Categoria: Storia

  • Festeggiamenti Fantosati 2011

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  • S.Antonino Fantosati – Iconografia 2

    Sant’Antonino Fantosati Iconografia – 2

    Tele e disegni con l’effige del Martire.

    Trevi, chiesa di S. Martino, Fantosati et alii

    I Santi Martiri Francescani dell’Hu-nan,
    Antonino Fantosati, Cesidio Giacomantonio e Giuseppe Maria Gambaro.
    Tela di G. Lomuscio (2000)
    Trevi, Convento di S. Martino

    Trevi, chiesa di S. Martino, cappella Fantosati

    Memorie in Trevi Ritorna alla Ritorna alla pagina indice FANTOSATI

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  • S.Antonino Fantosati – Memorie

    Sant’Antonino Fantosati Le Memorie

    A nord dell’abitato di Trevi, in vocabolo

    S. Pietro a Pettine

    , a 200 metri dall’omonima chiesa,si può ancora individuare, allo stato di rudere, la casa ove nel 1842 nacque Antonio Fantosati.

    A suo tempo si voleva restaurare (vedi: Bonaca,

    Le memorie francescane di Trevi

    ) ma poi non se ne fece più nulla. In occasione della beatificazione vi fu apposta una lapide.

    Seguono alcune fotografie storiche e moderne.

    Trevi, Ruderi casa natale di A. Fantosati
    Ruderi della casa ove nacque
    S. Antonino Fantosati (foto Vincenzo Giuliani ca. 1940)
    Trevi, Ruderi casa natale di A. Fantosati, part.
    Stato attuale (Agosto 2000) dei ruderi della casa ove nacque S. Antonino Fantosati
    Trevi, Ruderi casa natale di A. Fantosati (2000)

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    701

  • Famiglia Fausti

    Famiglia Fausti

    Secondo il Bartolazzi la famiglia Fausti era originaria di Montolmo nelle Marche (l’attuale Corridonia).
    Alcuni suoi membri si stabilirono quindi in Umbria e precisamente a Poreta. Qui ebbe possedimenti a Poreta, Eggi, e S.Giacomo. La Famiglia ha il “Patriziato di Trevi”. Nei primi decenni del 1800 si trasferì quindi a Roma.
    Furono suoi componenti:
    a) Fausto n. Poreta 1690 circa;
    b) Ludovico, di Fausto – Poreta 1721 – 28.3.1801 (ivi sepolto nella Chiesa parrocchiale) – sposa 4.5.1760 Maddalena Catalucci di Poreta;
    c) Salvatore, di Ludovico, n. a Poreta 12.7.1769, sposa il 4.9.1796 Cecilia Benedetti di Poreta;
    d) Ludovico, di Salvatore, n. a Poreta 30.8.1805, sposa il 16.11.1829 Dionisia Sorchi dei Conti Sorchi di Spoleto; – Spedizioniere Apostolico, Gentiluomo e Segretario del Cardinal Giacomo Antonelli (Segretario di Stato di Papa Pio IX); – abitante a Roma Via Fontanella Borghese n. 46, – vittima protagonista nella vicenda relativa al processo Venanzi-Fausti*

    Stemma della famiglia Fausti

    (Stemmi delle famiglie patrizie,

    1787 – Trevi, Archivio Comunale)

    (foto 1996)

    .1

    Figli di Ludovico:

    • Berenice, di Ludovico, n. Roma 18.4.1834, sposa il 20.5.1861 Pasquale Ojetti;

    • Tancredi, di Ludovico, n. Roma 8.1.1831 m. 1895, Monsignore e Priore dell’Abbazia S.Paolo in Albano Laziale. Dal 1889 Arcivescovo onorario di Seleucia Pieria (Siria). Uditore di Sua Santità Papa Leone XIII **

    • Guido, di Ludovico, Agente d’affari ecclesiastico – Ministro in Bolivia presso S. Sede;

    • Giulia, di Ludovico

    • Telesforo, di Ludovico

    • Nazzareno, di Ludovico

    ____________

    *Mauro Mellini, Eminenza la pentita ha parlato“; Raffaele De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, Diario Roncalli; Oscar Pio, Luce sul Vaticano. **Angelo De Gubernatis, Piccolo dizionario dei contemporanei italiani, Roma 1895, pag. 373(Notizie gentilmente fornite da Marco Ojetti di Ascoli Piceno)

    Leonardo Camillo Ludovico Fausti e suoi eredi furono ascritti al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre al Fausti, altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (

    Zenobi,

    Storia di Trevi 1746 -1946

    , pagg. 174 e seg.

    )

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Y01-104

    Note

    1

    – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19

    ), Perugia, 2005, p. 339

  • Francesco Francesconi -Il personaggio

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Il personaggio

    da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-264

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
    Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori materiali e gli accenti secondo la grafia moderna.

    Il testo in colore è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione

    .<253>

    Modestissimo in tutte le sue manifestazioni riuscì a fare in modo da essere tanto poco conosciuto. Eppure fu uno di quei tanti fili della trama politica e culturale del suo tempo, come l’estensore della lapide, posta nel palazzo comunale, mirabilmente sintetizza: «Al cittadino benemerito — prof. cav. Francesco Francesconi — che amor di patria e la scienza unirono ì per la propaganda del nuovo pensiero filosofico — e per la riscossa del 48 – a Rosmini Gioberti Tomasseo e d Mamiani — Trevi tre anni dopo la sua morte».

    Seguiamo il Francesconi in quel groviglio di idee, di tentativi, di azioni, di incontri, di scontri di uomini per tanti versi entrati nella storia d’Italia in quel ribollente periodo che immediatamente precedette e seguì il 1848. Ciò faremo riportando larghi squarci delle memorie biografiche (per lo più sconosciute) stilate subito dopo la morte del Francesconi dal prof. mons. Giuseppe Agostini che l’ebbe padrino di battesimo, che ben lo conobbe, che ne fu intimo amico, e che ebbe comoda la consultazione dei documenti dai quali la interessante narrazione è tratta, Nacque il Francesconi nel marzo 1823 in Casco dell’Acqua di Trevi. A nove anni entrò nel Collegio Lucarini in quel tempo retto dal dott. Fausto Bonacci di Recanati. Ivi studiò grammatica, umanità, retorica ed eloquenza. Andò poi a compiere gli studi a Perugia, dove lo chiamava e lo faceva prefetto nel Collegio della Sapienza lo stesso dott. Bonacci che, trasferitosi da Trevi, ne teneva la direzione. E là il Francesconi studiava contemporaneamente le scienze filosofiche e le lingue antiche e moderne: il greco, il tedesco, l’inglese e il francese, lingua questa che parlava con tutta proprietà e disinvoltura. A 23 anni era laureato, a pieni voti, in filosofia e matematica, in diritto civile e canonico, in teolo

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    gia e sacra scrittura, e incominciava gli studi archeologici, nei quali poi riuscì peritissimo. Nel 1847 veniva nominato professore di filosofia a Perugia nella Sapienza, a Spoleto nel Seminario, a Spello nel Convitto Rosi.

    «Incominciamo a seguire il Francesconi nei movimenti del ’48, quando una febbre di patriottismo e d’innovazioni pervadeva e teneva in fermento tutta l’Italia. Noi (è il prof. Agostini che scrive) ci tratterremo a dettagliare certe notizie particolari del nostro amico, ma che entrano nel gran movimento politico di quei tempi, perché sono sconosciute a tutti, e con lunghe e minuziose ricerche si son potute raccogliere su frammenti di memorie e di lettere lasciate dal Francesconi, e tenute, con modestia senza esempio, nascoste finché visse, anche ai parenti, Premettiamo intanto che il nome suo andrà sempre unito a quello del Rosmini.

    Fra i grandi progetti di riforme, Roma e il Piemonte invocavano l’opera intelligente, sinceramente patriottica dell’abate Rosmini. Il cardinal Soglia e il Castracane lo pregavano con insistenza di recarsi a Roma, dove, col suo consiglio, avrebbe potuto giovare non poco all’indirizzo del governo nelle critiche circostanze politiche e religiose in cui si trovava il Pontefice (Lettere di C. Galiardi 19 aprile-22 maggio e 19 luglio 1848 all’abate Rosmini). E siccome egli, per ben due volte, rispose che non sarebbe andato finché non ne avesse avuto invito formale dal S. Padre, mentre a Stresa, dove si trovava, sentiva di poter svolgere la sua opera a far del bene (lettera da Milano 30 aprile 1948), lo stesso Castracane lo consultava sul suo parere riguardo alla promulgazione di uno statuto civile. E fu allora che stampò a Milano il suo progetto di costituzione, che, come si sa, arrivò troppo tardi. Intanto il Francesconi faceva stampare a Perugia, dal Bartelli, le «Cinque piaghe della Chiesa» del Rosmini, e vi aggiungeva le due famose lettere «Sulle elezioni vescovili», che questi stesso gli aveva mandato, Il libro delle “Cinque piaghe”, come è noto, fu condannato dalla Chiesa con decreto del 30 maggio 1849 e il Rosmini lo ritrattò; ciò però non vuol dire che esso non conoscesse benissimo che per certo l’opera sua non avrebbe incontrata l’approvazione di Roma. Il difficile era dunque di farlo recapitare a Pio IX. Fra il nuovo pontefice e il Rosmini passavano relazioni molto benevole, né il Rosmini era certo quello che avesse voluto affrontare direttamente la riprovazione. D’altra parte voleva che il libro fosse letto diffusamente, ritenendo opportuno per i tempi che corre-
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    vano e per le idee che propagava. Checché ne sarebbe poi avvenuto, poco gli dava a pensare: per ora era necessario guadagnar tempo per fargli largo e diffonderlo. Tutto era lì, che il Papa non ne prendesse sospetto e il libro passasse, in tanto tramestio di affari, come una novità qualunque e null’altro. Il Rosmini in un tratto delle “Cinque piaghe” faceva allusione alle nuove e felici speranze che il nuovo Pontefice faceva nascere negli italiani: allusione che forse nell’intenzione del l’autore gli avrebbe cattivato l’animo del Mastai, e che avrebbe in qualche modo giustificato il suo ardimento, con farlo parere almeno di buona fede. Era dunque assolutamente necessario trovar persona che avesse con abilità diplomatica, presentato il libro a Pio IX. Notiamo intanto che il Galiardi si trovava come procuratore generale del Rosmini a Roma, ed era in tanta intimità con la corte pontificia, che per il suo mezzo venivano trasmessi a Stresa le approvazioni, i desideri, i voleri del S, Padre e dei cardinali. Nessuno perciò meglio di lui avrebbe potuto assumere il delicato incarico. Eppure toccò al Francesconi di togliere d’imbarazzo il Rosmini. Egli intimo della corte seppe abilmente cogliere il momento opportuno, e un giorno che si trovava a conversare con Pio IX insieme con mons. Stella, passò quasi furtivamente il libro “Delle Cinque Piaghe” nelle mani di monsignore, ma con un sotterfugio così poco celato, che Pio IX se ne avvide e disse, come era da aspettarsi: «Che libro abbiamo», e il Francesconi, che non desiderava di meglio, rispose: «E un’opera nuova del Rosmini, molto opportuna, io credo, per i tempi nostri». E il Papa, toltolo di mano a monsignore: «Va bene, disse, voglio leggerlo prima io», e si ritirò nel suo gabinetto, Quando poi il Galiardi dopo qualche giorno si presentò al Papa per offrirgli il libro a nome del Rosmini, scusandosi del ritardo che gli aveva cagionato il legatore: «Ma state tranquillo, rispose Pio IX, l’abbiamo già letto».

    E sempre a proposito delle “Cinque Piaghe” non va dimenticata un’altra circostanza che rivela quanto stesse a cuore al Francesconi di conciliare al Rosmini le simpatie degli uomini dotti, allora più in voga in Italia, per il trionfo del suo programma politico, che era ugualmente il programma del Francesconi. Egli sapeva che il Gioberti e il Mamiani, divenuti necessari per quei momenti, erano avversari cordiali dell’abate Rosmini non già solo a motivo delle diversità dei principi filosofici che professavano, ma perché ormai nessuno contrastava più al Rosmini il primato in filosofia, Per raccogliere

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    le forze ad uno stesso scopo bisognava pacificare quegli animi e ridurli se non amici sinceri, almeno toglier via di mezzo l’antipatia personale. Il Francesconi, più che amico, intimo del Tommaseo, si adoperò insieme con lui a conciliare tra loro i tre grandi uomini, che erano allora la vita dell’Italia, lasciando sempre libero il campo alle libere disquisizioni scientifiche. Il buon Tomasseo, nella prima parte dei suoi «Studi critici» dopo aver rilevato gli accordi e i disaccordi dei due sistemi del Gioberti e del Rosmini, conclude così: «Amo il Rosmini come il raggio di luce più che umana che illuminò la mia giovinezza, ma ed il Gioberti amo, e rammento i colloqui dell’esilio e gli esempi della sua schietta virtù. Rammenti anch’egli quelle ore, che forse ne attingerà qualche senso d’indulgenza e di pace. Che se le ire e i dispregi gli abbondano, in me li volga; ma rispetti il nome, che egli chiamò venerabile, cui certamente, se conoscesse, amerebbe. S’amino entrambi e perdonino da uomo tanto minore di virtù e di dottrina l’audace consiglio. S’amino e con forze riunite concorrano ad ampliare il retaggio della generazione avvenire. Io non sono degno di impetrare da tali anime un sacrificio, ma dalla generosità loro innata lo spero. E se l’ottengo, avrò spesa non vanamente la mia vita» (Pag. 214, Venezia 1843). E come il Tomasseo con la sua dolce parola si provava a riconciliare Gioberti con Rosmini, il Francesconi si adoperò di riconcigliargli il Mamiani. […] Il Francesconi tentò di affrontare l’ardente filosofo per intendersi con lui, per discutere e ridurlo avversario almeno più coscenzioso. Gli si presentò col pretesto di offrirgli «Le cinque piaghe» a nome dell’autore. Il mezzo termine non poteva essere meglio trovato. Era il combattuto Rosmini che in quei momenti di ebrezza politica mandava in regalo da un cavaliere così compito e così abile ad accattivarsi l’animo altrui, come Francesconi, un libro palpitante di attualità, a Terenzio Mamiani, all’avversario suo, in senso di stima e di affetto. Le prime parole del Mamiani al Francesconi furono queste: «Oh, che il Rosmini si ricorda di me? Ma me lo ringrazi, io leggerò il libro con piacere, come leggo tutte le opere del grande filosofo». Il colpo era riuscito, e il Francescani poté riportare al Rosmini la lieta novella che Terenzio lo stimava ed amava! […] E ciò basti per intendere quali relazioni passavano tra il Francescani e il Rosmini, e quali intelligenze politiche.

    Quando si incominciò a discutere il progetto della confederazione italiana tra Roma, Firenze e Torino, dalla corte di Piemonte si

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    opponevano difficoltà sul luogo da scegliersi come sede della negoziazione. Prevalse l’idea di Roma per deferenza al Pontefice, e Rosmini fu scelto dal ministero di Torino a rappresentare gl’interessi della corte sabauda presso la S. Sede. […] Il Rosmini giungeva a Roma il 15 agosto, e il 17 ebbe udienza dal S. Padre, a cui presentò le lettere autografe di Carlo Alberto. Il Francesconi, conosciuta la missione del Rosmini, caldissimo fautore anche lui della confederazione, gli volle essere compagno, e cooperò con tutta la sua ardente attività perché trionfasse l’idea di questa soluzione pacifica, che avrebbe risparmiato tante lagrime e tanto sangue! E fu appunto allora che strinse vincoli di più intima amicizia col padre Gavazzi, il quale con una eloquenza spesso piazzaiola e con mimica teatrale eccitava allora gli entusiasmi per quel Pio IX che poco dopo avrebbe maledetto. Ed è curioso il caso che incontrò il Francesconi quando, riportando in convento gli abiti del Gavazzi che si era sfratato per vestire la camicia rossa di Garibaldi, passò pericolo d’essere bastonato dal laico portinaio credutosi offeso, come d’un insulto, dall’atto e dalle parole ingenue e quasi festose del Francesconi che gli disse semplicemente: «Ecco che cosa vi riporto del padre Gavazzi». E mentre il Rosmini apriva nel palazzo Albani le sue conferenze (26 agosto 1848) sulla confederazione, il Francesconi ne propagava le idee con lo scritto e con la parola […].

    Un altro illustre italiano Massimo d’Azeglio, propugnava valorosamente la causa della confederazione […] E il D’Azeglio trovava nel Francesconi l’amico fedele che gli faceva la propaganda con abilità sicura e rapida non solo nelle città dell’Umbria, ma per lo stato pontificio, giovandosi dell’opera discreta e intelligente di provati amici. Ed è osservazione degna di nota che né il Tomasseo, né il D’Azeglio, né il Francesconi, patrioti sinceri, intelligenti, attivissimi vollero mai appartenere a società segrete. […]

    Ora da Roma trasportiamoci a Venezia: là il sentimento comune era la rivendicazione della libertà, Reggevano le cose pubbliche Daniele Manin e Nicolò Tomasseo, il quale ultimo preferiva all’unione col Piemonte una repubblica indipendente […] Il Francesconi, intimo del Tomasseo, lo informava di tutto quanto accadeva a Roma, e questi lo confortava ad aiutarlo per la causa di Venezia con la penna e col denaro […] Il Francesconi intanto riceveva lettere private del Tomasseo, con le quali, come abbiamo accennato, lo pregava, lo scongiurava di scrivere e di raccogliere denaro per la causa di Ve

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    nezia. E fu in questa circostanza che il Francesconi, col pericolo di essere arrestato e fucilato, andò fin là a portare non lievi soccorsi al pietoso amico. […]

    Intanto l’attività del Francesconi pareva instancabile, quasi febbrile: né si sa concepire come nel tempo stesso che dettava lezioni difficili e nuove dalla cattedra, organizzava nell’Umbria e altrove la scuola rosminiana, potesse seguire ed essere gran parte di tutti i movimenti politici che tenevano in fermento l’Italia. E così, ora come filosofo rappresentante di una scuola allora molto in voga, ora come politico, scriveva sui giornali più diffusi: nel Labaro, nel Nazionale, nel Costituzionale, nell’Imparziale di Faenza, nell’Osservatore Dorico di Ancona, nello Statuto di Firenze, nell’Utile dulci d’Imola, dove la censura gli sequestrò per due volte due studi, forse d’intonazione troppo politica, su Gioberti e Rosmini.

    E per seguir gli avvenimenti di quei torbidi giorni, essendo ormai fallita la speranza di una confederazione nazionale, e crescendo in Roma i pericoli per il Pontefice, Pio IX fuggì a Gaeta. Il Rosmini lo seguì […]. Il Francesconi era al giorno di tutto, non solo per le relazioni col Rosmini, quanto anche per le molte e preziose conoscenze che aveva in Roma, trovandosi di essere il confidente e l’intimo segretario del cardinale Antonelli. Questo breve periodo della vita del Francesconi ci rimane assai oscuro, ma da qualche sua espressione che involontariamente e assai di rado gli usciva dei fatti suoi, quasi come preso alla sprovvista, si può dedurre che già gli fossero noti gli intrighi dell’Antonelli, e, spirito indipendente e onestamente dignitoso quale egli era, non si peritò di manifestare al cardinale il suo disgusto. E questi alla sua volta allontanò da sé il censore importuno. Ecco quale attestato gli spediva a Perugia il Fausti nel 1849 dopo la sua partenza da Roma: «Io sottoscritto faccio testimonianza per la verità che il sig. Francesco Francesconi fu chiamato dall’Eminentissimo Antonelli per suo uditore e segretario nell’epoca che S. E. fu nominato presidente della Consulta di Stato e che lo servì nella qualifica suddetta per tutto il tempo che durò la Consulta stessa. Chiamato poi il prelodato cardinale alla Segreteria di Stato, cessò lo scopo per il quale aveva presso di sé il Francesconi e dové per conseguenza ringraziarlo […]. F/to Fausti. […]

    Intanto non si era ancora potuto sapere quale risoluzione avrebbe presa il papa: se raffidarsi alla devozione de’ suoi sudditi o alla forza delle armi straniere. Fu allora che il Francesconi scrisse a Pio

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    IX una lettera caldissima di affetto e di sentimento pietoso per gl’italiani, in cui lo pregava a tornare alla sua Roma, dove, accomodate le vertenze, sarebbe accolto con gioia, se non voleva veder l’Europa levarsi in armi e spargere sangue innocente. Gli fa poi una esposizione diffusa dello stato e delle condizioni politiche d’Europa. Questa lettera fu presentata al Papa dall’abate Rosmini, che sosteneva col Francesconi la stessa tesi contro il cardinal Antonelli, cioè il ritorno del Papa a Roma. Che ne dicesse Pio IX noi non sappiamo […] Ci dispiace di non aver potuto trovare una copia esatta di questa lettera, che abbiamo semplicemente desunta (É sempre il prof. Agostini che scrive) da un breve cenno che il Francesconi ne fa in un’autodifesa da lui sostenuta innanzi al cardinal Pecci, allora vescovo di Perugia, ora Leone XIII (queste note furono appunto scritte vivente Leone XIII) e a mons. D’Andrea (Commissario Pontificio) per essere stato deposto, come vedremo poi, dalla cattedra della Sapienza.

    Il Francesconi fu di carattere indipendente anche in fatto di politica; i suoi principi professò sempre con la coscienza della convinzione senza riguardi, senza paure, senza servilità, senza secondi fini. Per lui avere la convinzione di un ideale era lo stesso che mettersi nell’impegno di attuarlo con zelo e attività instancabili; era quindi naturale che non gli dovessero mancare dei fastidi specialmente da parte delle autorità, a cui non potevano restare occulti il pensiero, le relazioni, gl’impegni del Francesconi.

    Fin dall’agosto 1847 l’arcivescovo di Spoleto mons. Sabbioni, come suo legittimo superiore, lo chiamava alla cattedra di filosofia della Sapienza di Perugia e lo nominava professore nel suo seminario. Il Francesconi, che vestiva ancora da chierico e non aveva assolutamente deposto il pensiero di essere ordinato sacerdote, sebbene a malincuore obbedì alla chiamata del suo ordinario, tanto più che lo invitavano anche le insistenze del rettore Guizzi suo ammiratore e le preghiere dello Speranza suo carissimo amico. Intanto, nell’ottobre, anche il Municipio di Spoleto lo nominava professore di filosofia nel pubblico liceo; ma il Sabbioni non volle sanzionare quella nomina, diceva, per sue particolari ragioni. Il rifiuto offese il Francesconi, che partì da Spoleto svestendo l’abito; e il popolo commosso e indignato per il fatto si ammutinò e fece una violenta e indecentissima dimostrazione fischiando e urlando sotto il palazzo dell’episcopio, frantumando a furia di sassi i vetri delle finestre, non senza

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    minacciare nuovi e più gravi disordini. La notizia di questa sommossa fece il giro di parecchi giornali, che chiamarono il Francesconi responsabile del tumulto. Vedi Il Labaro, La Gazzetta di Modena, La Speranza e specialmente Il Costituzionale. Egli a Perugia apprese dagli scritti di quei giornali la selvaggia dimostrazione di quel popolo, che certamente non poté approvare: ma non dissimulò la sua indignazione per quella acerba e forse ingiusta censura. Allora per mezzo del Gavazzi fece presentare una vivace protesta al Ministro della Pubblica Istruzione, a Roma; così come fece ritrattare dal giornale romano Il Costituzionale le sue parole offensive per avere, senza cognizione di causa, gettato il discredito sulla sua onestà,chiamandolo responsabile di quanto era avvenuto a Spoleto. Da quanto abbiamo narrato si deducono due conseguenze, che dimostrano ugualmente l’importanza politica del Francesconi conosciuta anche a Spoleto: aver dato cioè occasione a un tumulto popolare per la sua partenza, dopo pochi mesi di sua permanenza colà, e il sospetto in cui era tenuto dalle autorità locali, che in lui dovevano vedere un reazionario temibile.

    Ma prove ben più dolorose, oltre le disillusioni politiche che lo rattristarono assai, gli erano riservate. E qui dobbiamo dire due parole sul Collegio della Sapienza, dove si svolsero i fatti che verremo poi raccontando. Queste parole trascriviamo da una necrologia stampata parecchi anni dopo dallo stesso Francesconi nelle «Lettere di Famiglia» l’aprile 1872 […]: «Per corrispondere alle idee progressive e liberali che si andavano svolgendo, il Bonacci(1) propose, e la superiorità accettò, l’aumento di una cattedra per gli ultimi due anni di corso, che fu la filosofia della storia. Già negli anni precedenti, i giovani di più estesa capacità, avevano avute lezioni sul pro‑

    (1) Nota apposta dal prof. Agostini – D. Fausto Bonacci, allora rettore della Sapienza di Perugia, era stato nominato nel 1830, per via di concorso, rettore del collegio convitto Lucarini di Trevi, dove si trattenne per parecchi anni, finché contrariato per le solite meschine antipatie e gelosie personali, rinunziò dignitosamente la direzione del collegio di Trevi, e fu con grande aspettazione di Perugia, nominato rettore della Sapienza. Si deve all’opera del Bonacci se il collegio poté essere trasportato dai locali del palazzo Lucarini all’ex convento di S. Francesco, non ostante le opposizioni di mons. Mastai, allora arcivescovo di Spoleto, che di quel convento e della chiesa meditava di fare la nuova collegiata e le canoniche. E il trasloco di mons. Mastai da Spoleto a Imola, si dové all’influenza del Bonacci, per mezzo del cardinal protettore.

    gresso e sulle leggi che lo governano; ma nel 1847-48 fu stabilita apposita cattedra, che, in più vasta orbita di cognizioni, mostrasse i fatti umani più disparati, connessi e tendenti all’attuazione della universale perfezione. Fu questa la prima cattedra di filosofia della storia impiantata in Italia. Così tutto fu armonizzato con l’entusiasmo, che era universale in quel tempo, e ciascuno si augurava il più lieto avvenire. Se non che le concepite speranze presto si dileguarono, e alle sperate prosperità successero realtà mai pensate. Dopo la sciagura di Novara, l’invasione tedesca in Perugia distrusse quanto aveva l’impronta di liberalismo ogni istituzione, e il collegio della Sapienza fu una delle prime vittime destinate all’olocausto. Tre dei suoi insegnanti destituiti dal Consiglio di censura: i professori di fisica, di filosofia della storia, e di filosofia razionale. Tra i professori destituiti si trovava anche il Francesconi. Da qualche suo scritto abbiamo potuto raccogliere che tre specialmente furono i capi d’accusa che ne motivarono la destituzione: 1° l’aver commentato a scuola il famoso discorso del P. Ventura sui martiri di Vienne; 2° l’aver fatto parte, esserne stato anzi l’anima per qualche tempo, del circolo popolare di Perugia; 3° l’aver proposta la demolizione della fortezza edificata da Paolo IV. Il discorso sui martiri di Vienne fu recitato dal Ventura il 27 novembre 1848 a S. Andrea della Valle, e, quando vide la luce con una introduzione e una protesta dell’autore, levò gran rumore per senso opportunamente patriottico e forse perché conteneva principi non consoni all’insegnamento cattolico. Con decreto 30 maggio 1849 venne condannato dalla Chiesa e l’autore riprovò l’opera sua. Non fa dunque meraviglia che il Francesconi, credente, potesse averlo commentato prima che l’autorità competente avesse pubblicata ufficialmente la sua condanna.

    Innanzi a mons. D’Andrea e al vescovo Pecci il Francesconi giustificò non già la sua associazione al circolo, ma lo spirito stesso della associazione. […] Noi, dice il Francesconi, ci trovammo senza governo: era dunque necessario che uomini seri e amanti dell’ordine, raccogliessero le loro forze per impedire le conseguenze che avrebbe potuto portare questo stato di cose così anormali. Le nostre adunanze erano pubbliche, e questo vuol dire che non si cospirava; il nostro fine era l’educazione del popolo alla libertà, e io col Rognotti e col Rossi rappresentavamo la commissione che doveva studiare il sistema della istruzione popolare. Quando minacciava la guerra civile, il circolo, come un governo provvisorio, temperò le ire, orga‑

    nizzò un governo di disciplina civile. É principio di diritto naturale che una città deve prima provvedere all’ordine pubblico, e poi occuparsi della questione del principe. Questo noi abbiamo fatto, perché prima della costituente, si tenne adunanza per deliberare se si dovesse raccomandare ai deputati un voto speciale del circolo, e si risolvé per la negativa, considerando che la repubblica era passo troppo ardito ed era da saggi di vedere le cose a Roma con maggiore lume e pacatezza. La nostra colpa sarebbe dunque di aver mantenuto ordinatamente gli uomini in società, quando il governo era cessato e rotto il vincolo sociale. Governo non c’era, e lo provo. Il Papa era partito, il ministero era diffidato, la commissione di governo da lui nominata era nulla di diritto; mai fu promulgata la legge onde la investiva d’autorità; mai assunse l’incarico perché non combinò col Papa […]». Riguardo al terzo capo d’accusa, pare che la proposta della demolizione di quella fortezza, che porta scritta la famosa frase: Ad repellendam perusiniorum audaciam, sebbene mossa dal circolo, fosse stata un tempo approvata da Roma.[…] Ma dopo i fatti del 49, abbandonò la politica e si diede con tutta l’anima agli studi speculativi». Sin qui la narrazione dell’Agostini, la quale, offre un interessante quadro dell’epoca con tutte le sue luci e tutte le sue ombre, epoca vissuta intensamente anche dai nostri concittadini.

    Tralasciamo quanto attiene ancora alla solerte vita del Francesconi come filosofo, come scrittore, come studioso di argomenti vari in Perugia, città che largamente si avvalse della di lui opera e consiglio. Di questo periodo ricorderemo solo che quando l’abate Stoppani salì il nostro Appennino per le sue ricerche geologiche, il Francesconi gli fu compagno di viaggio e di studi.

    Poco prima del 1870 il Francesconi lasciò definitivamente Perugia e se ne tornò alla sua Trevi, mai dimenticata, largamente beneficandola del suo consiglio e del suo lavoro, come più sopra abbiamo detto. Consunto da non breve malattia morì l’11 marzo 1892.

    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito.Foligno, Tip. S. Carlo, 1892
    Lettere di Alinda Bonacci BrunamontiAngela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconiin Rassegna Nazionale- Ott.-Nov. 1936

    Ritorna alla Ritorna alla pagina FrancescoFrancesconi

    112

    Note 1)Zenobi, Carlo, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-253

  • Francesco Francesconi

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Tra i più illustri personaggi dell’800 a Trevi.
    Sebbene il suo nome figuri in una delle lapidi superstiti sulla facciata del palazzo comunale, è praticamente sconosciuto alla maggior parte dei suoi concittadini.
    Docente di Filosofia della Storia nell’Università di Perugia, fu in stretta corrispondenza con i più noti pensatori e politici del suo tempo e partecipò attivamente alle vicende politiche.

    Frequentatore di corte, ebbe numerose relazioni con papa Pio IX.

    Dalla commemorazione tenuta dal sindaco nel Consiglio Comunale del 27 marzo 1892:

    Signori consiglieri, La nostra città è stata contristata con la perdita del nostro egregio concittadino prof. cav. Francesco Francesconi, che per oltre otto lustri fece sempre parte di questo nobile consesso. L’opera sua fu instancabile e benefica per il bene di questa azienda comunale. Qualunque elogio gli si potesse fare sarebbe di certo inferiore alle sue nobili virtù. In lui vivevano tre sentimenti nobilissimi: amore per il povero, amore per questa nostra città e generoso verso i suoi avversari. Fuvvi un tempo in cui la sua sfera d’azione non era circoscritta a questo solo comune. Egli ebbe relazioni con personaggi di gran vaglia di tutte le parti d’Italia; tenne uffici pubblici sì governativi che provinciali, e compì opere di non tenue importanza, specie in Perugia, ove ebbe dimora e lieta accoglienza per oltre vent’anni. Francesco Francesconi è una illustrazione di questa nostra patria, che, a ragione, sentì tutto il dolore della irreparabile perdita

    Noi aggiungiamo a questa commossa commemorazione che il Francesconi fu anche uno scienziato, un filosofo ed uomo politico di valore, e, per quanto riguarda il nostro paese, oltre che consigliere comunale e membro della giunta, fu presidente della Congregazione di Carità. Favorì l’incremento delle scuole, riordinò il civico ospedale chiamandovi le suore della S. Famiglia di don Pietro Bonilli. Modestissimo in tutte le sue manifestazioni riuscì a fare in modo da essere tanto poco conosciuto. Eppure fu uno di quei tanti fili della trama politica e culturale del suo tempo.1

    Ulteriori notizie da Storia di Trevi 1746-1746, di C. Zenobi

    Il Personaggioda: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264)Foligno, 1987
    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito.Foligno, Tip. S. Carlo, 1892
    Lettere di Alinda Bonacci BrunamontiAngela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconiin Rassegna Nazionale- Ott.-Nov. 1936

    105 Ritorna alla

    Note

    1)

    Zenobi, Carlo, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-25

  • Il Giubileo del 2000

    Il Giubileo del 2000

    Sebbene ignorata dagli itinerari ufficiali, Trevi può vantare delle tradizioni tanto gloriose che hanno influito nella storia religiosa ben oltre i ristretti limiti territoriali.
    Si elencano di seguito alcune delle numerose varianti che sarebbero da proporre agli Itinerari della Santità individuati nell’Umbria Mistica in occasione del Grande Giubileo.

    Itinerario benedettino
    Santo Stefano di MancianoTra i primissimi insediamenti benedettini in Umbria
    L’abbazia di S. Pietro in BovaraCentro religioso, culturale e agricolo. Nelle proprie terre si iniziò la bonifica della valle e l’incremento dell’olivicoltura.
    S. Stefano della PiaggiaResti della Chiesa e monastero
    S. Croce in Valle dell’AquilaRuderi di una piccola abbazia montana
    Monastero delle Bendettine Cassinensi di S. LuciaFu retto da M. Luisa Prosperi di cui è in atto il processo di canonizzazione.
    Itinerario francescano
    Pietrarossa Il miracolo del lebbroso
    Crocifisso di BovaraPreghiera di S. Francesco e la visione di Frate Pacifico
    Chiesa e convento di S. FrancescoTra i maggiori monumenti di Trevi. Convento fondato dallo stesso Santo
    Convento di S.Martino
    Monastero di S. Chiara
    Chiesa e convento di S. Antonio della Piaggia
    Chiesa e convento dei CappucciniGlorioso convento, in cui soggiornò anche S. Giuseppe da Leonessa
    Ex monastero di S. Bartolomeo
    La prototipografia e la Prima stampa FrancescanaLa storia del perdono di Assisi, stampata a Trevi nel 1470

    Itinerario Mariano

    Pietrarossa

    Le Lacrime

    S. Arcangelo

    Itinerario della Santità femminile

    Serva di Dio Donna M. Luisa Prosperi

    nel Monastero Benedettino di S. Lucia

    Martiri e santi della chiesa locale
    S. EmilianoPrimo vescovo, martire e protettore
    S. CostanzoVescovo martire di antica venerazione
    Beato Ventura Eremita di Pissignano – sepolto in S. Francesco
    Sant’ Antonino FantosatiVescovo missionario francescano e martire in Cina nel 1900
    Beato Placido RiccardiAbate benedettino di Farfa
    Beato Pietro BonilliParroco, fondatore delle Suore della Sacra Famiglia.
    Dopo il sisma del 1997, resasi inagibile la chiesa di S. Filippo in Spoleto, il venerato corpo fu traslato nella parrocchiale di Cannaiola, Chiesa Giubilare

    Z99

  • Gregorio XIII

    Gregorio XIII Ugo Boncompagni di Bologna 1572 -1585

    La “perinsigne Collegiata di S. Emiliano” si è sempre vantata di aver avuto tra i suoi canonici Ugo Boncompagni, poi eletto al soglio di Pietro con il nome di Gregorio XIII.

    Nato a Bologna nel 1502, addottoratosi nel 1530 all’Università di Bologna, fu docente in quello “studio” dal 1531 al 1539. Ordinato successivamente sacerdote, si recò a Roma dove ebbe importanti incarichi sotto il papato di Paolo III e Paolo IV.

    Vescovo di Vieste e poi Cardinale nel 1565, fu eletto Papa in un breve conclave nel 1572. Fu molto attivo nelle relazioni diplomatiche nel vano tentativo di recupero dei Protestanti e promosse vari organismi per la difesa e diffusione della Fede. Fece costruire imponenti palazzi (Collegio Romano, Osservatorio e il Quirinale, terminato dopo la sua morte). Ma il suo pontificato è ricordato dalla storia universale per la riforma del calendario oggi in uso, detto appunto “gregoriano” (1582).

    Con un “breve” soppresse le processioni notturne delle donne di Trevi, che secondo un’antica consuetudine si recavano a Pietrarossa la notte di S. Giovanni ( 23-24 giugno) e di S. Bartolomeo (23-24 agosto).

    Trevi, Villa Faustana, Stemma di Gregorio XIII

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI 05X-078

    Note

    Il Natalucci (

    Historia… di Trevi

    ) le colloca nella notte di S. Giovanni e di S. Ambrogio (7 dicembre), improbabile per l’inclemenza della stagione.

  • Chiesa delle Lacrime – Cappella di S. Ubaldo -foto 1

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Cappella di S. Ubaldo – foto 1

    Trevi, Italy, Chiesa delle Lacrime, Cappella di S. Ubaldo.

    Trevi, Chiesa della Lacrime, Cappella di S. Ubaldo, decorazione degli Angelucci da Mevale

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  • La chiesa delle Lagrime (11), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    2 TREVI ALLA FINE DEL QUATTROCENTO

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 11 a 19)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione

    <11>

    Scrivere la storia del grandioso santuario della Madonna delle Lagrime, non è solo illustrare un episodio dello sviluppo delle arti nella nostra regione, ma è anche rievocare le condizioni politiche, sociali e religiose di quei tempi, per noi ora quasi incomprensibili.

    Siamo alla seconda metà del secolo XV, epoca di transizione, di rivolgimento in tutte le manifestazioni della vita civile; epoca nella quale — dice Lodovico Pastor — tutto era in fermento nel campo politico e sociale, come in quello artistico e religioso, preludendo così allo spuntare di un nuovo periodo della storia d’ Italia.

    E del grande rivolgimento che si maturava, anche nel modesto ambiente del nostro comune si ripercuotevano e si diffondevano le ondate rinnovatrici. Poiché anche in questo piccolo mondo tutto si orientava verso la nuova era, mentre in Italia si diffondeva l’umanesimo, nel campo letterario ed artistico: e mentre l’Umbria, sempre turbolenta, risentiva anche nei suoi angoli più remoti le convulsioni delle lotte intestine, delle rivalità tra comune e comune, tra cittadini serrati entro le stesse mura.

    * * *

    Pochi anni prima degli avvenimenti religiosi di cui parlerò gran parte della regione era in subbuglio. E Todi prima, Spoleto poi, ed infine Città di Castello dovettero subire la repressione severa del cardinale Giuliano della Rovere (poi Giulio II), che nel 1474

    <12> inviato nell’Umbria dallo zio Sisto IV, ridusse alla obbedienza della Chiesa quelle città ribelli e sediziose.

    Trevi non era direttamente coinvolta in quei fatti memorabili nella storia dell’Umbria; ma non si lasciò sfuggire l’occasione per sfogare il suo rancore contro la vicina Spoleto, che le contendeva il possesso del castello di S. Giovanni, situato sui confini dei due comuni. E fu così che i trevani, con quei di Foligno, di Bevagna, di Camerino e d’altri luoghi accorsero a frotte contro la città sottomessa e li furono tra i più accaniti saccheggiatori; senza lontanamente sospettare che, circa quarant’anni dopo, nel 1513, gli spoletini avrebbero di ciò tratta vendetta crudelissima, venendo in armi con circa diecimila uomini nel territorio di Trevi. dove le devastazioni e le stragi furono spietate e sanguinose.

    E come con Spoleto, così con Foligno per una rettifica di confini, con Montefalco per una derivazione di acqua dal pacifico Clitunno, Trevi nutriva contro le sue vicine inimicizia e dispetto; e le ostilità erano continue e reciproche. Onde si vide che, per combattere i nemici esterni, si quetavano e scomparivano quasi del tutto quelle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, che negli anni più remoti avevano funestata la nostra piccola città come tutto il resto d’Italia. Ma è da notare che a Trevi mai sorsero discordie per il parteggiare del popolo per 1′ una o per l’altra famiglia, come altrove avvenne di frequente ed a lungo. A Trevi le discordie furono tra Guelfi e Ghibellini, tra gentiluomini e popolani, non mai tra i seguaci di una o di altra casata. Poiché in Trevi nessuna famiglia cerco mai il predominio a danno dei suoi concittadini; ed ogni affermazione in contrario non è attendibile.

    Ciò nonostante, per più secoli, diedero al comune gli uomini più rispettati e più utili le famiglie dei Manenteschi, dei Natalucci, dei Petroni, dei Lucarini, dei Lelii, degli Origo, dei Lambardi, dei Valenti ed altre; le quali tutte gareggiavano nel migliorare le loro condizioni intellettuali ed economiche e nel dedicare l’opera loro al bene della patria, così frequentemente travagliata da sventure di ogni genere.

    Poiché guerre e saccheggi si alternavano con le inondazioni della poetica valle umbra, alle falde di Trevi, e le epidemie decimavano le popolazioni stremate da tanti infortuni. Onde deserte le campagne, negletta l’agricoltura, malsicura la città.

    <13> Ma con tutto ciò, in mezzo a tanto agitarsi di uomini, in mezzo a tanto scatenarsi di elementi avversi, metteva radici profonde e cresceva rigoglioso e grande il genio del Rinascimento, che da Firenze e da Roma irradiava tanta luce di civiltà sull’Italia, sull’Europa, sul mondo. Ed ecco perché anche nella piccola Trevi, come in mille altre città sorelle, si risentiva il benefico influsso delle aspirazioni ad una nuova vita d’intellettualità e di progresso, che le arti e le lettere avrebbero sollevato a nuova dignità per quanto le aberrazioni dell’umanesimo paganeggiante dovessero talora farle deviare dal retto e dignitoso sentiero.

    Di questo insinuarsi della civiltà nuova anche nei piccoli centri è indice sicuro e significativo il sorgere in Trevi di una tra le prime tipografie italiane. Fu nel 1470 che a Trevi, dopo Subiaco, Roma, Milano e Venezia, artisti tedeschi portarono, l’arte tipografica, che trovo subito incoraggiamento ed aiuto in alcuni dei migliori cittadini, che, animosi, e intelligenti diedero alla nuova impresa sussidio validissimo di collaborazione e di denaro (1).

    In pari tempo i fedeli provvedevano a migliorare ed abbellire le chiese trevane. E un Martino di Marco, da Venezia, lavorava all’ampliamento di quella del patrono, S. Emiliano, ed all’altra, francescana, di S. Martino. Ed intanto la pietà dei devoti ricopriva di affreschi dell’adorabile scuola umbra le pareti delle chiese di S. Francesco, di S. Emiliano, di S. Maria di Pietra Rossa. A questa epoca, infatti, cioè alla seconda meta del ‘400, rimonta il maggior numero delle pitture, che ancora in gran parte si conservano, specialmente in quest’ultima chiesa. Molte di esse — oltre che della fede dei committenti — sono documento parlante delle terribili epidemie che funestarono l’ Umbria — come gran parte d’Italia — per oltre due secoli, dal 1348 in poi.

    Poiché nella bella Penisola era tutto un rifiorire di lettere e di arti. Ma lo splendore delle corti, la magnificenza mondana dei principi, dei papi e dei cardinali, si alternavano per tragica ironia con l’imperversare delle pestilenze violentissime e lunghe, frequenti e distruggitrici.

    _____________________________

    (1) Cfr. T. Valenti, Per la storia dell’arte della stampa in Italia. La più antica società tipografica: Trevi Umbria 1470, in «La Bibliofilia». Anno XXVI. Luglio-Agosto 1924. Dispensa 4a-5a. Firenze. Leo S. Olschki, Pag: 105 ss.

    Vedi anche: La tipografia di Trevi e i suoi incunaboli, qui interamente riprodotto.

    <14>Appena si credeva debellata in un luogo, la peste, malamente combattuta e perciò mai vinta del tutto, tornava a divampare in altri spaventosi focolai.

    Ed è incredibile come e quanto il morbo infierisse anche nella nostra Trevi e nelle frazioni del suo comune. I priori che reggevano la cosa pubblica non sapevano come arginare tanto flagello, e non trovavano rimedio più efficace che chiudere le porte della città affinché i trevani non uscissero, i forestieri non entrassero. Ma tutta la cura degli ammorbati era affidata ad un solo medico. I morti erano in gran numero; onde spesso non c’era chi li seppellisse. La malattia colpiva anche i passanti per le vie e i cadaveri erano alla meglio sepolti; nelle chiese se era possibile: se no, dove cadevano, giacché la pestilenza dilagava sempre più a causa di tanti centri d’infezione; e fortunati erano quei cittadini che potevano sfuggire alla sorveglianza dei custodi delle porte e rifugiarsi in luogo che credevano sicuro.

    Ma, nel buio tragico di tanti elementi demolitori, ecco maggiormente rifulgere e dominare, come principio fondamentale di tutta la vita di quei tempi, il sentimento religioso. profondamente radicato e manifestato in mille modi non dubbi, in ogni stadio della vita privata e pubblica.

    Era questa la caratteristica dell’epoca di cui mi dovrà occupare; caratteristica riconosciuta da tutti gli storici e che, ereditata dal Medio Evo, si conservava vitale e sincera in tutte le classi sociali; nelle più umili in ispecie: nelle piccole città più che nelle grandi. Ed anche a Trevi ne troviamo la conferma in documenti di ogni genere: dagli Statuti comunali agli “Annali” del notaio trevano Francesco Mugnoni, dagli atti del consiglio a quelli dei notari.

    Lo statuto antichissimo del comune incomincia con una solenne invocazione a Dio creatore ed a Gesù redentore (1). Numerose rubriche

    ____

    (1) Quoniam universa ex divino moto reguntur et gubernantur et omne datum optimum et omne donum perfectum desursum est, et omnes gratie generate et generande a summo creatore exordium et principium et origo; et ideo ab ipsa divinitate faciendum est principium et origo. Et in nomine domini nostri Jesu Cristi ad singulos actus nostros progredimur ad hoc ut ipsa divinitas in singulis peragendis sit principium, medium et finis et hanc comunitatem Trevij et popularem statum ipsius terre perpetuo in bonum dirigat et conservet, ab ipsa divinitate et sanctis ipsis principium faciamus. (STATUTA VETUSTIORA del Comune di Trevi, in Archivio delle 3 chiavi. N. 70 f. 6).

    <15>stabiliscono quali sono le feste da celebrarsi da tutto il popolo, quali le offerte da presentarsi nelle solennità quali le pene per chi non osserva quelle disposizioni, mentre i bestemmiatori di Dio e dei Santi sono puniti severamente.

    I verbali dei consigli e tutti gli atti pubblici incominciano anch’essi col nome di Dio, come anche l’invocavano i consiglieri prima di prendere la parola nelle adunanze.

    A frequenti manifestazioni della fede religiosa di quei tempi dava luogo la devozione verso la Madonna, come in tutta Italia; ma in ciò l’Umbria tenne il primato, insieme alla Toscana.

    Ed il comune nostro dava ai cittadini l’esempio anche in questo.

    Fu così che fino dal 1. Maggio 1373 il Consiglio deliberava di dedicare alla Vergine le ore pomeridiane del sabato, nelle quali ognuno, sotto gravi pene pecuniarie, doveva astenersi da ogni lavoro manuale, compresi, e specialmente nominati, anche quelli per la raccolta dei prodotti della terra.

    La fede di quei credenti non era soltanto di parole e di. esteriorità ma praticamente veniva messa a prova con elargizioni a chiese e monasteri. Primo il Comune, che secondo gli statuti, o secondo le occasioni e le richieste, contribuiva per i restauri delle chiese, come quelle di S. Emiliano e di S. Francesco; per il loro abbellimento, come quando dava aiuto di denaro, perché Pier Antonio Mezastris decorasse dei suoi mirabili affreschi ha rinnovata chiesa di S. Martino. Era il comune che pagava valenti predicatori, che contribuiva alle solennità delle processioni, che faceva dipingere stendardi in tempi di pestilenza.

    Bastava che un povero chiedesse al Comune di essere «per amor di Dio» esonerato da qualche imposta, o che qualche condannato domandasse «in nome di Dio» grazia o riduzione di pena, perché subito le loro istanze venissero accolte.

    E, come il Comune, così i privati. Oltre che nelle elemosini che a chiese ed a poveri elargivano nel corso della vita, più generosi che mai si mostravano nelle loro ultime volontà In ogni testa mento il morente raccomanda la sua anima a Dio, a tutti i suoi Santi protettori; ed ognuno, secondo le sue forze, lascia qualche

    <16>somma per suffragi ed esequie. Per tranquillizzare la propria coscienza per ciò che involontariamente avesse in vita non bene guadagnato, ognuno lascia una piccola somma per i denari mal tolti o di dubbia provenienza. (Pro male ablatis et incertis).

    I più facoltosi lasciano denari perché a lucrare indulgenze per il defunto si mandi qualcuno in pellegrinaggio alle Basiliche degli Apostoli a Roma, od a quella di Loreto, od a S. Angelo Maggiore di Puglia (Santuario di S. Michele Arcangelo del Gargano) e qualche volta a S. Giacomo di Compostella, in Spagna. I più poveri dovevano contentarsi di mandare — anche più volte in un anno o per più anni di seguito — alla chiesa antichissima di S. Maria de pede Trevii (detta ora di Pietra Rossa) od a S. Maria degli Angeli. più tardi alla Madonna delle lagrime.

    Era, dunque, tutto un fiorire di pie costumanze, di devote manifestazioni di uno spirito sinceramente religioso, ma in strano contrasto con le inimicizie tra singole famiglie, con il malcostume, che, anche qui turpemente si diffondeva, come dovunque.

    Bastava però che sorgesse di tanto in tanto qualche predicatore, specialmente francescano, come il beato Bernardino da Feltre, perché molti si ravvedessero, ed il comune, legiferando, come era l’uso di quei tempi, aggiungesse per consiglio degli uomini di Dio nei suoi Statuti disposizioni nuove contro i vizii di ogni genere; da quello greco, all’usura. E poiché dalla generale e dilagante corruzione non erano esenti neanche coloro che più avrebbero dovuto esserlo, il comune stesso interveniva per richiamare sulla retta via e preti e frati e monache, come quelli del convento di S. Francesco e quelle del monastero di S. Chiara, con imitabile esempio di energici provvedimenti, di cui gli atti consiliari ci conservano la memoria.

    D’altra parte vivissimo era il sentimento della cristiana carità ed anche di questo ci danno prova irrefutabile ed ancora viva le disposizioni dei fedeli nei loro testamenti. Accanto ai lasciti per tutte le chiese che si venivano restaurando a Trevi e nel contado, troviamo sempre, o quasi sempre, altre elargizioni per i monasteri di S. Chiara, di S. Lucia, di S. Maria Maddalena (poi S. Croce), di S. Bartolomeo (o delle Sacca), e per i conventi di S. Francesco e di S. Martino: i quali tutti vivevano di elemosine, pur avendo ogni monastero un suo patrimonio.

    <17> Pochi dimenticavano nei loro testamenti l’ospedale di S. Giovanni, dentro Trevi, e quello dei lebbrosi a S. Tommaso, sulla via Flaminia, presso il quale è tradizione che esercitasse l’opera sua santamente pietosa anche S. Francesco d’Assisi.

    Appena nel 1469 fu istituito in Trevi il Monte di pietà che fu tra i primi d’Italia, i cittadini caritatevoli rivolsero ad esso le loro cure: e negli atti delle loro ultime volontà troviamo numerosi lasciti anche per questa benefica istituzione.

    Con tutto ciò non erano placati gli animi.

    I banditi infestavano le campagne e contro di essi erano spietate le disposizioni dello Statuto trevano, come dovunque. Chi vede un bandito deve chiamare aiuto e cercare di prendere il fuggitivo. Questi poteva essere impunemente percosso, ferito, ucciso! E si dava un premio al podestà se catturava un bandito, anche se morto e anche se lo fosse stato per mano dello stesso podestà

    Ogni pietà esulava da quelle menti. Era l’eccesso di difesa nella lotta per l’esistenza, per la tutela della società com’essi l’intendevano!

    Frequenti erano nel comune i litigi, le risse, i ferimenti, gli omicidi. Anche contro di questi gli statuti sono fierissimi. La casa ed i campi dell’omicida siano devastati. distrutti. Quello che può ardere, si bruci. I priori ed il podestà devono, sotto grave pena per loro, far eseguire le crudeli sentenze. Donde odii e rancori senza fine.

    Ma il più delle volte i nemici si rappacificavano dinanzi al notaio ed al podestà e, cessate le ire sanguinose, si abbracciavano e si baciavano e si giuravano pace; pena una grossa somma di denaro a chi l’infrangesse. Di tutto ciò si stipulavano atti notarili, dai quali traspare un senso inatteso di dolce fratellanza, dopo tanti odii e tanti rancori. S’invoca quasi sempre e si ricorda il nome e l’esempio del Redentore; si ripetono le sue parole: Io vi lascio la pace! Io vi do la mia pace (1)! E i contendenti, che si dichiarano eredi del divino Testatore, giurano di ritornare a quella concordia, che Gesù lasciava ad essi in retaggio.

    Ma — ed ecco un altro aspetto della psicologia di quegli uomini e di quelle età — le paci che si stipulavano così solennemente erano per lo più a breve scadenza! La «tregua» — come la chiamavano e quale era in effetto — doveva durare soltanto per sei mesi,

    __________________

    (1) Vangelo di S. Giovanni, XIV, 27.

    <18> per un anno al massimo; ma ne troviamo di quelle che non durano oltre gli otto giorni!

    Di più la pace non s’intendeva rotta per le liti tra donne e tra ragazzi, anche se tra di loro si venisse alle mani: purché senza spargimento di sangue!

    Di questo multiforme e contraddittorio aspetto dell’animo e dei costumi del popolo era riflesso e sintesi l’opera dei reggenti il comune. Essi che venivano dal popolo, di questo portavano nella pubblica cosa tutti i disparati elementi morali e civili, sia buoni che cattivi.

    Un esempio crudele ne abbiamo nei provvedimenti che il comune prendeva quando la peste devastava il territorio. Per impedire che i inalati delle campagne entrassero a Trevi, si autorizzavano i custodi delle porte a respingerli coi la violenza, anche a furia di percosse; bastava non li uccidessero l Era questa l’accoglienza che attendeva quei disgraziati che, quasi morenti, s’inerpicavano fino all’entrata del paese, in cerca di in qualche sollievo al male orrendo che li straziava.

    Questa feroce deliberazione fu approvata dal vice legato pontificio, il quale però non poté contenersi dal raccomandare ai portinari che avessero almeno un poco di pietà nell’uso di tali mezzi disumani contro gli ammorbati!

    Ma nello stesso tempo a quegli infelicissimi, che erano così crudelmente respinti dal comune e che morivano fuori delle mura del paese, si cercava di non far mancare i conforti religiosi e si chiamava un frate francescano perché adempiesse il pietoso ufficio. Strane contradizioni e strano modo d’ intendere la cristiana carità!

    Vediamo in tutto ciò un inconcepibile miscuglio di buono e di cattivo, di sacro e di profano, di civiltà e di barbarie, allo stesso modo ond’era plasmato lo spirito di quei nostri avi, che pure tante gloriose e care memorie ci lasciarono.

    E fu in quei tempi, in quell’ambiente, in mezzo ad un popolo così fatto che si svolsero gli avvenimenti che sto per narrare.

    E noto che una delle più efficaci e più frequenti dimostrazioni della devozione di quelle genti verso la Madonna era il far dipingere — oltre che nelle chiese — anche per le vie della città e per le strade delle campagne imagini della Vergine col Bambino e <19> spesso con qualche santo dei più venerati dal popolo. come S. Sebastiano, S. Rocco. S. Francesco, S. Cristoforo.

    L’Umbria e la Toscana specialmente sono disseminate di questi sentimentali e decorativi monumenti dell’ingenua ed affettuosa pietà d’allora.

    Anche a Trevi s’incontravano e s’incontrano frequenti le «Maestà» dipinte nelle edicole campestri.

    Improvvisamente, la sera del 5 Agosto 1485 si sparge tra il popolo di Trevi la voce che, dagli occhi di una di quelle «maestà» — la Madonna dipinta da poco tempo, laggiù sulla casa di Diotallevi d’Antonio — erano state vedute uscire lagrime sanguigne.

    A questa notizia la campana del comune suona a distesa. mentre la gente in gran folla accorre sul posto, gridando:

    — Miracolo! miracolo!

    È la storia della nostra chiesa che incomincia!

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