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  • T. Natalucci – Studi sulla storia di Trevi

    Tiberio Natalucci

    Studi sulla storia di Trevi

    Pubblicati per festeggiare le nozze

    dei due giovani sposi

    nobili entrambi di animo e di lignaggio

    Raffaello Paglioni

    di Trevi

    Guendalina Toni Catenacci di Amelia

    1865

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    [Note: Nella trascrizione è stata rispettata l’arcaica punteggiatura originale.
    Il testo in colore tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione.
    Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.
    Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina in cui avevano inizio]

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    Lo scrittore prega i suoi rispettati concittadini a non iscorgere in questo povero lavoro che un segno di patrio amore, e un tentativo di ricercare cose vere.

    Foligno Tip. Campitelli

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    Sulla vetta e sulle pendici occidentali di uno dei Colli più spiccanti ed ameni che dall’estreme falde del basso Appennino protende ad internarsi quasi nel mezzo della tanto celebrata Valle Umbra sollevasi appariscente la Città di Trevi avente sul capo una verde corona di quercie, faggi, viti ed ornelli, circondata dai suoi duecentomila Olivi, nel mezzo ad un territorio disseminato per ogni dove di case di Villaggi, di antiche castella, rallegrato dalle ridenti rive del sottoposto Clitunno, abbellita da fabbricati prominenti e ragguardevoli, cinta da valide mura e longobardiche torri, non ultima fra le Città Umbre per importanza, e forse la prima per temperato clima, incantevole prospettiva, e salutifere condizioni.

    Positure le più favorevoli per poter respingere facilmente le nemiche aggressioni, materiale ottimo da fabbricare, stabilità perfetta del suolo, sorgenti tenui ma perenni, e diverse di eccellente acqua potabile, sicurezza di non soggiacere ai disastri delle inondazioni, ai danni dell’umidità e delle nebbie, ai perniciosi effetti di paludose esalazioni, un terreno in vece aprico formato da materia calcarea alluminea con terra vegetale mirabilmente adatto a ad ottenere la squisitezza di vini, di olii, farine, frutta, carni, latte, selvaggina, salati, erbaggi, vegetazione felice di piante di ogni specie, magnifica vista del rinomato cratere, sono tutti pregi da segnalare facilmente e dar la preferenza a questa su di altre località.

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    Non è quindi meraviglia che antichissime genti vi prendessero stanza. Poco lungi dall’odierna Trevi presso ad una limpida sorgiva esisteva un Tempio sacro al più antico Nume d’Italia a quel buon Re Giano che seppe cangiare i ferini costumi di genti selvaggie nella beata età dell’oro. Si ha da memorie autentiche che fino al 1600 vi si videro i ruderi di una Chiesa cristiana che chiamossi S. Giovanni di Giano e che era stata eretta sulle rovine di un antico delubro pagano, in cui quella Deità veneravasi; Attraverso di tanti secoli restò ancora al fonte e alla valletta il nome di Giano, e giunse sino a noi e conservasi in una sala municipale [ora nella Raccolta d’Arte di S. Francesco] una testa di grandezza maggiore del vero scolpita in marmo, avente due faccie simili di uomo barbato, e che formava certamente parte di una Statua ben grande di un Giano bifronte. Se gli Umbri derivano da quella prima immigrazione giapetica che fu trovata già stanziata in Italia (al dir di Erodoto) quando vi giunsero i Lido-tirreni di stirpe semitica, se il Japhet degli Ebrei, il Giapeto dei Greci fu dagl’Italiani adorato col nome di giano, questo culto che Trevi rendeva a quel primitivo Padre, Re e Dio omonimo lo mostrerebbe della più remota antichità.

    Di fatti sul vertice dell’antica nostra Città esistette pure un gran Tempio consecrato ad una delle più remote credenze pagane: a Diana. Questa mitica Regina del Cielo, della Terra e dell’Erebo, che aveva il barbarico culto nella Tauride, selvaggio fra i Druidi, gentile in Efeso, questa Dea di tutto, come il nome Diana si crede esprimere, era la Diva tutelare dei Trevani.

    Restano ancora ad attestare la grandezza di quella mole due grandi capitelli uno in breccione rossastro del paese e l’altro in pietra calcare senz’abbaco. La proporzione di tali capitelli darebbe alle colonne un’altezza di 12 a 13 metri, e quindi l’edificio era di una grandezza cospicua. Questi due massi furono trovati presso l’attual Chiesa di S. Emiliano [secondo altri studiosi, dall’interpretazione del cronista sincrono Francesco Mugnoni, ritengono che tali capitelli provengano dal luogo ove sorge la chiesa di S. Martino] quando nel 1465 si prese ad ampliarne ed innalzarne le mura, e quindi fanno credere che nello stesso luogo o poco lungi sorgesse il pagano edificio. Dell’esistenza di esso grandezza e posizione si

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    ha pure un’altra prova nella Lezione Bollandistica del 24 gennaio da cui si apprende che quando S. Feliciano, che fu chiamato l’Apostolo dell’Umbria, venne a Trevi (sul fine del II o III secolo) vi trovò un gran Tempio (ingens fanum) dove i Trevani adoravano Diana come loro Dea tutelare e che nel medesimo luogo fu costruita una Chiesa Cristiana ad onore dell’augustissima Triade. Ebbene l’antichissima chiesa della Trinità era appunto quella di cui avvenne l’accennato ampliamento. Essa fu innalzata quando gli Ostrogoti fecero disparire interamente i resti del gentilesimo che l’Imperator Giuliano aveva tentato di far rivivere.

    La sua Architettura è simbolica, e le foggie sono dello stile bizantino. I tre absidi formanti un solo corpo che abbracciavano tutto il lato orientale, e la parte più venerata del Sacrario alludono evidentemente al mistero del Dio uno e trino di nostra Fede.

    È poi notabile che quando coll’accennato ampliamento questo bello e raro mistico edificio rimase in una parte angolare e secondaria si volle innalzare appositamente un ben adorno Sacello in capo alla nuova Chiesa per conservare la primitiva invocazione

    Nella casa dell’antichissima famiglia Lambardi (oggi Ubaldi) eravi pure un iscrizione riportata nel codice Natalucci che diceva

    OLIM . TRIVIAE . TEMPLUM

    Quindi non sembra potersi dubitare che il gran Tempio di Diana stasse sulla parte elevata dell’odierno Trevi.

    Se era costume degli Umbri di costruirsi a preferenza le loro dimore ne’ luoghi più difendibili, e con case vicine sulle alture, se questa era la parte più sicura, più sana, più produttiva, quando la valle era infestata dalle acque e dagli interrimenti, se due delle più antiche Deità d’Italia avevano templi ed altari in quelle posture elevate può ragionevolmente ritenersi per cosa certissima che i primi Trevani abitassero sui nostri clivi su queste medesime vette

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    Ma un culto ed assai più rinomato ebbe pure in questa contrada il Fiume Clitunno del cui marmoreo tempio resta fortunatamente in piedi un prezioso avanzo. Anche nella prossima Bovara eravene un altro dedicato a Giove Boario del quale restano altresì le colonne dentro l’attuale Chiesa di S. Pietro [in realtà pilastri cilindrici] e due teste bovine sporgenti sull’alto della facciata: un quinto pure se ne vuole a Giunone, dove oggi si venera la Madonna di Pietrarossa o de pede Trevii.

    Queste tre fabbriche stanno sull’estreme digradazioni del monte e sulla riva destra del Clitunno. Quelle di Bovara e Pietrarossa vedute nella pianta parcellare non sono distanti da Trevi neppur due chilometri, anzi vi si possono dire quasi congiunte con gruppi di altre case intermedie; quindi anco li due tempii di Giove e Giunone furono innalzati certamente dai Trevani forse in tempi meno remoti, e quando gli Umbri datisi spontaneamente ai Romani, dopo che videro debellati gli Etruschi loro nemici poterono sotto l’egida di quella invincibile potenza darsi tranquillamente a bonificar le pianure, a dilatare la coltivazione, e l’industria. Frequentissime eran le reciproche invasioni tra Umbri ed Etruschi prima di quest’epoca (Strabone V.) onde non è verosimile che queste due Divinità romane avesser templi, ed i Trevani discendessero verso la pianura prima della vittoria di Q. Fabio Rullano (308 avanti l’era Cristiana.)

    Anco il tanto famoso tempio del Clitunno è di epoca romana come indica l’eleganza dell’architettura, l’uso dei più belli marmi, di pietre amatistine, e la squisitezza degli ornati ed intagli, che all’infuori dei timpani sostituiti, son tutti della prima costruzione. Questo monumento che Plinio II. trovò già antico (priscum) che il Palladio volle illustrare, che inspirò le vivaci stanze del Byron, che tutti i viaggiatori vanno ad ammirare, stava nel territorio di Trevi, come l’illustre Presidente delle antichità romane Ridolfino Venuti scrisse, e come vien provato dal documento A annesso a questo scritto e dalla nota relativa. Forse la venerazione per un fiume di acque limpidissime, di una scaturigine pittoresca, di un amenissimo corso apportatore

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    di molti e reali vantaggi precedette la costruzione del tempio stesso; ma poi la scaltrezza profittò della credulità di popoli semplici, e della vergine loro fantasia per attribuire fatidici responsi ad un Nume presente, il prodigio di render candidi i Bovi che bevessero di quell’acqua: coll’evidente scopo di chiamar molti visitatori, aver molte vittime, continue oblazioni. Spogliato però anco del velo soprannaturale di cui l’ornarono i Poeti latini italiani ed esteri il Fiume Clitunno sì limpido, il suo tempio tanto grazioso, i suoi margini straordinariamente ameni, le contermini alture tutte vestite di allegre dimore, una campagna fresca e profumata dalle vitali esalazioni di un rigoglioso alberato, procurano in tutti un immancabile e grande piacere. Plinio II. che ebbe in Roma i primi offizii, fu proconsole e viaggiatore, provò tanto diletto nel visitar questi luoghi che gli dolse di non averlo fatto prima, ed eccita l’amico Romano a recarvisi.

    Né solo le accennate cinque moli dimostrano l’antica importanza di Trevi, ma più Sacelli come vide lo scrittore romano erano d’attorno, esisteva un vecchio teatro, un altro si dovette innalzare nel I.° secolo, un circo di fiere par che vi fosse sui primi del III.° quando S. Emiliano fu martirizzato.

    Svetonio nella vita di Tiberio scrive che l’Imperatore non volle concedere ai Trevani di trasferire o distornare una somma legata per edificare un nuovo Teatro ai lavori di una Strada piacendogli che fosse rispettata la volontà del testatore. Secondo questo documento esisteva già un Teatro e dovette costruirsene un secondo. Combina infatti colla testimonianza della Storico un iscrizione esistente in un bel piedistallo di marmo greco che sosteneva una Statua.

    In questa epigrafe si parla di Scabillarii del Teatro che con danaro raccolto fecero erigere quel monumento di onore a Lucio Succonio personaggio illustre della famiglia Prisca che era Decurione, Consolo, Pontefice, di Trevi. Il buon Abate Giorgetti nel suo opuscolo del 1782 su Trevi, e la Madonna delle Lagrime riportando la iscrizione Succoniana, già pubblicata

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    dal Fabbretti, dal Marangoni, dal Doni Coletti ecc. Credette che i Scabillarii veteres a scaena fossero i Presidenti Anziani e deputati agli scanni del Teatro. Questa spiegazione fece credere a taluno che Trevi non potesse avere un Teatro di proporzioni così vaste da richiedere che una deputazione agli scanni fosse costituita in decurie; però quando la parola Scabillarii vogliasi spiegare secondo il suo vero significato, e riconoscere in esso un corpo di Musicisti e mimi, che avevano sotto il piede destro uno Strumento a percossa fatto a forma di scabello al di cui suono univasi quello delle tibie ed altri strumenti giocati colle mani, quando riflettasi alla voga che aveva preso questo genere di musica e di trastullo sotto Caligola che volle dilettarsene anch’esso, al carattere sacro che gli si dette fino ad attribuirle il potere di placare lo sdegno dei Numi , come Arnobio ci dice, non può recar meraviglia che alcune decurie di tali persone sollazzassero anche i Trevani in epoche di mollizie e piaceri recata dalla stessa generale prosperità e grandezza del vastissimo impero.

    Esistevano lungo il margine del Clitunno ville di piacere; nel tratto sacro del fiume godevasi dell’alterno gioco delle barche ; vi erano secondo il Venuti giuochi Clitunnali, si mandavano da questi pascoli famosi alla gran Roma Bovi di una razza così scelta che vestiti di fiori venivan recati nelle pompe trionfali come maxima victima, aveva Trevi tutte le doti dei Municipii, quindi non può supporsi che gli mancassero i Scabillarii necessarii ai ricordati spettacoli ed all’esercizio delle varie religiose ceremonie.

    Benché pubblicata più volte amo di riportare qui l’epigrafe del cippo Succoniano come trovasi scritta in bei caratteri ottimamente conservati con talune osservazioni fatte sul sasso,

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    L . SVCCONIO . L . F . PAL

    PRISCO . IiiI . VIR . I . D . Q . A .

    OMNIUM . CORP . PATR

    ITEM . TREBIS . DECVR . PONT

    IiiI . VIR . I . D . PATRON . MUN

    DECURIAE . IIII . SCABILLAR

    VETERES . A . SCAENA

    AMANTISSIMO . SVI

    EX . AERE . CONLATO . H . A . I . R.

    Manca sul lato destro, ed in ogni altra parte il nome dei Consoli, ma sembra che il contesto stesso del monumento ne indichi l’epoca; si tratta di tempi in cui tutte le dignità erano concentrate in un unico illustre personaggio, a cui quattro decurie di Scabillarii innalzarono una Statua, quindi non può molto errarsi nel congetturarla.

    Nella prima metà della quinta linea la superficie marmorea è stata indubitatamente escavata fino al punto di poter far disparire le cifre scolpite in origine, ed incidere di nuovo nel piano rozzamente abbassato le iniziali delle parole quatuorviro jure dicundo nella stessa precisa forma che trovansi già scritte nella seconda riga. Fra la indicata prima metà corrette della quinta linea e le parole intatte patrono municipii evvi pure una laguna col piano egualmente escavato. Se questa innegabile alterazione sia stata una correzione fatta dal primo ovvero una viziatura posteriore fatta da un altro scalpello non oserei dirlo.

    A me sembra che se quel grande della famiglia prisca ebbe in due Città l’autorità quatuorvirale I. D. che nei Municipii corrispondeva alla consolare non sarebbesi omesso di porre il nome della prima, come si legge scolpita la parola Trebis e molto meno posso ammettere al Doni che il cippo sia stato trovato a Terni, e parli di quel Municipio, giacché lo credo un puro equivoco di nome che avviene continuamente fra Terni e Trevi; mentre questo masso che raggiunge l’altezza

    <10>

    di m. 1,20 contro cent. 80 di larghezza nella parte sporgente non sembra verosimile che da Terni sia stato trasportato sulla cima di Montefalco dove nel 1782 il Giorgetti lo vide, e non può essere che se alludeva al Municipio ai Consoli alle corporazioni ai Scabillarii di Terni non vi si leggesse affatto nominata quella città. Il Coletti lo crede trovato in agro Mevaniensi; ma non sembra possibile che i Cittadini dell’antichissima Mevania permettessero che si asportasse a Montefalco un monumento importante. D’altronde è noto che Caligola si recò a consultare l’oracolo del Clitunno, e secondo Svetonio (43) procedette fino a Bevagna: ad visendum nemus flumenque Clitumni Mevaniam processisset.

    Da queste parole molti hanno creduto che il bosco sacro, il culto del Clitunno, la Città Lucana stasse presso Bevagna; ma ciò si oppone alla irrefragabile prova dei fatti. Presso Bevagna il Clitunno ebbe in tutti i tempi il nome di Timia. Strabone scrisse Mevania preter quam labitar Tineas et hinc parvulis schafis collectos in agro fructus devehit in Tiberim; immensi sono i documenti posteriori ed anche il Venuti conferma che il Clitunno prende il nome di Timia nel territorio di Bevagna; la stessa parola processisset indica che l’Imperatore procedette fino a Bevagna a vedere l’ameno corso del Fiume ed il bosco sacro che con ogni probabilità doveva estendersi dalla Città Lucana fino a Bevagna, giacché tutte le acque della Valle sembra che andassero col Clitunno nello stesso canale a traverso di boscaglie, prima che fosse formato il gran recipiente Teverone.

    Ma se il cippo fosse stato trovato e la Statua eretta in altra Città, maggiore forse sarebbe l’onore per Trevi, giacché tra le dignità di Succonio fu espressa quella di appartenere all’ordine Decurionale di Trevi, di esservi Pontefice, e Quatuorviro.

    Altre anticaglie sonosi in varie epoche scoperte in diversi punti del Territorio Trevano.

    Fino dal principiare del XVI secolo il dotto e ricco signore Benedetto Valenti ebbe la gloria di esser uno dei primi in Italia (come il Tiraboschi osserva) a raccogliere oggetti antichi e farne una collezione nel suo Palazzo di Trevi che soffrì qualche

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    perdita ma fu sagacemente a nostri giorni riordinata dal Sig. Conte Filippo di tal nobile prosapia. Alcuni oggetti di questa raccolta furono indubitatamente trovati lungo le rive del Clitunno presso Bovara, ed appartennero come scrisse il Venuti ai Sacelli che circondavano il Tempio. Cippi iscrizioni e teste antiche si riunirono con ottimo divisamento, e si vanno con diligente cura radunando nel palazzo comunale: qualche reliquia rimane ancora in mano dei privati, come non pochi frammenti di marmo scolpito sono stati sconsigliatamente adoperati nei fabbricati posteriori. Presso la Chiesa di Pietra rossa sotto l’interrimento di circa tre metri, si discopersero lunghi ruderi di antiche mura, pavimenti a grandi lastre, scalinate, e basi di colonne, grandi massi, tegole antiche, ossa, carboni. Nel 1751 si videro tre grosse basi di colonne: e frammenti ad ogni scavo si trovano.

    Anco nello scorso autunno 1864 in occasione dei lavori per la Ferrovia si scoprì un pavimento formato da piccolissimi mattoni murati a coltello, un muro in cui stava incassata una lapide evidentemente romana che il Liberto Filemo fece innalzare a Cajo Lafrenio della Tribù offentina, un pezzo di cornice avente nella faccia intagliata la riguardevole altezza di quasi 30 centimetri senza le parti che mancano. Essa dovette appartenere a cospicuo edificio per essere in marmo statuario di grossezza rimarcabile, ricca di ornati, disegnata con gusto e scolpita diligentemente anco con trafori.

    Queste ultime scoperte, delle quali è certissimo il luogo, confermano la verità di quanto leggesi nel codice Natalucci sugli scavi dello scorso secolo, ed aggiungono fede alla tradizione, ed ai documenti, che dicono avere esistito sulla riva destra del Clitunno nella plaga detta di Pietra rossa una antica Città romana distinta col nome di Lucana Trebiensis, la quale secondo le cronache Gualdensi fu esterminata fin dai tempi di Valente e Giuliano (361 – 378) Tempore Jualiani Apostatae et Valentis Imperatorum fuit exterminata Lucana Treviensis.

    Fù essa Città d’importanza? Qual periodo ebbe di vita?

    Se riguardasi la estenzione dei ruderi scoperti nel 1745 la

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    grandezza delle tre basi di colonne vedute nel 1731, le grandi lastre di pavimento e di scalinate, se voglia credersi col Giorgetti che nei portici della Chiesa di Pietra rossa si conservassero varie antiche lapidi, ed all’ opinione che dentro gl’ informi sproporzionati pilastri possano essere state murate le antiche colonne del tempio di Giunone, se a questa fabbrica vogliasi attribuire la bella cornice di marmo scavato nel 1861 ed anco la pietra di color rosso porfido perforata nel mezzo in cui leggevansi cifre enigmatiche, e che ebbe tanto pregio da esser conservata, e dare il nome alia contrada, può anche da questi pochi avanzi congetturarsi che considerevole fosse il tempio, rilevante il numero dei fabbricati, estesa la loro periferia tanto che saliva anche sopra la Flaminia, giacché il lungo muro scoperto nella metà dello scorso secolo stava nel terreno allora spettante al D. Emiliano Parriani.

    Non sembra che tali edifizii possano risalire al di la della dominazione romana, come già si accenno, e che abbiano durato oltre alla meta del IV Secolo; ma qualunque giudizio su questo riguardo sarebbe troppo arrischiato nella mancanza di documenti sicuri.

    Fu questa la vera Citta di Trevi in antico, dal di cui abbandono venne poi il Castello di Trevi che dilatato più volte formò poi l’odierna Citta? Alcuni lo scrissero e molti lo ripeterono. A me sembra che non possa essere.

    Si e veduto che sulla fine del II o principio del III Secolo avevano ancora i Trevani il Tempio della loro Diva tutelare sul vertice del colle: che all’epoca di Virgilio e di Plinio II era nel suo apogeo il culto del Clitunno, ed il commercio dei celebrati candidi Bovi, Nell’attual villaggio di Bovara surse una mole assai grande sacra a Giove, come l’altezza delle colonne rimaste che vanno anche sotterra addimostra. Sembra quindi più verosimile che anche in questa epoca della maggior prosperità e grandezza rimanesse ancora nella primitiva ed elevata Trevi il nucleo della popolazione col tempio della loro Diva tutelare, e con quello remotissimo di Giano, e che da questo centro si distendesse la popolazione alle due equidistanti contrade di Pietrarossa e Bovara piuttostoche supporre che formassero la vera

    <13>

    e principale Città i fabbricati di Pietra rossa col tempio di Giunone distante da Bovara cinque chilometri, e dal tempio del Clitunno e parte sacra del Fiume sette.

    Ma questi sono argomenti di probalità e presunzione che non possono indurre di certo un convincimento a fronte dei ruderi esistenti e delle opinioni ripetute di successivi scrittori.

    Sunt qui velint hanc Trebiam appellatam aliquando fuisse Lucanam Treviensem ejusqne desolata rudera conspici 300 circiter passibus ab existenti Treviensi castro distita ( Coleti Tom. X. fog. 175)

    Sembra al mio piccolo intentimento che la stessa parola Lucana Trebiensis o Treviensis indichi e supponga un altro luogo da cui siale derivato questo appellativo, come il Castrum Treviensis porta alia medesima induzione. Ma qual era questo nome da cui, e la Città bassa ed il castello trassero il loro appellativo? Molti credono Trebia, alcuni Trivium, altri Trebula; sembra che il cippo Succoniano possa togliere ogni dubbio. In esso leggesi chiarissimamente Item Trebis Decurioni Pontifici; se la parola Trebis, non e che un ablativo plurale locativo di Trebii-orum o Trebiae-arujn sembra tutto spiegato e può accordarsi ogni opinione ogni documento. Plinio nel suo Libro di Geografia non da un nome particolare di Città, ma nomina i Trebiates, Plinio II che percorse tutto il tratto del Clitunno, mentre parla delle ville di piacere che sorgevano lungo i margini del Fiume, e del bagno che il Divo Augusto aveva concesso ai Spellani, non fa cenno di una Città speciale bagnata dalle famose acque, Arnobio parla degli Dei Trebani, il frammento di lapide citato dal Marangoni parla della repubblica Trebianorum Svetonio nella vita di Tiberio dice Trebianis, nell’Itinerario gerosolimitano si usò pure l’espressione di caso plurale locativo come nel piedestallo Trebis: con questa stessa parola lo scoliaste di Giovenale indica la Città chs il Clitunno bagnava.

    « Clitumnus Fluvius qui Trevis Civitatem Flarainiae interluit ( alia exemplaria interfluit ) »

    Sembra quindi che tutto coincida a provare che i Trevani avessero un nome collettivo e che dalle originarie posizioni elevate

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    scendessero e si dilatassero a misura della crescente prosperità e sicurezza nelle parti, inferiori.

    A sostegno di questa opinione sta pure l’autorità di molti dotti scrittori. II Lucenzio nell’Italia sacra f. 1524 scrive «Trebia unde Trebiates Umbriae populi apud Plininm celebres Civitas in colle sita inter Spoletum et Fulgineum populo frequens et familiis nobiliiate claris». II Coleti nella nuova impressione dell’Italia sacra, dell’Ughellio Tom. X. f. 175 Castrum in Umbria vulgo Trevi inter Fulgineum et Spoletum in edito colle situm urbs olim fuit non ignobilis Trebia dicta a qua Trebiates Umlriae populi apud. Plimum, celebres.

    Bandran nel Lexicon geogr, Trebia quoque urbs Umbriae de qua mox Trebiates Trebiani Ausonio populi Umbriae quorum Urbs Trebia in libris conciliorum et ex Arnobio, episcopalis olim in colle inter Fulgineum sex et Spoletum novem millia passus. II Bollandio 28 Jan. Tomo II. foglio 833. Trebia urbs est Umbria; qua; nunc vnlgo, Trevi inter Spoletium et Fiilgineum in edito colle sita haud procul ab amne Clitumno. II Cellario nelle Notjzje del mondo antico, Lipsia Lib. 2. cap. 9 fog. 749 Civitas Trevis Trebia unde Plinii Trebiates in Hierosolimilano Trevis idest Trebis hodie Trevi in colle inter Fulgineum et Spoletum.

    Molti altri, latini scrittori ed italiani potrei citare che hanno creduto la Trevi, odierna essere stata la medesima Città vescovile della quale si parla nei libri dei Concilii; ma di ciò mi propongo trattare in un secondo studio relativo alia nuova era che la Fede Cristiana fece sorgere anche per Trevi tra il sangue dei martiri e la ferocia dei persecutori, la fermezza dei nuovi fedeli e l’incredulità che rodeva il paganesimo, le splendide virtù ed abnegazioni dei neofiti, ed i vizi le lascivie dei corrotti pagani..

    Intanto unisco quattro documenti già pubblicati tanto perché dal primo risulta che Pissignano appartenne a Trevi, come nella nota si dimostra, quanto per correggere i molti errori occorsi nella prima stampa, sia per la difficoltà d’interpretare gli originali, sia per la fretta con cui fu eseguita la edizione.

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  • Mosaico di Bovara

    Il mosaico romano

    di Bovara

    A Bovara se ne è sempre parlato come di una favola, o con un alone di mistero e quasi di magia, anche perché fino agli anni Cinquanta del secolo scorso appariva e poi scompariva.

    Trovandosi in un conoide di deiezione formato da detriti scaricati da un canale torrentizio identificato come

    Fosso di Bovara

    , parte terminale del

    Fosso della Romita

    o

    dell’Eremita

    che ha origine appena al di sotto della vetta del monte Serano, veniva scoperto o ricoperto a seconda della violenza delle precipitazioni.

    Si conoscono almeno tre “apparizioni” della “pietra”, nella prima metà del ‘900 Il primo che ne ha scritto è stato Giovanni Canelli Bizzozzero

    1

    che fu insegnante a Trevi, divenuto poi notissimo per le ricerche archeologiche a Cannara, sua nuova patria.

    Quando io avevo sette o otto anni

    [1905 o 1906]

    mia madre mi condusse a vedere un mosaico romano, che era affiorato, nella località

    Il Fosso

    di Bovara, in seguito ad un acquazzone. Le acque abbondanti lo avevano scoperto. Era di modeste dimensioni, in tessere bianche ed aveva una fascia policroma

    .” (

    V. testo integrale

    ).

    Il testo fu ripreso poi da Carlo Zenobi in “Trevi Antica” (pag. 83, nota 1). Tra le varie testimonianze orali, Feliciano Spellani (1906 – 1997) ha raccontato più volte che, quando era bambino (forse nel 1913), suo padre una sera, al lume di una lanterna a olio(!), lo condusse a vedere “la pietra”, come se si trattasse di un evento memorabile che incuteva rispetto e segretezza. Ma nessuno ha mai descritto con una minima approssimazione dove fosse ubicato.

    Nella foto più sotto si è cercato di individuarlo in base alla testimonianza di chi lo vide da bambino:

    «

    Purtroppo fu soltanto per pochi attimi tanto che non mi resi conto se fosse un mosaico di tessere collocate ad arte o una lastra levigata con inclusioni di altro minerale nero. Avevo sei o sette anni (nel 1943 o ‘44) e al ritorno da scuola, da Casa del Putto verso la Castellina, seguii altri ragazzi più grandicelli che andavano a vedere il fenomeno, verificatosi in seguito ad una pioggia torrenziale, pochi metri a valle della strada Trevi – Bovara – Pigge. Ma subito fummo richiamati all’ordine da qualcuno preoccupato che andassimo a prendere postazione per una esaltante sassaiola a squadre, poiché il terreno era particolarmente adatto essendo costituito esclusivamente di ciottoli di varia dimensione. Seguirono alcuni giorni di maltempo e di piogge abbondanti e il “fosso” momentaneamente deviato ritornò nel suo alveo abituale dopo aver ricoperto per sempre il mosaico con altro materiale alluvionale

    ».

    Quella fu l’ultima volta che fu visto e ammesso che da allora non sia stato danneggiato, non accadrà più che possa di nuovo tornare alla luce per la piena del “Fosso”. Infatti, nei primissimi anni del dopoguerra, per alleviare la disoccupazione bracciantile, furono costruite moltissime serre o briglie di sbarramento in tutti i torrenti montani, con l’indiscutibile risultato di eliminare completamente le alluvioni ricorrenti che trascinavano ciottoli fino alla Flaminia.

    Chissà se e quando matureranno i tempi perché si possa intraprendere una ricerca di questa ulteriore testimonianza della millenaria civiltà del nostro territorio?

    La traccia

    GIALLA

    indica il percorso più frequente del “Fosso”

    ROSSA

    indica il percorso delle acque nelle alluvioni che hanno interessato il mosaico

    Il cerchio

    ROSSO

    indica l’area più probabile in cui è ubicato il mosaico.

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    Note

    1)

    Giovanni Maria Canelli Bizzozzero (Trevi 1898, Cannara 1982), di Luigi e Ginevra Simoncelli. Ha insegnato a Trevi, dove era ricordato con affetto dai suoi allievi (Carlo Zenobi, 1974) ed era rimasto in contatto con amici (D. Aurelio Bonaca, vedi:

    BorgoTrevi – Nuova chiesa

    , nota 1). Si trasferì a Cannara nel 1926.

    Nel 1931 costituì il

    Comitato per la difesa dei monumenti e del paesaggio

    , per dar seguito a ricerche archeologiche iniziate già nei primi dell’Ottocento dall’abate Giuseppe di Costanzo e un anno dopo iniziò la campagna di scavo che portò alla scoperta del magnifico mosaico policromo con scene nilotiche e marine di oltre 62 m² e perfettamente conservato. Il reperto suscitò notevole interesse tanto che, con il pretesto della mancanza a Cannara di un ambiente idoneo a riceverlo e in occasione della nuova sistemazione della Mostra della Rrivoluzione Fascista (1935), il mosaico fu trasferito al Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano) ove rimase per mezzo secolo prima di essere restituito a Cannara, sistemato nella bella sala del Museo civico intitolata al Bizzozzero.

    Di aspetto e di modi molto distinti, il Bizzozzero a Cannara fu sempre qualificato come “professore” anche dopo essere stato sindaco del comune (1944-1946) ed essere insignito dell’onorificenza di commendatore.

    Tra i suoi scritti:

    Bovara, Scuola Italiana Moderna, Anno XXXV, n. 1- Ottobre 1925, pagg.4.
    La zona archeologica di Collemancio, “Urvinum Hortense”

    , in BDSPU, XXX, 1933.

    Cronaca degli scavi archeologici di Urvinum Hortense

    , in

    L’archivio del Comitato per la difesa dei monumenti e del paesaggio di Cannara

    , Inventariato da Silvia Tommasoni, Soprintendenza Archiv., 1989.

    Notizie degli scavi. Comunicati

    Archivio del Comitato per la difesa dei monumenti e del paesaggio di Cannara, fase 2

    , 1938.

    Il municipio romano di Collemancio

    Nuova Economi

    a LXXX, 2, 1972.

    Origini e vicende di Cannara e dintorni

    , Campi, Foligno, 1976.

    Oltre a numerosi altri articoli in giornali e riviste.

    Dati gentilmente forniti dal Rag. Mario Scaloni di Cannara.(2021)

  • Villa Bonaca sul Clitunno

    Villa Bonaca

    Si trova in località Faustana, sulla riva destra del

    fiume Clitunno

    , a ridosso degli antichissimi “Molini di Ponte Maggiore” mossi dalle acque del fiume.

    Nel 1885 l’antico complesso passò a Serafino Bonaca, che operò sostanziali modifiche strutturali e gestionali secondo i nuovi criteri industriali. Il nuovo proprietario, proveniente da Pretola di Perugia, si stabilì dapprima nell’antica “villa Faustana“, ma poi costruì la nuova abitazione “a pianta rettangolare, a due piani più il piano servile che nel 1935 venne ristrutturata in stile liberty, su progetto dell’ing. Loreti: fu allora innalzata di un piano e sovrastata da un’altana..1

    L’ampliamento della sede ferroviaria nei primi anni ’80 e la costruzione di una strada parallela, hanno invaso gli spazi di pertinenza della villa, snaturandone l’originale eleganza.

    Il complesso industriale e l’abitazione sono passati dalla famiglia Bonaca ad altra proprietà.

    Bovara di Trevi, loc. Faustana. Villa Bonaca
    Trevi, Bovara, Loc. Faustana. Meridiana di Villa Bonaca

    La meridiana

    inserita tra due finestre al secondo piano nella parete sud.

    Nella parete est campeggia una bellissima edicola in terracotta invetriata, della migliore tradizione toscana.

    Numerose altre mattonelle policrome decorano le pareti esterne.

    Trevi, Bovara, Loc. Faustana. Edicola sacra: Madonna con Bambino in terracotta invetriata

    Ritorna alla pagina MONUMENTI vedi articolo di cronaca (1912) 054

    Note

    1)

    Alberto Melelli, Caterina Medori,

    Ville e grandi residenze di campagna nella Valle Umbra meridionale

    , in

    Quaderni dell’Istituto Policattedra di Geografia dell’Univeersit di Perugia

    , n12 (1990), p. 136

  • Musei

    ORARI : Vedi

    Esposizioni e mostre
    in altri spazi espositivi

    Eventi


    RACCOLTA D’ARTE DI S. FRANCESCO

    Allestita nel 1996 in una parte dell’ex Convento di S. Francesco, con dipinti dal XIII al XVIII secolo e alcuni reperti romani. Da segnalare:Pala d’altare dello Spagna, Trittico e Polittico di scuola folignate, Assunzione dell’Orbetto, San Vincenzo Ferrer.

    COMPLESSO MUSEALE DI S. FRANCESCO

    MUSEO DELLA CITTA’ E DEL TERRITORIO

    MUSEO DELLA CIVILTA’ DELL’ULIVO

    PINACOTECA

    CHIESA DI S. FRANCESCO

    ANTIQUARIUM

    TREVIAMBIENTE

    ORARI PROVVISORI: Vedi

    Visita dettagliata


    Palazzo Lucarini Contemporary

    Palazzo Lucarini, uno dei più prestigiosi di Trevi, di fronte alla chiesa di S. Emiliano, ospita mostre periodiche di arte contemporanea di livello internazionale
    (ex TREVI FLASH ART MUSEUM )

    Palazzo Lucarini

    Palazzo Lucarini, Ingresso di Flash Art Museum (C.R.Petrini 2003)

    Trevi, palazzo Lucarini, Flash Art Museum: la valle fino a Spoleto

    Trevi-Palazzo Lucarini –Terrazza – Panorama parziale verso Spoleto– (foto C.R.Petrini 2003)

    MUSEO DELLA CIVILTÀ DELL’OLIVO

    Aperto nell’ottobre del 1999 è l’unico museo pubblico in Italia sull’olivo.


    Ritorna a inizio pagina

  • Consacrazione delkla Chiesa e inaugurazione dei restauri

    Chiesa di S. Martino

    Consacrazione della Chiesa e inaugurazione dei restauri

    7 – 8 dicembre 2014

    D

    Domenica 7 dicembre

    Teatro Clitunno – ore 16,30

    Presentazione del volume La Chiesa e il Convento di S. Martino di Trevi. Cinque secoli di vita francescana*a cura di fra Giulio Mancini

    Saluti
    P. Claudio Durighetto, Ministro provinciale ofmBernardino Sperandio, Sindaco di Trevi Rita Fanelli Marini, Associazione Orfini Numeister

    Interventi
    Vittoria Garibaldi, Storica dell’arteStefano Brufani, Università degli Studi – Perugia
    P. Pietro Messa ofm, Pontificia Università Antonianum-Roma

    Moderatore
    P. Luigi Pellegrini Ofm, Università degli Studi – Chieti

    Concerto dei Cantori d’Assisi
    Direttore M° Gabriella Rossi

    Lunedi 8 dicembre Festa dell’Immacolata
    Chiesa di S. Martino – ore 17,00

    Solenne liturgia di Consacrazione della Chiesa e inaugurazione dei restauri

    Presieduta da S. E. Mons. Renato Boccardo , Arcivescovo di Spoleto-Norcia

    Sono attesi con gioia il popolo, le Autorita, gli operatori e gli amici.

    Invitano ifrati di S. Martino,benedicendo il Signore.

    Il libro a cura di padre Giulio Mancini, ofm, insigne studioso, accoglie contributi di affermati studiosi

    La Comunità francescana di Trevi e la Città di Trevi, domenica e lunedì, dedicano due giorni alla riapertura della Chiesa di san Martino, dopo i restauri fatti in seguito alle profonde ferite causate dall’evento sismico del settembre del 1997.

    Domenica 7 dicembre alle ore 16,30 al Teatro Clitunno di Trevi sarà presentato il volume sulla Chiesa e il Convento di San Martino di Trevi. Ci sarà anche la presenza dei Cantori d’Assisi.

    Lunedì 8 dicembre, ore 17, la consacrazione della Chiesa di San Martino e inaugurazione dei restauri. Presiederà Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia.

    Il corposo volume dal titolo La Chiesa e il Convento di San Martino di Trevi- Cinque secoli di vita francescana, a cura di Padre Giulio Mancini, è corredato da un ricco e bell’apparato fotografico ed è stato pubblicato da Edizioni Orfini Numeister di Foligno.

    Partecipano all’evento culturale Bernardino Sperandio, sindaco di Trevi, Claudio Durighetto, padre provinciale dei frati minori e Rita Fanelli Marini della Associazione Orfini Numeister.

    Presentano il libro Stefano Brufani, Università degli Studi di Perugia, Vittoria Garibaldi, storica dell’arte, e Pietro Messa, francescano, Antonianum di Roma. Coordina Luigi Pellegrini, francescano, Università degli Studi di Chieti.

    La pubblicazione arricchisce gli studi di storiografia locale e non solo, colmando finalmente una grande lacuna nella conoscenza della storia dei nostri monumenti, come la chiesa e il convento di san Martino di Trevi, complesso architettonico di forte pregnanza spirituale, costruito in seguito alla predica ardente del francescano fra Agostino da Perugia, minore dell’Osservanza. La realizzazione del convento si concretizzò il 5 agosto del 1479, “designando el loco nello monte della plebe de santo Martino” E dall’ora non è mai cessato il rapporto umano e religioso fra la comunità di san Martino e quella di Trevi. “Le pagine – come giustamente scrive Bernardino Sperandio, Sindaco di Ttrevi, accompagnano il lettore lungo un percorso in cui si ha il piacere di conoscere i personaggi e le figure dei francescani che vissero nel convento, il loro stile di vita, le loro opere, attraversando i cinque secoli di storia della chiesa in cui l’edificio sacro ha subito varie trasformazioni architettoniche e di stile. Mutamenti dovuti alle varie esigenze di culto che hanno determinato la perdita, il trasferimento e l’introduzione di opere d’arte le cui vicende, descrizioni e commenti critici sono ben presenti nel volume grazie al contributo degli studiosi invitati a scrivere nel merito”.

    Il libro è stato costruito attraverso una ricerca d’archivio del convento, anche se smembrato e in parte perduto a causa delle demaniazioni operate da Gioacchino Napoleone Pepoli, e dall’analisi dei “testi materici” che oggi possiamo vedere in situ.

    Un quadro che si arricchisce con il trasferimento delle Clarisse negli ambienti dell’ex convento di san Martino, dopo seicento anni di permanenza nel monastero di santa Chiara in Piaggia. Diventando così, un polo francescano originale, di tutto rispetto, dove al servizio pastorale della piccola fraternità dei frati si unisce il quotidiano servizio orante delle Sorelle Povere di Santa Chiara, di cui la comunità di Trevi è orgogliosa e onorata.

    Il ringraziamento va a padre Giulio Mancini, insigne studioso, 93 anni ben portanti, il quale ha voluto con tenacia e straordinaria competenza che si concretizzasse il restauro del complesso conventuale e la pubblicazione del volume.

    Carlo Roberto Petrini

  • Villa Faustana

    Villa Faustana

    Pagina in elaborazione

    Trevi, localitàò Faustana - La villa

    È la villa più nota di Trevi in quanto è fedelmente raffigurata nei Musei Vaticani, nella Galleria delle Carte Geografiche.

    Il nome, che ora indica tutta la località, le deriva dal proprietario Fausto Valenti che la fece costruire nel 1569. Passò nel 1574 al fratello Monte Valenti, allora Governatore dell’Umbria. Successivamente fu proprietà dei Della Genga, che avevano in gestione i molini del Comune, poi della famiglia Bonaca fino agli anni ’70. In completo abbandono, è ora di altro proprietario che ne ha curato il restauro.

    Visualizzazione ingrandita della mappa

    Sono interessanti le soluzioni architettoniche. Al piano terra il corridoio centrale, con volta in mattoni e i due ingressi contrapposti, verso la Flaminia e verso il Clitunno, immette alle quattro grandi stanze, alla cappellina e alla scala monumentale. Il piano nobile è occupato da una grande sala che conserva ancora resti dell’affresco originale. Dall’ultimo piano si accede alle quattro torrette agli angoli, che caratterizzano tutto l’edificio.

    Tutto l’ambiente circostante è di notevole interesse: la peschiera, alimentata dal Clitunno, il giardino, ricco di grande varietà di alberi da frutto, il recinto con il portale monumentale sulla Flaminia. Purtroppo con il passaggio della ferrovia il giardino venne irrimediabilmente danneggiato, ma con il successivo raddoppio di alcuni anni fa e la strada camionabile di raccordo, è stato definitivamente distrutto.

    Città del Vaticano, Musei Vaticani, Galleria delle Carte geografiche

    Particolare dell’Umbria di Egnazio Danti

    Lapide spra la porta principale (lato est)

    FAVSTVS VALENS

    BENEDICTI F(ilius) SIBI

    ET AMICIS A FVN

    DAMENTIS ANN

    SAL. MDLXIX

    Fausto Valenti, figlio di Benedetto, per sè e per gli amici [costruì] dalle fondamenta nell’anno 1569

    Ritorna alla pagina MONUMENTI 123

    Note

    1)

    Alberto Melelli, Caterina Medori,

    Ville e grandi residenze di campagna nella Valle Umbra meridionale

    , in

    Quaderni dell’Istituto Policattedra di Geografia dell’Univeersit di Perugia

    , n12 (1990), p

  • Chiesa delle Lacrime – Monumento Erminio Valenti

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Monumento del Card. Erminio Valenti

    cardinale e vescovo di Imola (1620), col suo busto in marmo.

    Altre notizie in: La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata 304

  • Chiesa di S. Emiliano – Altare del SS. Sacramento

    Chiesa di S. Emiliano

    Altare del SS. Sacramento – FOTO

    Pagina in elaborazione

    Veduta d’insieme

    L’altare nella sua sede originale, prima dello smontaggio
    e traslazione (foto 1866 esposta nel Museo di S.Francesco)


    3 – Sacello centrale

    4- Tabernacolo

    5 – Trabeazione

    6 – Sacello centrale: pilastro e colonna destra
    7 – Sacello centrale: pilastro e colonna sinistra
    8 – Sacello centrale: Mensa
    9-Sacello di sinistra
    10 -Sacello di sinistra, Statua dell Madonna con Bambino

    11 – Sacello di sinistra. Pilastro e colonna sinistra
    12 – Sacello di sinistra. Mensa

    13 – Sacello di destra

    13 – Sacello di destra, Statua di S. Giuseppe
    15 – Sacello di destra. Colonna e pilastro esterno
    Tracce di distacchi dello strato superficiale per
    infiltrazioni di umidità
    16 -Sacello di destra colonna epilasro di sinistra.

    17 –

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    19 –
    20 –

    21 –

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    29 –

    30 –

    31 –

    32 –

    Tabernacolo

    28 – Tabernacolo

    Altare del Sacramento

  • Chiesa S.Stefano di Manciano 1

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    I ruderi dell’antica chiesa dedicata a Santo Stefano in Manciano di Trevi si trovano a quota 527 sulla cima del colle omonimo, prospettante sul Fosso Rio che segna il confine con Foligno.
    Nel periodo delle lotte tra comuni importante era la sua posizione strategica come avamposto a nord del territorio di Trevi, con vista su Foligno e un buon settore della valle e possibilità di controllo dei valichi a nord-nordest di Trevi, da sempre tanto importanti e trafficati, che aprivano la via verso la Marca di Ancona e il ducato dei Varano di Camerino.
    Rimangono solo le mura perimetrali della chiesa, l’elegante abside semicircolare e la cripta. Dell’antica abbazia adiacente restano soltanto pietre erratiche.


    Visualizza Ex Abbazia di s. Stefano in una mappa di dimensioni maggiori.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, vista da sud.

    Non rimane traccia del campanile che da un documento del 1610 risultava devastato dalla folgore.
    La costruzione si può far risalire al secolo XII. É una delle più imponenti tra le numerosissime costruzioni dell’epoca.
    Come le chiese coeve, è perfettamente orientata con l’abside a est e la facciata a ovest. La posizione asimmetrica dell’abside rispetto all’asse della costruzione e la facciata con due portali denotano un ampliamento, verso il lato sud, con conseguente abbattimento della originale parete laterale alla destra di chi entra.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, interno.

    L’ottima tessitura muraria, con ben lavorati blocchi di compattissimo calcare locale, denota un’accurata costruzione anche della parte ampliata successivamente

    L’arco a tutto sesto di una porta laterale nella parete sud permette di datare l’ampliamento a quando ancora non erano stato adottato nella regione l’arco policentrico dello stile gotico e pertanto la parte più recente della costruzione si deve far risalire a prima della metà del secolo XIII.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, porta laterale.

    Porta laterale

    I portali della facciata sono stati puntigliosamente smontati e non si ha memoria di come fossero in origine.
    All’interno della parete nord, fino ai primi anni ’80 si potevano individuare ancora tracce di colore su qualche brandello di intonaco superstite, mentre non si riescono ad individuare le imposte dei tre arconi che sostenevano le travature.
    Testimonianze orali raccolte negli anni ’70 attestavano che intorno al 1920 la chiesa era ancora officiata seppur saltuariamente. Un cacciatore ricorda che nel 1956 esisteva ancora “verso l’abside” un residuo del tetto, sotto cui si era riparato da un acquazzone.

    Ulteriori notizie

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  • Abbazia S.Stefano Manciano

    Chiesa di S. Stefano in Manciano

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    L’abbazia e la sua storia

    “… Di questa abbazia, che la visita pastorale del Lascaris,… raccogliendo tarde tradizioni popolari riferisce abitata dai monaci della congregazione degli Umiliati, ma che i documenti mettono sempre in relazione con l’ordine benedettino, è possibile dare l’elenco degli abati e gli anni in cui sono documentati: Raniero (?) (1161), Berardo (1186), Ofredo (1205-30), Leonardo (1231), Egidio (1249-52), Ermanno (1272), Giacomo (1280-95), Pietro (1318). Nel 1296 il vescovo di Spoleto Gerardo sottrasse l’abbazia il priorato e i beni di S. Maria di Turrita per unirli alla mensa capitolare del duomo di Spoleto. Il 18 ottobre 1318, secondo lo Iacobilli: “Pietro abbate del monastero di S. Stefano di Mazzano nella Diocesi di Spoleto dell’ordine di S. Benedetto, F. Angelo e F. Benedetto, monaci di esso Monastero, vedendo di non poter riformare il loro Monastero, per esser nel capo e nelli membri dissoluto, diruto e diformato nelle persone e nella robba et oppresso nello spirituale e nel temporale, né potervi più tener l’osservanza regolare: sapendo che il Monastero di Sassovivo con suoi membri stava in vigore nel culto divino, e nell’osservanza regolare, però unirono il detto loro Monastero, i suoi membri, pertinenze e beni a detto Monastero di Sassovivo, sottomettendosi ad esso, e suo abate Filippo, e monaci in ogni cosa, dando facoltà a Passaro di Giovanni Passari, nobile di Foligno di poterne far ogni istrumento, et unione”.

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, Interno dell'abside.
    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, la facciata.

    La facciata della chiesa

    Ma il papa Giovanni XXII, l’anno appresso, annullò tale decisione per unire invece l’abbazia e suoi beni alla curia del rettore del ducato di Spoleto; da questi poi nel 1320 fu retrocessa al vescovo di Spoleto in cambio della Pieve di Montefalco dove il rettore intendeva trasferire il suo quartier generale. Nel 1363 vi troviamo residente il vescovo Giovanni (Jean d’Amiel, l’ex rettore che aveva promosso l’operazione precedente), il quale vi emanò il decreto di annessione al Duomo di Spoleto di un’altra abbazia benedettina, quella di S.Pietro di Montemartano.

    Nel 1429 la Mensa vescovile provvide all’esecuzione di importanti restauri alla chiesa, ormai abbandonata, il vescovo de Lunel, nel 1571, la descrive “in indecenti loco, et satis remoto, et separato a prefata villa”; e riferisce che non era stata pavimentata perché gli abitanti chiedevano con insistenza una nuova chiesa in luogo più comodo (quella esistente più in basso, dedicata al Salvatore, di cui ancora oggi l’arcivescovo di Spoleto è parroco titolare); ma che pure ordinò la chiusura di due piccole porte e della “catacumba” esistente sotto l’altare per ricavarvi un sepolcreto.(La visita del Barberini del 1612 dice del campanile devastato da una folgore) e della campana conservata nella chiesa parrocchiale, ormai presso la nuova chiesa.”

    Trevi, Italy. Manciano, Chiesa di S. Stefano, la facciata dall'interno.

    L’interno della facciata

    Alle notizie suddette, riprese integralmente da una pubblicazione del Nessi 1, c’è da aggiungere soltanto che, secondo altre fonti, la visita del card. Barberini avvenne nel 16102, ma nulla cambia nella sostanza, mentre è molto interessante l’ipotesi avanzata da altre fonti che sul colle di S. Stefano vi esistesse un insediamento monastico sin dal VI secolo 3 4

    Ulteriori notizie

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    Note

    1) S. Nessi, Trevi e dintorni, Spoleto, 1979, pagg. 87-89.

    2) Spoleto, Arch. Curia Arcivescovile, vol. 1, c. 348, v.

    3) C.Zenobi, Trevi Antica, Foligno 1995, pag. 199.

    4) F. Fidenzoni, Spoleto e la sua diocesi, Spoleto, 1969., pag.9.