CHIESA DI S.PIETRO del 12° secolo, con fregio del V secolo. L’interno è a tre navate; quella centrale è coperte con volte a botte e quelle laterali con volte a crociera. Sebbene un ampliamento del coro nel sec.16° abbia distrutto l’originale complesso absidale, rimane tuttora uno dei più belli esempi del romanico nella zona.
L’attigua ABBAZIA fondata nel 1158 dai benedettini presto assurse a grande splendore. Ai monaci si devono notevoli interventi di bonifica della valle e il conseguente sviluppo dell’agricoltura.
A 200 m dal recinto dell’abbazia, verso monte, fa bella mostra di sé il millenario olivo di S. Emiliano.
Nella zona, vari reperti archeologici, rivelano antichissimi insediamenti.
La stele di Bovara. Rinvenuta negli anni ’50, passata pressoché inosservata, venne reimpiegata mostrando la faccia opposta all’epigrafe. Riscoperta all’inizio degli anni ’80, attende di essere esposta nella “Raccolta d’Arte di S. Francesco“. È un’epigrafe in due righe, in latino arcaico. Deve ancora essere studiata.
MOSAICO ROMANO. Importante testimonianza di vari insediamenti in epoca romana, citato da più autori, più volte scoperto e ricoperto da alluvioni ricorrenti. Fu scoperto l’ultima volta nel 1943-44; da allora giace negletto sotto uno strato di terra poco a valle dell’antichissima strada romana che congiungeva Trevi al ponte “lapideo” (da cui derivò il toponimo “Lapigge”) sul Clitunno.
Tommaso Riccardi, nacque a Trevi il 24/6/1844, da Francesco e Maria Stella Paoletti, terzogenito di dieci figli.
v. Famiglia Riccardi
Fu battezzato nella vicina chiesa di S. Emiliano e, appena rinato col Battesimo, fu deposto sull’altare dell’Addolorata, in atto di consacrazione (allora l’altare stava sulla destra di chi entra, contiguo al Fonte Battesimale che occupava la prima delle tre absidi, contigua alla parete di ingresso).
Nel 1853 entrò nel Collegio Lucarini ove si distinse come attestano numerose menzioni e medaglie conferitegli. Nel 1862, chiuso il Collegio Lucarini per motivi politici, si pose sotto la direzione spirituale di Don Ludovico Pieri, un santo sacerdote trevano, padre spirituale e ispiratore del beato Pietro Bonilli. Nell’atto di licenziarsi dal Pieri per proseguire gli studi a Roma, questi gli profetizzava la futura vocazione, ma Tommaso ebbe un gesto di ribellione e gettando a terra e pestando il cappello che aveva in mano esclamò: «Se mi viene questa vocazione l’affogo» (1865). Appena un anno dopo (12/11/1866), dopo un pellegrinaggio a Loreto e un corso di esercizi spirituali, bussava alla porta dell’Abbazia di S. Paolo. Ammesso al noviziato (5/1/1867) col nome di Placido, fu ordinato Suddiacono il 2/4/1870 e Diacono il 24/9/1870.
Chiamato di leva, richiese qualche giorno per terminare i suoi esami, ma fu immediatamente dichiarato disertore. Giunto a Spoleto a perorare la sua causa, poiché nel frattempo il governo piemontese che dominava anche su Roma aveva decretato l’amnistia, si scoprì che il suo caso non vi rientrava e pertanto venne arrestato alle Fonti del Clitunno, mentre rientrava a Trevi (5/11/1870). Tradotto a Firenze fu processato e condannato ad un anno di reclusione, poi graziato e avviato al reggimento a Pisa (30/12/1870), ma dopo accertamenti medici, dichiarato inabile, fu congedato il 27/1/1871. Il 7 febbraio rientrava in S. Paolo dove il 10 marzo faceva la professione solenne e il 25 marzo veniva consacrato sacerdote.
Ebbe vari incarichi: Vice Maestro degli Alunni, Maestro dei Novizi, Vicario Abbaziale delle Benedettine di S. Magno ad Amelia in due diverse epoche. Il 20/8/1994, mentre lasciava il monastero di Amelia per rientrare a Roma per la sua salute cagionevole, una monaca così scriveva di lui: «
Don Placido è partito lasciando tutte nel più profondo dolore. Austero con sé stesso, ma tutto carità per noi, specie le malate. La sua carità si stendeva anche presso gl’indigenti di Amelia. Le sue virtù hanno destato l’ammirazione di tutta la città
».
Ma l’apoteosi dell’umiliazione e del trionfo della santità di don Placido si ebbe a Farfa, dove fu inviato per tentar di salvare il salvabile. La gloriosissima Abbazia, già potente al tempo dei Longobardi, era ridotta in condizioni miserrime. Travolta dalle ultime vicende politiche, passati i suoi beni ai privati, era assolutamente inabitabile la stessa dimora dell’Abate. Don Placido rivolse la sua attenzione alla gente, generalmente poveri pastori che andavano da lui dopo la Messa della domenica. Nella loro estrema indigenza venivano aiutati spiritualmente e materialmente. Nella sua prodigalità don Placido si rammaricava di non possedere più neanche i propri effetti personali da donare ai poveri, poiché quelli che possedeva vennero più volte rifiutati perché troppo miseri. Si dice che fornisse anche suggerimenti e rimedi medicamentosi descritti negli antichi codici.
Dopo quasi venti anni di permanenza a Farfa, nel 1912, il suo fisico già da sempre poco florido, ulteriormente fiaccato da una vita di penitenze e di privazioni, era tanto debilitato che il sant’uomo dovette essere ricondotto a Roma. Visse ancora due anni e mezzo, assistito dal suo discepolo ed amico don Idelfonso Schuster, poi cardinale, vescovo di Milano e suo biografo. Spirò la sera del 15 marzo 1915 e il giorno seguente, quando la salma fu trasportata nella Basilica, per errore le campane suonarono a festa.
Nel 1925 il corpo fu traslato a Farfa e nel 1928 iniziò il processo di canonizzazione, ma soltanto negli anni Cinquanta Pio XII lo proclamò Beato1.
A Trevi gli fu intitolata la strada che da piazza del Comune (piazza Mazzini) sale verso la chiesa da S. Emiliano passando davanti alla sua casa, dove fu apposta una lapide. Portano il suo nome a Roma il grande piazzale retrostante la Basilica di S. Paolo e a Milano una via centrale, parallela di via Palmanova: unico nostro concittadino ricordato dalla toponomastica delle due maggiori città italiane.
L’epigrafe dettata da C. Zenobi (Foto 2007) – P10849
Stemma emerso dopo i recenti restauri nella chiesa di S. Francesco.
Si trova in alto sopra la cappella dell’abside destra che appartenne alla famiglia Petroni.
L’immagine è molto deperita e i particolari non sono perfettamente leggibili.
Recentemente è stato attribuito alla famiglia Campelli.1 dal confronto con gli stemmi sotto riportati, ma non esistono documenti che possano far risalire il possesso della cappella all’illustre famiglia dell’omonimo comune limitrofo.
Trevi, Chiesa di S. Francesco
Stemma sopra la cappella a dx dell’altare
Immagini tratte da: Marcello Dal Piazzo e Sandro Ceccaroni, Stemmi di Famiglie spoletine in due manoscritti romani, Ente Rocca di Spoleto, 1976
Alessandro e Filippo Ciccaglia e i loro eredi furono ascritti al ceto patrizio della Città di Trevi, su istanza del comune di Trevi, per supplire al vuoto lasciato dalla scomparsa di molte famiglie nobili. Siccome, per legge, i componenti del consiglio comunale dovevano estrarsi dal ceto nobile o dal ceto dei cittadini, essendovi penuria di queste due classi, si incontravano difficoltà a trovare gli amministratori. Nel 1844, oltre ai Ciccaglia, altri nove nobili furono ascritti al patriziato di Trevi (
Zenobi,
Storia di Trevi 1746 -1946
, pagg. 174 e seg.
)
Stemma della famiglia Ciccaglia -Trevi, Archivio Comunale-
Famiglia originaria dalla balìa di S. Lorenzo, trasferitasi a Trevi agli inizi del XVI secolo in una casa oggi non identificabile . Nel secolo XVII era già estinta. Tra i suoi membri figurano:.1
Battista Citeroni, medico, inizi 16° sec.
Teodoro, Gaspare e Giulio, dottori in legge.
Anton Maria, Angelo e Tommaso, ecclesiastici,
Giulia Citeroni andò sposa a Raffaele Petroni (1519)
Lo stemma riportato a lato, purtroppo molto consunto, è l’unico reperibile in Trevi. É scolpito sulla lastra tombale venuta alla luce durante i lavori di ripavimentazione.2 della chiesa di S. Francesco nel 2004. Si può far risalire all’ultimo quarto del XVI secolo.
Trevi – Chiesa di S. Francesco
, Stemma della Famiglia Citeroni
foto 8/5/05
La lastra è stata riposizionata, con altre due, vicino alla porta secondaria della chiesa.
L’attribuzione è stata possibile confrontando i nomi propri (Fulvio e Pompeo figli di Gaspare) con le notizie sulla famiglia riportate dal Natalucci.3, poiché il cognome, insolitamente molto abbreviato, è scarsamente indicativo.
D.O.M.S.
(F)VL. ET. PÕPVS. GASPRIS (FIL)I. CITHÆNI. H.M. … IVI. SIBI POSUERVNT ET SVIS
(Inedito 9/5/2005)
che si potrebbe legggere:
Deo Optimo Maximo Sacrum
FVLvius ET POmPeVS GASPaRis FILII CITEroNI Hoc Monumentum —-IVI SIBI POSUERUNT
ET SVIS
L’ultima riga (ET SVIS) è chiaramente aggiunta in un secondo tempo, dagli eredi, dopo la morte dei titolari.
Potrebbe così tradursi: A Dio Ottimo Massimo S(?)/Fulvio e Pompeo figli di Gaspare Citeroni questo monumento/ —ivi(?) per sé posero/ e per i loro (famigliari, eredi)
Famiglia ascritta al ceto patrizio di Trevi (1787) nelle persone di
Tommaso Cristallini
e dottore
Gaetano Cristallini.
.1
Alla fine dell’Ottocento non esisteva più tale famiglia in Trevi in quanto la casa (il grande palazzo sulla salita di via della Rocca, ex Origo) era di proprietà Marignoli..2
3) – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in: L’archivio comunale preunitario … di Trevi, (Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19), Perugia, 2005, p. 339
Die Ursprünge von Trevi führen uns auf die “Notte dei Tempi” zurück. Lateinische Autoren klassifizierten diesen Ort als Stadt der Umbrier. Doch auf deren Territorium hielten sich prähistorische Völker auf, was Funde bestätigen, die aus dem Steinzeit stammen.
Trevi wurde eine wichtige Stadt, als während der imperialistischen Zeit der ursprüngliche Verlauf der Flaminiastrasse wieder hergestellt wurde. Auf der ebene entwickelte sich auf der Höhe von Pietrarossa eine Siedlung mit monumentalen Bauten, von denen heute zahlreiche Ruinen übriggeblieben sind. Auf den Hügel ist eine Festung mit robusten Mauern aus dem ersten Jahr vor Christi Geburt noch sichtbar.
In alten Zeiten hatte Trevi die Kontrolle über den grössten Teil des Tals, das noch heute vom Fluss Clitunno und der Flaminia durchquert wird. Bis ins XI. Jahrhundert war Trevi Sitz des Bistums. Es war zuerst der “Gastaldato” von den Langbarten und danach (Anfang des 13. Jahrhunderts) eine freie Gemeinde. Um sich von der Nachbarstadt Spoleto zu schützen, verband sich Trevi mit Perugia, die in dieser Zeit im Kampf gegen die anderen Gemeinden stand. 1389 erhielt Trevi eine eigene, freie Regierung. Sie stand von nun an unter dem Einfluss von verschiedenen Herrschaften und noch konnte sich dem unheilvollen Vikariat von der Familie “Trinci” von Foligno bis 1438 nicht erwehren.
Wieder unter der Herrschaft der Kirche unter der Autorität von Perugia, folgte Trevi von nun an dem Schicksal des Vatikans bis zur Einigung. Im späten Mittelalter und in der Renaissance war Trevis beste Zeit. Der florierende Handel brachte der Stadt schnell einmal den Namen “Porto Secco” (“Trocken-Hafen”) ein. Trevi stand gleichzeitig im Banne kultureller Lebhaftigkeit. Im Jahr 1469 wurde eine der ersten Pfandleihhaus errichtet. Im Jahr 1470 setzte sich eine Typographie durch – insgesamt die vierte in Italien – entwickelt von der ersten typographischen Gesellschaft Italiens.
Im Jahre 1784 erhielt Trevi von Papst Pius VI das Stadtrecht.
Mons. Giuseppe Agostini priore parroco di S. Emiliano
Giuseppe Agostini nacque a Trevi il 13/11/1855, compì gli studi letterari e teologici nel Seminario Arcivescovile di Spoleto e fu ordinato sacerdote nel 1882. Nel 1890 fu nominato Priore parroco della Collegiata di S. Emiliano ed ebbe l’onore e l’onere di completare la ricostruzione della chiesa, consacrata nel 1993. Patrocinò la costruzione del campanile che non riuscì a veder completato. Nel 1914 fu nominato da Pio X cameriere segreto sopranumerario.
Numerosi sono i meriti e le opere di questo sacerdote trevano. Dapprima insegnò nel Seminario di Spoleto e poi, dal 1885 al 1893, assunse la direzione del Collegio Lucarini portandolo ad un alto grado di efficienza da meritare riconoscimenti unanimi. La sua gestione permise un salto di qualità della benemerita istituzione che con l’avvento dei Salesiani di don Bosco assunse poi tanta notorietà anche molto oltre i confini regionali.
Cultore delle “belle lettere” scrisse un trattato sulla Teoria manzoniana sul criterio della lingua dell’edizione comparata, con una raccolta di scrittori moderni, un ponderoso volume di oltre 600 pagine, stampato in loco nella Tipografia Nazzarena di Don Pietro Bonilli. La pubblicazione del volume gli valse la laurea in lettere honoris causa.
Sua fu l’idea, come attestato nelle memorie di Tommaso Valenti, di un giornaletto locale, La Torre di Trevi, che con alterne vicende si pubblicò quindicinalmente e poi mensilmente dal 1898 al 1906.