospetto di un nuovo giudice, di un nuovo soprannaturale testimonio. Fu così, per esempio, che il 17 Settembre 1485, presso la cappella della Madonna, una frotta di nemici, cioè Nardo di Camillo, con i suoi figli Mattia, Giovanni ed Onofrio e con i suoi nepoti Luca e Marco di Benedetto,
(1) Archivio delle 3 chiavi – N. 159 f: 2.
<30> da Lapigge – frazione del comune di Trevi – da una parte, e Leonardo di Emiliano Pasqua, di detto luogo, dall’altra, vollero fare le paci; poiché tra loro era inimicizia grande, da che un fratello dei Pasqua – Bartolomeo – era stato ucciso dal Nardo e dai suoi parenti. Secondo 1′ usanza del tempo, tutti costoro si rappacificarono e si perdonarono, in quel luogo nuovamente diventato sacro. Di questa commovente ceremonia, che per la prima volta si celebrava laggiù, redasse l’atto il notaio e cronista Mugnoni, che a tale «rogito» volle dare forma più del consueto solenne e prolissa(1).
(1) Archivio notarile Trevi – To : 79-f: 277 – Parte 2.
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Modesti, come è facile imaginare, furono gl’inizi della nostra chiesa. Pochi giorni dopo il miracolo delle «lagrime» — e cioè il 17 di Agosto 1485 — fu incominciata la cappella della Madonna: «Die 17 dicti mensis — Fo comenzata la cappella alla dicta figura» scrive il cronista Mugnoni. Quasi certamente la primitiva cappella fu di legname; o, se fu in muratura, dovette essere ben poca e misera cosa, se quattro giorni dopo — cioè il 21 Agosto — vi si potè celebrare la prima messa, come già ho accennato.
É certo, però, che, in seguito, la cappella fu solidamente costruita in muratura, tantoché il 26 Luglio del 1486 uno dei devoti, cioè Pierfrancesco Lucarini, poté contribuire alla spesa di un «ornamento de prete (pietre) lavorate» che, a dire del Mugnoni, fu posto «alla imagine de Santa Maria de lagrime». Ein un documento pontificio del 1486, che tra poco rammenterò, si dice che laggiù si era già incominciato a costruire un oratorio. Ciò dimostra — e i documenti lo confermano — che fino dai primi mesi dopo il miracolo, sorse nell’animo dei trevani il desiderio di erigere un tempio in onore della Madonna, manifestatasi in modo così meraviglioso ai loro occhi devoti. Della futura fabbrica, infatti, s’incomincia già a parlare fino dal 12 Ottobre del 1485, Poiché in quel giorno, adunatisi gli uomini addetti alla pia opera della Madonna delle Lagrime, presso la cappella recentemente costruita. nominarono gli «operarii» o «santenses» i
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quali dovessero aver cura di tutte le robe e di tutti i denari donati dai fedeli, nonché della fabbrica da farsi, in onore della Madonna (1). E ciò avveniva pochi giorni dopo che il comune si era assunto l’incarico d’interessarsi della nuova manifestazione dell’animo popolare.
E sollecita fu l’opera degli incaricati, che subito si misero alla ricerca di un architetto per la chiesa da erigersi. Infatti, il 27 Novembre 1485 si tenne un’importante adunanza. Nella sala minore del palazzo dei Priori convennero due di essi, cioè ser Francesco di Pietro Cozi e Tommaso Del Fabbro. Il terzo priore — Bartolomeo Luchitti — non poté intervenire, perché — ci dice il solerte segretario, nel suo verbale, come a scusarne l’assenza — era dovuto tornare in campagna, a cagione di certi soldati di passaggio, ai bisogni dei quali esso, che ne era stato nominato «soprastante», doveva provvedere. E di quali soldati o armigeri si trattasse, ce lo dice il Mugnoni nella sua cronaca. Erano gli uomini di Roberto di Sanseverino, capitano della Chiesa, che andava contro il re di Napoli, per conto del papa Innocenzo VIII. Ma non vorrei divagare.
* * *
Tornando, dunque, all’argomento di quell’adunanza, dirò che ad essa, oltre i due priori, intervennero nove degli addetti alla «chiesa della Madonna delle Lagrime». Si noti che già si parla di una «chiesa», quantunque non ancora edificata.
Gli adunati chiamarono tra loro Francesco da Pietrasanta, per parlare con lui della fabbrica da farsi. Ed esso si rimise al parere dei tre presenti, cioè Gregorio di Tommaso Petroni, Natimbene Valenti. ambedue dottori in legge, e Bartolomeo Lucarini.
Il Francesco da Pietrasanta presentò agli adunati il disegno della chiesa e la conclusione fu che ai tre sunnominati si desse la facoltà di trattare con lui per l’esecuzione dei lavori o con chiunque altro avesse offerto migliori condizioni. E ciò che quei tre avessero concluso, fosse valido e fermo, come se deliberato dall’intera adunanza.
Interesserebbe assai per la storia della nostra chiesa avere precise notizie di questo architetto, al quale i trevani si rivolsero. Ma di lui sappiamo assai poco, quantunque esso abbia dimorato a lungo
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(1) Archivio delle 3 chiavi N. 155 f. 16t.
<50> nell’Umbria, dove ha lasciato tracce notevoli della sua arte. Infatti nel 1487 Francesco da Pietrasanta conduceva a termine, su disegno di Baccio Puntelli, il magnifico antiporto. che protegge l’entrata della basilica inferiore di S. Francesco in Assisi (1). Durante la sua permanenza Francesco Bartolomei. da Pietrasanta, ebbe dal comune di Foligno l’incarico di fabbricare «una forte rocca» a Gualdo Cattaneo, perché questo castello voleva «levarsi dal governo di Foligno e darsi alli Perugini». Il contratto col Francesco da Pietrasanta del 28 Giugno 1494; posteriore, cioè, a quello per la costruzione della chiesa delle «Lagrime».
Ma il da Pietrasanta fu disgraziato in quel lavoro. Poiché ai 18 d’Agosto di quello stesso anno i fuorusciti di Gualdo Cattaneo vollero riprendere possesso del paese, d’accordo coi Baglioni di Perugia. Ne nacque una delle tante guerre civili che erano una delle piaghe del tempo, e in quella mischia — pare sulla strada di Bevagna — Francesco da Pietrasanta fu ucciso con alcuni fanti folignati (2).
Doveva, certo trattarsi di artista di valore; e l’avere i trevani posto gli occhi su di lui, ci dimostra com’essi avessero in animo di fare cosa nobile e bella.
Ma non a lui doveva toccare la fortuna di dare a Trevi un nuovo saggio dell’arte di quei tempi. Dobbiamo, perciò, credere che presto e per ragioni sconosciute venissero abbandonate le pratiche con esso iniziate. Vivo, però, e sollecito era il desiderio dei trevani di vedere sorgere presto il nuovo edificio. Onde è che di lì a poco altre trattative furono aperte con diversi architetti; ma quali essi fossero non sappiamo.
Mentre, però. fervevano le trattative con costoro, gli uomini della «Società della Madonna delle Latgrime» non perdevano il loro tempo. E poiché — o con l’uno o cori l’altro degli artisti — l’opera, si sarebbe certamente e presto iniziata, diedero mano ai preparativi. Il 15 Aprile 1436 (3) undici degli «operai» adunatisi, si divisero tra
(1) P. Giuseppe Fratini. Storie della basilica e del convento di S. Francesco d’Assisi. Prato, Guasti, 1882, pag. 272. In una recensione che dell’opera del Fratini scrisse Giuseppe Mazzatinti, il da Pietrasanta è chiamato erroneamente «Jacopo». Cfr. Archivio storico per le Marche e per l’Uiabria Vol. 1. Fasc. 1. Foligno, 1884, pag. 114.
(2) Cfr: �Annali di Ser Francesco Mugnoni da Trevi, Perugia, Tip. Cooperativa, 1921, pag. 140, n. 1.
(3) Archivio delle 3 chiavi. N. 155.F. 39t.
<51> loro i diversi incarichi con regolare deliberazione. A Nicolò Leli ed a Pierfrancesco Lucarini toccò di occuparsi della custodia della cappella, di provvedere a far cavare la pietra e ad approntare una nuova fornace da calce, mentre dovevano anche curare la custodia delle elemosine e darsi premura di far costruire una cassa per le reliquie.
Un ser Moscone doveva incaricarsi della provvista dei mattoni. Poco dopo, cioè il 10 Settembre 1486, si deliberava di dare a cottimo la fornace per la calce (1). E intanto si continuavano le ricerche di artisti, che avessero voluto assumere l’impegno della costruzione della chiesa. Poiché i nostri avi agivano, come sempre, assai prudentemente; e, prima di decidersi per la scelta, trattandosi di cosa che doveva durare nei secoli, vollero sentire il parere di molti, e di molti avere le offerte e le proposte. Quante e quali queste fossero noi non sappiamo. Ma è certo che ve ne furono e molte e diverse, poiché così è detto nel documento di cui ora verrò a parlare.
* * *
Il 2 giugno 1486 (2) nel palazzo comunale si adunarono: i priori, l’anteposto, nove dei componenti la «società» della Madonna delle Lagrime; cioè: il conte, dottore e cavaliere Nicolò Leli, Gregorio di Tommaso Petroni, dottore in legge, Gregorio di ser Giovanni, giurista anche lui, Pierfrancesco e Bartolomeo Lucarini, ser Giovanni Valenti, Bartolomeo di Ser Giacomo, ser Guido Antonio di ser Antonio e Bartolomeo di Bartolo.
Si discusse a lungo sul da farsi circa la fabbrica della chiesa. Si rammentarono le molte precedenti trattative con diversi �maestri�; finch�, sentiti i loro pareri, viste le loro offerte, si concluse che le migliori proposte erano quelle fatte da M�. Sante di Giovanni, da Settignano. A lui, dunque, presente ed accettante, fu data a cottimo la costruzione dei muri e delle v�lte.
Le misure fissate furono:
lunghezza interna: 43 �piedi di pertica a misura trevana�
larghezza ” 17 ” ” ” “
spessore dei muri : piedi 3 e l/2
altezza da stabilirsi in seguito.
Le condizioni del contratto furono queste: il comune e la �societ� delle �Lagrime� dovranno provvedere tutto l’occorrente, compresa
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(1) Archivio delle 3 chiavi. N. 155, f. 49t.
(2) Archivio delle 3 chiavi N. 155, f. 12,
<52> l’acqua, sul luogo del lavoro; �a pi� d’opera�, come si direbbe oggi; l’appaltatore M�. Sante dovr� lasciare sulla facciata principale il vuoto per la porta e sopra a questo un altro vuoto, rotondo e grande, per un �occhio�, come solito, e due altri vuoti in ognuno dei muri laterali per quattro finestre. Dovr� anche fare due �cappellectas� nei due lati pi� lunghi della chiesa. E, se la �societ� gli dar� pietra concia, sar� obbligato metterla in opera. E poi dovr� completare la, porta e le finestre. In fondo alla chiesa si costruir� una tribuna con la sua v�lta (testudo) su disegno da farsi. I muri saranno rustici: ma gli angoli di pietra scalpellata, in buona forma, purch� belle e buone siano le pietre fornite dalla �societ�.
M�. Sante accetta di fare tutto ci� al prezzo di 17 �libre di denaro la pertica�, misurando il vuoto per pieno.
A questo punto due dei presenti, Gregorio Petroni e ser Giovanni Valenti, propongono che non si stabilisca pi� sin da quel momento lo spessore dei muri, quantunque gi� fissato. E cos� rimane convenuto.
Sulla sommit� dei muri l’appaltatore dovr� piantare le v�lte �in bona et pulchra forma� sulle crociere o lunette di mattoni, dati sul posto dalla �societ�; coi peducci delle v�lte bene �accomodati�, come al maestro sembrer� meglio, per il prezzo di 7 �bolognini� al �piede di pertica�, in quadro, misurato sulla faccia esterna delle v�lte.
E la �societ� dar� anche il legname per le armature ed altro. E quando M�. Sante coi suoi muratori verr� per dar principio al lavoro, gli si anticiperanno 24 �fiorini� per venir campando la vita. Si vede che non liete erano le condizioni economiche di questi �maestri�, che pur venivano di lontano e conoscevano a fondo l’arte loro!
Il pagamento si far� di tempo, in tempo, secondo il lavoro ed il merito. Ma in mano della �societ� rimarranno sempre 25 �fiorini�, fino ad opera compiuta, a garanzia dal contratto.
Dell’atto fu rogato Giuliano di Quirico Pellegrini, da Capranica, cancelliere del comune, e testimoni furono Gaspare di Pierpaolo, da Spoleto e �mercenarius�; Melchiorre di Gaspare, da Manciano, Marino di Giovanni, da Pettino e Paolo di Gaspare, dalle Coste. Queste due ultime localit� erano frazioni del nostro comune, che conservano ancora l’antica denominazione.
Ma neanche questo contratto doveva avere effetto: il perch� non sappiamo. Certo � che esso fu annullato pi� tardi, il 27 Marzo 1487, come vedremo, col consenso delle parti. E il cancelliere del
<53> comune annota a margine che quel contratto fu, per volont� delle parti, abbandonato e annullato, e fattone un altro, che fu l’ultimo e definitivo; almeno per la parte principale della chiesa.
* * *
Di questa interruzione delle trattative profittarono gli uomini della, �societ� per provvedere a cosa, sulla quale fino allora non avevano deliberato.
� chiaro che, dopo il progetto di costruzione convenuto con M�. Sante di Giovanni, e dopo stabilite le misure della chiesa, essi si persuasero non essere sufficiente lo spazio che avevano disponibile intorno alla cappella; onde era necessario allargarsi.
Ma il terreno l� presso apparteneva alla chiesa di S. Costanzo, dipendente dall’abbazia, di S. Pietro di Bovara, allora tenuta in commenda dall’abate Tommaso di Francesco Valenti. Era, perci�, necessario avere l’autorizzazione dal pontefice per la vendita. E il Papa Innocenzo VIII, nel suo breve del 16 Settembre 1486, indirizzato all’abate commendatario di S. Pietro di Bovara ed al priore di S. Emiliano di Trevi, dice che volendo il comune ed il popolo di Trevi ampliare il terreno, dove gi� si era incominciato a costruire una cappella in onore della Madonna, e ci� in vista della probabilit� di edificare un monastero, per il quale si richiedeva spazio sufficiente per l’abitazione, per l’orto ed altro, d� licenza all’abate di Bovara, assistito dal priore di S. Emiliano, come commissario del papa, di vendere o permutare il terreno richiesto, previa perizia dei competenti e purch� il prezzo venga rinvestito in altri e migliori terreni (1).
In virt� di questo breve D. Costantino di Continello Lucarini rettore e procuratore della chiesa di S. Costanzo, stipulava l’atto di vendita con ser Antonio di Guidantonio, sindaco e procuratore del comune e col consenso del suddetto abbate Tommaso Valenti e del priore di S. Emiliano, D. Marcello di Piermartino Petroni. Il terreno era presso la cappella della Madonna delle Lagrime, in vocabolo �la Costarella�, confinante con la strada e i beni degli eredi di Marco Mascioli e di Emilianuccio e Tommaso Paseucci. Per la stima furono un perito e quattro probiviri, per parte del comune e dell’opera della Madonna, in confronto del rettore di S. Costanzo. La superficie totale era di �stari� 11, �pugilli 5, �oncie� 2, Il prezzo
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(1) Archivio delle3 chiavi, N, 155, f, 14t,
<54> totale fu convenuto in 126 �fiorini�. 28 �bolognini� e 24 �denari� in ragione di 11 fiorini lo �staro�.
Mi si perdonino questi minuti particolari, pensando che da questi incomincia la storia, la vita, direi quasi, di questa nostra ammirabile chiesa che sul terreno cos� acquistato, sorse maestosa. Oltre di che, a chi voglia trarne deduzioni, questi dati e queste cifre sono un indice del valore dei terreni, in quei tempi lontani.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
<111>
Il comune, continuando nella sua iniziativa d’ingerirsi completamente di quanto riguardava il nuovo santuario, ebbe, fino dai primi tempi, da che la devozione alla Madonna delle Lagrime si era diffusa, la percezione che fosse necessario dedicare alla nuova Protettrice di Trevi uno speciale giorno festivo.
Perciò il consiglio generale nell’adunanza dell’11 Giugno 1486, cioè circa 10 mesi dopo il miracolo delle «Lagrime», deliberava all’unanimità con 77 voti, che per tutto il tempo avvenire il giorno 5 di Agosto, nel quale nel 1485 avevano incominciato a rifulgere i prodigi presso la sagra Imagine della Madonna delle Lagrime, fosse da tutti gli artigiani e lavoratori d’ambo i sessi celebrato e osservato, come il giorno di Pasqua. Pena 20 «bolognini» a chi contravverrà: dei quali la metà vada a chi applicherà la multa e l’altra metà alla chiesa.
E ogni anno tutti i preti e i frati del territorio debbano andare in processione a quella chiesa: e così debbano andarvi coi lumi tutte le arti e le confraternite con i loro priori; sotto la pena medesima, irremissibilmente applicata dall’ ufficiale del cancelliere.
Il comune in quel giorno offrirà all’altare della Madonna quattro «libbre» di cera, in onore di Dio e della Vergine. E per maggior decoro della chiesa, tutte le strade di Trevi che conducono alle «Lagrime» dovranno essere spazzate e tóltene via tutte le pietre vaganti ed ogni altro impedimento; sotto la pena suddetta, di cui tre parti vadano alla chiesa, una all’ufficiale esecutore.
<112>
E nessuno getti immondizie, né faccia sconcezze in quelle strade sempre sotto la pena di 20 «bolognini». E se l’ufficiale del cancelliere non si curerà di applicarla, abbia esso la multa di 10 «libbre» di denaro.
In pari tempo si ordina a Nicolò Natalucci, che aveva bottega fuori la Porta del Cieco – che e verso le «Lagrime» – e ad un altro non nominato, che era proprietario di un molino da olio lì presso, che nel termine da stabilirsi dai priori, facciano una chiavica sotterranea che raccolga le acque sudice di quei due locali. E ciò per togliere il cattivo odore (odorem tetrum) e la bruttura delle acque, che prima scorrevano lungo la strada. In mancanza, si applichi la solita penalità.
* * *
Ora, che dire di questa deliberazione del comune?
A parer mio esse merita di essere messa in evidenza, poiché – se il caso non e nuovo e se altrettanto si fece da altri comuni in occasioni si utili, di dichiarare, cioè, festivi alcuni giorni dell’anno – ciò dimostra una volta di più la complessità delle funzioni che al comune autonomo medioevale facevano capo, o elio esso si credeva autorizzato ad assumere. In ogni caso, esso adempiva decorosamente e solennemente al suo mandato, dando ordini ai cittadini ed anche al clero, sotto pene pecuniarie. Ed il clero e i cittadini obbedivano, rispettosi sempre dell’autorità comunale, della quale essi erano, ad un tempo, devoti e fieri, come di cosa sacra.
Ma poiché al nuovo santuario i fedeli accorrevano pur di lontano, volle il comune anche agli occhi di essi mostrare la sua autorità. Così fu che il 25 Giugno 1486 il consiglio generale prese una importante deliberazione. Il verbale dice che fu solennemente e prudentemente discusso, decretato e deliberato, con efficacia di statuto perpetuo, all’ unanimità dei 79 presenti, che per tutto il tempo avvenire, chiunque per sua devozione si recherà alla beata Imagine di S. Maria delle Lagrime e poi alla sua chiesa, quando sarà costruita, possa venire e tornare salvo e sicuro, in qualunque tempo dell’anno, purché venga e vada per la strada più corta. senza deviare verso altri luoghi; e purché non abbia commesso delitto da punirsi con la morte. E ciò si delibera non ostanti le disposizioni dello statuto o qualunque altra cosa in contrario.
Questa delibera, semplice in apparenza, e invece di grande importanza storica e giuridica. E’ ovvio che il comune. così deliberando, non intendeva garantire a chi veniva alle «Lagrime» la sicurezza
<113> dai pericoli ai quali allora, come in altre epoche, i viandanti erano esposti, per aggressioni e simili. Ma la sicurezza (securitas era il termine legale) che il Comune con la sua autorità voleva garantire ai fedeli era quella di non poter essere soggetti ai sommari procedimenti che allora vigevano in certi casi. Così si poteva essere arrestati per debiti, o potevano esservi contumaci gia condannati e poi sfuggiti alla giustizia del nostro o di altri comuni. Vigeva la strana e quasi selvaggia istituzione delle «rappresaglie» in forza delle quali se un cittadino era danneggiato o spogliato fuori del suo paese e non .aveva potuto aver giustizia nel luogo ove il delitto era stato commesso, poteva l’autorità, colpe la Camera Apostolica nello Stato Pontificio, concedergli di rivalersi, dovunque l’incontrasse, contro un altro cittadino qualsiasi del luogo dove avesse ricevuto danno. Era questo «istituto» un pessimo succedaneo della mancata amministrazione della giustizia: ma, purtroppo, di quei tempi ed anche dopo – cioè fino a tutto il 1600, almeno – vigevano tali metodi.
A tutti costoro il Comune, con la stia deliberazione sopra ricordata, garantiva di poter venire e tornare salvi e sicuri alle «Lagrime».
Però c’e nella deliberazione una riserva: tale garanzia non era concessa a chi fosse stato, per delitti commessi, condannato a morte. Molti erano allora i banditi, cioè coloro che per delitti o per ragioni politiche erano espulsi dal territorio di uno o più comuni o di tutto lo stato. Le norme vigenti negli statuti comunali, o nelle disposizioni emanate dalle autorità erano severissime, come gravissima era la pena del «bando». I banditi, talvolta, non avevano neanche il diritto della difesa, o potevano essere impunemente aggrediti, e finanche uccisi. Talora sii di essi gravava una forte taglia. In altri casi erano soltanto privati dei pubblici onori ed uffici; mentre altre volte si toglieva ad essi il diritto di contrattare.
Ma la giurisprudenza in materia era assai discorde; ed anche il celebre giureconsulto perugino, Bartolo, riteneva, per esempio, che i banditi non potessero godere della «sicurtà» data a coloro che si recavano a fiere o feste. E Nello da S. Geminiano, che sui banditi scrisse un raro ed interessante trattato, conferma la teoria che nella «sicurtà» non sono compresi i banditi : a meno che non sia espressamente dichiarato (1).
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(1) NELLI A SANCTO GEMINIANO, civis florentini, Tractatus insignis de Bannitis- Lione, Eredi di Giacomo Giunta, pag. 121 tergo e segg.
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Ora delle consuetudini in vigore e dei pareri espressi dai giuristi bisognava che i comuni tenessero grandissimo conto. E quando prendevano deliberazioni intorno a simili argomenti dovevano agire ed esprimersi con molta prudenza e molta chiarezza; poiché trattavasi di mettere al sicuro od a repentaglio la vita ed i beni di chi si recava alle fiere o alle feste.
Si discuteva – ad esempio – dai giuristi se la «securitas» si estendesse ai saraceni, agli eretici, ai nemici della città. Ed era opinione che per poter applicare ad essi la «securitas», dovessero essere espressamente nominati. E i dubbi giuridici su tale argomento arrivavano all’inverosimile. Basti dire che era oggetto di discussione il sapere se la «securitas» s’intendeva concessa per la sola andata od anche per il ritorno. Non solo: ma poiché la maggior parte della gente si recava alle fiere a cavallo, ci fu chi spinse la pedanteria fino al punto di discutere se la franchigia si estendesse, oltre che al cavaliere, anche alla bestia 1(1).
Ecco perché il nostro consiglio nella sua deliberazione vuole chiaramente esprimersi e precisare che la «securitas» per chi veniva alla fiera delle «Lagrime» dovesse intendersi estesa anche ai banditi; eccettuati coloro che fossero stati condannati a morte. Ed ecco perché, in tanta incertezza di giurisprudenza, il consiglio dichiarava che ognuno potevasi recare alle «Lagrime» salvo e sicuro, sia nell’andata, che nel ritorno, ma per la via più corta.
E poiché era anche questione tra i giuristi se la «securitas», una volta concessa, avesse valore per sempre, il consiglio nostro chiaramente diceva di averla voluta concedere «in ogni tempo dell’anno».
Di tale argomento, in apparenza secondario, sarebbe bastato un fugace accenno, tanto per darne notizia e non di più. Ho voluto, invece, trattarne con qualche larghezza perché mi preme di mettere in evidenza, ogni volta che, l’occasione se ne presenti propizia, tutte le mirabili qualità dei reggitori del nostro comune nell’epoca di cui tratto. Come nella compilazione dei contratti, nei rapporti con gli appaltatori della chiesa, nell’ordinamento delle rendite della nuova istituzione sacra essi si sono addimostrati saggi e prudenti amministratori; così in questi provvedimenti d’indole straordinaria e che dovevano aver valore anche di fronte a cittadini di altri comuni, i
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(1) GREGORIUS MAGALOTTI, Securitatis ac salvi conductus tractatus, (Roma), 1537.
<115> consiglieri trevani davano prova di acuto senso giuridico e si affermavano ancora una volta – come lo erano stati nella compilazione degli «Statuti»- illuminati legislatori; poiché anche questo era tra i compiti e tra i requisiti di quelle invidiabili, ma non facilmente ora imitabili, istituzioni medioevali.
Con devota e costante tradizione si e conservata nei secoli la celebrazione della festa della Madonna delle Lagrime. E’ stato, pero, più di una volta variato il giorno dedicato alla solennità. Dapprima la festa cadeva il 5 d’Agosto, perché in quel giorno nel 1485 – come dissi – si diffuse la voce del miracolo delle «Lagrime». In seguito, cioè il 15 Marzo 1515, il consiglio, su proposta del dottore Lattanzio Pauloni, deliberava che il giorno di S. Maria, ossia il terzo giorno di Pasqua, tutto il popolo, con le Confraternite, andasse in processione alle «Lagrime», e il comune desse 5 «libbre» di cera per elemosina. Cosimo Valenti – altro consigliere – propone che le «libbre» siano 6. E il consiglio approva. Si noti che quell’ossia farebbe supporre che la festa delle «Lagrime» fosse stata trasportata già da prima, al Martedì di Pasqua. Però in alcune deliberazioni posteriori si fa ancora accenno alla festa delle «Lagrime» al 5 d’Agosto, come ora dirò.
Mentre alcuni anni avanti, e precisamente nel 1497 e 98 il comune deplorava l’affievolita devozione del popolo verso la Madonna, piu tardi, invece, era il comune stesso che rinnovava frequenti esempi di religiosa venerazione. Si ravvisa in cio certamente 1′ influenza dell’opera di propaganda svolta dai religiosi, che avevano in custodia la chiesa. Ed ecco, infatti, che l’11 Marzo 1517 il consiglio – su proposta di Giovanni di Carlo – delibera che la Madonna delle «Lagrime»sia e si chiami «Protettrice del comune e sua Avvocata ». E tre volte l’anno si vada in processione alle «Lagrime »; cioè: il 24 Marzo, festa dell’Annunziata, il 15 Agosto, festa dell’Assunta e 1’8 Settembre, festa della Natività della Vergine. I priori del comune portino alla chiesa un «doppiero» di 7 «libbre».
Pochi giorni appresso – il 30 Marzo – Bernardino Valenti propone ed il consiglio approva, che si offra alla chiesa un «castello» d’argento ; che era una lastra a sbalzo, raffigurante il «castello» di Trovi, cioè l’insieme della città, presso a poco come ora la vediamo; poiché, di quell’epoca, non esisteva più a Trevi il vero e proprio castello, cioè la fortezza, che fa demolita dai Trevani stessi nel 1420, con la postuma approvazione di Martino V.
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Per la spesa di quella offerta, si doveva provvedere col contributo di un «bolognino» per «foco», ossia per famiglia. Intanto – ed ecco balzar fuori il senso pratico di quei tempi ! – incomincino a versare il loro contributo tutti i consiglieri presenti! Se vi sarà un avanzo, si spenda per la croce di S. Emiliano.
L’ intervento dei rappresentanti del comune alle solennità religiose era obbligatorio, come lo fu tino a non molti anni or sono. Erano accompagnati da alcuni dipendenti e funzionarii, ai quali il consiglio – perché negligenti – impose il 16 Gennaio 1546 l’obbligo di trovarsi nel palazzo dei Priori in tempo utile, per poterli accompagnare alla messa in certe solennità, tra le quali quella delle «Lagrime» ai 5 di Agosto, pena un «carlino». In quel giorno anche il giudice faceva, vacanza, ma solo per le cause civili(1).
La festa fu successivamente celebrata il 25 Marzo per consuetudine introdotta dai Lateranensi. Ai giorni nostri – né mi è riuscito sapere da quanto tempo – la festa delle «Lagrime» cade la Domenica «in albis», che e la prima dopo la Pasqua.
Per quanto la chiesa non abbia più ora chi permanentemente risieda presso di essa e sia, percio, assai deficiente la celebrazione delle sacre cerimonie, tuttavia e interessante constatare come viva si mantenga nel popolo nostro questa tradizionale e festosa devozione. Sempre in gran numero accorrono i devoti ed i curiosi attorno alla chiesa in quel giorno. Dalle diverse ville del territorio del comune affluiscono, lietamente cantando, le molte confraternite, con un lungo seguito di donne e fanciulle, che, con femminile abilita, sanno accoppiare la dimostrazione della loro fede, allo sfoggio delle loro ingenue eleganze.
E7 tutto il giorno il piazzale della chiesa e gremito di popolo; il tempio rigurgita di devoti, mentre di fuori – come in antico – si vendono cibi e bevande e oggetti di devozione.
Sicché quel giorno e, anche oggi, per i trevani giorno di grande solennità, come la Pasqua ; così come vollero i loro antenati cinque secoli fa!
Un risveglio assai vivo nel culto di questa Madonna si ebbe nel 1886, quando – con un anno di ritardo – fu celebrato il quarto centenario della miracolosa imagine. Siamo molti a rammentare il
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(1) Cfr. Calendario approvato dal vescovo di Spoleto Lorenzo Castrucci per il 1619
(Archivio delle 3 chiavi. Busta 3, 1600-1700 N. 272).
<117> grande accorrere di popolo, e la solennità delle sacre funzioni che allietarono quelle feste, che durarono otto giorni e che – come vedremo – un’iscrizione marmorea ricorda nella chiesa.
Rimonta ad epoche non precisate l’abitudine in tutta Italia di utilizzare le solennità religiose per ravvivare il movimento commerciale delle singole località, con l’ istituzione di fiere e di mercati o negli stessi giorni delle festività o nel giorno seguente. Ma, per quanto si riferisce a Trevi, posso affermare che di una fiera propriamente detta «delle Lagrime» non si parlo subito. Pero l’affluenza dei venditori di merci fu spontaneamente contemporanea al primo accorrere dei fedeli.
La cosa dovette assumere proporzioni notevoli, perché il consiglio generale del comune credé necessario regolare anche questa nuova manifestazione delle iniziative individuali dei commercianti di Trevi e di fuori; ma con 1′ intento d’incoraggiarla.
Disposizioni statutarie vietavano tale forma di commercio nei giorni festivi. Invece avveniva che a S. Maria di Pietra rossa, del piano di Trevi, e presso la cappella della Madonna delle Lacrime c’era chi vendeva stoviglie ed altre mercanzie. La curia del podestà procedeva contro costoro ed applicava penalità, per le quali i rivenditori reclamarono al comune.
Questo nell’adunanza del consiglio generale del 4 Febbraio 1487 con 65 moti favorevoli, non ostanti 14 contrari, deliberava. che chi veniva a vendere a S. Maria di Pietra rossa ed alle «Lacrime» nei giorni festivi, non poteva essere soggetto ad alcuna penalità, purché esercitasse il suo commercio nei limiti di spazio fissati per la chiesa di Pietra rossa, od in quelli ancora da stabilirsi per le «Lacrime».
Vicino alle chiese potevano vendersi candele e torcie, «voti» di cera e di piombo e simili, purché in luoghi convenienti e decorosi, come gia si usava: od in altri migliori e più adatti, che sarebbero stati indicati, anche per i comestibili. I «voti» di cera o di piombo rappresentavano teste, braccia, gambe od altre membra che i devoti credevano miracolosamente guarite da qualche infermità; usanza antichissima, che risale ai tempi biblici e tuttora vive nel mezzogiorno d’Italia ed altrove.
Fino all’anno dopo ancora non era stato stabilito entro quali limiti si poteva vendere o comprare nei giorni di festa presso le «Lagrime». Fu soltanto il 24 Febbraio 1488 che il consiglio generale
<118> stabilì solennemente, con 83 voti favorevoli, contro 7, che mai si potesse nei giorni di Domenica ed altri festivi vendere presso la Madonna delle Lagrime merci di nessun genere, né da trevani, né da forastieri se non a distanza di almeno 15 «pertiche di S. Emiliano». Ma non tutte le merci potevano entro quei limiti essere vendute. Il verbale consiliare esclude espressamente le droghe (aromatica), gli animali ed ogni altra cosa venale eccettuati i comestibili e le bevande; oltre alle candele, le imagini da offrirsi per voto, i «paternostri» (1) ed altri simili oggetti di devozione.
Tutto ciò potevasi vendere sul campo di S. Maria e lungo i margini della strada. Negli altri giorni non festivi potevasi vendere – sempre a quella distanza – ogni sorta di merce. A chi contravveniva si applicava la pena di un «fiorino» per ogni volta, da pagarsi lì per lì. Tre parti delle multe andavano a beneficio della fabbrica delle «Lagrime» ; il resto a chi faceva la contravenzione.
Unica eccezione a tutto ciò: gli ebrei, abitanti o no in Trevi. Ad essi il consiglio proibiva in modo assoluto, non solo, di vendere ma anche di comprare nei pressi delle «Lagrime», sia dentro che fuori dei limiti fissati, sotto pena di un «fiorino»per ogni volta (2).
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(1) Quasi certamente questi «paternostri» erano rosarii. Ma occorre tener presente che con lo stesso nome si chiamavano certi gioielli. Trovo inventariata «Una fila di paternostri» con la croce d’argento e con ambre a cristalli e due coralli: 19 pezzi in tutti, in un atto del 24 Aprile 1462. (A r c h i v i o n o t a r i 1 e – Trevi To: 94 – Rogiti di Nicolò Veri – f: 10). Nel 1531 Clemente VII mandò a Ludovico Tornabuoni, nelle Fiandre, un plico contenente lettere ed altro. «Credo vi fosse gioie e «paternostri» per donar alla donna del duca Alessandro de’ Medici» (Margherita d’Austria); così annota nei suoi conti, sotto la data 15 Aprile 1531, il tesoriere generale Francesco del Nero. (Archivio segreto pontificio – Armadio XXIX – To: 89 f: 157). Metto qui queste piccole notizie perché ho inutilmente cercato in più dizionari questo vocabolo in tale senso.
(2) Pure senza uscire dall’argomento principale di questo mio scritto, mi pare utile dare qua qualche notizia sulla presenza degli ebrei a Trevi.
Dirò in poche parole che le prime memorie su di essi risalgono al 15 Giugno 1338 (a) nel qual giorno il consiglio del comune deliberava di prendere in prestito da «Emanuele Judeo» i denari occorrenti per mandare soldati (sergentes) a Pietro di Castagneto, rettore del ducato di Spoleto (b). Di quei tempi, e più nei secoli successivi, non c’era, si può dire comune anche piccolo, che non chiamasse a sé qualche ebreo, perché esercitasse quella che chiamavano pomposamente «l’arte di prestar denari» (ars foeneratoria); più semplicemente: 1′ usura.
Ciò si spiega col fatto che ai cristiani era – per legge canonica – vietato di prestare denaro ad interesse (e). E si capisce che – per questa severa prescrizione e per la scarsezza generale della moneta – pochi fossero i cristiani disposti a prestare denaro al prossimo loro. Donde la necessita di avere banchieri ebrei, ai quali «l’ usura» non era vietata.
Le condizioni alle quali gli ebrei furono ospitati in Trevi furono, con qualche variante, quelle stesse che erano in uso altrove. Tra queste era compreso l’obbligo del distintivo speciale, che era un anello di stoffa gialla, della grandezza di un arancio, portato sul petto in modo sempre visibile.
Notevolissimo il fatto che gli ebrei che transitavano per il territorio del comune, dovevano pagare il «pedaggio». Così e scritto nella relativa tariffa, inserita nello Statuto più antico del nostro comune, nella quale gli ebrei e le meretrici sono equiparati alle bestie o ad una merce qualsiasi:
JUDEO .. . . uno. . . . Soldi V. (d)
In corrispettivo dei loro servigi, fu concesso agli ebrei qualche privilegio, come nel 1460 quello di non pagare la gabella personale o testatico. Poco tempo dopo, pero, cioè nel 1469, le predicazioni di frate Agostino da Perugia, francescano, obbligarono il comune a misure restrittive contro di essi.
Il cardinale Giuliano Della Rovere – poi Giulio II – quando era legato apostolico a Spoleto, autorizzo il comune a condurre a Trevi altri due o più ebrei, perché prestassero denaro su pegno. Ciò fu il 6 Settembre 1474 ; e il 18 dello stesso mese il consiglio deliberava d’incaricare i priori, coli quattro uomini per «terziero» affinché cercassero di questi ebrei, che volessero venire a Trevi, coi soliti patti e per la durata di 20 anni.
Ma la cosa non andò a lungo. E nel 1476 le convenzioni con gli ebrei furono abrogate. Pero essi rimasero ugualmente a Trevi. E gli antichi «capitoli» tornarono poi nuovamente in vigore: finché nel 1510 dovettero essere ancora una volta revocati, pena la scomunica.
Troviamo nei documenti del nostro Archivio comunale – specialmente nelle «Riformanze» – nonché nell’Archivio notarile di Trevi molto memorie relative agli ebrei, i quali furono definitivamente espulsi dallo stato pontificio nel 1566, ai tempi di S. Pio V. ad eccezione di Roma ed Ancona.
Le loro case in Trevi che erano presso la «Porta del Cieco» furono confiscate e vendute all’asta per 700 «fiorini»ad un tal Capitano Valentino Salvatori di S. Lorenzo di Trevi, e la somma fu destinata all’ istituto dei catecumeni in Roma, con atto del 30 Dicembre 1567 ed altri successivi (e).
D’allora in poi gli ebrei non misero più piede a Trevi. Soltanto nel 1730 fu data loro facoltà di recarvisi in occasione di fiere.
(a) Devesi in questo senso rettificare la data 1457, da me altra volta indicata, a proposito della più antica memoria di ebrei a Trevi. (T. V, Curiosità, cit.: pag: 89).
(b) Archivio delle 3 chiavi, Riformanze d. a. f: 3).
(c) I prestiti così fatti si chiamavano «depositi»; e nei relativi istrumenti non si parla mai d’interessi.
(d)Statuta vetustiora del comune di Trevi, Archivio delle 3 chiavi N. 70 Libro I Rubrica 99).
(e) Archivio delle 3 chiavi – N. 186 – Instrumenta f: 71, 77. 78. 81, 82, 83.
<119>
In epoca più inoltrata l’attività commerciale presso le «Lagrime», insieme alla frequenza del popolo, aveva assunta una certa regolarità,
<120> tantoché ogni Domenica vi era fiera, che il l° Marzo 1535 fu dichiarata libera di dazio. E grande doveva essere la folla dei presenti, se di questa riunione di gente il comune profittava anche per bandire i suoi ordini. Così – per esempio – il 4 Agosto 1538 i priori ordinavano ai trombetti del comune di bandire il giorno seguente, sulla piazza delle «Lagrime» dove era mercato, che tutti coloro che avevano terreni nell’ambito del comune, pagassero entro tre giorni tutti i dazi imposti da questo.
Il zelantissimo e rigoroso Papa Pio V proibì, per rispetto della solennità della Domenica, questi convegni d’affari, e la fiera fu rimandata al Lunedì, come si costumava presso altre due chiese dedicate alla Vergine, in località vicine a Trevi ; cioè: a «La Bianca» in territorio di Campello e a «La Bruna» in quello di Castel Ritaldi: denominazioni che ancora restano a quelle due chiese.
Ma il pubblico non così facilmente cambia le sue abitudini. Onde le fiere del Lunedì, fino al 1583, non si effettuavano ancora. E Pio V era morto fino dal 1572.
Di ciò si lamentano i religiosi che erano alle «Lagrime» in una lettera al podesta, ai priori, ai consiglieri di Trevi perché la mancanza della fiera era di danno al comune ed alla chiesa, in quanto che a questa venivano a mancare le elemosine, al comune gl’incassi delle gabelle. Perciò quei religiosi domandavano che la fiera avesse luogo il primo Lunedì di ogni mese (1).
In un’altra supplica al papa essi esponevano che «essendo stata concessa la indulgenza in la dicta chiesa da dodeci R.mi Cardinali al tempo della felice memoria di Paulo secondo (doveva dire: terzo!) «ogni prima Domenica del mese» per ordine del consiglio generale del comune, confermato da un decreto del vicelegato di Perugia del 1550, si poteva in quel giorno far mercato, che fruttava molte elemosine, delle quali i religiosi «lautamente vivevano». Pero, soppresso il mercato, la gente non affluisce più così numerosa, le elemosine mancano, i poveri Canonici Lateranensi non possono più vivere. Chiedono, perciò, al papa la conferma dell’indulgenza e che sulla piazza della chiesa si possano vendere «cose pertinenti al vitto umano» (2). Il consiglio comunale aderì alla richiesta e nell’adunanza dell’11 Febbraio 1583 nominava una commissione perché redigesse il regolamento per il mercato o la fiera desiderati.
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(1) Archivio delle 3 chiavi N. 246.
(2) Ivi, N. 246.
<121>
Quale fosse la definitiva soluzione della vertenza non mi è stato possibile rintracciare. Sta in fatto che attualmente «la fiera delle Lagrime» ha luogo il 5 d’Agosto; non più però presso la chiesa, ma su quella che si chiamo la piazza «del lago» del quale aveva preso il posto, al di fuori delle antiche mura di Trevi verso Levante. E questo fu stabilito con deliberazione del consiglio in data 7 Settembre 1597. Da notare in questa deliberazione una notizia che riguarda l’origine della fiera, che nel verbale e detta «della Madonna de Pietra roscia »; altra antichissima chiesa, che più volte qui ho nominato, e che sorge nel piano di Trevi, verso Nord-Ovest non lontano dal fiume Clitunno. Presso quella chiesa aveva luogo una fiera il 5 d’Agosto di ogni anno. Siccome pero la località era troppo vicina al confine tra il comune di Trevi e quello di Foligno, si rendeva assai facile il contrabbando delle merci soggette a tassa di «pedaggio» ed altro. Fu allora e per questa ragione che con un rescritto del cardinale Enrico Caetani del 18 Novembre 1597 (1) questa fiera fu trasportata alle «Lacrime»; onde in avvertire le due fiere vennero a confondersi in una sola, come ora si pratica.
Per l’applicazione di tutte le disposizioni relative alle fiere e per impedire disordini che durante esse potessero sorgere, il comune, nominava il «capitano della fiera»; e più tardi anche un arbitro, (probus vir) che decideva sul momento le vertenze tra compratori e venditori.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
<133>
Di lontano, alle falde della nostra collina, spicca la massa giallo-rossiccia della bella chiesa, che, illuminata dal sole, verso il tramonto, ha riflessi come d’oro, sopra il verde tenue degli olivi, che da ogni lato la circondano. A chi, per, sale a Trevi dalla stazione ferroviaria si presenta improvvisa, all’uscire da una delle tante ardite curve della Strada Nuova (1) l’imponente mole di questo edificio, (Fig: 4) del quale colpisce subito l’armonia delle linee, la maest della costruzione, grandiosa e severa, ma nel tempo stesso di grande semplicit. Poich nessun ornamento l’abbellisce, fatta eccezione della magnifica e veramente mirabile porta, che appunto maggiormente risalta per essere la sola decorazione di tutto l’esteriore del tempio.
Anticamente la sommit di esso era dissi gi tutto all’intorno coronata da un cornicione in pietra. Ma poich una parte di questo cadde per un terremoto violento, che nel 1703 devast molta parte dell’Umbria, anche tutto il restante del cornicione fu dovuto demolire. Ed ora per verit si avverte che qualche cosa manca a compimento dell’edificio: poich il tetto, intorno, intorno, mancante anche di una semplice grondaia, resta come tarpato. Ma tolto
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(1) Questa strada che unisce Trevi alla sua stazione ferroviaria, fu costruita negli anni dal 1853 al 1860. Misura chilometri 4,200 di lunghezza, con una pendenza media del 50 per 1000.
<134> questo difetto, l’edificio d l’impressione di una monumentale solennit. A pi dei muri perimetrali corre quell’imbasamento di pietra, che vedemmo gi ricordato nei contratti con i costruttori della chiesa. La facciata , per oltre la met, in pietra concia; una specie di travertino a grana fina, proveniente, forse, dalle cave di Gualdo Cattaneo, tornate in luce nel 1923. La pietra, coll’andare dei secoli, ha assunto un’intonazione calda e simpatica, che di per s costituisce gi un elemento di decorazione naturale. Il resto della facciata e delle pareti laterali tutto in ‘mattoni. E qui il lettore torner certo con la mente a quanto narravo nei capitoli precedenti circa i contratti per la costruzione della chiesa e la loro esecuzione. E noter come, sull’opera compiuta, cos come noi la vediamo, si trovino applicate le condizioni, le modalit e le variazioni, che con gli artefici dell’opera grandiosa vennero nelle diverse epoche convenute. Al di sopra della porta principale si apre l’occhio o finestrone circolare, che era nel primitivo disegno; ma che di semplice e non perfetta fattura, essendone le cornici in laterizio alquanto irregolari. Sulla facciata che guarda verso il Nord si apre la porta secondaria, di pietra con semplice architrave e cornicione. Era sormontata dallo stemma della famiglia Petroni; ma, anni or sono, fu nottetempo rubato! Al Sud, sorge aderente alla chiesa, il fabbricato del convento, e la sua porta si apre sullo stesso piazzale che dinanzi alla chiesa e che fu in tempi recenti ampliato, anche dal lato Nord. La chiesa quasi perfettamente orientata secondo i punti cardinali, poich la navata principale va da Est ad Ovest, come quella trasversa va dal Nord al Sud. La lunghezza massima esterna di m. 45 e di m. 33 sull’asse minore. L’altezza della facciata, compreso il timpano, di m 18,50. Ma se l’esterno di questa chiesa d al visitatore l’impressione di una severa grandezza, l’interno di essa si mostra di una solenne ricchezza e di un’armonia di linee veramente magistrale.
La pianta che qui pubblico per la prima volta, ci sar pratica e facile guida. La chiesa ha la forma di croce latina, ma alquanto irregolare, perch i due bracci laterali non sono di eguale lunghezza. Esternamente, di essi non visibile che il sinistro, essendo l’altro <135> nascosto dal fabbricato del convento, come pure l’abside. Per avere un’idea di tutto l’insieme delle costruzioni, occorre salire alquanto pi in alto, proseguendo la Strada nuova, fino a che si ha sottocchio tutta la massa della chiesa e del convento.
L’irregolarit di costruzione qui sopra accennata si spiega col fatto che il limite della chiesa, per la navata trasversa, era gi fissato
<136> in precedenza dallo stato di fatto; poich sul lato Sud sorgeva la casa di Diotallevi d’Antonio Santilli, sulla parete esterna della quale era dipinta l’imagine miracolosa. Ecco, dunque, un punto di partenza obbligatorio. Di fronte alla casa era la Costarella; quindi quel braccio di chiesa doveva, per forza di cose, essere tenuto entro quei limiti.
E poich, date le dimensioni della navata principale, sarebbe stato troppo angusto quel confine, l’architetto volle compensare il difetto prolungando alquanto di pi il braccio sinistro, verso il Nord. La differenza tra un braccio e l’altro di circa 3 metri; ma non disturba l’armonia delle linee, tantoch, a prima vista, non tutti avvertono tale dissomiglianza.
L’interno della chiesa prende luce, oltre che dall’e occhio che sopra la porta, anche da quattro finestre ad arco mezzo tondo, che, due per lato, si aprono nella navata principale, nonch da ulna elegante finestra bifora che in fondo all’abside. I lati minori hanno un’altra finestra ed un altro occhio.
Le pareti sono tinteggiate di bianco e le lesne di giallo. Questi colori, insieme alla luce abbondante che piove dalle numerose finestre, danno un’intonazione forse troppo gaia a tutto il tempio; ma un difetto facile a correggersi: e, d’altra parte, non reca danno all’effetto dell’insieme.
Perch il lettore lontano possa avere un’idea il pi possibilmente esatta di questa chiesa, grande, solenne, armonica, con
le
cappelle ornate di numerose opere d’arte, le pareti ricoperte di monumenti e di affreschi, pubblico anche queste per la prima volta le fotografie dell’interno del tempio, prese da diversi punti di veduta.
La Fig: 5 riproduce la navata principale, vista dalla porta grande. E la successiva Fig: 6 rappresenta la medesima navata dal-la abside in gi. La navata traversa illustrata nella Fig: 7 (1).
Riservandomi di parlare singolarmente di ognuna delle opere d’arte che fanno bella questa chiesa, condurr prima il lettore con la scorta della pianta topografica e delle imagini ad
un
rapido giro intorno alla chiesa medesima.
Entrati dalla Porta principale (N. 1) troviamo subito a destra
(1) Mi permetto dare al lettore un modestissimo suggerimento pratico: per meglio gustare l’effetto prospettico di queste, come di tutte le imagini del genere, occorre guardarle con un solo occhio.
<137>
(N. 2) il monumento sepolcrale di Romolo Valenti, vescovo di Conversano. Dinanzi a questo monumento era stata collocata alcuni anni or sono togliendola da una nicchia presso la porta minore della chiesa una elegantissima pila d’acqua santa. Ma un tentativo di furto perpetrato nel Novembre 1921, consigli d trasportare nel Museo comunale questa opera d’arte.
Segue (N. 3) la cappella dedicata a S. Ubaldo, vescovo di Gubbio. Poi (N. 4) il monumento di Filippo Valenti, seguto (N. 5) dalla cappella del Presepio o dei Re Magi, alla quale vicino (N. 6) il monumento di Filiberto Valenti. Un pulpito in legno, non bello, n decorativo: ma piuttosto ingombrante e presuntuosetto, fu posto verso il 1860 all’estremit di questo lato della chiesa, sull’angolo della crociera di destra.
Entrando in questa osserviamo, in alto a destra, un coretto (N. 7) che in comunicazione con la casa o convento annesso alla chiesa. Nel mezzo della navata (N. 8) l’altare della Madonna delle Lagrime.
A lato di questo, (N. 9) il monumento del cardinale Erminio Valenti. Una porticina l presso mette in comunicazione la chiesa con la sagrestia.
In fondo alla navata principale (N. 10) sorge l’altare maggiore. Al di sopra di questo ed-alquanto pi indietro la cantoria, con l’organo, su di un’impalcatura di legname, malamente costruita forse con idea provvisoria nel 1885. (N. 11).
da notarsi nello spessore del muro a sinistra sotto la cantoria un grande rincasso con tre gradini, di cui non sapremmo renderci ragione, se non sapessimo che l’architetto Marchisi aveva progettata anche la costruzione di un campanile. E, a parer mio, questi tre gradini dovevano essere appunto il principio della scala per ascendervi.
Dal lato del Vangelo dell’altare maggiore collocato sulla parete il monumento del M: Tiberio Natalucci.
Inoltrandoci nella navata minore di sinistra troviamo (N. 12) un piccolo altare costruito dinanzi ad una nicchia nella quale un Crocifisso in marmo bianco.
A questo fa seguito la cappella dedicata a S. Carlo Borromeo. (N. 13). Nel mezzo della parete al Nord si apre, come dissi, la porta minore della chiesa. (N. 14). La cappella di S. Francesco si vede (N. 15) nello stesso braccio sinistro della crociera.
Rientrando nella navata principale, ci troviamo di fronte al monumento di Monte Valenti. (N. 16). La penultima cappella (N. 17) quella dedicata a S. Alfonso dei Liguori. Presso di essa (N. 18)
<138> il piccolo monumento di Subrezia Valenti – Lucarini; al quale segue l’ultima cappella detta della Piet o della Resurrezione.
Col monumento di Benedetto Valenti, a sinistra della porta principale, (N. 20) si chiude la serie dell’opere d’arte che adornano questa chiesa.
* * *
Ma la piet dei fedeli avrebbe talvolta voluto aggiungere qualche altro ornamento pittorico. Troviamo, infatti, in parecchi testamenti, specialmente della fine del ‘400 e della prima met del ‘500, la memoria di lasciti per far dipingere imagini sacre sulle pareti della chiesa. come ricordo votivo, o come semplice manifestazione di fede.
Cos
per esempio un tale Antonello di Benedetto, da Fabbri (1), vecchio e cieco, fa il suo testamento al quale sono presenti ben sette notari, perch cos era prescritto in quei casi e lascia, tra altro, che i suoi eredi facciano dipingere nella chiesa delle Lagrime un’imagine della Madonna ed una di S. Sebastiano, dove meglio agli eredi paresse, o dove tornasse pi comodo.
Dopo di lui, anche Ser Francesco di Bartolomeo Manenteschi, di antichissima famiglia trevana, lascia alle Lagrime un terreno, perch i Canonici di questa chiesa celebrino in perpetuo la festa di S. Giacomo Maggiore, di cui gli eredi dovranno far dipingere 1’imagine (3). Cos un Bello Dominici, da.Manciano lascia in testamento che il suo erede faccia eseguire un’imagine della Madonna col bambino in braccio (4).
Alcuni anni dopo, un Giacomo Giovannetti, del castello di S. Giovanni, di Spoleto, lascia alle Lagrime 5 fiorini perch in una cappella sia dipinta un’altra imagine della Madonna (5).
Ma questi pii desideri non ebbero esecuzione; a meno che tali pitture se esistevano non siano state distrutte quando nella chiesa furono eretti i monumenti funebri; ed a meno che qualche pittura non sia rimasta ‘coperta dalle successive scialbature. Ma fin qui nessuna ricerca stata fatta, n credo che se ne sarebbe potuta sperare un buon risultato, visto che la maggior parte di quei lasciti furono fatti quando la chiesa era ancora all’inizio della sua costruzione.
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(1) Castello gi del comune di Trevi, ora di Montefalco.
(2) Archivio notarile di Trevi To: 155 Rogiti di Gateazzo Pauloni f: 23 t. 26 Settembre 1491.
(3) ivi To: 245 Rogiti di Pietro di Matteo f: 405.
(4) ivi To: 158 Galeazzo Pauloni f: 152. 19 Aprile 1499.
(5) ivi To: 360 Ippolito Gabrielli 29 Marzo.1531.
<139>
Sopra la porta principale, nell’interno, si legge questa iscrizione, che ricorda i restauri eseguiti nel 1733 a spese di Clemente XII (Corsini):
CLEMENS XI1
PIUS MUNIFICUS
SACRARUM AEDIUM
RESTITUTOR
HANC OLIM PRAESENS VENERATUS
MOX VETUSTATI; FATISCENTEM
CURANTE
LUDOVICO DE VALENTIBUS
SANCTITATIS SUAE PRAELATUS DOMESTICUS SIGNATURAE GRATIAE VOTANTE
FISCI AC REVERENDAE CAMERAE APOSTOLICAE ADVOCATO
RESTAURAVIT
SUB REGIMINE RMI P. ABBATIS JULII MARIINELLI
ARIMINENSIS CANONICUS REGULARIS LATERANENSIS
PONTIFICATUS ANNO IV. MDCCXXXIII
L’iscrizione ora nascosta da un enorme quadro in tela, di nessun valore artistico, qui malamente collocato alcuni anni or sono.
Interessante sapere che il benemerito cittadino trevano Pierfrancesco di Franceschino Lucarini, lasciava nel suo testamento del 28 Giugno 1493 la somma di 10 fiorini perch con essi si provvedesse alla costruzione di un organo per questa chiesa, ma il legato non fu mai eseguito. Con tutto ci questo lascito del Lucarini ha per noi un valore documentario, anche perch ci dimostra una volta di pi la premurosa sollecitudine con la quale i migliori cittadini seguivano le sorti della nascente chiesa e fa fede della loro intenzione di adornarla il meglio possibile (1).
Tutto l’edificio coperto da una volta a crociera, che appare sorretta da lesne dette spesso impropriamente pilastri
(1) Archivio notarile d i Trevi To: 80 Rogiti di Francesco Mugnoni f: 18 ss. La somma lasciata dal Lucarini era, forse, insufficiente allo scopo. Il medesimo testatore lasciava altri 10 fiorini da spendersi in uno paro organorum per la chiesa di S. Emiliano. Pi tardi per un organo in quella chiesa fu fatto contratto con un Gio: Francesco de Borgo (Sansepolcro?), che allora lavorava a Todi. Il prezzo fissato fu di 50 fiorini. Il contratto porta la data 22 Settembre 1526. (ivi, To: 509 Rogiti di Angelo Mugnoni f: 16).
<140> che hanno i capitelli di pietra, con decorazioni assai semplici, afogliami; e le basi, anch’esse di pietra, poggiano e sono comprese nel gradino che gira tutto intorno alla chiesa, come si volle nel primitivo progetto.
Uscendo di nuovo sul piazzale, troviamo a sinistra (N. 21) l’ingresso dell’ex-convento, con la cantina (N. 22), il portico (N. 23), il cortile con la cisterna (N. 24). Segue l’antico refettorio con la cucina (N. 25).
Per due nditi (N. 26 e 27) si accede alla sagrestia la quale comunica a sua volta con la chiesa.
Al piano superiore del fabbricato era l’abitazione per i Canonici Lateranensi, addetti alla custodia ed al culto del tempio sacro.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
<141>
Nel contratto stipulato per la costruzione della chiesa con M°: Antonio di Giorgio Marchisi, non è fatto cenno di speciali lavori per la decorazione della porta principale. Né dalle «Riformanze» di quegli anni risultano trattative preliminari con l’artefice che scolpì la bella porta. Però — pur mancandoci i precedenti — abbiamo in copia, che credo contemporanea, il contratto che gli «operai» delle «Lagrime» stipularono con lo scultore. Darò in appendice il testo del documento (1), di cui qui riassumo le clausule principali. Fu stipulato il 16 aprile 1495 tra Giovanni Giampietri o di Giampietro, da Venezia, «lapidarius», da una parte e Pierfrancesco Lucarini, Giovanni Protasi, e Marco del fu Nicola, per le «Lagrime», dall’altra. Si convenne dare a cottimo al Giampietri il lavoro di una porta di pietra ben lavorata, secondo il disegno che era presso l’artista e «scritto». di mano del cancelliere del Comune. Unica modificazione da farsi era che in cima alla porta si facesse un angelo, al posto di altro ornamento («alterius designi») che era stato progettato. Ma non sappiamo che cosa fosse. Il Giampietri si impegna di ben eseguire il lavoro e portarlo a compimento, mentre gli «operai» delle «Lagrime» si obbligano pagargli «190 Fiorini» di 40 «bolognini»; nonché dargli l’alloggio per lui e fornirgli la pietra sul luogo del lavoro. Non altro.
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(1) Appendice. Documento N° 4.
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Come si vede, per quanto si trattasse di opera di molta importanza, che doveva restare nei secoli, pure il contratto era concepito, come quasi sempre allora, in termini assai semplici. La fiducia era reciproca. Ma vedremo poi che le cose non andarono così liscie, come potrebbe supporsi, data, appunto, la quasi ingenuità del contratto.
* * *
Nonostante l’esistenza di questo documento e degli altri di cui tra poco dovrò occuparmi, in tutti gli scritti, anche recentissimi, che trattano di questa chiesa viene fissata al 1511 la data dell’esecuzione della porta. L’errore è cosi grave e così frequentemente ripetuto, che occorre non solo correggerlo, ma anche ricercarne l’origine.
E questa fu una pubblicazione del compianto Adamo Rossi, di Perugia, il quale venuto a conoscenza del contratto stipulato il 4 Gennaio 1511 tra D. Eugenio, procuratore delle «Lagrime» e un maestro Giovanni scalpellino per la fattura di un cornicione, interpretò equivocando, essere questo il contratto per il portale della chiesa. E così all’opera di Giovanni di Giampietro attribuì senz’altro quella data.
Ora del contratto per il cornicione ho già parlato a suo tempo (1) ed ho detto come questo dovette essere a coronamento dell’intera costruzione e girare tutt’intorno alla sommità della chiesa. Dissi anche essere stato questo cornicione demolito nel 1703, perché danneggiato dai terremoti. Nulla, quindi, ha che fare con la porta. Bastò però l’affermazione del Rossi per mettere fuori di strada tutti coloro che, dopo di lui, ebbero occasione di occuparsi di quest’opera d’arte; fatta eccezione di qualcuno che poté indicare la vera data dell’esecuzione di questo monumento (1495) dopo che io ne pubblicai per la prima volta la notizia documentata nel 1898 (2).
Oltre di che, nel contratto per il cornicione troviamo soltanto il nome di un «Giovanni scalpellino»; ma non è detto che questo debba identificarsi con il Giampietri, che a quell’epoca non figura più nei documenti trevani.
(1) Cfr: sopra, pag: 77.
(2) «La Torre di Trevi», Anno I°,1898, N° 9 (La chiesa delle Lagrime – Articolo a firma «Il topo dell’archivio») Anche il Bragazzi accenna alla vera data dell’esecuzione della porta; ma senza documentazione; (Cfr: La Rosa dell’Umbria, cit: pag. 200) onde gli scrittori posteriori hanno preferito la data assegnata dal Rossi perché – apparenza – documentata, e dell’affermazione del Bragazzi nessuno ha tenuto conto.
<143>
Chiunque esamina il contratto per quest’opera d’arte non può a meno di rilevare la modestia della somma pattuita con l’esecutore. Ma era quello l’andamento dei tempi, e chiunque ha avuto occasione di leggere contratti, anche con artisti sommi di quell’epoca e di altre anteriori, sa quanto miti fossero i compensi che si davano agli artisti d’ogni genere. Vero è che del valore della moneta d’allora non possiamo farci un concetto esatto; ma in ogni modo, le cifre non erano favolose: mentre lo erano certamente quelle degli stipendi e delle cointeressenze date ai funzionari di tutte le corti, incominciando da quella di Roma.
Per la spesa occorrente alla esecuzione della porta il benemerito cittadino trevano Antonio Petroni lasciò 100 «fiorini» nel suo testamento, di cui fu rogato il notaio Galeazzo Pauloni nel 1486. Questo fatto dimostra che prima ancora che s’incominciasse la costruzione della chiesa — di cui la prima pietra fu posta nel 1487 — c’era chi pensava a voler decorato il futuro tempio di una porta monumentale, quantunque non esista di ciòalcuna traccia negli atti consiliari. Ma non è azzardato supporre che il lascito Petroni fosse la prima spinta e la più efficace alla decisione degli «operai» delle «Lagrime», visto che la somma lasciata da lui rappresentava più della metà del prezzo dell’opera d’arte.
E qui sorge spontaneo il desiderio di avere notizie biografiche dall’autore di così prezioso lavoro; ma, purtroppo, di questo Giovanni di Giampietro o Giampietri, da Venezia, poco o nulla sappiamo. Di lui e delle sue opere tacciono gli archivi, e i libri poco ci dicono. Il già citato Adamo Rossi ne diede un breve cenno, rammentando un altro lavoro del Giampietri nella chiesa di S. Maria Nuova, di Perugia (1). A questa nessun’altra notizia poté aggiungere il Bertolotti, che scrisse degli artisti veneti con tanta erudita pazienza (2).
Dell’opera del Giampietri a Perugia, che è un monumento sepolcrale del giureconsulto Baldo Bartolini, di quella città morto nel 1492, si occupò anche il Lupattelli (3); e da esso apprendiamo che il monumento trovasi ora nel museo medioevale di quella università.
(2) A. Bertolotti – Artisti veneti in Roma – Miscellanea pubblicata dalla R..Deputazione di Storia Patria – Venezia, 1885 – Serie 4 – Vol: III°.
(3) Cfr: «L‘Unione liberale», Perugia – Anno 54° – 8 Febbraio 1915 – N° 31.
<144>
Successivamente lo stesso Lupattelli scriveva del nostro artista più ampiamente, sempre a proposito di quel monumento, ricordando che questo fu commesso al Giampietri con atto 16 Febbraio 1492, già pubblicato dal Rossi (1).
Ma, nonostante l’esistenza del documento, si è voluto in questi ultimi tempi, togliere al Giampietri il merito di questo lavoro ed attribuirlo ad Ubaldo da Cortona (2).
Inutile dire che, di fronte ad una prova documentaria così solenne, come è un atto notarile, questa nuova gratuita attribuizione non si potrebbe giustificare che dimostrando non aver avuto effetto il contratto col Giampietri e che un altro ne sia stato stipulato col da Cortona.
Il Giampietri poi — incredibile, ma vero ! — ritenuto autore di opere d’arte…. che non sono mai esistite! E queste sarebbero le «ricche, eleganti, bellissime, ecc: decorazioni in pietra che ornano le cappelle interne della chiesa delle «Lagrime», come si esprimono il Guardabassi, il Lupattelli ed altri (3).
Vedremo tra poco che queste cappelle non hanno nessuna decorazione in scultura. Sono tutte costruite in mattoni e stucco e decorate soltanto di modeste pitture! Né è da supporre che coloro che così scrivevano avessero equivocato tra le cappelle e i monumenti sepolcrali esistenti in questa chiesa. Basti dire che il più antico di essi è posteriore al 1552! Non è ammissibile che il Giampietri a quell’epoca vivesse e lavorasse ancora. Senza dire che nessuno dei monumenti ricorda — neanche lontanamente — lo stile e la maniera del Giampietri. Si tratta, dunque, di uno dei tantissimi errori che su questa chiesa sono stati detti e stampati!
Per chiudere il discorso circa la vita e le opere del Giampietri, dirò che tra le affermazioni del Lupattelli — di solito diligente ricercatore e studioso tenace, fino ai suoi ultimi anni — mi sembra tutt’affatto arbitraria e senz’ombra di fondamento l’ipotesi che il Giampietri sia stato prima alla «bottega» del Donatello a Padova nel 1444, quando questi modellava colà la statua del Gattamelata;
(1) A. Lupattelli — Il sepolcro marmoreo del giureconsulto Baldo Bartolini da Perugia — in «Pagine d’arte» — Anno III. — N° 16 (Ottobre 1915) pag: 129 ss.
(2) Briganti – Magnini — Guida di Perugia — ivi, Bartelli, 1910. (L. V. BERTARELLI) — Guida del Touring Club Italiano — Italia Centrale — 2° Vol: Milano, 1922 pag: 326.
(3) Mariano Guardabassi — Indice guida dei monumenti pagani e cristiani dell’Umbria — Perugia, Boncompagni, 1872, pag: 346. A. Lupatelli in Pagine d’arte cit:.
poi a Venezia col Verrocchio, quando questi eseguiva il monumento del Colleoni. Con queste e con le altre cervellotiche attribuizioni alle quali accennavo, si verrebbe a concludere che il Giampietri avrebbe dovuto vivere almeno 130 anni!
Il Fausti, di Spoleto, occupandosi del nostro artista pubblicava alcuni documenti (1) dai quali risulta che Giovanni Giampietri aveva un fratello che si chiamava anche lui Giovampietro, come il padre. Nei documenti pubblicati dal Fausti è parola di un «Johampietro da Venetia», che lavorò un «ciborio dell’altare grande» nel duomo di Spoleto, per 52 «ducati». Completava pure nel 1485 nello stesso duomo, sull’altare del Crocifisso, un altro ciborio, incominciato a lavorare da un tal Maestro Pencia di Marianillo. Nell’anno successivo, 1486, fece per 25 «ducati» un altro tabernacolo per l’altare di S. Gregorio nel duomo suddetto. E nel 1489 acconciò anche alcune pietre che dovevano servire per il selciato della chiesa. E infine lavorò un cippo di pietra, per l’opera del duomo, destinato a raccogliere le offerte per le zitelle povere della città. Di Mastro Giampietro a Spoleto non si hanno notizie oltre il 21 Marzo 1490; o morì o se ne andò tanto vero che il lavoro del cippo fu da lui lasciato incompleto e lo condusse a termine suo fratello Giovanni.
Inutili sono state le mie ricerche nell’archivio di Trevi per ulteriori notizie. Del Giampietri non parlano neanche le biografie generali di artisti, per quanto in certi dizionarii si faccia, invece menzione di nomi pressoché sconosciuti nella storia dell’arte.
Però se nei nostri archivi mancano documenti che valgano ad illustrare la vita e le opere del Giampietri, altri ne abbiamo che possono essere sufficienti a farci conoscere le vicende dell’opera da lui eseguita per le «Lagrime». Infatti in un frammento di un libro di conti, che va dal 14 Aprile 1495 al 7 Decembre 1499 (2) troviamo che il camerlengo e depositario dei denari delle «Lagrime» pro tempore pagò in più volte alcune somme a Maestro Giovanni da Venezia per il lavoro della porta; nonché ad un tale Miliano (Emiliano) di Gasparo, detto «Patiolo», per il trasporto della pietra dalla cava alle «Lagrime».
Nel successivo anno 1486, dal 16 Marzo in poi, troviamo frequenti
(1) D. Luigi Fausti — Di un’antica opera d’arte oggi perduta nel Duomo di Spoleto, in «Il Risveglio», Anno VIII°, N° 410, Spoleto 14 Marzo 1915.
(2) Archivio delle 3 chiavi — Trevi — N° 165.
<146> annotazioni di somme versate al Giampietri in conto dell’opera sua. Era allora depositario un Giovanni Antoniuzzi.
A lui successe Bartolomeo Lucarini, che continuò le note di spese. Risulta da queste che al Giampietri, come sempre si usava, furono dati, oltre ai denari contanti, anche generi alimentari. Così troviamo notato che il 31 Agosto furono pagati 2 «fiorini» a M: «Joanni da Venetia per vino che tolse dal figlolo (sic) de Vannicto». E per lui si pagava anche l’alloggio: «Fiorino uno a Pierluigi Juvenale per la pessione de casa». Successivamente, nel Maggio e Giugno ebbe in tre volte «5 coppe» di grano. E più tardi altre 4 «coppe» (1). Dopo di che null’altro trovo nei registri, purtroppo assai incompleti e frammentarii, che delle spese per le «Lagrime» abbiamo nel nostro archivio. Dò in appendice la nota delle somme versate al Giampietri (2).
Il lavoro della porta dovette riuscire molto più lungo e molto più faticoso di quello che il Giampietri stesso aveva preveduto. Infatti soltanto nei primi mesi del 1498 era terminato. Onde l’artefice volle chiedere maggiore compenso per l’opera sua. Il caso non era nuovo allora, come altrettanto — più o meno in buona fede! — si verifica con gli assuntori di lavori ai giorni nostri. Da ciò sorse una vertenza tra il Giampietri e gli «operai» delle «Lagrime».
Col buon senso che li distingueva, i nostri avi non pensarono nemmeno a mettersi sulle difese, né ad inalberare la bandiera del «summum jus». Ma per definire pacificamente la questione, ricorsero all’arbitrato di persona competente.
E qui torna in scena un altro artista: M°: Andrea di Giacomo, da Fiume, che già vedemmo arbitro nella vertenza tra il comune e l’architetto Marchisi (3). Neanche di lui mi è riuscito avere notizie, che potessero soddisfare la giusta curiosità dei lettori. Accettiamo, dunque, il fatto compiuto così com’è: e più non dimandiamo.
M°: Andrea assunse l’incarico affidatogli: ed il suo lodo, emesso il 24 Aprile 1498, può riassumersi così poichì M°: Giovanni da Venezia ha fatto nell’esecuzione della porta alcune migliorie sul progetto
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(1) Il Comune teneva sempre una provvista di grano, poiché era esso che forniva il pane al pubblico. Nel palazzo comunale era un magazzino a tale scopo e si chiamava la «camera del grano». Questo non poteva essere utilizzato che per la panificazione ad uso del pubblico; ma si fece eccezione per tutti coloro che lavoravano alla fabbrica delle «Lagrime», con deliberazione del Consiglio generale del 21 Agosto 1488.
(2) Appendice t. – Documento No 5.
(3)Vedi sopra: pag. 71.
<147> primitivo, ha diritto ad un maggiore compenso. Perciò gli si diano altri 8 «fiorini».
Erano presenti all’atto, celebrato nella cancelleria del comune, Benedetto di Gregorio Petroni e Ippolito di ser Tommaso Gabrielli (1).
Parrebbe, dunque, che con ciò tutto fosse accomodato e la vertenza finita. Ma non fu così Poiché M°: Giovanni, che, lì per lì aveva accettata la liquidazione, avanzò altre pretese. In conclusione esso diceva — a quanto pare — che gli 8 «fiorini» dovevano considerarsi come compenso per il lavoro in sé ma un altro compenso speciale egli voleva per il tempo impiegato a condurlo a compimento!
Alquanto cavillosa era questa richiesta, che ora ci apparisce come un’applicazione pratica del moderno detto: il tempo è moneta!
Sempre allo scopo di evitare questioni, gli «operai» delle «Lagrime» rimisero la faccenda ad altri arbitri; questa voltascelti tra persone che non erano dell’arte, ma soltanto di provata rettitudine.
Il 30 Aprile 1498 si adunarono nella solita cancelleria del comune D. Marcello Petroni, priore di S. Emiliano e il P. Salvato, dei Minori, guardiano del convento di S. Martino, con l’intervento di due testimoni che furono Giovahni Antoniuzzi e Pierdonato Maccaroni.
Gli arbitri, udite e discusse le ragioni di ambo le parti, ma specialmente vista la domanda di M°: Giovanni che voleva essere risarcito «de tempore», invocato il divino aiuto, sentenziarono che al detto M°: Giovanni si dovessero dare 25 «fiorini», compresi, però gli altri 8 liquidatigli da M°: Andrea da Fiume. E condannarono gli «operai» a pagare detta somma entro quattro giorni. Il lodo fu accettato dalle parti, e il cancelliere del comune, Lucangelo Alavolini, da Roccacontrada (ora Arcevia) ne redasse il verbale (2).
Con questo supplemento, il prezzo totale pagato per la porta delle «Lagrime» fu di 207 «fiorini» oltre l’alloggio all’artista!
Ed ora, che ne abbiamo conosciute le origini e la storia, ammiriamo di questa splendida opera la molte bellezze.
Osservando l’insieme di questo «vero modello di gusto e di eleganza» (3) (Fig: 8) si rimane innanzi tutto colpiti dall’armonia delle sue proporzioni architettoniche (dimensioni massime: m. 10 X 6) tanto più che la calda intonazione, quasi di avorio antico, che la pietra
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(1) Archivio delle 3 chiavi N. 168 f. 17.
(2) ivi.
(3) Guardabassi, Indiceguida, cit.
<148> — un travertino a grana finissima — ha col tempo assunta, dà una così gradevole impressione, che l’occhio, anche profano, si sofferma, si riposa — — quasi — in questa elegante e grandiosa visione, anche senza studiarne e gustarne subito i molti e magnifici particolari.
Credo far cosa utile descrivendo con la scorta delle illustrazioni le singole parti che costituiscono questo gioiello quattrocentesco.
Incominciando dal basso, troviamo ai lati due leoni affrontati, eseguiti con qualche ingenuità e con pietra (breccione) diversa da quella del rimanente della porta.
É facile trovare dinanzi alle chiese romaniche questi simbolici animali —che, secondo taluno, dovrebbero ricordare il Leone di Giuda — ma non è altrettanto frequente vederli in costruzioni di epoche più recenti, come questa.
Non oserei dire che i due animali fossero indispensabili, né che contribuiscano all’eleganza della insieme. Ma in ogni modo, non disturbano, e furono messi qui come a figurare di sorreggere sul loro dorso l’intero portale soprastante.
Dinanzi ad essi vediamo piantati in terra due tronchi di colonne di marmo, che sono stati qui collocati in epoca certamente posteriore. E non credo di andare errato avanzando l’ipotesi che ciò sia avvenuto nel 1622, quando — purtroppo — fu demolita la primitiva cappella costruita nel 1486, della quale, secondo me, queste colonnine sarebbero il misero avanzo (1).
Le lesène laterali sono ornate da elegantissime candeliere, non identiche però nella fattura. La simmetria non è qui ostacolo alla varietà Infatti quella di sinistra poggia sopra un tripode, dal quale parte la decorazione a patère ed anfore, suddivisa in quattro riprese. Alla prima: due uccelli (Ibis) e sovr’essi pendono leggeri due nastri. Alla seconda: un mascherone (Sole) fiancheggiato anch’esso da due Ibis, che beccano serpentelli. Segue un’anfora, dalle anse della quale pendono due siringhe. Sopra di essa, fogliami palustri; ed in cima un paniere con uva e frutta, sormontato da tre cassule di papaveri (Fig.: 9).
Termina il tutto con un capitello d’ordine composito di fattura straordinariamente originale ed elegante. (Fig: 10).
La riproduzione che per la prima volta ne dò, è sufficiente a fornire un’idea della geniale trovata dell’artista. In mezzo a foglie d’acànto, sopra nicchi e conchiglie, sono due delfini affrontati e tra essi un tridente.
(1) Cfr: più avanti: pag: 176.
Ai lati quattro cornucopie riboccanti di frutta e di spighe di grano e terminanti nel mezzo del capitello con foglie d’acanto. Il tutto così sobrio e, ad un tempo, così ricco e decorativo, da lasciare veramente ammirato chi osserva e studia.
Tra le lesène e gli stipiti gira la fascia, ornata per ogni lato di 14 gruppi di frutta, (Fig: 11) di spighe di grano e di granoturco che figurano appesi ad una corda, uno sotto l’altro. L’artista, come spesso si faceva, qui ha voluto quasi scherzare e presso taluno dei gruppi di frutta ha insinuato graziosamente tartarughe, chiocciole, serpentelli, lucertole e pesci, che l’osservatore paziente può facilmente trovare.
Nel fregio il motivo decorativo è a festoni parimenti di frutta: quattro in tutti. Sopra ognuno di essi è un paniere, anche questo ricolmo di frutta. Due targhette ai lati, un’anfora nel mezzo riempiono gli spazi tra i festoni.
Sull’architrave sono sei testine di serafini: e nel mezzo lo stemma di Trevi, in uno scudo «a testa di cavallo». Sopra l’architrave poggia il cornicione ad uovoli e dentelli, magistralmente eseguito.
La candeliera che decora la lesèna di destra, differisce soltanto in qualche particolare dall’altra. Nella fascia, invece, gli animali ornamentali sono distribuiti in altro modo; e vediamo tra essi una lucertola, una chiocciola, una cicala, un’ape, una limaccia; e poi pesci e serpentelli, come dall’altra parte.
Termina il portale con una cimasa ad arco tondo, intorno al quale gira una tenue decorazione a ricci o «corridietro». Lateralmente poggiano due gruppi di fogliami uscenti da due rosoncini. Sul colmo dell’arco sta in piedi un angelo, di non bella fattura — a dir la verità — e in posa non elegante, scolpito in pietra diversa da quella del portale; talmente che — per tutte queste ragioni — non è azzardato ritenerlo opera di altra mano. Basta osservare la perfetta modellatura delle testine di serafini che sono sul fregio, per convincersene confrontando.
C’è anche chi vorrebbe ritenere di epoca posteriore tutta la cimasa; ma se questa impressione può esser data dalla diversità del materiale impiegato per i due gruppi di fogliami laterali o di altro, non è però giustificata da documenti; e noli concorda con quelli che conosciamo. Infatti, poiché alla sommità di tutta la decorazione troviamo quell’angelo che fu convenuto nel contratto col Giampietri doversi sostituire ad altro ornamento «loco alterius designi» che era nel primo progetto, e poiché l’opera fu collaudata dopo condotta completamente.
<150> a termine, dobbiamo esser certi che essa fu eseguita, senza interruzione dal 16 Aprile 1495 al 30 Aprile 1498.
Resta a dire qualche cosa intorno allo stile al quale questa costruzione così artistica è ispirata. Perché essa è anche così nuova e di un gusto così schiettamente personale, che lascia perplessi sulla scuola alla quale decisamente attribuirla; non bastando l’origine veneziana del suo autore per assegnarla senz’altro a quella scuola, che — di quei tempi — coi Bregno, i Lombardi, i Rizzo, lasciava così luminose tracce e così splendidi esempi.
Il nostro Giovanni Giampietri si discosta dalla maniera di tutti questi e — lasciando a Trevi la migliore delle opere sue — ci fa pensare ad un artista quasi eclettico, che dalla Venezia, dalla Lombardia, dalla Toscana abbia tratto per l’arte sua ispirazione e lume.
É questa l’impressione che molti riportano nell’osservare questo lavoro. E, tra tanti, ricordo l’illustre senatore Pompeo Molmenti, benemerito e profondo conoscitore di cose veneziane. Egli dopo vedute le riproduzioni fotografiche di questa porta, mi scriveva esser questa «opera veramente notevole» e «che arieggia la maniera lombardesca» (1) Ora, questa constatazione, oltre al valore che le viene dalla autorità del Molmenti, trova una conferma anche nelle parole del Muntz (2), il quale scrive che «in Venezia la scultura, pur ignara degli studi profondi e spoglia delle ambizioni della scuola fiorentina presenta però un complesso svariatissimo di opere interessanti ed attraenti al massimo grado». Ed aggiunge che gli artisti veneziani nel lusso dei particolari «concordavano coi loro vicini, i lombardi, dai quali derivavano assai». E ricorda appunto i Lombardo, i Rizzo, i Leopardi.
É da questa armonica fusione delle diverse tendenze, delle va-rie ispirazioni che sboccia l’insieme così completo, così gustoso, così fine della nostra mirabile porta.
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Questa ed il monumento Bartolini a Perugia hanno rappresentato fino ad ora, tutta la produzione artistica del nostro. Dico «fino ad
(1) Lettera indirizzata allo scrivente, datata da Monnìga sul Garda 5 Maggio 1915.
(2) E. Muntz,«L’età aurea dell’arte italiana» Milano, Tip. «Corriere della sera» 1895, pag. 410.
<151> ora»: perché nessuno, a tutt’oggi aveva pensato ad attribuire al Giampietri un altro magnifico portale, cioè quello che adorna la facciata della piccola chiesa pievana del castello di Mevale, in comune di Visso, ora provincia di Perugia, già di Macerata.
Spetta al Dott. Cesare Amantini, ispettore dei monumenti a Visso, il merito primo di aver saputo intravedere in quel lavoro la nano dello stesso artista che eseguiva la porta delle «Lagrime». L’Amantini ebbe la cortesia di comunicarmi questa sua impressione (1); ed io fui ben lieto di fornirgli tutte le notizie che potevo, recandomi anche sul luogo, per convalidare con accurati raffronti la giusta constatazione fatta dall’Amantini, per la quale è da attribuirsi al Giampietri anche le porta della chiesa di Mevale, visto che quel lavoro può considerarsi come una quasi identica riproduzione di questo di Trevi.
Più modeste le dimensioni in quello di Mevale, che sono di m: 3,60 x 7,10; ma ugualmente accurata l’esecuzione (Fig: 12). I leoni alle basi delle lesène non sono affrontati come quelli delle «Lagrime», ma addossati. Però più solida, per quanto non perfetta,. ne è la modellatura, più viva l’espressione di fierezza.
Così gli ornati delle candeliere sono alquanto più complessi, come più abbondanti sono i gruppi di frutta che adornano la fascia, mentre ad essi da ambo i lati in basso, danno graziosamente vita e brio due nidiate di uccellini, eseguite con gentile maestria e verità invidiabile. (Fig: 13).
Meno ricchi, ma ispirati allo stesso motivo che a Trevi, sono a Mevale i due capitelli delle lesène. Identica la decorazione del fregio a festoni e panieri di frutta, come l’architrave è medesimamente ornato di teste di serafini.
Una notevole differenza è nelle basi delle candeliere, che a Mevale figurano sorrette da sei gamberi, che poggiano a terra le loro branche, mentre le code sono rivolte in alto. Ma occorre dire che, nonostante la finezza dell’esecuzione, la «trovata» non è felice, sia per la posizione data a quei crostacei, sia per l’assoluta inverosomiglianza — che pur bisogna evitare anche in simili espedienti decorativi — nell’adibirli a tale uso.
Gli stipiti della porta in calcare nummolitico, sono ornati da
(1) Lettera allo scrivente in data 1. Gennaio 1925. L’Amantini mi favoriva anche le fotografie, finora inedite, che qui riproduco, con la sua gentile autorizzazione, di cui lo ringrazio vivamente. <152> sei guide di fiori (rose canine ?) disposte orizzontalmente, sei per parte. Decorazione che appare, per lo meno, superflua.
Sono questi ultimi i piccolissimi difetti che turbano leggerissimamente la squisita eleganza dell’insieme, che, ciò nonostante, è quanto di più classicamente decorativo si possa imaginare; per quanto nessuno si aspetterebbe di trovare lassù in quel pittoresco, ma remotissimo nido d’aquile un simile capolavoro, che qualunque metropoli potrebbe invidiare.
Ma l’arte italiana fu
«fatta da Dio, sua mercé tale»,
che poté in tutti secoli, con regale munificenza prodigare e diffondere i suoi tesori negli angoli più remoti, come sulle vette più eccelse di questa nostra Patria divina!
Migliore — a parer mio — in confronto di quella delle «Lagrime», è la cimasa ad arco di tutto sesto che termina l’opra di Mevale. Mancano qui i due gruppi di foglie con i rosoncini laterali, che vediamo alle «Lagrime»; quindi più semplice e più elegante l’insieme; tanto più che manca alla sommità la non bella statuina d’angelo che abbiamo a Trevi.
Nella lunetta, che alle «Lagrime» è vuota, a Mevale invece vediamo un gruppo in pietra, rappresentante la Madonna assisa in trono, col Bambino ritto sul ginocchio sinistro di lei, in atto di benedire. L’insieme di queste figure si presenta assai armonico. Sobria la composizione, giuste le proporzioni, eleganti i panneggi, abbastanza bene modellate le mani; ma difettose le teste, specialmente per la forma sbagliata degli occhi, che sono in parte fuori dell’orbita e mal protetti dalle palpebre quasi edematose. Come pure non bene riuscita è la figura del Bambino di cui il corpo è male modellato ed inelegante la posa.
Ma sono stati appunto questi difetti nelle figure che mi hanno indotto a concludere con certezza essere anche questa opera del Giampietri. Poiché gli stessi difetti di modellatura noi troviamo nella statuina di angelo che sovrasta alla lunetta del portale delle «Lagrime». Anche qui il torso e le gambe sono male modellati; anche qui la testa è goffa e gli occhi sporgono dalle palpebre enfiate. Che se anche si vuol ritenere che l’angelo di Trevi e il gruppo di Mevale non siano opera dello stesso Giampietri, è certo che provengono da utn medesimo artista, chiunque esso sia, e che col Giampietri lavorò sia a Trevi che a Mevale.
<153>
Un altro sicuro termine di raffronto trovo negli ornatini a traforo che sono tra l’uno e l’altro dei dentelli del cornicione. Alle «Lagrime», come a Mevale vediamo questo minuscolo particolare, appena visibile nelle illustrazioni, il quale ci autorizza a concludere in modo definitivo che alla bella produzione del Giampietri devesi senz’altro aggiungere il portale della chiesa pievana di Mevale.
Di questo nessuno ha scritto fin qui. Nell’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Macerata al portale è appena accennato ed è assegnato al sec: XVI (1). In un altro Elenco simile, redatto per il Mandamento di Visso dal Padre Pietro Pirri, già ispettore di quei monumenti, si legge: «l’erezione (della chiesa di Mevale) rimonta a circa la metà del sec: XIII; a tre navate sostenute da colonne poligonali di pietra… La facciata anteriore è rivestita di cortina ed è ornata di uno stupendo portale con decorazioni in alto rilievo, rappresentanti cherubini, festoni di frutta, uccelli, pesci e molluschi, curati nei più percettibili particolari. La lunetta sovrastante all’architrave conserva una statua in pietra a tutto tondo della Vergine seduta in trono, col Bambino di proporzioni poco minori del naturale; opera del XV (fine) o dei primi del XVI secolo».
Di questa opera d’arte fa cenno il professore Pietro Sensini di Firenze in un suo scritto pubblicato nel 1902. Egli scrive: «a Mevale nel comune di Visso, a 757 metri sopra il livello del mare dove sorgeva il castello più meridionale del ducato Varanesco di Camerino, si ammira in mezzo a poche e misere case di contadini e di boscaioli, una chiesa parrocchiale, opera di Duccio Fiorentino (sic), autore del bellissimo e singolarissimo oratorio dedicato a S. Bernardino di Perugia» (2).
Ora — se è merito del Sensini l’aver segnalato questa magnifica opera d’arte quattrocentesca — bisogna anche riconoscere che è indubbiamente errata l’attribuzione che egli ne fa a un Duccio Fiorentino. Egli intendeva forse dire Agostino di Antonio di Duccio, che è il vero autore delle porte e degli ornati del S. Bernardino di Perugia. Ma oltre che uno scultore Duccio Fiorentino non figura nella storia dell’arte, basta anche uno sguardo superficiale e profano per riconoscere che il portale di Mevale non ha alcuna somiglianza con
(1) Elenco ecc: Pubblicazione ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione; Roma. «Grafia», 1923, pag:106.
(2) P. Sensini, Una Castiglia italiana [l’Umbria] in Rassegna Nazionale, Anno XXIV, 1902, Vol: CXXiX, pag: 378.
<154> quello del S. Bernardino. un genere di arte tutt’affatto diverso che se — come già osservai — risente anche della scuola toscana, presenta troppe caratteristiche e tanto diverse, da non giustificare in nessuno modo l’attribuzione del Sensini.
Questa è tutta la letteratura — a quanto io so — relativa al magnifico lavoro. Altri che scrissero di questa chiesa come l’Angelini Rota, nel suo pregevole «Spoleto e dintorni», non fanno cenno del portale.
La qualità della pietra adoperata nella porta della chiesa di Mevale è un calcare bianco e poroso delle cave locali. L’ubicazione. della chiesa, che è in cima ad un altissimo colle (m: 757 sul mare) ed esposta a tutti i venti ed a tutte le intemperie, ha fatto sì che i bassorilievi, specialmente delle candeliere, abbiano perduto alquanto della primitiva freschezza, onde in essi non vediamo più — come le osserviamo alle «Lagrime» — certe finezze di particolari che ci permettono di vedere ancora le prime traccie dello scalpello, oltre alla perfetta conservazione della superficie e dei contorni.
Se il Giampietri abbia eseguito prima l’opera di Trevi o quella di Mevale non saprei decidere con assoluta certezza. Non ho avuto modo di ricercare le eventuali documentazioni che potrebbero trovarsi nell’archivio della Pieve di Mevale, od in quello del comune di Visso, od in altri della regione. Resta quindi a stabilire l’epoca precisa del lavoro di Mevale; ma credo possa essere più probabilmente della fine del ‘400, che non del principio del ‘500. Infatti sappiamo che il Giampietri fu a Spoleto dal 1485 al 1490; e che dal 1495 al 1498 fu a Trevi (1). Ora tutte le probabilità sono a favore della ipotesi che negli intervalli il Giampietri abbia eseguita l’opera di Mevale. E se si vuol notare che questa di Trevi è per più riguardi a ritenersi più perfetta dell’altra; cioè starebbe quasi a segnare un progresso nella maniera dell’artista: e si potrebbe venire alla conclusione che il Giampietri operasse a Mevale dopo che a Spoleto e prima che a Trevi, ciò negli anni dal 1491 al 1495. É certo, in ogni modo, che tutte
(1) Un Giovan Pietro, veneziano, figura tra gl’intagliatori in legno che da Venezia si trasferirono in Sicilia, ai primissimi del ‘500. (Cfr: Gioacchino di Marzo — I Gagini e la scultura in Sicilia nei seco: XV e XVI, Palermo, 1880). Ma da questa omonimia non saprei trarre una qualche seria deduzione per identificare in quel Giovan Pietro il fratello od il padre del nostro artista.
<155> e due queste opere d’arte hanno uno spiccato carattere quattrocentesco, sia per quanto riguarda l’elemento architettonico, come per le decorazioni a rilievo.
Quali altri lavori esistano del Giampietri non sappiamo; ma sono lieto di aver potuto — con la collaborazione del collega R°: Ispettore Dott: Cesare Amantini — mettere meglio in luce il Giampietri, artista di eccezionale buon gusto e coscenzioso esecutore.
Che se qualche altra opera di lui potesse essere identificata, noi trevani saremmo ben grati a chi sapesse farci meglio conoscere il valoroso artista che ha dotato la nostra piccola città di un vero capolavoro d’arte decorativa, che molti c’invidiano.
La Storia di Spoleto del Sansi articolata sulla raccolta di manoscritti fatta dallo stesso Sansi. Da queste federazioni o sommissioni si apprendono tante altre cose. Dopo queste federazioni, una parte di coloro che avevano governato questi centri, andava nelle città più grandi con cui sera stipulato l’accordo. Altri si trasferivano altrove ed alcuni rimanevano sul posto. Perché in quell’epoca non era così semplice trasferirsi in altri comuni: occorreva accettare tante condizioni, fra le quali l’obbligo di acquistare casa e di abitarla almeno per un certo periodo di tempo, di prestare determinati servizi e di pagare determinati tributi.
Fra le varie documentazioni di questi trasferimenti, in Sansi,A., documenti ecc. (28), riportato Annali de Spuliti del Parruccio, manoscritto cartaceo che trovasi nell’Archivio del Comune di Spoleto E un manoscritto che riporta in varie epoche i nomi di molti cittadini; a pag. 168 (del Sansi che trascrive il Parruccio) riportato un elenco di nobili presenti a Spoleto nel1417 mense martij, (anche se si riferisce ad un’epoca posteriore di centocinquanta anni), comprendente un centinaio di nomi e fra questi alla voce De Castro litaldi riportatosolamente il nome di una famiglia di Castelritaldi: Johanni de ciccu de corrado de Castiritalli cum filiis parvulis. Non viene invece citato il nome di alcun nobile o non nobile proveniente da Trevi.
Questa una riconferma che solo una parte dei Cattanei che firmarono le Federazioni o sommissioni nel XIII sec., era poi andata ad abitare in Spoleto. E legittimo pensare che molti di essi optassero per altre località.
E Natalucci, ove viene trascritto questo conosciuto msc. (del 25 Marzo 1260), continua: E circa il 1274 (quattordici anni dopo l’altro) fecero seguire la pace fra Spoletini e Trevani sopra le controversia de Castelli di Cammero ed Orzano, secondo ancora si ha dal Leoncilli (Leoncilli Giacomo Filippo, Istoria di Spoleto secondo la serie dei Vescovi, a tomo 13 delle Memorie dell’Umbria del Dorio e msc. Foglio 368 presso Biblioteca dei Filippini di Foligno): Cum iis pacem inierunt Lambardorum Nobilium trebiatum opera qui ad Spoletinos defecerant qui etiam a Spoletinis inter numerorum aliorum civium recepti fuerunt . Ed il Minervio ( Minervio, de Gestis Spolet.cap. 8): Et Lombardi nobiles treviates qui solo cognomento dicebantur ad Spoletinos defecerunt a quibus civitate.
Poi, a Spoleto, cominceranno pochi anni dopo le lotte fratricide fra guelfi e ghibellini, molto gravi, coinvolgendo pure la vicina Trevi, che dovrà forzatamente accogliere i ghibellini esuli, nelle continue lotte fra gli uni e gli altri. Trevi, generalmente guelfa, ebbe molto da soffrire da ambedue gli schieramenti che, alternandosi, portavano devastazioni, ruberie, uccisioni, miseria.
Pardi,G. nel suo Catasto di Orvieto dell’anno 1292 (29) descrive la situazione di Orvieto, che non doveva essere dissimile da quella di Spoleto e di Trevi : la popolazione della città deve essere sempre andata crescendo fino al fatale anno 1313, nel quale, dopo una lunga e feroce lotta, furono cacciati d’Orvieto tutti i ghibellini e vennero distrutte le loro case.
Per tal modo gli abitanti di essa si riducevano quasi alla metà. E vero che a non pochi fu concesso di ritornare in patria, ma molti preferirono esulare. Per quanto poi riguardava le nuove cittadinanze, riporta quanto affermava il Cibrario: I forestieri che volevano far perpetua o temporaria dimora in una terra dovevano farsene accettar borghesi, comprar casa d’un certo valore e soddisfare agli altri obblighi della borghesia. La borghesia si concedeva dal Consiglio del Comune a tempo od in perpetuo. Quando veniva a rendersi cittadino alcuno dei grandi baroni, gli si concedeva per l’ordinario dispensa dall’obbligo di residenza e da qualche servizio personale. Chi non poteva o non voleva rendersi borghese, usava mettersi in guardia del Principe o del Comune; e per tal protezione gli rispondeva un annuo censo di un fiorino o di un obolo doro, o di poche libbre di cera, di pepe, di cannella o di tal altre derrate.
29) PARDI, Il Catasto del Comune di Orvieto del 1292,in Bollettino di Storia Patria per l’Umbria,XII, 1907, pagg.397-454.
Ancora nel Sansi (30) a pag. 59, interpretando il msc. n. XXXIII de i documentiinediti già noti, e riguardante le sottomissione degli abitanti di Cerreto, si legge: Similmente ebbero i Cerretani loro abitazioni in Spoleto, donde una via della città, o allora o dopo essersene accresciuto il numero per ulteriori trattati, ebbe nome di via cerretana, ed era presso a S. Domenico, allora detto S. Salvatore. Ci si faceva con doppio effetto di aumento di popolazione e maggior guarentigia della fede del castello; essendosi cos praticato con esso ci che si soleva fare co’ nobili rurali che entravano a far parte del Comune come confederati o vassalli.
Ed a pag. 65, parlando dei cittadini di Porcaria e delle Tre Fratte, sottomessisi a Spoleto, continua : che ove alcuno di detti uomini comperasse casa in Spoleto o nei borghi, sarebbe per dieci anni esonerato da ogni colletta.
30) SANSI, Achille, Storia del Comune di Spoleto, op. citata, pag. 59 .
A pag. 84, Sansi(31), Storia di Spoleto citata, commenta il msc. XLVI riguardante la sommissione parziale di Castel Ritaldi e conclude: Fatto questo accordo con quella Università, il Comune nello stesso anno si fece cedere i diritti feudali che avevano in quel luogo i nobili trevani che dallaantica origine erano tuttavia detti i Cattanei e i Lombardi di Castelritaldi. Tra il 28 ed il 29 di Giugno dello stesso anno 1254, con più contratti, questa frotta di ben trentatre feudatari, ciascuno per ciò che gli spettava, donarono liberamente e senza alcuna riserva alla città il Castello ed il Poggio di Castelritaldi, essendo Sindaco ricevente per la città Filippo Birri Giudice , e pe’ Lombardi Egidio Talianassi, uno di loro.. Per questa guisa Castelritaldi veniva ora nel dominio della città (Spoleto) per volontà dei paesani e de loro signori come lo era gi per quella concessione territoriale del quarantasette confermata da Innocenzo.
31) SANSI, Achille, Storia di Spoleto, op. citata, pag.84..
A pag. 88-89 commenta la sottomissione dei Signori di Arrone, msc. LI, e scrive : I Signori di Arrone farebbero in tutto la volontà del Podestà e del Comune di Spoleto, che potrebbero a suo piacere mettere nel loro Castello bandiera e tromba, e dodici famigli, ai comandi dello stesso Podestà. Due dei detti Signori abiterebbero in citt con le loro famiglie, dichiarandosi disposti a venirvi anco allora con lo stesso Podestà. ..Farebbero esercito e parlamento col Comune per s e per tutti loro vassalli(32 ).
A complicare la vita, sopraggiungeranno poi le gravi epidemie, che dimezzeranno la popolazione di molte località italiane: da qui la maggiore facilità al trasferimento della residenza per la offerta di posti disponibili, già occupati dalle persone decedute. Questo urbanesimo sarà quindi favorito dalla diminuzione degli abitanti dei grossi Comuni, e dalla conseguente maggior richiesta di mano d’opera in città.
Occorre comunque riconoscere che l’esistenza dei Cattanei Lombardi a Trevi e Castel Ritaldi documentati unicamente dai tre manoscritti conservati all’Archivio di Stato di Spoleto, che ho più volte ricordato, e che sono la fonte di tutti gli altri ricordi storici conosciuti: senza di loro forse nessuno avrebbe mai saputo della esistenza dei Cattanei Lombardi nel territorio trevano. E augurabile che la consultazione di tutti i manoscritti spoletini possano in futuro portare almeno a qualche ulteriore menzione storica dei Cattanei Lombardi di Trevi, e dei paesi vicini.
E evidente che erano castellani, coltivatori agricoli e cavalieri, ma non abbiamo alcun elemento sicuro che ci possa permettere di verificare il periodo della loro presenza a Trevi fra il 600 ed il 1300; presenza sicura dal 1100 al 1300, da quanto riportato nei tre manoscritti. Purtroppo non possiamo concludere affermando che fossero Longobardi o comunque Longobardizzati stanziatisi fra il 600 e l800, oppure discendenti di famiglie di cattanei lombardi del luogo o discese al seguito degli imperiali dall800 al 1100, e fermatisi sul posto per accordi fra gli autoctoni, l’Impero, la Chiesa ed il ducato di Spoleto.
Con la federazione di Trevi al Comune di Spoleto non si ha più traccia dei Cattani Lombardi.
Rimangono pertanto alcuni interrogativi. Perché non ne ha più parlato nessuno? Tante questioni possono aver favorito questa eclissi: esodo verso altri paesi, peste, terremoti, devastazioni, fame, disperazione, compagnie di ventura e sempre nuove distruzioni, inquisizione, guelfi e ghibellini, Angioini, nuove caste, damnatio memoriae (grande importanza ha avuto in ogni tempo la damnatio memoriae! ), nuove nobiltà pontificie, gelosie, potere temporale, servilismo all’ultimo vittorioso? Tutto pu aver contribuito a farli dimenticare.
Resta per incomprensibile che negli ultimi settecentocinquanta anni nessuno abbia sentito il desiderio di ripercorrere quelle storie o di rivendicare quegli ascendenti.
32) SANSI,Achille, Storia di Spoleto, op. citata, pagg. 88-89.
1)Nella epigrafia locale e in molti documenti chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che gi difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)
Pergamena Regesto n? 48 dell?Archivio Antico del Comune di Spoleto. 25 Marzo 1260 ? ? richiesta di Federazione tra i Comuni di Trevi e di Spoleto? Trascrizione dell?originale.
Reg. fgl. 49 dell?Archivio antico del Comune di Spoleto, ?Federazione di Spoleto coi Cattanei Lombardi di Trevi? ?datato 25 Marzo 1260, ed ?riportato a pag.312-314 di Sansi Achille, Documenti storici in sussidio allo Studio delle Memorie Umbre, ed. Sgariglia, Foligno 1879 ora anche in: http://www.spoletostoria.org/Sansi/Vol7%20c.pdf pag. 312 n? LII
1) In Dei nomine amen. Anno domini millesimo ducentesimo sexagesimo septimi domini ALEXANDRI PAPA IV,/ 2) indictione tertia et die Jovis septimo exeunte martio, hoc quidem tempore dominus JACOBUS / 3) domini MANENTIS et Dominus ENRICUS GENTILIS Consules CAPITANEI LOMBARDORUM et naturalium / 4) CAPITANI de CASTRO TREBIO cum consensu et voluntate infrascriptorum et ipsi infrascripti / 5) videlicet dominus BARTHOLUS domini PAULI, dominus RAINERIUS domino MATTHEI, Dominus MARTINUS / 6) domini JOHANNIS, Dominus ACTUS domini VALTERIJ, dominus JOHANNES domini PETRI, dominus VIVIENUS BONAIONTE, /7) dominus MATHEUS domini PETRI, GILIOLUS domini MATHEI, JOHANNONUS JACOBI BERALDI, JACOBUS GOZI, / 8) ALBRICONUS domini EGIDIJ, MATHEUS GENTILIS, MASSARONUS domini VIVIENI, THOMA- / 9) ?SONUS domini VIVIENI, NICOLAUS THOLOMEI, LEONARDUS RODULPHY, MASSARONUS domini PETRI,/ 10) ANGELUCIUS HUGOLINI, ACTIZOLUS MARTINI, FRANCESCONUS TRANSARICI, MARTINUS MARESCOT- /11) ?TONI, RICCARDUS SYMONICTI, YOHANNONUS VERETERIS, PASSARUS domini JOHANNIS, JEORGIUS HEN- / 12) ?RICI, THOMAS DIALTI, EGIDIUS HENRICI, EGIDIUS ASCARELLI, EGIDIUS domini PHYLIPPI, FRANZESCONUS / 13) BARTHOLI, MANENTONUS domini PETRI, EGIDICTUS BARTHOLI, THOMASSITUS SIMONIS, JACOBUCIUS / 14) domini MATHEI, PUCZINELLUS domini PHYLIPPI, JAHNUCTUS JACOBI THEODINI, RAINALDUCIUS / 15) JULIANI, PETRONUS HUGOLINI, BARTHOLNAUS domini ADORESIJ, FRANCESKIAIS domini ANGELI, (a latere aggiunti BRACZAROLIS domini MATHEI, GOZYSAROLI domini ORMANI) , FRAN- 16) ?ZESCONUS domini JACOBI, BORTHOLOMEUS DIALTI, praedicti omnes et singuli sponte creaverunt, coordi- / 17) -naverunt dominum SYVINUM domini PHYLIPPI simi eorum SYNDICI et procuratore per partem et fido / 18) sapientem ad recipiendam promissionem per dictis omnibus CAPITANEIS et naturalibus; CAPITANEI / 19) et per aliis CAPITANEIS LOMBARDIS et naturalibus; CAPITANEIS qui non interfuerunt hinc syndaca- / 20)-tus volentibus acceptare et ratificare predictum SYNDACATUM permissione et recepitone quam fa- /21) ?ciet dictus dominus SYLVINUS et ipsi omnes eorum dominus THOMA domini MANENTIS SYNDICO Comunis / 22) SPOLETI ab ipsum Dominum THOMA SYNDICO Comunis Spuleti supra 1000 scutes spuletis silicet denarius Comu- / 23) ?ne SPOLETI juvabit eos et defendet et eorum heredes et bona ipsorum contra omnem personam et manu/ 24) tenebit ipsos et eorum fautores in eorum viribus ??.. Item quod tenebit amicos ipsorum per ami- /25) ?cos , inimicos per inimicos, item et per Comunis SPOLETI ne faciat aliqua cuiusdam seu pacem /26) cum hominibus CASTRI TREVIJ de proposito sine voluntate ipsorum item et quod Comunis SPOLETI non / 27) permittet fieri aliquam communicationem de novo hominibus de proposito dicto CASTRO . Item et ad pe- 28) ?nam mille marcharum argenti recipienda et ad obbligationem bonarum data Comunis SPOLETI / 29) a dicto SYNDICO Consulus SPOLITI permittendum per universitate Comunis Spoleti. Item et ad permit- /30) ?tendum dicto SYNDICO domino THOME Comunis SPOLETI recipienti per ipso Comune et Universitate dicti Comunis / 31) per supra dicti CAPITANEI LAMBARDORUM et naturales ipsorum per eis eorum heredibus et quilibet ipsorum facient / 32) guerram et pacem per ipsos et totam eorum fortia per ut Comuni SPOLETI placiat. Item quod tene- / 33) ?bunt amicos dicti Comunis per amicos et inimicos per inimicos, Item faciant pacem neque / 34) scientia neque concordiaam cum hominibus de proposito dicti Castri sine voluntate Comuni SPOLETI. Item quod /35) surabint Ciptadinantiam Comunis SPOLETI dummodo non cogantus emere domus in ipsa CIVITA- / 36) ?TE nec ut illuc ad respondendum de iure, nisi de ipsorum CAPITANORUM LOMBARDORUM et naturalium / 37) Capitaneorum processent voluntate. Item quod facient supradicti hostem et parlamentum Comunis SPOLITI / 38) sicut placuerit COMUNI SPULETI cum Comunis CASTRI praedicta et si cum Comune dicti CASTRI non facerent nec / 39) TREVII promittent facere sicut hactenus facere consueverunt in quantitatem . Item et ad poenam per- / 40) ?mittendam SYNDICO prefato dicto Comune ?mille- marcharum argenti recipienti per dicto Comune SPULITI / 41) per universitate dicti Comunis. Item et ad obligatione bonorum ipsorum permittendum dicto SYNDACO re- /42) ?cipienti per dicto Comune et universitate dicti Comunis permittentes per quod per dictus dominus SYLVINUS / 43) SYNDICI praenominato de praedicta et de aliquo praedictorum discrete ? faciendum ratum et firmum permaneat sub obligatione / 44) bonorum praedictorum et sub poena praedicta qua soluta sit non praedicta omnia. Singula firma permaneat quam / 45) scriptum rogavi ita. Actum in CASTRUM TREVII in ECCLESIA SANCTI MILIANI: presente dominus EGIDIO ARNALDI / 46) IUDEX, MATHEO PALMERIJ, JACOBO JOHANNIS GATTARELLI et JOVANITTO ANDREE VIVAZANI testibus / 47) ad hoc vocatus et rogatus.
48) Ego EGIDIUS BARTHOLI hiis omnibus interfui et praedicta omnia de mandato et auctoritate predictorum SYNDI- / 49) ?CORUM et dictorum CAPITANEI LAMBARDORUM et naturalium Scripsi et pubblicavi.
In dei nomine Am. Anno Mille ducen. Sexagesimo, tempore d? Alexandri pp. Quarti, Indictione tertia et die jovis septime exeunte Martio, hoc quidem tempore d? Thomas Manentis Syndicus et procurator Comunis Spoleti, ut in in strumento syndicatus seu procurationis scripto manu Egidij Bartholi not. continetur, promixit et convenit etc. d? Sivino d? philippi sini syndico et procuratori Capitan. Lambardorum et naturalium Capitan. Castri Trebi et ipsis capitan. Lambardis et naturalibus scilicet d? Jacobi Manentis, d? henrico Gentilis consulibus Capitan. Lambardorum et naturalium dicti castri, d? Bartholo d? Pauli, C. d? Raynerio d? Mathei, C.d? Martino d? Joannis, C. d? Acto d? Vivieni, C. d? Johanni d? petri, C. d? Vivieni d? Bonaventure, C. d? Matteo d? peccij, C. Giliolo d? Mathei, C.Johanone jacopi Beraldi, C. Jacobo gozi, C. Passaro d? Johannis, C. Georgio henrici, C. Thme dialti, C. Egidio henrici, C. Egidio Ascarelli, C. Egidio d? phylippi, C. Francescono Bartholi, C. Manentono d? petri, C. Albricono d? Egidij, C. Matheo gentilis, C. Massarono d? vivieni, C. Thomassono d.ni Vivieni, C. Nicolao tholomei, C. Leonardo Rodulfi, C. Egidicto Bartholi, C. Thomassitto Simonis, C. Jacobicto d? Mathei, C. Paganello d? phylippi, C. Jah?cto jacobi theodini, C. Brazzano d? Bartholi, C. Massarono d? petri, C. Rainaldeno Juliani, C. Angelicto hugolini, C. Actizolo Martini, C. Francescono transarici, C. Martino Marescottoni, C. Petrono ugolini, C. Bartholucio d? Odoresij, C. Massarono d? Ormanni, Francescono d? angeli, C. Rizardo simoniti, C. Johannono vereteris, C. Francescono d? Jacobi et Bartholo dialti recipienti pro eis ed eorum heredibus ed pro aliis capitaneis, lambardis et naturalibus qui non interfuerunt quando fuit conditum instrumentum syndicatus d? Sivini scriptum manu Egidij Bartholi not. volentibus ratificare et acceptare dictum syndicatuum et promissionem et receptionem quam faciet adinvicem dictus d? Sivinus et prefati capitanei, lambardi et naturales capitanei cum dicto d? thoma syndyco et ipse d? Thoma cum dicto d? Sivino syndico, scilicet quod Comune Spoleti juvabit eos et eorum heredes et manutenebit ipsos et fautores eorum in eorum juribus et usansiis. Item et quod tenebit amicos ipsorum pro amicis et inimicos pro inimicis, et promixit quod Comune Spoletinon faciet aliquam concordiam seu pacem cum hominibus de populo castri trevij sine voluntate ipsorum. Item et quod Comune Spoleti non permittet fieri aliquam conmunantiam de novo hominibus de populo dicti Castri. Item et quod Comune Spoleti predicta omnia et singula scripta et infrascripta observabit et firma tenebit sub obligatione bonorum dicti Comunis Spoleti et sub pena Mille marcharum argenti dicto d? Sivino recipienti pro dictis et eorun heredibus et pro aliis Capitan. Lambardis et naturalibus eorum et eorum heredibus predicta omnia et infrascripta volentibus acceptare et ratificare et cuilibet predictorum premissa, qua soluta vel non, predicta omnia et singula firma permaneant qua ita scribi rogaverunt.
Unde et pro quibus supradictis et pro aliis bonis meritis illatis a Comune Spoleti versus Capitan. lambardos et naturales capitan. predicti omnes et singuli Capitan. Lambardi et naturales ipsorum et qualibet ipsorum et dictus d? Sivinus syndicus ipsorum pro eis eorumque homines et vice et nomine ipsorum promiserunt et convenerunt dicto d? Thome syndico et procuratoris Comunis Spoleti, recipienti pro dicto comuni e pro universitate dicti comunis Spoleti, facere guerram et pacem per ipsos et totam eorum fortiam pro ut comuni Spoleti placuierit, et tenere amicos Spoleti pro amicis et inimicos pro inimicis, et promiserunt non facere pacem neque concordiam cum hominibus de populo dicti castri, sine voluntate comunis Spoleti, et promiserunt jurare cittadinantiam Comunis Spoleti dammodo non cogantur emere domos in ipsa Civitate, nec dare collectam, nec ut illuc ad respondendum de jure, nisi de ipsorum capitanei lambardorum et naturalium processerit voluntate ; et promiserunt facere hostem et parlamentum comuni Spoleti sicut placuerit comuni Spoleti per tempora cum comune Castra Trebis, et si cum comune dicti castri non faceret, promiserunt facere sicut hactenus consueverunt facere in quantitate. Et predicta omnia et singula promiserunt et convenerunt dicto d? Thome syndico, recipienti pro dicto Comuni Spoleti et eis universitate, observare et firma tenere, et contra non venire sub obbligatione bonorum suorum et sub pena mille marcarum argenti prefato syndico recipienti pro Comune Spoleti et eius universitate promissa, qua soluta vel non, , predicta omnia et singula firma permaneant quam ita scribi rogavimus. Actum in castro Trebij, in ecclesia Sancti Miliani, presente d? Egidio arnaldi judice, Matheo palmeris, Jacobo johannis gattarelli, Johannitto andree vivazani testibus ad hec vocatis et rogatis. Ego Egidius bartholi not. hiis omnibus interfui et predicta omnia, de mandato et auctoritate dictorum syndicorum et dictorum Capitan. lambardorum et naturalium, scripsi et publicavi.
25 Marzo 1260 ? fogl. 49 dell?Archivio Antico del Comune di Spoleto. Si trova attualmente presso l?Archivio di Stato, sezione di Spoleto. E riportato in Sansi,A., Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre,Foligno, 1879, a pag. 312-314, con numero progr. LIII e con il titolo ?Federazione di Spoleto coi Cattanei Lombardi Trevi?. Leggere anche la nota: perch? secondo molti storici la C che precede il nome dei vari Capitanei o Cattanei, sarebbe indicazione di nuovo capoverso.
TRADUZIONE
In nome di Dio amen. Nell?anno milleduecentosessanta, al tempo di Papa Alessandro IV, nell?indizione terza, e nel giorno settimo dopo le idi del corrente mese di Marzo (25 Marzo 1260), nello stesso tempo in cui il d.nus Thomas Manentis era Syndico e Procuratore del Comune di Spoleto, come ?contenuto nel documento del syndico e procuratore, scritto dalle mani del notaio Egidio Bartholi, promise e convenne etc. col d.nus Sivino d.ni Philippi, come syndaco e procuratore dei Capitani Lombardi e dei discendenti naturali dei Capitani del Castrum di Trevi e per gli stessi capitani Lombardi e dei discendenti naturali, col d.no Bartholo d.ni Pauli, e col d.no Henrico di Gentile consoli dei Capitani Lombardi e dei discendenti di detto Castrum, con d.no Batrtholo d.ni Pauli, con Raynerio d.ni Mathei, d.no Martino d.ni Joannis, d.no Acto d.ni Vivieni, d.o Johanni d.ni Petri, d.no Vivieni d.ni Bonaventure, d.no Matteo d.ni Petri, Giliolo d.ni Mathei, Jaohanone Jacopi Berardi, Jacobo Gozi, Passaro d.ni Johannis, Georgio henrici, T.hme dialti, Egidio henrici, Egidio Ascarelli, Egidio d.ni Phylippi, Francesconi Bartholi, Manentono d.ni petri, Albricono d.ni Egidij, Matheo Gentilis, Massarono d.ni Vivieni, Thomassono d.ni Vivieni, Nicolao tholomei, Leonardo Rodulfi, Egidicto Bartholi, Thomassitto Simonis, Jacobicto d.ni Matehi, Puganello d.ni phylippi, Jahnocto jacobi theodini, Braczino d.ni Bartholi, Massarono d.ni petri, Rainaldono Juliani, Angelico hugolini, Actizolo Martini, Franzescono Transarici, Martino Marescottoni, Petronio hugolini, Bartholucio d.no Odoresij, Massarono d.ni Ormanni, Franzescono d.ni Angeli, Rizardo simoniti, Johannono vereteris, Franzescono d.ni Jacobi e Bartholo dialti che accettano per se stessi, per i loro eredi e per gli altri capitani, lombardi e discendenti che non erano presenti quando fu steso il patto sindacale del d.nus Sivinus scritto manualmente dal notaio Egidio Bartholi e che desideravano ratificare ed accettare detto patto sindacale e la promessa e la accettazione come fa il suddetto d.nus Sivinus ed i predetti capitani, lombardi e i capitani discendenti, con il nominato d.nus Thoma sindaco e lo stesso d.nus Thoma con il nominato d.nus Sivinus Syndico, sicuramente per quanto il Comune di Spoleto giover?loro ed ai loro eredi, e che conserver? loro ed i loro sostenitori nelle loro leggi ed usanze.
Egualmente e per questo tratter?gli amici loro come amici ed i loro nemici come nemici, e promise per questo al Comune di Spoleto che non avrebbe fatto alcun trattato di pace con gli uomini del popolo della cittadella di Trevi senza la loro autorizzazione.
Egualmente e per questo il Comune di Spoleto non lascer?avvenire alcuna nuova alleanza con gli uomini del popolo di detta cittadella. Egualmente e per questo il Comune di Spoleto osserver?tutti i predetti e singoli accordi ed osserver?quanto sottoscritto e considerer?la sottoscrizione sotto la garanzia dei saggi del Comune di Spoleto e con la penalit?di mille marchi d?argento a carico di detto d.no Silvino che accetta per i suddetti e per i loro eredi e per gli altri Capitani Lombardi e per i loro discendenti e per i loro eredi tutto quanto ?stato sopra a quelli che vorranno accettare e ratificare, e a chiunque piacciano le cose predette, che siano assolte o no, tutte le cose predette e la firma dei singoli confermino le cose che gli scrivani rogarono.
Onde e per questi suddetti ed altri buoni vantaggi portati dal Comune di Spoleto verso i Capitani Lombardi e tutti i Capitani discendenti predetti ed i loro discendenti che loro piacciano e detto d.nus Sivinus syndico degli stessi per loro e per i loro uomini ed in sostituzione ed a nome degli stessi promisero e convenirono con il suddetto Thome Sindaco e procuratore del Comune di Spoleto, che accetta per detto Comune e per la cittadinanza di detto Comune di Spoleto, di fare la guerra e la pace per gli stessi e di concedere ogni sforzo per quanto piacer?al Comune di Spoleto, e di considerare gli amici di Spoleto come amici e i nemici come propri nemici, e promisero di non fare pace n?accordi con gli uomini di detta cittadella, senza la volont?del Comune di Spoleto, e promisero di giurare fedelt?alla cittadinanza del Comune di Spoleto anche se non fossero costretti ad abitare nella stessa Citt? n?dare contributi, n?a rispondere in giudizio, n?andare contro la volont?degli stessi Capitani Lombardi e dei loro discendenti; e promisero di fare inimicizia od accordi col Comune di Spoleto e come piacer?nel tempo al Comune di Spoleto fare accordi col Comune del Castrum di Trevi, e che se no lo facesse con il Comune di detta cittadella, promisero di farlo come avevano fatto fino ad ora per consuetudine.
E tutte le predette e singole cose promisero e convennero con il suddetto d.nus Thome Syndicus, che le accoglieva a nome de Comune di Spoleto e della sua cittadinanza , e di osservare e rispettare la firma,e di non fare cose contrarie con l?impegno dei migliori loro uomini, e sotto pena di Mille Marchi d?Argento al predetto syndico accettante per il Comune di Spoleto e per la sua cittadinanza, che sciolta oppure no, le cose predette e la singola firma permangano come anche noi scrivani rogammo.
Stabilito nel Castrum Trebij, nella chiesa di San Miliano, alla presenza del d.nus Egidio Araldi Giudice, di Matheo palmeris, di Jacobo johannis gattarelli, di Johannitto andree vivazani testimoni allo scopo chiamati e dichiarati.
Io Egidius Bartholi notaio a tutte queste cose presenziai , e tutte le predette cose, per mandato e per l?autorit?dei detti Syndaci e di detti Capitani dei Lombardi e dei loro discendenti, scrissi e pubblicai.
Elenco dei Capitanei Lombardorum di Trevi
elencati nel msc. Reg. 48 dell?Arch. Antico del Comune di Spoleto, datato 25 Marzo 1260 : ?Richiesta di Federazioni di Trevi con Spoleto? Sono 46 Capitanei Lambardorum
elencati nel Manoscritto dell?Archivio antico del Comune di Spoleto.Reg. n? 49 del 25 Marzo 1260: ?Federazione di Spoleto coi Cattanei Lombardi di Trevi?.
I primi quattro sono evidedentementi gli stessi individui
Il quinto non figura nel msc.48
Il sesto non figura nel msc. 49
Il sesto confronto ?dubbio perch?nbsp; i nomi sono molto diversi
N.b. = la C grande, posta nei manoscritti innanzi al nome di ogni Capitaneus Lombardus, probabilmente indica Caput ( cio?a caporiga), anzich?la ripetizione di Capitaneus, come invece sembrerebbe indicare Sansi, A., nella nota a pag. 312, di Documenti inediti ecc.
1)Nella epigrafia locale e in molti documenti ?chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che ?gi?difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)
I Lombardi signori di Caslelritaldi donano a Spoleto quel castello e il poggio (1).
In dei nomine Am. Anno d? millesimo ducentesimo quinquagesimo quarto tempore d? Inocentii pp. quarti die xii exeunte junio, Ind. xii
1) Inventario, fogl. 96. ed anche in carta separata del] archivio. Gli atti che riguardano questa donazione sono proceduti dal mandato al Sindaco di Spoleto ad recipiendum dationem donationem etc. a Lombardis
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Die predicta et coram predictis testibus Egidius talionassi syndicus et procurator Lombardorum de Castrolitaldi ut patet per instrumentum scriptum manu Nicolai rainucii not. nomine et vice dictorum Lombardorum et pro ipsis Lombardis sponte titulo donationis inter vivos, dedit atque donavit d? phylippo birri syndico comunis Spoleti ut patet per instrumentum mei not. castrum et podium Castrilitaldi cum introitibus et exitibus dicti castri sine aliqua reservatione etc. et cessit et concessit ipsi syndico recipienti pro dicto modo omnia iura et omnes actiones et exceptiones reales, et personales utiles et directas que et quas dicti Lombardi et idem syndicus habent et eis competunt vel competere viderentur in ipso et pro ipso castro et podio contra quoscumque ipsum in rem suam procuratorem fecit etc. et constituit se suo nomine possidere donec possessionem intraverit corporaliter, licentiam intrandi sibi sua auctoritate concessa etc. et renuntiavit omni exceptioni, et deceptioni, conditioni sine causa etc. et omni auxilio legum et constituti et decretalium eis competenti vel competituro. Adhuc promixit et obligavit predictos Lombardos et eius heredes de fraude,colludio, molestia, falsificatione, evictione et contra hec non venire sub pena dupli ei sollemni stipulatione promissa etc. Et pro ipsis omnibus obligavit ipsi syndico predicto modo triplum
Castrolitaldi, de ipso castro et podio Castrolitaldi etc.
Seguono sei istrumenti; uno in tre soli versi, gli altri tutti simili a questo che pubblico, e che ho anteposto egli altri perch?la menzione dei Lombardi v’?pi? esplicita. Questo ?preceduto da un altro in cui i donatori del castello e poggio sono
lacobus phylippi
vivieni. Marchus d? manentis, d? Banacursus Sauli, Nicholaus raynucii nicholai, Paganus beatricis, Andreas Phylippi vivieni, Marcus Odorisii ofreducii, d? Transaricus rodulphi, Muricus Massucii, Egidius talionassi, Martinus bonolie , Egidius theballi, Iohes danielis, Egidius massucii, et Bartholus phylppi et Angelus petroni (qui) spante tit. don. inter vicos dederunt, tradid. concess. d? Jacobo birri judici recipienti nomine comunis Spoleti etc.
Nei giorni seguenti a quello dei due indicati contratti, fecero la stessa donazione al podest?di Spoleto
Beatricis Fantebonus centris, Angelus marci d? Roche, Jacobus bonavolie, Raynerius marini raynerij, et Galganus phyvectorij et Bartholus d? Manentis de castrolitaldi lombardi,
i quali oltre il castello e il poggio in generale donarono al comune
domum vel domos, casalenum sive casalena sua
, esistenti in quel luogo. Il giorno 20 con due atti separati
Vivieni varcannanti, Transaricus magalocti e Rodulphus mathei
donairono similmente
totam partem eorum de Castrolitaldi et podio ipsius castri etc
299
de bonis eorum presentium et futurorum et possessionem ei dedit et ab eo precario retinuit etc. (1).
(1)Segue dopo ci?:
Rogitum seu protocollum predictorum instrumentorum scripsit. Symon mathei notarius, sed morte preventus antequam inde extraheret instrumenta , idcirco ego Angelus Parentij notarius
ex delegatione et conmixione mihi facta per potestatem et consilium generalem et spetiatefn
cois Spoletioleti ipsa
instrumenta de dictis rogis seu protocollis extraxi et in publicam formam reduxi.
Elenco dei Lombardi de Castroritaldi
elencati, come annotazione relativa al manoscritto n? 96 de l? ?Inventario? , dell?Archivio antico del Comune di Spoleto, datato 19 Giugno 1254, e trascritto in Sansi Achille, documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre, Foligno 1879, pag. 297-299 ? come n? XLVII e titolato: ?I Lombardi signori di Castelritaldi donano a Spoleto quel castello e il poggio?. Sono 37 nominativi
Iacobus pyilippi vivieni
Marchus d.? manentis
d.?span style=”font-family: MS Shell Dlg”>s Bonacursus Sauli
I Trevani danno il mandato ad Alberico di Benvenuto di rimettere e condonare agli spoletini le offese che avevano loro recate pe? fatti di Camero e li Orzano, e a compromettere le differenze in alcuni Arbitri
1)Nella epigrafia locale e in molti documenti ?chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che ?gi?difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)
Fumi, L. Codice diplomatico della Citt?di Orvieto, Firenze, 1884
pag.
CXCVIII 1231 giugno, 21 Nel Palazzo del C. d’O
Alla presenza di Guglielmo ?Pepuli? e di Bernardo notaro. Guglielmo ?Gualterii?, Pietro Ranaldo di Trevi rilasciano quietanza di ogni loro avere a Buonconte ?Gu?onis Ruberti? Camarlingo del C. d’O. ?occasione servitii quod fecerunt comunitati, et quia vcncrunt in servitium Civilalis et Comunis W. cum equis et armis?. E le stesso dichiarano i seguenti : Gilio ?Todini?, Martino ?Johannis?, Giovanni ?Leonardi? da Trevi, Ugolino perugino, e ?Detesalve de Clarengnano?, ?Andrea e Gerardi de Coccoione?, Monlanario ?de Calglole?, Jacomo ?Plilippi de Claringnano?, alla presenza di Pietro ?Grifani?, di Giovanni e di Bernardo not. A d?20 di giugno fanno eguale quietanza Tommaso, Rinaldo, Simon Troscio e Buonafidanza da Gualdo presenti Giovanni notaro e Buonconle ?Mathei?; e alla presenza di Pietro e ?Cristofani? a e di Bonifacio ?Dominici? fanno quietanza Gregorio, Rinalda e Ranieri da Bcvagna. A d?22 giugno poi Ottaviano ?Crescentii?, Corvulo e Narduecio, Bernardo ?Simonis? di Amelia e Porchiano, tutti per s?e per gli altri
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di Amelia ?qui venerunt in servitium Comunis W.? si dichiarano soddisfatti, eccello il signor Bernardo per il cavallo suo ?qui habuit calcem euiusdam alterius equi?. F. nel palazzo del C. d’O ?sollepniter?. Buonconte not.
1)Nella epigrafia locale e in molti documenti ?chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che ?gi?difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie. Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)