Categoria: Da vedere

  • Chiesa di Pietrarossa

    Chiesa di S. Maria di Pietrarossa

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    itinerario giubilare

    Interessantissima chiesa romanica a tre navate, con portico esterno su tre lati. Le pareti interne e quelle prospettanti nel portico sono completamente affrescate.
    Il nome deriva da una pietra rossiccia, murata sul secondo pilastro di dx della navata centrale, con al centro un foro, da cui probabilmente sgorgava acqua in una utilizzazione precedente.
    Una tradizione antichissima, forse risalente al paganesimo, le attribuiva poteri taumaturgici nella cura della infertilità.

    Trevi, Chiesa di S.Maria di Pietrarossa

    Da tempo immemorabile viene tramandato che la notte di S. Giovanni (24 giugno) si osservava un aumento dell’acqua nei pozzi della zona e fino al XVI secolo le donne di Trevi vi andavano in pellegrinaggio durante quella notte e la notte di S. Ambrogio. Gregorio XIII, che era stato canonico a Trevi e ben conosceva l’usanza, tra i primi atti del suo pontificato vietò tali manifestazioni, sicuramente legate a costumi e credenze risalenti al paganesimo. Analoghi pellegrinaggi e bagni nella notte di mezza estate sono documentati in varie regioni mitteleuropee.

    Le numerosissime immagini della Madonna che ne ornano le pareti sono soltanto una parte di quante se ne potevano ammirare fino alla metà del 19° secolo e tuttavia suscitano ammirazione per il loro numero e la loro fattura. Le date che vi si leggono e l’analisi critica le collocano al XIV secolo. Ricorrono i nomi dei pittori Bartolomeo da Miranda e Valerio da Gualdo.

    Addossato al primo pilastro a dx si può ammirare un elegante altarino in marmo, attribuito a Rocco da Vicenza, che nei primi del ‘500 operava in loco, lasciando una delle sue opere migliori nella chiesa di Sant’Emiliano.

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  • Famiglia Citeroni

    Famiglia Citeroni

    Famiglia originaria dalla balìa di S. Lorenzo, trasferitasi a Trevi agli inizi del XVI secolo in una casa oggi non identificabile . Nel secolo XVII era già estinta.
    Tra i suoi membri figurano:.1

    Battista Citeroni, medico, inizi 16° sec.

    Teodoro, Gaspare e Giulio, dottori in legge.

    Anton Maria, Angelo e Tommaso, ecclesiastici,

    Giulia Citeroni andò sposa a Raffaele Petroni (1519)

    Lo stemma riportato a lato, purtroppo molto consunto, è l’unico reperibile in Trevi. É scolpito sulla lastra tombale venuta alla luce durante i lavori di ripavimentazione.2 della chiesa di S. Francesco nel 2004. Si può far risalire all’ultimo quarto del XVI secolo.

    Trevi, Chiesa S. Francesco - Stemma Citeroni

    Trevi – Chiesa di S. Francesco

    , Stemma della Famiglia Citeroni

    foto 8/5/05

    La lastra è stata riposizionata, con altre due, vicino alla porta secondaria della chiesa.

    L’attribuzione è stata possibile confrontando i nomi propri (Fulvio e Pompeo figli di Gaspare) con le notizie sulla famiglia riportate dal Natalucci.3, poiché il cognome, insolitamente molto abbreviato, è scarsamente indicativo.

    Trevi, Chiesa S. Francesco - Lastra tombale Citeroni

    D.O.M.S.

    (F)VL. ET. PÕPVS. GASPRIS (FIL)I. CITHÆNI. H.M.
    … IVI. SIBI
    POSUERVNT ET SVIS

    (Inedito 9/5/2005)

    che si potrebbe legggere:

    Deo Optimo Maximo Sacrum

    FVLvius ET POmPeVS GASPaRis
    FILII CITEroNI Hoc Monumentum
    —-IVI SIBI
    POSUERUNT

    ET SVIS

    L’ultima riga (ET SVIS) è chiaramente aggiunta in un secondo tempo, dagli eredi, dopo la morte dei titolari.

    Potrebbe così tradursi: A Dio Ottimo Massimo S(?)/Fulvio e Pompeo figli di Gaspare Citeroni questo monumento/ —ivi(?) per sé posero/ e per i loro (famigliari, eredi)

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI 055

    Note

    1)

    Natalucci, D, 1985,

    Historia … di Trevi.

    Todi , c. 1145

    2)

    Petrini C.R., Bordoni F., 2005,

    La chiesa di S. Francesco a Trevi

    , Perugia, Era Nuova

    3)

    Todi , c. 182 e 925

  • I colori dell’olio 2003 – Programma

    I Colori dell’Olio 2003terza edizione

    Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi

    18 ottobre – 16 novembre 2003 prorogata fino al 31/3/2004

    Vedi anche: La mostra dei reperti 8 luglio –12 novembre 2006

    Programma completo

    18 ottobre

    ore 17

    Museo della Civiltà dell’Ulivo

    Pyrgos 2000 a.C. -I profumi del mondo antico: inaugurazione della mostra alla presenza delle Autorità Diplomatiche Cipriote – buffet

    25 ottobre

    Museo della Civiltà dell’Ulivo – Sala Conferenze

    “La fabbrica degli olii profumati nell’antichità – un progetto di Archeologia Sperimentale”

    Dr. Mario Arippa, tecnico

    cosmetologo; intervengono il Prof, Mario Torelli, ordinario di Archeologia Classica presso L’Università degli Studi di Perugia, Dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno, Dott.ssa Alessandra Kolosimo.

    Nota sui profumi della dott.ssa Belgiorno

    31 ottobre

    ore 18

    Taverna del Castello – Via Placido Riccardi

    Serata di cucina e cultura greca” in collaborazione con Associazione Umbria-Grecia di Perugia solo su prenotazione, quota di partecipazione € 8,00

    1 novembre
    2 novembre

    ore 11
    e ore16

    visite guidate alla mostra

    ingresso con biglietto del museo

    8 novembre

    ore 15,30

    visita guidata al museo con minicorso di assaggio dell’olio d’oliva e di lettura delle etichette tenuto da un assaggiatore professionale di olio in collaborazione con U.NA.PR.OL.
    trasferimento con minibus per la visita ai frantoi della zona e degustazione di prodotti tipici
    partecipazione con biglietto del museo

    9 novembre

    ore 10,30

    “Una pagina di storia dell’olio e del profumo scritta dal sito preistorico di Pyrgos a Cipro

    conferenza della D.ssa Maria Rosaria Belgiorno, Direttrice della Missione Archeologica Italiana del CNR a Cipro e primo ricercatore dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del CNR di Roma; moderatore Prof. Mario Torelli, Ordinario di

    Archeologia Classica presso l’Università degli Studi di Perugia

    11, 12 e 13 novembre

    ore 20,30

    Master sull’olio, a cura di Slow Food
    Solo su prenotazione

    15 novembre

    Ristorante Maggiolini
    Via San Francesco, Trevi

    Scuola di cucina: “i piatti dell’olio dal primo al dolce”

    A cura di Gaspar e Gabriel Gigli del ristorante Maggiolini

    solo su prenotazione, quota di partecipazione € 13

    Informazioni

    Museo della Civiltà dell’Ulivo – L.go Don Bosco, 14 – 06039 TREVI (PG)

    telefax 0742.381628l museoditrevi@katamail.com

    Per ulteriori informazioni consultare il sito www.icoloridellolio.it e-mail info@icoloridellolio.it

    Ritorna alla pagina EVENTI X03

  • Visita guidata agli scavi

    Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi

    I profumi di Cipro

    Atena e Afrodite ovvero l’invenzione dell’olio e della bellezza

    profumeria e farmacia mediterranea nel 2000 a.C.

    23 giugno – 12 novembre 2006

    VISITA AL CANTIERE DI SCAVO 4 OTTOBRE 2006

    Per iniziativa della

    sezione di Foligno dell’Archeoclub d’Italia

    la gita a Cipro dal 1 all’ 8 ottobre 2006

    organizzata dalla Tourist Trophy Viaggi comprenderà

    una visita guidata al cantiere degli scavi

    il giorno 4 ottobre 2006

    sotto la guida della responsabile dello scavo dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno

    Informazioni:

    Prof. Carla Barbieri Glingler Tel 0742.351601

    Archeoclub Foligno, Via Nobili 4, Giovedì ore 16,30 – 17,30

    Tourist Trophy Viaggi – Via Umberto 1°, 85 – Foligno – Tel 0742.355570

    Mostra fotografica 18 ott.2003 -31 marzo 2004

    La mostra dei reperti 23 giugno – 12 settembre 2006

    Notizie sullo scavo

    I profumi nell’antichità
    e le essenze usate oggi

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    062

  • L’acquedotto medievale

    L’acquedotto medievale

    La cronica mancanza di acqua dell’abitato di Trevi fu alleviata dalla costruzione dell’acquedotto del Fulcione verso la metà del XIII secolo. Ha funzionato ininterrottamente per sette secoli pur necessitando di continua manutenzione e di frequenti riparazioni. Dopo la costruzione dell’acquedotto del Clitunno (1928), che risolse definitivamente il problema dell’approvvigionamento idrico per il capoluogo e gran parte del comune, rimase comunque in funzione anche l’acquedotto medievale che riforniva la “Fonte dei Cavalli” per abbeverare il bestiame e per usi agricoli.

    Negli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale, mancando l’energia elettrica ed essendo danneggiato l’impianto di sollevamento del Clitunno, l’acquedotto del Fulcione tornò di nuovo ad essere l’unica fornitura di acqua potabile per l’abitato di Trevi.

    Successivamente, aumentando la richiesta si preferì potenziare il nuovo acquedotto, specialmente per l’abbondanza della sorgente e le incomparabili condizioni igieniche.

    L’acquedotto è una pregevole opera di ingegneria del tempo. Lungo oltre 4 km in leggerissima pendenza, con dislivello complessivo di meno di 20 m, segue le curve di livello insinuandosi nelle valli. La scarsa pendenza e l’impossibilità di una completa visione del tracciato richiesero certamente accurati calcoli e rilievi strumentali.

    È uno stretto cunicolo transitabile, per l’ispezione e riparazione, ma soltanto da persone di piccola taglia. Il fondo è largo 35 – 40 cm mentre più in alto si arriva a 60 – 65 cm; l’altezza si aggira sui 140 cm.

    Il fondo fino ad un’altezza di circa 40 cm è rivestito, per garantirne l’impermeabilità, con intonaco grossolano di malta di calce.

    La copertura è realizzata con tecniche varie, forse perché interessata da vari rifacimenti. In alcuni tratti è coperto da lastre di pietra “alla cappuccina”, in altri da volta in pietra dal profilo ogivale

    Il condotto ha origine dalla sorgente in località Fulcione sopra all’abitato di Pigge. (Sembra che la toponomastica moderna propenda per la denominazione “Falcione”, forse perché programmi di videoscrittura suggeriscono automaticamente questa seconda forma. Provare per credere!).

    Le opere di captazione si articolano in due gallerie che raccolgono diverse “vene”, ma questa non era l’unica sorgente che alimentava l’acquedotto. Dopo circa 500 m di percorso vi confluiva l’acqua della fonte del Cupo, nei pressi della chiesa di S. Arcangelo, con un’opera che si può far risalire all’epoca della primitiva costruzione. Lungo il percorso altre fonti, in epoche successive, vennero convogliate nell’acquedotto, quali la sorgente del Poggio, sotto Coste S. Paolo e le sorgenti di “Veroli”, del Salcio e della Renacciola, che dalle Coste venivano condottate e vi confluivano nei pressi dell’ex chiesa di Santa Caterina.

    L’acquedotto terminava in due grosse vasche a monte di piazza Garibaldi, distrutte recentemente.

    L’acqua veniva da qui introdotta nell’abitato dove alimentava la fontana di piazza e numerose cisterne fino alla parte inferiore delle Piaggia.

    Lungo l’acquedotto vi erano varie aperture per prelevare l’acqua e per introdurvisi per l’ispezione e manutenzione.

    I guasti più frequenti erano dovuti alle acque meteoriche che un tempo molto frequentemente fluivano in piena lungo i fossi nei due versanti del colle dei Cappuccini, provocando l’asportazione di tratti di copertura e la conseguente ostruzione del condotto.

    La strada dei Condotti

    Dalla piazza “del Lago” ora piazza Garibaldi, una strada seguiva tutto il percorso dell’acquedotto. Il primo tratto, in comune anche con il percorso che conduce al cimitero, prima dell’invasione massiccia dell’automobile, era la “passeggiata” invernale dei trevani. Tutto il percorso, praticamente pianeggiante e quindi di facile e piacevole percorribilità offre visioni panoramiche straordinarie.

    Oltre ai passaggi di cresta del colle di Morro, sopra alla “Croce di Bovara” (o “Croce Alta”) e sopra all’Alvanischio, interessanti per il panorama della valle, è spettacolare anche l’opera muraria nel versante sud del colle di Morro. Qui la ripidissima costa ha richiesto un alto muro di sostegno dell’acquedotto e della strada soprastante.

    Purtroppo, per allargare la strada tra gli oliveti, onde permettere un transito più agevole agli automezzi, l’acquedotto è stato sventrato in più punti. Numerosi altri crolli hanno aperto buche lungo il percorso, ma il danno maggiore fu causato negli anni ’70 dal nuovo tracciato della strada provinciale a monte di Trevi che in località S. Antonio, sotto il cimitero, ne ha distrutto il tratto maggiore.

    Ai lati dell’edicola, misero avanzo della “Cappelletta” sulla strada del cimitero, si possono notare due tratti della parete interna dell’acquedotto.

    Il primo tratto della strada dei condotti, da Trevi fino alla serra del Fosso dell’Eremita, veniva percorso dalle processioni che, nel giorno di Pentecoste e nei due giorni successivi, da Trevi e dalle frazioni a nord si recavano al santuario di S. Arcangelo, ora raggiungibile in auto con la strada sterrata che sale da Bovara.

    Lo stesso tratto di strada, ora sempre più malagevole, è parte del “sentiero degli Olivi”, da Assisi a Spoleto.

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    085

  • Creatività – performance

    SABATO 4 DICEMBRE 2004

    SALA CONFERENZE DI S.FRANCESCO – Complesso Museale di Trevi

    Ancora due lacrime sintesi conclusiva sulla mostra itinerante del Perugino, divin pittore

    Trevi, Chiesa Madonna delle Lagrime, Visitazione dei Magi di Pietro Perugino

    Tempo: dopo la chiusura della mostra itinerante sul Perugino divin pittore

    Luogo: all’interno della chiesa della “Madonna delle Lagrime”, davanti all’affresco del Perugino

    Personaggi: Il Perugino nel ruolo di se stesso e Corinna, operatrice museale, nel ruolo di sé stessa

    Si accende la luce sul palco ed entra Corinna e in silenzio comincia a staccare i manifesti della mostra del Perugino.

    Subito entra il Perugino e…..

    P. perché tanta fretta?

    C. La mostra è finita.

    P. Ma il mio affresco è ancora lì, che parla con voi.

    C. Parlare, sarebbe bello parlare con lei!

    P. E perché no! Siediti …

    C. Questa mostra su di lei e le sue opere è stata molto interessante e veramente molto bella, piacevole. Ho avuto l’opportunità di studiare a fondo i suoi dipinti, la sua vita, ed è stata un’esperienza entusiasmante anche se a tratti faticosa.

    P. In effetti è stato stancante anche per me, soprattutto questo ripercorrere la mia vita in maniera così intensa … le persone che si sedevano e si beavano davanti alle mie opere, mi hanno ridato nuova vita … le persone che si avvicinavano per scrutarne i dettagli, osservare i colori, studiare le linee, hanno dato nuovo valore alle mie fatiche.

    C. Le ha dato soddisfazione questa mostra itinerante?

    P. Si, immensamente! Ho un’unica paura ora che la mostra è finita: quella che l’interesse, finora tenuto alto, sulla mia persona e sulla mia arte si spenga nuovamente. Desidero che questa mia rinascita venga utilizzata per non essere mai più dimenticato e sottovalutato.

    C. Mi pare di capire che l’essere ricordato è per lei di fondamentale importanza?

    P. E’ l’immortalità. Devi capire che per un’artista l’immortalità è l’eternità che è dentro ogni sua opera, e per questo lavora e sacrifica tutta la sua vita, non è solo passione. Baratta la sua vita terrena con una vita eterna.

    C. Molti hanno criticato il fatto che lei ripetesse i suoi personaggi e gli schemi compositivi.

    P. Lo so! Purtroppo questo è accaduto anche a mio tempo. Durante l’apprendistato a Firenze nella bottega del Verrocchio, nel 1470-73 ci è stato insegnato a realizzare ed utilizzare i cartoni a spolvero ( queste sagome a grandezza naturale di personaggi e decori, utilizzati per realizzare nel minor tempo possibile il disegno sull’intonachino fresco e garantire quindi velocità nell’esecuzione). Talmente belli erano i miei cartoni, che i committenti li hanno richiesti e pagati per anni. Ad un certo punto, si sono stancati, quello che prima gli piaceva, non piaceva più e quindi mi hanno abbandonato.

    C. Dalle “Vite…” del Vasari, risulta che lei era una persona avida ed anche burbera, se non antipatica addirittura.

    P. Tanto per iniziare, personalmente credo che il Vasari si debba ritenere fortunato, del fatto che io non abbia scritto della sua vita. Proseguendo, se fossi stato poi così avido e venale come attesta il Vasari, non sarei morto da solo, nella sacrestia della piccola chiesa di Fontignano, al lume di una candela, nel 1523. Sono stato per tutta la vita un instancabile lavoratore ed un ottimo organizzatore, sono riuscito a tenere due botteghe aperte contemporaneamente, lavorando ed insegnando ai miei allievi, allievi della levatura di Raffaello, gli ho insegnato la tecnica del chiaro/scuro e dell’ombreggiatura. Lui era un ottimo allievo, anche se nel momento in cui ho perso il mio prestigio mi ha abbandonato per seguire Michelangelo. Ho avuto allievi come lo Spagna, molto bravo. L’allievo migliore che ho avuto è stato Andrea d’Assisi, detto l’Ingegno. Mi commuovo ancora quando penso a lui.

    C. E’ rimasto cieco, vero?

    P. purtroppo sì, è stato costretto ad abbandonare la pittura ancora giovane.

    C. Tornando alle affermazioni del Vasari…

    P. E’ necessario dire, come è noto, che io personalmente, al Vasari ero antipatico, anche se in molti passi sulla mia vita è stato costretto ad elogiarmi. Secondo me, la mia immagine di persona, da questo testo ne esce deformata, perché non c’è stata la volontà di descrivermi e capirmi come personaggio inserito in quel periodo storico e circondato da colleghi di lavoro eccelsi e molto furbi.

    C. Va bene, ma non polemizzi su tutto!

    P. Sei forse una discendente di Giorgio Vasari ?

    C. No, ma forse lui ha semplicemente riportato l’immagine che lei dava di sé.

    P. Non ho lavorato una vita intera per far si che tu e i tuoi contemporanei mi riteneste un simpatico burlone, ho dato l’anima per essere ricordato come uno dei più grandi pittori e maestri del Rinascimento italiano.

    C. Comunque, secondo me, lei è un iracondo.

    P. Non è affatto vero!

    C. Ne è sicuro?

    P. Sì! E non darmi del lei, mi fa sentire vecchio.

    C. Scusa Pietro!

    P. Bé! Pietro, forse è troppo confidenziale, in fondo ho qualche anno più di te. E’ sufficiente che mi chiami Maestro.

    C. Va bene, Maestro, comunque sta tergiversando e non mi ha ancora risposto.

    P. Hai ragione! Questa “venalità” che esce fuori dalla narrazione della mia vita è dovuta al fatto che io, spesso ho denunciato chi non mi dava quanto pattuito in danaro. Io sono stato una persona onesta e giusta nel lavoro, quindi ho ritenuto opportuno, utilizzando delle mie conoscenze, esigere quanto pattuito all’inizio dei lavori. Non è stata pignoleria, la mia, anche perché spesso mi sono ritrovato a lavorare in cambio di una zuppa e un letto di paglia, come mi è successo a Cerqueto quando affrescavo il S. Sebastiano nel 1478.

    C. Allora, nonostante tutto, non ha vissuto una vita di agi?

    P. Assolutamente, anzi, contandole, nella mia vita ho avuto più periodi di ristrettezze, che di opulento benessere.

    C. Mi parli di sua moglie.

    P. Chiara, … Chiara Fancelli. L’ho sposata nel 1493, era veramente molto bella, era più giovane di me. Con tutti i lavori che ho fatto … il mejo maestro d’Italia (scriveva appunto il Vasari), ed io, il mejo maestro d’Italia, non sono riuscito a dare una casa confortevole a questa donna….lei mi ha dato 5 figli, io non sono riuscito a starle vicino, come avrei dovuto, nemmeno quando lei è morta di tisi … A volte, le acconciavo i capelli per poter studiare le acconciature e riproporle nei personaggi femminili dei miei dipinti, era una forma d’arte … ed era una sensazione piacevole.

    C. Nel 1494, prese il potere il Savonarola, un potere teocratico.

    P. Che periodo terribile! Abbiamo dovuto cambiare la maniera di rappresentare le figure nei dipinti: le madonne più austere, senza acconciature ricercate e con abiti larghi e semplici nella fattura……(scuote la testa). Per esempio, il ritratto di Francesco delle Opere, l’ho dovuto dipingere con le mani in primo piano, non perché mostrasse il cartiglio, ma perché attraverso le mani si poteva dare un’interpretazione psicologica del personaggio ritratto.

    C. Interessante!

    P. Ho fatto molte cose interessanti ed alcune superlative, come gli affreschi al Collegio del Cambio a Perugia, nel 1500….(momento di auto-compiacimento), gli affreschi nella Cappella Sistina, dei quali ho diretto anche i lavori, nel 1480-82. Lo studio sul paesaggio e sulla prospettiva, lungo ed impegnativo, per riuscire ha dare armonia compositiva tra questi due elementi. I volti e le figure devozionali dei miei dipinti con i quali ho realizzato i miei cartoni , sono stati ottenuti dopo innumerevoli studi attraverso altrettanti disegni. Ho inserito e creato delle innovazioni compositive nei miei dipinti. L’idea di mettere la Madonna seduta con il bambino, in piedi su di un ginocchio, è stata mia. La pittura per me, non è stata più semplice trascrizione della bibbia in immagini, ma ho voluto trasmettere delle emozioni, non più delle nozioni. Ho creato un dialogo sereno, tra le figure e l’osservatore. Dopo anni di studio, quindi, ho tolto tutti gli elementi di distrazione dalle mie composizioni, accennando appena il paesaggio, pur lasciandone la profondità, al fine di dare la sensazione all’osservatore di poter andare oltre al limite visibile.

    C. Un’ultima curiosità Maestro: lei era ateo come si suppone?

    P. Lo sai, non me lo ricordo più.

    C. Lei è molto furbo Maestro. Vuole aggiungere qualcosa, su questo affresco in particolare?

    P. Si, è proprio il caso: quello che mi ha dato maggior fastidio è che un affresco maturo, dove al suo interno ci sono le linee essenziali di uno studio continuo ed ininterrotto, di un’essenziale visione dello spazio, di un tratto di colore quasi impressionista, di straordinaria luce nei colori, risultato di esperienza e ricerca frutto di tutta una vita, venga spesso considerata opera ripetitiva e povera di un vecchio stanco e malato.

    C. Grazie di tutto Maestro, è stato istruttivo e piacevole parlare con lei.

    P. Lo credo bene! Grazie Corinna, grazie a te e a tutte le persone che mi hanno riscoperto, illustrato, studiato e analizzato, ma soprattutto a quanti hanno contribuito a farmi conoscere in maniera più attenta e meritevole nel mondo. Sono stato contento di aver rivisto tutte le mie opere riportate a nuova vita da professionisti e appassionati.

    C. Grazie a lei Maestro.

    P. Io ora me ne vado, vi lascio le mie opere, la mia eternità, attraverso di esse io continuerò a vivere e nel contempo ad essere testimone di un periodo d’immensa luce per l’Italia e l’Europa: il Rinascimento. Non dimenticatelo mai!

    C. Arrivederci Maestro!

    P. Arrivederci!

    _____________________________________________________

    Si ringrazia per la partecipazione straordinaria : Franco Gentilucci nel ruolo del PERUGINO, divin pittore.

    PERUGINO, il divin pittore

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  • Casa Pagliochini

    Casa Pagliochini

    Fa bella mostra di sé all’angolo sudovest di piazza Garibaldi.

    É ricavata dall’ampliamento di un vecchio torrione, per cui all’epoca della sua costruzione era praticamente sul vecchio muro di cinta. Ora, dopo l’abbattimento di quel tratto di mura e della ottocentesca Porta Pia, è in posizione centralissima.

    Colpisce immediatamente perché decorata in stile liberty dall’allora proprietario Alberto Pagliochini, professore di disegno e pittore manierista che decorò anche l’abside della ricostruita chiesa di Sant’Emiliano. Alla sua poliedrica abilità si deve anche l’elegantissima tettoia in ferro del portale.

    Trevi, Casa Pagliochini
    Trevi, Ex torrione
    Trevi, Porta Pia - interno
    Trevi, Porta Pia - Esterno
    Le varie fasi della trasformazione tra ‘800 e ‘900 Sono ancora visibili le mura medievali e la ottocentesca PORTA PIA

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  • Casa Palmucci

    Casa Palmucci

    (ora Brizi)

    L’edificio, all’inizio di via della Piaggia, già via della Porta del Cieco, prospetta sulla via Fantosati, già Strada Nuova. In quel punto l’antica viabilità venne modificata nel 1875 quando fu tracciata completamente ex novo una strada più acclive per congiungere il centro storico alla stazione ferroviaria, collegamento necessario per poter trasportare i più pesanti carichi che avevano modo di giungere fino a Borgo Trevi con la nuova strada ferrata. Fu aperta anche la relativa Porta della Strada Nuova o Porta Nuova e furono abbattute molte casette a schiera rispettando però l’edificio di cui trattasi e il dirimpettaio palazzo Gizzi.

    L’architettura dell’edificio è sobria e semplice.

    La facciata mostra al primo piano tre belle finestre in pietra, arcuate architravate, databili ai primi del Cinquecento. Sono gli unici elementi che possono essere ricondotti alla costruzione originale. Manca il portale, che dovrebbe essere stato non meno curato delle finestre e di una considerevole altezza, infatti le finestre, equidistanti, sono spostate verso la destra di chi guarda la facciata, proprio per fare spazio al portale che con la sommità dell’arco doveva arrivare all’altezza del davanzale.

    L’imponenza del portale originale è testimoniata da uno stemma in pietra sito a quasi due metri sopra la porta attuale. Raffigura una mano destra che tiene un ramo di palma; un cartiglio sottostante reca incise su due righe il nome del primo proprietario:

    RAIMVNDVS
    PALMVTIVS

    Un altro stemma più in basso, a due metri dal piano stradale, partito semitroncato, della famiglia Toni è palesemente riportato e d’ignota provenienza.

    L’interno ha subito più rimaneggiamenti in epoche imprecisate.

    * * *

    Trevi, casa Palmucci, Stemma

    Dalle memorie edite non è dato rilevare la data della costruzione ma si possono attingere notizie che fanno comprendere lo stato sociale dell’antica famiglia proprietaria e in particolare di molti suoi membri nell’arco di oltre due secoli.

    Un fatto abbastanza importante è che in casa Palmucci esisteva l’allaccio all’acquedotto pubblico per l’alimentazione della cisterna. Tale privilegio era accordato dal Comune ai conventi e monasteri e a pochissime famiglie private, che mai superarono il numero di dieci.

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    699

  • Casa Paolelli

    Casa Paolelli

    (ora Quadrelli)

    Pagina in elaborazione

    Sorge nella Piaggia a monte della chiesa del Crocefisso, sulla via omonima

    É caratterizzata da un bel portico e una graziosa loggetta verso est

    Recentemente (2009)vi è stata rinvenuta una lastra tombale erratica (Inedito 2010)

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    Note

    1)

  • Casa Paolelli Lapide Primadea Approvati

    Casa Paolelli

    (ora Quadrelli)

    Lapide Primadea Approvati

    L’epigrafe fu notata solo alla fine degli anni novanta, nello spostare della mobilia dagli scantinati dell’ex Palazzo Paolelli, oggi proprietà Proietti-Quadrelli, sito nella Piaggia di Trevi tra il convento di Santa Lucia, la chiesa del Santissimo Crocifisso e la sconsacrata Santo Stefano. Da subito parve evidente il pesantissimo degrado che affligge il manufatto. Estesa, infatti, è la superficie della lastra erosa da un fenomeno chimico di gessificazione, che ne ha reso quasi illeggibili diverse lettere; pecca che si aggiungeva a quella ben più grave della parzializzazione dell’epigrafe, menomata della parte destra, cosa che restituisce noi un testo quantomeno sibillino.

    Trevi -Casa Paolelli - Epigrafe

    Procedendo con ordine le dimensioni della faccia iscritta sono 14.5 cm per la base minore, 33.5 cm per l’altezza e 20 cm per la base maggiore. Il lato destro, quello della frattura, dal profilo obliquo, denota i resti di un foro circolare (circa 4 cm Ø) dove si inseriva un perno in ferro di cui evidenti sono le tracce d’ossido. L’epigrafe doveva grazie a questo ancorarsi ad una muratura dove restava esposta, dando per scontato che l’attuale locazione sia stata attuata in epoca successiva, quando la lastra, trapiantata dal proprio contesto originario, risultava per le suddette ragioni già danneggiata. Lo spessore lapideo è variabile tra i 7 ed i 16 cm, ma le irregolarità potrebbero essere state apportate per adattare l’epigrafe alla nuova locazione. E’ ragionevole pensare che originariamente lo spessore fosse di proprio 15-16 cm, come si evince da una piccola porzione rimasta nella parte inferiore, rifinita nella superficie a differenza del resto frastagliato a bozze irregolari.

    Sono leggibili sei righe di testo, di cui le prime quattro con altezza delle lettere pari a circa 4 cm, 4.3 circa per la quinta e 2.5 cm per la sesta, limitata ad un solo simbolo grafico superstite. Interessanti sono le due abbreviazioni “medievaleggianti” alla prima e alla terza riga, dove i caratteri si riducono ad un’altezza di appena 2.2 cm e 1.8 cm. La grafia è ben accurata e si avvicina notevolmente alle qualità della maiuscola capitale latina. All’occhio del profano lo stile grafico data l’epigrafe ad epoca rinascimentale. Il testo a noi pervenuto è espresso forse meglio, nei grandissimi limiti di abilità grafica dell’autore, tramite il sottostante rilievo interpretativo, dove in grigio vengono segnalate le zone deterioratesi ad oggi.

    La già impegnativa opera di traduzione, date le lacune, si era dapprima rivolta all’ambito della lingua latina, e alle relative abbreviazioni convenzionali. Ben presto mi accorsi di quanto fosse cosa vana. I primi sospetti vennero con la seconda riga, dove il leggibile MOGI(…)/MOGL(…) risultava incomprensibile nel panorama dei termini del latino classico e medievale. Un passo avanti fu il nesso trovato tra la terza e la quinta dove A(…) FRA(…) LAM(…) aveva un suono troppo simile a quello dell’epigrafe scomparsa e segnalata da Franco Spellani, circa un Anton Francesco Lambardi, vissuto a Trevi nella seconda metà del XVI secolo. L’epoca concordava con le caratteristiche del testo ed era un plausibile punto di partenza; il resto tuttavia restava assolutamente intraducibile. Ma cercando informazioni su Lambardi, Durastante Natalucci e la sua Historia vennero in soccorso. Così alla pagina 1046 lo storico trevano menziona la biografia di questo personaggio citando il Dorio: “Anton Francesco di Pierfilippo Lambardi e di Cristina Valenti (…) il quale, divenuto avocato della sua patria(…) occupò poscia fuori dalla medesima diverse cariche ed officij, giusta al riguardo [che] ne da il Dorio (…) con il seguente tenore: “(…), Juris V.D., fuit prelegatus Viterbij et patrimonij in Tuscia sabtus d. card. De Rodolfis, fuit gubernator civitatis Interamnae, Reatinae et Ameriae, Beneventi ac Ravennae; ac intimus familiaris Pauli 3; ac eius super intendens in alma Urbe, in quo tribunali etiam cardinales audiebat et promotores fiscales creabat . Exercuit plura gubernia in Ascolo, Firmo et pluriubus alijs civitatibus.Venne dichiarato il 1573 nobile spoletino(…)”. Ed ancora si sofferma sulla vita privata, facendoci un bel regalo, a pagina 1047: “ Ebbe come consorte Primadea di Cristofaro Approvati (Andreangelus Marius in rog. Dotis 1523 et Ant. Lelius in test. Primadeae ad an. 1580).

    Ora finalmente tutto era chiaro e si poteva trovar giustificazioni al PRI(…) della prima riga e a quello che potevamo disambiguare come MOGL(…) alla seconda: PRIMADEA MOGLIE. L’enigma diventava molto più limpido: la lapide era relativa alla moglie di Anton Francesco Lambardi Primadea ed il testo epigrafico era redatto in volgare, non in latino, cosa quantomeno singolare per un epitaffio di quell’epoca e fonte di parte delle difficoltà di traduzione. Restava ancora insoluto il significato delle due abbreviazioni. MSRE potrebbe tradursi con “messere” o meglio “mesere”, come d’altra parte Lambardi appare definito a pagina 523 della “Historia”. Per quanto riguarda MA ,il Lexicon Abbreviaturarum di A.Cappelli segnala a quella voce il significato di Madonna nello stesso XVI secolo, ma col significato di “signora” potremmo altresì leggervi madama o messera. Se così non fosse potremmo invece immaginare che sia l’abbreviazione di un nome proprio di persona, forse Maria, che ben si sposerebbe con l’insolito Primadea. Dalle sparute informazioni che Natalucci traccia sulla donna, non è possibile provare quest’ipotesi. Per quanto riguarda l’ultima riga, di minori dimensioni, potrebbe essere una formula lapidaria di conclusione. Il sospetto è che riguardi ancora Anton Francesco Lambardi, che predomina sulla figura della moglie, ricordata solo per esserlo stata. Potremmo così completare quella I superstite con una V ed una D, dato che così viene definito in abbreviazione Lambardi in più pagine dell’opera di Natalucci. Traducesi I.V.D. come iuris utriusque doctor . Ciò non toglie che, altrimenti, potrebbe trattarsi di formule relative alla spesa affrontata o espressioni di cordoglio piuttosto diffuse in ambito lapidario.

    Il testo integrale ipotizzato è dunque

    MA P R I M A D E A

    M O G L I ED E

    M SRE A N T O N

    FR A N C E S C O

    LA MB A R D I

    IVD

    E’ un po’ triste che la memoria della signora Primadea passi alla storia senza un cognome, senza una nota connotativa che non sia il suo essere stata moglie. Alla figura del marito spetterebbero, se la traduzione proposta fosse corretta, quattro delle sei righe e di Primadea, se non fosse per Natalucci, ci resterebbero cinque lettere incomprensibili e consumate.

    Circa l’epoca di esecuzione, Natalucci ci informa che Primadea stabiliva le proprie volontà testamentarie nel 1580, così è ragionevole pensare che l’epigrafe si dati in quel frangente storico. Sul perché, come e quando sia finita in Casa Paolelli non ci è dato sapere, dato che non sembra sussistere nessuna relazione tra i Lambardi o gli Approvati ed i vari proprietari susseguitisi nella dimora (dopo i Paolelli si succedettero gli Stocchi, gli Zappelli, i Maurizi ed infine gli attuali proprietari). La posizione nell’edificio dove venne collocata era assolutamente marginale per giustificare la volontà di esporre il testo, peraltro incompleto. Tuttavia la mutila epigrafe era murata nel senso di lettura, in una posizione irrazionale se fosse stata riutilizzata come semplice materiale edile, con il lato lungo in verticale. E’ probabile che qualcuno, in epoca relativamente recente, abbia deciso di portarsi a casa un pezzo antiquario invento chissà dove, di cui magari ignorava origine e significato. Sull’originaria collocazione si può citare il solito Natalucci quando ci informa che i Lambardi avevano la propria sepoltura di famiglia in San Francesco a Trevi.

    Testo, foto e rilievo grafico: Stefano Bordoni

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    Note