Categoria: Da vedere

  • Abbazia di S. Pietro (Bonaca)

    Abbazia di S. Pietro di Bovara

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    itinerario giubilare 2000

    Estratto da: D. Aurelio Bonaca, Religione e beneficenza in Trevi (Umbria), notizie storiche, Trevi, 1935

    Secondo Jacobilli il monastero dei Bendettini di Bovara fu fondato nel 1154 presso un’antichissima chiesa dedicata a S. Pietro; secondo invece Durastante Natalucci, che cita il Lancellotti, il Belforti e altri, la fondazione sarebbe avvenuta nel 1158.

    Quel che è certo si è che fin dai primi tempi i Pontefici furono pieni di benevolenza verso la nuova abbazia, ed io posseggo le copie dei brevi apostolici di Alessandro III (1177), Celestino III (1193), Innocenzo III (1198), Onorio III (1217), con i quali venivan fatte e confermate larghe concessioni con diritti sopra chiese e immobili
    Il primo abate fu Raniero (non altrimenti conosciuto), il quale resse l’abbazia fino al 1185; a lui successe Ruberto (1185 – 1193) e poi Boezio (1193 -1198), Graziano (1198 -1217), ecc.
    Nel 1214 l’abbazia fu distrutta, insieme a Trevi, dagli Spoletini ed i monaci furono dispersi. Fu in quel tempo che S. Francesco d’Assisi ebbe nella chiesa di s. Pietro di Bovara una lotta fierissima contro lo spirito del male, lotta titanica, che alle grandi anime, come quella del Poverello, è dato combattere e vincere; mentre Fra Pacifico, il re dei versi, in una visione magnifica, vide il posto riservato al suo Padre e Maestro in paradiso. (D. Aurelio Bonaca, Le Memorie Francescane di Trevi, Vallecchi editore, Firenze, pag. 17 e seg.)

    Nel 1258 cominciò a reggere l’abbazia Eremita, il quale favorì il fiorire del monastero di S. Croce in Valle dell’Aquila, posto inter fauces montis, come dice una bolla, retto da un priore nominato dai monaci di Bovara e sembra che lo stesso Eremita vi si sia poi ritirato, deponendo la dignità di abate di S. Pietro.
    L’abate di Bovara aveva giurisdizione sopra almeno cento chiese curate e sopra quattro monasteri, che eran retti da priori. Essi sono: S. Donato di Buiano, che verso la metà del 1300 passò ai canonici della cattedrale di Spoleto, S. Croce in Valle dell’Aquila, aggregato il 10 marzo del 1469 al Capitolo di S. Emiliano in Trevi, S. Arcangelo e S. Maria di Pigge, passati in tempi diversi al Vescovo di Spoleto.

    Nel 1265 sorse uno scisma per l’elezione dell’abate, perché alcuni avevano eletto Grifo, monaco della diocesi di Todi, ed altri il camaldolese Ruggero, abate di S. Silvestro al monte Subasio. Ma un decreto di Gerardo, vescovo di Spoleto, delegato da Bonifacio VIII, pose fine alla controversia, riconoscendo Ruggero, il quale visse fino al 1335. In quel tempo le lotte tra guelfi e ghibellini fecero soffrire molto i monaci; i beni dell’abbazia furono occupati, i monaci dispersi, le chiese danneggiate. L’abate Ruggero, ormai vecchio, il 31 magio 1334, unì il monastero di Bovara all’abbazia di S. croce di Sassovivo, alla quale cedette anche tutti i beni e diritti. Il 1 aprile 1335 il card. Giovanni Gaetano Orsini, legato apostolico, confermò questa unione, la quale però di fatto non poté effettuarsi a causa della lotta tra guelfi e ghibellini. In data 13 dicembre 1421 il papa Martino V con suo decreto, datato da Firenze, ordinò a Nicolò, vescovo di Foligno, di confermare l’unione con Sassovivo, qualora i monaci di Bovara fossero stati tutti favorevoli. Ma il vescovo di Foligno trovò tale discordia tra i monaci che pensò bene di non farne nulla . I dispersi monaci, riuscirono tuttavia a nominare loro abate Marco da Spoleto, che tenne il titolo dal 1417 al 1421.

    Intanto i beni erano occupati da Corrado Trinci, che li tenne fino al 1438, nel qual anno l’abbazia di Sassovivo cominciò ad affittare i beni di Bovara e nominò un sacerdote per la cura delle anime.

    L’11 aprile 1442 Eugenio IV nominò abate di Bovara Tommaso Valenti ed incaricò Gaspare, arcivescovo di Napoli e Governatore dell’Umbria a sistemare la questione pendente con Sassovivo. L’11 aprile 1443 Gaspare sentenziò come non avvenuta l’unione di Bovara con Sassovivo e l’abate Tommaso poté entrare in possesso della sua carica e dei pochi beni rimasti.
    Il Valenti cercò di rivendicare all’abbazia i suoi legittimi averi, ma si trovò a lottare coi Manenti e con altri usurpatori. Il 31 dicembre 1443 con l’intervento di Lotto, Vescovo di Spoleto, fece un concordato con Trincia Manenti, detentori di molti beni, ma per poco tempo Trincia tenne fede ai patti. Il Valenti cercò anche di recuperare i beni che precedentemente erano stati rubati ed occupati, ma con poco risultato, tanto che il 5 aprile 1498, il vicario di Spoleto, Stefano Coppus, pubblicò un suo monitorio contro i detentori dei beni dell’abbazia di Bovara, minacciando le sanzioni ecclesiastiche. Questo non giovò a nulla, ed il 13 marzo 1503 il Papa Giulio II scomunicò i detentori dei beni ma evidentemente senza alcun effetto perché nel 1609 Paolo V fu costretto a confermare la scomunica.

    L’abate Tommaso procurò anche di richiamare tra i monaci l’osservanza religiosa; sfiduciato o deluso rinunziò l’abbazia di Bovara a Sisto IV in favore dei monaci olivetani il 19 luglio 1484. Innocenzo VIII il 12 settembre dello stesso anno confermò la cessione e l’abate generale di Monte Oliveto Maggiore, Domenico da Lecco, ne prese possesso e ne nominò priore Vincenzo da Milano.
    Il Valenti non aveva fatta nessuna riserva per sé, ma il generale degli Olivetani “tanta praesulis benignitate perspecta” al dire del Lancellotti, volle che gli fosse concessa annualmente la metà delle rendite del monastero e la conservazione del titolo di abate. Ecco perché fino alla morte del Valenti gli olivetani non ebbero in Bovara un abate, ma soltanto un priore.
    Il comune di Trevi il 2 aprile 1478 aveva già deliberato di assumere la spesa delle bolle per questo passaggio.
    Il 4 febbraio 1490 morì Tommaso Valenti e gli furon fatti solenni funerali; il Mugnoni raccoglie la voce che fosse stato avvelenato (Mugnoni, Annali, pag. 123 e seg.).

    Tra i primi monaci olivetani che furono in Bovara figurava fin dal 1485 fra Mattia di ser Simone da Trevi, che tenne uffici elevati nel suo ordine, e nel 1467, morto l’abate generale Ringherio, tenne la carica di proabate generale; fu in quel periodo che egli eresse la grande biblioteca, ora dispersa, di Monte Oliveto Maggiore, sussidiato di un tal Ludovico da Terni, che aveva un fratello monaco col nome di Fra Pietro.
    Fra Mattia fece venire a Trevi nel 1485, come custode del santuario della Madonna delle Lacrime, fra Antonio da Lodi che suscitò intorno a sé tanta fama di santità. fra Mattia morì in Trevi nel 1486 per la peste che infieriva in quegli anni, come gli aveva predetto Fra Antonio.
    Il Mugnoni dice che il passaggio dell’abbazia di S. Pietro agli olvetani fu “utilissima cosa” perché così l’abbazia stessa “fu cavata de la mano de quilli cardinali, che tucte le abbatie se le chiamano in commedia: et sparagnate multe spese et danni et mali che el comune et li parrochiani averiano patuti quando fusse dicta abatia venuta in manu de qualche cardinale” (Mugnoni, Annali, pag. 79). Infatti Bovara non fu data mai in commenda ad alcuno.

    Il priore fra Vincenzo da Milano procurò di ricuperare molte chiese con i loro beni e restaurò il monastero e fece il chiostro con la cisterna.
    Nel 1507 l’abate Nicolò da Cortona costruì il refettorio nuovo, la cucina e poi anche il grandioso appartamento per l’abate.
    Nel 1531 l’abate Gerolamo da Fabriano eresse nella chiesa le bellissime colonne di pietra, che vi sono ancora oggi.
    Nel 1546 l’abate D. Francesco Mugnoni da Trevi, celebre giureconsulto [da non confondere con l’omonimo ser Francesco Mugnoni che scrisse gli “Annali dal 1416 al 1503”], fece fare il muro di cinta che anche attualmente segna quella che fu la clausura del Monastero. Nell’anno precedente (1545) aveva dimorato per più giorni in Bovara il papa Paolo III con tutta la sua corte, nel ritorno che faceva da Perugia a Roma.
    Nel 1610 l’abate Michelangiolo Tramontana costruì gli stalli del bel coro.
    L’abate D. Agostino Lancellotti da Perugia, dottissimo teologo e storico degli olivetani, creò in Bovara uno studentato, e nel 1622 rifece il campanile e la parte posteriore della chiesa, che erano stati abbattuti da un fulmine. Il campanile primitivo era stato costruito nel 1582 dall’abate D. Lorenzo Salvi, che apportò anche molte migliorie del monastero (cantine, molino ad olio, scuderie, ecc.)

    Nel 1734 l’abate D. Camillo Bontempi ottenne dal Comune di Lucca insigni reliquie dei santi Vincenzo e Benigno, che una tradizione locale dice nativi da Bovara.[Secondo il Natalucci che cita le Riformanze comunali e una lapide, le reliquie furono traslate a Trevi nel 1703 – Historia… di Trevi, c. 101].

    Nel 1769 l’abate D. Mauro Vermiglioli fece una importante processione con l’immagine del ss.mo Crocifisso, che ancora oggi è tanto venerata nella chiesa di Bovara da tutte le popolazioni dei dintorni. Che io sappia, questa è la prima menzione che si fa di questa venerata immagine. Ricordato ancora è il prodigio delle acque del 17 maggio 1817, quando la popolazione, ricorsa con fede al ss.mo Crocifisso, ottenne pioggia abbondante in una maniera veramente prodigiosa.

    L’ultimo abate di Bovara fu D. Lorenzo Sommarigo, che apparisce col titolo di abate fino al 1806.
    Dopo la soppressione napoleonica l’abbazia più non risorse e i beni furon ceduti dalla Santa Sede alla famiglia Martinez per tacitare un debito contratto con essa dalla Camera Apostolica.

    Oggi Bovara mantiene tutta la sua antica importanza. É una delle parrocchie più grandi dell’Archidiocesi spoletina, conta numerosa popolazione, che conserva nel cuore la fede dei padri.
    A capo della parrocchia oggi è il rev.mo mons. Gennaro del Gaudio, Cavaliere dell’ordine Costantiniano.

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    303

  • Il Crocifisso di Bovara

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    Festeggiamenti quinquennali 9-17 Maggio 2015 Festeggiamenti quinquennali 8-16 Maggio 2010 Festeggiamenti quinquennali 20 -28 Maggio 1995

    Questa statua lignea, custodita in una apposita cappella, è da secoli oggetto di profonda devozione. Soltanto recentemente è stata esaminata dalla critica sotto l’aspetto storico-artistico.

    La venerazione nasce dalla tradizione francescana e dal “miracolo delle acque”.

    Raccontano i primi biografi di S. Francesco che questi passò una notte in preghiera nella chiesa di Bovara. All’alba del giorno seguente frate Pacifico, non osando disturbare il Maestro ancora in estasi, si inginocchiò davanti al crocefisso e, assorto nella preghiera, ebbe la visione del Paradiso ove il trono che fu di Lucifero era riservato per Francesco (vedi in particolare: Memorie Ferancescane di Trevi ). L’episodio è stato raffigurato da Giotto nella Basilica di Assisi e da numerosi altri pittori. A Trevi la scena è dipinta in una lunetta del chiostro e in una tela nella chiesa di S. Francesco.

    Trevi - Crocefisso di Bovara (part.)

    La critica moderna permette di datare la statua intorno al 1330 e quindi questo crocefisso non è quello di fronte al quale pregarono S. Francesco e i suoi compagni, ma la devozione al Crocefisso di Bovara da parte dei pellegrini che dall’Abruzzo e dalla Ciociaria andavano ad Assisi per il

    Perdono

    si è perpetuata nei secoli. Testimoni diretti riferiscono che fino all’ultimo anteguerra l’affluenza era tale che a fine giornata le monetine gettate sul pavimento si dovevano raccogliere “

    con la pala

    1

    , prova tangibile del passaggio di migliaia di pellegrini ogni giorno.

    Medaglia del SS.mo Crocifisso di Bovara

    Medaglia del SS.mo Crocifisso di Bovara

    Fine ‘800

    EFFIGIE DEL
    MIRAC. CROCIFISSO
    CHE SI VENERA
    NELLA CHIESA
    ABBAZIALE DI S.PIETRO
    ————
    BOVARA DI TRTEVI
    FATTA PER CURA
    DI UN DIVOTO

    La ininterrotta devozione è attestata anche dalla produzione di medaglie. Oltre a quella riprodotta, ne esiste un’altra di circa 5 cm con iscrizione di 12 righe, segnalataci nel ’99 dal prof. Angelo Finetti prematuramente scomparso.

    A nostra conoscenza, il primo che abbia studiato questo crocefisso è stato Bruno Toscano, e non poteva essere diversamente viste le benemerenze di questo studioso verso i beni culturali locali! Prima di allora l’opera veniva acriticamente attribuita al XII secolo e quindi precedentemente alla visita di S. Francesco

    2,

    3

    .

    In una guida di Spoleto4 si definisce prudentemente “antico” il crocefisso di Bovara, non ritenendolo certo opera del tempo di S. Francesco.

    Successivamente il Previtali5 prende in considerazione l’opera segnalatagli dal Toscano, dopo che era stata restaurata e quindi in condizioni ben diverse da come l’avevano esaminata gli Autori precedenti. Considerando che il Crocefisso è inchiodato al legno con quattro chiodi come quelli più antichi, ma ritrovando nel modellato elementi successivi ai giotteschi lo attribuisce al 1330. La tesi è pienamente accettata dal Lunghi 6, che prende in esame i nuovi riti del Venerdì Santo, in uso in Italia dalla seconda metà del XIII secolo. Da quella data infatti si sostituì la deposizione simbolica dell’Eucaristia con la deposizione in un sepolcro di “un crocifisso in rilievo” avvolto in un velo e ipotizza che il crocefisso di Bovara sia stato costruito in funzione di questo rito, trattandosi di una statua con le braccia snodate che possono essere disposte allargate sulla croce o aderenti al corpo.

    Attualmente, ogni cinque anni si celebrano solenni festeggiamenti in onore del SS.mo Crocifisso e la statua, deposta dalla croce e composta in un cataletto, viene portata in processione per un lungo percorso per le strade di Bovara e località vicine, con grande concorso di popolo. Molti bovaresi emigrati colgono l’occasione della festa per una rimpatriata nella vana speranza di mitigare la nostalgia.

    Il “miracolo delle acque” risale al 1817. Lo troviamo descritto in un opuscoletto, pubblicato nel 1892 per il terzo giubileo del prodigio.7 Vi è ricordata la gravissima carestia del 1816 durante la quale molti per “non morire di fame, si mangiavano cose le più ributtanti: perfino la sansa dei Molini e i sarmenti macinati e cose anche schifose!

    Alla carestia fece seguito una eccezionale siccità per tutto l’inverno e la primavera tanto che a maggio del 1817 “il grano seminato, per la gran secca, era appena sortito dalla terra: rimaneva esile e quasi secco, mentre era quasi tempo di raccoglierne il frutto. Si facevano pertanto dapertutto private e pubbliche preghiere: dapertutto allo scopo si esponevano le più insigni reliquie; ma il cielo rimaneva sempre lo stesso; sempre sereno e sole sempre gagliardo”.

    Si decise allora di fare una solenne processione con il Crocefisso di Bovara.

    Col concorso adunque delle ville vicine e lontane, e di un popolo immenso si fece col detto SS.mo Crocifisso una solennissima e devotissima processione, la quale, girando per tutto Trevi, giunse al Convento di S. Martino. E quando l’Immagine benedetta fu di ritorno sulla piazza della sua chiesa operò la tanto sospirata grazia. … Mentre un valente predicatore … saliva il palco fatto nella medesima piazza a cagione della gran moltitudine, si vide comparire nel cielo una nuvoletta simile a un palla. … La nuvoletta in un momento si dilatò per tutto il cielo; e in mezzo alla predica incominciò una pioggia dolce, pacifica, e poi abbondante, che non fu di acqua, ma piuttosto vera pioggia di grano. … Sempre pacificamente piovendo … la terra arsissima restò del tutto sazia e satolla. … Il grano, che non presentava speranza di frutto alcuno, fu così abbondante e copioso che da 40 scudi al rubbio calò subito alla meschina cifra di L. 16 al rubbio. … V’è un detto tuttora popolare, e tuttora universale, e di alcuni viventi ancora che nella raccolta «era più grande sempre il mucchio del grano che quello della paglia».

    Il Crocefisso della Chiesa di Bovara (Foto Laurentini, ca 1930)

    Trevi-

    Il Crocefisso della Chiesa di Bovara

    (Foto Laurentini, ante 1925 – E’ stata la foto più nota e più diffusa in quanto fino al dopoguerra era esposta in moltissimi confessionali delle chiese della zona.)

    L’Abbazia benedettina Ritorna alla pagina BOVARA Ritorna alla pagina CHIESA di S. PIETRO

    Foto della PROCESSIONE

    Note

    )

    Raccontato da Maria Medei (nata 1915) che da bambina accompagnava il padre Sabatino, più volte “santese”, a raccogliere le offerte.

    2)

    Stranamente ignorato dal

    Guardabassi

    (

    Indice guida dei monumenti … dell’Umbria

    , Perugia, 1872) che pure descrive il coro e le porte intagliate, viene attribuito al XII secolo da

    Giovanni Bizzozzero

    . Questi, nel 1925 insegnante elementare a Trevi, pubblicò un suo contributo “

    Luoghi Umbri – Bovara

    ” in una rivista professionale”

    Sc.It.M., che si rivolge ai maestri di tutta Italia

    ” così riportata in un dattiloscritto con notazioni autografe di D. Aurelio Bonaca. Giovanni Canelli Bizzozzero, fu grande amico di Trevi ove è ancora (2003) affettuosamente ricordato dai suoi allievi.

    3)

    T.C.I.,

    Umbria,

    Guida Rossa, Milano, 1950. Attribuisce il crocefisso al XII secolo. All’epoca era

    Console

    locale del T.C.I. Salvatore Zappelli, che per l’aggiornamento delle pubblicazioni si riferiva a Carlo Zenobi, allievo di Bizzozzero, tuttora in possesso di una copia del dattiloscritto di cui sopra.

    4)

    Bruno Toscano

    ,

    Spoleto in pietre, guida artistica della città,

    Spoleto 1963, pag. 237

    5)

    Giovanni Previtali

    Due lezioni sulla scultura “umbra” del Trecento: II. L’Umbria alla sinistra del Tevere, 1. Maestri “espressionisti” tra Assisi, Foligno e Spoleto

    , Prospettiva, n.38, 1984, p. 31

    Idem,

    Studi sulla scultura gotica in Italia,

    Torino, Einaudi, 1991, p.72, 73.

    6)

    Elvio Lunghi

    La passione degli umbri

    , Foligno, 2000, p.99 e segg.

    7)

    Don Alessandro Pallucchi

    Feste al SS.mo Crocefisso di Bovara,

    Foligno, S. Carlo, 1892

  • Bovara di Trevi. Festa quinquennale del SS.mo Crocigfisso 2015

    Bovara di Trevi

    Festa del Ss.mo Crocifisso

    9 – 17 Maggio 2015

    Il Crocefisso di Bovara (particolare)

    Programma religioso

    9 maggio ore 21 .- Solenne ostensione del Crocifisso con la presenza dell’arcivescovo mons. Renato Boccardo.

    10 maggio ore 18 – S. Messa

    11-12-13 maggio

    Ore 16,30 esposizione del ss Sacramento

    Ore 17,30 s. Rosario

    Ore 18.s. Messa

    Triduo

    17,30 S. Rosario

    18 S. Messa

    14 maggio: animato dalla parrocchia di Cannaiola

    15 maggio: animato dalla parrocchia di S. Maria in Valle

    16 maggio: animato dai bambini e ragazzi del catechismo

    17 maggio

    Ore 8.30 – s. Messa

    Ore 11 – s. Messa

    Ore 16 – processione al Santuario della madonna delle Lacrime

    Programma civile

    11 maggio ore 21 – Gara di briscola

    13 maggio ore 21 – “Il Crocifisso miracoloso di Bovara: la funzione, la forma, il culto” conferenza della dott.ssa Stefania Nardicchi

    14 maggio ore 21 – Concerto del Coro giovanile dell’Oratorio di Bevagna

    15 maggio ore 21 – La compagnia agape presenta il musical “forza venite gente”

    16 maggio ore 21 – La compagnia teatrale”L’ARCA”presenta: “Mamma non vole di G.Di Maio, regia G Sirci

    17 maggio ore 21 – Spettacolo folkloristico del gruppo “Amici del Subasio”

    Al termine: fuochi d’artificio

    Foto della processione

    Uscita dalla chiesa di Bovara

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  • Villa Fabbri – Stanza del Rettore

    Villa Fabbri

    Dipinto nella stanza del Rettore

    Trevi – Villa Fabbri o dei Boemi –

    Tondo nella stanza del Rettore
    Foto gentilmente concessa dal prof. Alvaro Standardi

    Un’altra opera, finora sconosciuta, di Pantaleo Major sita nella stanza del rettore al piano superiore (il primo piano rispetto all’ingresso da nord).

    Nella più grande di tutte le stanze private, quella soprastante al salone centrale, campeggia un “tondo” che raffigura la Madonna con Bambino tra due santi identificabili con Santa Růžena Limská (Santa Rosa da Lima) e S. Giovanni Evangelista.

    In basso, vicino al bordo, si legge la data MCMXII, perfettamente in accordo con il periodo dell’esecuzione della cappella inferiore (inedito 2004)
    L’immagine non è più visibile a seguito di un successivo sconsiderato intervento (2010)

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    048

  • Casa Tulli-Gerardi

    Casa Gerardi (Già Tulli, poi Passerini)

    Sorge all’incrocio di Via Dogali con Via Cavour e Vicolo Lungo, ad Ovest dell’Arco del Mostaccio.

    Di pianta irregolare per adattarsi alla viabilità ha subito vistosi interventi di consolidamento a sud e ovest per probabili danneggiamenti da terremoti in varie epoche.

    A valle (sud) la costruzione di uno sperone ha ristretto un vicoletto già non molto ampio e a ovest, sopra un grande arco che raccorda un contrafforte e lo sperone, è stata aggiunta una piccola porzione di fabbricato.

    Già di proprietà della Famiglia Tulli, nel 1698 fu acquistata da don Carlo Gerardi (di distinta famiglia di Foligno) che la modificò nel 1719 conferendole l’aspetto attuale..1

    Nel Catasto Gregoriano figura di proprietà di Domenico Passerini, famiglia registrata in Trevi dal 1787 fino ai primi anni Cinquanta del Novecento.

    Ora appartiene a più proprietari.
    L’appartamento verso est del piano nobile (proprietà Valentini Calabria) ha le volte dei soffitti completamente dipinte, oggetto di recenti restauri.

    181

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    079

    Note

    1) Natalucci, Durastante, Historia … di Trevi, c, 85.
    La casa in isola sopra alla chiesa di S. Pio“deve intendersi: “La casa… più oltre, sulla strada in salita” e non “costruita sopra” alla chiesa, come erroneamente interpetrato da alcuni (2022).
    Sempre il Natalucci, a c.931 ci informa che nel 1723 la signora Giacinta di Anton Maria Venturini va sposa al Cap. Girolamo Gerardi di Foligno(2023)

  • Processione notturna – La chiamata.

    Processione dell’Illuminata o di Sant’Emiliano

    La fine della chiamata

    Trevi, chiesa diS.Emiliano - Uscita della Processione (2006)

    Foto: Domenico Pistola, Fotomania Trevi

    Nella chiesa ormai quasi vuota si appresta ad uscire la statua, già scesa dal piedistallo, sostenuta da 12 portatori.
    Di seguito usciranno il Gonfalone municipale e le Autorità civili (a destra in alto).

    In questa eloquente foto del 27/1/2006, concessa da Fotomania, si possono riconoscere, oltre ai portatori e alle Autorità, le persone ancora in chiesa per assistere all’uscita della statua..

    Vedi: Foto della processione 2011 di Giovanni Bocchieri [rimosso 2014]

    Altre notizie sulla processione e sulla festa in un articolo di Tommaso Valenti del 1898.

    Ritorna alla paginaSANT’EMILIANO Ritorna all’Ordine della Processione

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  • La festa di S. Emiliano

    La festa di Sant’Emiliano

    Programmi dettagliati della festa negli anni: 2018. 2019, 2020, 2021. 2022, 2023

    (Da un articolo di Tommaso Valenti sul periodico La Torre di Trevi, anno I n°3 del 28/1/1898, ripreso in Curiosità storiche Trevane, Foligno, Campitelli, 1922)
    Il testo e le in colore sono stati inseriti all’atto di questa trscrizione

    La devozione a

    Santo Miliano

    , come lo chiamavano i nostri vecchi, è antica, si può dire, quanto Trevi. Della sua festa, del suo culto troviamo memorie nelle più antiche scritture del Comune.

    I Trevani, teneramente devoti di questo Santo, che li aveva, dopo S. Feliciano, istruiti nella fede di Cristo, cominciarono dall’innalzargli una chiesa nel sito più alto della Città, sulle rovine, credesi, di un tempio pagano, dedicato a Diana. L’antichissima Chiesa di cui non si sa con precisione l’anno della costruzione (forse il secolo XII)1, fu restaurata e rimessa a nuovo nel secolo XV. La fabbrica cominciata nel 1465 fu terminata circa venti anni dopo, e fu consacrata più tardi, ai 25 di aprile nel 1522 da Natale Vescovo di Veglia2, quello stesso che, come dissi più sopra, benedisse e battezzò la Campana della Torre. Dopo una serie di vicende, la Chiesa venne ridotta, pochi anni fa3, allo stato attuale su disegno dell’architetto Carimini, autore, tra l’altro, anche del palazzo Brancaccio in Roma. Qui non è mia intenzione occuparmi della Chiesa, ma solo del modo col quale nei tempi andati, si celebrava la festa di Sant’Emiliano.

    Dalle antichissime carte del nostro Archivio si rivela [rileva] come il Comune prendesse parte attivissima a questa, solennità. Lo stesso statuto trevano in varie sue Rubriche ne parla diffusamente . E, nella prima di queste, impone al Podestà ed ai Priori l’obbligo di celebrare questa festa, anche nella Cappella privata del Comune, sotto pena di 25 libre di danaro a testa. Essi dovevano pure intervenire alla processione, portando due ceri di sei libbre l’uno.

    Nelle Riformanze, dal 1355 in poi, si trovano ogni anno disposizioni relative alla festa di Sant’Emiliano. E la maggior parte di esse si riferiscono alla spesa che il Comune doveva sostenere in tale occasione, ed alle misure di precauzione che si dolevano prendere, per tutelare l’ordine pubblico in quei giorni; e queste misure consistevano specialmente nel nomine delle guardie, tante per Rione, chiamate zelatores pacis et concordiae. Le spese che il comune sosteneva erano assai rilevanti, tanto che nel 1395 si dovettero limitare e si ridussero a 100 libre di danaro, somma assai importante per quei tempi.

    Il segnale delle feste sacre e profane si dava otto giorni avanti, esponendo sulla Piazza “la statua della Mora armata di scudo e di sciabola4 , volgarmente detta l’Inquintana” come scrive Durastante Natalucci. Però bisogna notare che questo era nello stesso tempo il segnale delle festa carnevalesche5: d’allora in poi, fino alla Quaresima, era lecito darsi ad ogni sorta di scherzi, fra cui era preferito quello di tingersi il viso e di tingerlo agli altri, senza timore d’incorrere in alcuna pena.

    Per rendere maggiormente allegra la festa si facevano venire di fuori “suonatori di trombetti, tamburi, timpani, ciaramelle, chitarre e cetere” e ciò fino al 1356. Sembra però che quest’uso non fosse senza inconvenienti, perché il 19 gennaio 1600, il Consiglio deliberava “che non si ricevessero altri trombetti che i convicini”.

    1) Il testo tra parentesi manca nella primitiva stesura

    2) Veglia, città di circa 3000 abitanti, è capoluogo dell’isola dello stesso nome, situata nel Golfo del Quarnero. É anche oggi sede vescovile. Il vescovo Della Torre fu deposto dalla sua diocesi, anche a richiesta dei fedeli. (nota dell’Autore)

    3) Nel 1893

    4) Nella stesura originale e nel Natalucci: sciabla.

    5) Il Carnevale inizia il 17 gennaio secondo il calendario Romano e “otto giorni prima” della festa di S. Emiliano (28 gennaio) o della processione (27 gennaio) praticamente coincidono la data di inizio ufficiale

    Un altro divertimento riservato a questa occasione era il Palio con l’anello, che era5, credo, così detto perché il premio assegnato al vincitore era appunto un anello, quasi certamente d’oro. Di più al vincitore si dava un premio di due Scudi e, più tardi, una posata d’argento. Le spese di questa festa erano a carico dei pochi Ebrei dimoranti a Trevi. Essi dovevano mettere l’anello per la corsa, ed era prescritto che esso dovesse valere 50 Bolognini, e si doveva pagare il 1° gennaio. Così fu stabilito nel 1476. due anni dopo, però, questa disposizione fu modificata nel senso che gli Ebrei dovessero fare l’anello di sei once, una volta per sempre, e pagare ogni anno 60 Bolognini in contanti, pel vincitore. Questo divertimento del Palio doveva essere gradito assai ai nostri antichi. Infatti nel 1600 essi, che pure erano tanto devoti, stabilirono di non dar più cera a Sant’Emiliano, come di consueto, m d’impiegare il denaro corrispondente per fare un Palio, ossia stendardo, pel vincitore della corsa all’anello, dipingendo sulla stoffa lo stemma del Comune e quello del Podestà.

    E finalmente, altro emozionante divertimento di questi giorni era la caccia del bove. E questa doveva farsi a cura e spesa dell’appaltatore del pubblico macello, sotto pena di Scudi sei, e si faceva nella Piazza6. E l’usanza è durata fino ad una cinquantina d’anni fa. Ma in ultimo la caccia del bove si faceva per Natale.

    Ma lo spettacolo più serio al quale prendeva parte tutta la Città era l’”Illuminata, cioè la processione che si faceva, come ora, la sera della vigilia di Sant’Emiliano. A questa, come ho detto, dovevano intervenire il Podestà ed i Priori. Anche tutti i Sacerdoti e i Chierici della Città erano obbligato ad andarvi, sotto pena di uno Scudo di multa per i primi e di 5 Giulii per gli altri. I curati della campagna, che forse trovavano poco comoda per loro questa funzione sacra, riuscirono ad ottenere dalla Congregazione del Concilio, verso la metà del secolo7 XVIII, di essere dispensati dall’intervenire alla Processione. Dovevano andarvi anche i frati di tutti i Conventi, e , se si fossero rifiutati, perdevano il diritto di essere nominati predicatori a Trevi, quando fosse stato il loro turno; giacché il comune nominava, anno per anno, il predicatore della Quaresima, scegliendolo ogni volta in un Convento diverso. Però “quelle Religioni che non verranno alle Processioni generali8 non entrino in giro”. – Così stabilì il Consiglio il 12 febbraio 1658.

    I più recalcitranti erano i Monaci Olivetani di S. Pietro in Bovara. Per questi il Comune dovette scrivere alli Signori Superiori, con fare istanza che il Monastero si debba dare in governo ad altra nazione, oltre alla Perugina” metterlo, cioè, sotto la sorveglianza e la giurisdizione di più autorità, per renderli più obbedienti9.

    Le Confraternite, le Compagnie di Città e di campagna, con stendardi, il Magistrato, i Consiglieri, gli Ufficiali o Impiegati della Comunità, gli Artigiani con un capo per arte e col cero, i Medici e i Notari: tutti dovevano Andrea in Processione; pena uno Scudo ai mancanti10.

    Non sappiamo quale Immagini del Santo si portasse in Processione nei secoli anteriori al XVII, non essendoci in quei tempi alcuna statua, né alcuna reliquia di Sant’Emiliano. Fu soltanto nel 1613 ai 21 ottobre che il Consiglio deliberò “che si faccia l’Imagine di Sant’Emiliano di legno, ma che la spesa non passi 25 Scudi, con farvi l’arme della Comunità e che la spesa si faccia con licentia dei Signori Superiori”. – Questa somma però non fu sufficiente, e l’anno seguente, 1614, ai 23 di settembre, il medesimo Consiglio, in seguito ad istanza deliberava “che si diano al Capitolo di Sant’Emiliano, Scudi dieci, con licentia dei Superiori per compire l’Imagine di Sant’Emiliano, con conditione che si faccia l’arme della Città”. La statua di cui si parla fu compiuta nel 1615, forse a Foligno, e “condotta in Trevi con straordinaria allegrezza e sparo d’artiglieria” – Artisticamente è opera di nessun pregio. ha soltanto di notevole che quantunque opera del tempo in cui il seicentume cominciava ad imperare, pure è condotta con una certa parsimonia di stile. Però, a osservarla bene, si vede chiaramente che l’autore ha voluto, poco felicemente, imitare sia nella rigidezza della figura, che nella semplicità della sedia, il S. Pietro di bronzo che si venera nella Basilica Vaticana.

    5

    ) Nel testo del 1898 è qui inserito:

    né più né meno che l’attuale “corsa alla Stella”; consisteva cioè in una gara di fantini, come si dice ora, i quali dovevano, correndo, infilare un piolo nell’anello. Al vincitore si dava in premio due scudi e una posata d’argento”

    6) Quest’ultima frase e la successiva mancano nel testo del 1898

    7) La vecchia edizione riporta “del secolo passato”

    8) Cioè di S. Emiliano e del Corpus Domini

    9) 16 novembre 1623.

    10) Statuto Trevano, rubrica 46-47

    Nel 1660 un avvenimento di gran consolazione, per i devoti Trevani, fu il ritrovamento delle reliquie di Sant’Emiliano. Mentre a Spoleto si restaurava la Chiesa di Santa Maria “due incogniti pellegrini” indicarono agli operai il luogo dove erano sepolte le Reliquie del Santo11. E ivi, infatti, furono trovati il teschio e parte delle altre ossa, insieme ad un’ampolla di vetro con il sangue coagulato, nonché due graffi di ferro, macchiati di sangue. Queste reliquie furono poi portate a Trevi, e negli anni successivi recate in Processione.

    Però i fedeli non erano contenti dell’antica statua, poco confacente, anche per il suo stile modesto, alla pompa solenne della cerimonia cui doveva servire. E’ perciò che nel 1751 si dava commissione di un’altra Statua, a Pietro Epifani da Foligno. Sembra però, che questi incaricasse dell’esecuzione di quel lavoro un artista tedesco, allora residente in quella Città. In ogni modo, però, l’Epifani fu quello che stipulò il contratto, e che appose il suo nome nella parte posteriore della sedia, presso lo stemma del Comune. Questa Statua è pregevolissima opera di stile barocco, ed in essa l’artista ha saputo molto felicemente ottenere un insieme svelto ed elegante nonostante la pesantezza dello stile.

    La Statua ordinata nel 1751 fu compiuta nel 1753. Essa costò più di 500 Scudi, la maggior parte dei quali pagati dal Comune. Fu con gran solennità condotta processionalmente da Foligno a Trevi. Il Capitolo di Sant’Emiliano andò ad incontrarla sulla Piazza del Mercato, in mezzo ad una moltitudine di popolo, al suono di tutte le campane ed allo sparo dei mortari, come troviamo nelle antiche memorie12.

    Ed affinché la Statua non deperisse, l’ 11 febbraio 1753 il Consiglio deliberò di fare il credenzone per tenervela custodita, a patto che una delle chiavi di questo rimanesse in mano all’Autorità municipale.

    11) Un documento rinvenuto di recente attesta che le reliquie furono rinvenute nel corso di lavori di manutenzione straordinaria del pavimento del duomo

    12) Durastante Natalucci, Historia… di Trevi,1745, a cura di C. Zenobi, Todi 1985

    La storia e il cultoLa processione dell’Illuminata
    La Chiesa di S. EmilianoIconografia
    La festa Il culto di S. Emiliano a Ripa di Perugia
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    101

  • Teatro – la "rivista" degli studenti

    Il teatro Gli studenti e “la Rivista”

    Il Teatro Clitunno

    La Filodrammatica e i gruppi

    Le memorie di un filodrammatico

    di Augusto Bartolini

    Premio Città di Trevi

    Nell’immediato dopoguerra, un rinnovato entusiasmo si manifestò anche con un concreto impegno dei giovani locali, ma anche di elementi anagraficamente non più giovanissimi eppur altrettanto entusiasti, a formare un nuovo “Gruppo Artistico Trevano” che mise in scena un lavoro nell’Agosto del 1945.

    Immediatamente dopo gli studenti confluirono in blocco nella sezione locale dell’U.S.I. di nuova costituzione.

    L’U.S.I.,Unione Studenti Italiani, era già attiva nell’Università di Perugia fin dall’estate del 1944, quando “si cominciarono ad organizzare feste da ballo, piccoli spettacoli teatrali, gare di biliardo, ecc.”.1

    A Trevi, appena un mese dopo, a metà Settembre 1945, gli studenti misero in scena una “rivista” che ebbe grande successo e l’anno seguente si ripeterono l’esperimento.

    Di seguito riportiamo la cronaca di Antonino Sebastiani, corrispondente da Trevi del Messaggero di Roma, ripreso dalle pagine conservate da Giovanni Ferraro, dalle quali si evince che si era costituita anche una piccola orchestra

    Le aggiunte di diverso colore sono state apposte all’atto della presente trascrizione.

    Dal Messaggero di Roma – Cronache Umbre -17 settembre 1945

    L’USI scherza ma senza abusi al “Clitunno” di Trevi

    La U.S.I. ha organizzato un’attraente Rivista “La Usi scherza ma senza abusi” e l’ha esibita al nostro Clitunno, ottenendo moltissimi applausi.

    Ogni numero dal lavoro (parole e musica dei nostri bravi studenti) ha provocato tra il numeroso pubblico che gremiva il teatro, scatti di sincera e spontanea ilarità.

    Artisti ed organizzatori si sono prodigati in modo veramente encomiabile, sotto la direzione del presidente dell’USI prof. Duilio Testa.2 affinché lo spettacolo riuscisse degno delle nobili tradizioni studentesche. Eccovi i loro nomi a titolo di encomio: signorine Di Tommaso Antonietta (Ninì) ed Adele, Gigliola Giovannini e Onori Cecilia (Lietta), e Ferraro Giovanni, Loretoni Alberto e Mario, Antineo Sotis, Cruciani Francesco (Franco), Zenobi Ermanno, Bastoni Franco, Testa Enrico, Gaspare Santoni, Erminio Onori, Raffaele Alberini, Giovanni Meloni, Saverio Menghini, Isidoro Valentini e Dario Vicarelli, il quale ultimo si è particolarmente distinto anche come scenografo. L’orchestrina “O.S.T.” di nuova istituzione, sotto la direzione di Luigi Brunelli, per la prima volta ha suonato al Clitunno riscuotendo l’ammirazione e le simpatie generali.

    La graziosa rivista, vibrante di giovinezza e di brio, arricchita da altri attraenti numeri, a richiesta generale, sarà replicata Domenica prossima a prezzi popolari.

    Il Messaggero (Umbria) – 18 settembre 1946

    Brillante rivista dell’U.S.I. a Trevi

    Anche quest’anno la locale sezione dell’U.S.I. presieduta con ogni zelo dall’universitario Giovanni Meloni, ha organizzato due divertentissime serate con “Rivista più che rivista mai vista”.

    Clara Jajone , ha cantato con arte e finezza sorprendenti, tanto da dover concedere moltissimi bis, canzoni e romanze modernissime. Molto applaudita è stata Angelica Meloni che con grazia e perfetta intonazione ha interpretato varie romanze pure moderne. Franco Bastoni e Gastone Cecchini, due tenori in erba, sono piaciuti moltissimo nell’esecuzione di numeri del moderno ed attuale repertorio musicale.

    I fratelli Alberto e Mario Loretoni sono divenuti, sin dalle prime battute, i beniamini del pubblico provocando generale e schietta ilarità nell’imitazione di vari soggetti cittadini e nell’interpretazione di briose macchiette e scene comiche. Un ottimo elemento caratteristico si è anche dimostrato Gaspare Santoni, Raffaele Alberini, si è fatto notare quale preciso direttore di scena e nella “Sonnambula” insieme ad Antonietta (Ninì) Di Tommaso, Novella Donati, Cecilia (Lietta) e Erminio Onori, Francesco (Franco) Cruciani, Francesco Bartolini, Enrico Testa ed Isidoro Valentini nei vari numeri del ricco ed interessante programma.

    Come sempre, Giovanni Ferraro si è fatto onore nella sua qualifica di regista e quale impeccabile e distinto presentatore, coadiuvato egregiamente da Silvana Donati.

    Il Rag. Mario Bonaca.3, l’avv. Carlo Zenobi e il sig. Enrico Cavallari, hanno validamente collaborato perché “Rivista più che rivista mai vista” fosse organizzata ed eseguita in ogni sua parte a perfezione e riuscisse, come del resto è riuscita, di soddisfazione generale.

    La foto, ripresa nell’estate del 1945 ritrae molti personaggi,

    nominati nei due articoli a stampa, protagonisti delle “riviste” di quegli anni

    Foto gentilmente fornita da Lola Giovannini Brizi

    18
    4810131.6192023
    2579 1215212425
    136111417
    22

    1 -Cecilia (Lietta) Onori

    2 -Franco Bastoni

    3 -Anita Sampaolesi

    4 -Dario Vicarelli

    5 –

    6 -Grazia Meloni

    7 -Gino Fioretti

    8 -Bruno Marcelloni

    9 -Franco Cruciani

    10 –

    11 –

    12 -Gaspare Santoni

    13 -Mario Loretoni

    14 -Gigliola (Lola) Giovannini

    15 –

    16 -Duilio Testa

    17 -Ninì Di Tommaso

    18 –

    19 -Erminio Onori

    20 -Ermanno Zenobi

    21 -Giovanni Meloni

    22 -Antineo Sotis

    23 -Raffaele Alberini

    24 -Edda Ferraro

    25 -Silvana Giovannini

    077

    Teatro a Trevi: storia e tradizione La Filodrammatica e i gruppi Le memorie di un filodrammatico di Augusto Bartolini Premio Città di Trevi


    Note 1) Testo tratto nel 2007 dal web: http://oldperugiarugby.interfree.it/canzoniinni/goliardiaperugina.htm, ora (2013) non più attivo.

    2) Probabilmente la statura e l’elegante portamento di Duilio Testa, indussero il cronista a gratificarlo con il titolo di “prof”, mentre era ancora studente, essendosi laureato con una brillante tesi sull’Olivo a Trevi, nel 1946. Alcuni passaggi della sua tesi furono ripresi dal Desplanques in Campagne Umbre.

    3) Mario Bonaca, personaggio straordinario scomparso nel giugno 2007, non era ragioniere ma studente in legge, all’epoca probabilmente già laureato.

  • Ex chiesa di S. Filippoo Neri

    Trevi – Ex chiesa di S. Filippo Neri

    ora Casa Jouret

    Faciata della chiesa di S. Filippo Neri, ora abitazione privata

    Trevi – Piazza della Rocca – Ex Chiesa di S. Filippo

    L’edificio, parte di un isolato che comprende la rocca medievale impiantata sopra le mura romane, mostra elementi risalenti alla seconda metà dal ‘400.

    Fu trasformato in chiesa intorno al 1640 per volontà del proprietario, che la mise a disposizione della congregazione filippina. La Congregazione dell’Oratorio, ispirata da S. Filippo Neri (1515-1595, canonizzato nel 1624) fu fondata a Trevi nel 1642 da don Giovanni Antonio Costa.

    Trevi- Ex chiesa di S. Filippo Neri

    T

    revi, Ex Chiesa di S. Filippo – Interno

    Foto: P. Valentini, 2015

    Questi, oltre alla casa lasciò un sostanzioso patrimonio per il sostentamento dei sacerdoti e l’istituzione di un “dotalizio” in favore di ragazze povere. La curiosa

    buca per lettere

    che si vede nella parete laterale serviva ad accogliere le domande delle aspiranti alla dote per potersi sposare, ma si riferiva ad un altro lascito, istituito per lo stesso scopo dall’ultimo discendente della

    famiglia Lucarini

    , come recita l’iscrizione: “

    Doti Lucarine

    ” e risale al 1735.

    Ex chiesa di S. Filippo Neri -  Interno

    Trevi, Ex Chiesa di S. Filippo – Interno

    Ex chiesa di S. Filippo Neri - Interno

    Particolare con l’autoritratto del pittore

    All’epoca la chiesa era sede della

    Confraternita delle Stimmate

    , costituita da 33 confratelli, tutti nobili, che oltre ad altre regole, in morte dovevano vestire il solo saio … e i maligni mormoravano che i nobili facevano penitenza soltanto dopo morti!

    La chiesa di S. Filippo non più officiata, alla fine dell’Ottocento in seguito ad una permuta divenne proprietà privata. Ridotta a garage poco dopo la metà del ‘900, è stata successivamente restaurata e trasformata in abitazione, ora di proprietà dei signori Jouret.

    Del

    vecchio edificio del ‘400

    rimangono due piccole

    finestre e la porta laterale

    , recentemente traslata di qualche decimetro, mentre il

    bel portale

    (che era stato smontato per permettere il passaggio delle auto e poi riposizionato nell’ultimo restauro) risale all’epoca delle radicali modifiche della metà del Seicento.

    Nella nuova ristrutturazione si è conservato

    uno dei coretti

    con lo stemma francescano delle “Stimmate”, invece al posto dell’altare è stato ricavato un caminetto e al posto del quadro che lo sovrastava un moderno dipinto rappresenta il mito di Amore e Psiche.

    Ex chiesa di S. Filippo Neri - Interno

    Coretto laterale

    con lo stemma

    francescano

    della Confraternita

    delle Stimmate.

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  • Casa Centamori

    Casa Centamori

    (Già Poli e Parriani )

    La casa sorge in via dei Setaioli, a ovest del complesso isolato comprendente la chiesa di S. Emiliano e la casa parrocchiale. La facciata principale è di modesta altezza, ma rispetto alla sottostante via dell’Orticaro è di due piani più alta e svetta sulle altre costruzioni tanto che le finestre ad ovest e la loggia hanno la più completa visione panoramica sulla valle umbra.

    La facciata molto semplice è ornata da un imponente portale con bugne in mattoni.

    Oltre al portale la soluzione architettonica più rilevante è il portico dell’atrio con il soprastante loggiato.

    Il salone era adornato di un magnifico camino cinquecentesco finemente scolpito1, purtroppo andato ad ornare la casa di una nobildonna romana nei difficili anni dell’immediato dopoguerra. Probabilmente era stato adattato con pietre scolpite per un altare o un grande tabernacolo, essendovi raffigurate spighe di grano e grappoli d’uva, origine delle specie eucaristiche2.

    Trevi, casa Centamori. Atrio

    Casa Centamori – Atrio

    Come molti edifici del centro storico, la costruzione è impiantata su case di epoche precedenti; nei seminterrati sono visibili infatti resti tre-quattrocenteschi.

    La casa fu portata allo stato attuale da Agrippa Poli nel 1570, come attesta la lapide nell’atrio di fronte all’ingresso:

    foto 1987

    COMMODIS TIBURTINE / VAL. MATRIS AGRIPPA / POLVS MARCELLI FILI/VS DOMVM VETVSTATI / COLLABENTEM RESTITVIT.

    .3

    La Famiglia Poli, proveniente dal castello di Fratta (ora nel comune di Montefalco), è documentata nel 1560 per

    un incarico pubblico affidato a Marcello

    Poli

    .4

    che

    aveva sposato Tiburtina Valenti – della più illustre famiglia di Trevi – come dalla lapide sopra riportata.

    In una stanza corre su tre pareti un fascione con un’iscrizione in grandi caratteri capitali:
    O MORTALES OMNES SED IPSE TRIVMPHANS CECUS AMOR PHARETRIS VINCIT ET IGNE DEOS.

    Vi si trovano dipinti gli stemmi delle famiglie Bovarini-Valenti e Salvi

    Tra i suoi membri annovera alcuni dottori ( Gasparo e Pietro Paolo) alla fine del 16° secolo.5

    Nel 18° secolo la casa passò al dottor Innocenzo Parriani, la cui famiglia era imparentata con i Petroni, e forse si deve a questo fatto la presenza di uno stemma Petroni nell’atrio.

    Verso la metà del XIX secolo passò di proprietà di Settimio Centamori.

    Una piccola lapide marmorea murata nel portico dell’atrio, fatta incidere negli anni Settanta dall’allora proprietario Mario Tomassini, narra che la casa fu di proprietà dei principi Mario Gabrielli e Carlotta Bonaparte e che passò poi in proprietà del secondo marito di Carlotta il medico Settimio Centamori, cameriere di cappa e spada di papa Leone XIII, quando nel 1865 Carlotta morì. Nel 1889 la casa passò alla seconda moglie del Centamori, Domenica Rossi e da questa poi ai suoi eredi Rossi Tomassini.

    Un documento del nostro archivio comunale, consultato da C. Zenobi .6 precisa che fu il Centamori ad acquistare la casa di Trevi. Se ne discusse il 16/4/1855 quando la Commissione Araldica decise alla unanimità l’ammissione del Centamori al ceto patrizio locale. Tra i pregi determinanti per l’esito della decisione vengono annoverati le costanti virtù morali, i meriti scientifici, l’elevata fortuna posseduta, il nobile maritaggio e infine l’acquisto nella nostra città di una abitazione per passarvi con tutta la sua famiglia la parte estiva dell’anno.

    Casa Centamori ospitò nel periodo estivo, per il primo quarto del Novecento, l’illustre scultore Cesare Aureli che donò alla città tre opere: un busto di S. Francesco al convento di S. Martino, la statua del Redentore alla chiesa di S. Emiliano e il gruppo in gesso Galileo e Milton al museo comunale.

    Nel 1999 la casa è passata dai Tomassini a Bruno Rubeo, noto scenografo prematuramente scomparso. Ora è diproprietà dei signori Burns-Schooling. VilleGiardini di Gennaio-Febbraio 2007 ha dedicato un ampio ampio servizio alla nuova sistemazione della casa.

    99Y-054-15X-22X

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    Note

    1) Don Aurelio Bonaca,

    La Piaggia di Trevi, notizie storiche; Il patrimonio artistico del Comune di Trevi

    Foligno, Salvati, 1942, pag 39. «

    É da notare l’esistenza di due bellissimi camini, eseguiti forse da Mastro Rocco o dalla sua scuola, uno nel Palazzo Centamori e l’altro nella casa Maggiolini, già Manenti. Nei tempi in cui Mastro Rocco da Vicenza lavorava nell’Umbria, fioriva nella nostra regione una schiera di artisti che si denominavano i Lombardi

    »

    2) Comunicazione orale del proprietario Mario Tomassini nel 1971.

    3)

    Il Natalucci riporta un testo differente: “Commodis Tiburtine Valentis maris Agrippa Polus Marcelli Filius domum a fundamentis collabentem restituit”.

    D. Natalucci

    ,

    Historia ..di Trevi

    , 1745, c.89.

    5) Idem, c. 1076 e 927

    6) C. Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946 , Foligno, 1987, pag. 186