Categoria: Da sapere

  • La chiesa delle Lagrime (83), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    X IN CERCA DI UNA FAMIGLIA DI RELIGIOSI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 83 a 88)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute

    < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <83>

    Nel breve d’Innocenzo VIII, poco sopra citato (1), si fa cenno della possibilità di collocare presso il nascente santuario delle «Lagrime» una famiglia di religiosi. Ma questo accenno del documento pontificio è preceduto da un altro atto del 20 Marzo 1486 (2) stipulato quando si adunarono gli XI deputati alla cura delle «Lagrime», insieme ai priori del comune, per discutere sul modo migliore di onorare la Vergine nel nuovo santuario. Dopo lungo di battito decisero di dare incarico a tre di loro, cioè a Giovanni di Francesco Valenti, a Gregorio di Tommaso Petroni ed a Bartolomeo di Franceschino Lucarini, perché s’intendessero coi monaci benedettini di Monteoliveto, per vedere se fosse possibile unire l’abbazia di S. Pietro di Bovara, di cui essi erano già in possesso fino dal 1484, al nuovo santuario delle «Lagrime». Condizione principale ed espressa doveva essere che i monaci fossero obbligati di risiedere presso l’erigenda chiesa e non a Bovara.

    Non è qui opportuno narrare le vicende di queste trattative, che furono lunghe e laboriose, quantunque non conducessero al fine desiderato. Mi riservo però di tenerne parola più oltre. Intanto si noti la sollecita e saggia determinazione del comune e dei deputati alla chiesa di voler affidare ad una congregazione religiosa il nascente santuario.

    ______________________

    (1) Cfr. sopra, pag: 53.

    (2)Archivio delle tre chiavi N° 155 f: 37.

    <84>

    Il comune e gli altri intuivano chiaramente che le sorti della futura chiesa sarebbero state meglio assicurate, se presso di quella vivesse e per essa soltanto e dei suoi beni, una famiglia di religiosi. Vedremo come il tempo desse ragione a quei prudentissimi uomini, tantoché fin’anco ai tempi nostri si è veduto fare il medesimo in simili circostanze.

    E tanto più era giustificata l’iniziativa presa, in quantoché per l’unione della ricca abbazia di Bovara alla modesta fortuna della erigenda chiesa delle «Lagrime» si veniva ad assicurare a questa, e perciò al culto della Vergine, di cui i reggitori di Trevi, come il popolo tutto, erano allora tenerissimi, una vita diuturna e decorosa.

    Ma benché non fosse in seguito possibile intendersi con gli Olivetani, tuttavia il comune volle fino da allora procurarsi il consenso della autorità pontificia, per ogni buon fine, per il collocamento di essi o di altri religiosi, presso il nuovo tempio. Infatti il 2 Settembre 1486 (1) gli XI della «Società» delle «Lagrime» si adunarono per deliberare di dare incarico al dottore Gregorio di Tommaso Petroni, procuratore dei monaci Olivetani, di fare istanza, presso la curia, romana, per avere il permesso di costruire una chiesa in onore della Madonna delle Lagrime, ed anche un monastero, e di poter 1’una e l’altro consegnare ad una qualsiasi famiglia di religiosi, nonostante l’unione, che a quell’ora era già stata ottenuta., dell’abbazia di Bovara alle «Lagrime» salvo farsi rimborsare da chiunque verrà, la metà delle spese incontrate per la bolla dell’unione.

    Ma poiché i documenti abbondano e il tema è interessante sotto varii aspetti, esporrò più avanti, come ho già accennato, quanto fu discusso tra il comune e i monaci di S. Maria di Monteoliveto. Ma pur lasciando momentaneamente da parte questo episodio della nostra storia, dirò che sempre più chiara appariva agli occhi dei trevani la necessità di affidare quel luogo sacro ad una famiglia di religiosi.

    ***

    E bene erano previdenti. Infatti, dopo pochi anni, le cose volgevano a male. Quali le cagioni non sappiamo, anche per la deplorata lacuna che è nei documenti municipali dal 27 Settembre 1489 al 3 Novembre 1493. Ma il fatto è che non soltanto nel popolo si era affievolita la devozione, ma anche gli addetti alla custodia del tempio non erano più quelli dei primi anni, né, come quelli, solleciti e coscienziosi.

    ________________________

    (1) Archivio delle tre chiavi No 155 f, 49.

    Troviamo in un verbale del 16 Marzo 1494 dichiarazioni esplicite su ciò poiché in esso si parla chiaramente di devozione scomparsa, per la cattiva cura degli uomini addetti alla chiesa delle «Lagrime».

    Ma da tale rilassatezza era derivata una conseguenza inaspettata. Il vescovo di Spoleto voleva è facile dedurlo da questo documento affidare la chiesa a qualche sacerdote secolare. Ma il comune di Trevi intui il pericolo; e, geloso della devota iniziativa dei suoi cittadini, nonché della propria indipendenza, confermò quel giorno che la cura della chiesa doveva essere piuttosto affidata a religiosi, che a preti secolari. E, fieramente rivendicando al popolo trevano il merito e la proprietà di quanto aveva donato alla nascente chiesa, il consiglio affermò alto che «nessuno doveva mettere la falce nella messe altrui»!(1). E si decise di mandare oratori al vescovo di Spoleto, dal quale si attendeva l’ultima parola, per poi sottoporre al consiglio i capitolati per i religiosi.

    * * *

    Ma si era già al 1495, dieci anni dopo la manifestazione prodigiosa, e non si era venuti a capo di nulla. Onde, ritornando sull’argomento il 12 Aprile di quell’anno, il consiglio elegge tre uomini perché vedano e riferiscano sul da farsi per la cappella della Madonna.

    Il lettore avrà già notato come, anche di que’ tempi, si ricorresse spesso e volentieri all’espediente di nominare commissioni ; sono, dunque, queste una piaga secolare di tutte le pubbliche amministrazioni! Ma, per la verità è da. riconoscere che allora gl’incaricati davano presto e bene conto dell’opera loro e riferivano e suggerivano con premura

    e

    con senno.

    Infatti. quei tre commissarii pochi giorni dopo, cioè il 26 Aprile, proponevano al consiglio di trovare una religione di mendicanti che potessero e dovessero stare e dimorare presso la cappella delle «Lagrime», menando vita religiosa e casta, e che uno di essi fosse lì in permanenza e tenesse nota degli incassi e delle spese. E il consiglio approvò.

    Con quale ordine religioso si svolgessero le trattative non sappiamo, poiché di ciò non è traccia negli atti municipali. Ma la conclusione non venne sollecita. Onde le cose continuavano a prendere

    (1) Quia consonum videtur ne quis in segetem alienam falcem immittat. (Archivio delle 3 chiavi. N° 104; f; 27 t.)

    <86>
    cattiva piega, come avevano incominciato già da qualche anno. Lo dice chiaramente un verbale della seduta consiliare del 15 Ottobre 1487, nella quale si doveva discutere dei provvedimenti per la nostra chiesa «che pare quasi abbandonata e nessuno si dà cura di essa ; onde occorre affidarla a qualche famiglia di buoni religiosi. C’è pericolo di veder finire ogni devozione; tanto più che vediamo la chiesa diminuire nel culto e non progredire negli abbellimenti. Occorre, dunque, provvedere».

    Questo era il prolisso e ragionato «oggetto» posto con gli altri all’ordine del giorno del consiglio; il quale approvò la proposta. presentata da Pierfrancesco Lucarini di dare incarico ai priori, perché nominassero una commissione di nove membri il solito rimedio! con mandato di studiare la questione e vedere a quale congregazione religiosa potesse darsi ed allogarsi la chiesa, con la maggiore soddisfazione del popolo trevano. E la commissione, insieme ai priori, redigesse il capitolato coi religiosi, e riferisse in consiglio tutto ciò che avessero fatto; e non prendesse alcuna decisione, né facesse alcuna concessione senza il parere del consiglio generale, dal quale il capitolato doveva essere approvato.

    * * *

    I priori il 16 Ottobre nominarono la commissione, la quale fu sollecita nel fare il suo dovere; tantoché il giorno seguente fu redatto il capitolato; non solo: ma scelta anche la famiglia di religiosi da collocarsi alle «Lagrime». E furono quelli dell’Osservanza di S. Agostino. Per essi si presentò il P. Giovanni da Perugia, predicatore, per incarico del P. Mariano da Gennazzano. E si conviene che al P. Giovanni si consegni la chiesa con i suoi diritti e con le prerogative che su di essa ha il comune di Trevi, ai seguenti patti:

    1°) Gli Agostiniani si obblighino di ottenere dal papa le indulgenze plenarie a culpa et a poena, una volta all’anno, nel giorno della festa delle «Lagrime». E ciò a tutte spese della chiesa e dei frati.

    2°) Debbano vivere ed abitare di continuo in famiglia ed in pace, presso la chiesa, tanti frati quanti saranno necessarii, buoni, dotti ed autorizzati a confessare e predicare. Dovranno celebrare le messe e le altre funzioni ecclesiastiche e conventuali, in perpetuo, da buoni religiosi.

    3°) Finita la fabbrica, della chiesa, del convento e di lutto il re-sto necessario, i denari che avanzeranno si spendano in acquistare tanti beni stabili per la chiesa.

    4°) Il comune di Trevi possa in perpetuo eleggere ed incaricare

    <87> un camerlengo che tenga la cassa per l’entrata e la spesa; e ogni anno estratto a sorte dal comune, e debba alla fine dell’anno render conto ai priori del comune ed ai frati; e non abbia merce per l’opera sua.

    5°) Si facciano le chiavi dei «ceppi» e delle cassette delle elemosine; e siano due: una per i priori, una per i frati.

    6°) L’introito della cera e delle messe si spenda dai frati a lo piacere, per loro uso e sostentamento.

    7°) Nessuno potrà costruire fabbriche presso la chiesa, ad una distanza minore di 100 «piedi di pertica trevana».

    8°) 1 frati dovranno provvedere a quanto sopra ed a quanto potrà occorrere, a spese della chiesa.

    9°) Si mandino oratori al vescovo di Spoleto, per domandargli licenza ed approvazione, come altra volta, si dice essere stato fatto

    Con grande premura si convocò il consiglio cinque giorni dopo il 22 Ottobre perché approvasse tali «capitoli». E ser Moscone di ser Antonio propone si approvino così come sono. E la chiesa s’intenda data e concessa e sia di pieno diritto dei frati di S.Agostino. E per essi accetta il P. Giovanni da Perugia, che era presente in consiglio. Salva l’approvazione del vescovo di Spoleto. Se la negasse, il comune si adoperi con tutte le forze per ottenerla. E tutte le spese siano a carico della chiesa.

    Parrebbe, dunque, che tutto fosse sistemato. Invece tutto fu inutile; né sappiamo perché Sta in fatto che gli agostiniani non vennero mai alle «Lagrime». O fosse per la mancata approvazione dei «capitoli» da parte del vescovo, o che ai superiori dell’ordine sembrassero troppo gravosi : certo si è che la cosa fini li; ma documenti non abbiamo che ci diano del fatto una qualche spiegazione; poiché neanche nell’Archivio generale dell’ordine degli agostiniani in Roma esistono tracce di queste trattative tra il comune e quei religiosi(1).

    Ma per quanto questo capitolato sia rimasto lettera morta, pur si presta a qualche utile considerazione storica, che vale a confermare sempre più l’opinione che dobbiamo avere dell’accortezza amministrativa e del senso pratico ai quali i nostri avi si ispiravano nell’interesse del comune. A parte le minuziose cautele per assicurare la regolarità

    _______________________

    (1) Esprimo qui le più vive grazie al dotto e cortese P. Saturnino Lopez O. S. A. custode di quell’archivio, per il grazioso aiuto prestatomi in queste ricerche.

    <88> del maneggio dei denari, il comune si mostra anche in questo atto geloso custode delle sue prerogative e del suo prestigio. Onde, di fronte ai religiosi nuovi venuti, esso vuol mostrarsi sempre il vero dominatore della situazione. E qui mi sorge il dubbio che a questo sentimento che chiaramente trasparisce da tutto il contesto del capitolato debba attribuirsi la mancata venuta degli agostiniani alle «Lagrime»: poiché sembrò forse, ad essi non abbastanza indipendente la loro posizione di fronte al comune.

    Un’altra osservazione viene spontanea nel leggere questo documento. Il comune insiste ripetutamente sulle buone qualità morali dei frati, che chiamava nel suo territorio. Vuole che questi vivano in pace e siano buoni e dotti e sappiano predicare e adempiere gli esercizi del culto.

    E non si dimentichi che fino da quando il comune si mise la prima volta alla ricerca di una famiglia di frati da collocare alle «Lagrime», si preoccupò del fatto che questi menassero vita religiosa e casta (1).

    Queste precauzioni esposte senza ambagi negli atti del comune potrebbero sembrare fuor di luogo, se non si tenesse presente la invadente rilasciatezza dei costumi nel clero secolare e regolare, al tempo in cui si svolgevano i fatti che vengo narrando. In mezzo a mirabili esempi di virtù non mancavano erano, anzi, frequenti gli scandali e le irregolarità. Di che abbiamo esempi e documenti anche negli atti del nostro comune.

    Cominciava, insomma, e si aggravava. giornalmente quella corruzione e quella mondanità del clero, che non molti anni più tardi nel 1535 Paolo III doveva energicamente reprimere (2).

    _______________________

    (1) Cfr: qui sopra pag: 84.

    (2) L. PASTOR Storia dei papi, trad : Mercati, Roma, Desclée, 1918, Vol : V° pag: 99 e segg.

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 83 a 88)

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • La chiesa delle Lagrime (156), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVII LE CAPPELLE [CAPPELLA DI S. UBALDO]

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 156 a 159)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano. Il testo in colore è stato inseritoall’atto della trascrizione.]

    <156>

    Con lo stesso ordine che ho seguito fin qui, ricomincio dalla parte destra di chi entra nella chiesa, la descrizione dei singoli altari o cappelle, ognuno dei quali ha la sua storia che, fortunatamente, ho potuto, con più o meno abbondanza di documenti, ricostruire.

    1°) – CAPPELLA DI S. UBALDO.

    Quantunque il luogo ne fosse preparato, come gli altri, al tempo della primitiva costruzione della chiesa, pure questo altare fu eseguito dopo degli altri, almeno con la sua attuale dedicazione a S. Ubaldo. Però non ho trovata memoria che in precedenza fosse ivi venerato un altro santo.

    É da notare che S. Ubaldo Baldassini, di Gubbio, appartenne ai Canonici Regolari. Quindi è che in tutte, o quasi tutte le chiese da essi officiate o possedute si trova un altare dedicato a questo santo.

    S. Ubaldo nacque a Gubbio circa il 1084 da nobile famiglia di origine germanica. Rimasto orfano di suo padre, Rovaldo, in tenerissima età fu affidato alle cure del priore dei Canonici Regolari, nella chiesa cattedrale dei Santi Mariano e Giacomo di Gubbio.

    Si ascrisse anch’esso tra i Canonici. Fu in seguito, priore di detta chiesa e ricondusse i suoi colleghi all’osservanza della regola, che sembrava negletta. Onorio II lo elesse vescovo di quella città avendolo riconosciuto ornato di ogni virtù.

    Visse molti anni nel vescovato e morì pieno di opere sante e di miracoli, nel 1160. In vita ed in morte ebbe da Dio mirabile potere nel fugare gli «spiriti immondi». Celestino III lo santificò nel 1192(1).

    Nello Statuto di Gubbio la Rubrica III del Lib. 1° porta il titolo: «De honore faciendo B. Ubaldo protectori»(2).

    * * *

    Per la dotazione e la decorazione di questa cappella, il cittadino trevano Pier Costanzo Ricci lasciò 60 «fiorini» e altri 140 per una messa da celebrarsi ogni settimana. I Canonici istituirono ivi una cappella; ed a formarne il patrimonio, il capitolo generale, tenutosi a Ravenna nella canonica di S. Maria in Porto, nel 1556, deliberava d’imporre al preposto delle «Lagrime» di depositare ogni anno 5 «fiorini» e 14 «bolognini» per la dotazione di questa cappella. Al preposto inadempiente era minacciata una pena pecuniaria(3). Nella stessa, adunanza fu deliberato di concedere il posto per la sepoltura al signor Corrado Ricci, di Trevi, la famiglia del quale si era giàresa benemerita di questa chiesa.

    Il legato di Pier Costanzo Ricci fu soddisfatto il 18 Aprile 1556 dai suoi eredi Vincenzo e Corrado. Curioso il particolare, che, all’atto del pagamento dei 200 «fiorini» , gli eredi profittarono dell’occasione per farsi pagare dal preposto e dall’economo delle «Lagrime» un conto di 62 «fiorini» e 32 «bolognini», che il monastero doveva dare a un Benedetto di Marco, speziale e avo materno del Ricci, per fornitura di medicinali !(4)

    La cappella(Fig. 14) si presenta abbastanza bene ornata. Il prospetto è architettonicamente, uguale a quello di tutte le altre cinque; e cioè in alto il cornicione con dentelli; sotto di esso il fregio, che qui è dipinto a rabeschi. Ai due lati e nel mezzo sono tre stemmi della famiglia Ricci: di rosso, al monte di tre cime di verde, accompagnate in capo da un riccio o porcospino, al naturale.

    ________________________

    (1) Pio Cenci. Vita di S. Ubaldo vescovo di Gubbio, ivi, Scuola Tip. «Oderisi» 1924.

    (2) Concioli Antonio. Statuta civitatis Eugubii. Gerundae, 1685, pag. 29.

    (3) Acta capitularia Can. Lat. nella Biblioteca Classense di Ravenna. Cod. 139-4 K- f. 16 t.

    (4) Archivio notarile – Trevi – To. 403. Rog. Tommaso Gentili f. 350 t.

    <158>

    Le due lesène laterali sono decorate da candeliere, di stile pompeiano, su fondo bianco, molto sobrie, di buon gusto e di bell’effetto, ed eseguite coscenziosamente.

    In alto — presso l’arco — sono dipinte, come a rilievo, le mezze figure di due profeti: a destra Isaia, che sorregge una tabella con l’iscrizione:

    ECCE/ VIRGO/ CONC[I]/PIET/ ET/ PARIETI / FILIV[M]

    A sinistra ?il profeta Amos in attitudine simile e con la leggenda:

    ECCE/ RED… / DOMINVS/ DE LOCO/ SUO

    Il giro esterno dell’arco ?contornato da un festone di fiori e frutti, su fondo scuro, assai intonato e di buona fattura.

    L’archivolto ?diviso in scomparti geometrici; nel mezzo, in un tondo, il Padre Eterno benedicente; nei riquadri: a destra la nascita di Ges? lo Sposalizio della Madonna. In quelli a sinistra: la Visita a S. Elisabetta e la Fuga in Egitto. Tra gli scomparti: decorazione grottesca. su fondi rossi e gialli alternati.

    La lunetta nella parete di fondo ?occupata dalle figure dell’Angelo annunziante e della Vergine.

    Il resto della parete, sotto la cornice, ?diviso in tre scomparti, separati tra loro da quattro colonne dipinte. Nel mezzo, sopra l’altare, ?la figura di S. Ubaldo, in abiti vescovili ed in atto di benedire; ed ?fiancheggiato da quattro quadretti, che rappresentano miracoli operati dal Santo: specialmente liberazione di ossessi.

    Meritano di essere osservati in questi quadretti, e precisamente in quelli di sinistra, le figure di alcuni Canonici Regolari Lateranensi, con in testa il berretto o camauro. Di pi?dalla lunghezza del ?rocchetto? che questi indossano e che scende poco sotto al ginocchio, si pu?trarre un altro dato per stabilire l’epoca di queste pitture. Poich?il ?rocchetto? ? che, come dissi. nei primordi della congregazione Lateranense, arrivava, quasi fino al piede ? fu nel ‘500 accorciato alla met?della tibia: ed alla fine di quel secolo, od ai primi del ‘600 giungeva appunto poco sotto il ginocchio.

    Sulle fiancate della cappella sono dipinti: S. Antonio di Padova a destra, e S. Giovanni Battista, a sinistra.

    Gli affreschi all’esterno della cappella e quelli all’interno ? fatta eccezione, forse, per la figura centrale di S. Ubaldo e per quelle che la circondano, che mi sembrano di altra mano ? sono quasi certamente opera degli Angelucci, pittori umbri, di Mevale, che operavano alla fine del ‘500.

    <159>

    La presenza di questi pittori a Trevi fu, per la prima volta, segnalata da me, in base a documenti(1). Non si tratta di artisti di prim’ordine, come si vede; ma per la loro grande produttivit? di cui si hanno esemplari in tante citt?e in tanti paesi dell’Umbria, meritano di essere brevemente ricordati in questo mio scritto.

    Gli Angelucci erano tre: Gaspare, Camillo e Fabio. Con essi lavorava anche il loro congiunto Ascanio Poggini. Gaspare era anche scultore(2). Fabio dipingeva una Madonna nel palazzo comunale di Trevi nel 1568; ma l’opera ?scomparsa.

    Vedremo piùavanti altri lavori di questi artisti che si vollero da taluni ritenere allievi del Pinturicchio e dello Spagna(3); ma ? se la cosa ?verosimile, poich?gli Angelucci avranno certamente sub?a l’influenza dell’ambiente nel quale vissero ed operarono ? nessun documento abbiamo a conferma di tale ipotesi. N?una prova, anche indiretta ci ?data dall’esame delle opere loro, che troppo distano e per disegno e per colore da quelle del Pinturicchio e dello Spagna. Senza dire che gli Angelucci operarono alla fine del ‘500 ed al principio del ‘600, onde risentirono anche l’influsso del cambiato gusto artistico dell’epoca.

    Essi dipinsero, oltre che a Trevi. anche a Pescia di Norcia, a Serravalle del Chienti, a Spoleto, Orsano, Visso, Montesanto Vigi, Cascia, Mevale, Castel S. Angelo di Visso, Pievetorina, Frascano,(Norcia), Ussita, Cerreto di Spoleto, Castel S. Maria di Cascia, S. Giacomo di Spoleto ed altrove.

    Non manca alle loro pitture una certa facilit?di fantasia e di composizione. Anche il colorito ? in parte, intonato e sobrio; ma il disegno lascia molto a desiderare, per quanto una notevole differenza si noti dalla mano dell’uno a quella dell’altro di questa famiglia di pittori. Per?non ?facilmente identificabile l’opera di ciascuno, quando non si hanno documenti.

    (1) ?La Torre di Trevi?AnnoI. N. 8 -3 Aprile 1898.

    (2) P. Pirri. La chiesa colleggiata di S. Maria di Visso. S. Casciano, Cappelli, 1902, pag. 13.

    (3)A. Morini e P. Pirri, Una sconosciuta dinastia di pittori Umbri. In ?Arte e storia? 1911-12.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • La chiesa delle Lagrime (277), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX

    LE OPERE D’ARTE MINORI

    2°). IL «

    LAVABO»

    DELLA SAGRESTIA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 277 a 278)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <277>

    Nella sagrestia delle «Lagrime» merita di essere osservata un’urna cineraria romana, adibita ad uso di «lavabo». In antico era presso la porta principale della chiesa, sulla sinistra di chi entra, tra la cappella della Resurrezione e il monumento di Benedetto Valenti, e serviva per l’acqua santa.

    L’ urna è in marmo alabastrino (Fig. 56). Il lato anteriore è diviso in due scomparti. Ai lati due piccole lesène scannellate. Nel mezzo un bucranio, dal quale partono due festoni di foglie e bacche d’alloro, di cui gli altri due capi sono raccomandati ai capitelli delle lesène. Tra i festoni due nidi che sembrano di colombi. In ognuno di essi sono due piccoli, che, ricevono l’imbeccata dai genitori, mentre altri quattro colombi bézzicano le bacche dell’alloro.

    Il lavoro è alquanto ingenuo; ma eseguito con cura ed il soggetto non è frequente in questo genere di monumenti sepolcrali.

    Al disopra delle due nidiate sono incorniciate le iscrizioni degli scomparti. Quella a sinistra dice:

    TI. CLADIO. AUG. LB.

    EVLALO. ACOPIS.

    CASTE. FECIT.

    CLAVDIA. TI. LIB.

    CLEOPATRA. LB.

    M. D.

    ________________________

    (1) Natalucci D. Ms. cit. pag. 234.

    <278>

    A destra è scritto:

    BENE. D. VAL. PRO.

    FISCA. POSUIT

    QVAE MORTI

    QVODAM NVNC

    VITAE ET AETHE

    RE CASSIS

    Fino ad ora, nessuno di coloro che hanno scritto di questa chiesa — ad eccezione di Clemente Bartolini (1) — si è avveduto della curiosa sostituzione di una delle antiche iscrizioni funebri, con altra commemorativa moderna. E, a cominciare dal Guardabassi (2), le hanno ritenute ambedue iscrizioni dell’epoca romana; senza leggerle, naturalmente. Poiché se così non fosse, avrebbero rilevato che l’iscrizione di destra ricorda il nome di Benedetto Valenti, procuratore fiscale, che portò quest’urna alla nostra chiesa, ed un sonoro esametro accenna al nuovo uso sacro cui il recipiente veniva adibito:

    Quae morti quondam, nunc vitae et aethere cassis.

    Già dissi che Benedetto Valenti fu amantissimo raccoglitore di cose d’arte (3) e che durante la sua permanenza in Roma ebbe occasione di mettere insieme, con i suoi acquisti, un vero e proprio museo. Tra questi oggetti da lui raccolti era certamente anche l’urna di cui mi occupo e che — oltre all’interesse artistico — meritava di essere ricordata per i suoi, dirò così curiosi precedenti, per i quali anche persone dotte non si avvidero dell’innocente metamorfosi subìta da questo avanzo di paganesimo, dedicato in seguito ad uso sacro e cristiano.

    (1) C. Bartolini. Saggio dell’epigrafia di Trevi. Ms. in Archivio delle 3 chiavi N. 224, Pag: 26.

    (2) M. Guardabassi. Indice guida ecc. Pag. 346.

    (3) Cfr. sopra pag. 273.

    Ritorna alla pagina

    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (284), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX

    LE OPERE D’ARTE MINORI

    4

    °).

    IL POZZO

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 278 a 284)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <284>

    Uscendo dalla chiesa troviamo sulla sinistra (N. 21. della pianta) la porta dell’antico convento. E lì, nel piccolo chiostro, richiama la nostra attenzione l’elegantissimo puteale (N. 24 della Pianta) che adorna la cisterna di cui feci già parola (2).

    Il puteale che fu costruito tra. il 1515 e il 1516 (3) è in travertino, di forma perfettamente rotonda (Fig. 61). Uno scalino ne forma la base. Eleganti cornici suddividono orizzontalmente il corpo in due parti, pressoché uguali; la superiore è a scanalature e baccellature.

    Sulla inferiore è — verso ponente — incisa questa iscrizione:

    QUI BIBERIT EX HAC AQUA SITIET IN AETERNUM

    Devo riconoscere che chiunque ha letto queste parole si è trovato molto perplesso nell’ interpretarle esattamente. E’ chiara — infatti — la reminiscenza delle parole che Gesù, presso il pozzo, diceva alla Samaritana: «Chiunque beve di quest’acqua, avrà ancor sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà giammai in eterno sete» (4).

    Ora, anche volendo applicare qui l’interpretazione dell’acqua materiale in confronto di quella spirituale — la grazia divina — è evidente esser troppo energica, per dir così, la variante portata

    ________________________

    (2) Cfr. sopra pag. 161.

    (3) Nataluccu D. Ms.cit. pag 236

    (4) Vangelo di S. Giovanni. Cap.IV, 13.

    <285>

    lle parole del Vangelo. «Chi berrà di quest’acqua — disse Gesù — avrà sete di nuovo». Qui, invece, viene senz’altro minacciato: «Chi berrà di quest’acqua, avrà sete in eterno»!

    Una reminiscenza «a orecchio»? Non saprei pronunciarmi: il lettore supplisca.

    A parte tale piccolo enigma, resta il fatto che anche questo puteale è opera d’arte non disprezzabile; specialmente perché ci dà l’idea di quello che potevano essere le intenzioni dei nostri avi nel costruire la loro chiesa, nella quale vollero che tutto fosse decoroso e decorativo.

    Se al coraggio avessero corrisposto mezzi i sufficienti, chi sà di quante altre e quanto belle opere d’arte avrebbero adornato anche le adiacenze della chiesa!

    Ma, purtroppo, con l’andare del tempo l’obolo dei fedeli divenne sempre più scarso: e l’elenco delle cose che in questa chiesa meritano attenzione e studio, finisce con il pozzo che testé ho descritto. Semplice, ma elegante lavoro, per quanto deturpato da una recente sovrapposizione di mattoni.

    * * *

    Nei pressi dell’artistico pozzo e del piccolo chiostro si svolgeva tranquilla e serena la vita della minuscola famiglia religiosa, che qui fu ospitata per trecento anni.

    Ritorna alla pagina

    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (122), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIV – UNA STRANA CONSUETUDINE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 122 a 129)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <122>

    La cosa è veramente così strana, che vale la pena di raccontarla con i maggiori particolari possibili, per quanto già altra volta io stesso mi sia occupato di questo argomento (1). Ma oggi, con il nuovo materiale d’archivio da me trovato recentemente, sono al caso di completare il breve cenno che della insolita costumanza trevana diedi alcuni anni or sono.

    Venuti appena alle «Lagrime» i Canonici Regolari Lateranensi, incominciò il popolo trevano a prendersi spasso con essi, quando cadeva la prima volta la neve. Si radunavano in buon numero ragazzi, giovani ed uomini fatti e — spesso con tamburi ed armi — andavano in truppa al convento delle e «Lagrime».

    Il pretesto era di giocare alle palle di neve nel recinto annesso, alla chiesa; ma in realtà — specialmente quando i religiosi vollero far resistenza a quella scena poco civile — la cosa finiva con un assalto vero e proprio al convento. I trevani ne forzavano le porte, se le trovavano chiuse, o, per entrare ad ogni costo, scavalcavano le mura del recinto. Poi si gettavano addosso ai pochi religiosi che erano là dentro e li legavano e li tenevano come prigionieri. Pareva che la cosa fosse fatta per ischerzo; ma il fatto era che quei poveri Canonici non erano rilasciati, fino a che non si decidevano a dare a quella turba insolente qualche poco di «mancia»; 20-30 «bolognini», per lo più.

    ________________________

    (1) T. Valenti, Curiosità storiche, cit. p. 43

    <123>

    Dico che questa barbara usanza incominciò appena venuti i Lateranensi a Trevi, che fu del 1500. Infatti nei libri di conti del 1501. già troviamo segnata la spesa della «manza» (mancia) per la neve,(1). E, una volta incominciata, quella impresa si rinnovava tutti gli anni alla prima neve, con grave disturbo e pericolo dei religiosi, i quali — così in pochi contro tanti — si dovettero adattare a far buon viso a cattivo giuoco ed a sborsare subito quei pochi «bolognini», pur di liberarsi da ogni noia. Tanto, lo sapevano, che — ad ogni prima neve — era pronto per loro il solito scherzo; se così poteva chiamarsi! Dopo molti e molti anni finalmente, cioè nel 1557, il Preposto delle «Lagrime» di quel tempo — D. Teodoro da Mortara — si decise a ricorrere alla autorità ecclesiastica di Spoleto, rappresentata dal vescovo di quella diocesi e per esso da Mons. Gio: Pietro Forteguerri, da Pistoia, suo vicario generale. Questi emanò il seguente «bando»: «Havendo il R.do Mons. Io: Pietro Forteguerri da Pistoia, dottore dell’una et dell’altra legge nel vescovato de Spoleto vicario generale, presentito nella terra de Trevi et suo territorio essere uno abuso in grande detrimento, periculo et prejudicio de persone et luoghi religiosi esistenti in ditta terra et suo territorio, diocesi de Spoleto, che ogni anno la prima volta che cade la neve, se fa cohadunatione de brigate, etiam con tamburo et arme, over senza; et così cohadunatione ne vanno a turbare il quieto e pacifico vivere de persone religiose, intrando per forza e violentia nelli monasteri, chiese overo abitationi d’essi religiosi, havendo ardire anche de scalar le mura, sotto pretesto de jocare o fare alla neve, havendo anche ardire de metter mano a dosso de detti religiosi, con farli precioni et con farli pagare il rescatto o mancia, contra ogni honestà et decoro, non considerando il pericolo et grande scandalo che ne può nascere, atteso massime il rispetto grande che haver si deve a religiosi et essendo che a S. S.ria. R.da. se appartiene il rimediare a simili inconvenienti, per il debito del suo officio, né volendo restare di fare le debite provisioni et remedii per quiete de’ religiosi et per salute delle anime, però dunque, per auctorità del presente pubblico bando, o vero editto, ordina, comanda et expresamente prohibisce a tutte e singole le persone de qual si voglia stato, grado o conditione della ditta terra et suo territorio, overo

    _______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 241, f: 29.

    <124> ivi habitanti, commoranti, o viandanti, che ardisca e presuma in [alcun modo] turbare … il … pacifico vivere delii detti religiosi, con neve, o senza, nelle loro abitazioni o fuori; né meno per tal conto andarli ad assaltare a casa o monasterij, toccarli, ingiuriarli, farli prigione, né altro prejudicio, né in fatti, né in parole per alcun tempo o mai; ma lasciarli vivere et stare in pace et quiete et attendere alli loro doveri officij et devote orationi continue. Sotto la pena et alla pena de cinquanta scuti de oro, da applicare per ognuno che contrafarrà al presente bando, et che in tutto o in parte quello violarà in alcun modo, alla fabbrica del palazzo episcopale; et de excomunicatione da incorrere ipso jure et ipso facto da, ognuno che contrafarra al presente bando. Et vuole et comanda sotto le dicte pene pecuniarie, che ogni et qualunque religioso serrà ricercato da qualsivoglia persona sopra la pubblicatione et notificatione del presente bando, nelle loro chiese mentre Si celebrano li officij divini, et ce è il populo ad ascoltare, devano tal bando pubblicare et notificare per li lochi soliti et consueti ad ogni semplice requisitione, come di sopra; et socto le dicte pene pecuniarie et de excomunicatione. Et vuole anchora che l’afficione de copie semplici del presente bando, per le mani de alcuno notaro della corte episcopale, alla chiesa de Santo Emiliano e de Sancta Maria delle Lagrime, overo alcun’altra della sopra ditta terra, cioè alla porta de esse chiese, habbia forza tale, come se da persona in persona fosse stato notificato et intimato; et che nisciuno se possa excusare de non haverne avuta notitia; et che, quanto alle pene pecuniari il patre sia tenuto per il figliuolo, il padrone per il garzone, et il magior di casa per ognuno della sua famiglia, che a tal bando contravenesse, esortando ognuno ad obbedire. Dechiarando che se darrà piena fede ad un solo testimonio, con il juramento del religioso, che haverà patito; et che se procederà contro li transgressori per inquisitione, accusa, inventione denuntia et in ogni altro meglior modo, acciocché l’errore non resti impunito et ne seguiti major inconveniente.

    In quorum fidem, etc.

    Datum Spoleti ex Palatio episcopali, die 6 Novembris 1557» (1).

    Il bando, come si vede, non dice chiaro che i fatti lamentati avvenissero soltanto a danno dei canonici delle «Lagrime»; ma deplora e punisce gli eccessi che si commettevano contro persone religiose

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 251.

    <125> in genere. però il fatto che non abbiamo memoria di simili aggressioni contro altri religiosi — a Trevi c’erano allora altri quattro conventi — e, piùche altro la circostanza che il bando fu emanato a richiesta del Preposto delle «Lagrime» stanno a dimostrare abbastanza chiaramente che soltanto per proteggere i Lateranensi si prendevano quelle energiche misure.

    Il bando fu portato a Trevi dal Balìo di Spoleto il 16 Novembre e gli furono dati 10 «bolognini» dalleconomo delle «Lagrime» (1).

    * * *

    Di questi avvenimenti ha lasciato memoria autografa il preposto D. Teodoro da Mortara, in uno dei libri di conti del convento in questi termini:

    «Memoria a tutti li posteri et agenti del monasterio: qualmente essendo io. D. Theodoro Mortariensis preposito del 1557. nel meso (sic) di Novembrio, vedendo l’abuso et disordine che era de Triviaschi di venir ad assaltare il monasterio, quando veniva la prima volta la neve, et etiam a scalare il muro per far trarre li padri a darli la manza, feci venire un bando da Spoleti, che a pena cinquanta scudi d’oro a chi ardirà far tale insulto, pur non nominando chiesa particulare, ma in generale; però sareti avvertiti ad altre volte non gli dar cosa alcuna; ma se vorranno far insulto per l’avenire, li mostrariti lo bando che è nelle scritture della Madonna, cioè una copia, con scrivere a Spoleto a Mons: Vicario» (2).

    Sembra che, lì per lì il bando avesse qualche applicazione pratica; poiché troviamo memoria che ai 7 di Novembre di quell’anno leconomo del convento diede 13 «bolognini» a un ser Placido per man del fator di Spoleti (3) per una scomunica per causa della neve (4). Probabilmente qualcuno sarà incappato nel bando e gli fu applicata la minacciata scomunica.

    Ma con tutto ciò il bando restò in seguito senza effetto. Le speranze del preposto D. Teodoro da Mortara andarono fallite, perché il popolo non volle abbandonare il suo solito divertimento. Del bando se ne ridevano, e a Trevi non c’era forza sufficiente per farlo rispettare.

    (1) Archivio delle 3 chiavi N, 252 f: 33 t.

    (2) ivi.

    (3) A Spoleto i Canonici Regolari Lateranensi erano nel convento di S. Giuliano, sul Monte Luco; poi anche a S. Ansano.

    (4) Archivio delle 3 chiavi — N. 252 f: 53t.

    <126>

    Infatti la Corte del podestà era composta di appena 6-8 persone, mentre gli assalitori erano parecchie decine!

    Nel 1571 il preposto D. Gabriele da Piacenza deve con dispiacere riconoscere che il bando quasi mai si èpotuto applicare, specialmente perché i preposti si mutano ogni due anni, e nel breve periodo della loro carica non si danno premura di prender conoscenza delle carte del loro convento e delle memorie lasciate dai loro predecessori: «non se curano tanto de legger li memoriali». Sicché i trevani prendono coraggio e si fanno sempre più importuni, «e quasi vengono a farci violentia con dir sempre essere stata tale usanza di dar loro la bona mano a simili hiorni. E non solo vengano li giovanetti figliuoli in grossa compagnia, ma, dopo loro, vengano li giovani grandi e homini di maggior età a far mile insolentie alle porte tanto di giesa, come di caxa (casa); de maniera che questo anno del 1571 fu forza rendersi a dargli la bona mano (1), e del precetto di Spoliti se ne facevano beffe; anzi se non ge se dà quello che vogliano, dicono esser usanza di donar loro un fiorino. Per tanto io D. Gabriel da Piacenza al presente quà prevosto mi deliberaj se dovessi mandar a posta a Roma de non tolerar piùquesta presuntuosa insolentia. Perciò in caso che io non ritornassi più alla cura di questo locho, siano avertiti li Revdi: Prevosti provedergli al meglio che sanno o per via di Roma o per via di Perosa. Io mandaij a pigliar la corte del podestà ma non ci pnoteti far cosa buona, per esser li trevani in numero piùde sexanta persone. De modo che tanto non vi potetti reparare, che bisogné donar loro tre «paoli» (2).

    Onde la fastidiosa e tragicomica usanza ccontinuò indisturbata ancora per molti anni. Fino nel 1574 troviamo: «Data di bona mano alla prima neve alli giovani treviani: bajocchi 25».

    Oltre a ciò sono venuto a conoscenza di un curioso documento del 1541, che mi pare possa riferirsi agli episodi della neve.

    Un Liberato di Lucangelo Ottaviani da Trevi, aveva percosso e bastonato un tal D. Filippo, Canonico delle «Lagrime». Il reo, che per questo fatto era incorso nell’interdetto, si decide a chieder perdono alla sua vittima, in presenza del Vicario e del fattore delle

    (1) Archivi o delle 3 chi a v i – N. 249. 1571 — Gienaro. Per tanti dati a certi giovini trevani quali venero con la neve per mani di P. Isidoro, in tutto 10 denari.

    (2) Ivi, N. 253.

    <127>
    «Lagrime», in forma solenne, e con una ceremonia impressionante.

    L’Ottaviani, dietro all’altare maggiore della chiesa, con inter-vento del notaio e di testimoni, si prostra a terra, con le braccia distese e con una corda al collo (cum capistro ad gulam) dinanzi al Canonico da lui percosso. Questi tiene in mano i capi della corda (1): come a dimostrare che dibende da lui la vita o la morte del reo, il quale chiede perdono umilissimamente della sua colpa.

    Allora i Canonici presenti, vista la sua umiltà e considerata la sua ignoranza — piùgrande, forse, della sua malizia — con le dovute formule ecclesiastiche l’assolvono dall’interdetto. Ma, per porre un freno alla nequizia di chi volesse in avvenire osare altrettanto, l’Ottaviani deve promettere di non piùoffendere, finché vivrà né con parole, né con atti i Canonici delle «Lagrime», presenti e futuri. Ed egli lo promette, sotto pena di 200 «ducati» d’oro, da dividersi tra il comune di Trevi, la società dei notari, l’ufficiale che farà l’esecuzione ed i Canonici che fossero stati offesi (2).

    Non posso dimostrare in modo assoluto che questo documento si riferisca ad uno di quei trevani che, per la prima neve, assali-vano i Canonici. Ma e per la data — 21 Gennaio — e per i termini nei quali l’istrumento è redatto — specialmente dove si dice di voler dare un esempio anche ad altri — non mi sembra azzardata l’ipotesi che sia questo un documento di piùsulla strana consuetudine di cui dà qui la notizia.

    Quale fatto potesse dare pretesto all’origine del barbaro divertimento non saprei dire; né trovo documenti che facciano al caso. Forse può mettersi questa usanza in relazione col fatto che la prima manifestazione della Madonna delle lagrime avvenne il 5 d’Agosto; giorno dedicato alla Madonna «della neve» così detta secondo la tradizione sull’origine della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma.

    ____________________________

    (1) Era questo il cerimoniale in uso allora, come prima e più tardi. Trovo per esempio, in un atto del 13 Gennaio 1456 che D. Valentino Salvi (che fu poi uno dei cappellani delle «Lagrime») assolve un tale che aveva bestemmiato Iddio, la Madonna e S. Caterina, dopo che il reo si è inginocchiato, con una cinghia al collo. (Archivio notarile Trevi — To: 91 f: 43). Similmente i ribelli del Kent, ai quali la regina d’Inghilterra Maria «la cattolica» volle far grazia della vita, dovettero, in numero di 400, «comparire dinanzi a Maria col laccio al collo e chiedere ginocchioni perdono; dopo di che vennero graziati» (1554) (L. Pastor, Storia dei papi, cit: Voi: VI, pag: 186).

    (2) Archivio notarile -T r e v i — To: non numerato (1508-1551) f. 120. Sono atti di diversi notai; manca però ogni indicazione di nomi. Ho potuto tuttavia accertare, per confronti paleografici, che questo istromento da me citato è del notaio trevano Andreangelo Marj.

    <128>

    E — cosa strana — a Roma stessa la festa della Madonna «della neve» che si celebrava ogni anno in quel giorno, nella cappella Borghese, dette origine a indecenti gazzarre, per cui la si sospese (1). Le scenate di Trevi erano un’eco di quelle di Roma? O forse il candido abito dei Canonici delle «Lagrime» richiamava alla fantasia dei giovani trevani il candore della neve, e con questo volevano stranamente metterlo a paragone e su questo scherzare a modo loro? Sono tutte ipotesi per tentare di trovare la genesi della strana consuetudine.

    Più che altro, però io crederei che potesse trovarsi una spiegazione psicologica di questa specie di follia collettiva, nella sovreccitazione allegra e rumorosa che lo spettacolo della neve, non frequente da noi, come altrove, produce così nelle persone singole — e specialmente nelle più giovani — come nelle folle. Onde neanche ora ci meravigliamo se — quando una rara nevicata copre le piazze e le vie delle nostre piccole città — non i ragazzi soltanto fanno alle pallate e si rincorrono e si colpiscono con gli innocui proiettili! Che, se tanto avviene oggi, è lecito supporre che ben più scapigliate e sfrenate fossero le dimostrazioni di gioia quasi pazza, a quei tempi nei quali tutte le manifestazioni della psiche umana erano esagerate fino all’esasperazione. E i Canonici delle «Lagrime» lo sapevano per prova!

    ***

    E qui mi viene alla mente —e forse non fuor di luogo — un episodio storico, che potrebbe essere a con-ferma della spiegazione psicologica da me tentata per la strana consuetudine trevana.

    Nel carnevale del 1417, in Spoleto, una grande schiera di gentildonne e di cittadine delle migliori, in maschera, giocavano alle palle di neve. E, così giocando, andarono fino al municipio; ne forzarono le porte, e, discacciati i «priori» a furia di pallottole di neve, sedettero in luogo di essi fino a sera (2).

    Ravviciniamo questo fatto a quello che si verificava a Trevi ad ogni prima neve, e piùpunti di contatto ci serviranno a dimostrare che anche quella era una pazzesca manifestazione della folla imbizzarrita.

    Non so come e quando la «guerra della neve» scomparisse dalle

    ____________________________

    (1) Ernesto Mancini, «Neve d’Agosto» in «Giornale d’Italia», 5 Agosto, 1924, N. 186.

    (2) Achille Sansi, Storia del comune di Spoleto, Foligno, Sgariglia, 1879, Parte I, pag: 292.

    <129> usanze trevane. Dopo il 1574 non abbiamo su di essa altri documenti. Onde è a credere che — dopo quasi tre quarti di secolo — il pubblico trevano si persuadesse che, se per tutti sotto la neve c’è il pane, non era né giusto, né umano che quei poveri religiosi ci trovassero invece … le legnate!

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • Festa per i trevani di Roma

    Trevi – Feste, Cerimonie e Spettacoli d’altri tempi

    Festeggiamenti in onore dei trevani residenti fuori Trevi- 3 ottobre 1948

    Chi c’era >>>

    Le foto

    I fotografi “storici”>>>

    Trevi - Festeggiamenti per i compaesani residenti fuori Trevi 3/10/1948

    Trevi – Via Riccardi -Gruppo dell’Associazione fra i Trevani residenti a Roma

    Trevi - Festeggiamenti per i compaesani residenti fuori Trevi 3/10/1948

    (Foto Carmine, Foligno)

    Trevi, piazza Garibaldi – Sfilata storica – La Rocca

    3 ottobre 1948 (Foto Carmine, Foligno)

    3 ottobre 1948

    Trevi, piazza Garibaldi – carri allegorici – La Rocca

    Trevi, piazza Garibaldi – Carri allegorici: Cannaiola

    Trevi, piazza Garibaldi – Le dame della “Rocca” (Nerina e Maria Gina con il palafreniere Florido)

    Chi c’era >>>

    Ritorna alla Ritorna alla pagina FESTE d’ALTRI TEMPI

    143

  • Fonti del Clitunno – ode di Carducci

    www.clitunno.it

    Alle Fonti del Clitunno

    ode di Giosuè Carducci

    Giosuè Carducci, Valdicastello di Pietrasanta (LU),1835 – Bologna, 1907.

    Riportiamo di seguito la critica pertinente all’ode.

    Le Rime nuove e Le Odi barbare, soprattutto, comprendono i documenti della maturità lirica carducciana, sul doppio registro della strofa rimata – dal sonetto canonico, alle quartine di settenari o di endecasillabi, alla alcaica con rime alterne – e della strofa classica senza rime, che, attraverso la combinazione di versi italiani, riproduce un’eco «barbara» della metrica greco-latina sull’esempio prevalente di Klopstock, Goete e von Platen [G. Inglese].

    Nel giugno del 1876 il Carducci andò ispettore al liceo di Spoleto e volle visitare le fonti del Clitumno, a mezz’ora circa di carrozza dalla città; sul luogo pensò l’ode che fu scritta tra il 2 luglio e il 21 ottobre di quell’anno. Tra le odi barbare questa è giudicata « la più alta, la più solenne, la più classica » (Mazzoni e Picciola); si può dire che è la più carducciana, poiché vi sono adunati « tutti i varii motivi e le varie forme della poesia del Carducci: la vita agricola, la grandezza di Roma, l’odio all’ascetismo, la risorta Italia, il ricordo storico e la visione diretta » (Croce). « Forse in nessun’altra poesia del Carducci come nell’ode Alle fonti del Clitumno risplende così evidente quella fedeltà alla tradizione classica più alta e più pura, quella spiccata attitudine a rammodernare, anzi a proseguire di spiriti attuali il pensiero antico, quella insita e intima simpatia con quanto di bello e di grande ci trasmise il passato, che, non s’imputino a difetto di facoltà creativa, ormai per consenso di tutti s’ammirano nella migliore e maggior parte dell’opera del Carducci come una delle più ricche sorgenti d’ispirazione ». (A. Gandiglio).

    Comincia con la descrizione del paesaggio umbro: anche oggi, come nei tempi antichi, le greggi scendono al Clitumno nell’umido vespero e i fanciulli immergono le pecore riottose nell’onda. Nella descrizione il poeta fonde quel che vide con i propri occhi e i suoi ricordi letterari. Quindi commosso si rivolge all’Umbria che, quasi creatura viva e maestosa , gli pare guardi dai monti circostanti, mentre su l’Appennino fumano oscure le nubi, e la saluta con entusiasmo; e saluta anche il Clitumno, nume protettore del fiume. In quei luoghi splendidi per natura e gloriosi per tante memorie il poeta si sente in cuore l’antica patria e gli aleggiano su l’accesa fronte i numi italici; perciò insorge vedendo sui rivi sacri l’ombra del salcio piangente, molle pianta moderna, amore d’umili tempi. Qui combatta il leccio contro le bufere invernali e frema d’arcane storie ai venti primaverili; qui stiano, giganti vigili i cipressi; e il Clitumno canti gli antichi fati della patria: canti la storia di tre imperi, degli Umbri degli Etruschi e dei Romani, e la grande vittoria che questi popoli italici unificati da Roma riportarono a Spoleto contro Annibale. Dove sono ora quei canti di trionfo? Tutto è silenzio: nel limpido specchio dell’acqua rameggia una piccola foresta con bei fiori, che hanno i riflessi freddi del diamante e invitano ai silenzi del verde fondo. Qui, esclama ammirato il poeta è la fonte della poesia italica; qui, ai piedi dei monti, all’ombra delle querce e sulle rive dei fiumi, cioè in questa bella, serena e austera natura italiana; qui visserro un tempo le ninfe che cantavano in coro nelle notti lunari gli amori di Giano e di Camesena, onde nacque l’itala gente. Ma ora il nume Clitumno non ha più culto nell’unico tempietto superstite; né più i tori, resi candidi dall’onda purificatrice del fiume, conducono i carri dei trionfatori al Campidoglio; Roma più non trionfa, dacché il Cristianesimo portò il terrore della morte e l’ebbrezza del dissolvimento sui campi risonanti del lavoro umano e gloriosi per gli augusti ricordi dell’impero. Da ciò il poeta torna col pensiero ai tempi antichi quando l’anima umana era serena nella Grecia e intera e diritta in Roma pagana; e poiché ormai son passati i giorni fosche della abiezione medievale, saluta l’Italia, a cui rinnova i canti dell’antica lode virgiliana. Plaudono all’inno i monti, i boschi e l’acque dell’Umbria, mentre il vapore, che passa lì presso, fischia fumando e anelando nuove industrie nella rapida corsa. [F. Bernini, L. Bianchi, Carduci, Pascoli, D’Annunzio, Bologna, 1954]

    Metro: ode saffica in strofe tetrastiche, formate da tre endecasillabi con la cesura dopo la quinta sillaba e l’accento su la quarta, e di un quinario variamente accentato (Adonio). È il metro stesso del Carmen saeculare di Orazio; solenne come un inno religioso.[F. Bernini, L. Bianchi, Carduci, Pascoli, D’Annunzio, Bologna, 1954]

    Ancor dal monte, che di foschi ondeggia

    frassini al vento mormoranti e lunge

    per l’aure odora fresco di silvestri

    salvie e di timi,

    scendon nel vespero umido, o Clitumno,

    a te le greggi: a te l’umbro fanciullo

    la riluttante pecora ne l’onda

    immerge, mentre

    ver’ lui dal seno del madre adusta,

    che scalza siede al casolare e canta,

    una poppante volgesi e dal viso

    tondo sorride:

    pensoso il padre, di caprine pelli

    l’anche ravvolto come i fauni antichi,

    regge il dipinto plaustro e la forza

    de’ bei giovenchi,

    de’ bei giovenchi dal quadrato petto,

    erti su ‘l capo le lunate corna,

    dolci ne gli occhi, nivei, che il mite

    Virgilio amava.

    Oscure intanto fumano le nubi

    su l’Appennino: grande, austera, verde

    da le montagne digradanti in cerchio

    L’Umbrïa guarda.

    Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte

    nume Clitumno! Sento in cuor l’antica

    patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

    gl’itali iddii.

    Chi l’ombre indusse del piangente salcio

    su’ rivi sacri? ti rapisca il vento

    de l’Appennino, o molle pianta, amore

    d’umili tempi!

    Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema

    co ‘l palpitante maggio ilice nera,

    a cui d’allegra giovinezza il tronco

    l’edera veste:

    qui folti a torno l’emergente nume

    stieno, giganti vigili, i cipressi;

    e tu fra l’ombre, tu fatali canta

    carmi o Clitumno.

    testimone di tre imperi, dinne

    come il grave umbro ne’ duelli atroce

    cesse a l’astato velite e la forte

    Etruria crebbe:

    di’ come sovra le congiunte ville

    dal superato Cìmino a gran passi

    calò Gradivo poi, piantando i segni

    fieri di Roma.

    Ma tu placavi, indigete comune

    italo nume, i vincitori a i vinti,

    e, quando tonò il punico furore

    dal Trasimeno,

    per gli antri tuoi salì grido, e la torta

    lo ripercosse buccina da i monti:

    tu che pasci i buoi presso Mevania

    caliginosa,

    e tu che i proni colli ari a la sponda

    del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti

    sovra Spoleto verdi o ne la marzia

    Todi fai nozze,

    lascia il bue grasso tra le canne, lascia

    il torel fulvo a mezzo solco, lascia

    ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci

    la sposa e l’ara;

    e corri, corri, corri! Con la scure

    e co’ dardi, con la clava e l’asta!

    Corri! Minaccia gl’itali penati

    Annibal diro.-

    Deh come rise d’alma luce il sole

    per questa chiostra di bei monti, quando

    urlanti vide e ruinanti in fuga

    l’alta Spoleto

    i Mauri immani e i numidi cavalli

    con mischia oscena, e, sovra loro, nembi

    di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti

    de la vittoria!

    Tutto ora tace. Nel sereno gorgo

    la tenue miro salïente vena:

    trema, e d’un lieve pullular lo specchio

    segna de l’acque.

    Ride sepolta a l’imo una foresta

    breve, e rameggia immobile: il diaspro

    par che si mischi in flessuosi amori

    con l’ametista.

    E di zaffiro i fior paiono, ed hanno

    dell’adamante rigido i riflessi,

    e splendon freddi e chiamano a i silenzi

    del verde fondo.

    Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra

    co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.

    Visser le ninfe, vissero: e un divino

    talamo è questo.

    Emergean lunghe ne’ fluenti veli

    naiadi azzurre, e per la cheta sera

    chiamavan alto le sorelle brune

    da le montagne,

    e danze sotto l’imminente luna

    guidavan, liete ricantando in coro

    di Giano eterno e quando amor lo vinse

    di Camesena.

    Egli dal cielo, autoctona virago

    ella: fu letto l’Appennin fumante:

    velaro i nembi il grande amplesso, e nacque

    l’itala gente.

    Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,

    tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo

    t’avanza, e dentro pretestato nume

    tu non vi siedi.

    Non più perfusi del tuo fiume sacro

    menano i tori,vittime orgogliose

    trofei romani a i templi aviti: Roma

    più non trionfa.

    Più non trionfa, poi che un galileo

    di rosse chiome il Campidoglio ascese,

    gittolle in braccio una sua croce, e disse

    Portala, e servi -.

    Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi

    occulte e dentro i cortici materni,

    od ululando dileguaron come

    nuvole a monti,

    quando una strana compagnia, tra i bianchi

    templi spogliati e i colonnati infranti,

    procede lenta, in neri sacchi avvolta,

    litanïando,

    e sovra i campi del lavoro umano

    sonanti e i clivi memori d’impero

    fece deserto, et il deserto disse

    regno di Dio.

    Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi

    padri aspettanti, a le fiorenti mogli;

    ovunque il divo sol benedicea,

    maledicenti.

    Maledicenti a l’opre de la vita

    e de l’amore, ei deliraro atroci

    congiungimenti di dolor con Dio

    su rupi e in grotte;

    discesero ebri di dissolvimento

    a le cittadi, e in ridde paurose

    al crocefisso supplicarono, empi,

    d’essere abietti.

    Salve, o serena de l’Ilisso in riva,

    intera e dritta ai lidi almi del Tebro

    anima umana! I foschi dì passaro,

    risorgi e regna.

    E tu, pia madre di giovenchi invitti

    a franger glebe e rintegrar maggesi

    e d’annitrenti in guerra aspri polledri

    Italia madre,

    madre di biade e viti e leggi eterne

    ed inclite arti a raddolcir la vita,

    salve! A te i canti de l’antica lode

    io rinnovello.

    Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque

    de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando

    ed anelando nuove industrie in corsa

    fischia il vapore.

    Ritorna alla pagina Clitunno


    Note

  • Alberghi

    Strutture Ricettive

    Agriturismi, Country House e Case Vacanze

    Alberghi
    Hotel Relais de Charme Antica Dimora alla Rocca **** Piazza della Rocca, 1 – 06039 – Trevi (D2) Tel 0742.385401 – Fax 0742.78925 e-mail: info@hotelallarocca.it2 Suite
    13 doppie
    4 singole
    Pensione completa Mezza pensione
    Calafuria ***
    Via Vigna delle Noci, 3 – Torre Matigge –
    06039 – Trevi (4Km)
    Tel. 0742.381412
    Hotel della Torre ***
    S.S. Flaminia, Km 146
    Via della Torre, 6 -Matigge – 06039 Trevi (4 Km) Tel. 0742.3971 e-mail: htl@folignohotel.com
    130sempre aperto
    Il Borgo dell’Ulivo *** Via Monte Bianco, 23 – Matigge – 06039 – Trevi (3 Km) Tel. e Fax 0742.78969 e-mail: info@borgoulivo.it web-site: http://www.borgoulivo.it1 Suite 19 DoppieSingolaSuite Doppia
    Il Pescatore **
    Via Chiesa Tonda, 52, Pigge – 06039 Trevi (4 Km) Tel. 0742.78483 – Fax 0742.78483
    9
    Il Terziere *** Via Salerno, 1 – 06039 – Trevi (F1) Tel. e Fax 0742.78359 e-mail: info@ilterziere.com web-site: http://www.ilterziere.com6 Doppie 5 Singole40-7060-100Pensione completa 70-90
    Mezza Pensione 55-70
    La Cerquetta **
    Via Madonna,75 – 06039 Borgo Trevi (2 Km)
    Tel.0742.381963 e-mail: info@cerquetta.it web-site: http://www.cerquetta.it
    27 Doppie
    2 Singole
    50-6035-40Pensione completa 55-60 Mezza Pensione 40-45
    Pan di Zucchero **
    Loc.Camporeale 5 – Lapigge – 06039 Trevi (3 Km) Tel. 0742.781390
    10

    Ritorna alla Ritorna alla pagina ASSOCIAZIONI 082

  • Country House e Case Vacanze

    Country House
    Country House Casa Giulia Loc. Corciano 1 – Bovara – 06039 Trevi (3 Km) Telefono 0742.78257 – Fax 0742.381632 e-mail: info@casagiulia.com 1 Suite (2 camere) 1 singola
    3 doppie
    1 tripla
    Singola Doppia e Tripla Suite (2 camere)
    Country House Casco dell’Acqua Via Casco dell’Acqua 15/D – Matigge
    06039 Trevi (5 Km)
    Tel. 0742 391208 – 340 0913702
    Fax 0742 393108
    1 suite
    6 camere
    20 letti
    Country House Le Vedute Loc. Alvanischio 8 – Bovara – 06039 Trevi (2 Km) Tel e fax. 0742.381337- Cell. 339.3686103 e-mail: info@levedute.com 3 Appart.
    3/4 p.
    2 camere 2p.
    Case Vacanze
    Residence sul Clitunno
    Loc. Casco dell’Acqua, 15 – Matigge – 06032 Trevi (5 Km) Tel. 0742.391101
    5 appartamenti
    20 letti
    Residenza La Passeggiata Viale Ciuffelli, 12 – 06039 Trevi (F1) Tel. 0742.381433 www.residenzalapasseggiata.com Tel. 0742.381433
    347.9272669
    339.2057126
    11 appartam. 2/4 posti . 2/4 posti . 4/6 posti 6/8 posti
    Il Borgo Casa vacanze
    Via Cannaiola – 06039 Borgo di Trevi
    Tel 0742.78763 www.ilborgocasavacanze.com
    4 appartam.
    2 posti
    1 appartam.
    4 posti
    Ciards’s House Loc. Vigliano, 24 – Fabbri di Montefalco ciards60@gmail.com Tel- 335 7491723 333 8543669 1 Appartamento 4 posti
    Le Mele Blu
    loc. Pietrarossa 22 -06039 Borgo Trevi (2Km)
    0742.781179
    339.6798547
    1 appart.
    6letti
    Le Tradizioni
    loc. Coste S. Paolo-06039 Trevi (4 Km)
    339.6353851
    339.8448483
    4 appartam 20posti
    Casa Capocci Loc. Le Piatte, Pigge -06039 Trevi (4 Km) +32495591918 +3287784221 2 appartam 13 posti

    082

  • Dolce Piazza 2011

    Trevi in Piazza

    Dolce Piazza 2011

    Questa simpatica tradizione ha le origini negli anni ’80.

    Le gentili signore stabilmente residenti a Trevi o coloro che vi si trovavano in villeggiatura preparavano dolci che poi venivano distribuiti a tutta la piazza e la Pro Trevi gratificava questo loro impegno con piccoli omaggi offerti dalle ditte locali.

    Nuove e più stringenti norme di sicurezza alimentare non permettono più che si possano distribuire alimenti confezionati in casa e pertanto i dolci che vengono offerti ai numerosi avventori devono essere preparati in laboratori professionali

    Come si vede dalle foto che seguono, oltre al palato è gratificato anche l’occhio.

    &

    Ritorna alla Programma Trevi Estate 2011 Dolce Piazza

    118