Luzi di Francesco, medico, era attivo in Trevi negli anni 1485-86. Fu deputato per il riattamento dell’acquedotto e alla fabbrica della
chiesa delle Lagrime
1
.
Ovidio, di Felice, della professione legale e uomo di belle lettere. Pubblicò (1583 e 1585) opere volgari e latine in lode di Mons. Alessandro Valenti2.
Nel sedicesimo secolo i Luzi venivano annoverati nella balìa di Manciano e quindi erano originari da quella villa.3
Troviamo documentati: Felice, dottore, capitano e conte palatino (1500- 1534), Girolamo, medico e Vincenzo, notaro (1573), Paolo, dottore (prima del 1652)4
Antichissima famiglia coinvolta nell’assassinio dei Trinci a Nocera e in seguito a questo sterminata per volontà di Corrado Trinci, allora signore di Trevi (1439).
Qualche ramo è sopravvissuto fino ai giorni nostri, senza mai più assurgere agli antichi splendori.
Bellissimo il motto sull’architrave del portale
HOSPES INTRABIS STABIS
AMICVS DOMINVS RECEDES
A.D. MDXXXVII
Trevi, Via S. Francesco,
Stemma sull’architrave del portale
(N41330)
Cenni storici intorno alla Famiglia Manenti di Trevi
Da un dattiloscritto firmato don Aurelio Bonaca (s.d. 1930 circa)
La famiglia Manenti, detta anche dei Manentilli e poi dei Manenteschi, proviene, secondo Falusio Campana e il Dorio, dalla Spagna e ai tempi di Ottone secondo, Imperatore, venne a Spoleto Gualfredo Manenti. Quivi la famiglia Manenti rimase fino al tempo in cui Federico Barbarossa distrusse la città di Spoleto; allora Geralfrido Manenti, nobile e potente signore, si stabilì a Trevi e poco dopo sposò una donna della casa dei Trinci di Foligno.
La nobiltà della famiglia Manenti è certa; fu imparentata con le più illustri famiglie trevane e forastiere. Il ramo principale della famiglia abitava avanti alla chiesa di S. Francesco in Trevi, nella casa sulla cui porta c’è ancora lo stemma in pietra. Questo fu il ramo più celebre e più nobile. Altri della famiglia Manenti si stabilirono presso S. Donato di Buiano nella Fratta e si ricordano Iacobuzio e Maxiolo: essi avevano il titolo di nobili della Fratta. Altri abitarono in Bovara, altri in S.Maria in Valle ed altri in Matigge. Pietruccio Manenti e Manentillo di Giovannetto Manenti furono coloro che per i primi si trasferirono in Matigge. Questo ramo è il solo che rimane della illustre famiglia.
Molti della famiglia Manenti occuparono posti eminenti non solo in Trevi ma anche in altre città. Tommaso Manenti nel 1238 fu Potestà di Foligno; Bartolomeo Manenti nel 1458 fu potestà di Macerata, dalla quale città ebbe la cittadinanza per sé e per la sua famiglia. Simone Manenti per la sua gran virtù e valore nel 1383 fu nominato Potestà e Cavaliere della Repubblica di Firenze. Fu questo Simone che nel 1399, cresciuto ormai in grande potenza e disponendo di un gran numero di soldati, pensò di impossessarsi del dominio di Trevi, ma non vi riuscì. Lo stesso disegno però conservò in cuore il suo figlio Francesco, il quale fu detto anche Francesco da Pettino per i numerosi beni che possedeva in quella villa. Egli fu valoroso Capitano agli ordini di Braccio da Montone e più tardi fu Generale dei Genovesi e poi del Papa. Tentò anch’egli, come il padre suo, di impadronirsi di Trevi, ma fu vinto da Pietro Gassiglia<?> castellano di Trevi e fu ucciso insieme a suo fratello. I suoi complici furono in parte uccisi e in parte condannati a spese più o meno gravi. I beni di Francesco furono confiscati, le case scaricate e furon venduti i coppi e le travi. Francesco lasciò quattro figli e sappiamo che si chiamarono Giovanni, Trincia, Luigi e Ladislao.
I primi anni del 1400 furono per la famiglia Manenti gli anni più battaglieri, perché ebbero a combattere contro la famiglia Trinci di Folligno.
Nel 1421 era potestà di Nocera Manentesco Manenti, il quale fu ucciso, insieme al figlio da Corrado Trinci, che credeva Manentesco colpevole della morte dei suoli fratelli, uccisi invece da Pietro di Rasiglia, castellano della rocca di Nocera. Pietro aveva per moglie una figlia di Nicolò Catagnone della Fratta, parente di casa Manenti. Era essa una bellissima donna e se ne invaghì Nicolò Trinci signore di Foligno. La donna non rimase indifferente agli amori di Nocolò, tanto che furono accusati di adulterio. Pietro di Rasiglia finse di non ricevere offesa, ma in cuor suo covò una terribile vendetta. Invitò infatti tutti i Trinci ad una partita di caccia nelle selve di Nocera insieme ad altri signori loro parenti e amici, Vi andarono Bartolomeo e Nicolò Trinci: mancò Corrado perché dovette recarsi a Trevi. Dopo la cacciata Pietro invitò tutti ad una cena nella Rocca, dopo la quale, mentre tutti dormivano, uccise tutti, l’undici gennaio 1481, e fece precipitare i cadaveri dalle mura della rocca. Quando Corrado Trinci seppe della morte dei fratelli, radunò un potente esercito ed andò ad assediare la rocca di Nocera, dopo aver ucciso Manentesco Manenti. Pietro di Rasiglia, non potendo più oltre resistere al potente nemico, gettò prima la sua moglie dalla più alta torre della rocca e poi si precipitò egli stesso. Corrado si impossessò della rocca, fece uccidere tutti coloro che fece prigionieri facendoli precipitare dalle mura e poi li fece tagliare a pezzi per darli in pasto ai suoi cani. Dopo ciò si diede a perseguitare in ogni modo i Manenti, giurando di uccidere essi e i loro fautori fino al terzo grado. Infatti in Nocera, in Rasiglia, in Foligno, in Trevi, nella Fratta caddero nelle sue mani molti di questi infelici: Corrado li fece uccidere, poi li caricò sopra 36 somari e li fece portare in giro per Foligno e poi mandò quei cadaveri a farli impiccare nei propri paesi. Tra gli altri fece uccidere il padre di Manentesco e tutta la sua famiglia, le donne, i fanciulli, i lavoratori, perfino il fornaio di casa Manenti; salvò per allora dalla morte solo le donne incinte per aver poi il piacere di ucciderle insieme ai figli quando eran nati. Oltre trecento furon le vittime fatte da questo barbaro.
L’abbazia di Bovara era allora amministrata da Simone Manenti: in odio al nome Manenti, Corrado invase il Monastero, cacciò i Monaci e si impossessò dei beni.
Francesco Manenti non poteva restare impassibile di fronte a tante atrocità commesse da Corrado Trinci contro la sua famiglia. Radunò quindi anch’egli un esercito e dichiarò guerra a Corrado: i suoi figli combattevano al suo fianco. Visto però che difficilmente avrebbe potuto riuscir vincitore del potentissimo Corrado, Francesco si rivolse al Papa Martino V, il quale spedì contro il trinci il Generale Francesco Sforza con tremila cavalli per togliergli il dominio di Foligno, spianare le sue rocche, farlo prigioniero e punirlo con la morte ma Corrado, che era molto furbo, offrì al Generale Sforza la sua Figlia in sposa; il Generale accettò, lasciò Corrado indisturbato di modo che Corrado poté nel 1424 riappacificarsi col Papa. Ma non cessò per questo la lotta contro i Manenti, la quale anzi seguitò quanto mai spietata e feroce. E non solamente contro i Manenti, ma anche contro tutti coloro che avevano parteggiato per essi si rivolse l’ira di Corrado. Trevi aveva mandato contro di lui 300 cavalli e 200 fanti sotto la guida di Melchiorre da Pettino, capitano; Corrado nel 1431 ne prese feroce vendetta. Continuando le scelleraggini di questo tiranno contro Trevi, Spoleto ed altre città e paesi, il Papa gli mandò contro il Cardinal Vitellozzi, che allora era Capitano Generale della Chiesa, con dodicimila fanti. Dopo lunga lotta, alla quale parteciparono attivamente i Manenti, Corrado fu vinto nel settembre del 1439 e rinchiuso nella rocca di Soriano presso Viterbo, dove nel 1441 fu impiccato con tutta la sua famiglia. Così finì questo tiranno e così si estinse la famiglia Trinci, che pure per il passato era stata benemerita e nobile.
I Manenti, rimasti vincitori del loro fiero nemico, occuparono anche i beni che Corrado trinci possedeva o aveva usurpato. Così occuparono anche i beni dell’Abbazia di Bovara. Era allora Abbate di Bovara Tommaso Valenti; Ladislao Manenti fece del tutto perché non fosse nominato Abbate uno che apparteneva alla più nobile famiglia di Trevi, ma non vi riuscì. Tra l’Abbate e Ladislao si svolsero aspre contese in Perugia, ma poi, per interposizione di mons. Lotto, Vescovo di Spoleto, fu conclusa la pace, per la quale il Monastero di Bovara restò libero, riebbe parte dei suoi beni, e Ladislao ritenne in affitto alcuni terreni. Ma quando nel 1452 Ladislao doveva restituire quelle terre, si rifiutò e non le volle restituire allegando dei pretesti. Solo molto tempo più tardi i Monaci di Bovara potettero riavere tutti i loro beni, ma non riebbero più la Chiesa di S. Felice dell’Eremita che i Manenti si erano appropriata nel 1446.
Dopo la grande lotta contro Corrado trinci la famiglia Manenti non ebbe più grandi fatti che illustrassero i suoi membri; cominciò anche per essa il periodo della decadenza. Ma quello che più nocque ad essa fu l’ambizione di diventare Signori e Tiranni di Trevi; allora, come abbiam visto i loro beni furon confiscati, le loro case distrutte: non fu più possibile tornare all’antico splendore. Alcuni di casa Manenti occuparono ancora posti eminenti, altri si diedero alla vita delle armi, altri alla mercatura, altri all’agricoltura; ma quasi di nessuno ci resta un nome celebre e degno di essere tramandato ai posteri.
É certo però che questa famiglia, la quale conta più di mille e cento anni di esistenza è nobilissima, per quanto oggi sia composta solamente da modesti agricoltori.
Dall’Historia del Natalucci si ricavano le notizie relative ai seguenti personaggi: Terenzio, che nel 1622 fu aggregato alla cittadinanza romana1; Antonio di Francesco, notaro e capofamiglia in S. Giovanni nel 17282; Don Arcangelo, che nel 1711 risulta rettore di più “cappellanìe” erette nella chiesa di S. Emiliano3; Sempronia sposa Giovan Battista Lucarini, fratello di Virgilio. Madre di Francesco Maria, poi frate Reginaldo, concorre con Virgilio a dotare numerose opere pie4 di Trevi
La tomba di famiglia, in una cappella laterale della chiesa di S. Martino, reca questa iscrizione:
HAC JACENT IN FOSSA MANSVETI GENERIS OSSA 1783
In questa fossa giacciono le spoglie della famiglia Mansueti 1783
Trevi – Chiesa di S. Martino –
Stemma della famiglia Mansueti sulla lastra tombale
Francesco, Filippo e Liborio Marignoli di Spoleto furono ascritti al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi, per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre ai Marignoli, altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (Zenobi, Storia di Trevi 1746 -1946, pagg. 174 e seg.)
(D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)
Proemio
In quest’anno di apoteosi francescana le nostre belle Città Umbre si apprestano a far rivivere il ricordo di quanto il Poverello compì tra le loro mura. E ben fanno esse, perché il Santo di Assisi è veramente una gloria di tutta la nostra regione.
Ed è per questo che anch’io desidero parlare di quello che S. Francesco fece a Trevi, tanto più che c’è da registrare qualche episodio che nella sua vita ha del grandioso e dello straordinario.
S. Francesco col suo animo di artista e di poeta, si entusiasmava innanzi alle bellezze che il Signore ha sparso nelle cose create. Nell’ammirare la verde valle di Spoleto soleva dire che niente di più bello e di più giocondo aveva mai visto, e voleva che coloro che abitavano in mezzo a tante meraviglie naturali amassero il Signore, lo servissero, imparassero a conoscerlo sempre più. Spinto da questi sentimenti dell’animo suo grande saliva i colli umbri, visitava le città, le borgate e dovunque lasciava profonde tracce dell’opera sua santa. Ecco perché si può dire che non ci sia un solo angolo dell’Umbria che il Poverello non abbia visitato.
Quando S. Francesco, non ancora iniziata la sua missione, partì per la guerra delle Puglie, passo ai piedi di Trevi e dovette, come avviene ancora oggi ai viaggiatori, ammirare il bel panorama della graziosa cittadina appollaiata sopra uno dei colli più ameni, circondata tutt’intorno da migliaia di verdi olivi. E più tardi, quando la grande opera ebbe principio, egli non poté dimenticare Trevi, ed anche quassù salì apportatore di pace, apostolo di bene.
E’ impossibile stabilire quando e quante volte S. Francesco sia venuto nella nostra Città; abbiamo però elementi sicuri per affermare che vi venne più volte, sia quando vi fioriva il benessere, sia quando la sventura si abbatté tremenda su di essa.
Tristi tempi eran quelli per Trevi. Il Duca di Spoleto Teopoldo aveva messo gli occhi sopra alcuni castelli dipendenti da essa e voleva impossessarsene ad ogni costo. Si avvalse dell’odio che gli Spoletini nutrivano contro i Trevani e il 16 luglio 1213 emanò un feroce decreto che ordinava la distruzione di Trevi e la devastazione del suo territorio1.
Gli Spoletini avevano sofferto incursioni e danni per parte dei Trevani, quando restauravano la propria Città distrutta nel 1155 da Federico Barbarossa2 e perciò non parve loro vero di dare il proprio aiuto al Duca Teopoldo e di potersi precipitare con tutto l’odio contro Trevi, che nel 1214 distrussero e degli abitanti parte ne uccisero e parte ne cacciarono in esilio. La rovina fu generale, la città fu rasa al suolo e solo qualche Chiese fu rispettata. Ecco perché non troviamo in Trevi fabbricati anteriori a quell’epoca.
Pochi furono i Trevani superstiti che poco dopo osarono tornare a guardia della patria sventurata ed a piangere sulle sue rovine. Ma passato il primo momento di spavento e di terrore, questi animosi cominciarono a ricostruire le mura e a riattare qualche fabbricato, nutrendo in cuore la speranza di veder risorgere la città3. I Folignati compresero che Trevi poteva essere un baluardo contro Spoleto, ne chiesero perciò e ne ottennero il dominio da Innocenzo III, vi costruirono una rocca e favorirono i restauri4.
Ma ben presto Foligno si ribellò alla Chiesa ed invitò Federico II a venire contro il Papa. Dopo varie vicende, la peggio toccò ai Folignati che nel 1240 si videro tolto il dominio sul nostro territorio e furono costretti a riparare i danni che, nell’occasione, avevano inferto alla cittadina che risorgeva5.
S. Francesco venne a Trevi certamente prima e dopo questi fatti. Di quattro episodi abbiamo speciale memoria, e di essi tre riguardano il Santo ed uno Frate Leone, Pecorella di Dio. Questi episodi sono:
Un asino durante una predica del Santo è obbligato a fare silenzio.
I lebbrosi dell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro assistiti e guariti da S. Francesco.
La preghiera di S. Francesco nella Chiesa di Bovara e la visione di Frate Pacifico.
Un uomo tenuto in carcere a Trevi è liberato miracolosamente da Frate Leone.
Ognuno di questi episodi ha una base storica indiscutibile e la dimostrazione di ciò è il fine principale che mi sono proposto nell’intraprendere questo mio studio.
(Tip. F. Campitelli 1865, Foligno), ricopiandolo dall’opera manoscrittaa del suo avo Durastante, il quale però lo riporta mutilo ed incompleto.
2)
Durastante Natalucci
Historia Universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, pag. 19. Quello di Durastante è un prezioso manoscritto gelosamente conservato dalla nobile Famiglia Natalucci. Riguardo ai danni fatti dai Trevani agli Spoletini cita il Leoncilli, il Minervio, ecc.
3)
MURATORI
Rerum ital.
Script
., tomo 3 f. 586.
4) DORIO, Istoria della famiglia Trinci, pag.133. Foligno per Agostino Alterii, 1648.
(D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)
I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO
§ 4. – Frate Leone libera un carcerato
Il fatto ci viene narrato da Fra Bartolomeo da Pisa con tutta semplicità1.
Un cittadino di Trevi era stato gettato in carcere per ordine del Duca di Spoleto. Quale fosse il reato commesso non è detto, né ai fini del racconto era necessario dirlo. Quel poveretto, visto venir meno ogni aiuto umano, pensò che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. E con tutte le forze dell’animo suo cominciò a raccomandarsi a Frate Leone, pecorella di Dio, “qui morabatur in Portiuncola Beati Francisci“. Ed in pieno mezzogiorno Frate Leone apparve nel carcere, liberò miracolosamente che tanto aveva confidato in lui e lo condusse a S. Maria degli Angioli perché ringraziasse S. Maria delle Candele, la sola a cui doveva attribuire il prodigio della quale celebravasi in quel giorno la festa2.
Questo è il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa in tutte le sue parti, oppure dobbiamo sfrondarlo di tutto ciò che apparisce poco verosimile?
Le narrazioni di quel che fecero il Poverello e i suoi Discepoli sono circondate di tale soavità, di tale ingenua semplicità e soffuse di un amore cosi elevato verso il Maestro, che io non oso discuterle e preferisco lasciarle quali sono. Le virtù che si manifestavano in S. Francesco e nei suoi Frati balzan fuori evidenti da quei racconti anche quando ci appariscono poco verosimili nei loro particolari, e noi dobbiamo esser paghi di questo; certe volte fare o cercare di più sarebbe una profanazione!
Dal racconto di Fra Bartolomeo da Pisa a me basta trarre una sola conclusione, che è anche la conclusione di tutta questa prima parte del mio studio: che cioè la nostra città di Trevi era frequentata da S. Francesco e dai suoi primi Discepoli, i quali vi svolsero la loro alta missione e vi lasciarono tracce talmente profonde, che non saranno mai cancellate.
(D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)
II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI
§ 2. – Monastero di S. Chiara
Ben poco possiamo dire di questo Monastero, del quale rimangono scarsissime memorie. Non sappiamo quando sia stato fondato e da chi. Il Natalucci ci dice che esso sorse ai tempi di Bonifacio VIII1 e cita un Breve “de anno quarto Pontificatus “. Quel Monastero perciò sarebbe sorto nel 1298. Ma il Natalucci non ci dice, contrariamente a quel che suol fare, dove abbia attinta questa notizia, e perciò nessuna ricerca è possibile. Si può supporre soltanto che il Monastero sia stato istituito dai Frati Conventuali di S. Francesco, poiché troviamo che le Monache dipesero direttamente da essi fino al 1566.
Nel secolo XVI la rilassatezza aveva preso anche gli ordini religiosi; da questa piaga non rimasero immuni né i Conventuali, né le Clarisse di Trevi.
Il 24 agosto 1549 in pubblico Consiglio Generale Antonio di Girolamo Valenti propose la nomina di alcuni personaggi “qui habeant curam Monasterii S. Clarae“. La proposta fu approvata e la commissione fu nominata il 23 agosto2.
Grave è il fatto che l’autorità civile debba intervenire per regolare un Monastero di Monache, ma il caso era previsto dalla Statuto del Comune, e d’altra parte il disordine doveva essere ben grave, né dai Conventuali, da cui le Monache dipendevano, si poteva sperar nulla, se il Natalucci3 dice che il Consiglio Generale venne a questa grave misura “per la condotta ” dei Frati.
Nel 1502 fu a Trevi il P. Egidio Delfini da Amelia, che era stato eletto Ministro Generale del Capitolo tenuto a Terni il 14 ottobre 1500. Grande era il desiderio del Delfini di richiamare Frati e Monache alla esatta osservanza, e venne a Trevi appunto per metter riparo ai tanti disordini dei Conventuali e delle Clarisse4. “Le Monache di Santa Chiara, dice il Mugnoni, l’a ben castigate de parole, et dove c’è bisognato facti l’a facti. Alle poste in grande astinentia de vestire, de conversatione con seculari et de parlare: non possono ad seculari, se non ce sonno dui presenti: et allo divino offitio ànno auto grande ordine: et multe più cose che dire non posso che è troppo lungo “.
Ma nemmeno le severe disposizioni del Ministro Generale valsero a nulla.
Nel 15145 il Consiglio Generale di Trevi cercò di impedire che gli uomini, chierici o secolari che fossero, mettessero piede nel Monastero, ma non vi riuscì.
Il 26 maggio 1555 Antonio Lambardi, di nobile famiglia trevana, tornò ad occuparsi delle Clarisse nel consiglio Generale e propose la nomina di una commissione di seculari “quae ad meliorem honestioremque ac exemplarem vitam reducat” la Monache di S. Chiara6.
Non riuscendo a concluder nulla, nel 15667 il Consiglio Generale deliberò di far del tutto perché le Clarisse fossero tolte alla giurisdizione dei Conventuali e messe sotto l’ubbidienza del Vescovo di Spoleto.
Dopo varie vicende, l’intento del Consiglio Generale fu ottenuto e le Monache tornarono alla stretta osservanza della regola, la dolorosa parentesi fu chiusa e fu ripresa una vita di mortificazione e di pietà, che da allora in poi non venne mai meno. Religiose insigni per santa vita vissero nel Monastero di S. Chiara, che divenne vero esempio di religiosa osservanza.
Nel secolo passato in questo Monastero iniziò la sua vita religiosa un angiolo di bontà e di purezza, M. Annunziata Andreucci, che vi emise i voti solenni il 10 settembre 1828. Più tardi, nel 1840, il Card. Mastai, Arcivescovo di Imola, che divenne poi il Sommo Pontefice Pio IX, ottenne di poter trasferire a Lugo questa santa religiosa; ella vi andò ed ancor oggi si sente lassù il soave profumo di quelle virtù che M. Annunziata aveva portato dal Monastero delle Clarisse di Trevi8.
Il Delfini aveva in animo di ricondurre l’unità nell’Ordine, diviso in fazioni, tra cui primeggiavano i Conventuali e gli Osservanti, e di introodurre le sane riforme già adottate dal Sacro Convento di Assisi. A tal fine pubblcò il 5 gennaio 1501, alcune costituzioni. Non aprrodò a nulla e finì con l’essere deposto da un Capitolo Generale.
4)
Mugnoni,
Annali,
pag.192.
5)
1555, f.74.
6)
Id.,
1555, f.225 e 234.
7)
1566, f.85 e 87.
8)
Vita di Suor Annunziata Andreucci,
Valle di Pompei, Scuola Tipografica Pontificia, 1911.