Saluti P. Claudio Durighetto, Ministro provinciale ofmBernardino Sperandio, Sindaco di Trevi Rita Fanelli Marini, Associazione Orfini Numeister
Interventi Vittoria Garibaldi, Storica dell’arteStefano Brufani, Università degli Studi – Perugia P. Pietro Messa ofm, Pontificia Università Antonianum-Roma
Moderatore P. Luigi Pellegrini Ofm, Università degli Studi – Chieti
Concerto dei Cantori d’Assisi Direttore M° Gabriella Rossi
Lunedi 8 dicembre – Festa dell’Immacolata Chiesa di S. Martino – ore 17,00
Solenne liturgia di Consacrazione della Chiesa e inaugurazione dei restauri
Presieduta da S. E. Mons. Renato Boccardo , Arcivescovo di Spoleto-Norcia
Sono attesi con gioia il popolo, le Autorita, gli operatori e gli amici.
Invitano ifrati di S. Martino,benedicendo il Signore.
La Comunità francescana di Trevi e la Città di Trevi, domenica e lunedì, dedicano due giorni alla riapertura della Chiesa di san Martino, dopo i restauri fatti in seguito alle profonde ferite causate dall’evento sismico del settembre del 1997.
Domenica 7 dicembre alle ore 16,30 al Teatro Clitunno di Trevi sarà presentato il volume sulla Chiesa e il Convento di San Martino di Trevi. Ci sarà anche la presenza dei Cantori d’Assisi.
Lunedì 8 dicembre, ore 17, la consacrazione della Chiesa di San Martino e inaugurazione dei restauri. Presiederà Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia.
Il corposo volume dal titolo La Chiesa e il Convento di San Martino di Trevi- Cinque secoli di vita francescana, a cura di Padre Giulio Mancini, è corredato da un ricco e bell’apparato fotografico ed è stato pubblicato da Edizioni Orfini Numeister di Foligno.
Partecipano all’evento culturale Bernardino Sperandio, sindaco di Trevi, Claudio Durighetto, padre provinciale dei frati minori e Rita Fanelli Marini della Associazione Orfini Numeister.
Presentano il libro Stefano Brufani, Università degli Studi di Perugia, Vittoria Garibaldi, storica dell’arte, e Pietro Messa, francescano, Antonianum di Roma. Coordina Luigi Pellegrini, francescano, Università degli Studi di Chieti.
La pubblicazione arricchisce gli studi di storiografia locale e non solo, colmando finalmente una grande lacuna nella conoscenza della storia dei nostri monumenti, come la chiesa e il convento di san Martino di Trevi, complesso architettonico di forte pregnanza spirituale, costruito in seguito alla predica ardente del francescano fra Agostino da Perugia, minore dell’Osservanza. La realizzazione del convento si concretizzò il 5 agosto del 1479, “designando el loco nello monte della plebe de santo Martino” E dall’ora non è mai cessato il rapporto umano e religioso fra la comunità di san Martino e quella di Trevi. “Le pagine – come giustamente scrive Bernardino Sperandio, Sindaco di Ttrevi, accompagnano il lettore lungo un percorso in cui si ha il piacere di conoscere i personaggi e le figure dei francescani che vissero nel convento, il loro stile di vita, le loro opere, attraversando i cinque secoli di storia della chiesa in cui l’edificio sacro ha subito varie trasformazioni architettoniche e di stile. Mutamenti dovuti alle varie esigenze di culto che hanno determinato la perdita, il trasferimento e l’introduzione di opere d’arte le cui vicende, descrizioni e commenti critici sono ben presenti nel volume grazie al contributo degli studiosi invitati a scrivere nel merito”.
Il libro è stato costruito attraverso una ricerca d’archivio del convento, anche se smembrato e in parte perduto a causa delle demaniazioni operate da Gioacchino Napoleone Pepoli, e dall’analisi dei “testi materici” che oggi possiamo vedere in situ.
Un quadro che si arricchisce con il trasferimento delle Clarisse negli ambienti dell’ex convento di san Martino, dopo seicento anni di permanenza nel monastero di santa Chiara in Piaggia. Diventando così, un polo francescano originale, di tutto rispetto, dove al servizio pastorale della piccola fraternità dei frati si unisce il quotidiano servizio orante delle Sorelle Povere di Santa Chiara, di cui la comunità di Trevi è orgogliosa e onorata.
Il ringraziamento va a padre Giulio Mancini, insigne studioso, 93 anni ben portanti, il quale ha voluto con tenacia e straordinaria competenza che si concretizzasse il restauro del complesso conventuale e la pubblicazione del volume.
Alla fine del secolo scorso c’erano richieste del seme di Sedano di Trevi dall’Italia e dall’estero, come da lettere conservate tuttora nel nostro archivio comunale. Testimonianze orali ci hanno confermato che nei primi del ‘900, grandi quantità di Sedano Nero venivano commerciate nei Mercati di Ottobre.
Una serie di sei magnifiche foto di Rinaldo Laurentini1, documenta le fasi della coltura nel piano a ridosso di Trevi.
Secondo il ricordo di Giuseppe Bartolomei – ritratto in primo piano nella prima foto in alto a sinistra – tale documentazione fu effettuata per ordine del prof. Finati o Fenati (nell’ultima foto a destra) della cattedra di Agraria di Perugia,2convocato a Trevi per sconfiggere la ruggine che in quell’anno aveva attaccato i sedani, ma recenti ricerche non hanno confermato l’esistenza di tale docente.
Negli anni Trenta la particolare attenzione delle Autorità per l’agricoltura portò ad incentivare anche la coltura del Sedano Nero, con l’istituzione di una mostra concorso e assegnazione dei diplomi di merito.
Rinaldo Laurentini (1870-1932), rilevò l’attività e lo studio fotografico Mariani in Foligno. Il suo archivio, seppur decimato dagli eventi bellici, fu acquisito in più riprese dal Comune di Foligno. Costituisce una eccezionale fonte documentaria di alta qualità su Foligno e i dintorni. Purtroppo sono rimaste soltanto 9 foto del territorio di Trevi. Le lastre (cm 13×18) delle sei foto di questa pagina (più una delle Fonti del Clitunno) sono in nostro possesso.Copie d’epoca su carta sono in casa Bartolomei.
Sono state pubblicate recentemente da
S. Catena, Le campagne, Immagini dell’Umbria tra ‘800 e ‘900, Guerra, Perugia, 1993
e
Regione dell’Umbria,Umbria: gente, lavoro e tradizioni delle sue campagne, 1998 e successivamente in decine di altre pubblicazioni, volantini e manifesti. 2) Si può invece identificare con il dott Pietro Finato, responsabile dell‘Ufficio Agrario di Corrispondenza in Trevi, dipendente dalla Cattedra ambulante di Agriclura di Spoleto, retta dal prof. Francesco Francolini, che dall’sperienza di Trevi pubblicò poi “La bacteriosi del Sedano“. v
Il SEDANO NERO DI TREVI è una varietà di sedano che si coltiva esclusivamente a Trevi.
Ha caratteristiche particolari che lo rendono molto apprezzato dai buongustai, ma essendo prodotto soltanto in una zona limitatissima e necessitando di una coltivazione molto laboriosa ha un costo elevato e di conseguenza un mercato assai ristretto.
Per salvaguardare l’integrità e la sopravvivenza di questa coltivazione tipica, la terza domenica di ottobre si celebra, ormai da trent’anni, la MOSTRA MERCATO DEL SEDANO NERO DI TREVI.
Poiché da tempo immemorabile in autunno si iniziava la macellazione dei maiali con produzione di apprezzatissimi insaccati, la mostra mercato del Sedano è stata abbinata alla Sagra della Salsiccia.
Pertanto oltre al sedano crudo “in pinzimonio”, si possono gustare delle saporitissime salsicce di maiale cotte estemporaneamente sulla brace.
Le pazienti e secolari cure degli agricoltori locali hanno portato alla creazione di una particolare cultivar di sedano: il sedano nero di Trevi, così detto perché se lasciato crescere senza lavorazioni speciali è molto scuro e legnoso e quindi deve venire interrato per ottenerne l’imbianchimento. Il prodotto finale è un sedano dalle coste bianche, prive dei fastidiosi “fili”, molto lunghe prima del “nodo” da cui si ramificano le foglie e con un “cuore” molto polposo e tenero. Il sapore è molto pronunciato.
La coltura del sedano nero è scandita da rigorose operazioni tradizionali che seguono un vero e proprio rituale
La semina avviene con luna calante, nella quindicina della Pasqua, possibilmente il venerdì santo. É tradizione antichissima infatti che gli ortaggi seminati in tal giorno crescano più rapidamente e resistano più a lungo prima di fiorire e produrre semi diventando quindi legnosi e non più eduli.
La profonda fede, trasposta anche inconsapevolmente nel vissuto quotidiano, porta a perpetuare nella morte del seme che genera nuova vita il miracolo della morte e resurrezione del Redentore. La semina avviene in vivaio e al terzo mese le piantine vengono messe a dimora, concimate e innaffiate giornalmente. Ai primi di ottobre esse sono giunte a maturazione, ma hanno le coste verde scuro (“nero”) e allora vengono legate e interrate, lasciando allo scoperto soltanto il ciuffo di foglie. Dopo 15-20 giorni i sedani sono pronti per essere raccolti, lavati, stivati in “gabbie” ed esposti alla Sagra sulla piazza di Trevi. Il sedano nero ha una produzione limitatissima poiché viene coltivato nella stretta striscia di terra tra Borgo e il fiume Clitunno, terra argillosa, umida e fertilissima, adatta alle colture che sfruttano molto il terreno, come la canapa che vi si coltivava proficuamente da quando lavori di bonifica ne avevano permesso una irrigazione controllata razionalmente. Dalla coltura della canapa conserva il toponimo “Canapine” anche se ormai vi si coltivano esclusivamente ortaggi. Gli intenditori asseriscono che i sedani coltivati fuori da questa ristrettissima zona non hanno le caratteristiche del “sedano nero di Trevi”. Forse c’è un fondo di verità (ancora tutto da dimostrare!) nelle straordinarie proprietà che gli antichi romani attribuivano alle acque del Clitunno. Autori classici asserivano infatti che i buoi allevati sulle sue sponde – da ciò forse deriva il toponimo Bovara– erano resi candidi dalle sue acque e perciò adatti per i sacrifici.1
Data la particolarità della lavorazione, il “sedano nero di Trevi” ha necessariamente un prezzo più elevato delle altre varietà e ciò contribuisce a restringerne ancora il mercato. La quasi totalità della produzione viene esitata il giorno della SAGRA e consumata nelle taverne e nei ristoranti locali nel mese di ottobre.
Esistono decine di RICETTE per questa specialità gastronomica, che si può gustare sia molto elaborata, alla parmigiana, sia molto semplicemente a crudo “in pinzimonio” con il pregiatissimo OLIO di Trevi.
Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina del testo a stampa “Estratto”. Tra parentesi quadre in grassetto[ ] il numero della “carta” del manoscritto originale, così come figura nel testo a stampa. Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina dove erano iniziate. Il richiamo * e le relative note in grigio sono stati apposti con la presente trascrizione
<3>
ANNALI
di Ser Francesco Mugnoni da Trevi
dall’anno 1416 al 1503
PREFAZIONE, TRASCRIZIONE E NOTE
DI
D. PIETRO PIRRI
PERUGIA
UNIONE TIPOGRAFICA COOPERATIVA
<4>
Estratto dall’Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria.
Vol. V (1921), Fasc. I e II.
<5>
SER FRANCESCO MUGNONI DA TREVI
E I SUOI ANNALI
Sommario. — 1. Notizie biografiche: Missioni ed uffici amministrativi sostenuti. — 2. I figli: Nicolò continuatore della Cronaca. — 3. Studi e cultura di Ser Francesco. — 4. Sua pietà. Credulità all’astrologia. — 5. Sincerità dei suoi giudizi politici. — 6. Censure a Sisto IV e Innocenzo VIII. Accuse e invettive contro i Borja. — 7. I sentimenti politici del Mugnoni e l’avversione ai Borja nell’Umbria. — 8. Descrizione del Codice Capponiano 178. — 9. Alcune osservazioni: parte della cronaca dovuta a Nicolò Mugnoni. — 10. Esame interno del codice: natura, sviluppo, importanza della Cronaca. — 11. Vicenda del Codice. Successivi possessori: Francesco Lombardi, un «pizzicarolo», Giuseppe Celli, Durastante Natalucci, Marchese Alessandro G. Capponi, la Biblioteca Vaticana. — 12. Attribuzione della Cronaca all’abate Francesco Mugnoni da Trevi Olivetano. Se ne dimostra l’infondatezza. Notizie sull’abate Mugnoni o Magnoni. — 13. Criteri seguiti nella presente stampa.
1.— Francesco Mugnoni ci da nei suoi Annali, che ora per la prima volta vengono dati alla luce, abbondanti notizie della propria vita, della propria famiglia e della propria carriera.
Nacque a Trevi nel marzo del 1426 o meno probabilmente del 1427. Egli ricollega questa data, colla data dell’eccidio dei gentiluomini trevani. Suoi genitori furono Pierangelo e Santa,
<6> il primo morto nel 1481, l’altra nel 1484. Gli antenati discendevano dalla villa di San Martino prossima a Trevi, già sede della primitiva pieve. In questa villa i Mugnoni possedevano dei beni, ed una casa che fu venduta dal padre del cronista; essi anche nel Quattrocento continuavano a dipendere dalla parrocchia di San Martino. Ser Francesco, certamente in forza di queste dolci tradizioni di famiglia, era molto attaccato alla sua cura; tanto da recarvisi ogni mattina all’alba, com’egli racconta, per ascoltarvi la messa, dopo che la vetusta chiesa diruta risorse per opera dei frati francescani, e per trattenersi in colloqui spirituali con quei religiosi.
Francesco ebbe alcuni fratelli di cui fe menzione più volte. Uno d’essi morto in fascie lo aveva preceduto. I due fratelli, don Giovanni e Bartolomeo, aventi con lui diritto in parti eguali all’eredità paterna, ebbero con ser Francesco per interessi di famiglia un’aspra questione, che giunse a tal punto di violenza da causare una clamorosa ripercussione nella popolazione di Trevi, la quale divisa in due partiti, l’una a sostegno di Giovanni e Bartolomeo, l’altra di ser Francesco, per poco non si abbandonò ad una vera e propria sommossa, scongiurata dall’autorità di Natinbene Valenti protettore del cronista e per l’intervento delle autorità governative. Ma quelle liti lasciarono tra fratelli una ruggine mai più scomparsa. Al contrario, una sorella a nome Pieronia, andata sposa a Marco di ser Donato di San Giovanni nel 1465, conservò ottimi rapporti con ser Francesco. Pierangelo nel testamento ricorda una seconda figliuola a nome Graziosa, alla quale costituiva la dote di 10 fiorini, o il diritto al sostentamento in casa se fosse rimasta zitella.
Francesco Mugnoni si unì in matrimonio il 9 gennaio 1463 con Pulifica di Antonello di Benedetto da Cerreto, domiciliato a Spoleto: buon partito, sotto ogni riguardo. Pulifica portò in dote 100 fiorini, ed un corredo di rare virtù a cui il marito tributa l’omaggio delle più ampie lodi: «una donna, — la dice — et dolce, et fedele compagna». La condusse a Trevi un anno dopo il fidanzamento. Ella morì il 12 febbraio 1500.
Non sappiamo qual corso di studi il cronista abbia fatto ma probabilmente la sua cultura si formò nello stesso paese nativo
<7> sotto la guida di qualche erudito sacerdote. Ben presto si dedicò all’esercizio di uffici giudiziari, incominciando dall’umile impiego di «cavaliero» del podestà, esercitato a Terni in età di 24 anni, e nel 1453 a Norcia. Aveva 28 anni allorché conseguì diploma di notaro a Visso, assai probabilmente dai Boncompagni conti palatini, autorizzati a conferire titoli notarili per privilegio di papa Bonifacio IX. L’anno stesso fece un viaggio in Toscana e visitò Siena e Firenze.
Il titolo testè conseguito gli apriva la strada ad uffici più elevati. Infatti esso fu il principio d’una brillante carriera. Ser Francesco nel 1455 era giudice dei malefizi ad Ascoli col podestà Albertino Alberti da Foligno; nel primo semestre del 1458 giudice del capitano in Volterra, e nel secondo in Pistoia: il secondo semestre 1464 era giudice dei malefizi in Ancona, ufficio esercitato anche a Nocera per un intero anno, che però non ci è dato determinare.
Nella città dì Nocera egli tenne lunga dimora, in due distinti periodi, in qualità di cancelliere comunale. Il primo periodo, che va probabilmente dal 1464 al 1474, ebbe la durata continua di nove anni e mezzo. Ivi nacquero il secondo e il terzo dei suoi figlioli nel 1467 e nel 1469. Il 27 febbraio 1469 si portò da Trevi a Fabriano per collaterale del podestà; e in agosto riprese quindi l’ufficio di cancelliere in Nocera, ufficio da lui poscia conservato ininterrottamente fino alla fine dell’anno 1473 o ai primi del 1474. Per incarico di quelle comunità egli, di nuovo, nel 1471 “recavasi a Siena a «fare consigliare» qualche insigne dottore di quel celebre studio sopra una causa vertente tra la comunità stessa e il cardinal Calandrino, per diritti vantati da questo, come commendatario di Sassovivo, sul monastero di Landolina.
Tornato poscia a Trevi prese parte ai pubblici affari della comunità, in cui la sua persona spicca tra i cittadini più attivi e distinti. Fu uno dei nove deputati eletti per negoziare, al tempo del memorabile sacco di Spoleto, il riacquisto del Castello di San Giovanni, perduto dalla comunità trevana sotto il pontificato di Martino V. Tale incarico gli porse l’occasione di compiere importanti missioni presso il cardinal della Rovere, col quale
<8> ebbe abboccamenti in Todi, in Bevagna e in Città di Castello; presso Giulio Cesare Varano, e presso Andrea Pili vescovo di Recanati, in quel tempo castellano di Spoleto; tre personaggi che in diversa misura, rappresentavano allora le più alte e autorevoli personalità del mondo politico dello stato ecclesiastico. I negoziati, quanto importanti pel prestigio della comunità di Trevi, altrettanto difficili per l’abilità dei personaggi con cui s’aveva a trattare, furono finalmente condotti a porto, «con* honore et utile». certo non senza merito del Mugnoni, Egli fu poi deputato insieme con altri sindaci a prendere il possesso del ricuperato castello.
Una lacuna, che si verifica nella cronaca del Mugnoni pel periodo dall’agosto 1474 all’ottobre 1477, non ci permette di dar notizia degli uffici tenuti da lui in detti anni. Nell’aprile 1478 si trova a Fabriano come giudice del podestà Cipriano Antonini da Foligno; ma poco vi si trattenne, perché, scoppiata la peste a Trevi, dovette accorrere a mettere in salvo la famiglia. Per alcuni mesi visse insieme coi suoi in una capanna solitaria presso i paduli del piano. Si rifugiò quindi a Castelnuovo (S. Giovanni)**, dove la moglie e i figliuoli caddero ammalati di febbri malariche, i cui germi erano stati loro inoculati presso le putride acque stagnanti, che, non ostante opere di risanamento promosse dai pontefici, rendevano ancora malsana gran parte della Valle Spoletina. Tornato ad abitare a Trevi, divise il suo tempo fra le occupazioni dell’amministrazione pubblica e l’esercizio della professione notarile. Adempì nel 1479 un’ambasciata a Roma, per ottenere la conferma d’una riformanza, da lui stesso caldeggiata in consiglio, circa lo stipendio per gli ufficiali del podestà: ed ebbe poi la soddisfazione di poter scrivere: «fo octenuta per me dicta gratia».
Nel 1480 esercitò l’ufficio di podestà di Matelica: accattivandosi la stima e la simpatia di quel signore, Antonio Ottoni, il quale, così leggiamo nella cronaca, suoleva dirgli: «Se tu non pegiori, voglio che quisto offitio sia tuo per molti anni». Perciò la morte dell’Ottoni avvenuta il 16 novembre di quell’anno, produsse un profondo rammarico nell’animo di ser Francesco; il quale lasciando tale podesteria verso il maggio 1481
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* Nel testo: cou
** Potrebbe anche essere Cannaiola, vedi in seguito
<9> ritornò a Trevi, bramoso di ottenere la nomina di cancelliere della patria comunità, che infatti gli fu concessa da papa Sisto IV.
Un’allusione ch’egli fa dell’ufficio di cancelliere di Trevi da lui sostenuto «la prima volta» al tempo della guerra tra Foligno e Spoleto cioè nell’ottobre 1481, ci permette di stabilire ch’egli lo assunse subito o poco dopo il suo ritorno da Matelica. In seguito fu cancelliere ser Francesco di Giovanni di Bevagna con cui il Mugnoni nel luglio 1482 ebbe una lite, vantando egli il diritto di succedergli in forza di un breve di Sisto IV. Infatti ottenne ragione. Sorsero in questo frattempo le clamorose accennate questioni coi fratelli don Giovanni e Bartolomeo, le quali misero sossopra tutta la popolazione di Trevi, e costrinsero il locotenente del Legato, Battista de’ Lunari, ad intervenire obbligando le parti a stipulare un solenne patto di concordia. Ser Francesco Mugnoni, a prova del suo spirito alieno da rancori, asserisce di aver scritto «como canceliero del Comune» ai Baglioni, al Legato e al locotenente in favore dei suoi competitori. Fra gli amici del cronista si schiera in prima linea il noto e influentissimo dottore Natinbene Valenti; tra i suoi avversari mr. Trincia di mr. Francesco e m. Giovanni di Francesco [Lupi] medico, anch’essi personaggi autorevoli, sui quali si vendica il Mugnoni cancellandone diligentemente i nomi dai suoi Annali, nei punti in cui ne aveva fatta onorevole menzione.
Nel 1483 doveva ancora esser cancelliere, giacché dal Comune veniva mandato come ambasciatore a Foligno ove ebbe un colloquio con Catalinangelo Vitelleschi: ma non lui, sibbene ser Martino di Bevagna, era cancelliere del periodo successivo. Nel 1485 si trovava ancora in tale ufficio il Mugnoni, al quale Innocenzo VIII indirizza un breve di conferma in data 9 aprile 1485, in cui dice: «cum intelligamus te bene et laudabiliter gerere in officio Cancellarie Terre nostre Trevii et speremus quod de bono continuabis in melius, te in eodem Cancellarie officio pro uno anno, incohando immediate post finitum tempus tibi alias concessum … refirmamus»(1). Ma non pare che esercitasse tale ufficio,
(1) Archivio Antico del Comune di Trevi, n. 154.
<10> trovandosi in settembre come Cancelliere a Trevi ser Giuliano di Domenico de Peregrinis da Capranica. Egli il 30 agosto 1486 si recò a Monte S. M. in Gallo ad assumere l’ufficio di cancelliere di quel comune, ma siccome il cancelliere uscente aveva già ottenuta la conferma, dové suo malgrado tornare sui suoi passi, rimanendo a Trevi, ove prese molta parte nella vita pubblica locale. Il suo nome ricorre frequentemente negli atti pubblici della comunità. Per citar qualche dato, accenneremo che il 29 maggio 1487 faceva parte della commissione «pro conficiendo bussolo» come rappresentante del Terziero di Matigge. Il 22 maggio 1488 è sindaco della comunità nella stipulazione del contratto di vendita d’un area di Luca Octaviani e Nicolò Liberati per la tribuna della chiesa delle Lacrime allora in costruzione. Come lo stesso Mugnoni ricorda, egli ebbe anche una parte notevole nella costituzione del Collegio dei Notari Trevani avvenuta nel detto anno 1488. Ne fu affidata a lui la composizione degli statuti: «Io fui… autore principale ad fare et dictare et compore dicti capituli»(1). In occasione dei solenni funerali tributati dalla cittadinanza al benemerito Tommaso Valenti abate di S. Pietro di Bovara, morto nel febbraio 1490, «duj sermonj, — così il cronista — uno per lu cancellario del Comune de Trevi, l’altro per lu predicatore, el primo facto ad casa, et l’ultimo alla porta del locho lacho, fo facto per me Francisco de perangelo, per lu più benevolo amico che avessero questa famiglia in Trevi et per lu più fedele. Volsero io pigliasse questa fatiga».
Il secondo semestre 1490 stette per cancelliere a Cascia, nel1493 per castellano a Castel Ritaldi, nel 1494 di nuovo per cancelliere a Nocera, donde si restituì in patria dopo un assenza di quattro anni e mezzo consecutivi, e vi trascorse l’ultimo tempo della vita, sempre divisa tra negozi pubblici e privati.
Il consiglio comunale di Trevi, in seguito a favorevole parere dello «spectatissimus et circumspectus vir ser Franciscus Perangeli», deliberava il 24 novembre 1496 di mandare un’ambasciata a Roma a trattare sul nuovo onere del sale che si voleva
(1) Riformanze Comunali di Trevi ad annum.
<11> imporre. Il 13 febbraio 1500 il consiglio dei XVIII Buoni Uomini trattando sul dono da offrire al duca Cesare Borja, che il giorno stesso era di passaggio per Trevi reduce dalla memoranda espugnazione di Forlì, accolse all’unanimità una proposta, del dottor Paride Valenti per l’autorevole appoggio del Mugnoni. Il quale pur dei Borja fu implacabile censore: «ab omnibus … voce fuit confirmalum et obtentum, et maxime et presertim per ser Franciscum perangeli». Nella seduta del 10 maggio 1500 «super provisione ,fienda circha petitionem Rev.orum patrum canonicorum regularium Sancte Marie pacis congregationis lateranensis, qui intendunt accipere curam Ecclesie Sancte Marie de Lacrimis: et cum nihil habeant in partibus istis, petunt ipsos subsidiari et alimentari per tempus quatuor annorum vel circa, videlicet pro victu quatuor canonicorum adminus durante fabrica dicte* Ecclesie, et etiam ipsos providere de sito tam dornus quam orti, cortili …», il Mugnoni propose e il consiglio accordò il sussidio di due fiorini.
Nell’assemblea del 4 ottobre detto anno, ser Francesco «modestia et scientia vir preditus et ornatus» prese la parola per l’invio di un dono (empsenium) e di un’ambasciata della Comunità alle nozze d’un figlio di Giovan Paolo Orsini. Verso la fine dello stesso anno era uno dei priori comunali(1).
Nella sua tarda vecchiezza eragli riserbato un profondo dolore: quello di veder tornare sotto il dominio di Spoleto il Castello di San Giovanni, già ricuperato a Trevi con sue grandi sollecitudini. Ciò avvenne il 7 giugno 1502. L’avvenimento improvviso, che ricordava al Mugnoni i giorni più lieti della sua vita, e l’onore della sua patria privata di quell’importante castello, fecero dimenticare i settantasei anni sonati all’animoso vecchio, che «durò tanta fatiga per dare principio a riaverlo, che ce se amalò in tale modo, che ce se pigliò la morte». Egli chiuse così la sua nobile esistenza il 30 luglio 1502.
2. — Francesco Mugnoni lasciò un notevole patrimonio, in parte ereditato dal padre, in parte acquistato col suo assiduo lavoro:
(1) Riformanze Comunali ad annum.
* Nel testo: diete
<12> possedeva casa, campi, prati, oliveti, vitati e bestiame. Da appassionato enologo, egli non trova privo d’interesse per la sua cronaca di annotarvi le piantagione di scelti vitigni che andava facendo, nonché dei pergolati che introdusse a Trevi a sostituire il vecchio sistema in uso.
Ebbe da Pulifica sette figliuoli. Michelangelo nato il 4 dicembre 1464 morì il 3 agosto 1471 quando, dai primi studi e dalla vivacità della sua intelligenza i genitori, pur preoccupanti preoccupati del suo carattere ardente ed impulsivo, formavano sopra di lui le più liete speranze.
Il secondogenito Nicolò nacque a Nocera il 19 maggio 1467. Da giovanetto si dedicò alle armi, e prese parte come soldato all’oppugnazione di Assisi e di Todi mettendo a rischio la vita. Nel 1496 sposò Filomena di Giovan B. Scalzino di Trevi dalla quale ebbe almeno due figliuoli, Angelo nel 1499 e Pompeo nel 1504. Una nota marginale della Cronaca, apposta da mano diversa, avverte che questo matrimonio doveva tornare ad onta della famiglia Mugnoni; ma non ne manifesta il motivo. Nicolò, seguendo le orme paterne, si dedicò agli uffici giudiziari, come cavaliero del podestà a Perugia nel 1499 e a Città di Castello nel 1502, donde fu avvertito della grave infermità che condusse a morte il padre. Non siamo in grado di dire se dopo la morte di ser Francesco, Nicolò, che n’era il braccio destro negli affari domestici, lasciò da parte la carriera per dedicarsi completamente alla famiglia. La sua figura riveste un particolare interesse, per noi dal fatto che egli proseguì la cronaca scritta dal padre: ma purtroppo soltanto dopo sei pagine di notizie riguardanti fatti pubblici e domestici degli anni 1502 e 1503, lasciò sospeso il lavoro.
Gli altri figli di ser Francesco, secondo 1’ordine cronologico della loro nascita, sono Pierandrea, nato a Nocera nel 1469 e morto nel 1471; Felicissimo, nato nel 1473 nella stessa città, a soli otto anni iniziato agli ordini sacri, ma poi dedicatosi, sembra, ad uffici civili; Francescangelo, nato nel 1477, fatto chierico nel 1490. Neppur questi proseguì la carriera ecclesiastica. D’indole iraconda e bizzarra cagionò dispiaceri alla famiglia, ed ebbe a soffrire un anno e mezzo il «mal francese». Nel 1504 si trova
<13> a Perugia in qualità di pedagogo. Infatti fra le notizie aggiunte alla cronaca del Mugnoni, Nicolò narra d’aver posto nome Annibale ad un suo neonato in omaggio a mr. Annibale de la Valentino Valentina gentiluomo perugino, che era «scolaro di Francescangelo» e tenne il bambino a battesimo. Esercitò poi il notariato. Da una cortese comunicazione del ch. conte Tommaso Valenti, risulta che si conservano nell’Archivio Notarile di Trevi sia i rogiti di ser Francesco (in 6 volumi, dal 73 all’80, mancanti il 74 e 28 [sembra più probabile “78”]) che vanno dal 30 dicembre 1477 al 24 giugno 1502; sia i rogiti di Pierfrancesco nei 17 volumi, dall’anno 1526 al 1535.
3. — La carriera percorsa da Francesco Mugnoni, gli importanti uffici amministrativi e politici esercitati sia in patria, che in altre città, sono un argomento della sua solerzia, intelligenza e cultura. Le stesse doti brillano eziandio dalle pagine della cronaca. Egli dimostra un’abbastanza estesa conoscenza dei personaggi più in vista del suo tempo. Il suo modo di prospettare fatti ed episodi, collegandoli alle cause prossime o remote, indicano con che sottile perspicacia e con quanta passione seguisse lo svolgersi degli avvenimenti politici; e i suoi giudizi, se talvolta possono sembrare eccessivamente severi, oggi sono in gran parte suffragati dalla prova dei fatti acquisiti alla storia. Le sue stesse, talvolta stucchevoli, querimonie devono attribuirsi ad una illuminata e larga visione della vera situazione politico-religiosa dello stato ecclesiastico, che andava maturando la catastrofe, dal Mugnoni preveduta e stimmatizzata con un elevato criterio di giustizia, e con un rigido senso morale, purtroppo diventati rari al suo tempo.
Pur non avendo la preparazione necessaria per comprendere il moto umanistico sviluppatosi nel Quattrocento, il Mugnoni si mostra amante della coltura. Certo egli doveva possedere una erudizione letteraria e giuridica molto superiore a quella d’un notaio qualsiasi, o d’un magistrato. Una citazione d’un passo dell’Alighieri, e d’uno squarcio dell’Historia Naluralis di Plinio il Vecchio, indica ch’egli non era digiuno dei classici italiani e latini. Possedeva una raccolta di libri di cui era molto geloso. Allorquando nel 1482 si appiccò il fuoco alla sua abitazione, egli, svegliato di soprassalto dal fumo e dalle fiamme, il primo
<14> pensiero che ebbe, dopo quello di mettere in salvo i figliuoli, fu di strappare dall’incendio «li mia libri». Uno di questi volumi, intitolato «Bructo bono», che Durastante Natalucci, nelle brevi parole di prefazione premesse al codice della Cronaca del Mugnoni, crede esser la redazione definitiva delle «notizie più rinomate accadute nella età sua», di cui il manoscritto presente non sarebbe che un semplice «sborzo o brugliardello», sembra invece essere stata una raccolta di documenti giuridici e varii di utilità pratica. Ser Francesco lo cita a proposito di un consilium di Bartolo da Sassoferrato, ivi trascritto, nel quale v’ha un accenno alla sottomissione di Assisi a Perugia nel 1372. Conosceva inoltre i libri di proprietà di ser Andrea di Lorenzo, dai quali, e segnatamente dalla «Pratica Papiense», dice di aver desunto qualche dato per la sua cronaca.
Ma checché possa dirsi della cultura e degli studi del Mugnoni, tutta la sua vita apparisce dedicata ad affari amministrativi e politici; e gli stessi Annali rivelano non la penna d’un letterato, bensì il senso positivo d’un uomo pratico, noncurante della forma, che spesso è sintatticamente e grammaticalmente assai difettosa. Egli è molto impacciato nell’uso delle particelle relative ed articolate, e degli articoli. Tuttavia colla sua prosa, pur così sciatta e piena di neologisti e di locuzioni dialettali, spesso sincopata, spessissimo elittica, e spessissimo ancora retta dal solo nesso logico, egli riesce felicemente nella rappresentazione breve ed incisiva di fatti e di idee, non senza una particolare efficacia.
4. — Passando dall’indole letteraria del Mugnoni a quella morale, anzitutto fa d’uopo constatare la sua profonda pietà e religione con inclinazione al misticismo (1). Tutta la sua vita privata è improntata a questi elevati sentimenti. La grande importanza ch’egli dà a soggetti religiosi, come all’apparizione, ai
(1) È appunto questo spirito di pietà profondamente sentito dal Mugnoni rivelantesi direi quasi ad ogni pagina della sua Cronaca, che fa di questo scritto un documento, oltre che storico, anche religioso, per cui opportunamente viene stampato a cura della Società per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria.
<15> prodigi della Madonna delle Lacrime e all’erezione di quel tempio monumentale, alla predicazione del B. Bernardino da Feltre, alla figura del p. Egidio di Amelia riformatore dell’ordine francescano, e all’altra, molto più modesta, del f. Antonio da Lodi Olivetano, alla reliquia della S. Lancia, all’origine del convento di San Martino, e a tanti altri, imprimono uno spiccato carattere alla Cronaca, in cui gli argomenti religiosi son quelli su cui il Mugnoni preferisce d’intrattenersi. Un p. Iacopo Fucci di Città di Castello, «povero fraticello» ma «ricco de l’anima», dimorante nel nuovo convento di San Martino, era «multo suo patre spirituale», secondo egli si esprime; e «continuo avia co luj ragionamenti». Aveva la pia consuetudine di ascoltar tutti i giorni la messa presso detta chiesa. Iniziò al chiericato tutti i figliuoli, ad eccezione del primogenito. Dimostra una fiducia ed una venerazione quasi illimitata verso il beato Tommasuccio Unzio, il Jacopone fulginate, nelle cui oscure profezie si sforza di vedere adombrati fatti e personaggi del suo tempo. In conclusione, la fede religiosa del Mugnoni è umile, semplice, sincera come quella del fedele più ossequente ai dettami e alle leggi di Santa Chiesa. La sua anzi è una fede direi del tutto popolana, non scevra di superstizioni astrologiche. Superstizioni, del resto, fin troppo naturali in un uomo che viveva nel Quattrocento, quando l’astrologia si gabellava per scienza, e non contava soltanto adoratori volgari. Solo qualche mente superiore si seppe mantenere esente da tale pregiudizio, che aveva il suo posto onorato anche nelle Università, nei più nobili palagi e persino nelle corti, non esclusa la stessa corte papale. Come ci dovremmo adunque meravigliare, se il cronista mostra di dar tanto peso alle influenze planetarie, se ricerca nei rapporti dei pianeti collo zodiaco la causa dei perturbamenti atmosferici, e perfino delle molteplici sciagure politiche e sociali che afflissero i suoi tempi, se egli si dà tanto premura di fissare la fase planetaria in cui si verificano certi avvenimenti, come la nascita dei figliuoli, e se di questi fa trarre oroscopi da astrologi di fama?
5. — Ma questa perfetta soggezione religiosa, non impedisce al Mugnoni di giudicare colla più completa libertà la politica papale del tempo. Egli, come molti suoi contemporanei,
<16> scontento del modo in cui vede volgere gli affari dello stato, ed anelante, in forma vaga, indistinta, a riforme civili e religiose, fa risalire ai pontefici che governarono la Chiesa negli ultimi decenni del secolo, la causa e la responsabilità dei molti disordini ch’egli deplora. Le critiche in cui essi son presi di mira hanno sovente il tono di così severa ed aspra rampogna, da darci l’illusione che emanino da uno spirito sistematicamente avverso alle autorità temporali della Chiesa, se non proprio alla Chiesa stessa.
Al contrario egli è un suddito devoto ed ossequente dello stato ecclesiastico. Le opposte fazioni, che laceravano sanguinosamente le ridenti città dell’Umbria, da Perugia a Spello, da Assisi a Todi, non sono per lui che il prodotto di torbide ambizioni individuali, che egli deplora tutte indistintamente. E se talvolta leva la voce in difesa di qualcuna delle parti, ciò avviene soltanto per un senso di umanità, come protesta alle spietate vendette delle fazioni vincitrici, le quali suolevano affermare con simili eccessi il loro sopravvento.
Del resto egli attende provvedimenti moderatori, un regime forte e ordinato solo dal governo centrale, contro le cui manchevolezze lancia, deluso e rammaricato, le sue freccie infuocate. Il tono violento delle critiche e delle rampogne, sono quindi in diretta corrispondenza colla sua sincera devozione all’autorità religiosa e civile del papato, partono da un animo pervaso di fede e di idealismo che non sa assuefarsi allo spettacolo del malgoverno crescente, e sopra tutto degli enormi disordini morali, che vedeva propagarsi in modo sempre più impressionante nel ceto dei nobili, fino a macchiare, man mano che si procede verso la fine del Quattrocento, anche il soglio pontificio.
6. — Non mancano nella Cronaca delle severe censure fatte ad alcuni atti di Sisto IV, a cui riprova la condotta verso il re di Napoli a danno di Aquila, la debolezza con Boccolino Guzzoni, e ancor più l’eccessiva potenza di Girolamo Riario, ch’egli chiama «patrone de papa Sisto»; ma sono censure di natura politica. Non v’ha accenno alle accuse d’indole morale raccolte dalla malevolenza dell’Infessura. Queste invece appariscono, e assumono un tono di profonda riprovazione, quando si giunge al pontificato di Innocenzo VIII. A lui il Mugnoni
<17> non solo fa risalire la responsabilità delle funeste scissioni, che dilaniavano le diverse città del Patrimonio, ma ancora la corruzione e l’avidità di lucro, la venalità che incominciava a manifestarsi nella curia papale, non meno che la condotta non irreprensibile dello stesso pontefice, e la facilità dei costumi degli uomini di corte, notando, scandalizzato, come in passato «non soliva esser cusì».
Tali recriminazioni hanno un progressivo crescendo man mano che si va verso il pontificato di Alessandro VI; e giungono sotto questo pontefice, ad un estremo grado d’implacabile violenza.
La contrarietà del Mugnoni per papa Borja non parte da un giudizio preconcetto, giacché non si nota nei primi anni di questo pontificato, ma incomincia a manifestarsi nello stesso tempo in cui esasperate dicerie, già diffuse largamente, si vedono raccolte presso altre fonti contemporanee. Al tempo del passaggio per l’Umbria di Lucrezia Borja, novella sposa di Giovanni Sforza, il cronista informa, con amaro sarcasmo, dell’equivoca fama di Giulia Farnese.
E ben naturale che una persona così proclive a considerare la vita pubblica e privata dei suoi contemporanei dal punto di vista della morale cristiana, uno spirito così invaso di orrori e di speranze apocalittiche, dovesse schiettamente considerare, come fanno il Savonarola e molti altri influenzati dalle medesime aspirazioni, quasi una missione divina la calata di Carlo VIII, ch’egli appella il «iudicio de dio», il messo miracoloso per «renovare Italia»; e in cui vede, nella sua fede semplice e popolana, avverate le oscure predizioni del profeta caro alle plebi umbre.
Queste speranze riposte nell’intervento straniero, sempre fatale all’Italia, non tardano a mostrarsi fallaci. Ma la delusione lascia nell’animo del Mugnoni una più grande amarezza, un più accentuato ed aspro risentimento, che si manifesta in sfoghi, in invettive, in lamenti, in disperate diatribe contro il papa, sì da rendersi querulo, e perfino stucchevole. Si arriva al punto che egli non registra un avvenimento senza farlo seguire, come eco monotona e uniforme, da esclamazioni rettoriche contro il papa,
<18> tutto intento — egli dice — a «carpire denari», a contentare le insaziabili brame della «sua femena», solo preoccupato «alli figlioli et all’usura», «pieno de simonie et de seditioni», affatto noncurante del malo andamento delle città e dello stato, anzi causa prima d’ogni scandalo e d’ogni danno ond’erano afflitti i suoi sudditi.
Le accuse più atroci e più scandalose, che fecero il giro di tutti i circoli malevoli ai Borja, sono raccolte ad una ad una senza minimamente sospettare che esse potevano anche essere propalate ad arte. Quanto c’è di vero e quanto di esagerato in questo pessimismo, che coinvolge coi Borja tutti i loro governanti ed ufficiali, lo lasciamo giudicare alla storia imparziale; la quale, se non tutte le ombre ha diradate ancora, ha già portate alla luce del sole molte verità finora ignorate sulla condotta sia pubblica che privata di questa famiglia, delle cui vere o esagerate turpitudini, si è pasciuta con acre voluttà la curiosità di cinque secoli.
8 7. — Ma vogliamo far subito due rilievi, che valgono a mettere nella loro giusta luce gli apprezzamenti del Mugnoni intorno ai Borja. Il primo si è che quei tratti della cronaca in cui sono raccontati i particolari più piccanti o contenute le invettive più furibonde, si trovano annullate nel manoscritto autografo con cancellature, che a nostro giudizio appartengono all’autore stesso. Il secondo consiste nella parte che ebbe ser Francesco nella ricordata deliberazione del 13 febbraio 1500, circa il Valentino, presa ad unanimità, come nota il cancelliere comunale, maxime et presertim in seguito al suo caloroso consentimento.
Nonostante le anzidette cancellature, noi abbiamo voluto conservare integralmente il testo della cronaca come uscì di primo impulso dalla penna dell’annalista, ancorché alcuni di quei tratti non abbiano, presi singolarmente, un valore storico particolare. Li abbiamo conservati, perché al documento non venisse in alcun modo menomato il singolare valore che ha come specchio fedele e sincero di come si giudicava della politica papale e della condotta privata dei Borja nel centro dell’Umbria, da persone non viziate dall’amoralismo ond’era corroso il ceto più elevato della società.
<19> Perché proprio nell’Umbria si abbia, poi, a notare così radicata avversione ai Borja, avversione che si manifesta, nelle continue convulsioni in cui si dibatterono sia i grandi che i piccoli centri di quella regione per tutto il pontificato di Alessandro VI, e in documenti dell’eloquenza delle cronache del Mugnoni e del Matarazzo, è un punto che meriterebbe un’indagine profonda. Noi ci limitiamo ad accennare che, secondo il nostro avviso, essa in gran parte si debba alle grandissime aderenze che vi avevano i Baglioni, i Colonna, i Savelli, e specialmente gli Orsini, i quali incoraggiati dai principi e dalle potenze nemiche ai Borja, si avvalevano delle intestine rivalità come di mezzi per compiere quell’abile campagna di Sobillazione, riuscita così a seconda dei loro disegni.
8. — Veniamo ora a parlare del codice della Cronaca del Mugnoni sul quale è stata condotta la trascrizione che noi presentiamo agli studiosi. Dopo una breve descrizione, accenneremo all’indole, all’importanza e alle vicende del documento, e quindi ai criteri che abbiamo seguiti nel presente lavoro.
Il, codice è il Capponiano 178 della Biblioteca Vaticana, descritto nell’indice de I Codici Capponiani (Roma, Tipografia Vatic., 1897) del sig. Giuseppe Salvo Cozzo, nei seguenti termini:
«[Codice] 178 Cartaceo, della prima metà del secolo XVI, m. 0.200 X 0.153, di car. 169, con numerazione originale, ricalcata qualche volta o ripetuta da numerazione moderna a matita. In principio tre carte non numerate, oltre una carta di guardia in pergamena.
«Annali ,nanoscritti di ser Francesco Mugnoni da Trevi rapportanti molle cose memorabili di Trevi, dell’Umbria e dell’Italia da l’Anno di N. S. 1416 sin al 1503, con la dichiaratione e notitia della famiglia del predetto Autore e della di lui Vita et Indice delle cose che in essi Annali si contengono di Durastanle Nalalucci da Trevi, de l’anno 1720».
«Com.: «In nomine Domini Amen Per quanto ho lecto de po’ papa Alexandro quinto è seguito papa Johanni XXII) (car. 3v)». Fin.: «Né papa pio terzo, né nessuno altro» (car. 151v).
«Il codice è autografo, di non facile lettura e con molte correzioni marginali e interlineari, oltre qualche postilla di mano diversa. La numerazione è irregolare, comincia dalla carta 2; dalla carta 21 salta alla c. 25, ma senza lacuna nel testo, e le cc. 26, 153 e 155 sono doppiamente numerate per 36-37, 153-54, e 155-156.
«Le tre carte non numerate sono di mano del Natalucci e contengono il titolo, qui sopra riportato, e una breve avvertenza: «A chi legge», che
<20> com.: «La famiglia Mugnoni di Trevi, oggi estinta» Il codice ha due altri titoli: uno brevissimo, sulla carta di guardia in pergamena; l’altro più moderno e cancellato, sulla carta 2. Le notizie sono numerate progressivamente sul margine sinistro e sommano a 403. A car. 152v è una breve nota familiare, estranea agli Annali, che com.: «Memoria corno a me Nicolò delli mongioni», e che porta nondimeno il numero d’ordine 404. Le car. 153-156 contengono il principio di un Indice alfabetico, che arriva fino alla voce «Nocera 142» e le car. 158-168 l’Indice completo col seguente titolo, che si legge sul rovescio della carta 157: «Indice delle cose memorabili (!) contenute nelli presenti Annali, fatto da me Durastante Natalucci da Trevi del Anno 1720».
«A tergo della prima carta non numerata sono le iniziali del Marchese Capponi, con la data dell’acquisto Agosto 1730».
9. A questa esauriente descrizione del codice è necessario fare alcune brevi aggiunte e rettifiche.
Al titolo trascritto dal Salvo Cozzo, fa seguito un appunto, interpolato di molte correzioni, nel quale ci sembrano degne di rilievo le seguenti parole: «Una copia … quale estratta litteralmente dal sud.° Duras.te si trova nella Libreria dell’Ill.mo signor Marchese Capponi di Roma». Una lettera del Natalucci, che riportiamo appresso, ci dice a quale copia l’accenno anzidetto si riferisce.
Il breve titolo esistente sulla carta di risguardo: «Annali di ser Francesco Mugnoni da Trevi dal anno 1416 al 1503», essendo di mano dei primi decenni del Cinquecento, ci è parso opportuno di conservarlo in fronte alla Cronaca sebbene non del tutto esatto, poiché, come si è detto le notizie autografe di ser Francesco non vanno oltre il 18 luglio (?) luglio1502, e la continuazione è opera del figlio suo Nicolò.
L’attribuzione del codice Capponiano 178 alla prima metà del secolo XVI, è certamente inesatta. Forse è impossibile precisare matematicamente la data in cui il codice stesso fu incominciato a redigere: ma non può essere posteriore che di qualche anno alla metà del secolo XV. È molto probabile che le notizie retrospettive comprese nelle carte 1- 6 siano state compilate e trascritte tutte in un tempo. Ma dall’anno 1463, cioè dalla c. 7 a 149r, le note vengono aggiunte dalla medesima mano, successivamente, secondo l’ordine in cui i fatti si svolgono; poi continuate da mano diversa dalla c. 149r a 152v. Scrittore della prima
<21> parte non v’ha dubbio essere stato ser Francesco Mugnoni, e della seconda Nicolò.
Oltre ai titoli e all’avvertenza «A chi legge», contenuti nelle prime 3 carte non numerate, sono pure di mano dell’erudito trovano Durastante Natalucci i due Indici analitici (cc. 154r – 168v), nonché i numeri progressivi marginali con l’enunciazione degli oggetti relativi, che sono in corrispondenza con gl’Indici stessi. Ma questa parte della diligente elaborazione del Natalucci, utile per chi deve compulsare il manoscritto, ha un’importanza relativa per lo scopo nostro: e perciò l’abbiamo trascurata.
Circa la enumerazione delle carte è da osservare, che la lacuna da c. 21v a 25r forse dipende dalla perdita di un quaderno, giacché la narrazione dall’anno 1474 passa immediatamente al 1477; che la carta 36 è certamente mancante, poiché il codice in questo punto ha una lacuna. Infatti l’ultima riga della c. 355v c. 35v, finisce a metà della colonna col senso compiuto «dio l’anima sua l’abia racolta in nelle anime del burgatorio Amen»: mentre la seguente 37r incomincia «… cardinali sia morto, et anco se dice che Cesarj de mesere Gamenone è morto …». Un altro errore di numerazione, ma che non turba l’ordine cronologico e logico dei fatti, si osserva da e. 93v a 95r.
Alla sigla «A G C Agosto 1730» che esiste a tergo della prima carta non numerata, sovrasta una timbratura colla scritta ROMÆ EX BIBLIOTECA. AG. CAPPONI.
Il rilievo più importante sfuggito nella descrizione del codice Capponiano del Salvo Cozzo è quello che riguarda la parte del codice dovuto alla penna di Niccolò Mugnoni, compresa nelle cc. 149r – 152v. Egli infatti si limita che a dire che la breve nota familiare che si legge a c.152 è estranea agli Annali. Ma non ha osservato che la nota stessa, appartenente all’aprile 1504, è della stessa calligrafia che le altre notizie posteriori al luglio 1502, che tutte sono dovute alla mano di Niccolò.
Le ultime note vergate da ser Francesco fino al 18 (?) luglio, si direbbero buttate giù in gran fretta come semplici appunti, da arricchire e svolgere ampiamente in un momento più propizio. Infatti egli lasciò tra l’una e l’altra dei larghi spazi rimasti in bianco in seguito alla morte dell’autore.
<22> Il saggio lasciato da Niccolò Mugnoni è troppo breve per poter dare un giudizio adeguato sul valore, sulla cultura, e sulle attitudini di storiografo dell’autore. Ma tuttavia è sufficiente per dimostrare che egli dopo qualche anno di esercizio si sarebbe trovato all’altezza dell’assunto intrapreso, da cui purtroppo desisté ben presto.
10. – L’esame interno del manoscritto del Mugnoni ci porta ancora a stabilire altri dati.
Anzitutto si osserva che la prima parte del diario è una pura e semplice compilazione di notizie retrospettive, attinte a fonte diversa, e di non ugual valore. Le notizie storiche sono sempre storiche sono assai brevi, e troppo spesso anche inesatte. Ciò che v’ha di più notevole sono i ricordi di famiglia, cioè note natalizie, obituarie e matrimoniali, appunti di contratti, di testamenti e di affari privati. Dall’abbondanza di queste ultime parrebbe, che il primo proposito del compilatore fosse di comporre una raccolta di memorie domestiche.
Dall’anno 1467 in poi i fatti politici richiamano di preferenza l’interesse del cronista, che incomincia a registrarli man mano che si svolgono. Se avviene che, per motivo di ufficio, ser Francesco trovisi lontano da Trevi, al ritorno egli si dà cura di ricapitolare gli avvenimenti più importanti verificatisi nel tempo della sua assenza; ma talvolta, come dal settembre 1470 al maggio 1471, si debbono deplorare notevoli lacune. I ricordi d’indole domestica non sono trascurati, ma essi si perdono nella assai maggior quantità delle notizie civili e religiose d’interesse generale, che diventano di anno in anno più numerose, più ricche e più sviluppate. Si direbbe che il proposito di comporre un vero e proprio diario politico si sia delineato con precisione nella mente del Mugnoni l’anno 1474, quando la memoranda spedizione del cardinal Della Rovere nell’Umbria, gli offrì l’occasione, come ambasciatore e rappresentante della sua comunità, di prender parte ad avvenimenti di una certa importanza storica e di trovarsi in contatto coi personaggi più in vista del tempo. D’allora in poi la vita politica regionale, e anche italiana, è seguita via via dal cronista con molta diligenza e con crescente cognizione di causa.
<23> Della spedizione del Della Rovere dopo averne scritto un breve cenno, egli imprende a redigerne una nuova minuziosisima relazione, alla quale premette un’introduzione del tenore seguente (c. 16v)
«Jhesus. AI nome de dio et de santa Maria sua matre, de li gloriosi apostoli meser sancto Pietro et san Paulo, et de lu glorioso martire et confèssore meser santo Miliano protettore de quisto populo de Trevj, et de santo Iohanni battista, et de tutti li altri santi, Amen.
«Memoria ad quilli verranno de po’ nui …».
Nel 1474 il Mugnoni contava già 48 anni. La carriera percorsa, e gli affari trattati gli avevano già procurata la conoscenza di persone, di luoghi e di fatti di notevole importanza. Si trovava in grado di poter raccontare fatti onorevoli per lo stesso narratore. Queste considerazioni doverono influire a determinare il Mugnoni di allargare la cerchia della sua cronaca di famiglia in una vera e propria cronaca politico-religiosa.
Nel tempo in cui lo, scrittore risiede a Trevi, questa gareggia per ampiezza di notizie con le altre cronache più accurate del tempo. Ma non si dura fatica a indovinare, dai brevi cenni che dedica a fatti talvolta notevoli, le sue prolungate assenze, anche quando non fa di queste una espressa menzione. In questi casi, egli soleva ricapitolare le ultime notizie, o a memoria o con appunti, allorquando faceva ritorno in patria. «Questo ho scripto – così lo stesso Mugnoni nel 1493 – quando jo fornì lu offitio de Castelritaldj». Tali riassunti sono caratterizzati, oltre che dalla brevità, anche dalla non rigorosa osservanza dell’ordine cronologico, e dallo sforzo che fa lo scrittore di precisare la data esatta degli avvenimenti (cosa che ha sempre sommamente a cuore) riavvicinandoli con altri particolari storici, con viaggi, missioni, fatti ecc.
Notevolissimo ci sembra il contributo che apporta questo documento alla storia civile religiosa non solo dell’Umbria ma anche di altre regioni. Alle altre principali fonti storiche sincrone che possiede l’Umbria del Rinascimento, quali le cronache di ser Guerriero da Gubbio (dal 1350 al 1473) e i diari perugini di Antonio di Andrea dei Guarneglie, continuati da Pietro Angelo
<24>di Giovanni fino al febbraio 1494 e poi dal Matarazzo, fa degna compagnia l’opera del Mugnoni (1): la quale arreca nuova luce alle fonti anzidette, poiché è ricca di una grande quantità di notizie inedite, specialmente circa l’Umbria media, che i diaristi anzidetti, i quali scrissero nell’Umbria superiore e si occuparono con preferenza di avvenimenti locali, o non conobbero o non si curarono di registrare.
La Cronaca Perugina Inedita di Pietro Angelo di Giovanni, inoltre dal 1491 in poi è molto succinta; ed anche il Matarazzo si limita negli anni suddetti a semplici spunti, e a notizie incomplete. Il Mugnoni, quindi, per tal periodo, coll’abbondanza e l’importanza delle notizie che offre, riempie una grande lacuna; ed offre alla storia un contributo tanto più prezioso quanto più importante è il momento storico di cui ci occupiamo. Essa, anche meglio delle altre cronache, costituisce una testimonianza, direi, viva e palpitante dei sentimenti con cui viene accolta la politica borjana nell’Umbria.
11.- Resta a dire qualche cosa circa le vicende dello scritto del Mugnoni. Ad essa è toccata una duplice avventura: una riguarda il codice autografo, l’altra l’attribuzione della cronaca stessa.
Quanto all’autografo di ser Francesco Mugnoni, è ben naturale il supporre che per qualche tempo restasse in mano ai di scendenti dell’autore, la cui famiglia nel ‘700 era estinta. L’esistenza
(1) Cronaca di ser Guerriero da Gubbio dall’anno MCCCL all’anno MCCCCLXXIII a cura di Giuseppe Mazzatinti. Città Città di Castello, Lapi, MDCCCCII.
Cronaca inedita Perugina di Pietro Angelo di Giovanni in continuazione di quella di Antonio di Guarneglie, già detta del Graziani (a cura del prof. O. Scalvanti). Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1903. Un vol. di pagg. XV-166; VI-219. Le nostre citazioni colla sigla Cronaca Perugina inedita hanno riferimento al Bollettino della R. Deput. di Storia Patr. dell’Umbria in cui fu stampata.
Cronaca della città di Perugia dal 1492 al 1503, scritta da Francesco Matarazzo, detto Maturanzio, proposta e pubblicata per cura di A. Fabretti, con annotazioni del medesimo e di F. Bonaini e di F. L. Polidori. In Archivio Storico Italiano, XVI, Par. II, 1, 3. Firenze, Vieusseaux, 1851.
<25>del documento, di cui non siamo riusciti a trovar menzione presso gli eruditi dei XVI e del XVII secolo, non sfuggì alle solerti ricerche di Ludovico Iacobilli, il quale cita qualche volta ser Franciscus Mugnonus Trebuleniss nei suoi Annali manoscritti(1). L’uso piuttosto limitato ch’egli fa di una fonte così importante, autorizza però la supposizione che la conoscesse solo parzialmente, e di seconda mano. Ciò dimostra ad ogni modo che la cronaca non rimase sempre sepolta nella polvere, e sconosciuta, come era sui primi del XVIII secolo. Parrebbe che Durastante Natalucci, l’erudito ricercatore di memorie trevane, autore dell’Historia– Universale dello stato temporale ed Ecclesiastico di Trevi(2), ne ignorasse perfino l’esistenza fino al giorno in cui una circostanza assolutamente fortuita non lo mise in possesso di un così prezioso cimelio, mentre questo correva rischio d’andar disperso insieme ad un cumulo di libri e di ciarpami vecchi.
Il Natalucci così racconta il caso nell’avvertenza «A chi legge» preposta al codice Capponiano:
«… il presente Sbozzo o Brugliardello (il codice) … pervenne nelle mie mani mediante il signor Giuseppe Celli da Trevi, il quale lo riconseguì da un pizzicarolo che comprato l’havea con altre carte inutili dalla, signora Francesca Lombardi [più propriamente: Lambardi]; così (è) stato da me fatto rilegare et illustrato nel fine coll’Indice e colla presente Prefatione per maggior lume dei posteri».
Non indica l’anno del rinvenimento: ma non deve essere anteriore al 1720, data che vi si trova due volte segnata di pugno del Natalucci, nel titolo da lui posto in fronte al codice, e nell’Indice analitico.
Dalle mani del Natalucci il manoscritto passò in quelle del Marchese Alessandro Gregorio Capponi, appassionato raccoglitore di rarità bibliografiche, che fu Furier Maggiore dei Palazzi Apostolici sotto Clemente XII e Custode Antiquario e Presidente a
(1) Cfr. per es. ad an. 1484 per la guerra tra Trevi e Foligno.
(2) Il ms. inedito di questo, importante lavoro si conserva presso la
famiglia Natalucci di Trevi, che cortesemente ce ne ha permesso la consultazione [ormai edito dal 1985].
<26> vita del Museo Capitolino. Il Capponi fu in corrispondenza coi più insigni eruditi del suo tempo, come Muratori, Zeno, Fontanini, Marini, ecc., ed ebbe informatori da tutte le regioni d’Italia, che lo coadiuvarono nella ricerca di codici, incunaboli e altri oggetti antichi. Dalla copiosa raccolta di lettere conservata nella Vaticana (Codd. Cappon. 271-283) risulta che i suoi corrispondenti dall’Umbria furono varii. Giacomo Zacchei (1719-30), Domenico Micheli (1736) e Venanzo Monaldini (1723) da Spoleto; Costantino Ranieri (1727), Giovan B. Perotti (1745) e Carlo degli Oddi (1718-44) da Perugia; Francesco Cattani (1725-27) da Città di Castello; Giulio Beni (1724-32) da Gubbio; Giustiniano Pagliarini notaio (1729-39) e Carlo Lalli (1744) da Foligno; Cesare Rossetti (1726) da Terni; Filippo Marabottini (1724-27) da Orvieto; Monaldi (1722), Enrico Enriquez (1730) e Antonio Cantoni (1738) da Camerino. Fra tanti informatori, egli poteva facilmente giungere a conoscenza del prezioso codice posseduto dal Natalucci. Ma inoltre il Capponi era intimo amico dell’illustre trevano Mons. Ludovico Valenti allora Uditore di Rota; e vediamo in una lettera inviatagli dal Zacchei il 4 agosto 1730, che il Capponi viveva in trepidazione a causa d’una grave malattia ond’era stato colpito il Valenti a Trevi. Perciò è probabile che le relazioni tra 1’erudito trevano e il grande bibliofilo romano, furono avviate dallo stesso Mons. Valenti.
Il 9 agosto 1730 Durastante Natalucci consegnava in casa del Capponi una copia della Cronaca di Francesco Mugnoni, della quale pensava di poter curare la stampa. Si tratta, naturalmente, di quella «copia estratta letteralmente dal suddetto Durastante», di cui è cenno nella prima carta del codice. In pari tempo il Natalucci s’era impegnato a consegnare anche l’originale, trattenuto ancora un poco presso di sé al fine di terminare di prendere alcuni appunti che lo interessavano per le sue Memorie trevane. Ma la consegna avvenne dentro lo stesso anno 1730: giacché, come s’è veduto, tale data fu dall’acquirente scritta di proprio pugno, sul codice, insieme alla sua sigla. Il fatto che un documento di tanto pregio (giacché non se ne conosce se non quell’unico esemplare autografo), un documento che doveva acquistare pel Natalucci, trevano e cultore di memorie patrie, un valore
<27>del tutto singolare, viene ceduto al Capponi, non a scopo di lucro, ma come dono, chiedendo per unica ricompensa «l’honore della sua Protetione e Padronanza», ci fa supporre o che il donatore agiva sotto l’influenza di qualche gran personaggio, come il Valenti, o che egli aveva di mira qualche ricompensa meno ideale di quella che manifestava (1).
Tutto ciò risulta dalla seguente lettera (Bibl. Vatic., Codice Capp. 2771, c. 112):
«Ill.mo Sig.r mio S.r Dn Col. mo
»Havendo terminato di copiare la consaputa Cronica ho la med.a portata nella Stimatiss.ma casa di V. S. Ill.ma acciò le se consegni Pregandola a gradire q.ta fatica in contrassegno della vera servitù che gli Professo havendo la med.a copia fedelissimanierate copiata dal vero originale ed emendata e Letta e riletta acciò volendo V. S. Ill.ma si possa ancora publicare, e collationare sempre da notano pubblico. Non gli presento per adesso assieme con la d.a copia anche l’originale perché Bramo ritrascrivere per me alcune cose delle patria più notabili.
«Bramando di consegnarle ancora l’originale e privarmene ancorché sia L’unica memoria antica che ho nella mia casa che specialmente tratti delle cose della Umbria per genio di dimostrarmele sempre più vero servitore desideroso di corrisponderle non altro volendo di ricompenza che l’honore della sua Protetione e Padronanza e di servirla anche in A venire in cose di maggior fatica.
«Nel mentre resto facendole
U.ma riv.
«D. V. S. Ill.ma
«Casa 9 Ag.° 1730
dev.mo dev.o ser. obb.mo
«Durastante Natalucci.
«Soggiungo che la notitia del’Autore con l’indice di Alcune cose più memorabili l’o posta nel primo quinterno».
(1) È appena necessario accennare che, avendo il Marchese Capponi donato i suoi codici alla Biblioteca Vaticana, la sua libreria dopo la sua morte vi fu trasportata in data 7 decembre 1746. Salvo Cozzo, op. Cit., Prefazione.
<28>
12. ─ Una erronea attribuzione fece il padre Giorgetti, autore di un opuscolo intitolato Breve Istorico Compenendio dell’Imagine Miracolosa di Maria SS. delle Lacrime venerata alle falde di Trevi (Todi, Mannelli, 1782), in cui, fra le tante inesattezze, scrive, di «… un certo Padre Don Francesco Mugnonio Monaco Olivetano, il quale, dopo essere stato Procuratore Generale della Nobile ed Insigne sua Congregazione, erasi ritirato in un monastero dell’Ordine, un miglio all’incirca distante da Trevi, e si pose a comporre certi Annali, i di cui manoscritti conservansi nella Biblioteca del signor Marchese Capponi in Roma …» (p. 6). Nessun dubbio che il Giorgetti intenda riferirsi alla nostra Cronaca, da cui ha attinto a larga mano, con frequenti scorrezioni, come è sua abitudine, le notizie relative alla Madonna delle Lacrime. Il medesimo ripete il Moroni (vol. LXXX, 52). Sulla fede del Giorgetti e del Moroni, anche altri hanno attribuito al p. Mugnoni olivetano la Cronaca di ser Francesco. È lecito sospettare che il Salvo Cozzo, nell’assegnare il codice Capponiano alla prima metà del secolo XVI, abbia tenuto per attendibile tale attribuzione..
Non è difficile smentire l’erronea, quanto assoluta, affermazione del p. Giorgetti, nata dalla identificazione, forse involontaria, di due trevani vissuti in età e in circostanze ben diverse. La smentita apparirà esauriente al solo confronto dei dati autobiografici di ser Francesco Mugnoni in gran parte desunti dalla stessa Cronaca, colle seguenti notizie che abbiamo potuto raccogliere intorno al p. Francesco olivetano, personaggio anch’esso meritevole di menzione per le sue ragguardevoli qualità morali e scientifiche (1).
Il Liber Professorum della Congregazione Olivetana nota la professione di Franciscus de Trevio avvenuta il 1° novembre 1506 a Napoli ov’era stato novizio: il Liber familiarum ci permette poi di seguirne la rapida e brillante carriera: semplice religioso a S. Erasmo in Castiglione di Gaeta nel 1508, e sacerdote nel
(1) Debbo un pubblico ringraziamento al chiar.mo Don Silvio M. Vismara olivetano, per le molte notizie cortesemente fornitemi sia circa l’ab. Mugnoni, sia sopra altri punti di storia olivetana.
<29> 1510: destinato quindi alla famiglia di Monte Oliveto Maggiore, a S. Pietro di Gubbio nel ’13, a S. Miniato nel ’14, vicario e poi abate di S. Pietro di Gubbio nel ’16-’17, dal Capitolo Generale creato abate di S. Pietro di Bovara nel ’18, eletto priore di Sassovivo nel ’19, e di S. Secondo del Lago (Perugia) nel ’21. Nel ’23-26 è a S. Anna de Campreno, nel ’27 abate di S. Venerio di Portovenere, e nel ’28-’30 di S. Pietro di Bovara, nel ’31 priore di Monte Morcino, nel ’32-’34 abate di Bovara, nel ’35 di Sassovivo, nel ’36 di S. Angelo Magno (Ascoli), nel ’38 di Monte Morcino, nel ’39 di Sassovivo, nel ’41 di Bovara, nel ’43 di S. Angelo Gaiffa, nel ’44-’48 di Bovara. Il Necrologium Olivetano ne registra la morte nel 1548 colle seguenti parole: Franciscus de Trevio qui fuit pluries visitator et juris Canonici peritissimus obiit abbas Trevii. I documenti sincroni non danno il suo cognome; ma questo risulta da Lancellotti, p. 259, il quale scrive: Abbatialem in hoc Monasterio (S. Pietro di Bovara) dignitatem gessit olim D. FRANCISCUS MAGNONIUS jurisconsultus, quem de legibus aliquot condidisse volumina dictitant, eiusque ad huc viventium manibus conferuntur eruditissima Consilia. Sustulit annus ab humnana reparatione 1548. Gli storici olivetani Bonaventura Tondini da Gubbio (Il S. Areopago Olivetano, Venezia 1685, p. 47), e Michel Angelo Belforti (Cronologia brevis, Milano 1720, p. 113), come pure L. Jacobilli (Cronaca del Monas. di.Sassovivo, p. 235), seguendo il Lancellotti scrivono Magnonius e non Mugnonius. Mugnonius invece si legge in un manoscritto intitolato Descrizione universale del Venerabile Monastero et chiesa di San Pietro in Bovara composto dal Signor Durastante Natalucci nel novembre 1724 per l’abate Paolo Cajera (1); ove si legge che «nei 1512 (?) il padre abate Mugnonio da Trevi nobilitò con seggi e mense di noce attorno [il refettorio di detto monastero], come nel 1546 vi fece fare le mura del recinto»; ed ancora «Francesco Mugnonio Dottore in legge … mantenne la libertà della Religione (Olivetana) ostando al Breve del Papa contro i Bolognesi che pretendevano il Generalato indipendente, ottenendo dal medesimo Pontefice l’intento
(1) Proprietà del ch. Ab. Placido Lugano Olivetano.
<30>a favore della Congregazione l’anno 1546». Lo stesso Natalucci lo chiama Mugnonio anche nella Historia, ove ha tracciato una breve biografia del dotto abate Trevano.
Potrà quindi discutersi se il cognome debba leggersi Magnoni o Mugnoni; o meglio se le due forme non si usassero promiscuamente, giacché nella serie dei Podestà di Matelica, secondo l’Acquacotta, anche il cognome del cronista è scritto Magnoni. Ma è assolutamente fuori di dubbio, che i due omonimi non vanno confusi, e che l’errata attribuzione della cronaca all’abate olivetano è basata sopra un semplice equivoco.
13. — Poche parole circa i criteri che ci hanno guidato nell’esecuzione di questa stampa.
La trascrizione della Cronaca di ser Francesco Mugnoni, è da noi curata sul codice Capponiano 178, cioèsopra l’autografo, rispettando in massima le forme ortografiche, grammaticali, sintattiche e filologiche usate dall’autore. Le sole modificazioni che ci è parso indispensabile di introdurre per una chiara comprensione del testo, si limitano all’interpunzione, molto trasandata nel codice; all’indispensabile divisione di certe parole fuse insieme, come ad es. delloro in de loro, depo in de po’, doro in d’oro, laltrj in l’altri, linteri l’interi, ecc. ecc; a preporre l’iniziale maiuscola al primo membro dei nomi propri in quei moltissimi casi nei quali manca; e infine a rettificare qualche parola sbagliata per pura e semplice svista. Quanto al resto ci siamo attenuti al testo con fedeltà scrupolosa, tenendo conto persino delle più piccole mende, e dei pentimenti di cui il codice abbonda, rilevandone l’esistenza con brevi noticine in calce. Per tali note d’indole puramente paleografica, costituenti una serie di annotazioni distinta da quelle storiche, facciamo uso di richiami per mezzo di lettere minuscole.
Quanto alle postille, e alle correzioni interlineari o marginali autografe, abbiamo adottato il criterio di incorporarle al testo, anche quando fossero state scritte in data posteriore alla redazione del tratto a cui si riferiscono: ma in tal caso tra parentesi quadre [ ].
Quanto poi ai tratti, più o meno lunghi, intenzionalmente soppressi dal cronista, noi, considerando che essi hanno quasi
<31> sempre una notevole importanza storica, li abbiamo conservati. Questi tratti cancellati li abbiamo contraddistinti mediante due asterischi, uno in principio ed uno in fine * *. Abbiamo eziandio indicata la numerazione originale delle carte del codice, interpolandola al testo: ciò serve pei frequenti richiami dall’autore fatti citando la carta. Delle note e della numerazione marginale di pugno di Durastante Natalucci non abbiamo tenuto conto, non sembrandoci avere importanza per lo scopo nostro.
Per più chiara intelligenza del lettore, è opportuno avvertire che nelle note paleografiche l’abbreviazione canc. significa parola cancellata; cor. significa ricorretta; canc. e cor. significa cancellata e ricorretta.
Alle note d’indole paleografica fanno seguito, in una seconda distinta sezione con richiami in numeri arabici, le note storiche e illustrative. Ci siamo diffusi specialmente nell’illustrazione di quei punti accennati dal Cronista, pei quali sono venuti in nostro aiuto altri importanti documenti inediti, o notizie rare. Per fatti storici di dominio pubblico ci siamo ristretti a semplici cenni dichiarativi, indispensabili alla loro intelligenza. Relativamente poi alle epiche lotte svoltesi tra Foligno, Spello e Gualdo, ecc., o a notizie fulginati, non sarà giudicato privo d’interesse (sia dal punto di vista storico, sia per la diversità della fonte che interpreta sentimenti opposti a quelli del Mugnoni) il racconto inedito di un cronista fulginate sincrono, Battista Orfini, i cui diarii, di cui è a deplorare la perdita, si trovano largamente riassunti presso gli Annali mss. di Lodovico Jacobilli.
É il maggior corso d’acqua, di portata regolare, che scorre nella Valle Umbra sud o valle Spoletana.
La sua fama, assolutamente straordinaria in considerazione del brevissimo suo tragitto e della modesta portata, è dovuta all’amenità del paesaggio che attraversa e alla freschezza e limpidezza delle sue acque.
In epoca romana esisteva un suo nume tutelare – Giove Clitunno – e vari autori latini attribuirono alle sue acque proprietà miracolose.
In ogni epoca ha assunto grandissima importanza perché esso è la spina dorsale del territorio su cui scorre e il territorio è causa ed effetto del fiume.
Il Clitunno a Borgo Trevi
(Foto
Filippucci-Ravagli,
2001)
.1
Il Clitunno nasce da una risorgiva carsica delle acque raccolte e trattenute dai monti limitrofi e quindi non potrebbe esistere senza di essi, ma l’importanza del fiume ha condizionato in modo determinante nei secoli l’esistenza e lo sviluppo del territorio stesso: anticamente come via di comunicazione, come fonte per l’irrigazione e per la fornitura di abbondante acqua potabile e come fonte di energia per gli opifici (molini e frantoi) lungo il suo corso.
Ben si comprende quindi come nel linguaggio corrente della nostra gente il Clitunno venga semplicemente chiamato Il Fiume, per antonomasia.
In una delle più antiche pergamene del Comune di Trevi è trattata una controversia con il Comune di Montefalco per le acque del Clitunno!
Hanno scritto sul fiume e sul tempio del Clitunno:
Diversi Autori latini si sono soffermati nella descrizione delle Fonti e del fiume Clitunno.
Per il percorso limitatissimo – non più di 10 chilometri prima di impaludarsi nel “lacus Clitorius” – e per la limitata portata non era certamente tra i fiumi più importanti conosciuti dai Romani. Ma la limpidezza e la freschezza delle sue acque, il suo scorrere placido sul fondovalle, e la straordinaria amenità del paesaggio certamente suscitarono negli antichi grande ammirazione che portò alla deificazione del fiume e dei numerosi ruscelli che in esso confluiscono.
Letterati e poeti che seppero tradurre in parole le straordinarie emozioni ci hanno lasciato le seguenti testimonianze:
Citiamo di seguito i classici latini che hanno dedicato alcuni loro versi al Clitunno
Hinc albi, Clitumne, greges et maxima taurus victima, saepe tuo perfusi flumine sacro, romanos ad templa deum duxere triumphos
1)Da qui, o Clitunno, le bianche greggi e il toro – la massima vittima – spessso bagnati nel sacro fiume, portarono ai templi degli dei i trionfi romani
Sesto Properzio ci informa che quella parte dell’Umbria dove egli aveva avuto i natali, era doviziosa di terre fertili. Altrove asserisce che il Clitunno, dalle sponde incoronate da boschetti, lavava con le sue acque i candidi buoi.(E.Vetturini, Terre e acque in valle Umbra, Bastia, 1995, pag. 74)
Proxima supposito contimgens Umbria campo me genuit terris fertilis uberibus (I, 22,vv.4-5) e ( II, 19, 25)
È la villa più nota di Trevi in quanto è fedelmente raffigurata nei Musei Vaticani, nella Galleria delle Carte Geografiche.
Il nome, che ora indica tutta la località, le deriva dal proprietario Fausto Valenti che la fece costruire nel 1569. Passò nel 1574 al fratello Monte Valenti, allora Governatore dell’Umbria. Successivamente fu proprietà dei Della Genga, che avevano in gestione i molini del Comune, poi della famiglia Bonaca fino agli anni ’70. In completo abbandono, è ora di altro proprietario che ne ha curato il restauro.
Sono interessanti le soluzioni architettoniche. Al piano terra il corridoio centrale, con volta in mattoni e i due ingressi contrapposti, verso la Flaminia e verso il Clitunno, immette alle quattro grandi stanze, alla cappellina e alla scala monumentale. Il piano nobile è occupato da una grande sala che conserva ancora resti dell’affresco originale. Dall’ultimo piano si accede alle quattro torrette agli angoli, che caratterizzano tutto l’edificio.
Tutto l’ambiente circostante è di notevole interesse: la peschiera, alimentata dal Clitunno, il giardino, ricco di grande varietà di alberi da frutto, il recinto con il portale monumentale sulla Flaminia. Purtroppo con il passaggio della ferrovia il giardino venne irrimediabilmente danneggiato, ma con il successivo raddoppio di alcuni anni fa e la strada camionabile di raccordo, è stato definitivamente distrutto.
Città del Vaticano, Musei Vaticani, Galleria delle Carte geografiche
Particolare dell’Umbria di Egnazio Danti
Lapide spra la porta principale (lato est)
FAVSTVS VALENS
BENEDICTI F(ilius) SIBI
ET AMICIS A FVN
DAMENTIS ANN
SAL. MDLXIX
Fausto Valenti, figlio di Benedetto, per sè e per gli amici [costruì] dalle fondamenta nell’anno 1569
Amelia, Collescipoli, Foligno, Trevi, Gubbio 14-18 settembre 2007
TREVI- 16 Settembre
10,00 Pinacoteca comunale, Sala convegni
T
ERZA SESSIONE
– Presiede Saverio Franchi
Saverio Franchi, Trattatistica, letteratura, editoria organistica e cultura musicale
Ala Botti Caselli, Giovanni Pierluigi da Palestrina nelle intavolature organistiche manoscritte e a stampa tra Cinque e Seicento
Patrizio Barbieri, Il revival del genere enarmonico negli strumenti da tasto e nella trattatistica dei secoli XVI-XVII
Michel Fischer, L’influence franciscaine dans la musique d’orgue franco-italienne: un répertoire à découvrir
Etienne Darbellay, Appunti sul processo di composizione e pubblicazione delle opere per organo di Girolamo Frescobaldi attraverso lo studio delle fonti manoscritte
15,00 Visita guidata ai musei e alla città di Trevi
17,00 Chiesa di S. Francesco (organo di mastro Paolo di Pietro Paolo da Montefalco, 1509)
Concerto – Roberto Musto, Le sette parole. Memoria del martire Emiliano Cantata per organo, musica elettronica, violino, flauto, tromba, coro a quattro voci e didjeridoo (prima esecuzione) Direzione: Roberto Musto Organo: Livia Mazzanti
Com’è nata la composizione
L’anno scorso Attilio Bartoli Langeli mi invitò a pensare ad un concerto nell’ambito del convegno internazionale `Arte organaria e musica per organo nell’età moderna: l’Umbria nel quadro europeo’, proponendomi di utilizzare l’organo della chiesa di S. Francesco di Trevi (costruito nel 1509), da poco tempo restaurato.
Conobbi così la città di Trevi, circondata da suoi ulivi, provai l’organo, venni a conoscenza del culto per il martire sane Emiliano, lessi il testo di un oratorio sulla sua passione scritto da Giovanni Andrea Angelini Bontempi probabilmente nel 1664: incominciai a lavorare.
Pensai di fissare anzitutto due elementi: un testo imperniato sulla vicenda di sant’Emiliano, che avrei affidato ad un coro, e l’organico strumentale.
Per quanto riguarda il testo, decisi, dopo alcuni tentativi, di associare gli episodi del sacrificio del martire (nella tradizione popolare, così come nella teologia colta, l’esperienza dei primi martiri cristiani è imitazione della passione di Cristo) al tema tradizionale delle Sette parole di Cristo in croce, motivo che non appartiene alle elaborazioni liturgiche colte, ma che ha un carattere devozionale, e, forse perché così radicato nella pietà popolare, ha spesso ispirato i musicisti. Questa struttura narrativa si associa per me idealmente con la sequenza iconografica delle sette formelle della cantoria del duomo di Trevi che descrivono gli episodi del martirio, evocando e suggerendo a tratti proprio il modello della passione di Cristo. Nel testo cantato dal coro ed esposto da una voce recitante rielaborata elettronicamente, il senso dell’accostamento è a mano a mano evidenziato da brevi accenni alla vicenda di sant’Emiliano secondo la Vita di Ludovico Jacobilli, che si inseriscono nella sequenza delle Sette parole derivate dai Vangeli. Nella composizione, la leggenda agiografica non è evocata in modo letterale, ma simbolico; la corrispondenza tra il martirio di Cristo e quello del santo, descritto attraverso una sequenza contrassegnata dalla frammentazione e reiterazione, non è puntuale, ma ha un valore puramente analogico. Ho racchiuso il nucleo narrativo in una cornice costituita dai testi Nel nome del padre e Amen: essi sono stati scelti per collocare l’ascolto in un ‘atmosfera rituale, più che come riferimento a precisi momenti della liturgia cristiana: li ho vissuti come elementi che hanno radici e si perdono in tempi lontani, come semplici riferimenti a simboli e parole sacre. Infine, l’invocazione Signore pietà, che segue il primo brano e precede la prima delle Sette parole, vuole creare un collegamento ideale tra l’invocazione di perdono per la nostra debolezza umana e il perdono che Cristo invoca per i suoi torturatori: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Per quanto riguarda l’organico strumentale, decisi di utilizzare strumenti che mi fornissero la possibilità di creare un’interazione fra tre sonorità: la sonorità contemporanea, rappresentata dalla musica elettronica; quella classica, rappresentata dall’organo del `500 e da alcuni strumenti tradizionali (il violino, il flauto e la tromba); una sonorità arcaica, ancestrale, rappresentata dai didjeridoo.
Il risultato che ho voluto ottenere non intende mettere in evidenza la fin troppo ovvia contrapposizione fra i tre diversi mondi sonori: essi sono stati pensati infatti come fonti di materiale sonoro da utilizzare variamente nella composizione, non diversamente da tutti i casi in cui si impiegano strumenti diversi. Ciò che mi ha sollecitato è la convinzione che accostare sonorità così eterogenee significa accostare mondi musicali vissuti come distanti, perché ad essi ci si avvicina con basi culturali oggettivamente diverse e, soggettivamente, con diverse motivazioni. Questa era dunque l’occasione, più che di evidenziarne le caratteristiche o di sottolinearne i contrasti, di privilegiare il pensiero compositivo che della diversità di quegli strumenti si serve. Mi interessava soprattutto lavorare con strutture sonore che sentivo come parte integrante di un unico pensiero: intravedevo la possibilità di creare una interazione fra questi mondi sonori che, immersi in un ambiente sacro, potevano concorrere, liberi dalle loro connotazioni culturali, a stabilire un collegamento al di fetori del loro tempo per esprimere sentimenti, sensazioni, emozioni, volte verso una riflessione sul sacrificio, la morte e la resurrezione che sono, pur nelle evidenti differenze, temi universali, esperienze radicate nella memoria di tutta l’umanità. Per questo motivo ho utilizzato diverse tecniche compositive (fasce sonore, poliritmia, sovrapposizione accordale di intervalli di quinta, realizzazione di battimenti, canoni, forme parlate, liberi andamenti melodici, ecc.) che ho scelto di volta in volta adattandole a precise esigenze espressive.
(R. M.)
Anteprologo (musica elettronica e voce recitante)
L’anteprologo, esposto dalla voce recitante, propone, variamente elaborato, un testo tratto dalla Vita di sant’Emiliano di Ludovico Jacobilli (*). È un ricordo della chiamata al sacerdozio, al servizio, alla testimonianza. Il testo, elaborato in frasi spezzate, accenni, ripetizioni, è proposto non come rievocazione di un fatto storico, bensì come allusione ad esperienze di vita universali, pur nella loro eccezionalità: la musica elettronica vuole creare un’atmosfera senza connotazioni temporali.
(*) Nell’Armenia minore, regno dell’Asia, nacque il glorioso S. Emiliano, di cristiani e nobili genitori. Desideroso di predicare la fede di Cristo e di patire il martirio per il suo amore, abbandonò la patria e quanto possedeva. Pervenuto alla città di Spoleto vi dimorò molti mesi in gran santità ed esempio, esercitandosi nelle orazioni, nelle vigilie e nelle predicazioni. Ritrovatasi senza Pastore la città di Trevi (la quale era ancora denominata Lucana e Trebia Matusca) gli abitatori, avendo esperimentata la santità della vita e la molta dottrina d’Emiliano, l’elessero per loro vescovo. Preso dal santo ufficio pastorale, cominciò con l’esempio e con la predicazione ad infiammar all’amore di Cristo tutta la città, convertendo moltissime anime a Dio, e operando molti miracoli.
Prologo
I didjeridoo, la musica elettronica, il violino e l’organo si presentano, e occupano lo spazio sacro con le loro diverse sonorità.
· Nel nome del Padre
(coro) Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
(voce recitante) “Se vuoi vivere, sacrifica ai nostri dei; sospendetelo al cavalletto, avvicinate le torce ardenti“. – “Sono servo di Cristo e pronto a patire tormenti e morte per amore del suo santo nome“. Il fuoco si spegne, le mani dei torturatori sono impotenti.
1-Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (coro)
Il coro espone il breve testo in forma ritmica: la melodia è assente. È l’impossibilità di esprimere con il canto, di rendere liricamente una così misteriosa richiesta. La reiterazione evoca le mille parole e i mille modi diversi con i quali l’umanità riconosce la distanza fra il Creatore e sé stessa.
2 -Donna, ecco tuo figlio (coro)
Un’introduzione che ricorda la forma del canone, proposta dal violino, dal flauto e dall’organo, prelude all’episodio caratterizzato da semplici fasce accordali affidate al coro, cui fa quasi da eco il suono isolato della tromba.
Intermezzo
(voce recitante) Emiliano è immerso nel piombo fuso; Emiliano è gettato nel Clitunno con una pietra al collo; Emiliano è offerto in pasto alle fiere; Emiliano è legato ad una
grande ruota, circondata di denti di ferro. Cristo lo prende per mano: il piombo si disperde; le acque lo restituiscono indenne; le fiere gli leccano le mani e i piedi; la grande ruota si spezza.
3 In verità ti dico che oggi sarai con me in Paradiso (coro)
Le forti dissonanze alludono al mistero di questo annuncio, alla fatica della ricerca della verità: lo sfumare degli strumenti e delle voci alla fine dell’episodio propone il valore e il significato del silenzio.
4 Signore, perché mi hai abbandonato (coro)
Questo, che è l’episodio centrale della sequenza delle Sette parole, riprende e anticipa elementi compositivi presenti nell’insieme della composizione: forme imitative, canto omoritmico e all’unisono, uso del suono della tromba in modo ritmico, voce solista che emerge dal coro, successione di formazioni accordali per intervalli di quinta, ecc. È volutamente assente la sonorità elettronica, cui nella composizione è per lo più affidato uno spazio lontano dall’espressione diretta di sentimenti, come qui quello dell’abbandono.
5 Ho sete (coro)
La musica elettronica e l’organo creano un preludio al canto del coro. La sonorità è rarefatta, l’organo esegue sovrapposizioni di intervalli di quinta, a significare non solo una sete fisica, ma spirituale.
(voce recitante) “Legatelo ad un albero e tagliategli la testa“. Lo conducono allora fuori dalla città, lo legano ad un albero di ulivo. “Servo mio buono e fedele, la tua corona è preparata: entra nell’eterno riposo“. Dicono che il suo corpo divenne candido e bello come la neve e dal collo uscì latte invece che sangue; l’albero al quale egli fu legato, mentre lo decapitavano, fece fiori e frutti.
6 Tutto è compiuto (coro)
L’episodio è caratterizzato dal ripetersi di un tema di carattere sereno proposto dall’organo: tema che vuole collegarsi alle parole conclusive, appena esposte, della passione di Emiliano: “fece fiori e frutti“. Fanno da contrasto tre brevi e incisivi interventi del coro.
7 Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio (coro)
L’atmosfera è serena. Il violino, il flauto, la tromba e l’organo entrano in successione sviluppando un tema secondo uno schema imitativo. I didjeridoo e la musica elettronica anticipano la parte corale. A mano a mano l’atmosfera si fa sempre più rarefatta, interrotta da un ritmo breve e deciso: è l’annuncio dell’Amen finale.
Amen
L’Autore e gli esecutori
Roberto Musto ha compiuto studi di pianoforte, composizione e direzione d’orchestra, unitamente a studi universitari. Docente in vari conservatori, è particolarmente attivo nel campo della composizione sia per strumenti tradizionali, sia, fin dal 1964, per apparecchiature elettroniche. Le sue composizioni, in questo settore, percorrono l’arco delle esperienze del mondo musicale italiano: dai registratori, agli oscillatori, all’uso delle schede perforate dei primi computer, alle tecniche oggi più avanzate. In questi percorsi ha sempre privilegiato le possibilità espressive offerte dai suoni `“puri“. Lavora sul rapporto suono-colore, utilizzando apparecchiature progettare e fatte costruire appositamente per ottenere in tempo reale immagini e suoni strettamente correlati. Nel campo della musica con strumenti tradizionali scrive composizioni per orchestra, orchestra da camera, soli ed orchestra, e coro a cappella e coro con diverse formazioni strumentali anche in questo caso prediligendo la ricerca delle possibilità espressive offerte dall’interazione di diversi linguaggi.
Opera anche nel campo teatrale e radiofonico e svolge attività concertistica come solista e in gruppi e come direttore di coro e d’orchestra. Ha partecipato a numerose manifestazioni in Italia e all’estero, ricevendo vari premi e riconoscimenti.
Organista dall’ampio orizzonte interpretativo, Livia Mazzanti ama proporre in concerto anche pagine inedite, suggerendo possibili affinità tra epoche e linguaggi diversi. Diplomata sia in pianoforte che in organo e composizione organistica, ha poi ricevuto un impulso decisivo dall’incontro con compositori quali Giacinto Scelsi e Jean Guillou col quale si è lungamente perfezionata. Premio Speciale per le qualità musicali al Concorso Internazionale d’organo di Roma del 1985, vince nel 1988 una Borsa di studio del Governo francese e si stabilisce a Parigi dove l’anno seguente ottiene, «à l’Unanimité du Jury», il Diplóme de Concert della Schola Cantorum. Da allora la sua attività si svolge tra l’Italia e la Francia conducendola a prodursi nella maggior parte dei Paesi d’Europa, negli Stati Uniti, in Medio Oriente. A Roma ha ideato e dirige il festival internazionale MUSICOMETA e collabora da anni con la Chiesa Evangelica Luterana. Ha inciso per Fonè (Italia), RCA Victor/BMG France, Philips Universal. Recente è la riscoperta e la registrazione, per l’etichetta tedesca AEOLUS, dell’Integrale per organo di M. Castelnuovo-Tedesco realizzata, in prima mondiale, alla Tonhalle di Zurigo.
Margherita Musto ha iniziato lo studio del violino all’età di 6 anni; dal 1991compie i suoi studi con il M° Antonio Marchetti, che l’ha seguita fino al raggiungimento del diploma, conseguito nel 2006. Fin dai primi anni di formazione ha partecipato a numerosi concerti sia come solista sia in varie formazioni cameristiche e orchestrali. Negli ultimi anni ha suonato tra l’altro con l’Orchestra Sinfonica di Savona, con la Ostia Chamber Orchestra e con la Youth World Ochestra al Parco della Musica di Roma e ad Algeri
Andrea Montefoschi, terminati gli studi classici, si è diplomato presso il Conservatorio S. Cecilia di Roma sotto la guida di Mario Ancillotti. Grazie ad una borsa di studio del Governo austriaco si è perfezionato poi presso l’Accademia di musica di Vienna con Wolfgang Schulz. Ha fondato il gruppo Max Reger, il Quartetto “La Follia“, il Trio Joyeux, l’Orfeo Flute Quartet Wien; collaborato con il Gruppo di Ricerca e Sperimentazione di Roma, il Quartetto Aurora di Trieste, l’Ottetto italiano di fiati, i Solisti di Roma; fatto parte dei Solisti di Alpe Adria e dei solisti dell’Accademia Filarmonica Romana. Premiato al Concorso flautistico nazionale F. Cilea di Palmi ed in vari concorsi nazionali di musica da camera, è stato 1° Premio, nel 1992, al Concorso europeo di musica da camera città di Moncalieri in duo con pianoforte. Ha collaborato con numerose orchestre; ha registrato per la 3a rete RAI, per la Radio Vaticana e per la Philips, collaborando alla realizzazione dell’Opera Omnia dell’organista francese Jean Guillou. È docente titolare di flauto presso il Conservatorio di Potenza.
Mario Liano si diploma in tromba nel settembre del 2002 al conservatorio “A. Casella“ dell’Aquila, sotto la guida del maestro Giovanni Barone. Ha seguito master class dei maestri Giancarlo Parodi e Vincenzo Camaglia e dal 2005 frequenta il biennio di specializzazione in tromba col maestro Sandro Verzari al conservatorio “Santa Cecilia“ di Roma. Svolge attività concertistica con l’Orchestra Giovanile di Valmontone, la Wind Orchestra di Sacrofano, e in varie formazioni di gruppi d’ottoni. Dal 2003è impegnato nell’insegnamento dell’educazione musicale nel 177° circolo didattico “Colli dell’Aniene“
Marco Garbini, Emiliano Cotugno, Mauro Mennuni, provenienti da percorsi musicali diversi fra loro, cominciano a suonare insieme dal 2004 in piazze, locali, teatri e chiese. Fanno parte di gruppi più numerosi di musicisti e danzatrici, “L’albero che canta“, “Mamafreni“, “Didje open project“. Il loro strumento, il didjeridoo, è uno strumento musicale “naturale“, non costruito dall’uomo ma scavato dalle termiti, originario dei territori del Nord dell’Australia; tecnicamente è classificato tra gli aerofoni ad ancia labiale e la sua nota fondamentale è data principalmente dalla lunghezza; per suonarlo si utilizza la tecnica della respirazione circolare. Tra gli interessi del gruppo molto vivo è quello di utilizzare il didjeridoo insieme con altri strumenti sia di origine etnica che classica, compresa la voce. Al teatro Ambra Jovinelli hanno suonato durante la serata in onore di Tiziano Terzani ad un anno dalla sua morte. Marco Garbini ha suonato il didjeridoo in orchestra, nell’opera La Passione secondo Marco scritta e diretta da Roberto Musto.
II Coro Polifonico S. Agnese fuori le mura è stato fondato nel 1980 da don Sandro Canton; guidato fino all’89 da Riccardo Ricci e dal ‘90 al ‘98 da Tommaso Vitale, dal 1999 si avvale della direzione del M° Roberto Musto con la collaborazione di Angela Bucci quale maestro preparatore e sostituto. Attualmente è formato da circa 50 elementi. Il repertorio del Coro spazia dalla polifonia rinascimentale sacra e profana fino alla musica contemporanea, passando attraverso il canto popolare e folkloristico. Il Coro, iscritto all’Associazione Regionale Cori del Lazio, ha partecipato a numerose rassegne corali e concerti anche insieme a diverse formazioni orchestrali. Tra le presenze si ricordano: la 6’ Rassegna di Canto Popolare, le edizioni del 2000 e del 2002 della “Grande musica sacra in chiesa“, le edizioni del 2003 e 2004 della “Giornata Mondiale del Diabete“, la 19’ edizione della “Rassegna corale di Ciampino“, la “Festa Europea della Musica“ nelle edizioni del 2003 e 2004, la 6’ Rassegna polifonica “Madonna della Quercia“; aula magna dell’università “La Sapienza“ (2004); giornata in memoria di “Mamma Lucia“ (Cava de’ Tirreni, 2006). Nel 2005 il Coro è stato insignito di una medaglia da parte del Presidente della Repubblica.
I Cantori di Cannaiola nascono nel 1969, ad opera di don Sileno Cariolati, essenzialmente come gruppo per il servizio liturgico. Nel corso degli anni il repertorio viene ampliato alla musica profana e folcloristica. Tra i cori fondatori dell’Associazione Regionale Cori dell’Umbria, ha partecipato a varie manifestazioni da essa promosse in ambito regionale. Dal 2000 grazie anche al sostegno del Comune di Trevi e sotto la guida del direttore Francesco Corrias è impegnato nell’attività concertistica, al fine di promuovere con rinnovato impegno la diffusione del canto corale nel territorio. Dal 2005 è guidato dal M° Mauro Presazzi. Il coro è spesso ospite di affermate rassegne corali, tra le quali la XXII Rassegna Corale città di Poggibonsi, la XXII Rassegna Corale di Perugia, “In canto“ 2001; nel settembre 2001 ha partecipato alla 56’ edizione della Sagra Musicale Umbra. Nel novembre 2002 ha organizzato la prima Rassegna Corale «Don Sileno Cariolati» con la partecipazione di affermati cori. Nell’agosto è stato ospite del Coro Femminile DEPAPS – Città di Argostoli (Cefalonia, Grecia), in occasione delle commemorazioni per il 60° anniversario dei tragici fatti della Seconda Guerra Mondiale. Dal 2006 è promotore di un progetto per la riscoperta della musica medievale spagnola dei pellegrinaggi con lo studio, l’esecuzione e l’incisione di importanti codici del XIV e XV secolo.
Mauro Presazzi intraprende gli studi musicali dall’età di 6 anni, prima in organo e tastiere e successivamente, dai 13 anni, in tromba, percussioni e composizione. Fonda a Spoleto nel 1996 il gruppo corale giovanile Canto Ergo Sum, di cui è tuttora direttore artistico e musicale. Oltre a questo dirige attualmente i cori: “I Cantori di Cannaiola“, coro polifonico della città di Trevi, Spiritus Laeti di S. Terenziano (Comune di Gualdo Cattaneo), “Valle del Menotre“ di Ponte S.ta Lucia (Comune di Foligno), “Modem Voices Ensemble“ di Spoleto; dal gennaio 2006 è direttore del Coro della “Nobilissima Parte de Sopra“ di Assisi. Nel 2004 ha ottenuto il primo premio per la composizione delle musiche del cortometraggio Donald Duck in occasione del Cavour Art Festival di Terni. Svolge attività di insegnamento presso le scuole di musica di Belfiore, Cultura, Campello sul Clitunno. È docente esterno presso il Liceo Socio-plico-pedagogico “Beata Angela“ di Foligno, indirizzo artistico-musicale, per i laboratori di Canto e Batteria. Collabora in varie realtà regionali umbre come assistente musicale, consulente, arrangiatore, cantore e/o strumentista; negli ultimi anni ha tenuto concerti come direttore, strumentista e/o cantore negli Stati Uniti, Repubblica Ceca, Malta, Inghilterra, Scozia, Svizzera, Brasile e Germania
L’organo di S. Francesco a Trevi
Già considerato «rarissimo esemplare superstiti di quel tipo che nel Rinascimento veniva definite organo a muro», lo strumento fu commissionato dai frati di San Francesco di Montefalco a Mastro Paolo Pietro di Paolo, montefalchese, come risulta dal rogito datato 22 settembre 1509 per mano del notaio Pompeo di ser Nicola di Montefalco. Con tale atto il maestro Paolo Pietro di Pietro, alla presenza dei frati Ludovico e Fortunato di san Francesco di Montefalco, si impegna a consegnare per la chiesa di San Francesco di Trevi, prima di Natale, unum parum organorum di misura e regole stabilite per il prezzo di 80 fiorini in ragione di 40 bolognini a fiorino, sotto pena di 10 fiorini in caso di inadempienza. La pesante penalità ci fa certi che il «paio d’organi» (cioè l’organo composto dal prospetto con canne di facciata e nel retro le canne di registri diversi, suonò per la prima volta nel Natale del 1509
La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in cinque campate: la maggiore al centro con il secondo ordine di canne morte sovrapposte alle due campate reali minori.
I dipinti della cimasa raffigurano l’incontro fra san Domenico e san Francesco, ai lati santa Caterina da Siena e santa Chiara. In alto l’Annunciazione. Nella grande cantoria, realizzata probabilmente nel 1612, sono allocati dieci comparti con tavole dipinte a tempera raffiguranti, a partire dal fianco sinistro: san Didaco, santa Chiara di Assisi, san Bonaventura da Bagnoregio, sant’Antonio da Padova, san Giuseppe, sant’Emiliano, san Bernardino da Siena, santa Maddalena, santa Lucrezia e santa Caterina d’Alessandria. Tutti i dipinti sono riferibili al XVII secolo.
Nella cantoria, oltre alla raffigurazione di importanti santi francescani, è inserita l’immagine di sant’Emiliano, con le insegne episcopali: il primo vescovo della città di Trevi, martirizzato sotto l’imperatore Diocleziano nell‘anno 304. A Emiliano è dedicata la chiesa principale di Trevi. Ogni anno da oltre un millennio si rinnova in suo onore, il 27 gennaio, per le vie del centro storico cittadino, una processione detta “della Illuminata”, che precede la festività del Dies Natalis del Santo Patrono, il 28 gennaio.
Carlo Roberto Petrini
Costruito nel 1509, restaurato ed ampliato e dotato di una nuova cantoria nel 1612, nella seconda metà del secolo XVIII l’organo fu rifatto da un esponente della famiglia Fedeli con l’aggiunta dei registri Voce Umana, Cornetta e Vigesimanona. Nel 1997-2005 è stato effettuato il restauro dal laboratorio Ars Organi di Andrea Pinchi di Foligno.
Tastiera di 45 tasti (Do1-Do5) con la prima ottava scavezza.
Pedaliera di 9 tasti (Dol-Do2) con la prima ottava scavezza.