TAVOLA ROTONDA -Il Trebbiano Spoletino, tra storia, tradizioni e nuove opportunità Complesso Museale di S. Francesco – Sala dello Spagna – 15/6/2019, ore 10.30 Introduzione a cura di Bernardino Sperandio, Sindaco di Trevi. Il Trebbiano: etimologia e fonti storico-letterarie. – Prof.ssa Giuseppina Prosperi Valenti, già Docente di Storia Romana presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata Roma” L’antico legame tra Trevi ed il Trebbiano SpoletinoA. Caterina Natalini. Il Trebbiano di Trevi. – Franco Spellani, ProTrevi. Il Paesaggio rurale come risorsa del territorio –Andrea Sisti, Presidente dell’Associazione Mondiale Agronomi. Il Consorzio Tutela Vini Montefalco e la Doc Spoleto -Filippo Antonelli, Presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco.
(Relazione di F. Spellani) Nel 1980 l’Associazione Pro Trevi tentò un’operazione di recupero del vitigno Trebbiano locale principalmente per opera dei fratelli Barbini e Gastone Cecchini. I Barbini, Alberto e Massimo, “figli d’arte” alla terza generazione, in quanto nipoti di Cesare, cuoco che nei primi del Novecento rilevò una trattoria di Trevi già di proprietà della famiglia Dell’Oste (nomen omen) e figli di Francesco Barbini che nell’immediato dopoguerra acquistò meritata fama presso una vastissima clientela, prevalentemente romana, che venendo al paesello dalla capitale non lo chiamava cuoco ma “er Cochetto”. Oltre che cuoco provetto aveva fama di ottimo intenditore di vini tanto che, per mantenere al livello delle più esigenti richieste la sua fornitissima cantina, trattava direttamente con i maggiori produttori nazionali e rappresentanti esteri. Alberto, per lunghi anni consigliere della Pro Trevi e vicepresidente, seppure con altro impiego, fu sempre interessato alla cucina e ai prodotti tipici e Massimo, divenuto chef del Senato, ha particolarmente curato da sempre ogni aspetto della gastronomia. Gastone Cecchini, agente dell’esattoria comunale conosceva personalmente – per ovvii motivi – tutti i produttori locali. Piergiovanni Maggiolini, altro “figlio d’arte” intenditore di cibi e di vini. Trascinato da questi soggetti tutto il Consiglio, sotto la presidenza Gentilucci e fortemente spinto da Antonino Di Pietrantonio fece propria l’iniziativa. Furono individuati alcuni produttori che vantavano una coltura tradizionale di Trebbiano Pulito, espressione per distinguere il trebbiano “classico” di Trevi dal Trebbiano Spoletino. Infine aderirono 12 produttori che fornirono ciascuno due damigiane di “trebbiano” con cui si confezionarono 1200 bottiglie sigillate, numerate e tracciabili. Per l’occasione fu creata un’ETICHETTA apposita. L’iniziativa ebbe un notevole successo, offuscato però da una partita non all’altezza delle aspettative, o per accidentale anomalo deperimento del prodotto, o per dolo del fornitore: non è poi molto strano il fatto che su dodici vi sia un infedele! Di fatto, le lamentele pur legittime, ma ritenute immeritate dai volontari organizzatori, decretarono inesorabilmente la fine dell’esperimento. Nel frattempo l’agricoltura stava subendo notevoli trasformazioni. Nel caso specifico gli agronomi sconsigliavano l’uso tradizionale di alberi come gli olmi o gli aceri (chiamati localmente “bianchelle”) a cui maritare le viti o come sostegno dei filari, che il prof. Toscano chiamò “FESTONI”, definizione non agronomica ma straordinariamente pertinente ed evocativa. Per evitare lo sfruttamento del terreno e l’ombreggiatura del suolo gli alberi di sostegno vennero relegati lungo le strade o i canali e il Trebbiano, guidato “basso”, secondo gli agricoltori tradizionalisti, produce più grappoli ma con frutti meno turgidi e meno polposi, con conseguente scadimento del prodotto finale, anche a causa di una raccolta precoce che garantisce maggiore produzione a scapito della qualità. Successive regolamentazioni decretarono una progressiva diminuzione della viticoltura locale rispetto ai comuni limitrofi. In seguito a tutto ciò la nostra campagna, già fortemente antropizzata da millenni e pur tuttavia dall’aspetto di un rigoglioso giardino, sta pian piano assumendo la morfologia delle praterie dei film americani.
Immaginiamo come sarà quando finiranno quei quattro alberi che ora svettano ad altezze innaturali. Fino alla metà del secolo scorso, nelle nostre campagne si praticava un’agricoltura promiscua e con più raccolti nell’anno, dovuta chiaramente alla diversa organizzazione sociale. Nel trevano predominava in collina l’olivo e nel fondovalle grano, altri cereali e qualche leguminosa, il tutto tra filari di viti. Gli alberi da frutto – e fra questi le uve da tavola – erano prevalentemente vicino alle abitazioni, sia in collina che nel piano. Soltanto vicino ai corsi d’acqua – peraltro un tempo molto più abbondanti – si potevano praticare le colture ortive. Per favorire queste, nel 18° secolo ad opera del benemerito cardinale Ludovico Valenti, fu deviato un canale dal Clitunno per irrorare i fertilissimi terreni a ridosso del colle di Trevi, chiamati “canapine” per la preminente produzione di canapa, successivamente convertiti tutti alla produzione di ortaggi, specificatamente del rinomato “Sedano Nero”. Ma in tempi meno recenti non era così. Come racconta lo scrupoloso cronista locale Francesco Mugnoni le vigne erano in collina, sicuramente impiantatevi dalle due famose abbazie fiorenti nel XIII secolo – S. Stefano di Manciano e San Pietro in Bovara – che, qui come altrove dettero un notevole impulso all’agricoltura.
Anco in questa nostra età dal dicto tempo in qua 1448, forono comezati ad salvare li paludi, che dal ponte del fiume de santa Maria [di Pietrarossa] verso Monte falco erano padulj et pieno de scarze: ogia dj sonno reductj ad cultura como nuj vedemo. Jtem per prima erano vigne per tutto Murj [colle sopra Bovara] et Manciano [ad oltre 500 m di quota] et Matigia: in Manciano et in Murrj non ce è niuna: sono sequite le pergole da quisto tempo in qua, che se vede omne cosa esser posto pergule.
Successivamente, – tre secoli dopo – con il completamento delle bonifiche a valle e l’impianto di oliveti oltre i 450 m di quota il paesaggio è andato assumendo l’aspetto attuale. Certo è che sia l’olio che il vino di Trevi godettero di buona fama se il Lalli, poeta giocoso di Norcia con incarichi in Trevi, scriveva:
Han qui d’olio e di vino una fiumara, che a poco a poco si converte in oro, e doppioni ne cavano a migliara”.
E stupisce la notizia che un secolo prima, al tempo di Paolo III, che pure fu ospite dei Valenti a Trevi, questa “terra” viene descritta come “luogo bello ma di tristo vino” Che l’autore si sia imbattuto nell’antenato dell’unico produttore che fornì un trebbiano scadente alla Pro Trevi nel 1980?
Fino ai primi decenni del secolo scorso nel fondovalle era preminente la coltura del Trebbiano: Trebbiano Spoletino e Trebbiano ”pulito” o Trebbiano di Trevi. Tanto che un giovane agronomo, prematuramente scomparso, forse anche su suggerimento di un suo insegnante, teorizzò che il nome derivasse proprio da Trevi: in latino Trebia, aggettivato in Trebianus cioè “di Trevi”. L’attribuzione, che a un primo momento sembra azzardata, non è poi così strampalata se Plinio il Vecchio dice essere i Trevani antichissima tribù degli Umbri: “Trebiani Umbrorum antiquissima gens” e se erano antichissimi 20 secoli fa… probabilmente erano più antichi del Trebbiano, tanto da dare ad esso il nome. Ma attualmente è più accredetata la tesi che il nome derivi da Trebulanus, che non ha nulla a che vedere con Trevi.
Sta di fatto che il Trebbiano di Trevi, non è un’invenzione recente. Ne giugno del 2014 il prof. Giacchè, al fianco del quale mi trovai per un caso assolutamente fortuito, mi fece gentilmente partecipe di una sua ricerca sull’argomento, poi oggetto di stampa in un opuscolo edito per l’occasione, ora pressoché irreperibile, ma riportato per comodità dei curiosi nel sito web della Pro Trevi. (vedi anche VINSANTO)
“Nel trevano o nella pianura di Trevi, e più specialmente a Cannaiola e a San Lorenzo si ha il trebbiano con qualche carattere diverso da quelli del descritto [Trebbiano o Spoletino], che si coltiva nel piano spoletino. Il trebbiano di Trevi ha gli acinelli molto più ovali, la foglia di un verde un poco più scuro, il tralcio gracile e di un colore plumbeo, gli internodi, un poco più lunghi e si matura perfettamente alla metà di ottobre. Con il solo trebbiano a Trevi fanno un vino santo squisito, il quale ha un gusto e un aroma speciale, che lo diversifica da qualunque altro vino santo“. De Bosis Francesco (1879), Relazione intorno ai lavori della Sotto-Commissione ampelografica per il circondari di Spoleto eseguiti nel 1878, in Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, “Bullettino Ampelografico”, fase. XII, anno 1879, Roma, Tipografia Eredi Botta, p. 437
Infatti discendente diretto del trebbiano è il Vinsanto, un passito dall’aroma inconfondibile, un tempo prodotto e confezionato per la vendita da quattro o cinque grossi proprietari, ma prodotto per il consumo proprio da moltissime famiglie trevane. Nelle soffitte e nelle cantine di vecchie case si trovano ancora i “telarini” per appendere l’uva, il torchietto e il prezioso “caratello” che trasmetteva al vino l’aroma caratteristico. E a detta di questi autori sembra che il Vinsanto di Trevi, derivato dal Trebbiano di Trevi non abbia rivali.
“Con questa varietà [Trebbiano] si fanno i vini più prelibati e fra essi il vino Santo, come ad esempio a Trevi, e quivi tale vino raggiunge speciale pregio” Fazi Francesco (1890), La distillazione del vino e delle vinacce nella Provincia dell’Umbria, Foligno, Stab. Tip. Feliciano Campitelli, p. 844
“Ed è forse un Trebbiano quello da cui si ottiene a Trevi, alla piccola Trevi ridente, alta, inerpicata tra gli olivi, un vin santo delizioso, ricco di sottile e speciale aroma” Baldeschi Guglielmo (1893), / vitigni ed i vini dell’Umbria, in Circolo Enofilo Italiano, Roma, “Annuario Generale per la Viticoltura e la Enologia”, anno H, Roma, Tipografia nazionale di G. Berterio, p. 29
“Con il Trebbiano appassito si fabbrica il famoso vin santo di Trevi che ha acquistato una certa e meritata celebrità nella categoria dei vini liquorosi” Francolini Francesco (1908), La Valle Spoletina e le sue condizioni Economiche-Agricole (Studio di economia rurale), Savona, Tipografia Elzeviriana, p. 91
Tuttavia annota ancora il prof. Giacchè:
L’inserimento di una variante “trevana” al Trebbiano, identificato in questo caso con lo Spoletino, mentre nelle schede precedenti i due vitigni venivano distintamente considerati, complica ulteriormente la già ingarbugliata situazione. Considerato che entrambi i testi sono stati compilati da Francesco De Bosis, in qualità di segretario delle due Sotto-Commissioni, è andata perduta una decisiva occasione per fare chiarezza sulla esatta attribuzione della denominazione dei vitigni alle varietà locali analizzate.
Se possiamo trarre una conclusione di quanto esposto, si potrebbe formulare un’ipotesi consguente.
È poi tanto temerario pensare di poter recuperare questa cultivar dalla descrizione del De Bosis? Senza voler entrare in concorrenza con altri si potrebbe pensare ad un particolarissimo prodotto di nicchia, esclusivamente finalizzato alla produzione di un Vinsanto che vanta un secolo e mezzo di notorietà. In tempi di esaltazione della biodiversità, se questo concetto non è pura esercitazione verbale ma ricerca concreta delle varietà del nostro pianeta, potrebbe essere quanto meno interessante aggiungere un altro tassello proprio da Trevi. Da Trevi, che oltre al sedano nero e l’olivo di Sant’Emiliano – da considerare un UNICUM in senso assoluto dopo i recenti studi del prof. Bonci – potrebbe a ragione vantare un altro prodotto straordinario.
Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.
1.
– È meju un diavulu ch’un guerciu.
2.
– Pilu rusciu, pilu caffè, libera nos Dominé.
Lat.
– In rufa pelle non est aliquis sine felle; quando dicit ave, sicut ab hoste cave. (SALIMB.: Chron., p. 98)
<68>
3.
– Dio te sarvi da li nasi a penninsù (a punta dispettosa): unu pe’ casa e pu’ non più.
4.
– Dall’omu che non guarda lu serenu, dall’amicizia sua staje lontanu.Occhi socchiusi macchinano insidie (SALOMONE)
Lat.
– Viriboni erectis suspiciunt oculis.
5.
– Omu timidu e coscienza sporca.
6.
– Brutti e dispettusi.
7.
– Omu nervosu, omu amurusu.
8.
– Grossi e minchiuni.
9.
– Lo minchionà’ non è pe’ tutti, ce voju’ o belli belli o brutti brutti.
10.
– Omu lungu e capoccia piccola (di poca intelligenza).
11.
-Collu curtu, vita curta.
12.
– Occhi bianchi, occhi de latru.
13.
– Disse Cristu a Turchi e Farisei: Dio te sarvi dai segnati miei (storpi, gobbi, ecc.)
14.
– Di guerciu o zoppo, o di notte o di dì non ti fidare; e questo credi a mi. (Proverbio del 1300. Ved. Giornale storico Vol. X – anno)
15.
– Gente che non cià colore in visu, Cristu non la vôle in Paradisu.
16.
– Donna pilosa, o matta o virtuosa.
17.
– Chi parla ‘n faccia n’è traditore.
18.
– Donna secca, rabbia messa; donna grassa, rabbia magra.
19.
– Femmina curta, maliziosa tutta.
<69>Abruz.
– Curte e male cavate.
20.
– Regazza ridarella o matta o ….
21.
– Gnegnè, gnegnè, libera nos Dominè.
22.
– Faccia de mèle core de fèle.
23.
– Chi fa pìu pìu, pìu, canzona lu mortu e freca la viu.
24.
– Chi è lento pe’ magnà’ è lento pe’ faticà’.
25.
– Acqua quêta vermi mena, acqua corrente se vede e se sente.
26.
– Chi ale (da halere, sbadigliare) poco vale.
27.
– Chi ‘nse fida n’è fidatu.
28.
– Chi ‘nce nasce, ‘nce pasce. Chi non nasce con disposizione ad un’arte, inutile che la tenti.
29.
– Sempre te graffierà chi nasce gattu; – e – Chi è natu mulu bisogna che tiri cargi.
30.
– ‘Gni vipera ha ‘l suo veleno. La cattiva natura di una razza è comune a tutti gli individui che la compongono.
31.
– Chi nasce de gallina in terra ruspa, chi de terra ne sa sempre ne puzza; – e – Chi nasce de villan convên che zappi, chi nasce da callina convên che ruspi.
Allestita nel 1996 in una parte dell’ex Convento di S. Francesco, con dipinti dal XIII al XVIII secolo e alcuni reperti romani. Da segnalare:Pala d’altare dello Spagna, Trittico e Polittico di scuola folignate, Assunzione dell’Orbetto, San Vincenzo Ferrer.
Palazzo Lucarini, uno dei più prestigiosi di Trevi, di fronte alla chiesa di S. Emiliano, ospita mostre periodiche di arte contemporanea di livello internazionale (ex TREVI FLASH ART MUSEUM )
Alla fine del secolo scorso c’erano richieste del seme di Sedano di Trevi dall’Italia e dall’estero, come da lettere conservate tuttora nel nostro archivio comunale. Testimonianze orali ci hanno confermato che nei primi del ‘900, grandi quantità di Sedano Nero venivano commerciate nei Mercati di Ottobre.
Una serie di sei magnifiche foto di Rinaldo Laurentini1, documenta le fasi della coltura nel piano a ridosso di Trevi.
Secondo il ricordo di Giuseppe Bartolomei – ritratto in primo piano nella prima foto in alto a sinistra – tale documentazione fu effettuata per ordine del prof. Finati o Fenati (nell’ultima foto a destra) della cattedra di Agraria di Perugia,2convocato a Trevi per sconfiggere la ruggine che in quell’anno aveva attaccato i sedani, ma recenti ricerche non hanno confermato l’esistenza di tale docente.
Negli anni Trenta la particolare attenzione delle Autorità per l’agricoltura portò ad incentivare anche la coltura del Sedano Nero, con l’istituzione di una mostra concorso e assegnazione dei diplomi di merito.
Rinaldo Laurentini (1870-1932), rilevò l’attività e lo studio fotografico Mariani in Foligno. Il suo archivio, seppur decimato dagli eventi bellici, fu acquisito in più riprese dal Comune di Foligno. Costituisce una eccezionale fonte documentaria di alta qualità su Foligno e i dintorni. Purtroppo sono rimaste soltanto 9 foto del territorio di Trevi. Le lastre (cm 13×18) delle sei foto di questa pagina (più una delle Fonti del Clitunno) sono in nostro possesso.Copie d’epoca su carta sono in casa Bartolomei.
Sono state pubblicate recentemente da
S. Catena, Le campagne, Immagini dell’Umbria tra ‘800 e ‘900, Guerra, Perugia, 1993
e
Regione dell’Umbria,Umbria: gente, lavoro e tradizioni delle sue campagne, 1998 e successivamente in decine di altre pubblicazioni, volantini e manifesti. 2) Si può invece identificare con il dott Pietro Finato, responsabile dell‘Ufficio Agrario di Corrispondenza in Trevi, dipendente dalla Cattedra ambulante di Agriclura di Spoleto, retta dal prof. Francesco Francolini, che dall’sperienza di Trevi pubblicò poi “La bacteriosi del Sedano“. v
Il SEDANO NERO DI TREVI è una varietà di sedano che si coltiva esclusivamente a Trevi.
Ha caratteristiche particolari che lo rendono molto apprezzato dai buongustai, ma essendo prodotto soltanto in una zona limitatissima e necessitando di una coltivazione molto laboriosa ha un costo elevato e di conseguenza un mercato assai ristretto.
Per salvaguardare l’integrità e la sopravvivenza di questa coltivazione tipica, la terza domenica di ottobre si celebra, ormai da trent’anni, la MOSTRA MERCATO DEL SEDANO NERO DI TREVI.
Poiché da tempo immemorabile in autunno si iniziava la macellazione dei maiali con produzione di apprezzatissimi insaccati, la mostra mercato del Sedano è stata abbinata alla Sagra della Salsiccia.
Pertanto oltre al sedano crudo “in pinzimonio”, si possono gustare delle saporitissime salsicce di maiale cotte estemporaneamente sulla brace.
Le pazienti e secolari cure degli agricoltori locali hanno portato alla creazione di una particolare cultivar di sedano: il sedano nero di Trevi, così detto perché se lasciato crescere senza lavorazioni speciali è molto scuro e legnoso e quindi deve venire interrato per ottenerne l’imbianchimento. Il prodotto finale è un sedano dalle coste bianche, prive dei fastidiosi “fili”, molto lunghe prima del “nodo” da cui si ramificano le foglie e con un “cuore” molto polposo e tenero. Il sapore è molto pronunciato.
La coltura del sedano nero è scandita da rigorose operazioni tradizionali che seguono un vero e proprio rituale
La semina avviene con luna calante, nella quindicina della Pasqua, possibilmente il venerdì santo. É tradizione antichissima infatti che gli ortaggi seminati in tal giorno crescano più rapidamente e resistano più a lungo prima di fiorire e produrre semi diventando quindi legnosi e non più eduli.
La profonda fede, trasposta anche inconsapevolmente nel vissuto quotidiano, porta a perpetuare nella morte del seme che genera nuova vita il miracolo della morte e resurrezione del Redentore. La semina avviene in vivaio e al terzo mese le piantine vengono messe a dimora, concimate e innaffiate giornalmente. Ai primi di ottobre esse sono giunte a maturazione, ma hanno le coste verde scuro (“nero”) e allora vengono legate e interrate, lasciando allo scoperto soltanto il ciuffo di foglie. Dopo 15-20 giorni i sedani sono pronti per essere raccolti, lavati, stivati in “gabbie” ed esposti alla Sagra sulla piazza di Trevi. Il sedano nero ha una produzione limitatissima poiché viene coltivato nella stretta striscia di terra tra Borgo e il fiume Clitunno, terra argillosa, umida e fertilissima, adatta alle colture che sfruttano molto il terreno, come la canapa che vi si coltivava proficuamente da quando lavori di bonifica ne avevano permesso una irrigazione controllata razionalmente. Dalla coltura della canapa conserva il toponimo “Canapine” anche se ormai vi si coltivano esclusivamente ortaggi. Gli intenditori asseriscono che i sedani coltivati fuori da questa ristrettissima zona non hanno le caratteristiche del “sedano nero di Trevi”. Forse c’è un fondo di verità (ancora tutto da dimostrare!) nelle straordinarie proprietà che gli antichi romani attribuivano alle acque del Clitunno. Autori classici asserivano infatti che i buoi allevati sulle sue sponde – da ciò forse deriva il toponimo Bovara– erano resi candidi dalle sue acque e perciò adatti per i sacrifici.1
Data la particolarità della lavorazione, il “sedano nero di Trevi” ha necessariamente un prezzo più elevato delle altre varietà e ciò contribuisce a restringerne ancora il mercato. La quasi totalità della produzione viene esitata il giorno della SAGRA e consumata nelle taverne e nei ristoranti locali nel mese di ottobre.
Esistono decine di RICETTE per questa specialità gastronomica, che si può gustare sia molto elaborata, alla parmigiana, sia molto semplicemente a crudo “in pinzimonio” con il pregiatissimo OLIO di Trevi.
Amelia, Collescipoli, Foligno, Trevi, Gubbio 14-18 settembre 2007
TREVI- 16 Settembre
10,00 Pinacoteca comunale, Sala convegni
T
ERZA SESSIONE
– Presiede Saverio Franchi
Saverio Franchi, Trattatistica, letteratura, editoria organistica e cultura musicale
Ala Botti Caselli, Giovanni Pierluigi da Palestrina nelle intavolature organistiche manoscritte e a stampa tra Cinque e Seicento
Patrizio Barbieri, Il revival del genere enarmonico negli strumenti da tasto e nella trattatistica dei secoli XVI-XVII
Michel Fischer, L’influence franciscaine dans la musique d’orgue franco-italienne: un répertoire à découvrir
Etienne Darbellay, Appunti sul processo di composizione e pubblicazione delle opere per organo di Girolamo Frescobaldi attraverso lo studio delle fonti manoscritte
15,00 Visita guidata ai musei e alla città di Trevi
17,00 Chiesa di S. Francesco (organo di mastro Paolo di Pietro Paolo da Montefalco, 1509)
Concerto – Roberto Musto, Le sette parole. Memoria del martire Emiliano Cantata per organo, musica elettronica, violino, flauto, tromba, coro a quattro voci e didjeridoo (prima esecuzione) Direzione: Roberto Musto Organo: Livia Mazzanti
Com’è nata la composizione
L’anno scorso Attilio Bartoli Langeli mi invitò a pensare ad un concerto nell’ambito del convegno internazionale `Arte organaria e musica per organo nell’età moderna: l’Umbria nel quadro europeo’, proponendomi di utilizzare l’organo della chiesa di S. Francesco di Trevi (costruito nel 1509), da poco tempo restaurato.
Conobbi così la città di Trevi, circondata da suoi ulivi, provai l’organo, venni a conoscenza del culto per il martire sane Emiliano, lessi il testo di un oratorio sulla sua passione scritto da Giovanni Andrea Angelini Bontempi probabilmente nel 1664: incominciai a lavorare.
Pensai di fissare anzitutto due elementi: un testo imperniato sulla vicenda di sant’Emiliano, che avrei affidato ad un coro, e l’organico strumentale.
Per quanto riguarda il testo, decisi, dopo alcuni tentativi, di associare gli episodi del sacrificio del martire (nella tradizione popolare, così come nella teologia colta, l’esperienza dei primi martiri cristiani è imitazione della passione di Cristo) al tema tradizionale delle Sette parole di Cristo in croce, motivo che non appartiene alle elaborazioni liturgiche colte, ma che ha un carattere devozionale, e, forse perché così radicato nella pietà popolare, ha spesso ispirato i musicisti. Questa struttura narrativa si associa per me idealmente con la sequenza iconografica delle sette formelle della cantoria del duomo di Trevi che descrivono gli episodi del martirio, evocando e suggerendo a tratti proprio il modello della passione di Cristo. Nel testo cantato dal coro ed esposto da una voce recitante rielaborata elettronicamente, il senso dell’accostamento è a mano a mano evidenziato da brevi accenni alla vicenda di sant’Emiliano secondo la Vita di Ludovico Jacobilli, che si inseriscono nella sequenza delle Sette parole derivate dai Vangeli. Nella composizione, la leggenda agiografica non è evocata in modo letterale, ma simbolico; la corrispondenza tra il martirio di Cristo e quello del santo, descritto attraverso una sequenza contrassegnata dalla frammentazione e reiterazione, non è puntuale, ma ha un valore puramente analogico. Ho racchiuso il nucleo narrativo in una cornice costituita dai testi Nel nome del padre e Amen: essi sono stati scelti per collocare l’ascolto in un ‘atmosfera rituale, più che come riferimento a precisi momenti della liturgia cristiana: li ho vissuti come elementi che hanno radici e si perdono in tempi lontani, come semplici riferimenti a simboli e parole sacre. Infine, l’invocazione Signore pietà, che segue il primo brano e precede la prima delle Sette parole, vuole creare un collegamento ideale tra l’invocazione di perdono per la nostra debolezza umana e il perdono che Cristo invoca per i suoi torturatori: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Per quanto riguarda l’organico strumentale, decisi di utilizzare strumenti che mi fornissero la possibilità di creare un’interazione fra tre sonorità: la sonorità contemporanea, rappresentata dalla musica elettronica; quella classica, rappresentata dall’organo del `500 e da alcuni strumenti tradizionali (il violino, il flauto e la tromba); una sonorità arcaica, ancestrale, rappresentata dai didjeridoo.
Il risultato che ho voluto ottenere non intende mettere in evidenza la fin troppo ovvia contrapposizione fra i tre diversi mondi sonori: essi sono stati pensati infatti come fonti di materiale sonoro da utilizzare variamente nella composizione, non diversamente da tutti i casi in cui si impiegano strumenti diversi. Ciò che mi ha sollecitato è la convinzione che accostare sonorità così eterogenee significa accostare mondi musicali vissuti come distanti, perché ad essi ci si avvicina con basi culturali oggettivamente diverse e, soggettivamente, con diverse motivazioni. Questa era dunque l’occasione, più che di evidenziarne le caratteristiche o di sottolinearne i contrasti, di privilegiare il pensiero compositivo che della diversità di quegli strumenti si serve. Mi interessava soprattutto lavorare con strutture sonore che sentivo come parte integrante di un unico pensiero: intravedevo la possibilità di creare una interazione fra questi mondi sonori che, immersi in un ambiente sacro, potevano concorrere, liberi dalle loro connotazioni culturali, a stabilire un collegamento al di fetori del loro tempo per esprimere sentimenti, sensazioni, emozioni, volte verso una riflessione sul sacrificio, la morte e la resurrezione che sono, pur nelle evidenti differenze, temi universali, esperienze radicate nella memoria di tutta l’umanità. Per questo motivo ho utilizzato diverse tecniche compositive (fasce sonore, poliritmia, sovrapposizione accordale di intervalli di quinta, realizzazione di battimenti, canoni, forme parlate, liberi andamenti melodici, ecc.) che ho scelto di volta in volta adattandole a precise esigenze espressive.
(R. M.)
Anteprologo (musica elettronica e voce recitante)
L’anteprologo, esposto dalla voce recitante, propone, variamente elaborato, un testo tratto dalla Vita di sant’Emiliano di Ludovico Jacobilli (*). È un ricordo della chiamata al sacerdozio, al servizio, alla testimonianza. Il testo, elaborato in frasi spezzate, accenni, ripetizioni, è proposto non come rievocazione di un fatto storico, bensì come allusione ad esperienze di vita universali, pur nella loro eccezionalità: la musica elettronica vuole creare un’atmosfera senza connotazioni temporali.
(*) Nell’Armenia minore, regno dell’Asia, nacque il glorioso S. Emiliano, di cristiani e nobili genitori. Desideroso di predicare la fede di Cristo e di patire il martirio per il suo amore, abbandonò la patria e quanto possedeva. Pervenuto alla città di Spoleto vi dimorò molti mesi in gran santità ed esempio, esercitandosi nelle orazioni, nelle vigilie e nelle predicazioni. Ritrovatasi senza Pastore la città di Trevi (la quale era ancora denominata Lucana e Trebia Matusca) gli abitatori, avendo esperimentata la santità della vita e la molta dottrina d’Emiliano, l’elessero per loro vescovo. Preso dal santo ufficio pastorale, cominciò con l’esempio e con la predicazione ad infiammar all’amore di Cristo tutta la città, convertendo moltissime anime a Dio, e operando molti miracoli.
Prologo
I didjeridoo, la musica elettronica, il violino e l’organo si presentano, e occupano lo spazio sacro con le loro diverse sonorità.
· Nel nome del Padre
(coro) Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
(voce recitante) “Se vuoi vivere, sacrifica ai nostri dei; sospendetelo al cavalletto, avvicinate le torce ardenti“. – “Sono servo di Cristo e pronto a patire tormenti e morte per amore del suo santo nome“. Il fuoco si spegne, le mani dei torturatori sono impotenti.
1-Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (coro)
Il coro espone il breve testo in forma ritmica: la melodia è assente. È l’impossibilità di esprimere con il canto, di rendere liricamente una così misteriosa richiesta. La reiterazione evoca le mille parole e i mille modi diversi con i quali l’umanità riconosce la distanza fra il Creatore e sé stessa.
2 -Donna, ecco tuo figlio (coro)
Un’introduzione che ricorda la forma del canone, proposta dal violino, dal flauto e dall’organo, prelude all’episodio caratterizzato da semplici fasce accordali affidate al coro, cui fa quasi da eco il suono isolato della tromba.
Intermezzo
(voce recitante) Emiliano è immerso nel piombo fuso; Emiliano è gettato nel Clitunno con una pietra al collo; Emiliano è offerto in pasto alle fiere; Emiliano è legato ad una
grande ruota, circondata di denti di ferro. Cristo lo prende per mano: il piombo si disperde; le acque lo restituiscono indenne; le fiere gli leccano le mani e i piedi; la grande ruota si spezza.
3 In verità ti dico che oggi sarai con me in Paradiso (coro)
Le forti dissonanze alludono al mistero di questo annuncio, alla fatica della ricerca della verità: lo sfumare degli strumenti e delle voci alla fine dell’episodio propone il valore e il significato del silenzio.
4 Signore, perché mi hai abbandonato (coro)
Questo, che è l’episodio centrale della sequenza delle Sette parole, riprende e anticipa elementi compositivi presenti nell’insieme della composizione: forme imitative, canto omoritmico e all’unisono, uso del suono della tromba in modo ritmico, voce solista che emerge dal coro, successione di formazioni accordali per intervalli di quinta, ecc. È volutamente assente la sonorità elettronica, cui nella composizione è per lo più affidato uno spazio lontano dall’espressione diretta di sentimenti, come qui quello dell’abbandono.
5 Ho sete (coro)
La musica elettronica e l’organo creano un preludio al canto del coro. La sonorità è rarefatta, l’organo esegue sovrapposizioni di intervalli di quinta, a significare non solo una sete fisica, ma spirituale.
(voce recitante) “Legatelo ad un albero e tagliategli la testa“. Lo conducono allora fuori dalla città, lo legano ad un albero di ulivo. “Servo mio buono e fedele, la tua corona è preparata: entra nell’eterno riposo“. Dicono che il suo corpo divenne candido e bello come la neve e dal collo uscì latte invece che sangue; l’albero al quale egli fu legato, mentre lo decapitavano, fece fiori e frutti.
6 Tutto è compiuto (coro)
L’episodio è caratterizzato dal ripetersi di un tema di carattere sereno proposto dall’organo: tema che vuole collegarsi alle parole conclusive, appena esposte, della passione di Emiliano: “fece fiori e frutti“. Fanno da contrasto tre brevi e incisivi interventi del coro.
7 Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio (coro)
L’atmosfera è serena. Il violino, il flauto, la tromba e l’organo entrano in successione sviluppando un tema secondo uno schema imitativo. I didjeridoo e la musica elettronica anticipano la parte corale. A mano a mano l’atmosfera si fa sempre più rarefatta, interrotta da un ritmo breve e deciso: è l’annuncio dell’Amen finale.
Amen
L’Autore e gli esecutori
Roberto Musto ha compiuto studi di pianoforte, composizione e direzione d’orchestra, unitamente a studi universitari. Docente in vari conservatori, è particolarmente attivo nel campo della composizione sia per strumenti tradizionali, sia, fin dal 1964, per apparecchiature elettroniche. Le sue composizioni, in questo settore, percorrono l’arco delle esperienze del mondo musicale italiano: dai registratori, agli oscillatori, all’uso delle schede perforate dei primi computer, alle tecniche oggi più avanzate. In questi percorsi ha sempre privilegiato le possibilità espressive offerte dai suoni `“puri“. Lavora sul rapporto suono-colore, utilizzando apparecchiature progettare e fatte costruire appositamente per ottenere in tempo reale immagini e suoni strettamente correlati. Nel campo della musica con strumenti tradizionali scrive composizioni per orchestra, orchestra da camera, soli ed orchestra, e coro a cappella e coro con diverse formazioni strumentali anche in questo caso prediligendo la ricerca delle possibilità espressive offerte dall’interazione di diversi linguaggi.
Opera anche nel campo teatrale e radiofonico e svolge attività concertistica come solista e in gruppi e come direttore di coro e d’orchestra. Ha partecipato a numerose manifestazioni in Italia e all’estero, ricevendo vari premi e riconoscimenti.
Organista dall’ampio orizzonte interpretativo, Livia Mazzanti ama proporre in concerto anche pagine inedite, suggerendo possibili affinità tra epoche e linguaggi diversi. Diplomata sia in pianoforte che in organo e composizione organistica, ha poi ricevuto un impulso decisivo dall’incontro con compositori quali Giacinto Scelsi e Jean Guillou col quale si è lungamente perfezionata. Premio Speciale per le qualità musicali al Concorso Internazionale d’organo di Roma del 1985, vince nel 1988 una Borsa di studio del Governo francese e si stabilisce a Parigi dove l’anno seguente ottiene, «à l’Unanimité du Jury», il Diplóme de Concert della Schola Cantorum. Da allora la sua attività si svolge tra l’Italia e la Francia conducendola a prodursi nella maggior parte dei Paesi d’Europa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente. A Roma ha ideato e dirige il festival internazionale MUSICOMETA e collabora da anni con la Chiesa Evangelica Luterana. Ha inciso per Fonè (Italia), RCA Victor/BMG France, Philips Universal. Recente è la riscoperta e la registrazione, per l’etichetta tedesca AEOLUS, dell’Integrale per organo di M. Castelnuovo-Tedesco realizzata, in prima mondiale, alla Tonhalle di Zurigo.
Margherita Musto ha iniziato lo studio del violino all’età di 6 anni; dal 1991compie i suoi studi con il M° Antonio Marchetti, che l’ha seguita fino al raggiungimento del diploma, conseguito nel 2006. Fin dai primi anni di formazione ha partecipato a numerosi concerti sia come solista sia in varie formazioni cameristiche e orchestrali. Negli ultimi anni ha suonato tra l’altro con l’Orchestra Sinfonica di Savona, con la Ostia Chamber Orchestra e con la Youth World Ochestra al Parco della Musica di Roma e ad Algeri
Andrea Montefoschi, terminati gli studi classici, si è diplomato presso il Conservatorio S. Cecilia di Roma sotto la guida di Mario Ancillotti. Grazie ad una borsa di studio del Governo austriaco si è perfezionato poi presso l’Accademia di musica di Vienna con Wolfgang Schulz. Ha fondato il gruppo Max Reger, il Quartetto “La Follia“, il Trio Joyeux, l’Orfeo Flute Quartet Wien; collaborato con il Gruppo di Ricerca e Sperimentazione di Roma, il Quartetto Aurora di Trieste, l’Ottetto italiano di fiati, i Solisti di Roma; fatto parte dei Solisti di Alpe Adria e dei solisti dell’Accademia Filarmonica Romana. Premiato al Concorso flautistico nazionale F. Cilea di Palmi ed in vari concorsi nazionali di musica da camera, è stato 1° Premio, nel 1992, al Concorso europeo di musica da camera città di Moncalieri in duo con pianoforte. Ha collaborato con numerose orchestre; ha registrato per la 3a rete RAI, per la Radio Vaticana e per la Philips, collaborando alla realizzazione dell’Opera Omnia dell’organista francese Jean Guillou. È docente titolare di flauto presso il Conservatorio di Potenza.
Mario Liano si diploma in tromba nel settembre del 2002 al conservatorio “A. Casella“ dell’Aquila, sotto la guida del maestro Giovanni Barone. Ha seguito master class dei maestri Giancarlo Parodi e Vincenzo Camaglia e dal 2005 frequenta il biennio di specializzazione in tromba col maestro Sandro Verzari al conservatorio “Santa Cecilia“ di Roma. Svolge attività concertistica con l’Orchestra Giovanile di Valmontone, la Wind Orchestra di Sacrofano, e in varie formazioni di gruppi d’ottoni. Dal 2003è impegnato nell’insegnamento dell’educazione musicale nel 177° circolo didattico “Colli dell’Aniene“
Marco Garbini, Emiliano Cotugno, Mauro Mennuni, provenienti da percorsi musicali diversi fra loro, cominciano a suonare insieme dal 2004 in piazze, locali, teatri e chiese. Fanno parte di gruppi più numerosi di musicisti e danzatrici, “L’albero che canta“, “Mamafreni“, “Didje open project“. Il loro strumento, il didjeridoo, è uno strumento musicale “naturale“, non costruito dall’uomo ma scavato dalle termiti, originario dei territori del Nord dell’Australia; tecnicamente è classificato tra gli aerofoni ad ancia labiale e la sua nota fondamentale è data principalmente dalla lunghezza; per suonarlo si utilizza la tecnica della respirazione circolare. Tra gli interessi del gruppo molto vivo è quello di utilizzare il didjeridoo insieme con altri strumenti sia di origine etnica che classica, compresa la voce. Al teatro Ambra Jovinelli hanno suonato durante la serata in onore di Tiziano Terzani ad un anno dalla sua morte. Marco Garbini ha suonato il didjeridoo in orchestra, nell’opera La Passione secondo Marco scritta e diretta da Roberto Musto.
II Coro Polifonico S. Agnese fuori le mura è stato fondato nel 1980 da don Sandro Canton; guidato fino all’89 da Riccardo Ricci e dal ‘90 al ‘98 da Tommaso Vitale, dal 1999 si avvale della direzione del M° Roberto Musto con la collaborazione di Angela Bucci quale maestro preparatore e sostituto. Attualmente è formato da circa 50 elementi. Il repertorio del Coro spazia dalla polifonia rinascimentale sacra e profana fino alla musica contemporanea, passando attraverso il canto popolare e folkloristico. Il Coro, iscritto all’Associazione Regionale Cori del Lazio, ha partecipato a numerose rassegne corali e concerti anche insieme a diverse formazioni orchestrali. Tra le presenze si ricordano: la 6’ Rassegna di Canto Popolare, le edizioni del 2000 e del 2002 della “Grande musica sacra in chiesa“, le edizioni del 2003 e 2004 della “Giornata Mondiale del Diabete“, la 19’ edizione della “Rassegna corale di Ciampino“, la “Festa Europea della Musica“ nelle edizioni del 2003 e 2004, la 6’ Rassegna polifonica “Madonna della Quercia“; aula magna dell’università “La Sapienza“ (2004); giornata in memoria di “Mamma Lucia“ (Cava de’ Tirreni, 2006). Nel 2005 il Coro è stato insignito di una medaglia da parte del Presidente della Repubblica.
I Cantori di Cannaiola nascono nel 1969, ad opera di don Sileno Cariolati, essenzialmente come gruppo per il servizio liturgico. Nel corso degli anni il repertorio viene ampliato alla musica profana e folcloristica. Tra i cori fondatori dell’Associazione Regionale Cori dell’Umbria, ha partecipato a varie manifestazioni da essa promosse in ambito regionale. Dal 2000 grazie anche al sostegno del Comune di Trevi e sotto la guida del direttore Francesco Corrias è impegnato nell’attività concertistica, al fine di promuovere con rinnovato impegno la diffusione del canto corale nel territorio. Dal 2005 è guidato dal M° Mauro Presazzi. Il coro è spesso ospite di affermate rassegne corali, tra le quali la XXII Rassegna Corale città di Poggibonsi, la XXII Rassegna Corale di Perugia, “In canto“ 2001; nel settembre 2001 ha partecipato alla 56’ edizione della Sagra Musicale Umbra. Nel novembre 2002 ha organizzato la prima Rassegna Corale «Don Sileno Cariolati» con la partecipazione di affermati cori. Nell’agosto è stato ospite del Coro Femminile DEPAPS – Città di Argostoli (Cefalonia, Grecia), in occasione delle commemorazioni per il 60° anniversario dei tragici fatti della Seconda Guerra Mondiale. Dal 2006 è promotore di un progetto per la riscoperta della musica medievale spagnola dei pellegrinaggi con lo studio, l’esecuzione e l’incisione di importanti codici del XIV e XV secolo.
Mauro Presazzi intraprende gli studi musicali dall’età di 6 anni, prima in organo e tastiere e successivamente, dai 13 anni, in tromba, percussioni e composizione. Fonda a Spoleto nel 1996 il gruppo corale giovanile Canto Ergo Sum, di cui è tuttora direttore artistico e musicale. Oltre a questo dirige attualmente i cori: “I Cantori di Cannaiola“, coro polifonico della città di Trevi, Spiritus Laeti di S. Terenziano (Comune di Gualdo Cattaneo), “Valle del Menotre“ di Ponte S.ta Lucia (Comune di Foligno), “Modem Voices Ensemble“ di Spoleto; dal gennaio 2006 è direttore del Coro della “Nobilissima Parte de Sopra“ di Assisi. Nel 2004 ha ottenuto il primo premio per la composizione delle musiche del cortometraggio Donald Duck in occasione del Cavour Art Festival di Terni. Svolge attività di insegnamento presso le scuole di musica di Belfiore, Cultura, Campello sul Clitunno. È docente esterno presso il Liceo Socio-plico-pedagogico “Beata Angela“ di Foligno, indirizzo artistico-musicale, per i laboratori di Canto e Batteria. Collabora in varie realtà regionali umbre come assistente musicale, consulente, arrangiatore, cantore e/o strumentista; negli ultimi anni ha tenuto concerti come direttore, strumentista e/o cantore negli Stati Uniti, Repubblica Ceca, Malta, Inghilterra, Scozia, Svizzera, Brasile e Germania
L’organo di S. Francesco a Trevi
Già considerato «rarissimo esemplare superstiti di quel tipo che nel Rinascimento veniva definite organo a muro», lo strumento fu commissionato dai frati di San Francesco di Montefalco a Mastro Paolo Pietro di Paolo, montefalchese, come risulta dal rogito datato 22 settembre 1509 per mano del notaio Pompeo di ser Nicola di Montefalco. Con tale atto il maestro Paolo Pietro di Pietro, alla presenza dei frati Ludovico e Fortunato di san Francesco di Montefalco, si impegna a consegnare per la chiesa di San Francesco di Trevi, prima di Natale, unum parum organorum di misura e regole stabilite per il prezzo di 80 fiorini in ragione di 40 bolognini a fiorino, sotto pena di 10 fiorini in caso di inadempienza. La pesante penalità ci fa certi che il «paio d’organi» (cioè l’organo composto dal prospetto con canne di facciata e nel retro le canne di registri diversi, suonò per la prima volta nel Natale del 1509
La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in cinque campate: la maggiore al centro con il secondo ordine di canne morte sovrapposte alle due campate reali minori.
I dipinti della cimasa raffigurano l’incontro fra san Domenico e san Francesco, ai lati santa Caterina da Siena e santa Chiara. In alto l’Annunciazione. Nella grande cantoria, realizzata probabilmente nel 1612, sono allocati dieci comparti con tavole dipinte a tempera raffiguranti, a partire dal fianco sinistro: san Didaco, santa Chiara di Assisi, san Bonaventura da Bagnoregio, sant’Antonio da Padova, san Giuseppe, sant’Emiliano, san Bernardino da Siena, santa Maddalena, santa Lucrezia e santa Caterina d’Alessandria. Tutti i dipinti sono riferibili al XVII secolo.
Nella cantoria, oltre alla raffigurazione di importanti santi francescani, è inserita l’immagine di sant’Emiliano, con le insegne episcopali: il primo vescovo della città di Trevi, martirizzato sotto l’imperatore Diocleziano nell‘anno 304. A Emiliano è dedicata la chiesa principale di Trevi. Ogni anno da oltre un millennio si rinnova in suo onore, il 27 gennaio, per le vie del centro storico cittadino, una processione detta “della Illuminata”, che precede la festività del Dies Natalis del Santo Patrono, il 28 gennaio.
Carlo Roberto Petrini
Costruito nel 1509, restaurato ed ampliato e dotato di una nuova cantoria nel 1612, nella seconda metà del secolo XVIII l’organo fu rifatto da un esponente della famiglia Fedeli con l’aggiunta dei registri Voce Umana, Cornetta e Vigesimanona. Nel 1997-2005 è stato effettuato il restauro dal laboratorio Ars Organi di Andrea Pinchi di Foligno.
Tastiera di 45 tasti (Do1-Do5) con la prima ottava scavezza.
Pedaliera di 9 tasti (Dol-Do2) con la prima ottava scavezza.
Alcune immagini di personaggi visti a Trevi (residenti e non), realizzate principalmente negli anni Settanta – Novanta;
La data, quando riportata, è quella desunta dalle opere.
NOTA: L’identifcazione di alcuni personaggi non è completa! Chi fosse in grado di individuare i nomi mancanti o rettificare quelli errati o chiedere eventuali cancellazioni dei soggetti ritratti ci contatti con l’e-mail
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Componenti del Partito Popolare 1944. Il notaio Vincenzo Misici, don Aurelio Bonaca, Raniero Cerquiglini e Antonino Ottavi.4 22/7/1944
, di Tiziana Ravagli e Giampaolo Filippucci tratta in modo pressoché esaustivo l’ambiente collinare e montano di Trevi.
É un tuffo nella natura, di cui coglie tutti gli aspetti: la geologia, la flora, la fauna, ma è anche una ricerca appassionata delle antiche vestigia di una plurimillenaria antropizzazione. Gli autori ci portano per mano lungo sentieri, generalmente facili, alla scoperta di alberi monumentali, di fiori affascinanti, di animali di cui chi è abituato ad andare a motore non ne sospetta più la presenza.
Ma non sono meno interessanti i fossili, i giacimenti di sorprendenti ammonniti che affiorano a 1000 m di quota e i ruderi di gloriose abbazie: S. Stefano di Manciano (pag.46) e S. Croce in Val dell’Aquila (pag.77) Quest’ultima è qui descitta per la prima volta. Finora era conosciuta soltanto da qualche boscaiolo poché i miseri resti sono occultati dalla rigogliosa vegetazione durante gran parte dell’anno. Ora, seguendo l’ itinerario n° 7 chiunque può ritrovarla e osservare quei ruderi per la prima volta pubblicati in fotografia a pag. 228.
Asfodeli (itinerario 10 e 12) Foto Filippucci
Il volume è diviso in due parti: nella prima sono descritti i 14 itinerari, nella seconda sono riportate, in quasi cento pagine, le schede delle numerose varietà di piante e animali. Di seguito sono riportate le piante sottoposte a tutela e le leggi regionali vigenti che regolano la raccolta di muschi, funghi e tartufi. Infine alcune incredibili fotografie completano la documentazione.
Le varie descrizioni sono corredate da numerosissime note a pié di pagina, che rimandano a testi per chi volesse approfondire la ricerca fino ai limiti dello scibile.
Acero (itinerario 12) Foto Filippucci
La serietà e la completezza della pubblicazione sono state riconosciute dalla Sezione di Foligno del C.A.I. che ha permesso di fregiarne la copertina con il prestigioso “bollino”.
Di Tiziana Ravagli, Giampaolo Filippucci e Alvaro Paggi:
I ruderi dell’antica chiesa dedicata a Santo Stefano in Manciano di Trevi si trovano a quota 527 sulla cima del colle omonimo, prospettante sul Fosso Rio che segna il confine con Foligno. Nel periodo delle lotte tra comuni importante era la sua posizione strategica come avamposto a nord del territorio di Trevi, con vista su Foligno e un buon settore della valle e possibilità di controllo dei valichi a nord-nordest di Trevi, da sempre tanto importanti e trafficati, che aprivano la via verso la Marca di Ancona e il ducato dei Varano di Camerino. Rimangono solo le mura perimetrali della chiesa, l’elegante abside semicircolare e la cripta. Dell’antica abbazia adiacente restano soltanto pietre erratiche.
Non rimane traccia del campanile che da un documento del 1610 risultava devastato dalla folgore. La costruzione si può far risalire al secolo XII. É una delle più imponenti tra le numerosissime costruzioni dell’epoca. Come le chiese coeve, è perfettamente orientata con l’abside a est e la facciata a ovest. La posizione asimmetrica dell’abside rispetto all’asse della costruzione e la facciata con due portali denotano un ampliamento, verso il lato sud, con conseguente abbattimento della originale parete laterale alla destra di chi entra.
L’ottima tessitura muraria, con ben lavorati blocchi di compattissimo calcare locale, denota un’accurata costruzione anche della parte ampliata successivamente
L’arco a tutto sesto di una porta laterale nella parete sud permette di datare l’ampliamento a quando ancora non erano stato adottato nella regione l’arco policentrico dello stile gotico e pertanto la parte più recente della costruzione si deve far risalire a prima della metà del secolo XIII.
Porta laterale
I portali della facciata sono stati puntigliosamente smontati e non si ha memoria di come fossero in origine. All’interno della parete nord, fino ai primi anni ’80 si potevano individuare ancora tracce di colore su qualche brandello di intonaco superstite, mentre non si riescono ad individuare le imposte dei tre arconi che sostenevano le travature. Testimonianze orali raccolte negli anni ’70 attestavano che intorno al 1920 la chiesa era ancora officiata seppur saltuariamente. Un cacciatore ricorda che nel 1956 esisteva ancora “verso l’abside” un residuo del tetto, sotto cui si era riparato da un acquazzone.