Si trova riutilizzata sullo stipite destro del portale, all’altezza di un metro dalla soglia.
É l’unico reperto romano esistente all’interno della primitiva cerchia di mura e nella riutilizzazione è stato molto danneggiato.
Fortunatamente esiste una trascrizione (Codice latino Vaticano 6040
“Sabiniense
“) di quando ancora l’iscrizione era completa e quindi si possono integrare perfettamente le lettere mancanti.
La trascrizione indicata dal C.I.L
.
1
è la seguente:
D M T . VARRVTIO . T . F QVIR . SABINO IIII . VIR . AED . POTEST . QVEST AERARI . SPOLETI . ITEM VIII . VIR . II VIR . POT . NVRSIAE VIBUSIA . L . F . IONICE VIRO SVO CARISSIMO FECIT CUI VIRO CONIVNX ET VIXIT CVM EO ANNIS XLII
e potrebbe essere così tradotta
Agli Dei Mani. A Tito Varruzio, figlio di Tito, della tribù Quirina, Sabino, Quattuorviro, Edile, Questore dell’Erario di Spoleto e inoltre ottoviro di Norcia con i poteri di duumviro, Vibusia, figlia di Lucio, Ionice al suo uomo carissimo fece al quale uomo fu moglie e visse con lui anni 42.
Le lettere in corsivo non sono più visibili.
Oltre che nel C.I.L., ove sono riportate tutte possibili varianti prese in considerazione dagli Autori precedenti, questa bella epigrafe è stata più recentemente riesaminata da Romano Cordella e Nicola Criniti
2
che l’hanno ritenuta meritoria dell’onore della copertina della loro prestigiosa raccolta in quanto riporta il toponimo Nursia.
Pubblicata in rete anche nel
web site
di Bill Thayer di Chicago, che ringraziamo per averci segnalato un errore di traduzione alla riga 6. Lo ringraziamo anche per averci comunicato altri siti che pubblicano questa epigrafe:
Lo stemma qui esposto [che confermava, con una brisura, lo stemma che, già da secoli, identificava la Famiglia nello spoletino] è tratto dal Codice degli stemmi delle famiglie patrizie che fu compilato a seguito della risoluzione presa nel 1792 dal Consiglio di credenza, a completamento del nuovo ordinamento della Città Nobile di Trevi ricostituito, con la Bolla del 24 agosto 1787, da PIO VI: grazie alla detta Bolla la Famiglia trevana dei TONI [dal 1661 già aggregata al patriziato di Spoleto] era allora aggregata al (con la stessa bolla costituito) patriziato trevano; successivamente la Famiglia, dallo stesso PIO VI, nel 1789, veniva elevata al grado comitale [figurando così, nel detto Codice, l’arma di Famiglia definitivamente timbrata da corona comitale] e, sempre dallo stesso PIO VI, nel 1791, veniva poi insignita del Cavalierato ereditario [e come tale sempre considerato anche per tradizione familiare] dello Speron d’Oro (Milizia Aurata). Coi primi dell’800 – nell’ambito dell’esercizio di uno specifico istituto del diritto nobiliare pontificio, quello della “surroga”, esercitatosi a favore di altro ramo nobile della stessa Famiglia TONI [quello toscano, insediato a Cigoli] – la detta arma gentilizia [completa del motto che l’accompagnava, NESCIT OCCASUM] è poi adottata dal detto ramo surrogante [al quale, infatti, fu fatto obbligo, tra gli altri assunti, di abbandonare l’arma dallo stesso fino ad allora utilizzata, mentre a “bilanciamento” fu consentito allo stesso di continuare l’utilizzo, avviato fin dai primi del 700, del predicato “di CIGOLI”, così restando, per il futuro, TONI di CIGOLI il nome d’uso specificante il citato ramo toscano che aveva surrogato il ramo trevano].
La Famiglia tutt’oggi rappresentata – e che con riferimento alle proprie vicende nobiliari, ha conservato un’esclusiva sottoposizione al diritto nobiliare pontificio, e conseguentemente, con le riforme poi intervenute [anche con l’abolizione del patriziato, soprattutto] ad opera di Leone XII, vede ora il titolo di Conte [sul cognome] accompagnato da quello di Nobile di Spoleto e Nobile di Trevi oltre al Cavalierato Ereditario dello Speron d’Oro (Milizia Aurata) – di generazione in generazione continua, a distanza di secoli, ad essere distinta ed identificata dall’arma, timbrata da corona comitale, qui esposta. Araldicamente parlando, l’arma di Famiglia è così blasonata: semitroncato partito nel 1° di rosso, nel 2° d’argento, nel 3° di verde; lo scudo è a punte ed è timbrato da elmo in argento con svolazzi di colore rosso, verde, azzurro e da corona comitale composta da un cerchio d’oro ornato di pietre preziose, rialzato da 16 punte d’oro (9 visibili) sostenenti ognuna una grossa perla; il motto “NESCIT OCCASUM” è da considerarsi posto sotto lo scudo.
Si aggiunga che l’arma è ora utilizzata anche come logo e marchio della “Fondazione Conti TONI di CIGOLI”, come promossa e costituita dalla Famiglia [tra l’altro] al fine sia di valorizzare lo studio e la conoscenza del patrimonio culturale rappresentato dagli archivi, dalle collezioni, dalla biblioteca e dai materiali in genere relativi alla storia – anche araldico, genealogica, nobiliare e religiosa – della Famiglia stessa che di tutelare e valorizzare [compatibilmente con i diritti di terzi] la realtà storicizzata di Palazzo TONI in Trevi, riflesso delle scelte culturali e degli interessi delle generazioni della Famiglia che lo hanno abitato, cosiccome di Palazzo TONI in Spoleto: il tutto in una prospettiva che tenga conto del Terzo Millennio e quindi orientata alla promozione di una coesione sociale con una precipua attenzione rivolta alle comunità con cui la Famiglia comitale condivide la propria storia.
Infine, l’arma è ora anche utilizzata anche come logo e marchio della “Conti TONI di CIGOLI società agricola a responsabilità limitata” parimenti [ed in parallelo con la detta Fondazione] promossa e costituita dalla Famiglia [tra l’altro] per proseguire una tradizione di imprenditoria agricola che la vede sin dagli inizi del ‘700 ancora dedita alla olivicoltura sulle terre di Famiglia trevane [a partire da quelle in Bovara]; per l’olio di eccellenza prodotto [ed è anche sopravvissuto lo storico frantoio al piano terra di Palazzo TONI, in Trevi] – è rimarchevole la circostanza che vide la Famiglia, nei pontificati di PIO VI e PIO VII, operare come “Fornitore Pontificio”.
Dalla sua conferma con PIO VI, l’arma gentilizia è stata dalla Famiglia sempre identificativamente usata con fedeltà rispetto a quanto riprodotto nel detto Codice degli stemmi trevano, tanto da non accollare alla detta arma alcuna delle diverse onorificenze di cui nel corso dei secoli la Famiglia è stata insignita [non solo quelle a carattere personale susseguitesi nel tempo a favore dei suoi membri, ma neppure quella della Milizia Aurata, che, come sopra richiamata, è a carattere ereditario].
<80 seg.>A causa delle difficoltà di trovare degli attori dilettanti di una certa levatura, sia fra gli elementi della Filodrammatica da me diretta, sia in quella dei “Periferici” che praticamente avevano interrotto la loro attività dal 1949, ed anche per togliere a me parte del lavoro organizzativo, decidemmo d’accordo con i Bonaca d’imbastire una recita in collaborazione.
E la scelta cadde, dopo una certa esitazione, sulla commedia “Spirito Allegro” di Noel Coward. La difficoltà principale stava nel trovare, fra le dilettanti attrici di cui disponevamo, una che per la figura, l’età e la capacità fosse adatta a sostenere la parte di una medium che oltre a dover avere un carattere di una certa comicità doveva presentarsi in una cornice dignitosa e misteriosa insieme. Disperando di trovare la persona adatta, a me venne l’idea di trasformare la parte di donna in quella di un uomo. Avevo conosciuto, quando ero studente a Roma, il celebre professor Gabrielli che era un emerito ipnotizzatore ed illusionista e si esibiva nei teatri di varietà di Roma. alto, magro, con baffi nerissimi e occhi magnetici. La mia figura si prestava bene ed io fui il professor Arcati (invece di Madama Arcati). Presi quegli atteggiamenti ieratici che si convenivano al personaggio, feci evocazioni di spiriti a passo di danza, caddi in trance ecc. e… insomma mi andò ancor meglio di quanto mi aspettavo.
La trama, che rivela quegli spunti satirici quasi d’obbligo <81>in tutti i lavori di Coward, si svolge principiando dal desiderio dello scrittore Considine di aver qualche esperienza nel campo spiritico per potersene giovare nella stesura di un suo romanzo in corso di preparazione, per il quale scopo sono stati convocati a casa sua, dove vive con la sua seconda moglie Maud, una celebre, o meglio dopo il mio cambiamento, un celebre professore di scienze occulte e medium perché esegua qualche esperimento del genere. L’esperimento, dopo varie movimentate azioni del mago, riesce anche troppo bene, perché viene materializzato lo spirito della prima moglie di Considine, materializzato fino ad un certo punto perché è visibile soltanto dal suo ex marito. Questa donna-spirito ha sempre quel caratterino bizzarro che aveva quando era in vita, e ne combina di tutti i colori, mette alla esasperazione l’attuale moglie dello scrittore, spaventa la servitù ed infine, allo scopo di averlo tutto per sé cerca di far morire il suo ex marito con una serie di attentati, l’ultimo dei quali ricade addosso alla seconda moglie Maud che rimane vittima di un incidente mortale. Il povero romanziere vive ora il più incredibile ed ossessionante dei suoi romanzi fra gli spiriti litiganti delle due ex mogli che lo tormentano continuamente, finché un’ultima elaborata operazione spiritica per opera del prof. Arcati rimanda tutte e due le mogli nel mondo di là e il signor Considine tira finalmente un respiro di sollievo. Questa bizzarra commedia da un pubblico come il nostro, un po’ scanzonato, in un ambiente dove piacciono i tipi un po’ strambi, non poteva fare a meno di essere gustata ed applaudita. Fu veramente gradito l’elogio di alcune persone competenti che assistevano alla recita e che si complimentarono molto coll’amico Mario Bonaca che funzionò da regista e curò con entusiasmo ogni <82>particolare nelle lunghe e laboriose prove. Sorvolando su qualche piccola papera che probabilmente non fu notata, gli attori diedero buona prova di sé Il Dott. Bonaca fu veramente a posto nella parte del romanziere, mia moglie Maria diede il meglio di sé nella difficile parte di Maud, Italia Falasca fu uno spirito birichino a volte provocante a volte dispettoso, la mia figliuola Cecilia fu la strana cameriera scozzese, in ultimo scopertasi medium anche lei. Fabiano Favetta e Ninì Di Tommaso, nelle parti secondarie di ospiti del romanziere contribuirono nei primo atto a dare vivacità alle scene. Quanto a me, ho un ricordo molto piacevole della mia parte; forse come mai in altri lavori, ho sentito durante tutta la mia permanenza sulla scena il consenso e la simpatia del pubblico.
Se si pensa che quella commedia ebbe la fortuna di avere la scena ideata dal prof. Virgilio Marchi di Cinecittà non fa meraviglia che quello spettacolo fosse riuscito in modo veramente insolito per una Filodrammatica.
Per me poi fu tanto gradito il fatto di aver divisa la responsabilità nella preparazione del lavoro (le mie molte occupazioni e i miei mezzi fisici non mi permettevano più quei tours de force a cui mi sobbarcavo nella mia giovinezza), che cercai di far sì che l’alleanza coi Bonaca seguitasse ancorar perciò l’anno seguente preparammo insieme un altro lavoro che fu “L’Ereditiera” di Augusto Goetz che andò in scena il 16 marzo 1952.
Questa commedia drammatica, tratta da un romanzo americano : “Washington Square” di Henry James è fondata sull’eterno tema dell’incomprensione tra genitori e figli. Con scene avvincenti per introspezione psicologica gli autori presentano la vicenda di una fanciulla, poco dotata di bellezza e d’intelligenza, in perpetua timida soggezione verso il padre vedovo, il quale disperando <83>ormai di trovare in lei quella grazia e quella intelligenza che adornavano la sposa perduta, la tratta con fredda cortesia senza il minimo calore di sentimento. Ma finalmente questa figliuola viene toccata dall’amore. Allora sembra ravvivarsi, ed acquistare una propria personalità perdendo quel complesso d’inferiorità che l’aveva avvilita. Ma ahimé lei è una ricca ereditiera e l’uomo che la corteggia mira soprattutto al suo denaro, è facile per il Padre intuire i moventi del giovane pretendente, e giudicarlo indegno, e opporsi al fidanzamento cercando di aprir gli occhi alla figlia. Ma non saranno le parole del padre che le spegneranno l’ebbrezza di una sperata felicità e la convinceranno della dolorosa realtà ma il fidanzato stesso che, alla minaccia del padre di diseredarla se sposerà quel giovane, non si presenterà all’appuntamento per il combinato matrimonio clandestino. Il colpo doloroso distrugge ogni residuo di tenerezza e di pietà filiale. Caterina diventa una donna dura che assiste con la più grande insensibilità alla morte del padre; si chiude in una cupa indifferenza. Quando poi, dopo la morte del Padre, il suo ex fidanzato torna alla carica e gli vien fatta balenare la speranza di ottenere la sua mano e le sue ricchezze, è lei questa volta che lo beffa atrocemente dandogli un appuntamento per le nozze, e poi lasciandolo deliberatamente fuori della porta di casa ad aspettare invano.
Anche questa volta Mario Bonaca fu il regista della commedia, sostenendo anche la parte di Maurizio, il cacciatore di dote. Io ebbi la non facile parte del dott. Sloper, il Padre, parte che mi era piaciuta molto nell’interpretazione di Renzo Ricci.- Ci fu un po’ di dissenso con l’amico Bonaca in merito alla interpretazione del mio personaggio. Egli aveva veduto la versione cinematografica <84>ed era del parere di farne un sadico tormentatore della figlia, odioso in tutto e per tutto. Io insistevo nel presentarlo come un uomo profondamente ferito dalla morte della giovane moglie e profondamente deluso di non trovare nella figliuola l’intelligenza e la grazia di lei, sempre severo e con una punta di rancore, tormentatore tormentato lui stesso nei rapporti con la figliuola, ma sempre degno di rispetto per i suoi modi di gentiluomo e per la sua cultura. Nella truccatura e nel tratto cercai di riprodurre la figura cara e indimenticabile di mio Padre che era stato medico anche lui sul finire dell’800 a Roma e portava barba e baffi secondo il costume dell’epoca.
La parte della giovane Caterina fu affidata a Laura Listanti che ne fece la sua migliore interpretazione, passando dalla timidezza e dagli smarrimenti dei primi atti alla durezza crudele dell’ultima scena del terzo atto e nel quarto atto. Mostrò di essere docile alla regìa anche quando questa la volle addirittura spietata, forse in modo anche eccessivo, nei confronti del padre morente.
Una parte di rilievo ebbe Italia Falasca che fu la Zia Lavinia, vedova non rassegnata malgrado l’età affettuosa e comprensiva verso la nipote cui tiene mano nel suo infelice intrigo amoroso.
La cameriera Maria era Jolanda Panfili che ci diede una battuta molto felice nel finale della commedia. Mia moglie ebbe una breve scena nella parte della sorella di Maurizio e disegnò il carattere dolce e rassegnato di una donna provata dal dolore e dalle ristrettezze. Giorgio Cecchini e mia figlia Cecilia si adattarono alla figura di due fidanzati dell’epoca. Maria Alessandrini fece la sua unica comparsa nel nostro teatro quale sorella del dottor Sloper, completando il quadro di una famiglia dell’ottocento.
<85>Il prof. Virgilio Marchi ci disegnò una bella scena che arredammo con mobili ottocenteschi in modo da formare una cornice che diede risalto alla nostra recitazione che fu giudicata molto favorevolmente. Tanto per la storia, come spesso è accaduto durante la mia carriera, al successo artistico non corrispose il successo economico e dovetti colmare il deficit con un residuo di cassa che fortunatamente avevo a disposizione dalle recite precedenti.
Ed è ora il momento di parlare di un mio caro amico, oggi scomparso, che avevo conosciuto a Spoleto presso il 52° Reggimento di Fanteria durante il mio richiamo alle armi nell’anno 1939 e che simpatizzò subito con me per la nostra comune passione per il Teatro. Questi era Gino Fantoni, la cui storia della vita e il cui temperamento mi facevano spesso dire che egli non era un uomo fatto di ossa, muscoli e visceri come noi, ma era fatto unicamente di teatro, tanto questo era parte preminente della sua vita. Bisogna dire intanto che era un figlio d’arte (la madre era una attrice) e che era stato anche lui attore di professione per un certo tempo. Che avesse delle notevoli qualità lo dimostra il fatto che fu scritturato dalla grande Eleonora Duse che lo portò con sé in America in occasione della sua ultima tournée che ho già ricordato; ed era nella sua compagnia quando la grande attrice chiudeva gli occhi per sempre nella città di Pittsbourg. Per aderire al desiderio della madre, Gino Fantoni aveva poi lasciato l’arte per abbracciare la carriera militare e per diciassette anni vestì degnamente la divisa di ufficiale del nostro esercito fin quasi alla fine della seconda guerra mondiale quando andò in congedo col grado di tenente colonnello. Ma la passione del Teatro era così connaturale a lui che stabilitosi con sua moglie a <86>Spoleto volle costituire un gruppo filodrammatico che con molta pazienza e lavoro portò a recitare con successo diversi lavori non soltanto a Spoleto ma anche in altre cittadine umbre compresa Trevi. Egli seguiva le nostre recite con molta simpatia e talvolta ci dava preziosi suggerimenti. Naturalmente il suo giudizio sulle nostre rappresentazioni era per noi molto importante. Aveva una vera collezione di copioni che spesso erano rimaneggiati da lui con molta abilità come era costume presso gli attori di professione.
E fu con lui che mettemmo in scena quello che doveva essere l’ultimo lavoro della nostra Filodrammatica e che fu “Lo sbaglio di essere vivo” di Aldo De Benedetti, che si rappresentò la prima volta al Clitunno l’11 luglio 1954.
Questo lavoro oltre al solito brio e alla solita comicità propri del suo autore (di cui rappresentammo diversi anni addietro la commedia “Non ti conosco più”) presenta degli aspetti drammatici e grotteschi che ricordano un poco il teatro di Pirandello. La trama, nella quale è evidente lo spunto derivato dal Fu Mattia Pascal, romanzo dello scrittore siciliano, tratta la storia di un modesto impiegato che, in seguito ad un indigestione di cocomero, ha un collasso e viene creduto motto e messo nella bara. Ma come si tratta di morte apparente, ad un certo punto mentre è sempre nella bara e la moglie veglia da sola il suo cadavere, si risveglia. Passato il primo momento di spavento di lei e di naturale effusione, gli cade sotto gli occhi la sua polizza di assicurazione sulla vita. É una grossa somma con la quale potrebbe uscire dalle ristrettezze in cui si dibatte per il suo misero stipendio da impiegato. La decisione è presa, malgrado l’opposizione della moglie. Egli resterà morto per tutti, tranne che per lei. Nella bara il cui coperchio sarà inchiodato la mattina <87> seguente ci metteranno degli oggetti pesanti per simulare la presenza del corpo. Egli così assiste di nascosto al suo funerale, poi cambia residenza con la moglie. Nella città dove si è trasferito dopo essersi tagliati i baffi passa per il cognato di lei e spende allegramente il denaro frutto del suo imbroglio. Ma i nodi vengono al pettine e, finiti i soldi, egli invano cerca di procurarsi un lavoro; non può fornire documenti personali perché è ufficialmente morto. Intanto alla presunta vedova non mancano i corteggiatori e primo fra tutti il comm. Guglielmi l’ex capo ufficio del marito, persona facoltosa che era stato un tempo innamorato di lei quando era ragazza. La situazione diventa estremamente grottesca quando il marito viene pregato dal suo ex principale che lo crede cognato di lei di interporre i suoi uffici affinché la donna acconsenta alla sua proposta di matrimonio. Per il marito e per la moglie comincia una vita d’inferno fra le gelosie e le liti per le strettezze quotidiane. In uno di questi scontri Lei esasperata gli dichiara che non può più vivere con lui, che non lo ama più ma che ama ormai l’altro che le offre continuamente la prospettiva di una vita comoda e felice. A questo colpo il marito si accascia, poi prende una grande decisione. Riconosciuto il fallimento completo della sua vita decide di sopprimersi per lasciare sua moglie libera di sposare l’uomo che ama. Scrive a Lui e a Lei rivelando il suo proposito di ritrovare il suo posto nella sua tomba presso la quale andrà ad uccidersi. Siamo all’ultimo atto che avviene in un ridente cimitero in tempo di primavera presso la sua tomba. C’è un dialogo in principio tra il protagonista ed il becchino del cimitero, un tipo tra il comico e il grottesco che fa con filosofia il suo mestiere di becchino e se ne trova bene. Naturalmente la richiesta dell’uomo strano che gli racconta la <88>sua storia e poi gli chiede di ucciderlo e di metterlo nella sua bara lo fa uscire dai gangheri, ma quando si vedono arrivare i due, la moglie e l’altro, emozionatissimi, alla ricerca del suicida, egli si lascia convincere a ingannarli ed a raccontare l’incredibile vicenda del suicidio e relativo seppellimento. Grida e lacrime della donna, il cui amore non era del tutto morto per quel disgraziato, ma che infine si lascia condurre via da quell’altro a cui ormai affiderà la sua vita. E lui? Esce dal suo nascondiglio da cui ha visto tutto e vorrebbe ancora uccidersi, ma il becchino filosofo lo fa riflettere che ciò non servirebbe più a nulla; l’effetto è ottenuto ugualmente perché egli ormai è creduto morto anche da quei due, Se proprio non sa dove battere il capo, ce l’avrebbe lui una soluzione: rimanga lì ad aiutarlo nel suo mestiere di becchino. “Questo non è un cimitero, gli dice, ma un bellissimo giardino!”. E l’altro rimane.
Gino Fantoni, oltre a essere stato il regista di questa commedia, aveva rimaneggiato intelligentemente il lavoro, creando una maggiore suspense negli spettatori, in quanto che la scena della morte e del risveglio, invece che raccontata, viene presentata al pubblico prima della scena del cimitero. Egli veniva apposta da Spoleto per le prove e le condusse con ammirevole pazienza e capacità Il risultato fu quanto mai lusinghiero.
Io fui Adriano Lari, il morto che ha sbagliato ad essere vivo. Dovetti ringiovanirmi notevolmente col trucco. Ma a quel personaggio che nel secondo e terzo atto si dibatte nelle strettoie di una situazione senza uscita, cercai di dare quegli accenti di sincerità e di esasperazione, come feci un tempo con “Ma non è una cosa seria” di Pirandello, e mi parve di esservi riuscito se <89>devo dar retta ai consensi del pubblico. Ottima e assai vera l’interpretazione di Fantoni del personaggio del Comm. Guglielmi. Gino Fantoni aveva sempre conservato la voce dei suoi anni migliori, e sapeva variarne la tonalità con vera maestria. A lui spetta il merito di aver preparato egregiamente anche la Signorina Laura Listanti, che riuscì molto bene nella parte della moglie e finta vedova. Il suo temperamento e la sua voce si prestavano bene alle parti drammatiche ed infatti non ebbe questa sta volta minor successo di quello avuto nell’Ereditiera. Come al solito, anche alcuni elementi della mia famiglia presero parte alla recita. Mia moglie fece un’apparizione sulla scena nella parte di una vicina curiosa, e le due figliuole Letizia e Lidia si presentarono per la prima ed ultima volta sulla scena; l’una, nella parte di una giovane e spregiudicata amica della protagonista, l’altra nella parte di una cameriera.
Una breve parte sostenne con molto brio e sicurezza la signora Ornella Fantoni, che in passato, più volte si era esibita con successo nei lavori messi in scena dal marito.
Per finire, assai caratteristica fu l’interpretazione della parte sostenuta dall’avv. Carlo Zenobi che era il famoso becchino filosofo che fu presentato dal nostro bravo attore con spunti di grottesca comicità.
Questo lavoro fu ripetuto al Teatro Clitunno anche il 18 luglio e costituì anche un successo finanziario, tanto che potemmo permetterci una discreta cena nel famoso ristorante del “Cochetto”. Ma quando, poco più di un mese dopo, il 22 agosto del 1954 ci arrischiammo a portare la commedia a Bevagna, nel bel Teatro ottocentesco Francesco Torti, al successo artistico non corrispose il successo finanziario e non bastarono gli avanzi di cassa <90>degli altri spettacoli a colmare il deficit ma dovemmo metter mano alle nostre borse.
Questa commedia, a sfondo funerario, doveva essere l’ultima produzione della nostra Filodrammatica. Ancora impressa nella mia mente è la mia piuttosto lunga permanenza in una bara autentica con quattro ceri accesi e fiori. Ricordo che mi misi nella bara dieci minuti prima che si levasse il sipario e che quel periodo di meditazione mi fece molto bene per assumere il carattere del personaggio. Non avrei pensato però che in quella bara si seppellisse simbolicamente la nostra attività Filodrammatica.
Chi invece ebbe la sensazione profetica di questa fine fu l’avvocato Zenobi, il quale per altro aveva deciso da parte sua, per ragioni a me non del tutto chiare.1, di chiudere la sua breve carriera di attore, organizzatore e direttore di scena. Infatti nel mandarmi i conti delle ultime rappresentazioni, in calce aggiunse queste parole “… io, Carlo Zenobi, con il fermo proposito di non più calcare il palcoscenico, uscendo, povero Beccamorto, dalla Filodrammatica, consegno al prof. Bartolini… ecc.”.
La defezione dell’avvocato Zenobi, prezioso elemento per intelligenza e capacità organizzativa per quanto riguardasse in specie l’allestimento delle scene, era un colpo grave per il nostro gruppo.
Ma Gino Fantoni ed io non eravamo ancora persuasi di dover mettere fine ad una attività che coltivavamo con tanta passione, e, malgrado lo scarso seguito degli elementi giovanili del nostro ambiente (gli anziani, quelli che avevano passione sul serio, erano quasi tutti scomparsi) volemmo fare il tentativo di preparare un’altra <91> recita che presentasse le minime difficoltà organizzative e di scena. Il lavoro scelto presentava un processo svolto in America e consisteva in una serie di scene in cui si alternavano i testimoni, mentre erano sempre presenti ed avevano parti impegnative, il Rappresentante della Pubblica accusa, l’Avvocato difensore, e una donna, imputata di omicidio. Queste parti erano divise fra Gino Fantoni e me e la signorina Listanti e richiedevano un lungo studio e assidue frequenze, mente quelle dei testimoni si potevano fare alternando settimane di riposo a settimane di prove. Quindi un minimo sacrificio per i giovani partecipanti. Eppure, lo credereste? Nemmeno questo piccolo sacrificio ci riuscì di ottenere. Ci furono delle ripicche fra i dilettanti e ci fu una tale svogliatezza che dopo dieci mesi di prove, più volte interrotte, condotte alla stracca, mentre il povero Fantoni si affannava inutilmente ad istruire i recalcitranti, la recita di quella commedia (che s’intitolava “La notte del 16 gennaio” fu dovuta abbandonare. Ne andava infine della nostra dignità
Inoltre già da tempo – con mio grande dispiacere – la Direzione del Teatro Clitunno aveva concesso l’uso permanente dello stabile per farvi degli spettacoli cinematografici. Le ragioni addotte, che in fondo potevano avere una certa plausibilità erano di natura economica. Occorreva realizzare un utile fisso, non essendo sufficiente quello molto saltuario dato dalla Filodrammatica, per le spese di manutenzione del fabbricato che aveva bisogno di riparazioni importanti, altrimenti sarebbe stato necessario aumentare le quote annuali ai proprietari dei palchi. Questi accettarono tutti la proposta della Direzione, io soltanto non volli firmare per il consenso. Opposizione <92> platonica, perché il progetto passò a grande maggioranza.
Il nostro Teatro è ora da anni, salvo rarissime eccezioni, adibito agli spettacoli cinematografici. Per parte mia non vi sono mai entrato per assistere a tali spettacoli; troppo mi duole rivedere quell’ambiente che mostra i segni di evidente decadenza, e dove con tanto entusiasmo giovani e anziani per più generazioni hanno profuso energie, entusiasmo e sacrifici per organizzare recite preparate con cura e decoro, essere ridotto ad una funzione per la quale non era stato costruito, dato in pasto ad un pubblico che non lo rispetta, che accorre attirato da spettacoli spesso deteriori quali sono quelli che per avidità di lucro spesso ci propinano la maggior parte dei produttori di films di oggi.
Queste memorie finiscono dunque in chiave di malinconia. Malinconia per il tramonto di un’attività che non ha purtroppo per ora probabilità di risveglio date le attuali possibilità di occupare il tempo libero in mille modi più comodi e facili offerti dal progresso della tecnica. Malinconia per la decadenza di un vecchio caro Teatro dell’ottocento che aveva una sua storia ed a cui mi legano tanti piacevoli ricordi. Malinconia infine per tanti amici scomparsi dalla scena di questo mondo, dopo aver diviso con essi, sulle scene di quel Teatro, le emozioni, gli entusiasmi, i dispiaceri e le soddisfazioni per quasi mezzo secolo.
Ma il mondo si evolve. I giovani contestatori vogliono cambiare questa società che divinizza il benessere. Chissà che un giorno non ritorni alle nuove generazioni l’aspirazione di ritrovare vie meno facili, ma più dignitose e intelligenti per utilizzare il tempo libero sempre <93>più disponibile, e fra queste non torni in auge, come un tempo, l’attività Filodrammatica? [A venti anni dalla morte del Bartolini il teatro Clitunno è tornato ad essere usato propriamente come teatro. Vedi: Teatro Clitunno ]
Come nei tramonti autunnali si vede spesso fra tanti magnifici colori qualche tenue sfumatura di verde, così in queste conclusioni pessimistiche delle mie memorie, vorrei mettere anch’io una piccola luce di verde, il colore della Speranza.
Note
1) Carlo Zenobi (1913-2016) ha più volte chiarito il motivo del suo abbandono: la sindrome del “factotum”. Attore nato, protagonista generoso, a lui facevano capo tutte le incombenze relative alla messa in scena: ” attore, organizzatore e direttore di scena”, responsbile della rendicontazione contabile – come ammette il Bartolini – spesso assistente e collaboratore di Vincenzo Giuliani nella pittura dei fondali e “reclutatore” dei giovani attori che preferivano le panchine della “passeggiata” al tavolato del palcoscenico, dove si ripetevano le estenuamti prove, nonostante la passione dovette al fine desistere per comprensibile esurimento!
<72 seg.>Intanto a Trevi era sbarcato un tipo strano e originale, che insieme ad altre prerogative aveva una forte passione per il Teatro, che aveva fatto del cinematografo ed aveva persino scritto qualche commedia. Si chiamava Guido Bazzani ed era laureato in Lettere e Filosofia nell’Università Cattolica di Milano. Senza dilungarmi troppo a parlare <73>di questo personaggio fuori dell’ordinario, dirò soltanto che dopo aver fatto l’allevatore di scrofe e di pecore, dopo aver espletato la carica di Sindaco Apostolico in un monastero di monache, e dopo aver partecipato alla seguente rappresentazione ed anche ad altri nostri tentativi di metter in scena altri lavori impegnativi come “Gli Spettri” e “La leggenda di Ognuno”, colto da un’improvvisa crisi di coscienza manifestò la vocazione di ritirarsi dal mondo e fondò un ordine di monaci di cui divenne superiore col nome di Fra Colombano Bernardo.
Fatta conoscenza con lui, sapendo che io mi occupavo anche di Teatro, mi propose di fare qualche cosa insieme ed io accettai.
E fu così che decidemmo di metter in scena «Il Bugiardo» di Goldoni, convenendo che, la direzione organizzativa e la scelta delle parti sarebbe stato mio compito e lui si sarebbe occupato della regia ed infine avrebbe assunto la parte del protagonista, mentre io avrei provato a far rivivere Pantalone. Era sempre l’estate dell’anno 1948 quando iniziai con grande impegno il mio lavoro. Convinsi l’avv. Zenobi ad accettare la parte di Arlecchino e ad occuparsi delle scene, affidai a mia moglie ed alla mia figliuola Giovanna le parti delle due sorelle figlie del Dottor Balanzoni che fu Gaspare Santoni. Giorgio Cecchini ebbe la parte del timido e innamorato Florindo, mentre il fratello Gastone accettò la parte di Ottavio e Mario Loretoni quella di Brighella; l’astuta Colombina fu Ninì Di Tomaso che nella seconda edizione di un anno dopo fu sostituita dall’altra mia figlia Cecilia, perché la Di Tomaso era assente. Le ultime due piccole parti, quella del vetturino napoletano e quella del giovane di negozio, furono affidate rispettivamente a mio figlio Francesco e a Giuseppe Tosi.
<74>Le prove procedevano alacremente perché il Dottor Bazzani vi si dedicava con molta energia e, devo ammetterlo, con notevole capacità. Io rispolveravo la mia parlata veneziana, reminiscenza della mia permanenza nel Veneto durante la guerra ’15-18, facendomi correggere qualche difetto di pronuncia da una ragazza veneta, nipote di un parroco delle vicinanze.
La scena esterna fu ideata e costruita dall’avv. Zenobi e riuscì molto bene col suo bravo terrazzino sulla casa del Dottore, la locanda e la veduta sul canale. Per l’interno utilizzammo uno dei vecchi fondali con una buonissima prospettiva che si prestò egregiamente. Costumi e parrucche provennero da due fornitori specializzati di Roma.
Fu una delle migliori nostre esecuzioni. Nella parte di Lelio il Bazzani fu veramente a posto, lezioso, sfacciato e mentitore. Quanto al mio Pantalone credo che fu la mia migliore interpretazione. Mi si prestavano la mia figura alta e magra e la voce alla quale diedi un timbro particolare da vecchio mentre il mio parlar veneziano scorreva abbastanza spontaneo, anche a giudizio di alcuni veneti che assistevano ad una delle rappresentazioni. Io ho sempre amato il Goldoni, di cui ho letto tutte le commedie in una bella edizione del ‘700 che ho la fortuna di possedere; ed in modo particolare il personaggio di Pantalone mi è riuscito sempre molto simpatico. Tutti gli altri, tanto le donne che i giovani innamorati, dimostrarono di aver preso bene il carattere con la grazia un po’ affettata dei personaggi del ‘700. Molto apprezzato fu l’avv. Zenobi nella sua veste di Arlecchino di cui rese a perfezione il carattere tradizionale a base di sberleffi e salti da ginnasta suscitando grandi risate. Un po’ meno vivace il Brighella di Loretoni che pure fece <75>del suo meglio, e un poco freddino il Santoni che pur possedeva mezzi vocali e figura adatti per la parte del Dottor Balanzoni.
Il “Bugiardo” fu rappresentato la prima volta il 6 dicembre 1948 in un teatro gremito di spettatori e fu molto applaudito e favorevolmente commentato dagli spettatori di Trevi e di fuori. Ne demmo altre due repliche di cui una gratuitamente agli alunni delle scuole di Trevi e del Collegio Lucarini il Giovedì, l’altra, la Domenica, a pagamento. Ma fra tutte e due, è inutile dirlo, non riuscimmo a far il pareggio con le spese che erano state assai rilevanti.
Visto il successo del lavoro, nella speranza di rimediare al deficit finanziario, l’anno seguente, in occasione della permanenza a Trevi di un folto gruppo di allievi della Scuola Sottufficiali. di Spoleto, presentammo altre due repliche, precisamente il 23 e il 24 luglio 1949. Effettivamente questa volta recuperammo le spese e ci fu anche un certo margine per la consueta cenetta. Ma voglio ricordare quello che avvenne alla rappresentazione di Domenica. Quella sera il Dottor Bazzani, di cui ho già accennato la bizzarra personalità, ci aveva tutti un po’ frastornato con le sue stranezze, avendo, fra l’altro, riempito il palcoscenico di alcuni suoi invitati, di modo che in mezzo a tutte quelle distrazioni gli attori e le attrici si sentivano un po’ “smontati” ed io ero particolarmente irritato. Come conseguenza di ciò i primi due atti si svolsero senza infamia ma anche senza molto calore e vennero seguiti con un po’ di freddezza da parte del pubblico. Ciò non fece che aumentare la mia irritazione, Quando però al terzo atto si giunse alla famosa scena in cui Pantalone viene a scoprire tutte le malefatte del suo bugiardissimo figliolo, e il Bazzani nella veste di Lelio,<76>mi girava intorno con le sue leziosaggini un po’ esagerate e le sfacciate menzogne, la mia irritazione fece sì che io mi investii a tal punto della mia parte, che la mia lunga battuta fu una esplosione di improperi detti con tanta veemenza e verità che il pubblico finalmente si scosse ed applaudì a scena aperta. Questo episodio dimostra ancora una volta quanto sia necessario, affinché gli attori dilettanti facciano presa sul pubblico, che siano liberi in tutta tranquillità prima di entrare in scena di pensare senza distrazioni unicamente alla loro parte. Quanto agli attori professionisti la cosa è un po’ diversa, perché la lunga pratica e le molte repliche rendono talmente automatica la loro recitazione che riescono benissimo a dissimulare al pubblico una eventuale non partecipazione interiore.
Prima delle ricordate repliche della commedia Goldoniana ho da parlare di un’altra nostra recita che fu rapidamente allestita dopo la prima rappresentazione del “Bugiardo” e presentata il 27 gennaio 1949.
Era stata da me scelta una scherzosa commedia di Umberto Mordicchio “L’indimenticabile Agosto del 1935”, che era stata concessa in esclusiva all’attore Gilberto Govi, dal quale ottenemmo con atto di vera cortesia il permesso di rappresentarla nel nostro Teatro Clitunno. Questa dunque era una commedia un po’ farsesca come tutte quelle che facevano parte del repertorio del grande comico genovese ora scomparso. Un uomo perseguitato dalla sfortuna, a cui l’ironia della sorte ed i suoi genitori hanno posto il nome di Felice, a causa di una omonimia, viene improvvisamente creduto erede di una vistosa fortuna, lasciatagli da una ricca benefattrice. Quest’uomo dapprima incredulo, si adatta poi alla circostanza, inventando una romanzesca avventura di un salvataggio da lui <77>effettuato per spiegare il ricordo dell’indimenticabile agosto del 1935 menzionato nel testamento. Si nota intanto un rapido cambiamento di umori e di trattamento nella sua famiglia. La moglie e la suocera che lo tiranneggiavano e lo schernivano diventano affettuose con lui, i figli diventano obbedienti e premurosi, le donne conoscenti cominciano a considerarlo sotto un aspetto interessante, insomma tutti lo portano in palma di mano, finché come era da prevedersi viene fuori il vero erede che gli soffra l’eredità e lo sbalza dal piedistallo. Ma nel frattempo erano accadute due cose: un buon matrimonio per la figlia, e una sua proficua sistemazione di lavoro, così tutto si risolve nel migliore dei modi.
Questa leggerissima trama era tenuta su da una serie di macchiette ricche di una semplice e sana comicità. Intorno al personaggio centrale di cui mi sforzai di mettere in evidenza il complesso d’inferiorità e la temporanea infatuazione, si muovono : la moglie autoritaria e la suocera bisbetica impersonate rispettivamente da mia moglie e dalla signora Anita Ortolani ; la figlia infatuata che sogna il cinematografo (Ninì Di Tomaso) il figlio patito per lo sport (Gastone Cecchini), la servetta un po’ pettegola (Adele Di Tomaso), una ricca vedova sensibile al fascino dell’uomo riabilitato dalla fortuna (Laura Listanti), l’innamorato timido e balbuziente (Carlo Zenobi) ed altre figure minori tutte colte dal vero che diedero alla vicenda una sana e schietta comicità e divertirono moltissimo il nostro pubblico che trascorse due ore di distensione e di allegria.
A un anno di distanza, e precisamente il 6 gennaio 1950 rappresentammo “Madre Allegria” di De Sevilla eSepulveda, interpretato in Italia dalla indimenticabile Dina Galli.
<78>Era una commedia nella quale svariati personaggi caratteristici si muovevano nell’ambiente particolare di un istituto per trovatelli retto da alcune suore, e determinavano una vicenda che aveva per suo motivo principale la dedizione amorosa di una suora (che per il suo carattere gioviale veniva chiamata Madre Allegria) verso quelle creature che per cagione dell’abbandono da parte dei loro genitori, crescevano con un senso di amarezza e di solitudine nel cuore.
Italia Falasca fu Madre Allegria e diede il meglio di sé stessa per tratteggiare con spontanea vivacità la figura di quella suora che aveva dedicata tutta la sua vita all’educazione dei trovatelli sentendosi madre di tutte quelle creature che crescevano sotto la sua vigilanza amorosa. Fu veramente efficace e toccante nella scena del distacco da una delle amate sue figliole che andava sposa. Proprio in quella scena ella doveva scontrarsi con un altro personaggio, la madre della ragazza, una mondana, che dopo una vita avventurosa veniva a riprendersi la figlia. Questa donna, che è l’unico personaggio drammatico della vicenda, ascoltando non conosciuta le parole amare della figlia contro chi, dopo averla messa al mondo, non aveva accettata la sua esistenza abbandonandola al suo destino, si convince che la cosa migliore che può fare è di non farsi riconoscere dalla figlia, e se ne va sotto il peso di un cocente rimorso e di un cupo dolore. Mia moglie in quella parte fu abbastanza convincente e suscitò commozione fra gli spettatori.
Una nota di vivace allegria veniva data dalle ragazzette educande dell’Istituto. Ninì di Tomaso era Gloria, la prediletta di Madre Allegria, dolce di carattere ma ferma nei suoi propositi; Adele Di Tomaso era Mariettina, una fanciulla bizzarra, in continuo contrasto tra la <79>sua spensieratezza ed il suo buon cuore. C’era poi la parte del vecchio Nemesio che scelsi per me, un factotum dell’Istituto, bonario, affezionato alle ragazze, sempre in lite con Suor Martina, Suor Brontolona come la chiamava lui, un tipo comicamente arcigno impersonata da Annita Vicarelli Ortolani. Altre due figure comiche, Curro, il fidanzato campagnolo di Mariettina, e sua madre Consolazione furono caratterizzate da Mario Loretoni e da Armanda Arredi Zappelli.
La commedia piacque e fu applaudita dal pubblico. Devo raccontare un particolare interessante. Assisteva allo spettacolo proprio una ragazza madre la quale fu così profondamente impressionata dalla vicenda della commedia e dalle parole di Madre Allegria che decise di riprendersi il suo bambino che aveva affidato ad un Brefotrofio. Un’opera buona, dunque.
Questa notizia mi diede molta soddisfazione e scemò il dispiacere di aver dovuto leggere in un giornale lo scritto di un adolescente saputello che aveva stroncato in tono cattedratico sia il lavoro che l’esecuzione di esso. Non ho mai parlato prima di ora dei commenti della stampa alle nostre rappresentazioni, perché il tono uniformemente elogiativo di essi mi pareva privarli di un vero interesse, ma questa non era quella critica costruttiva che io avevo sempre auspicato. Erano giudizi avventati con diverse inesattezze su di un lavoro degno di ogni rispetto anche per quel senso di moralità che se ne poteva trarre, e che aveva infatti prodotto su di una figlia del popolo, come ho detto prima, un effetto veramente edificante. Sarebbe stato facile ribattere le molte inesattezze dovute all’incompetenza di quel giovane contestatario ante litteram, non privo d’intelligenza, ma impreparato assolutamente in fatto di Teatro. Ma non volli iniziare una di quelle polemiche <80>che mi facevano spesso sorridere nelle edizioni dei giornali di provincia. Cosicché sia per la soddisfazione avuta dai commenti favorevoli di altri giornali, sia per una lettera in mia difesa scritta al giovane dal mio amico ed emulo cortese Mario Bonaca che me ne mandò una copia, tutto finì lì.