L’ordine dell’uscita della processione, codificato da tempo immemorabile, viene rigorosamente rispettato anche oggi, sia pure con continue, parziali modifiche dovute alla scomparsa di antiche corporazioni o attività e alla nascita di nuove.
Terminati i “Primi Vespri”, dopo l’incensazione della statua, comincia l’uscita dalla chiesa dei vari partecipanti, chiamati ad alta voce da un lettore, incombenza questa che di solito viene affidata ad un anziano poiché i giovani si alternano a portare la statua.
Certamente, questa fase della cerimonia era ancor più suggestiva in assenza di amplificazione sonora, quando era indispensabile che l’annunciatore avesse una voce possente.
Fino all’ultimo dopoguerra l’incarico era affidato a Ugo Perugini, soprannominato Ciòmici (vocabolo d’ignoto significato!) Gli succedettero Carlo Zenobi e Gastone Cecchini negli anni ’90
Sono numerose le presenze di creativi di fama internazionale che hanno scelto l’Umbria come ambiente di riposo e di residenza. La nostra regione è stata eletta dalla creatività per rigenerarsi.
Obiettivo di questa mostra è di far acquisire al visitatore, una sufficiente conoscenza della scenografia cinematografica per meglio capire la professione dello scenografo oggi. Sarà una mostra EDUCATIVA, con la funzione primaria di ISTRUIRE il fruitore sul procedimento di realizzazione di una scenografia creata per il cinema; partendo dall’ideazione, raccontata ad “arte” dai bozzetti preparatori, basi indiscusse di questo processo tecnico e creativo, il cui risultato è la scenografia cinematografica. Fine ultimo della mostra è quello di permettere a tutti di apprezzare un film sotto il profilo tecnico, qualitativo e creativo.
PRODUCTION DESIGNER
L’EMINENZA GRIGIA
DEL CINEMA
PROPOSTA, COORDINAMENTO E CURATELA: Corinna Angelucci
Bruno Rubeo è nato a Roma il 26 Ottobre 1946.
Frequenta la nuova “scuola statale di cinematografia” (nuovo ramo del liceo artistico), dove si diploma in scenografia.
Inizia la sua carriera cinematografica in Italia lavorando con il mago degli effetti speciali Carlo Rambaldi, e in seguito fa animazioni per documentari scientifici per Riccardo Paladini.
Nel 1968 si trasferisce a New York,dove lavora nel mondo della pubblicità e della pittura.
Dopo qualche anno si trasferisce a Toronto, dove disegna scenografie, dirige alcuni spettacoli televisivi e realizza spot pubblicitari per “City TV”, la stazione, in quel momento considerata più progressista in nord America.
Tre anni dopo lascia “City TV” ed inizia a produrre e dirigere documentari didattici fino al 1980; in quegli stessi anni apre “Ariel computer production”, uno studio grafico con l’utilizzo del primo computer al mondo per la grafica ad alta risoluzione per audiovisivi.
Nel 1983 accetta l’offerta di realizzare le scenografie per il film “Spring fever” che lo riportano all’origine dei suoi studi scolastici e gli consentono così di tornare alla sua passione: la scenografia cinematografica.
Negli anni Ottanta si trasferisce finalmente a Los Angeles dove collabora nuovamente con Rambaldi per la realizzazione di “Conan il distruttore” e “Dune “(entrambi nel 1984), coordinando il lavoro di animazione delle creature meccaniche.
Nel 1985 inizia una fruttuosa collaborazione con Oliver Stone con il quale realizza 4 film.
Nel 1989 ottiene la nomination al Premio Oscar per la scenografia del film “A spasso con Daisy” In seguito a vari film con differenti registi, incontra Taylor Hackford, con cui realizza, altri 4 film di successo.
Oggi Bruno Rubeo vive in Umbria, in una bella casa del ‘500 a Trevi, e continua a collaborare con registi internazionali, lontano dall’Italia.
Filmografia
SPRING FEVER- FEBBRE DI PRIMAVERA -Scenografia 1983
TREASURE OF THE MOON GODDESS– IL TESORO DELLA DEA DELLALUNA Scenografia 1984
SALVADOR – Scenografia 1985 PLATOON – Scenografia 1986 BLOOD RED – ROSSO SANGUE –Scenografia 1987
Chiesa di S. Apollinare – 3 epigrafia e archeologia romana
Nella sua costruzione furono riutilizzate una ventina di grosse pietre squadrate provenienti da uno o più monumenti classici in rovina. Su quattro di esse rimane incisa un’antica iscrizione la quale contiene un numerale molto alto e pertanto, pur non essendo una rarità, può essere considerata interessante per l’epigrafia latina.
Spigolo sudovest con grossi blocchi romani. L’iscrizione è contenuta nella pietra in basso.
Nel riutilizzo l’epigrafe è stata smembrata. Tre frammenti sono stati rimessi in opera nella facciata e uno nella parete sud, vicino allo spigolo ovest. L’iscrizione più lunga, in cinque righe, sta nella parte destra della facciata, vicino allo spigolo sud. Vi si legge:
L .VILIUS . C . F. SIBI C . VILIO . C . F . PATR C . VILIO . C . F . FRATR BERIENAE . C . F . MATR FY . HS D) ¥ ¥ ¥
Le prime I di VILIO sono più alte delle altre lettere, così pure l’asta della D dopo HS (= sesterzi) nell’ultima riga.L’ultima parola della penultima riga ha la T e la R molto danneggiate. La prima parola dell’ultima riga potrebbe essere stata EX, ridotta a FY da una scheggiatura in basso tra le due lettere. Un’altra riga, quasi completa, si trova sullo stipite sinistro della porta. Potrebbe essere l’ultima riga dell’epigrafe, con molte lettere incomplete nella parte superiore. Vi si può leggere:
ARBITRATVI . MATRI[s]
Altro frammento si trova sulla sinistra della facciata vicino allo spigolo nord. Vi si scorgono le lettere:
TI C
La C potrebbe anche essere una O scheggiata.
Infine nello spigolo ovest della parete sud si possono identificare le parti inferiori della O e di quattro I. Secondo alcuni autori (C.I.L. 4938) potrebbe essere …O IIII (il numero 4), mentre secondo altri (Sansi) la pietra è stata posta sottosopra e vi si dovrebbe leggere VILIO.
Si tratta di un’iscrizione sepolcralee questa potrebbe essere la traduzione: LUCIO VILIO, FIGLIO DI CAIO [costruì, dedicò questa tomba] A SE’, A CAIO VILIO, FIGLIO DI CAIO, PADRE, A CAIO VILIO, FIGLIO DI CAIO, FRATELLO, A BERIENA, FIGLIA DI CAIO, MADRE, CON (?) SESTERZI 8000 PER (?) VOLERE DELLA MADRE.
La traduzione delle ultime due righe è approssimata.
Si riporta di seguito la scheda del C.I.L.
Ma la particolarità più interessante di questa chiesa è la sua ubicazione che ci aiuta a identificare l’incrocio di due strade che dalla preistoria fino all’età moderna furono tra le più importanti di questo ramo della valle da sempre controllata da Trevi.
La strada che dalla Bruna porta a Faustana (ormai da troppo tempo interrotta per una presunta lesione del ponte sul Marroggia) è un percorso naturale, serpeggiante tra i pantani frequenti nella stagione piovosa. Un tempo scorreva al limite settentrionale di un magnifico bosco, tanto imponente che gli antichi abitatori della valle lo consideravano sacro e questa loro venerazione vollero codificare con la più antica legge italica che ci sia pervenuta. La legge del bosco, scolpita nella pietra, è tornata alla luce dopo 2200 anni in due esemplari, ritrovati nel 1876 e nel 1913 a S. Quirico e a Picciche.
La strada collega gli antichissimi tracciati di valico ai due lati della valle. Vi fanno capo a ovest e sudovest gli antichi itinerari che attraverso le selle dei monti Martani raggiungevano l’altro ramo della via Flaminia e dalla parte opposta, a nordest, Trevi e le strade che la congiungevano alla valle del Menotre e alla Via della Spina.
Si possono ancora identificare molti degli antichi tracciati. Dalla Bruna si dipartono strade per Colle del Marchese e Bastardo, lungo l’alto Rovicciano per Montemartano e il Passo di Acqua Canale, per Terzo S.Severo e il valico di Casetta S.Severo fino all’altro importante nodo stradale di Massa Martana Stazione, infine per S. Martino in Trignano verso Acquasparta o verso Portaria e Carsulae lungo la Strada delle Pecore percorsa dai transumanti fino agli anni Cinquanta. Alla Faustana faceva capo l’antica strada dei Molini, un tracciato di cresta che attraverso il colle di Bovara (o di S. Eleuterio o anche Colle della Viola) e Morro serviva agli abitanti della montagna per raggiungere i molini sul Clitunno; ma più importante era la strada che proseguiva fino a Trevi, antichissimo abitato umbro, poi castrum romano. Trevi fu per tutto il Medioevo un importante centro commerciale, tanto che fino al ‘700 veniva chiamato il porto secco. Per la sua posizione sul colle, che tra i contrafforti del monte Serano è il più proteso verso la valle, era il punto di incrocio tra le strade della valle e quelle che, attraverso i valichi dei monti retrostanti, comunicavano con la Via della Spina. Si possono ancora individuare: la strada per Pettino, la strada per Le Casette e Cammoro, la strada per Ponze e Orsano e infine la strada per Ponze, Cancelli, Casenove e La Marca. Inoltre alla Bruna passa la strada romana Spoleto – Montefalco – Bevagna – Perugia che nell’alto medioevo veniva chiamato iter rectum, l’itinerario più breve che congiungeva la capitale del Ducato con il corridoio imperiale Roma-Ravenna e a Faustana passa l’antica via pedemontana che fu uno dei diverticoli della consolare Flaminia.
Proprio nei pressi di S. Apollinare la strada La Bruna-Faustana incrociava il più antico tracciato della via Flaminia, tanto antico e da tanto tempo abbandonato che se ne era persa memoria. Fino al 1965 si sapeva che l’antica Flaminia scorreva rettilinea da Spoleto a Pié di Beroide, da dove deviava poi a nordest, verso Trevi, per portarsi a scavalcare il Clitunno al ponte di Faustana. Solo in quell’anno, in un saggio diventato ormai un classico.1, dall’esame delle fotografie aeree fu individuata la traccia di un’antica strada che da Pié di Beroide proseguiva in linea retta lungo il fosso La Viola fino a Pietra Rossa dove sorgeva l’antica “Trevi del Piano”. Questo ipotetico tracciato fu forse adoperato in alternativa all’altro quando lo permettevano le condizioni del fondo valle, spesso inondato dal Marroggia e fino a quando la palude non si riappropriò del terreno. Ma, sebbene chiaramente rivelato dalla foto aerea, come affermato dal suo scopritore, aveva bisogno di una concreta conferma sul terreno. Una prima conferma ci può venire dalla toponomastica, poiché il fosso La Viola può essere stato così chiamato perché scorreva in prati ricoperti di fiori di tal nome, ma sembra più probabile che venisse chiamato Fosso della Viola perché scorreva vicino ad una strada minore ormai in disuso. Infatti il suffisso –ol(us) (al femminile –ola) forma il diminutivo, nella lingua latina come nella nostra e pertanto viola potrebbe essere stato usato come diminutivo di via, sostantivo latino propriamente traducibile in italiano con il termine strada.
Ma un’ulteriore e decisiva conferma viene dal grandioso monumento sepolcrale i cui resti sono conservati nella cortina muraria di Sant’Apollinare, poiché le tombe romane giacevano lungo le strade e una tomba così imponente fu eretta verisimilmente presso una strada importante: la Via Flaminia, appunto.
Sembra quasi incredibile che questa chiesetta di campagna, di mole tanto modesta che si nota solo perché è isolata e prossima alla strada, ci riveli spunti interessanti per l’epigrafia classica e l’antica viabilità.
Il recente restauro (1980 circa), oltre che restituire al culto un luogo sacro per la testimonianza di secoli e secoli di fede, rende giustizia ad un monumento che, solitario, sta ancora a richiamare alla memoria collettiva le ormai labili tracce di millenni della nostra civiltà.
97-03-17X
Note
1)Schmiedt, Giulio, Contributo della foto-interpretazione alla conoscenza della rete stradale dell’Umbria nell’Alto Medioevo,in Aspetti dell’Umbria dall’inizio del secolo VII alla fine del secolo XI, – Atti del III Convegno di Studi Umbri, Gubbio 1965 -Grafica di salvi & C, Perugia, 1966
Si trova riutilizzata sullo stipite destro del portale, all’altezza di un metro dalla soglia.
É l’unico reperto romano esistente all’interno della primitiva cerchia di mura e nella riutilizzazione è stato molto danneggiato.
Fortunatamente esiste una trascrizione (Codice latino Vaticano 6040
“Sabiniense
“) di quando ancora l’iscrizione era completa e quindi si possono integrare perfettamente le lettere mancanti.
La trascrizione indicata dal C.I.L
.
1
è la seguente:
D M T . VARRVTIO . T . F QVIR . SABINO IIII . VIR . AED . POTEST . QVEST AERARI . SPOLETI . ITEM VIII . VIR . II VIR . POT . NVRSIAE VIBUSIA . L . F . IONICE VIRO SVO CARISSIMO FECIT CUI VIRO CONIVNX ET VIXIT CVM EO ANNIS XLII
e potrebbe essere così tradotta
Agli Dei Mani. A Tito Varruzio, figlio di Tito, della tribù Quirina, Sabino, Quattuorviro, Edile, Questore dell’Erario di Spoleto e inoltre ottoviro di Norcia con i poteri di duumviro, Vibusia, figlia di Lucio, Ionice al suo uomo carissimo fece al quale uomo fu moglie e visse con lui anni 42.
Le lettere in corsivo non sono più visibili.
Oltre che nel C.I.L., ove sono riportate tutte possibili varianti prese in considerazione dagli Autori precedenti, questa bella epigrafe è stata più recentemente riesaminata da Romano Cordella e Nicola Criniti
2
che l’hanno ritenuta meritoria dell’onore della copertina della loro prestigiosa raccolta in quanto riporta il toponimo Nursia.
Pubblicata in rete anche nel
web site
di Bill Thayer di Chicago, che ringraziamo per averci segnalato un errore di traduzione alla riga 6. Lo ringraziamo anche per averci comunicato altri siti che pubblicano questa epigrafe:
<57 seg.>Come Dio volle, quella tremenda sciagura finì; ma anche dopo l’aprile del 1945 lo spettacolo delle città devastate, le lotte fratricide, lo sbandamento morale di tanta parte degli Italiani, ci lasciarono sgomenti e irresoluti per parecchi mesi. Fu verso la fine dell’anno, quando, insieme con la volontà generale di risorgere e di affrancarsi dal clima di terrore, di ricostruire sulle generali rovine, si tornò anche a riparlare di Teatro nel nostro piccolo angolo di provincia, anch’esso provato dalla guerra. E fu davvero una reazione, direi quasi violenta, nella nostra attività, tant’è vero che dall’ottobre del ’45 al novembre del ’46 ben quattro volte facemmo riaprire i battenti al nostro caro Teatro Clitunno.
Fu il 4 novembre del 1945 che si rialzò il bel sipario del Bruschi sul primo atto della graziosa commedia di Sabatino Lopez “Sole d’Ottobre”. Il pubblico si diverti a seguire la lieve trama, per cui due maturi personaggi, rispettivamente suocero e suocera di una giovane coppia in crisi, collaborano, malgrado la loro differente concezione <58> della vita, alla riappacificazione dei due sposi e finiscono anche loro col riscaldarsi al calore di un amore autunnale ed a godere di una inaspettata se pur tardiva felicità. La signorina Italia Falasca ed io fummo i due personaggi destinati a riscaldarsi al sole d’ottobre, Carlo Zenobi e la signorina Cianfrini, ospite a Trevi, i due giovani caduti in una crisi destinata a dissolversi al sole di… maggio; ed alcuni personaggi femminili completarono il quadretto.
Preso l’aire, durante l’inverno provammo un altro lavoro di un genere tutto diverso. Si trattava di un giallo a forti tinte : “Traversata nera” di Corra e Achille, che fu rappresentato il 20 gennaio 1946. Per quanto l’esecuzione presentasse qua e là qualche incertezza, dovuta alla solita poca diligenza alle prove e nell’apprendere le parti, tuttavia si ebbe un discreto successo sia per l’attrattiva che esercita sul pubblico questa specie di spettacoli, sia per l’allestimento di una scena tutta particolare dovuta all’abilità dell’avv. Carlo Zenobi e corredata da una quantità di accessori. Si trattava di rappresentare la saletta nautica di una nave da carico inglese, con soffitto basso, oblò, mobili particolari, ed occorreva durante l’azione far sentire il pulsate delle macchine, la pioggia scrosciante, il vento, il rumore ed il fumo di un incendio ecc. Tutte cose che avevano ovviamente una grande importanza per dare agli spettatori il senso della realtà della vicenda. Oggi, dopo l’avvento della televisione che dispone di ben altri mezzi, sarebbe apparsa una povera cosa, ma per una Filodrammatica di quei tempi era già molto.
La trama era imperniata, come in ogni giallo, su di un delitto, e presentava tipi eterogenei, alcuni dal losco passato: un levantino, due donnine equivoche, un boy malese, un Lord inglese. Tutta questa gente sospettabile, <59>all’infuori di un serafico Pastore con le due ingenue figliole, viene esaminata dal comandante della nave Capitano Dixon, che appare però nei primi due atti stranamente annebbiato (si saprà poi che gli hanno dato un sonnifero). Et li conduce l’inchiesta con l’aiuto dell’ufficiale in seconda; ma una quantità d’indizi contradittori sviano le ricerche. Lia altri. drammatici episodi che costano la vita ad un altro personaggio fanno luce sulla faccenda ed il vero colpevole viene assicurato alla giustizia. lo mi cimentai nella parte del Capitano Dixon, che forse rasentava i limiti delle mie possibilità fisiche, e cercai di essere più duro possibile, specie col più duro dei personaggi cioè col Commissario Brown, impersonato da Paolo Onori, il quale aveva finalmente sottomano una parte per il suo carattere e per i suoi mezzi, ma zoppicò un poco nell’importante scena dello scontro armato col capitano Dixon, perché la sua insicurezza della parte lo costrinse a moltiplicare una serie di feroci ruggiti, in attesa che il suggeritore potesse farsi sentire e rammentargli la battuta di cui si era dimenticato. Ma il pubblico, un po’ preso dalla situazione drammatica, un po’ impressionato dalle facce feroci che avevano assunto tutti. gli attori che prendevano parte alla scena, forse non ci fece troppo caso. Comunque fu apprezzata la recitazione delle due donne avventuriere, le signorine Gabriella Bersiani e Jolanda Panfili, quella dell’avv. Zenobi, un dinamico ufficiale in seconda, e di tutte le parti di carattere, dal Commissario di bordo Paolo Onori al malese Raimondo Carelli al Levantino Giovanni Ferraro, al lord inglese, scoperto autore del delitto, Nello Giuliani.
Lo spettacolo piacque al pubblico e fu ripetuto due volte. Ad essere sincero, non fui troppo soddisfatto dell’esecuzione che rivelò qua e là qualche incertezza, come <60>ho già detto prima, ma a mia parziale discolpa dirò che fui forzato ad affrettare i tempi dall’impazienza di alcuni attori che non volevano sopportare altre due settimane di prove che avrebbero certamente migliorato l’affiatamento, l’apprendimento delle parti e reso più evidente quel clima di tensione che questo genere di lavori esige. Ma, ripeto, il pubblico, sotto l’impressione e la suspence della vicenda, non badò molto per il sottile.
Venendo a parlare del terzo lavoro rappresentato in quel famoso 1946, ho la soddisfazione di dire che fu un lavoro veramente riuscito, perché la possibilità di disporre di pochi elementi e scelti, la serietà della preparazione (salvo qualche piccolo particolare) portarono ad una esecuzione accurata e piacevole per il pubblico.
A questo contribuì anche la scelta della commedia che era: “Questi ragazzi!” di Gherardo Gherardi. Anche in questa vicenda, come in “Sole d’Ottobre” sono messe a confronto due coppie. Una coppia di giovani, diremo oggi, contestatari dell’amore e del matrimonio, appena sposati, ma decisi a liberarsi di quel matrimonio imposto dai parenti ed in modo speciale da una zia matura e di tendenze romantiche. Questa costituisce parte della seconda coppia e fin dal principio l’aspirazione di un onesto e maturo medico di campagna che trova però una opposizione tanto ostinata quanto inspiegabile per lui. La zia, che li ha allevati fin da bambini, accoglie gli sposi con gioia ed entusiasmo per la loro supposta felicità. Questi non hanno il coraggio di dire la verità, ma intanto cercano tutti i mezzi per rompere quel nodo che considerano illogico e innaturale. Le vicende dell’amore sfortunato del Dottore l’interessano e cercano di favorirlo sperando di farsene un alleato. Ma l’esperienza di un loro amico che si era insinuato presso di loro e con la scusa <61>della spregiudicatezza professata dai giovani, si mette a fare la corte alla sposa, ed in più l’aria di famiglia, la vicinanza giornaliera, portano la coppia a riconsiderare la loro posizione ed ad assumere un atteggiamento più umano e conseguente. La conclusione è felice : finalmente la Zia si accorge della vanità di certo sogno romantico che l’aveva accompagnata per tanti anni della sua vita, e riesce ad accettare l’idea di un matrimonio col Dottore sempre disponibile, non innamorato, come dice lui, ma disposto a volerle bene per tutta la vita. E sono le prime tenerezze che si scambiano questi due non più giovani fidanzati che fanno esclamare ai due giovani sposi, ormai riconciliati : “Questi ragazzi!”. Così il contrasto fra due generazioni si attenua in una benevola comprensione.
Ormai la signorina Falasca ed io non eravamo più nuovi nella parte degli innamorati maturi, Quanto alla Falasca, la parte della zitella romantica, che conserva un medaglione che le ricorda un amore immaginario, fu delineata in modo spontaneo e piacevole; forse fu una delle sue migliori interpretazioni. Anche la mia parte, che non presentava grandi difficoltà, mi parve di renderla verosimile e simpatica. Altrettanto bisogna dire degli attori che rappresentavano la giovane coppia. Mia moglie, alla quale affidai la parte di Giovanna fu all’altezza della situazione. La sua snella figura ed una riuscita acconciatura le permisero di rappresentare ottimamente una sposetta poco più che ventenne; fu spontanea nella sua vivacità e nella sua apparente spregiudicatezza e seppe rivelare nel momento cruciale la riluttanza ed il saggio prevalere della ragione su tutti quei progetti pazzeschi da lei escogitati per metter in atto la sua contestazione. L’avvocato Zenobi fu anche lui un ottimo Vincenzo, vivace, prigioniero della sua forma mentis, analoga a quella <62>della giovane sua sposa, ma non convinto in fondo e quindi pronto alla capitolazione finale.
Per parlare di un altro personaggio, cioè dell’amico che li seguiva nel lor bianco viaggio di nozze, impersonato da Raimondo Carelli, dovrei dire che tale personaggio, presentato dall’autore in chiave satirica, si prestava ad una recitazione spigliata, ironica, ricca di boutades, ma il Carelli, come al solito, per la sua inguaribile antipatia allo studio delle patti, mancò di vivacità in alcune scene con la giovane sposa. La commedia fu ripetuta due volte, lasciando una buona impressione sul pubblico e sugli attori.
Eravamo ormai lanciati. La carica di entusiasmo non era ancora esaurita, quindi mi misi all’opera per preparare un altro lavoro. Questa volta la mia scelta cadde su di un genere più serio, se non proprio su un dramma, su di una commedia drammatica.
Questa fu “Ombre di ieri” di Alessandro De Stefani che fu rappresentata la prima volta il 12 dicembre 1946. L’argomento si riferiva ad un episodio doloroso avvenuto 18 anni avanti durante la prima guerra mondiale. In un paese del Veneto, durante l’invasione nemica del 1917, un ufficiale austriaco usò violenza alla giovane moglie di Luigi Battelli, in quell’epoca combattente di prima linea, innamorato e gelosissimo della sua sposa. E siccome questo fatto ebbe come conseguenza la nascita di una bambina che venne nascostamente alla luce in un cascinale lontano; la sorella di lui, con un atto generoso, conoscendo il carattere del fratello per evitargli una grande sofferenza, a guerra finita al ritorno di lui gli fornì una versione dei fatti diversa dalla realtà, facendo credere a lui e a tutti che Lei stessa, e non sua cognata, fosse la vittima della brutale aggressione, e che fosse Lei la madre <63>della bambina, che allevata in casa era ormai diventata una giovinetta. Qui comincia l’azione e si prospetta una crisi. Il protagonista, che è un industriale, è in rapporti con una ditta austriaca il cui titolare ha mandato suo figlio per un incontro di affari. Questo giovane s’innamora della giovinetta e corrisposto chiede di sposarla. Ed ecco il dramma. La vera madre, sapendo che il giovane fidanzato è austriaco ed ha un nome che ricorda quello del suo aggressore, si oppone alle nozze. La cognata, messa alle strette dal fratello, che la crede madre della ragazza, e invitata a dare il suo consenso con argomenti che sempre più acuiscono il dolore della sua piaga nascosta, ha finalmente uno scatto di ribellione e le scappa qualche parola che mette in sospetto il suo geloso fratello. È la ribellione giustificata di una donna che ha sacrificata tutta la vita e la possibilità di sistemarsi per evitare al fratello la terribile notizia. Ora il marito è in faccia alla moglie; vuol sapere la verità e questa viene fuori finalmente dopo un colloquio drammatico e getta nella disperazione l’uomo a cui l’idea di quello che è avvenuto di sua moglie riesce insopportabile. Fortunatamente un amico di famiglia svela un particolare importante che contribuisce a placare l’animo agitato del protagonista; quell’ufficiale che ha usato violenza alla donna è morto pochi giorni dopo, colpito da una bomba di aeroplano caduta poco distante dalla villa cd è sepolto nel vicino cimitero. Cade così il sospetto sulla paternità del giovane fidanzato che può sposare l’inconsapevole giovinetta; si dileguano le ombre di ieri in un’atmosfera di comprensione e di pace in seno alla piccola famiglia.
Il lavoro fu seguito con attenzione ed ebbe alcune reazioni da parte del pubblico che può essere interessante ricordare in queste memorie.
<64>Una di queste reazioni interessa mia moglie che fu forse la migliore interprete della commedia nella parte della infelice sorella sacrificata. Ebbe accenti di umanità e di ribellione dolorosa per il suo avvenire desolato, per la sua falsa maternità, per la sua amara e forzata rinuncia ad una vera maternità che ormai le era stata negata per sempre. Quella scena di cui ho parlato veniva presentata ad un pubblico, il pubblico di un piccolo centro che conosceva naturalmente ogni particolare della vita reale di tutti gli attori. Spiegabile quindi la reazione alla scena in cui mia moglie, nella parte di Ida, doveva pronunciare con amarezza la frase: “Avessi almeno avuto un figlio mio!”. Il pubblico che sapeva che l’attrice nella vita reale era già madre felice di ben nove figlioli, non poté trattenere un mormorio molto significativo!
Ci fu anche un altro episodio che può essere istruttivo ricordare. Nella mia parte di protagonista al secondo atto dovevo avere una scena drammatica con Italia Falasca, a cui avevo affidato la parte di Claudia, la moglie involontariamente infedele. In quella scena dolorosa in cui la triste verità si fa piano piano strada nell’anima dell’uomo tormentato dalla gelosia, attraverso i ricordi delle circostanze del passato, io volli esprimere con una recitazione misurata, composta, tutto il dolore intimo connesso con la volontà di padroneggiarlo, un dolore espresso dal viso, con il concorso di pochi gesti e di parole dette con tono piuttosto basso, ma profondo. Ebbene, volete crederlo Mentre io soffrivo il mio personaggio in quell’atteggiamento un po’ statico che talvolta assume il dolore più profondo, odo una voce di uno dal loggione che chiama per nome uno spettatore in platea di cui erano note le disgrazie coniugali!
Al mormorio che accompagnò quel nome io gelai <65>dentro e terminai alla meglio la scena che per quella inopportuna e ineducata interruzione si chiuse con una certa freddezza. Ma fu per me una lezione dura e salutare. Capii che anch’io avevo la mia parte di torto perché non avevo saputo prevedere le possibili reazioni del pubblico, in modo speciale del pubblico del loggione. Di conseguenza alla seconda rappresentazione in quella medesima scena mi comportai in modo del tutto diverso. La mia reazione al momento cruciale della scoperta della verità fu addirittura violenta : afferrai la donna per le spalle, la scossi e le urlai faccia a faccia la mia disperazione e il mio dolore. L’applauso a scena aperta mi confermò che quella era la via che il nostro pubblico preferiva.
Non voglio dimenticare gli altri dilettanti che contribuirono al successo di questo lavoro. Fu, credo, la prima volta che Ninì Di Tomaso si presentava sulla scena e fu ingenua e graziosa nella parte della giovane Lorenzina; altrettanto bene Giorgio Cecchini, figlio di “Gigetto de Paoluccio” nella parte del giovane austriaco. Di ottimi mezzi vocali apparve dotato Gaspare Santoni, seppure un po’ freddo nella recitazione.
Così finiva l’anno 1946 che fu non soltanto l’anno più laborioso per la nostra Filodrammatica, ma vide anche nel nostro Teatro Clitunno il sorgere e l’affermarsi di un’altra Filodrammatica che presentò una serie di ben riusciti lavori in simpatica emulazione con la vecchia nostra “Luigi Biagi”. Dato che gli elementi appartenevano principalmente alle frazioni di Bovara e Borgo Trevi prese il nome de “I periferici”.
Promotori di questa nuova attività furono due bravi ed intelligenti giovani, Ugo e Mario Bonaca, figli di quel Comm. Bonaca, benemerito mecenate del nostro Teatro, che abbiamo già ricordato. Il primo di essi, Ugo, <66>aveva già recitato un paio di volte con la nostra Filodrammatica. Forniti di entusiasmo e con mezzi e tempo a disposizione e valendosi dell’amicizia di un illustre scenografo di Cinecittà, il prof. Virgilio Marchi, già prima che noi mettessimo in scena “Sole d’Ottobre”, a fine estate 1945 presentarono “La Nemica” di Niccodemi e fu un debutto che dimostrò fin da allora una seria preparazione ed un’accurata regia. Dopo il nostro “Sole d’Ottobre” eccoli ancora in scena con “Esami di Maturità” che fu una delle loro migliori presentazioni. Nella delicata commedia di Fjodor, che si svolge in un ambiente tipicamente scolastico, mi piacquero Mario Bonaca, per la sua recitazione sobria e composta nella parte del Preside, Ugo Bonaca fece una gustosa macchietta della parte caratteristica del prof. Scatola, e Giustina Bonaca che fu un’insegnante dolce e rassegnata nel suo non corrisposto amore. Piacevole la Paoletti nella veste della studentessa ingenua e spensierata.
Un’altra notevole esecuzione ebbe luogo prima della fine dell’anno con “Incantesimo” di Philip Barret, lavoro il cui significato non era facilmente accessibile alla maggior parte del nostro pubblico, ma che dimostrò ancora una volta una seria preparazione. Tanto i lavori nominati quanto quelli che vennero poi, vennero presentati in una cornice di scenari fuori dell’ordinario, da compagnia di professionisti, dato che glielo consentivano l’assistenza del prof. Virgilio Marchi e i mezzi a disposizione. Così nella famosa “Zia di Carlo”, condotta con brillante vivacità dagli attori sotto la regìa di Mario Bonaca che ne fu il principale protagonista, c’era fra l’altro un delizioso scenario che rappresentava l’esterno di una villa inglese. Ancor più interessante fu lo sfondo scenico della commedia “La famiglia Barrett” di Rodolfo Berry che fu <67>presentata nella primavera del 1946, nella quale il protagonista Ugo Bonaca ci diede il meglio di sé stesso, e tutti gli altri dimostrarono di aver raggiunto un ottimo affiatamento, muovendosi a loro agio nei decorosi costumi dell’epoca.
Proseguendo nel loro entusiastico lavoro, in agosto presentarono “Sera d’inverno” di Sigfrido Geyer ma io non la vidi perché ero assente.
Sembrava che ormai si dovessero riposare sugli allori, quando invece venne annunziata a compimento della stagione una novità, una commedia scritta dallo stesso Mario Bonaca, intitolata “E ancora un romantico…” che fu presentata il 26 ottobre di quell’anno eccezionale. La commedia pur essendo opera di un dilettante, possedeva elementi capaci di produrre buoni effetti teatrali ed ebbe un buon successo, malgrado qualche critica non benevola dovuta alle solite invidiuzze locali. L’azione inizia in pieno dramma. Un seduttore viene ucciso con un colpo di rivoltella da un uomo a cui egli aveva tolto la fanciulla amata, rovinandone l’esistenza. Poi, con una specie di dissolvenza cinematografica che richiama la commedia americana “Romance” di Edward Sheldon, viene presentato in vari quadri tutto l’antefatto : la nascita di un amore ingenuo, la seduzione, il traviamento e l’abbandono della ragazza, il ritorno di lei all’uomo che veramente l’amava ed infine il tentativo del seduttore di riprenderla e la conclusione disperata.
Un gruppo di attori bene addestrati e una cornice di decorosi scenari ideati dal prof. Marchi contribuirono al successo di questa ultima rappresentazione che i Periferici dettero a Trevi in quel periodo veramente straordinario.
Purtroppo, poco tempo dopo, uno dei due fratelli, Ugo, si trasferì a Firenze per esercitarvi la professione <68>di medico pediatra, l’altro fratello, Mario, partì per qualche tempo per l’America, dove, per strana combinazione, a New York, si incontrò con alcuni attori che avevano recitato a Trevi e che mi conoscevano.
I Periferici si produssero soltanto altre due volte nel 1949, quando il Dott. Ugo, trovandosi a Trevi in ferie, presentò con la sua regìa due lavori “Divorziamo!” di Sardou e “Baci perduti!” di Birabeau, due lavori che erano piaciuti anche a me e che avevo tentato di mettere in scena senza riuscirvi.
I due lavori, pur con qualche manchevolezza dovuta alle non poche difficoltà che presentavano, piacquero al pubblico, con la differenza che la commedia di Sardou accontentò di più la massa degli spettatori e l’altra soltanto i più raffinati.
Così si concluse il breve, ma fortunato ciclo dell’attività dei Periferici. Come vedremo in appresso però i due fratelli Bonaca si unirono ancora due volte alla nostra Filodrammatica e contribuirono validamente al successo di due importanti rappresentazioni.
Riprendiamo il nostro racconto. Dopo la tumultuosa attività dell’anno 1946, ci fu un periodo di riposo di diversi mesi: Sul finire dell’anno seguente, in occasione della festa di Santa Cecilia, il 22 novembre 1947, la Società Bandistica Trevana volle organizzare, fra l’altro, una serata musicale al Teatro Clitunno, e mi chiese di presentare un atto unico da servire da intermezzo fra la prima e la seconda parte del programma.
Fu così che scelsi “L’Anniversario” di Antonio Cecov. Un lavoro del genere esigeva un’accurata preparazione e comportava il rischio che il grosso pubblico non afferrasse il vero significato del lavoro cecoviano, scambiandolo con una semplice farsa senza comprenderne il <69>sottofondo amaro e la sofferenza espressa dai personaggi della vicenda che, pur trovandosi in situazioni comiche e ridicole, soffrono e si dibattono nel loro piccolo mondo ristretto e senza vie di uscita.
Volli perciò far precedere l’atto unico da una mia presentazione a sipario chiuso nella quale insieme a qualche notizia sulla vita e sulle opere dell’Autore spiegavo il significato dell’“Anniversario”, facendo notare come i personaggi della vicenda, mentre muovevano il riso suscitassero anche un senso di pietà per le loro sofferenze. Conclusi facendo uscire sulla ribalta uno alla volta gli attori, presentandoli in un loro atteggiamento caratteristico.
Questo mio discorsetto giovò senz’altro alla comprensione del lavoro che fu accompagnato da risate e applausi, sebbene il finale venisse un po’ compromesso dall’indisciplina di un attore. La vicenda rappresentava i preparativi dei festeggiamenti per l’anniversario della fondazione di una banca, ma i maggiori responsabili di questi preparativi, il Presidente ed un impiegato contabile, tutti e due nevrotici e malandati di salute, vengono terribilmente frastornati sia dalla moglie del Presidente stesso, ciarliera e nevrotica anche lei, sia da una postulante arcinoiosa che ripete fino all’ossessione le stesse parole di preghiera. Finisce che quando entrano solennemente i membri della deputazione per offrire una pergamena e un dono al Presidente, nella scena c’è un mezzo pandemonio: la moglie del Presidente è in convulsione sopra un divano terrorizzata dall’impiegato che fuori di sé minaccia di strangolare lei e la noiosa postulante. Questa intanto è svenuta nelle braccia del Presidente, anche lui in preda ad un attacco nervoso. L’arrivo della Commissione capeggiata dal membro anziano che doveva leggere il discorso <70>d’occasione doveva chiudere rapidamente il quadro. Nel testo era riportato un discorso di dieci righe che non era assolutamente rappresentabile, ed avevo formalmente prescritto all’attore di pronunciare soltanto due o tre parole, e al macchinista di chiudere immediatamente il sipario. Invece l’attore attaccò imperturbabile e proseguì per tutto il lungo discorso ed il macchinista si dimenticò di chiudere il sipario, mentre io continuavo a star con quella donna svenuta in braccio, e la moglie in convulsioni sul divano e l’impiegato urlava e pestava i piedi come un energumeno. Il finale fu compromesso perché la scena condotta fino allora con la massima dinamicità, divenne a un tratto insopportabilmente statica. Dovetti a malincuore ingoiare questa amarezza, tanto più che non c’era una seconda rappresentazione per riabilitarsi. Peccato perché il lavoro era stato seriamente preparato ed i quattro personaggi principali erano stati felicemente delineati: Io ero il Presidente vanitoso e debole di nervi; Loretoni Alberto, l’impiegato nevrotico; Ninì Di Tomaso, la moglie petulante e ciarliera e Gabriella Bersiani, una postulante noiosa come una zanzara e adesiva come la colla cervione.
Ormai le nostre rappresentazioni hanno ripreso il ritmo normale della loro frequenza. Passato quel periodo dell’immediato dopoguerra, con la ripresa di tutte le mie occupazioni, non mi riusciva possibile dedicare molto tempo alle prove giornaliere che perciò si dovevano protrarre a lungo, spesso per alcuni mesi.
Per la seguente rappresentazione scelsi un lavoro che avevo visto rappresentare dall’attore Aristide Baghetti e che mi aveva divertito molto per la sua esuberante comicità. Era un lavoro dello spagnolo Alvarez Seca ed era intitolato “I milioni dello Zio Peteroff”. Fu rappresentato <71>il 26 settembre 1948 dopo un lungo periodo di prove necessario per affiatare i numerosi personaggi che agivano nella commedia e raggiungere quella scorrevolezza del dialogo necessaria a questo genere di lavori.
Il titolo originale della commedia era “El ultimo bravo” cioè l’Ultimo Spaccone. Ed è veramente tale lo Zio Peteroff, il cui vero nome è Primo del Castello, uno spaccone squattrinato ma pronto ad inventare trovate e milioni esistenti solo nella sua fantasia. Infatti si spaccia per lo Zio ricchissimo del giovane Marchese de Fortuny il quale, rovinatosi nel giuoco, dopo un tentato suicidio finge per consiglio di un amico di aver perduto la memoria. In mezzo ad una complicatissima serie di bizzarre avventure, nella cornice di una strana clinica per amnesiaci, il protagonista inconsapevolmente riunisce due coppie di innamorati che non avevano trovato la via giusta per intendersi e risolve la crisi finanziaria del suo presunto nipote. Alla fine viene smascherato, ma quando sembra che stia per affogare in un mare di guai, trova un’ancora di salvezza e finisce con lo sposare una matura vedova dotata di poco cervello ma di molti quattrini e si assicura per sempre una buona posizione economica.
Come ho detto, non fu facile affiatare i diciassette personaggi della commedia, ma fortunatamente nella lista non vi erano quelli refrattari a mandare a memoria la parte e quindi il dialogo si svolse in modo vivace e spontaneo. La mia parte di chiacchierone e imbroglione esigeva una recitazione veloce ed una mimica comicamente espressiva ; le favorevoli reazioni del pubblico mi aiutarono a mantenere il carattere ad un alto livello di comicità, pur senza esagerare. A dire il vero, tutti gli altri attori recitarono con notevole impegno e, salvo un leggero disordine nella difficile e affollata scena finale, tutto filò <72>discretamente. Da ricordare, fra le parti maschili particolarmente i due fratelli Cecchini, uno dei quali, Giorgio, era il Marchese de Fortuny, il falso smemorato, e l’altro, Gastone, era il suo amico medico; e fra le molte parti femminili la giovanissima Laura Listanti che aveva la figura ed il viso di una bruna Spagnola ed era la protagonista, la brava Ninì Di Tomaso che presentò nella parte di Claudia, la ragazza nevrotica ed esaltata, una efficacissima e comicissima figura, la sua sorella Gigina Di Tomaso che fu spontanea ed aggraziata nella parte della sorella della protagonista. Silvana Giovannini se la cavò discretamente presentandoci una donna Giulia buffa ed agitata. Le gustose macchiette dei medici curanti e degli ospiti della clinica per amnesiaci furono tratteggiate da Francesco Bartolini e Lanfranco Zappelli, l’uno mio figlio l’altro mio nipote, i quali accentuarono la caricatura di un certo tipo di psichiatri, mentre comiche figure di amnesiaci ci diedero Antonio Sebastiani e Diana Marianucci.1 .
Questa commedia-farsa divertì molto il pubblico e fu ripetuta la Domenica seguente 3 ottobre 1948. Nei manifestini programma di cui conservo un esemplare, si faceva presente in una noterella in calce che l’aumento del prezzo dei biglietti era stato imposto dalla necessità di bilanciare le entrate con le spese in continuo aumento. Ma ahimè, anche quella volta il bilancio non fu attivo, perché le spese crescevano più velocemente delle entrate!
Note
1)
Ricorda Diana Marianucci che il prof. Bartolini li definì – lei e il Sebastiani – amnesiaci autentici. Antonino Sebastiani nella sua lunghissima carriera di filodrammatico era universalmente noto per non studiare mai la parte e la Marianucci, allora giovanissima e un po’ svagata, frequentemente dimenticava le battute, per cui il povero regista aveva qualche buon motivo di sentirsi un po’ scoraggiato! (comunicazione orale del 25/2/2005)
<72 seg.>Intanto a Trevi era sbarcato un tipo strano e originale, che insieme ad altre prerogative aveva una forte passione per il Teatro, che aveva fatto del cinematografo ed aveva persino scritto qualche commedia. Si chiamava Guido Bazzani ed era laureato in Lettere e Filosofia nell’Università Cattolica di Milano. Senza dilungarmi troppo a parlare <73>di questo personaggio fuori dell’ordinario, dirò soltanto che dopo aver fatto l’allevatore di scrofe e di pecore, dopo aver espletato la carica di Sindaco Apostolico in un monastero di monache, e dopo aver partecipato alla seguente rappresentazione ed anche ad altri nostri tentativi di metter in scena altri lavori impegnativi come “Gli Spettri” e “La leggenda di Ognuno”, colto da un’improvvisa crisi di coscienza manifestò la vocazione di ritirarsi dal mondo e fondò un ordine di monaci di cui divenne superiore col nome di Fra Colombano Bernardo.
Fatta conoscenza con lui, sapendo che io mi occupavo anche di Teatro, mi propose di fare qualche cosa insieme ed io accettai.
E fu così che decidemmo di metter in scena «Il Bugiardo» di Goldoni, convenendo che, la direzione organizzativa e la scelta delle parti sarebbe stato mio compito e lui si sarebbe occupato della regia ed infine avrebbe assunto la parte del protagonista, mentre io avrei provato a far rivivere Pantalone. Era sempre l’estate dell’anno 1948 quando iniziai con grande impegno il mio lavoro. Convinsi l’avv. Zenobi ad accettare la parte di Arlecchino e ad occuparsi delle scene, affidai a mia moglie ed alla mia figliuola Giovanna le parti delle due sorelle figlie del Dottor Balanzoni che fu Gaspare Santoni. Giorgio Cecchini ebbe la parte del timido e innamorato Florindo, mentre il fratello Gastone accettò la parte di Ottavio e Mario Loretoni quella di Brighella; l’astuta Colombina fu Ninì Di Tomaso che nella seconda edizione di un anno dopo fu sostituita dall’altra mia figlia Cecilia, perché la Di Tomaso era assente. Le ultime due piccole parti, quella del vetturino napoletano e quella del giovane di negozio, furono affidate rispettivamente a mio figlio Francesco e a Giuseppe Tosi.
<74>Le prove procedevano alacremente perché il Dottor Bazzani vi si dedicava con molta energia e, devo ammetterlo, con notevole capacità. Io rispolveravo la mia parlata veneziana, reminiscenza della mia permanenza nel Veneto durante la guerra ’15-18, facendomi correggere qualche difetto di pronuncia da una ragazza veneta, nipote di un parroco delle vicinanze.
La scena esterna fu ideata e costruita dall’avv. Zenobi e riuscì molto bene col suo bravo terrazzino sulla casa del Dottore, la locanda e la veduta sul canale. Per l’interno utilizzammo uno dei vecchi fondali con una buonissima prospettiva che si prestò egregiamente. Costumi e parrucche provennero da due fornitori specializzati di Roma.
Fu una delle migliori nostre esecuzioni. Nella parte di Lelio il Bazzani fu veramente a posto, lezioso, sfacciato e mentitore. Quanto al mio Pantalone credo che fu la mia migliore interpretazione. Mi si prestavano la mia figura alta e magra e la voce alla quale diedi un timbro particolare da vecchio mentre il mio parlar veneziano scorreva abbastanza spontaneo, anche a giudizio di alcuni veneti che assistevano ad una delle rappresentazioni. Io ho sempre amato il Goldoni, di cui ho letto tutte le commedie in una bella edizione del ‘700 che ho la fortuna di possedere; ed in modo particolare il personaggio di Pantalone mi è riuscito sempre molto simpatico. Tutti gli altri, tanto le donne che i giovani innamorati, dimostrarono di aver preso bene il carattere con la grazia un po’ affettata dei personaggi del ‘700. Molto apprezzato fu l’avv. Zenobi nella sua veste di Arlecchino di cui rese a perfezione il carattere tradizionale a base di sberleffi e salti da ginnasta suscitando grandi risate. Un po’ meno vivace il Brighella di Loretoni che pure fece <75>del suo meglio, e un poco freddino il Santoni che pur possedeva mezzi vocali e figura adatti per la parte del Dottor Balanzoni.
Il “Bugiardo” fu rappresentato la prima volta il 6 dicembre 1948 in un teatro gremito di spettatori e fu molto applaudito e favorevolmente commentato dagli spettatori di Trevi e di fuori. Ne demmo altre due repliche di cui una gratuitamente agli alunni delle scuole di Trevi e del Collegio Lucarini il Giovedì, l’altra, la Domenica, a pagamento. Ma fra tutte e due, è inutile dirlo, non riuscimmo a far il pareggio con le spese che erano state assai rilevanti.
Visto il successo del lavoro, nella speranza di rimediare al deficit finanziario, l’anno seguente, in occasione della permanenza a Trevi di un folto gruppo di allievi della Scuola Sottufficiali. di Spoleto, presentammo altre due repliche, precisamente il 23 e il 24 luglio 1949. Effettivamente questa volta recuperammo le spese e ci fu anche un certo margine per la consueta cenetta. Ma voglio ricordare quello che avvenne alla rappresentazione di Domenica. Quella sera il Dottor Bazzani, di cui ho già accennato la bizzarra personalità, ci aveva tutti un po’ frastornato con le sue stranezze, avendo, fra l’altro, riempito il palcoscenico di alcuni suoi invitati, di modo che in mezzo a tutte quelle distrazioni gli attori e le attrici si sentivano un po’ “smontati” ed io ero particolarmente irritato. Come conseguenza di ciò i primi due atti si svolsero senza infamia ma anche senza molto calore e vennero seguiti con un po’ di freddezza da parte del pubblico. Ciò non fece che aumentare la mia irritazione, Quando però al terzo atto si giunse alla famosa scena in cui Pantalone viene a scoprire tutte le malefatte del suo bugiardissimo figliolo, e il Bazzani nella veste di Lelio,<76>mi girava intorno con le sue leziosaggini un po’ esagerate e le sfacciate menzogne, la mia irritazione fece sì che io mi investii a tal punto della mia parte, che la mia lunga battuta fu una esplosione di improperi detti con tanta veemenza e verità che il pubblico finalmente si scosse ed applaudì a scena aperta. Questo episodio dimostra ancora una volta quanto sia necessario, affinché gli attori dilettanti facciano presa sul pubblico, che siano liberi in tutta tranquillità prima di entrare in scena di pensare senza distrazioni unicamente alla loro parte. Quanto agli attori professionisti la cosa è un po’ diversa, perché la lunga pratica e le molte repliche rendono talmente automatica la loro recitazione che riescono benissimo a dissimulare al pubblico una eventuale non partecipazione interiore.
Prima delle ricordate repliche della commedia Goldoniana ho da parlare di un’altra nostra recita che fu rapidamente allestita dopo la prima rappresentazione del “Bugiardo” e presentata il 27 gennaio 1949.
Era stata da me scelta una scherzosa commedia di Umberto Mordicchio “L’indimenticabile Agosto del 1935”, che era stata concessa in esclusiva all’attore Gilberto Govi, dal quale ottenemmo con atto di vera cortesia il permesso di rappresentarla nel nostro Teatro Clitunno. Questa dunque era una commedia un po’ farsesca come tutte quelle che facevano parte del repertorio del grande comico genovese ora scomparso. Un uomo perseguitato dalla sfortuna, a cui l’ironia della sorte ed i suoi genitori hanno posto il nome di Felice, a causa di una omonimia, viene improvvisamente creduto erede di una vistosa fortuna, lasciatagli da una ricca benefattrice. Quest’uomo dapprima incredulo, si adatta poi alla circostanza, inventando una romanzesca avventura di un salvataggio da lui <77>effettuato per spiegare il ricordo dell’indimenticabile agosto del 1935 menzionato nel testamento. Si nota intanto un rapido cambiamento di umori e di trattamento nella sua famiglia. La moglie e la suocera che lo tiranneggiavano e lo schernivano diventano affettuose con lui, i figli diventano obbedienti e premurosi, le donne conoscenti cominciano a considerarlo sotto un aspetto interessante, insomma tutti lo portano in palma di mano, finché come era da prevedersi viene fuori il vero erede che gli soffra l’eredità e lo sbalza dal piedistallo. Ma nel frattempo erano accadute due cose: un buon matrimonio per la figlia, e una sua proficua sistemazione di lavoro, così tutto si risolve nel migliore dei modi.
Questa leggerissima trama era tenuta su da una serie di macchiette ricche di una semplice e sana comicità. Intorno al personaggio centrale di cui mi sforzai di mettere in evidenza il complesso d’inferiorità e la temporanea infatuazione, si muovono : la moglie autoritaria e la suocera bisbetica impersonate rispettivamente da mia moglie e dalla signora Anita Ortolani ; la figlia infatuata che sogna il cinematografo (Ninì Di Tomaso) il figlio patito per lo sport (Gastone Cecchini), la servetta un po’ pettegola (Adele Di Tomaso), una ricca vedova sensibile al fascino dell’uomo riabilitato dalla fortuna (Laura Listanti), l’innamorato timido e balbuziente (Carlo Zenobi) ed altre figure minori tutte colte dal vero che diedero alla vicenda una sana e schietta comicità e divertirono moltissimo il nostro pubblico che trascorse due ore di distensione e di allegria.
A un anno di distanza, e precisamente il 6 gennaio 1950 rappresentammo “Madre Allegria” di De Sevilla eSepulveda, interpretato in Italia dalla indimenticabile Dina Galli.
<78>Era una commedia nella quale svariati personaggi caratteristici si muovevano nell’ambiente particolare di un istituto per trovatelli retto da alcune suore, e determinavano una vicenda che aveva per suo motivo principale la dedizione amorosa di una suora (che per il suo carattere gioviale veniva chiamata Madre Allegria) verso quelle creature che per cagione dell’abbandono da parte dei loro genitori, crescevano con un senso di amarezza e di solitudine nel cuore.
Italia Falasca fu Madre Allegria e diede il meglio di sé stessa per tratteggiare con spontanea vivacità la figura di quella suora che aveva dedicata tutta la sua vita all’educazione dei trovatelli sentendosi madre di tutte quelle creature che crescevano sotto la sua vigilanza amorosa. Fu veramente efficace e toccante nella scena del distacco da una delle amate sue figliole che andava sposa. Proprio in quella scena ella doveva scontrarsi con un altro personaggio, la madre della ragazza, una mondana, che dopo una vita avventurosa veniva a riprendersi la figlia. Questa donna, che è l’unico personaggio drammatico della vicenda, ascoltando non conosciuta le parole amare della figlia contro chi, dopo averla messa al mondo, non aveva accettata la sua esistenza abbandonandola al suo destino, si convince che la cosa migliore che può fare è di non farsi riconoscere dalla figlia, e se ne va sotto il peso di un cocente rimorso e di un cupo dolore. Mia moglie in quella parte fu abbastanza convincente e suscitò commozione fra gli spettatori.
Una nota di vivace allegria veniva data dalle ragazzette educande dell’Istituto. Ninì di Tomaso era Gloria, la prediletta di Madre Allegria, dolce di carattere ma ferma nei suoi propositi; Adele Di Tomaso era Mariettina, una fanciulla bizzarra, in continuo contrasto tra la <79>sua spensieratezza ed il suo buon cuore. C’era poi la parte del vecchio Nemesio che scelsi per me, un factotum dell’Istituto, bonario, affezionato alle ragazze, sempre in lite con Suor Martina, Suor Brontolona come la chiamava lui, un tipo comicamente arcigno impersonata da Annita Vicarelli Ortolani. Altre due figure comiche, Curro, il fidanzato campagnolo di Mariettina, e sua madre Consolazione furono caratterizzate da Mario Loretoni e da Armanda Arredi Zappelli.
La commedia piacque e fu applaudita dal pubblico. Devo raccontare un particolare interessante. Assisteva allo spettacolo proprio una ragazza madre la quale fu così profondamente impressionata dalla vicenda della commedia e dalle parole di Madre Allegria che decise di riprendersi il suo bambino che aveva affidato ad un Brefotrofio. Un’opera buona, dunque.
Questa notizia mi diede molta soddisfazione e scemò il dispiacere di aver dovuto leggere in un giornale lo scritto di un adolescente saputello che aveva stroncato in tono cattedratico sia il lavoro che l’esecuzione di esso. Non ho mai parlato prima di ora dei commenti della stampa alle nostre rappresentazioni, perché il tono uniformemente elogiativo di essi mi pareva privarli di un vero interesse, ma questa non era quella critica costruttiva che io avevo sempre auspicato. Erano giudizi avventati con diverse inesattezze su di un lavoro degno di ogni rispetto anche per quel senso di moralità che se ne poteva trarre, e che aveva infatti prodotto su di una figlia del popolo, come ho detto prima, un effetto veramente edificante. Sarebbe stato facile ribattere le molte inesattezze dovute all’incompetenza di quel giovane contestatario ante litteram, non privo d’intelligenza, ma impreparato assolutamente in fatto di Teatro. Ma non volli iniziare una di quelle polemiche <80>che mi facevano spesso sorridere nelle edizioni dei giornali di provincia. Cosicché sia per la soddisfazione avuta dai commenti favorevoli di altri giornali, sia per una lettera in mia difesa scritta al giovane dal mio amico ed emulo cortese Mario Bonaca che me ne mandò una copia, tutto finì lì.
<80 seg.>A causa delle difficoltà di trovare degli attori dilettanti di una certa levatura, sia fra gli elementi della Filodrammatica da me diretta, sia in quella dei “Periferici” che praticamente avevano interrotto la loro attività dal 1949, ed anche per togliere a me parte del lavoro organizzativo, decidemmo d’accordo con i Bonaca d’imbastire una recita in collaborazione.
E la scelta cadde, dopo una certa esitazione, sulla commedia “Spirito Allegro” di Noel Coward. La difficoltà principale stava nel trovare, fra le dilettanti attrici di cui disponevamo, una che per la figura, l’età e la capacità fosse adatta a sostenere la parte di una medium che oltre a dover avere un carattere di una certa comicità doveva presentarsi in una cornice dignitosa e misteriosa insieme. Disperando di trovare la persona adatta, a me venne l’idea di trasformare la parte di donna in quella di un uomo. Avevo conosciuto, quando ero studente a Roma, il celebre professor Gabrielli che era un emerito ipnotizzatore ed illusionista e si esibiva nei teatri di varietà di Roma. alto, magro, con baffi nerissimi e occhi magnetici. La mia figura si prestava bene ed io fui il professor Arcati (invece di Madama Arcati). Presi quegli atteggiamenti ieratici che si convenivano al personaggio, feci evocazioni di spiriti a passo di danza, caddi in trance ecc. e… insomma mi andò ancor meglio di quanto mi aspettavo.
La trama, che rivela quegli spunti satirici quasi d’obbligo <81>in tutti i lavori di Coward, si svolge principiando dal desiderio dello scrittore Considine di aver qualche esperienza nel campo spiritico per potersene giovare nella stesura di un suo romanzo in corso di preparazione, per il quale scopo sono stati convocati a casa sua, dove vive con la sua seconda moglie Maud, una celebre, o meglio dopo il mio cambiamento, un celebre professore di scienze occulte e medium perché esegua qualche esperimento del genere. L’esperimento, dopo varie movimentate azioni del mago, riesce anche troppo bene, perché viene materializzato lo spirito della prima moglie di Considine, materializzato fino ad un certo punto perché è visibile soltanto dal suo ex marito. Questa donna-spirito ha sempre quel caratterino bizzarro che aveva quando era in vita, e ne combina di tutti i colori, mette alla esasperazione l’attuale moglie dello scrittore, spaventa la servitù ed infine, allo scopo di averlo tutto per sé cerca di far morire il suo ex marito con una serie di attentati, l’ultimo dei quali ricade addosso alla seconda moglie Maud che rimane vittima di un incidente mortale. Il povero romanziere vive ora il più incredibile ed ossessionante dei suoi romanzi fra gli spiriti litiganti delle due ex mogli che lo tormentano continuamente, finché un’ultima elaborata operazione spiritica per opera del prof. Arcati rimanda tutte e due le mogli nel mondo di là e il signor Considine tira finalmente un respiro di sollievo. Questa bizzarra commedia da un pubblico come il nostro, un po’ scanzonato, in un ambiente dove piacciono i tipi un po’ strambi, non poteva fare a meno di essere gustata ed applaudita. Fu veramente gradito l’elogio di alcune persone competenti che assistevano alla recita e che si complimentarono molto coll’amico Mario Bonaca che funzionò da regista e curò con entusiasmo ogni <82>particolare nelle lunghe e laboriose prove. Sorvolando su qualche piccola papera che probabilmente non fu notata, gli attori diedero buona prova di sé Il Dott. Bonaca fu veramente a posto nella parte del romanziere, mia moglie Maria diede il meglio di sé nella difficile parte di Maud, Italia Falasca fu uno spirito birichino a volte provocante a volte dispettoso, la mia figliuola Cecilia fu la strana cameriera scozzese, in ultimo scopertasi medium anche lei. Fabiano Favetta e Ninì Di Tommaso, nelle parti secondarie di ospiti del romanziere contribuirono nei primo atto a dare vivacità alle scene. Quanto a me, ho un ricordo molto piacevole della mia parte; forse come mai in altri lavori, ho sentito durante tutta la mia permanenza sulla scena il consenso e la simpatia del pubblico.
Se si pensa che quella commedia ebbe la fortuna di avere la scena ideata dal prof. Virgilio Marchi di Cinecittà non fa meraviglia che quello spettacolo fosse riuscito in modo veramente insolito per una Filodrammatica.
Per me poi fu tanto gradito il fatto di aver divisa la responsabilità nella preparazione del lavoro (le mie molte occupazioni e i miei mezzi fisici non mi permettevano più quei tours de force a cui mi sobbarcavo nella mia giovinezza), che cercai di far sì che l’alleanza coi Bonaca seguitasse ancorar perciò l’anno seguente preparammo insieme un altro lavoro che fu “L’Ereditiera” di Augusto Goetz che andò in scena il 16 marzo 1952.
Questa commedia drammatica, tratta da un romanzo americano : “Washington Square” di Henry James è fondata sull’eterno tema dell’incomprensione tra genitori e figli. Con scene avvincenti per introspezione psicologica gli autori presentano la vicenda di una fanciulla, poco dotata di bellezza e d’intelligenza, in perpetua timida soggezione verso il padre vedovo, il quale disperando <83>ormai di trovare in lei quella grazia e quella intelligenza che adornavano la sposa perduta, la tratta con fredda cortesia senza il minimo calore di sentimento. Ma finalmente questa figliuola viene toccata dall’amore. Allora sembra ravvivarsi, ed acquistare una propria personalità perdendo quel complesso d’inferiorità che l’aveva avvilita. Ma ahimé lei è una ricca ereditiera e l’uomo che la corteggia mira soprattutto al suo denaro, è facile per il Padre intuire i moventi del giovane pretendente, e giudicarlo indegno, e opporsi al fidanzamento cercando di aprir gli occhi alla figlia. Ma non saranno le parole del padre che le spegneranno l’ebbrezza di una sperata felicità e la convinceranno della dolorosa realtà ma il fidanzato stesso che, alla minaccia del padre di diseredarla se sposerà quel giovane, non si presenterà all’appuntamento per il combinato matrimonio clandestino. Il colpo doloroso distrugge ogni residuo di tenerezza e di pietà filiale. Caterina diventa una donna dura che assiste con la più grande insensibilità alla morte del padre; si chiude in una cupa indifferenza. Quando poi, dopo la morte del Padre, il suo ex fidanzato torna alla carica e gli vien fatta balenare la speranza di ottenere la sua mano e le sue ricchezze, è lei questa volta che lo beffa atrocemente dandogli un appuntamento per le nozze, e poi lasciandolo deliberatamente fuori della porta di casa ad aspettare invano.
Anche questa volta Mario Bonaca fu il regista della commedia, sostenendo anche la parte di Maurizio, il cacciatore di dote. Io ebbi la non facile parte del dott. Sloper, il Padre, parte che mi era piaciuta molto nell’interpretazione di Renzo Ricci.- Ci fu un po’ di dissenso con l’amico Bonaca in merito alla interpretazione del mio personaggio. Egli aveva veduto la versione cinematografica <84>ed era del parere di farne un sadico tormentatore della figlia, odioso in tutto e per tutto. Io insistevo nel presentarlo come un uomo profondamente ferito dalla morte della giovane moglie e profondamente deluso di non trovare nella figliuola l’intelligenza e la grazia di lei, sempre severo e con una punta di rancore, tormentatore tormentato lui stesso nei rapporti con la figliuola, ma sempre degno di rispetto per i suoi modi di gentiluomo e per la sua cultura. Nella truccatura e nel tratto cercai di riprodurre la figura cara e indimenticabile di mio Padre che era stato medico anche lui sul finire dell’800 a Roma e portava barba e baffi secondo il costume dell’epoca.
La parte della giovane Caterina fu affidata a Laura Listanti che ne fece la sua migliore interpretazione, passando dalla timidezza e dagli smarrimenti dei primi atti alla durezza crudele dell’ultima scena del terzo atto e nel quarto atto. Mostrò di essere docile alla regìa anche quando questa la volle addirittura spietata, forse in modo anche eccessivo, nei confronti del padre morente.
Una parte di rilievo ebbe Italia Falasca che fu la Zia Lavinia, vedova non rassegnata malgrado l’età affettuosa e comprensiva verso la nipote cui tiene mano nel suo infelice intrigo amoroso.
La cameriera Maria era Jolanda Panfili che ci diede una battuta molto felice nel finale della commedia. Mia moglie ebbe una breve scena nella parte della sorella di Maurizio e disegnò il carattere dolce e rassegnato di una donna provata dal dolore e dalle ristrettezze. Giorgio Cecchini e mia figlia Cecilia si adattarono alla figura di due fidanzati dell’epoca. Maria Alessandrini fece la sua unica comparsa nel nostro teatro quale sorella del dottor Sloper, completando il quadro di una famiglia dell’ottocento.
<85>Il prof. Virgilio Marchi ci disegnò una bella scena che arredammo con mobili ottocenteschi in modo da formare una cornice che diede risalto alla nostra recitazione che fu giudicata molto favorevolmente. Tanto per la storia, come spesso è accaduto durante la mia carriera, al successo artistico non corrispose il successo economico e dovetti colmare il deficit con un residuo di cassa che fortunatamente avevo a disposizione dalle recite precedenti.
Ed è ora il momento di parlare di un mio caro amico, oggi scomparso, che avevo conosciuto a Spoleto presso il 52° Reggimento di Fanteria durante il mio richiamo alle armi nell’anno 1939 e che simpatizzò subito con me per la nostra comune passione per il Teatro. Questi era Gino Fantoni, la cui storia della vita e il cui temperamento mi facevano spesso dire che egli non era un uomo fatto di ossa, muscoli e visceri come noi, ma era fatto unicamente di teatro, tanto questo era parte preminente della sua vita. Bisogna dire intanto che era un figlio d’arte (la madre era una attrice) e che era stato anche lui attore di professione per un certo tempo. Che avesse delle notevoli qualità lo dimostra il fatto che fu scritturato dalla grande Eleonora Duse che lo portò con sé in America in occasione della sua ultima tournée che ho già ricordato; ed era nella sua compagnia quando la grande attrice chiudeva gli occhi per sempre nella città di Pittsbourg. Per aderire al desiderio della madre, Gino Fantoni aveva poi lasciato l’arte per abbracciare la carriera militare e per diciassette anni vestì degnamente la divisa di ufficiale del nostro esercito fin quasi alla fine della seconda guerra mondiale quando andò in congedo col grado di tenente colonnello. Ma la passione del Teatro era così connaturale a lui che stabilitosi con sua moglie a <86>Spoleto volle costituire un gruppo filodrammatico che con molta pazienza e lavoro portò a recitare con successo diversi lavori non soltanto a Spoleto ma anche in altre cittadine umbre compresa Trevi. Egli seguiva le nostre recite con molta simpatia e talvolta ci dava preziosi suggerimenti. Naturalmente il suo giudizio sulle nostre rappresentazioni era per noi molto importante. Aveva una vera collezione di copioni che spesso erano rimaneggiati da lui con molta abilità come era costume presso gli attori di professione.
E fu con lui che mettemmo in scena quello che doveva essere l’ultimo lavoro della nostra Filodrammatica e che fu “Lo sbaglio di essere vivo” di Aldo De Benedetti, che si rappresentò la prima volta al Clitunno l’11 luglio 1954.
Questo lavoro oltre al solito brio e alla solita comicità propri del suo autore (di cui rappresentammo diversi anni addietro la commedia “Non ti conosco più”) presenta degli aspetti drammatici e grotteschi che ricordano un poco il teatro di Pirandello. La trama, nella quale è evidente lo spunto derivato dal Fu Mattia Pascal, romanzo dello scrittore siciliano, tratta la storia di un modesto impiegato che, in seguito ad un indigestione di cocomero, ha un collasso e viene creduto motto e messo nella bara. Ma come si tratta di morte apparente, ad un certo punto mentre è sempre nella bara e la moglie veglia da sola il suo cadavere, si risveglia. Passato il primo momento di spavento di lei e di naturale effusione, gli cade sotto gli occhi la sua polizza di assicurazione sulla vita. É una grossa somma con la quale potrebbe uscire dalle ristrettezze in cui si dibatte per il suo misero stipendio da impiegato. La decisione è presa, malgrado l’opposizione della moglie. Egli resterà morto per tutti, tranne che per lei. Nella bara il cui coperchio sarà inchiodato la mattina <87> seguente ci metteranno degli oggetti pesanti per simulare la presenza del corpo. Egli così assiste di nascosto al suo funerale, poi cambia residenza con la moglie. Nella città dove si è trasferito dopo essersi tagliati i baffi passa per il cognato di lei e spende allegramente il denaro frutto del suo imbroglio. Ma i nodi vengono al pettine e, finiti i soldi, egli invano cerca di procurarsi un lavoro; non può fornire documenti personali perché è ufficialmente morto. Intanto alla presunta vedova non mancano i corteggiatori e primo fra tutti il comm. Guglielmi l’ex capo ufficio del marito, persona facoltosa che era stato un tempo innamorato di lei quando era ragazza. La situazione diventa estremamente grottesca quando il marito viene pregato dal suo ex principale che lo crede cognato di lei di interporre i suoi uffici affinché la donna acconsenta alla sua proposta di matrimonio. Per il marito e per la moglie comincia una vita d’inferno fra le gelosie e le liti per le strettezze quotidiane. In uno di questi scontri Lei esasperata gli dichiara che non può più vivere con lui, che non lo ama più ma che ama ormai l’altro che le offre continuamente la prospettiva di una vita comoda e felice. A questo colpo il marito si accascia, poi prende una grande decisione. Riconosciuto il fallimento completo della sua vita decide di sopprimersi per lasciare sua moglie libera di sposare l’uomo che ama. Scrive a Lui e a Lei rivelando il suo proposito di ritrovare il suo posto nella sua tomba presso la quale andrà ad uccidersi. Siamo all’ultimo atto che avviene in un ridente cimitero in tempo di primavera presso la sua tomba. C’è un dialogo in principio tra il protagonista ed il becchino del cimitero, un tipo tra il comico e il grottesco che fa con filosofia il suo mestiere di becchino e se ne trova bene. Naturalmente la richiesta dell’uomo strano che gli racconta la <88>sua storia e poi gli chiede di ucciderlo e di metterlo nella sua bara lo fa uscire dai gangheri, ma quando si vedono arrivare i due, la moglie e l’altro, emozionatissimi, alla ricerca del suicida, egli si lascia convincere a ingannarli ed a raccontare l’incredibile vicenda del suicidio e relativo seppellimento. Grida e lacrime della donna, il cui amore non era del tutto morto per quel disgraziato, ma che infine si lascia condurre via da quell’altro a cui ormai affiderà la sua vita. E lui? Esce dal suo nascondiglio da cui ha visto tutto e vorrebbe ancora uccidersi, ma il becchino filosofo lo fa riflettere che ciò non servirebbe più a nulla; l’effetto è ottenuto ugualmente perché egli ormai è creduto morto anche da quei due, Se proprio non sa dove battere il capo, ce l’avrebbe lui una soluzione: rimanga lì ad aiutarlo nel suo mestiere di becchino. “Questo non è un cimitero, gli dice, ma un bellissimo giardino!”. E l’altro rimane.
Gino Fantoni, oltre a essere stato il regista di questa commedia, aveva rimaneggiato intelligentemente il lavoro, creando una maggiore suspense negli spettatori, in quanto che la scena della morte e del risveglio, invece che raccontata, viene presentata al pubblico prima della scena del cimitero. Egli veniva apposta da Spoleto per le prove e le condusse con ammirevole pazienza e capacità Il risultato fu quanto mai lusinghiero.
Io fui Adriano Lari, il morto che ha sbagliato ad essere vivo. Dovetti ringiovanirmi notevolmente col trucco. Ma a quel personaggio che nel secondo e terzo atto si dibatte nelle strettoie di una situazione senza uscita, cercai di dare quegli accenti di sincerità e di esasperazione, come feci un tempo con “Ma non è una cosa seria” di Pirandello, e mi parve di esservi riuscito se <89>devo dar retta ai consensi del pubblico. Ottima e assai vera l’interpretazione di Fantoni del personaggio del Comm. Guglielmi. Gino Fantoni aveva sempre conservato la voce dei suoi anni migliori, e sapeva variarne la tonalità con vera maestria. A lui spetta il merito di aver preparato egregiamente anche la Signorina Laura Listanti, che riuscì molto bene nella parte della moglie e finta vedova. Il suo temperamento e la sua voce si prestavano bene alle parti drammatiche ed infatti non ebbe questa sta volta minor successo di quello avuto nell’Ereditiera. Come al solito, anche alcuni elementi della mia famiglia presero parte alla recita. Mia moglie fece un’apparizione sulla scena nella parte di una vicina curiosa, e le due figliuole Letizia e Lidia si presentarono per la prima ed ultima volta sulla scena; l’una, nella parte di una giovane e spregiudicata amica della protagonista, l’altra nella parte di una cameriera.
Una breve parte sostenne con molto brio e sicurezza la signora Ornella Fantoni, che in passato, più volte si era esibita con successo nei lavori messi in scena dal marito.
Per finire, assai caratteristica fu l’interpretazione della parte sostenuta dall’avv. Carlo Zenobi che era il famoso becchino filosofo che fu presentato dal nostro bravo attore con spunti di grottesca comicità.
Questo lavoro fu ripetuto al Teatro Clitunno anche il 18 luglio e costituì anche un successo finanziario, tanto che potemmo permetterci una discreta cena nel famoso ristorante del “Cochetto”. Ma quando, poco più di un mese dopo, il 22 agosto del 1954 ci arrischiammo a portare la commedia a Bevagna, nel bel Teatro ottocentesco Francesco Torti, al successo artistico non corrispose il successo finanziario e non bastarono gli avanzi di cassa <90>degli altri spettacoli a colmare il deficit ma dovemmo metter mano alle nostre borse.
Questa commedia, a sfondo funerario, doveva essere l’ultima produzione della nostra Filodrammatica. Ancora impressa nella mia mente è la mia piuttosto lunga permanenza in una bara autentica con quattro ceri accesi e fiori. Ricordo che mi misi nella bara dieci minuti prima che si levasse il sipario e che quel periodo di meditazione mi fece molto bene per assumere il carattere del personaggio. Non avrei pensato però che in quella bara si seppellisse simbolicamente la nostra attività Filodrammatica.
Chi invece ebbe la sensazione profetica di questa fine fu l’avvocato Zenobi, il quale per altro aveva deciso da parte sua, per ragioni a me non del tutto chiare.1, di chiudere la sua breve carriera di attore, organizzatore e direttore di scena. Infatti nel mandarmi i conti delle ultime rappresentazioni, in calce aggiunse queste parole “… io, Carlo Zenobi, con il fermo proposito di non più calcare il palcoscenico, uscendo, povero Beccamorto, dalla Filodrammatica, consegno al prof. Bartolini… ecc.”.
La defezione dell’avvocato Zenobi, prezioso elemento per intelligenza e capacità organizzativa per quanto riguardasse in specie l’allestimento delle scene, era un colpo grave per il nostro gruppo.
Ma Gino Fantoni ed io non eravamo ancora persuasi di dover mettere fine ad una attività che coltivavamo con tanta passione, e, malgrado lo scarso seguito degli elementi giovanili del nostro ambiente (gli anziani, quelli che avevano passione sul serio, erano quasi tutti scomparsi) volemmo fare il tentativo di preparare un’altra <91> recita che presentasse le minime difficoltà organizzative e di scena. Il lavoro scelto presentava un processo svolto in America e consisteva in una serie di scene in cui si alternavano i testimoni, mentre erano sempre presenti ed avevano parti impegnative, il Rappresentante della Pubblica accusa, l’Avvocato difensore, e una donna, imputata di omicidio. Queste parti erano divise fra Gino Fantoni e me e la signorina Listanti e richiedevano un lungo studio e assidue frequenze, mente quelle dei testimoni si potevano fare alternando settimane di riposo a settimane di prove. Quindi un minimo sacrificio per i giovani partecipanti. Eppure, lo credereste? Nemmeno questo piccolo sacrificio ci riuscì di ottenere. Ci furono delle ripicche fra i dilettanti e ci fu una tale svogliatezza che dopo dieci mesi di prove, più volte interrotte, condotte alla stracca, mentre il povero Fantoni si affannava inutilmente ad istruire i recalcitranti, la recita di quella commedia (che s’intitolava “La notte del 16 gennaio” fu dovuta abbandonare. Ne andava infine della nostra dignità
Inoltre già da tempo – con mio grande dispiacere – la Direzione del Teatro Clitunno aveva concesso l’uso permanente dello stabile per farvi degli spettacoli cinematografici. Le ragioni addotte, che in fondo potevano avere una certa plausibilità erano di natura economica. Occorreva realizzare un utile fisso, non essendo sufficiente quello molto saltuario dato dalla Filodrammatica, per le spese di manutenzione del fabbricato che aveva bisogno di riparazioni importanti, altrimenti sarebbe stato necessario aumentare le quote annuali ai proprietari dei palchi. Questi accettarono tutti la proposta della Direzione, io soltanto non volli firmare per il consenso. Opposizione <92> platonica, perché il progetto passò a grande maggioranza.
Il nostro Teatro è ora da anni, salvo rarissime eccezioni, adibito agli spettacoli cinematografici. Per parte mia non vi sono mai entrato per assistere a tali spettacoli; troppo mi duole rivedere quell’ambiente che mostra i segni di evidente decadenza, e dove con tanto entusiasmo giovani e anziani per più generazioni hanno profuso energie, entusiasmo e sacrifici per organizzare recite preparate con cura e decoro, essere ridotto ad una funzione per la quale non era stato costruito, dato in pasto ad un pubblico che non lo rispetta, che accorre attirato da spettacoli spesso deteriori quali sono quelli che per avidità di lucro spesso ci propinano la maggior parte dei produttori di films di oggi.
Queste memorie finiscono dunque in chiave di malinconia. Malinconia per il tramonto di un’attività che non ha purtroppo per ora probabilità di risveglio date le attuali possibilità di occupare il tempo libero in mille modi più comodi e facili offerti dal progresso della tecnica. Malinconia per la decadenza di un vecchio caro Teatro dell’ottocento che aveva una sua storia ed a cui mi legano tanti piacevoli ricordi. Malinconia infine per tanti amici scomparsi dalla scena di questo mondo, dopo aver diviso con essi, sulle scene di quel Teatro, le emozioni, gli entusiasmi, i dispiaceri e le soddisfazioni per quasi mezzo secolo.
Ma il mondo si evolve. I giovani contestatori vogliono cambiare questa società che divinizza il benessere. Chissà che un giorno non ritorni alle nuove generazioni l’aspirazione di ritrovare vie meno facili, ma più dignitose e intelligenti per utilizzare il tempo libero sempre <93>più disponibile, e fra queste non torni in auge, come un tempo, l’attività Filodrammatica? [A venti anni dalla morte del Bartolini il teatro Clitunno è tornato ad essere usato propriamente come teatro. Vedi: Teatro Clitunno ]
Come nei tramonti autunnali si vede spesso fra tanti magnifici colori qualche tenue sfumatura di verde, così in queste conclusioni pessimistiche delle mie memorie, vorrei mettere anch’io una piccola luce di verde, il colore della Speranza.
Note
1) Carlo Zenobi (1913-2016) ha più volte chiarito il motivo del suo abbandono: la sindrome del “factotum”. Attore nato, protagonista generoso, a lui facevano capo tutte le incombenze relative alla messa in scena: ” attore, organizzatore e direttore di scena”, responsbile della rendicontazione contabile – come ammette il Bartolini – spesso assistente e collaboratore di Vincenzo Giuliani nella pittura dei fondali e “reclutatore” dei giovani attori che preferivano le panchine della “passeggiata” al tavolato del palcoscenico, dove si ripetevano le estenuamti prove, nonostante la passione dovette al fine desistere per comprensibile esurimento!
Lo stemma qui esposto [che confermava, con una brisura, lo stemma che, già da secoli, identificava la Famiglia nello spoletino] è tratto dal Codice degli stemmi delle famiglie patrizie che fu compilato a seguito della risoluzione presa nel 1792 dal Consiglio di credenza, a completamento del nuovo ordinamento della Città Nobile di Trevi ricostituito, con la Bolla del 24 agosto 1787, da PIO VI: grazie alla detta Bolla la Famiglia trevana dei TONI [dal 1661 già aggregata al patriziato di Spoleto] era allora aggregata al (con la stessa bolla costituito) patriziato trevano; successivamente la Famiglia, dallo stesso PIO VI, nel 1789, veniva elevata al grado comitale [figurando così, nel detto Codice, l’arma di Famiglia definitivamente timbrata da corona comitale] e, sempre dallo stesso PIO VI, nel 1791, veniva poi insignita del Cavalierato ereditario [e come tale sempre considerato anche per tradizione familiare] dello Speron d’Oro (Milizia Aurata). Coi primi dell’800 – nell’ambito dell’esercizio di uno specifico istituto del diritto nobiliare pontificio, quello della “surroga”, esercitatosi a favore di altro ramo nobile della stessa Famiglia TONI [quello toscano, insediato a Cigoli] – la detta arma gentilizia [completa del motto che l’accompagnava, NESCIT OCCASUM] è poi adottata dal detto ramo surrogante [al quale, infatti, fu fatto obbligo, tra gli altri assunti, di abbandonare l’arma dallo stesso fino ad allora utilizzata, mentre a “bilanciamento” fu consentito allo stesso di continuare l’utilizzo, avviato fin dai primi del 700, del predicato “di CIGOLI”, così restando, per il futuro, TONI di CIGOLI il nome d’uso specificante il citato ramo toscano che aveva surrogato il ramo trevano].
La Famiglia tutt’oggi rappresentata – e che con riferimento alle proprie vicende nobiliari, ha conservato un’esclusiva sottoposizione al diritto nobiliare pontificio, e conseguentemente, con le riforme poi intervenute [anche con l’abolizione del patriziato, soprattutto] ad opera di Leone XII, vede ora il titolo di Conte [sul cognome] accompagnato da quello di Nobile di Spoleto e Nobile di Trevi oltre al Cavalierato Ereditario dello Speron d’Oro (Milizia Aurata) – di generazione in generazione continua, a distanza di secoli, ad essere distinta ed identificata dall’arma, timbrata da corona comitale, qui esposta. Araldicamente parlando, l’arma di Famiglia è così blasonata: semitroncato partito nel 1° di rosso, nel 2° d’argento, nel 3° di verde; lo scudo è a punte ed è timbrato da elmo in argento con svolazzi di colore rosso, verde, azzurro e da corona comitale composta da un cerchio d’oro ornato di pietre preziose, rialzato da 16 punte d’oro (9 visibili) sostenenti ognuna una grossa perla; il motto “NESCIT OCCASUM” è da considerarsi posto sotto lo scudo.
Si aggiunga che l’arma è ora utilizzata anche come logo e marchio della “Fondazione Conti TONI di CIGOLI”, come promossa e costituita dalla Famiglia [tra l’altro] al fine sia di valorizzare lo studio e la conoscenza del patrimonio culturale rappresentato dagli archivi, dalle collezioni, dalla biblioteca e dai materiali in genere relativi alla storia – anche araldico, genealogica, nobiliare e religiosa – della Famiglia stessa che di tutelare e valorizzare [compatibilmente con i diritti di terzi] la realtà storicizzata di Palazzo TONI in Trevi, riflesso delle scelte culturali e degli interessi delle generazioni della Famiglia che lo hanno abitato, cosiccome di Palazzo TONI in Spoleto: il tutto in una prospettiva che tenga conto del Terzo Millennio e quindi orientata alla promozione di una coesione sociale con una precipua attenzione rivolta alle comunità con cui la Famiglia comitale condivide la propria storia.
Infine, l’arma è ora anche utilizzata anche come logo e marchio della “Conti TONI di CIGOLI società agricola a responsabilità limitata” parimenti [ed in parallelo con la detta Fondazione] promossa e costituita dalla Famiglia [tra l’altro] per proseguire una tradizione di imprenditoria agricola che la vede sin dagli inizi del ‘700 ancora dedita alla olivicoltura sulle terre di Famiglia trevane [a partire da quelle in Bovara]; per l’olio di eccellenza prodotto [ed è anche sopravvissuto lo storico frantoio al piano terra di Palazzo TONI, in Trevi] – è rimarchevole la circostanza che vide la Famiglia, nei pontificati di PIO VI e PIO VII, operare come “Fornitore Pontificio”.
Dalla sua conferma con PIO VI, l’arma gentilizia è stata dalla Famiglia sempre identificativamente usata con fedeltà rispetto a quanto riprodotto nel detto Codice degli stemmi trevano, tanto da non accollare alla detta arma alcuna delle diverse onorificenze di cui nel corso dei secoli la Famiglia è stata insignita [non solo quelle a carattere personale susseguitesi nel tempo a favore dei suoi membri, ma neppure quella della Milizia Aurata, che, come sopra richiamata, è a carattere ereditario].