Categoria: Da sapere

  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    11 – LAVORO – OCCUPAZIONI VARIE – RICOMPENSE (pagg. 51-54)

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. – Chi laóra Iddio l’adora; chi non laóra va in malora.
    2. – Lu laóro de la notte se scopre lu jornu. I difetti di un lavoro fatto di notte appariscono chiari alla luce del giorno.
    3. – Lu laóro se chiama caccianoia.
    4 La soma lu cavallu doma. In senso figurato : il lavoro è un freno ai capricci dell’uomo.
    5. Chi non torce bene lu panno (bagnato) non l’asciuga drent’un annu.
    6. – Le faccenne de campagna in un giornu se ne ‘mparano centu.
    7. – A gniunu (ognuno) l’arte sia, lu lupo a le pecore.
    Tosc. – Chi vuol far l’altrui mestiere, fa la zuppa nel paniere.
    8. – Chi fa l’arte de lu padre ha la benedizione di Dio.
    9. – Chi para le pecore sia [sue] n’è pecoraro.
    10. – Impara l’arte e mittila là, quanno te serve la vai a pijia’.
    11. – Chi ha l’arte, ha parte.
    <52> Franc. – Qui a métier, a rente.
    12. – Chi sa più d’ u n’ arte, ‘nse more mai de fame.
    13. – Chi ‘nsa l’arte, serri la bottega.
    14. A chi lâora lu tempo passa prestu. Nullus agenti dies longus est. (SENECA : Epist. 112, 4)
    15. La ciôetta su la finestra, chi lâora co’ la canestra. La giovane oziosa sta in finestra, quella labo-riosa attende alle sue faccende.
    16. Fa’ e guastà’ (a furia di fare e guastare) si addiventa mâstri; – e – Co’ lo sbaja’ se ‘mpara.
    17. Li pitturi e li sculturi tuttu dì contano l’ore. Per mancanza di lavoro hanno molte ore di ozio.
    18. Medicu vecchiu e chirurgo (o barbiere) giovene.
    Lat. – Sit medicus senex, tonsor juvenis.
    Franc. – Jeune barbier, vieux medecin.
    19. Lu medicu e un boja pacatu. Fa morire, impunemente, molta gente che avrebbe diritto alla vita.
    20. L’oste non scredita lu vinu sia. Nessuno scredita i generi che tiene in vendita.
    21. Mulinari e fornari ‘nse moru’ mai de fame.
    22. Mercante d’oliu, mercante d’oru: mercante de vinu, mercante poverinu.
    23. Lu mulinaru de bianca farina, co’ l’occhiu guarda e la manu rampina (da rapio)..
    <53>
    24. Trista quella bocca ch’aspetta lu filo de la conocchia.
    Tosc. – Trista quella bocca che mangia con la conocchia.
    25. Quaranta mulinari, quaranta fornari, quarant’osti so’ centoventi ladri justi justi.
    Tosc. – Quaranta mugnai, quaranta beccai, quaranta sartori fanno cento e venti ladri.
    Spagn. – Cien sartrer y cien molineros y cien tejedores son trecientos ladrones.
    26. ‘Gni fatica spetta ‘l su meritu; – e – Lâuru fattu quatrini aspetta; – e – A uffa ‘n canta l’orbu.
    Franc. – Tout travail merite salaire.
    27. Prima se mête e pû se paca. Il lavoro deve precedere la ricompensa.
    28. Chi paca prima, paca du’ ‘orte (volte); – e – Chi paca prima è mal servitu.
    29. Chi vôle lu laôro malfattu, lu paghi anzifattu.
    30. Chi pija prima, pija du’ ‘orte.
    31. Chi fatica ‘na camicia; chi ‘n fatica due e tre; – e – Chi fatica magna e chi ‘n fatica magna e bêe.
    Tosc. – Chi fila porta una camicia e chi non fila ne porta due.
    Abruz. – Chi fatì’ magne, e chi non fatì’ magne e veve.
    32. Lu pane de lu sudore ha bon sapore.
    33. – Pochi tozzi e meno paternostri. Pochi sono i tozzi che si danno al povero e meno sono i paternostri che questi reciterà in ricompensa.
    <54> In genere quanto più si attenua un beneficio che si concede e tanto meno sarà l’entità della ricompensa che verrà data.

    205

  • Festa patronale di S. Emiliano 2020

    PERINSIGNE COLLEGIATA DI S. EMILIANO IN TREVI

    FESTA DI SANT’ EMILIANO 2021

    Vescovo e martire

    PATRONO DELLA CITTÀ E DEL COMUNE DI TREVI

    TRIDUO DI PREPARAZIONE – DUOMO S. EMILIANO A TREVI
    La statua di S. Emiliano sarà esposta da lunedì 25 gennaio a saabto 30 gennaio

    LUNEDÌ 25 GENNAIO
    Ore 17,30 S. ROSARIO
    Ore 18 S. MESSA MARTEDÌ 26 GENNAIO Ore 17,30 S. ROSARIO
    Ore 18 S. MESSA

    MERCOLEDÌ 27 GENNAIO
    Ore 17 Adorazione Eucaristica e Confessioni sacramentali.
    Ore 18 VESPRI SOLENNI

    LA CITTADINANZA È INVITATA AD ILLUMINARE LE FINESTRE COME DA TRADIZIONE
    GIOVEDÌ 28 GENNAIO
    Ore 11 S. MESSA PONTIFICALE Presiede: S. E. Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo dì Spoleto – Norcia
    Offerta dell’olio, per la lampada votiva al Santo Patrono da parte del Comune di Trevi.
    Servizio liturgico – musicale a cura dei cori delle Parrocchie nel Comune di TreviOre 15 presso la “Casa della Gioventù” giochi per banbini e ragazzi Ore 18 S. MESSA

    Vai alle pagine SANT’EMILIANO La storia e il culto La processione dell’Illuminata La festa Ritorna alla Ritorna alla pagina EVENTI Ritorna alla pagina APPUNTAMENTI

  • Autori – Giovanni Battista Lalli

    Poeti locali

    Giovanni Battista Lalli.1

    da Poesie Nuove … dedicate all’Eminentissimo, e Reverendissimo Sig. Cardinal Borghese
    pag. 73

    A Monsignor CONTILORO, dando conto del suo arrivo al governo, e del bel sito, e pregi di Trevi

    Dopo l’espettative, e lunghe, e grevi,
    Vostra mercè, Mosignor Contiloro,
    Son giunto pur, in carne, e in ossa a Trevi. E pur ridotto al fin questo lavoro,
    Soscritta la patente BARBERINO,
    Con quella man, ch’io riverente adoro.
    Con quella man, ch’in vero hà del divino,
    In conceder gratie, hora che siede
    Al Santo Papa Urban così vicino.
    Fra un pelago di cure non mai stanco,
    (Crepi l’invidia) ei supera il valore
    Di due figli immortai d’Ostilio, e d’Arco.
    E converrà, ch’il Mondo un dì l’ardore,
    Mentre havrà bianco e venerando il crine,
    Come hor l’ammira di sua età nel fiore. A le prerogative pellegrine
    Torno di Trevi, che non son concesse
    Ad altre terra in questo human confine.
    Il Fondator di Trevi un sito elesse
    Il più bello, il più ricco, il più giocando,
    Che in questo Clima d’ogni intorno havesse.
    Che dico questo Clima? In tutto il Mondo
    Non potria trovarsi il più bel Cielo,
    E di Celesti grazie il più fecondo.
    Qui soverchio non è caldo, né gelo;
    L’aria è sempre salubre, e temperata,
    Né può la nebbia qui nuocerci un pelo.
    S’altrove infuria la stagione armata
    D’horrido ghiaccio, e con furor spaventa
    La sottoposta à lei fiacca brigata;
    Qui non è mai, che rigor troppo senta;
    E fra queste delitie, e casti amori,
    Vive la gente ogn’hor lȉeta a contenta.
    Questa da vari, e nobili Scrittori
    Città si noma, Emiliano il Santo
    Connumerato vien tra’ suoi Pastori.
    V’è la sua Chiesa, e di bellezze ha il vanto,
    Con Priore, e Canonici à l’Altare,
    Di ricco, adorno, di pretioso ammanto. Lontano poi, San Fabiano appare,
    Del titol pure di Priore adorno,
    Con paramenta sontuose e rare.
    V’è il ricco Monastero, ove soggiorno
    Fanno i Monaci illustri Olivetani,
    Cinto d’alte muraglie intorno intorno.
    Quivi l’Abbate con le sacre mani
    Sostiene il Pastorale, e il crin circonda
    Di mitra, intento a’ sacrosanti arcani. La Chiesa v’è magnifica, e gioconda
    De’ Canonici pij Lateranensi,
    Che d’ampie gratie in ogni tempo abbonda.
    E qui, con quel decor, che più conviensi,
    Ha il proprio Avello il Cardinal Valenti,
    Che Trevi ornò di benefitij immensi.
    Vi sono poscia al divin culto intenti
    Luoghi infiniti d’ogni sesso, e a gara
    Lodano Iddio con infocati accenti.
    Han qui d’olio e di vino una fiumara,
    Che à poco à poco si converte in oro,
    E doppioni ne cavano a migliara. Copia non v’è d’infruttuoso alloro,
    Ma pien d’Olivi, e à Cerer grato, e à Bacco,
    Un palmo di terren frutta un tesoro.
    Nessuno à Trevi mai di borsa è fiacco,
    E à la vendemmia grassa, & a la messe,
    Titti di matti scudi empiono il sacco.
    Venere quivi il proprio seggio elesse,
    Ma Vener casta. E al dilicato aspetto
    Di belle Donne il proprio volto impresse.
    Qui Giove e Marte han posto il proprio oggetto
    Ne gli huomini, valenti in toga, e in armi,
    E tutto il ricco è qui, tutto il perfetto,
    V’è una gran Torre, v’è di fini marmi
    Una bella fontana, una piazzotta,
    Che in ogni tempo più abbondevol parmi.
    E quivi ogni otto dì corrono in frotta
    Le genti forastiere à un bel mercato,
    E robba in quantità ci vien condotta. Quindici Ville ha Trievi avventurato,
    E con suoi forti, e ben munite mura
    Cinque Castelli in nobil sito, e grato.
    Io mai non finirei per aventura,
    Se volessi contar ciò, che ha di bello
    Questo sito per arte, e per natura.
    Ma taccio per non rompermi il cervello,
    E mi rivolgo à Voi, Monsignor mio,
    Su le vostre ali alzandomi bel bello.
    Voi d’erudition sembraste un Rio,
    Quando il gran BARBERIN Bibliotecario
    Vi diè sua vece, e il valor vostro aprio. De la Camera poscia Commissario,
    Mostraste co’l valore anco la fede,
    Che convien nel maneggiar l’Erario.
    Quindi il Padron, di gran giuditio herede,
    Segretario vi fè de la Consulta,
    Dove hor n’andate innanzi di buon piede;
    Ed io mi fermo; e pregovi, post multa,
    Che del Padrone à la beneficenza
    Mi raccordiate, s’alcun mai m’insulta,
    Scudo mi siate appresso SUA EMINENZA.

    08Y

    Autori locali

    Note

    1) Giovanni Battista Lalli di Norcia, 1572-1637 è un poeta italiano consciuto soprattutto per lo stile giocoso delle sue composizioni. Dottore in diritto, ebbe incarichi di governo in varie città dell’Italia centrale, fra cui Trevi e proprio nell’occasione dell’insediamento nella nostra città compose i versi qui riportati.

  • Galleria di immagini

    Galleria di immagini

    Numerose immagini da cartoline d’epoca in:

    http://www.flickr.com/photos/llrrap/sets/72157623610806377/

    La morfologia dell’abitato di Trevi è veramente particolare. Il viaggiatore che percorre la Falminia ne rimane colpito. Un tempo soltanto i pittori potevano permettersi di catturare questa visione con la loro arte. Ora, con la diffusione della fotografia, che ha raggiunto una perfezione tecnica assoluta associata ad una estrema facilità d’uso, ognuno può riprendere l’affascinante immagine di Trevi.

    Questa raccolta vuole riproporre le immagini più significative elencate, per quanto possibile, secondo l’ordine cronologico

    Trevi, Stampa del 1575 (Piccolpasso)

    Cipriano Piccolpasso, 1575

    Stampa inglese del 1832.

    J.D.Harding

    Trevi, Acquarello, 1918

    Acquarello, 1918?

    Trevi, Panorama, da Selezione del Readers Digest Nell’agosto del 1954 Selezione del Reader’s Digest pubblicò questa copertina. La foto è di J.D. Barnell – Selezione Il testo relativo, di Dino Bonardi, a pagg. 2 e 3 di copertina, recita: “Subito vivo è il fascino di Trevi….
    Trevi, Panorama, Calendario CAMPARICalendario CAMPARI, Agosto 1964. Foto probabilmente dell’estate 1963. Autore ignoto
    Virginia Ryan Acquaforte, 1997
    Salita verso trevi da SudTrevi – Panorama da Sud
    Trevi - Scorcio ideale - disegno a penna di Michela Giusti, 2014Trevi, Scorcio ideale, disegno a penna di Michela Giusti, 2014

    Trevi, Pastello di

    Carl Timner

    1

    06-105

  • Bizzozzero- Dove si trovava … Trevi

    Giovanni Bizzozzero

    Dove si trovava la città di Trevi
    all’epoca dei Romani?

    Stab Tip. «Grafica» di Salvi & C. Perugia

    Estratto da nuova economia,
    edito dalla Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Perugia.
    N.5 – Maggio 1973

    _____________________________

    Nota.
    Molte delle affermazioni dell’Autore sono ormai superate dalla critica più recente e alcune proposte sono discutibili, ma sono molte le considerazioni e gli spunti che ancora offrono motivi di ricerca e di approfondimento. É comunque la prima volta che fu messa per iscritto la notizia del MOSAICO DI BOVARA, su cui raccogliemmo testimonianze dalla viva voce di chi ebbe modo di osservarlo nel 1913(?). Riaffiorato di nuovo dopo un alluvione del 1943 e ricoperto poco dopo, fu osservato da numerose persone ancora viventi (2006), ma probabilmente era più danneggiato di quando lo vide il Bizzozzero. Nel più completo disinteresse degli uomini, esso è ancora lì sotto in attesa di un vomere che vada appena un po’ più in profondità e lo distrugga irrimediabilmente!

    Plinio il vecchio menziona le popolazioni Trebiates tra quelle Umbre della VI Regione, secondo la divisione di Augusto.

    Esisteva, quindi, al tempo di Roma, tale popolazione, ma dove si trovava?

    Sulla collina, ove sorge l’attuale ridente Trevi, mia città natale, o nel piano? Quando io avevo sette o otto anni, mia madre mi condusse a vedere un mosaico romano, che era affiorato, nella località Il Fosso di Bovara, in seguito ad un acquazzone. Le acque abbondanti lo avevano scoperto. Era di modeste dimensioni, in tessere bianche ed aveva una fascia policroma. É questo l’unico rinvenimento attestante la romanità della mia Trevi, durante i ventisette anni di mia permanenza, emerso però in una località lontana lontana dal centro abitato.

    Tempio del Clituunno in: Bizzozzero, Dove si trovava Trevi

    Di altri rinvenimenti io non ho avuto mai sentore.

    Se sulla collina ci fossero stati edifici di epoca romana indizi vari sarebbero affiorati durante i secoli, cosa di cui avrebbero parlato certamente coloro che scrissero di storia e di arte.

    Dire che la città romana sarebbe andata distrutta in seguito alle invasioni barbariche o ai movimenti tellurici, per cui ogni traccia sarebbe scomparsa, non è una convincente ragione. Distruzioni di qualsiasi genere salvano le fondamenta di templi o di mura.

    A proposito di mura non si deve confondere la maniera romana con quella medioevale, di cui esistono avanzi notevoli con una magnifica porta di severo ed imponente aspetto, attualmente denominata Portico Mustaccio.

    Sotto la casa Arredi, nelle mura castellane, a sinistra della via scoscesa che mena alla Piaggia, vi è sì una porta murata che arieggia all’epoca romana, ma non lo è. Sarebbe interessante riaprirla per vedere dove conduceva.

    Sulla sommità si saranno certamente elevati dei templi che dominavano la pianura, dove scorreva il grandioso Clitunno.

    Circa i templi mi riferisco ad un particolare.

    Francesco Mugnoni, trevano, nei suoi Annali dal 1416 al 1503, scrive che il 27 ottobre del 1489 si era recato ad ascoltare la messa a S. Martino, chiesa annessa al convento dei frati minori, che, in fondo all’amena passeggiata, costeggiante la collina, sovrasta la meravigliosa pianura, chiesa che seppure ricostruita nei pressi, esiste anche oggi.

    Nel piazzale, al di sopra dell’attuale Belvedere, dove termina la passeggiata, c’era uno spiazzo con «multe belle prete de altare et colunne de multe belle prete et parte ne sonno in ecclesia nova, et parte portate ad Santo Miliano», cioè nella chiesa collegiata di S. Emiliano, che esisteva, come ora, sul culmine della collina di Trevi.

    Ai lati del portale di tale Chiesa vi sono due grossi capitelli romani di travertino, di ordine corinzio, i quali dovevano appartenere ad imponenti colonne.

    Suppongo che i capitelli siano due di tali «belle petre1

    » e siano appartenuti al tempio di Diana cacciatrice2, che doveva elevarsi appunto nella località sovrastante il Belvedere della passeggiata, nel punto dominante la pianura.

    Sulla collina di Trevi e lungo i suoi fianchi non sono quindi emerse attestazioni di civiltà romana, differenza di Pietrarossa, dove attualmente sorge la vetusta ed interessantissima chiesa di S. Maria.

    Al tempo in cui io, compivo gli scavi archeologici di Urbinum Hortense, cioè nel 1938, una gentile e colta signorina di Matigge, frazione che si trova vicino a tale località, mi riferì che durante i lavori dei campi vi erano stati rinvenuti casualmente dei blocchi di travertino, lastre di marmo e frammenti di sculture.

    Anche nel 1864, come attesta il Prof. D. Aurelio Bonaca, insigne cultore e scrittore di storia ed arte, quando si costruì la ferrovia, vennero alla luce oggetti di epoca romana, alcuni dei quali sono conservati attualmente nella Pinacoteca comunale.3 ed altri andarono perduti. Alcuni piccoli reperti io li vidi nella raccolta del palazzo Bartolini.

     Trevi, panorama in: Bizzozzero, Dove si trovava Trevi

    Lo stesso Prof. D. Aurelio Bonaca ne Le Memorie Francescane di Trevi riporta un manoscritto del 1765 del seguente tenore: «Fin a giorni nostri chiunque scava il terreno per quel circuito e vicinanze (Pietrarossa) trova le fondamenta di ben grossi muri, uno dei quali specialmente in retta linea per lo spazio di sopra a mezzo miglio per la sua ampiezza e lunghezza ci dimostra senza dubbio il fondamento delle antiche mura della Città; strade ottimamente selciate; piedistalli e basi di colonne in tal distanza e simmetria disposte, che vi fanno conoscere essere stati in quel luogo altri antichi e sontuosi templi, o pure bagni, o teatri; colonne infrante, pietre lavorate in quadro di considerevole grandezza, che danno chiaro indizio di essere frammenti di edifici in magnificenza a città cospicua corrispondenti ». Pur ammettendo esagerato quanto scritto dall’anonimo trevano nel 1765, la sua descrizione si addice ai resti di una città d’indiscussa importanza, cioè la città delle popolazioni Trebiates. Lo attesta indirettamente Svetonio, il quale riferisce come si comportò Tiberio in relazione ad un lascito di un cittadino trevano per costruire, un teatro. Egli non permise che la somma venisse spesa per lastricare una strada. Un pagus o un modesto agglomerato di edifici non poteva avere un teatro. La città invece l’ebbe in antico ed altro allora ne costruì, come conferma un piedistallo in marmo, già sostenente una statua, rinvenuto nella zona archeologica di Pietrarossa.4, attualmente conservato nella Pinacoteca di Trevi. In esso vi è scolpito che gli scabillari del teatro raccolsero del denaro per erigere un monumento a Lucio Succonio della famiglia Prisca, forse il benemerito cittadino del lascito di cui sopra.

    Le popolazioni Trebiates si trovavano, dunque, a Pietrarossa, dove dovizia di ruderi romani giacevano e giacciono sepolti lungo la zona compresa tra il Clitunno e la strada, cioè il diverticolo della via Flaminia.

    Dalla città si poteva ammirare il sovrastante grandioso tempio di Diana ed altri templi che si stagliavano sulla prospiciente boscosa collina.

    Il conte Dott. Tommaso Valenti, altro illustre cultore e scrittore di antichità, in Curiosità Storiche Trevane, riferisce di aver letto in una cronaca manoscritta, che si conservava nel Convento di S. Francesco di Gualdo, come, all’epoca dei Carolingi, verso il secolo IX, gli abitanti di Lucana, sita in Pietrarossa, si trasferirono nella collina di Trevi per sfuggire alle incursioni barbariche. Lucana non sarebbe altro che la città delle popolazioni Trebiates, cioè Lucana Trebiensis o Trebia. Ser Francesco Mugnoni, l’annalista di cui ho parlato, scrive che nel mese di luglio o di agosto dell’anno 1468, nella notte di S. Giovanni, ancora una volta scaturì l’acqua «ad santa Maria de pié de Trevi, dove c’è facta quella maestà et dove ce sonno quilli bagni», cioè a Pietrarossa.

    Secondo la tradizione, oltre all’acqua perenne che alimentava i bagni, di cui parla l’annalista, altre polle comparivano in occasione della festa di S. Giovanni.

    Nei pressi della vetusta chiesa di S. Maria ci sono ancora i pozzi dove si attinge l’acqua miracolosa del Santo.

    Ai tempi di S. Francesco, qualche piscina o vasca dei bagni doveva essere ancora efficiente.

    Infatti il Poverello di Assisi ivi mondava i lebbrosi, provenienti dall’Ospedale dei S.S. Tommaso e Lazzaro, che si trovava nell’attuale località Borgo di Trevi. L’Ospedale aveva certamente un pozzo, ma il Santo preferiva condurre i lebbrosi ai bagni di Pietrarossa, sia per avere l’aiuto di S. Giovanni con l’acqua miracolosa, sia per poterli immergere nelle vasche o piscine. In che consistevano i bagni, alimentati dal Clitunno?

    Opino che dovevano essere i resti delle terme dell’ormai pressoché sepolta città romana.

    Sorgono però dei dubbi, i quali farebbero pensare che nella località di Pietrarossa non esisteva la romana Trebia.

    I dubbi scaturiscono dall’epistola di Plinio secondo a Romano.

    Egli raccontava all’amico le meraviglie del fiume Clitunno, che forse aveva ammirato percorrendo il diverticolo della Flaminia per recarsi nella sua sontuosa villa di Tifernium Tiberinum, oggi Città di Castello.

    Descriveva la fonte di acqua cristallina che scaturiva ai piedi di una collinetta boscosa ed oscura di antichi cipressi, la quale copiosamente, in più vene, formava un ampio lago, che alimentava un fiume «amplissimum», dove si rispecchiavano i frassini e i pioppi delle due rive.

    Il fiume era navigabile ed i navigli scorrevano trasportati dalla copiosa corrente, che era difficoltoso risalire con i remi e le pertiche.

    Trevi, sipario in: Bizzozzero, Dove si trovava Trevi

    L’acqua era fredda come la neve.

    Presso la sorgente maggiore si elevava un antico e venerabile tempio, «priscum et religiosum», di cui gli oracoli annunciavano la presenza del nume «Clitumnus» e la sua virtù fatidica. «Praesens numen, atque etiam fatidicum, indicant sortes». Il nume si ergeva in piedi con indosso la pretesta. E’ da notare che, mentre le deità fluviali si rappresentavano sdraiate, il Clitunno, forse Giove Clitunno, maestosamente si ergeva in piedi: ciò dimostra l’importanza che aveva.

    Intorno, presso le sorgenti più modeste, che ugualmente si perdevano nel fiume, sorgevano molti piccoli simulacri, dedicati ad altre divinità.

    Uno di questi è forse il tempietto attuale, la cui parte superiore è stata ricostruita nel secolo V con frammentario romano e simboli cristiani per dedicarlo a San Salvatore.

    Il fiume era diviso in parte sacra e in parte profana da un ponte, che doveva esistere forse presso la Fatistana.

    Nella parte sacra era permesso solo navigare, mentre in quella profana era permesso anche prendere il bagno.

    Lungo le rive della parte profana sorgevano molte ville.

    Precisamente qui si elevava l’edificio dei pubblici bagni, donati d’Augusto agli Spellani. «Balineurn Hispellates, quibus illum locum divus Augustus dono dedit, publice praebent, prebent et hospitium».

    Si offriva, dunque, anche la gratuita ospitalità.

    Alcuni pensano che tali bagni siano quelli che si trovavano in Pietrarossa, dei cui resti si servì S. Francesco per mondare i lebbrosi e che esistevano ancora al tempo dell’annalista Mugnoni. In seguito a ciò Trebia si sarebbe trovata sulla collina, dove si trova anche oggi.

    Non sono d’accordo. Io penso che i bagni donati d’Augusto agli Spellani si dovevano trovare alla fine dei sacraria, tra il diverticolo della via Flaminia ed il Clitunno, presso il ponte o al di là di questo che forse serviva per accedervi.

    Se i bagni si fossero trovati a Pietrarossa, cioè a circa tre chilometri di distanza, Plinio non avrebbe poto fare a meno di nominare la città di cui facevano parte.

    Se Trebia si fosse trovata sul culmine della prospiciente collina avrebbe offerto, come oggi, uno spettacolo così interessante che non sarebbe sfuggito alla sensibilità del gentile scrittore.

    Egli invece esaurisce l’argomento senza altra menzione.

    É d’uopo, in questo punto, soffermarsi in brevi considerazioni.

    Plinio non dice che Augusto permise agli Spellani di fabbricare i bagni in quella incantevole località, ma che glieli aveva donati.

    Allora questi già esistevano e a chi appartenevano?

    All’erario, cioè al complesso dei sacraria, come la vasta zona di Bovara, Forum Boarium, dove si allevavano in gran numero i buoi anche per i sacrifici presso i templi dell’Urbe?

    I buoi venivano abbeverati e bagnati nelle limpide acque del fiume, che aveva la virtù di renderli candidi, come attestano Virgilio, Cornelio Nepote e Silio Italico.

    Oppure i bagni appartenevano alle popolazioni finitime, di cui la più vicina era Trebia?

    Forse questa si era trovata al fianco di Mevania durante il rovinoso assedio di Perugia, sperando nella conservazione delle antiche istituzioni repubblicane?

    La collera crudele di Augusto le avrà tolto anche i bagni, che vennero donati ai suoi sostenitori ed alleati?

    Si tratta di supposizioni che non sono suffragate da indizi specifici e tanto meno da documenti.

    I bagni erano di essenziale importanza per ogni città romana, come dimostrano le vaste terme di Urbinum Hortense che si trovava in cima ad una collina.

    Erano importanti specialmente per Trebia che, secondo l’Itinerario Bordigalense o Gerosolimitano, aveva l’attributo di civitas ed era quindi municipio ed in seguito una delle primitive sedi vescovili.

    Non poteva usufruire dei bagni del Clitunno che, seppure sempre scomodi per la distanza, erano ormai di pertinenza di Spello.

    Costruì allora i suoi bagni in riva al Clitunno, che scorreva presso la città, parallelamente al diverticolo della Via Flaminia, che si troverebbe più a valle dell’attuale autostrada..5

    Il distinto e colto Avv. Carlo Zenobi, non smentendo l’antica tradizione trevana di studi e di ricerche, ritiene infatti di averlo reperito recentemente entro il letto del canale Alveolo.

    A conferma del mio assunto, cioè che il municipio di Lucana Trebiensis o Trebia si trovava a Pietrarossa, ci sono i vari itinerari romani della Flaminia, che indicano la distanza tra una località e l’altra. Esiste una copiosa bibliografia riguardante i vari esemplari che ci sono pervenuti, i quali non sono sempre concordi.

    Comunque dopo L’VIII miglio da Spoleto la via passava in vista dei sacraria, dopo quattro miglia raggiungeva Trebia, dopo altre cinque Foligno e dopo altre tre si riuniva alla vecchia Flaminia a Forum Flaininii..6

    Tenendo presente che il miglio romano corrispondeva a chilometri 1,4785, la distanza tra Spoleto e Foligno era di Km. 25,134 circa, quasi uguale a quella odierna.

    Da Spoleto ai sacraria vi erano Km. 11,828, da qui a Pietrarossa Km. 5,914 e da Pietrarossa a Foligno Km. 7,392.

    Dai sacraria a Trevi vi sono invece circa Km. 4 e da Foligno a Trevi oltre Km. 9.

    Non vi sarebbe quindi alcun dubbio che la mia città natale, al tempo di Roma, si trovasse a Pietrarossa, questione però che solo gli scavi archeologici potranno definitivamente risolvere

    Gli oracoli del nume Clitunno e l’amenità del luogo attrassero anche Caligola che vi si recò a sacrificare in occasione di un suo viaggio nella nebulosa Mevania. Lo riferisce Svetonio, mentre Strabone e Plinio il naturalista confermano che il fiume era navigabile. In esso scorrevano piccole navi onerarie, che raggiungevano il lago Clitorius o Umbro, il Teneas dopo Bevagna, il Chiascio ed il Tevere per trasportare i prodotti agricoli locali fino a Roma.

    Vari terremoti scossero l’Umbria in epoche lontane arrecando gravissimi danni.

    Come oltre sei secoli prima, al tempo della battaglia del Trasimeno, di cui parla Tito Livio, un catastrofico sisma si ripeté per circa sei mesi nel 444 ed altri ancora che seguirono chiusero gran parte delle copiose sorgenti del Clitunno, che si ridusse nelle attuali modeste dimensioni. Le acque trovarono altre vie nelle viscere la terra sgorgando in piccola quantità anche in località Abisso in territorio di Bevagna.

    Perse anche il, suo nome lontano dalle sorgenti di sperdendosi nelle paludi, che furono prosciugate solo nella metà del secolo XVI.

    Il modesto fiume diventò Teverone, non saprei perché, mentre conservò la denominazione di Teneas, Tinia, toponimo di origine etrusca, fino ad oltre il secolo XIV, per diventare Timia da Bevagna e poi confluente del Topino fino ad assumerne il nome presso Cannara.

    Il tempio di notevoli dimensioni andò distrutto ed attualmente resta il piccolo simulacro del V secolo.

    Questo sarebbe apparso oggi molto più interessante se non fosse stato mutilato dei portici agl’ingressi laterali, portici venduti in altri tempi.

    Bella ed encomiabile iniziativa sarebbe quella di toglierlo dall’infelice luogo ove si trova, per collocarlo in un punto eminente, presso le sorgenti, sullo sfondo di cipressi. Dove nei tempi lontani, fra la boscosa verdura, si elevavano i templi pagani, oggi sorge la ridente Trevi offrendo al viandante, che sfreccia per la larga autostrada, uno spettacolo d’incantevole poesia con i suoi edifici che pare salgano sul fianco della digradante collina per raggiungerne il culmine, da cui emerge l’elegante guglia del piramidale campanile.

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    069

    Note

    1) Come correttamente riportato sopra e nell’originale, la grafia del Mugnoni è: prete.

    2) Altre fonti narrano del tempio di Diana, ma non sul colle di S.Martino, bensì sul colle di S. Emiliano. V. Tiberio Natalucci che si rifà ai Bollandisti.

    3) Attualmente nel Complesso Museale di S. Francesco.

    4) Altre fonti non indicano il luogo.

    5) Nel 1973, quando scriveva il Bizzozzero, la consolare Flaminia era stata rettificata da poco più di dieci anni, ma scorreva sempre davanti al lebbrosario di S. Tommaso. Da non confondere con la “superstrada” attuale, costruita ex novo, a quattro corsie, che scorre ad ovest della chiesa e del nucleo abitato di Pietra Rossa.

    6) Non è chiaro quale percorso l’Autore attribuisce alla Flaminia degli itineraria. Il tracciato romano sicuramente era più a valle della carrozzabile attuale e cioè: Spoleto, S. Sabino, Protte, Piè di Beroide, tutto perfettamente diritto fino a Pietrarossa, deviato poi, sempre in epoca classica, per Faustana e Borgo di Trevi.

  • La chiesa delle Lagrime (3), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime
    1
    RAGIONI DEL LIBRO E SUE FONTI STORICHE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 3 a 10)
    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute
    < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    < 3>

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime ha seguito — letterariamente parlando — la sorte della città di Trevi, nel senso che dell’una e dell’altra è stato fin qui scritto poco e non bene. Di Trevi, infatti, abbiamo scarse e frammentarie notizie. Non esiste una storia stampata di questo comune; nelle poche pagine fin qui pubblicate sull’argomento nessun accenno di seria documentazione. salvo rari casi.

    Così della Chiesa delle «Lagrime» abbiamo qualche cenno storico in un libretto assai meschino, poche notizie in alcune monografie; brevi parole nelle «guide». Dei molti documenti che esistono, relativi a questo monumento dell’arte italiana, nessuno — o quasi nessuno — si è occupato. Chi ne ha dato notizie alquanto diffuse, non si è curato di risalire alle fonti. Onde lacune, inesattezze, errori.

    Niente di più naturale che, per queste ragioni, sorgesse in me il desiderio di dedicarmi, secondo le mie modestissime forze, alla compilazione di una storia documentata di questo insigne e monumentale edificio.

    Ed il mio scritto s’intitola all’arte italiana; perchè, se nelle pitture di questa chiesa predomina — ed è naturale — l’elemento della scuola umbra, insieme a questa vedremo nobilmente e riccamente rappresentate l’arte veneta e la toscana, la lombarda e la romana in altrettanti ammirevoli lavori di pittura, di architettura, di scultura.

    Nomi illustri e nonni più modesti di artisti di quelle regioni vedremo rifulgere nel corso di questo libro. Taluni già noti agli < 4> studiosi; altri venuti ora per la prima volta alla luce della storia e della critica; ma tutti degni rappresentanti del genio italiano.

    ***

    Dopo tale rapidissimo cenno che mette in rilievo l’importanza della chiesa delle «Lagrime» nella storia dell’arte nostra, viene fatto di domandarci donde sia venuta la tanto poca cura che, fin qui, gli studiosi si sono presi di questo tempio. La risposta non è facile; ma il fatto sussiste e lo dimostra la magra letteratura che abbiamo in proposito.

    Che se in tali deficienze è la più ampia giustificazione del mio lavoro, mi sembra che, in pari tempo, derivi da esse una specie di obbligo per me di richiamare l’attenzione degli studiosi e degli amatori di cose d’arte su questa gloria della nostra Trevi; tanto più che anche i miei concittadini — nella grande maggioranza — non hanno avuto fino ad ora molte occasioni, né sicura guida per ammirare come si conviene, i capolavori che pur si trovano sotto i loro occhi.

    Ma la chiesa è fuori di mano; ci si passa dinanzi di rado ed in fretta, coi mezzi più rapidi possibili. Poche in essa le funzioni religiose. Si accorre in gran folla laggiù «alle Lagrime», — se la stagione primaverile ne invita — il giorno della festa, in lieta compagnia; ma — se molti possono essere i devoti — ben pochi sono, anche in quel giorno, gli ammiratori delle opere d’arte, che sono lì, a testimonianza di una fede ben più viva della nostra.

    Onde io sento che le mie fatiche per far conoscere meglio ai miei concittadini tutta la poetica bellezza di questo tempio, saranno da essi bene accolte. Perchè ad esso i trevaui sono legati da affettuoso vincolo di tradizionale venerazione. «Le Lagrime», sotto il punto di vista religioso, sono cosa tutta trevana. La devota leggenda della Madonna «che ha pianto» si è tramandata di generazione in generazione, per quasi cinque secoli. E, se la fede dei credenti di oggi non è più viva e fervida ed ingenua, come quella di cinquecento anni or sono, pure nell’anima del nostro popolo si conserva, senza discuterla, la tradizione di un culto, che ha in sé qualche cosa di sentimentale e di sacro ad un tempo, per le memorie che ci legano a questa chiesa così solenne, così tranquilla, in mezzo agli olivi ondeggianti sotto il vento, così maestosamente eretta al di sopra della valle Umbra, della quale il Santo di Assisi diceva che nulla di più ridente aveva mai veduto.

    Ma non per questo è a credere che il mio studio abbia carattere ed interesse esclusivamente locale. Sotto il punto di vista dell’arte, < 5> ben più ampio è l’orizzonte che si apre agli occhi di chi, invitato dalla silenziosa e suggestiva mole di questo tempio, s’indugia ad ammirarne con attenta calma le singole parti.

    Spero che le mie parole e più le immagini che le accompagnano, varranno a dimostrare che non è errata tale mia affermazione.

    * * *

    Dirò in fine che col mio scritto ho la speranza di aver portato un qualche contributo anche alla storia generale di Trevi sempre interessante, come quella di tutti i comuni italiani, specialmente nel medioevo. Poiché i fatti che si riferiscono alla chiesa delle «Lagrime» hanno importanza grande nelle vicende del nostro paese. Infatti anche le manifestazioni subitanee dell’anima del popolo rappresentano, a parer mio, un vero e proprio fatto sociale, di cui non può disinteressarsi lo storico; tanto più quando di tale fatto permangono e si perpetuano le tradizioni e le conseguenze.

    Oltre di che, avrò occasione di nominare e mettere in luce molti benemeriti trevani. che nei secoli ebbero attinenza con il nostro comune e con la nostra chiesa. E spesso i documenti mi daranno modo di far rilevare le rare e desideratissime doti di rettitudine, di senso pratico, di energia elle i nostri avi portavano nel reggimento della cosa pubblica.

    Senza dire che qui figureranno numerosi altri personaggi non trevani: ma illustri nella religione, nelle arti, nelle scienze.

    Credo utile rilevare che tutto quanto qui narrerò è validamente appoggiato da indiscutibili documenti. Dico, anzi, che una delle ragioni principali che mi hanno fatto decidere a questo studio, è stata la certezza di poter trovare di essi larga messe, di cui una parte già da me conosciuta da tempo, e l’altra frutto di ricerche assidue e pazienti.

    A complemento e sostegno del mio scritto, ho voluto illustrarlo con numerose riproduzioni fotografiche della chiesa delle «Lagrime» e delle sue opere d’arte. Tutte queste immagini — ad eccezione di poche — sono assolutamente inedite.

    Un’appendice raccoglie il testo completo di alcuni dei più importanti documenti, del tutto sconosciuti fin qui. salvo i cenni che < 6>
    di taluni di essi sono stati in malo modo pubblicati in tempi recentissimi.

    Un’ ultima dichiarazione: nel corso del mio lavoro dovrò frequentemente nominare personaggi della nostra famiglia. Spero che nessuno dei lettori vorrà ciò attribuire a frivola vanteria. Si tratta di gente scomparsa da secoli e che, ormai, appartiene alla storia. E la parte da essi avuta nelle vicende della chiesa delle «Lagrime» è tale che avrei commesso grave errore, a tutto danno della storia della chiesa trevana, se, per insulsa modestia, non avessi parlato di loro.

    E, d’al tra parte, si vedrà che, presentandosene l’occasione, tratterò di quei nostri antenati con la maggiore imparzialità, come di dovere. Di essi si sono occupati i pochi scrittori — anche i più recenti — che hanno lasciate memorie di questa chiesa; e tutti con parole molto — e talvolta anche troppo — benevole per quei nostri maggiori. Io sarò più severo.

    Ma non sarebbe stato serio se, per il fatto che quei soggetti portavano il nostro nome proprio io avessi dovuto o tacerne, o negare a loro 1’ importanza che hanno avuta nella storia delle «Lagrime», e di Trevi.

    La verità prima di tutto!

    Con la scorta. dei documenti che esistono, ci è permesso di seguire, fino dall’origine, tutta la storia della chiesa delle «Lagrime» fatta eccezione per qualcuna delle opere d’arte in essa contenute, come, ad esempio, per i monumenti sepolcrali.

    Non credo utile, né pratico trascrivere qui il lungo elenco dei molti libri e dei documenti che ho dovuto consultare, per questo mio studio. Sarebbe un vano sfoggio di facile erudizione, con risultato assai modesto. Le citazioni dei singoli autori e dei documenti saranno fatte volta per volta.

    Con tutto ciò, credo necessario indicare le principali fonti alle quali ho attinto.

    La prima e più pura fonte di notizie, per quanto riguarda l’origine della chiesa delle «Lagrime», sono gli Annali manoscritti di Ser Francesco Mugnoni, da Trevi dal 1416 al 1503, continuati negli ultimi anni dai suoi figli. Il manoscritto di questi «Annali» si conserva < 7>
    nella Biblioteca Vaticana, alla quale è pervenuto da quella del Card. Capponi. Porta la segnatura «Capp: 178», ed è rimasto inedito fino al 1921 (1).

    Questi «Annali» erano già conosciuti da quasi tutti coloro che, più o meno ampiamente si sono occupati di cose trebane e dell’Umbria. Per quanto riguarda la chiesa delle «Lagrime» le notizie tramandateci dal Mugnoni, sono di straordinario interesse; poichè egli fu testimone oculare dell’origine della chiesa, come in appresso dirò.

    Nell’Archivio storico del comune di Trevi, detto «delle 3 chiavi» si conservano nei volumi delle «Riformanze» ossia dei verbali consiliari dell’epoca, interessantissime memorie dei primi tempi della nostra chiesa.

    Nel medesimo Archivio dal N. 214 al 254, sono alcune carte e pergamene provenienti quasi tutte dall’ex-monastero delle «Lagrime». Questo «fondo» non è molto ricco; ma contiene abbastanza elementi per seguire le varie vicende della chiesa, quasi ininterrottamente fino alla fine del secolo XVI.

    Per i secoli XVII e XVIII abbiamo alcuni documenti in due buste del medesimo Archivio, segnate 1600-1700 e 1700-1800.

    Le ultime vicende della Chiesa dal 1800 ad oggi, sono documentate da carte di amministrazione e da copie di atti pubblici, contenute in una busta con l’indicazione «Chiesa delle Lagrime».

    Altro abbondante materiale storico trassi dall’«Archivio della Procura generale dei Canonici Regolari Lateranensi» in S. Pietro in Vincoli, a Roma. A questa congregazione religiosa fu — come vedremo — affidata per ben tre secoli (1500-1800) la chiesa delle «Lagrime». È così che in quell’archivio — oltre a documenti riguardanti l’intera congregazione, anche questi interessanti per noi — si conserva una parte dell’ex – archivio del convento delle «Lagrime». Devo alla squisita cortesia del Rev.mo Abate Generale D. Federico Fofi, nonché dell’archivista (Jan. D. Nicola Widloecher l’aver potuto con ogni agio fare quivi le mie ricerche; e sono lieto di render ad essi le più vive grazie.

    ______________________ (1) Gli «Annali» furono pubblicati da D. P. Pirri nell’ «Archivio per la Storia ecclesiastica dell’ Umbria » — Vol: V, fasc: I e II, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1921 < 8>

    Notizie sussidiarie raccolsi anche nell’c Archivio Vaticano per ciò che si riferisce specialmente ai personaggi storici, che avrò occasione di nominare.

    Anche dall’< Archivio Valenti » in casa nostra, ho potuto trarre numerose notizie e importanti particolari.

    Alla cortesia del Sig. Giuseppe Natalucci, di Trevi, debbo il favore — di cui lo ringrazio — di aver potuto consultare il prezioso manoscritto del suo antenato Durastante, dal titolo: «Historia universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi», dal quale trassi utili indicazioni e notizie antiche, oltre alle più recenti aggiuntevi dal compianto M°: Tiberio Natalucci, morto nel 1868.

    Su questi documenti ho tessuta la mia narrazione e sulla base di essi ho potuto rettificare o veder confermato ciò che intorno alla chiesa delle «Lagrime» era stato scritto in precedenza, dagli autori che si erano occupati dell’argomento, dei quali ecco l’elenco il più possibilmente completo:

    1°) Breve istorico compendio dell’ imagine miracolosa di Maria Santissima detta delle Lagrime venerata alle falde di Trevi nell’ Umbria nel magnifico tempio spettante ai Canonici Regolari della Congregazione Lateranense dedicato agl’ illustrissimi Signori Priori e Comunità dell’antichissima una volta città di Trevi — In Todi MDCCLXXXII — Per Angelo Mannelli stampator vescovile e pubblico — Con permesso.

    É un piccolo libro di cm: 12 x 17 e di pagine XVIII — 53. Porta in fine della prefazione le iniziali : D. P. G. A. L. ossia: D. Pietro Giorgetti Abate Lateranense. Questi nel 1782 era il superiore del convento delle «Lagrime».
    La lettera dedicatoria contiene alcune notizie storiche di Trevi, assai sommarie e discutibili. Nel testo l’autore si occupa della chiesa delle «Lagrime» dalle origini, ma senza accenno a documenti, salvo gli «Annali» del Mugnoni. Il Giorgetti è l’unico autore che tratti ex-professo di questa chiesa; ma lo fa in modo assai superficiale per essa e troppo cortigianesco per i personaggi e le famiglie nominate. Sotto il punto di vista della storia dell’arte non ha valore. < 9>

    2°) La Rosa dell’ Umbria ossia piccola guida storico artistica di Foligno e città contermini: Spello, Assisi, Nocera, Trevi, Montefalco Bevagna, compilata dal Dott. Giuseppe Bragazzi. Foligno, Campitelli,
    1864-1866.

    A pag: 199—203 parla abbastanza diffusamente della chiesa delle «Lagrime » pur con molte inesattezze e con pochi particolari. Manca qualunque documentazione.

    3°) Tridui in onore di Maria S.S. delle Lagrime venerata presso l’antica città di Trevi preceduti da alcuni cenni storici riguardanti la S. Effgie ed il tempio per il Sacerdote trevano A. M. Foligno, Tommassini, 1880 – pagg. 30.

    Autore dell’opuscolo è D. Alessandro Muzzi, morto nel 1908.

    D)alla pagina 3 alla pagina 16 tratta della storia della chiesa e ne dà la descrizione. Lavoro modesto: ma, in confronto degli altri, è il più esatto, sotto il punto di vista storico, per quanto non dica alcun che di nuovo.

    4°) Guida illustrata di Foligno e dintorni compilata da D. M. Faloci Pulignani, Foligno, Campitelli, 1909.
    Si occupa della nostra chiesa a pagg. 149-151.

    5°) Spoleto e il suo territorio del Prof. Giuseppe Angelini Rota, Spoleto, Panetto e Petrelli, 1920.

    Della chiesa delle «Lagrime» è data notizia a pag. 149 ss.

    6°) Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, ecc: di Gaetano Moroni Venezia. 1849-1870.

    Sotto la voce TREVI si leggono alquanto notizie della nostra chiesa; ma tratte quasi tutte dagli «Annali» del Mugnoni e dal «Breve compendio» del Giorgetti, qui sopra citati. Però questo è lo scritto più ampio che abbiamo su tale argomento, dopo quello del Giorgetti.

    7°) Notizie frammentarie — spesso inesatte — relative alle «Lagrime» si trovano anche nelle annotazioni agli «Annali» del Mugnoni, pubblicati da Don Pietro Pirri nell’«Archivio della storia ecclesiastica dell’ Umbria», Perugia, Tip. Cooperativa, 1921.

    8°) Indice guida dei monumenti sacri e profani dell’ Umbria a cura del Prof: Mariano Guardabassi. Perugia, Boncompagni, 1872. Anche qui sono contenute notizie della nostra chiesa, ma assai sommarie e con molti errori, che furono poi sempre ripetuti dagli autori di pubblicazioni successive.

    9°) Alcuni elementi di statistica della provincia dell’Umbria. (Compilazione dei Prof: Francesco Francesconi di Trevi). Perugia Boncompagni 1872. A pag. 786 si parla delle «Lagrime», con dati forniti dal suddetto Prof: Guardabassi.

    < 10>

    Non faccio speciale menzione di altre sommarie notizie che danno intorno a questo edificio monumentale le «Guide» generali d’Italia, come quella del «Touring Club Italiano», del Baedeker, e simili, che sono quasi tutte ripetizioni di cose già edite dagli altri, con l’aggiunta, talvolta, di qualche nuovo errore.

    Questa, a tutt’oggi, la poca letteratura che abbiamo sulla chiesa delle «Lagrime».

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 3 a 10)

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    086

  • Bizzozzero – Bovara

    Giovanni Bizzozzero

    LUOGHI UMBRI

    BOVARA

    Da Scuola Italiana Moderna – Rivista settimanale d’insegnamento primario – Anno XXXV, n. 1- Ottobre 1925
    Supplemento “Pagine serene“, pp. 10 e segg.

    _____________________________

    Nota.
    Questo testo era conosciuto a Trevi soltanto attraverso una copia dattiloscritta, con notazioni a penna di d. Aurelio Bonaca, che fu in stretto contatto con l’Autore.

    Ora può essere pubblicato, trascritto dalla rivista originale messa a disposizione dal Rag. Mario Scaloni di Cannara, che va conducendo delle ricerche sulla meritoria opera del Bizzozzero e che si ringrazia sentitamente.

    Oltre ad una migliore garanzia di fedeltà al testo originale, dalla copia della rivista, che mostra una fotografia del Laurentini del venerato Crocifisso di Bovara, si può retrodatare la foto stessa che veniva collocata negli anni ’30. La foto qui riprodotta non è ripresa dalla rivista ma da una delle numerose stampe in grande formato.

    In calce si riporta la presentazione dell’articolo, a cura della redazione della rivista, per evidenziarne il contesto al fine della completezza di informazione, pur essendo ininfluente per il testo stesso.

    Le poche note dell’Autore, poste alla fine dell’articolo, sono state inframezzate nel testo tra parentesi tonde ( ) in caratteri più piccoli e in colore bruno.

    I richiami e le note a piè di pagina, anch’esse in colore bruno. sono stati apposti all’atto della presente trascrizione.

    Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte Nume Clitunno!

    Sento in cuor l’antica Patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

    Gl’itali iddii!

    CARDUCCI.

    La ridente frazione, lambita dalla verde pianura, giace alle falde dei contrafforti degli Appennini, alle pendici del monte Pettino.1, tra Campello e Trevi. Le case, riunite a gruppi, in mezzo ad annosi olivi, querce ed elci, partendo dal piano via via s’inerpicano per il monte, in forma di semicerchio, e, dolcemente, scendono lungo il fianco e a cavaliere del colle, declinante presso alla Faustana. Sono baciate in pieno dal sole e, nei magnifici tramonti autunnali, si rivestono di rosso: i vetri delle finestre scintillano come di fuoco. Giù nel piano, il Clitunno sembra un nastro d’argento; scorre vicino alla via Flaminia e alla strada ferrata. Di fronte si ammira la valle spoletana e la ringhiera di Montefalco: meraviglioso paesaggio che gli artisti della scuola umbra fermarono coi loro magici pennelli. In alto, sul monte sovrastante, in mezzo agli oliveti, spicca caratteristica e gentile la chiesetta con il suo campanile dalla guglia aguzza, piramidale.2.

    Al tempo di Roma Bovara, Forum Boarium, era il luogo dove si tenevano mandrie di buoi da purificare nelle acque sacre del fiume Clitunno, per sacrificarli agli dei, come attestano il poeta Virgilio, Silio Italico, ed altri scrittori; oggi è una frazione del comune di Trevi.

    Quando affluivamo a Bovara i sacerdoti pagani e per il Clitunno vogavano i legni romani, Trevi giaceva nel piano.3. Fu forse la stessa Lucana Trebiensis, oggi Pietrarossa, di cui rimangono pochi ruderi: forse furono sontuose ville e terme. Gli abitanti si rifugiarono nel castello di Trebia, sul monte sovrastante, durante le scorrerie dei barbari all’epoca dei Carolingi. Al tempo della gloria di Roma, sulla collina di Trevi, nel punto più alto; si elevava il tempio di Diana, divina cacciatrice, dal grande arco d’argento che splendeva sotto il plenilunio.

    Bovara vide le coorti romane sfavillare per via Flaminia, la gloria di Annibale, reduce dal Trasimeno e la fuga da Spoleto; lo splendore dei Cesari, che sfarzosamente salivano il fiume, durante le feste Clitunnali.

    Plinio il giovane, nella sua lettera a Romano, narra che il fiume Clitunno al suo tempo era

    navigabile; oggi non lo è più. Verso l’anno 444 un terribile terremoto scosse i monti umbri; la rovina fu universale e parte delle sorgenti, alle quali i romani attribuivano il candore dei buoi, si chiusero e trovarono altra via d’uscita nelle viscere della terra. Il Clitunno divenne il picciol fiume che ora si osserva. Le sorgenti restarono sempre in luogo delizioso. Quanti ricordi! Vi è tutta una storia, tutta una gloria in quelle sacre fonti. Nelle acque pure e trasparenti si riflettono le rive rivestite di frassini e di pioppi, così come le vide Plinio diciotto secoli or sono, e gli occhi sono rapiti innanzi alla meravigliosa armonia del paesaggio: la mente corre alle liriche di Byron e di Carducci.

    Le solenni feste in onore di Giove Clitunno; celebre pei responsi degli oracoli, si celebravano il primo maggio. Il Prof. Bruschi magistralmente dipinse nel sipario del teatro di Trevi una di queste scene: Caligola, assiduo alle feste clitunnali, si reca al tempio maestosamente.

    Il tempio sorge presso Campello. E’ di ordine Corinzio; due avancorpi a gradinate conducono al pronao e poi alla cella. Due pilastri scanalati e quattro colonne di cui le medie fogliate e le esterne spirali, sostengono il cornicione ed il timpano. Fu restaurato nel V secolo, quando fu consacrato al Salvatore e una seconda volta nel secolo XII.

    Bovara. ebbe qualche importanza al tempo di Roma; quando regnava il paganesimo, ma anche nel medio evo, mentre si glorificava il: nuovo verbo di Cristo, scrisse la sua storia fra le principali castella vicine.

    Sulle rovine dei templi pagani sorse, intorno al secolo XII, la chiesa di S. Pietro, rinomata abbazia dei monaci di Sassovivo e poi degli Oliveta

    ni. L’arma di questi era, scolpita lungo le mura della vicina Trevi, presso la porta del lago, vicino a quella della Chiesa, del Comune e dei signori Varano (Conte Dott. T. Valenti – Memorie storiche trevane .4 – Le mura). Ser Francesco Mugnoni da Trevi, vissuto nel 400, nomina spesse volte detti frati, la chiesa e il convento nei suoi Annali, conservati nella biblioteca vaticana.

    Il santuario assurse a tanta importanza per un Crocifisso, scolpito in legno, opera del secolo XII.5. Vi si nota la rappresentazione antica del Cristo avendo gli arti conficcati con quattro chiodi, numero più conforme alla verità, come espressamente afferma S. Gregorio di Tours: «Clavorum ergo dominicorum gratia quod quattuor fuerint haec est ratio: duo sunt af

    fixi in palmis, et duo in plantis». (G. Marucchi. II Ed. Manuale di archeologia cristiana, Capo VII pag. 352)

    La maniera di conficcare i piedi con un sol chiodo fu introdotta per dare un movimento più artistico e un’attitudine più efficace a commuovere. Il Crocifisso di Bovara risente però della modificazione che si andava effettuando appunto nel secolo XII: al posto del colobium, lunga tunica, vi è il perizoma: è rappresentato con il verismo proprio dell’epoca.

    La fama del simulacro si diffuse tanto che i fedeli traevano da ogni parte in devoti pellegrinaggi; si fecero processioni nei tempi di calamità ed anche oggi accorrono numerosi i forestieri. Dicesi che dinanzi ad Esso abbia pregato S. Francesco d’Assisi. Anzi il seguente episodio, ispirò a Giotto uno dei più belli quadri della Chiesa superiore in Assisi: «Una volta andò il beato Francesco alla chiesa del beato Pietro di Bovara, vicino al castello di Trevi della valle spoletana, e seco lui andò frate Pacifico che nel secolo era chiamato re de’ versi, nobile cortigiano e dotto dicitore in rima». (Celano, Tract. de miraculis.)

    Essendo deserta la chiesa, disse a frate Pacifico di ritornare all’ospedale dei lebbrosi perchè intendeva passare la notte in quel luogo sacro. Gli ospedali dei lebbrosi dovevano essere quelli di S. Tommaso e di S. Lazzaro, presso alla chiesa della Madonna di Pietrarossa.

    Il Crocefisso della Chiesa di Bovara (Foto Laurentini, ca 1920)

    In quelle vicinanze vi è ancora il pozzo di S. Giovanni, dove attingeva l’acqua S. Francesco per mondare i lebbrosi. (G. Bragazzi, Rosa dell’Umbria. Foligno 1864 pag, 206). Nel chiostro del Collegio Lucarini, in Trevi, già convento francescano, torno torno vi sono degli affreschi, eseguiti da un certo cavalier Gagliardi, al principio del 600. In uno è rappresentato il Serafico Padre nel lazzaretto, in mezzo agli. appestati: sullo sfondo si vede il panorama di Trevi come doveva essere nel 600, visto da Pietrarossa. «Come egli rimase ivi tutto solo ed ebbe reci

    tato compieta ed altre orazioni, volle prendere riposo e dormire; ma non gli venne fatto. E il suo spirito cominciò ad essere preso di timore e sostenere diaboliche tentazioni, e tosto uscì dalla chiesa e fecesi il segno della croce, dicendo: – Dalla parte di Dio onnipotente vi comando, d’adoperare attorno al mio corpo quanto vi fu concesso dal Signore Gesù Cristo, essendo io pronto tutto sostenere. E poichè il più crudele nemico che io abbia si è il corpo mio, vai farete vendetta del mio avversario e pessimo nemico»

    (

    Celano,

    Tract. de miraculiis,

    5)

    .

    Immediatamente le tentazioni cessarono e potè dormire in pace.

    «Fatta la mattina frate Pacifico venne a lui: il beato Francesco stava allora innanzi all’altare in orazione. Frate Pacifico stette in attesa fuori del coro orando similmente avanti il

    Crocefisso. E come egli ebbe principiato l’orazione levato in ispirito e ratto in cielo, se in una col corpo o fuori del corpo, solo a Dio è noto, e vide nel cielo molti seggi, tra cui uno ne vide i luogo più eminente e di maggior gloria ornato di splendore e di tutte pietre preziose. E meravigliandosi di tanta bellezza, prese a considerar fra sé cui fosse quel seggio. E tosto udì una voce che gli diceva: – Questo seggio fu del Lucifero, e in luogo di lui vi siederà l’umile Francesco. – E poichè fu tornato ai sensi, di subito uscì incontro a lui il beato Francesco, a’ piedi del quale gittossi quel frate, colle braccia cancellate in modo di croce e riguardandolo già come nel cielo fosse assiso in quel seggio»

    Tract. de miraculis.

    )

    Nella parete a destra dell’altar maggiore si legge la seguente iscrizione in memoria del fatto narrato: «D. 0. M. Divo Francisco Assisiensi – sacra hac in aede per integra nocte oranti – dire ab inferis impedito — et B.

    o Pacifico ejus socio – supernam illam a Lucifero amissam sedem occupare – per extasim conspecto – hujus coenobi monachi tot gestorum – perpetuum monumentum – devotionis ergo. – P. P. anno D.ni MDCCXXIX».

    Il santuario di S. Pietro, dichiarato monumento nazionale, è oggi chiesa parrocchiale della diocesi di Spoleto. Attuale parroco è Mons. Cav. D. Gennaro Del Gaudio, persona squisitamente gentile e compresa nel suo alto ministero.

    Il santuario sorge ai piedi di Bovara nel piano, poco lontano dalla, via Flaminia

    ..

    Scendendo per il bel viale l’occhio rimane attratto dal magnifico campanile, opera della fine del 500

    .6

    E’ slanciato, elegante; si eleva nel cielo terso ed azzurro arditamente; le rondini volano sulla sua cima come freccie di antichi balestrieri. La parte inferiore, fin presso il primo cornicione, è in pietra lavorata, il resto in laterizi. Ha due celle con logge bifore; la guglia è a calotta sferica e termina con una palla sormontata da una croce. Le campane stanno nella prima cella, dai pilastri con capitelli ionici. Quale suono melodioso esse diffondono! Le dolci note si espandono per il colle e per la valle in un infinito senso nostalgico: scendono nel cuore.

    Giunti in fondo al viale vi si presenta la piazzetta e a sinistra la facciata della chiesa. E’ di pietra lavorata e fu restaurata, secondo lo stile primitivo, da Brunelli padre di Foligno. Della originale facciata, dopo i restauri del 500, rimangono un bel fregio, e il finestrone a rosa, opera di Latomo Atto antico scultore di scuola umbra neo-classica, autore dell’intero tempio. Infatti sotto al timpano è inciso il seguente distico:

    «Atto sua dextra templum fecitque fenestram.
    Cui Deus eternam vitam tribuatque supernam».

    Ai due lati si notano due finestre bifore e nel timpano vi è una scultura simbolica cristiana del secolo IV o V.

    In alto, sotto al rosone, son due teste di toro, tolte certamente, insieme con altri ornati, a uno dei sacelli di cui parla Plinio e che sorgevano lungo le rive del Clitunno; sotto di esse vi è il fregio. Il portale è intonato a tutto il resto della facciata; l’arco rotondo e i due fianchi, ornati da capitelli corinzi, sono circondati da bassorilievi romanici. Il Brunelli volle imitare le sculture nella porta minore del Duomo della sua città natale. (D. M. Faloci Pulignani – Guida illustrata di Foligno e dintorni) L’insieme è splendido: il rinascimento, che rifulge nel campanile, non istride con questo frammento romanico, assai semplice e castigato. A desta della facciata vi è l’antico convento col chiostro.

    L’interno della chiesa, per più di due terzi è a tre navi. Le pareti, nello spazio delle tre navi, sono di pietra intagliata, nuda. Le volte, a botte la centrale e a crocera le laterali, sono sostenute da colonne di pietra dai capitelli fogliati: si allineano in numero di otto. La nave centrale è molto più alta e in fondo, di fronte, sostenuto da due pilastri, vi è l’arco di trionfo con una trifora.

    Il presbiterio non ha nulla d’importante: le pareti sono di stucco. Il 25 aprile 1620, festa di S. Marco, come narra lo storico Lancellotti, abate di Bovara, un fulmine abbattè la parte del campanile adiacente alla chiesa. La volta del coro, parte per l’azione del fulmine, parte per il materiale cadutovi sopra, presentò lesioni tali da consigliare la demolizione. Nella ricostruzione non si tenne conto dello stile primitivo e il presbiterio rimase quale è ora. Chissà quante opere d’arte andarono distrutte! I restauri del 500 furono eseguiti per riparare i danni subiti, durante la lotta tra la famiglia Manenti di Trevi e quella Trinci di Foligno. Corrado Trinci fece occupare il convento per vendicarsi della morte dei fratelli, precipitati dalla rocca di Nocera, per istigazione dei Manenti.

    Prof .Cav. D. A. Bonaca.

    Dramma storico. Francesco Manenti.

    Ciò avvenne intorno al 1421 e le sofferenze dei poveri monaci, cacciati dal convento, saccheggiato e distrutto, furono infinite. L’abbate Tommaso Valenti (1442-1484), dopo inutili sforzi per riacquistare la libertà e le possessioni, rinunciò alla carica e cedette l’abbazia agli olivetani; questi, più potenti, riuscirono nell’intento e si adoperarono di ridonare al tempio l’antico splendore.

    Nel presbiterio è il coro di noce massiccio con gli stalli finemente intagliati: fu fatto costruire dall’abate Michelangelo Tramontana nel 1610. A sinistra dell’altare la cappella del Crocifisso è una vera festa di colori e di luce; accanto sta la lapide dei caduti nell’ultima guerra di redenzione7.

    I restauri hanno guastato in parte questo monumento; la severa linea dell’architettura romanza è stata deturpata. Dànno poi nell’occhio gli stucchi del più brutto barocco, che si attaccano per le pareti delle navi laterali,

    a

    fformare gli altari. Sarebbe una vera provvidenza se qualcuno pensasse a togliere tutto; le pareti del tempio debbono essere del tutto nude: ogni ornamento gli toglie maestà

    .8

    La sera, all’ora del tramonto, quando il sole illumina coi suoi ultimi bagliori le case di Bovara e si specchia scintillando nel sottostante Clitunno, le campane del santuario, con note lente e nostalgiche; invitano i fedeli alla sacra funzione. Scendono i buoni parrocchiani e le fanciulle abbassano gli occhioni neri, timidi dinanzi al giovinotto che, nella piazzetta, le attende…

    Lontano, nella grande pianura umbra, presso Assisi, come una visione diafana, s’innalza la cupola del Vignola; di fronte si delinea Montefalco. Giù nel piano, passa ansimando la vaporiera e il Clitunno scorre tranquillo, così, come nei secoli…

    Trevi, settembre 1925.

    PROF. GIOVANNI BIZZOZZERO.

    Premessa a cura della redazione della Rivista

    Siamo lietissimi di offrire questa piccola monografia storico-artistica di un nostro bravo e fedele abbonato. Saremmo stati anche più lieti di poterne offrire un’altra sui «piaceri dell’infanzia» che, per varie ragioni di merito e di forma, non possiamo pubblicare. Ambedue ci offrono il destro di ritornare sopra una idea, che potrà esser definita fissa, ma ci è cara perchè ci pare feconda: e soltanto una Rivista, come Sc. It. M., che si rivolge ai maestri di tutta Italia, può realizzarla. Nelle «horae subsecivae» che, più o meno, sopravanzano – se non a tutti – a un buon numero d’insegnanti, i migliori i più volonterosi, cioè quelli che si prendono a petto i problemi concreti cioè locali della scuola, potrebbero trovare un ottimo argomento nell’osservazione, nella collezione, nell’esame e nell’illustrazione del cosidetto «folk-lore», presa la parola nel senso più vasto: da monografie, come questa che pubblichiamo, alla raccolta di proverbii, di usi e costumi, feste e divertimenti, divozioni, lavori, leggende, etc. di carattere particolare, cioè tutto proprio al paese o alla regione. Una recente iniziativa di questo genere venne annunciata; ma poi nulla comparve e non ne sentimmo più nemmeno a parlarne. Ci auguriamo che il silenzio significhi preparazione e intenso lavoro, perchè all’Italia manca tuttora una pubblicazione del genere, come manca una enciclopedia. Questa sarà tra pochi anni un fatto compiuto e grandiosa espressione della sempre più fervida vita di pensiero degl’italiani. A quell’altra i maestri raccolti intorno a Scuola Italiana Moderna potrebbero recare forse il più largo e organico contributo. Ritorneremo sull’argomento e saremo con gioia a disposizione di tutti i volonterosi. Intanto all’opera!

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    069

    Note

    1) Per un errore di battuta nel testo è riportato “Settino” invece di “Pettino”. Per l’esattezza, il monte retrostante a Trevi si chiama “Serano”; Pettino è il paese nell’altro versante, a est, anticamente “villa” del Comune di Trevi, ora sotto la giurisdizione di Campello sul Clitunno. Pettino è molto vicino alla cima, tanto da poter essere confuso con la cima stessa, errore purtroppo riportato in alcuni testi.

    2) La chiesa di S. Arcangelo

    3) Cinquanta anni più tardi l’Autore non era più tanto sicuro di questa affermazione. Vedi: Dove si trovava la città di Trevi all’epoca dei Romani?

    4) Più precisamente “Curiosità storiche trevane“, Foligno, 1922

    5) La critica moderna lo data invece intorno al 1330. Giovanni Previtali, Due lezioni sulla scultura “umbra” del Trecento: II. L’Umbria alla sinistra del Tevere, 1. Maestri “espressionisti” tra Assisi, Foligno e Spoleto, Prospettiva, n.38, 1984, p. 31. Elvio Lunghi, La passione degli umbri, Foligno, 2000, p.99 e segg.

    6) La parte inferiore, come detto più sotto, è in pietre lavorate e quindi coeva alla facciata e alle pareti della chiesa. La parte superiore in laterizio potrebbe essere invece del ‘600, rifatta dopo il danno del fulmine del 1622.

    7) Attualmente una lapide ai caduti sta sulla parete nord dell’abbazia, nel piazzale antistante la chiesa, ma non si sa se sia la stessa di cui parla l’A.

    8) Nel 1951-52 furono tolti gli altari di stucco lasciando le pietre delle pareti completamente a vista. Fu rifatto anche il pavimento, sostituendo i mattoni con lastre di marmo che, non traspirando come il laterizio, sono perennemente bagnate. Curiosità: sotto ciascun mattone asportato – “pianelle” quadrate di cm. 20 – c’era un biglietto con il nome del parrocchiano che aveva offerto il denaro per l’opera. (Comunicazione orale di Annunziata Bonaca insegnante a Bovara per una vita)

  • La chiesa delle Lagrime (97), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XII – I CANONICI REGOLARI LATERANENSI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclèe, 1928 — pagg. da97 a 110)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <97>

    Per quanto laboriose e lunghe e, in apparenza, proficue fossero state le trattative corse tra il Comune e gli Olivetani prima, con gli Agostiniani poi, pure sta il fatto che la nostra chiesa nel 1499 aveva ancora, la sola assistenza dei due cappellani nominati dal Comune. Fu il 23 di Giugno di quell’anno che il Consiglio Generale deliberava che la Chiesa di S. M. delle Lagrime fosse data ai «frati» di S. Agostino — (locuzione autentica, ma impropria) — ossia ai Canonici Regolari di S. Maria della Pace di Roma, detti allora volgarmente i «frati della Madonna della Pace» e che, con l’approvazione del Vescovo di Spoleto, il Comune redigesse il relativo capitolato.

    È questo il primo accenno che negli atti consigliari troviamo relativo ai Lateranensi. Per giustificare questa decisiva deliberazione, si potrebbe supporre che fossero corse trattative precedenti tra il Comune e quella Congregazione. Ma documenti in proposito non abbiamo.

    A titolo di curiosità devo però riferire la spiegazione che il Giorgetti, nel suo libretto gia citato, dàdella scelta fatta dal Comune dei Canonici Regolari Lateranensi.

    «Si erano più volte radunati in Consiglio — esso scrive — (1) li Signori di Trevi per determinare a quale Società di Regolari

    ________________________

    (1) Op. cit. p. 36 e segg.

    <98> consegnare si dovesse la Santa Imagine, e la Chiesa, che fabbricavasi. Ma, per quante ne venissero proposte, non si accordavano mai tra loro i consiglieri, Un giorno, che più del solito disputavasi in questo punto senza conclusione veruna, uno dei Consiglieri propose che, portatisi due deputati alla non molto lontana strada Romana esibissero questa nuova fondazione a quella Religione, un di cui Professore si fosse prima incontrato dai deputati. Piacque il suggerimento al Consiglio; si elessero i deputati e si portarono questi alla strada Romana. La sorte, o per meglio dire, la Providenza divina, che voleva alla custodia di questo Santuario i Canonici Regolari Lateranensi, che appunto in quei tempi andavansi formando in Congregazione, fece sì, che il primo religioso, che i deputati vedessero passare per quella strada fosse un certo Padre Don Giacomo da Cremona, Canonico Regolare Lateranense, il quale siccome Procuratore Generale della sua Congregazione portavasi al Capitolo generale da celebrarsi in Piacenza. Si presentarono, dunque, ad esso lui i Deputati e gli offerirono a nome della Comunità il nuovo Santuario. Gradàestremamente il Padre Don Giacomo le offerte gentili dei Signori Trevani, ma avendo risposto non potere dare positiva parola senza averne consultato il Rettore Generale e il suo Definitorio, promise portare la risposta al ritorno. Ne parlò di fatti questo degno Religioso in Capitolo, ed ottenuta la facoltà di trattare l’affare, tornò in Trevi con favorevole risposta ecc.».

    * * *

    Ora, dopo questa in apparenza, così esatta narrazione vien fatto di esclamare: se non è vera è ben trovata! Ma occorre dire che dell’ ingenua storia narrata dal buon Abate Giorgetti nessuna traccia abbiamo nei documenti dell’epoca. Gli atti consigliari del 1499 — anno nel quale il fatto sarebbe avvenuto — sono completi, e in essi non è parola di quanto dice il Giorgetti, che ha trascritto di sana pianta la sua narrazione dalla Historia tripartita del Pennotti (1). E, d’altra parte, non è difficile la confutazione. Prima di tutto, come dicevo, manca negli atti consiliari la notizia della deliberazione per la nomina dei deputati, cui accenna il Giorgetti. Poi: a qual’epoca avrebbe dovuto attribuirsi il fatto? Il Comsiglio deliberava di cedere le «Lagrime» ai Lateranensi nella gia ricordata adunanza del 13

    (1) Op. cit., p. 797.

    <99>
    Giugno 1499. Ora il Capitolo Generale dei Canonici Regolari Lateranensi si chiuse il 10 Maggio di quell’anno. Esso ebbe luogo a Padova e non a Piacenza, come dice il Giorgetti. Il P. D. Giacomo (anzi Giovanni Giacomo) da Cremona era realmente nel 1499 il Procuratore Generale della Congregazione, poiché tale fu nominato nel Capitolo Generale che si chiuse a Piacenza il 12 Maggio 1498. Esso avrebbe dovuto durare in carica un solo anno; ma nel Capitolo del 1499 fu confermato e nello stesso tempo — come per consuetudine — era eletto anche Preposto di S. M. della Pace in Roma.

    Ma v’è di più il fatto, che in quel Capitolo non si tenne parola dell’offerta che — secondo il Giorgetti — sarebbe stata fatta dal Comune di Trevi a D. Giov. Giacomo da Cremona, con l’incarico di parlarne appunto in quella. solenne riunione. Che se della cosa si fosse discusso, gli atti capitolari ne avrebbero conservato memoria; come in quelli del 1498 è detto che si dava ordine al rettore generale ed ai visitatori di andare o mandare altri religiosi idonei per vedere ed esaminare i monasteri e le località che erano state offerte ai Lateranensi in Ancona, Osimo, Tolentino e Foligno. Trovandoli adatti per la Congregazione, il Rettore Generale e due visitatori potevano accettarli e adoperarsi per ottenerli (1). Ma viceversa nessun accenno alle «Lagrime» negli atti del Capitolo del 1499.

    Però a giustificazione del Pennotti e del Giorgetti, è dovere mettere in rilievo che il fatto del fortuito incontro sulla strada Romana (Flaminia) tra il Procuratore Generale dei Lateranensi ed i rappresentanti del Comune di Trevi è narrato per la prima volta in una Cronaca anonima del sec. X V della quale non è reperibile l’originale: ma di cui esiste una copia del 1576 nell’Archivio dei Canonici Regolari Lateranensi a S. Pietro in Vincoli di Roma. Questa Cronaca, che fu trascritta forse nel 1499 o nella seconda metà del 1501, sembra redatta in parte da un Don Aurelio da Piacenza che dal 1450 al 1455 fu Priore di S. Giovanni in Laterano. In essa si parla, tra l’altro, della unione di quarantadue Canoniche alla Congregazione. E parlando delle «Lagrime» Si dice essere questa la quarantaduesima prepositura. E’ ripetuto qui l’errore, riprodotto poi dal Pennotti e da altri, che il miracolo delle «Lagrime» avvenisse nel 1494. E proseguendo la narrazione, il cronista scrive che D. Gio. Giacomo da Cremona, passando da queste parti, fu dai Trevani vivamente pregato di voler presso i Superiori perorare la causa della

    (1) Atti Capit. dei C. R. L. in Archivio di S. Pietro in Vincoli, sub anno.

    <100> loro nuova chiesa. Il religioso comprese essere di utilità grande alla Congregazione il poter ottenere questo nuovo monastero. E la proposta fu accettata, dice erroneamente la Cronaca, nel Capitolo del 1499 con gran giubilo del Comune, che assegnò ai Canonici il necessario per dodici di essi e per cinque anni:

    Aggiungo per la verità, che la tradizione della «prodigiosa» scelta dei Lateranensi per le «Lagrime» Si conservò a lungo. Tanto vero che quando, sotto il governo Francese, il convento delle «Lagrime» fu con gli altri soppresso, tutto il clero di Trevi e campagna, passato il governo repubblicano, inoltrò «a chiunque spetta» una supplica in data 18 Ottobre 1799 affinché alla rispettabilissima religione o sia alla Congregazione Lateranense venga restituito il possesso che prodigiosamente le fu dato nel 1500». I firmatari erano 29 sacerdoti (1).

    Perciò se la scelta dei Lateranensi fu felicissima per tanti rapporti, devo dire, sempre per la verità che nulla ebbe di prodigioso. E’ certo infatti che della accettazione della chiesa in costruzione e dell’erigendo convento delle «Lagrime» si parlò soltanto nel Capitolo Generale del 1500, tenuto dai Lateranensi nella Canonica di S. Giovanni in Viridario («in Verdara») a Padova. Ma non abbiamo nel verbale i particolari della discussione; solo è detto: «si approva di accettare il posto di Trevi» (2). Niente altro. Il Capitolo si chiuse il 22 Maggio. In esso tornò ad essere eletto Procuratore Generale D. Giovanni Giacomo da Cremona. Nessun accenno alle modalità per il possesso delle «Lagrime».

    * * *

    Ma se non dagli atti Capitolari, possiamo però desumere da quelli del Consiglio Comunale di Trevi a quali condizioni i Lateranensi avrebbero accettato di venire alle «Lagrime» . Essi chiedeva-no di essere sussidiati dal Comune, poiché la chiesa non aveva rendite e la fabbrica assorbiva tutti i proventi delle elemosine e dei legati testamentarii, né si era ancora potuto costituire un patrimonio. I Lateranensi domandavano, praticamente, che ad essi venisse dal Comune assicurato il vitto per quattro anni e per almeno quattro Canonici. E durante la costruzione della chiesa si provvedesse all’alloggio dei religiosi, con orto, cortile, dormitorio e refettorio.

    ____________________________

    (1) Archivio di S. Pietro in Vincoli. Carte senza segnatura.

    (2) Obtentum est quod acceptetur locus Trevii. (Archivio di S. Pietro in Vincoli. Atti Capit. dal 1457 al 1501).

    <101>

    Di tutto ciò si occupò il Consiglio generale nella seduta del 10 Maggio 1500. E le richieste dei Lateranensi furono tutte accettate, ad eccezione del numero dei religiosi, perché fino allora si era parlato soltanto di due Canonici e di un converso. però vista l’urgenza della cosa, poiché è chiaro che la risposta del Comune doveva giungere in tempo al Capitolo, e la necessità di addivenire ad una conclusione, il Consiglio aggiungeva ai tre deputati per le «Lagrime» altri due fiduciari nelle persone del cavaliere conte dottore Nicolò Lelii e di Antonio Paoloni. che prendessero cura di quanto si riferisse alla chiesa ed alla consegna di essa ad una congregazione religiosa, ed in particolare a quella dei Canonici Regolari Lateranensi.

    Sembrò prudente al Consiglio prevedere il caso che i religiosi non accettassero di venire in due soli; perciò se questi non bastassero, potevano aggiungere un altro Canonico, per l’onore, la devozione e la sollecita costruzione della chiesa e del monastero. E i due deputati avevano pieni poteri, come il Consiglio generale.

    Queste dovettero essere le condizioni alle quali il Capitolo generale deliberò di accettare il «locus Trevii».

    * * *

    All’accettazione seguì, con lodevole sollecitudine, la venuta dei religiosi, che avvenne il 6 Luglio 1500. Ce ne dàla certa notizia il Mngnoni nei suoi «Annali» poiché sotto quella data scriveva che «venero ad Trevi certi canonici regolari de Sancto Augustino». Era di Domenica ed il popolo si adunò in folla a vedere i nuovi ospiti, dei quali anche l’abito, per il colore e la foggia, era una novità per i Trevani. Il Mugnoni annotava anche questo particolare scrivendo: «Portano uno càmisio bianco, come porta el vesco. Ma quisti portano sopra questo càmisio bianco una cappa et habito nigro». Il cronista sapeva che i Canonici erano stati mandati a Trevi «dal loro capitolo facto ad Padua». E che erano stati chiamati dal Comune di Trevi. Nulla dice del presunto incontro prodigioso o quasi. Otto giorni dopo, cioè il 13 Luglio, i Lateranensi presero solenne possesso delle «Lagrime» (1). E poiché tra essi era «uno digno et valente predicatore» questi tenne «in piaza una, excellente et digna predica» al numeroso popolo accorso. Il soggetto di essa fu: l’elemosina. Ed è a credere che ai devoti il nuovo custode della nascente

    ____________________________

    (1) Cade così l’affermazione del Pennotti che dice essere venuti i Lateranensi a Trevi dopo compiuta la fabbrica della chiesa. Questa era appena alla metà (Op. cit. pag: 797).

    <102>
    chiesa raccomandasse di essere larghi di offerte al loro santuario, per il compimento del quale occorreva ancora moltissimo danaro.

    * * *

    Per i religiosi così collocati a Trevi, urgeva procurare il necessario alla vita, poiché rendite per loro disponibili ancora non si avevano. Provvidero a ciò in virtù dall’ampio mandato a loro affidato dal Consiglio Generale, i deputati delle «Lagrime». I quali si adunarono di nuovo il 7 Settembre 1500 per deliberare circa i viveri da somministrare ai «Canonici delle Lagrime», come furono chiamati fino da quei primi tempi. E fu deliberato di dare ad essi 6 «coppe» di grano per ogni «priorato» cioè per la durata di due mesi: in tutto 36 «coppe» all’anno. E inoltre 16 «some» di mosto; ed olio quanto potrà occorrerne, oltre quello offerto dai devoti. E i Canonici dovevano essere esenti da ogni dazio o gabella: anzi si assegnava ad essi il ricavo della gabella sulle carni. E perché si abbia un’ idea esatta più che sia possibile della portata di questa deliberazione aggiungo che nel sec. XVI (1586) l’occorrente per il vitto era così stabilito: una «coppa» di grano pesava 140 libbre. Ne occorrevano 6 a 8 «coppe» a testa — ossia circa chili 27 al mese in media.— Una «soma» di vino era di 48 «bocali» equivalenti ad un ettolitro, quasi, e ne occorrevano 6-7 some a testa, pari a litri 2 al giorno in media. L’olio si misurava a «caldarello» che era di 12 «bocali» e pesava 55 «libbre» (1).

    ***

    Comprese il Comune che per la dignitosa esistenza della nuova famiglia di religiosi, per quanto non molto numerosa, occorreva assicurare ad essa il possesso pacifico e sicuro della chiesa in costruzione e dei terreni ad essa circostanti, gia acquistati dal Comune, perché potessero poi i religiosi costruirvi un convento di grandezza sufficiente al loro numero. E con atto pubblico, rogato dal notaio Benedetto Petroni, il comune assegnò ai Lateranensi la chiesa, e il terreno adiacente.

    E’ interessante esaminare questo atto di cui abbiamo copia autentica in una pergamena dell’archivio comunale(2)

    L’ istrumento fu redatto il 6 ottobre, presso le «Lagrime», con

    ____________________________

    (1) Archivio di S. Pietro in Vincoli. To. 4. Ravenna — Trevi, f. 373,

    (2) Archivio delle 3 chiavi N, 168.

    <103>
    l’intervento dei priori Pierangelo di Luca, Paride Pauloni e Lorenzo di Paolo: nonché dei deputati delle «Lagrime» Nicolò Lelii e Francesco Piacenti. Per i Lateranensi era presente il loro procuratore generale D. Gio: Giacomo da Cremona con D. Sante Maffei, da Bergamo, rettore delle «Lagrime».

    L’atto, assai prolisso, contiene la descrizione e la delimitazione dei terreni assegnati ai Lateranensi. I terreni erano — presso a poco — gli stessi che sono attualmente racchiusi nel recinto intorno alla chiesa e tuttora di proprietà del comune, con una superficie complessiva di circa due ettari.

    I priori garantivano il pacifico possesso di quei beni ai Lateranensi obbligandosi anche alle eventuali spese giudiziarie di primo e di secondo grado. E promettevano di ottenere tra un mese il con-senso dei proprietari dei terreni ceduti, per ciò che poteva interessarli.

    Speciali convenzioni furono stipulate anche per le strade d’accesso e circostanti alle «Lagrime»; per stabilire che non si costruissero nuovi edifici a distanza minore di 50 «braccia» dai confini dei beni della chiesa; fatta eccezione per la. casa gia ivi esistente, presso la via che andava verso «la Costarella», e di proprietà di un tale Evangelista di Giovanni.

    * * *

    All’epoca della presa di possesso delle «Lagrime» da parte dei Lateranensi, era cappellano e rettore della chiesa, o, per dir meglio, della cappella, il sacerdote D. Pietro di Giacomo, che rinunziò il suo ufficio in mani del vescovo di Spoleto, consegnando le «Lagrime» ai religiosi nuovi venuti. Questi rivolsero subito supplica al papa Alessandro VI per l’erezione e l’istituzione della «prepositura» delle «Lagrime», alla quale dovevano appartenere la chiesa, il monastero, il campanile, le campane, gli orti, il cimitero, ecc. E il papa concesse tutto ciò secondo era domandato, con suo breve in data 19 Settembre 1500 (1).

    Primo preposto nominato per le «Lagrime» dal capitolo generale, chiusosi il 17 Maggio 1501 nella canonica di S. Pietro di Padova, fu D. Ambrogio da Mortara. Prima di lui — quantunque non si abbia notizia della nomina — era alle «Lagrime» senza il titolo di preposto, quel D. Sante Maffei, da Bergamo che troviamo presente all’istrumento di cessione sopra citato.

    ____________________________

    (1) Archivio di S. Pietro in Vincoli.

    <104>

    Risulta, perciò errata l’affermazione del Pennotti (1), ripetuta dal Giorgetti (2) e dal Natalucci (3) e per prima riferita nella Cronaca anonima gia citata, che il primo preposto delle «Lagrime» fosse D. Silvano Morosini, dell’illustre famiglia dogale veneziana. Esso, invece, fu, in quello stesso anno nominato priore di S. Maria della Carità a Venezia (4). Non ebbe mai la nomina di preposto delle «Lagrime». Esso morì priore del convento di Treviso nel 1562 (5).

    Secondo le consuetudini della Congregazione Lateranense, dovevano i suoi conventi meglio provvisti di beni, contribuire — con spirito di fraterna mutualità — a quelli che non erano sufficienti a sé stessi. E nei capitoli generali venivano annualmente fissate e distribuite le diverse contribuzioni (taxae). Al nuovo monastero delle «Lagrime» furono nel capitolo del 1501 assegnasti 37 «ducati»; di cui 29 dovevano essere versati dal monastero di S. Maria in Porto, di Ravenna; 1 da quello di Cesena, e 7 da quello di Rimini (6).

    Giunto a questa epoca della narrazione, credo utile e interessante per i lettori dare qualche breve cenno sulla Congregazione dei Canonici Regolari Lateranensi, i quali da quell’anno 1500 entrarono nella vita e nell’ambiente trevano, del quale furono — direi quasi — parte integrante per ben trecento anni. Onde la loro memoria si ricollega non soltanto alla storia di questa chiesa, ma anche a quella dell’ intero comune.

    Il ciclo storico dei canonici regolari, dai quali ebbero origine quelli che, più tardi, assunsero la denominazione di «Lateranensi», può molto sommariamente, dividersi in tre grandi periodi.

    I° periodo – dal sec. IV al sec. XI.

    In quell’epoca vivevano in comune con i vescovi, nelle abitazioni adiacenti alle cattedrali, alcuni sacerdoti, che si dedicavano esclusivamente all’esercizio del culto. Essi osservavano alcune regole di

    ____________________________

    (1) Op. cit. pag. 797.

    (2) Op. cit. pag. 28.

    (3) Ms. cit. f. 233.

    (4) Atti capit. dei C. R. L. sub anno. in Archivio di S. Pietro in Vincoli.

    (5) » » » » Cod. 138.4-K della Biblioteca Classense di Ravenna. f. 47).

    (6) Archivio di S. Pietro in Vin c o l i , Atti capitolari , sub anno.

    <105>
    vita comune, dettate dai vescovi e dai concilii. così S. Eusebio vescovo di Vercelli, viveva con i suoi chierici (1); così S. Agostino vescovo d’Ippona, aveva ridotto i suoi a vita comune (2).

    E si chiamarono «canonici» perché — secondo alcuni — i loro nomi erano iscritti nel «canone» o matricola degli addetti al ministero particolare di una data chiesa (3). La qualifica di «regolari» venne più tardi.

    II° periodo – dal Sec. XI al sec. XV.

    Questo incomincia con uno spirito di decadenza generale. Molti canonici, cui la pietà dei fedeli aveva permesso di costituirsi, con l’andare del tempo, patrimoni più o meno vistosi, preferirono la vita privata, abusando. così delle concessioni loro fatte dal Concilio di Aquisgrana, redatte ai tempi dell’imperatore Ludovico «il pio» (816-817) e tuttora in vigore (4).

    Non tutti i canonici, a dir vero, assunsero il nuovo tenore di vita: poiché molti, rinunziando al possesso personale dei beni, rimasero fedeli alla vita comune e furono detti i «rinunciatarii» (renuntiantes).

    Al generale decadimento opposero energica resistenza e rimedi efficaci i Papi, che regnarono dal secolo XI in poi. E tra essi meritano speciale menzione, Nicolò II, Alessandro II, il grande Gregorio VII, Urbano II, Pasquale II e Callisto II. Sotto le loro cure indefesse l’istituzione canonicale arrivò ad una prosperità mai raggiunta fino allora.

    Accanto alle cattedrali, dove quasi esclusivamente, era prima praticata la vita comune, sorsero in numero considerevole priorati e prepositure di canonici, chiamati «regolari», per distinguerli dagli altri, che continuarono a vivere vita privata e furono, perciò detti «secolari».

    Tra le cattedrali, così riformate, giunsero a celebrità — per non parlare che dell’Italia — S. Giovanni in Laterano a Roma ed i priorati di S. Frediano a Lucca, di S. Maria di Reno a Bologna, di S. Maria in Porto a Ravenna, e la prepusitura di S. Croce a

    (1) S. Ambrogio. Epist. 63, Edictio Benedictina, To. 29, pag. 1038.

    (2) Eusebius Amort, Vetus disciplina Can. reg. et saecular: Venetiis. 1747, To. I, pag. 158.

    (3) Fofi D. Federico, I Canonici Regolari, Roma, 1909, pag. 7.

    (4) Bullariurn Lateranense. Roma, 1727, p. 100.

    <106>
    Mortara. Da questi grandi centri della vita canonicale dipendevano molti altri priorati, dove si conduceva lo stesso genere di vita, che era praticata nella canonica principale.

    Ai vecchi statuti seguirono le nuove regole. Celebre, tra esse, quella «Portuense» composta dal fondatore del priorato di S. Maria in Porto, presso Ravenna, Pietro «Peccatore», sul principio del secolo XII (1). Essa fu seguita non solo dai canonici portuensi, ma anche da quelli di molte cattedrali e di molti priorati. Altri canonici osservavano statuti speciali, che, però non differivano essenzialmente da quelli «portuensi».

    Nello stesso tempo i documenti fanno menzione della «Regola di S. Agostino». Essa non è altro che una parte di una lettera (Ep: 211) indirizzata dal santo alla sorella, che era preposta alla direzione di una casa di sacre Vergini in Ippona. La lettera contiene in poche parole, tutto lo spirito informatore della vita comune (2).

    A quanto pare, questa regola fu da principio volontariamente abbracciata da varie case di canonici regolari; ma fu solo verso la metà del secolo XII che i documenti pontifici l’imposero come re-gola ufficiale. Col secolo XIV, anche per la difficile situazione della chiesa cattolica, incominciò di nuovo a declinare l’osservanza della vita regolare dei canonici. Benedetto XII ordinò una nuova riforma con una sua bolla del 15 Maggio 1329 (3), che però non ebbe grande, né duraturo successo.

    Quando scoppiù il grande scisma (1338), le numerose case dei Canonici Regolari, come i monasteri di tutti gli altri ordini, precipitarono verso la totale distruzione. La disciplina scomparsa, i beni dilapidati o dati in commenda ad alti dignitari della chiesa, non sempre meritevoli !

    III° periodo – dal sec. XV in poi.

    Col principiare del secolo XV i Canonici Regolari iniziarono essi stessi una riforma la quale, se fu meno vasta di quella del secolo XII,

    (1) Amort, op. cit.To. I, pag. 283.

    (2) dà: op. cit. Pag. 133.

    (3) In un Motu proprio di S. Pio V, del 19 Decembre 1574 ? detto che i Canonici Regolari Lateranensi derivano addirittura dagli Apostoli (Ab Apostolis originem traxerunt) e che furono nuovamente ridati al mondo con la riforma di S. Agostino. E ciò dà ad essi il diritto di precedenza su tutte le corporazioni religiose. (Bilioteca Casanatense Editti. To, 1, N, 298):

    <107>
    la eguagliò quanto allo spirito onde era animata e salvò l’istituto dalla totale rovina.

    Tra le case di Canonici Regolari, che sorsero nei secoli precedenti, erano quella di S. Ambrogio di Gubbio e quella che prima fu di S. Maria di Reno, presso Bologna, e più tardi trasferita presso la chiesa di S. Salvatore di quella città. Nel 1418 avvenne la riunione di queste due case approvata con bolla di Martino V del 19 Decembre 1419. Altre riunioni avvennero in seguito e si formò così la «Congregazione Renana».

    Poco tempo prima D. Leonardo Ghirardini da Carate, e D. Taddeo da Bagnasco, Canonici Regolari di S. Pietro «in cielo d’oro» di Pavia, iniziarono un’altra riforma di Canonici Regolari; e la congregazione che ne sorse, fu chiamata «di S. Maria di Frigionaia» dal nome della prima casa riformata e situata nel territorio di Lucca.

    Bonifazio VIII nel 1299 aveva eliminati dal Laterano i Canonici Regolari, che esercitavano il culto divino della basilica del S.S.mo Salvatore, ed al posto di essi sostitui un capitolo di Canonici secolari.

    Eugenio IV, invece, nel 1439, fece perfettamente il contrario; ed, eliminati i canonici secolari, mandàal Laterano quelli di S. Maria di Frigionaia e concesse che la loro congregazione si chiamasse d’allora in poi «Lateranense».

    Da quell’epoca le due congregazioni sorelle, la Renana e la Lateranense, si estesero in tutta Italia, giungendo a prospera floridezza, sia per il numero dei loro affiliati, sia per l’insigne merito di alcuni di essi.

    Successivamente, nella seconda metà del ‘400, Sisto IV, cedendo alle pressioni del clero secolare, tolse di nuovo e definitivamente la chiesa del Laterano alla Congregazione dei Canonici Regolari, per condurvi nuovamente un capitolo di canonici secolari. Ai primi concesse, però che potessero continuare a portare il nome di «Lateranensi»; ed affidò ad essi la chiesa di S. Maria della Pace, in Roma da lui recentemente fatta costruire.

    E questi, appunto, furono i canonici — che in alcuni atti vengono impropriamente chiamati «i frati» di S. Maria della Pace — che nel 1500 presero possesso della chiesa delle «Lagrime».

    Per completare questa molto schematica storia della Congregazione Lateranense, dirò che questa e la Renana continuarono a vivere con varie vicende, fino all’epoca della soppressione napoleonica del 1798.

    Sotto il pontificato di Pio VII, nel 1823, le due congregazioni,

    <108>
    di nuovo ricostituite, furono riunite, in una sola, cioè quella attuale dei Canonici Regolari Lateranensi, che ha in Roma, a S. Pietro in Vincoli, la sua casa generalizia (1).

    Ora, per la storia, della nostra chiesa e richiamando le parole del cronista Mugnoni, che ci dàla notizia dell’arrivo a Trevi di questa nuova famiglia di religiosi e che ce ne descrive anche la foggia del vestire, aggiungo, a completare le notizie del Mugnoni, qualche particolare, che mi sembra interessante.

    Accennavo più sopra che i Canonici Regolari vivevano secondo la regola di S. Agostino. Ma, per adattarla alla. pratica e per completarla nei più minuti accessori. furono più tardi redatte le così dette «Costituzioni». Quelle della Congregazione Lateranense furono approvate nel capitolo generale di Bologna del 1453, modificate poi ed adattate, nei secoli successivi, ai tempi ed ai luoghi.

    Tra le altre disposizioni di quelle «costituzioni» troviamo con molta cura indicato quale doveva essere l’abito prescritto ai Canonici. È detto, che distintivo caratteristico di essi è il «rocchetto» di candido lino, che scendeva oltre a mezza tibia. E molti sanno che da questo indumento venne ai Canonici Regolari Lateranensi l’appellativo popolare di «Rocchettini».

    La tonaca era bianca, con abbottonatura dal collo al petto, lunga fino ai talloni, di panno modesto: ma decente. Su di questa era una cappa nera, aperta dal petto in gia con un piccolo cappuccio. In viaggio la cappa doveva portarsi sempre, mentre in coro si usava solo dal 14 Settembre. alla Pasqua. Anticamente i canonici usavano anche un berretto nero, che — quasi come il camauro dei papi — copriva anche le orecchie. I conversi non portavano né cappa, né berretto, ma un abito di canovaccio, con una cintura di cuoio o di stoffa ed una «pazienza» o scapolare di canapa, largo mezzo «braccio veneziano»; e, sopra, un mantello aperto alle braccia.

    Di queste notizie, che taluno crederà estranee al soggetto principale del mio scritto, avrà occasione di dimostrare, invece, l’utilità quando lo verrà a descrivere alcune delle pitture che decorano la nostra chiesa.

    Particolare nuovo e curioso: i canonici dovevano portare un pugnale, che faceva parte — dirò così — della uniforme. Doveva essere

    (1) Cfr Cenni Biografaci del B. Arcangelo Canetoli. Bologna, 1912, Tip. Arcivescovile, pag: 13 e seggg:. (Anonimo, ma: D. Nicola Widloecher C, R. L.).

    <109>
    semplice, non più lungo di un palmo e racchiuso in un fodero senza ornamenti, che dessero idea di vanità. Erano. forse, i tempi turbolenti che richiedevano queste precauzioni per la difesa personale (1).

    I religiosi, entrati in congregazione, dovevano abbandonare il loro cognome, come in altre religioni. E fu vietato in seguito, di apporre nelle chiese o nei monasteri nomi e stemmi di canonici e di prelati; cioè di coloro che nella congregazione rivestivano qualche dignità. E questi prelati erano: il Rettore generale, il Procuratore, i Visitatori, i Definitori, gli Abati, i Priori, i Preposti, etc:.

    I capitoli generali, cioè le riunioni di tutti i superiori generali e di quelli di tutti i conventi, si tenevano prima una volta all’anno, poi ogni tre anni; e negli intervalli si adunavano le «diete». A tutti questi consessi era affidata la decisione di ciò che riguardava gli interessi spirituali e materiali della congregazione. Gli atti relativi, che esistono completi dal la metà del ‘400 ad oggi, sono la fonte più ricca per la storia di questa Congregazione, che vanta tra i suoi membri gran numero d’illustri personaggi e che. nei secoli, ha, sempre conservata gelosamente — oltre allo spirito evangelico — la propria e caratteristica di «distinzione» e di coltura, che ne forma una delle doti più apprezzabili.

    (1) Constitutiones etc:. Cod: membr: del 1453 —Pars I — Cap: 34 ss. — (in Archivio di S. Pietro in Vincoli): «Gladium gerimus humilem et honestum, palmam manus nos excedentem et vagina honesta conclusam, in quo nulla vanitas appareat». Come in ogni cosa umana, si ebbero col tempo a lamentare a questo proposito gravi inconvenienti; tanto che nella «Dieta» — ossia adunanza dei priori dei principali conventi — tenutasi a Ravenna il 20 Maggio 1590, si lesse una lettera del cardinale Marcantonio Colonna, protettore della Congregazione, che invitava la «Dieta» a proibire che si portasse il pugnale dentro il convento; ma solo in viaggio e che non fosse più lungo di quanto prescrivono le «costituzioni». E così fu deliberato. ciò fu perché poco prima, un D. Fulgenzio da Venezia aveva ucciso il confratello D. Callisto da Verona Il reo fu sospeso «a divinis», interdetto a vita e condannato a venti anni di carcere, dalla stessa «dieta». (a) Sembra, però che la necessità di armi fosse assai sentita — per forza di cose — da questi come, forse, da altri religiosi. Il vescovo di Rossano, Giambattista Castagna, govevatore di Perugia, informava con sua lettera del 28 Aprile 1559 il cardinale Alessandrino di aver fatto prendere un «frate» dei Canonici Regolari di S. Pietro in Vincoli di Roma, perché portava «un archibusetto» sotto la veste; e di aver rilasciato il «frate» per paura delle pene stabilite per chi sottrae qualcuno al tribunale competente. Domanda che cosa deve fare. (b)

    (a) Cfr: Acta capitularia Lateranensium — in Biblioteca Classense, di Ravenna — Cod: 139 – 4 K, f: 159.

    (b) Fumi L. — L’epistolario dell’arcivescovo di Rossano etc: In: Boll: della R. Deputazione di Storia patria per l’Umbria — Vol: XIII, fasc: I — pag: 92.

    <110>

    E qui desidero che il lettore non ritenga questa breve esposizione di fatti e di dati intorno a quest’istituto religioso come una inutile digressione. Ho volutamente — perché il mio modesto lavoro fosse il meno incompleto possibile — dare, almeno per sommi capi, notizie di questa Congregazione alla quale i nostri avi vollero — dopo tante trattative e tante ricerche — affidare il santuario delle «Lagrime». E nel corso del mio scritto avrà più volte occasione di richiamare le cose dette su tale argomento. Credo, poi, non inutile aggiungere che la maggior parte delle notizie da me riferite sono del tutto inedite, e che una storia veridica e documentaria di questa Congregazione ancora non è stata pubblicata; poiché quelle redatte nei secoli passati risentono troppo dei molti difetti dell’epoca

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (89), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XI GLI OLIVETANI, L’ABBAZIA DI BOVARA
    E LA CHIESA DELLE “LAGRIME”

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 89 a 96)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <89>

    Ho avuto precedentemente occasione di accennare ai rapporti corsi tra il comune ed i monaci di S. Maria di Monteoliveto, benedettini, ai quali si sarebbero voluti consegnare la chiesa ed il convento delle «Lagrime» . Di queste trattative mi pare valga la pena di tener parola alquanto diffusamente, sia perché ricca è la documentazione che ne abbiamo, sia perché questa riguarda anche un altro insigne monumento di religione e di arte, quale è l’abbazia di S. Pietro di Bovara presso Trevi; sia perché finalmente, dal corso di queste trattative e dall’esito negativo di esse, possiamo farci un concetto della fermezza con cui ambo le parti difendevano i loro interessi; cioè il comune quelli del popolo trevano; i monaci quelli del loro ordine.

    Il primo accenno ai monaci Olivetani si ha in una deliberazione del 20 Marzo 1186, già richiamata nel precedente capitolo. Il fatto che il comune così sollecitamente, cioè appena otto mesi dopo l’inizio della nuova devozione, decidesse d’accordo con gli XI deputati per le «Lagrime» di collocare lì presso una congregazione religiosa e di rivolgersi ai monaci olivetani, che da più di due anni si erano stabiliti nella abbazia di Bovara, dimostra da un lato l’oculatezza del comune e dall’altro la fiducia che esso riponeva in quei monaci Ed è a credere che fosse meritata, poiché il cronista Mugnoni, narrando della loro venuta a Bovara, dice, sotto la data del 20 Luglio

    <90>

    1484 che erano «

    de bona vita et de bono exemplo et utilissima cosa ad tucto quisto populo»

    . E si mostrarono anche benefici: «

    da quisti monaci sempre se ne ha infinite elemosine»

    . Felice, dunque, era la scelta che il comune intendeva fare.

    Le condizioni principali che ai monaci venivano poste erano: che risiedessero alle «Lagrime» e non a Bovara, come ho già riferito; che, intanto, tutte le entrate e le spese passassero per le mani degli «operai» già a questo deputati. Su queste basi principali gl’incaricati del comune potevano iniziare le trattative (1).

    La proposta piacque ai monaci e sollecitamente si fecero le pratiche per la spedizione delle bolle pontificie. Prima, però che queste venissero firmate, i superiori dei monaci ed il comune pensarono di apportare qualche modificazione a quanto convenuto. Una lettera dell’abate di Munteoliveto in data 12 Luglio 1486 ce ne dàla notizia. Esso scriveva ai priori che avendo saputo dal suo procuratore Gregorio di Tommaso Petroni che al comune non piaceva ciòche era stato «segnato» nella bolla per l’unione dell’abbazia di Bovara alle «Lagrime», dichiara con sollecitudine «poiché la signatura in quel modo che è passata non vi piace: neanche a noi» . Promette «si la cosa non sarà andata tanto avanti che non se possa per hora fare altro» di fare ogni sforzo per «fare rifare dicta signatura». Accetta poi l’abbate le condizioni principali proposte, cioè che i monaci risiedano alle «Lagrime» e che il comune per mezzo di due custodi e dei soliti deputati s’ingerisca delle entrate e delle spese della chiesa. infine dichiara di aver ricevuti 37 «ducati larghi» e 7 «stretti», di Camera, forse per le spese delle bolle. Ma prevede che per mandarli a Roma «per lettere di cambio ghostarando (costeranno) forse ducati tre». E ciò per le condizioni di quei tempi. Piccola notizia questa; ma che ci dàun saggio di quanto rara fosse la moneta, allora, e quanto difficile trasmetterla da un luogo ad un altro. Su di che influivano certamente le circostanze politiche e le condizioni della pubblica sicurezza. Resta, intanto, assodato che per una rimessa di 40 «ducati» da Siena a Roma, occorreva spenderne 3, cioè in ragione del 7,510 per ogni 100 (2).

    Nonostante l’interesse che i monaci ed il comune avevano e le conseguenti premure che ambo le parti facevano per la sollecita applicazione

    ________________________

    (1) Archivio dello 3 chiavi N. 155, f. 37.

    (2) Ivi, N. 155, f, 9.

    dei loro deliberati, era già trascorso circa un anno e le cose non erano ancora definite. Per semplificare, il consiglio generale, con deliberazione del 6 Maggio 1487, dava facoltà agli «operai» deputati per le «Lagrime» di fare quanto poteva occorrere per la unione di queste con l’abbazia di Bovara; dando ad essi ampie facoltà come poteva averle lo stesso consiglio, in modo che potessero fare ciò che ad essi fosse sembrato meglio e più utile.

    Una sola condizione poneva il consiglio: che resti sempre salvo il diritto del comune, in modo che esso sia sempre il proprietario della chiesa delle «Lagrime»; e mai perda tale diritto, nonostante quella o qualunque altra unione fatta o da farsi.

    Si noti tutta l’importanza e la preveggente prudenza di questa deliberazione, alla quale principalmente dobbiamo se il nostro comune è ancora l’indiscutibile proprietario della chiesa delle «Lagrime» e dei suoi annessi. La saggia deliberazione dei nostri avi ha superato i secoli, e la vedremo restare a vigile tutela dei diritti del comune fino ai tempi nostri. Tanto vero che anche in questo anno 1927 il Comune di Trevi ha dovuto difendere il suo diritto di proprietà sulla chiesa e sui beni delle «Lagrime» contro le pretese del Demanio, rievocando i contratti e le deliberazioni del secolo XV.

    * * *

    Dei poteri amplissimi ad essi dati dal consiglio generale gli XI deputati delle «Lagrime» non abusavano; e l’opera. loro ispiravano alla stessa prudenza del supremo consesso locale, del quale essi erano emanazione. Ed ecco che essi, non affidandosi alle loro forze soltanto, vollero il 6 Giugno 1487 adunarsi per deliberare di informare ampiamente il cardinale di S. Marco circa la progettata unione dell’abbazia di Bovara con la chiesa delle «Lagrime»; e di pregare il cardinale di voler studiare la questione e dire poi a loro con sincerità se poteva tranquillamente farsi tale unione, oppure no. E secondo il parere del cardinale 1’unione si faccia, oppure si differisca (1).

    C’è da restare ammirati di fronte alla illuminata prudenza di quegli amministratori. Ecco qual’era lo spirito, quale l’intrinseca sostanza dei comuni, che della loro autonomia, anche in materia di culto. non abusavano, mostrando così di essere di essa meritevoli. E si tenga presente che siamo alla fine del ‘400, quando il ciclo più brillante della vita comunale era già stato percorso e l’esistenza

    (1) Archivio delle 3chiavi, f. 66.

    (2) Ivi, f. 72t.

    <92>
    dei comuni, che fu un poema d’imprese grandi nell’ordinamento giuridico, nei campi delle lotte guerresche spesso, purtroppo, feroci e incivili che fu un’ascenzione continua nelle meravigliose espressioni dell’arte, era per volgere al tramonto. Ma, ciò nonostante, quale esempio per noi nella illuminata rettitudine, nella prudente sagacia di quegli uomini!

    Poiché mi piace far rilevare in quella deliberazione due elementi essenziali; primo la scelta del consigliere al quale rivolgersi, cioè il cardinale di S. Marco. Era questi Marco Barbo, nepote di papa Paolo II. Era nato circa il 1420, da Marino di ser Marco Barbo e da Filippa Della Riva. Fu Vescovo di Treviso, poi di Vicenza. Di Paolo II fu il consigliere e il cooperatore, e da questi fu creato cardinale nel Concistoro del 18 Settembre 1467. Fu tra i pochissimi ad onorare la porpora in quei tempi di generale e profonda corruzione morale. Nella sua ultima malattia fu assistito da Cesare de’ Nacci, vescovo di Amelia. Poco prima di spirare rimproverò aspramente il cardinale francese Giovanni Balue, ivi presente, per la sua vita fastosa e mondana. Volle parlare un’ultima volta col papa. Salutò e baciò tutti i presenti. Dispose serenamente delle sue sostanze e spirò il 2 Marzo 1491, in Roma, vicino alla chiesa di S. Martinello, ora scomparsa, nei pressi di S. Pietro (1).

    Questo illustre porporato, «ad una mitezza eccezionale e ad una profonda pietà univa una grande conoscenza degli affari e una grande dottrina. Era il disinteresse personificato; essendo ancora in vita doné quasi tutte le sue rendite ai poveri, ai quali legò pure in morte il resto dei suoi averi; poiché egli diceva: i beni della chiesa sono, secondo la dottrina dei padri, l’eredità dei poveri di Cristo. Unica sua passione era la sua bella biblioteca. Fra tutti i parenti, il Barbo era quegli che più avvicinava Paolo II; la sua instancabile operosità, la sua prudenza oculata tornarono molto in acconcio al pontefice» (2). E si diceva che esso era l’occhio destro del papa. La morte di questo esimio scriveva il i suo contemporaneo Sigismondo de’ Conti, da Foligno fu una grave perdita per la santa sede e per tutta la cristianità» (3).

    Ecco a quale uomo i saggi deputati delle «Lagrime» si erano

    ____________________________

    (1) Giuseppe Zippel, La morte di Marco Barbo, cardinale di S. Marco, in Scritti storici in memoria di Giovanni Monticolo , Venezia, Ferrari, (s. a.) pag. 193, segg.

    (2) L. Pastor, op. cit. Vol. II, pag. 369.

    (3) d. ivi » III » 267.

    <93> rivolti per un parere decisivo. Ed è ammirevole che a così alto personaggio essi non esitassero a rivolgersi, per un interesse di un modesto comune. Ma essi sapevano quale era la loro responsabilità di fronte al consiglio generale e di fronte tutto il popolo; e andarono cauti e vollero in altissimo luogo cercare lumi e assistenza.

    Piuttosto viene spontanea la domanda come mai ciò potesse accadere. E la domanda è giustificata; ma la risposta ci è data da documenti locali. Infatti, prima di tutto, il cancelliere o segretario, del comune, Giovanni Bollini, da Novara, nominato a quell’ufficio con breve di Paolo Il del 23 Giugno 1468, ebbe occasione di conoscere personalmente il cardinale Barbo, quando il 25 Febbraio 1469 prestò in sue mani, sotto il portico di S. Pietro, il prescritto giuramento di bene adempiere il suo officio, presso il nostro comune.

    In secondo luogo, il cardinale, poco tempo dopo, passò di qui diretto a Bevagna. Onde nella seduta del consiglio generale del 14 Maggio 1469, su proposta del consigliere Marco Puolucci, fu deliberato di offrire un dono al cardinale nepote del papa, in occasione del suo passaggio da Trevi per recarsi a Bevagna (1). E ne ebbero l’incarico con pieni poteri, i priori del comune, che dovevano associare a loro altri due uomini per ogni «terziero» . Quale fosse i dono offerto non sappiamo. Sappiamo, invece, che di questo prezioso incontro si ricordò il comune dieciotto anni più tardi, quando pregò il cardinale di S. Marco di confortarlo dei suoi consigli, nella grave questione della riunione delle due chiese, di Bovara e «delle Lagrime».

    L’altro notevole elemento di quella deliberazione sta nel fatto di aver previsto anche il caso di un parere sfavorevole del cardinale. E vollero che non per questo ogni trattativa fosse troncata, mi rinviata ad altro tempo ogni decisione. Misura semplice in apparenza ma che ancora una volta ci fa convinti della preveggenza di quei deputati, che, per ogni buon fine e perseguendo sempre lo scopo di affidare ad una famiglia di religiosi la nuova chiesa, non volevano rinunciare ad ogni probabilità di successo avvenire.

    Preziosa cosa sarebbe per noi l’avere in mano la risposta che il dotto cardinale diede alla rispettosa domanda di un suo autorevolissimo parere; ma purtroppo nessuna traccia ne abbiamo. È,

    ____________________________

    (1) Il cardinale aveva avuto in commenda l’abbazia di S. Ansovino (poi chiesa e convento della SS.ma Annunziata) presso la strada da Bevagna a Cannara. Nel 1487 il cardinale cedé l’abbazia ai Minori Osservanti. Forse scopo del suo viaggio a Bevagna era la visita alla sua abbazia. (Cfr. Bragazzi, op. cit. pag. 270).

    <94> però da supporre che essa fosse favorevole, poiché ulteriori documenti ci provano che le pratiche continuarono.

    Ma i monaci non si decidevano. E fu per questo che l’ 11 Settembre 1488 gli XI deputati deliberavano di mandare qualcuno per sapere con certezza se i monaci di Monteoliveto volevano o no accettare la chiesa, con la riserva della libertà al comune di disporre delle elemosine. Questo, forse, era il punto più controverso.

    Finalmente sembrò eliminata ogni difficoltà e per il giorno 8 Marzo 1489 era fissata la presa di possesso della nuova chiesa, da parte degli Olivetani, dopo che un breve di Innocenzo VIII aveva alle «Lagrime» unita l’abbazia di Bovara. Ma, prima di prender possesso, i monaci vollero si stipulasse col comune il regolare contratto.

    A tal fine si adunarono nella piccola sagrestia annessa alla cappella delle «Lagrime» l’abbate generale degli Olivetani, P. Giovanni da Bellagio, Tommaso Valenti, già abbate commendatario di S. Pietro di Bovara, di cui si era riservata la metà delle rendite, il P. Bartolomeo da Firenze e il P. Matteo da S. Egidio, visitatori dell’ordine, e poi il P. Giorgio da Milano, priore di Bovara e i monaci Fr. Mauro da Sarnano e Fr. Giovanni da S. Egidio, insieme a Natimbene Valenti e Gregorio di Ser Giovanni Petroni, ambedue dottori in legge; i quali rappresentavano il comune e la «Società» delle «Lagrime». La discussione fu lunga; ma poi, dopo molti ragionamenti, da ambo le parti si convenne quanto appresso:

    1) Il Monastero da costruirsi a spese del comune, sia capace di almeno 20 monaci «con li edifice e modo che detti monaci vorrando (vorranno)».

    2) Il comune si obbliga rimuovere le strade vicine al monastero da costruirsi, in modo che distino dal muro di esso monastero almeno 60 «piedi di pertica». Si fa eccezione per la strada davanti alla chiesa che da «la Costarella» portava a Trevi.

    3) Il comune a sue spese condurrà al monastero l’acqua della fonte pubblica e la manterrà in perpetuo.

    4) Il comune si obbliga di esentare in perpetuo i monaci presenti ed i futuri da ogni dazio, gabella ed altre gravezze od imposte presenti e future; e ciò tanto per il monastero delle «Lagrime» come per quello di Bovara.

    5) Il comune s’ impegna di tenere liberi e franchi da ogni imposta e da altre gravezze i monaci dei due monasteri, secondo i privilegi a la immunità concesse e da concedersi dai papi alla loro religione.

    <95>

    6) Il comune non permetterà che si costruiscano altri edifici presso la chiesa e presso il monastero, ad una distanza minore di 60 «piedi di pertica».

    7) I monaci non saranno obbligati di abitare nel monastero fino a quando non saranno fabbricate la sagrestia e l’abitazione congrua e «condecente» per quattro monaci ed un famiglio.

    8) Il comune si obbliga ottenere a spese sue o della chiesa, il permesso, affinché i monaci possano cercare elemosine per ogni diocesi.

    9) Il comune dovrà incaricare due «operai» e un camerlengo che si occupino della fabbrica. Una chiave della cassa dei denari sarà tenuta dal priore del monastero e dai monaci; un’altra dai priori del comune e dall’anteposto; una terza dagli «operai» o dai deputati.

    10) Terminata la fabbrica della chiesa e del monastero e provveduto ad ogni accessorio arredamento, le elemosine e le oblazioni che verranno, si possano e debbono investire in beni stabili, a volontà del priore e dei monaci, senza che il comune abbia più ingerenza in tali proventi.

    11) Tutte le eventuali spese, sia per l’unione dell’abbazia di Bovara alle «Lagrime», sia per l’esecuzione della presente convenzione o per qualunque altra ragione, siano a carico del comune «ovvero de la Madonna»; e siano fatte secondo il tenore della bolla pontificia, senza alcuna deroga.

    Le parti reciprocamente promettono di osservare quanto sopra rinunziando ad ogni eventuale eccezione e beneficio di legge, diritto, costituzione, ecc. I monaci giurano, secondo l’uso dei tempi, portando la mano al petto; gli altri toccando il vangelo.

    Presenti e testimoni all’atto furono: D. Giulio di Giovani Andrea — uno dei cappellani delle «Lagrime » — e poi Gio. Battista Petroni, ser Eugenio di Valentino Valenti, M. Antonio Zanne, M° Orazio, carpentiere, Bernardino Colangeli e Bernardino Fiordi, tutti di Trevi. Redasse l’atto il cancelliere del comune (1).

    Il giorno dopo, 8 Marzo, gli olivetani, con solenne processione, presero possesso delle «Lagrime» (2).

    Al lettore non è sfuggita tutta la gravità di questa convenzione, che è, si può dire, unilaterale; poiché di fronte ai molti ed onerosi

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 155 – f. 9.

    (2) Annali del Mugnoni – ad annum.

    <96> obblighi imposti al comune, nessun determinato impegno assumevano in corrispettivo i monaci Olivetani. Dobbiamo, quindi, supporre che in questi avesse il comune una tale illimitata fiducia. da non ritenere necessario di consacrare in un atto pubblico quelli che avrebbero dovuto essere in perpetuo gli obblighi dei monaci verso il comune e verso il popolo dei devoti. Ma più che altro è da credere che comune e popolo si affidassero alle disposizioni che sarebbero state incluse nella bolla, che la suprema autorità del pontefice avrebbe emanata in materia.

    È certo che i priori del comune si affrettarono a proporre al consiglio generale l’approvazione di quanto avevano convenuto coi monaci i due deputati Natimbene Valenti e Gregorio di ser Giovanni Petroni. Infatti il 15 Marzo 1489 — una settimana dopo il contratto — il consiglio deliberava con 84 voti favorevoli e 7 contrari che i signori priori dovessero ottenere la bolla pontificia di conferma del capitolato coi monaci Olivetani. E intanto, per cominciare a mettere in esecuzione ciò che nei capitoli era contenuto, si procedeva alla nomina dei due «operai» che furono Gregorio Petroni e Pierfrancesco Lucarini ; e del camerlengo che fu Bartolomeo Pascucci, ai quali si raccomandava l’osservanza del capitolato, secondo la loro solita diligenza (1). Fino al 22 Luglio di quell’anno, però non era ancora venuta l’approvazione pontificia; forse, anzi, non era stata neanche domandata ; poiché in quel giorno il consiglio generale deliberava all’ unanimità di mandare al papa il capitolato stipulato coi monaci per la conferma ; e ciò «per più abbondante cautela e maggiore sicurezza di tutti».

    Però nonostante il possesso preso, nonostante l’invocata approvazione pontificia, gli Olivetani non restarono alle «Lagrime». Forse – osserva Durastante Natalucci – «o perché tali capitolazioni divenissero esorbitanti al pubblico, o perché più non soddisfacessero agli Olivetani» (2). Fu così che ogni provvedimento escogitato per affidare il nuovo santuario ai monaci, che il comune avrebbe preferito, rimase senza effetto. La questione restò insoluta, per il momento; ma era così grave ed urgente che il comune, perduti gli Olivetani, si rivolse – come ho detto precedentemente – ad altri ordini religiosi. Ma non si giunge ancora alla soluzione desiderata, che verrà dopo altri due anni circa.

    (2) Durastante Natalucci, Historia diTrevi, ms: in Archivio Natalucci f. 229 s.

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (64), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    IX LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 64 a 82).

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <64>

    «1487 et addì XXVII de Marzo de Mercordì furono comenzati ad fare li fundamenti de la ecclesia de Santa Maria de le Lagrime; et era in quillo dì Perfrancisco de meser Francischino [Lucarini] alla custodia della dicta cappella, el sopradicto fundamento ad fare comenzare».

    Con queste rustiche parole il buon cronista Mugnoni ci tramandava la memoria di un avvenimento di grande interesse per l’arte italiana e per la storia di Trevi.

    Si noti, intanto, la sollecitudine con la quale i deputati delle «Lagrime» vollero cominciare a dare esecuzione al contratto, in quello stesso giorno stipulato; ma si noti del pari la loro prudenza. per la quale non permisero che si movesse una zolla di terra, se prima non fosse stato regolarmente firmato il contratto per la fabbrica. Sono questi tutti piccoli fatti, sono minuzzaglie — quasi — ma che collegate insieme e messe in relazione con il succedersi degli avvenimenti, danno una chiara idea della saggezza amministrativa di quei tempi e di quegli uomini; saggezza che ripetutamente ho avuto occasione e piacere di constatare, durante la mia narrazione; ma che più chiaramente apparisce e si delinea a chi nelle vecchie carte ha seguìto per lungo succedersi di anni, di secoli, la serie di grandi o piccoli avvenimenti che ci riportano quasi in mezzo alla palpitante vita comunale del medio evo, quando tanta autorità e tanta responsabilità gravavano sugli omeri di chi reggeva la pubblica cosa. Mi si perdoni la digressione e l’insistenza su tale argomento: ma mi è
    <65>
    sembrata, utile e necessaria, perché queste pagine non siano solo un’arida narrazione di vicende, ma diano anche al lettore l’idea dell’ambiente storico ed «umano» nel quale esse si succedevano.

    * * *

    Torniamo alla fabbrica. A questa era indispensabile provvedere l’acqua occorrente. E mentre nei due anni precedenti erano in corso le trattative con gli architetti, il Comune aveva già deliberato di condurre alle «Lagrime» l’acqua della fonte di Piazza, tantoché il 20 Giugno 1486 si cominciò a preparare la vasca per la fonte, presso la costruenda chiesa «in nel campo de sancto Costanzio», dice il Mugnoni. Lavoro che fu sollecitamente compiuto, poiché un mese dopo, cioè il 19 Luglio, i deputati delle «Lagrime» deliberavano s’ incominciasse la costruzione dell’acquedotto. La derivazione doveva farsi dalla «Fonticella», forse quella, della «Porta del cieco» presso le mura a Sud-Est della città L’acqua doveva passare sotto gli orti dei Petroni e dei Lucarini (probabilmente oggi Natalucci e Bartolini fuori la detta porta). Ma — preveggenti sempre — i deputati deliberarono che l’acquedotto non dovesse traversare i detti orti, ma ne restasse al di fuori; e che nessuno ardisse derivare acqua dal nuovo o dal vecchio condotto, pena 50 «ducati» secondo una precedente deliberazione del consiglio generale. E si noti che i proprietari di quegli orti facevano parte del numero dei deputati delle «Lagrime». L’interesse pubblico innanzi tutto!

    Pochi giorni dopo, cioè il 24 luglio si incominciarono «ad mectere li tumuli (tubi; in gergo locale: «tomboli») dove gire l’acqua della Fonticella ad la dicta fonte de santa Maria de Lagrime». E in ciò molto si adoperò Pierfrancesco Lucarini, il nome del quale è così strettamente connesso alle prime vicende del nostro tempio, cui egli — ottimo cittadino — dedicava continua la sua opera ed era largo dei suoi sussidi.

    Compiuto sollecitamente il condotto, dopo dieci giorni l’acqua veniva immessa nella nuova fonte delle «Lagrime». Di questa ora non c’è più traccia; né saprei indicare dove potesse essere. Ma in vista specialmente del breve tempo impiegato in tutto il lavoro di costruzione della fonte e derivazione dell’acqua — appena quarantacinque giorni, compresi i festivi — è da supporre si trattasse di un lavoro assai semplice e modesto, per quanto dovesse essere permanente, anche in vista degli impegni verso i religiosi che sarebbero venuti alle « Lagrime». Comunque stiano le cose, è certo che della <66> fonte o cisterna nulla è restato. E già fino dal 1745 era scomparsa (1).

    Lo scavo delle fondazioni della chiesa giunse alla profondità di «13 piedi di pertica» circa metri 6.50, ed erano larghi «piedi» 4 e mezzo ed anche di più. Però nonostante la notevole profondità non si giunse a trovare terreno abbastanza forte per potervi impiantare la fabbrica. Ma per non arrivare ad una eccessiva profondità l’architetto Antonio Marchisi fece fare quella che ora si direbbe una «gettata» di calce con ghiaia estratta dal letto del torrente Marroggia, che allora scorreva libero, poco lontano dalle falde di Trevi, verso ponente, a traverso la valle. Il provvedimento fu praticamente utile, perché ne venne un masso così compatto e solido e la calce fece presa così tenace, che, quando era asciutto «non se ne porria avere col piccone», dice elegantemente il cronista Mugnoni.

    Dopo appena due mesi dacché si era incominciato lo scavo delle fondamenta, quindi molto prima che fossero condotte a termine, volle il Comune porre la prima pietra della nuova fabbrica, senz’altro attendere. E il 26 Maggio del 1487 fu solennemente compiuta la cerimonia, di cui il cronista che vi fu presente ci dà la descrizione.

    Era di Sabato, ed all’ora di vespero, cioè verso le 4 del pomeriggio. I priori del Comune, Cello di Mattia di Bianchuccio. Francesco di Nicolò detto «Saccomanno» e Ugolino di Francesco, da Fabbri, insieme al Podestà Bruno dei Canturani, di Anagni, andarono processionalmente verso le «Lagrime», con molti preti e frati, con a capo il Priore di S. Emiliano, D. Marcello di Piermartino Petroni. Giunti sul posto, questi pose la prima pietra, con molta divozione e molte preghiere. Pierfrancesco Lucarini, uno degli «operari» gettò sulla pietra alcune monete: cioè un «grosso» d’argento, che valeva 4 «bolognini». Ed altri vi gettarono molti «bolognini» e «quatrini».

    Tra i presenti il cronista notava i cappellani delle «Lagrime» D. Valentino di Vanni Salvi e D. Girolamo di Ser Giovanni che teneva il vaso dell’acqua benedetta, e l’aspersorio. E questi due con molti altri preti erano discesi dentro lo scavo delle fondamenta alla profondità già accennata di circa metri 1.50.(*)

    ***

    Ma i lavori di escavazione non procedevano forse con la desiderata sollecitudine. Ed ecco che i deputati delle «Lagrime» subito

    ________________________

    (1) D. Natalucci — Mss. cit. P. 240.

    *Il dato è palesemente errato per difetto. Tre paragrafi sopra il testo riporta “circa metri 6.50”, mentre la profondità di “13 piedi”, moltiplicata per mm 376 (misura riportata in nota a pag.69) dà circa metri 4,90. La profondità di “13 piedi” fu già indicata dallo stesso autore in un articolo del periodico locale “La torre di Trevi” de l899, http://www.protrevi.com/protrevi/TorreAnno1_09.pdf riportato poi in “Curiosità storiche trevane” del 1922, https://penelope.uchicago.edu/Thayer/I/Gazetteer/Places/Europe/Italy/Umbria/Perugia/Trevi/Trevi/_Texts/VALCST/La_Chiesa_delle_Lagrime*.html)

    <67> s’ interessano della cosa, e nella loro adunanza del 14 ottobre 1487 ordinano che ciascuna «Balìa» del Comune, incominciando da quella di S. Emiliano, venga obbligata a lavorare nello scavo delle fondamenta della nuova chiesa. E le «Balìa» si diano il turno, una dopo l’altra, per ordine. I custodi delle «Lagrime» dovevano provvedere alla requisizione di questa mano d’opera tre volte al giorno, cioè all’ora di terza, a mezzodì e alle 22 ore. Chi mancava ad una chiamata doveva pagare la multa di un «bolognino» per volta. Se poi qualcuno mancava tutto il giorno, in modo da non recarsi a lavorare in nessuno dei tre turni, doveva pagare quattro «bolognini». Che se i custodi saranno negligenti nell’adempimento di questo loro ufficio o nella requisizione della mano d’opera per lo scavo dei fondamenti e nell’appello degli obbligati allo scavo, in modo che almeno uno dei custodi sia presente, ciascuno di essi paghi la multa di un «fiorino» per ogni giorno. E queste penalità s’intendano fino da ora applicate secondo la deliberazione della «Società» (1).

    Anche questa specie di ordinanza merita qualche considerazione, e conduce a qualche riflessione. poiché non sfugge al lettore il fatto nuovo di una requisizione di mano d’opera, a carico di tutti gli abitanti del comune, incominciando da quelli del capoluogo, ordinata da una commissione, che, per quanta emanazione del consiglio generale, non poteva dirsi che fosse la vera autorità comunale. Ma è anche questo un altro aspetto delle autonomie municipali di quei tempi: per le quali anche gli organi sussidiarii del comune assumevano la forma autonoma e l’autorità di questo; fino al punto di ordinare ai cittadini anche un lavoro obbligatorio, e d’ imporre ad essi multe non lievi, disponendo così come una vera e propria autorità costituita, delle persone e dei beni dei suoi dipendenti. Per completare il quadro del comune com’era allora, questi «dettagli» sono tutt’altro che trascurabili, per chi vuol studiare l’ intima essenza ed il funzionamento dei comuni medioevali.

    Agli 11 di Decembre del 1487 l’architetto ed imprenditore Antonio Marchisi aveva già costruite circa 45 «pertche» di muratura nelle fondamenta, pari a circa metri cubi 540. Ma poiché la somma

    ____________________________

    (1) Curioso e interessante il fatto di un tal Menicuccio Bocchini — reo non si sa bene di che — al quale il consiglio delibera di rilasciare un salvocondotto per 50 anni (!) purché per 15 giorni serva alle «Lagrime» in quei lavori che gli «operai» crederanno ordinargli. (Riformanza, 27 Settembre 1488. Archivio delle 3 chiavi. N. 155, f. 146).

    <68>
    che in pagamento di questi doveva ricevere non era sufficiente per certi suoi impegni, domandò ed ebbe in prestito dai priori del comune e dalla «Società» delle «Lagrime» 150 «fiorini» della Marca, a ragione di 50 «bajocchi» per «fiorino»; di cui 100 in contanti, che gli furono versati dei denari delle «Lagrime» dal depositario Bartolomeo di Bartolo. Gli altri 50 dovevano essere pagati a certi creditori del Marchisi, di cui esso avrebbe dato i nomi. Egli convenne pure nello stesso atto di non voler essere pagato di 50 opere da lui impiegate nello scavo delle fondamenta, che per contratto era a carico del comune. Però in compenso, chiese ed ottenne per sé tutta la pietra già cavata e quella che si sarebbe cavata dalle fondazioni. In pari tempo convenne che i pilastri nelle pareti della chiesa, i quali, secondo i patti, dovevano essere costruiti in laterizio, potessero, invece, esserlo in pietra concia, a cura della Società «delle Lagrime». E siccome ciò portava una diminuzione negli obblighi del costruttore, questi si contentò che si defalcasse dal suo avere la differenza, a giudizio di persone da nominarsi d’accordo.

    Nello stesso atto il Marchisi prende impegno formale che suo fratello «Checco» e suo cugino Silvestro non abbandoneranno la fabbrica. Ma se il «Checcus» se ne andasse da Trevi, autorizza la «Società» delle «Lagrime» a tenere per sé i 50 «fiorini» destinati, invece, ai creditori.

    S’intravede in questo documento che già qualche nube cominciava ad offuscare i rapporti tra il Marchisi ed il comune, se non altro per colpa di quei tali parenti dell’architetto. Di essi, come artisti, non abbiamo notizie biografiche. Erano, probabilmente, modesti esecutori.

    * * *

    In seguito al consenso prestato dal Marchisi circa l’esecuzione dei pilastri in pietra, anziché in mattoni, la «Società» delle «Lagrime» nella sua adunanza dell’8 Gennaio 1488 deliberava di darne incarico a quel Silvestro da Settignano, scalpellino, cugino del Marchisi; e Natimbene Valenti con Trincia di Francesco Manenti erano autorizzati a trattare la cosa. Dovevano, però, esigere che nell’esterno della chiesa i pilastri avessero un «imbasamento» ed all’interno un «cordone» ed un gradino, come si vede anche ora.

    A pochi giorni di distanza, cioè il 10 Febbraio, un altro degli addetti ai lavori della fabbrica, un tal Alberto, domandava un’anticipazione di 30 «fiorini», da scontarsi nella costruzione dei muri. Gli furono concessi, col patto di scontarli dopo gli altri 150 «fiorini» anticipati al Marchisi. Questi. che era presente all’adunanza, si dichiarò

    <69>
    contento di ciò e di non volere per sé, fino alla prossima Pasqua, che 20 «fiorini» per le spese, da versarglisi pochi alla volta.

    Siccome poi il Marchisi era per partire per Firenze, promise solennemente ai priori, in presenza del notaio «come pubblica persona» e giurando sul Vangelo, che sarebbe tornato a Trevi per proseguire la fabbrica, non più tardi della prossima prima Domenica di Quaresima. Non tornando a Trevi, si obbligava a perdere il prezzo di due «pertiche» di muro, cioè 16 «ducati».

    Il Marchisi, dunque, minaccia di ciurlare nel manico se già dopo pochissimi mesi dall’inizio della fabbrica, si dubita di lui, come prima si dubitava del fratello e del cugino, che volessero, da un giorno all’altro, piantare in asso i trevani e la fabbrica. Si spiega così come fosse premura dei priori di tenere legati in qualche modo gli artisti ai patti convenuti. Ma vedremo che questo non fu un rimedio efficace.

    * * *

    Nel contratto col Marchisi non erano stati precisati gli spessori dei muri ed altri particolari della costruzione.Perciò il 10 Aprile 1488 si pensò di provvedervi riunendo nella cappella delle «Lagrime» i periti di fabbriche M°: Antonio di ser Vitale da Montefalco, M°: Bellezza di Marianello e M°: Onofrio Curi da Spoleto, insieme a due priori del comune e ad alcuni della «Società» delle «Lagrime»: Natimbene e Giovanni Valenti, Pierfrancesco Lucarini, Gregorio Petroni ed altri. Si stabilì dagli intervenuti che la facciata anteriore della chiesa dovesse proseguirsi dello spessore già adottato in principio. Le pareti laterali, fino alla crociera, con quattro cappelle, dovessero essere di «piedi» 3 e 3/4 di «pertica» (1). Quelli della crociera, dai due lati, di «piedi» 2 e 1/2; le pareti di fondo e quelle della, tribuna, dov’è l’altare maggiore, di «piedi» 2. Per il campanile doveva adottarsi lo spessore di 2 «piedi» sopra terra; e sotto terra uno spessore conveniente.

    I periti dichiarano, come il Marchisi aveva promesso, che le misure delle vòlte (testudines), dopo che saranno incominciate, si prendano in piano e tra le pareti. E le volte saranno a crociera e non a lunetta. Al di sopra del rinfianco di esse (replementum) si faccia un muro dello spessore di un «piede». Seguono altre modalità di minore importanza, relative alla costruzione della facciata.

    ____________________________

    (1) Il «piede» lineare era lungo 376 millimetri. Questa misura trovasi graficamente tracciata in un documento dei 23 luglio 1491 nell’Arch. 3 ch.N. 161

    <70>

    All’atto furono presenti molte persone — come era usanza — ma i testimoni furono soltanto quattro: ser Giovanni di ser Pietro, ser Giovanni Gabino Francioli, ser Pietro Rainucci, Don Pietro Celli, canonico, tutti di Trevi.

    Il campanile non fu più costruito, né si sa quale fosse il luogo progettato. Ma dovette essere all’angolo Nord – Est della navata grande, come avrò occasione di dimostrare in seguito.

    * * *

    Il lettore avrà notato come all’atto qui sopra riportato intervenisse insieme ai priori, ai deputati delle «Lagrime» ed ai testimoni anche molta altra gente; ma tra tutti costoro mancava l’accollatario ed architetto Marchisi. Era perciò naturale e previdibile che esso non avrebbe poi facilmente accettato patti e condizioni stabiliti senza il suo intervento. E così fu certamente. poiché pochi giorni dopo, cioè il 20 Aprile, s’interessò della cosa il consiglio generale, nel quale con 71 voti favorevoli, non ostante 8 contrari, fu deliberato che i priori, insieme al podestà e ad Emiliano di Francesco Cappella, Andrea di Paolo Luca e Simone di Nicola Castagnòli trovassero un perito muratore, al parere del quale M° Antonio Marchisi dovesse rimettersi, circa lo spessore dei muri ed altre cose. Se accetterà bene; altrimenti il Marchisi sia esonerato e definitivamente licenziato!

    Come si vede, alla prudenza, alla sagacia, alla diligenza, che più volte in questo scritto ho avuto occasione di mettere in rilievo i nostri avi univano una sempre desiderabile energia, anche quando, forse, non avevano tutte le ragioni; almeno a giudicare dai documenti che abbiamo. poiché a voler esser giusti, non sembra molto regolare il costringere un impresario di lavori ad accettare il giudizio definitivo di periti non nominati d’intesa con lui. Ma tant’è! Di quei tempi, per il pubblico interesse, non si andava tanto per il sottile; e d’altra parte, il Marchisi era troppo del mestiere, perché i nostri non avessero, in qualche modo, a premunirsi contro ogni possibile sorpresa!

    Col progredire delle fabbrica, si vide la necessità di avere a disposizione una maggiore superficie di terreno. Ond’è che il 22 Maggio 1488 il comune comprò per conto della chiesa, un terreno olivato, posto lì presso, di proprietà di Luca Ottaviani e di Nicola e Lucangelo Liberati. Il prezzo fu di 7 «fiorini» della Marca, 15 «bolognini» e 10 «denari». La superficie: 5 «pugilli», 6 «oncie», 8«punti».

    <71>

    * * *

    II rapporti col Marchisi continuavano ad essere poco cordiali, per quanto può dedursi dal tono dei documenti, che ora riferirò. Il 20 Maggio la «Società» delle «Lagrime» adunatasi con 9 dei suoi componenti, deliberava all’unanimità che si facessero i conti con M°: Antonio e con Silvestro, scalpellino, del lavoro eseguito fino a quel giorno, tenendo calcolo degli anticipi a loro dati, in contanti e in materiali. E si misuri il muro già fatto; ed agli artisti nulla si dia mai più senza licenza della intera «Società» Se poi M°: Antonio si obbligherà di non pretendere un maggior prezzo per l’aumentato spessore dei muri laterali, dalla crociera in su, che si vorrebbero di 1/2 «piede» più larghi di quanto indicheranno due periti di Perugia e due di Spoleto, bene; altrimenti si stia allo spessore che questi indicheranno. Se poi M°: Antonio non accetterà il giudizio dei periti o non vorà seguitare la fabbrica, si paghi in ragione di 6 ad 8 «ducati» per ogni «canna». E si faccia protesta contro di lui, che se non vorrà rimettersi o non vorrà continuare la fabbrica, questa si darà ad un altro, per unanime volere di tutti gli adunati.

    Come si vede, siamo ai ferri corti: Però l’energia addimostrata dai rappresentanti del popolo di Trevi portò, almeno lì per lì, buoni frutti. poiché il Marchisi si decise ad accettare il giudizio di M°: Baldassarre da Comoo, che rappresentava la «Società» e di M°: Andrea di Giacomo da Fiume, che stava per il Marchisi. E gli arbitri il giorno stesso — 8 Luglio 1488 — pronunziarono il loro lodo così: nulla spetta a M°: Antonio per tutto l’«imbasamento» esteriore. Sulla facciata anteriore si misurino insieme il muro rustico e quello di pietre conce. E per la posa in opera di queste si diano a M°: Antonio 6 «fiorini» per «pertica». I pilastri e le «colonnelle» delle quattro cappelle già costruite e quelle della cupola da costruirsi, si misurino in quadro, fino all’imposto delle volte; e la superficie di essi vada a scomputo di quella dei pilastri, che M°: Antonio avrebbe dovuto costruire sulla facciata anteriore:: che ora è tutta a muro eguale, e parte in pietre conce, parte a mattoni. Si diano al Marchisi 6 «fiorini» per calce e mano d’opera impiegate nei sedili e nelle basi dei pilastri. Ed altri 6 «fiorini» abbia per gli altri gradini e basamenti da farsi: non compresi quelli per i quali si ascende all’altare maggiore; ma sia obbligato riempire i vuoti lasciati per gl’«imbasamenti» da farsi, cioèquelli dei pilastri sulla facciata anteriore, ed altri all’interno. così fu raggiunto l’accordo.

    In questo documento si fa cenno di una cupola da costruirsi. Mettiamo questa in rapporto col campanile ugualmente progettato,

    <72>
    teniamo presente la mole della chiesa quale essa ora è, e potremo almeno lontanamente, avere un’idea della grandiosità dell’edificio com’era stato concepito dal valentissimo architetto. Ma, purtroppo, alla coraggiosa iniziativa del comune e della «Società» delle «Lagrime» mancarono i mezzi per condurre a termine l’opera così largamente progettata!

    * * *

    Per la costruzione della chiesa occorreva venire in definitivo possesso della casa di Diotallevi d’Antonio Santilli, all’esterno della quale è dipinta l’imagine. Per le trattative necessarie ebbe incarico Nicolò Leli, nell’adunanza del 3 Agosto di quell’anno, presenti i priori, l’anteposto e gli XI deputati delle «Lagrime». E fa un’adunanza assai importante, anche per le altre deliberazioni prese; tra cui quella di dare incarico a ser Pietro di Matteo di far ricerche di acqua «per l’utilità e la necessità della chiesa di S. Maria delle Lagrime e per l’onore del popolo e del comune».

    Le ricerche dovevano farsi presso la «fonte di Ciccolo» e quella di Nasciano, al Sud di Trevi, verso Bovara. L’ incaricato aveva facoltà di chiamare a collaborare chiunque volesse; e a lui si doveva obbedire, pena 20 «soldi». A lui si dia il salario di 6 «fiorini» ad opera compiuta e se avrà trovata l’acqua; altrimenti abbia 3 «fiorini» soli! Criterio abbastanza curioso per stabilire il compenso a chi lavorava per un problema così arduo e di così incerta soluzione! Ma di quei tempi, affari buoni col comune, a danno del pubblico, non se ne facevano!

    A Natimbene Valenti ed a Trincia Manenti fu dato l’incarico d’intendersi con lo scalpellino M°: Silvestro, da Settignano — il cugino dell’architetto Marchisi — per la provvista della pietra occorrente per la porta della chiesa e per altri lavori.

    * * *

    Nel frattempo, cioè dopo l’ 8 Luglio di quell’anno, il Marchisi si era allontanato da Trevi. Rammenta il lettore che M°: Antonio aveva, di quel medesimo tempo, assunta a Firenze l’impresa di costruire la chiesa ed il convento di S. Giusto, fuori Porta a Pinti. Non mi è stato passibile conoscere la data precisa del contratto da lui stipulato per quell’appalto; ma è certo che fu nel 1487, cioè contemporaneo, quasi, a quello delle «Lagrime». Niente di più naturale, quindi, che il Marchisi — il quale voleva dare alla sua città un’opera grande e degna — pensasse di allontanarsi da Trevi per dedicarsi all’altro più importante lavoro.

    <73>

    Prolungandosi la sua assenza. egli diede incarico di rappresentarlo presso il comune a M°: Francesco di Bartolomeo da Pietrasanta. Questi intervenne ad una riunione dei priori del comune e della «Società» delle «Lagrime», che si tenne il 3 Decemhre 1488. Si discusse molto ed a lungo. Finalmente all’unanimità fu deliberato che si ammettesse M°: Francesco a proseguire la fabbrica della chiesa. Esso aveva una lettera del Marchisi; ma non la mostrò all’adunanza. Però Gregorio Petroni — uno dei presenti — disse di averla presso di sé. Ma il prudente segretario, che redasse il verbale, annota: «Io, però, non l’ho veduta!» Con tutto ciò si affidò a M. Francesco la prosecuzione dei lavori, sotto gli ordini della «Società» E si deliberò di pagarlo di tempo, in tempo, secondo il lavoro eseguito. M°: Francesco, da parte sua, doveva obbligarsi di obbedire alla «Società» e procurare che, effettivamente, il Marchisi, architetto ed appaltatore della fabbrica. tornasse per proseguirla e finirla entro il mese di Febbraio 1489 prossimo. Che se non tornasse, l’autorizzazione data al da Pietrasanta s’intendeva fin da allora revocata; in modo che la «Società» avesse le mani libere per decidere e provvedere nuovamente. Vedremo poi come questa deliberazione fosse seriamente rispettata!

    * * *

    Ma, in attesa del ritorno del Marcitisi. la «Società» apriva gli occhi sempre più cauta, e, a distanza di pochi giorni, cioè il 15 Decembre, ribadiva in un’altra deliberazione il concetto che a M°: Francesco da Pietrasanta si dessero, di tempo in tempo, degli acconti sul lavoro già fatto: ma neanche un soldo di più né direttamente, né indirettamente! Che se si facesse il contrario e gli si desse di più di quel che merita, se ne chiamino personalmente responsabili due della «Società» cioè Gregorio Petroni e Pierfrancesco Lucarini; i quali solennemente promettono e s’impegnano per sé e per i loro eredi, nella più valida forma, in modo da rimborsare alla fabbrica tutte le spese e tutti i danni. Ed a tale atto intervengono anche due testimoni, come ad un vero e proprio istrumento.

    Notevole questa nuova forma d’ impegno che la «Società» come pubblica amministrazione, prendeva. perché non è detto che i due garanti dovessero vigilare il solo depositario dei denari: ma erano proprio essi che assumevano l’obbligo di rappresentare e garantire tutta la «Società» Nulla di simile potremmo riscontrare nelle nostre attuali istituzioni amministrative; poiché ora la responsabilità della erogazione delle somme nelle pubbliche amministrazioni grava <74>
    su tutti coloro che di esse fanno parte e che ne hanno l’effettivo maneggio; ma non su taluno o l’altro dei componenti, designato occasionalmente, come nel caso suaccennato. Piccole notizie queste. che collegate e coordinate, valgono a darci una qualche idea di quelli che potevano essere allora i criteri giuridico-amministrativi.

    * * *

    Mentre la «Società» sorvegliava la fabbrica e gli appaltatori, il comune teneva l’occhio sui fornitori del materiale. E poiché per i bisogni della fabbrica occorreva grande quantità di laterizi, con una deliberazione del 15 Febbraio 1489 richiamava l’attenzione dei fornaciari sulle disposizioni vigenti circa le misure dei mattoni, dei «coppi» e delle «pianelle». Tutti questi laterizi dovevano fabbricarsi delle dimensioni stabilite dal comune e secondo i modelli che erano incastrati su di un lato della torte municipale, dove ancora si vedono. Ai contravventori si applicava la multa di 10 «libre di denaro» per ogni volta, di cui la metà al comune e l’altra metà a beneficio della chiesa delle «Lagrime». Tutti i laterizi dovevano fabbricarsi con forme bollate.

    In pari tempo, oltre alle dimensioni, il consiglio generale stabiliva anche i prezzi del materiale da costruzione; cioè per i mattoni «fiorini» 2 e 1/2 per migliaio; e per i «coppi» 4 «fiorini». E tale deliberazione doveva avere valore in perpetuo e forza di legge e di statuto.

    * * *

    Ma siamo alla fine di Febbraio 1489. E il Marchisi non è tornato a Trevi. Memori di quanto si era stabilito il 3 Decembre dell’anno precedente, cioèdi provvedere altrimenti se il Marchisi alla fine di Febbraio non fosse tornato, gli «operai» non attendono di più E il 27 di quel mese stipulano senz’altro un nuovo contratto con M”. Francesco da Pietrasanta.

    Altro esempio della serietà amministrativa d’allora, indizio di forte animo e di chiara percezione dei diritti del comune. Senza attendere nemmeno un’ora oltre il convenuto, visto che il Marchisi non era tornato a Trevi alla fine di Febbraio, come aveva promesso, si cede ad altri l’ impresa della fabbrica il giorno stesso! Ai tempi nostri ci sarebbe stato certamente qualcuno che avrebbe invocato qualche giorno di tolleranza o domandato una proroga, preoccupandosi degli interessi dell’appaltatore e temendo che il comune non sapesse come altrimenti provvedere. A quei tempi. invece. nulla di tutto ciò! <75>

    * * *

    Ecco ora il contenuto del nuovo contratto col Francesco da Pietrasanta.

    I priori del comune, gli «operai» della fabbrica Gregorio Petroni e Pierfranceseo Lucarini, presenti all’adunanza, richiamano il contratto altra volta stipulato col Francesco da Pietrasanta. Ora gli affidano, con nuovo contratto. la costruzione delle sagrestia, della cappella della Madonna e della tribuna, o abside, fino all’angolo della porta che guarda al Nord verso Trevi, secondo il disegno già fatto. Il prezzo del muro è di 12 «fiorini» la «pertica». compreso il materiale e la mano d’opera; quindi a miglior prezzo di quello fissato con M°. Antonio Marchisi, che era di 8 «ducati» la «pertica», cioè «fiorini» 13,80, perché il «ducato» era di 69 «bolognini», allora; mentre il «fiorino» era di 40.

    Le fenestre dovevano essere di mattoni ben cotti; e si sarebbe misurato il «vuoto per pieno». Per la vòlta della cappella, si sarebbero pagati 25 «fiorini» ed altrettanti per quelli della sagrestia. E altri 10 per la vòlta dell’andito di comunicazione tra questa e la chiesa. Il prezzo dei pilastri all’ interno ed all’esterno si sarebbe convenuto in seguito, col parere di due «maestri», nominati d’accordo, Si confermano a M°: Francesco le facilitazioni e le concessioni già accordate al Marchisi.

    Gli «operai» Si riservavano il diritto di determinare come e quando l’appaltatore dovesse lavorare, a patto di dargli avviso un mese prima.

    Non saprei come spiegare il fatto, che, nonostante questo contratto del 27 Febbraio 1489, si torni a parlare della costruzione della sagrestia in una deliberazione della «Società» delle «Lagrime» in data del 10 Marzo successivo. Fu convenuto che, scavate al più presto le fondamenta, si allochi a qualcuno la costruzione della sagrestia, per il prezzo, come di sopra, di 12 «fiorini» la «pertica».

    Il contratto con M. Francesco non era, dunque, più in vigore? Non è chiaro.

    Ma qualche nuovo patto venne deliberato, assai prudentemente,quel giorno. Si dissse, cioè che appaltatore non si anticipassero più di 6 «fiorini» per ogni «pertica», fino a fior di terra; e di lì, fino a metà altezza, si dessero 9 «fiorini»; e fino alla sommità si potevano darne 12; e, a lavoro finito, si liquidasse la differenza totale, in ragione di 12 «fiorini» la «pertica».

    Mi sembrano interessanti questi minuti particolari del contratto, <76>
    non solo perché potrebbero utilmente applicarsi anche ai tempi nostri; ma, più che altro, perché in questa occasione si addimostra una volta di più la severa linea di condotta seguita da quegli uomini.

    * * *

    Una deplorevole lacuna. come accennai, si riscontra nei codici delle «Riformanze» del comune; poiché dal 27 Settembre 1489 si va al 3 Novembre 1493. Evidentemente in quegli anni si continuò a lavorare nella fabbrica: ma ci sfuggono completamente le modalità ed i provvedimenti adottati in quel periodo di tempo. Anche gli «Annali» del Mugnoni tacciono su tale argomento. Segno, dunque, che i lavori proseguivano senza novità.

    Abbiamo soltanto un documento del 23 Luglio 1491, col quale M°: Evangelista e M°: Agostino, ambedue di Settignano, assumevano l’incarico di fornire le pietre conce per la facciata della chiesa e per i gradini di travertino. al prezzo di 4 «bolognini» al «piede quadrato», obbligandosi di accettare in pagamento anche le robe donate dai fedeli alla chiesa e di lavorare agli ordini degli «operai».

    Ma neanche questo secondo contratto ebbe pratica attuazione o la ebbe soltanto in parte; poiché fu revocato ed annullato il 23 Decembre dello stesso anno.

    * * *

    Nel periodo di tempo che va dal 1494 al 1500, il documento più importante è quello che si riferisce alla costruzione della veramente mirabile porta principale della chiesa. Ma di questa desidero occuparmi in modo particolare tra non molto.

    Da notarsi che negli anni suddetti le maggiori cure del comune e della «Società» delle «Lagrime» furono rivolte alla ricerca di una comunità religiosa, alla quale affidare il nascente santuario, al quale si continuò a lavorare, come è facile supporre. Quello che è certo si è che non si parla più di M°: Antonio Marchisi, scomparso del tutto dalla scena trevana.

    * * *

    Ma è anche certo che i lavori non procedettero con grande rapidità; specialmente, forse, per la mancanza di mezzi finanziarii; tantoché nel 1500 si era appena alla metà dell’altezza (1).

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    (1) Archivio dello 3 chiavi, N. 214.

    <77>

    E la scarsità di denaro si sentì anche in seguito; poiché il 13 di Luglio del 1506 e il 21 Luglio del 1509 il vescovo di Assisi autorizzava il preposto delle «Lagrime» a questuare anche in quella diocesi, per poter continuare la fabbrica.

    Questa fu condotta a termine dai Canonici Regolari Lateranensi; ma pochi documenti ci restano in proposito nei rimasugli dell’archivio del convento. Troviamo con la data del 4 Gennaio 1511 il contratto per il cornicione.

    Il procuratore della canonica convenne con M. Giovanni scalpellino che il «cornison … usischa fuora del muro mezo pié» ed «entri nel muro «uno pié» Da farsi nella forma che allo scalpellino sembrerà migliore, cioè a «mezo tondo» od «a triangolo» od «a tre montìculi».

    Il prezzo era di 7 «bolognini» al «piede» lineare, o «per longo», da pagarsi «secundo che lavorerà» Notevole in quest’atto del quale do in appendice il testo completo(1) la forma linguistica, per l’influenza del dialetto veneto, predominante allora tra i Canonici Regolari Lateranensi, che erano alle «Lagrime»(2). Il cornicione, di cui qui è parola, fu gravemente danneggiato dal terremoto nel 1703; talché dovette essere demolito, con grave danno dell’architettura della chiesa, che all’esterno, come è ora, si presenta appunto alquanto deficiente nel suo coronamento.

    Il corso dei lavori e le spese per essi incontrate dovevano certamente risultare, con dati molto particolareggiati, dai libri dei conti della, «Società» delle «Lagrime». Ma di questi non resta che una piccola parte; sufficiente, però, a darci un’idea abbastanza chiara del modo come i lavori procedevano.

    * * *

    Nell’Archivio «delle 3 chiavi» abbiamo al numero 165 già citato, alcuni «Conti di entrata ed esito della nascente chiesa di S. Maria delle Lagrime dal 24 Aprile 1495 al 7 Decembre 1499 contenuti in dodici fogli di carta comune»; così dice il catalogo. Sono questi gli ultimi anni durante i quali la fabbrica continuò a cura del comune sotto la sorveglianza della «Società» delle «Lagrime». Dopo di che, tutto passò nelle mani della congregazione religiosa alla quale la chiesa fu ceduta.

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    (1) Archivio delle 3 chiavi. N. 221.

    (2) Appendice. Doc. N. 3.

    <78>

    Questo brano di libro di conti è interessante anche per i nomi degli artisti che in esso sono ricordati.

    Tra i muratori troviamo un M°: Giovanni da Como e due fratelli Antonio e Bernardo di Giacomo, e M°: Vannino di Pietro, tutti di Como. Questi lavorarono gli archi della chiesa, a cottimo, per 150 «fiorini».

    Un Giovanni Sclavo, da Foligno, lavorò alle cimase o capitelli dei pilastri (1).

    Troviamo anche memoria di un M°: Pietro di Cristoforo, da Bellinzona, che fornì 5000 mattoni al prezzo fissato dal comune, cioè a «fiorini» 12 e 1/2 al migliaio.

    Il legname occorrente per la fabbrica, veniva comprato a Spoleto, dove anche ora è un mercato importante di tale prodotto, che viene in gran parte dalle vicine montagne di Norcia. Dell’ acquisto di legname è memoria sotto alla data 13 Decembre 1495; e ne troveremo anche più oltre.

    Giacché abbiamo un nuovo contratto per la fabbrica, compresa la «tribuna» o abside della chiesa, è lecito supporre che Francesco da Pietrasanta, al quale il medesimo lavoro era stato allogato, avesse mancato ai suoi impegni, durante il periodo dal 1489 al 1493, di cui non si conservano gli atti. Sta in fatto che in data 18 Febbraio 1499 veniva data a cottimo a M°: Vannino e a M°: Bernardo, lombardi, la costruzione di un muro — non è detto quale — e della tribuna della chiesa.

    Le condizioni erano queste: i due lombardi dovevano compiere il lavoro a tutte loro spese, di materiale e, ili mano d’opera; salvo che se occorressero mattoni, questi dovevano essere forniti dalla chiesa. Gli «operai» delle «Lagrime» dovevano mettere a disposizione

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    (1) Un Giovanni, lombardo, costruì una parte delle mura castellane di Trevi, dal Torrione di S. Croce, in già . (Riformanze, 28 Aprile 1486). Vannino e Bernardo, lombardi, ebbero a cottimo la costruzione di un torrione rotondo, presso «la Sportella», (canale di scarico delle acque del Clitunno, che azionano anche ora i molini lì presso) e di un «rivellino» fuori della Porta del «Lago». (Riformanze d. a. 4 Giugno). La presenza di artisti lombardi specialmente — muratori, scalpellini, fornaciai da calce e da mattoni — è segnalata anche a Trevi, come in tutta l’Italia centrale. Dai documenti dell’archivio comunale e di quello notarile, dal 300 in poi, abbiamo assai spesso notizie di questi «maestri» che esercitarono a Trevi l’arte loro. più d’ uno si accasò e si stabilì nel nostro comune.

    Questa immigrazione di lombardi risale, probabilmente, agli ultimi secoli del l’impero romano. Gente laboriosa, frugale e intelligente affluiva colà dove la mano d’opera era più ricercata. (Bartolomeo Nogara, S.S. Ambrogio e Carlo al Corso, Roma, Casa editrice «Roma». (s.a. ma 1923, pag.3)

    <79> degli appaltatori la cava dell’arena. Il prezzo della «tribuna» fu fissato a 40 «fiorini» complessivamente. Quello del anuro a 12 «fiorini» la «pertica», come per il passato. Se gli «operai» provvedevano al trasporto del materiale, la spesa relativa doveva detrarsi dal prezzo convenuto nel cottimo. A garanzia dell’ impegno preso, i due lombardi si obbligano e giurano di stare ai patti, e, in mancanza, di pagare una penale di 50 «ducati».

    Il contratto fu stipulato con i suddetti «maestri» dal cavaliere e dottore Nicolò Leli e dal nobil uomo Pierfrancesco Lucarini, sindaci e «operai» delle «Lagrime», anche a none dei loro colleghi. Furono presenti all’atto Lucarello Petri, priore per il «terziero di castello» e i testimoni Fiorabbraccia, Fiordj, ser Giovanni Antonio Serafici e ser Filippo Angeli, tutti di Trevi (1).

    L’importanza di questo documento sta anche in ciò che è l’ultimo contratto stipulato dal comune e dall’ «opera» delle «Lagrime».

    * * *

    Tutta, la gestione del comune e della «Società» delle «Lagrime» si chiude con un documento del 30 Decembre 1500, che è la liquidazione finale: «conto, saldo et ragione», tra, Pierfrancesco Lucarini per le «Lagrime» e i due lombardi, M°: Vannino e M°: Bernardo. Il conto è redatto da Benedetto di Messer Gregorio Petroni.

    Da questo conto risulta che, fino a quel giorno, i due muratori avevano lavorato 14 «pertche» e 74 «piedi» di muro. Avevano pure eseguito lavori di rifinitura (aconcime) alla cappella della Madonna e alla casa del cappellano. In totale dovevano avere 277 «fiorini» e 22 «bolognini». Però avevano avuto parecchie somme in conto, nonché grano, olio, stoffe ecc. per un totale di 267 «fiorini» e 22 «bolognini». Sicché, alla chiusura del conto, restavano ad avere soltanto 10 «fiorini».

    E i lombardi approvano il conto definitivo; onde il Lucarini, soddisfatto, di suo pugno scrive: «Et io Pierfrancisco de messer Francischino, operario ò facto questo conto con Benedicto de Mess. Gregorio et venuto d’acordo con loro et con Sancta Maria; ipsi forono satisfacti della Madonna et loro della. Madonna (sic) per insino a questo dì dicto de sopra … restano ad avere dalla Madonna fiorini dece ad 40 [bolognini] p[ro] fl[oreno]».

    Nonostante tutta la buona volontà del comune e degli «operai»

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    (1) Archivio delle 3 chiavi, N. 170.

    <80>
    la fabbrica non progrediva molto rapidamente; tantoché nel 1500 — quando vennero i Canonici Regolari Lateranensi — la chiesa era alzata soltanto della metà ma erano già fatte le due porte. Così annotava uno dei religiosi in un suo foglio di notizie, che risulterebbe scritto nel 1629.

    * * *

    Il comune credeva che, affidata la chiesa ad una congregazione religiosa, anche i lavori ne dovessero avvantaggiare; e, consegnandola ai Canonici Regolari Lateranensi, faceva la previsione che tra quattro anni la chiesa potesse essere ultimata. Ma non fu così !

    Infatti, dai non molti documenti che ci restano dell’antico convento e da quelli che lo storico di Trevi, Durastante Natalucci, ebbe occasione di consultare quando l’archivio delle «Lagrime» era ancora intatto, risulta che le pareti furono ultimate nel 1510; le vòlte furono costruite nel 1511. Il tetto fu fatto nel 1514; nel quale anno fu anche completato il finestrone biforo, in fondo alla chiesa. I lavori di rifinitura, cioè intonachi delle pareti ed ammattonati, furono completati negli anni dal 1520 al 1522.

    Insieme alla fabbrica della chiesa si lavorava anche a quella del convento, negli anni dal 1514 al 1520. La cisterna, che è nel chiostro. fu scavata nel 1515 e 16. E di questa stessa epoca deve, quindi, essere l’elegante puteale che la chiude, del quale parlerò tra poco.

    Il muro che recinge tutto lo spazio occupato dalla chiesa, dal convento e dal terreno annesso fu costruito negli anni dal 1502 al 1512.

    * * *

    Con tutto ciò i lavori non potevano mai dirsi terminati. poiché abbiamo memoria che nel 1561 il procuratore del convento stipulava un contratto per fornitura di pietra con un tal «Rossetto» da Bovara, al quale si fissava un salario mensile di 3 «fiorini» e 6 «bolognini». E così pure nel 1562 è notata una spesa di 8 «fiorini», 37 «bolognini» e 6 «denari» pagati a un tal «Turco» fornaciaro, per 50 «coppe» di calce e 2000 mattoni.

    Di questa nostra chiesa, dunque, possiamo con certezza precisare quando fu messa la prima pietra; ma non possiamo con altrettanta certezza indicare quando i lavori potessero in realtà dirsi del tutto compiuti.

    In ogni modo, da quanto ho detto fin qui, mi pare si possano con sufficiente chiarezza ricostruire tutte le vicende che accompagnarono il sorgere ed il crescere di questo insigne monumento.

    <81>

    * * *

    Con l’andare del tempo esso dovette subire danni non lievi, sia per i terremoti, più volte ripetutisi, sia per mancata manutenzione a causa delle modeste risorse di cui si poteva disporre.

    La più antica memoria che abbiamo, relativa ai danni arrecati dai terremoti alla chiesa ed al convento è quella lasciataci da D. Raffaello da Savignano, uno dei Canonici delle «Lagrime». Egli scriveva:

    «A dì 24 di Novembre 1592, il Marte sera a tre hore di notte et vicino alle quatro, la vigilia di Santa Caterina. Essendo il padre D. Gio: Battista da Verona, preposto del monastero di S. Maria delle Lagrime, et il P. D. Celso da Verona. et io D. Raffaello da Savignano insieme a tavola nel refettorio, venne un terremoto tanto grande che fece creppare le moraglie di detto monasterio.

    Crepporno tutti i vòlti della chiesa del convento e cascorno tanti calzenazzi che in tutto passavano duoi sonane (some). Et anco crepporno le pietre di marmo sopra le porte della chiesa e sopra l’occhio grande della chiesa: sopra la porta grande caderono molte pietre rutte.

    Di più seguì la notte detto terremoto, tirando da 50 volte et più ma non con tanto ìmpito, perché haverebbe gettata a terra ogni fabbrica.

    Di più detto terremoto gittò terra in Trevio una casa intera, dove fu trovato un giovane sotto cinque solari et fu trovato vivo, senza male alcuno*.

    Item nota come la comunità di Trevio fece comandare la festa di Santa Caterina.

    Item seguì detto terremoto per molti giorni, dove fu necessario dormire fuori di casa, per molte notti, non essendo sicura la casa. Fu anco necessario dormire nella stalla in terra, perché non si trovava luogo più sicuro.

    Fu in questa terra per questa causa fatta l’oratione delle quaranta hora; et bisognò andare D. Gelso et io alle processioni, insieme con Frate Vincenzo da Vicenza, che portava la Croce.

    A S. Pietro di Bovara fu fatto gran danno et essi padri vi furono alle processioni (sic)» (1).

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    (1) (Archivio delle 3 chiavi – N. 518). Questo documento fa già pubblicato in Atti dell’Accademia dei Lincei (Anno CCXCIII, 1896 – Serie 5a – Memorie della Classe scienze fisiche, matematiche e naturali, Vol: II, p. 167) dal Prof: Torquato Taramelli, nel suo studio: Dei terremoti di Spoleto nell’anno 1895.

    * Il Natalucci (Historia.. di Trevi) riferisce l’episodio occorso a Ortenzo Origo, ma nell’anno1590.

    <82>

    Nel 1703 un altro terremoto, arrecò nuovi danni, come ebbi già ad accennare (1).

    É da credere che, per le cattive condizioni economiche, la chiesa, così danneggiata, non venisse restaurata che poco e male. Sta in fatto che nel 1733 il papa Clemente XII, avendo avuto occasione di visitare il santuario, ad istanza di Mons: Lodovico Valenti, volle a sue spese venire in aiuto della chiesa, che era cadente per vetustà. Un’iscrizione, che riporteròa suo luogo, ci ha tramandato la memoria di questo intervento benefico del papa Corsini.

    Non molti anni appresso — nel 1752 — nuovi terremoti devastarono Trevi ed arrecarono altri danni alla nostra chiesa; ma furono abbastanza prontamente risarciti. Gli ultimi restauri rimontano alla seconda metà del sec. XIX, quando la chiesa ed il convento furono consegnati ai padri Redentoristi o Liguorini. Tali restauri furono eseguiti a tutte spese del P. Donglas, di nobile e ricca famiglia della Scozia. Egli, da protestante convertitosi al cattolicismo, fu dapprima francescano; poi — per la sua cagionevole salute — passò tra i Liguorini.

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    (1) Cfr. sopra pag. 77 (erronemente nel testo: pag. 180)

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