Categoria: Da vedere

  • Chiesa S. Emiliano – Altare Trinità

    Italiano.gif (234 byte)
    Trevi, Italy. Chiesa di S. Emiliano, Altare della Trinità. Olio su tela.

    Het is gedateerd 1585. Bij de laatste reconstructie van de kerk werd het geplaatst in de rechter arm van het kruis, maar oorspronkelijk stond het achteraan de apsis van de kerk van het quattrocento, waar nu de doorgang naar de sacristie is. De zoldering van dit lokaal bezit nog altijd de primitieve versiering met tekeningen die de Drievuldigheid loven.

    Men kan er een mooi grafische marmeren afbeelding met polychrome versieringen zien. Twee laterale zeer bewerkte portieken maken een geïntegreerd deel uit van het decor.

    Een speciale vermelding verdiend het grote doek.

    Als gevolg van een aandachtige kritische analyse heeft een bekende geleerde een schilderij van een hogere niveau vooropgesteld en de hypothese werd bevestigd door opeenvolgend onderzoek.1

    NOTA: In 1997 werd het doek opgezonden voor restauratie en werd in 2002 teruggezonden evenwel verschrikkelijk verminkt

    Foto2002

    Vertaling en Bewerking Ludo De Graef – Antwerpen 2010

    VISITA GUIDATA Ritorna alla pagina Chiesa S. Emiliano Ritorna alla pagina MONUMENTI Ritorna alla pagina CHIESE Ritorna alla paginaSant’EMILIANO

    107

    Note 1) B Toscano, Relazione al Convegno sul Centenario della ricostruzione della Chiesa di S. Emiliano, Trevi, 30/10/93

  • Epigrafe dei Beati

    Epigrafe dei Beati di Trevi1

    Rimossa nel 2008 per effettuare saggi sulla parete

    Questa bella epigrafe, stilata da Carlo Zenobi in buon latino classico, vuole commemorare il fatto straordinario che nell’arco di soli 42 anni ben tre

    1

    illustri concittadini salirono agli onori degli altari. L’iscrizione ci ricorda anche la traslazione delle spoglie mortali di don Ludovico Pieri, nella chiesa ove ebbe le straordinarie rivelazioni che successivamente portarono la Chiesa Universale all’istituzione del culto e della festa della Sacra Famiglia. La traslazione avvenne nell’imminenza della beatificazione del Bonilli di cui il Pieri fu direttore spirituale e ispiratore.

    Trevi, Chiesa di S. Francesco - Epigrafe dei Beati

    Trevi, Chiesa di S.Francesco, Epigrafe dei Beati

    Trevi, Chiesa di S. Francesco - Apposizione dell'epigrafe

    Chiesa di S. Francesco, Muratura della lapide. Foto 27/7/1988

    Nella foto l’avv.Zenobi, in mezzo alle due scale, collabora attivamente all’istallazione della lapide mantenendola in posizione durante la muratura.
    Qualche mese prima si era attivamente interessato per la traslazione dei resti mortali di D. Ludovico Pieri, che da allora giacciono alla base dell’altare visibile sul fondo

    Trascrizione dell’epigrafe con a fianco la traduzione fornita dallo stesso Zenobi.

    SAECULO XX EXEUNTE TREBIATES

    HONOREM ET GLORIAM LAETI COMMEMORANT

    EX EO ACCEPTAM

    QUOD CIVES A SUMMIS PONTIFICIBUS

    BEATORUM NUMERO SOLLEMNITER SUNT ADSCRIPTI

    A PIO XII A.D. MCMXLVI

    ANTONINUS FANTOSATI O.F.M. EP. ET MART.

    A.D. MCMLIV PLACIDUS RICCARDI SAC.

    MONACHUS ABBATIAE S. PAULI IN URBE

    A IOANNE PAULO II A.D. MCMLXXXVIII

    PETRUS BONILLI SAC

    CONGREG. SORORUM A S. FAMILIA FUNDATOR

    ET QUOD A.D. MCMLXXXVII

    OSSA LUDOVICI PIERI SAC.

    MIRABILI VITA CLARI

    HORUM MULTORUMQUE SPIRITUALIS MAGISTRI

    E PUBL. COEMETERIO HUC SUNT TRANSLATA

    EX HOC ENIM TEMPLO

    SODALIT. S. IOSEPHI AB IPSO FUNDATAE PROPRIO

    CULTUS S. NAZARENAE FAMILIAE

    PER ITALIAE FINES EST PROPAGATUS

    Allo spirare del secolo ventesimo i Trevani,

    lieti, commemorano l’onore e la gloria

    ad essi pervenuti

    dalla beatificazione di loro concittadini

    da parte dei Sommi Pontefici:

    da Pio XII, nell’anno 1946,

    di Antonino Fantosati O.F.M. vescovo e martire

    e nell’anno 1954, di Placido Riccardi, sacerdote,

    monacodell’Abbazia di S. Paolo in Roma;

    da Giovanni Paolo II, nell’anno 1988,

    di Pietro Bonilli, sacerdote, fondatore

    della Congregazione delle Suore della sacra Famiglia;

    e del fatto che, nell’anno 1987,

    le ossa di Ludovico Pieri, sacerdote,

    illustre per la sua mirabile vita

    e padre spirituale di due Beati e di molti altri,

    dal pubblico cimitero furono traslate in questo tempio, proprietà della Congregazione di S. Giuseppe dallo stesso Pieri fondata, e dal quale tempio

    il culto della Sacra Famiglia di Nazaret

    venne propagato sino ai confini dell’Italia

    Inedito- maggio 2005

    055 Ritorna alla pagina EPIGRAFI MODERNE

    02

    Note 1) Trevi può vantare una nuova beatificazione avvenuta dopo l’apposizione di questa lapide. Il 10/11/2012 papa Benedetto XVI ha proclamato “beata” Maria Luisa Prosperi, il cui processo fu istruitoproprio dell’avv. Carlo Zenobi

  • Casa Salvi

    Casa Salvi

    (ora casa parrocchiale)

    L’edificio si sviluppa su quattro piani: un interrato, rispetto via Ombrosa ma con pavimento al livello del suolo dalla parte opposta verso valle, adibito a fondi e magazzini, il piano terra – sempre rispetto a via Ombrosa – il primo piano o piano nobile e soffitta praticabile.

    Nella costruzione sono chiaramente individuabili due stili architettonici riconducibili al 16° e al 18° secolo.

    Il primitivo edificio è stato successivamente ampliato verso monte, con un avancorpo di circa tre metri, in cui sono stati ricavati l’ingresso, le scale e alcune stanze. Dalla parte opposta, a valle, su via dei Setaioli, si nota una espansione verso sud che, scavalcando l’antico arco su via della Rocca, si protende sopra un possente edificio duecentesco. Per salvaguardare la stabilità dell’elevazione, all’antica cortina fu addossato uno sperone sul quale, in un mattone, è incisa la data 1756.

    Per l’ampliamento a monte la facciata originale al piano terra è rimasta una parete interna dell’ingresso e conserva ancora una bella finestra con mostre in pietra e l’elegante portale, pure in pietra. Sono due elementi palesemente classici nelle forme e nelle dimensioni.

    Il portale, alto il doppio della larghezza, termina con un bell’architrave che reca un’iscrizione non perfettamente chiarita,

    A . DNO . FACTV~~ . EST . ISTVDT

    Un piccolo corridoio, su cui si aprono due porte laterali, immette nel salone, altro elemento con le caratteristiche della primitiva costruzione. Qui un altro bel portale in pietra, al centro della parete maggiore, mostra nell’architrave il motto augurale

    D . CVSTODIAT . INTROVM . ET . EXITV . TVVM

    La copertura del salone è a volta a vela, raccordata alle pareti con volticine a quarto di crociera poggianti su peducci in pietra. Potrebbe appartenere alla primitiva costruzione anche il camino, semplicissimo, al centro della parete nord, ma numerose riverniciature a olio ne nascondono l’aspetto originale.

    Nella parete a valle rimane ancora una finestra originale con belle mostre in pietra.

    Tutto il resto dell’edificio mostra i caratteri dell’intervento successivo.

    Il portale e le mostre delle finestre sono in cotto, aggettanti, come pure i due fascioni che corrono per tutta la lunghezza delle facciate unendo i davanzali delle finestre del piano nobile.

    Nella facciata a monte sono da notare due iscrizioni su architravi in pietra delle primitive finestre, riutilizzati uno come architrave di una finestra in cotto e l’altro nella cortina muraria. Recitano il primo versetto del salmo 127:

    IN . VANV . LABOR VNT . Q . EDI . EAM

    DOMVM . NISI . D . EDIFI RIT

    Il portale, arcuato a tutto sesto, ha i peducci dell’arco evidenziati con modanature e la chiave, sempre in cotto, lavorata a conchiglia di violino. La scala, a due rampe, è un po’ sacrificata perché ha il primo gradino a filo della spalla del portale ed è abbastanza ripida.

    L’imponente salone al primo piano, con ingresso sul pianerottolo, comunica con le stanze contigue con quattro porte, alle quali corrispondono in alto quattro finestrelle quadrate sopra il piano della soffitta. La copertura è con travi e correnti in legno. Il centro della parete nord è occupato da un bel camino in pietra.

    Sulla parete verso valle si aprono tre finestre il cui architrave in cemento rivela un intervento degli anni Trenta.

    Sotto le gronde si possono leggere le date del rifacimento del tetto su due pianelle e precisamente 1638 a valle e 1766 a monte, ma non coincidono con gli anni degli interventi più evidenti e pertanto potrebbero indicare gli anni in cui fu necessario ripristinare soltanto la copertura.

    * * *

    Dalle memorie edite si possono attingere notizie sulla data della costruzione e sugli antichi proprietari.

    Si ha notizia dal Natalucci che la casa fu costruita da Giovanni Salvi, ma siccome nel testo sono citati vari Giovanni della stessa casata sembra verosimile, dall’esame degli elementi architettonici, che possa trattarsi di quel Giovanni che lo stesso autore riporta citato nel Catasto vecchio del 1575.

    La casa in questione passò dalla famiglia Salvi a Carlo Antonio Bovarini nel 1719, con atto del notaio trevano Carlo Antonio Cecchini.

    La famiglia Bovarini era originaria della balìa di Bovara. Nel 1726 risultava iscritta tra le famiglie nobili e il suo stemma compare nel codice degli stemmi del Comune del 1787.

    Agli inizi del 18° secolo aveva raggiunto notevole agiatezza poiché poco dopo l’acquisto della casa Salvi da parte di Carlo Antonio, l’arcidiacono Giovanni, suo fratello, acquistò dai Poli nel 1736 la bella villa con annessi, poco sotto S. Martino, che nella prima metà del Novecento fu dei Plini.

    Nel 1756 Carlo Antonio ingrandisce la sua casa con la fabbrica di altre stanze contigue alla sagrestia di S. Emiliano, come si evince anche dalla data sullo sperone sopra detto.

    Nella seconda metà del 19° secolo, l’ultima erede della famiglia Bovarini sposa Luigi Rosati di Montefalco che si trasferisce a Trevi.

    L’antica casa Bovarini, già Salvi, divenne successivamente di proprietà Meloni e poi delle Maestre Pie Filippini. Negli anni Trenta fu permutata dal priore D. Francesco Peticchi con la villetta a metà della passeggiata di S. Martino, per essere adibita a casa parrocchiale. In seguito a ciò furono eseguiti lavori di adattamento che comunque non modificarono sostanzialmente le strutture. Alla fine degli anni Cinquanta fu costruito il corridoio che collega il pianerottolo del piano nobile con la sagrestia di S. Emiliano. Consolidata in più tempi nei primi anni 2000, a seguito del terremoto del 1997

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    699-Z23

    Note

    1)

  • Processione notturna dell’illuminata – Storia

    La processione dell’Illuminata a Trevi

    L’evento

    La sera del 27 gennaio, da sempre, alle 18,30 – anticamente, un’ora dopo l’Ave Maria – la statua del santo patrono Emiliano (o più propriamente: Miliano) viene portata processionalmente per le vie della città, preceduta dai labari, dai “cerei” e dal gonfalone, secondo un percorso e un ordine di sfilata che si ripete da secoli, pur adattandosi ogni anno ad esigenze contingenti.[1]

    Il Santo

    Nell’Europa centro meridionale sono venerati diversi santi con il nome di Emiliano.

    Il Sant’Emiliano di Trevi (più propriamente: Miliano) ha come “dies natalis” il 28 gennaio al pari di un Emiliano venerato in Faenza, ma questo è tutt’altro personaggio.

    Il più antico documento riferibile all’esistenza di San Miliano è la “Passio sancti Miliani martiris”, reperibile in due copie, la più antica delle quali risale all’XI secolo, sebbene alcuni autori ipotizzino che esse siano redazioni di documenti più antichi risalenti al VI secolo[2]

    Dalla Passio apprendiamo che il Nostro veniva dall’Armenia, che fu consacrato vescovo e inviato a reggere la comunità cristiana di Trevi, che in seguito alla decima persecuzione indetta da Diocleziano fu sottoposto a vari supplizi e che fu ucciso sotto una giovane pianta di olivo. Il nome MILIANUS, che è la latinizzazione dell’armeno MILIAN fu usato fino al rinascimento e tuttora è usato dalla gente di Trevi e pertanto questo è un discrimine tra il santo locale e altri vari santi di nome Emiliano. Dalla Passio si possono rilevare altri elementi significativi, che hanno lo scopo di identificare il martire con il territorio di Trevi. Tra i luoghi del martirio vengono menzionati il circo o teatro, di cui si hanno testimonianze letterarie ed epigrafiche, il fiume Clitunno che rende fertile la vallata e l’olivo che ricopre le nostre colline.
    La pianta del martirio è identificata con un olivo millenario, venerato da secoli, nella frazione di Bovara.

    Trevi, Italy. Olivo di Sant'Emiliano, 1935

    L’olivo di S. Emiliano nel 1934 (foto Scaringi)

    e allo stato attuale (2005)

    La festa in onore del patrono era a Trevi uno degli eventi di maggior rilievo

    [3]

    . Celebrata con solenni riti religiosi, era preceduta e seguita da varie altre manifestazioni profane molto spettacolari e partecipate, cadendo nel tempo di carnevale, tanto che veniva rinforzato anche il servizio di vigilanza urbana. Venivano suonatori da fuori Trevi che animavano spettacoli e balli. Il giorno successivo alla festa c’era la fiera più frequentata in tutto il periodo invernale, Si hanno notizie di concerti e rappresentazioni teatrali, ma la caratteristica più evidente e più antica è la processione dell’”Illuminata”

    Origine della processione

    Risalendo indietro nel tempo, l’inizio della tradizione ci sfugge, collocandosi al di là di ogni documento reperibile. Possiamo affermare che la processione si svolge da prima di una certa data essendo questa anteriore a qualsiasi testimonianza.

    Il più antico documento su San Miliano, come sopra detto, è la “Passio”, che fu scritta per attestare la santità del martire e che non ci dà ovviamente notizie sulle manifestazioni di culto, come la processione nel corso dei secoli.

    Il primo testo che fa riferimento alla processione dell’Illuminata è una “riformanza” del 1355, in cui si rammenta il precetto a partecipare alla processione del 27 gennaio “avendola sempre fatta per consuetudine antichissima.[4]

    Nell’archivio del Comune di Trevi esistono vari registri delle “riformanze”, atti analoghi a quelli che oggi noi chiamiamo “deliberazioni”.

    Il primo è del 1338 e va dal 19 di giugno al 13 di dicembre. Il secondo raccoglie gli atti dal 16/7/1345 al 15/2/1356 e proprio in questo volume si trova il documento sopra citato

    .

    [5]

    Si può pertanto affermare che tra i primi documenti della comunità di Trevi, si trova menzione della Processione dell’Illuminata.

    Il riferimento alla “consuetudine antichissima”, certamente si deve far risalire tale evento a qualche secolo prima, poiché se l’inizio della manifestazione si fosse dovuto collocare nell’arco dei cento o centocinquanta anni precedenti all’atto della deliberazione, si sarebbe più facilmente potuto fissare termine meno vago essendo certamente tra i presenti qualcuno che, per tradizione orale consueta all’epoca, avrebbe potuto portare un qualche riferimento temporale.

    Un indizio ulteriore dell’antichità della processione si può desumere dal tradizionale percorso che si ripete da secoli.

    Dalla chiesa di Sant’Emiliano la processione gira a sinistra e percorre via della Rocca, via Carlo Amici, Piazza Mazzini, Via Roma fino all’antica “porta del Lago”, quindi prosegue a sinistra all’interno delle antiche mura, per Via Lucarini, Via Cavour, Via Dogali, Via Natalucci, Via Marconi, Piazza Mazzini, Via Riccardi e quindi rientra in chiesa.

    Nella piantina dell’abitato si vede chiaramente (segno rosso pieno) che dal centro dell’insediamento urbano, attraversando in diagonale Piazza Mazzini (in pianta “Piazza Pubblica di S. Emiliano”) si va diritti alle mura castellane per seguire il percorso interno delle mura per poi attraversare il paese e rientrare in chiesa.

    La “Porta del Lago” è il principale ingresso sulle mura urbane. Essa però insiste nella seconda cerchia di mura, ampliamento alto medievale della prima cerchia romana o tardo-antica”.[6]

    Osservando il circuito della seconda cerchia (segnato n giallo) nella carta del catasto Gregoriano, si individua un percorso (puntini rossi) rigorosamente a ridosso delle mura per tutto il tracciato e questo avrebbe dovuto essere l’itinerario della processione per ritornare nei pressi della porta del Lago e poi puntare diritto alla chiesa, al centro dell’abitato.

    Infatti fino alla costruzione del Teatro Clitunno nel 1875 (segnato in pianta in colore celeste), la via dei Fabbri, a ridosso delle mura congiungeva la porta del Cieco con la porta del Lago.

    Quindi si può affermare che la processione segue il circuito della seconda cerchia di mura e non ha più seguito i circuiti dei successivi ampliamenti. M a la terza cerchia fu costruita nel 1264 e pertanto si deve argomentare che il percorso attuale, a parte la riduzione dell’ultimo secolo dovuta all’interruzione della strada nel 1875, segue un percorso anteriore alla seconda metà del Duecento.

    Questa data pone la processione dell’Illuminata fra le manifestazioni più antiche dell’Umbria e non solo.

    Altri argomenti che attestano l’antichità della manifestazione sono il carattere festoso e trionfale della stessa e il percorso all’interno delle mura.

    L’evento squisitamente religioso dell’omaggio al Santo patrono è attestato dalla presenza della statua e della reliquia, precedute da tutto il clero, dal vescovo e dalle confraternite e istituzioni cattoliche del comune. Ma non meno importante è la partecipazione, sancita negli statuti e nelle riformanze, di tutte le autorità e di tutte le organizzazioni civili. Le insegne, i vessilli i “cerei” e la banda ricordano più il “trionfo” dell’imperatore romano che la processione litaniante medievale.

    Il percorso all’interno delle mura si può ricondurre al diritto germanico (retaggio della dominazione longobarda dell’Alto Medioevo) secondo cui ogni proprietario doveva percorrere ogni anno, a piedi (Flurumgänge), o a cavallo (Flurumritte), i confini dei propri campi.

    Uno studio recente[7], fa risalire l’origine delle processioni con le reliquie dei santi all’anno 386, quando Ambrogio, vescovo di Milano organizzò una solenne traslazione delle reliquie dei santi Gervasio e Protasio, con la partecipazione dell’imperatore, il giovane Valentiniano II, in posizione subalterna. L’episodio viene inquadrato nella contesa in atto tra potere religioso e potere politico, in particolare nella contrapposizione tra ariani e cattolici ed assume una straordinaria rilevanza simbolica in quanto il corteo trionfale era un prerogativa dell’imperatore e mai avrebbe potuto essere organizzato per onorare il vescovo, ma fu facilmente accettato per glorificare i propri santi.

    Negli anni successivi sono attestate numerose traslazioni di sacre reliquie, tanto che il rituale divenne di uso comune in tutto l’impero di occidente.[8]

    Le reliquie

    Sotto l’altare maggiore della chiesa di S. Emiliano, un’urna raccoglie i pochi resti del protovescovo martire e protettore. Ma l’attuale sistemazione risale al 1935, quando tutte le reliquie furono solennemente qui traslate da Spoleto.

    Prima di quella data esisteva presso la chiesa del Crocifisso nella Piaggia il grande cippo lapideo che fu rinvenuto sotto il pavimento del duomo di Spoleto nel 1660[9]. E prima ancora, niente!

    Com’è possibile che nel Medioevo si venerasse un santo martire senza neppure una sua reliquia, quando per le reliquie dei santi si combattevano addirittura guerre fra città?

    Nessun documento, locale o forestiero, fa menzione di questo fatto, che pur sembra tanto straordinario.

    L’ipotesi più probabile e che anticamente le reliquie riposavano nella chiesa intitolata a S. Emiliano, ma nella rotta di Trevi del 1214 ad opera degli spoletini, costoro si siano appropriati delle reliquie del martire come bottino e le abbiano portate nella città di Spoleto. I sacri resti, riposti in un grosso cippo calcareo, furono seppelliti sotto il pavimento del duomo, occultati alla vista per maggior protezione, tanto che nel tempo se ne era persa memoria. Ma come segno di grande venerazione nel duomo di Spoleto fu innalzato un altare intitolato a S. Emiliano. Con le reliquie fu rinvenuta una lastrina di piombo, tuttora conservata insieme alle stesse reliquie sotto l’altare maggiore di S. Emiliano in Trevi. Nella placca è incisa una scritta in caratteri gotici che recita: “ossa s.cti miliani martiris”. La grafia ben concorda con la data del sacco di Trevi.

    Quindi si può ipotizzare che anticamente – prima del 1214! – fossero traslate in processione le reliquie del martire, senza le quali la processione stessa non avrebbe avuto senso.

    Successivamente, si continuò per secoli ad effettuare la processione, ma non si sa con quale simulacro

    L’ Illuminata

    L’Illuminata è l’inizio del giorno di festa.

    Nella tradizione giudaico cristiana, fino a tutto i XVII secolo, secondo l’ora italica, il nuovo giorno incominciava con il tramonto del giorno precedente e pertanto la celebrazione dei vespri era il primo momento liturgico della festa. Il segnale più appariscente della festa appena iniziata quindi era una illuminazione straordinaria degna dell’importanza dell’evento.

    Si deve considerare che nei secoli scorsi, fino al primo Novecento non esisteva l’illuminazione elettrica e nel paese le notti erano illuminate da fioche fiammelle devozionali davanti a qualche immagine sacra agli angoli delle vie. In tale contesto è facile immaginare come l’illuminazione straordinaria di fuochi e fiaccole doveva essere uno spettacolo visibile da tutta la valle. Quindi l’aspetto più evidente della processione notturna – e non soltanto entro le mura di Trevi – era verosimilmente l’illuminazione straordinaria, la così detta Illuminata.

    Nei tempi andati esistevano in Trevi altre manifestazioni analoghe, come ad esempio per la festa antichissima di S. Reparata[10] e di S. Bartolomeo[11] ma tutte avevano come riferimento e termine di paragone la processione di sant’Emiliano.

    Con l’avvento della luce elettrica all’inizio del secolo scorso, essendo le strade e le piazze già di norma illuminate più di quanto non sia mai stato, si ritenne necessario illuminare a giorno ogni angolo del percorso. Dopo continui aumenti potenza impegnata, nell’ultimo ventennio si è tentato di limitare l’impiego dell’illuminazione elettrica per riproporre l’antica suggestione delle fiaccole.

    L’ordine di sfilata

    Sia negli statuti che nelle riformanze, numerose rubriche riguardano la processione dell’Illuminata e in particolare l’obbligo a parteciparvi, considerato che il Comune sborsava dei denari per la decorosa riuscita della festa.

    “Dovevano intervenire il Podestà ed i Priori. Anche tutti i Sacerdoti e i Chierici della Città erano obbligati ad andarvi, sotto pena di uno Scudo di multa per i primi e di 5 Giulii per gli altri. I curati della campagna, che forse trovavano poco comoda per loro questa funzione sacra, riuscirono ad ottenere dalla Congregazione del Concilio, verso la metà del secolo XVIII, di essere dispensati dall’intervenire alla Processione. Dovevano andarvi anche i frati di tutti i Conventi … Le Confraternite, le Compagnie di Città e di campagna, con stendardi, il Magistrato, i Consiglieri, gli Ufficiali o Impiegati della Comunità, gli Artigiani con un capo per arte e col cero, i Medici e i Notari: tutti dovevano andare in Processione; pena uno Scudo ai mancanti”[12]

    E’ interessante confrontare la descrizione della processione vista da un colto sacerdote nel 1935

    “I miei concittadini furono sempre devoti al loro patrono e ne celebrarono sempre la festa con grande solennità. Caratteristica è la processione, che si svolge ancor oggi, e che era detta anticamente “illuminata”, Circa un’ora dopo l’Ave-Maria comincia ad uscire dal tempio la processione; precedono le confraternite e poi seguono gli operai dei molini a olio e delle varie industrie locali e i rappresentanti di ogni arte e di ogni mestiere, e ognuno porta qualche cosa che indichi di qual genere sia il proprio lavoro. Per esempio, i falegnami portano una piccola pialla, i fabbri una minuscola incudine, i tartufari una corona di tartufi, i pescatori alcuni pesci, ecc. In tal modo i Trevani hanno sempre mostrato di voler mettere le loro attività sotto la protezione di S. Emiliano

    Il Clero interviene sempre numeroso e non è mancato mai il concerto cittadino. Da qualche anno vi intervengono di nuovo anche le Autorità Civili

    Infine, seguita da molto popolo, sorretta a spalla da giovani di Trevi e del circondario, incede la magnifica statua …”[13]

    … e da ragazzi, molto attenti e un po’ scanzonati, nel 1963.

    Rivediamo insieme, in ordine, la processione. Prima è l’aquila impagliata, in rappresentanza dei cacciatori. Per secondo un vitello, artisticamente sventrato, vero, in carne ed ossa, della ditta Gaudenzi. Seguono quattro o cinque “ceretti” di piccolo calibro e poi il cero della ditta Zenobi, raffigurante la torre. Segue un pastificio in miniatura, portato da rappresentanti della ditta Bonaca, produttrice della famosa pasta trevana; ecco il cero della ditta Fioretti, rappresentante la Sacra Famiglia al lavoro, ecco gli agricoltori della ditta Checcarelli, con il ‘bacchio’, che più chiaramente si riferisce alla tradizione, la forma di cacio pecorino e l’urna di vero contenente pupazzi in una scena di coglitura delle olive. Ecco le numerose bandiere delle confraternite e associazioni religiose, specialmente delle Società di Sant’Antonio (protettore degli animali) portate a spall’arm con il ragazzino dietro che regge il lembo per non farlo strisciare sul terreno. Ecco le ragazze dell’Opera Mons. Bonilli e quelle delle Maestre Pie Filippini, sempre ordinate e composte nelle loro divise; segue l’Azione Cattolica, dalle “Piccolissime” alle “Effettive”. Ecco i ragazzi del collegio ENAOLI di San Martino e quelli del Collegio Lucarini, guidati dai rispettivi direttori. Ecco la banda, roba fina, venuta da fuori. Dicono che sia di Terni … Non distraiamoci: ecco l’ombrellone rosso con i tre uomini che indossano camici dello stesso colore. Ecco la sacra reliquia ed ecco la statua del Santo … Chiudiamo un attimo gli occhi ed eleviamo una sincera brevissima preghiera al nostro Protettore. Ecco che sfila il gonfalone di Trevi, scortato dal corpo delle guardie e dai rappresentanti del Comune (segretario De Sanctis e alcuni consiglieri). Dietro i rappresentanti del popolo, la parte più coraggiosa del popolo stesso [era richiesto il coraggio per partecipare perché sembra che quell’anno fosse particolarmente freddo], ad onor del vero, le chiome più canute di Trevi

    L’antico cero dei muratori (1982)

    Le finestre abbondantemente illuminate rischiarano l’itinerario della processione (ricordo dei Luminari) … Il sacro corteo rientra in chiesa. La statua è riposta sul suo palco dopo tre o quattro pericolose oscillazioni. [seguono considerazioni sul freddo eccezionale, tanto che non ci sono neppure le “merangole” (arance) ] “Un concittadino venuto da Pescara, sfidando le condizioni proibitive delle strade, saluta i conoscenti e proclama la “bellezza di ritrovarsi nella propria città per la festa di Sant’Emiliano”[14]

    Per garantire un regolare e ordinato svolgimento del corteo fu necessario programmare accuratamente il susseguirsi dei partecipanti. Già in tempi antichi però la precedenza nella sfilata fu considerata un privilegio, tanto che numerose riformanze comunali trattano dell’argomento.

    Ed è curioso notare come nel corso dei secoli i rappresentanti di alcune “arti” che ora consideriamo meno nobili – o attualmente addirittura scomparse, come ad esempio, “i bifolchi” – abbiano vantato diritti di precedenza.

    Si riporta di seguito la trascrizione di una tabella, copiata negli anni’80, ora purtroppo perduta, stampata nella seconda metà del Settecento[15]

    Ordine da osservarsi nella Processione

    del Glorioso Protettore S. Emiliano la sera del 27 gennaio

    Croce della Perinsigne Collegiata di S, Emiliano

    Cereo dei Barbieri e Calzolari

    Cereo dei Ortolani e Molinarì a olio

    Cereo dei Tavernieri, Macellari e Pizzicaroli

    Cereo dei Fornari e Fornaciari

    Cereo dei Calcinaroli e Stoppacciari

    Cereo dei Arte Bianca e Falegnami

    Cereo dei Muratori e Sartori

    Cereo dei Fabbri e Calderai

    Cereo dei Droghieri e Speziali

    Cereo dei:

    Cacciatori

    Bifolchi

    Manciano

    Parrano

    Bovara

    Pigge

    S. Maria in Valle

    Matigge

    Ponze

    Coste

    Cannaiola

    Quelli che hanno stendardi e pallj

    S. Lorenzo

    Fabbri

    Fratta

    S. Luca

    La Balia di S. Emiliano

    La Balia di SS. Fabiano e Filippo

    Compagnia della SS.ma Misericordia

    Compagnia di Maria SS.ma della Colonna

    Compagnia del Sacro Cuore di Maria

    Compagnia del Crocifisso

    RR.PP. Riformati di S. Martino

    II Molto Illustre Rev.mo Clero

    II Rev.mo Capitolo

    I Nobili Signori Deputati alla Statua

    La STATUA DEL SANTO

    Gli Illustrissimi Signori:

    Governatore

    Gonfaloniere e Anziani.

    Dopo quest’ultima voce veniva “il popolo”.

    Da questo elenco e dalla descrizione precedente si evince come la partecipazione alla processione fosse quasi riservata a soggetti inquadrati in istituzioni, mentre il popolo (per lo più anziani, come sottolineano i ragazzi nella suddetta descrizione) era poco rappresentato. In realtà, fino a qualche decennio addietro, c’erano in piazza e lungo le vie molti spettatori che vedevano transitare la processione, segnandosi al passaggio della reliquia e della statua.

    Attualmente, ridotte al minimo le “compagnie”, chiusi gli istituti e quasi tutte le famiglie religiose, – o assai ridotte, al pari del clero secolare – quasi tutti i presenti alla manifestazione si accodano alla processione.

    La chiamata

    La Autorità, i rappresentanti della arti e delle corporazioni, gli ordini religiosi regolari e secolari e le confraternite, ciascuno con le proprie insegne, già presenti in chiesa per assistere ai vespri, alla conclusione della liturgia sfilano davanti alla statua del Santo, posta al centro della chiesa, e si avviano lungo il percorso secolare.

    Anticamente la “chiamata” era affidata ad un anziano – gli uomini validi dovevano assolvere altre mansioni più gravose – dalla voce stentorea, che proclamava i nomi dei vari gruppi nell’ordine.

    Per farsi sentire da tutti si poneva al centro della chiesa, proprio a ridosso della statua del Santo.

    Intorno al 1950, con l’istallazione del sistema di amplificazione sonora, essendoci allora un solo microfono in “cornu evangelii” dove l’officiante proclamava la predica, lì prese luogo il lettore.

    Recentemente, per incompatibilità con i canoni liturgici, la chiamata avviene di nuovo dal centro della chiesa, con il radiomicrofono.

    La Statua

    Non sappiamo quale Immagine del Santo si portasse in Processione nei secoli anteriori al XVII, non essendoci in quei tempi alcuna statua, né alcuna reliquia di Sant’Emiliano. Fu soltanto nel 1613 ai 21 ottobre che il Consiglio deliberò “che si faccia l’Imagine di Sant’Emiliano di legno, ma che la spesa non passi 25 Scudi, con farvi l’arme della Comunità e che la spesa si faccia con licentia dei Signori Superiori” …. La statua di cui si parla fu compiuta nel 1615, forse a Foligno, e “condotta in Trevi con straordinaria allegrezza e sparo d’artiglieria”

    Però i fedeli non erano contenti dell’antica statua, poco confacente, anche per il suo stile modesto, alla pompa solenne della cerimonia cui doveva servire. E’ perciò che nel 1751 si dava commissione di un’altra Statua, a Pietro Epifani da Foligno. … Questa Statua è pregevolissima opera di stile barocco, ed in essa l’artista ha saputo molto felicemente ottenere un insieme svelto ed elegante nonostante la pesantezza dello stile.

    La Statua ordinata nel 1751 fu compiuta nel 1753. Essa costò più di 500 Scudi, la maggior parte dei quali pagati dal Comune. Fu con gran solennità condotta processionalmente da Foligno a Trevi. Il Capitolo di Sant’Emiliano andò ad incontrarla sulla Piazza del Mercato, in mezzo ad una moltitudine di popolo, al suono di tutte le campane ed allo sparo dei mortari, come troviamo nelle antiche memorie Ed affinché la Statua non deperisse, l’11 febbraio 1753 il Consiglio deliberò di fare il credenzone per tenervela custodita.

    Preceduta dal gonfalone, da tutto il clero e dalla reliquia, la statua è l’oggetto più significativo e appariscente della processione.

    Il gonfalone è un grosso ombrello rosso, sormontato dalla statuetta del Santo con un campanellino (tintinnabulum). Il gonfalone rosso della “balìa” di Sant’Emiliano è il simbolo del titolo basilicale della chiesa, ora semplice parrocchiale, già sede vescovile – quindi cattedrale – “collegiata perinsigne”

    Nell’accezione popolare la statua “è” Sant’Emiliano!

    Il passaggio – critico! – sotto l’arco medievale “del Mostaccio”

    La statua incede per le vie sorretta da dodici portatori. Per la sincronizzazione dei movimenti e per superare i punti più critici del percorso – la porta della chiesa, l’arco gotico di ingresso del primitivo castello e vari stretti passaggi per le vie medievali – è necessaria la vigile guida di un assistente che impartisce precisi comandi ai portatori. Tale delicato compito richiede una certa esperienza ed è espletato da vari anni dalla stessa persona, per tradizione di famiglia, ormai alla terza generazione.

    Benedizione della campagna durante una processione in diurna degli anni ’30 (Foto Giuliani)

    Sosta per la benedizione della campagna (1981)

    Lungo il percorso, in un punto felicemente panoramico da dove si domina gran parte della valle spoletana, i portatori fanno compiere alla statua dei movimenti da far disegnare alla mano del Santo un segno di croce a benedizione della campagna. E i vecchi, dalla regolarità di tale manovra traevano auspici per l’anno appena iniziato.

    I Cerei

    I “cerei” o “ceri” sono apparati, portati da una o più persone a seconda della grandezza, con i simboli o i prodotti delle associazioni e delle imprese commerciali, artigiane e industriali (anticamente delle arti e delle corporazioni).

    In origine i “cerei” erano composti da uno o più ceri o candele con i simboli o gli emblemi della “corporazione”. Oltre all’effetto scenografico, avevano la funzione pratica dell’offerta della cera per le esigenze delle celebrazioni liturgiche e per l’illuminazione della chiesa. Prima dell’avvento dell’energia elettrica l’illuminazione avveniva prevalentemente con lucerne ad olio e con candele di cera. La candela era il mezzo più pratico, anche se più costoso, tanto che erano alla base delle dotazioni delle chiese o delle “cappellanie”.

    Con il tempo, specialmente in epoca moderna, è cessata la funzione dell’offerta della cera e i “cerei” della processione si sono andati modificando: la cera è diventata la materia base per la realizzazione di statuine o bozzetti che richiamassero la peculiarità dell’”arte” e le candele servivano solo per illuminare l’opera[16]

    Ultimamente, superata la funzione delle candele come fonte di illuminazione, i “cerei” della processione non hanno più alcuna attinenza con la cera, perdendo così la caratteristica precipua che ne determinò l’origine ed il nome, riducendosi quasi ad oggetti pubblicitari.

    Le arance

    Un’altra caratteristica della festa di Sant’Emiliano e della fiera che si effettua il giorno successivo (29 gennaio) sono le arance, analogamente a quanto avveniva in Foligno per la festa della “Madonna del Pianto” (14 gennaio)

    Questi frutti in antico si trovavano solo in limitati periodi dell’anno e dovendo venire dalle regioni più calde erano rari e perciò costosi.

    Pertanto, il giovane che offriva un’arancia (in dialetto “merangola”) ad una ragazza assumeva un preciso impegno che equivaleva ad una dichiarazione d’amore[17], da cui il detto:“Le ha dato una merangola!”. Per contro: “Ha preso una merangola” significava: “ha preso una “cotta”.

    Pur essendo ormai superati le fiere e i mercati che anticamente erano straordinari e importantissimi eventi commerciali e di costume, tuttora, la sera della processione, si si possono trovare bancarelle con vasta esposizione di arance e gli esercizi locali addobbano le vetrine con fiori ed arance.

    Conclusioni

    • La processione dell’Illuminata è un antichissimo evento di fede che attraverso i secoli è diventato anche una manifestazione di costume.

    • Nel quadro più vasto della festa del santo patrono, di cui è parte qualificante, ha contribuito a solennizzarne la memoria e il culto con conseguenze anche nella vita sociale e nelle arti.

    • Pur mancando ovviamente testimonianze dirette della sua origine, dai documenti più antichi e dalle modalità dello svolgimento, si può ragionevolmente ipotizzare che risale sicuramente all’Alto Medioevo e forse al tardo-antico, ponendola ben oltre a tutte le processioni antiche che ancor oggi si effettuano in onore dei Santi. Tradizioni più antiche riguardano soltanto riti processionali relativi alla Passione (Via Crucis e episodi correlati).

    • La sua validità attuale è dimostrata dal fatto che ogni anno la partecipazione è altissima, con notevole affluenza di oriundi e forestieri come avveniva nei secoli scorsi[18], e con notevole eco nei mezzi di informazione[19]

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    14Z


    [1] In caso di maltempo la processione è rimandata al giorno successivo, 28 gennaio, a mezzogiorno, dopo il Pontificale celebrato in duomo. Dall’ultimo dopoguerra tale eventualità si è verificata soltanto cinque volte.Nel 2014 non si è effettuata né la sera della vigilia, né il giorno successivo:

    [2] Zenobi, 1995, pag.139

    [3] Natalucci, 1985, c.141 e seg.

    [4] Zenobi, 1995, pag.170

    [5] Archivio storico comunale preunitario di Trevi, 1277-1862 . Inventari a cura di Adalgiso Liberati e Laura Pennoni, reg. 25, 2005. L’archivio comunale non è consultabile perché e in via di perenne sistemazione(2015). Ora nel polo museale nell’ex convento di S. Francesco.

    [6] Sensi 1974; Marchi 2002; Bordoni 2013.

    [7] Kritzinger, 2011, pagg. 36 – 48.

    [8] Ibidem, pag.47.

    [9]Fino ai tempi nostri, una pia leggenda narrava che due pellegrini stranieri indicarono agli operai il luogo preciso dove trovavasi la tomba del martire” (Mannocchi, 1875, pag.42). In realtà il rinvenimento fu assolutamente fortuito, mentre si stavano effettuando dei lavori di straordinaria manutenzione. La relazione che il soprastante ai lavori redasse per il vescovo fu trovata e pubblicata dal Nessi – Nessi, 1970

    [10] Natalucci, 1985, c. 167

    [11] ibidem, c.269

    [12] Valenti, 1922, pag. 57 e 58.

    [13] Bonaca, 1935, pag.12

    [14] Anonimo, 1963, dal giornaletto ciclostilato del Centro di lettura. Come si evince da alcuni passaggi, questa ultima descrizione si riferisce ad un anno particolarmente freddo, quando a causa del ghiaccio sulle strade, si dovette optare per un percorso ridotto, per evitare strade in forte pendio.

    [15] Zenobi, 1987, pag.70 e 71, sub anno 1791

    [16] (Del Ninno, 1988). A pag. 118 si trova la foto di un bell’esempio di “cereo” della prima metà del ‘900, rappresentante una falegnameria dell’epoca, portato in processione fino agli anni ‘70

    [17] L’offerta delle arance, data la preziosità del frutto nelle nostre regioni, ha avuto sempre un significato gentile e galante. Folgòre da S. Gimignano, in un noto sonetto “Di Maggio”, così canta dei doni che si scambiavano i giovani innamorati:

    e piover da finestre e da balconi

    en giù ghirlande, e ‘n su melerance.

    [18] Mannocchi, 1875, pag.45, nota (2)

    [19] TCI , Manuale del turista, 1984 e segg. www.folklore.it, Televideo ecc.

    Riferimenti bibliografici

    Anonimo; 1963; La processione di Sant’Emiliano, in Il Clitunno – Quindicinale del Centro di Lettura di Trevi –Anno III – 31/1/1963.

    Bonaca, don Aurelio; 1935; Religione e beneficenza in Trevi, Spoleto.

    Bordoni, Stefano; 2013; Trevi comunale: dall’ideologia di appartenenza civica alla strutturazione dell’autogoverno XII-XIV sec. Relazione al convegno: Trevi 800 anni del Comune – 1213-2013.

    Del Ninno, Maurizio; 1988; Vescovi, guerrieri e contadini – Umbria, in. AA.VV Le tradizioni popolari in Italia – La festa, a cura di A. Falassi, Electa, Milano.

    Kritzinger, Peter; The cult of Saints and religious processions in the Late Antiquity and the Ealy Middle Ages, in AA.VV:An Age of Saints?: Power, Conflict and Dissent in Early Medieval Christianity, Cambridge, 2011.

    Liberati, Adalgiso; Pennoni, Laura; 2005; L’Archivio storico comunale preunitario di Trevi, 1277-1862; Inventari a cura di Adalgiso Liberati e Laura Pennoni, Perugia, 2005.

    Mannocchi, Leopoldo; 1875; Compendio della vita e del martirio di S. Emiliano; San Martino ,Trevi.

    Marchi, Silvia; 2002; Trevi, forma urbana in Città romane, 3:Città dell’Umbria; L’Erma, Roma.

    Natalucci, Durastante; 1985; Historia universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, 1745, a cura di C. Zenobi ; Arquata Todi.

    Nessi, Silvestro; 1970; Le reliquie di un martire scoperte nel duomo di Spoleto nel 1660 ,in Spoletium, 14, pag.3-8.+

    Sensi, Luigi; 1974; Trebiae, in Quaderni dell’Istit. di Topografia Antica dell’Università di Roma, VI; De Luca Roma

    Valenti, Tommaso; 1922; Curiosità storiche trevane ; Foligno, Campitelli.

    Zenobi, Carlo; 1995; Trevi Antica; Foligno.

    Zenobi, Carlo; 1987; Storia di Trevi, 1746-1946 ; Foligno Arquata.

  • Chiesa S.Stefano di Manciano3

    S. Stefano in Manciano

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    itinerario giubilare

    Storia e leggende

    Essendo il colle di S. Stefano completamente ricoperto di fitta vegetazione, i resti della chiesa, seppure imponenti, non sono visibili finché non si arriva alla sommità del colle stesso. Questo fatto contribuisce ad accrescerne la suggestione, l’alone di mistero e il forte senso di appartenenza che gli abitanti di Manciano coltivano per questo luogo.
    Sulla chiesa e abbazia di S. Stefano si tramandano varie leggende e dicerie, che se a volte sono palesemente strampalate possono sempre avere qualche riferimento alla realtà.

    Si racconta che il monastero in antico era ricchissimo, tanto che i frati (nel vernacolo locale non esiste un vocabolo per indicare i monaci) ferravano i cavalli con zoccoli d’argento. Anche se il fatto non ha un minimo di senso poiché l’argento ha così scarsa resistenza da non durare che per poche centinaia di metri, la diceria potrebbe aver avuto origine dall’usanza di ornare i finimenti di cuoio (ma non certo gli zoccoli!) con mostre, fibbie e anelli d’argento, essendo documentata l’effettiva ricchezza e il lusso dei monaci.

    Un’altra storia legata ai cavalli, ma evocatrice di ancestrali paure e di spaventose notti di tempesta, narra che un lupo affamato saltò in groppa ad un cavallo del monastero azzannandolo per la criniera e il cavallo (incolume?) fu ritrovato il giorno dopo a Matigge.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, la porta maggiore.

    Un altro racconto che fa luce sui rapporti tra i mancianesi e il monastero di S. Stefano narra che alcuni abitanti di Istriani (il gruppo di case più vicino al monastero) asportarono pietre per riutilizzarle, ma ciò era causa di disgrazie. Gli animali allevati nelle stalle fabbricate con tali materiali si ammalavano facilmente o morivano. Molti riportarono le pietre tra le rovine dell’abbazia. Tuttora in molte case di Istriani si vedono reimpiegate pietre ottimamente squadrate. Non si è riusciti però a identificare pietre che potessero far parte dei portali.

    Molto interessante è invece la notizia dell’esistenza di un monastero femminile, alle Corone su uno sperone di roccia ad est di S. Stefano, diviso da detto colle da una profonda gola, ma ad esso collegato con una teleferica per scambio di viveri. I fatiscenti resti di muratura tuttora visibili vengono indicati come avanzi di quel monastero.
    Nessun Autore ha mai citato un monastero femminile a Manciano, ma se ne trova cenno in un elenco di chiese nel libro delle esazioni delle decime in cui l’esattore annota che il 24/12/1334 ricevette la somma dovuta da un prete, per conto dell’abbadessa del monastero di S. Stefano di Manciano (solvente pro abbatissa monasterii S.Stephani de Manzano…). Né è possibile ipotizzare un errore di lettura o di trascrizione tra abbatissa e abbate poiché il giorno prima risulta annotato il versamento della decima di un’altra chiesa da parte di tale don Angelo, monaco del monastero di S. Stefano di Manciano, che pertanto avrebbe potuto versare anche la somma dovuta dall’abate del suo monastero. Ma il monastero all’epoca non era più autonomo perché dal 1318 era stato aggregato al monastero di Sassovivo e poi alla mensa vescovile di Spoleto e infatti non figura nei libri di esazione delle decime del 1333 -1334. L’argomento dovrebbe essere ulteriormente approfondito.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, l'abside.

    L’abside (27/3/1989)

    Alcuni anziani raccontano che l’abside funge da rudimentale ma preciso orologio solare, infatti quando la linea che separa la zona illuminata dalla zona in ombra “spacca” la finestra è mezzogiorno. La notizia corrisponde a verità in quanto l’edificio è orientato, ma il fenomeno non è facilmente osservabile poiché l’abside è visibile sol da chi ci sta a ridosso, oppure sta sul colle ad est e molto più in alto tanto da poterla osservare al di sopra delle cime degli alberi, o quando questi sono spogli o, come di recente, nell’anno successivo al taglio del bosco. Inoltre, per la diffusione degli orologi, il fenomeno viene osservato solo per curiosità e non certo per utilità pratica.

    L’isolamento del luogo, l’imponenza dei ruderi e le storie che si raccontano hanno dato origine alla credenza abbastanza diffusa dell’esistenza di un tesoro tra i ruderi degli edifici crollati. Spesso vi si possono osservare scavi recenti e quando in loco viene notato il passaggio di qualche studioso o di qualche curioso forestiero, vengono ripresi nuovi tentativi di ricerca.

    La devozione a Santo Stefano, costantemente viva attraverso i secoli, ha conferma nell’uso frequente del nome Stefano tra gli abitanti di Manciano.

    Tra i pochi documenti antichi che citano nomi propri, il primo che riporta uno Stefano da Manciano risale alla fine del ‘400. Fabrizia di Stefano, ebbe la famiglia decimata dalla pestilenza e le tre donne superstiti non riuscivano a seppellire i cadaveri dei loro congiunti. L’episodio, descritto in un rogito notarile, è ricordato anche in una bella tavoletta votiva conservata per secoli nel santuario della Madonna delle Lagrime e ora alla Raccolta d’Arte di S. Francesco.

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  • La chiesa delle Lagrime (160), di T.Valenti

    Il Perugino a Trevi:
    La cappella dei Magi
    la critica un aneddoto la bibliografia

    dopo la mostra

    Perugino il divin pittore

    Facilitazioni di visita
    a Trevi e Montefalco LA CARD VALLE UMBRA

    Manifestazioni in onore di Pietro Vannucci detto Perugino
    Perugia – Umbria 28 febbraio – 5 settembre 2004

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime 17/2 La cappella dei Re Magi

    La storia della costruzione, dell’affresco e la critica

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 160 a 174)

    Era da poco incominciata la fabbrica della chiesa, quando gli uomini di Bovara, villaggio del Comune di Trevi, situato a sud della città, molto insistentemente domandarono al Comune una delle cappelle in costruzione. Della cosa si occuparono gli addetti alla nascente chiesa; e il 16 Agosto 1488 rimisero a Niccolò Lelii e a Natimbene Valenti la facoltà di concedere una cappella alla villa, o contrada, o popolo di Bovara (1). Che la scelta cadesse su quella che fu poi la Cappella del Presepio si deduce dai successivi documenti. Dal registro dei lasciti che era nell’archivio delle «Lagrime», citato dal Natalucci, risultava la Cappella essere stata dipinta, nel modo che vedremo, coi legati degli uomini di Bovara. Vale però la pena di accennare alle varie vicende giudiziarie che subì questa cappella.

    Nonostante la concessione regolarmente avutane dal Comune, in forza della quale Bovara avrebbe dovuto ragionevolmente restare al pacifico possesso di essa, anche per quello che vi avevano speso, i Canonici Regolari Lateranensi vollero contestare alla villa questo diritto. Fu così che il 22 Settembre 1557 il Preposto delle «Lagrime», D. Teodoro da Mortara, citò i «Bovaresi» perché producessero le loro ragioni sulla Cappella. «Ma perché non trovarono che mostrare alli 27 di quello stesso mese ed anno, temendo lasentenza contraria, offrirono all’abate di fare quello che esso voleva; cioè dotare la Cappella e provvedere a quanto era necessario» (2). Però i fatti non corrisposero alle parole e il preposto D. Raffaele da Venezia, scrive che ai 20 Febbraio 1559 fu data sentenza contro i Bovaresi, «che non se habbino più ad impazare (impacciare) della Cappella di Bovara che ha li Tre Magi et gli è posto perpetuo silenzio» dal Vicario del Vescovo di Spoleto, Mons. Gio: Pietro Forteguerra, di Pistoia (3).

    Durante la causa, o poco dopo, fu anche fulminata contro quei di Bovara una sentenza di scomunica. Non saprei dire come fosse motivata, poiché il testo è scomparso. Ne resta però memoria in un inventario delle scritture delle «Lagrime» che fu mandato alla Procura

    ______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi. Riformanze d. a. f. 113.

    (2) Archivio Valenti. Instrum. A. p. 1. pag. 15.

    (3) Archivio delle 3 chiavi. N. 242.

    <161> generale dei Lateranensi a Roma (1). Ma la vertenza non finì lì – a quanto pare – poiché troviamo in epoca posteriore i Bovaresi ancora al possesso della Cappella. Certo é elle essi fecero ai Lateranensi delle proposte di accomodamento. Essi volevano dotare la cappella con «5 fiorini» per l’acquisto di terreni, e mettere un «ceppo» nella, cappella per raccogliere le elemosine, del quale essi avrebbero tenuta una chiave e un’altra il preposto delle «Lagrime» . Quando si fosse raggiunta la somma di 100 «fiorini» si poteva comprare qualche appezzamento di terreno. La rimanenza avrebbe servito per l’arredamento della cappella.

    Si vede che queste proposte non dispiacquero, poiché il ricordato D. Raffaele da Venezia scrive che «si senta su ciò il parere del Capitolo generale» . Ma negli atti di questo nulla ho trovato su tale argomento. Però il preposto prevedeva il caso che i Bovaresi potessero essere rimessi al possesso della cappella; e, da uomo pratico, lasciò scritto nei suoi ricordi che, se questa si dovesse cedere agli uomini di Bovara, facciano «prima l’intramezadura de boni mattoni con calzina tra le seppolture e la conserva, come hanno promesso de fare» . Cioè che costruissero un tramezzo di mattoni, ben murato con calce, tra la sepoltura e la cisterna (conserva) che era – ed é – nel piccolo chiostro lì presso ed attigua alla sepoltura. Era quella l’acqua che si beveva in convento; la precauzione era elementare! Ma i Bovaresi – forse per mancanza di mezzi – non furono solleciti. Era, infatti già passato un anno «et non é comparso nessuno della villa di Bovara: sì che par non si curano» . Tuttavia, dopo poco tempo vediamo la Villa tornare al possesso della Cappella e incominciare a provvedere, almeno in parte, all’officiatura di essa. Ma non ai sa come ciò avvenisse. Trovo che il 5 Maggio 1575 in ruta adunanza degli uomini di Bovara un tal Francesco quondam Petri propone che, avendo la Villa di Bovara nella Chiesa della Madonna delle «Lagrime» una cappella sotto il titolo di S. Giuseppe, per mantenere il jus e per divozione, i Massari della Villa vi facciano celebrare due messe all’anno: una nel giorno di S. Giuseppe; l’altra nel giorno della SS. Annunziata. E la proposta fu approvata. Uno solo dei 49 presenti votò contro (2).

    Più tardi, cioè il 26 Gennaio 1614, in altra adunanza di quell’Università. Pasquale Bovarini propone che «si veda di mettere

    _________________________

    (l) Archivio delle 3 chiavi. N.230. Archivio di S. Pietro in Vincoli. To. IV, f. 585, 609.

    (2) Archivio notarile -Trevi. To.1168. Rog. Francesco Celli. f. 231 ss.

    <162> una pietra sopra alla cappella della Villa di Bovara posta nella Chiesa della Madonna delle Lagrime di Trevi, con le lettere ed arme di detta Villa di Bovara, acciò si veda che detta cappella sia di detta villa». E propone anche che l’iscrizione da incidersi su quella pietra sia dettata dal Sig. Curio Tulli. E tutto si faccia approvare dai superiori (1).

    Ma la lapide non fu collocata mai sopra la cappella che, invece, passò in mano dei Canonici Regolari Lateranensi. Ma non sappiamo come.

    É certo però che il 6 novembre del 1679 fu dal preposto delle «Lagrime» ceduta al Maggiore Giacomo Valenti, comandante la fortezza di Civitavecchia ed a suo fratello Gio. Battista, collaterale generale delle armi, sotto Innocenzo XI. Il preposto delle «Lagrime» D. Camillo Copardi, di nobile famiglia bolognese, aveva chiesto ai Padri Definitori della sua Congregazione il permesso di addivenire a questa cessione. Nella domanda egli dice che la cappella e la sepoltura lì presso, sono «dette comunemente di Bovara» . Si vede, dunque, che fino d’allora alla Villa di Bovara non era rimasto più che un possesso nominale. In ogni modo, per maggior regolarità e sicurezza, i Definitori ordinarono che, prima di cedere la cappella ai Valenti, venissero interpellati gli uomini di Bovara.. Ma questi non vollero o non seppero affacciare ragioni, né accampare diritti (2).

    Ma ciò che non fecero i Bovaresi d’allora, volevano tentarlo invece, cinquant’anni dopo, i loro successori. Bastò che corresse questa voce perché i Valenti – allora possessori della cappella – citassero i Bovaresi perché dimostrassero i loro diritti. Ma essi non seppero come difendersi e non si presentarono neanche quando il 29 Gennaio 1729 fu discussa la causa dinanzi alla Camera Apostolica. Ond’é che la sentenza fu favorevole ai Valenti, che domandarono ed ebbero la conferma del definitivo e pacifico possesso della contestata cappella. E fu in base a questa sentenza che l’Uditore della Camera Apostolica, il Protonotario Prospero Colonna, emise il decreto in forza del quale il Tenente Colonnello Conte Gio. Battista Valenti fu nuovamente e definitivamente messo e confermato nel possesso della Cappella dei «Re Magi» il 20 Aprile 1729 (3)

    _____________________

    (1) Archivio notarile – Trevi. To. 947. Rog. Gio. Battista Gemma. f. 142t.

    (2) ivi. To.1209. Rog. Emiliano degli Abati. f. 145 ss.

    (3) ivi: To.1367. Rog. Lorenzo Petrucci. f. 347 ss. Archivio Valenti. To. VIII.

    <163> Ad una curiosa questione diede luogo il lascito di 50 e fiorini» che fece alla cappella un tal Benedetto Lelii da Trevi, per la costruzione di una «ferrata» o, per dir meglio, di una cancellata in ferro da porsi innanzi alla cappella. Ai Lateranensi non piacque la proposta e reclamarono a Roma, d’accordo con gli eredi del testatore. Si disse che la cancellata era più di danno che di utile, che era un ingombro, che deturpava li Chiesa, che la somma lasciata non era sufficiente; ed altre più o meno serie ragioni si addussero. E ciò per ottenere dal Papa le trasformazione del legato, nel senso che i 50 «fiorini» fossero rinvestiti in beni stabili a dotazione della cappella, con l’obbligo d’un certo numero di messe all’anno.

    La domanda, ebbe esito favorevole, e un breve di Pio IV del 22 Gennaio 1563 riconosceva. che con quella cancellata la chiesa verrebbe deturpata, e che la somma non era bastante per l’esecuzione di quel lavoro. Perciò si deroga alla volontà del testatore e si autorizza l’acquisto di terreni. Notevole che – nonostante la sentenza precedente del 1559 – la cappella, in questo breve, è ancora detta di Bovara(1). Per sollecitare l’affare si recò a Roma il fattore delle «Lagrime» D. Gregorio da Conegliano. E, per chi lo Volesse sapere, le spese di viaggio ammontarono a 3 fiorini, 11 bajocchi e 8 denari (2).

    Detto così, per sommi capi, ciò che si riferisce alla storia di questa Cappella sotto l’aspetto giuridico, vediamone ora le bellezze artistiche.

    Essa (Fig. 15) è costruita come le altre cappelle di questa chiesa. Sotto il cornicione ad ovoli e dentelli, corre un elegante fregio a rabeschi rossi, su fondo giallo oro.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Cappella dei re Magi (da Valenti)

    Le lesène laterali sono qui divise in due parti, di cui la superiore ha la, sui base all’altezza dell’impostatura dell’arco, come frequentemente si riscontra nell’architettura, del ‘400 e dei primi del ‘500. I pilastri sono decorati a candeliere, a fondo giallo oro.

    In mezzo all’arco, è, in uno scudo partito, lo stemma in marmo dei Valenti e quello degli Ansidei di Perugia, con essi imparentati. Negli spazi tra l’arco e le lesène superiori si vedono in due tondi

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    (1) Archivio delle3 chiavi. N. 241.

    (2) ivi, N. 252.

    <164> le figure dell’Angelo Gabriele, a sinistra, e della Vergine Annunziata a destra, di mano del Perugino.

    Tutta la parete di fondo della cappella è occupata dal grande affresco, di metri 4,20 x 3,80 dello stesso autore, rappresentante la Adorazione dei Magi (Fig. 16). La riproduzione che di questa, come di tutte le altre opere d’arte della nostra chiesa, presento in queste pagine, facilita il mio compito e mi dispensa dall’entrare in una minuziosa descrizione.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Adorazione dei Magi del Perugino (da Valenti)

    La composizione – per quanto ricordi parecchi altri simili lavori del Perugino stesso – è sempre di grande effetto. Fa sfondo al quadro un’ideale campagna, che riconosciamo ispirata al paesaggio umbro; e si perdoni al pittore innamorato della sua e nostra terra, questo gentile anacronismo.

    Nel mezzo, in lontananza, un branco di pecore pascolano tranquillamente. Due pastori le sorvegliano, e parlano tra loro, levando lo sguardo in alto, verso la cometa – che nell’affresco ora non è più visibile – e facendosi con la mano schermo agli occhi, come per difenderli dal fulgore della stella.

    Di qua e di là, si aggruppano uomini a cavallo, venuti al seguito dei re Magi.

    Sotto una capanna architettonica – non è qui il presepio di cui parla il Vangelo! – sta seduta la Madre di Gesú, col suo divino Figliuolo, ritto sul ginocchio destro di lei, che sorregge delicatamente il Bambino, vòlto a benedire uno dei Magi, che gli offre il suo dono.

    Alla sinistra della Madonna è S. Giuseppe e presso di lui è inginocchiato un altro dei Re Magi. Il terzo è più a sinistra di chi guarda e come in attesa di presentare anch’esso la sua simbolica offerta.

    Queste le figure principali della scena. Ai lati sono aggruppati spettatori e personaggi del seguito. Nella prima figura intera a destra, qualcuno volle riconoscere un ritratto di Raffaello da Urbino.

    L’insieme di questa opera d’arte è – dissi già – di grande effetto e anche l’occhio del profano si sofferma volentieri a contemplare questa scena di pace, che è come tutta illuminata ed animata dalla figura della Vergine (Fig. 17) – tipo di bellezza umbra – che occupa il centro del dipinto, con espressione gentile di dolce confidenza.

    Trevi, Chiesa delle lacrime, Madonna con Bambino, part. del Perugino (da Valenti)

    «Talvolta – dice la nostra compianta scrittrice Alinda Bonacci

    <165> Brunamonti – per amoroso capriccio d’artista, lasciò Pietro a piccoli paesi pitture che meriterebbero pellegrinaggi. Così a Trevi e nella chiesa delle Lagrime l’adorazione dei Magi. Nel viso pieno dalla carnagione rosea, perlata della Vergine è maternità dolcissima. Ma sulle gote e nelle palpebre di S. Giuseppe, lievemente arrossate per le lagrime che luccicano negli occhi, è sentimento di tenerezza umana che commuove» (1).

    Ai lati della cappella sono le due figure di S. Pietro e di S. Paolo. La prima deperita e malamente restaurata; l’altra ben conservata e – pur noti essendo un nuovo tipo della produzione peruginesca – è sempre una figura vigorosa e fiera, come s’addice al santo che rappresenta (Fig. 19). Sotto di queste è rispettivamente scritto:

    SANCTO PIECTRO(2 )- SANCTO PAULO

    Sul gradino su cui poggia i piedi la Madonna è la firma del pittore così

    PETRUS . DE . CASTRO . PLEBIS . PINXIT.

    E, sotto, il distico:

    TU SOLA IN TERRIS GENITRIX ET VIRGO FUISTI
    REGINA IN CELIS TU QUOQUE SOLA MANES.

    Trevi, Chiesa delle Lacrime, S.Pietro del Perugino (da Valenti)

    L’archivolto, anche in questa cappella, è suddiviso in sette scomparti geometrici, decorati a rosoni rossi, su fondo giallo di ingenua fattura.

    Lo zoccolo che gira intorno alla parte inferiore della cappella, è anch’esso a scomparti geometrici, a finto marmo; e fu restaurato non molti anni or sono.

    Sarebbe stato interessante avere qualche altro documento che illustrasse meglio questo che è uno degli ultimi lavori del Perugino, e che ne completasse la storia. Ma le mie ricerche – se non sono state infruttuose del tutto – pure non mi hanno dato i risultati che da esse speravo. In ogni modo sono al caso di dare qualche nuovo lume per la storia di questa pittura e del Perugino stesso.

    Gli scrittori che fin qui si sono occupati di questa chiesa e di questo affresco in particolare, non esitano a fissare l’epoca, in cui la

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    (1) Brunamonti Maria Alinda. Discorsi d’arie. Città di Castello, Lapi, 1898, pag. 92.

    (2) Questa è la grafia del Perugino. Così troviamo scritto anche il suo nome nei pochi documenti che si conservano da lui firmati.

    <166> pittura sarebbe stata eseguita, al 1521. C’è anche chi vuol precisare di più; e scrive che sarebbe stata compiuta nel Settembre di tale anno. E ciò in base ad una lettera indirizzata il 5 di quel mese ed anno dal governatore di Perugia ai Priori di Trevi, perché sollecitassero il Perugino a tornare colà, per condurre a termine un altro affresco nella chiesa di S. Agostino.

    Ora io trovo che in un contratto di compra-vendita. stipulato il 16 Dicembre 1521, nella chiesa delle «Lagrime» tra i Canonici e un tal Giovanni Mattia Bartolomei, di Trevi, figura come testimonio Pietro di Castel della Pieve cittadino perugino, «pictorindicta ecclesia sanctae Mariae lagrimarum» (1).

    Ciò vuol dire che nella seconda metà del 1521 l’affresco non era ancora terminato.

    Da notarsi una piccola curiosa circostanza; il notaio, nello scrivere il suo atto, lascia in bianco il cognome del pittore. Si vede che anche allora questi era chiamato «il Perugino» senza curarsi di altro.

    Dopo questo documento cadono, mi sembra, tutte le affermazioni di coloro che fissano senz’altro al 15 Settembre 1521 il compimento dell’affresco. Differenza di non straordinaria gravità; ma per un uomo di 75 anni, qual’era il Perugino nel 1521 e che, per giunta, moriva appena venti paesi più tardi, mi pare non debba essere quantità trascurabile quella di quattro mesi — o forse più — in rapporto specialmente alla produzione artistica del nostro.

    Del resto — come ho detto fino dalle prime pagine di questo libro — mi sono, in questo mio lavoro prefisso lo scopo di rettificare, per quanto possibile ciò che, finora è stato, noti sempre esattamente, scritto intorno alla nostra chiesa. Niente di più naturale, quindi, che io utilizzi anche i più piccoli «dettagli» per raggiungere il fine che mi sono proposto nell’interesse della storia dell’arte e — più che altro — della verità.

    Gaetano Milanesi, parlando di questo affresco, lo qualifica «intattissimo e copiosissimo di figure, tredici delle quali grandi quanto il vivo» (2). Purtroppo, però, non corrisponde più alla verità, l’epiteto di «intattissimo» . Poiché le condizioni dell’affresco erano, in questi

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    (1) Archi v i o notarile – Trevi – To. 304 — Rog. Valerio Setti f. 191. (2) VASARI G. Le vite ecc. con note di G. Milanesi. Firenze, Sansoni. 1878-1885 pag. 607.

    <167> ultimi tempi, ridotte a tale che recentemente (1923) si è dovuto ricorrere a lavori di consolidamento dell’intonaco affrescato, che in più punti minacciava cadere, a causa dell’umidità, infiltratasi nella parete. Con tutto ciò questa pittura resta sempre un’opera d’arte interessante e sommamente decorativa, ed una. delle più belle e preziose cose che abbiamo in questa chiesa, così ricca di tesori artistici.

    E qui si presenterebbe una buona occasione per dire a lungo di Pietro Perugino e dell’opera sua. Ma non credo farei cosa utile; poiché non certo sarei io che potrei dire cose nuove su questo pittore tanto ammirato e — spesso — tanto maltrattato. Né alla storia del nostro si aggiungerebbe alcun che, se io racimolassi qua e là, tutto ciò che di lui si é detto e scritto, specialmente in questi nostri giorni quando si é celebrato il quarto centenario della morte di lui (1923), rievocandone tutta la vita e anatomizzando l’opera sua, da storici dell’arte, da studiosi, da critici, da . . . «turisti» !

    Mi contento, perciò. di aver ricordato più sopra quanto su questo affresco scriveva la Brunamonti Bonacci. Però — onde non lasciare del tutto digiuno il lettore sulla letteratura, peruginesca — mi piace riprodurre qui un severo ed aspro giudizio che dell’opera del Perugino dava., non molti anni or sono, lo scrittore francese Gabriele Faure, che ripeteva ed esagerava le accuse e le critiche del Vasari e di Michelangelo.

    Seri ve. dunque, il Faure che mentre per opera di Giovanni Boccati, di Benedetto Bonfigli e di Fiorenzo di Lorenzo, la scuola umbra si avviava verso una maniera più viva, più realistica e più vera, il Perugino arrestò questo movimento. Esso sacrificò l’arte al denaro e fu il vero tipo del mestierante, un «santaro» qualunque, che delle sue produzioni mercantili inondò la Toscana e l’Umbria. Tuttavia riconosce che al «Cambio» di Perugia e in Vaticano il Perugino si dimostra veramente un grande artista. Ma all’infuori di queste, le sue pitture sorto senz’anima, senza movimento; poiché esso non si preoccupa che delle fisionomie, dei colori, delle vesti e del paesaggio. Ma i suoi tipi non sono mai stati persone vive; non si guardano mai tra di loro e sorto come estranee alla scena cui prendono parte. La simmetria dei loro atteggiamenti e quella del paesaggio li rende anche più scipiti. In un’adorazione di pastori mette come architettura quattro pilastri di legno, sormontati da una piccola tettoia triangolare; la più stupida decorazione che un pittore abbia mai immaginato! (E la nostra sarebbe, secondo il Faure, una delle tante!)

    <168> Presi uno ad uno, le figure, i panneggiamenti, le prospettive sono belle cose; ma l’insieme é glaciale e stucchevole. I personaggi sono senza movimento, falsi nelle espressioni e nelle pose. Le teste e i piedi sono troppo piccoli, in rapporto alla lunghezza smisurata dei corpi.

    E — per finire — lo scrittore francese dice addirittura che il Vannucci, volendo portare la scuola perugina al colmo della celebrità, finì per ucciderla. I suoi allievi non furono che gl’imitatori di colui, che non aveva fatto altro che imitare sé stesso. Qualcuno tra essi sarebbe potuto diventare un gran pittore, come Giovanni Spagna, se però avesse potuto sottrarsi all’influenza deprimente del suo maestro! (1)

    A questa fiera requisitoria, che sa di «furia francese» e che, tra altro, non ha neanche il merito dell’originalità, perché è una ripetizione anche più agra di ciò elle sul Perugino scriveva, prima del Faure, un altro francese, Andrea Maurel (2), contrapponiamo le parole benevoli della Brunamonti, secondo la quale alcune pitture del Perugino, come questa di Trevi, «meriterebbero pellegrinaggi» , mentre la stessa scrittrice vede nel Perugino quasi un perseguitato dagli storici e dagli invidiosi. Ma anch’essa confessa. che il genio del Perugino fu monotono (testualmente dice: «alquanto monocorde» : ma la frase mi pare che non vada); e ciò per la fretta con cui cercava qualche volta di soddisfare alle frequenti commissioni che da ogni parte gli venivano e per l’opera di discepoli numerosi e mediocri, che con lui lavoravano. Però la Brunamonti trova — al contrario del Faure — che le figure del Perugino sono vive e vere e animate da efficaci espressioni (3).

    E, d’altra parte, lasciando i mille pareri che storici e critici hanno pronunziato sul Perugino, mi pare debba essere tenuto presente, più di ogni altro, quello di Adolfo Venturi, che di Pietro giovane, scriveva: «pittore principale nella sua regione, terrà a Roma il campo nella pittura, siederà a Firenze tra i maggiori maestri, darà al figlio della gloria, a Raffaello, le idealità spiranti dai

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    (1) Gabriel Faure – Heures d’Italie – Paris, Carpeutier, 1910, pag. 203 ss. L’autore è talmente convinto della serietà delle sue critiche, da ripeterlo quasi testualmente anche in un’altra sua più recente pubblicazione. (G. F., Au pays de S. Francois d’Assise. Grenoble, Rey, s. a. pagg. 95 ss.).

    (2) Andrè Maurel. Petítes villes d’Italie, II; Emile, Marches, Ombrie. Paris, Hachette, 1908., Pag. 124.

    (3) A. B. B. Op. cit. pag. 38 ss.

    <169> suoi angioli, dalle sue Madonne, da i suoi santi dipinti nel torpore mattinale, nel silenzio verde dei piani umbri» (1).

    Metta, dunque, il lettore a confronto questi diversi, anzi disparati, pareri e giudichi a suo talento, specialmente in presenza dell’affresco delle «Lagrime» . Opera di vecchiaia, veramente; ma non per questo meno pregevole, quantunque non possa stare a confronto con altri ben più lodati lavori del Perugino. Senza dire che secondo il mio modesto giudizio l’opera d’arte non va osservata ed ammirata per se sola, ma valutata e giudicata in rapporto all’ambiente in cui essa, dirò così. vive e per il quale fu ideata ed eseguita. Ora non è chi non veda quanto magnifica e poetica risulti in questa chiesa maestosa e tranquilla, in questo luogo sereno e silenzioso, l’opera tutta umbra del Perugino, nella quale pare si rispecchi e riviva tutta la soave poesia della valle, verso quale il nostro tempio si affaccia luminoso e grande.

    Ma se ho ritenuto essere poco utile intrattenermi su ciò che da mille autori si é scritto sull’opera artistica del Perugino in genere, altrettanto interessante mi sembra,, invece, riferire e commentare quello che, almeno da alcuni, si é detto intorno a questo dipinto trevano.

    Il Cavalcaselle, per esempio, così lo descrive: «La Vergine é seduta di faccia ad una capanna; due Re genuflessi le stanno ai lati e presentano le loro offerte. lino di essi é benedetto dal Bambino; l’altro volge gli occhi alla Vergine con espressione di gratitudine. S. Giuseppe sta un po’più indietro a destra; a sinistra sotto la capanna sono il bue e l’asino e, in distanza, l’Angelo che appare ai pastori; ai due lati si vedono due gruppi. La rappresentazione si scorge dall’apertura di un vestibolo arcuato, ai cui lati stanno le figure dei sunti Pietro e Paolo. Il gruppo a sinistra con S. Pietro ha sofferto assai danni.

    Il putto é gobbo, col ventre protuberante; le figure sono tutte meschine; noti alquanto migliori quelle della Vergine e di S. Giuseppe. Il fondo serve pei lumi (?); le ombre hanno una tinta grigio verdastra, punteggiata soltanto qua e là da mano tremante. Mal disegnate le estremità, che hanno anche le unghie difettose. Le tinte

    (1) ADOLFO Venturi – L’arte giovanile del Perugino e in «L’arte» An. XIV fasc. I.

    <170> delle carni sono rozze per il troppo uso del rosso. Sulla base del trono della Vergine leggesi questa scritta: Petrus de Castro Plebis pinxit. Negli spazi triangolari dell’arco si vedono la Vergine e l’angelo della Nunziata.

    Una cornice quadra in rilievo circonda l’affresco».

    E l’autore aggiunge che questo affresco e quello oli S. Maria, Maggiore di Spello appartengono all’ultimo periodo artistico del Perugino, e «giovano assai bene a farci conoscere quale fosse ancora la disposizione del nostro pittore a dipingere, malgrado i suoi settantacinque anni» . In tutti e due gli affreschi l’autore vede la decadenza dell’arte peruginesca. «Le forme della Vergine e del Putto sono deboli e difettose, mentre i contorni indicano la mano tremante di un vecchio» . E prosegue col dire che «l’Adorazione dei Magi a Trevi é forse la pittura più meno importante» (proprio così!) «che sia uscita dalla bottega del Perugino.» E finisce affermando che 1’ultima pittura di Pietro — quella della chiesa della Nunziata di Fontignano, dov’ei morì — «era migliore dell’Adorazione dei Magi in Trevi» (1 ).

    Lasciamo andare la descrizione dell’affresco fatta in forma assai approssimativa. Basti dire che gli angeli sono due, anziché uno; e sono in atto di adorazione verso il Presepe. Piuttosto é da notare che sono quasi del tutto scomparsi. Dire che ai due lati «si vedono due gruppi» mi sembra espressione un poco troppo riassuntiva! E «l’apertura del vestibolo arcuato» sarebbe niente altro che il rincasso ad arco tondo, che forma questa, come tutte le altre cappelle della chiesa!

    La critica, poi, che il Cavalcaselle fa di questo affresco sembra acre e puerile ad un tempo. Dire che «il Putto é gobbo» che «ha il ventre protuberante» , non solo é eccessivo; ma anche fuor di luogo. Chi non sa che nei bambini é frequente la caratteristica del collo corto e l’attitudine alquanto curvetta, nonché l’addome spesso voluminoso? Non saranno queste le note del perfetto tipo del bambino esteticamente ideale; ma non farei al Perugino il rimprovero di essere stato qui troppo umanamente verista.

    L’autore trova «meschine» tutte le figure; solo fa qualche Concessione per quelle della Vergine e di S. Giuseppe. Nessuno — né

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    (1) G. B. CAVALCASELLE e J. A. CROWE. Storia della pittura in Italia. Firenze, Lemonnier, 1902, 9 voll. Ed. originale italiana di Alfredo Mazza. Vol. 9 pag. 264.

    <171> io potrei essere il primo — ha mai sostenuto che questo affresco sia tra le migliori opere del Perugino; ma nessuno ha neanche mai preteso di demolire così severamente l’opera di lui. Che le estremità siano «mal disegnate» é cosa facilmente costatabile. Aggiungere, come, fa l’autore, che «hanno anche le unghie difettose» mi sembra talmente poco serio, da far perdere ogni valore a tutto il resto della critica. E verrebbe voglia, allora, di aggiungere che le orecchie dell’asino qui dipinto — absit injuria— sono troppo corte. Osservatelo: è proprio così! Al Perugino il Cavalcaselle rimprovera — quasi — la sia vecchiezza, quando lavorava a Trevi. E mette in evidenza «la mano tremante» e «malferma» nell’esecuzione di questa pittura e in quella di Fontignano.

    Ebbene, no; ciò non é di buon gusto! La figura di questo vecchio che, pur negli ultimi anni di sua vita dava all’arte le ultime sue energie, ben altre parole ed altri sentimenti dovrebbe ispirare. E ciò sentiva e scriveva recentemente Leonardo Vitetti, al quale par di vedere il vecchio maestro stanco e addolorato «rifare ancora gli ultimi suoi Presepi, gli ultimi suoi Battesimi, l’Adorazione dei Magi, e la Natività»; o mentre sulle pareti bianche delle «piccole chiese silenti a Spello, a Trevi, a Castel della Pieve ridipinge la sua estasi, la sua celebre estasi o desolata, o gioiosa, o meditativa, come fosse cieco di ogni altro pensiero, ignaro della magnifica diversità della vita» (1).

    A questa stessa stregua — a parer mio — dovrebbero giudicarsi e, direi quasi, venerarsi tutte le opere della vecchiaia degli artisti e dei letterati, che nelle ultime manifestazioni dell’animo loro ci hanno lasciato il loro testamento, come una sintesi di tutta una operosissima vita.

    Adolfo Venturi — per continuare la, rapida recensione di alcuni che scrissero di questa pittura — crede che essa sia opera del Perugino «e dei collaboratori»(2). Ora, rispettiamo l’opinione dell’illustre critico; ma non saprei dire quale prova e documentazione, anche indiretta, si potrebbe addurre a conferma di questa asserzione. Bisognerebbe — per far qualche cosa — attribuire ai presunti «collaboratori» tutti i difetti che il Cavalcaselle ha così rudemente e

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    (1) LEONARDO VITETTI. Vita di Pietro Perugino [del Vasari] con una introduzione, note e bibliografie di L. V. Firenze, Bemporad, s. a. pag. 41ss.

    (2) ADOLFO VENTURI. Storia dell’arte italiana. Vol. III. p. 2. 567.

    <172> così eccessivamente. voluto mettere in evidenza in questo affresco. Per me preferirei lasciare le cose come sono, ed al Perugino tutte le lodi e tutti i biasimi.

    Più benevolo, tra i molti, e il Berenson, che — pur riconoscendo (e come a meno?) — che quest’opera appartiene alla fine dell’attività artistica del Perugino, asserisce che dei numerosi lavori da questi eseguiti un po’dappertutto nell’Umbria, questo di Trevi «é un buon esemplare» (1).

    E per spiegare, in parte, i giudizi non sempre esatti, né sereni dei critici è da tener presente che nessuno può pretendere di apprezzare, la profonda pittura umbra «se non si è prima fortemente impregnato di questi paesaggi dell’Umbria, ai quali si sono certamente inspirati gli artisti di questa scuola. Altrimenti non si comprendono che a metà» (2).

    Per chiedere queste note — ricorderò per ragioni dei contrari — le lodi eccessive che antichi critici d’arte hanno tributato a questo affresco.

    Il Mezzanotte di Perugia scrive: «lodatissimo é un affresco dipinto dal Vannucci in Trevi nella chiesa delle Lagrime. Rappresenta l’Adorazione dei Magi ed il Pittore vi segnò il nome suo. Dipinse anche nella suddetta Città le figure degli apostoli Pietro e e Paolo giudicate di rara bellezza» (3). E, mette queste opere tra le minori e di data incerta. Ma. mi viene il dubbio che lo scrittore non abbia veduto le opere del Perugino, altrimenti avrebbe saputo che le figure di S. Pietro e di S. Paolo non solo si trovano «nella suddetta città» , ma fanno parte della decorazione di questa stessa cappella.

    Più sincero era stato, prima di lui, l’Orsini, di Perugia anch’esso, che accennando a quei lavori del Vannucci, finisce così:«mi si dice che queste pitture siano bellissime». Le loda, dunque, senza averle viste. Eppure non era neanche molto lontano! (4) Ma si vede che non ebbe il coraggio di affrontare 10 ore di «diligenza» che ai suoi tempi occorrevano per andare e tornare da Perugia a Trevi!

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    (1) BERENSON BERNHARD. Te study and criticism of italian art. London, Bell and Cos, 1902. 2 voll. 2a Serie pag. 2.

    (2) BROUSSOLLE. J. C. Pélérinages ombriens. Paris, Fishbacher, 1896, pag. 14.

    (3) MEZZANOTTE Prof. ANTONIO. Della vita e delle opere di Pietro Vannucci. Perugia, Bertelli, 1838. pag. 156.

    (4) BALDASSARRE ORSINI. Vita elogio e memorie dell’egregio pittore Pietro Perugino. Perugia, Baduel, 1804. pag. 142.

    <173> Finalmente, non tanto come documento storico, quanto come sussidio alla critica dell’arte peruginesca, pubblico — e credo, per la prima volta — un disegno esistente nella Galleria degli Uffici a Firenze e che rappresenta la Vergine col Bambino (Fig. 18).

    «Questo disegno, nel Catalogo Montalvi, è dato al Perugino; sembra però che la Madonna sia di mano dello Spagna, per un suo quadro esistente nella Pinacoteca comunale di Spoleto» .

    Così é descritto ed attribuito il disegno in una pubblicazione «ufficiale» del 1894 (1).

    A breve distanza di tempo, in un successivo fascicolo della stessa pubblicazione, si leggeva:

    «Secondo il chiarissimo Dottore Sordini, questo disegno sarebbe piuttosto del Perugino, sembrando lo studio del quadro della chiesa di Santa Maria delle Lacrime, presso Trevi» (2).

    A parer mio il compianto e benemerito amico Giuseppe Sordini aveva, in parte, ragione. Infatti é da escludersi che il disegno qui riprodotto sia di mano dello Spagna. Esso é — certamente — da attribuirsi al Perugino.

    Ma non con uguale certezza si può affermare che sia uno studio per il «quadro» — direi meglio per l’affresco — che abbiamo alle «Lagrime» . Poiché la composizione del gruppo disegnato non é identica a quella che vediamo nel nostro affresco. Il bambino nel disegno é ritto sul ginocchio sinistro della Madonna, mentre nell’affresco lo é sul ginocchio destro. Alquanto diversi sono anche le pose e gli atteggiamenti delle due teste. Le pieghe delle stoffe sono però in ambedue le figurazioni trattate con quella specie di plasticità che è una delle caratteristiche peruginesche.

    Se, in conclusione, é ovvio vedere in questo disegno la mano del Vannucci, non altrettanto facile è dimostrare che egli l’avesse eseguito come studio per l’affresco delle «Lagrime».

    Questo — cronologicamente — é, come vedemmo, una delle ultime

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    (1) Ministero della Pubblica Istruzione. Indici e cataloghi — Disegni antichi e moderni posseduti dalla R. Galleria degli Uffizi di Firenze. Vol: unico — Fasc. 3 – Roma, 1894, pag. 209.

    (2) ivi, Fasc. 5 – Roma, 1896, pag. 384. Giuseppe Sordini eruditissimo Ispettore dei Monumenti a Spoleto, sua patria, è un vanto della nostra Umbria. Morì il 7 Giugno 1914. (Vedi il cenno Necrologico in Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per I’Umbria. Vol. XXI Fasc. 1 1917, pag. VI – e Vol. XXIII, fasc. I-III-pag. XIII).

    <174> opere del Perugino. A quell’epoca esso non «studiava» più: si ripeteva. E tanto più dobbiamo escludere che il disegno abbia rapporto con l’opera eseguita alle «Lagrime» in quanto che vediamo avere il Perugino molte altre volte trattato lo stesso soggetto, la Vergine col Bambino, in numerose sue opere. Ed in alcuna di queste — come, ad esempio, nell’affresco che é nell’ospedale di Castiglione del Lago — vediamo precisamente rappresentata la Vergine col Bambino nella stessa posa che osserviamo nel disegno qui riprodotto.

    Questo é un nuovo documento dell’attività artistica del Perugino: ma non sembra aver rapporto con l’opera da lui eseguita nella nostra chiesa. Ma — data la precedente autorevole affermazione del Sordini — era mio dovere ricordarla per precisare sempre più e sempre meglio tutto quanto si riferisce alla storia artistica di questo tempio.

    204 Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

  • Abbazia di S. Pietro in Bovara

    Abbazia di S. Pietro di Bovara

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    itinerario giubilare

    L’ ABBAZIA, adiacente alla chiesa di S. Pietro, fu fondata nel 1158 dai benedettini e presto assurse a grande splendore. Ai monaci si devono notevoli interventi di bonifica della valle e il conseguente sviluppo dell’agricoltura. Incamerata a seguito della soppressione napoleonica, fu concessa con tutti i suoi beni alla famiglia Adler Martinez per onorare dei debiti pregressi.
    Pertanto il magnifico chiostro e gli interessanti locali, in gran parte databili al XVI secolo sono interdetti ai visitatori essendo di proprietà privata.

    Trevi - Abbazia di S. Pietro in Bovara - Foto Giuliani ca. 1930

    .

    Trevi - Abbazia di S. Pietro in Bovara - Foto Giuliani ca. 1930

    Fino a circa il 1980 vi erano conservati due frammenti di scultura medievale ora asportati.

    Fino ai primissimi anni Duemila era ben visibile una meridiama (5/18)

    Nella zona, vari reperti archeologici, rivelano antichissimi insediamenti. Di straordinario interesse è la Stele di Bovara, rinvenuta nelle vicinanze e ora nel Museo di S. Francesco.

    Da notare anche il rinvenimento nella zona di grossi blocchi erratici, ormai scomparsi.

    MONUMENTI

    BOVARA

    Abbazia di S. Pietro

    (di D.Aurelio Bonaca) –

    MERIDIANE

  • Chiesa S. Martino

    Giovanni di Pietro
    (Lo Spagna)

    Consacrazione della Chiesa e inaugurazione dei restauri -8/12/2014

    Sorge, in posizione felicemente panoramica su una collina in fondo al Viale Ciuffelli, magnifico viale alberato che a Trevi è

    La Passeggiata

    per antonomasia.

    Fu edificata nel XV secolo in prossimità del luogo ove antichissimamente era la chiesa detta di S. Martino della Pieve.

    Sopra il portale, in una lunetta è raffigurata una Madonna con Bambino tra due angeli adoranti, opera firmata da Tiberio di Assisi. All’interno sono conservati altri due affreschi: S. Martino che divide il mantello con un povero e Madonna con Bambino e Santi, atribuite al Mezastris (1488) e quattro tele a olio, tra cui S.Elisabetta, firmata (Frater Lucas… 1688).

    Nel coro: Immacolata Concezione, di Ascensidonio Spacca (1592) e altre quattro tele con Santi, firmate ( Lorenzo Guerrini, 1783).

    Trevi, Italy. Chiesa di s. Martino (foto V. Giuliani, ca. 1930)

    Foto

    Vincenzo Giuliani

    , (anni Trenta)

    Sulla parete destra si aprono due cappelle: una dedicata al Sant’Antonino Fantosati, vescovo missionario francescano assassinato in Cina nel 1900; l’altra intitolata al Crocifisso, già della famiglia Origo, con bella scultura lignea del tardo ‘500.

    Fino al secolo scorso ornava l’altare maggiore la magnifica pala dello Spagna, l’Incoronazione della Vergine (1522), che ora si può ammirare, restaurata, nella Raccolta d’Arte di S. Francesco.

    L’annesso convento fu costruito dai frati francescani “Osservanti” ai quali era stato ceduto il luogo nel 1479.

    All’ingresso: piccolo busto marmoreo di S. Francesco dell’Aureli (primo ‘900).
    Il chiostro è ornato con pitture dello Spacca (fine ‘500 – inizi ‘600): Le stimmate di S. Francesco e tondi con santi francescani. Sulla parete di fondo del refettorio grande affresco raffigurante l’Ultima cena, dello stesso autore, datato 1601.
    Nel muretto del chiostro grande è stato riutilizzato un frammento di antica epigrafe del 9° secolo, inedita

    Foto 2/8/2010

    Sulla parete nord del chiostrro rimane lo gnomone di una meridiana putroppo scialbata.

    A seguito dei restauri dopo il terremoto del 1997 le tracce ben visibili della meridiana sono state sconsideratamente distrutte.(2014)

    Sul piazzale esterno si affaccia la

    Cappella di S. Girolamo

    la cui parete sinistra è ricoperta da un magnifico affresco con l’

    Assunta

    tra angeli e Santi e sullo sfondo una veduta della valle con al centro Foligno. È considerato il capolavoro di

    Giovanni Spagna

    (1512). Un altro affresco di Tiberio d’Assisi raffigura S. Emiliano e una monaca orante.

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Martino, Cappella di S. Girolamo, Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, Assunzione.

    Dalla antica chiesa di S. Martino della Pieve provengono due capitelli e il fonte battesimale ora nella chiesa di S. Emiliano.

    Tra le opere moderne, assolutamente originale è la Via Crucis in rame sbalzato di Adelmo Testa. A seguito dei restauri dopo il terremoto del 1997 le “stazioni” sono state trasferite nellza chiesa di S. Andrea.

    S. Martino: AFFRESCHI Ritorna alla pagina CHIESE Ritorna alla pagina MONUMENTI