Trevi’s interest in the theatre dates back to Roman times, as testified by classical writers and epigraphics, however no buildings or ruins remain.
The Theatre Clitunno was built in 1875 on a project by the architect Mollaioli. The impressive drop- curtain is by Domenico Bruschi (1877)
Facciata
The theatre has always housed the town’s cultural, social and recreative activities. Besides shows and performances by various drama companies and amateur dramatic societies over the years, the New Year’s Eve parties of the 30s and 50s are still remembered with nostalgia.
It was renovated in 1993 and is now part of the Regional drama Circuit with numerous performances throughout the year.
Questo straordinario documento, scoperto solo recentemente, viene ad arricchire la conoscenza degli antichi Umbri. Se è vero infatti che le
Tavole Eugubine
rappresentano di gran lunga il testo più esteso di questa antica popolazione, è pur vero che altre iscrizioni sono limitatissime come numero e come lunghezza di testi e pertanto anche due sole righe possono essere importanti per fare ulteriore luce sugli albori della nostra civiltà.
L’epigrafe riveste poi un carattere assolutamente eccezionale per la conoscenza delle origini di Trevi, in quanto testimonia tangibilmente l’esistenza in questo territorio di una cultura precedente alla dominazione romana, come peraltro già attestato da Plinio il Vecchio, “Trebiani Umbrorum antiquissima gens”.
La pietra fu scoperta intorno al 1950 durante i lavori agricoli ai margini della strada che dalla chiesa di Bovara conduce alla Flaminia in località Faustana. Il sito fornisce numerosi resti di materiale di impasto grossolano, molto frammentati poiché certamente riemersi in seguito ad arature profonde o lavori agricoli di scasso e successivamente disseminati in tutta l’area.
Stele di Bovara.
L’iscrizione fu notata dagli operai, ma risultando assolutamente indecifrabile non venne tenuta in considerazione
1
. La pietra fu riutilizzata per coprire un canaletto di scolo nella casa colonica dell’allora “Amministrazione Martinez” proprietaria del monastero e dei terreni che furono degli Olivetani dell’Abbazia di Bovara, proprio davanti alla chiesa di S. Pietro. Finalmente nel 1982, nel corso di lavori in seguito al passaggio di proprietà degli immobili, la pietra fu rovesciata mostrando così l’iscrizione che questa volta non passò sotto silenzio. Ne dettero notizia, sia pure con qualche inesattezza, due quotidiani nella cronaca locale pubblicando anche la foto sottostante
«Il cippo, sbozzato alquanto grossolanamente nella parte inferiore destinata ad essere interrata, è meglio trattato in quella superiore, che presenta tuttavia notevoli irregolarità anche nella superficie iscritta. La scrittura è ad andamento destrorso; le lettere sono alte circa 7 cm e si stendono su due righe ben condotte. Si è interessato a questo reperto il prof. Luigi Sensi, al cui importante studio ci riportiamo
4
.
Tra le lettere l’insigne epigrafista nota la E con due tratti verticali; la A con un taglio obliquo; la G e la R di forme arcaizzanti. La punteggiatura è di forma circolare».
_ _ _ ATIETE . EN _ LAGA . DEDRE
Ritiene il Sensi che il testo pervenuto sia parte di un più ampio documento. Osserva che
«quanto conservato nella riga 1 potrebbe restituire
Atiete
o
Attete
ben noto nella documentazione umbra per essere il nome del collegio sacerdotale dei
fratres Atierie
delle
Tabulae Iguvinae,
mentre il termine
en,
in sé concluso dal momento che insiste nella parte terminale antica del margine della stele, potrebbe restituire la preposizione latina
in
Alla riga 2 è possibile ricollegare dedre ad una forma verbale dal latino arcaico equivalente a
dederunt.
-laga
sempre alla riga 2, potrebbe trovare confronti con
slagid
attestato nel cippo di
Abella
, un documento osco stilato da rappresentanti della comunità di Nola e di Altabella per regolare i diritti che le due comunità vantavano nell’area di un santuario di Ercole»
«Sempre nel rispetto della letture e delle ipotesi fatte dal prof. Sensi (al quale rinnoviamo l’espressione della nostra riconoscenza), vorremmo osservare che il cippo, nella sua rozza interezza e di notevole spessore rispetto alla massa in unica scaglia, e con il campo epigrafico ben piazzato, ci porterebbe ad escludere una frattura che abbia asportato la parte superiore dell’epigrafe, mentre lo spigolo sinistro, che appare molto consumato, fa pensare ad uno sfregamento tanto prolungato da aver eliso anche alcune lettere.
…ma pur ipotizzando l’interezza del testo, resterebbe sempre l’incertezza del contenuto. Il mistero però nulla toglie alla suggestiva testimonianza della civiltà della quale fruiva il territorio dei Trebiates già nel IV – III sec. a.C., ed alla preziosità del reperto anche per la estrema rarità di epigrafi dell’epoca. La stele, donata a Trevi dalla famiglia Leuzzi, è entrata a far parte del lapidario».5
L’iscrizione giace sul lato di una pietra sagomata a mo’ di capitello.
É citata dal C.I.L. (vol. XI,
2 1
) con il n° 4775, ma non fu rinvenuta dall’autore che non ne riporta le dimensioni e la cita soltanto sulla fede di autori precedenti
1
.
Secondo il C.I.L. fu trovata da
Francesco Francesconi
«
nel castello della Fratta presso Montefalco nella scala della casa colonica Meloni
».
Probabilmente formava un gradino della scala, poiché viene descritta «
ornata di ovolo
» senz’altro cenno alla parte inferiore rastremata, evidentemente annegata nella muratura. Successivamente però fu smontata dalla scala in un eventuale rifacimento e per vari anni giacque erratica nelle pertinenze della suddetta casa colonica finché, alienata questa, l’epigrafe seguì la precedente proprietaria che nel frattempo era andata sposa a Poreta di Spoleto. Qui trovasi tuttora, in località Sodicci, nel giardino della casa Benedetti del Rio [1995, inedito].
Viene citata tra le epigrafi trevane poiché il castello di Fratta, edificato da Trevi nel suo territorio, fu soltanto di recente trasferito sotto la giurisdizione del comune di Montefalco e la
famiglia Meloni
, vecchia proprietaria della casa colonica, risulta dal 19° secolo ascritta alle famiglie illustri di Trevi
2
L’iscrizione, inneggiante al sole sempre vittorioso, rivela il consolidamento del culto mitraico nella nostra vallata, culto che nel basso impero si era propagato in ogni regione dominata da Roma
Frammento di una grande lapide incisa accuratamente con caratteri regolari.
Riportata dal C.I.L.
1
con descrizione sommaria, da cui si deduce che l’autore non ebbe modo di osservarla. Viene citata infatti sulla fede del Cod. Vat Sabiniense e non sono indicate le misure. Sempre sulla descrizione del Sabiniense viene ubicata nella chiesa di S. Andrea di Collecchio, ma accurate ricerche non dettero alcun esito.
Fu riscoperta nel maggio 19772, casualmente, rivoltando la pietra usata a mo’ di gradino sul bordo di una vasca nell’orto di una casa a cento metri dalla chiesa.
Semplice stele in calcare, acuminata superiormente, di cm 30 x 66,6 (spessore cm 11) Nel 1899,Quando la descrisse il Bormann 1 era mancante della parte superiore sinistra, tanto che l’Autore riporta il testo sulla base di una precedente trascrizione del Fiori. Non sappiamo dire quando fu restaurata. Secondo quando dichiarato dall’allora sindaco Emiliano Mattei fu rinvenuta intorno al 1878 in un edificio vicino a Pietra Rossa.
Portata nel palazzo comunale dal ritrovamento, ora è custodita nel locale Museo.
Questo bel cippo reca una iscrizione molto interessante per la nostra città in quanto è l’unica iscrizione classica in cui figura il nome di Trevi e dagli attributi con cui viene ricordato l’importante personaggio si possono individuare le varie magistrature dell’antico Municipio.
É la base di un monumento e nel piano superiore sono ancora visibili due incavi in cui era ancorata la statua di Lucio Succonio.
Indirettamente conferma l’esistenza in Trevi di un teatro (scaena) già ricordato da Suetonio.1, in quanto gli scabillari erano suonatori che sussidiavano le rappresentazioni teatrali.
Il cippo ha una storia travagliata. Rinvenuto a valle, fu trasportato a Montefalco e murato nella cortina del campanile di S. Fortunato. Nel 1840 i frati lo restituirono a Trevi, ma alcuni cittadini di Montefalco non seppero apprezzare tale gesto e ne rivendicarono il possesso alla loro città. La contesa fu decisa dalla superiore sede a favore di Trevi, dove è rimasto fino ad ora..2
Misura m 0.78 x 0.5 x 1.20 di altezza.
É descritto dal C.I.L..3 e da vari autori locali.4.
A Lucio Succonio Prisco, figlio di Lucio, della tribù Palatina, quattuorviro, quinquennale augustale
[oppure:
questore edile o questore dell’erario
]
,
patrono di tutte le corporazioni e inoltre decurione di Trevi, pontefice, quattuorviro e patrono del Municipio, gli scabillari anziani della quarta decuria, al loro protettore, accettato l’incarico onorifico, eressero con il denaro raccolto.
Gli scabillari erano suonatori di flauto che con un’alta suola di legno (scabillum) battevano il tempo per accompagnare la danza o davano il segnale per alzare ed abbassare il sipario
.8
Sappiamo quindi che questo personaggio fu:
decurione (cioè membro del senato – consigliere), pontefice (presiedeva alle cerimonie religiose e curava i rituali), quattuorviro giusdicente (uno del collegio dei quattro magistrati d’autorità suprema del municipio), augustale (cioè parte del collegio di sei membri che curavano il culto dell’imperatore e che duravano in carica 5 anni ma poi conservavano il titolo) patrono di tutte le corporazioni (esistenti in Trevi) e patrono anche del Municipio di Trevi (cioè mecenate delle opere pubbliche)
.9
Inoltre, almeno quattro decurie di Scabillari anziani (quaranta suonatori di uno strumento a percussione) dovevano essere ospitati in un teatro non piccolo di cui purtroppo non si è trovata traccia, sebbene sia confermato anche da fonti letterarie (Suetonio).
) contrariamente a tutti gli altri che sciolgono l’ultima parola in “remisit”, come dal manuale delle abbreviazioni. Qui però, essendo il soggetto al plurale “quattro decurie” ci sembra più logico trascrivere il verbo alla terza persona plurale.
Rinvenuta negli anni ’60 “durante la demolizione di uno degli altari laterali della chiesa di S. Clemente di Matigge“
Piccola lastra di marmo delle dimensioni di cm 36 x 26,5 x 7
La prima e l’ultima riga sono tagliate longitudinalmente
CIANO ET TI
KAL DE
A EST CASS
VCIA CAS
MA PVELL
VIXIT VIR
NOS XIIII M
D XV FVIT
Il Sensi propone la seguente lettura.
[FELI]CIANO ET TI[TIANO CO(N)S(VLIBUS)]
KAL(ENDAS) DE[C(EMBRIS) DEPO?]
[SIT]A EST CASS[IA]
[LV]CIA CAS[TIS]
[SI]MA PVELL[A]
VIXIT VIR[G…?]
[AN]NOS XIIII M[ENS(SES)]
…. DIES XV FVIT
Flavius Felicianus e Fabius Titianus furono consoli nel 337 d.C.
Se è esatta la lettura “castissima puella … virg.” dovrebbe trattarsi di una sepoltura cristiana in quanto vengono evidenziate “le sue virtù, con termini propri del mondo cristiano”.
E’ stata trovata il 30 aprile 2004 sotto il pavimento della chiesa di S. Francesco durante i lavori di restauro. Segnalata da C. R. Petrini.
La prima riga, a causa delle varie scheggiature, è assolutamente frammentaria.
Potrebbe leggersi:
. . . . .
VS CN VESENTRONIS VRBANI MEDICVS CHIRVRGVS V A XXI
Da un primo esame dei caratteri potrebbe attribuirsi al III- IV secolo
Una datazione più accurata suggerisce
I-II secolo
(vedi sotto, ultima riga)
(inedita 30/4/2004)
Successivamente è stata esaminata da Romano Cordella che ha pubblicato il seguenyte testo:
Trevi, l’epigrafe del medicus chirurgus
I recenti lavori di restauro della chiesa di S. Francesco a Trevi hanno consentito il recupero di un’iscrizione latina, la seconda ritrovata nel centro storico (l’altra è riutilizzata nel portale di S. Emiliano). Il reperto è riaffiorato il 30 aprile 2004 durante la rimozione del pavimento in cotto che ricopriva il vecchio pavimento in pietra. Ora si trova nell’attiguo museo, in attesa di essere esposto, assieme ad altri titoli provenienti dal territorio, nel lapidario dell’istituenda sezione archeologica. Ringrazio Carlo Petrini per avermene messo a parte, e con lui Federica Bordoni. Aggiungo che una prima segnalazione fotografica è comparsa tempestivamente su Internet a cura di Franco Spellani, e che della novità si è occupato, in un breve commento online, un estroso e colto personaggio conoscitore dell’Umbria che risponde al nome di Bill Thayer. Agli amici di Trevi va dato merito dell’impegno costante profuso nella tutela del patrimonio storico-artistico della città e dell’entusiasmo con cui partecipano e diffondono le loro scoperte.
Ma veniamo alla descrizione del reperto. Si tratta di una pietra dura e compatta, formata da una pasta micritica di color grigiastro con minuscole inclusioni di tonalità rosa chiaro (milonite?). Sulla superficie si notano numerose abrasioni puntiformi riferibili, in via d’ipotesi, a qualche strumento meccanico (trapano?). Nulla è possibile dire circa la sua provenienza, e nemmeno escludere che possa essere alieno.
Lo specchio epigrafico è mutilo in alto per una porzione imprecisabile. Su questo lato vistose scheggiature hanno danneggiato le lettere della prima riga superstite. Anche il ciglio inferiore presenta scheggiature, ma senza conseguenze per il testo. I bordi laterali, invece, appaiono smussati con maggior cura. Tutto ciò farebbe pensare ad una scalpellatura che interessò le parti aggettanti del manufatto, probabilmente sagomato a forma di cippo parallelepipedo: più energica in coincidenza con la cimasa e lo zoccolo, più fievole lungo le scorniciature laterali.
Dimensioni: cm. 36×34, spessore 16,4. Lettere: prima linea cm. 4.5-5; seconda e terza cm. 3.5; quarta e quinta cm. 3.
I caratteri sono in capitale rustica, i segni diacritici a virgola allungata.
Si propone la seguente lettura con le riserve indicate appresso:
[- – – ?]
C(aius?) Licini[an]Vs (?)
Cn(aei) Vesentronis
Urbani (servus) medicVs
chirurgVs
v(ixit) a(nnis) XXI.
Si tratta di un’iscrizione funeraria dedicata ad un giovane medico chirurgo di condizione servile, il cui nome, inciso in lettere più grandi, è racchiuso nella linea danneggiata. Con molti dubbi, e in via del tutto provvisoria, se ne restituisce l’onomastica in C. Licinianus, di cui appaiono certe solo la desinenza –US e la lettera mediana N. Ancor più dubbia è l’interpretazione della lettera C come praenomen, della quale sussistono solo deboli parvenze. Se la congettura fosse corretta si giustificherebbe la posizione eccentrica di V(ixit) con cui la C risulterebbe allineata, e potrebbe ammettersi la completezza dell’iscrizione, salvo l’eventuale adprecatio iniziale (Dis Manibus).
Numerosi sono in epigrafia gli epitafi dei medici, spesso liberti e schiavi di origine grecanica (non sembra però il nostro caso). Due recenti contributi di M. Kobayashi e A. Sartori s’intitolano appunto I medici e le epigrafi; Le epigrafi dei medici. Altrettanto recente è una ricerca condotta sui Medici nella documentazione epigrafica dell’Italia romana.
Circa la figura del liberto e dello schiavo medico (servus medicus), impiegato dai ceti più abbienti nelle loro dimore di città e di campagna, è stato autorevolmente detto che essa è caratteristica della professione medica nella Roma repubblicana. Più tardi le stesse classi preferirono uno specialista di elevate capacità professionali unite alle virtù morali più ricercate dal malato: fidelitas, humanitas, suavitas. L’aforisma “medicus amicus et servus aegroturum est” rispecchia del resto quanto dice Seneca: “Huic ego non tamquam medico sed tamquam amico obligatus sum”. Sotto questo aspetto l’esemplificazione epigrafica più eloquente e vicina a noi è rappresentata da CIL, IX 4553, dove il liberto T. Vettuleno Serapione è definito medico amico dal nursino C. Fretrio Musca.
Quanto al termine chirurgus, non deve stupire la precoce età del medico cui tale qualifica è legata nell’epitafio trevano. Il precetto scolastico parlava chiaro: Esse autem chirurgus debet adulescens aut certae adulescentiae propior; manu strenua, stabili …
Ad aumentare l’interesse verso questa nuova testimonianza epigrafica, viene infine l’assoluta rarità del nome Vesentro, quasi certamente un hapax nel panorama onomastico antico. La conferma ufficiosa viene dai cattedratici Nicola Criniti e Gianfranco Paci che ringrazio amichevolmente anche per altre precisazioni.
Quanto alla cronologia potrebbe suggerirsi, su base paleografica, una datazione a cavallo del I-II secolo d. C.
Romano Cordella
In: Petrini – Bordoni, La Chiesa di S. Francesco in Trevi, Eranuova, 2007.
Stele funeraria in conglomerato ghiaioso, arrotondata superiormente, con la base più larga, appena sbozzata per essere interrata, rinvenuta casualmente in località S. Maria in Valle 300 m a monte dell’antica via Flaminia [Inedito 31/1/2015]
L’altezza totale è di cm 107, mentre le dimensioni della parte superiore “fuori terra” sono di cm 46,5 x 26 x 73h.
In alto a destra un incavo potrebbe suggerire un successivo utilizzo come soglia. Le lettere sono incise con cura e dalla forma dei caratteri si potrebbe datare al I secolo d.C.
.
L’iscrizione è distribuita su otto righe. Eccetto la prima e la sesta, le righe sono spostate a destra e terminano al limite della stele, forse rifilata o consunta in seguito al riuso. Le righe misurano in larghezza rispettivamente cm 38,5; 36,5; 37,6; 39; 26,5; 41 e 36
Nell’ultima la “D”, peraltro assai labile è posta al centro.
L’altezza dei caratteri è di cm 5,5 nella prima riga, 4,7 nella seconda e 5 nella quarta. Nelle altre è di 4,8 cm.
Di seguito si riporta il testo, una possibile interpretazione e la traduzione, in attesa di una migliore interpretazione da parte degli specialisti.
1)ADVENA = sraniera, non deve essere consideto come aggettivo, bensì come “COGNOMEN”, cioè il “terzo” nome dei cittadini romani. Pertanto è più corretto tradurre: Clodia, Liberta di Caio, Advena.
Comunicazione personale del prof. Romano Cordella del 21/4/2015. Inoltre, secondo lo stesso esperto, la “D” dell’ultima riga non esiste.