RACCOLTA d’ARTE di S. FRANCESCO
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Su un tracciato antichissimo che congiungeva Trevi alla Flaminia verso Foligno, sorge questa chiesetta che conserva, riutilizzati, materiali di monumenti classici, testimonianze dell’antica viabilità.
La costruzione è orientata con la facciata verso ovest. La facciata termina con un campaniletto a vela, il tutto in buono stato dopo i restauri degli anni ’70.

All’interno due affreschi del primo Cinquecento raffiguranti il santo titolare e S. Rocco
Sullo spigolo nord-ovest e all’interno si trovano due epigrafi funerarie classiche
Un’altra, proveniente da questa chiesa è conservata nella raccolta comunale
Recentemente (2014) da S. Martino sono state trasferite in questa chiesa le “Stazioni” della Via Crucis di Adelmo Testa


Questa chiesa, già citata nel Corpus Inscriptionum Latinarum (C.I.L.) perché al suo interno furono trovate due epigrafi, ora conservate nella Raccolta d’Arte di S. Francesco
1
, recentemente ci ha restituito altre due epigrafi classiche. Furono scoperte nel 1970 in occasione di lavori di restauro dell’edificio
2
.

Una lastra di calcare locale di cm 53 x 112 x 22 era all’epoca riutilizzata nel gradino del presbiterio. Ora sta addossata alla parete di ingresso.
Ha gli spigoli alquanto danneggiati: quello inferiore sinistro manca completamente.
L’iscrizione riprodotta a lato è su due righe, alte rispettivamente mm 68 e 56 e occupa soltanto l’estremità superiore della lapide. Un incavo irregolare di dm 22 x 13 ha danneggiato ambedue le righe.
Si possono leggere le seguenti lettere:
T . A V / / / S . T . L
C R Y / / / / E N E S
La prima riga potrebbe essere interpretata: T(itus) AV(ufidiu)S – oppure AV(gustu)S, o AV(reliu)S, o AV(soniu)S, o AV(ienu)S, – T(iti) L(ibertus), mentre non ci è stato possibile formulare alcuna ipotesi per la parte mancante della seconda riga. Prima di ENES si scorge la parte inferiore di un’altra lettera che potrebbe essere una G o una S.
I caratteri sono bene allineati e scolpiti con cura, ma la evidente prolungata permanenza alle intemperie li ha in parte danneggiati.
Nell’impossibilità di attribuire una data a questa epigrafe dal contenuto del testo, si può tentare di collocarla nei primi secoli della nostra era per la forma dei caratteri. La presenza della Y d’altronde rivela che l’iscrizione è posteriore all’età repubblicana.
Un’altra epigrafe, pur essendo scolpita in una pietra riutilizzata nell’angolo sinistro della facciata, era rimasta inosservata perché un sottile strato di intonaco ne riempiva le lettere. Fu soltanto la particolarissima illuminazione radente del sole a mezzogiorno che permise di intravedere qualche segno.
Ora purtroppo è un po’ nascosta da una pur comoda panchina antistante.

La lapide, che nella foto è ruotata di 90° in senso antiorario, misura cm 45 x 69 x 23,5 ed è arrotondata nella parte superiore. Si può leggere:
I N A G R
P X V I
L’altezza delle lettere è di mm 65 nella prima riga e di mm 75 nella seconda. La seconda riga è spostata a destra, e ciò farebbe supporre l’originale presenza di altre lettere nella prima riga dopo AGR, ma l’arrotondamento simmetrico della parte superiore dovrebbe garantirne il taglio primitivo.
Dal punto di vista epigrafico questa iscrizione non presenta alcun interesse poiché ricalca una comunissima formula dell’epigrafia funeraria che indicava la presenza di una tomba nel campo alla distanza di 16 piedi.
Queste epigrafi funerarie, insieme alle altre due già rinvenute in questa chiesetta, denunciano la presenza di una strada già esistente in epoca romana (presso quella civiltà era uso seppellire i morti lungo le strade) e pertanto sono una testimonianza dell’antichità della strada che da Trevi andava verso Foligno.
1199 Ritorna alla pagina Chiesa di S. Andrea Ritorna alla pagina EPIGRAFI
Note
1)
C.I.L. n. 5002 e n.5008
2)
Franco Spellani
,
Due epigrafi inedite scoperte a Trevi
, in
Spoletium
, n. 15, 1971
SANTUARI MARIANI
L’antichissima devozione alla Madonna ha motivato in Trevi, nel corso dei secoli, l’intitolazione alla Beata Vergine di numerosi altari e cappelle e la dedicazione di vecchie chiese o addirittura la costruzione di nuove.
La Madonna delle Lacrime

S. Maria di Pietrarossa
La Madonna di Sant’Arcangelo



La costruzione, molto semplice, ricalca il tipico schema romanico locale delle chiesette di valle. É ad unica navata, coperta con tetto a capanna e termina con un’abside semicircolare. Non v’è alcuna traccia del campanile.
L’interno è scandito in tre parti da due arconi a tutto sesto che sorreggono la travatura. Forse furono costruiti in sostituzione delle capriate, semplificando così la copertura.
Le pareti sono assolutamente disadorne; solo nell’abside rimane un affresco, molto deperito, che raffigura il santo titolare.
Come tutte le chiese dell’epoca è rigorosamente orientata con l’ingresso a ovest e l’abside verso est.
Abbandonata da vari decenni, recentemente è stata restaurata e resa agibile dai nuovi proprietari.



Non si conoscono documenti che attestino l’epoca dell’erezione di questa chiesa, ma l’intitolazione a Sant’Apollinare, santo particolarmente venerato dalle popolazioni longobarde, ne fa risalire l’origine al VI – VIII secolo, quando Spoleto era appunto retta da duchi longobardi (dal 570 al 774).
Nel 1177 è citata in un breve di papa Alessandro III, con il quale, insieme ad altre cento chiese curate, veniva riconosciuta sotto la giurisdizione del potente monastero benedettino di S. Pietro in Bovara.
Un’altra notizia se ne ha nel 1333 dall’elenco dell’esazione delle decime.
Lo storico trevano Durastante Natalucci ci informa scrupolosamente che era una chiesa con cura di anime e negli anni 1404 e 1432 ad essa facevano capo rispettivamente nove e quattordici famiglie. Ci dice anche che ai suoi tempi (prima metà del 18° secolo) fu corredata di “un nuovo quadro del suo santo” e che era ancora sotto il monastero di Bovara nonostante che questo non fosse più nell’antico splendore.
Negli antichi documenti è citata con il nome di S. Apollinare di Porcaria perché così veniva chiamata quella fertile plaga che oggi ha preso il nome dal castello di San Lorenzo, ma sappiamo che nel ‘700 si usava il toponimo con il titolo della chiesa poiché il luogo ad essa circostante veniva indicato come vocabolo S. Apollinare.

‘Vista da sudest prima del restauro
L’edificio fu ricostruito dalle fondamenta nel 12° secolo e successivamente più volte rimaneggiato, specie nella parte superiore.



[Estratto da: D. Aurelio Bonaca, Religione e beneficenza in Trevi (Umbria), notizie storiche, Trevi, 1935]
A metà del monte, che si eleva ripido al disopra della frazione di Pigge, sorge la chiesa di S. Arcangelo. É antichissima e di essa abbiamo memoria nei brevi di Alessandro III (1177), Celestino III (1193), Innocenzo III (1198), Onorio III (1217), emessi in favore dell’abbazia di S.Pietro in Bovara. La chiesa di S. Arcangelo viene elencata in quei brevi tra quelle appartenenti all’abbazia; preesisteva perciò a quelle date.
Era una modesta chiesetta che serviva per i pochi abitanti sparsi nei dintorni; in origine forse vi abitava uno di quegli eremiti, che numerosi vivevano sui nostri monti, fin sopra Pissignano. tra questi eremiti mi piace ricordare il Beato Ventura, nato a Pissignano nel 1250 e morto l’undici luglio 1310, il cui corpo fu trasportato con grandi onori e seppellito nella chiesa di S. Francesco, dove tuttora si venera.
In epoca incerta la chiesa di S. Arcangelo fu ingrandita e vi fu aggiunta la parte verso monte, al di là dell’arco che si trova verso la metà della chiesa.
Quando nel 1421 Corrado Trinci invase e distrusse l’abbazia e ne discacciò i monaci, le chiese dipendenti da Bovara rimasero abbandonate e, come ho detto altrove, in parte furono occupate dal Vescovo di Spoleto; tra queste vi fu anche la chiesa di S. Arcangelo, che fu data in custodia a un priore e a due canonici rurali. I due canonicati esistevano ancora nel 1745, quando Durastante Natalucci terminava di scrivere la sua Storia di Trevi (D. Natalucci, Historia … di Trevi, pag. 53) Essi venivano conferiti dalla Dataria Apostolica e i beneficiati non avevano l’obbligo della residenza.
Nel 1544 era unita, per la cura d’anime, alle chiese di S. Maria, poco lontana, e a quella di S. Giovanni di Pigge. Siccome però queste tre chiese erano in cattivo stato, la cura d’anime nel 1572 fu trasportata nella chiesa di S. Bernardino e rimase ufficiata soltanto la chiesa di S. Arcangelo; tutto questo avvenne per decisione della Balìa di Pigge, che fece obbligo al parroco di andarvi a celebrar messa. Ma la Congregazione del Concilio nel 1686 e nel 1695 sentenziò che la chiesa di S. Arcangelo era la sola e vera parrocchiale, e non quella di S. Bernardino, che era jus patronatus del popolo.
Ciò non impedì che la chiesa di S. Arcangelo restasse abbandonata, tanto che nel 1675 era senza porta ed invasa da erbe, da rovi e da piante diverse, e serviva da rifugio ai pastori durante i temporali. [Il completo abbandono in cui giaceva la chiesa nel 1675 sembra contrastare con i fatti narrati in seguito; proprio in quei tempi, a 30 anni dall’apparizione e in pieno fervore di opere – strade, suppellettili, campanile, fontane – la chiesa avrebbe dovuto essere ben curata.]
Secondo una pia narrazione, nel 1645 una pastorella, che aveva smarrito un sacco, vi si andò a nascondere per timore di ricevere delle percosse dalla mamma. La pastorella si mise a pregare la Madonna, e la Madonna le apparve, le parlò, la consolò. Da quel giorno, sparsasi la notizia, fu un grande accorrere di persone, e molti furono i miracoli fatti allora dalla Vergine (Jacobilli, Cronica del monastero di Sassovivo, Foligno, Alterij, 1653, pag. 230) e le offerte portate dai fedeli. Il concorso era continuo, ma si verificava specialmente nelle feste di Pentecoste per il fatto che speciali indulgenze si potevano lucrare in quei giorni. Il Comune nel 1647 fece ingrandire ed aggiustare la strada per accedervi, tanto grande era l’affluire delle persone.
Nel 1656 il Comune di Trevi prese l’iniziativa di una grande processione votiva per ottenere dalla Vergine che la nostra regione fosse liberata dalla peste, che allora infieriva di tanto in tanto. L’appello del Capoluogo fu accolto dalle frazioni di Trevi e anche da alcuni comuni vicini, e tutti fecero voto di andare ogni anno in processione a visitare la Madonna di S.Arcangelo, al fine di ottenere per sempre la liberazione di tanto terribile flagello.
Il Consiglio Generale di Trevi, nel 1646 aveva nominato quattro deputati, che insieme al Vicario Foraneo, dovevano ricevere l’elemosine per restaurare la chiesa, ma la Balìa di Pigge fece valere i propri diritti e perciò ogni cura e ogni incarico rimasero a speciali santesi e al parroco, sotto la sorveglianza del vescovo di Spoleto.
I restauri cominciarono subito, la chiesa fu abbellita e arricchita, fu costruita la sagrestia, che fu provvista di un bel credenzone [purtroppo trafugato intorno al 1980 !], fu elevato il campanile, nel quale furono collocate tre campane, una delle quali era stata donata dal Comune nel 1647; nel 1692 e nel 1702 furono costruite, per comodo dei fedeli, le due fontane ancora esistenti poco lontano dalla chiesa [attualmente se ne vede una, e secca!].
In breve tempo la chiesa fu dotata di beni, mercé le offerte dei fedeli, e vi furono eletti cappellani, eletti dal Vescovo, i quali si alternavano nell’ufficiatura della chiesa.

Nel 1658 i signori Anselmi di Trevi istituirono in onore della Vergine un beneficio semplice, di loro jus patronatus, con l’obbligo dell’applicazione di dodici messe annue.
Qualche anno fa la chiesa e il Campanile furono restaurati a cura del cappellano D. Giovanni Silvi.
La devozione verso la Madonna di S. Arcangelo è ancora viva nel popolo; numerose processioni vi si recano sempre, ogni anno, in adempimento del voto fatto dai nostri padri, nei giorni di Pentecoste, ed un cappellano celebra la messa nella chiesa ogni giorno festivo.
Le processioni di Pentecoste (festa di S. Arcangelo, dice il popolo!) sono molto care alla gente nostra, ed è da augurarsi che esse non si vadano perdendo e che riprendano invece l’antico fervore ed il primitivo incremento. [Fino alla metà del XX secolo, seguendo la tradizione di quando la festa Pentecoste durava tre giorni, le varie processioni arrivavano scaglionate dalla domenica al martedì: Domenica Trevi capoluogo e le frazioni a sud, compreso Pissignano; lunedì le frazioni del nord, Collecchio, Matigge; martedì “la Montagna”, fino a Orsano!]
[D. Aurelio Bonaca, Religione e beneficenza in Trevi (Umbria), notizie storiche, Trevi, 1935]
[Il testo tra parentesi quadre è stato aggiunto all’atto della trascrizione]
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033


Visualizzazione ingrandita della mappa
Sorge su un amenissimo colle a quota m 550, con magnifica vista sulla valle, raggiungibile con una discreta carrozzabile da Bovara
É citata in alcuni “brevi” fin dal 1177, come dipendente dall’Abbazia di S. Pietro in Bovara, ma l’intitolazione a S.Michele Arcangelo rivela un’origine longobarda e quindi di qualche secolo anteriore ai primi documenti.
Ingrandita e rimaneggiata nel corso dei secoli, della costruzione romanica originale rimane parte della facciata, il modesto portale e la parete nord.

L’ex convento di S. Arcangelo visto da Nord
Nell’altar maggiore rimane un affresco di scuola umbra rappresentante la Madonna con Bambino, attribuibile a Bartolomeo da Miranda..1
Nel 1421, quando Corrado Trinci invase l’Abbazia di S. Pietro, la chiesa di Sant’Arcangelo, come molte altre chiese che dall’Abbazia dipendevano, rimase abbandonata.

Base del campanile del 1656, facciata e portale della
chiesa romanica.
Una pia leggenda narra che nel 1646 vi apparve la Madonna che consolò una pastorella. Da allora fu meta di un grande concorso di popolo, tanto che il Comune dovette intervenire per ingrandire la strada.
Nel 1656 vi si fece una grande processione votiva per ottenere la liberazione dalla peste che infieriva a Trevi.
A quell’epoca risale il campanile e il convento annesso.
Vi si celebra la Festa per la Pentecoste e processioni da Trevi e da tutte le frazioni lassù salivano nei tre giorni della festa.
Fino all’ultimo dopoguerra le frazioni della montagna effettuavano ancora la processione il giorno successivo.
La benemerita associazione “Amici di S. Arcangelo” costituitasi con lo scopo di restaurare gli ampi locali del convento e valorizzare tutto il complesso, dopo anni di generoso e apprezzabile lavoro di volontariato, è stata sciolta.
Sopra la porta, al limite del finestrone, rimane la meridiana priva di gnomone, ma ancora leggibile nelle linee orarie e nella riquadratura. É stata risparmiata dagli interventi post terremoto, che hanno riportato a vista la pietra della facciata, togliendo l’intonaco.
Purtroppo però ora è ancora più a rischio perché i bordi non stuccati facilitano l’infiltrazione delle acque meteoriche.
La collocazione sulla facciata rivolta verso ovest fa supporre l’esistenza nell’edificio di un altro strumento verso est o verso sud per indicare le ore antimeridiane. (inedito 2005) 054

Foto 1999
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Note
1)
S. Nessi
,
Trevi e dintorni
, Spello, 1991, p. 123
Ex chiesa e monastero di S. Bartolomeo
itinerario giubilare

Sorge in magnifica posizione, affacciandosi a Sud nel punto in cui il pendio del colle è più ripido.
Questa caratteristica orografica è stata sfruttata per motivi difensivi, infatti gli ampliamenti medioevali delle mura proprio lì si ricongiungevano alla primitiva cerchia romana.
Gli edifici costruiti successivamente, a seguito degli ampliamenti della cinta muraria, proprio per lo scoscendimento del suolo, non hanno ostacolato la magnifica vista che dall’ex monastero si gode per 180 gradi fino al limite dell’orizzonte.
Come tutti gli edifici costruiti sul pendio ha i piani inferiori che da un lato insistono contro terra.
Dal punto di vista della stabilità statica è solidissimo poggiando verso valle sulle poderose mura romane.
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