Autore: Franco Spellani

  • Concerto S Lucia 2003

    Tra musica e arte:

    alla scoperta della Città

    visite e concerti

    Piaggia di Trevisabato 21 giugno 2003

    ore 21.00 -Chiesa del Crocifisso presentazione storico artistica

    ore 21.30 – Chiesa di Santa Lucia presentazione storico artistica

    concerto

    I Cantori di Cannaiola Gruppo Polifonico Comunale di Trevi
    direttore M° Francesco Corrias

    Programma

    Anonimo

    Ave Maria – gregoriano
    Tomás Louis de Victoria (ca. 1548-1611)Ave Maria – mottetto a 4 voci miste
    Cantate Domino – mottetto a 4 voci miste
    Andrea Gabrieli (ca. 1510-1586)Maria Magdalene – mottetto a 4 voci miste
    Giorgio Federico Ghedini (1892-1965)Dove vai, Madonna mia? – elab. a 4 voci miste di un canto popolare italiano
    Dormi dormi – per coro a 3-5 voci
    Maurice Duruflé (1902-1986)Notre Père – op. 14 (1978) a 4 voci miste Tantum ergo – dai Quatre Motets sur des thèmes grégoriens, op. 10 (1960) a 4 voci miste
    Orlando di Lasso (1532 ca.-1594)Matona mia cara chanson a 4 voci miste
    Claude Debussy (1862-1918)Dieu! qu’il la fait bon regarder ! dalle Trois Chansons sur Charles d’Orléans
    Bruno Bettinelli (1913)Già mi trovai di maggio (1970) testo di Matteo M. Boiardo, a 4 voci miste

    I Cantori di Cannaiola

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  • Monastero di S. Lucia

    Monastero di S. Lucia

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    itinerario giubilare

    ( Da un dattiloscritto di Don Sossio Fioretti, 1979)

    Il Monastero di S. Lucia, come risulta dai documenti dell’Archivio, fu fondato nell’anno 1344 da Nardulo Accorsucci, nobile trevano, il quale donò ad esso tutti i suoi beni.

    Il nome “S.Lucia” deriva dal fatto che Lucia era la moglie del fondatore, la quale vi si ritirò insieme alle figlie. Sembra che fosse preferita la regola di S. Benedetto a causa di una figlia dell’Accorsucci chiamata Scolastica, nome della santa sorella di S.Benedetto.

    Numerose giovani accorsero ben presto al Monastero, prima come semplici oblate, “poi come monache secondo la regola di S. Benedetto”. Passarono nel Monastero, nel corso dei secoli, come confessori e predicatori i più illustri personaggi del tempo, come per esempio S. Leonardo a Porto Maurizio.

    Importante l’opera di un certo P. Giovanni Battista Cancellotti della Compagnia di Gesù, insigne predicatore, il quale avendo raccolta un’immagine della Madonna del Bell’Amore, di carta, abbandonata sul lido di Livorno, la donò al Monastero. Anche ora è molto venerata, posta nel coro delle Monache a destra del Cancello.

    Il Coro è fattura della prima metà del secolo scorso, voluto da Donna M. Luisa Prosperi, anche se essa non ne vide il completamento. Nella Chiesa di stile barocco c’è un bel quadro raffigurante il martirio di S. Lucia; è anche firmato, ma la firma è illeggibile. Nel retro del parlatorio principale c’è un bellissimo affresco del ‘300, di autore ignoto, staccato da una parete del Monastero e rappresentante una Natività.

    Durante l’invasione napoleonica il Monastero fu soppresso e le monache disperse. Nel 1815 le superstiti poterono rientrare e riprendere la vita monastica insieme ad un gruppo del vicino Monastero di S. Croce. Ma la vita monastica fu riportata a regolare osservanza dalla Serva di Dio M. Luisa Prosperi. Oggi ospita 24 monache provenienti dalla zona di Trevi, dall’Abruzzo, dalle Puglie, dedite alla preghiera e al lavoro secondo lo spirito di S. Benedetto.

    Le monache vivono fiduciose che questo glorioso monastero possa continuare la sua storia con rinnovato vigore, come testimonianza luminosa di consacrazione totale.

    Z99

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  • Chiesa S.Leonardo

    .

    Sorge in magnifica posizione sull’estrema propaggine del Colle di S. Eleuterio (Colle Basso).

    Ridotta a rudere, si possono ancora osservare solo le mura perimetrali.

    “É stata rimaneggiata nel XVI sec. con diverso orientamento dell’altare”

    .1

    13/9

    Nell’immediato dopoguerra il nuovo proprietario tentò una cervellotica ricostruzione, poi abbandonata.

    Le fu addossata, con estrema noncuranza, la cabina di trasformazione dell’allora Azienda Elettrica Comunale

    13/9Scarsissime sono le notizie storiche di questa chiesa.

    É citata in un “breve” di Alessandro III, del 1177, come dipendente dal monastero di S. Pietro di Bovara.2 e nei libri delle “decime” (1334).3

    Trevi, Italy. Bovara, ruderi della chiesa di S. Leonardo.

    98-13

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    Note:

    1) Sperandio, Bernardino, Chiese romaniche in Umbria, Peugia, 2001, pag.131.

    2) Natalucci, Durastante, Historia dello stato temporale ed ecclesiastico … di Trevi, (1745), Todi 1985, c.528. “… non molto grande e con un solo altare, anticamente dominio del enunciato monastero ed ora ritenuta in semplice titolo dal successore del sig. abbate Masciolini a collazione della Dataria”

    3) Sella, Pietro, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Umbria, Città del Vaticano 1952, pag. 454, n°6741

  • Ken Sowerby – Architetto e artista

    Ken Sowerby

    Ha esposto a Trevi nella mostra Artisti senza Tempo DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12 dal 18 ottobre – al 16 novembre 2003

    Architetto ed artista, nato a Liverpool nel 1953, ha trascorso la maggior parte della sua vita in Australia, e prima di approdare a Trevi ha soggiornato a lungo in Germania e ad Hong Kong.

    Le sue opere includono la pittura, la scultura e la fotografia.

    Sia i suoi lavori artistici, che la sua architettura condividono lo stesso approccio filosofico di rivelare una parte del tutto, ossia “The glory of the glimpse”, permettendo all’immaginazione di completare l’immagine.

    Ha già esposto in Australia, Germania, Italia ed in Brasile.

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    X03


  • Un dipinto del Sodoma?

    Elena Berti Toesca

    Due dipinti sconosciuti delSodoma

    in Dedalo XI -1931- pag.1334-1338

    Tommaso Valenti,( La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928, pag 227), a cui si rimanda per la foto del dipinto di Trevi, ipotizza l’attribuzione del dipinto di Trevi a Sebastiano dal Piombo.

    <1334>

    Nessuno ha saputo indicarmi di dove provenga alla Confraternita della Madonna dell’Orto in Roma un dipinto che sotto le annebbiature del tempo e della patina mostra facilmente grandi qualità. È un quadro che si può dire quasi sconosciuto. nascosto nelle modeste stanze di quella confraternita di bottegai e rivenditori romani. che pure lì accanto ha saputo costrurre una delle più adorne chiese di Roma: Santa Maria dell’Orto, la cui cupola fu affrescata, il pavimento finito e la ricca decorazione compiuta in diversi anni a spese dell’Università dei fruttaroli. vernicellari. pollaroli, etc., che vi ebbe la sua chiesa e anche le sue sepolture.

    Dentro una vecchia cornice è una tavola (pag. 1335) rappresentante la Pietà, col Redentore seduto sul sarcofago e sostenuto dagli angioli. I confratelli riportano del dipinto le attribuzioni più eterogenee, ma tutte lontane dal giusto segno, al quale può giungere chi attentamente osservi.

    L’insieme richiama sùbito alla pittura dell’Italia settentrionale, dove composizioni <1336>

    di questo genere. specie nell’arte veneta. furono tanto frequenti; e a guardare sommariamente il dipinto ci si potrebbe appunto rivolgere alla scuola veronese, mentre certe gonfiezze nel disegno e la generale oscurità hanno anche suggerito a qualcuno il nome di Liberale da Verona. Ma quando si riesca a rivedere la pittura originale liberata dall’offuscamento, che un prudente restauro potrebbe facilmente togliere, vi si trova uno studio di luce e di chiaroscuro che fa rivolgere l’attenzione ai lombardi; ed ecco che nei due angioli di destra che sorreggono il Cristo si mescolano a pochi riflessi raffaelleschi, particolarmente visibili nell’angiolo di destra, quelli assai più vivi di Leonardo. Nell’angiolo che sovrasta tutto il gruppo il leonardismo apparisce con la massima intensità nel gioco di luci e di ombre e persino nelle fattezze. Pure, il secondo angiolo a sinistra, contorto e magro, sembra accennare le angolose forme dei pittori piemontesi. Tra le figure degli angioli improntate a un vago idealismo il Cristo spicca per un senso di rilievo e di realtà che novamente afferma la tradizione dell’Italia superiore; ma nell’anatomia di questa stessa figura si sente che il pittore deve aver riguardato l’antico.

    Dall’insieme di questi caratteri sorge chiara non soltanto l’individualità, ma il nome dell’ignoto artista.

    Appartengono al Sodoma quegli angioli di cui egli ha ripetuto infinite volte il tipo dalla grossa bazza e dal naso corto, dai capelli ora sciolti in ciocche umide ora artificiosamente inanellati; appartiene a lui e alla sua discendenza indubbia da Leonardo quel chiaroscuro dell’angiolo sopra la testa del Cristo ed anche il senso patetico che nel Cristo sorge dal profondo e ne pone la figura tanto in alto in mezzo agli angioli, più freddamente idealizzati; qualità che si può riconoscere persistente nel Sodoma, anche se attenuata molte volte dal suo voluto classicismo. Credo elle non occorra insistere su confronti particolari, ma ne richiamo i principali: la derivazione di questo Cristo da quello più rude e primitivo, ma assai simile della Deposizione di Sant’Anna di Camprena dove le mani del Redentore son disegnate pesantemente come nel quadro della Madonna dell’Orto, mentre, sempre in questo, le mani degli angioli hanno quel caratteristico convenzionale affilarsi delle dita che poi il Sodoma ripeterà continuamente, diminuendone sempre più la modellazione. Inoltre l’angelo di sinistra del nostro quadro è quasi ripetuto in opere del periodo senese, sempre sul lontano modello leonardesco.

    A noi interessa ora il problema cronologico dell’esecuzione del dipinto. E mi pare che esso si risolva con le osservazioni già fatte. Qui già s’intravede linfluenza umbra e poi raffaellesca; ma è soverchiata ancóra dalle reminiscenze dell’Italia superiore e di Leonardo in particolare. Lo studio del nudo non è qui portalo a quelle finezze ideali che si vedranno dopo, o nella Deposizione dell’Accademia di Siena, o nel San Sebastiano di Palazzo Pitti: e si può concludere che il dipinto risale a uno dei primi soggiorni del Sodoma a Roma, quando lavorava nel Vaticano, e più precisamente al 1508, mentre già si manifestava 1’influenza di Raffaello, che poi lasciò tracce in tutte le successive opere del pittore.

    Un’altra tavola richiama il nome del Sodoma, sebbene non così palesemente. É a Trevi, ma proviene anchessa da Roma e <1338>

    per strane vicende. Nelle memorie inedite di Benedetto Valenti, avvocato fiscale, come risulta dalle diligenti ricerche di T. Valenti(1), si trova ricordato che «la reverenda camera apostolica del dicto anno 1531 essendo stata iustitiata una donna che teneva camera locanda in Borgo per avere admazato uno… ne donò (dei suoi beni, al Valenti) una callidissima cona in tavola». Il Valenti inviò a Trevi la bella ancona che aveva appartenuta all’ostessa giustiziata e la fece porre in Santa Maria delle lagrime, donde solo da pochi anni fu tolta per restaurarla e porla nel Museo. C’è da supporre che lostessa avesse avuto il quadro da uno dei tanti pittori che passarono a Roma nel primo trentennio del 500, per non poter egli in altro modo saldare il conto della locanda.

    Dentro una mediocrissima cornice del XVI secolo è una tavola rappresentante anch’essa una Pietà (pag. 1337):composizione assai più complessa che l’altra, più idealizzata, sebbene anche in questa il pittore sia riuscito a dar sempre alto significato e massimo rilievo alla figura del Redentore. È il momento del seppellimento; e il vecchio d’Arimatea sostiene il corpo del Cristo abbandonato con un senso di delicatezza e di soavità che è pur sempre leonardesco, ma che ci ravvicina alle più tarde forme del Sodoma. Riflessi dell’arte di Leonardo si possono trovare nella figura del vecchio a destra e in quello all’estrema sinistra dai lineamenti alquanto caricati. Ma ad analizzare l’opera si vede quanto l’artista si sia appropriato delle forme della pittura umbra (in particolare si osservi la Maddalena) sebbene non ancòra dimentico di quelle settentrionali, tanto che l’atto scomposto del vecchio che sorregge il Cristo potrebbe far quasi pensare a Gaudenzio Ferrari.

    Particolarità morfologiche che possono confermare l’attribuzione da me proposta al Sodoma sono le mani affilate; la stessa Madonna, tanto simile alle teste dell’affresco di santa Caterina a Siena, in San Domenico; e la tendenza come nell’altro quadro a poca varietà di toni per un fare quasi monocromo, specie sulle carni morelle, con leggere ombreggiature. Ma la fusione di elementi diversi è qui assai più riuscita che nella Pietà di Santa Maria dell’Orto e perciò il dipinto si può riferire a un periodo più inoltrato nell’attività del Sodoma, appunto a quello in cui il pittore riuscì ad una maniera più semplice ed abbreviata, tutta rivolta a finezze, al cui termine sta un capolavoro: il San Sebastiano di Pitti.

    Anche per questa Pietà sono state proposte, pur da critici ascoltati, le più varie attribuzioni, e insistentemente su tutte quella a Sebastiano del Piombo. Ma in nessun momento di questo pittore potrebbe trovar posto la Pietà di Trevi che non ha né caratteri veneziani, né quegli elementi raffaelleschi o michelangioleschi che poi predominarono nei successivi periodi dell’arte di Sebastiano del Piombo; e soltanto il nome del Sodoma mi sembra appropriarsi a questa fine opera dimenticata.

    ELENA BERTI TOESCA.

    (1) La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime a Trevi, Roma, 1928.

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    08X

  • Chiesa S.Nicolò

    In posizione felicemente panoramica sebbene a quota modesta, è estremamente suggestiva per l’elegante architettura, per l’accurata tessitura muraria, per gli interessanti affreschi che contiene e, non ultimo, perché conserva un’antica pergamena con la data della consacrazione: 1195.

    Restaurata nel 1928-29, necessita ormai di un ulteriore intervento di riparazione per la copertura.

    Infiltrazioni di umidità dal catino absidale hanno compromesso il sottostante affresco del primo Cinquecento.

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, interno.

    Interno

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, finestra della facciata.

    Bifora della facciata

    Il motivo degli archetti della bifora si ritrova nelle absidi dell’antica

    chiesa di S. Emiliano

    La Madonna con Bambino è stata datata dal Nessi e attribuita ad un pittore finora conosciuto soltanto per gli affreschi in S.Chiara da Montefalco e pertanto chiamato Primo Maestro di S. Chiara.

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, Affresco del Primo Maestro di S. Chiara.

    Affresco della prima metà del Trecento

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    Matigge

    97-05Z

  • Alchimie in corpo donna

    Associazione Pro Trevi Comune di Trevi TREVI IN PIAZZA 1998

    Chiostro di S. Francesco
    Domenica 2 agosto – ore 21

    L’ASSOCIAZIONE CULTURALE TEATRO DEL DHARMA Presenta

    ALCHIMIE IN CORPO DONNA Di Laura Pierantoni

    Con Laura Pierantoni – mistica monologante
    Angela Cappelletti – anima cristiana
    Kim Kyoung-Ae – anima buddista
    Nina Saxena anima induista
    Salima Tajouiti – anima islamica
    Anna Paola Maestrini – divinità
    Lynn Minervini – tampura
    Beatrice Santini – voce

    Regia: Laura Pierantoni e Antonello Belli

    TERRA, ACQUA, FUOCO, ARIA: istallazione di Antonello Belli.

    La Donna, “lontano dall’essere la sorgente di peccato, di tentazione e dannazione è, al contrario, potenza e forza di trasmissione del più alto insegnamento mistico “.

    Alchimie in corpo donna è l’intreccio di quattro monologhi che si ispirano alla vita e alle opere di mistiche cristiane, islamiche, induiste e buddiste. La scena è suddivisa in quattro aree religiose che scandiscono, di volta in volta, il passaggio da un monologo ad un altro. L’azione scenica prende il via dal centro, dove una donna circondata da veli bianchi rappresenta il punto da cui tutto trae la sua origine, il motore immoto, la divinità silente ma vibrante che con lenti e continui movimenti fa pulsare la scena che le si svolge attorno. La protagonista rivive il lento e faticoso percorso di purificazione che queste mistiche hanno compiuto. È un viaggio, un lento processo di trasformazione alchemico scandito, sulla scena da quattro elementi:

    la terra – la materialità, i vincoli dovuti alla nascita in un corpo e alla percezione parziale della realtà, i vincolo sociali e religiosi subiti soprattutto dalle donne; l’acqua – elemento di purificazione, simbolizza il momento della visione e dell’incontro con il divino; il fuoco – rappresenta l’unione mistica con il principio divino; l’aria – rappresenta la realizzazione, l’insegnamento, il ritorno alla materialità , non più subita, ma vista come emanazione del principio divino.

    L’anima pura, incarnata da quattro figure femminili (cristiana, islamica, induista e buddista) incontra sulla scena la protagonista indicandole, con canti, preghiere e insegnamenti, il cammino da percorrere.

    Alchimie in corpo donna è la storia di una donna e di quattro strade, quattro percorsi, culture e religioni apparentemente distanti ma con un’unica aspirazione: quella di trascendere la materia per poi ritornarvi con la visione di essa purificata da un lungo e coraggioso viaggio. Storia di madri e di lune, di grembi fecondi illuminati dal divino. Storia di terra umida e profumata ma anche di fuoco e di lavacri. Storia di un cammino tra lo spirito e la materia Storia di storie il cui percorso, parallelo, è scandito da un’uguale necessità: l’elevazione.

    … È triste che attraverso la storia si assista a spettacoli di lotta e di odio tra i seguaci di religioni diverse … Desidero offrire le mie speranze e le mie preghiere purché tutte le religioni si uniscano. (S.S. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)

    Questo spettacolo è dedicato al beneficio di tutti gli esseri senzienti.

    L’Associazione Culturale Teatro del Dharma ringrazia per i costumi Kim Kyoung-Ae, Daniela Davoli e Maria Grazia Maestrini ed inoltre Giorgio Rossi, Marco Ciarletti, Rinaldo Morosi, Paolo Damiani, Gianni e Cosma Musacchio e quanti le sono stati vicini.

    L’Associazione Culturale Teatro del Dharma risiede a Spello (PG) dove organizza stages, laboratori e spettacoli ispirati all’integrazione religiosa, culturale e artistica

  • Chiesa S.Paolo di Coste

    Trevi, Coste. Chiesa di S. Paolo

    Piccola chiesa che identifica il vocabolo di poche abitazioni sulla montagna ad est di Trevi, chiamato appunto Coste di San Paolo o Coste San Paolo, ultimo villaggio, con una splendida visione su Trevi e la valle sottostante, sulla strada che si inerpica fino al valico (quota m 1291) per Pettino (m 1074)

    È in pietra a vista, a filaretto, orientata, coperta con volta a botte con campaniletto a vela sulla facciata.

    Restaurata nel 1970, come recita una targa all’interno, per volere di D. Bernardo Giacometti, originario da Coste, all’epoca parroco di Bovara.

    Trevi, Coste. Chiesa di S. Paolo, facciata

    Le abbondanti stuccature in cemento danno all’edificio un innaturale tono grigio un po’ triste. É urgente un intervento per riparare il tetto e ripristinare l’aspetto generale, alquanto suggestivo.

    Trevi, Coste. Chiesa di S. Paolo, finestra e campanile

    All’interno rimane una sola pittura, sulla parete destra, del primo Cinquecento ma largamente restaurata.

    Raffigura la Madonna in trono con Bambino tra S. Francesco e S. Sebastiano, con una lunga iscrizione in due righe ormai pressoché perduta. Sicuramente almeno un’altra immagine con il santo titolare doveva decorare la chiesa, forse sulla parete dell’altare, che insisteva contro terra e quindi la più danneggiata dall’umidità.

    Trevi, Italy. Chiesa di S.Paolo di Coste. Madonna con Bambino tra S.Francesco e S. Sebastiano.

    Nelle antiche scritture veniva denominata anche S. Paolo di Tergnole.1 o di Atergnole.2, anticamente chiesa curata che serviva 20-30 famiglie.3, officiata in alternativa a S. Maria di Pelano o S. Maria Vecchia.

    Trevi, Italy. Chiesa di S.Paolo di Coste. Altare

    Tutte le foto sono inedite © f.s.2006

    Nei restauri del 1970 fu scoperto, all’interno dell’altare di pietrame, l’altare qui a destra, ora spostato in altra parte della chiesa. Attualmente è in uso l’altare della foto a sinistra, con una mensa in travertino sopra una elegante colonnina classica di cui si ignora la provenienza.

    Trevi, Italy. Chiesa di S.Paolo di Coste. Altare laterale

    06X

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    Note

    1) Sella, Pietro, 1952, Rationes Decimarum Italiae – Umbria, Città del Vaticano, nn. 6746 e 6921

    Natalucci, Durastante, Historia … di Trevi, Todi, 1985, c.588.

    2) ibidem, cc. 912, 1167

    3) ibidem, c. 912

  • Chiesa S.Pietro a Pettine1

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    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.

    altra veduta

    Chiesetta rurale tipica della zona ma architettonicamente più evoluta di tutte le altre, segnatamente nel campaniletto a vela (rielaborato). Sorge sulle pendici del colle di S. Martino, vicino all’antichissimo tracciato che da Trevi scendeva a valle verso Foligno. Dagli elementi architettonici si può far risalire al XIII secolo, probabilmente ricostruita sulle rovine di un edificio precedente. É naturalmente citata nei più antichi inventari

    .1

    . Spogliata nel XIX secolo dei suoi arredi fu ceduta a privati (famiglia Ciaffoni, poi altri). Ridotta a fienile, fu acquistata insieme con la vicina casa dalla famiglia Caporicci, che a metà degli anni ’80 l’ha restaurata permettendone la perfetta fruibilità

    Simile alle numerose chiesette romaniche coeve reperibili nell’abitato di Trevi e nel suo territorio è tra le più evolute architettonicamente, “con abside semicircolare e campaniletto a vela, come al solito rielaborato, sulla facciata; ma la muratura sembra più antica specie nella parte destra della facciata e la porta, a differenza delle altre, architravata.2

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.

    Come le costruzioni coeve è orientata con l’abside a est. L’interno è a navata unica, con la trabeazione sorretta da due arconi ogivali. Prende luce da due finestre, molto strette, poste al di sopra dell’ingresso e dell’abside. Altre due finestrelle sono nella pareti laterali, all’altezza del presbiterio. Nel lato sud una porta, anch’essa architravata, comunicava anticamente con la sagrestia, non più esistente.

    Nella sua costruzione furono riutilizzati materiali di spoglio di edifici precedenti, tra cui alcune epigrafi funerarie classiche.

    Conserva all’interno interessanti affreschi.

    Interno

    Questa foto ormai “storica” del 1979, opera del mai dimenticato Sandro Ceccaroni, correda la prima guida moderna di Trevi.2 .
    Gli osservatori di spalle sono L’avv. Carlo Zenobi e Franco Spellani

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.(1979)

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    Note

    1)Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Umbria, Città del Vaticano 1952

    2)Nessi, Silvestro – Ceccaroni, Sandro, 1979, Da Spoleto a Trevi lungo la Flaminia, Panetto e Petrelli, Spoleto, 1979, pag. 153 e successive riedizioni: Trevi, guida turistica

  • spiepet4a

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine. Epigrafe classica

    Questa bella epigrafe, già pubblicata dal C.I.L.1, da tempo inglobata nell’altare in pietrame era ormai ritenuta perduta.

    Nella monumentale raccolta, stilata tra il 19° e il 20° secolo era stata riportata sulla fede di una trascrizione precedente..2

    Ritrovata nel corso del recente restauro, si può ora vedere infissa nel pavimento del presbiterio nella posizione in cui è stata rinvenuta. L’ultima riga non è visibile perché annegata nella malta. (inedito 2000)

    Con la luce radente è facilmente leggibile il testo, perfettamente conforme alla precedente trascrizione, che informava il viandante della presenza della tomba

    del PITTORE SULPICIO, Liberto di Lucio, alla distanza di 15 piedi, di fronte, nel campo.

    SVLPICIVS

    L. L. EROS

    PICTOR

    Nel XV P FRONT

    (IN AGR P XV)

    Sul lato nord una porta, con uno strano architrave a mezzaluna, è stata anticamente tamponata con materiali di recupero.

    Il 4 Novembre 1998 , Bill Thayer di Chicago, in visita a Trevi, ha individuato un

    f

    rammento di epigrafe

    in un blocchetto di marmo riutilizzato nella muratura e ne ha dato subito notizia nel suo sito monumentale.

    La parete nord era ricoperta di edera da tempo immemorabile e il frammento è rimasto nascosto fino all’intervento del 1995.

    Successivamente, nel 2012, un ulteriore intervento

    Trevi, Italia. Chiesa di S. Pietro a Pettine. Porta Nord, tamponata

    Porta della parete Nord quando era ancora tamponata

    La porta, riaperta nel 2012

    Agli spigoli si vedono i cardini in pietra

    La sistemazione dei vari frammenti dell’epigrafe

    .

    Il frammento di destra era quello visibile all’esterno

    della tamponatura, per lungo tempo esposto alle intemperie

    La ricostruzione dell’altra faccia

    Nell’intervento del 2012 è stata riaperta e con alcune pietre di risulta bsi è potuta ricomporre l’intera iscrizione

    L’iscrizione è ripetuta su ambedue le facce di un cilindro di marmo con un foro quadrato al centro e sagomato lateralmente

    con una scozia, evidente elemento di una colonna classica.

    Il frammento di scrittura che si trovava a vista ha tratto in inganno vari interpreti, poiché dai rozzi caratteri veniva attribuito all’alto medioevo, mentre il testo è italiano e recita:

    BEATO CHI MI
    VOLTA +

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