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  • La chiesa delle Lagrime (83), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    X IN CERCA DI UNA FAMIGLIA DI RELIGIOSI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 83 a 88)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute

    < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <83>

    Nel breve d’Innocenzo VIII, poco sopra citato (1), si fa cenno della possibilità di collocare presso il nascente santuario delle «Lagrime» una famiglia di religiosi. Ma questo accenno del documento pontificio è preceduto da un altro atto del 20 Marzo 1486 (2) stipulato quando si adunarono gli XI deputati alla cura delle «Lagrime», insieme ai priori del comune, per discutere sul modo migliore di onorare la Vergine nel nuovo santuario. Dopo lungo di battito decisero di dare incarico a tre di loro, cioè a Giovanni di Francesco Valenti, a Gregorio di Tommaso Petroni ed a Bartolomeo di Franceschino Lucarini, perché s’intendessero coi monaci benedettini di Monteoliveto, per vedere se fosse possibile unire l’abbazia di S. Pietro di Bovara, di cui essi erano già in possesso fino dal 1484, al nuovo santuario delle «Lagrime». Condizione principale ed espressa doveva essere che i monaci fossero obbligati di risiedere presso l’erigenda chiesa e non a Bovara.

    Non è qui opportuno narrare le vicende di queste trattative, che furono lunghe e laboriose, quantunque non conducessero al fine desiderato. Mi riservo però di tenerne parola più oltre. Intanto si noti la sollecita e saggia determinazione del comune e dei deputati alla chiesa di voler affidare ad una congregazione religiosa il nascente santuario.

    ______________________

    (1) Cfr. sopra, pag: 53.

    (2)Archivio delle tre chiavi N° 155 f: 37.

    <84>

    Il comune e gli altri intuivano chiaramente che le sorti della futura chiesa sarebbero state meglio assicurate, se presso di quella vivesse e per essa soltanto e dei suoi beni, una famiglia di religiosi. Vedremo come il tempo desse ragione a quei prudentissimi uomini, tantoché fin’anco ai tempi nostri si è veduto fare il medesimo in simili circostanze.

    E tanto più era giustificata l’iniziativa presa, in quantoché per l’unione della ricca abbazia di Bovara alla modesta fortuna della erigenda chiesa delle «Lagrime» si veniva ad assicurare a questa, e perciò al culto della Vergine, di cui i reggitori di Trevi, come il popolo tutto, erano allora tenerissimi, una vita diuturna e decorosa.

    Ma benché non fosse in seguito possibile intendersi con gli Olivetani, tuttavia il comune volle fino da allora procurarsi il consenso della autorità pontificia, per ogni buon fine, per il collocamento di essi o di altri religiosi, presso il nuovo tempio. Infatti il 2 Settembre 1486 (1) gli XI della «Società» delle «Lagrime» si adunarono per deliberare di dare incarico al dottore Gregorio di Tommaso Petroni, procuratore dei monaci Olivetani, di fare istanza, presso la curia, romana, per avere il permesso di costruire una chiesa in onore della Madonna delle Lagrime, ed anche un monastero, e di poter 1’una e l’altro consegnare ad una qualsiasi famiglia di religiosi, nonostante l’unione, che a quell’ora era già stata ottenuta., dell’abbazia di Bovara alle «Lagrime» salvo farsi rimborsare da chiunque verrà, la metà delle spese incontrate per la bolla dell’unione.

    Ma poiché i documenti abbondano e il tema è interessante sotto varii aspetti, esporrò più avanti, come ho già accennato, quanto fu discusso tra il comune e i monaci di S. Maria di Monteoliveto. Ma pur lasciando momentaneamente da parte questo episodio della nostra storia, dirò che sempre più chiara appariva agli occhi dei trevani la necessità di affidare quel luogo sacro ad una famiglia di religiosi.

    ***

    E bene erano previdenti. Infatti, dopo pochi anni, le cose volgevano a male. Quali le cagioni non sappiamo, anche per la deplorata lacuna che è nei documenti municipali dal 27 Settembre 1489 al 3 Novembre 1493. Ma il fatto è che non soltanto nel popolo si era affievolita la devozione, ma anche gli addetti alla custodia del tempio non erano più quelli dei primi anni, né, come quelli, solleciti e coscienziosi.

    ________________________

    (1) Archivio delle tre chiavi No 155 f, 49.

    Troviamo in un verbale del 16 Marzo 1494 dichiarazioni esplicite su ciò poiché in esso si parla chiaramente di devozione scomparsa, per la cattiva cura degli uomini addetti alla chiesa delle «Lagrime».

    Ma da tale rilassatezza era derivata una conseguenza inaspettata. Il vescovo di Spoleto voleva è facile dedurlo da questo documento affidare la chiesa a qualche sacerdote secolare. Ma il comune di Trevi intui il pericolo; e, geloso della devota iniziativa dei suoi cittadini, nonché della propria indipendenza, confermò quel giorno che la cura della chiesa doveva essere piuttosto affidata a religiosi, che a preti secolari. E, fieramente rivendicando al popolo trevano il merito e la proprietà di quanto aveva donato alla nascente chiesa, il consiglio affermò alto che «nessuno doveva mettere la falce nella messe altrui»!(1). E si decise di mandare oratori al vescovo di Spoleto, dal quale si attendeva l’ultima parola, per poi sottoporre al consiglio i capitolati per i religiosi.

    * * *

    Ma si era già al 1495, dieci anni dopo la manifestazione prodigiosa, e non si era venuti a capo di nulla. Onde, ritornando sull’argomento il 12 Aprile di quell’anno, il consiglio elegge tre uomini perché vedano e riferiscano sul da farsi per la cappella della Madonna.

    Il lettore avrà già notato come, anche di que’ tempi, si ricorresse spesso e volentieri all’espediente di nominare commissioni ; sono, dunque, queste una piaga secolare di tutte le pubbliche amministrazioni! Ma, per la verità è da. riconoscere che allora gl’incaricati davano presto e bene conto dell’opera loro e riferivano e suggerivano con premura

    e

    con senno.

    Infatti. quei tre commissarii pochi giorni dopo, cioè il 26 Aprile, proponevano al consiglio di trovare una religione di mendicanti che potessero e dovessero stare e dimorare presso la cappella delle «Lagrime», menando vita religiosa e casta, e che uno di essi fosse lì in permanenza e tenesse nota degli incassi e delle spese. E il consiglio approvò.

    Con quale ordine religioso si svolgessero le trattative non sappiamo, poiché di ciò non è traccia negli atti municipali. Ma la conclusione non venne sollecita. Onde le cose continuavano a prendere

    (1) Quia consonum videtur ne quis in segetem alienam falcem immittat. (Archivio delle 3 chiavi. N° 104; f; 27 t.)

    <86>
    cattiva piega, come avevano incominciato già da qualche anno. Lo dice chiaramente un verbale della seduta consiliare del 15 Ottobre 1487, nella quale si doveva discutere dei provvedimenti per la nostra chiesa «che pare quasi abbandonata e nessuno si dà cura di essa ; onde occorre affidarla a qualche famiglia di buoni religiosi. C’è pericolo di veder finire ogni devozione; tanto più che vediamo la chiesa diminuire nel culto e non progredire negli abbellimenti. Occorre, dunque, provvedere».

    Questo era il prolisso e ragionato «oggetto» posto con gli altri all’ordine del giorno del consiglio; il quale approvò la proposta. presentata da Pierfrancesco Lucarini di dare incarico ai priori, perché nominassero una commissione di nove membri il solito rimedio! con mandato di studiare la questione e vedere a quale congregazione religiosa potesse darsi ed allogarsi la chiesa, con la maggiore soddisfazione del popolo trevano. E la commissione, insieme ai priori, redigesse il capitolato coi religiosi, e riferisse in consiglio tutto ciò che avessero fatto; e non prendesse alcuna decisione, né facesse alcuna concessione senza il parere del consiglio generale, dal quale il capitolato doveva essere approvato.

    * * *

    I priori il 16 Ottobre nominarono la commissione, la quale fu sollecita nel fare il suo dovere; tantoché il giorno seguente fu redatto il capitolato; non solo: ma scelta anche la famiglia di religiosi da collocarsi alle «Lagrime». E furono quelli dell’Osservanza di S. Agostino. Per essi si presentò il P. Giovanni da Perugia, predicatore, per incarico del P. Mariano da Gennazzano. E si conviene che al P. Giovanni si consegni la chiesa con i suoi diritti e con le prerogative che su di essa ha il comune di Trevi, ai seguenti patti:

    1°) Gli Agostiniani si obblighino di ottenere dal papa le indulgenze plenarie a culpa et a poena, una volta all’anno, nel giorno della festa delle «Lagrime». E ciò a tutte spese della chiesa e dei frati.

    2°) Debbano vivere ed abitare di continuo in famiglia ed in pace, presso la chiesa, tanti frati quanti saranno necessarii, buoni, dotti ed autorizzati a confessare e predicare. Dovranno celebrare le messe e le altre funzioni ecclesiastiche e conventuali, in perpetuo, da buoni religiosi.

    3°) Finita la fabbrica, della chiesa, del convento e di lutto il re-sto necessario, i denari che avanzeranno si spendano in acquistare tanti beni stabili per la chiesa.

    4°) Il comune di Trevi possa in perpetuo eleggere ed incaricare

    <87> un camerlengo che tenga la cassa per l’entrata e la spesa; e ogni anno estratto a sorte dal comune, e debba alla fine dell’anno render conto ai priori del comune ed ai frati; e non abbia merce per l’opera sua.

    5°) Si facciano le chiavi dei «ceppi» e delle cassette delle elemosine; e siano due: una per i priori, una per i frati.

    6°) L’introito della cera e delle messe si spenda dai frati a lo piacere, per loro uso e sostentamento.

    7°) Nessuno potrà costruire fabbriche presso la chiesa, ad una distanza minore di 100 «piedi di pertica trevana».

    8°) 1 frati dovranno provvedere a quanto sopra ed a quanto potrà occorrere, a spese della chiesa.

    9°) Si mandino oratori al vescovo di Spoleto, per domandargli licenza ed approvazione, come altra volta, si dice essere stato fatto

    Con grande premura si convocò il consiglio cinque giorni dopo il 22 Ottobre perché approvasse tali «capitoli». E ser Moscone di ser Antonio propone si approvino così come sono. E la chiesa s’intenda data e concessa e sia di pieno diritto dei frati di S.Agostino. E per essi accetta il P. Giovanni da Perugia, che era presente in consiglio. Salva l’approvazione del vescovo di Spoleto. Se la negasse, il comune si adoperi con tutte le forze per ottenerla. E tutte le spese siano a carico della chiesa.

    Parrebbe, dunque, che tutto fosse sistemato. Invece tutto fu inutile; né sappiamo perché Sta in fatto che gli agostiniani non vennero mai alle «Lagrime». O fosse per la mancata approvazione dei «capitoli» da parte del vescovo, o che ai superiori dell’ordine sembrassero troppo gravosi : certo si è che la cosa fini li; ma documenti non abbiamo che ci diano del fatto una qualche spiegazione; poiché neanche nell’Archivio generale dell’ordine degli agostiniani in Roma esistono tracce di queste trattative tra il comune e quei religiosi(1).

    Ma per quanto questo capitolato sia rimasto lettera morta, pur si presta a qualche utile considerazione storica, che vale a confermare sempre più l’opinione che dobbiamo avere dell’accortezza amministrativa e del senso pratico ai quali i nostri avi si ispiravano nell’interesse del comune. A parte le minuziose cautele per assicurare la regolarità

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    (1) Esprimo qui le più vive grazie al dotto e cortese P. Saturnino Lopez O. S. A. custode di quell’archivio, per il grazioso aiuto prestatomi in queste ricerche.

    <88> del maneggio dei denari, il comune si mostra anche in questo atto geloso custode delle sue prerogative e del suo prestigio. Onde, di fronte ai religiosi nuovi venuti, esso vuol mostrarsi sempre il vero dominatore della situazione. E qui mi sorge il dubbio che a questo sentimento che chiaramente trasparisce da tutto il contesto del capitolato debba attribuirsi la mancata venuta degli agostiniani alle «Lagrime»: poiché sembrò forse, ad essi non abbastanza indipendente la loro posizione di fronte al comune.

    Un’altra osservazione viene spontanea nel leggere questo documento. Il comune insiste ripetutamente sulle buone qualità morali dei frati, che chiamava nel suo territorio. Vuole che questi vivano in pace e siano buoni e dotti e sappiano predicare e adempiere gli esercizi del culto.

    E non si dimentichi che fino da quando il comune si mise la prima volta alla ricerca di una famiglia di frati da collocare alle «Lagrime», si preoccupò del fatto che questi menassero vita religiosa e casta (1).

    Queste precauzioni esposte senza ambagi negli atti del comune potrebbero sembrare fuor di luogo, se non si tenesse presente la invadente rilasciatezza dei costumi nel clero secolare e regolare, al tempo in cui si svolgevano i fatti che vengo narrando. In mezzo a mirabili esempi di virtù non mancavano erano, anzi, frequenti gli scandali e le irregolarità. Di che abbiamo esempi e documenti anche negli atti del nostro comune.

    Cominciava, insomma, e si aggravava. giornalmente quella corruzione e quella mondanità del clero, che non molti anni più tardi nel 1535 Paolo III doveva energicamente reprimere (2).

    _______________________

    (1) Cfr: qui sopra pag: 84.

    (2) L. PASTOR Storia dei papi, trad : Mercati, Roma, Desclée, 1918, Vol : V° pag: 99 e segg.

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 — pagg. da 83 a 88)

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    087

  • La chiesa delle Lagrime (156), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVII LE CAPPELLE [CAPPELLA DI S. UBALDO]

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 156 a 159)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano. Il testo in colore è stato inseritoall’atto della trascrizione.]

    <156>

    Con lo stesso ordine che ho seguito fin qui, ricomincio dalla parte destra di chi entra nella chiesa, la descrizione dei singoli altari o cappelle, ognuno dei quali ha la sua storia che, fortunatamente, ho potuto, con più o meno abbondanza di documenti, ricostruire.

    1°) – CAPPELLA DI S. UBALDO.

    Quantunque il luogo ne fosse preparato, come gli altri, al tempo della primitiva costruzione della chiesa, pure questo altare fu eseguito dopo degli altri, almeno con la sua attuale dedicazione a S. Ubaldo. Però non ho trovata memoria che in precedenza fosse ivi venerato un altro santo.

    É da notare che S. Ubaldo Baldassini, di Gubbio, appartenne ai Canonici Regolari. Quindi è che in tutte, o quasi tutte le chiese da essi officiate o possedute si trova un altare dedicato a questo santo.

    S. Ubaldo nacque a Gubbio circa il 1084 da nobile famiglia di origine germanica. Rimasto orfano di suo padre, Rovaldo, in tenerissima età fu affidato alle cure del priore dei Canonici Regolari, nella chiesa cattedrale dei Santi Mariano e Giacomo di Gubbio.

    Si ascrisse anch’esso tra i Canonici. Fu in seguito, priore di detta chiesa e ricondusse i suoi colleghi all’osservanza della regola, che sembrava negletta. Onorio II lo elesse vescovo di quella città avendolo riconosciuto ornato di ogni virtù.

    Visse molti anni nel vescovato e morì pieno di opere sante e di miracoli, nel 1160. In vita ed in morte ebbe da Dio mirabile potere nel fugare gli «spiriti immondi». Celestino III lo santificò nel 1192(1).

    Nello Statuto di Gubbio la Rubrica III del Lib. 1° porta il titolo: «De honore faciendo B. Ubaldo protectori»(2).

    * * *

    Per la dotazione e la decorazione di questa cappella, il cittadino trevano Pier Costanzo Ricci lasciò 60 «fiorini» e altri 140 per una messa da celebrarsi ogni settimana. I Canonici istituirono ivi una cappella; ed a formarne il patrimonio, il capitolo generale, tenutosi a Ravenna nella canonica di S. Maria in Porto, nel 1556, deliberava d’imporre al preposto delle «Lagrime» di depositare ogni anno 5 «fiorini» e 14 «bolognini» per la dotazione di questa cappella. Al preposto inadempiente era minacciata una pena pecuniaria(3). Nella stessa, adunanza fu deliberato di concedere il posto per la sepoltura al signor Corrado Ricci, di Trevi, la famiglia del quale si era giàresa benemerita di questa chiesa.

    Il legato di Pier Costanzo Ricci fu soddisfatto il 18 Aprile 1556 dai suoi eredi Vincenzo e Corrado. Curioso il particolare, che, all’atto del pagamento dei 200 «fiorini» , gli eredi profittarono dell’occasione per farsi pagare dal preposto e dall’economo delle «Lagrime» un conto di 62 «fiorini» e 32 «bolognini», che il monastero doveva dare a un Benedetto di Marco, speziale e avo materno del Ricci, per fornitura di medicinali !(4)

    La cappella(Fig. 14) si presenta abbastanza bene ornata. Il prospetto è architettonicamente, uguale a quello di tutte le altre cinque; e cioè in alto il cornicione con dentelli; sotto di esso il fregio, che qui è dipinto a rabeschi. Ai due lati e nel mezzo sono tre stemmi della famiglia Ricci: di rosso, al monte di tre cime di verde, accompagnate in capo da un riccio o porcospino, al naturale.

    ________________________

    (1) Pio Cenci. Vita di S. Ubaldo vescovo di Gubbio, ivi, Scuola Tip. «Oderisi» 1924.

    (2) Concioli Antonio. Statuta civitatis Eugubii. Gerundae, 1685, pag. 29.

    (3) Acta capitularia Can. Lat. nella Biblioteca Classense di Ravenna. Cod. 139-4 K- f. 16 t.

    (4) Archivio notarile – Trevi – To. 403. Rog. Tommaso Gentili f. 350 t.

    <158>

    Le due lesène laterali sono decorate da candeliere, di stile pompeiano, su fondo bianco, molto sobrie, di buon gusto e di bell’effetto, ed eseguite coscenziosamente.

    In alto — presso l’arco — sono dipinte, come a rilievo, le mezze figure di due profeti: a destra Isaia, che sorregge una tabella con l’iscrizione:

    ECCE/ VIRGO/ CONC[I]/PIET/ ET/ PARIETI / FILIV[M]

    A sinistra ?il profeta Amos in attitudine simile e con la leggenda:

    ECCE/ RED… / DOMINVS/ DE LOCO/ SUO

    Il giro esterno dell’arco ?contornato da un festone di fiori e frutti, su fondo scuro, assai intonato e di buona fattura.

    L’archivolto ?diviso in scomparti geometrici; nel mezzo, in un tondo, il Padre Eterno benedicente; nei riquadri: a destra la nascita di Ges? lo Sposalizio della Madonna. In quelli a sinistra: la Visita a S. Elisabetta e la Fuga in Egitto. Tra gli scomparti: decorazione grottesca. su fondi rossi e gialli alternati.

    La lunetta nella parete di fondo ?occupata dalle figure dell’Angelo annunziante e della Vergine.

    Il resto della parete, sotto la cornice, ?diviso in tre scomparti, separati tra loro da quattro colonne dipinte. Nel mezzo, sopra l’altare, ?la figura di S. Ubaldo, in abiti vescovili ed in atto di benedire; ed ?fiancheggiato da quattro quadretti, che rappresentano miracoli operati dal Santo: specialmente liberazione di ossessi.

    Meritano di essere osservati in questi quadretti, e precisamente in quelli di sinistra, le figure di alcuni Canonici Regolari Lateranensi, con in testa il berretto o camauro. Di pi?dalla lunghezza del ?rocchetto? che questi indossano e che scende poco sotto al ginocchio, si pu?trarre un altro dato per stabilire l’epoca di queste pitture. Poich?il ?rocchetto? ? che, come dissi. nei primordi della congregazione Lateranense, arrivava, quasi fino al piede ? fu nel ‘500 accorciato alla met?della tibia: ed alla fine di quel secolo, od ai primi del ‘600 giungeva appunto poco sotto il ginocchio.

    Sulle fiancate della cappella sono dipinti: S. Antonio di Padova a destra, e S. Giovanni Battista, a sinistra.

    Gli affreschi all’esterno della cappella e quelli all’interno ? fatta eccezione, forse, per la figura centrale di S. Ubaldo e per quelle che la circondano, che mi sembrano di altra mano ? sono quasi certamente opera degli Angelucci, pittori umbri, di Mevale, che operavano alla fine del ‘500.

    <159>

    La presenza di questi pittori a Trevi fu, per la prima volta, segnalata da me, in base a documenti(1). Non si tratta di artisti di prim’ordine, come si vede; ma per la loro grande produttivit? di cui si hanno esemplari in tante citt?e in tanti paesi dell’Umbria, meritano di essere brevemente ricordati in questo mio scritto.

    Gli Angelucci erano tre: Gaspare, Camillo e Fabio. Con essi lavorava anche il loro congiunto Ascanio Poggini. Gaspare era anche scultore(2). Fabio dipingeva una Madonna nel palazzo comunale di Trevi nel 1568; ma l’opera ?scomparsa.

    Vedremo piùavanti altri lavori di questi artisti che si vollero da taluni ritenere allievi del Pinturicchio e dello Spagna(3); ma ? se la cosa ?verosimile, poich?gli Angelucci avranno certamente sub?a l’influenza dell’ambiente nel quale vissero ed operarono ? nessun documento abbiamo a conferma di tale ipotesi. N?una prova, anche indiretta ci ?data dall’esame delle opere loro, che troppo distano e per disegno e per colore da quelle del Pinturicchio e dello Spagna. Senza dire che gli Angelucci operarono alla fine del ‘500 ed al principio del ‘600, onde risentirono anche l’influsso del cambiato gusto artistico dell’epoca.

    Essi dipinsero, oltre che a Trevi. anche a Pescia di Norcia, a Serravalle del Chienti, a Spoleto, Orsano, Visso, Montesanto Vigi, Cascia, Mevale, Castel S. Angelo di Visso, Pievetorina, Frascano,(Norcia), Ussita, Cerreto di Spoleto, Castel S. Maria di Cascia, S. Giacomo di Spoleto ed altrove.

    Non manca alle loro pitture una certa facilit?di fantasia e di composizione. Anche il colorito ? in parte, intonato e sobrio; ma il disegno lascia molto a desiderare, per quanto una notevole differenza si noti dalla mano dell’uno a quella dell’altro di questa famiglia di pittori. Per?non ?facilmente identificabile l’opera di ciascuno, quando non si hanno documenti.

    (1) ?La Torre di Trevi?AnnoI. N. 8 -3 Aprile 1898.

    (2) P. Pirri. La chiesa colleggiata di S. Maria di Visso. S. Casciano, Cappelli, 1902, pag. 13.

    (3)A. Morini e P. Pirri, Una sconosciuta dinastia di pittori Umbri. In ?Arte e storia? 1911-12.

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    087

  • La chiesa delle Lagrime (277), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX

    LE OPERE D’ARTE MINORI

    2°). IL «

    LAVABO»

    DELLA SAGRESTIA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 277 a 278)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <277>

    Nella sagrestia delle «Lagrime» merita di essere osservata un’urna cineraria romana, adibita ad uso di «lavabo». In antico era presso la porta principale della chiesa, sulla sinistra di chi entra, tra la cappella della Resurrezione e il monumento di Benedetto Valenti, e serviva per l’acqua santa.

    L’ urna è in marmo alabastrino (Fig. 56). Il lato anteriore è diviso in due scomparti. Ai lati due piccole lesène scannellate. Nel mezzo un bucranio, dal quale partono due festoni di foglie e bacche d’alloro, di cui gli altri due capi sono raccomandati ai capitelli delle lesène. Tra i festoni due nidi che sembrano di colombi. In ognuno di essi sono due piccoli, che, ricevono l’imbeccata dai genitori, mentre altri quattro colombi bézzicano le bacche dell’alloro.

    Il lavoro è alquanto ingenuo; ma eseguito con cura ed il soggetto non è frequente in questo genere di monumenti sepolcrali.

    Al disopra delle due nidiate sono incorniciate le iscrizioni degli scomparti. Quella a sinistra dice:

    TI. CLADIO. AUG. LB.

    EVLALO. ACOPIS.

    CASTE. FECIT.

    CLAVDIA. TI. LIB.

    CLEOPATRA. LB.

    M. D.

    ________________________

    (1) Natalucci D. Ms. cit. pag. 234.

    <278>

    A destra è scritto:

    BENE. D. VAL. PRO.

    FISCA. POSUIT

    QVAE MORTI

    QVODAM NVNC

    VITAE ET AETHE

    RE CASSIS

    Fino ad ora, nessuno di coloro che hanno scritto di questa chiesa — ad eccezione di Clemente Bartolini (1) — si è avveduto della curiosa sostituzione di una delle antiche iscrizioni funebri, con altra commemorativa moderna. E, a cominciare dal Guardabassi (2), le hanno ritenute ambedue iscrizioni dell’epoca romana; senza leggerle, naturalmente. Poiché se così non fosse, avrebbero rilevato che l’iscrizione di destra ricorda il nome di Benedetto Valenti, procuratore fiscale, che portò quest’urna alla nostra chiesa, ed un sonoro esametro accenna al nuovo uso sacro cui il recipiente veniva adibito:

    Quae morti quondam, nunc vitae et aethere cassis.

    Già dissi che Benedetto Valenti fu amantissimo raccoglitore di cose d’arte (3) e che durante la sua permanenza in Roma ebbe occasione di mettere insieme, con i suoi acquisti, un vero e proprio museo. Tra questi oggetti da lui raccolti era certamente anche l’urna di cui mi occupo e che — oltre all’interesse artistico — meritava di essere ricordata per i suoi, dirò così curiosi precedenti, per i quali anche persone dotte non si avvidero dell’innocente metamorfosi subìta da questo avanzo di paganesimo, dedicato in seguito ad uso sacro e cristiano.

    (1) C. Bartolini. Saggio dell’epigrafia di Trevi. Ms. in Archivio delle 3 chiavi N. 224, Pag: 26.

    (2) M. Guardabassi. Indice guida ecc. Pag. 346.

    (3) Cfr. sopra pag. 273.

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    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (284), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX

    LE OPERE D’ARTE MINORI

    4

    °).

    IL POZZO

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 278 a 284)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <284>

    Uscendo dalla chiesa troviamo sulla sinistra (N. 21. della pianta) la porta dell’antico convento. E lì, nel piccolo chiostro, richiama la nostra attenzione l’elegantissimo puteale (N. 24 della Pianta) che adorna la cisterna di cui feci già parola (2).

    Il puteale che fu costruito tra. il 1515 e il 1516 (3) è in travertino, di forma perfettamente rotonda (Fig. 61). Uno scalino ne forma la base. Eleganti cornici suddividono orizzontalmente il corpo in due parti, pressoché uguali; la superiore è a scanalature e baccellature.

    Sulla inferiore è — verso ponente — incisa questa iscrizione:

    QUI BIBERIT EX HAC AQUA SITIET IN AETERNUM

    Devo riconoscere che chiunque ha letto queste parole si è trovato molto perplesso nell’ interpretarle esattamente. E’ chiara — infatti — la reminiscenza delle parole che Gesù, presso il pozzo, diceva alla Samaritana: «Chiunque beve di quest’acqua, avrà ancor sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà giammai in eterno sete» (4).

    Ora, anche volendo applicare qui l’interpretazione dell’acqua materiale in confronto di quella spirituale — la grazia divina — è evidente esser troppo energica, per dir così, la variante portata

    ________________________

    (2) Cfr. sopra pag. 161.

    (3) Nataluccu D. Ms.cit. pag 236

    (4) Vangelo di S. Giovanni. Cap.IV, 13.

    <285>

    lle parole del Vangelo. «Chi berrà di quest’acqua — disse Gesù — avrà sete di nuovo». Qui, invece, viene senz’altro minacciato: «Chi berrà di quest’acqua, avrà sete in eterno»!

    Una reminiscenza «a orecchio»? Non saprei pronunciarmi: il lettore supplisca.

    A parte tale piccolo enigma, resta il fatto che anche questo puteale è opera d’arte non disprezzabile; specialmente perché ci dà l’idea di quello che potevano essere le intenzioni dei nostri avi nel costruire la loro chiesa, nella quale vollero che tutto fosse decoroso e decorativo.

    Se al coraggio avessero corrisposto mezzi i sufficienti, chi sà di quante altre e quanto belle opere d’arte avrebbero adornato anche le adiacenze della chiesa!

    Ma, purtroppo, con l’andare del tempo l’obolo dei fedeli divenne sempre più scarso: e l’elenco delle cose che in questa chiesa meritano attenzione e studio, finisce con il pozzo che testé ho descritto. Semplice, ma elegante lavoro, per quanto deturpato da una recente sovrapposizione di mattoni.

    * * *

    Nei pressi dell’artistico pozzo e del piccolo chiostro si svolgeva tranquilla e serena la vita della minuscola famiglia religiosa, che qui fu ospitata per trecento anni.

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    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (122), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIV – UNA STRANA CONSUETUDINE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 122 a 129)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <122>

    La cosa è veramente così strana, che vale la pena di raccontarla con i maggiori particolari possibili, per quanto già altra volta io stesso mi sia occupato di questo argomento (1). Ma oggi, con il nuovo materiale d’archivio da me trovato recentemente, sono al caso di completare il breve cenno che della insolita costumanza trevana diedi alcuni anni or sono.

    Venuti appena alle «Lagrime» i Canonici Regolari Lateranensi, incominciò il popolo trevano a prendersi spasso con essi, quando cadeva la prima volta la neve. Si radunavano in buon numero ragazzi, giovani ed uomini fatti e — spesso con tamburi ed armi — andavano in truppa al convento delle e «Lagrime».

    Il pretesto era di giocare alle palle di neve nel recinto annesso, alla chiesa; ma in realtà — specialmente quando i religiosi vollero far resistenza a quella scena poco civile — la cosa finiva con un assalto vero e proprio al convento. I trevani ne forzavano le porte, se le trovavano chiuse, o, per entrare ad ogni costo, scavalcavano le mura del recinto. Poi si gettavano addosso ai pochi religiosi che erano là dentro e li legavano e li tenevano come prigionieri. Pareva che la cosa fosse fatta per ischerzo; ma il fatto era che quei poveri Canonici non erano rilasciati, fino a che non si decidevano a dare a quella turba insolente qualche poco di «mancia»; 20-30 «bolognini», per lo più.

    ________________________

    (1) T. Valenti, Curiosità storiche, cit. p. 43

    <123>

    Dico che questa barbara usanza incominciò appena venuti i Lateranensi a Trevi, che fu del 1500. Infatti nei libri di conti del 1501. già troviamo segnata la spesa della «manza» (mancia) per la neve,(1). E, una volta incominciata, quella impresa si rinnovava tutti gli anni alla prima neve, con grave disturbo e pericolo dei religiosi, i quali — così in pochi contro tanti — si dovettero adattare a far buon viso a cattivo giuoco ed a sborsare subito quei pochi «bolognini», pur di liberarsi da ogni noia. Tanto, lo sapevano, che — ad ogni prima neve — era pronto per loro il solito scherzo; se così poteva chiamarsi! Dopo molti e molti anni finalmente, cioè nel 1557, il Preposto delle «Lagrime» di quel tempo — D. Teodoro da Mortara — si decise a ricorrere alla autorità ecclesiastica di Spoleto, rappresentata dal vescovo di quella diocesi e per esso da Mons. Gio: Pietro Forteguerri, da Pistoia, suo vicario generale. Questi emanò il seguente «bando»: «Havendo il R.do Mons. Io: Pietro Forteguerri da Pistoia, dottore dell’una et dell’altra legge nel vescovato de Spoleto vicario generale, presentito nella terra de Trevi et suo territorio essere uno abuso in grande detrimento, periculo et prejudicio de persone et luoghi religiosi esistenti in ditta terra et suo territorio, diocesi de Spoleto, che ogni anno la prima volta che cade la neve, se fa cohadunatione de brigate, etiam con tamburo et arme, over senza; et così cohadunatione ne vanno a turbare il quieto e pacifico vivere de persone religiose, intrando per forza e violentia nelli monasteri, chiese overo abitationi d’essi religiosi, havendo ardire anche de scalar le mura, sotto pretesto de jocare o fare alla neve, havendo anche ardire de metter mano a dosso de detti religiosi, con farli precioni et con farli pagare il rescatto o mancia, contra ogni honestà et decoro, non considerando il pericolo et grande scandalo che ne può nascere, atteso massime il rispetto grande che haver si deve a religiosi et essendo che a S. S.ria. R.da. se appartiene il rimediare a simili inconvenienti, per il debito del suo officio, né volendo restare di fare le debite provisioni et remedii per quiete de’ religiosi et per salute delle anime, però dunque, per auctorità del presente pubblico bando, o vero editto, ordina, comanda et expresamente prohibisce a tutte e singole le persone de qual si voglia stato, grado o conditione della ditta terra et suo territorio, overo

    _______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 241, f: 29.

    <124> ivi habitanti, commoranti, o viandanti, che ardisca e presuma in [alcun modo] turbare … il … pacifico vivere delii detti religiosi, con neve, o senza, nelle loro abitazioni o fuori; né meno per tal conto andarli ad assaltare a casa o monasterij, toccarli, ingiuriarli, farli prigione, né altro prejudicio, né in fatti, né in parole per alcun tempo o mai; ma lasciarli vivere et stare in pace et quiete et attendere alli loro doveri officij et devote orationi continue. Sotto la pena et alla pena de cinquanta scuti de oro, da applicare per ognuno che contrafarrà al presente bando, et che in tutto o in parte quello violarà in alcun modo, alla fabbrica del palazzo episcopale; et de excomunicatione da incorrere ipso jure et ipso facto da, ognuno che contrafarra al presente bando. Et vuole et comanda sotto le dicte pene pecuniarie, che ogni et qualunque religioso serrà ricercato da qualsivoglia persona sopra la pubblicatione et notificatione del presente bando, nelle loro chiese mentre Si celebrano li officij divini, et ce è il populo ad ascoltare, devano tal bando pubblicare et notificare per li lochi soliti et consueti ad ogni semplice requisitione, come di sopra; et socto le dicte pene pecuniarie et de excomunicatione. Et vuole anchora che l’afficione de copie semplici del presente bando, per le mani de alcuno notaro della corte episcopale, alla chiesa de Santo Emiliano e de Sancta Maria delle Lagrime, overo alcun’altra della sopra ditta terra, cioè alla porta de esse chiese, habbia forza tale, come se da persona in persona fosse stato notificato et intimato; et che nisciuno se possa excusare de non haverne avuta notitia; et che, quanto alle pene pecuniari il patre sia tenuto per il figliuolo, il padrone per il garzone, et il magior di casa per ognuno della sua famiglia, che a tal bando contravenesse, esortando ognuno ad obbedire. Dechiarando che se darrà piena fede ad un solo testimonio, con il juramento del religioso, che haverà patito; et che se procederà contro li transgressori per inquisitione, accusa, inventione denuntia et in ogni altro meglior modo, acciocché l’errore non resti impunito et ne seguiti major inconveniente.

    In quorum fidem, etc.

    Datum Spoleti ex Palatio episcopali, die 6 Novembris 1557» (1).

    Il bando, come si vede, non dice chiaro che i fatti lamentati avvenissero soltanto a danno dei canonici delle «Lagrime»; ma deplora e punisce gli eccessi che si commettevano contro persone religiose

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 251.

    <125> in genere. però il fatto che non abbiamo memoria di simili aggressioni contro altri religiosi — a Trevi c’erano allora altri quattro conventi — e, piùche altro la circostanza che il bando fu emanato a richiesta del Preposto delle «Lagrime» stanno a dimostrare abbastanza chiaramente che soltanto per proteggere i Lateranensi si prendevano quelle energiche misure.

    Il bando fu portato a Trevi dal Balìo di Spoleto il 16 Novembre e gli furono dati 10 «bolognini» dalleconomo delle «Lagrime» (1).

    * * *

    Di questi avvenimenti ha lasciato memoria autografa il preposto D. Teodoro da Mortara, in uno dei libri di conti del convento in questi termini:

    «Memoria a tutti li posteri et agenti del monasterio: qualmente essendo io. D. Theodoro Mortariensis preposito del 1557. nel meso (sic) di Novembrio, vedendo l’abuso et disordine che era de Triviaschi di venir ad assaltare il monasterio, quando veniva la prima volta la neve, et etiam a scalare il muro per far trarre li padri a darli la manza, feci venire un bando da Spoleti, che a pena cinquanta scudi d’oro a chi ardirà far tale insulto, pur non nominando chiesa particulare, ma in generale; però sareti avvertiti ad altre volte non gli dar cosa alcuna; ma se vorranno far insulto per l’avenire, li mostrariti lo bando che è nelle scritture della Madonna, cioè una copia, con scrivere a Spoleto a Mons: Vicario» (2).

    Sembra che, lì per lì il bando avesse qualche applicazione pratica; poiché troviamo memoria che ai 7 di Novembre di quell’anno leconomo del convento diede 13 «bolognini» a un ser Placido per man del fator di Spoleti (3) per una scomunica per causa della neve (4). Probabilmente qualcuno sarà incappato nel bando e gli fu applicata la minacciata scomunica.

    Ma con tutto ciò il bando restò in seguito senza effetto. Le speranze del preposto D. Teodoro da Mortara andarono fallite, perché il popolo non volle abbandonare il suo solito divertimento. Del bando se ne ridevano, e a Trevi non c’era forza sufficiente per farlo rispettare.

    (1) Archivio delle 3 chiavi N, 252 f: 33 t.

    (2) ivi.

    (3) A Spoleto i Canonici Regolari Lateranensi erano nel convento di S. Giuliano, sul Monte Luco; poi anche a S. Ansano.

    (4) Archivio delle 3 chiavi — N. 252 f: 53t.

    <126>

    Infatti la Corte del podestà era composta di appena 6-8 persone, mentre gli assalitori erano parecchie decine!

    Nel 1571 il preposto D. Gabriele da Piacenza deve con dispiacere riconoscere che il bando quasi mai si èpotuto applicare, specialmente perché i preposti si mutano ogni due anni, e nel breve periodo della loro carica non si danno premura di prender conoscenza delle carte del loro convento e delle memorie lasciate dai loro predecessori: «non se curano tanto de legger li memoriali». Sicché i trevani prendono coraggio e si fanno sempre più importuni, «e quasi vengono a farci violentia con dir sempre essere stata tale usanza di dar loro la bona mano a simili hiorni. E non solo vengano li giovanetti figliuoli in grossa compagnia, ma, dopo loro, vengano li giovani grandi e homini di maggior età a far mile insolentie alle porte tanto di giesa, come di caxa (casa); de maniera che questo anno del 1571 fu forza rendersi a dargli la bona mano (1), e del precetto di Spoliti se ne facevano beffe; anzi se non ge se dà quello che vogliano, dicono esser usanza di donar loro un fiorino. Per tanto io D. Gabriel da Piacenza al presente quà prevosto mi deliberaj se dovessi mandar a posta a Roma de non tolerar piùquesta presuntuosa insolentia. Perciò in caso che io non ritornassi più alla cura di questo locho, siano avertiti li Revdi: Prevosti provedergli al meglio che sanno o per via di Roma o per via di Perosa. Io mandaij a pigliar la corte del podestà ma non ci pnoteti far cosa buona, per esser li trevani in numero piùde sexanta persone. De modo che tanto non vi potetti reparare, che bisogné donar loro tre «paoli» (2).

    Onde la fastidiosa e tragicomica usanza ccontinuò indisturbata ancora per molti anni. Fino nel 1574 troviamo: «Data di bona mano alla prima neve alli giovani treviani: bajocchi 25».

    Oltre a ciò sono venuto a conoscenza di un curioso documento del 1541, che mi pare possa riferirsi agli episodi della neve.

    Un Liberato di Lucangelo Ottaviani da Trevi, aveva percosso e bastonato un tal D. Filippo, Canonico delle «Lagrime». Il reo, che per questo fatto era incorso nell’interdetto, si decide a chieder perdono alla sua vittima, in presenza del Vicario e del fattore delle

    (1) Archivi o delle 3 chi a v i – N. 249. 1571 — Gienaro. Per tanti dati a certi giovini trevani quali venero con la neve per mani di P. Isidoro, in tutto 10 denari.

    (2) Ivi, N. 253.

    <127>
    «Lagrime», in forma solenne, e con una ceremonia impressionante.

    L’Ottaviani, dietro all’altare maggiore della chiesa, con inter-vento del notaio e di testimoni, si prostra a terra, con le braccia distese e con una corda al collo (cum capistro ad gulam) dinanzi al Canonico da lui percosso. Questi tiene in mano i capi della corda (1): come a dimostrare che dibende da lui la vita o la morte del reo, il quale chiede perdono umilissimamente della sua colpa.

    Allora i Canonici presenti, vista la sua umiltà e considerata la sua ignoranza — piùgrande, forse, della sua malizia — con le dovute formule ecclesiastiche l’assolvono dall’interdetto. Ma, per porre un freno alla nequizia di chi volesse in avvenire osare altrettanto, l’Ottaviani deve promettere di non piùoffendere, finché vivrà né con parole, né con atti i Canonici delle «Lagrime», presenti e futuri. Ed egli lo promette, sotto pena di 200 «ducati» d’oro, da dividersi tra il comune di Trevi, la società dei notari, l’ufficiale che farà l’esecuzione ed i Canonici che fossero stati offesi (2).

    Non posso dimostrare in modo assoluto che questo documento si riferisca ad uno di quei trevani che, per la prima neve, assali-vano i Canonici. Ma e per la data — 21 Gennaio — e per i termini nei quali l’istrumento è redatto — specialmente dove si dice di voler dare un esempio anche ad altri — non mi sembra azzardata l’ipotesi che sia questo un documento di piùsulla strana consuetudine di cui dà qui la notizia.

    Quale fatto potesse dare pretesto all’origine del barbaro divertimento non saprei dire; né trovo documenti che facciano al caso. Forse può mettersi questa usanza in relazione col fatto che la prima manifestazione della Madonna delle lagrime avvenne il 5 d’Agosto; giorno dedicato alla Madonna «della neve» così detta secondo la tradizione sull’origine della chiesa di S. Maria Maggiore in Roma.

    ____________________________

    (1) Era questo il cerimoniale in uso allora, come prima e più tardi. Trovo per esempio, in un atto del 13 Gennaio 1456 che D. Valentino Salvi (che fu poi uno dei cappellani delle «Lagrime») assolve un tale che aveva bestemmiato Iddio, la Madonna e S. Caterina, dopo che il reo si è inginocchiato, con una cinghia al collo. (Archivio notarile Trevi — To: 91 f: 43). Similmente i ribelli del Kent, ai quali la regina d’Inghilterra Maria «la cattolica» volle far grazia della vita, dovettero, in numero di 400, «comparire dinanzi a Maria col laccio al collo e chiedere ginocchioni perdono; dopo di che vennero graziati» (1554) (L. Pastor, Storia dei papi, cit: Voi: VI, pag: 186).

    (2) Archivio notarile -T r e v i — To: non numerato (1508-1551) f. 120. Sono atti di diversi notai; manca però ogni indicazione di nomi. Ho potuto tuttavia accertare, per confronti paleografici, che questo istromento da me citato è del notaio trevano Andreangelo Marj.

    <128>

    E — cosa strana — a Roma stessa la festa della Madonna «della neve» che si celebrava ogni anno in quel giorno, nella cappella Borghese, dette origine a indecenti gazzarre, per cui la si sospese (1). Le scenate di Trevi erano un’eco di quelle di Roma? O forse il candido abito dei Canonici delle «Lagrime» richiamava alla fantasia dei giovani trevani il candore della neve, e con questo volevano stranamente metterlo a paragone e su questo scherzare a modo loro? Sono tutte ipotesi per tentare di trovare la genesi della strana consuetudine.

    Più che altro, però io crederei che potesse trovarsi una spiegazione psicologica di questa specie di follia collettiva, nella sovreccitazione allegra e rumorosa che lo spettacolo della neve, non frequente da noi, come altrove, produce così nelle persone singole — e specialmente nelle più giovani — come nelle folle. Onde neanche ora ci meravigliamo se — quando una rara nevicata copre le piazze e le vie delle nostre piccole città — non i ragazzi soltanto fanno alle pallate e si rincorrono e si colpiscono con gli innocui proiettili! Che, se tanto avviene oggi, è lecito supporre che ben più scapigliate e sfrenate fossero le dimostrazioni di gioia quasi pazza, a quei tempi nei quali tutte le manifestazioni della psiche umana erano esagerate fino all’esasperazione. E i Canonici delle «Lagrime» lo sapevano per prova!

    ***

    E qui mi viene alla mente —e forse non fuor di luogo — un episodio storico, che potrebbe essere a con-ferma della spiegazione psicologica da me tentata per la strana consuetudine trevana.

    Nel carnevale del 1417, in Spoleto, una grande schiera di gentildonne e di cittadine delle migliori, in maschera, giocavano alle palle di neve. E, così giocando, andarono fino al municipio; ne forzarono le porte, e, discacciati i «priori» a furia di pallottole di neve, sedettero in luogo di essi fino a sera (2).

    Ravviciniamo questo fatto a quello che si verificava a Trevi ad ogni prima neve, e piùpunti di contatto ci serviranno a dimostrare che anche quella era una pazzesca manifestazione della folla imbizzarrita.

    Non so come e quando la «guerra della neve» scomparisse dalle

    ____________________________

    (1) Ernesto Mancini, «Neve d’Agosto» in «Giornale d’Italia», 5 Agosto, 1924, N. 186.

    (2) Achille Sansi, Storia del comune di Spoleto, Foligno, Sgariglia, 1879, Parte I, pag: 292.

    <129> usanze trevane. Dopo il 1574 non abbiamo su di essa altri documenti. Onde è a credere che — dopo quasi tre quarti di secolo — il pubblico trevano si persuadesse che, se per tutti sotto la neve c’è il pane, non era né giusto, né umano che quei poveri religiosi ci trovassero invece … le legnate!

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • Chiesa S.Egidio

    Una delle poche non orientate, forse per cambio di assetto in rimaneggiamenti successivi.
    Completamente circondata dall’abitato di Borgo Trevi in forte espansione, anticamente era l’unica costruzione al margine della strada Flaminia.
    In tempi remoti le si affiancò un ospedale per il ricovero e l’assistenza dei viandanti

    Grossi blocchi di pietra riutilizzati negli angoli rivelano chiaramente la loro provenienza di spoglio di monumenti romani.

    Trevi, Italy. Borgo, Chiesa di S. Egidio sulla via Faminia.

    Chieasa di S. Egidio vista nord-ovest

    Trevi, Italy. Borgo, Chiesa di S. Egidio, scavi a fianco della parete est.

    Foto Di Pietrantonio

    Durante lavori di consolidamento e di isolamento nel 1971, lungo la parete est a monte, vennero alla luce sarcofagi in cotto, ora nella Raccolta d’Arte di S. Francesco (inedito 1999).Nella foto a Sx, il secondo da Sx è Italo Battistini, di Trevi, all’epoca funzionario della Soprintendenza di Perugia.

    Trevi, Italy. Borgo, Chiesa di S. Egidio, rinvenimento di sarcofagi.

    Borgo di Trevi Ritorna alla pagina CHIESE

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    082

  • Memorie di un filodrammatico – 1

    Memorie di un filodrammatico – 1

    (Augusto Bartolini, Memorie di un filodrammatico, Assisi, Porziuncola, 1971)

    Il Teatro Clitunno La Filodrammatica e i gruppi Teatro a Trevi: storia e tradizione La Filodrammatica e i gruppi Premio Città di Trevi

    PRESENTAZIONE

    Veramente le Memorie di un Filodrammatico non avrebbero bisogno di presentazione, come non ha bisogno di presentazione l’autore, che, nelle memorie stesse, fa intravedere lo svolgersi della sua vita.

    Augusto Bartolini fu un umanista nato e, anche come tale, non seppe sottrarsi al fascino delle scene. Dedicò ad esse tutti i ritagli del suo tempo: tempo avaro, da trarsi sapientemente senza troppo togliere alle molteplici occupazioni di una vita sempre intensa: le cure di una famiglia numerosa oltre il solito; l’amministrazione di un vasto e vario patrimonio; l’insegnamento cui dedicò il meglio di molti anni; le numerose cariche che ricopri ed alle quali non riuscì a sottrarsi, pressato com’era dalla fiducia e dalla venerazione che scaturivano dalla incontaminata sua nobiltà e da tutte quelle belle virtù che fecero del prof. Bartolini l’uomo stimato ed amato al di sopra e al di fuori di ogni tendenza e passione.

    Il sipario si alzò per lui, ancora fanciullo, in casa della non dimenticata Giovannina Aliprandi, in una prova del Francesco Manenti, a tu per tu con la grande attrice. Lascio al lettore il rivivere l’emozione e la gioia del giovane Bartolini.

    Poi la passione per le scene dilagò ed i il mussare di questa passione, sempre giovanile pur nella maturità, che fa leggere tutto d’un fiato queste memorie.

    Dobbiamo un grazie alla gentile signora Maria per avere voluto dare alle stampe quest’opera dell’amato suo concordissimo coniuge. Augusto Bartolini, nella sua innata modestia, non le avrebbe mai pubblicate.

    Mi disse un giorno, quando l’opera era appena a metà, che stava scrivendo per s e per gli amici, con la non sopita speranza che le memorie avrebbero potuto, non si sa mai, suscitare in qualcuno nostalgie e decisioni di tornare a dar vita alla amata filodrammatica.

    Ma il sipario stava per calare sull’ultima scena della vita di Augusto Bartolini; scena di dolore profondo ma pacato; dolore che prelude la tragedia, ma che pure lascia tutto ordinato all’intorno nella consueta armonia.

    Nella clinica di Milano, da dove tutto lasciava a credere che sarebbe tornato sanato, Augusto Bartolini mosse gli ultimi passi sull’ampia scena del mondo, dalla quale uscì silenzioso, in punta di piedi, non senza prima però averci sussurrato, con quella inconfondibile sua voce calda, incisiva, sempre leggermente velata, la morale del dramma come nelle rappresentazioni di un tempo: «La vita non viene tolta: viene solo mutata e noi restiamo sempre vivi ed ardenti, anche a sipario calato».

    Carlo Zenobi

    MEMORIE DI UN FILODRAMMATICO

    1 – Il nuovo teatro e le origini della filodrammatica

    É certamente malinconico per un filodrammatico di una certa età scrivere le sue memorie. Significa che qualche cosa per lui tramontato o sta per tramontare e che ripiega sul passato perché le sue diminuite possibilità e le mutate condizioni dei tempi rendono assai difficile, se non addirittura impossibile, realizzare nel presente e meno ancora nel futuro una prosecuzione di quella simpatica attività per cui spendette con entusiasmo tempo ed energia nel corso della sua vita. Ma la considerazione che, in effetti, il ripensare e scrivere di quei più o meno lontani avvenimenti, e come riviverli e in un certo modo e contribuire a non farli morire, almeno nella memoria, penso che possa in gran parte attenuare quel rimpianto che accompagna inevitabilmente ogni felice ricordo.

    Al contrario per quanto avviene per gli attori di professione, destinati a continui spostamenti in patria e all’estero, l’attività di noi Filodrammatici si svolta per lo più nel nostro modesto ambiente di provincia. Un ambiente per, quello della nostra Trevi, graziosa e caratteristica cittadina dell’Umbria, dove la tradizione dell’amore del Teatro affonda su radici assai profonde. Accennerò soltanto che fin dall’epoca romana, esisteva un
    <10> Teatro a Trevi, e ne troviamo conferma non soltanto in un passo di Svetonio (Vita di Tiberio par. 31) ma anche in un’antica iscrizione su di un cippo esistente nella Pinacoteca Comunale di Trevi, iscrizione dedicata ad un tal Succonio, magistrato, che aveva l’incarico di preparare la scena per gli spettacoli teatrali.

    Tradizioni antichissime, dunque, e mai spente nel corso dei secoli di storia fino al prossimo Ottocento, durante i quali si ebbero manifestazioni di teatro di natura religiosa o profana più o meno modeste a seconda delle possibilità offerte dal momento storico attraversato.

    Sorvolando anche sulle manifestazioni teatrali della prima metà dell’800 quasi sempre dovute a compagnie di attori girovaghi, di cui. troviamo testimonianze nei curiosi e prolissi manifesti dell’epoca negli archivi pubblici e privati di Trevi, bisogna arrivare alla seconda metà di quel secolo per trovare i primi ricordi di rappresentazioni dovute a partecipazioni di dilettanti filodrammatici. Non si può escludere che anche in addietro siano stadi rappresentati lavori teatrali in tutto o in parte ad opera di locali Filodrammatici, dato che un Teatro esisteva, senza contare quei teatrini più o meno improvvisati che esistevano negli istituti e Comunità religiose (1), ma per quando io abbia fatto ricerche nel modesto Archivio

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    (1) Quanto ai Teatrini presso gli Istituti tenuti da Religiosi, oltre a quelli esistenti presso il Collegio Lucarini e all’orfanotrofio s. Bartolomeo, ho il ricordo più antico di un testimonio oculare che nella mia infanzia mi raccontava di aver assistito molti anni indietro ad una rappresentazione tenuta presso il Convento di S. Martino con la partecipazione dei frati novizi (poco dopo la metà dell’800).

    <11> della Società Filodrammatica di Trevi, che conserva una collezione di lavori teatrali con le relative parti copiate ed i nomi dei dilettanti che le rappresentavano, non ho potuto trovare alcuna memoria di recite effettuate prima del 1863.

    É ovvio che soltanto con la erezione del nuovo Teatro Clitunno inizia una vera e propria storia della Filodrammatica di Trevi. Ed eccone alcuni particolari.

    Da una deliberazione del Consiglio Comunale di Trevi che reca la data del 1873, e di cui ho potuto prendere visione, risulta che in quell’anno per iniziativa di alcuni cittadini di Trevi veniva costituita una Commissione allo scopo di studiare la possibilità di erigere un Teatro in Trevi Che si presti al comodo della popolazione ed alle esigenze del pubblico nel modo più economico ed elegante, e corrispondente al lustro e decoro della stessa città. Queste stesse espressioni le troviamo riportate nel rogito Fontana, datato 11 Febbraio 1874, con il quale la Commissione stessa, a ciò autorizzata, affidava all’architetto Domenico Mollaioli, lo stesso che aveva costruito il Teatro Comunale di Norcia, il progetto e l’esecuzione dei lavori di un nuovo Teatro che si chiamò Teatro Clitunno. Il nome non era nuovo, perché mi risulta da un manifesto teatrale trovato nell’archivio Bartolini, che esisteva nel 1830 a Trevi un Teatro del Clitunno2.
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    (2) Nel nostro Archivio esiste un sonetto elogiativo per un’attrice teatrale, certa Matilda Bottini di Corf che si produsse il 14 Agosto 1830 nel Teatro del Clitunno della città di Trevi nel dramma ; L’arrivo di Pietro il Grande a Mosca ovvero La sconfitta degli sterlizzi. Il sonetto fu stampato dalla Tipografia Tomassini di Foligno.

    <12>Questo nuovo Teatro, che risultò un’opera veramente decorosa ispirata al gusto ed adeguata alle necessità tecniche dell’epoca, fu costruito a spese por metà del Comune e per l’altra metà di alcuni cittadini più in vista di Trevi Valenti, Natalucci, Bartolini, Paglioni, Catasti) e di altri forestieri ma aventi interessi notevoli a Trevi (Della Porta, Marignoli) e costò L.62.990 e 65 cent. compresa l’indennità di esproprio ad alcuni privati. Fu finito di costruire nel 1875 ed inaugurato nel 1877 con l’opera lirica Maria di Rohan di Donizetti. In quello stessa anno fu arricchito di un bellissimo sipario dipinto da Domenico Bruschi rappresentante la scena di un sacrificio dell’Imperatore Caligola al tempio del Clitunno con una magnifica presentazione di figure di sacerdoti, cortigiani e cortigiane, schiavi, rozzi pastori ecc. Il Teatro era munito di due ordini di palchi, di un loggiato e di una platea capaci di contenere complessivamente 400-500 persone. La scena era normalmente attrezzata con quinte mobili, fondali vari di pregevole fattura can buone prospettive, praticabili, camerini in legno che poi molti anni dopo vennero rifatti in muratura quando nel 1932, per il generoso contributo del Comm. Nello Bonaca, si provvide alla modifica del boccascena e ad un impianto elettrico aggiornato. Questo grazioso teatrino servì principalmente di palestra a tutti i gruppi filodrammatici locali per circa ottanta anni, ma fu anche usato, sebbene in misura assai minore, per le rappresentazioni di alcune opere liriche e per gl’immancabili veglioni di Carnevale che per opera di un’allegra Società Carnevalesca insieme alla Società Bandistica Trevana venivano organizzati ogni anno. La Direzione Teatrale, composta di rappresentanti del Comune
    <13> e dei Palchettisti, concedeva l’uso del Teatro anche a compagnie di attori girovaghi, ma succedeva spesso (salvo poche eccezioni) che la Direzione stessa ed i cittadini che frequentavano il Teatro dovessero metter mano alla borsa, per aiutare quei poveri guitti a sbarcare il lunario ed affrontare il viaggio verso altri lidi. Cose di tutti i tempi. Gli attori del Teatro di prosa non hanno mai avuta la vita facile, al contrario degli attuali cantanti di canzonette più o meno intelligenti che accumulano milioni can disinvoltura, superando talvolta i pagatissimi divi del cinema.

    Il sorgere del nuovo Teatro Clitunno determinò un notevole incremento di attività per la Filodrammatica locale che si costituì subito in Società Filodrammatica di Trevi con un Direttore o un segretario. Aderirono anche molte persone appartenenti alle migliori famiglie, le quali, pur non prendendo parte attiva alle recite, si prestavano fornendo mobili per arredare le scene, aiutando a confezionare costumi ecc. Nell’Archivio citato della Società Filodrammatica trovo i nomi dei primi dilettanti che ne facevano parte. Molti di essi erano ancora vivi quando io cominciai a frequentare il Teatro come spettatore nella mia prima fanciullezza. Di altri udii raccontate le gesta, le particolari attitudini e qualche loro stravaganza. Ricordo un Augusto Primavera, prima segretario poi Direttore della Società filodrammatica, che prediligeva i drammi ad intreccio tra il romantico e il lagrimoso di autori come il Giacometti, il Sardou e le commedie di Scribe, di Marenco o di Riccardo di Castelvecchio. Parti di carattere venivano affidate ai fratelli Filippo e Leonardo Ciccaglia appartenenti ad una famiglia malto in vista poi scomparsa da Trevi ai primi di questo secolo.

    <14>Vivo ricordo conservo io stesso dei Conti Antonio e Tommaso Valenti, specialmente di quest’ultimo, che fu anch’egli Direttore dopo il Primavera, animatore in gioventù e nella prima età matura del movimento filodrammatico ed eccellente attore comico, dalla recitazione vivace, frizzante ed un gestire tutto suo particolare quasi marionettistico. Lo ricordo, quando era bambino, nella parte di Masinelli nella Classe degli Asini e come protagonista anziano nella farsa, I due Sordi. Erano i tempi in cui una recita di Filodrammatici al Teatro Clitunno era per me un avvenimento appassionante. Il Conte Tommaso Valenti si staccò presto dalla Filodrammatica per seguire la sua inclinazione di studioso e ricercatore di notizie storiche del suo paese, al quale lasciò un notevole numero di opere pregiate di grande interesse per gli eruditi italiani. Nella galleria dei ricordi, trasmessi a me dai più anziani, spicca la figura di un certo Rodolfo Angeloni, maestro di scuola, suonatore di clarino, descritto come un primo amoroso con atteggiamenti melodrammatici, facile a commuoversi, patito delle sue parti e compenetrato del suo personaggio al punto da vestirsi dell’abito richiesto fin dal mattino del giorno della recita ed uscire poi a passeggiare per le vie di Trevi con aria distaccata e sognante. E piacevole ricordo lascia anche Paolo Cecchini, messo esattoriale, popolarissimo, per merito del quale una gran quantità di spettatori, specie fra quelli provenienti dalle campagne, si faceva grasse risate per le sue trovate comiche non troppo fini ma molto efficaci.

    E passando alle Signore dilettanti, nel piccolo mondo antico di allora, si ricordano, nomi sconosciuti alla presente generazione, Ursina Arredi, Edvige Alemanni, Caterina Borucchia, madre del celebre Cantante Basso Ettore
    <15>Borucchia, divenuto al termine della sua carriera maestro di canto a Roma (3). Ma la schiera dei Filodrammatici, man mano che gli anni passavano nella quiete un po’ sonnolenta del nostro angolo di provincia, si rinnovava continuamente: altri elementi si aggiungevano per sostituire quelli che o per malattia o per cambio di residenza cessavano d recitare. Si era ormai entrati nell’attuale secolo XX ed alcuni giovani, figli di filodrammatici prendevano il posto dei padri. Primo fra tutti un Luigi Cecchini, popolare come il padre Paolo, conosciuto come Gigetto de Paoluccio che aveva fra i suoi ricordi d’infanzia quello di aver fatto da comparsa nella parte di un bambino sedendo sulle ginocchia di Giacinta Pezzana, in una eccezionale recita a Trevi della grande attrice. Doveva restare per mezzo secolo una delle colonne della nostra Filodrammatica e si valorizzò soprattutto quando trovò chi seppe istradarlo e sfruttare le sue inarrivabili doti di imitatore e l’estrema varietà della sua mimica facciale. Gli aveva giovato l’esperienza fatta fuori della sua nativa Trevi, quando aveva frequentato a Roma la scuola di canto e si era esibito come cantante in qualche piccolo Teatro della Capitale. Con lui entrarono in campo anche le sue sorelle Elvira ed Ermelinda, ambedue, ma specialmente la seconda, con ottime attitudini per recitare.

    Per il suo temperamento drammatico ed ottime doti naturali si segnalò Emma Arredi che fu prima attrice

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    (3) Ricordo qui di passaggio che il Comm. Ettore Borucchia con la moglie e con la figlia furono nostri ospiti a Trevi nell’inverno 1926 e che proprio In quell’occasione la figlia Ninì (nipote di Caterina Borucchia) cantò deliziosamente nella parte di Annetta in Crispino e la Comare opera rappresentata a Trevi da alcuni elementi della Filodrammatica.

    <16>incontrastata nel periodo a cavallo dei due secoli, andata sposa al Cav. Dario Orsini anch’egli dilettante ed attivo Direttore della Filodrammatica. Nello stesso periodo fiorisce la esuberante vitalità di Vincenzo Fontana che per un ventennio circa, fino al termine della prima guerra mondiale fu l’animatore di ogni iniziativa riguardante la nostra attività filodrammatica. Temperamento entusiasta, buon parlatore e disposto a prendere iniziativa in qualunque direzione vedesse la possibilità di un utile alla vita cittadina, era per la stessa sua natura portato a recitare e recitava con passione e calore di sentimento, riuscendo un ottimo Vitaliano Lamberti in Romanticismo di Rovetta.

    Il Teatro Clitunno La Filodrammatica e i gruppi Teatro a Trevi: storia e tradizione Premio Città di Trevi

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  • Teatro – la "rivista" degli studenti

    Il teatro 1873-1950, Gli spettacoli di cui si ha memoria

    Il Teatro Clitunno

    La Filodrammatica e i gruppi

    Le memorie di un filodrammatico

    di Augusto Bartolini

    Premio Città di Trevi

    Primo tentativo di ricostruire la storia del Teatro Clitunno attraverso gli spettacoli documentati

    1870 – Maria Rohan, opera lirica di Donizetti

    1926 – Crispino e la Comare

    Teatro a Trevi: storia e tradizione La Filodrammatica e i gruppi Le memorie di un filodrammatico di Augusto Bartolini Premio Città di Trevi


    Note 1) Testo tratto nel 2007 dal web: http://oldperugiarugby.interfree.it/canzoniinni/goliardiaperugina.htm, ora (2013) non più attivo.

    2) Probabilmente la statura e l’elegante portamento di Duilio Testa, indussero il cronista a gratificarlo con il titolo di “prof”, mentre era ancora studente, essendosi laureato con una brillante tesi sull’Olivo a Trevi, nel 1946. Alcuni passaggi della sua tesi furono ripresi dal Desplanques in Campagne Umbre.

    3) Mario Bonaca, personaggio straordinario scomparso nel giugno 2007, non era ragioniere ma studente in legge, all’epoca probabilmente già laureato.