Categoria: Da sapere

  • Monumento ai caduti del Collegio Lucarini

    ex Collegio Lucarini
    Monumento ex Allievi caduti

    Sull’onda lunga dei sacrifici, degli eroismi e della vittoria della prima guerra mondiale, nel 1925 fu eretto questo monumento agli ex allievi di Don Bosco, caduti nel conflitto.

    Aveva nel frattempo preso vita un comitato per l’erezione di un monumento agli ex allievi del Collegio Lucarini morti in guerra. Presiedeva il comitato l’ex allievo, medaglia d’argento Carlo Zappelli trevano, professore al liceo di Foligno (del quale sarà in seguito lungamente preside), consigliere comunale, presidente della locale Sezione dell’Associazione Combattenti. L’azione del comitato fu veramente incisiva, tanto che il 4 luglio dello stesso anno 1925 il monumento poté essere inaugurato con solenne cerimonia e larghissima partecipazione di autorità e di popolo, nonché di ex allievi convenuti da ogni parte.
    Il monumento si compone di un’alta scogliera, in cima alla quale sostano due aquile in bronzo atteggiate come al termine di un lungo volo. Una grande targa, pure in bronzo, mostra Don Bosco in mezzo ad uno stuolo di ragazzi; nella parte superiore della targa una croce e gli stemmi d’Italia e di Trevi; nel margine inferiore la scritta ‘Dio e Patria’. Ai piedi della scogliera un fante, in bronzo, con bandiera, in atteggiamento di richiamo e di incitamento”

    Trevi - Monumento agli ex allievi di Don Bosco caduti

    “Il monumento è opera dello scultore trevano, ex allievo del Lucarini, comm. prof. Renato Mancia, lo stesso che collaborò al monumento ai Caduti del Comune. Renato Mancia, di solida base scientifica, si formò in gioventù alla scuola dei fratelli Riccardi, trevani, illustri antiquari. Deve la sua notorietà in campo nazionale anche come dirigente dei Laboratori di Ricerche Scientifiche dell’Accademia Nazionale del Restauro, creati dallo stesso prof. Mancia, poi passati nel 1941 al Ministero dell’Educazione Nazionale. Ebbe i suoi primi laboratori ad Assisi e a Lugano. E’ autore di diverse pubblicazioni sull’arte del restauro”.

    1

    In due lapidi sono elencati, a perpetua memoria dei posteri, i nomi dei caduti.

    Cap.no Loreto Starace di Castellammare di Stabia
    Cap.no Nevi Raffaele da Montecastrilli
    Ten.te Marcelloni Alesssandro da Trevi
    S. Ten. Riccardi Augusto da Trevi
    S. Ten. Marrone Gregorio da Castel Ritaldi
    S. Ten. Gradassi Filippo da Campello
    S. Ten. Ciarletta Giuseppe da Scanno
    S. Ten. Lattanzi Carlo da Ripa Fognano Alto
    Cap. Magg. Pagliochini Paolo da Trevi
    Cap. Magg. Maggiolini Guglielmo da Trevi
    Cap. Magg. Brunori Bruno da Campello
    Sold. Ferappi Celso da Foligno
    Sold. Menicucci Persi Marcello da Vitorchiano
    Sold. Di Giacomo Giuseppe da Trevi

    Caduti del dovere

    Cap.no Leopoldo Eleuteri, aviere
    Serg. Magg. Elio Stemperini, aviere
    Cap.no Antonio Drammis
    S.Ten. Giorgio Pollera

    E sul masso di base sono scolpite le parole

    AI COMPAGNI CADUTI
    PER UN’ ITALIA PIU’ GRANDE E PIU’ PURA
    GLI EX ALLIEVI DEL COLLEGIO LUCARINI
    4 LUGLIO1925

    All’atto dell’erezione del monumento c’era soltanto la prima lapide in travertino.

    L’elenco inizia con il Capitano

    Loreto Starace

    di Castellammare di Stabia, che conferma come già dai primissimi anni della

    gestione dei Salesiani

    il Collegio Lucarini fosse noto e apprezzato ben oltre i confini regionali.

    fu un magnifico esempio di cattolico impegnato, come si direbbe oggi. Nella sua breve e intensissima vita a Napoli, in Francia, Inghilterra, Canada e Stati Uniti, si prodigò in innumerevoli opere di straordinario apostolato e di autentica carità cristiana. Scoppiata la Guerra Mondiale, partendo per il fronte dichiarò: “

    Vado a versare il mio sangue non solo per formare un’Italia più grande e più forte, ma specialmente perché divenga più nobile e più pura

    “.

    Frase che è sintetizzata sulla base del nostro monumento. In 50 giorni di guerra fu decorato con due medaglie d’argento e una di bronzo e fu promosso al grado di Capitano per meriti di guerra. “

    Il suo corpo riposa attualmente nel santuario del S. Cuore in Scanzano di Castellammare di Stabia, in attesa che venga elevato agli onori degli altari

    “. (

    http://www.torreomnia.com/religione/loreto_starace/set_frame_starace%20.htm

    )

    La seconda lapide, intitolata ai “caduti del dovere” fu eretta con altrettanto solenne cerimonia il 29 dicembre 1930. Commemora i militari caduti in tempo di pace e tra i primi vi figurano due avieri.

    Il capitano Leopoldo Eleuteri, ingegnere, decorato con tre medaglie d’argento e con la Croce di guerra figurava nella gloriosa lista dei 42 Assi italiani. Morì il 19 gennaio 1926 a Furbara mentre collaudava un nuovo aereo. http://www.theaerodrome.com/aces/italy/eleuteri.html http://www.comune.castel-ritaldi.pg.it/MEDIACENTER/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=178&explicit=SI

    Il Serg. Magg. Elio Stemperini, medaglia di bronzo alla memoria, cadde il 27 novembre 1930 a Orbetello, durante un ordinario volo di esercitazione a bordo del glorioso idrovolante S55. Radiotelegrafista, era stato selezionato nella formazione degli equipaggi della prestigiosa crociera transatlantica di Balbo del 1932.

    La statua bronzea dell’alfiere fu proditoriamente trafugata una notte d’estate del 2000. Recuperata dalle Forze dell’Ordine, restaurata dai guasti, è stata degnamente ricollocata al proprio posto con una solenne cerimonia il 4 maggio 2003.

    Ex Allievi Salesiani

    Le foto

    Il Collegio

    Personaggi

    I convegni

    Monumenti e lapidi dei caduti di Trevi

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    Note

    Zenobi, Carlo

    , 1987,

    Storia di Trevi dal 1746 al 1946

    , Todi, Arquata, p. 353. Carlo Zenobi, avvocato, ex allievo del Collegio Lucarini, per lunghi anni segretario e animatore dell’Unione ex allievi di Trevi, è la

    memoria storica

    del XX secolo a Trevi.

  • Dicono di noi

    …dicono di noi

    I più recenti commenti da e-mail e nel web

    Vedi anche:

    Rassegna della stampa dall’Australia

    dal nord America diario di Bill Thayer

    Key to Umbria: City Walks (solo in inglese)

    Valentina Lo Surdo Il Cammino “Di qui passò Francesco”: da Spello a Trevi

    … una tappa ordinaria in un capolavoro di conoscenza. … nell’ufficio della Pro Trevi, l’associazione che custodisce i documenti e i testi dedicati alla scoperta della città.

    … E poi i mille travestimenti del sedano. Che è sempre stato considerato un vegetale vagamente inutile e che a Trevi, invece, è il protagonista di pietanze succulente nelle teglie e nelle padelle.

    … le meraviglie invisibili allo sguardo distratto, rifletto su come il cammino ci pensi sempre lui a fare svolgere ciò che deve accadere nella tua giornata. Permango nella sensazione di fiducia che ogni giorno è unico e prezioso, quando segui le gambe che vanno come se dovessero condurti loro, anche se non hai la minima idea di cosa stai andando a incontrare. E mentre lo penso, mi volto: il nome della stradina che sto percorrendo in discesa occhieggia sorridendo: sono in via dell’Angelo Custode.

    https://www.marcopolo.tv/ ,

    Gennaio 2020

    Simone Cristicchi

    “Le mie canzoni sono state definite il Cantico delle creature 2.0 e questo mi fa piacere perché rispecchiano una mia attitudine personale e la mia ricerca attuale. Si tratta di canoni che fanno parte delle mie riflessioni sulla spiritualità, sulla felicità, sulla bellezza, sulla ricerca dell’assoluto e di Dio. In Umbria ho trovato un luogo particolare dove sperimentare tutto questo, l’eremo francescano di Campello sul Clitunno. Lì ho stretto amicizia con queste suore francescane e ho visitato la Grotta di Francesco, un luogo di silenzio e contemplazione, ma anche di accoglienza, dove poter ritemprare lo spirito e il corpo. Ed è proprio lì che è nato il germoglio della canzone”.

    “Il Cristicchi che non ti aspetti e l’Umbria Mistica” in Perugia Today, 16/2/2019

    Vedi pagina completa

    Vittorio Sgarbi in

    Il Giornale

    (30/9/2018)

    Se Trevi e Gubbio contano molto più di Londra e Parigi … http://www.ilgiornale.it/news/se-trevi-e-gubbio-contano-molto-pi-londra-e-parigi-1582370.html

    Luca Masoero in TeleSette Casa (ottobre 2014)

    Visita consigliata

    Federico Pace2012

    La Via Flaminia da Terni a Fano, in T.C.I.,Strade d’Italia, 1 Nord-Centro, pag.130 e segg.

    Più si va avanti e più ci si accorge che c’è una Flaminia della mente, 1’antica consolare che oggi emerge solo in alcuni tratti, la strada che ha avuto la capacita di sopravvivere a tutto …

    leggi tutto>

    Libera traduzione da un blog di David Cross

    Visto dalla linea ferroviaria tra Foligno e Spoleto, questo paese gode di una splendida posizione, in cima a un colle, in ALTO sulla vallata. Non è ancora uno dei posti più conosciuti, sebbene cerchi ora ad attrarre i visitatori. Peccato che, a quanto sembra, per gli amministratori del Comune i visitatori si identifichino solo con gli automobilisti.

    C’è un servizio di autobus dalla stazione ferroviaria al paese in alto, ma l’orario dell’autobus non tiene conto dell’orario del treno. Siamo stati fortunati all’arrivo,contrariamente alla partenza.
    I tassì più vicini vengono da Foligno e farsi portare alla stazione costa un occhio della testa.
    Basta con il reclamo!
    Il paese è meraviglioso.
    …Il pullman arriva quasi sulla vetta del colle, in una gran piazza. Un breve percorso, attraverso un arco, immette nella piazza storicamente più importante. C’è una bella torre e un portico.
    La cosa più piacevole è semplicemente vagare le vie strette e tortuose, i vicoli, e le scalette. Insolitamente, il duomo non offre opportunità fotografiche, se non da molto lontano.
    Qualcosa di molto bello, che purtroppo potrebbe sfuggire al visitatore, è l’ interno della chiesa di San Francesco, vicino alla vetta del borgo. Qui si vede uno dei più antichi organi murali a mantici, restaurato recentemente, con una bella acustica.

    Se vi si presentasse l’occasione di assistere ad un concerto, come è capitato a noi, non perdetelo.

    Segnalato da Bill Thayer
    nell’Agosto 2008 .

    Un posto assolutamente da non perdere?

    Trevi, in Umbria, vicino ad Assisi, posto bellissimo ove vado spesso

    Ray Lovelock

    Intervista di Emanuela Giovannini in I Viaggi di Repubblica n° 472, 6 settembre 2007

    In piazza –

    4/10/08

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    In una vita precedente coltivavo girasoli in Umbria.
    Vorrei poter tornare al passato e vivere lì.
    Deborah Horn In a previous life I was an Umbrian sunflower farmer. I’d like to do a past life regression and stay there.

    Ritorna alla 088

  • T. Natalucci – Studi sulla storia di Trevi

    Tiberio Natalucci

    Studi sulla storia di Trevi

    Pubblicati per festeggiare le nozze

    dei due giovani sposi

    nobili entrambi di animo e di lignaggio

    Raffaello Paglioni

    di Trevi

    Guendalina Toni Catenacci di Amelia

    1865

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    _____________________________________________________

    [Note: Nella trascrizione è stata rispettata l’arcaica punteggiatura originale.
    Il testo in colore tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione.
    Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.
    Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina in cui avevano inizio]

    <2>

    Lo scrittore prega i suoi rispettati concittadini a non iscorgere in questo povero lavoro che un segno di patrio amore, e un tentativo di ricercare cose vere.

    Foligno Tip. Campitelli

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    Sulla vetta e sulle pendici occidentali di uno dei Colli più spiccanti ed ameni che dall’estreme falde del basso Appennino protende ad internarsi quasi nel mezzo della tanto celebrata Valle Umbra sollevasi appariscente la Città di Trevi avente sul capo una verde corona di quercie, faggi, viti ed ornelli, circondata dai suoi duecentomila Olivi, nel mezzo ad un territorio disseminato per ogni dove di case di Villaggi, di antiche castella, rallegrato dalle ridenti rive del sottoposto Clitunno, abbellita da fabbricati prominenti e ragguardevoli, cinta da valide mura e longobardiche torri, non ultima fra le Città Umbre per importanza, e forse la prima per temperato clima, incantevole prospettiva, e salutifere condizioni.

    Positure le più favorevoli per poter respingere facilmente le nemiche aggressioni, materiale ottimo da fabbricare, stabilità perfetta del suolo, sorgenti tenui ma perenni, e diverse di eccellente acqua potabile, sicurezza di non soggiacere ai disastri delle inondazioni, ai danni dell’umidità e delle nebbie, ai perniciosi effetti di paludose esalazioni, un terreno in vece aprico formato da materia calcarea alluminea con terra vegetale mirabilmente adatto a ad ottenere la squisitezza di vini, di olii, farine, frutta, carni, latte, selvaggina, salati, erbaggi, vegetazione felice di piante di ogni specie, magnifica vista del rinomato cratere, sono tutti pregi da segnalare facilmente e dar la preferenza a questa su di altre località.

    <4>

    Non è quindi meraviglia che antichissime genti vi prendessero stanza. Poco lungi dall’odierna Trevi presso ad una limpida sorgiva esisteva un Tempio sacro al più antico Nume d’Italia a quel buon Re Giano che seppe cangiare i ferini costumi di genti selvaggie nella beata età dell’oro. Si ha da memorie autentiche che fino al 1600 vi si videro i ruderi di una Chiesa cristiana che chiamossi S. Giovanni di Giano e che era stata eretta sulle rovine di un antico delubro pagano, in cui quella Deità veneravasi; Attraverso di tanti secoli restò ancora al fonte e alla valletta il nome di Giano, e giunse sino a noi e conservasi in una sala municipale [ora nella Raccolta d’Arte di S. Francesco] una testa di grandezza maggiore del vero scolpita in marmo, avente due faccie simili di uomo barbato, e che formava certamente parte di una Statua ben grande di un Giano bifronte. Se gli Umbri derivano da quella prima immigrazione giapetica che fu trovata già stanziata in Italia (al dir di Erodoto) quando vi giunsero i Lido-tirreni di stirpe semitica, se il Japhet degli Ebrei, il Giapeto dei Greci fu dagl’Italiani adorato col nome di giano, questo culto che Trevi rendeva a quel primitivo Padre, Re e Dio omonimo lo mostrerebbe della più remota antichità.

    Di fatti sul vertice dell’antica nostra Città esistette pure un gran Tempio consecrato ad una delle più remote credenze pagane: a Diana. Questa mitica Regina del Cielo, della Terra e dell’Erebo, che aveva il barbarico culto nella Tauride, selvaggio fra i Druidi, gentile in Efeso, questa Dea di tutto, come il nome Diana si crede esprimere, era la Diva tutelare dei Trevani.

    Restano ancora ad attestare la grandezza di quella mole due grandi capitelli uno in breccione rossastro del paese e l’altro in pietra calcare senz’abbaco. La proporzione di tali capitelli darebbe alle colonne un’altezza di 12 a 13 metri, e quindi l’edificio era di una grandezza cospicua. Questi due massi furono trovati presso l’attual Chiesa di S. Emiliano [secondo altri studiosi, dall’interpretazione del cronista sincrono Francesco Mugnoni, ritengono che tali capitelli provengano dal luogo ove sorge la chiesa di S. Martino] quando nel 1465 si prese ad ampliarne ed innalzarne le mura, e quindi fanno credere che nello stesso luogo o poco lungi sorgesse il pagano edificio. Dell’esistenza di esso grandezza e posizione si

    <5>

    ha pure un’altra prova nella Lezione Bollandistica del 24 gennaio da cui si apprende che quando S. Feliciano, che fu chiamato l’Apostolo dell’Umbria, venne a Trevi (sul fine del II o III secolo) vi trovò un gran Tempio (ingens fanum) dove i Trevani adoravano Diana come loro Dea tutelare e che nel medesimo luogo fu costruita una Chiesa Cristiana ad onore dell’augustissima Triade. Ebbene l’antichissima chiesa della Trinità era appunto quella di cui avvenne l’accennato ampliamento. Essa fu innalzata quando gli Ostrogoti fecero disparire interamente i resti del gentilesimo che l’Imperator Giuliano aveva tentato di far rivivere.

    La sua Architettura è simbolica, e le foggie sono dello stile bizantino. I tre absidi formanti un solo corpo che abbracciavano tutto il lato orientale, e la parte più venerata del Sacrario alludono evidentemente al mistero del Dio uno e trino di nostra Fede.

    È poi notabile che quando coll’accennato ampliamento questo bello e raro mistico edificio rimase in una parte angolare e secondaria si volle innalzare appositamente un ben adorno Sacello in capo alla nuova Chiesa per conservare la primitiva invocazione

    Nella casa dell’antichissima famiglia Lambardi (oggi Ubaldi) eravi pure un iscrizione riportata nel codice Natalucci che diceva

    OLIM . TRIVIAE . TEMPLUM

    Quindi non sembra potersi dubitare che il gran Tempio di Diana stasse sulla parte elevata dell’odierno Trevi.

    Se era costume degli Umbri di costruirsi a preferenza le loro dimore ne’ luoghi più difendibili, e con case vicine sulle alture, se questa era la parte più sicura, più sana, più produttiva, quando la valle era infestata dalle acque e dagli interrimenti, se due delle più antiche Deità d’Italia avevano templi ed altari in quelle posture elevate può ragionevolmente ritenersi per cosa certissima che i primi Trevani abitassero sui nostri clivi su queste medesime vette

    <6>

    Ma un culto ed assai più rinomato ebbe pure in questa contrada il Fiume Clitunno del cui marmoreo tempio resta fortunatamente in piedi un prezioso avanzo. Anche nella prossima Bovara eravene un altro dedicato a Giove Boario del quale restano altresì le colonne dentro l’attuale Chiesa di S. Pietro [in realtà pilastri cilindrici] e due teste bovine sporgenti sull’alto della facciata: un quinto pure se ne vuole a Giunone, dove oggi si venera la Madonna di Pietrarossa o de pede Trevii.

    Queste tre fabbriche stanno sull’estreme digradazioni del monte e sulla riva destra del Clitunno. Quelle di Bovara e Pietrarossa vedute nella pianta parcellare non sono distanti da Trevi neppur due chilometri, anzi vi si possono dire quasi congiunte con gruppi di altre case intermedie; quindi anco li due tempii di Giove e Giunone furono innalzati certamente dai Trevani forse in tempi meno remoti, e quando gli Umbri datisi spontaneamente ai Romani, dopo che videro debellati gli Etruschi loro nemici poterono sotto l’egida di quella invincibile potenza darsi tranquillamente a bonificar le pianure, a dilatare la coltivazione, e l’industria. Frequentissime eran le reciproche invasioni tra Umbri ed Etruschi prima di quest’epoca (Strabone V.) onde non è verosimile che queste due Divinità romane avesser templi, ed i Trevani discendessero verso la pianura prima della vittoria di Q. Fabio Rullano (308 avanti l’era Cristiana.)

    Anco il tanto famoso tempio del Clitunno è di epoca romana come indica l’eleganza dell’architettura, l’uso dei più belli marmi, di pietre amatistine, e la squisitezza degli ornati ed intagli, che all’infuori dei timpani sostituiti, son tutti della prima costruzione. Questo monumento che Plinio II. trovò già antico (priscum) che il Palladio volle illustrare, che inspirò le vivaci stanze del Byron, che tutti i viaggiatori vanno ad ammirare, stava nel territorio di Trevi, come l’illustre Presidente delle antichità romane Ridolfino Venuti scrisse, e come vien provato dal documento A annesso a questo scritto e dalla nota relativa. Forse la venerazione per un fiume di acque limpidissime, di una scaturigine pittoresca, di un amenissimo corso apportatore

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    di molti e reali vantaggi precedette la costruzione del tempio stesso; ma poi la scaltrezza profittò della credulità di popoli semplici, e della vergine loro fantasia per attribuire fatidici responsi ad un Nume presente, il prodigio di render candidi i Bovi che bevessero di quell’acqua: coll’evidente scopo di chiamar molti visitatori, aver molte vittime, continue oblazioni. Spogliato però anco del velo soprannaturale di cui l’ornarono i Poeti latini italiani ed esteri il Fiume Clitunno sì limpido, il suo tempio tanto grazioso, i suoi margini straordinariamente ameni, le contermini alture tutte vestite di allegre dimore, una campagna fresca e profumata dalle vitali esalazioni di un rigoglioso alberato, procurano in tutti un immancabile e grande piacere. Plinio II. che ebbe in Roma i primi offizii, fu proconsole e viaggiatore, provò tanto diletto nel visitar questi luoghi che gli dolse di non averlo fatto prima, ed eccita l’amico Romano a recarvisi.

    Né solo le accennate cinque moli dimostrano l’antica importanza di Trevi, ma più Sacelli come vide lo scrittore romano erano d’attorno, esisteva un vecchio teatro, un altro si dovette innalzare nel I.° secolo, un circo di fiere par che vi fosse sui primi del III.° quando S. Emiliano fu martirizzato.

    Svetonio nella vita di Tiberio scrive che l’Imperatore non volle concedere ai Trevani di trasferire o distornare una somma legata per edificare un nuovo Teatro ai lavori di una Strada piacendogli che fosse rispettata la volontà del testatore. Secondo questo documento esisteva già un Teatro e dovette costruirsene un secondo. Combina infatti colla testimonianza della Storico un iscrizione esistente in un bel piedistallo di marmo greco che sosteneva una Statua.

    In questa epigrafe si parla di Scabillarii del Teatro che con danaro raccolto fecero erigere quel monumento di onore a Lucio Succonio personaggio illustre della famiglia Prisca che era Decurione, Consolo, Pontefice, di Trevi. Il buon Abate Giorgetti nel suo opuscolo del 1782 su Trevi, e la Madonna delle Lagrime riportando la iscrizione Succoniana, già pubblicata

    <8>

    dal Fabbretti, dal Marangoni, dal Doni Coletti ecc. Credette che i Scabillarii veteres a scaena fossero i Presidenti Anziani e deputati agli scanni del Teatro. Questa spiegazione fece credere a taluno che Trevi non potesse avere un Teatro di proporzioni così vaste da richiedere che una deputazione agli scanni fosse costituita in decurie; però quando la parola Scabillarii vogliasi spiegare secondo il suo vero significato, e riconoscere in esso un corpo di Musicisti e mimi, che avevano sotto il piede destro uno Strumento a percossa fatto a forma di scabello al di cui suono univasi quello delle tibie ed altri strumenti giocati colle mani, quando riflettasi alla voga che aveva preso questo genere di musica e di trastullo sotto Caligola che volle dilettarsene anch’esso, al carattere sacro che gli si dette fino ad attribuirle il potere di placare lo sdegno dei Numi , come Arnobio ci dice, non può recar meraviglia che alcune decurie di tali persone sollazzassero anche i Trevani in epoche di mollizie e piaceri recata dalla stessa generale prosperità e grandezza del vastissimo impero.

    Esistevano lungo il margine del Clitunno ville di piacere; nel tratto sacro del fiume godevasi dell’alterno gioco delle barche ; vi erano secondo il Venuti giuochi Clitunnali, si mandavano da questi pascoli famosi alla gran Roma Bovi di una razza così scelta che vestiti di fiori venivan recati nelle pompe trionfali come maxima victima, aveva Trevi tutte le doti dei Municipii, quindi non può supporsi che gli mancassero i Scabillarii necessarii ai ricordati spettacoli ed all’esercizio delle varie religiose ceremonie.

    Benché pubblicata più volte amo di riportare qui l’epigrafe del cippo Succoniano come trovasi scritta in bei caratteri ottimamente conservati con talune osservazioni fatte sul sasso,

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    L . SVCCONIO . L . F . PAL

    PRISCO . IiiI . VIR . I . D . Q . A .

    OMNIUM . CORP . PATR

    ITEM . TREBIS . DECVR . PONT

    IiiI . VIR . I . D . PATRON . MUN

    DECURIAE . IIII . SCABILLAR

    VETERES . A . SCAENA

    AMANTISSIMO . SVI

    EX . AERE . CONLATO . H . A . I . R.

    Manca sul lato destro, ed in ogni altra parte il nome dei Consoli, ma sembra che il contesto stesso del monumento ne indichi l’epoca; si tratta di tempi in cui tutte le dignità erano concentrate in un unico illustre personaggio, a cui quattro decurie di Scabillarii innalzarono una Statua, quindi non può molto errarsi nel congetturarla.

    Nella prima metà della quinta linea la superficie marmorea è stata indubitatamente escavata fino al punto di poter far disparire le cifre scolpite in origine, ed incidere di nuovo nel piano rozzamente abbassato le iniziali delle parole quatuorviro jure dicundo nella stessa precisa forma che trovansi già scritte nella seconda riga. Fra la indicata prima metà corrette della quinta linea e le parole intatte patrono municipii evvi pure una laguna col piano egualmente escavato. Se questa innegabile alterazione sia stata una correzione fatta dal primo ovvero una viziatura posteriore fatta da un altro scalpello non oserei dirlo.

    A me sembra che se quel grande della famiglia prisca ebbe in due Città l’autorità quatuorvirale I. D. che nei Municipii corrispondeva alla consolare non sarebbesi omesso di porre il nome della prima, come si legge scolpita la parola Trebis e molto meno posso ammettere al Doni che il cippo sia stato trovato a Terni, e parli di quel Municipio, giacché lo credo un puro equivoco di nome che avviene continuamente fra Terni e Trevi; mentre questo masso che raggiunge l’altezza

    <10>

    di m. 1,20 contro cent. 80 di larghezza nella parte sporgente non sembra verosimile che da Terni sia stato trasportato sulla cima di Montefalco dove nel 1782 il Giorgetti lo vide, e non può essere che se alludeva al Municipio ai Consoli alle corporazioni ai Scabillarii di Terni non vi si leggesse affatto nominata quella città. Il Coletti lo crede trovato in agro Mevaniensi; ma non sembra possibile che i Cittadini dell’antichissima Mevania permettessero che si asportasse a Montefalco un monumento importante. D’altronde è noto che Caligola si recò a consultare l’oracolo del Clitunno, e secondo Svetonio (43) procedette fino a Bevagna: ad visendum nemus flumenque Clitumni Mevaniam processisset.

    Da queste parole molti hanno creduto che il bosco sacro, il culto del Clitunno, la Città Lucana stasse presso Bevagna; ma ciò si oppone alla irrefragabile prova dei fatti. Presso Bevagna il Clitunno ebbe in tutti i tempi il nome di Timia. Strabone scrisse Mevania preter quam labitar Tineas et hinc parvulis schafis collectos in agro fructus devehit in Tiberim; immensi sono i documenti posteriori ed anche il Venuti conferma che il Clitunno prende il nome di Timia nel territorio di Bevagna; la stessa parola processisset indica che l’Imperatore procedette fino a Bevagna a vedere l’ameno corso del Fiume ed il bosco sacro che con ogni probabilità doveva estendersi dalla Città Lucana fino a Bevagna, giacché tutte le acque della Valle sembra che andassero col Clitunno nello stesso canale a traverso di boscaglie, prima che fosse formato il gran recipiente Teverone.

    Ma se il cippo fosse stato trovato e la Statua eretta in altra Città, maggiore forse sarebbe l’onore per Trevi, giacché tra le dignità di Succonio fu espressa quella di appartenere all’ordine Decurionale di Trevi, di esservi Pontefice, e Quatuorviro.

    Altre anticaglie sonosi in varie epoche scoperte in diversi punti del Territorio Trevano.

    Fino dal principiare del XVI secolo il dotto e ricco signore Benedetto Valenti ebbe la gloria di esser uno dei primi in Italia (come il Tiraboschi osserva) a raccogliere oggetti antichi e farne una collezione nel suo Palazzo di Trevi che soffrì qualche

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    perdita ma fu sagacemente a nostri giorni riordinata dal Sig. Conte Filippo di tal nobile prosapia. Alcuni oggetti di questa raccolta furono indubitatamente trovati lungo le rive del Clitunno presso Bovara, ed appartennero come scrisse il Venuti ai Sacelli che circondavano il Tempio. Cippi iscrizioni e teste antiche si riunirono con ottimo divisamento, e si vanno con diligente cura radunando nel palazzo comunale: qualche reliquia rimane ancora in mano dei privati, come non pochi frammenti di marmo scolpito sono stati sconsigliatamente adoperati nei fabbricati posteriori. Presso la Chiesa di Pietra rossa sotto l’interrimento di circa tre metri, si discopersero lunghi ruderi di antiche mura, pavimenti a grandi lastre, scalinate, e basi di colonne, grandi massi, tegole antiche, ossa, carboni. Nel 1751 si videro tre grosse basi di colonne: e frammenti ad ogni scavo si trovano.

    Anco nello scorso autunno 1864 in occasione dei lavori per la Ferrovia si scoprì un pavimento formato da piccolissimi mattoni murati a coltello, un muro in cui stava incassata una lapide evidentemente romana che il Liberto Filemo fece innalzare a Cajo Lafrenio della Tribù offentina, un pezzo di cornice avente nella faccia intagliata la riguardevole altezza di quasi 30 centimetri senza le parti che mancano. Essa dovette appartenere a cospicuo edificio per essere in marmo statuario di grossezza rimarcabile, ricca di ornati, disegnata con gusto e scolpita diligentemente anco con trafori.

    Queste ultime scoperte, delle quali è certissimo il luogo, confermano la verità di quanto leggesi nel codice Natalucci sugli scavi dello scorso secolo, ed aggiungono fede alla tradizione, ed ai documenti, che dicono avere esistito sulla riva destra del Clitunno nella plaga detta di Pietra rossa una antica Città romana distinta col nome di Lucana Trebiensis, la quale secondo le cronache Gualdensi fu esterminata fin dai tempi di Valente e Giuliano (361 – 378) Tempore Jualiani Apostatae et Valentis Imperatorum fuit exterminata Lucana Treviensis.

    Fù essa Città d’importanza? Qual periodo ebbe di vita?

    Se riguardasi la estenzione dei ruderi scoperti nel 1745 la

    <12>

    grandezza delle tre basi di colonne vedute nel 1731, le grandi lastre di pavimento e di scalinate, se voglia credersi col Giorgetti che nei portici della Chiesa di Pietra rossa si conservassero varie antiche lapidi, ed all’ opinione che dentro gl’ informi sproporzionati pilastri possano essere state murate le antiche colonne del tempio di Giunone, se a questa fabbrica vogliasi attribuire la bella cornice di marmo scavato nel 1861 ed anco la pietra di color rosso porfido perforata nel mezzo in cui leggevansi cifre enigmatiche, e che ebbe tanto pregio da esser conservata, e dare il nome alia contrada, può anche da questi pochi avanzi congetturarsi che considerevole fosse il tempio, rilevante il numero dei fabbricati, estesa la loro periferia tanto che saliva anche sopra la Flaminia, giacché il lungo muro scoperto nella metà dello scorso secolo stava nel terreno allora spettante al D. Emiliano Parriani.

    Non sembra che tali edifizii possano risalire al di la della dominazione romana, come già si accenno, e che abbiano durato oltre alla meta del IV Secolo; ma qualunque giudizio su questo riguardo sarebbe troppo arrischiato nella mancanza di documenti sicuri.

    Fu questa la vera Citta di Trevi in antico, dal di cui abbandono venne poi il Castello di Trevi che dilatato più volte formò poi l’odierna Citta? Alcuni lo scrissero e molti lo ripeterono. A me sembra che non possa essere.

    Si e veduto che sulla fine del II o principio del III Secolo avevano ancora i Trevani il Tempio della loro Diva tutelare sul vertice del colle: che all’epoca di Virgilio e di Plinio II era nel suo apogeo il culto del Clitunno, ed il commercio dei celebrati candidi Bovi, Nell’attual villaggio di Bovara surse una mole assai grande sacra a Giove, come l’altezza delle colonne rimaste che vanno anche sotterra addimostra. Sembra quindi più verosimile che anche in questa epoca della maggior prosperità e grandezza rimanesse ancora nella primitiva ed elevata Trevi il nucleo della popolazione col tempio della loro Diva tutelare, e con quello remotissimo di Giano, e che da questo centro si distendesse la popolazione alle due equidistanti contrade di Pietrarossa e Bovara piuttostoche supporre che formassero la vera

    <13>

    e principale Città i fabbricati di Pietra rossa col tempio di Giunone distante da Bovara cinque chilometri, e dal tempio del Clitunno e parte sacra del Fiume sette.

    Ma questi sono argomenti di probalità e presunzione che non possono indurre di certo un convincimento a fronte dei ruderi esistenti e delle opinioni ripetute di successivi scrittori.

    Sunt qui velint hanc Trebiam appellatam aliquando fuisse Lucanam Treviensem ejusqne desolata rudera conspici 300 circiter passibus ab existenti Treviensi castro distita ( Coleti Tom. X. fog. 175)

    Sembra al mio piccolo intentimento che la stessa parola Lucana Trebiensis o Treviensis indichi e supponga un altro luogo da cui siale derivato questo appellativo, come il Castrum Treviensis porta alia medesima induzione. Ma qual era questo nome da cui, e la Città bassa ed il castello trassero il loro appellativo? Molti credono Trebia, alcuni Trivium, altri Trebula; sembra che il cippo Succoniano possa togliere ogni dubbio. In esso leggesi chiarissimamente Item Trebis Decurioni Pontifici; se la parola Trebis, non e che un ablativo plurale locativo di Trebii-orum o Trebiae-arujn sembra tutto spiegato e può accordarsi ogni opinione ogni documento. Plinio nel suo Libro di Geografia non da un nome particolare di Città, ma nomina i Trebiates, Plinio II che percorse tutto il tratto del Clitunno, mentre parla delle ville di piacere che sorgevano lungo i margini del Fiume, e del bagno che il Divo Augusto aveva concesso ai Spellani, non fa cenno di una Città speciale bagnata dalle famose acque, Arnobio parla degli Dei Trebani, il frammento di lapide citato dal Marangoni parla della repubblica Trebianorum Svetonio nella vita di Tiberio dice Trebianis, nell’Itinerario gerosolimitano si usò pure l’espressione di caso plurale locativo come nel piedestallo Trebis: con questa stessa parola lo scoliaste di Giovenale indica la Città chs il Clitunno bagnava.

    « Clitumnus Fluvius qui Trevis Civitatem Flarainiae interluit ( alia exemplaria interfluit ) »

    Sembra quindi che tutto coincida a provare che i Trevani avessero un nome collettivo e che dalle originarie posizioni elevate

    <14>

    scendessero e si dilatassero a misura della crescente prosperità e sicurezza nelle parti, inferiori.

    A sostegno di questa opinione sta pure l’autorità di molti dotti scrittori. II Lucenzio nell’Italia sacra f. 1524 scrive «Trebia unde Trebiates Umbriae populi apud Plininm celebres Civitas in colle sita inter Spoletum et Fulgineum populo frequens et familiis nobiliiate claris». II Coleti nella nuova impressione dell’Italia sacra, dell’Ughellio Tom. X. f. 175 Castrum in Umbria vulgo Trevi inter Fulgineum et Spoletum in edito colle situm urbs olim fuit non ignobilis Trebia dicta a qua Trebiates Umlriae populi apud. Plimum, celebres.

    Bandran nel Lexicon geogr, Trebia quoque urbs Umbriae de qua mox Trebiates Trebiani Ausonio populi Umbriae quorum Urbs Trebia in libris conciliorum et ex Arnobio, episcopalis olim in colle inter Fulgineum sex et Spoletum novem millia passus. II Bollandio 28 Jan. Tomo II. foglio 833. Trebia urbs est Umbria; qua; nunc vnlgo, Trevi inter Spoletium et Fiilgineum in edito colle sita haud procul ab amne Clitumno. II Cellario nelle Notjzje del mondo antico, Lipsia Lib. 2. cap. 9 fog. 749 Civitas Trevis Trebia unde Plinii Trebiates in Hierosolimilano Trevis idest Trebis hodie Trevi in colle inter Fulgineum et Spoletum.

    Molti altri, latini scrittori ed italiani potrei citare che hanno creduto la Trevi, odierna essere stata la medesima Città vescovile della quale si parla nei libri dei Concilii; ma di ciò mi propongo trattare in un secondo studio relativo alia nuova era che la Fede Cristiana fece sorgere anche per Trevi tra il sangue dei martiri e la ferocia dei persecutori, la fermezza dei nuovi fedeli e l’incredulità che rodeva il paganesimo, le splendide virtù ed abnegazioni dei neofiti, ed i vizi le lascivie dei corrotti pagani..

    Intanto unisco quattro documenti già pubblicati tanto perché dal primo risulta che Pissignano appartenne a Trevi, come nella nota si dimostra, quanto per correggere i molti errori occorsi nella prima stampa, sia per la difficoltà d’interpretare gli originali, sia per la fretta con cui fu eseguita la edizione.

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  • Organo antico in S. Francesco

    Chiesa di San Francesco Organo antico (1509) Notizie esaurienti si trovano nelle relazioni in occasione del restauro (2005)

    VIDEO ON LINE

    Già considerato “rarissimo esemplare superstite di quel tipo che nel Rinascimento veniva definito organo da muro” lo strumento fu commissionato dai frati di S. Francesco a mastro Paolo Pietro di Paolo di Montefalco, così come risulta dal rogito datato 22 settembre 1509 per mano del notaio Pompeo di ser Nicola di Montefalco.

    Con tale atto mastro Pietro Paolo si obbligò a consegnare, prima del Natale “unum parum organorum” per il prezzo convenuto di 80 fiorini, sotto pena di 10 fiorini in caso di inadempienza. La pesante penalità ci fa certi che il “paio d’organi” -cioè l’organo composto dal prospetto con canne di facciata e nel retro le canne di registri diversi – suonò per la prima volta nel Natale 1509. L’organo fu aggiustato una prima volta nel 1526; lo strumento così modificato fu preso in tale considerazione che il Comune stipendiò un organista dal 1528 al 1695..1

    Trevi, Chiesa di S. Francesco, Organo antico

    Nel corso del XVIII secolo subì nuovi interventi con rifacimento del somiere con l’aggiunta della voce umana e della cornetta: l’intervento venne eseguito dalla famiglia Fedeli, organari marchigiani, molto attivi anche in Umbria. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’organo fu ampliato per opera di Rodolfo Luna, il quale sostituì la tastiera, pedaliera, manticeria e basseria.

    La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in cinque campate: la maggiore al centro con il secondo ordine di canne morte sovrapposte alle due campate reali minori. I dipinti della cimasa raffigurano San Domenico e San Francesco, ai lati Santa Caterina da Siena e Santa Chiara. In alto l’Annunciazione. Nella cantoria sono allocati dieci comparti con tele su tavola raffiguranti dal fianco sinistro: San Didaco, Santa Chiara d’Assisi, San Bonaventura da Bagnoregio, Sant’Antonio da Padova, San Giuseppe, Sant’Emiliano, San Bernardino da Siena, Santa Maddalena, Santa Lucrezia e Santa Caterina d’Alessandria. Tutti i dipinti sono riferibili al XVII secolo.

    Il nucleo più antico delle canne d’organo risale alla prima costruzione del 1509, come risulta dal contratto, edito da tempo, che ha contribuito alla fama di questo strumento ed è “il complesso di canne più antico esistente in Umbria ed uno dei più antichi in senso assoluto”.

    Si è rivelatonon solo interessante per le sue particolarità costruttive, ma anche notevolmente consistente in relazione sia alla sua antichità sia alle condizioni usuali nelle quali si presentano oggi gli strumenti coevi.

    Come frequentemente succede, in simili casi, dal riordinamento delle canne risulta una fisionomia dello strumento che non coincide più con le strutture posteriori (somiere, crivello, catenacciatura, ecc)

    Poiché aspetto rilevante del restauro organario, accanto alla pura e semplice conservazione dei materiali, è quello del ripristino delle migliori condizioni di funzionalità delle canne stesse, si è profilata come obbligata la scelta della ricostruzione degli elementi strutturali in modo da riportare le canne in funzione delle canne stesse.

    Lo strumento è stato quindi ripristinato secondo la disposizione riportata di seguito.

    Scheda tecnica1

    37 canne di facciata dal Do1 suddivise in cinque campate

    Tastiera di 45 tasti

    Pedaliera di 8 pedali (Do1 – Si1)

    Registrazione:

    Blocco di tiranti a manetta raggruppante i registri cinquecenteschi.

    Principale

    Ottava

    Quintadecima

    Decimanona

    Vigesimaseconda

    Vigesimasesta

    Flauto in Ottava

    Blocco di tiranti a pomello raggruppante i registri Sei-Settecenteschi.

    Voce umana Fedeli

    Cornetta Fedeli

    Flasuto in Duodecima Sec.XVII

    Somiere a Tiro

    Crivello in “arbuccio”

    due mantici a cuneo con azionamento manuale (forniti anche di elettroventilatore)

    Corista 440 Hz

    Temperamento del Tono Medio

    Trevi, Chiesa di S. Francesco, Organo antico, particolare

    Il restauro/ripristino secondo le linee indicate ha reso possibile anche in Umbria la disponibilità di uno strumento idoneo per l’esecuzione e lo studio della mirabile letteratura organistica classica italiana, testimonianze dalla quale sopravvivono anche nella regione: il manoscritto di Santa Maria Maggiore di Spello, quello della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi e, soprattutto, la figura di Girolamo Diruta autore del testo didattico basilare a cavallo del Cinque e Seicento.

    Oscar Mischiati e Andrea Pinchi

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    056

    Note

    1)

    Il testo è stato integralmente ripreso da:

    Petrini – Bordoni

    ,

    La chiesa di S. Francesco a Trevi

    , Era Nuova, Perugia, 2005, pagg. 46-50.

  • Organo antico nella chiesa di S. Francesco

    Trevi – Organo antico nella chiesa di S. Francesco

    Nella chiesa di S. Francesco a Trevi si trova uno degli organi “da muro” tra i più antichi d’Italia.

    Costruito nel 1509 è stato più volte restaurato e, per seguire il gusto delle varie epoche, è stato anche modificato.

    L’ultimo restauro, eseguito con rigore filologico, risale al 2005 e da allora numerosi concerti hanno allietato residenti e turisti.

    Concerto Inaugurale

    L’organo di S. Francesco

    Inteventi delle Autorità e relazioni tecniche in occasione dell’inaugurazione dopo il restauro (2005)

    Chiesa di S. Francesco – Organo antico

    (scheda di Oscar Mischiati e Andrea Pinchi)

    178

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  • Rassegna Stampa – Recensioni

    Rassegna Stampa – Recensioni ________________________________________________

    Segnaliamo gli articoli a stampa usciti su periodici.

    Chiediamo la collaborazione dei lettori per segnalazioni di articoli che trattano argomenti di interesse locale. Grazie.

    Le colline di Trevi
    Itinerario consigliato da ITINERARI e luoghi
    di Novembre 2001

    WEEKEND a Trevi consigliato da TUTTOTURISMO di ottobre 2001

    Nella Capitale dell’Olio
    SILENZI DI PIETRA
    6 pagine di Famiglia Cristiana n.32 / 2005

    Were small is beautiful

    in

    LUXURY Magazine

    Febbraio-Marzo 2001

    Articoli su temi specifici vedi:

    Pietrarossa- Notizie da giornali e riviste

    Clitunno -Notizie da giornali e riviste

    TestatadataPagTitoloArgomentoRecensione
    L’Osservatore Romano8/7/2005Antonino Fantosati missionario martire per l’evangelizzazione della CinaCelebrazione della festa in TreviTesto integrale
    La Nazione11/8/2000Il gusto di vivere «slow»Trevi tra le «città slow»
    L’Arringo3/1999Chiese chiuse dopo il terremoto su Internet per i turistiPostazione Internet in Piazza Testo integrale
    L’Unione Liberale21/1/1912Una grande festa del lavoroRiapertura dei Molini Bonaca dopo l’incendioTesto integrale

    Z00

  • Su Internet chiese chiuse

    Da L’unione liberale: corriere dell’Umbria . 21 Gennaio 1912 ________________________________________________

    Trevi

    _______________________________________

    Una grande festa del lavoro

    Trevi, 21

    [Gennaio 1912].

    L’Inaugurazione del risorto Molino a cilindri Bonaca, che ha avuto luogo ieri a Trevi, è stata veramente una magnifica festa del lavoro. E merita di essere chiamata cosi, perché la tempra gagliarda di

    Serafino Bonaca

    , il lavoratore instancabile ed intelligente che dal nulla seppe assurgere fra i più forti industriali della Provincia, va additata quale esempio ammirevole di tenacia e di operosità.

    Il molino — come è noto — fu distrutto da un incendio il 14 aprile 1911; nel Luglio ne fu ricominciata la ricostruzione, che a Decembre era già terminata. L’opera direttiva e muraria fu curata dall’egregio sig.

    Mencaroni Umberto

    , espertissimo costruttore, ed il macchinario fu fornito dalla

    Ditta Fratelli Bubler di Milano

    .

    Intervennero alla festa il rappresentante del Governo nella persona di S. E. l’

    on. Cataldo

    , Sottosegretario al Ministero di Agricoltura, I. e C., l’

    on. Ciuffelli

    , l’

    on. Fazi

    , il cav. Buffetti-Berardi presidente della Deputazione Provinciale; da Perugia il Sindaco conte Valentini ed il dottor

    Bruno Dolcetta

    direttore della Banca Commerciale, da Spoleto, il Sottoprefetto anche in rappresentanza del Prefetto dell’Umbria, e numerosissime altre persone da ogni parte della Provincia. Gli

    on. Fani e Gallenga

    . impossibilitati ed intervenire, inviarono affettuosi telegrammi.

    Tutti gli ospiti furono fatti segno ad infinite cortesie dalla

    famiglia Bonaca

    . Alle ore 11 ebbe luogo l’inaugurazione del Molino; ed a mezzogiorno nei locali del Molino fu servito agli Invitati ed agli operai un sontuoso banchetto, servito inappuntabilmente dal Pinelli di Foligno.

    Porge per primo un saluto agli ospiti il

    cav. Ubaldi

    sindaco di Trevi, rendendo omaggio alla ferrea volontà di Serafino Bonaca, che colpito dalla sventura, con lena giovanile si accinse alla ricostruzione del Molino. Segui l’

    , ringraziando S. E. l’

    on Cataldo

    del suo intervento a questa festa del lavoro, che gli ha dato modo di constatare come l’Umbria non sia soltanto la mistica terra francescana, ma una regione operosa e fattiva. Saluta in

    uno di quei pionieri, cui la terza Italia deve LI rifiorire delle sue virtù fisiche e morali, delle quali il popolo e l’esercito Italiano Stanno offrendo attualmente un cosi mirabile esempio.

    Il conte Valentini portò al Bonaca il saluto di Perugia, sua patria d’origine, che unisce in questa lieta circostanza i suoi auguri a quelli di Trevi, di Foligno e degli altri paesi che formano la meravigliosa Conca d’oro dell’Umbria. S. E. l’on. Castaldo si dichiara lieto di presenziare questa festa e di aver conosciuto quella tempra meravigliosamente forte di Serafino Bonaca, che tutto deve alla propria volontà. Dice che le conquiste civili si fanno oggi soltanto dai popoli economicamente forti, e beve alla prosperità dell’Italia ed al suo avvenire. Parlarono parecchi altri, fra cui l’

    Ing. Netti

    di Orvieto ricordando che il Bonaca fu il primo ad introdurre nell’ Umbria la macinazione a cilindri e la luce elettrica.

    Ringraziò per il

    Bonaca

    il figlio

    Nello

    , commosso; ed a nome degli operai dello Stabilimento fu offerta al Bonaca una targa con dedica affettuosa.

    Nel pomeriggio fu estratta una lotteria a beneficio delle famiglie povere dei combattenti in Africa; e coi treni della, sera gli ospiti abbandonarono le rive del Clitunno, che senza perdere l’incanto poetico che lo circonda, è divenuto fonte di vita per la industre regione.

    Da:

    L’unione liberale: corriere dell’Umbria

    (1912: A. 31, gen., 23, fasc. 18) in: Biblioteca comunale Augusta – Perugia – IT-PG0109

    www.internetculturale.it

    Segnalato da Mario Scaloni (8/2021)

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  • il VINSANTO

    Il Vinsanto

    Etichetta di Vinsanto

    (Da Giustozzi,

    Lo sapevate che …,

    13° volume, 2011

    )

    D

    iscendente diretto del

    trebbiano

    è il

    Vinsanto

    , un passito dall’aroma inconfondibile, un tempo prodotto e confezionato per la vendita da quattro o cinque grossi proprietari, ma prodotto per il consumo proprio da moltissime famiglie trevane.

    Nelle soffitte e nelle cantine di vecchie case si trovano ancora i “telarini” per appendere l’uva, il torchietto e il prezioso “caratello” che trasmetteva al vino l’aroma caratteristico.

    Botttiglia di Vinsanto del 1907.

    L’etichetta, purtroppo danneggiata, con lo stemma dei conti Valenti e la data “1907” fu stampata dallo “Stab. P Casetti e C° – Roma”

    La bottiglia non è stata mai stappata e contiene ancora pochi centilitri del prodotto originale: la maggior parte è andata persa attraverso il tappo in parte deteriorato.

    (Botttiglia fornita da Domizio Natali, sindaco di Campello sul Clitunno, novembre 2014)

    Pubblicità del Vin Santo dei Conti Valenti di Trevi nell’Ultima pagina della “Torre di Trevi” del 6 agosto 1899

    Trevi Vinsanto

    Etichetta del primo Novecento dell’Azienda Agraria Buffetti- Berardi di Foligno, con possedimenti agrari a Trevi.

    5° Volume-Foligno, 2003, pag 100)

    Il Trebbiano di Trevi e il Vinsanto

    Ne hanno scritto:

    Nel trevano o nella pianura di Trevi, e più specialmente a Cannaiola e a San Lorenzo si ha il trebbiano con qualche carattere diverso da quelli del descritto [Trebbiano o Spoletino], che si coltiva nel piano spoletino. Il trebbiano di Trevi ha gli acinelli molto più ovali, la foglia di un verde un poco più scuro, il tralcio gracile e di un colore plumbeo, gli internodi, un poco più lunghi e si matura perfettamente alla metà di ottobre. Con il solo trebbiano a Trevi fanno un vino santo squisito, il quale ha un gusto e un aroma speciale, che lo diversifica da qualunque altro vino santo”. De Bosis Francesco (1879), Relazione intorno ai lavori della Sotto-Commissione ampelografica per il circondari di Spoleto eseguiti nel 1878, in Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, “Bullettino Ampelografico”, fase. XII, anno 1879, Roma, Tipografia Eredi Botta, p. 437

    “Con questa varietà [Trebbiano] si fanno i vini più prelibati e fra essi il vino Santo, come ad esempio a Trevi, e quivi tale vino raggiunge speciale pregio” Fazi Francesco (1890), La distillazione del vino e delle vinacce nella Provincia dell’Umbria, Foligno, Stab. Tip. Feliciano Campitelli, p. 844

    “Ed è forse un Trebbiano quello da cui si ottiene a Trevi, alla piccola Trevi ridente, alta, inerpicata tra gli olivi, un vin santo delizioso, ricco di sottile e speciale aroma” Baldeschi Guglielmo (1893), / vitigni ed i vini dell’Umbria, in Circolo Enofilo Italiano, Roma, “Annuario Generale per la Viticoltura e la Enologia”, anno H, Roma, Tipografia nazionale di G. Berterio, p. 29

    “Con il Trebbiano appassito si fabbrica il famoso vin santo di Trevi che ha acquistato una certa e meritata celebrità nella categoria dei vini liquorosi” Francolini Francesco (1908), La Valle Spoletina e le sue condizioni Economiche-Agricole (Studio di economia rurale), Savona, Tipografia Elzeviriana, p. 91

    Da una ricerca del prof. Luciano Giacch

    è,

    che ringraziamo sentitamente

    Pietrarossa 28/6/2014

    “Ed auguriamo che il classico Vin Santo di Trevi … sappia sempre più migliorare i suoi pregi ed affermarsi …”

    Francolini Francesco (1915),

    La Inaugurazione dell’Ufficio Agrario di Corrispondenza in Trevi, 21 Febbraio.1915

    ; Spoleto, Prem. Tip. dell’Umbria, p. 17.

    Relazione su Trebbiano di Trevi e Vinsanto in: deGusto-Trebbiano & Food Festival -Trevi 15-16/6/2019

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  • Festa e fiera di S. Giovanni a Pietrarossa

    La festa e la fiera di S. Giovanni a Pietrarossa

    Edizione 2014 -Manifesto

    A Pietrarossa, una volta S. Maria di Piè di Trevi, dovremmo ricercare le radici della nostra civiltà. Sulla sponda dell’antico lago, nel punto in cui la lingua di terra più si spinge nello specchio d’acqua, appare evidente il connubio dei due elementi che generano e favoriscono la vita. È lecito pensare che qui si siano stabiliti i più antichi abitatori della valle.

    In epoca storica la frequentazione di questo luogo è ampiamente testimoniata. Forse vi furono le terme e certamente un porto lacustre e poi fluviale, dove il fiume diventava lago e successivamente palude. Esistono testimonianze e rimangono tracce nel terreno degli edifici e dell’antica strada consolare Flaminia e di strade che da qui risalivano verso le località montane e i valichi verso le Marche. Questo crocevia, che potremmo chiamare multimodale, cioè tra vie di terra e via d’acqua, certamente favorì la nascita di un punto di scambio, “emporium” o centro commerciale, con conseguente sviluppo edilizio, che nel basso medioevo si chiamò “Trevi del Piano”.

    Qui, da tempo immemorabile, per la presenza delle sorgenti che affioravano e per le fresche e limpide acque del Clitunno prima che diventasse palude, furono particolarmente apprezzate le proprietà delle acque. La deificazione pagana del fiume e dell’acqua sorgiva nei pozzi è stata assimilata dalla religione cristiana e convertita a nuove forme di culto. L’antico tempio che secondo una tradizione fu dedicato a Giunone, risorse come chiesa dedicata alla Madonna e nasce spontaneo l’accostamento delle sorgenti di acque terapeutiche e miracolose alla figura di S. Giovanni Battista che per mezzo dell’acqua purificatrice dà una nuova vita. Certamente questa relazione fu colta da S. Francesco poiché è attestato che qui il santo venisse a lavare le piaghe del lebbroso ricoverato nel vicino ospedale di S. Tommaso, sull’altro lato della Flaminia.

    Tale salvifica e terapeutica funzione dell’Acqua di S. Giovanni fu ulteriormente convalidata dall’osservazione che in un pozzo, proprio nel periodo della festa dedicata al santo, l’acqua aumentasse di livello, fenomeno che si manifestava con maggiore evidenza ogni trent’anni (Mugnoni, sub anno 1468 e 1496). Il fenomeno naturale suscitava certamente stupore, poiché era ritenuto in contro tendenza in quanto in questo periodo estivo generalmente si affievoliscono le numerose ma piccole sorgenti locali alimentate da “vene” superficiali e fu facile stabilire un collegamento miracoloso tra il ripetersi dell’evento e la festività della nascita di S. Giovanni Battista il giorno del solstizio d’estate. Questa congiuntura astronomica cade il 20, 21 o 22 giugno, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo o quarto giorno successivo, quindi fin da tempi remoti era fissata al 24 di giugno (analogamente al Natale, il 25 dicembre, solstizio d’inverno).

    La coincidenza della notte di mezza estate con la festa di S. Giovanni ha caricato questa festa dei significati che le erano propri già dal mondo pagano, tanto che nella nostra era si sono affermate e tramandate altre tradizioni, come le abluzioni rituali. Ci si lavava con l’acqua in cui erano state messe per tutta la notte erbe aromatiche, foglie e petali di fiori. Un rito tutto particolare si compiva la notte di S. Giovanni quando le donne di Trevi si recavano a Pietrarossa in processione notturna per bere e lavarsi con l’acqua del pozzo di S. Giovanni, sperando che questo rito favorisse la salute e la loro maternità. Questa particolare devozione è daporre in realzione alla nascita miracolosa di san Giovanni da una donna in età avanzata. Verso il 1570 questa processione fu soppressa per motive che diremmo “di ordine pubblico”, poiché era invalsa l’usanza che le giovani approfittavano del devoto pellegrinaggio per farsi “rapire” dai temerari innamorati e così prendere per marito chi volevano loro e non colui che avevano loro destinato le famiglie. Cosa per quei tempi intollerabile! (Natalucci, c. 559)

    Ma nel giorno della festa convenivano processioni da parrocchie vicine e lontane, analogamente a quanto avveniva per le feste dei santuari più noti quali la Madonna delle Lagrime, S. Arcangelo e S. Pietro e Paolo a Cancelli e la festa crebbe con la fama del santuario che, oltre a meta di pellegrinaggi sia singoli che collettivi, fu anche teatro di spettacolari episodi di riappacificazione di potenti contendenti. Tanto che, oltre ad un crocevia naturale come detto, questo santuario si può considerare un crocevia della storia.

    Ogni festa importante era seguita nel medioevo da uno o più giorni di fiera (il nome deriva dal latino feria da cui ha origine anche la parola festa) e l’evento, nato per lo scambio di merci, era anche per molti l’unica occasione di incontro con persone al di fuori della strettissima cerchia di conoscenze abituali. La caratteristica principale di tali appuntamenti ricorrenti era l’esenzione dei dazi e delle gabelle per le merci scambiate, salvo varie eccezioni e addirittura l’immunità e la sospensione della pena per alcuni reati.

    Una nota curiosa: sembra che i cittadini schernissero gli ingenui villici con scherzi e lazzi, usanza questa praticata in Toscana, ma anche dalle parti nostre tanto che, secondo lo storico locale, molti avventori affluivano ben volentieri a Trevi perché qui “non ricevevano le insolenze e villanie che li si fanno in certi luoghi” (Natalucci, c.830)

    Le fiere e i mercati a Trevi assunsero un’ importanza determinante per l’economia locale, ma ne fecero anche un punto di riferimento per gli scambi commerciali dei paesi vicini e non solo, poiché vi convenivano anche molti operatori dalle Marche. La disponibilità di tante merci paragonabili a quelle di un porto di mare, valse a Trevi l’appellativo di ”porto secco” e tale vivacità commerciale certamente ne ha influenzato anche la storia. Purtroppo di tali importanti convegni ci sono giunte soltanto scarse notizie, la maggior parte delle quali soltanto in modo indiretto.

    Fino a alla fine dell’Ottocento c’era mercato a Trevi tutti i giovedì, da ottobre al giovedì santo, “per consuetudine immemorabile”, documentato fin dalla fine del Trecento. Il bestiame da macello quivi acquistato veniva poi inviato al mercato di Roma che aveva luogo il giovedì successivo. (Venturini, c.5v). Ma altrettanto importanti erano le fiere della Madonna della Neve, il 5 agosto per dieci giorni, della Madonna di Settembre, fin dal 1463, per sette giorni, di S. Emiliano, per quindici giorni e dei santi Vincenzo e Benigno, per tre giorni. Duravano invece soltanto un giorno le fiere di S. Lucia, di S. Bartolomeo e della Madonna delle Lagrime che si effettuava la prima domenica di ogni mese, poi estesa anche ai lunedì successivi.

    Interessante è l’origine della fiera di marzo, che si istituì nel 1484 quando i trevani non furono ammessi a frequentare la fiera di Foligno per inimicizia tra i due comuni. Pertanto si istituì la fiera a Trevi il 28 marzo, per dieci giorni, con efficace lancio pubblicitario (lettere patenti a tutti i governi limitrofi) e con grande successo. Purtroppo nel 1498 oltre che a Foligno fu fatta la fiera a Spoleto nello stesso periodo “et per questa fo lassata quella de Trevj” (Mugnoni, sub anno). Così va il mondo! Ora la fiera è rimasta per il primo lunedì di marzo.

    In questo contesto una rilevanza particolare ebbe la fiera di Pietrarossa che per la natura del luogo, centrale per tutta la vallata, ebbe un notevole sviluppo e nel tempo assunse caratteristiche particolari. Il più antico riferimento alla fiera si trova in un documento del 1429 e riguarda la nomina e le incombenze di sei soprastanti o maestri della fiera, i quali dovevano vigilare su eventuali danni e amministravano la giustizia. Tali funzionari, che negli anni variarono di numero, erano coadiuvati da un capo dei soldati o connestabile che disponeva di varie decine di uomini per mantenere l’ordine. (Natalucci, c.828) Forse tanto personale si rese necessario per prevenire illeciti che avrebbero potuto verificarsi per la particolare ubicazione della località, distante dal corpo di guardia comunale, vicina alla strada e ai confini con Foligno. Della fiera si trovano notizie anche nello Statuto più antico (Rubrica 220), quando si vieta espressamente di vendere vino nei venerdì di marzo, cioè in tempo di quaresima e in una “riformanza” del 1477 in cui si stabilisce che le merci in vendita sotto il portico stiano alla distanza di quattro piedi dalle pitture. (Natalucci, c. 557)

    Purtroppo tanti sorveglianti e armati non sempre riuscirono a mantenere l’ordine e la fiera venne soppressa nel 1597 a causa di “alcuni omicidij” che vi si commisero e venne istituita la fiera della Madonna della Neve, sopra ricordata, che ne conservò tutti i privilegi. Da allora rimase la fiera solo per il giorno della festa di S. Giovanni e dal 1730 venne istituita la fiera anche nel giorno della festa di S. Isidoro, patrono degli agricoltori e dei bifolchi, con la cerimonia della benedizione dei buoi. (Natalucci cc. 831, 832)

    La fiera di S. Giovanni, ristretta al commercio di merci e commestibili (Bonaca, p.26), poi di attrezzi e prodotti agricoli, in particolare di attrezzi per la imminente mietitura, cannelli per salvare le dita, falci e battifalci, cesti e canestri, si protrasse fino agli anni ’50 del Novecento, quando la sua funzione fu rapidamente rilevata da negozi specializzati in prodotti agricoli. Parimenti decadde la festa, poiché non vi giunsero più processioni dai paesi vicini e ultimamente il giorno di S. Giovanni si effettuava una processione dalla chiesa alla croce verso la Flaminia, poi dalla parte opposta fino al Clitunno e ritorno in chiesa. Il terremoto e la conseguente chiusura della chiesa hanno fatto il resto!

    Attualmente(2014), si vuole cogliere l’occasione della riapertura al pubblico di questo magnifico monumento, per istituire un nuovo mercato dei prodotti agricoli: gli ortaggi, assolutamente speciali prodotti nei rinomati orti delle “canapine”. A chilometri zero!

    (Relazione in occasione della Fiera dei prodotti delle Canapine, nel portico della Madonna di pietrarossa il 28/6/2014)

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  • Festa e fiera di S.Giovanni 2014

    Trevi – Pietrarossa
    Fiera di San Giovanni 2014

    Festa e fiera di S. Giovanni a Pietrarossa 2014

    28 giugno 2014 – Mercato degli orti di Trevi e dei prodotti biologici

    Santa Maria Pietrarossa

    Per l’occasione sarà riaperta dopo 16 amni la chiesa e nella piazza antistante si svolgerà il primo mercato dei prodotti delle Canapine, gli orti di Trevi, per mettere in relazione il produttore e il consumatore in un contesto di grande interesse storico e artìstico.

    23 GIUGNO –

    ore 21: Santa Messa e Processione

    24 GIUGNO – ore 18: Santa Messa

    28 GIUGNO ore 7-13: primo mercato degli ortaggi delle Canapine

    ore 8,30

    passeggiata alla scoperta degli orti delle Canapine

    ore 10,30-

    L’antica fiera di S. Giovanni

    e il “Trebbiano Spoletino” raccontati da Franco Spellani, Bernardino Sperandio,

    Alvaro Paggi, Luciano Giacch

    é

    ore 12

    – visita della chiesa di Santa Maria Pietrarossa

    • –

    12.30: degustazione dì panzanella

    con gli ortaggi delle Canapine e assaggio del trebbiano spoletino a cura dell’Ente Palio dei Terzieri Interventi e relazioni

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