Autore: Franco Spellani

  • Caricature di Simone Brunelli

    Caricature di Simone Brunelli – 1 (7/9/1920 – 13/11/2005)

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    Alcune immagini di personaggi visti a Trevi (residenti e non), realizzate principalmente negli anni Settanta – Novanta;

    La data, quando riportata, è quella desunta dalle opere.

    NOTA: L’identifcazione di alcuni personaggi non è completa! Chi fosse in grado di individuare i nomi mancanti o rettificare quelli errati o chiedere eventuali cancellazioni dei soggetti ritratti ci contatti con l’e-mail

    Click su immagini per ingrandire

    Componenti del Partito Popolare 1944.
    Il notaio Vincenzo Misici, don Aurelio Bonaca, Raniero Cerquiglini e Antonino Ottavi.4 22/7/1944
    Carlo Zenobi,.2 avvocato e autore di pubblicazioni locali.2Dott. Fattori ( il farmacista),
    la sua signora – sempre elegantissima –
    e il cagnolino Fufi..1
    Il Partito Popolare nel 1943. Raniero Cerquiglini, Umbertino (portiere all’ospedale), Ponti (falegname), Domenico Gasperini (aiuto sagrestano), Nazzareno Marioli (Nennè)..4Complesso musicale.1 Franco Belli, Giuliano Cortesi, Paolo Luccioni, Giuseppe BettiniTennisti: Piero Brauzi, Angelo Bifolchetti e Roberto Isoppo.1
    Giorgio Marcelloni e Feliciano (Peppe) Spellani, nel tentativo di “compromesso storico”..1Mario Cerquiglini, Avv. Antonino Falchetti e Luigi Brunelli (Gigino).1 Diana Marianucci e Mario Cerquiglini.1
    Famiglia di Piaggia.1 Agostino e Anna Proietti.1Piero Querin, oriundo veneto, orologiaio per hobby, ritratto nella preistoria quando si interessava di meridiane..1
    Famiglia Partenzi.1 Mario, Ferdinando (Fiore, detto lu Moru), Anacleto, Silvano e Alvaro .1Franco Spellani, redattore di questo website,
    qui ritratto prima dell’avvento di Internet..2
    Eraldo e Lucio parrucchieri.2
    Francesco (Checco) Barbini Il Cochetto Avvocato Luciano Cicioni
    di Foligno.2
    Dott. Luigi Andreani.2
    Fabio Bussotti
    Attore e scrittore.3
    Nazzareno (Reno) Masciotti –alimentarista- e famiglia.3Sante Giuliani e la sua signora Meris.3
    Giorgio Marcelloni e Giuseppe Scocchetti.3Giorgio Marcelloni e Gianni Antonini.3Medici e pazienti Dott.Luigi Andreani Dott. Carlo Antonini.3
    I gemelli Listanti Angelo e Nazzareno (Lello) e il cognato NandoCampana.3Giovanni Maurizi e Margherita.3Margherita Maurizi e Celeste.3
    Gruppo di Piaggia.3Mario Luccioni.3 imprenditore edile
    e consigliere comunale.
    Lombardo Micheli, fornaio.3
    Paolo Luccioni, architetto e Carlo Luccioni, giornalista.3Gli sportivi
    Corrado (Corradino) Settimi, Angelo Cerquiglini, Francesco Pietrolati, Ivo Marcelloni, Sergio Micheli, Lucio Ottavi Roberto Epifani.3
    Franco (Marino)Luciani (Franco La Guardia),.2
    Alceste Testa.3Luigi (Gigino) Antonini.3Marcello Armellin e Figli.3
    Alberto Barbini.3 Quando volle riattivare le campane della torre civicaFrancesco Barbini e Famiglia.3“Apparato emergente” Dott.Carlo Antonni, Angelo Guidobaldi, Alberto Baldacci Bertinelli.3
    Dott.Luigi Andreani e signora Margherita.3 La didascalia dell’Autore recita: “una, cento Margherite”)Cav. Antonio Betori Autista, benzinaio e poeta.3Lucio Baldacci e Giuseppe Zenobi.3
    Giuliano Antonini
    geometra.3
    Duilio Testa.3Enrico Testa.3
    Armando Schippa.3Geom. Sergio Pietrolati e Signora.3Raffaello Mugnoz.3
    Amedeo Testa.3Franco (Marino) Luciani.2 Vigile sanitario Famiglia Santilli.2 1991

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    026


    Note:

    1)Immagine fornita direttamente dall’Autore(2003)

    2)Copia da originale in possesso del soggetto ritratto o dai suoi eredi

    3)Mostra Complesso Museale di S. Francesco

    4)Archivio: Antonino Di Pietrantonio

    5)Archivio: Giorgio Marcelloni

  • Chiesa delle Lacrime – Monumento Erminio Valenti

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Monumento del Card. Erminio Valenti

    cardinale e vescovo di Imola (1620), col suo busto in marmo.

    Altre notizie in: La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata 304

  • Piazza Mazzini – Storia per immagini

    Chiesa e abbazia di S. Stefano

    in Manciano

    Cronistoria

    Pagina in elaborazione

    VI sec. – Secondo alcune fonti, sul colle di S. Stefano esisteva un insediamento monastico (Fidenzoni, 1969,

    Spoleto e la sua diocesi,

    Spoleto; Zenobi 1985)

    XII sec – L’analisi stilistica riporta a questa epoca l’età della costruzione del corpo principale e l’abside.

    XIII se

    c.

    1920 – Ancora officiata sia pure saltuarimente (

    1937 –

    Gita al colle di S. Stefano

    (Fondo Zenobi) Inedito 2020

    1937 – Una gita di trevani al colle di S. Stefano.

    Forse la più vecchia foto della chiesa di S. Stefano (

    da stampa a contatto su carta al cloruro Agfa Lupex da film 120

    ).

    La data a margine è 1937.

    I portali erano già stati smontati. La vegetazione è scarsa, forse appena dopo il taglio del ceduo.

    Si riconoscono, da Sx: Armanda Arredi, Carlo Zenobi, Salvatore Zappelli.

    Il primo a destra è il dott. Filippo Dominici già sindaco e poi podestà di Trevi fino al 1935.

    1965 – Ritaglio di giornale

    (Fondo Giuliani)

    Nella primavera del 1965, su segnalazione accorata di Don Palmiero (non Gualtiero) Bartoloni, rettore della parrochia di Manciano, Vincenzo Giuliani quale presidente della Pro Trevi sollecitò l’intervento di un giornalista per l’articolo qui riportato.

    Nella foto, in primo piano a destra si vede Don Palmiero in abito talare e più lontano, stagliato nel vano dell’abside, il presidente Giuliani.

    Da altri articoli nel retro del foglio il giornale, probabilmente

    La Nazione

    in cronaca locale, si può datare al 7/3/1965. L’autore potrebbe essere Sandro Morichelli.

    Va in completa rovina la basilica di Santo Stefano – da anni la chiesa è completamente abbandonata – Le inclementi condizioni atmosferiche hanno peggiorato la situazione.

    Abbiamo appreso dal reverendo padre don Gualtiero

    [=Palmiero]

    Bartoloni. parroco di alcuni centri della montagna

    trevana. che a causa delle inclementi condizioni atmosferiche è crollata quasi completamente la bellisima basilica romanica di Santo Stefano che si trova in località Manciano a quota settecentocinquanta metri di altitudine.

    Ci siamo recati sul posto insieme a don Gualtiero

    Bartoloni ed al presidenle della Pro Trevi professor Vincenzo Giuliani ed abbiamo constatato personalmente le condizioni della chiesa romanica che un tempo era un vero e proprio gioiello d’arte. Il tempio era già da anni gravemente lesionato e non più frequentato per il culto.

    L’antica chiesa romanica di Santo Stefano. Nella foto: il parroco don Palmiero Bartoloni e il professor Vincenzo Giuliani, presidente della Pro Trevi

    1970, estate, Raccolte varie testimonianze

    1970 – colta testimonianza

    1978-79

    Trevi –

    Dopo vari sopralluoghi Nessi e Ceccaroni pubblicarono in “Itinerari Spoletini” la più completa sintesi delle conoscenze sull’abbazia, e sugli altri monumenti locali. L’ultima riedizione è ancora disponibile tra i volumi della Pro Trevi

    M

    Trevi – 1980

    1980, 26 dicembre, festa di S. Stefano. Don Sossio Fioretti, allora “rettore” della parrocchia di Manciano, organizzò un pellegrinaggio ai ruderi dell’antica abbazia. Alcuni volenterosi ripulirono l’area dai rovi per permetterne una visita agevole.

    Trevi – 1982

    1982, 29 settembre. A Spoleto, IX Congresso del CISAM, Bruno Toscano in una sua relazione “

    Per uno studio del’mbiente diocesano

    “, esaminò dettagliatamente alcuni particolari della nostra chiesa, mettendola in relazione con un coevo edificio al’estremo sud della diocesi per lo stesso metodo di chiusura del colmo del catino absidale.

    Purtroppo, nella stampa degli atti (1983) non ci fu spazio né per le foto, né per il testo.

    Trevi – 1983

    1983, agosto. Proiezione in piazza di diapositive sulle chiese romaniche della zona, con particolare evidenza degli imponenti ruderi di S. Stefano.

    Trevi – 1985

    1985. In “Trevi antica” di Zenobi (Pro Trevi) descrizione e foto a pagina intera della chiesa di S. Stefano.

    Trevi – Chiesa di S. Giovanni. Mostra

    Nell’agosto del 1987, nel programma di

    Trevi in Piazza

    è presentata con risalto la mostra “S. Stefano in Manciano, studio per un restauro”. Due studenti, ora architetti, Andrea Cerquiglini e Donatella Fiorani, hanno disegnato ogni pietra e hanno formulato ipotesi di un restauro conservativo.

    La Mostra, programmata dal 2 al 23 agosto, fu prolungata fino a tutto il mese di ottobre.

    Per mantenere alto l’interesse la Pro Trevi organizzò tempestivamente ( 9/ 8/ 1987) una visita guidata ai ruderi dell’abbazia, con abbondante, graditissima merenda.

    Vedi foto.

    1997, estate. Il presidente della Comunità Montana dei monti Martani e del Serano (Brunini) e l’assessore comunale alla cultura (Lucia Genga)

    eseguirono un sopralluogo

    per mettere allo studio un piano di restauro.

    Foto Filippucci-Ravagli,1997, da “Trevi: quattropassi…”

    1998. La guida “

    Trevi: quattro passi tra storia e natura

    ” (Pro Trevi) descrive una deviazione di un itinerario proprio per visitare i ruderi dell’abbazia, fornendo così precise indicazioni per raggiungerla attraverso il bosco.

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    Trevi – Chiesa di S. Stefano inManciano

    (foto Bill Thayer 15/5/2004)

    2004. Accompagnando un pubblicista statunitense, trovammo i portali sbarrati da pannelli di espanso, con grossolano disegno di muratura, abbandonati dopo aver protetto quello che balordi di turno avevano inscenato all’interno.

    V. altre foto

    Trevi – 2005

    un articolo nel notiziario dell’Archeoclub di Foligno (2005), ora non più in rete

    in un Bollettino Regionale lo stanziamento di fondi per il restauro di S. Stefano di Manciano, dopo il terremoto del ’97, ma purtroppo non trovo più traccia, né del bollettino, né tantomeno dei restauri.

    158

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  • Piazza Mazzini – Storia per immagini

    Chiesa e abbazia di S. Stefano

    in Manciano

    FOTO

    Visita guidata – 9 agosto 1987

    Nel ristretto spazio tra il bosco e la facciata

    Il gruppo dei visittori

    Visti dall’interno. Si riconoscono: Carlo Zenobi che parla, al centro Giuseppe Natalucci, ultimo a dx di profilo Feliciano Spellani.

    Resti dell’abside

    Curiosando tra i rovi

    Dopo la visita ai resti dell’abbazia, più a valle: meremda …

    … riposo e commenti.

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  • Piazza Mazzini – Storia per immagini

    Chiesa e abbazia di S. Stefano

    in Manciano

    FOTO

    Maggio 2004

    Facciata della chiesa ove sono evidenziate le porte provvisoriamente tamponate.

    Particolari della foto precedente

    Disegno di muratura sul pannellodi chiusura della porta

    Avviso per conservare l’impianto.

    Le porte tamponate viste dall’interno

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  • Trevi: quattro passi…

    Pubblicazioni: Itinerari in collina e montagna

    Trevi, Italy. Quattro passi tra storia e natura, copertina.

    Trevi: quattro passi tra storia e natura

    , di Tiziana Ravagli e Giampaolo Filippucci tratta in modo pressoché esaustivo l’ambiente collinare e montano di Trevi.

    É un tuffo nella natura, di cui coglie tutti gli aspetti: la geologia, la flora, la fauna, ma è anche una ricerca appassionata delle antiche vestigia di una plurimillenaria antropizzazione.
    Gli autori ci portano per mano lungo sentieri, generalmente facili, alla scoperta di alberi monumentali, di fiori affascinanti, di animali di cui chi è abituato ad andare a motore non ne sospetta più la presenza.

    Ma non sono meno interessanti i fossili, i giacimenti di sorprendenti ammonniti che affiorano a 1000 m di quota e i ruderi di gloriose abbazie: S. Stefano di Manciano (pag.46) e S. Croce in Val dell’Aquila (pag.77)
    Quest’ultima è qui descitta per la prima volta. Finora era conosciuta soltanto da qualche boscaiolo poché i miseri resti sono occultati dalla rigogliosa vegetazione durante gran parte dell’anno. Ora, seguendo l’ itinerario n° 7 chiunque può ritrovarla e osservare quei ruderi per la prima volta pubblicati in fotografia a pag. 228.

    Trevi, Italy. Quattro passi tra storia e natura, asfodeli.

    Asfodeli (itinerario 10 e 12) Foto Filippucci

    Il volume è diviso in due parti: nella prima sono descritti i 14 itinerari, nella seconda sono riportate, in quasi cento pagine, le schede delle numerose varietà di piante e animali. Di seguito sono riportate le piante sottoposte a tutela e le leggi regionali vigenti che regolano la raccolta di muschi, funghi e tartufi. Infine alcune incredibili fotografie completano la documentazione.

    Le varie descrizioni sono corredate da numerosissime note a pié di pagina, che rimandano a testi per chi volesse approfondire la ricerca fino ai limiti dello scibile.

    Trevi, Italy. Quattro passi tra storia e natura - Acero

    Acero (itinerario 12) Foto Filippucci

    La serietà e la completezza della pubblicazione sono state riconosciute dalla Sezione di Foligno del C.A.I. che ha permesso di fregiarne la copertina con il prestigioso “bollino”.

    Di Tiziana Ravagli, Giampaolo Filippucci e Alvaro Paggi:

    Trevi de Planu

    (2001)

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    Pubblicazioni

  • Chiesa di S. Emiliano – Altare del SS. Sacramento

    Chiesa di S. Emiliano

    Altare del SS. Sacramento – FOTO

    Pagina in elaborazione

    Veduta d’insieme

    L’altare nella sua sede originale, prima dello smontaggio
    e traslazione (foto 1866 esposta nel Museo di S.Francesco)


    3 – Sacello centrale

    4- Tabernacolo

    5 – Trabeazione

    6 – Sacello centrale: pilastro e colonna destra
    7 – Sacello centrale: pilastro e colonna sinistra
    8 – Sacello centrale: Mensa
    9-Sacello di sinistra
    10 -Sacello di sinistra, Statua dell Madonna con Bambino

    11 – Sacello di sinistra. Pilastro e colonna sinistra
    12 – Sacello di sinistra. Mensa

    13 – Sacello di destra

    13 – Sacello di destra, Statua di S. Giuseppe
    15 – Sacello di destra. Colonna e pilastro esterno
    Tracce di distacchi dello strato superficiale per
    infiltrazioni di umidità
    16 -Sacello di destra colonna epilasro di sinistra.

    17 –

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    32 –

    Tabernacolo

    28 – Tabernacolo

    Altare del Sacramento

  • Chiesa S.Stefano di Manciano 1

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    I ruderi dell’antica chiesa dedicata a Santo Stefano in Manciano di Trevi si trovano a quota 527 sulla cima del colle omonimo, prospettante sul Fosso Rio che segna il confine con Foligno.
    Nel periodo delle lotte tra comuni importante era la sua posizione strategica come avamposto a nord del territorio di Trevi, con vista su Foligno e un buon settore della valle e possibilità di controllo dei valichi a nord-nordest di Trevi, da sempre tanto importanti e trafficati, che aprivano la via verso la Marca di Ancona e il ducato dei Varano di Camerino.
    Rimangono solo le mura perimetrali della chiesa, l’elegante abside semicircolare e la cripta. Dell’antica abbazia adiacente restano soltanto pietre erratiche.


    Visualizza Ex Abbazia di s. Stefano in una mappa di dimensioni maggiori.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, vista da sud.

    Non rimane traccia del campanile che da un documento del 1610 risultava devastato dalla folgore.
    La costruzione si può far risalire al secolo XII. É una delle più imponenti tra le numerosissime costruzioni dell’epoca.
    Come le chiese coeve, è perfettamente orientata con l’abside a est e la facciata a ovest. La posizione asimmetrica dell’abside rispetto all’asse della costruzione e la facciata con due portali denotano un ampliamento, verso il lato sud, con conseguente abbattimento della originale parete laterale alla destra di chi entra.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, interno.

    L’ottima tessitura muraria, con ben lavorati blocchi di compattissimo calcare locale, denota un’accurata costruzione anche della parte ampliata successivamente

    L’arco a tutto sesto di una porta laterale nella parete sud permette di datare l’ampliamento a quando ancora non erano stato adottato nella regione l’arco policentrico dello stile gotico e pertanto la parte più recente della costruzione si deve far risalire a prima della metà del secolo XIII.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, porta laterale.

    Porta laterale

    I portali della facciata sono stati puntigliosamente smontati e non si ha memoria di come fossero in origine.
    All’interno della parete nord, fino ai primi anni ’80 si potevano individuare ancora tracce di colore su qualche brandello di intonaco superstite, mentre non si riescono ad individuare le imposte dei tre arconi che sostenevano le travature.
    Testimonianze orali raccolte negli anni ’70 attestavano che intorno al 1920 la chiesa era ancora officiata seppur saltuariamente. Un cacciatore ricorda che nel 1956 esisteva ancora “verso l’abside” un residuo del tetto, sotto cui si era riparato da un acquazzone.

    Ulteriori notizie

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  • Abbazia S.Stefano Manciano

    Chiesa di S. Stefano in Manciano

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    L’abbazia e la sua storia

    “… Di questa abbazia, che la visita pastorale del Lascaris,… raccogliendo tarde tradizioni popolari riferisce abitata dai monaci della congregazione degli Umiliati, ma che i documenti mettono sempre in relazione con l’ordine benedettino, è possibile dare l’elenco degli abati e gli anni in cui sono documentati: Raniero (?) (1161), Berardo (1186), Ofredo (1205-30), Leonardo (1231), Egidio (1249-52), Ermanno (1272), Giacomo (1280-95), Pietro (1318). Nel 1296 il vescovo di Spoleto Gerardo sottrasse l’abbazia il priorato e i beni di S. Maria di Turrita per unirli alla mensa capitolare del duomo di Spoleto. Il 18 ottobre 1318, secondo lo Iacobilli: “Pietro abbate del monastero di S. Stefano di Mazzano nella Diocesi di Spoleto dell’ordine di S. Benedetto, F. Angelo e F. Benedetto, monaci di esso Monastero, vedendo di non poter riformare il loro Monastero, per esser nel capo e nelli membri dissoluto, diruto e diformato nelle persone e nella robba et oppresso nello spirituale e nel temporale, né potervi più tener l’osservanza regolare: sapendo che il Monastero di Sassovivo con suoi membri stava in vigore nel culto divino, e nell’osservanza regolare, però unirono il detto loro Monastero, i suoi membri, pertinenze e beni a detto Monastero di Sassovivo, sottomettendosi ad esso, e suo abate Filippo, e monaci in ogni cosa, dando facoltà a Passaro di Giovanni Passari, nobile di Foligno di poterne far ogni istrumento, et unione”.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, Interno dell'abside.
    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, la facciata.

    La facciata della chiesa

    Ma il papa Giovanni XXII, l’anno appresso, annullò tale decisione per unire invece l’abbazia e suoi beni alla curia del rettore del ducato di Spoleto; da questi poi nel 1320 fu retrocessa al vescovo di Spoleto in cambio della Pieve di Montefalco dove il rettore intendeva trasferire il suo quartier generale. Nel 1363 vi troviamo residente il vescovo Giovanni (Jean d’Amiel, l’ex rettore che aveva promosso l’operazione precedente), il quale vi emanò il decreto di annessione al Duomo di Spoleto di un’altra abbazia benedettina, quella di S.Pietro di Montemartano.

    Nel 1429 la Mensa vescovile provvide all’esecuzione di importanti restauri alla chiesa, ormai abbandonata, il vescovo de Lunel, nel 1571, la descrive “in indecenti loco, et satis remoto, et separato a prefata villa”; e riferisce che non era stata pavimentata perché gli abitanti chiedevano con insistenza una nuova chiesa in luogo più comodo (quella esistente più in basso, dedicata al Salvatore, di cui ancora oggi l’arcivescovo di Spoleto è parroco titolare); ma che pure ordinò la chiusura di due piccole porte e della “catacumba” esistente sotto l’altare per ricavarvi un sepolcreto.(La visita del Barberini del 1612 dice del campanile devastato da una folgore) e della campana conservata nella chiesa parrocchiale, ormai presso la nuova chiesa.”

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, la facciata dall'interno.

    L’interno della facciata

    Alle notizie suddette, riprese integralmente da una pubblicazione del Nessi 1, c’è da aggiungere soltanto che, secondo altre fonti, la visita del card. Barberini avvenne nel 16102, ma nulla cambia nella sostanza, mentre è molto interessante l’ipotesi avanzata da altre fonti che sul colle di S. Stefano vi esistesse un insediamento monastico sin dal VI secolo 3 4

    Ulteriori notizie

    Ritorna alla pagina CHIESE

    Note

    1) S. Nessi, Trevi e dintorni, Spoleto, 1979, pagg. 87-89.

    2) Spoleto, Arch. Curia Arcivescovile, vol. 1, c. 348, v.

    3) C.Zenobi, Trevi Antica, Foligno 1995, pag. 199.

    4) F. Fidenzoni, Spoleto e la sua diocesi, Spoleto, 1969., pag.9.

  • I Cattanei Lombardi a Trevi

    I Cattanei Lombardi.1 di Trevi

    da una ricerca del Dott. Leonardo Dialti (1925 – 2007)

    2- I Cattanei Lombardi e i Lombardi.1

    I Cattanei Lombardi di Trevi -INDICE

    Fonti storiche

    I Cattanei Lombardi a Trevi

    Esodo dei Cattanei Lombardi

    Documenti allegati Bibliografia

    A questo punto è necessario fare una sintesi di quanto sono riuscito a trovare nella mia ricerca sui Cattanei e sui Cattanei Lombardi .

    In “Battaglia, Salvatore(6), i Cattaneierano Signori di un castello, vassalli, capitanei di castella, ma il nome deriva sostanzialmente dal latino capitaneus = capitano. Riporta anche una definizione di Muratori, L.A.: “questi Conti rurali e Nobili vassalli cominciarono a fondar castella, rocche e fortezze ne’ campi, ville, corti e poggi di loro ragione, e però furono ancora chiamati “castellani”, “Cattani”, eziandio col nome di capitaneus abbreviato”.

    Vedi Borghini, V.: “questo (la parola Nobile) era una spezie di particulare signoria, com’è quella di marchese, di conte ed altri tali; e per avventura assai simile a quelli che in certi luoghi (come ha ogni paese le sue proprietà) si chiaman valvassori o baroni, ed a noi ed altri cattani, ma erano di men dignità questi ch’è conti; se ben anche egli avean castella e tenute e vassalli”.

    Ancora in Villani, G. :” I Fiorentini andarono ad oste al castello di Combiata…..il quale era de’ cattanei della contrada che non voleano obbedire il comune e facevano guerra”.

    Vedi Malispini : ”poi vi vennono i Bondelmonti, ch’erano gentili uomini cattanei di contado”.

    In Tasso: “mettiamo dunque da l’un de’ lati il papa, il cardinale … da l’altro l’imperatore, il re, il duca, il principe, il marchese, il conte, il capitano e ‘l cattaneo”.

    Ancora in Pascoli: “nel 1242, un lombardo podestà di Lucca, Guiscardo Pietrasanta, venne in Versilia a castigare i cattani discordanti e ribellanti, e disfece Gomielli e Montemagno, e fece Pietrasanta e Campomaggiore”.

    Nel Dizionario della Lingua Italiana, di Tullio De Mauro, il vocabolo Cattaneo è classificato come vocabolo obsoleto, etim. del XIII secolo, dal latino Capitanum; è il Signore di un Castello, Vassallo, Capitano. Il Vocabolo Lombardo è usato anteriormente al 1294, con sincope, come derivato da longobardo, e indica “della Lombardia”. Come basso uso indica anche “dell’Italia settentrionale oppure longobardo”.

    Colgo l’occasione per ricordare al lettore anche il termine gastaldo, vocabolo di origine longobarda. In latino castaldus o gastaldus, era l’amministratore locale della corte del Re, cioè curava localmente gli interessi del Re, dipendeva direttamente da lui ed era alle volte anche contro i governanti locali.

    6) BATTAGLIA, Salvatore, grande dizionario della Lingua Italiana, Utet, Torino – Interessante perché alla voce ricercata, raccoglie molte citazioni.

    Una annotazione antica si trova anche in Severi Minervii – de rebus…Spoleti . manoscritto riportato da Sansi (in cui parla della lotta fra Trevani e quelli di Cammero ed Ursano, a pag. 34 (7), scrive : “ Cum his postea, anno Christianae Salutis MCCLXXIV, die VII martij, pax inita fuit, et Lombardi nobiles treviates, qui tali cognomento dicebantur, ad Spoletinos defecerunt, a quibus civitate donati fuerunt”.

    Sembrerebbe quindi poter affermare che i Cattanei erano Castellani di Campagna, che esercitavano anche i compiti del governo alla stregua dei conti, ma su un territorio più piccolo e meno densamente popolato delle cittadine sede di Contee o ducato.

    In qualche altra località si trovano ancora, benché raramente, altri Cattanei, senza che venga ad essi aggiunto l’attributo di “lombardi”: avviene in Toscana, in Lombardia ed anche in Capitanata. Si ha l’impressione che ci si riferisca sempre a signori, capitanei difensori di località minori, ma sempre di zone agricole e con castello idoneo a difendere signori, coltivatori e raccolti dalle offese degli altri.

    7) SANSI, Achille, Documenti storici inediti in sussidio allo studio delle Memorie Umbre, Foligno, 1879, già citato, vedi bibliografia.

    Sono importanti anche le conclusioni cui erano arrivati alcuni storici del passato. Bianchi Giovini nella sua Storia dei Papi , riferendosi all’XI secolo, scrive che “dei Longobardi originari ne rimanevano pochi perché la loro razza si era mescolata con quella italiana e così fusa continuava ed essere chiamata Lambarda”. Osserva anche che “dopo Carlo Magno, tedeschi di varia provenienza attirati dalla bellezza e dalla dolcezza del clima dell’Italia, la invasero in cerca di ventura divenendo conti, duchi e vescovi, e fondendosi anch’essi successivamente con la popolazione del luogo” (8). In particolare “la prosperità della Lombardia primeggiava per la coltura, la ricchezza, il commercio, il progresso agricolo e le arti, ed i Lombardi la vantavano come il Giardino d’Italia. Ridesto era anche lo spirito militare e guerriero per cui i Lombardi avevano già fama di valorosi (9), e passavano per essere fra i migliori combattenti dell’epoca, e costituendo per molto tempo i migliori reparti fra quelli usati in Italia dagli Imperatori”.

    8) BIANCHI-GIOVINI, Aurelio –Storia dei Papi, ed. Bettoni, Milano, 1866, vol. II, pag. 611: riferentesi al periodo dell’810 circa; “ In Italia, de’ Longobardi originari pochi più ne rimanevano, e quelli che d’ora innanzi chiameremo Lombardi erano di razza italiana, la quale sotto il governo de’ Longobardi essendosi mescolata con loro, aveva preso costumi nuovi. Posciaché Carlo Magno si impossessò della Italia, Tedeschi di varie nazioni la inondarono, attirati dalla bellezza del paese e dalla dolcezza del clima, e si sparsero qua e colà in traccia di fortuna, gli uni diventando conti e duchi o vescovi, gli altri attaccandosi a vescovi o duchi o conti ; ma tutti si fondevano in breve colla popolazione precedente che era la più numerosa”

    9) BIANCHI-GIOVINI, opera citata, vol III , pag. 411.

    “Dopo la nobiltà maggiore dei Conti e Duchi, la nobiltà feudale lombarda era divisa nelle due classi dei Capitanei e dei Valvassori. I Capitanei originariamente erano gli esattori del fisco regio (captanei). Dopo la morte di Carlo il Grosso e con le lotte contro gli Ungari, questi Capitanei incominceranno a fabbricare Castelli e per difendersi diverranno castellani e prenderanno il titolo di conti del loro villaggio e del loro distretto, iniziando poi a far valere diritti sulle vicine città. I valvassori rimasero nobiltà rurale di secondo ordine ricevendo i beni dai Capitanei e divenendo in pratica loro dipendenti “

    (10)

    .

    10) BIANCHI-GIOVINI, opera citata , vol. III, pag. 277.

    Descrizioni molto simili si trovano in Carlo Rosmini (11).

    Per quanto riguarda l’attributo di “lombardus”, ottima descrizione si trova in Sansi (12), : “le città nel primo tempo del loro affrancamento (apparirebbe nel 1077 per Spoleto), per essere le campagne divise fra feudatari, si trovavano rinchiuse fra i castelli di quelli, e il loro piccolo territorio, avevano il confine a breve distanza dalle porte. Quello di Spoleto non si stendeva troppo oltre il così detto circuito della città, di cui il limite corre, poco più poco meno, presso a due miglia dalle mura; perché non appena si esca da quella cerchia, si trovano le rovine ed i nomi di alcuni vecchi castelli. Ma non passò gran tempo che di necessità questo cerchio si allargò con l’acquisto di nuovi territori ché coloro da cui erano posseduti, o per se stessi o sforzati, sottoposero alle città. E questi Signori, nobili, cavalieri (miles, conti rurali, cattanei, ed anche lombardi chiamati, con manifesto ricordo della origine loro, o per discendenza, come sovente anche dai nomi si vede, o per eredità, o per acquisti, longobardizzati, o franchi o tedeschi, i quali col procedere del tempo o con lo svolgersi dell’ordine feudale, erano stati investiti di giurisdizioni, sopra i luoghi o sopra gli uomini che possedevano … .ma quelle cento torri che Federico I° imperatore annoverò nella vinta ed arsa città (Spoleto)…cioè quelle cento case turrite di nobili, mostrano che nel 1155 la maggior parte di quelli acquisti erano stati fatti, e che quasi tutti quei conti rurali erano entrati, co’ semplici militi, con gli uomini liberi e co’ mercadanti ed artieri più agiati a formare il Comune…”.

    Un Amico Storico Insigne mi ha suggerito che in ogni caso occorre sempre tener presente che “i Lombardi del XIII secolo indicano una provenienza settentrionale o più sicuramente lombarda, ma non sono necessariamente connessi con origini longobarde. E certo che i Lombardi erano allora presenti come cognome in varie parti d’Italia e sembrano attestare una provenienza geografica più che di carattere gentilizio o politico-sociale… pertanto ogni rapporto con la dominazione longobarda dopo la fine del X° secolo…è da usare con molta cautela.

    11) DE’ ROSMINI Carlo, dell’Istoria di Milano, Monini e Rivolta, Milano, vol. I,pag. 67 : “Desiderando Carlo Magno d’indebolire l’autorità dei Vassalli col dividerla, creò un’altra nuova dignità e fu quella dei Conti rurali, che amministravano alcune parti del contado alla città sottoposto, che prima governate erano da’ duchi e da’ conti urbani. Si è già detto che i Carlovingi conservarono in Italia la stessa forma di governo che vi avevano trovata”. Ed ancora a pag. 103: “ “Nel secolo precedente (XI) erasi stabilita nel Regno Italico una dinastia di Vassalli composta da tre ordini. Il primo comprendeva i Duchi, i Marchesi, i Conti, i Vescovi e gli Abati de’ più cospicui Monasteri. Costoro riconoscevano immediatamente dal Re o dall’Imperatore i loro feudi e le loro dignità, e sdegnavano di sottoporsi a qualunque altra autorità intermedia e la denominazione avevano di Ottimati o Magnati. Questi Magnati per procacciarsi un numero di seguaci o di fautori nelle pubbliche comparse e nelle guerre, concedevano in Feudo ad alcuni nobili di private famiglie castella e terre, e li nominavano Valvassori Maggiori, ed eziandio Capitani, altrimenti detti Cattanei e Militi….”.

    12) SANSI, Achille, Storia del Comune di Spoleto , parte I,.Foligno, edizione anastatica del 1972, pagg. 9-10

    Ed ancora : Cattanei poi è denominazione che sottintende il termine Capitaneus o Capitanei, di derivazione militare accertata e non di rado in connessione con i Bizantini…. Capitanei erano esponenti militari bizantini operanti a lungo specie nelle regioni meridionali italiane ove la presenza bizantina si è mantenuta più a lungo(13).

    Cammarosano (14), parlando di leggi, consuetudini e leggi longobarde di lunghissima permanenza, conferma che queste interessarono anche altre regioni fra il X e XI secolo oltre al Friuli longobardo, con l’emergere delle aristocrazie locali, le quali si richiamarono sovente a tradizioni longobarde in segno di distinzione, come “i Lombardi della Toscana”.

    Illuminato Peri,tratta la questione delle Colonie “Lombarde” in Sicilia, in Boll. Storico-Bibliografico Subalpino,1959; si parla di questi impianti di cittadini lombardi trasmigrati, e studiati soprattutto per l’influenza del loro linguaggio su quello siciliano.

    13) GATTO, Lodovico – vedi bibliografia

    14) CAMMAROSANO, Paolo, Storia Medievale dal VI all’XI° secolo, editore Il Giornale, Biblioteca Storica, Milano, 2006, pagg. 16-17,

    Queste migrazioni o trasferimenti, furono allora favoriti dal potere per ricomporre, ad esempio, perdite umane per le più varie cause: epidemie o terremoti devastanti, utilizzo per opere di bonifica od edili, oppure, ad esempio, per allontanare gruppi maomettani dalla Sicilia normanna, per la loro litigiosità locale ed loro trasferimento a Lucera. Ricordiamo anche i maestri comacini. Qualcosa di simile potrebbe essere accaduto anche in Umbria, per i più vari motivi. E’ comunque un problema da studiare più a fondo (15).

    Da ricordare anche immigrazioni per militari rimasti in loco, immigrazioni favorite da esodi (maomettani in Sicilia, Bizantini in Italia centro-orientale), conseguenti a depauperamento delle popolazioni per pestilenze e terremoti, o da trasferimento di gruppi di costruttori settentrionali o di coltivatori organizzati. Rammentiamo, ad esempio, S. Angelo dei Lombardi o comunque altre località che hanno mantenuto il loro nome originario, come S. Agata dei Goti!

    In ogni caso mi sembra realistico poter accettare che i cattanei lombardi si confermarono localmente come agricoltori, proprietari terrieri, forse anche bonificatori di una valle degradata, o anche per ereditarietà militare, organizzatisi poi a valida difesa indipendente, con “castra” propri.

    Una valutazione indiretta sulla definizione di Lombardi, trovo in Cammarosano. All’epoca di Enrico IV e del Langobardicus iudex , esercitante la giustizia imperiale a Lucca nel 1081, a pag.293, nella nota 41, scrive: “Nella figura del Langobardicus iudex ravvisiamo sia un esponente di quelle componenti aristocratiche che si dissero in Toscana Langobardi, Lombardi, sia un iusdicente che agiva in base alle leggi longobarde”(16).

    15) PERI, Illuminato,la questione delle Colonie Lombarde in Sicilia,in Boll. Storico- Bibliografico Subalpino, 1959.

    16) CAMMAROSANO, Paolo, op. citata, pag. 293.

    Nella Storia della Costituzione dei Municipi Italiani di Carlo Hegel,Guidoni,Milano-Torino, 1861(17) a pag. 233, vieneriportato un riassunto di affermazioni di Carlo Troya, che a mio giudizio dà elementi importanti allo studio dei “cattanei lombardi”.

    Hegel scrive: “A Troya non sfuggì che i Longobardi sin dall’inizio abitarono nelle città…e sarebbero da considerare come cives (§95 e 210)……finchè , distrutta per mezzo degli Ottoni la preponderanza dei Franchi

    in Italia, i Longobardi si riunirono con gli abitanti in un Comune nuovo, donde poi l’opinione che gli Ottoni abbiano fondata la libertà municipale (§256) …Dopo la conquista Franca, è sua opinione (di Troya), la maggior parte dei grandi Longobardi, per schivare i Franchi, si ritirò dalle città e divenne nobiltà di campagna, onde la spiegazione dell’essere indicati più tardi come Lombardi (§ 208).

    Nella Storia d’Italia del Medio Evo, di Carlo Troya, Stamperia Reale, Napoli, 1844, nel vol. I, parte V, § XXXI (18), anno 576viene scritto: – “Se i Longobardi ai tempi dei duchi abitassero nelle città d’Italia” – “L’antichissimo costume dei Germani del vivere in borgate, dispersi per la campagna, durò appo i Longobardi per lunga stagione in Italia…….I Longobardi, se abitavano in città, non tralasciavano d’avere, anche in campagna la loro sede. Le famiglie più nobili dell’Italia Longobarda discendono da’ cosiddetti Lambardi o Lombardi, che nei seguenti secoli non più vivevano in borgate, ma in castelli e rocche munitissime fuori delle città. Molti di questi Lombardi si chiamarono altresì Conti rurali, che sovente infestarono ed afflissero le città: poscia le città divennero più forti ed osteggiarono i Lombardi; ma quei tempi non sono ancora venuti, e negli altri onde ora si parla, i Longobardi si teneano la più parte in borgate nelle campagne vicine alle città”.

    E più avanti a pag. CCLXXXV , anno 798,§ CCVIII “ I Lombardi o Longobardi per eccellenza”: “Fino da questa età, fosse odio contro i Franchi o desiderio di liberarsi dagli occhi dei vincitori, non pochi magnati Longobardi cominciarono ad abbandonare la città, riducendosi a vivere nelle loro più remote campagne. Ivi di mano in mano vennero edificando i castelli e le rocche, onde nei secoli seguenti si videro coperte fino le sommità degli appennini,……. Ho detto (riferendosi al § XXXI sopraddetto), che i Signori di tali Castelli chiamaronsi dappoi Conti Rurali, e Lombardi, cioè Longobardi per eccellenza”.

    E a pag. CCLXXXVI, anno 798, § CCIX, “Se questi Lombardi od Ottimati Longobardi si chiamassero semplicemente abitatori di un luogo “: ”Così anche,dopo lunga età, s’appellarono in una lor carta del 1115 i Marchesi Estensi, cioè, semplici abitatori d’Este….In una carta del 969 leggesi, che alcuni Longobardi, abitatori di Teano, presero a lavorar terre col patto di dovervi risiedere per ventinove anni (in Federici, De’ Duchi di Gaeta, Napoli, 1791, p. 243): costoro non erano certamente né Signori, né Lombardi…..” Tutte queste documentazioni, ed in particolare quelle portate da Carlo Troya, storico napoletano, sono di un certo rilievo e ci permettono di poter arrivare a importanti conclusioni.

    17) HEGEL, Carlo, Storia della Costituzione dei Comuni italiani, Guidoni, Milano, 1861, pag. 233.

    18) TROYA, Carlo, Storia d’Italia del Medioevo, Stamperia Reale, Napoli,1844, vol I°, paragr. 31, anno 576, e segg

    Cittadini di Trevi e C.Ritaldi dal 1200 al 1325

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    Note

    1) Nella epigrafia locale e in molti documenti è chiaramente adottata la grafia Lambardi, mentre in altri documenti si legge Lombardi. Posto che è già difficile distinguere in alcuni corsivi antichi la o dalla a, si consiglia al lettore non specializzato la massima prudenza nell’accomunare o separare le famiglie citate con le differenti grafie.
    Anche nell’italiano letterario si trovano le grafie Longobardi e Langobardi per indicare lo stesso popolo. (N.d.r.)