Autore: Franco Spellani

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

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    CAPO10° – STATO DELLA CHIESA DI SANTACROCE
    NEL PERIODO DAL 1860 IN POI

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    Questa chiesa, benché fornita di tanto personale ecclesiastico, il Parroco e tre Cappellani coadiutori, ora, a dire il vero, la più scarsa di officiatura di tutte le altre della Piaggia e della Città e la meno frequentata. Oltre la soddisfazione annuale dei legati, la Messa parrocchiale nelle feste , e in due domeniche del mese la funzione della Buonamorte, le tre feste speciali, titolari della Parrocchia, e quella di S.Filippo preceduta da novena: eccovi il tutto, non vi era altro.

    Però da non molto tempo incominciò un periodo, il contemporaneo, e questo strettamente può fissarsi con un principio al . Vero è però che innanzi già da qualche movimento si era destato. Nel 1863, preceduta da un trisuo e con celebrazioni di quindici Messe fu istituita la festa del Sagro Cuore di Gesù per la feria V dopo la quinquagesima. Sul proposito di quanto vi sarà materia da dire, interessante per la Chiesa, ma adesso non si può, perché per ora e altro tempo ancora, tale istituzione comparisce come opera tutta privata di un pio benefattore. A suo tempo però verrà canonicamente eretta. Laonde se ne rilascia l’esposizione in un appindice da farsi alle presenti Memorie da chi si troverà a reggere la parrocchia.

    Nel 1870 fu richiamata a vita dopo lungo tempo la festa di S. Antonio da Padova nella omonima <71v> chiesa con triduo precedente, fondata sopra la questua del grano, mosto, oliva, da esercitarsi da due parrocchiani nominati a triennio dal Parroco. E coi sopravanzi di essa ottenuti con le praticate economie fu restaurata la chiesa, fatto il campaniletto con la campana maggiore, acquistato il quadro del Santo e il reliquiario, fatto il confessionario, i banchi e il paratorio. dalla Chiesa Nuova vi fu trasportata la mostra lignea dell’altare con le due statue laterali e i due putti. Non molto appresso il conte Antonio Valenti, dilettante di pittura rifece i due quadri da esporsi a trasparenza.

    Circa 1874 di notte tempo, fu appiccato il fuoco all’imposte della porta maggiore di Santacroce, che l’ebbe consunta a metà prima dell’accorrere dei vicini, improvvisamente destati dal crepitar dell’incendio. gli operatori restarono al governo incogniti e impuniti, ma la voce popolare ne imputò un cotal Conti marchigiano, capo di questa stazione, e tempo dopo destituito dallo impiego, colla cooperazione d’altri due o tre del luogo. Da poi le imposte vennero rifatte del tutto, e di più si ricoprì a pietra tutta la gradinata che salisce alla medesima porta. Circa il medesimo tempo fu fatto anche l’organo, opera del perugino Morettini. Il pagamento del prezzo fu tratto dal sopravanzo dell’amministrazione del prelegato Costa, tenuta per molti anni dal defondo Cappellano canonico Andreucci.

    Nel 1882 fu istituita la festa dell’Immacolata Concezione, preceduta da novena. Nel 1889 si cominciò a praticare la funzioni di ringraziamento al termine dell’anno civile. Nel 1892 fu istituita la festa del Corpus Domini da farsi nella Domenica tra l’Ottava . Nel <72>1897 furono istituite le Quarantore alle tre feste di Pasqua per mezzo di una questua sulla oliva, e, in mancanza di questa, sopra altro genere, esercitata a triennio da due donne parrocchiane nominate del Parroco, l’una nubile, l’altra coniugata.

    Il rito col quale le sopranominate feste e funzioni vengono celebrate, come tutte le altre parti del culto, si trova descritto nell’opuscolo “le Consuetudini della Chiesa di S.ta Croce” conservato in sagrestia.

    Nel periodo sul quale ora c’intratteniamo, fu portato un aumento non solo all’ufficiatura della chiesa, ma altresì alla suppellettile e a ttutto il corredamento. Un parato rosso di lama d’oro in quarto. Due altre pianete rosse. Una pianeta bianca di seta con recami. Biancheria. sei camici con mozzetta rossa con sei ceri per le solennità. un baldacchino a sei aste. Un velo omerale. un grande strato per lo altare maggiore. Gli arazzi di gelsolino per gli otto pilastri della chiesa. La balaustra agli scalini del presbiterio. Il bussolone alla porta maggiore della chiesa e” la bussola alla minore. Tutti i banchi della chiesa, dei quali, otto di olmo e due di noce. La grande raggiera dorata. Il restauro e doratura di quasi tutti i candelieri e soprattutto dei due grandi messi a candelabro, della residenza maggiore, dai vasi di legno pei fiori, del semibusto di S. Filippo. Un’altra residenza fatta a raggiera. E altre cose minori di tal genere; ma soprattutto la erezione del nuovo campanile e l’acquisto del locale di Santacroce.

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    La chiesa di Santacroce aveva un piccolo campanile a ventaglio, costruito, dopo la traslazione della sede della Parrocchia, sulla grossezza di un angolo della chiesa dalla parte della sagrestia, e aveva due piccole campane lasciatevi dalle monache. Nel 1889 vennero fuse le quaqttro nuove campane, comprendendo i, esse il metallo delle due presistenti, dal fabbro ferraio, versato ancora in altre arti affini e in quella della fusione delle campane, ereditata dalla famiglia Petrolini, Ezechiele Nessi, nato in Montefalco, ma qui domiciliato fino dalla sua giovinezza. Nello stesso tempo fu ancora incominciata la fabbrica del nuovo campanile, con disegno e sotto la direzione di don Valentino Benedetti-Valentini Cappellano di questa chiesa. Nell’anno seguente l’edificazione venne compita con una solidità più che ordinaria, perché garantita dallo scoglio delle fondamenta, dall’ottimo materiale impiegatovi, dalle tredici chiave di ferro in costruzione e dalla fedeltà del lavoro, ad onta che il muro esterno della sagrestia dalla parte di ponente già da tempo avesse subito un po’ di sfianco. Il peso di ciascuna delle campane è come appresso: la maggiore Kili 520; la seconda Kili 290; la terza Kili 219,300; la quarta Kili 147.

    Il 29 gennajo 1891 dall’Arcivescovo di Spoleto Elvezio Mariano Pagliari, con molto concorso di clero e discreto di popolo, venne fatta la benedizione delle campane. La domenica 6 settembre istesso anno fu celebrata la festa della SS.ma Croce per inaugurazione del campanile e delle campane che in quel giorno suonarono la prima volta, e fu una vera solennità. La chiesa, ornata della più splendita paratura, eseguita dalla Casa <73> Scandolini-Mirti di Perugia. Premesso un solenne triduo con musica, nel mattino della Domenica dopo alcune messe lette, la Messa Cantata con musica del celebre padre Burroni conventuale, maestro della Cappella della Basilica di S.Francesco di Assisi. Nel pomeriggio, processione e Benedizione con musica. Alla solennità religiosa, nello stesso giorno, fece conveniente riscontro a seguito la festa civile. Dapprima le corse in velocipede, retribuite con tre premi: l’uno con una medaglia d’oro, l’altro, di argento, il terzo, di bronzo, oltre i diplomi d’onore. Di poi, innalzamento di globi areostatici. In ultimo, accenzione di un grande fuoco artificiale. E nella sera stessa, come nella precedente, illuminazione delle case della parrocchia, nonché della facciata della chiesa e del campanile a bengala. Tanto la parte religiosa poi, quanto la civile, rallegrata dal concerto cittadino. Nel Lunedì appresso, officio generale di Suffragio con musica. Alla porta maggiore della chiesa fu sovrapposta la seguente epigrafe, che mi cadde dalla penna quattro o cinque mattine innanzi, reduce da una casa, nella quale avevo vegliato tutta la notte all’assistenza di una ragazza moribonda per malattia di diefeterite. A Te – Croce SS.ma – Letto di dolori ineffabili – in cui morendo – l’Uomo Dio – Riconciliava il Cielo alla Terra – E riformava interamente l’Umanità – Il suono festoso dei nuovi sacri bronzi – In questa chiesa dicata al tuo culto – Chiami i fedeli ad adorarti – <73v> Tu vissillo della Redenzione – Tu decoro delle regali corone – Tu pegno di speranza – A chi giace sotterra a pié dell’ombra tua – Aspettando la finale resurezione.

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    La fabbricazione del campanile dette occasione ad una demolizione, della quale conviene fare un ricordo. In via della Piaggia, e pricisamente dal piccolo largo apperto innanzi alla facciata di Sª Croce, a circa metri 30 da esso largo, sulla sinistra, esisteva una piccola chiesa, antica, rude, di forma rettangolare, perpetuamente chiusa perché abbandonata, sotto il titolo di “Santa Maria del Riscatto, ma colla denominazione popolare di “La Fraternita”. Nulla ho potuto rintracciare della sua origine e dello scopo. Siccome so che Trevi, come altre logalità dell’Umbria e d’Italia, si è trovata più volte aggredita dai saraceni, sia stata essa eretta per voto alla Vergine, chiamata perciò del “Riscatto ? Non oserai affermarlo; è un mio sospetto. L’antichità che si presentava quella costruzione, degna della rusticità e grettezza del medio evo, la sua posizione nella Piaggia, la parte del paese la più esposta agli assalimenti di quei corsari, il titolo del Riscatto “de Redempsione, Captivorum” dell’Ordine dei Mercedari di S.Pietro Novaro m’infondono tale concettura. Ora questa chiesetta venne demolita per trarsene le pietre riquadrate e i molti mattoni della sua ertissima volta alla fabbrica del campanile, lasciandovici la parte inferiore dei muri per cinta a chiudere il vivaio degli <74> olivi, in cui fu convertita.

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    Ecco quanto alla memoria dei posteri lascio circa il campanile e le campane. Qui poi presento l’interrogazione che essi per apostrofe m’indirizzeranno. Ma, e perché impiantare il campanile in quel posto, adatto sì per una parte della campagna circostante, ma inadatto per la Piaggia? Perché non farlo al disopra della chiesa? Vera e giusta osservazione! Rispondo ciò essere provenuta da due cause. la parte inferiore dell’ex monastero apparteneva ancora in quel tempo all’Orfanotrofio di S. Bartolomeo. Francesco Francesconi, ostile al clero e alle cose ecclesiastiche, benché con le sue solite lepide maniere, non aderiva, essendo presidente della Congregazione, sotto le Duemila lire, alla vendita di quella parte, che, dopo la di lui morte pochi anni appresso, si ebbe, in base di perizia, per £ 292. Intanto la frettomania dei Valentini (nota caratteristica di quella famiglia, per altro proba e rispettabile) non poteva contenersi per un ulteriore ritardo alla fabbricazione e ad Esso preferì di gettarci nella infelicità di quel posto.

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    Parlatosi del campanile, veniamo ora al locale di Santacroce. Già si è detto al N°45 che il Rescritto della Congregazione della Riforma ebbe attribuito all’Orfanotrofio questo locale coi beni superstiti ed oneri del non riprestinato monastero. L’Orfanotrofio vi tenne la sua residenza per pochi anni; dopo di che la sua amministrazione lo dette in locazione ad alcune famiglie; ma intanto nei bisogni che le sopravvenivano per la manutenzione dei suoi fabbricati, veniva <74v> togliendo man mano al locale ciò che poteva. Toglieva soffitti alle stanze, demoliva i muri di tramenzo delle medesime, scaricava qualche tratto di muro per estrarne materiali, portava via imposte di fnestre e di porte. L’amministrazione dalle mani di don Luigi Dominici priore della Collegiata e Vicario Foraneo, venuta, dopo il nuovo governo, in quella della Congregazione di Carità, da Esso istituita, avendo trovato il locale in tanto deperimento, e calcolando la spesa non piccola per una restaurazione senza scopo di vitalità; si appigliò al partito di una demolizione totale, affidandone la direzione all’ingegner Bonanni nepote dello stesso Dominici, ingegnere a pietra, come direbbe il contadino. Esso dié mano all’opera, ma con tal occhio di previsione e perizia artistica che, giunto con lo sfascio al punto in cui si vede al presente, allora gli fu fatto di vedere che la parte superiore privata ormai del suo appoggio, già aveva sofferto lesioni e minaccie di caduta benché non prossima. Allora si troncò il vandalismo senza però provvedere a nulla. Il Pesciaoli, allora Priore, reclamò più volte presso la Congregazione ma a chiacchiere, che per ordinario lasciano il tempo come lo trovano. Io, venuto nel 1880, trovai le cose in questo stato. Intanto, dopo diverse scosse di terremoto nel 1882, le lesioni crescevano e più chiara si faceva la necessità del provvedimento. Parlai, scrissi reclamai alla Congregazione, ma erano voci che suoanvano al deserto. Incaricai l’avvocato Ubaldi di procedere al giudizio per la servitù dell’appoggio. La Congregazione si destò dal tranquillo sonno. Si aprirono trattative, <75> ma, per troncarle, si convenne che io avrei comprato il locale, fabbricato ed aree col vivaio degli ulivi, a prezzo di perizia. E 1° legato 1894, a rogito del notaro trevano Carlo Fontana fu redatto l’istrumento di acquisto a favore della Parrocchia di Santacroce pel rezzo di £ 297,49. Il locale fu tutto venduto, meno che la Congregazione si riservò l’affresco del Giotto.

    Qui però mi è necessario, indispensabile, di fare un’accurata esposizione del fatto della compra. Questa, come ho detto qui sopra, venne fatta a favore della Parrocchia nell’istrumento, ma nominalmente; in verità però si fece a favore della Sagrestia, acciocché entrasse nel patrimonio della Chiesa. Lo scambio del nome dell’acquirente – da Sagrestia a Parrocchia – si dové fare per salvare alla stessa Sagrestia la proprietà dell’acquisto dalle leggi demaniali ora vigenti, sovversive dell’asse ecclesiastico. Queste leggi, i beni fondiari delle Sagrestie li sottopongono alla conversione, per le quali le tolgono alle medesime, assegnando loro una rendita annua che si dice equivalente a quella prodotta dai fondi. Le parrocchie poi sino ad ora sono rimaste illese dalla demaniazione; ma, dato ancora che questa le debba in appresso colpire, la casa di abitazione del parroco ne resterà sempre esente. E il locale, di cui è parola, forma tutto uno assieme, un fabbricato unico alla casa parrocchiale, della quale esso è parte. Dunque, in qualunque peggior caso, resterà sempre salvo. Ed ecco la ragione dello scambio. Mi è premuto, ed era di grande importanza, il fare questa spiegazione, afinché nel procedere dei tempi, il detto scambio non abbia a produrre <75v> un erore nei futuri Rettori della Parrocchia, precludendo così la via a qualunque usurpazione, anche involontaria e di buona fede, a danno della chiesa. E per assicurare sempre più sodamente la memoria della proprietà, non sentendomi punto tranquillo di affidare questa dichiarazione unicamente allo scritto, alla carta, come adesso fo, la quale potrà andare facilmente stracciata, e questo libro probabilmente mandato alla malora; di più ho incastonato alla faccia interna del muro che soprasta il portone interno del locale, una Pietra, ben più solida della carta, nella quale ho inciso queste parole – Proprietà della Sagrestia della chiesa di Sª Croce – La stessa dichiarazione poi l’ho registrata in appendice, alla copia autentica dell’istrumento, e nel libro attuale dell’Amministrazione della Sagrestia. Siccome poi il detto locale è gravato di due tasse, l’una di manomorta per £ 12,54, l’altra di fabbricato per £ 1,76: in tutto £ 14,30; questa somma dev’essere rimborsata al Parroco, il quale la impronta, essendo intestata nei ruoli di esigenza governativa, a nome della Parrocchia. Ora però ambedue queste tasse non appariscono più distinte dalle due degli stessi titoli, spettanti alla Parrocchia, essendo state fuse insieme.

    Fatto l’acquisto nel modo sopradetto, poco appresso si dié mano ai lavori di fortificazione che per un sottomuro niente piccolo, cinque speroni e altri accessori importarono una spesa rilevante; e a questa fu aggiunta anche quella d’altri vivagli d’ulivi con la formazione di altre aree coltivabili, impiantate sulle volte dei fondi, che stanno lungo la strada che corre alla <76> porta del Broscito. Di più, due quartierini che vi erano abitabili, anche quelli furono ridotti a a tale uso per due famiglie di pigionanti. Nel 1898, datosi l’occasione di appigionare tutto il rimanente piano per l’impianto di una fabbrica di pasta alimentaria, anche allora si ebbe a spendere ben bene per la riduzione e adattamento del medesimo col farvi suffitti alle stanze, fondello al corridojo, porte, finestre, restauri interni e ripolimenti, nonché l’alto murato alla bocca della cisterna maggiore. Ma la fabbrica della pasta i durò tre anni e nove mesi e non finì, colpa, no dei fabbricatori, ma, in massima parte, del genio trevano. Trevi abborre dalle industrie, e guai a chi contravviene a questo suo genio! gl’intima e fa guerra, come resta comprovato da certi fatti, anche di data recente. Del resto, sino al presente, questa parte del locale resta al vuoto, e sarà ben improbabile che possa in qualche modo utilizzarsi.

    60°

    L’accrescimento dell’ufficiatura e corredamento della chiesa, la costruzione del campanile fornito di quattro campane, l’acquisto del locale di Santacroce, le opere di fortificazione e di riparazioni: insomma tutto l’esposto in questo capo potrà eccitare in chi legge un senso di meraviglia. Spese ingenti! angusto il patrimonio della chiesa e dove la miniera, donde tratto tanto danaro?…
    Vediamo l’arcano.

    La famiglia Natili era già da lungo tempo domiciliata nella Piaggia, dove ebbe eretto un fabbricato non piccolo per propria abitazione, quello che fiancheggia la via al lato opposto alla chiesa di S.Stefano, parimenti di sua proprietà, con <76v> tutto il circuito della stessa chiesa dall’Arco della Salvia fin d’appresso alla così detta Porta Nuova, benché ormai vecchia ben bene. Di questa famiglia era Antonio-Emiliano Natili, che istituì il legato a favore dei Cappellani. Essa, nell’ultima generazione ebbe tre fratelli, dei quali il primo, Angelo, restò sempre nella casa paterna, nella quale morì nel 1830. Questo, mortagli la prima moglie, passò in seconde nozze con una tale , di cui ignoro il nome, vedova di Carlo Tabarrini, avente una figlia unica, Caterina. Egli testò tutto il suo asse ereditario alla consorte, e questa, alla sua volta, alla figlia. Questa si congiunse con Giacomo Alessandrucci da Visso nepote del Priore Lupacchini. Sterile di prole, priva di congiunti e vedova, nel suo Testamento fatto due anni incirca innanzi alla morte, da cui, già nonagenaria, dopo una malattia venne colpita il 29 Agosto, chiamò Isidoro Benedetti-Valentini a suo erede universale, assoluto nella lettera del Testamento a scanso di nullità, ma fiduciario, in verità, contro il codice civile. L’oggetto della fiducia non è stato fino ad ora espressamente dichiarato dall’Erede, ma dal di Lui operato fino adesso si è manifestato essere triplice. Il mantenimento di una Suora di Carità all’ospedale, un Canonicato alla già Collegiata e un Legato per la festa del S.Cuore in Santacroce. Queste tre istituzioni sono ora mantenute dalla fedeltà personale del Benedetti-Valentini, il quale però ha già preparato, perché in appresso vengano fondate sopra una base legale e duratura. Così la sora Nina, come tutti la <77> chiamavamo, di corporatura tanto grossa, di umore tanto faceto, di maniere ruvidotte ma simpatiche, di franco parlare, ma schietto senza redicenze, di un cuore benevolo e benefico, di un conversare famigliarissimo; benché donna comune e di pochissima cultura, come quasi tutte del suo tempo, però religiosa non tanto, quanto il suo religiosissimo marito, ha saputo fare assai meglio che alcuni altri di questi giorni. Essi, più o meno facoltosi, o senza eredi necessari, o senza congiunti, o questi tutt’altro che bisognosi, hanno portato sotterra il loro egoismo e l’insensibilità di un cuore all’emozioni sulle sventure del prossimo. La sora Nina diede nel segno a sovvenire i bisogni del paese, per quanto era in sé. Il servizio dello spedale stava in mano di persone mercenarie, specialmente femmine, ignoranti, indecenti e, anche, in parte, immorali, collo stabilire il mantenimento di una Suora s’induceva la Congregazione a stabilire, essa pure, le altre occorrenti. Così fu, e allora l’ospedale cambiò di andamento e di aspetto; allora addivenne quello che deve essere, il ricovero della povertà alla sua calamità maggiore, in luogo di Pia Beneficenza, benché questa un po’ ristretta per le angustie economiche del medesimo, il quale non ha potuto muovere il cuore dei sopraccennati. La chiesa di S.Emiliano, che già aveva una Collegiata di ventiquattro membri (troppi veramente, perché, in buona parte, quasi disoccupati, e quindi …) rimasta al solo parroco, avrebbe davvero provato la necessità di qualche altro sacerdote. La chiesa di Santacroce si trovava, come l’ho mostrato <77v> al principio di questo capitolo, bisognevole di una qualche risorsa per addivenire quella che è al dì d’oggi, e tanto più fortemente se ne sarebbe sentito il bisogno in un avvenire non molto remoto, quando cessassero i due Monasteri, che non potranno sempre durare per la confisca dei loro beni, e anche la chiesa del Crocifisso non si sa a quale sorte potrebbe essere riserbata pel pericolo, che, come un incubo, gravita sopra le Confraternite dall’intenzioni del Governo. Dopo tutto ciò, restando unicamente la Parrocchia, in questa si dovrebbe concentrare tutta l’officiatura sagra. In sì fatte circostanze e con tali previsioni le disposizioni fiduciarie che stanno sotto il coperchio del testamento, sembrano una vera provvidenza. E senno non minore mostrò questa donna benefica, quando la sua fiducia ebbe a riporla sopra un erede, di cui non poteva scegliere altro migliore.

    Della famiglia Benedetti-Valentini, agricola per la posizione istessa della sua casa di abitazione, ma civile, agiata, religiosa, proba, ordinata, attivissima, nacque nel 1847 il minore dei quattro fratelli, Isidoro, pronepote dell’altro Isidoro già Cappellano di questa chiesa e istitutore del Legato per la festa di S. Filippo, morto nel 1840. Alunno in questo collegio per due o tre anni, lo studio e le lettere non erano del suo genio. Però di un buon senso e di una giustatezza di pensiero pratico non comune, di eloquio facile e di avvedutezza tale a cui nulla o poco sfugge nell’attualità e nelle previsioni. Neppure ventenne ebbe in mano le redini della famiglia, quando essa si sgomentò dinanzi al pericolo di una catastrofe; <78> e Isidoro non ne deluse punto le speranze. Tempo appresso, dall’azienda domestica pian piano venne introdotto nella pubblica del paese. Il Comune, consigliere, assessore e facente funzionie di Sindaco. Nella Congregazione di Carità, membro e Presidente. In tutti gli istituti religiosi, maschili e femminili, meno il monastero di S. Lucia, in tutto o in parte, amministratore. Coadiuvò [?] con tutta l’energia ed efficacia il conferimento del Convitto Lucarini ai Salesiani di Don Bosco e il ristabilimento dei Minori in S.Martino. dette nuovo impulso alla Compagnia del Crocifisso, nella quale fu opera quasi tutta sua la costruzione dei Sepolcri nel Cemeterio Urbano. Anche all’altra del Sagramento, assopita in sonno mortifero, dette una voce di risveglio; e al compimento della nuova Chiesa di S.Emiliano porse una mano ausigliatrice. Appassionato pei campanili, ha avuto la contentezza di prendere parte attiva e poco meno che principale a quattro eretti dai fondamenti e all’accrescimento e miglioramento di due. Insomma ha esteso la sua influenza quasi su tutto e su tutti, e in certo modo può dirsi che sia addivenuto quasi il perno del paese.

    In proposito della Congregazione di Carità ho dimenticato qui sopra di annotare una cosa che non deve rimanere nel silenzio. Il servizio farmaceutico qui in Trevi da molti anni era cattivo; medicinali men che buoni e talvolta sostituiti, prezzi tuttaltro che comuni. Deprorato sempre questo sconcio, e finalmente fattasi operare la necessità di ripararvi, il Benedetti-Valentini se <78v> ne fece il promotore nella Congregazione col proporre alla medesima la conduzione del locale della farmacia del già Fedele Catasti e di esercitarla a proprio conto. Sorsero opposizioni nel seno dell’adunanza e furono sollevate dallo spirito di favoritismo per l’altra farmacia, Fontana; opposizioni colorate col pretesto della mancanza di fondi per attuare l’impresa ed il pericolo d’incontrare una deficienza. Isidoro, con uno slancio inopinato di generosità conquide all’istante la opposizione, col ridurre i sostenitori a brondolare sommessamente in disparte “Ecco il danaro per l’impianto della farmacia, e sono io il garante per qualunque deficit” egli esclama. La congregazione dovette ammutolire, e la farmacia in breve fu aperta. Detratte le spese, se venisse ad emergere un sopravanzo da rendere graduiti i medicinali ai due Istituti dipendenti dalla Congregazione, lo Spedale e l’Orfanotrofio femminile, oltre il miglioramento del servizio pubblico, il Promotore se ne chiamerebbe altamente lieto e soddisfatto.

    Ora, tutto ciò che nel periodo contemporaneo è stato fatto qui in Santacroce, cominciando dalla nuova parte della Chiesa dopo l’incendio e restauro della scalinata, essendo allora ancora in vita la Benefattrice; tutto è stato fatto coi mezzi elargiti da Essa. sia merito dunque a Lei appresso Iddio e memoria di riconoscente gratitudine presso i futuri Parroci e Cappellani della Chiesa, nonché presso i parrocchiani, se questi fossero capaci di darsi pensiero ad osservare la cosa e di concipire <79> il sentimento che dovrebbe eccitarsene. Però oltreché alla testatrice principalmente, molto ancora si deve alla fedeltà scrupolosa, allo zelo solerte dell’erede. Egli, profondamente religioso e pio, amantissimo della chiesa e del suo culto, non cede dinanzi a veruno ostacolo, che gli si oppone per farlo recedere dal cammino della rettitudine cristiana. Superiore ad ogni umano rispetto proclama intrepito i suoi principi. In un tempo, quale il presente, così avverso a questa sua tempera, egli rimane inconcusso e procede alagremente per la sua via, osteggiato spesso, ma pur rispettato da un popolo che, mentre nella viltà del suo animo, in disparte da lui, lo deride, sente in cuor suo di rispettarlo, e in faccia lo riverisce. Dotato di animo retto, ad esso ispira ogni sua azione; però ben spesso lo spinge troppo oltre, e quando è entrato in una cosa qualunque gli s’intromette fino a penetrare in ogni più minuta modalità di essa: ciò che lo rende talvolta fastidioso e pesante a chi sente in cuor suo di essere un torzo di cavolo, o una macchina sotto una forza motrice.

    Isidoro, per questo titolo di erede, ha dovuto sentire intorno a sé un fremito sommerso di dispetto e d’indignazione, quasi come per una fraudolenta sobillazione a quella buona donna per carpirne la spoglia ereditaria; ora, in parte, calmato dopo tutto ciò che è stato veduto, ma, in parte, ancora perdurante nei più maligni, specialmente per odio ai suoi sentimenti. Peraltro essi, cime chiunque ha la coscienza pura, tranquillo l’animo, serena la mente, procede senza punto turbarsi, potendo applicarsi ciò che il Parini disse di sé medesimo <79v> in un Ode

    …… che ai buoni amico

    Alto disdegna il basso volgo maligno.

    Sebbene, forse, ad onta di tutto ciò, la superiorità dello spirito non vale in lui a sostenere in tutto il vigore l’infermità del corpo; e chi sa che l’indebolimento del cuore, in lui da qualche tempo prodotto, sia stata la ripercussione di qualche patena [= patema?] ereditario!

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    CAPO 9° IL LEGATO LUPACCHINI E IL CATECHISMO

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    Il Catechismo … il libro più importante dopo il Vangelo” così lo ha detto in una delle sue Conferenze alla corte di Napoleone III il padre Gioacchino Ventura, quell’insigne illustrazione scientifica dell’Ordine Teatino. Tale importanza ben fu sentita da quell’anima buona del Priore Lupacchini, che , come si è detto al Nº46 fra le sue benemerenze istituì a pro di questa parrocchia, in amministrazione attribuita la parroco, un legato per la Dottrina Cristiana, costituito nella somma di scudi quattrocento pari a £ 2126.

    Siccome Egli non lasciò al legato, come si suole, nel testamento, ma in modo fiduciario, affidandolo all’Arciprete Natalucci; così al medesimo commise di farne l’esecuzione col monirlo dell’approvazione dell’Autorità Ecclesiastica ed un apposito Regolamento, anco esso riconosciuto dalla medesima; come poi si effettuò col Decreto del 15 Gennaio 1853.

    Lo scopo del legato era che la rendita annua del capitale si dovesse erogare, previo esame, in due premi a due giovani della parrocchia, l’uno maschio – l’altro, femmina col riparto al 1.mo, di un quarto, e alla 2ª, di tre quarti, affinché questa la maggiore somma debba servire quasi di una piccola dote al suo collogamento sia allo stato matrimoniale, sia nel religioso, e mantenerla intanto alla buona condotta di onestà fino al prendere detto stato, e, senza questo, fino a una età determinata.

    Il danaro, con atto del notaro trevano Giovan-Battista Fontana, 30 7bre 1847, venne costituito a Censo contrattato con un tal Pietro Lorenzoni da Torre-Orsina per l’annuo frutto al 6% di scudi 24 pari a £ 127,68. In appresso, il Censo venne accollato da Giuseppe Governa, perito agrimensore dello stesso luogo, del quale tutt’ora è debitore. Però questo è disposto a restituirlo tra poco; dopo di che prevedo che dovrà convertirsi in consolidato. E così il capitale andrà a allargarsi, donde già una volta si fece ogni sforzo di esimernelo; quando nel 1879 lo stesso Governa significò la sua volontà di restituire il Censo. Allora il Priore Pesciajoli assecondato volentieri dall’Autorità diocesana, per distornare il Governa dalla risoluzione presa, convenne con Esso verbalmente di ridurre l’interesse annuo a lire cento. Inoltre il governo su tutte le rnedite dei beni mobili, e così anche su quello dei Censi, impose una tassa detta mobiliare, in ragione del 13 per %, che indi a non molto elevò al 20. Per tutto ciò il netto di questo reddito si ridusse a lire Ottanta. Tutto questo sembra non bastasse a descapitare tale, male avventurata quanto pia, istituzione. Durante l’amministrazione dello stesso Pesciajoli, per alcuni anni restò sospesa la premiazione, non saprei per qual motivo. Dopo la di lui morte la somma cumulata fu messa nella Cassa di Risparmio di Spoleto in due depositi distinti, constatati dai due rispettivi libretti. Questi dall’Economo della Parrocchia allora acante furono consegnati all’Arcivescovo Pagliari. Io poi, informato della cosa, più volte ebbi a

    domandare i libretti al medesimo, il quale mi rispondeva di non averli presenti, promettendo di ricercarli; ma da lui nulla si ebbe. Appena accaduta la sua morte, rinnovai la domanda al suo Cancelliere, il quale era incaricato dello spoglio delle carte del defonto. Finalmente ebbe da lui in risposta che – i depositi ecclesiastici fatti presso monsignor Pagliari erano rimasti a pochissimi, e che questi pochissimi erano ridotti ai minimi termini, perché da lui consumati, parte per le accademie e parte pel seminario; e che i due spettanti alla parrocchia di Santacroce non punto esistevano. In tal modo si ebbe anche questa perdita.

    Ho accennato di sopra il Regolamento in 16 articoli fatto per il retto adempimento del legato. Mi dispenso però qui di trascriverlo, perché si trova nella sua forma originaria nel libro del Legato Lupacchini, il qual libro deve sempre tenersi ben custodito e conservato. Per la stessa ragione mi dispenso di esporre il modo di procedere sia per gli esami che pel conferimento dei premi; per le quali cose mi richiamo allo stesso libro – In ultimo annoto che oltre il detto libro deva tenersene un secondo nel quale si registra la gestione di ciascun anno, tanto per l’introito quanto per l’esito, nonché il risultato degli esami e la consegna dei premi.

    52°

    Circa il tempo e il modo dell’insegnamento della Dottrina, ecco la pratica che si tiene.

    In quanto al tempo: si fanno principalmente due

    corsi d’istruzione, l’uno nella quaresima, l’altro dopo la mietitura per circa un mese, e questo secondo corso serve soprattutto per la prima Comunione, e poi anche per gli esami della premiazione. Ambedue si fanno al mattino di buon’ora, perché questo è il tempo più opportuno pei ragazzi, sia di scuola, sia di campagna, sia di mestiere. Di più, nel pomeriggio delle Domeniche, non impedite, dopo l’ottava del C.Domini e dopo la prima di Novembre.

    In ordine al modo, questo è del tenore seguente.

    Nell’insegnamento del catechismo si distinguono due parti: le formole e le spiegazioni di esse. Le formole, intendo, il Credo, i Precetti del Decalogo e tutte le altre. Le dette formole, che sono le medesime in tutti i diversi catechismi, perché universali e invariabili, sono poche e facili. A questo poi è bene aggiungere quelle preghiere latine, che qui si recitano o si cantano anche dal popolo, come la

    Salve Regina

    , il

    Tantum-ergo

    , e altre poche.

    Ogni istruzione catechistica, dopo una breve preghiera, si incomincia coll’insegnamento d’una delle forme; dipoi si passa alle spiegazioni, principiando dal Credo e poi, a mano a mano, di tutti del resto.

    La spiegazione viene fatta con linguaggio chiaro semplice e famigliare, e illustrata, possibilmente, da qualche fatto analogo, vero o, in mancanza, anche immaginario. Di poi per via d’interrogazioni la spiegazione si fa ripetere dagli alunni, ciascuno in particolare, specialmente i più grandi, finché sia penetrata nella loro mente.

    53°

    La sostanza dell’insegnamento catechistico non istà punto, come alcuni crederebbero, nelle formole, le

    quali sono un mero sommario, o meglio, quasi un indice della Fede e legge Cristiana; ma sta tutto nelle spiegazioni. Il Credo contiene il simbolo di tutta la fede. In esso s’insegna la grand’opera della Creazione, l’altra, ancora più grande, della Redenzione; { la vita eterna, alla quale è preordinata e creazione: canc.} la costituzione e il Ministero della Chiesa, la vita eterna, alla quale è preordinata e creazione e redenzione e chiesa, e il tutto d’ogni genere fatto nel tempo.

    La legge cristiana viene contenuta nei precetti del decalogo che stabiliscono la base, sulla quale poggia tutto l’ordine morale; nei precetti dell’amore verso Dio e verso il prossimo, che riassumono e comprendono tutto il decalogo = Ex his duobus praeceptis universa lex pendet et prophetat =; quindi le Opere della Misericordia, che danno l’esplicamento all’amore del prossimo; nei Precetti della Chiesa, che impongono le pratiche religiose, concernenti l’adempimento della legge. Quindi seguono le Virtù teologali e cardinali, che sono la fonte, dalla quale emanano le buone opere in osservanza della legge – i Vizi Capitali, sorgenti principali dei peccati, che ne sono la trasgressione. In ultimo i Sagramenti, che sono i canali della grazia ausiliatrice e santificatrice, che corroborano il cristiano a mantenersi nella professione della fede e nell’adempimento della legge, e compiono la di lui santificazione.

    Ma tutta questa teologia, e dommatica e morale, per sé medesima quanto alta anzi sublime, acconciarla all’intelligenze volgare e idiota sempre

    sempre chiuse nel concreto, senza mai aprirsi ad una costruzione di qualche elevatezza, e che deve per soprappiù venir comunicata con linguaggio non proprio, e quasi direi, tecnico della materia, ma bensì vernacolo, quello che si usa dal popolo; è essa cosa leggiera e facile? Tutt’altro, io credo. Ed è appunto questa opinione, creatami dall’esperienza su me stesso e altri, che mi ha portato più volte a deplorare tra me stesso il gran vuoto, che per questa parte si lascia nell’educazione del clero novello, come gli venne data nei seminari. Oltre di ciò non si ha un testo di catechismo armoniosamente formato a tal’uopo, imposto universalmente a doversi seguire. Non si ha una guida didattica. E’ forse questo l’unico vuoto dell’educazione dei chierici? Ma, per vera disavventura, a quanto ora detto si aggiunge quello di un tirocinio, che prepari con una pratica precedente al ministero parrocchiale. Dai ristretti muri del seminario, dove, ordinariamente dalla prima giovinezza rinchiuso il novello sacerdote viene di un tratto balzato all’aperto della società, in un genere di vita tanto diverso e nello esercizio di un ministero pubblico e angusto, di cui non ha avuto mai la minima pratica, povero giovane! come saprà, come potrà fare? Eppure ancor esso è membro di quel corpo, il sacerdozio, al quale il suo divino Fondatore ha dato la missione di esser

    lux mundi, sal terrae

    . Nella vita organica del clero vi sarebbe ancora qualche altro vuoto, ma di parlarne

    non est hic locus

    .

    54°

    Piuttosto si può dar luogo a lasciare un breve ricordo circa lo stato dell’istruzione religiosa di questo <68> popolo. Essa è deficiente, e non poco, in quanto alla parte dommatica, ossia le verità da credersi. In ordine a questa le idee sono ben poche e imperfette. Oltre la difficoltà della materia altre cause vi concorrono. Adolescenti, interrottamente vengono alla Dottrina, e con mente dissipata. Nelle famiglie e altrove, ben di rado odono parlare di Dio, dell’anima, delle grandi verità religiose. Adulti, poche volte ascoltano la parola divina, che si bandisce nella messa parrocchiale festiva, alla quale non intervengono, perché procurano sempre andare alla prima Messa nei monasteri e nella chiesa del Crocefisso; e alcuni, che si riserbano per la Mesa ad ora più tarda, vanno a S. Emiliano. Così qui il troppo bene fa male, ossia le troppe chiese e le troppe Messe pregiudicano. Le pratiche solenni, o in certe ricorrenze maggiori speciali del luogo, o negli Esercizi, o nelle Missioni ben poco le intendono, e meno le ritengono, specialmente per la lunghezza, che produce nelle loro menti un’affastellamento indigesto d’idee e monche reminiscenze.

    In ordine alla parte morale andrebbe meglio, e la ragione ne è chiara. Se nelle facoltà intellettive dell’uomo non vi sono le idee innate, credo però che nelle volutive vi sia innato, confuso e in embrione, come tutte le cose ai loro principi, il sentimento della moralità, dei doveri che incombono, dai quali nascono i diritti. La morale cristiana è l’eco della morale naturale; quella fissa, determina e compie questa; lo che fece dire a Tertulliano = homo nascitur naturaliter christianus = Volete voi vedere a prova certa la cognizione che ha il popolo delle <68v> leggi morali? L’avrete perficua [Forse dal latino perficere= rendere perfetto e quindi con il significato di “resa perfettamente”] nella mormorazione. In un crocchio di persone, uomini o donne, che passano in rassegna le qualità o i fatti di qualcuno, sentirete che giuste osservazioni, che belle massime decantate in quel cicaleccio per metterle a riscontro di opposizione ai fatti criticati; che frusta morale si fa scoppiettare sui poveri assenti che ne sono il soggetto, e che non si possono difendere dalla mordacità di quelle bocche, che eruttano sentenze in sussieguo di un tuono grave, degno di un Socrate o di un Seneca il morale. Dio volesse che sì bella capacità, invece di essere sciupata nella detrazione, si convertisse piuttosto nel nosce te ipsum, nell’esame di sé stesso.

    ______________________

    [appendice, segue <68v>. Grafia di D. Aurelio Bonaca]

    Nel 1932 l’ipoteca per assicurare il censo Lupacchini era scaduta e nessuno aveva pensato a rinnovarla. Nel 1937 il Sig. Quintili Ercole, a cui carico era il censo stesso, dichiarò di non voler più oltre pagare e domandò il rimborso delle annualità pagate dopo scaduta l’ipoteca.
    Dopo trattative il Quintili riconobbe di dover pagare ancora e chiese l’affrancazione del censo. In data 22 giugno 1938 scrisse la seguente lettera:

    Spett.Prof.D.Aurelio Bonaca

    Priore di S.Croce Trevi

    In riscontro pregiata V. del 7 corrente invio assegno della Cassa di Risparmio di Terni N. 0.960.963.5 di lire 2685.10 a saldo capitale e interessi del Censo Lupacchini.

    Nell’inviarmi la quietanza avrò grato se con essa sarà richiamata la delibera della Curia autorizzante l’estinzione del Censo, nonché l’e… dell’atto costitutivo del censo medesimo.

    Distinti ossequi.

    f.to:-Quintili Ercole. <69> Fu rilasciata la seguente quietanza:

    << Io sottoscritto, priore di S.Croce in Trevi, dichiaro di aver ricevuto dal Sig. Quintili Ercole da Torre Orsina, domiciliato in Terni, Via Tacito N.39, a tacitazione completa di ogni suo dare a questo Priorato (salvo le spese e diritti per la cancellazione del corrispondente articolo di imposta Ricchezza Mobile la somma di £.2685.10 (dico lire duemilaseicentottantacinque e cent. dieci) per quanto appresso:

    1°- Sorte (capitale) del censo Lupacchini creato con atto del notaio trevano Giambattista Fontana del 30 settembre 1847 a carico di Pietro Lorenzoni di Torre Orsina ed ultimamente a carico del Sig. Quintili Ercole

    £. 2128.00

    2°-Aumento del 5% (R.D.L. 11-7-1925 n.998 Art.10)
    3°-Interessi e rimborso R.M. primo semestre 1938
    4°-Conto presentatomi dall’Avv.Merli Giuseppe per esame, corrispondenza, conteggio, ecc.

    £. 425.60

    £. 92.25

    £. 39.25

    Totale

    £. 2685.10

    Trevi, 2( Giugno 1938 – XVI.

    f.to:- D.Aurelio Bonaca

    Priore di S.Croce.>>

    Fu rimessa a S.E.R.ma Mons. Arcivescovo la somma di £. 2553.60 perché sia rinvestita in cinque titoli di Stato elencati a pag.116 di questo libro che danno la rendita netta di £. 135, da cui però bisogna detrarre la tassa in favore dell’Ufficio Diocesano.
    I premi sono stati fissati in £.70 per le femmine e in £.60 per i maschi, da mettersi in un libretto di Banca vincolato fino alla maggiore età.-
    Per il 1939 i premiati furono:
    Vincenzo Morosini di Pietro, per i maschi
    Lina Antonini di Antonio
    Paola Bompadre di Vincenzo
    Queste due ragazze, avendo ambedue meritato il premio, ebbero metà del premio stesso, cioè £.35 ciascuno. I libretti furono emessi <69v> dalla Banca Popolare Cooperativa di Spoleto, Agenzia di Trevi.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

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    indice del manoscritto

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    Il numero a sinistra di chi legge indica la carta; quello a destra indica l’articolo

    Capo 1°1Scopo del presente libro1
    Capo 2°2L’Archivio2
    Capo 3°3La Piaggia di Trevi3
    4Trevi4
    4Trevi Nell’ordine ecclesiastico5
    5Trevi nell’ordine civile6
    9La Faostana7
    10Lo Spedale8
    10L’Assilo dell’invalidi9
    11L’Orfanotrofio femminile10
    11Il Collegio Lucarini11
    12L’Asilo d’infanzia12
    13Il Mutuo soccorso13
    13Le Suore della sacra famiglia14
    14La Madonna della Stella15
    17La chiesa di S. Emiliano16
    18Le altre chiese di Trevi e il collegio Boemo17
    19Le Parrocchie rurali18
    Capo 4°21Origine e fondazione della chiesa e parrocchia di S. Fabiano19
    Capo 5°La prima traslazione della sede della Parrocchia
    23La Congregazione Filippina e la sua soppressione20
    <sn 2>23La pratica iniziata dal Priore Paolelli per la devoluzione della chiesa e dei beni di essa alla parroccia di S. Fabiano21
    23Il Breve di concessione dato da Clemente X22
    24Decreto emanato dal Vescovo di Spoleto Cardinale Faccinetti per l’esecuzione del Breve23
    25Osservazioni sopra il detto Decreto24
    27Abbandono della chiesa e casa di S.Fabiano e divisione delle Cappellenie25
    27La chiesa di S.Maria in Sion ossia la Chiesa Nuova26
    L’arco della porta esterna di S. Fabiano27
    29Il priore don Crispoldo Paolelli e la sua famiglia28
    29La compagnia delle Stimmate, il ceto della nobiltà di Trevi e la prestazione annua di lib. 2 di cera dovuta dalla stessa Compagnia a questa chiesa parrocchiale29
    <sn3>31La bolla di Clemente X30
    Capo 6°38La massa comune dei Cappellani.31
    38Divisione della massa comune in quattro parti eguali, erette di poi in altrettante Cappellenie. Onere congenito alla Cappellenie di soddisfare i legati Cini nella chiesa di S.Antonio32
    39l Legato Valenti e il suo istitutore Filippo Valenti33
    40Il legato di don Filippo Fanti e il Cardinale Lodovico Valenti34
    44Il legato di Messe di Crispolda Fanti35
    44Il legato Natili36
    45La cappellenia di S. Filippo Neri37
    45La cappellenia di S. Ant. da Padova38
    46Un’aggiunzione col N°.36. Il fabbricato della Chiesa Nuova quarto cespite della Massa Comune39
    46Il Prelegato Costa40
    48Le Cappellenie impossessate dal Demanio dello Stato, e loro rivendicazione alla chiesa41
    50Le Cappellenie rese vacanti dalla imposta cauzione governativa42
    [grafia diversa] Un’Aggiunzione al N. 38 circa la Cappella di S. Antonio
    Il frutto della Massa Comune nel suo Stato Economico
    <sn4> Capo7°55I progredimenti della parrocchia nelle due traslazioni43
    58La seconda traslazione della sede della parrocchia44
    58La nuova Canonica nella parte superiore del cessato monastero di S.Croce, e la nuova residenza dell’Orfanotrofio di S.Bartolomeo nella inferiore45
    58Il Priore don Nicola Lupacchini46
    Capo 8°61La Cappella del calvario di Giotto47
    61La madonna del Cimabue48
    62Il Trittico di Santacroce49
    63Il quadro dell’altare maggiore di Santacroce e gli ornati a stucco50
    Capo 9°65Istituzione e vicende del Legato Lupacchini51
    66Pratica tenuta circa il tempo e il modo dell’insegnamento catechistico52
    <sn5>66La vera sostanza di questa istruzione53
    67Stato dell’istruzione religiosa del popolo di questa parrocchia54
    Capo 1071Aumento dell’ufficiatura e del coradamento della chiesa di S.Croce dopo il 186055
    72Il nuovo Campanile e le nuove quattro campane56
    73Demolizione della chiesetta di S.ta Maria del Riscatto57
    74Osservazione sul posto del Campanile58
    74Acquisto del locale di S.Croce59
    76L’eredità Natili – Caterina Tabarrini – Isidoro Vsalentini60
    La supercostruzione della piramide ottagonale del campanile di S.Croce dopo il colpo del fulmine che aveva danneggiato il campanile steso e la sagrestia61
    Istituzione di una Messa Cantata a suffragio dei Benefattori di questa parrocchia62
    Capo 11°85Un preliminare alla serie63
    86Serie dei parroci64
    90Serie dei cappellani65
    Capo 12°95Obblighi del Priore66
    96Obblighi dei Cappellani67
    Capo 13°Legati di Messe nella Chiesa di S.Croce
    98Legati del Priorato68
    99idem delle Cappellenie69
    100idem incombenti alla Congreg.e di Carità70
    103idem di Valentini71
    103Riduzioni e prospetti dei Legati. Importo delle elemosine dovute dalla Congregazione72
    <sn7> 103La Messa quotidiana73
    103Lo specchio dei legati74
    Capo 14°109Beneficio del Priorato75
    Capo 15°120L’opera della Chiesa di S.Croce76
    <sn8>.
    Capo 16°126Il legato Lupacchini e la Chiesa di S.Antonio77

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    07Y

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    pagina in elaborazione

    <126>

    [CAPO 16°] – IL LEGATO LUPACCHINI E LA CHIESA DI S. ANTONIO

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    In questa parrocchia avvi l’amministrazione del Legato Lupacchini, la quale è addossata al Parroco. Qui intendo solo di notarla in maniera distinta, perché è un ente che in oggi appartiene alla Cura. Non intendo però di venire qui al dettaglio della medesima perché, in quanto all’istituzione del legato già se ne è parlato al N°. 46 [canc.], pag: 65. In quanto al regolamento amministrativo, questo si ha nell’apposito libro con altre delucitazioni.
    Anche la piccola Chiesa di S. Antonio spetta a questa Chiesa parrocchiale, come filiale di essa. Anche di questa nulla ho più d’aggiungere a ciò che o detto nella Memoria su di essa posta in calce al Triduo di S. Antonio, già fatto anni indietro, e che oggi mi sono indotto a metterlo in istampa per una qualche necessità dei miei occhi, e anche per comodità di chi mi succede, se crederà di seguitare a tener quel sunto biografico del Santo. Se non gli piace, come posso supporre, lo butti nel fuoco; ma mi scusi se non ho saputo far meglio, in vista della buona volontà che ho avuto, come o fatto anche pel triduo di S. Vincenzo per Parrano con altre preghiere per funzioni di circostanza.
    <127>LA CONGREGAZIONE FILIPPINA Nel corso di questa Memeoria si è potuto vedere che la parrocchia di S. Fabiano per più secoli dalla sua origine è stata misera di ogni pia istituzione che la corredasse. Dalla soppressione della Congregazione Filippina essa ebbe ad impinguarsi, chiamata ad ereditare la spoglia di quella. Allora, tre Cappellani coi relativi benefici e la quarta Cappella incorporata nella prebenda parrocchiale; allora la Messa quotidiana col dodalizio del prelegato Costa; allora, lasciata l’antica, oscura, umida chiesa ed eccentrica con l’acquisto di due chiese, l’una di S. Filippo l’altra di Sª Maria in Sion,; allora finalmente accresciuta l’ufficiatura e il culto della parrocchiale. Questa dunque ebbe bene a giovarsi della Congregazione Filippina. A compimento dell’opera potrà riuscire di qualche interessamento il tracciare una qualche memoria di questa Congregazione, della quale altrimenti andrebbe forse perduto anche il ricordo.

    1. S. Filippo Neri, l’Apostolo di Roma, quivi nel 1575 fondò la Congregazione da lui chiamata “dei Padri dell’Oratorio” allo scopo di promovere negli ecclesiastici la pietà e sovvenire ai bisogni spirituali del popolo. La istituzione si propagò quindi nella nostra valle Umbra: Perugia, Spoleto, Montefalco, Foligno. in quest’ultima verrà introdotta con Breve Apostolico dal Servo diDio Gio. Battista Vitelli, già discepolo del Santo. membro dellla medesima per il P.e Cesare Vitelleschi, morto di poi anch’esso in odore di santità, talché ne furono iniziati i progetti informativi per la canonizzazione. Questo ispirò ad alcuni ecclesiastici di Trevi di abbracciare un tal istituto; e nel 1642 vi fondò la Congregazione sotto il titolo di Maria <127v> Assunta in cielo e sotto il Patronato di S.Filippo, ad imitazione dell’altra di Foligno, con i capitoli in molta parte da quella desunti. Si compose dapprima [d’apprima] di otto sacerdoti: Don Antonio Antichi, Don Corrado Ricci, il dottore don Fabio CVeli, don Giovanni-Antonio Costa, don Flaminio ****, don Venturino Boarini, don Carlo Amici, don Francesco Mandarini. In appresso furono aggregati don Loreto Pontani, don Gismondo Lucarini , don Carlo Poli. La Congregazione fu inaugurata il 29 Agosto 1642 dopo il vespero della Collegiata nella Chiesa di Sª Reparata. Questa sorgeva a poca distanza ad sud-ovest del Collegio Lucarini. Già da molto tempo destituita [distuita] di ogni officiatura e quasi deserta, circa il 1854, per la costruzione della nuova strasda, quella che conduce alla stazione locale della Ferrovia, subì una totale demolizione, ad eccezione di una Cappellina in cornu evangelii, che in oggi forma l’edicola, unico superstite avnazo di Essa. Nel 1647 la Congregazione venne canonicamente approvata dal Vescovo Mon: Castrucci. era diretta da un rettore, un compagno (può credersi vicario) da due consiglieri, e amministrata da un camerlengo: tutti elegibili a due mesi, e di poi ad altre varie durate. 2. Nell’esordimento in deficienza di ogni fondo le suppellettili furono provvedute mediante contribuzioni degli aggregati. Quindi cominciò un priomo cespite di patrimonio che andette man mano dilatandosi. Donna Madsdalena Merroni di Saluzzo, moglie di Francilli da S. Luca, prima del 1649 divise il suo asse ereditario tra la Congregazionee e la Chiesa di S.Antonio, msa ne resta ignoto il valore. Filippo Valenti col suo testamento a rogito di Giacomo Simoncelli del 7 Maggio 1648 lasciò alla Congregazione un legato di scudi dieci ad anno in perpetuo. Lo che poi venne eseguito da suo nepote Giacomo Valenti, governatore delle armi in Urbino, a condizioni però che il Sodalizio si costituisse con fermezza, altrimenti alla Compagnia del Corpus Domini <128> (il Sagramento) Ma due anni dopo fu grandemente avvantaggiato l’istituto dalla pietà di Antonio Costa. Il 24 Gennajo 1650 per gli atti di Frncesco Celli fece il prelegato di scudi 1500 a favore della Congregazione con l’onere del mantenimento di due Cappellani nella Chiesa di S. Filippo con l’annua retribuzione di scudi 20 ciascuno e di altri scudi 20 per le spese di culto; e di più di una dote a una giovane dei tre villaggi Coste, Manciano e Ponze di scudi 50 da formarsi tal somma con l’accomulamento dei sopravanzi di più anni. Non pago di tutto ciò, il 22 Dicembre dello stesso anno per gli attti del medesimo Celli testò la sua eredità, metà alla Congregazione e metà al suo nepote Luca Costa da Manciano. Dopo di che moriva il 24 Gennqajo 1654. La divisione però della sua eredità aprì l’adito ad un gran dissidio tra i due Eaadi, la Congregazione da una parte, dimone e fratelli figli di Luca dall’altra. Venne poi composto con una transazione. Il 3 Dicembre 1659 Gentile Catasti e sua madre cedettero alla Congregazione un censo in sorte di scudi 25. Finalmente Innocenzo X, il quale con Breve del 1663 soppresse il Conventino di S. Antonio da Padova, i beni, le vendite e le suppellettili della Ciesa, tutto concesse alla nascente Congregazione dell’Oratorio.

    3°. La Congregazione nel suo nascere incominciò la sua officiatura in quella di S.ta Reparata, situata, come era in allora, in un posto appartato, non eccentrico e libera da ogni altro occupante. Però con animo diy mera provvisorietà, percé pensò subito a farsi una propria Ciesa dedicata a S. Filippo. Nulla si a dell’archivio dell’impianto di questa fabbricazione, ma da una risoluzione del 19 9bre 1645 si a ce fu deliberato di riassumere las fabbrica <128v> nel luogo incominciata, cioè, vicino alla porta del Fiscale, e dai mandati di pagamento si rileva che nel 46 fu continuato il lavoro con molta alacrità. al che dette un’impulso potente la pia generosità dello opulentissimo Filippo Valenti il quale a questo scopo elargì scudi cinquecento. E già fino dal 44 si era compito il quadro della Vergine Assunta in Cielo , dipinto da Girolamo Marcelli pel prezzo di scudi 22.
    Si nota poi che la porta del fidscale, superstite fino all’anzidetta costruzione della strada nuova, stava non molto più giù di S.ta Reparata, precisamente all’imbocco della Via del Fiscale, la quale venne così denominata da Benedetto Valenti proprietario del palazzo sottostante, il quale era l’avv.to fiscale della Curia romana. E per altro a credersi che la fabbricazione di questa Chiesa restasse tralasciat, perché don Antonio Costa convertì la propria casa nella piazzas della Rocca in quella ciesa tuttora esistente, ce si denomina di S. Filippo. E il 15 Maggio 1648 il Vescovo di Spoleto, Mons: Castruzzi ne fece la benedizione.
    La nuova Chiesa di S.Filippo non restò sempre la sede della Congregazione, poicé rileviamo che prima del 1674, ma senza data precisa, la stessa Congregazione, forse indotta dalla angustia di Essa e dei suoi annessi, acquistò un caseggiato nel centro della Piaggia della città per edificarvi una nuova ciesa e trasferirvi la sua residenza. E tal caseggiato è appunto quello che si denomina ancora da quel tempo la Ciesa Nuova, appartenuta già al Cardinal Erminio Valenti e di sua abitazione, e dipoi passato a Maria Vaelnti (credo sua nepote) maritata al capitano Pompeo Bennati di Montefalco, e in ultimo a Lavinia figlia della stessa Maria, conjugtata a Romolo Valenti. E questi ultimi insieme ad uno dei loro figli don Erminio ne fecero la vendita pel prezzo di scudi 450 al Sodalizio, il quale operò la compra senza punto chiederne <129> licenza all’Autorità diocesana, dalla quale immediatamente dipendeva. E ben presto eresse uno altare nella sala che fu convertita in chiesa. Tal vnedita suscitò poco appresso una gran contesa tra la Congregazione stessa e un’altro figlio di detti conjugi, il quale reclamava la rescissione del contratto come invalido, perché il casseggiato, vincolato da fedecommesso, non era punto per loro facoltà alienabile. Finalmente la contoverzia con grande deprimente della Congregazione venne concilaiata con una transazione, per la quale otto stanze furono cedute all’Attore. A questa nuova Chiea fu daro il titolo ecclesiastico di Santa Maria in Sion, e dal volgo quello di Chiesa Nuova, tuttora superstite benché non più chiesa; esteso poi questo titolo a quella piccola contrada.Verimente di tale intitolazione ecclesiastica non si potrebbe da me rendere ragione. La Congregazione era dedicata alla Vergine Assunta in Cielo sotto la protezione di S.Filippo. L’Ascenzione che rapporto ha col Sion, il monte su cui David eresse la reggia, e Salomone il Tempio? Meno che quei buoni preti l’avessero fatto per alludere al luogo dell’Ascenzione, perché la tradizione ritiene che Maria morì sul Sion, e fu seppolta nella sotto sstante Valle di Giosafat non lungi dal Getsemini. Così la Chiesa della di S.Maria in Sion, addivenne la nuova terza sede della Congregazione, che praltro continuò per alcun tempo a possedere quella di S. Filippo. 4°. La Congregazone esordita con prosperi auspici sotto l’ispirazione del Venerando Vitelleschi, e col compiacimento e il concorso del pubblico, per più anni mantenne lo spirito della sua istituzione, ma non raggiunse il compimento di essa. al fervore dello zelo successe il deleterio del rilasciamento, e con questo il discredito e il disgusto presso il pubblico. Principale autore dello sca-<129v>dimento sembra essere stato don Giacomo Lambardi. Uomo ignorante e presuntuoso intraprese a fare degli esercizi spirituali ora in una chiesuola ora in altra, nei quali frammischiava errori e perfino eresie, delle quali dovrà occuparsi perfino l’inquisizione. S’ignora come poi finisse [fenisse], ma si sa cha a lui successe don Giovanni Francesco Mandarini, buono in fondo ma di un carattere crudo, ipocondrito e dissubligante atto ad infonderemalumori e dissidi. E questi ultimi turbarono talmente l’ordinamento e la concordia dell’associazine, che poi non fu più possibile il riconciliare la discordia degli animi. La coabitazione e la convivenza che doveva essere il compimento dell’associazione, non più si operò. Le disposizioni del Costa vennero neglette e ritorte a peggiore uso. Gli esercizi di religione talmente trasandati che in luogo dei membri dell’istituto, o di loro [assenza, canc.] mancanza, si cominciarono a predicare dai ragazzi cha, pratici [pradici], perché prima li avevano frequentati. Nello scadimento così vituperevole della Congregazione il Cardinale Facchinetti nepote di Urbano VIII, e Vescovo di Spoleto, con decreto del 25 Ottobre 1675, disciolse gli attuali di lei Membri, non però soppresse l’Ente, e commise la direzione dell’Oratorio al Mandarini e l’Amministrazione dei beni al Vicario Foraneo. 5°. La catasrofe della Congregazione porse a don Crispoldo Paolelli parroco priore della Chiesa di S. Fabiano nella Piaggia della città, che da trentuno anno la reggeva, ed era anche stato Vicario della Prefettura di Norcia, l’occasione di avvantaggiare di molto la sua Parrocchia, ed egli seppe, pur troppo bene prevalersene. Presenta istanza a Clemente X ed ottenne di trasferire la sede della Cura dalla Chiesa di S. Fabiano, angusta, oscura, deforme, insalubre per umidità, incomoda al popolo per eccentricità di situazione, a quella di Sª Marisa in Sion; e di più incorporare alla stessa Parrocchia tutti i beni della stessa quasi spentas Congregazione. Che il prele<130>gato Costa restasse immutato, come nella sua istituzione e gli altri beni si convertissero nella erezione di quattro Cappelle, da conferirsi a quattro soggetti, uno dei quali fodde lo stesso Parroco pro tempore. E i quattro Cappellani dovettero adempiere tutti gli esercizi di operee spirituali, che erano state proprie della Congregazione, e finalmente coadiuvare il Parroco nella cura delle anime. E il Pontefice con breve del 16 Luglio 1676 dispose e scancì a seconda della domanda. E così tutta la proprietà della Congregazione restò devoluta alla Parrocchia, e fu fatta la traslazione della Chiesa Parrocchiale, la quale assunse il doppio titolo dei Santi Fabiano e FIlippo in Sª Maria in Sion. In tale devoluzione restò compresa anche la Chiesa di S. Filippo nella piazza della Rocca; ma in appresso venne ceduta alla Compagnia delle Stimmate, la quale in ricognizione impose l’annuo perpetuo canone a favore della Ciesa dei Ss.i Fabiano e Filippo, di due libre di cera lavorata, quale tuttora viene soddisfatta. Qui piace annotare che nella Sagrestia di questa Chiesa di S.Croce esiste un piccolo dipinto in tela e un semibusto, che senza fallo dovevano appartenerze alla Congregazione. Dai tecnici il quadro viene giudicato lavoro artistico pregevole, fedele ritratto del Santo.
    Il Mandarini con altri pochi fautori della battuta Congregazione si dette moto a lanciare a Roma l’eccezioni di obrettizio e subrettizio al Breve; ma i loro conati restarono conquisi sotto l’incubo delle verità da loro contestata.

    appendice
    <68v>

    [Grafia d. Aurelio Bonaca]

    [Nel 1932 l’ipoteca per assicurare il censo Lupacchini era scaduta e nessuno aveva pensato a rinnovarla. Nel 1937 il Sig. Quintili Ercole, a cui carico era il censo stesso, dichiarò di non voler più oltre pagare e domandò il rimborso delle annualità pagate dopo scaduta l’ipoteca.
    Dopo trattative il Qquintili riconobbe di dover pagare ancora e chiese l’affrancazione del censo. In data 22 giugno 1938 scrisse la seguente lettera:
    Spett.Prof.D.Aurelio Bonaca
    Priore di S.Croce Trevi
    In riscontro pregiata V. del 7 corrente invio assegno della Cassa di Risparmio di Terni N. 0.960.963.5 di lire 2685.10 a saldo capitale e einteressi del Censo Lupacchini.
    Nell’inviarmo la quietanza avrò grato se con essa sarà richiamata la delibera della Curia autorizzante l’estinzione del Censo, nonché ti… dell’atto costitutivo del censo medesimo.
    Distinti ossequi.
    f.to:-Quintili Ercole.
    <69>
    Fu rilasciata la seguente quietanza:
    << Io sottoscritto, priore di S.Croce in Trevi, dichiaro di aver ricevuto dal Sig. Quintili Ercole da Torre Orsina, domiciliato in Terni, Via Tacito N.39, a tacitazione completa di ogni suo dare a questo Priorato (salvo le spese e diritti per la cancellazione del corrispondente articolo di imposta Ricchezza Mobile la somma di £.2685.10 (dico lire duemilaseicentottantacinque e cent. dieci) per quanto appresso:
    1°- Sorte (capitale) del censo Lupacchini creato con atto del notaio trevano Giambattista Fontana del 30 settembre 1847 a carico di Pietro Lorenzoni di Torre Orsina ed ultimamente a carico del Sig. Quintili Ercole £. 2128.00
    2°-Aumento del 5% (R.D.L. 11-7-1925 n.998 Art.10) £. 425.60
    3°-Interessi e rimborso R.M. primo semestre 1938 £. 92.25
    4°-Conto presentatomi dall’Avv.Merli Giuseppe per esame, corrispondenza, conteggio, ecc. £ .39.25
    _____________
    Totale £. 2685.10
    Trevi, 25Giugno 1938 – XVI.
    f.to:- D.Aurelio Bonaca
    Priore di S.Croce.>>
    Fu rimessa a S.E.R.ma Mons. Arcivescovo la somma di £. 2553.60 perché sia rinvestita in cinque titoli di Stato elencati a pag.116 di questo libro che danno la rendita netta di £. 135, da cui però bisogna detrarre la tassa in favore dell’Ufficio Diocesano. I premo sono stati fissati in £.70 per le femmine e in £.6O per i maschi, da mettersi in un libretto di Banca vincolato fino alla maggiore età.-
    Per il 1939 i premiati furono:
    Vincenzo Morosini di Pietro, per i maschi
    Lina Antonini di Antonio
    Paola Bompadre di Vincenzo
    Queste due ragazze, avendo ambedue meritato il premio, ebbero metà del premio stesso, cioè £.35 ciascuno. I libretti furono emessi <69v> dalla Banca Popolare Cooperativa di Spoleto, Agenzia di Trevi.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    pagina in elaborazione

    <120>

    CAPO 15° – L’OPERA DELLA CHIESA DI Sª CROCE

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    indice del manoscritto

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    7

    La Chiesa [Chesa] Parrocchiale, dopo la sua secolarizzazione, sembra che originariamente nulla avesse per suo patrimonio, come pur troppo accadeva disgraziatamente di molte altre; lo che faceva si che, mancando il necessario provvedimento al culto, questo veniva miseramente e perciò indecorosamente esercitato, restando per la parte necessaria e indispensabile a carico del rispettivo parroco, generalmente povero altrettanto ancor’esso. E questo poi avveniva quando un terzo almeno dei beni nazionali erano i n possesso del clero, il quale poi per di più godeva l’immunità dalle pubbliche imposte.
    Questa chiesa ebbe una prima risorsa al tempo della prima traslazione della sede della Parrocchia di S. Fabiano a S.ta Maria in Sion. raccogliendo allora l’eredità della soppressa Congregazione Filippina, ebbe la soddisfazione del Prelegato Costa e con esso l’annua prestazione di scudi venti. Sebbene questo non già come un reddito largito alla Chiesa ma in ragione di compenso dovuto per l’uso e il consumo del necessario alla celebrazione. Nella istituzione del prelegato trovasi disposto che il suo amministratore venga retribuito di scudi cinque ad anno. Pel più volte citato decreto di Mons; Canali, i cinque scudi, tolti all’amministratore, furono assegnati alla sagrestia. Inoltre, siccome poco appresso la Chiesa di S. Filippo con l’annesso locale, venuto in proprietà del-<120v>la Chiesa [Chesa] dei Ss. Fabiano e Filippo, da questa di poi caduta alla Compagnia delle Stimmate, ad essa fu imposto a favore di quella l’annuo canone di libbre due di cera lavorata, pari a grammi 666. Canone che in oggi è dovuto alla Congregazione di Carità per lo Ospizio degli Invalidi, al quale è passato il piccolo patrimonio delle Stimmate, dopo che quella Compagnai, dichiarandosi sciolta, glie ne fece la cessione. Si avverte poi che il prezzo della cera fino ai nostri tempi di non molto trapassati era di baiocchi trentacinque. L’opera della Chiesa continuò con questa tenuità fino alla seconda traslazione. Nell’occasione di questa fduplicò il suo provento, e questo mercé le cause e l’attitudine del Lupacchini. Egli, profittando della non repristinazione del Monastero di S.Croce, non solo di averne la Chiesa parrocchiale e la parte superiore del fabbricato a residenza del parroco; ma inoltre si adoprò che anche l’opera della Chiesa ne venisse giovata. Ed ecco cosa fece a tal’uopo.
    Il Monastero aveva per la sua sagrestia due Censi, l’uno contro Gaetano e Carlo Cardinali per la somma di scudi 18,75 l’altro contro Luigi Landi da Panicale per scudi 200. Ambedue i Censi si ottenne che per decreto di monsig: Canali 20 Maggio 1818 rimanessero alla medesima Sagrestisa, benché convertita in Parrocchiale. Questi Censi subirono un passaggio. Il 1.mo, in sorte di scudi 30, fruttifero al 6%, venne imposto a Pasquale Maoretti fu Andrea di Trevi con atto del notaro trevano Giovan B.sta Fontana [Fondana] del 21 Maggio 1849, garantito da ipoteca iscritta all’Ufficio di Spoleto, in ultima riferma, il 12 Febbrajo 1881. L’altro in sorte di scudi 200, fruttifero al 6 per % fu imposto da Costantino del fu Pietro Stella da Orsano a rogito del notaro spoletino e cancelliere vescovile Luigi Cruciani dell’11 Marzo 1846, garan<121>tito da ipoteca rifermata in ultima iscrizione dall’Ufficio di Spoleto.
    Questi due Censi si ebbero così acquistati a costituire l’uno e vero patrimonio della sagrestia, e di poi venne accresciuto in questi ultimi tempi dal locale di S.Croce dall’annessione della Fraternita, come si dirà in appresso.
    Del resto, altro introito ebbe per opera dello stessso Lupacchini la Sagrestia sebbene, non come prodotto d’un cespite di rendita, ma come compenso dovutole per la soddisfazione dei legati dell’Orfanotrofio e di Natili, come già si era avuto dal prelegato Costa, detto di sopra.
    Pel decreto di Monsig: Canali i legati di Messe ad onere dell’ex Monastero di S. Croce passati all’Orfanotrofio di S. Bartolomeo, vennero mantenuti nella Chiesa di Santacroce per la soddisfazione da eseguirsi dal Priore e dai Cappellani con retribuzione della elemosina di bajocchi 17.½. Con questo però che i celebranti dovessero sopra ciascuna elemosina rilasciare a favore della Sagrestia a titolo di compenso, bajocchi 2 e ½, restando ad Essi il netto di bajocchi 15 secondo la tassa sinodale allora vigente. Così sul numero di Messe 193 bajocchi 482 pari a lire 25,93 – Altrettanto si fece sul legato Natili che sta ad onere della Massa Comune. Però in questo non s’impose un rilascio in ragione dell’elemosine delle Messe 30, ma sopra il reddito dello stesso legato, sul quale il rilascio fu imposto per scudo 1,50 pari a £ 7,98.
    In passato la Chiesa antica di Sª Maria del Riscatto, chiamata la Fraternita, di cui al N°.57 carta 73, costituiva un ente a sé, amministrato dal personale di Santacroce. Ora per i suoi piccoli e cattivi stabili sono stati uniti all’Opera della Chiesa. <121v>
    Un altro aumento è stato quello del locale di S. croce, di cui già si è fatta parola al N°.59 carta 74. Nondimeno, mi si perdoni la superfluità, torno qui a ripetere in buona parte il già quivi detto, perché mi piace ribattere più profondamente il chiodo ivi conficcato sulla vera proprietà del locale, ad esclusione, anzi in contradizione della nominale e strettaente legale, ma non legittima intestazione catstale di essa.
    Infine accenno le due questue chz si fanno a favore della Sagrestia; l’una nell’interno della Chiesa nelle sacre funzioni, produttiva all’incirca di £ 15 a l’anno, l’altra esterna sul grano e sull’oliva per le Quarantore in Pasqua, questa esercitata da due donne della Parrocchia, l’una nubile e l’altra coniugata, nominate dal parroco. All’esposizione dell’Attivo dovrebbe farle riscontro quelle del Passivo. Ma in ordine a questo, mi limito a qualche annotazione, essendo tutto il resto superfluo, poiché viene ad apparire dal prospetto in appresso.
    1°. Il vino per le Messe, tanto la Parrocchiale quanto quella dei legati, sta a carico dei rispettivi celebranti.
    2°. Si raccomanda di fare ogni anno alla porta magiore della Chiesa, sull’entrare della primavera la verniciatura a due mani di solo olio di lino in alternativa biennale.
    3°. In ordine alle due tasse – manomorta e fabbricato vale quanto si è detto disopra.
    4°.E’ cosa buona ancora qui il ricordare una funzione religiosa istituita di recente, che è attribuita alla sagrestia con suo leggerissimo onere- La Chiesa e la Parrocchia, col volgere dei tempi conta dei pii benefattori, traq i quali quattro sono i principali e così i più benemeriti. La riconoscenza, che <122>è la virt forse la più obliata nella vita sociale, deve essere però ricordata nella Chiesa. A tale effetto è stata introdotta la pratica di celebrare una messa cantata funebre a suffragio dei detti benefattori e soprattutto dei quattro primari. E all’oggetto di confermare tal pratica e mantenerla sempre in vigore, è stata iscritta in una parete della Sagrestia un epigrafe commemorativa, oltre mostrare un segno di onoranza alla loro memoria. Questa funzione è fissata al giorno immediatamente seguente alla festa di S. Fabiano titolare principale della Parrocchia. Ma si dirà: perché non farla più congruentemente entro l’ottava della Commemorazione dei Fedeli Defonti?- Peché resterebbe poco meno che aszsorbita dal mese dei Morti nella Chiesa del Crocefisso.
    5°.Il salario al chierico è variabile. Se nella Chiesa si adempisse la soddisfazione dei legati giornalmente, £ 20 ad anno non dovrebbero bastare, ma quando ciò non si caccia per defficenza del personale celebrante o altro impedimento, come avviene al presente, £ 6 bastano.
    6°. In ordine al locale di S. Croce, ancorché al presente l’opera della chiesa nulla percepisca dell’attivo di esso, che consiste nei vivaji, spettante questo, in rimborso, ad Isidoro Valentini; pure ne sostenere il passivo per la manutenzione e tassa del fabbricato.
    7°. In ultimo si fa osservare che le cifre le quali si appongono ai rispettivi articoli del passivo, come anche dell’attivo, sono alcune meramente approssimative. In modo particolare la riscossione degli annui interesi die Censi è molto difficoltosa per la renuenza dei debitori e la di loro lontananza.
    Ora siamo in grado di riepilogare tutto il detto sull’Attivo e Passivo col seguente
    <122v>0 PROSPETTO DELL’OPERA DELLA CHIESA
    __________________________________ ATTIVO

    1°. Dal Prelegato Costa Lire 133 133,00
    2°. Dal Legato Natili ” 7,98
    3°. Dal rilascio dei Cappellani sulle
    elemosine dell’Orfanotrofio ” 25,93 25,93
    4°. Dal Censo Stella ” 63,84 63,84
    5°. Dal Censo Maoretti ” 9,57 10,00
    6°. Dal Canone delle Stimmate ” 1,20
    7°. Dalla Questua annuale in Chiesa ” 15,–
    ___________________
    Totale all’Attivo Lire 256,52 232,77
    ___________________ PASSIVO 1°. Salario annuo al Sagrestano ” 4O,– 40
    2°. idem al Chierico ” 6,– 6
    3°. idem ai Campanari ” 40,– 40
    4°. Cera – ceri 4 da chilo 1,330 l’uno
    in tutta chilog.5,320 a £ 1,80 ” 9,58 20
    Candele 40 paqri a grammi 112-chili
    4,480 a £ 1,80 ” 8,02 15
    5°. Bucato, stiro e rammendamenti e ostie ” 16,– 16
    6°. Manutenzione dei fabbricati ” 15,– 10
    7°. Manutenzione delle suppellettili
    della Chiesa ” 5,– 5
    8°. Carbone ” 1,50 4
    9°. Incenso ” 1,25 2,50
    10°. Tassa ” 27,58 27,58
    11°. Spese impreviste ” 5,– 5
    ______________________
    Totale del Passivo Lire 174,93 196,08 [aggiunta posteriore Attivo 232,77 –
    a matita,come la 2ª Passivo 196,08
    colonna] ______________
    =36,69 (Senza ? ? ? ) PAREGGIATO L’Attivo £ 256,52
    Col Passivo ” 174,93

    ____________

    Risulta un sopravanzo di ” 81,59
    ____________ In ordine al locale di Sª Croce, l’Opera della Chiesa presentemente nulla percepisce del suo attivo, che consiste nei vivaji, perché questo va ad Isidoro Benedettti-Valentini in rimborso delle spese ………. fatte da lui per fortificazioni del fabbricato che minacciava, nonché pel suo ristabilimento interno dopo la decadenza gravissima, per l’impianto dei vivaji. In ultimo mi sembra qui un posto opportuno per la nota degl’incerti che si costumano appartenere alla Sagrestia e al personale inserviente la Chiesa. ALLA SAGRESTIA
    Nei funeri e negli Offizi pei defonti, quando
    venga sonata la campana maggiore Lire 2,56
    Nei medesimi offici, ma non nei funeri, per
    compenso di consumo di cera ed altro ” 1,50 AL PARROCO
    Per l’associazione dei defonti, adulti e pasrgoli ” “,50
    Per la pubblicazione dei matrimoni ” “,75
    Nei funeri ed Offici per la Messa cantata
    la doppia lemosina. AI CAPPELLANI Nei funeri e Offizi a ciascuno che canti alla
    Messa cantata ” ,50
    <123v>
    AL SAGRESTANO
    Nei funeri £ 2,–
    Negli Offici ” 1,50
    Nell’associazione dei pargoli ” ,50
    Nelle Quarantore in pasqua ” 4,–
    Nella festa di S.Antonio ” 4,–
    Nella festa del Sagro Cuore, a carico del
    rispettivo legato ” 1,50
    Nella festa di S. Fabiano, a carico del parroco ” 1,50 AL CHIERICO
    Nei funeri e negli Offici ” ,15
    Per l’associazione dei defonti, adulti e pargoli ” ,15
    Nella festa di S. Fabiano, a carico del parroco ” ,50 AI CAMPANARI
    Nelle Quarantore in Pasqua, a ciascuno ” 2,–
    Nella festa di S.Antonio, a ciascuno ” 2,–
    Nei funeri ed Offizi, quando suonano con la
    campana maggiore ” 2,50 <124>
    SERIE DELLE RIFORME IPOTECARIE DEI CENSI DEL CENSO AMURETTI DEL CENSO STELLA Riformata l’ipoteca Riformata l’ipoteca

    il 12 Febbº 1881 il 12 Febbº 1881

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    07Y

  • Chiesa dell'Eremita

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    TREVI – Chiesa dell’Eremita

    Chiesa di S. Croce in Val dell’Aquila

    itinerario giubilare

    Ridotta ormai a un misero rudere consistente in un muretto appena affiorante dal terreno, soffocata dalla rigogliosa vegetazione, si può raggiungere soltanto seguendo passo passo la guida edita recentemente

    Trevi: quattro passi tra storia e natura

    , (itinerario n° 7).

    Pur essendo ricordata in antiche memorie, nel 1988 nessuno fu in grado di indicarci i ruderi superstiti quando con Silvestro Nessi effettuammo vari sopralluoghi sulla montagna di Trevi alla ricerca di antichi insediamenti.

    In seguito alla pubblicazione del Nessi1, risvegliatosi un certo interesse nella zona, alcuni abitanti di Coste pratici del bosco, indicarono i ruderi qui riprodotti, ma successivamente, avendo la vegetazione invaso il piccolo sentiero, se ne persero di nuovo le tracce fino a quando non furono riscoperti da Filippucci e Ravagli che li hanno descritti nella guida sopra citata.

    Trevi, Italy. Coste, Chiesa di S. Croce in Val dell'Aquila, resti della parete nord.

    Quanto resta della chiesa e dell’abbazia

    Per ulteriori informazioni alla pagina

    Chiesa dell’Eremita – Storia

    si riporta il testo integrale pubblicato dal Nessi.

    Ritorna alla pagina CHIESE

    Note

    1) S. Nessi, Dall’eremo al cenobio, insediamenti inediti nel territorio di Trevi, in Spoletium, Anno XXX, N. 33, 1988

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <109>

    CAPO 14° – IL BENEFICIO DEL PRIORATO

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    indice del manoscritto

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    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    75°

    Nell’esposizione di questo è bene distinguere tre periodi.

    Il 1º, che potrebbe chiamarsi l’antico, fino alla prima traslazione della sede della Parrocchia.

    Il 2º, da questa fino al Priorato di Lupacchini.

    Il 3º, che è il contemporaneo.

    In ordine al 1º ho ben poco da dire, unicamente cioè che aveva la casa attigua alla Chiesa di S. Fabiano coll’orto annesso, e possedeva, per qaunto mi è capitato di rilevare da qualche cartaccia, un 93 appezzamenti di terra. Questi però erano frustoli, dispersi in posti anche remoti. Di questi rimangono ancora sei o sette, i più vicini.

    Nel 2º periodo la Prebenda venne accresciuta della porzione ad essa incorporata in 19 appezzamenti di terra oltre sei fondi urbani nella Costarella di S.Costanzo, dei quali, tre in case ed altri in un vano solo; e questo avvenne nella creazione delle Cappellenie. E perciò i fondi rustici dopo ciò si accrebbero fino a circa 72. Il 3º venne iniziato da Nicola Lupacchini. Egli operò molte permute, nelle quali costituì il Beneficio allo stato presente nella sua possidenza rurale. Fece molto, e poteva anche farlo, perché al suo tempo gli atti notarili occorrenti, erano di un costo tenue. Disgraziatamente però dei <109v> suoi atti non è rimasto neppure uno nell’ammasso delle cartacce. Furono invocati dal fratello e nepote, perché ambedue e canonici: e perché? Mistero per noi.
    Ora si vorrebbe che io facessi una descrizione dettagliata di ogni terreno coi rispettivi dati catastali. però me ne dispenso, perché il governo viene facendo un nuovo catasto per tutti del regno, operando man mano in ogni provincia, finché finalmente dovrà giungere anche alla nostra Umbra. E allora il Successore, o i Successori, suppliranno, perché pare che l’operazione vada a rilento. E così la mia infingardagine resta ben favorita.
    Il Beneficio consta di tre cespiti -Fondi urbani, fondi rurali, Certificati sul debito pubblico.
    Fondi urbani consistono in quattro fabbricati situati nella Piaggia.
    La Canonica, ossia casa parrocchiale, risultante di due piani; vasta, solida, salubre, ma di temperatura molto fredda nella stagione invernale, fornita di ogni comodità per le bisogna domestiche – E qui giova ancora ripetere quello che già ampiamente si è esposto al N° 59 ( ?? ) cioè che la parte inferiore del fabbricato, cioè quella sottostante ai due piani anzidetti, benché nell’istromento di affitto e nella rispettiva voltura intestata alla Parrocchia, in verità non le appartiene punto, sibbene alla Sagrestia, cioè all’Opera della Chiesa.
    Ha un orto annesso, non piccolo ma di scarsa rendita, avendo un suolo di ìpoca fertilità e per la qualità sui propria e per la situazione, nello inverno di pochissimo assolamento, nell’estate, di <110> bruciore nel meriggio e di poi; e di più infestato da una miriade d’insetti divoratori.
    Due case stanno in Via Della Piaggia, l’una di rincontro all’altra. Questa, in buono stato, avente luce, aria e bel prospetto sulla vallata sottostante. Ha il diritto di attingere l’acqua nella cisterna interna della casa attigua, la quale perciò resta onerata a favore di essa, dalla servitù passiva dell’acqua: servitù, che ora non is può desumere dai documenti, o non più esistenti o irreperibili; ma dall’osservanza e dall’uso costante – L’altra casa, suboscura, umida, con murati mezzo fradici. Trovato da me in condizioni cattive, ho dovuto più volte provvedervi: riparazioni ai muri, la scala nuova, cambiato il posto all’uscio, un untercapedine alla stalla ed altri minori lavori. Avrebbe meritato piuttosto la demolizione che i restauri e i miglioramenti.
    La quarta casa, quella componente il fabbricato unito alla già Chiesa di S. Fabiano. Antica fino al fondo più bujo del medio evo, porta tutti i caratteri significativi delle costruzioni monastiche. Questa pure l’ho trovata in uno stato piuttosto pessimo che cattivo. Oltreché dei suoi inquilini, per la loro onestà e buonafede poco si è potuto riscuotere dai fitti; di più ha importato una spesa non lieve il mantenerla abitabile: una finestra nuova, tutti gli infissi nuovi a tutte le finestre e le porte, grandi riparazioni ai tetti, un broccaio nuovo, una condottura dell’acqua di scolo al cisternone e altre opere minori. Ha un orto sottostante, di cui un lembo in precipitoso dirupo: discretamente ferace nell’inverno, e bruciato nella estate.
    A questo articolo dei fabbricati mi permetto di <110v> aggiungere due parole sulle capanne, l’una nel terreno del Fiume, l’altra in quello della Contea. La prima era, in buona parte, cementata col fango della strada nazionale. Io ho avuto la buona ventura di trovarmi al disolvimento di quei murati. Si dové ricostruire più che per metà. L’avrei voluta alzare di più; ma ebbi la debolezza di cedere all’intromettenza del colono mentre asseriva che stava bene di lasciarla all’altezza primiera. Sbagliai: come per lo più avviene a chi si adagia alle chiacchiere dei contadini- L’altra, della Contea, fu costrutta a contratto di cottimo; e la solita onestà nella esecuzione di tali contratti apparve subito chiara. Per quest’opera era stato venduto, colle debite facoltà ecclesiastiche e civili, un appezzamento obicato presso all’estrema bassura, di alberi piccoli benché vecchi e totalmente scalzati al loro piede, perché dall’appaltatore della costruzione della nuova strada per la stazione ferroviaria, il famigerato Fioretti, nottetempo era stata rubata la terra a tutto l’appezzamento, la quale gli occorreva per l’innalzamento della strada istessa sopra il livello del piano circostante. Questo avvenne nella vcanza del Priorato dopo la morte dello Scaringi. Alla storpiatura della capanna fatta da quel galantuomo del cottimo dovetti riparare con la spesa di cento lire. Ho messo qui sulla carta questa bazzecola per un piccolo sfoco della mia indignazione.
    Questo annetodo grazioso mi richiama ad un altro di più leggiadra furfanteria. La prima delle due case in via della Piaggia, sopradescritta, è rimasta dimezzata. L’altra metà venne alienata. Il Priore <111> Scaringi per fare quelle canali che stanno nella cantina della casa parrocchiale e alcune piccole serre sulla fossa fiancheggiata dalla strada vecchia che dalla città conduce al Borgo e dal terreno del Priorato, che, a meglio precisarne l’indicazione, lo chiamerò del Fossone, chiese ed ottenne dalla condiscendente autorità ecclesiastica la facoltà di vendere la detta metà della casa, coll’intento di comprarla Esso stesso. Nella vendita figurò acquirente il Fioretti, suo amico e socio di speculazioni industriose. Alla notizia della morte inaspettata e repentina dello Scaringi, il Fioretti, che godeva di tutta l’intimità della famiglia, vi corre a sfogliare le carte del defunto, e ne sottrae la dichiarazione da sé rilasciategli per l’accordo, concertato tra ambedue, dell’acquisto simulato. Dopo di che il Fioretti si mostrò assoluto proprietario e, come tale, in appresso ne fece la vendita. Scaringi perdé la spesa dei lavori fatti, il beneficio, la casa, Fioretti si godé tutto. FONDI RUSTICI
    Questi sono venticinque, dei quali, sette olivati; diciotto seminativi.
    Gli oliveti, meno due collocati ad una certa altura, gli altri cinque stanno in basso; situazione infelice, e dipiù, ormai da circa venti anni colpiti da una infezione chiamata volgarmente Occhio di Pavone. E questi sono, il meno degli anni di mediocre, e il più di quasi nullo reddito.
    I nove terreni nella adiacenza di Borgo sono di buona fertilità, meno uno, quello già da noi chiamato del Fossone. Quello che si distende lungo la sponda destra del Clitunno, per la sua estensione, piuttosto <111v> che campo merita di essere chiamato Tenimento.
    Nella mappa di Cannajola vi sono otto terreni, tra i quali il tenimento della Contea. Questi mostrano la loro bontà, quando le pioggie primaverili non vengono ad infradiciarli, come non di rado avviene, e poi con tutto il conseguente corredo degli insetti roditori. La Contea avea una piantagione eccellente fattavi dall’operoso Lupacchini, dopo chei (???) compita quella del tenimento del Fiume. Ma i fittajoli che l’hanno sempre tenuta in passato fino a mio tempo e i cannajolesi, quando più quando meno, l’hanno tenuta per il loro bosco ceduo.
    Nel Casco dell’Acqua havvi un terreno di non molta entità.
    In un angolo dei più remoti della Piaggia vi sono due frustoli di area di case distrutte, tenute a vivajo. CERTIFICATI DI RENDITA SUL DEBITO PUBBLICO
    Questi sono cinque, dei quali, due soltanto intestati al Beneficio parrocchiale, gli altri tre alla Chiesa, ma erroneamente, perché in verità appartengono alla stessa Parrocchia. Questa rendita ha la sua genesi nelle diverse espropriazioni subite dal Priorato in alcuni appezzamenti di terra per la costruzione della Ferrovia ed il dilatamento dell’area della stazione per la costruzione della strada intrappresa dal Comune dapprima per Spoleto, ma poi, sopraggiunta la ferrovia, venne indirizzata a Borgo e per essa alla stazione. Gli espropri, come ora si è detto, toccarono alle terre del Priorato e non alla Chiesa, la quale non ne [ha] avuto mai un minimo che. Ciò si dice <112> da me per mostrare tutta la verità della cosa, in emendazione alla falsità dell’intestazione dei tre sopradetti Certificati; falsità che, in progresso di tempo ignorandosi lo stato delle cose, potrebbe dare, anche in tutta buonafede, occasione e motivo ad efracidarne (????) il Beneficio parrocchiale
    Intanto ecco qui appresso in prospetto

    SPECIFICA DEI CERTIFICATI

    R E N D I T A

    Dati di ogni Certificato

    Lorda iscritta

    Netta
    dalla Mobiliare

    Al Beneficio parrocchiale di S.Croce e dei Ss.i Fabiano e Filippo in Piaggia di Trevi – Roma 21 Maggio 1891-N°959-335

    £. 25

    20

    10

    8

    A favore della Chiesa di S.Croce di Trevi – Roma 30 Xbre 1890-N° 947, e 42

    5

    4

    Alla Chiesa di S.Croce in Piaggia di Trevi -Roma 8 Marzo 1892 – N° 984,659

    Al Beneficio dei SS.ti Filippo e Fabbiano in Piaggia di Trevi, diocesi di Montefalco -Roma 5 Aprile 1869 – N° 186,96 “

    27

    21,60

    TOTALE DI LIRE

    72

    57,60

    Qui si avverte che i primi quattro certificati sopra notati stanno al 5 per %; e il quinto sta al 3 per %. In questo medesimo ultimo certificato si dice –della Diocesi di Montefalco – perché al tempo di quella <112v> data 1869,

    Trevi era compresa nel Subeconomato, esistente allora in questo luogo, ma che poco vi durò. Questa sede poi di Subeconomato per soprapiù di errore venne chiamata ancora Diocesi.

    Da poco fa, aprendosi dalla Bonificazione Umbra un ampliamento dell’Alveo di S.Lorenzo, venne tagliata una lista di terra al terreno di Casco dell’Acqua.

    Il Beneficio, come scorta della colonia, possiede coppe dieci di grano pari a 40 doppi decalitri. Non so da chi sia provenuta questa beneficienza; so peraltro che è giunta fino a me. Non manco di farne qui memoria per lume e norma ai Successori; come ne ho fatta esplicita dichiarazione all’Ufficio del Subeconomato di Spoleto. ora incombe a chi di ragione il dovere, in ogni vacanza del Beneficio, esigere dall’investito rinunciante o dagli eredi del defonto la detta scorta, perché il Beneficio non ne risulti frodato.

    Il Priore, come già si è esposto al Capo VI. N°32 non è solamente parroco, ma anche Cappellano, e, come tale, ha in egual grado, come gli altri Cappellani, il dritto alla quota sull’annuo reddito della Massa Comune, siccome nella stessa proporzione è tenuta agli oneri delle Messe alla stessa massa spettanti. Altrettanto gl’incomba pei legati Tini in S. Antonio, pei quali deve soddisfare la quarta parte del numero totale delle 83 Messe, perché anch’egli fruisse della distinta della Cappella, benché incorporata al Beneficio parrocchiale. <113>

    In ultimo, per integrare la esposizione di questa materia, dovrò menzionare un’altro cespite per quanto tenue, non contenuto nel Bneficio, ma riflettente la persona del beneficiato. Voglio dire quello chiamato – l’Incerti di cotta e stola, ovvero, di stola bianca e nera – E’ sanzionato dalla consuetudine universale, che io, per esser tale, rispetto, ma a cui non fo nessun buonviso, incominciando dal canestro delle uova, che il Parroco, insieme col piletto dell’acqua santa porta in giro di casa in casa nella benedizione della Settimana Santa, a guisa di un accatto, non mendicato ma dovuto e da esigersi. Io opino che la consuetudine degl’Incerti abbia avuto un giusto e rispettabile esorgimento, quando il Clero viveva delle oblazioni dei fedeli. Ma dopo che dalla pietà di essi è stato provveduto di rendite proprie colla costituzione dei Benefici, sembrami che la continuazione non sia più conveniente e onorevole. E’ vero che questi Incerti si traggono dai servigi religiosi fatti ai particolari. Ma non è anche vero che questo è un obbligo inerente allo ufficio del Parroco, come qualunque altro reso a tutta la università? Basta: lasciamo questa chiacchierata; del resto quisque abundet in sensu suo; e rimetto la nota degl’Incerti al capo seguente per unirli tutto un corpo a quelli della Sagrestia e degl’inservienti della Chiesa.

    Chiudo l’articolo con un cenno ormai divenuto storico – Nei tempi passati, il Priorato, come ogni altra parrrocchia, aveva ancora il dritto alla Decima sopra le singole famiglie domiciliate nel suo territorio. Essa peraltro era tenue e proporzionata alle diverse condizioni; nondimeno di difficoltosa esigenza, come accadeva da per tutto, ma specialmente in questa, forse <113v> la più numerosa di poveri tra tutte le altre. Colla introduzione del governo italiano, per decreto del Commissario regio per l’Umbria, Gioacchino mar: Pepoli di Bologna, nel 1860 abolite le Decime, né i Parroci né il popolo parlarono più di esse.

    Fin qui l’attivo del Beneficio. Ora poche parole sul passivo che risulta da diversi capi.

    1º Le tasse – Queste al presente, e già fin dal 1866, a cura del celebre finanziere Quintino Sella, sono gravosissime, e ammontano, in un complesso approssimativo, a £ 679.75, e sono quelle inerenti al Beneficio; e poi le altre, proprie del beneficiato: la mobiliare sugl’incerti, fuocatico, bestiami- Sotto il governo Pontificio non superavano gli scudi 98 pari a £ 202,1/6, come rilevo da uno inventario del Lupacchini. L’unificazione politica della Nazione, meno alcune sue membra, ancora irredente e facenti parte di quattro corpi stranieri; e di più l’elevazione al grado di grande Stato partecipante al convito delle grandi potenze europee, ci costano ben gran prezzo. Dalla Manomorta sono state da poco fa esonerate non poche Parrocchie; ma per questa, per quanto mi sia adoperato, non ci è stata pietà, a motivo della elevatezza dell’estimo catastale. E qui poi torno a ricordare il già detto al capo 19° n° 59 che nella Manomorta e nel fabbricato del Priorato si trovano incluse le omonime tasse del locale di Santacroce spettante all’Opera della Chiesa. Queste dunque debbono ogni sanno essere scaricate dalla Parrocchia e devolute a carico della stessa Opera.

    2º. Olio per la lampada – Nulla da documenti, ma da consuetudine antica ci risulta che il Parroco deve provvedere l’olio per la lampada del SS.mo Sagramento <114> nella Chiesa parrocchiale.

    3°. Festa di S. Fabiano – In questo giorno il Parroco oltre a provvedere all’occorrenza della Celebrazione, dà il pranzo agli addetti alla Chiesa: Cappellani, sagrestano, chierici e campanari, e allo stesso sagrestano £ 1,50, al chierico £ 0,50. Di più alle singole famiglie della parrocchia un soldo per ciascuno nei loro componenti, e alle primarie, in luogo del soldo, una cacchiatina di sei panetti bianchi.

    4°. Festa della Candelora – Il Parroco provvede la cera da distribuirsi. Alla famiglia Valenti una candela da sei oncie: ai Cappellani e alle famiglie primarie una candela da tre oncie: al sagrestano e ai chierici, da una oncia. Le consuede candeline al popolo.

    5°. I Fondi Rustici e Urbani – Questi sono da mantenersi, e, possibilmente, da migliorarsi, benché in passato tal cosa, nella generabilità delle Parrocchie e anche in questa, ad eccezione del Lupacchini, sia stata non poco trascurata.

    6°. Il Legato di Messe – I due propri del Priorayto e gli altri della Massa Comune e della distinta delle Cappelle per la parte che riguarda il Patrroco.

    7°. La Comunione agl’Infermi – É ad onere del Parroco, per antica consuetudine, provvedere la cera per l’accompagno pel trasporto del SS.mo Sagramento.

    8°. Le Case Coloniche – Uno sconcio grave di questo Beneficio è la mancanza di queste. Non ho potuto fare case coloniche, diceva qualche volta su l’ultimo stadio del suo viaggio terrestre, mirando indietro a ciò che aveva fatto, il buon Lupacchini, ne lasciò il pensiero ai Successori. Ma temo che l’aspirazione di quel buonomo abbia sempre a risolversi <114v> in una lusinga. Il peggio poi è stato sempre per la Contea, che per tal motivo ha dovuto in ogni tempo, fino al mio possesso, stare sotto le unghie rapaci dei fittajoli con la devastazione degli alberati.

    Ora a mettere sotto un colpo d’occhio tutto lo stato del Beneficio nella duplice parte, ecco il seguente PROSPETTO DELLO STATO ECONOMICO DEL PRIORATO

    ATTIVO LORDO PASSIVO

    1°. Prodotto di tutti i terreni

    £ 1875

    1°. Tasse

    £ 675,

    75

    2°. Prodotto di tre caseggiati

    ” 100

    2°. Olio per la lampada

    ” 36

    3°. Interesse sul debito pubblico

    ” 57

    ,60

    3°. Festa di S. Fabiano

    ” 55

    4°. Della Massa Comune

    ” 120

    4°. Festa della Purificazione della B.V.

    ” 3

    5°. Manutenzione dei fondi Urb.i e Rustici

    ” 60

    6°. I Legati da soddisfarsi

    ” 58

    ,35

    7°. Comunione per gli infermi

    ” 1

    8°. Fitto di una casa colonica

    ” 40

    Totale di

    £ 2152

    £ 929

    ,10

    BILANCIO
    L’Attivo lordo £. 2152,60. Depurato del passivo £. 929,10. Resta al Netto di Lire 1223,50.

    <115>

    La descrizione dello stato del Beneficio giova che venga corredata di qualche osservazione-
    Esso ha una cassa certamente considerevole che lo distinque da non pochi altri sotto questo rispetto. Però, allo stato attuale della produzione agricola in generale, e nella specialità di questo, al possedimento si trova scadente per diverse deficenze.

    La Contea con gli altri terreni nella mappa di Cannajola manca di casa colonica, e ciò ha portato per effetto la necessità dell’affitto perpetuo in passato con la quasi distruzione dell’alberato, che, in ordine alla sua vitalità, avrebbe potuto ancora ben lungo durare. Fu piantato dal Lupacchini, dopo quello del Fiume circa il 1830. La stessa mancanza dovrebbe parimenti deplorarsi nel podere del Fiume se non vi si potesse provvedere colla locazione della casa attiqua alla Chiesa di S.Antonio, spettante ad una delle Cappellenie- Il vitame colpito nel prodotto dalla crittogama fino dal 1850, e nell’albero dalla peronospera dal 1888 è ridotto alla metà della sua fecondità. Gli oliveti, ad eccezione di due situati ad una certa altezza, tutti gli altri, affetti di quel morbo, chiamato dai contadini toscani “Occhio di Pavone” e di più colpiti da frequenti geniverne [=galaverne?], ben poco rendono e talvolta niente. E poi qui si parla di un altro guajo, niente minore, quello di cadere in mani di coloni o sciagurati o guastamestieri o anche infedeli e senza scrupoli perché questo è cosa estrinseca al beneficio, benché ad esso non dirado aderente e la più malefica. E qui mi si potrebbe dire -E tu che ci hai fatto? Poco – Nondimeno credo di lasciar <115v> meglio quella che ho trovato: i terreni per bonifici, per la riparazione le case, delle quali due erano in pessimo stato. Avrei fatto di più, se non mi fossi trovato oppresso dalla gravezza dei dazi, depauperato dall’esteirimento degli ulivi e della vite, tradito dalla sciaguratezza bugiarda e cucciuta dei coloni nonché della loro infedeltà.

    Ora per questa agricoltura locale, furiera di giorno più bello sembra sorgere una aurora, preceduta già da una alba più serena. Da circa un trentennio (oggi 1904) in questi luoghi ha cominciato ad eccitarsi un moto di miglioramento nella coltivazione, moto che destatosi per l’influenza europea nell’Alta Italia, ebbe preso a dilatarsi lentamente fino a noi, e prosiegue il suo procedimento verso il sud della penisola. Però, fin quasi a questi ultimi giorni l’avvantaggiamento si operava sulla agricoltura empirica. Ora però sopra di questa ancora comincia ad alitare la scienza, cioè l’Agronomia. Cominciano ad introdursi nuovi strumenti agrari, si incomincia a conoscere il valore della terra vergine, ad apprezzare i concimi chimici, ad intendersi la virtù fertilizzante delle leguminose e di alcune specie di foraggi; e così via via degli altri espedienti trovati ed utilizzati dalla scienza. Tutto questo però sta come in embrione, il quale tarda a svolgersi e crescere per la nostra indolenza e per lo aggravio delle imposte che il governo ha fulminato sopra le terre, come sopra ogni altra industria e risorsa.

    [Aggiunta a matita (Bonaca?)] Titoli della Cappellania IIª dei SS Fabiano e Filippo: N. 523039 al 3,50% Valore nominale £ 500. Reddito annuo .. ?..

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    07Y

  • Sedano nero al Salone del Gusto

    IL SEDANO NERO DI TREVI

    Corriere dell’Umbria (Foligno Spoleto) 17/9/2008, pag. 24

    La cultivar trevana alla grande kermesse torinese

    Il sedano nero al Salone del gusto

    TREVI – Riflettori puntati sul sedano nero di Trevi, particolare cultivar prodotta solo a Trevi e soltanto in questo periodo dell’anno, da un numero limitatissimo di coltivatori e in una ristretta striscia del territorio: quella delle Canapine. Un prodotto che quest’anno farà il suo ingresso in grande spolvero al Salone del Gusto di Torino. Evento in programma per la fine del prossimo mese di ottobre, grazie al fatto che si è costituita proprio di recente un’associazione. L’associazione dei produttori del sedano nero, composta, almeno per il momento da tre rappresentanti su sei produttori. Annibale Bartolomei (presidente), Cesare Bartolomei e Angelo Mattioli.

    Storia e tradizione

    Notizie storiche La sagra

    Mostra mercato Ricette

    Ne hanno parlato

    Relazione Castellini Trevi e Perugia, 2005

    Caratterizzazione Genetica Trevi, 15/10/2004

    Prodotto tipico Trevi, 15/10/2005

    Delegazione Università svedese – 2008

    Al Salone del Gusto – Torino 2008

    Presentazione a La prova del Cuoco 2008

    Ne hanno scritto

    F. Francolini – Bacteriosi del sedano, 1928

    Gildo Castellini –Umbria Agricoltura 12/2003

    Nunzio Primavera in Campagna Amica

    AA.VV., Il Sedano Nero di Trevi – Un prodotto umbro di eccellenza -17/10/2008

    Un prodotto che è stato al centro di uno studio scientifico, fortemente voluto dalla Pro Trevi, da sempre attenta alle sorti di questo tipo di vegetale, svolto alcuni anni fa, dall’Università di Perugia nell’ambito del progetto “La valorizzazione delle risorse genetiche agrarie della regione Umbria”, sottoprogetto “La biodiversità vegetale in Umbria e la sua conservazione”, sostenuto da Piano di sviluppo rurale dell’Umbria 2000-2006. Progetto coordinato dal professor Mario Falcinelli, direttore Dipartimento biologia vegetale e bio-tecnologie agroambientali e zootecniche dell’Università di Perugia. Le ricerche di laboratorio hanno evidenziato che le sei varietà coltivate tradizionalmente a Trevi sono molto somiglianti tra di loro mentre si differenziano dalle varietà commerciali. Lo studio ha inoltre individuato gli elementi che hanno concorso a determinare la tipicità di un prodotto vegetale e cioè il genotipo, l’ambiente e la tradizione. Tra l’altro il sedano nero di Trevi è perfettamente individuabile come varietà biologicamente distinta e riconoscibile. Sono state le pazienti e secolari cure degli agricoltori locali che hanno portato alla creazione di questa particolare cultivar. Il sedano nero così detto perché se lasciato crescere senza lavorazioni speciali è molto scuro e legnoso e quindi deve venire interrato per poter ottenere poi l’imbianchimento. Il prodotto finale è un sedano dallecoste bianche, prive di quei fastidiosi fili e con un cuore molto polposo e tenero. La semina avviene con la luna calante, attorno al periodo pasquale, possibilmente il venerdì santo. Il sedano nero ha una produzione limita­tissima perché viene coltivato in una stretta striscia di terra detta Canapine, molto argillosa; umida e fertilissima, adatta alla colture che sfruttano il terreno. Al sedano nero è stata dedicata una sagra, istituita dalla Pro Trevi nel 1965 con lo scopo di non far cadere l’attenzione su questo prodotto, che a più di quarant’anni di distanza riscuote un ottimo successo di pubblico e di consensi. Certo, data la particolarità della lavorazione, questa cultivar ha necessariamente un prezzo più elevato rispetto alle altre varietà e questo contribuisce a restringerne ancora il mercato. La quasi totalità della produzione viene utilizzata nel giorno della Sagra e consumata nelle taverne e nei ristoranti locali nel mese di ottobre che lo utilizzano per succulente pietanze.

    Anna Maria Piccirilli

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    08X

  • Pietre Miliari, performance

    PIETRE MILIARI: Pochi passi dal Paradiso

    Teatro itinerante di Second Face International. Una creazione di Fiona McPeake e Richard Stourac.

    Serie di storie fantastiche con eventi stupefacenti.

    Visioni di uno strano viaggiatore che si è mosso attraverso il tempo e lo spazio e ha fatto esperienze straordinarie.

    Lo spettacolo, proposto in anteprima il 20 giugno all’inaugurazione della grande mostra Viaggiatori sulla Flaminia, è stato presentato nella sua forma integrale a Trevi in Piazza nei giorni 9, 16 e 23 agosto 1998

    Trevi, Italy. Spettacolo in Piazza,

    Fiona McPeake

    Nata nel 1963 a Newcasatle, Inghilterra, dove ha realizzato scenografie per più di 20 produzioni teatrali, di danza e di opera lirica, e dove ha anche insegnato scenografia presso la University of Northumbria.

    Direttrice artistica, scenografa, regista e attrice della compagnia internazionale The Second Face, compagnia che utilizza maschere, marionette, e il corpo umano. Ha appena terminato una produzione sulla Commedia dell’Arte in Oporto, Portogallo e sta attualmente lavorando per la compagnia Theatermanufaktur di Berlino, che accompagnerà in autunno nel tour in Austria. Con la stessa compagnia aveva già collaborato in passato, recitando in Germania.

    Ha esposto la sua collezione di maschere inpelle in Pakistan e Norvegia. Nel 1996 si è trasferita con la compagnia The Second Face International a Trevi dove ora risiede.

    Trevi, Italy. Spettacolo in Piazza, Richard Stourac in

    Richard Stourac

    Nato nel 1943 a Vienna, da 35 anni si dedica alle attività di attore, regista e scrittore.

    Ha fondato tre compagnie teatrali in Inghilterra e ha collaborato con compagnie austriache, tedesche cilene e portoghesi.

    Ha vissuto in Inghilterra fino al 1996, dove è stato Direttore del Dipartimento di Arti Drammatiche presso la University of Northumbria e ha pubblicato il volume Theatre as a Weapon (Teatro come un’arma).

    Fondata la compagnia The Second Face International ne ha co-diretto una produzione in Portogallo. Attualmente sta collaborando con il Theatermanufaktur, esibendosi in Germania e Austria. Insegna regolarmente corsi di master in Portogallo e in Norvegia e si è ora stabilito a Trevi con Second Face International.

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  • Zoom – Archivio storico

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    Zoom – Archivio storico

    Premiazione concorso Scuola: Piazza Garibaldi