“L’organo ripete alle anime l’armonia del creato, il mugolio del vento, l’eco delle valli, il rumore delle acque fluenti, il mormorio del mare per lodare il Creatore. Ma soprattutto l’organo, per la formazione della canna, riproduce il suono della voce umana. La canna dell’organo infatti, non è uno strumento artificioso, ma a somiglianza della bocca e della laringe umana: v’è in alcune canne perfino una chiostra di dentini per dare l’ossatura al suono. L’aria spinta dal mantice, come dai polmoni, vibra e risuona.”
Don Ansano Fabbi
particolare dell’organo
L‘organo di S. Francesco in Trevi
A cura di Luisa Forsoni
Restauro a cura di
Pinchi fabbrica artigiana organi per la parte strumentale & Ars organi — Foligno Perugia
Coo. Be. C. — Spoleto Perugia per l’apparato decorativo
Con il patrocinio del Comune di Trevi
Testi
Anna Maria De Carolis
Luisa Forsoni Andrea Pinchi Bernardino Sperandio
Foto
Marcello Fedeli
Andrea Pinchi
Bernardino Sperandio
Grafica e impaginazione Luisa Forsoni
Stampa
Global service snc – Borgo Trevi, Perugia
19 Giugno 2005
Si ringraziano per la cortese collaborazione:
Elisabetta Bucci, Stefania Maroni, Paolo Morichini, Stefania Nardicchi.
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Presentazione
Ho assistito per pochi minuti, in maniera del tutto casuale, ai lavori di accordatura dell’organo a canne della chiesa di S. Francesco. Una sola nota: lunga, sommessa, calda. Se dovessi darle un colore, direi: blu oltremare. Uguale sensazione di liquido, di profondo, di mobile, di sostanza senza forma definita. Mi sono chiesto se le stesse emozioni furono avvertite dai nostri padri cinquecento anni fa. O quali altre abbia suscitato in loro il concerto inaugurale di quella notte di Natale dell’anno 1509, in cui lo strumento per la prima volta fu suonato nello stesso luogo dove anche oggi i nostri occhi lo vedono. Questa voce che torna dal lontano passato, probabilmente intatta, meritava di essere ascoltata con attenzione. Era necessario rinvenirne l’origine, tracciarne la storia, spiegarne le ragioni, e comprenderne il significato meno evidente. Questa prima pubblicazione specifica segna l’avvio di un lavoro di riscoperta. Marca in maniera tangibile la consapevolezza collettiva della assoluta straordinarietà di questo strumento quasi unico al mondo, restituito a nuova vita dal lavoro di restauro e di ricerca, appassionato e paziente, di tante persone, e dall’impegno della Amministrazione Comunale presente e passata. Inutile dire che un bene culturale così prezioso dovrà avere la sua adeguata valorizzazione anche in termini di attrazione turistica. Le linee sono già tracciate, e gli avvii sono promettenti. Un ringraziamento speciale, in chiusura, merita la Dr.ssa Luisa Forsoni, autrice delle ricerche archivistiche pubblicate in questo volumetto, per la passione profusa e la competenza dimostrata.
L’Assessore alla Cultura e al Turismo L a/entino Briti
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La Chiesa di S. Francesco
La chiesa‘ di S. Francesco fu costruita nel 1291 sulla preesistente chiesa romanica di Santa Maria di cui rimane la facciata inglobata nella parete della chiesa rivolta ad ovest.
Nel 1354 il Comune chiese il contributo di tutta la comunità per i lavori di ampliamento della chiesa, utilizzata in caso di cattivo tempo anche per le assemblee pubbliche. Il lato sud ospita il trecentesco portale d’ingresso posto sulla parete laterale, quella cioè rivolta al centro del paese, ciò denota il fatto che la chiesa fosse sì luogo di culto, come testimoniano gli affreschi devozionali dell’abside, ma costituisse anche un punto d’aggregazione importante. Gli affreschi più antichi sono quelli dedicati alla Vergine siti nell’abside, eseguiti dal “Maestro di Trevi” risalgono al 1372. Diversi furono i restauri susseguitesi nel tempo: nel XV sec. ci fu l’ultimo ampliamento, al 1777 risale il pavimento in cotto ed in fine al XX sec. risalgono i restauri commissionati dalla Pia Unione di S. Giuseppe che nella seconda metà di quel secolo divenne proprietaria della chiesa. La tipologia della chiesa richiama lo stile degli ordini mendicanti, costituita da un’unica navata, il soffitto è in capriate di legno e l’abside centrale pentagonale è fiancheggiata da due cappelle a pianta rettangolare. Sotto l’abside si trova la cripta a struttura poligonale, questo locale nel corso del XVI secolo divenne luogo di sepoltura. Nel 1985 la chiesa tornò ad essere luogo di culto e sede di manifestazioni culturali. Sottoposta a nuovi interventi nel 2002, viene riaperta al pubblico nel 2005 dopo grandi restauri strutturali, il recupero degli affreschi absidali e il restauro dell’organo del 1509.
Lui a Forsoni
C. R. Petrini, La chiesa di San Francesco a Trevi, Perugia, Era Nuova, 2005
Strumento assai interessante dal punto di vista organologico, per antichità e rarità del manufatto, l’esemplare conservato nella chiesa di S. Francesco appartiene alla tipologia costruttiva degli organi da muro.
Il dott. Oscar Mischiati nella relazione storico artistica del 1989 lo definisce “il più antico esistente in Umbria ed uno dei più antichi in senso assoluto”.
Attraverso la ricerca archivistica è stato possibile ripercorrere la storia dell’organo. La sua costruzione risale all’anno 1509 per opera di mastro Paolo Pietro di Paolo da Montefalco2. Nell’atto notarile si parla di “unum parum organorum” da consegnare prima delle festività natalizie per il prezzo di 80 fiorini in ragione di 40 bolognini per ogni fiorino, con pena pecuniaria di 10 fiorini in caso di mancata consegna. Dall’anno della sua costruzione fino alla fine del XVII sec. il Comune ha sempre sostenuto economicamente sia lo stipendio dell’organista, che spesso coincide con la figura del guardiano della chiesa, che i lavori di miglioramento dell’opera stessa. Come risulta dalle deliberazioni comunali nel 15263 all’organo vengono apportate le prime migliorie e, per il suo ornamento la comunità mette a disposizione 25 fiorini. Nel 15284 a causa della povertà della chiesa di S. Francesco il Comune stipendia sia l’organista che il pulsatore, ovvero colui che comprime i mantici per mandare l’aria al somiere.
Nel 1594′ si costituisce un comitato di sei persone appartenenti alle famiglie più in vista della città per la raccolta dei fondi utili ad accomodare l’organo: ser Cir. Valenti, ser Francesco Mattiolo, ser
2 Archivio notarile di Montefalco, notaio Pompeo di ser Nicola, 1509, c 84 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 284, 1526 — 1537, e. 3
4 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 284, 1526 — 1537, c. 43
5 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 504, 1588 — 1594, c. 309
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Antimo Chisio, ser Leonardo Paulello, ser Agrippa Polver, ser Raimondo Palmuccio”. Gli stessi operano con questo scopo fino al 1603, ma i lavori di miglioramento si concludono soltanto nel 1612′ anno in cui il Comune mette a disposizione 25 scudi per la fine dell’opera. Con atto del notaio Flaminius Rensius del 22 novembre 1602, il papa Clemente VIII mette a disposizione cinquanta scudi “et s’obblighino d’ impiegarli nell’ammodernamento dell’organo della loro chiesa, poiché S. S.tà dona a quel luogo per tal servizio detti scudi cinquanta et da la Camera le saranno fatti buoni in detta partita di scudi trecentocinquanta.”8 In questo intervento rientra probabilmente, oltre alle parti foniche per le quali rimando alla relazione di Andrea Pinchi, anche l’aggiunta della monumentale cantoria, che per le sue proprietà stilistiche risale a questo periodo.
Nella deliberazione del 24 febbraio 1695 viene confermato lo stipendio annuale di 5 scudi per l’organista, questo sarà l’ultimo contributo del Comune per il mantenimento dell’organista e per qualsiasi altra opera di restauro apportata all’organo.
Dopo il 1696, anno in cui il Comune per la prima volta si rifiuta di stipendiare l’organista, nelle deliberazioni non ci sono più notizie relative ali’ organo, si suppone che i successivi interventi siano stati sostenuti direttamente dai Francescani. Si tratta di una semplice supposizione in quanto nel 1810 sia l’archivio che la biblioteca del convento sono andati perduti.
Del restauro svolto dalla famiglia Fedeli nella metà del `700 non abbiamo alcun riscontro documentario, ma sia Andrea Pinchi che Oscar Mischiati hanno riconosciuto nello strumento l’inconfondibile impronta degli organai marchigiani che in quegli anni si erano trasferiti a Foligno. Anche l’intervento di restauro avvenuto nei
6 ASCT, Archivio delle tre chiavi, consigli e riformanze, reg. 1, 1603 – 1608, cc. 32, 33
ASCT, consigli e riformanze, reg. 2, 1609 – 1613, c. 171
” Arch. Notarile di Trevi, reg. 892, 1602, cc. 625, 626
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primi del `900 attribuito a Rodolfo Luna è stato confermato dai suddetti esperti.
Nel 1919 il Comune requisisce la Chiesa alla Pia Unione di S. Giuseppe, li trasferitasi dal 1859 diventandone successivamente proprietaria, per adibirla a rimessa del grano. Nella deliberazione della Giunta dell’ 11 agosto 19229 la Confraternita chiede al Comune di partecipare alle spese di restauro per l’organo, reso inservibile dalla polvere del grano tenutovi per tre anni consecutivi, ma il Consiglio nega ogni contributo ritenendo di aver già sostenuto troppe spese per la medesima chiesa in passato.
Dopo anni di completo abbandono nel 1998 il Comune si fa carico del restauro dell’organo, l’intento è quello di riportare l’opera al suo antico splendore. Grazie al lavoro dei restauratori oggi possiamo ascoltare le soavi note che hanno accompagnato le preghiere dei nostri padri.
9 ASCT (Postunitario), deliberazioni della Giunta, reg. 10, 1920 – 1922, c. 227
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Die 22. septembris 1509 Montefalco
Eodem millesimo pontificato indictione die vero 22 mensis septembris. Actum in loco sancti Francisci de Montefalcone iuxta sua latera presentibus frater Lodovico et frater Fortunato ordinis sancti Francisci de Montefalcone testibus
Magister Paulus Petrus Pauli de Montefalcone sponte per se et suos heredes omasi meliori modo via iure causa et forma obligavit se facturae unum parum organorum bono et recipientes10 ad iuditium magistrorum in vero de mensura et capitilis ut dixit capitulos per quadam scripta manu ser Iulii de Trevio. Fratris primo de ordinis sancti Francisci procuratori ditte ecclesie et capituli sancti Francisci de Trevio pro dieta ecclesia. Et hac factura pro pretio et nomine pretii de florenorum octuaginta ad rationem, 40 bolendinorum per quolibet floreno, quos organos dictus magister Paulus supra dictus promisit dicto fratri primo procuratori predicto presenti stipulanti et recipienti pro dieta ecclesia sancti Francisci de Trevio dare et consignare dictos organos finitos et in ordine ante festarumi’ nativitatis Domini nostri proxime venturis, et casu quo dictus magister Paulus dicto tempore non dederit cadat in pena de florenorum decem parti observanti applicandorum.
Et hoc fecit dictus magister Paulus cum hoc pacto et condizione que dictus personaliter obligat quod conventus sancti Francisci de Trevio dederit dicto magistro Paulo unum depositum in Trevio quod de supradicta quantitate florenorum 80 dare et solvere ad
10 Sic.
11 Sic.
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omnem requisitionem dicci magistri Pauli et casu quo dictum depositum non datum fuit dicto magistro Paulo per supradictum conventum, dictus conventus cadat in pena de florenorum decem parti observati applicandorum et contractus istud sit nullus et nullius valoris.
Et ad presentiam supradicti magistri Pauli et per observationem supradictarumi2 Antonutius Francisci cappellani de Montefalcone in forma valida fideiussit et magister Franciscus custodis ecclesiae sancti Francisci de Montefalcone promixit dictum Antonutium indempne conservare et promixit et obligavit se [….] renumpiare et iuravit et dederit litem etc.
Con atto notarile del 22 settembre 1509 alla presenza dei frati
Ludovico e Fortunato dell’ordine di san Francesco di Montefalco
si stabilisce che il maestro Paolo Pietro di Paolo di Montefalco si
impegna per la costruzione di “unum parum organorum” di misura e regole stabilite per il prezzo di 80 fiorini in ragione di 40 bolognini per ogni fiorino. L’organo doveva essere consegnato alla chiesa di san Francesco di Trevi prima delle festività natalizie e nel caso il maestro Paolo non avesse rispettato i tempi sarebbe
caduto in pena di 10 fiorini da applicare alla parte osservante.
Arch. Notarile di Montefalco, notaio Pompeo diSer Nicola, 1509, c. 84
12 Sic.
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Il maestro Paolo pose la condizione di creare un deposito di 80 fiorini con la fideiussione di Antonutius cappellano di Montefalco per assolvere ogni sua richiesta di pagamento, e se il convento non avesse pagato tale somma sarebbe incorso nella pena pecunaria di 10 fiorini e nell’annullamento del contratto.
Luisa Forconi 14
Restauro strumentale Censimento del materiale jònico e analisi del manufatto
Redatto da Andrea Pinchi in base agli studi e rilievi di Oscar Mischiati
Lo smontaggio dell’organo, avvenuto il 3 marzo del 1998, consentì un’analisi dettagliata di tutti i materiali e quindi la ricostruzione degli eventi principali che avevano modificato nel corso del tempo la fisionomia originale del manufatto.
Tutte le operazioni di studio, censimento e riordino dei materiali sono state condotte da Oscar Mischiati coadiuvato dallo scrivente. Preziosi contributi sono stati offerti da Luigi Ferdinando Tagliavini, Wijnand van de Poi, Patrizio Barbieri, Franco Colamarino, Eugenio Becchetti.
I lavori di restauro terminati nella primavera 2005 sono stati condotti sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Culturali dell’Umbria nella persona di Wijnand van de Poi, Ispettore onorario unico e la supervisione della dott.ssa Francesca Cristoferi.
Dal censimento delle canne e relativo riordino è stato possibile ricostruire la successione delle varie disposizioni foniche, dalla costruzione fino ai giorni nostri, attraverso i vari interventi.
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Il nucleo originale consta di 145 canne. La fattura è evidentemente primitiva con aspetti del tutto straordinari sia per la lastra che per le rudimentali saldature. Infatti, analizzando le canne, le percentuali in rapporto stagno/piombo sono risultate varianti da canna a canna. Si sono registrati persino casi di leghe di tigrato (50% di stagno e 50% di piombo) sia a grana finissima che grande, fenomeno riconducibile all’instabilità delle temperature di fusione propria delle tecnologie del tempo. Secondo gli studi effettuati da Patrizio Barbieri, le saldature potrebbero essere una preziosa testimonianza della tecnica tardo-medievale a mercurio, di cui si perde traccia nel corso del XVI secolo. Tale ipotesi ha trovato conforto nei referti delle analisi effettuate presso il laboratorio Sereco di Perugia su piccoli campioni prelevati dai corpi sonori che hanno stabilito una quantità ampiamente superiore di mercurio rispetto alle canne dei nuclei seicenteschi e settecenteschi. Altro elemento sono le punte delle canne di misura minima e di tipo senza imboccatura che in Umbria e nelle Marche vennero abbandonate a partire dal XVII secolo. La preparazione delle saldature è a terra rossa.
REGISTRO CANNE SUPERSTITI
Principale 32
Ottava 38 Flauto in VIII 12 Quintadecima 34 Decimanona 7
Vigesimaseconda 22
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Tastiera di 45 note (Do1-Do5) scavezza
Pedaliera presumibilmente di 9 note (Do1-Do2)
Facciata in stagno di 37 note disposte in cinque campate con due ordini superiori di organetti morti.
Corista 445 Hz circa A 20°
Rifacimento del Giubileo del 1600 da parte di autore anonimo
Di tale intervento sopravvive un nucleo di 105 canne costruite tra il 1612 ed il 1614. La loro fattura presenta maggior raffinatezza rispetto a quelle del nucleo cinquecentesco e la grafia delle numerazioni evidentemente seicentesche. I criteri costruttivi risentono ancora dei canoni antichi, con punte di misura minima e senza imboccatura. Di grande interesse le canne del registro di Flauto in XII che presentano larghezza di bocca strettissime, fino ad 1/10 della circonferenza, evidenziando una ricerca attenta delle sonorità proprie dei flauti dolci da parte dell’organaro. La preparazione delle saldature è a terra ocra.
Nell’ambito di tale intervento tutte le canne centrali di ogni singola campata, comprese quelle degli ordini morti, furono ricostruite a tortiglione. Le differenze tra canne cinquecentesche e seicentesche si manifesta sia per differenza di percentuale e consistenza di lastra che per criteri costruttivi. Non si può escludere nell’ambito del rifacimento dello strumento l’ipotesi dell’inserimento di un registro ad ancia, come ad esempio nel coevo organo di S. Pietro di Perugia posto in corno Evangelii.
Principale le 4 canne di facciata a tortiglione Ottava 25
Flauto in VIII 19
18
Flauto in XII 17 Quintadecima 15 Decimanona 14 Vigesimaseconda 5 Vigesimasesta 6
Tastiera presumibilmente di 45 note (Dol-Do5) scavezza Pedaliera presumibilmente di 9 note (Do1-Do2) scavezza
Tutte le canne di questo nucleo, dopo essere state riordinate secondo la loro numerazione originale, hanno espresso valori del corista mediamente pari a 395 Hz a 20°, ovvero il corista di San Giovanni in Lacerano in Roma. All’interno della cassa si notano ancora le tracce delle sgurbiature praticate al centro di ogni fascia interna degli archi delle campate per ospitare canne di maggior lunghezza, ovvero le nuove canne tortili.
Rifacimento Fedeli del secolo XVIII
L’intervento è databile attorno alla metà del Secolo XVIII ed è attribuibile per tipologia costruttiva a Felic.iano Fedeli (morto nel 1746) della Rocchetta di Camerino o ai suoi figli Raffaele e Domenico Antonio. Certamente questo rifacimento assume toni ben più decisi rispetto al precedente. Infatti venne ricostruito il somiere maestro ex-novo, fu aggiunto un somiere di basseria con i suoi bassi in abete di 8′ e per rendere possibile tale operazione si intervenne ampliando il vano murario, eliminando per sempre lo status di organo da muro rinascimentale. Fu ricostruita la tastiera e presumibilmente la pedaliera. Il piano fonico venne ampliato con la costruzione della Voce Umana e della Cornetta. Le canne di facciata vennero tutte riutilizzate tranne il Do1 centrale che fu ricostruito di taglia maggiore ed utilizzato come Rei, mentre con
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un trasporto venne collocata una canna interna in legno per il Do1. Il somiere fu ricostruito con il Rei centrale ed il Do1 posto a lato. Una particolarità del tutto singolare è costituita dalla presenza delle note Fa#1 e Sol#1 esclusivamente per le canne di Principale.
Il nucleo rilevato in fase di censimento e riordino consta di 110 canne così suddivise:
Voce Umana 22 canne presenti su 25
Cornetta 21 canne presenti su 25
Ripieno 67 canne di ripieno
Tastiera di 47 note (Dol-Do5) scavezza con tasti spezzati alla prima ottava per Fa#1 e Sol#i
Pedaliera presumibilmente di 9 note (Do1-Do2) scavezza con tasti spezzati alla prima ottava per Fa#1 e Sol#1
Il corista rilevato dal nucleo Fedeli è mediamente di 437 Hz a 20°.
Intervento riformatorio di Rodo fò Luna initio `900
Il colpo di grazia all’organo di San Francesco fu inferto da Rodolfo Luna che adeguò lo strumento ai nuovi canoni indicati dal Movimento Ceciliano. Sostituì pertanto tastiera, pedaliera, comandi e sistema trasmissivo dei registri, manticeria e basseria.
La tastiera fu costruita con un’estensione maggiore della precedente ovvero di 49 note (Dol-Do5) cromatica con i comandi per i registri di tipo harmonium posti in linea sopra la tastatura. La pedaliera fu realizzata parallela di 27 note (Do1-Re2) cromatica e fu dotata di una moderna meccanica di collegamento tasto- pedale. I mantici a cuneo furono sostituiti con un mantice a lanterna con pompe sottostanti di alimentazione.
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Il somiere fu ampliato con un’appendice per le prime quattro note cromatiche mancanti al somiere Fedeli. I due Flauti in VIII e XII furono accorpati in un unico Flauto di 4′.
La disposizione fonica fu trasformata come segue:
Principale
Ottava
Ripieno 5 file Flauto
Voce Celeste Cornetta
Il corista fu portato a 440 Hz ed il temperamento equalizzato. Le ragioni di una scelta
Nei giorni 7 e 31 marzo 1998 con l’assistenza del Dott. Oscar Mischiati e del Wijnand van de Pol si è dato inizio all’esame analitico del materiale dell’organo depositato presso il nostro laboratorio a seguito dello smontaggio avvenuto in data 3/3/98.
La nostra attenzione si è particolarmente concentrata sulle canne, che hanno rivelato di appartenere ad epoche diverse; esclusa la sopravvivenza di parti dell’organo costruito nel 1509 da Mastro Paolo di Pietro Paolo da Montefalco (il cui contratto edito da tempo ha contribuito alla fama di questo organo) è stato comunque individuato il nucleo cinquecentesco, coevo alla cassa ancora esistente. Accanto a queste si allineano due altri gruppi di canne: uno seicentesco ed uno settecentesco genericamente riferibile alla bottega dei Fedeli ai quali peraltro appartiene o risale la struttura dello strumento, in particolare somiere e crivello.
Come frequentemente succede, in simili casi, dal riordinamento delle canne risulta una fisionomia dello strumento che non coincide più con le strutture posteriori (somiere, crivello,
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I registri sono stati ridisposti secondo quella che doveva essere la successione consueta:
Flauto in Ottava
Quintadecima
Decimanona
Vigesimaseconda
Vigesimasesta
Sono quindi stati collocati in coda al somiere i registri di Flauto in XII seicentesco, Voce Umana e Cornetta Fedeli. Le canne trovano alloggio in un blocco con crivello proprio, rimovibile in qualsiasi momento. I comandi di registrazione sono stati realizzati con foggia diversa per connotarne la differente epoca costruttiva.
Le 37 canne di facciata dal Dol suddivise in 5 campate sono state ridisposte come in origine con il Do centrale ricostruito a tortiglione, in sostituzione della canna Re ricostruita da Fedeli nel XVIII secolo.
La tastiera è stata ricostruita di 45 tasti (Dol-Do5) scavezza impiegando legni di noce, castagno e bosso nostrani, secondo modelli dell’epoca.
La pedaliera è stata ricostruita di 9 pedali (Dol – Do2) scavezza, secondo modelli coevi.
Sono stati ricostruiti due mantici a cuneo con azionamento manuale tramite ruote e corde che hanno trovato alloggio sotto il somiere maestro, all’interno del vano.
La pressione è stata ristabilita in 44,3 mm in colonna d’acqua.
Il corista è stato ristabilito in 445 Hz con temperamento del Tono Medio 1 /4 di comma sintonico.
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Il restauro secondo le linee adottate restituisce finalmente anche all’Umbria la possibilità di fruire di uno strumento idoneo per l’esecuzione e lo studio della mirabile letteratura organistica classica italiana, testimonianze della quale sopravvivono anche nella regione, come il manoscritto di S. Maria Maggiore di Spello, quello della Biblioteca del Sacro Convento di Assisi e soprattutto di Girolamo Diruta autore del testo didattico basilare a cavallo tra cinque e seicento.
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Il restauro della Cantoria Cenni storici
In una dettagliata ed elegante relazione, redatta il 3 agosto 1909 dal perito agronomo Silvio Mancia, si legge che per riportare al loro stato primitivo alcune parti di questo tempi
( chiesa di san Francesco), deturpate o celate con muri e con intonaco di calce era necessario, fra gli altri lavori di riparagioni e restauri urgenti, rimuovere su altra parete l’organo e relativa cantoria o palco-orchestra.‘‘ Prima di questo radicale intervento, ispirato alla moda purista che vedeva nel ritorno alle forme medievali il riconoscimento delle radici e dei valori della nascente nazione, la chiesa non si presentava più nei caratteri essenziali delle chiese mendicanti della fine del XIII secolo, ma riccamente ornata secondo i dettami della Controriforma. L’altare maggiore poggiava su un muro che chiudeva completamente la luce dell’abside i monumenti sepolcrali medievali delle due absidi laterali erano stati trasformati in altari barocchi, lungo le pareti laterali furono eretti fra il 1613 ed il 1620 otto altari su commissione di alcune famiglie trevane, la
‘s Arch.Soprintendenza B.A.A.A.S. dell’Umbria, fald.81, fasc. Trevi, chiesa di S.Francesco
4 L’altar maggiore egregiamente adorno con rilievi, statue e colonne in stucco, construtto ad honor di Dio, della Madonna e di San Francesco da signori Cristofaro e Pomponio de Angelis ” 1595 DN p. ove successivamente nel 1773 fu tolto il dipinto raffigurante il Beato Andrea Conti sostitito dall’immagine della Madonna della Misericordia.“ D. Natalucci, Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi 1745, Trevi 1985 p. 177.
L‘altare fu poi demolito nel 1910 insieme ” al muro del 1600 a dossale dell‘altare maggiore, riadattamento di due pilastri dell‘abside che sopportano l’arco, nascondendo l’abside, rispristinando alcuni costoloni dell‘abside con tasselli, ripristinando la finestra bifora dell’abside, vetrata dipinta con armatura in ferro“. Arch.Soprintendenza B.A.A.A.S. dell‘Umbria, fald.81, fase. Trevi, chiesa di S.Francesco
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parete di fondo era interamente occupata dall’organo e dalla grande cantoria, realizzata con molta probabilità proprio in questo periodo”. Un intervento di carattere scenografico che ben si inseriva nel contesto di rinnovamento ornamentale della chiesa, completato dalla funzionalità dell’organo di competenza dell’organista che fu stipendiato ininterrottamente dal 1615 al 1695. ‘6
Con gli interventi del 1910 furono eliminati 5 altari, fra cui l’altare maggiore”, e la scelta di cambiare di posto all’organo si rese inevitabile per ripristinare la luce del rosone, come oggi si vede con le su dodici colonnine gotiche, sulla parete di fondo della chiesa. Esso fu chiuso in passato da una grossolana muratura, funzionale all’appoggio dell’organo e della cantoria, che a quell’epoca occupava l’intera parete di fondo. Nella stessa fase di ristrutturazione furono chiuse, sulla medesima parete ed ai lati dell’organo, due finestre, aperte in breccia circa il 1600, che illuminavano il fondo della chiesa.
I lavori furono condotti dalla Confraternita di san Giuseppe presieduta dal Nobil Signor Isidoro Valentini che anticipò la somma complessiva di 6202,83 lire di cui 1390,20 per lo spostamento dell’organo, la riapertura del rosone e la chiusura delle due finestre.
L’organo e la cantoria furono rimontati sulla parete di fronte alla porta principale della chiesa, nell’attuale posizione, ripristinando le varie parti deteriorate e realizzando alcune opere murarie sulla
1‘“et dato altri fiorini 50 per il nuovo suo ornamento ( ex rif. An. 1612, f. 171), essendo in deposito anche i 50 scudi donati dal pontefice per il medesimo effetto. ” D. Natalucci, Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi 1745, Trevi 1985, p. 179.
16 D. Natalucci,Histona Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi 1745, Trevi 1985, p. 180.
17 Nel 1910 vennero eliminati cinque dei dieci altari esistenti e cioè gli altari della Concezione, del SS. Nome di Gesù, di san Crispino, di san Bernardino e di san Antonio. C. Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946, p. 315.
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parete, come riportato dalla relazione finale dei lavori redatta da Scipione Bizzarri e datata 10 dicembre 1910.18
La nuova posizione può forse intendersi come una ricollocazione nella sede originaria del 1509, come potrebbe suggerire lo spirito di ripristino dell’epoca e l’esistenza della scala di accesso alla cantoria realizzata nello spessore murario della parete laterale della chiesa.
In questo nuovo assetto, fornito di un nuovo sistema di sostegno con puntoni e mensole e di nuove tavole nella fiancata di destra, l’organo riprese a funzionare fino al 1919 anno in cui il comune di Trevi requisì la chiesa alla Confraternita di san Giuseppe per adibirla a magazzino del grano. Dopo tre anni la chiesa fu riconsegnata ai proprietari ma l’organo non fu più in grado di suonare per la grande quantità di polvere che vi si era accumulata.“
Descrizione
Il monumentale organo a muro è composto da una cantoria e da una cassa armonica, entrambi ammorzati nella muratura della parete sinistra della sala.
La cantoria è sostenuta da sette mensole di legno e da altrettanti puntoni incastrati nella muratura. Le mensole sono in parte nascoste, sul fronte dell’intradosso, da un controsoffitto di legno ornato con piccoli lacunari quadrati dipinti con delle stelle ad otto punte su fondo azzurro. Sopra l’estradosso delle mensole, a formare il piano di calpestio della cantoria, erano delle tavole di pioppo dello spessore di circa 2,5 cm., oggi sostituite da tavole di rovere. Sopra il pavimento poggia il parapetto, innervato con delle assi di legno di noce, scandito sulla faccia esterna da una
18 <1rch.Soprintendenza B.A.A.À.S. dell'Umbria, fald.81, fasc. Trevi, chiesa di S. Francesco.
C.Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno 1987, p. 341.
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serie di lesene scanalate su cui poggia un lungo architrave ornato con motivi geometrici semplici e dentelli. Fra le lesene dieci tavole dipinte a tempera raffiguranti da sinistra: san Didaco, santa Chiara di Assisi, san Bonaventura da Bagnoregio, sant’Antonio da Padova, san Giuseppe, .sant’Fmiliano, san Bernardino da Siena, santa Maddalena, santa Lucregia e santa Caterina d’Alessandria.
La struttura che sostiene la cassa è costituita da travi di legno di cui due verticali poggianti al pavimento, gli altri sono incastrati al muro. Il fronte della cassa è delimitato ai lati da due alte lesene policrome, con basi e capitelli fogliati che sostengono una trabeazione che corre lungo tutto il perimetro della cassa. Il fronte, fra le due lesene, è caratterizzato da un ricco traforo in legno policromo, nei cui vuoti compaiono le canne dell’organo. Nelle lunette più alte due piccole tele raffiguranti l’Annunciazione.
La cassa è conclusa in alto da una cimasa triangolare sulla cui fronte lignea è dipinta a tempera la scena dell’incontro fra san Domenico e san Francesco. Ai lati due piccoli ovali raffiguranti santa Caterina da Siena e santa Chiara.Il tetto della cimasa è costituito da tavole di recupero che conservano ancora tracce di colore di una decorazione semplice.
Lateralmente la cassa è chiusa da grandi tavole, divise da cornice quadrate, ornate con finti marmi.
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L’opera è costituita da essenze di pioppo e di castagno, formate sia da superfici piane cha da cornici modanate, entrambe dipinte sul recto. La preparazione per la stesura dei pigmenti è a base di gesso e colla animale, data con uno strato molto sottile. Il disegno, dove serve, è eseguito direttamente con pennello. La tecnica pittorica è a tempera magra con legante proteico in cui sono disciolti i pigmenti naturali di tipo minerale fra i quali è impiegata l’azzurrite. La stesura pittorica è sottile, tipica di un manufatto di non pregiatissima fattura, aspetto evidente sia per la tecnica che per lo stile dell’opera. Le dorature delle aureole dei santi sono in foglia metallica su missione oleoresinosa.
Da un primo esame emergeva il cattivo stato conservativo dell’opera sia nella parte strutturale che nella materia pittorica. L’insieme aveva subito modifiche e smontaggi nel tempo, giustificati da elementi sia metallici che lignei “moderni” come chiodi a testa tonda o zeppe. I pannelli inferiori della cassa, sui fianchi laterali, erano stati tolti per collegare l’organo ad un mantice posto all‘esterno della cassa ed anche per facilitare il passaggio sul retro dello strumento.
20 Il restauro della cantoria e della cassa dell‘organo si è svolto fra l’agosto ed il dicembre 2004, secondo il progetto redatto dall‘arch. Giuseppe Bettini del comune di Trevi, con il finanziamento della Regione dell‘Umbria. I lavori sono stati diretti dall’arch. Giuseppe Bottini con l’alta sorveglianza della dott.ssa Francesca Cristofori della Soprintendenza B.A.A.P.S.A.D dell’Umbria.L‘intervento di restauro è stato eseguito dalla Coo.Be.C. di Spoleto, con la direzione tecnica di Rolando Ramaccini e compiuto in situ dal restauratore Fabio Giulivi, coadiuvato da Anna Maria De Carolis, Andrea Peroni e Silvia Bravi. Il restauro delle due tele è stato condotto in sede dai restauratori Bruno Bruni e Antonella Filmai con la collaborazione di F. Mancini. Il progetto del restauro strutturale si deve all’ing. Andrea Giannantoni diretto da Bernardino Speranclio cui si devono i rilievi del manufatto disegnati da Mario Tosti. La documentazione fotografica è di Marcello Fedeli.
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Inoltre si è propensi a pensare che la cimasa sia stata aggiunta perché non pertinente allo stile dell’opera, databile al XVII secolo. Piccoli elementi come beccatelli e parti di cornice sono andati perduti.
Il supporto ligneo presentava ampie zone interessate dall’attacco d’insetti xilofagi, ritiro delle tavole, lesioni e distacchi diffusi. Gli strati preparatori avevano subito alterazioni dovute ad infiltrazioni e percolamenti di acqua meteorica, decoesioni e perdita di adesione. Il fianco laterale sinistro della cassa armonica è giunto a noi completamente abraso, senza colore e preparazione a gesso. La pellicola pittorica, sensibile alle variazioni termoigrometriche, aveva gore diffuse sul fronte della cassa armonica, cadute e decoesioni.
In generale la superficie era offuscata da un velo composto di una vernice proteica alterata e da depositi superficiali incoerenti. Sulle tavole dipinte, raffiguranti santi, c’erano ritocchi pittorici dovuti a restauri precedenti. Alcune iscrizioni dei nomi dei santi, erano state in parte modificate o confuse come nel caso delle immagini di santa Caterina e santa Chiara per le quali si ipotizza un’errore nella ricollocazione.
L’intervento di restauro
Nel restauro attuale sono state eseguite tutte le operazioni conservative indispensabili al ripristino della stabilità sia del supporto che degli strati preparatori.
La pulitura umida, eseguita con solventi debolmente basici, ha rimosso le vernici e le ridipinture, in modo selettivo proprio per la particolare sensibilità dei colori all’azione dell’acqua.
La reintegrazione pittorica ha cercato di ristabilire la continuità delle fasce decorative senza eliminare l’effetto del naturale invecchiamento dell’opera. Le tavole raffiguranti i santi sono state
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integrate mimeticamente con colori ad acquerello. Le parti mancanti sono state sanate secondo i casi.
Il risarcimento delle discontinuità delle parti lesionate è stato ripristinato con l’inserimento di materiale inerte sia sintetico che con listelli e cunei di legno di pioppo adesi con resina vinilica e con chiodi di acciaio senza testa. I pannelli e le cornici mancanti della cassa sono stati realizzati con legno di pioppo. Le lacune superficiali sono state stuccate con impasto a base di cellulosa addizionata ad una piccola percentuale di resina acrilica per rendere le stesure più elastiche ai movimenti del supporto ligneo.
Anna Maria De Caro/is
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FONTI
Archivio notarile di Montefalco, notaio Pompeo di ser Nicola, 1509 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 284, 1526 — 1537 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 284, 1526 — 1537 ASCT, Archivio delle tre chiavi, riformanze, reg. 504, 1588 — 1594 ASCT, Archivio delle tre chiavi, consigli e riformanze, reg. 1, 1603 – 1608
Arch. Notarile di Trevi, reg. 892, 1602
ASCT, Consigli e riformane, reg. 14, 1694 – 1696
ASCT (Postunitario), delibera<ioni della Giunta, reg. 10, 1920 –1922 Arch.Soprintendenza B.A.A.A.S. dell’Umbria, fald.81, fasc. Trevi, chiesa di S.Francesco
BIBLIOGRAFIA
D. NATALUCCI, Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi 1745, Trevi, 1985
C. R. PETRINI La chiesa di San Francesco a Trevi, Perugia, Era Nuova, 2005
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INDICE
Presentazioni ………………………………………………………… pag. 5
L. FORSONI
La chiesa di San Francesco ……………………………………… pag. 7
L. FC)RSONI
L’organo ………………………………………………………………. pag. 8
A. PINCHI Restauro strumentale pag. 15
B.SPERANDIO, A. M. DE CAROLIS Il restauro della Cantoria pag. 26
1) Wanding, Annales Minorum, 1, 153. Jacobilli, Vita dei Santi, cap. 51, f.104, tomo 3, f. 60. Iacobilli, Cronaca di Sassovivo, cap. 51, f. 227. 2) Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Firenze 1926, p. 6. 3) Durastante Natalucci, Historia Universale dello Stato Temporale ed Ecclesiastico di Trevi,1745, a cura di Carlo Zenobi, Foligno 1985. 4) A.Bonaca, Le memorie …, p. 28.
5) C. Zenobi, Il Monastero di Santa Chiara in Trevi, ms. 1994, p.8; Angelo Niccacci, Il Convento di San Martino in Trevi, ms. 1997, pp. 21-22 6) Enrico Guidoni, La città dal Medioevo al Rinascimento, Bari 1981, pp. 123-158.
7) A. Bonaca, Le memorie…, pp.28.
8) A. Bonaca, Le memorie…, pp.28-29.
9) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 53-733.
10) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 1130-1131, 1160-1161.
11) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 184-185.
12) C. Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno 1987, pp. 120-122.
Chi osserva una foto area di Trevi nota che il complesso Francescano, chiesa e convento, proiettati nel lato nord tra la cerchia urbica romana e quella medievale, occupa buona parte del centro storico.
L’origine del luogo, che la tradizione ritiene fondato dallo stesso San Francesco di Assisi, si fa risalire al 1213, (1) anno in cui il Santo predicò al popolo di Trevi nella piazza del Comune. Nel “De conformitate” del Pisani è narrato che, mentre San Francesco parlava, un asino interruppe con i suoi ragli il discorso e al richiamo di Francesco “…frate asine, sta in quiete et dimitte me predicare populo…” l’asino si inginocchiò con la testa tra le zampe e rimase in silenzio. (2)
Un primo insediamento francescano a Trevi è accertato in un breve di Alessandro IV del 1258. (3) Il convento è documentato anche nella bolla di Onorio IV del 1285 con la quale il papa incaricava il Guardiano di assolvere dalla scomunica i trevani che avevano aiutato Perugia, ribellatasi alla chiesa, nella guerra contro Foligno. (4) Tale prestigioso incarico, che preferiva il Guardiano alle altre autorità ecclesiastiche del luogo, rivela che il Convento aveva raggiunto una certa importanza. Quindi si deve ritenere che la presenza dell’insediamento risalga, se non vivente san Francesco, a poco dopo la sua morte, poiché i 27 anni di distanza tra il breve di Alessandro IV del 1258 e quello di Onorio IV del 1285, sono da ritenersi troppo pochi per raggiungere una considerevole importanza. (5) E’ comunque noto che alla data del 1285 il Convento aveva una sua consistenza all’interno della città medioevale. (6)
L’ordine francescano fu ben accetto tra la popolazione sin dal suo inizio e partecipò con il Comune a garantire e mantenere la pace fra le parti della città; per questo loro impegno sociale di mediazione i frati godettero di larga fiducia e prestigio, tanto che gli amministratori comunali furono sempre grati ai frati con ampie elargizioni di elemosine ed aiuti. Ogni anno davano loro del denaro per tonache e contribuivano alle spese di alcune feste religiose. (7) Nel 1377 il Comune concesse ai frati l’acqua con la costruzione di un apposito condotto aptum et bene preparatum ad aquam ducendam, beneficio concesso soltanto a personaggi di gran merito e degni di speciale riguardo. (8)
Ai frati di san Francesco era data in consegna una delle tre chiavi che serravano i documenti importanti della Comunità e che erano conservati nell’archivio detto appunto delle Tre Chiavi. (9) Il convento custodiva una prestigiosa biblioteca che nel 1469 fu arricchita con i testi di medicina donati dal medico trevano Berardo Mazzieri che riteneva la biblioteca del convento degna del suo patrimonio librario. Berardo Mazzieri ebbe in cura i papi Eugenio IV e Niccolò V. Fu costretto alla fuga perché accusato di aver fatto morire di veleno Malatesta Baglioni di cui era medico di fiducia. (10)
L’importanza del convento non venne mai meno tanto che in esso si tennero i capitoli provinciali del 1544 del 1566. In occasione del primo gli amministratori comunali deliberarono di dare ai frati una coppa di grano ed una soma di vino. Elargizioni furono fatte dal Comune anche nel 1648 per la ricostruzione del convento. (11)
Con decreto 28 maggio 1810, cui seguì l’annessione dello stato della Chiesa all’impero francese, furono soppressi conventi, monasteri e corporazioni religiose. Così i frati lasciarono il loro convento e non tornarono più. L’archivio e la biblioteca andarono completamente dispersi. (12)
13) Silvestro Nessi, Trevi e dintorni, seconda edizione, Trevi 1991, p.24.
14) L’iscrizione è stata letta per la prima volta dal prof. Silvestro Nessi sul calco fatto da Giuseppe Zenobi in occasione della costruzione dell’impalcatura per il restauro della controfacciata.
15) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 175. S. Nessi, Trevi e …, p. 24.
16) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c.175.
17) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 746.
18) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 809.
19) C. Zenobi, Storia di Trevi, p. 315.
20) C. Zenobi, Storia di Trevi, pp. 201,315-316,341.
La prima chiesa che ebbe a far parte del convento, fu la chiesa romanica di Santa Maria, della quale abbiamo testimonianza nella epigrafe, oggi murata nella cimasa del timpano della parete ovest. (13) L’epigrafe incornicia una croce con decorazioni floreali e recita: MAG(iste)R ANGELO FECIT HOC OP(us) AN(n)O D(omi)NI MCCLXVIII M(en)SE MAII. AVE MARIA GRA(tia plena) DOMIN(us) TECU(m) B(e)N(e)D(i)CTA TU. (14)
Di questa chiesa rimane ancora oggi parte della facciata lato ovest, inglobata nella costruzione dell’attuale parete di fondo della chiesa coperta dalla quinta progettata dal Valadier. Della facciata originaria rimane la cortina muraria in blocchetti di pietra calcarea locale, il portale e l’ingombro del rosone che fu poi spostato nella posizione attuale.
Nel 1291, il 7 maggio, Niccolò IV concesse indulgenze a quanti avessero visitato la chiesa nella festa della Madonna, di san Francesco, di Sant’Antonio e nell’anniversario della dedicazione.
Tra la fine del XIII secolo e gli inizi del successivo iniziò la costruzione della nuova chiesa, nella quale, nel 1310, fu sepolto con tanti onori il B. Ventura, vissuto a lungo in un eremo di Pissignano, la cui fama di santità e di venerazione tra la gente fece si che la originaria intitolazione a S. Maria si mutasse in quella del B. Ventura. (15)
Nel 1354 iniziarono i lavori di ampliamento. Il Comune ordinò a tutti i popolani di portare una soma di legna per fare la calce per l’ampliamento della chiesa del B. Ventura, quae noviter aedificatur, e nel 1358 obbligò tutti gli abitanti della frazione di Matigge che erano in possesso di bestie da tiro actas ad salmam portandam, a trasportare una soma di pietre ciascuno, nel termine di dieci giorni, da cavarsi nella cava del Colle di Paterno. (16)
In epoca comunale, quando le assemblee del popolo non potevano svolgersi nella piazza per il cattivo tempo, all’interno della chiesa veniva convocata l’assemblea del popolo, chiamata “arenga” per “risolvere affari di grande importanza intervenendovi circa 600, 700 persone alla volta, che davano il loro pare invece del voto, con l’alzar le mani, osservandosi in tal modo se la sua maggior parte l’avesse alzate per averne la risoluzione” . (17)
Il Comune si accollò per un certo tempo le spese del predicatore “in tempo di quadragesima”. (18)
Fu nel corso del XVI secolo restaurata più e nel 1777 venne rifatto il pavimento in cotto. (19)
Il 27 novembre del 1859 nella chiesa si trasferì la Pia Unione di San Giuseppe (fondata da Don Ludovico Pieri) che ne divenne poi la proprietaria e alla quale si devono i restauri eseguiti all’inizio del XX secolo. Una lapide ricorda l’avvenimento: “IL GIORNO 11 SETTEMBRE 1910 QUESTA CHIESA RIDOTTA AL SUO CLASSICO STILE / PER OPERA DELLA CONFRATERNITA DI SAN GIUSEPPE / E BENEMERITI CITTADINI / VENIVA RIAPERTA SOLENNEMENTE AL CULTO PONTIFICANDO S.ECC. L’ ARCIVESCOVO SERAFINI / ASSISTITO DA S. EM. IL CARDINAL LORENZELLI / DAL PONTIFICIO COLLEGIO BOEMO / CON MUSICA ESEGUITA DALLA SCHOLA CANTORUM DEGLI ALLIEVI SALESIANI”. Dodici dopo, nel 1922, la chiesa venne ” requisita dal Comune per tre anni ed adibita a magazzino del grano”. (20) Nel 1970 fu ricostruito il tetto ed eseguiti alcuni lavori di manutenzione. Riaperta nel 1985 tornò ad essere non solo luogo di culto ma anche sede di mostre e manifestazioni culturali.
DESCRIZIONE
21) Henry Thode, Francesco d’Assisi e le origini del Rinascimento in Italia, a cura di Luciano Bellosi, Roma 1993, pp. 259-260, 505; AA.VV. Francesco d’Assisi, Chiese e Conventi, Milano 1982, pp. 136-138. S. Nessi, Trevi e dintorni…, p.26.
22) Zenobi ricostruisce la data in MCCCC. La lunetta del Portale è stata attribuita dal Todini al Maestro dell’Abside destra di San Francesco a Montefalco come le Storie di sant’Onofrio nella parte destra della chiesa e San Michele Arcangelo nella controfacciata. Filippo Todini, La pittura Umbra dal Duecento al primo Cinquecento, Milano 1989, p. 104. 23) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 182.
24) C. Zenobi, Storia di Trevi, p. 226.
25) C. Zenobi, Storia di Trevi, pp. 34,315.
26) Le Storie della Vita della Madonna dell’abside sono da attribuire, secondo il Todini, al Maestro di Trevi, «attivo in area folignate intorno alla meta del XIV secolo». Dello stesso Maestro sono anche gli affreschi delle cappelle laterali. F. Todini, La pittura umbra…, p. 200.
27) Rosalind Brooke, Cristopher Brooke, La religione popolare nell’europa medioevale, Bologna 1989, p. 40.
28) La croce dipinta su tavola sagomata è opera, per il Todini, del Maestro del Dittico Poldi Pezzoli. F. Todini, La pittura umbra…, p.129. F. Todini, La pittura in Italia-Il Duecento e il Trecento in Umbria e il Cantiere di Assisi, in La pittura in Italia – Il Duecento e il Trecento, tomo II, Milano 1986, p. 405, 601, 614; Francesco Rossi, Per l’iconografia di san Nicola di Tolentino: un Dossale spoletino in Vaticano, in “Arte e spiritualità nell’ordine agostiniano e il Convento di san Nicola a Tolentino“, Tolentino 1994, pp. 93-99.
29) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 180; Silvestro Nessi, Dall’Eremo al cenobio. Insediamenti inediti nel territorio di Trevi, in “Spoletium” n.33, Spoleto 1988, pp. 76-80.
30) Mario Sanfilippo, Dentro il Medioevo, Firenze 1990, pp. 153-159.
31) Nel nome di Cristo Amen. Nell’anno del Signore 1357, indizione X°, al tempo di Papa Innocenzo VI°, nel mese di Novembre. Questo è il sepolcro del signor Valente del signor Giacomo da Trevi e dei suoi eredi, fatto in questa sua cappella da lui costruita sotto il nome di S. Antonio. La quale sepoltura è stata fatta a perpetua memoria e testimonianza di questa cosa. E’ la prima testimonianza epigrafica della illustre famiglia Valenti. E’ da supporre che la tomba sia stata sotto il pavimento della stessa cappella. D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 1105. 32) S. Nessi, Trevi e dintorni…, p.28.
33) C. Zenobi, Storia di Trevi…, p.201
34) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 178-179.
35) Ad Avanzino Nucci vanno attribuite anche le tele ai lati dell’altare con le storie di San Francesco, (la visione dei Troni e la liberazione del carcerato, San Diego e il Beato Ventura) L. Barroero, V. Casale, G.Falcidia, F. Pansecchi, G. Sapori, B. Toscano, Pittura del Seicento,Ricerche in Umbria, Perugia 1989, p. 225.
36) Montefalco, Arch. Not., Rogito not. Di Pompeo di Ser Nicola, 22 Sett.1509.
37) Relazione storico-artistica sull’organo cinquecentesco della Chiesa di San Francesco in Trevi, di Oscar Mischiati e Wijnand Van de Pol.
38) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 179-180.
39) Oscar Mischiati e Wjinand Van de Pol, Relazione storico-artistica.
40) Carlo Roberto Petrini, L’Organo di San Francesco a Trevi, in “Spoletium”nr.36-37, Spoleto 1992, p. 109.
41) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 177. Mariano Guardabassi, Indice-guida dei monumenti pagani e cristiani…nella provincia dell’Umbria, Perugia 1872, p. 344.
42) Ancora l’immagine del B. Urbano V, il primo papa tornato a Roma dopo l’esilio avignonese. Egli viene raffigurato in trono con le Reliquie delle teste dei SS. Pietro e Paolo, da lui rinvenute. 43) Pittore che fa parte di quella interessante corrente manieristica, ruvida ed istintiva, che si diffuse nella Valnerina per tutto il ‘500 e gli inizi del ‘600. Fabio Angelucci, ativo dal 1568 al 1603, lo troviamo operoso a Trevi fin dal 1568 per decorare la cappella municipale di S. Maria ora andata perduta, ed alcune cappelle sepolcrali dei Valenti, tra cui quelle di sant’Ubaldo, con le sue storie e l’Annunciazione, nella Chiesa rinascimentale della Madonna delle lacrime in Trevi.
44) Luigi Fausti, Don Pietro Bonilli, Spoleto 1936. Ildefonso Schuster, Profilo storico del B. Placido Riccardi O.S.B., Milano 1954. Ottorino Pietro Alberti, Don Ludovico Pieri, Spoleto 1987, pp. 26-79.
45) F. Todini, La pittura umbra…, p.104.
46) C. Zenobi, Storia di Trevi, p. 227.
47) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c.178.
48) L’opera è stata attribuita al Ciburri dal Nessi e «mostra una suggestione della Pentecoste di Cesare Nebbia nel Duomo di Perugia» . AA.VV., Pittura del ‘600 e ‘700, Ricerche in Umbria, 2, Treviso 1980, p. 487. D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 52. S. Nessi, Trevi e dintorni…, p. 30.
49) S. Nessi, Trevi e dintorni…, Trevi 1979, p. 56.
50) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 177-178.
51) AA.VV., Il costume e l’immagine pittorica nel Seicento umbro, Firenze 1984, p. 41; AA. VV. Pittura del Seicento, Ricerche in Umbria, Perugia 1989, p.177.
52) Sulla vita e l’opera di D. Natalucci consultare la presentazione di Carlo Zenobi alla «Historia Universale».
La tipologia architettonica è molto semplice, secondo lo stile degli ordini menticanti: unica navata con copertura in capriate di legno, con l’abside centrale pentagonale fiancheggiata da due cappelle a pianta rettangolare. La chiesa di Trevi ripete lo schema della Chiesa di san francesco di Montefalco del quarto decennio del secolo XIV. (21)
Il lato sud della chiesa, a ricorsi di pietra bianca e rosa interrotti da lesene in pietra bianca, ospita il trecentesco portale d’ ingresso, formato da fasci di colonnine, terminanti con capitelli fogliati, su cui poggiano due leoncini sporgenti, che si congiungono a formare un arco ogivale; nella chiave di volta è scolpito l’agnello mistico. All’interno dell’arco una lunetta con affresco della fine del XIV secolo raffigurante la Madonna con il Bambino, San Francesco e santa Chiara e la scritta frammentaria HOC OPUS FECIT FIERI…MCCCC. (22)
A destra del portale principale un altro secondario che ripete i motivi architettonici del precedente. Girando l’angolo su questo lato è visibile l’abside affiancata dalle due cappelle e il campanile, a doppio ordine di logge, “formato con pietre quadre” (23) che poggia sulla cappella di sinistra. Nella cella campanaria si conserva un’antica campana datata 1341.
La facciata ovest, occlusa in parte dal proseguimento del prospetto della facciata del convento opera del Valadier, conserva in alto il rosone con colonnine a raggiera che un tempo ornava la facciata della chiesa primitiva. Ai lati del rosone tre piccoli rosoni tamponati che originariamente ornavano, insieme al rosone centrale, la facciata. Al vertice del timpano l’epigrafe, precedentemente descritta, con a fianco le sculture raffiguranti il papa e l’imperatore.
All’interno l’unica navata è illuminata da una monofora, da una grande bifora posta al centro dell’abside e dal rosone da cui entra la luce al tramonto. In origine sulla parete destra vi era un’altra monofora che fu tamponata per poter costruire nel 1620 l’altare della Madonna della Neve.
Le pareti interne della chiesa dovevano essere quasi completamente ricoperte di dipinti. Dopo una campagna di scopritura dei dipinti dallo scialbo che li ricopriva, eseguita tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, (24) sono ritornati alla luce una serie di affreschi databili intorno al XIV-XV secolo, ad eccezione di un affresco, in una nicchia della partesinistra, datato 1577. Successivamente gli affreschi furono in gran parte perduti in occasione della sovrapposizione di altari barocchi realizzati nel XVII secolo secondo il gusto ed i dettami culturali e religiosi del tempo. Alcuni altari vennero poi tolti nel 1753 “per un migliore ornato di tutta la chiesa” e nel 1910, quando furono eseguiti importanti lavori di restauro. (25)
Alla base dell’abside pentagonale troviamo il coro del secolo XVII, al centro del quale è stato collocato un leggio corale, della stessa epoca, proveniente dalla Chiesa di S. Antonio dei cappuccini, ora Cappella del cimitero urbano. Le pareti conservano, su otto riquadri distribuiti su due registri sovrapposti, dipinti ad affresco della metà del XIV secolo con le storie della Vita della Madonna. (26) Le scene raffigurano dall’alto a sinistra del secondo registro: Gioacchino cacciato dal Tempio, annuncio a Gioacchino, l’incontro di Gioacchino e Anna presso la porta Aurea e la Natività della Vergine. Nel primo registro da sinistra: Maria fanciulla presentata al Tempio, lo sposalizio della Vergine, l’Annunciazione e la Natività.
Nelle lunette i quattro evangelisti di cui rimangono Matteo e Marco. Il motivo di tale raffigurazione potrebbe risultare fuori luogo in una chiesa dell’ordine francescano, dove generalmente sono raffigurate le storie del santo fondatore. Qui i frati, invece, rendono omaggio a Maria, non solo perché verso di Lei nutrono una grande devozione, ma anche per onorare probabilmente la dedica della chiesa primitiva. (27) Le vele scompartite da costoloni ornati con motivi geometrici e poggianti su peducci in pietra, sono dipinte a cielo stellato con fasce dalle decorazioni geometriche. Nella chiave di volta figura antropomorfa.
La zona presbiterale è attraversata in alto da una trave lignea dipinta sulla quale poggia una croce da iconostasi, del primo Trecento, con le consuete immagini della Vergine e di San Giovanni nelle tabelle laterali, il Cristo benedicente nel tondo in alto, San Francesco ai piedi del Crocefisso. (28)
Sotto l’abside, con uguale struttura composita, si trova la cripta, che nella seconda metà del secolo XVI fu trasformata in luogo di sepoltura, come documentato dalle lapidi tombali nel pavimento dell’abside.
Nella parete di fondo della cappella di destra troviamo due colonnine di pietra rossa con due capitelli dorati che sostengono un timpano trilobato, appartenente con molta probabilità ad un monumento funebre del XIII-XIV secolo. I numerosi interventi di manutenzione e di ridipintura degli elementi architettonici, quali l’applicazione di vernici dorate, non permettono di poter leggere l’opera nel suo aspetto originario, unico nel suo genere nella città. Dai documenti risulta che alla base delle colonne, dove precedentemente trovava sede la mensa di un altare, nel 1523 vennero solennemente poste le ossa del Beato Ventura eremita di Pissignano, allora territorio di Trevi, “ad istanza del sig. Muzio Petroni, con solenne festa e concorso de’ populi, specialmente dal Castello di Piscignano”. (29) Le ossa furono chiuse entro casse di stagno e di cipresso dove fu inserita la vita del beato, composta da Muzio Petroni e da lui fatta stampare. La cappella reca l’arme della famiglia Petroni.
Nel Settecento all’interno dell’edicola furono aggiunti gli stucchi e la statua lignea della Immacolata Concezione, sempre della stessa epoca. Nella parete sinistra affreschi del XIV secolo: in alto S. Emiliano, sotto, da sx., i SS. Ventura, Nicolò e Andrea, sopra il timpano due profeti, sulla parete opposta S. Giovanni Battista e, nello strombo della finestra, una santa. Nell’intradosso dell’arco i quattro Evangelisti: Sopra l’arco affreschi del secolo XIV con i santi Paolo e Pietro, al centro il grifo e nel registro superiore un santo dell’ordine minoritico in un paesaggio.
La cappella di sinistra è dedicata, fin dalla origine, a Sant’Antonio da Padova. (30) Presenta nella parete di fondo una edicola simile a quella della cappella di destra, nello stesso stato di conservazione, con stemma araldico dei Valenti (due strisce nere a croce di S. Andrea adorne di due stelle). Alla dell’edicola si trova la cornice lapidea con iscrizione in caratteri gotici: IN CHRISTI NOMINE AMEN. ANNO DOMINI MCCCLVII INDITIONE X TEMPORE INNOCENTI PAPAE VI DE MENSE NOVEMBRIS. ISTUD EST SEPULCRUM DOMINI VALENTIS DOMINI IACOBI DE TREBIO ET EIUS HEREDUM FACTUM IN ISTA CAPPELLA PER EUM FACTA SUB VOCABULO SANCTI ANTONII. QUE SEPULTURA FACTA EST AD PERPETUAM HUIUS REI MEMORIAM ET TESTIMONIUM . (31) La cornice conteneva la lastra in basso rilievo raffigurante Valente Valenti giacente, ora nel muro a destra. Non è dato sapere quando fu smembrato il cenotafio, ma con molta probabilità lo spostamento è riferibile all’epoca dell’inserimento dell’altare del Buon Gesù (XVI secolo). In quel periodo la lastra fu murata nella parete di destra e ad oggi essa rappresenta un raro esempio di scultura in pietra dipinta. Il Valenti è raffigurato disteso con la veste rossa di magistrato con finiture in oro e codice di colore marrone. Ai lati in alto lo stemma della famiglia. Nella stessa cappella stucchi dorati e statua del Santo di Padova riferibili al XVIII secolo. (32)
Di riscontro il sepolcro di Ottavia Attavanti e di Alessandro Valenti (1576-77), madre e figlio, con i ritratti scolpiti a rilievo.
Alle pareti affreschi del XIV secolo raffiguranti santi entro edicole. Sono visibili nella parete di sinistra il Beato Urbano e in quella di destra, santa Caterina d’Alessandria e Sant’Antonio da Padova. Sopra l’arco frammento di affresco del XIV secolo raffigurante forse santo Stefano.
Ai lati dell’abside sono poste, su mensole di legno, le statue lignee di buona fattura di scultore ignoto del XVII secolo, raffiguranti Santa Chiara e San Francesco.
Nella parete di sinistra, sopra la porta d’ingresso della antica sacrestia, due immagini della madonna con Bambino del ‘400 ed una macchina processionale dell’Ottocento con l’immagine di san Giuseppe. (33) Addossate alle pareti panche di manifattura umbra del primo Seicento, con stemmi abrasi della famiglia Lucarini, laccature in verde ed intagli nei frontali e schienali realizzati direttamente nel legno di pioppo a motivi fitomorfi.
Una piccola porta immette nella attuale sacrestia dove si conserva un lavabo da sacrestia in maiolica di fattura gualdese del XVII secolo. Ha una cornice esterna decorata con racemi di fiori e frutta alla maniera di Della Robbia, e fastigio a forma di calice sorretto da angeli. La parte sottostante, a forma absidale, imita una conchiglia tipicamente seicentesca. Al disotto il lavabo del quale di un certo interesse è il coperchio ove è un rilievo con dipinto un paesaggio collinare con teorie di cipressi degradanti, grotte e costruzioni varie, forse la raffigurazione delle stimmate di San Francesco nel monte di la Verna. Manufatto analogo si trova nella chiesa di San Francesco a Gualdo Tadino.
Nella parete di sinistra della navata della chiesa si erge l’altare delle Stimmate di san Francesco. Fu fatto costruire da Grifone Petroni alla fine del XVI secolo e fu “dotato con scudi 100 e l’oglio per la lampada” e “donato alla Compagnia delle Terziarie Francescane” . (34) Nel cartiglio posto sulla trabeazione è la scritta: “Domine decorasti me signis Redemptionis nostrae”. La tela, racchiusa in una cornice di stucco policromato e dorato come tutto l’altare, raffigura San Francesco che riceve le stimmate, opera a riferire ad Avanzino Nucci. (35)
Ai lati della cornice, entro i rincassi, sono raffigurati a sinistra dall’alto in basso la visione dei Troni, San Diego e la predica di san Francesco a Trevi. Dall’altro lato la liberazione del carcerato, il Beato Ventura, san Francesco visita i malati. Nella cimasa san Francesco in gloria. Riveste la mensa d’altare un paliotto in scagliola datato 1730 che reca al centro in un cartiglio il calice e l’ostia.
Di fronte all’altare, a pavimento, le lastre sepolcrali di Grifone Petroni dottore del Collegio Perugino e di Francesco Pariani.
Proseguendo, addossato alla parete della navata, l’organo monumentale già considerato “rarissimo esemplare superstite di quel tipo che nel Rinascimento veniva definito organo da muro”. Lo strumento fu commissionato dai frati di san Francesco a mastro Paolo Pietro di Palolo di Montefalco, così come risulta dal rogito 22 settembre 1509 per mano del notaio Pompeo di ser Nicola di Montefalco.
Con tale atto mastro Paolo Pietro si obbligò a consegnare, prima del Natale “unum parum organorum” per il convenuto prezzo di 80 fiorini in ragione di 40 bolognini a fiorino, sotto pena di 10 fiorini in caso di inadempienza. La pesante penalità ci fa certi che il “paio d’0rgani” (cioè l’organo composto dal prospetto con canne di facciata e nel retro le canne di registri diversi) suonò per la prima volta nel Natale del 1509. (36) L’organo fu aggiustato una prima volta nel 1526 e successivamente nel XVIII secolo, con rifacimento del somiere e l’aggiunta della voce umana e della cornetta. L’intervento venne eseguito dalla famiglia Fedeli, organari marchigiani, molto attivi anche in Umbria. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’organo fu ampliato per opera di Rodolfo Luna, il quale, secondo il suo stile, sostituì tastiera, pedaliera, manticeria e basseria. (37) Lo strumento fu preso in tale considerazione che il Comune stipendiò dal 1528 al 1695 l’organista. (38)
Attualmente, l’organo si presenta con 37 canne a cinque campate, le centrali a tortiglione, tastiera cromatica di 49 tasti, pedaliera cromatica di 27 pedali, registri comandati da sei tiranti a pomello, mantice a lanterna posto nel basamento con due soffietti di alimentazione azionati a pedale con trasmissione meccanica di tipo sospeso. Il nucleo più antico delle canne risale alla prima costruzione documentata nel 1509 e “si tratta del complesso di canne più antico esistente in Umbria ed uno dei più antichi in senso assoluto” . (39) La cassa, appesa alla parete, ha il prospetto in legno intagliato dipinto a tempera ed è diviso in cinque campate: la maggiore al centro con il secondo ordine di canne morte sovrapposte alle due campate reali minori. I dipinti della cimasa raffigurano san Domenico e san Francesco ai lati Santa Caterina da Siena e santa Chiara. In alto l’Annunciazione: Nella cantoria sono allocati dieci comparti con tele su tavola raffiguranti dal fianco sinistro: San Didaco, santa Chiara di Assisi, san Bonaventura da Bagnoregio, Sant’Antonio da Padova, san Giuseppe, sant’Emiliano, san Bernardino da Siena, Santa Maddalena, santa Lucrezia e Santa Caterina d’Alessandria. Tutti i dipinti sono riferibili al XVII secolo. (40)
A sinistra è l’altare della Crocefissione che fu commissionato da Pomponio e Cristofaro De Angelis nel 1597: Le colonne presentano stucchi dorati con motivi fitomorfi. La tela raffigura la Crocefissione ed è secondo la periegetica locale una buona copia da Guido reni. Nella Cimasa l’Eterno. (41)
A sinistra dell’altare dipinti murali del XIV secolo raffiguranti nel registro superiore a sinistra il Papa Urbano V (42) e santa Caterina di Alessandria.
Nella nicchia, riscoperta nel 1832, affresco datato 1577 di Fabio Angelucci da Mevale. (43) Il grande affresco raffigura al centro la Madonna con il Bambino in trono, a destra San Giuseppe ed in ginocchio Sant’Antonio da Padova, a sinistra l’Arcangelo Gabriele e san Francesco di Assisi. Nel catino è raffigurato l’incontro delle pie donne con il Cristo.
Da questa rappresentazione della Famiglia Nazarena trasse ispirazione per l’avvio alla devozione alla Sacra Famiglia, il sacerdote trevano Ludovico Pieri (1829-1881), le cui spoglie sono custodite nel sepolcro a pavimento. La devozione alla Sacra Famiglia si diffuse quindi in tutta l’Italia anche e soprattutto ad opera di Don Pietro Bonilli. L’evento è ricordato dalla lapide in marmo a fianco, nella quale si ricordano insieme a Don Pietro Bonilli, anche gli altri cittadini trevani beatificati nel XX secolo: Antonino Fantosati francescano, vescovo e martire, e Placido Riccardi, monaco benedettino. (44)
Nella parete di fondo sarcofago in pietra del IV secolo, già sotto l’antico altare maggiore, che conservò il corpo del Beato Ventura. Al di sopra resti di affreschi del XIV secolo, raffiguranti un Santo e l’Arcangelo Michele all’interno di una edicola.
A sinistra affresco raffigurante polittico di scuola folignate della seconda metà del XV secolo con San Bernardino da Siena e Santi; in una delle cuspidi rimaste, quella centrale, Crocefissione.
Ancora, nella parete di fondo altri frammenti di affreschi del XIV secolo. Riconoscibili una chiesa ed un prelato e forse Cristo flagellato.
Nella parte destra della navata affreschi del XIV secolo con le storie di Sant’Onofrio (Apparizione di Cristo, Sant’Onofrio in preghiera, Morte del santo). (45)
Nella piccola nicchia, costruita nel 1873, è collocata la statua lignea policroma di San Rocco del Settecento. (46)
A sinistra si erge l’altare dedicato allo Spirito Santo. Fu eretto nel 1613 da Filippo Palazzi e “dotato di molti beni per una messa al giorno ed il consumo della lampada” . (47) L’altare in pietra serena è in cattive condizioni; la parte sinistra è andata irrimediabilmente perduta a causa delle infiltrazioni d’acqua dovute alla rottura di un pluviale. Una iscrizione con stemma posta sui plinti delle due colonne riporta la data di ultimazione dell’altare: “P. PHILIPPUS PALATIUS PHILOSOPHUS ARTIS MEDICINAE DOCTOR OPUS FIERI JUSSIT. / ASCANIUS PALATIUS FRATER EIUS HAEC RES COMPLEVIT A.D. MDCXIII”. La tela raffigura la discesa dello Spirito Santo sopra Maria Vergine e gli Apostoli riuniti nel Cenacolo; in basso a sinistra lo stemma del committente e la scritta “D. PHILIPPUS PALATIUS PHILOSOPHUS ET CIV. PERUSINUS”. La tela è attribuita a Simeone Ciburri (+1614), pittore di cultura barrocesca. (48)
A sinistra dell’altare lapide in marmo che ricorda i restauri eseguiti nel 1910 precedentemente citati. Di seguito affresco del XIV secolo raffigurante la Madonna col Bambino in trono.
Asinistra dell’ingresso principale alla chiesa è collocata un’acquasantiera di foggia rinascimentale con stemma gentilizio e la scritta sul dado di base: AQUILANT . S/GIRAFERUS. Al di sopra si trova un frammento di affresco del secolo XV con l’immagine di sant’Antonio da Padova. Segue affresco raffigurante Madonna col Bambino e San Pietro da Verona domenicano martire, con il nome del committente e la data: HOC OPUS FECIT FIERI LUCAS LUCARELLI MCCCC…, affresco soltanto in parte incorniciato nel Settecento con stucchi, che presenta qualche affinità con lo stesso artista che dipinse l’edicola di Silvignano. (49)
Segue l’altare dedicato alla Madonna della Neve fatto costruire nel 1620 da Alessandro Valenti, nobile trevano, per volere della madre Ortensia Tomassoni, ad onore della Vergine come leggesi nel cartiglio, posto sulla trabeazione: S. MARIAE AD NIVES. EX PIO LEGATO MATRIS SACELLUM HOC ALEX. VALENTIBUS DICAVIT A. D. MDCXX DIE VERO V AUGUSTI. (50) La tela raffigura la Madonna incoronata regina del cielo e della terra, in basso San Pietro e San Paolo, al centro le anime del purgatorio con un cartiglio “Madre del Dio Eterno liberaci benignamente dalle fiamme dell’inferno…”. L’opera è di Ascensidonio Spacca detto il Fantino (1557-1646), pittore che attua gli ideali proposti dalla Riforma Cattolica. (51) Ai lati , all’interno di cornici in stucco, affreschi con figure di Madonna sotto i vari titoli, e Annunciazione. Nella cimasa la Madonna della Neve. L’altare ha un paliotto policromo in scagliola datato 1730 con l’immagine di Sant’ Antonio da Padova entro un cartiglio.
A sinistra, addossato all’altare, frammento di affresco del secolo XIV. Proseguendo, macchina processionale del XIX secolo con l’immagine della Madonna della Misericordia, due panche di artigianato umbro del XVII della famiglia Lucarini.
A sinistra affresco del tardo Trecento raffigurante la presentazione di Gesù al Tempio; ai lati, entro due edicole, un Santo e la Profetessa Anna.
A fianco della porta laterale, sopra l’acquasantiera, Sant’Antonio Abate, frammento di affresco del Quattrocento.
Tra le lapidi sepolcrali inserite nel pavimento vi è quella dello storico locale Durastante Natalucci (1687 – 1772), autore della “Historia Universale dello Stato Temporale ed ecclesiastico di Trevi, 1745”, edita nel 1985.(52)
IL CONVENTO
53) D. Natalucci, Historia … di Trevi, cc. 183-184.
54) D. Natalucci, Historia … di Trevi, c. 184. AA. VV. Pittura del Seicento…, p. 225. AA.VV., Il costume e l’immagine…, pp. 114-115-116-117.
55)S. Nessi, Trevi e dintorni…, p. 77.
Adiacente alla chiesa nella parte nord è l’ex convento dei francescani fondato nel XIII, ma ricostruito dalle fondamenta negli anni 1640 – 50. (53)
L’architettura dell’edificio ruota intorno al chiostro centrale formato da un portico con pilastri a base ottagonale ed archi a tutto sesto ed un loggiato superiore costituito da archetti a tutto sesto con finestrature.
Le lunette del portico sono decorate con affreschi che raffigurano la Vita di San Francesco di Bernardino Gagliardi da Città di Castello (1609-1660), “uno dei nomi più prestigiosi sulla ribalta della pittura umbra del suo tempo” , la cui presenza a Trevi si può fissare al 1645. (54)
I dipinti non si trovano in buono stato di conservazione; alcuni di essi sono andati completamente distrutti per gli interventi di ristrutturazione, altri sono stati danneggiati in parte per aperture di porte e finestre. Alcune lunette sono state ridipinte nel secolo XVIII da un pittore trevano che si firma con il nome “Antonius Birretta de Trebio”.
Iniziando la lettura delle lunette a destra del lato nord troviamo: annuncio della nascita; la nascita; il monito del Crocefisso di San Damiano; la rinuncia degli averi davanti al Vescovo di Assisi; il sogno del Papa Innocenzo III; nel breve corridoio nella volta a botte le figure dei quattro Evangelisti; Onorio III approva la regola; la visione del carro di fuoco; San Francesco predica agli uccelli; visione dei Troni, la predica di san Francesco nella piazza di Trevi; Francesco guarisce i ciechi e gli storpi; tentazione del Santo; il miracolo del bambino; il Santo assiste gli infermi. Al di sotto di ogni affresco corre un fascione di ornati e puttini monocromo su fondo celeste con scritte e gli stemmi delle famiglie committenti: Valenti, Luzi, Salvi e Tulli. Vi si leggono anche i nomi di illustri conventuali: P. Felice Bantinelli, P. Giuseppe Cetronio guardiano del convento trevano, e P. Sante de Ruteis ministro provinciale.
Bernardino Gagliardi affrescò anche il parlatorio con composizioni per lo più a soggetto biblico con al centro della volta l’estasi di san Francesco.
Il convento con la soppressione napoleonica fu chiuso. Nel 1833 fu acquistato dal cardinale Emanuele de Gregorio, a sue spese, per trasferirvi il collegio Lucarini di cui era protettore. L’edificio fu ristrutturato dall’architetto romano Giuseppe Valadier che “con eleganza e magnificenza di disegno” (Moroni) lo rese agibile in soli 18 mesi.
Il complesso subì ancora rifacimenti quando il Collegio, nel 1893, passo ai Salesiani che lo gestirono sino al 1963.
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Attualmente l’edificio ospita la Scuola Media Statale intitolata a Tommaso Valenti, illustre storico trevano, (55) la Raccolta d’Arte di San Francesco e il Museo della Civiltà dell’Ulivo. Con tale nuova sistemazione la Chiesa di San Francesco fa parte del complesso museale.
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BIBLIOGRAFIA
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– Presentazione della pubblicazione “PUTTI” di Santa Maria di Pietrarossa (progetto Vito Trombetta), con la partecipazione del Sindaco Bernardino Sperandio, Lucia Bertoglio, Stefano Bordoni e Franco Spellani.
– Fiera di S. Giovanni – Mercato degli orti di Trevi e dei prodotti biologici delle Canapine. Produttori e consumatori in un contesto di grande interesse storico e artistico
Ore 13
– Panzanella e Trebbiano per tutti, a cura drell’ Ente Palio dei Terzieri
Chiesa di S. Giovanni Monumento funebre ed epigrafi di Alessandro Valenti
Nella chiesa di S. Giovanni “della Piazza”, ai due lati, prima dei gradini del presbiterio
IMAGO
ALEXANDRI VALENTIS SFORTIE F. QVI
VIVENS LOCA PIA AVXIT NEMINI NO-
CENS SUOS ET ALIOS RE ET CONSILIO
IVVIT TAMDEM DECEDENS PROFVIT
COMPLURIBUS
Può essere così tradotta:
Immagine di Alessandro figlio di Sforza Valenti, il quale in vita accrebbe molti luoghi pii, a nessuno nuocendo, favorì altri con i beni e con il consiglio e anche morendo fu di aiuto a molti
Il ritratto fu eseguito quando il personaggio era ancora in vita
1
.
Trevi, Chiesa di S. Giovanni,
Epigrafe di Alessandro Valenti
1570 ca.
(foto 2/2003)
ALEXANDRO VALENTI S
TI
FAVSTINI ABBATI, SS
JACOBI ET
PHILIPPI A MONTE CASTELLO TVDERIS SS STEPHANI A PICCI-
CHIS, ANGELI DE ARSICCIALIBVS, ET A CASTRO FABBRI SPOLE-TINAE DIOECIS DILIGENTISSIMO RECTORI, N
O
NVLLOR
V
ETI-
AM SIMPLICI
BENEFICIORVM MERITO BENEFICIATO AC CEN-
TVM DVCATORVM S PETRI DE VRBE CANONICATV PENSIONA-
NATO S. PAVLI MILITI, ET IN MEDIOLANESI DOMINATV PER
PAVLVM III PONT: GENERALI COLLECTORI DEPVTATAO, NEC
NON MARII SFORTIAE APVD REGEM PHILIPPVM QVADRIENNI-
VM CVRAM GERENTI, AC PAVLI JORDANI FLORENTIAE QVIN-
QVENNIVM CVM ANTEA PAVLVS DE CAESIS, ET GVIDVS ASCANIVS
SFORTIA CAR” IN CONSILIIS CAPIVNDIS MAXIMA FIDE EVM
IAMDIVHABVERINT, COSMIQ DVCIS VOCE VOCATO, VT
EIVS PRVDENTI CONSILIO CAR. FILIVS NON TANTVM FAMILI
A
COM
E
SALESQ SIBI PARARET, VERVM SE IPSVM COMITTERET
ET TANDEM OCII CAVSA RIVISICCI VILLA EIVS PECUNIA EM-
PTA PER IVLIVM III SIBI, POSTERISQ IN COMITAYVM PER IP-
La pittura rende bene il caotico affollamento della minuscola piazzetta antistante la chiesa di Santa Croce (parrocchiale fino a pochi anni addietro), prima di snodarsi per le strette e tortuose vie della Piaggia.
Nell’originale si possono notare numerosi personaggi, tra cui il Vescovo sulla porta della chiesa di Santa Croce, i musicisti della banda e un invalido sulla carrozzina in primo piano in basso.
I quattro evangelisti, pannelli degli altari laterali, opera di Bernhard Gillessen
Un grande pannello raffugura la
Processione di Santa Rita
, opera di
Bernhard Gillessen
La manifestazione si svolge, da circa 50 anni, nella Piaggia ove è grande la devozione verso questa santa, in seguito ad una guarigione miracolosa di una bambina, attribuita appunto all’intervento di Santa Rita.
Al centro di via Roma, che unisce Piazza Garibaldi e Piazza Mazzini, prospetta la semplice facciata della chiesa di S. Giovanni.
Chiamata in origine S. Giovanni della Piazza (de platea), anticamente era di proprietà del Comune che la unì alla chiesa delle Lagrime, gestita dai Canonici Laternaensi i quali la cedettero nel 1570 alla confraternita della Misericordia. Questa antichissima confraternita gestiva dal 1375 l’annesso ospedale, che vi ebbe sede dal 1291 all’epoca napoleonica, quando fu trasferito nell’ex convento di S. Domenico ( i locali del vecchio ospedale, nel secolo scorso, furono trasformati in carceri).
«Sia la facciata che l’interno rivelano un intervento radicale ottocentesco, di tipo neoclassico, fino ad ora non documentato, a cui forse non fu estranea la presenza a Trevi del Valadier nel 1832» (Nessi).
Chiesa di S. Giovanni- Interno 57822-S.Gio2000 (foto 11/2000)
L’interno, ad unica navata coperta da una cupola, è molto arioso. Il presbiterio, diviso dall’aula da quattro gradini e arco trionfale, ospita un bell’altare coperto da baldacchino in pietra e ornato da una tela, con vaghe reminiscenze caravaggesche (Nessi), che rappresenta la decollazione di S. Giovanni.
Rimangono solo due altari laterali con due pregevoli statue lignee raffiguranti il Crocefisso e il Risorto.
Recentemente vi fanno bella mostra sei opere (gliEvangelisti, la Processione di S. Rita e l’Alba del giudizio universale del pittore locale, di origine tedesca, Bernhard Gillessen)
Omaggio a Giovanni Sgambati (1841 -14/12/1914) dalle città di Tivoli e Trevi nell’Umbria a chiusura del centenario della scomparsa
dir. art. Giancarlo Tammaro
Sabato 12 dicembre 2015 ore 19 Scuderie Estensi di Tivoli piazza Garibaldi – Tivoli (Roma) in collaborazione con Associazione Amici della Musica di Tivoli
Domenica 13 Dicembre ore 18
Chiesa di San Francesco Trevi nell’Umbria (PG) in collaborazione con il Comune di Trevi
Mirella Vinciguerra pianoforte
Quartetto d’archi Amici della Musica di Tivoli :
Eleonora Giosuè Andrea Camerino violini
Giorgio Bottiglioni viola
Alessandro Muller violoncello
…un’occasione per conoscere un illustre musicista che è vissuto dall’infanzia alla prima giovinezza a Trevi, allievo e nipote acquisito di Tiberio Natalucci