Autore: Franco Spellani

  • Ex monastero di S. Bartolomeo

    Ex chiesa e monastero di S. Bartolomeo

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    itinerario giubilare

    Ulteriori notizie in: Memorie Francescane

    Non se ne conosce l’epoca della fondazione. Si sa che essendo passato in proprietà a Giacomo Pauloni, venne riscattato nel 1495 da alcune donne che volevano vivere allo stato monacale e in tale transazione furono aiutate dal Comune con una elemosina di 50 fiorini.
    Non ospitò mai una famiglia molto numerosa, oscillando il numero delle monache da cinque a dieci.
    Nel 1796, scarseggiando le monache si decise di chiamarvi le Maestre Pie, che però vi vennero soltanto nel 1840.
    Fu risparmiato dalla soppressione napoleonica perché all’epoca (1810) non c’erano più monache, ma soltanto una maestra secolare che istruiva giovani orfane.
    Successivamente l’orfanotrofio, gestito dalle Maestre Pie, fu trasferito a palazzo Lucarini ove è rimasto fino all’ultimo dopoguerra.
    Nel 1868 il monastero era ridotto ad abitazioni mentre prima aveva ospitato i soldati.
    Successivamente vi ebbe sede l’asilo infantile e poi la Scuola Materna come attestava fin al 1996 la targa in travertino.

    LA DISTRUZIONE

    Di proprietà degli IRAB (Istituti Riuniti di Assistenza e Beneficenza) diventò di proprietà comunale, quando l’Istituto fu soppresso, in base alla legge che permetteva di classificare “inutili” organismi che funzionavano egregiamente da secoli, oculatamente amministrati da gentiluomini di cui si è perso lo stampo. E tanto più furono ritenuti inutili, quanto più, come quelli di Trevi, avevano beni e capitali.
    Come Palazzo Lucarini qualche anno prima, anche questo monumento fu destinato ad essere trasformato in miniappartamenti, da destinare a residenze popolari.

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  • Ex chiesa di S. Bartolomeo – Crocifissione

    Ex chiesa e monastero di S. Bartolomeo

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    itinerario giubilare

    Nel corso dei lavori di trasformazione dell’antichissimo convento di S. Bartolomeo “delle Sacca” in miniappartamenti , all’atto dell’apertura di una porta è tornato alla luce un grandioso affresco della seconda metà del Cinquecento.
    La pittura, danneggiata soltanto in basso al centro, dove si era tentato di ricavare la nuova apertura, era chiaramente il monumentale ornamento dell’altare dell’antica chiesa di S. Bartolomeo.
    L’affresco raffigura una crocifissione e vari santi tra cui un S. Emiliano e la Maddalena.
    Dallo stile si può attribuire agli Angelucci da Mevale. Molto probabilmente fu dipinta da Fabio Angelucci che nel 1567 fu “aggregato alla cittadinanza di Trevi” nel 1568 dipingeva una Madonna e santi nel palazzo comunale e nel 1577 il nicchione in fondo alla chiesa di S. Francesco. Altra opera degli Angelucci a Trevi è la cappella di Benedetto Valenti, la prima a sinistra nella chiesa delle Lagrime.
    La pittura sembra esser in buono stato e i colori sono molto brillanti.

    TREVI - Ex chiesa diS. Bartolomeo - Crocefissione

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  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    CAPO 3° LA PIAGGIA DI TREVI

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

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    <3>

    indice del manoscritto

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    La Piaggia (il quale nome suona un pendio di monte erto e salitoso) è una parte di Trevi, quasi la sua metà, attaccata alla parte superiore come a modo di un suo appendice. Sorto il castello sul culmine della collina ai tempi barbarici e poco appresso all’epoca romana, come ne fanno fede gli avanzi tutt’ora superstiti delle mura di cinta con quelle loro piccole pietre rosse a faccia quadrilatera, e in appresso maggiormente dilatatosi, gli fu aggiunta la Piaggia, la quale, quasi per due terzi, è di costruzione ecclesiastica e delle famiglie Valenti. Figuriamocela, divisa dall’alto in basso, in tre zone. Quella di mezzo è di fabbricazione di altri: le due laterali, l’una al Nord è tutta dei Valenti, Santacroce e S.ta Chiara; l’altra a Sud, di S. Stefano, che dall’arco della Salvia girando intorno a sé stessa giunge fino alla porta Nuova (opera Benedettina) e di S.ta Lucia.

    Ripida, irregolare, tortuosa per la natura del luogo, oltre gli anzidetti ha fabbricati men che piccoli ed altri, benché al presente la maggior parte, in cattivo stato. Tutto ciò denota che erano stati eretti da una popolazione tutt’altro che povera. Questo però in presente versa in ben altre condizioni, nella maggior parte si compone di famiglie operaje, raccogliticce delle campagne circostanti, le quali, non havendo case al di fuori, vengono a ricoverarsi qua entro.

    <3v> La Piaggia, benché tale, pure per lungo tratto passato e anche contemporaneamente è stata ostello di famiglie distinte per coltura civile e agiatezza. I Paolelli, i Natili, gli Stocchi, i Petrelli, i Gemma, e altri di minor grado; ma soprattutto le diverse famiglie Valenti da venerata età, in quest’umile luogo ebbero ed ancora hanno loro stanza. E le memorie di queste ultime è nei loro domestici archivi, e nei monumenti e nei diversi fabbricati nella Piaggia stessa nonché nella parte superiore della Città, e nei lasciti di beneficenza specialmente alle chiese e nell’ “Antichità Valentine” scritte e pubblicate da Clemente Bartolini, e nelle relazioni da loro avute coi Sovrani italiani ed esteri, le collogono tra le famiglie le più cospicue ed opulenti dell’Umbria

    A schiarimento di due affermazioni fatte qui sopra, credo espediente aggiungere subito due note.

    La 1.^ – Tiberio Natalucci, uomo colto e distinto compositore di musiche sagre, nelle sue brevi Memorie pubblicate, le mura del castello le chiama Longobardiche. Con tutto il rispetto al nostro esimio concittadino non saprei soscrivermi a questo suo opinamento.

    Che invece siano dei primi tempi barbarici e ben d’appresso all’epoca romana, ecco da che lo desumo. L’antica Trevi, nel piano oggi detto di Pietrarossa, tra la Flaminia e il Clitunno, agli ultimi tempi di Costantino indubitatamente esisteva, perché ce ne fa fede l’itinerario dei figli dello stesso Costantino; che poi che <4> anche fino al cadere dell’impero d’Occidente, ce lo dicono tutti i cultori delle Memorie patrie, i quali ne assegnano la distruzione al ferro e alle devastazioni dei barbari e ad un terremoto orrendo circa il 404 il quale giunse perfino a deviare le sorgenti del Clitunno in tanta parte da ridurre quel fiume, già navicabile a doppio ordine di barche, alla ristrettezza presente, il quarto o quinto della perduta larghezza.

    Che poi la maniera di costruzione sia di epoca romana ne sono stato certificato dall’ottimo amico e già condiscepolo, Giovanni Stocchi, ora ingegnere capo della provincia. Egli, sul proposito di queste mura, mi narrava che mentre stava in Spoleto all’Ufficio Tecnico della provincia, negli scavi sotterranei che dové fare per alcuni lavori tra il palazzo della Sottoprefettura e il carcere di S. Agata, ebbe trovato lo identico sistema di costruzione di mura, che erano resti di un teatro dei tempi romani. L’epoca longobardica e la successiva, che portò la barbarie fino al fondo in ogni parte del civile consorzio, non era da tanto da lasciarsi quegli avanzi degni d’una ammirazione.

    La 2.^ – Quando ho detto “di S. Lucia e S. Chiara” non ho inteso soltanto della loro clausura, ma anche dei fabbricati di loro proprietà e uso, come la foresteria, l’abitazione del fattore, dei mulattieri, della serva e simili.

    <4v> Terminate le note di schiarimento, torniamo al soggetto. E se, questo esaurito, non aggiungessi ancora una parola su tutta l’intera Città, mi sembrarebbe quasi di farmi reo del crimine di leso patriottismo. Sebbene il farlo m’è duro, perché è giocoforza toccare note dolenti.

    Trevi nei tempi passati ma a nostro ricordo presenti, era una cittadina , che nel suo piccolo era fornita quasi di tutto, e godeva di una sufficiente agiatezza e quasi di una totale floridezza. Ora però da qualche tempo, e può dirsi circa dal ’70, pare abbia incominciato a discendere giù per una china, nella quale non si vede ancor punto quando potrà arrestarsi. E’ in vero dicadimento. Di questo, ecco, a mio credere, le parti principali con le rispettive cause.

    Nell’ ordine ecclesiastico.

    Cessata ormai del tutto la Colleggiata, già composta di Sedici Canonicati, tre Dignità e quattro Prebende, in tutto, Ventidue Benefici: alimentavano altrettante famiglie. Demaniale le Cappellenie in numero di circa ***, di cui la magior parte goduta dagli stessi ecclesisastici trevani. Tolto alla Sagrestia di S. Emiliano la sua Opera, dell’annuo reddito netto di circa £.4000, è ridotta in presente a una piccola pensione. Soppresso il convento dei Liguorini nelle Lacrime, i quali, oltre al patrimonio della comunità, avevano in taluno dei loro membri persone facoltose. Inoltre ai due monasteri di S.ta <5> Lucia e di S.ta Chiara espropriati tutti i loro beni, e ciascuno di essi possedeva sette poderi oltre gli oliveti. Tutte queste rendite non entrano più nel paese. Tante perdite sono state regalate dalle leggi sovversive del Governo in materia ecclesiastica.

    Nell’ordine civile

    Tra le migliori famiglie, ricche o almeno agiate; alcune spente, altre decadute; e tutto questo senza la risorsa del rifornimento. Anche dai tempi per noi remoti, accadevano, ma più di rado simile defficienze; ma in allora le famiglie dei villaggi, che assorgevano a ricchezza, ne emigravano e si stabilivano in città, dove trovare quella sicurezza, che, nei luoghi natii, rimaneva loro ben minacciata dai ladri e grassatori che l’infestavano.

    Il 18** il Comune di Sellano avendo ottenuto di staccarsi dalla Pretura di Trevi per unirsi a quella di Spoleto, una tale separazione, in forza della legge di restrizione delle Preture messa allora in vigore, portò la perdita della sua a Trevi, che, per tal modo, restò semplice mandamento. In tutta la provincia dell’Umbria-Sabina può dirsi che soltanto Trevi abbia a soffrire tale jattura. Anche Spello; ma non per fatto d’uomini può dirsi, ma l’ebbe dalle parti di Foligno che le stavano dinanzi.

    Nella Classe artigiana e industriale

    I lavori operai diminuita del che varie le cause. Le menzionate damaniazioni che hanno impoverito le chiese e gli istituti ecclesiastici,

    <5v> e quelli ormai quasi annientati. Il decadimento delle famiglie agiate, il contado, che prima doveva provvedersi di tutto nel paese, è in oggi invece, in non pochi dei villaggi è fornito dei mestieri di principale necessità: falegnami, facocchi, muratori, calzolari, stagnini, barbieri. Le macchine, le quali hanno tolto il lavoro all’universalità concentrandolo nei grandi opifici delle maggiori città italiane ed estere. E il lavoro, per tal modo, è stato tolto anche alle mani delle donne come, in gran parte, il cucito, il tessuto, la maglia, la sartoria; e così alle nostre della Piaggia non rimane che il così detto “il coglitoro” per razzolare nella campagna circostante, e ciò almeno nella massima[?] parte.

    Altrettanto è a dirsi della classe merciaja: questa pure ha preso vita nei nostri villaggi. Essi hanno aperto le loro botteghine e perfino le regie di sali e tabacchi; e le osterie, quasi da pertutto, spalangono le loro porte alla corruzione dell’agente agricola, una volta sobria e modesta ma ora non più.

    Altra causa del decadimento, la veggo nella diminuzione dei mercati settimanali. Questi, prima dell’apertura delle ferrovie avvenuta nel Gennaio 1866, duravano dal primo Giovedì di ottobre all’ultimo dinnanzi alla Pasqua. Si dicevano e si dicono mercati, ma propriamente dovrebbero chiamarsi fiere, poiché, oltre le merci e queste nella minor proporzione, abbondano di ogni specie di bestiame agricolo; e poi, senza bestiami o in minor proporzioni,

    <6> continuavano in tutti gli altri Giovedì fino all’altro Ottobre. Al presente perdurano soltanto in questo mese, e qualche poco nel successivo. In tutto il rimanente, ne resta un languido ricordo in qualche merciajo che salisce quassù dalla vicina e trafficante Foligno, e nei pochi contadini che pei loro minuti interessi vengono dal territorio. causa diretta di tanta perdita è stata l’introduzione della ferrovia, la quale ha discapitato ancora l’interesse di Borgo, il quale, per essa, perdette il vantaggio del transito nazionale, restandogli soltanto quello della gente unicamente locale. Il mercato di Trevi mandava la massima parte dei suoi buovi e majali a quello di Roma del susseguente Giovedì. Aperta la ferrovia, il trasporto di tali bestiami non fu pedestre, ma s’incominciò ad operarlo in treno con sei o sette ore di corsa. Che avrebbe allora dovuto far Trevi? Permutare il giorno del suo mercato, dal Giovedì al Martedì. Non lo fece, e perdette i mercati, meno quei dell’Ottobre, che le furono mantenuti dalle necessità agricole, le seminagione.

    In proposito di questi nostri signori padri coscritti, per notare la loro civile indolenza, mi piace di accennare ad un’altro fatto, omogeneo al fin qui narrato. Nel 18** il piccolo Comune di S. Giovanni, come altri piccoli Comuni rurali, fu condannato dal Governo a perdere la sua autonomia e unirsi a Castel-Ritaldi o a Trevi. Questa sonnacchiò anche allora, e S. Giovanni fu congiunto a quello con amministrazione

    <6v> separata; ma, trascurata poco appresso, divenne in breve una vera frazione del capoluogo. Dormite pure tranquilli i vostri sonni o sibaritici trevani; che, al destarvi vegliarete calmi e ilari. In questo secolo, dapprima perdette i tre villaggi: Fratta, S.Luca e Fabbri; poi perdette l’acquisto di S. Giovanni, perdette i mercati, perdette la Pretura, e ultimamente la sede della Bonificazione Umbra. Mi spiego di questa. Istituitasi la nuova Bonificazione in estensione maggiore della prima, creata sotto il Pontificato di Leone XII (Marchese della Genga, spoletino); il comizio degl’interpellati tenuto in Spoleto nel 189*, votò, a grande maggioranza lo stabilimento della sede in Trevi. Poco appresso gli arruffoni spoletini brigarono presso il Consiglio provinciale, e da questo, presente il Consigliere di Trevi Giuseppe avv.’ Ubaldi, la sede fu tolta a Trevi rilasciatole, credo pregariamente, l’Ufficio tecnico, e fu attribuita a Spoleto, che già poco innanzi aveva proditoriamente mistificato per la soppressione della Pretura trevana lusingandosi di assobirsela. Trevi guardò questo rubamento fattole coll’indifferenza di chi si crede ritoglier un oggetto da sé indebitamente appropriato e da doversi restituire a che di dovere. Avanti sempre così, cari trevani da veri bonomini! In ultimo vi trovarete con le pive nel sacco, e peggio, cogli occhi nell’orbite, ma sol per piangere!

    I fattori del decadimento del nostro paese, fin qui mostrati, non son pochi, eppure <7> non tutti: ve ne sono degli altri. Il deprezzamento dell’olio: l’olio d’uliva, in questa seconda metà del secolo, ha sofferto la più fiera concorrenza da un gran numero di rivali. si contano da quattordici oli vegetali, tra i quali il magior uso e consumo è stato acquistato da quello di cotone; e di più, l’illuminazione pubblica e privata, a petrolio, a gaz, a luce elettrica, ad acetilene, oltre la stearica. Così l’olio d’oliva che regnava quasi unico nell’illuminazione e nel consumo di cucina, è stato ben bene esautorato.

    Le pubbliche imposte. la politica interna del Governo Italiano, brullo di danaro e roso dagli interessi del debito pubblico, ha per obbiettivo generale la sua dissestata finanza, e tutti i ministeri tentano d’introdurre la fiscalità per qualunque buco ove possa entrare. Il terratico, da quello del cessato Governo, quasi è quintuplicato; la tassa successione, fabbricato, mobiliare portate al maximum; la tassa vetture, domestici, colonica, professionale, di esercizio: tutte dirette, alle quali si aggiungono le due locali della Bonificazione e del Consorzio delle Acque. E poi le indirette, che colpiscono poco meno ogni genere d’industria e di ogni articolo di commercio e qualunque atto scritto, per bollo e registrazione. In una parola, la metà dei redditi nazionali può dirsi devoluta al fisco.

    L’origine principale del decadimento attuale di Trevi, come tanti altri paesi del suo grado e anche superiore, sta negli avvenimenti nazionali

    <7v> dal 1860. Ciò, in parte, si è mostrato, ma resta ancora qualche altro su tal proposito. Questi avvenimenti hanno compito l’infusione del nuovo spirito pubblico, che ha impresso alla società una fisonomia ben diversa dalla passata: idee, cospirazioni, costumanze, tutt’altre da quelle che si avevano. Si è coperta nella vita sociale una nuova era, e noi ci siamo trovati e ci troviamo in un periodo di transizione; e tali periodi, in quasi tutte le fasi istoriche, quanto più e quanto meno, sempre dolorosi. Questo nuovo spirito, foriero della nuova era, già cominciava ad alitare in Itali prima della rivoluzione francese; acquistò vigore coll’invasione degli eserciti di essa e dei napoleonici. Crebbe cogl’indusiasmi frenetici, inebrianti del 1846, 47 e parte del 48, e colle luttuose catastrofi del 49. Represso, traboccò in tutta la sua pienezza e penetrando in ogni angolo, dal 60 in poi. Il nuovo ordine di cose fu inaugurato con strepito rimbombante e con appariscenza sfolgorante. L’emancipazione del dominio e della prepotenza straniera, l’austriaca, e l’unificazione d’Italia non è stata di certo l’effetto unicamente del valore e dell’eroismo patrio che combatte pro avis et porcis (?). Non è stata l’emancipazione della Svizzera dalla prepotenza degli Hobsburgo, della Spagna dalla servitù dei Mori, della Grecia dalla scimitarra turca, delle colonie americane dalla dominazione della madre patria, spagnola inglese; né l’unificazione feterativa della Germania, sottraendosi a Sadowa dal predominio austriaco. per l’unificazione italiana vi sono stati dei fatti d’armi, <8> esplosi i fucili, serrate le bajonette. Si; ma non sono giunti gli amici assoluti fattori dell’avvenimento. Ma il fattore supremo e veramente efficace è stato il maneggio diplomatico, l’azione delle sette, dei comitati, delle associazioni politiche; ed un concorso di circostanze favorevoli, talmente che gli stessi fautori hanno talvolta detto che è stata un’opera come guidata dal dito della Provvidenza; e la Provvidenza non l’ha voluta, l’ha certamente permessa.

    La nuova Italia, appena nata, nella sua stessa infanzia, ha voluto farla da grande entrando nel consesso delle maggiori potenze europee. Si turbò l’ordine di natura: dalla fanciullezza all’immediata maturità; e l’ordine di natura non si viola mai impunemente. L’Italia si credette grande, e in verità era ancor piccina. Sognò una prosperità, che non aveve che in fieri; si dilargò in splenditezze, ammantando i censi della sua miseria. Il Governo, le provincie, i comuni (ma non questo di Trevi) si sono infradiciati di debiti. Sull’esempio delle Autorità hanno fatto altrettanto generalmente i cittadini. Quanti, senza bilanciare il proprio stato economico, hanno largheggiato in sontuosità e in isfoggi superiori alla propria condizione.

    Quindi, presa quasi in dispregio la frugalità e la parsimonia, che fin là avevano formato la norma del vivere ordinario, subentrò più lautezza nella mensa, più acconciatura nel vestiario, più addobbo nella suppellettile della casa, più spreco nei convegni, più eleganza di forme in tutte le cose; si vollero e si procacciarono maggiori agi

    <8v> e comodità. Ecco un’altra fonte di dispendio.

    Questa è la miniatura economica di molte città d’Italia e la è ancora di Trevi.

    Inoltre alcuni, profittando della proclamata libertà di commercio, si dettero all’industria. Inesperti, e senza quel criterio calcolatore, faro illuminatore del naviglio industriale, naufragarono; e senza acquistare il lucro dal traffico perdettero il proprio capitale.

    In presente però, agl’ideali irrealizzati, all’illusioni sfumate nel disinganno comincia a subentrare la resipiscenza in tutto: nella politica, nell’economia, nell’industria. Custozza, Lizza, Dogali, Adua hanno scosso la fede pubblica sulla forza e potenza militare d’Italia. Il bilancio, che non può pareggiarsi ad onta degli sforzi, delle promesse ufficiali e della fierezza delle esazioni, ha avvertito della miseria. La debolezza dell’Autorità regia, i conflitti sistematici del parlamento, in buona parte, settario, partitante, ecoistico; innestabilità dei Ministeri che si soppiantono successivamente l’un l’altro; i partiti politici, repubblicano, socialista, anarchico, che soffiano gagliardamente nel fuoco dell’indispettimento popolare; i plagi commessi nelle Banche; i fallimenti e la malafede nel commercio e negli affari, che hanno dovuto trincerarsi dietro le più previgenti pregauzioni della leglità: tante esperienze dolorose hanno cominciato a svelare a tutti il vero stato delle cose, e” richiamarci a più sodi pensieri. Diminuisce l’enfasi e cresce la riflessione. Così anche in Trevi, ma con poco pro: le

    <9> sue risorse si sono ristrette.

    Ora i pochi raggi fin qui sparsi, raccogliamoli in un centro, da cui riverberi l’immagine dello stato economico di Trevi in questo secolo decimo nono, di cui siamo prossimi a cantar l’esequie. Nell’ultima terza parte di esso, l’asse del clero secolare e regolare, quasi annientato; alcune delle famiglie agiate, spente, e altre decadute; i mercati, per la massima parte della loro durata, poco meno che cessati; l’industria e i mestieri, non più rinchiusi dentro le mura cittadine, ma propagati al territorio; molti lavori, sottratti alle arti locali dai grandi opifici; la frugalità e parsimonia, soppiantata dal lusso. Ecco, questo estremo periodo del secolo, donde, per ragione degli opposti, sarà facile comprendere quale sia stato quello, che lo ha preceduto.

    In questo quadro, che presento della Trevi contemporanea, alla penombra fin qui pennellata, per compierlo sarà giusto dettarvi quello schizzo di luce, cui in verità è più capace di contenere.

    L’agricoltura, sia degli oliveti sia dei campi, specialmente in quest’ultimo ventegno, ha ottenuto un notevole miglioramento, ad onta dell’ulteriore, di cui sarebbe ancora capace.

    Aumentate di molto me piantagioni, fertilizzato il suolo coi concimi animali per mezzo dell’accresciuto numero dei bestiami bovini e per la costruzione delle letamaje. Introdotte nuove specie di foraggi, eccitata un’emulazione negli agricoltori. Soprattutto il territorio di Cannajola

    <9v> ha esso acquistato un grande bonificamento. Prima dell’escavazione del Fiumicello dei Prati, le acque ivi stagnati, oltre che cagionavano la malaria produttiva di febbri periodiche nella stagione estiva, isterilivano quel suolo. Ma dopo la costruzione di quel piccolo corso d’acqua, dovuta soprattutto allo zelo patrio di Tiberio Natalucci, l’aria non è più febbrifera, e la terra diventò ferace.

    Al lato però di tutto questo, resta a deplorarvi il disboscamento operato inconsultamente nei monti con la perdita di tanto legname combustibile e colla remozione di rattegno alle acque piovane che di lassù scendono dalla china, la devastano riempiendola di ghiaja e ciottoli, e col conseguente imperversare dei torrenti.

    L’attività industriale è più sviluppata, benché ancora non abbia acquistato quel criterio di previsione e di calcolo che ne dovrebbe essere l’anima.

    Le vie e tutto l’aspetto del paese più ripolito e migliorato. Costruita la strada della stazione ferroviaria; migliorata, senza paragone sopra l’antica, la Passeggiata; dilatata, pur il doppio, la piazza del mercato.

    Nella Faostana, così detta da Fausto Valenti che l’ebbe costruita, e dove già ab antico si aveva un molino a grano a sette palmenti ed altro ad olio, appartenuto a questo Comune finché da Esso venne ceduto alla Famiglia Genga sotto il pontificato di Leone XII. della medesima; da pochi anni è stato eretto uno stabilimento idraulico dall’esperta opeosità

    <10> di Serafino Bonaca – Nato in un villaggio del perugino, ebbe a suo primo mestiere l’essere manovale di muratore; quindi passato a fare il mugnajo, prima operajo in altra mole, e di poi fittajolo nella stessa Faostana, fece l’acquisto del molino, che in appresso convertì a sistema americano, e con tanto lucro da rendersi il più dovizioso del territorio. Sarebbe in tutto un vero beneficio pel paese, se gli opifici, che danno lavoro, non togliessero alla moralità.

    Dalle opere materiali e lucrative assorgiamo alle civili istituzioni, e prima d’ogni altra, la Beneficenza pubblica. Questa è ricca di tredici Opere Pie, le quali, sotto il cessato Governo, avevano ciascuna un’amministrazione separata esercitata, quale da istituti religiosi, quale da persone ecclesiastiche. Del nuovo Governo, che portò la Congregazione di Carità, la di cui istituzione presisteva nel Piemonte, le dette Opere Pie vennero tutte concentrate nella Congregazione anche qui stabilita. E questo è stato un vero miglioramento, perché, quantunque anche nelle Congregazioni possono aver luogo degli abusi, della poca onestà, e della trascuragine, come anche nella nostra, nel tempo passato, ne abbiamo avuti i saggi; non dimeno l’organismo di questo corpo, oltre di avere la sorveglianza della Autorità Tutoria, gode sempre di una migliore regolarità nell’amministrazione e di attività nella coltivazione dei possedimenti.

    Lo Spedale: ecco l’Istituto il più importante della carità. Dal suo esser necletto, <10v> miserabile, sudicio, quale lo abbiamo noi ricordato nella nostra adolescenza, allo stato presente, politissimo nel locale, nella suppellettile, nelle biancherie, assistito dal servizio delle Suore, sollecito e caritatevole, non vale il pregio del confronto. Peccato: che al tenue e insufficiente suo patrimonio, nessuno, che senta le maggiori sciaguri della povera umanità, venga ancora a soccorrerlo.
    Allo Spedale sotto la divozione del concittadino ingegnere Sabatino Stocchi, sepolto in questo cimitero presso la salma del conte Giacomo Valenti nel 18** fu aggiunta la fabbricazione di un nuovo Asilo al penosità della vita. I poveri, vecchi ed impotenti al lavoro per invalidità, vi sono ricevuti – Carlo Amici, ultimo rampollo della sua distinta famiglia, non rallegrato di prole dopo due matrimoni, il primo colla marchesa Gozzoli di Terni, e l’altro con una signora Arredi di questo luogo, e poi morto il 4 Agosto 185* [1851], dispose che la sua eredità si convertisse in un ricovero d’invalidità, affidandone l’esecuzione al conte Filippo Valenti figlio di Giacomo – Noi, che nella nostra giovinezza abbiamo conosciuto questo signore, dalle grosse fattezze, lepito di carattere, benediciamo alla sua memoria, invocando che la cittadina riconoscenza, almeno nella facciata comunale, tra le diverse lapidi di onoranze nazionale, superflue ed inutili, perché di altre grandiosità in tutte le città d’Italia e poco meno che in tutti i cantoni, voglia incastonarvi un sasso che porti il nome di Carlo Amici.
    10°

    <11> L’Orfanotrofio femminile. Noi saprei a qual tempo rimonti la sua fondazione, ma certo è di una data a noi remota. In passato era tenuto e diretto dalle monache nel locale detto anche oggi di S. Bartolomeo; monache, non saprei dire di quale ordine o sotto qual titolo, ma non coartate dall’ecclesiastica clausura. Nel 18** tutti i beni rimasti del monastero di Santacroce non riprestinato dopo il Governo francese, che quel demanio non erano stati ancora venduti, vennero devoluti a questo Orfanotrofio che a quel tempo era meschinissimo. Nel 1840 l’orfanotrofio di S. Bartolomeo venne traslocato al luogo attuale, il palazzo, che fu gia proprietà ed abitazione di Virgilio Lucarini, e da lui lasciato per sede del Collegio da Esso fondato, che poi vi persistette fino al 1832. Dai gagliardi terremoti di quell’anno il fabbricato leso gravemente, o almeno così creduto falsamente come da molti si disse e si dice, il collegio ne fu rimosso e trasportato pregariamente nel palazzo Valenti (oggi Natalini) dinnanzi a S. Francesco, e di poi nell’ex convento dei Minori Conventuali – L’Orfanotrofio venne, nel trasloco, affidato alle Maestre Pie Filippini, nel 1840, le quali assunsero anche le scuole femminili. Ora questo asilo ed educandato ha migliorato notevolmente nel vitto, nel vestiario, nell’avviamento delle alunne alle faccende domestiche e all’attitudine pei lavori; come altresì vi è insegnato l’intero corso elementare in comunanza alle ragazze esterne.

    11°

    <11v> Il Collegio-Convitto Lucarini. Eccoci ad un’altro scandolo di non curanza e quasi d’ingratitudine cittadina. Virgilio Lucarini, canonico di S. Giorgio in Velabro in Roma, è stato il cittadino più benemerito della sua patria. Del suo pingue patrimonio dispose per la fondazione di un convitto di giovani del paese, per l’annua dotazione di sei ragazze con scudi 100 a ciascuna e per la creazione di un Monte Frumentario: disposizioni che furono poi eseguite da un suo nepote Reginaldo Lucarini, religioso domenicano e Vescovo di Città della Pieve. A tanto benefattore Trevi cosa ha reso? . . . Una pietruccia nella facciata del Comune che porta poco più che il suo nome, del resto inosservata e quasi inosservabile.

    Il Collegio, rimase chiuso al cambiamento del Governo nel 188* fu riaperto con soggetti cittadini alla direzione, e anche con lusinghevole avviamento; ma poco appreso decadendo per colpa di ……., nel 189* venne affidato ai Salesiani, i quali lo hanno richiamato a nuova vita, ogni anno sempre più vigorosa, talmente che sembra ora ripromettere sodamente una prospera longevità. Le scuole del Collegio, in ogni tempo, sono state unite alle pubbliche; cioè, a meglio dire, il Collegio e il Municipio sono stati sempre uniti a tenere in una proporzionata comunanza di spesa, un corso di scuola comune agli alunni interni ed esterni. Sotto il cessato Governo, le scuole erano: l’elementare, due di grammatica, inferiore e superiore, la letteraria, chiamata “Umanità e Rettorica” la filosofica, la Morale Teologica. L’insegnamento
    <12> d’allora era assai magro, come da pertutto. L’elementare: leggere e scrivere, la dottrina del Bellarmino, le quattro operazioni aritmetiche sugl’interi, ma senza la teorica e applicazioni in problemi. La grammatica, unicamente la latina, con metodo tutto meccanico e senza un logico principio, e traduzioni di quattro classici latini. La rettorica, in testo latino del Decolonia, le traduzioni e i componimenti italiani ordinariamente sopra soggetti biblici e in tono predicatorio. La filosofia: logica metafisica ed etica: aritmetica, algebra e geometria: scienze fisiche senza gabinetti: il tutto strozzato in due anni. La morale pei chierici allora numerosi, poiché non tutti si mettevano nel seminario per l’educazione e l’istruzione ecclesiastica. Ecco le scuole di quel tempo. vero è però che circa dopo il 1840 cominciò man mano a farsi qualche poco di luce di più nelle scuole: un po’ di letteratura italiana, di geografia e di storia romana, ma con pochissima didattica, della quale scienza i maestri probabilmente ignoravano peranco il nome, e in testi troppo meschini. Nelle scuole femminili poi, la lettura, la dottrina e pochi lavori di maglia e cucito. Coi programmi del nuovo Governo gli studi si dilatarono, e anche troppo. Così da uno estremo all’altro, e l’”Inter Utrumque tene, in medio tutissimus ibis” fatalmente non si ha mai. Prima, le intelligense giovanili nell’inedia per defficienza d’istruzione: adesso nell’indigestione delle idee per soprabondanza di materie. Col nuovo

    <12v> sistema le scuole di Trevi ebbero il ginnasio e le tecniche. I Salesiani tolsero quest’ultime, ma con danno del paese, il quale, nel modo come è ridotto, impotente a mettere i suoi giovani agli studi classici, oltreché difficili, dispendiosissimi, avrebbe potuto fruire soltanto delle tecniche; seppure queste non finissero per d’ingrandire la squadra degli spostati e dei disoccupati per la difficoltà di ottenere un posto per l’esercizio professionale. – I Salesiani, oltre il convitto e le scuole, istituirono l’oratorio festivo per tutti i giovani esterni, molto bene da loro condotto e di più fornito di un concertino musicale a loro spese composto e istruito: e tutto ciò per raccogliere la gioventù, distaccandola dai luoghi di dissipamento e di corruzione, e gittare nel loro il buon seme dell’educazione religiosa e civile. Ma “nolite projicer margharitas ant porcos” le famiglie generalmente non hanno curato l’opera benemerita. Dopo poco tempo, dato giù quella curiosità che suole essere destata dalle cose nuove, l’Oratorio restò deserto.

    12°
    Il nostro secolo, cattivo in alcune cose, buono, in confronto dei precedenti, in altre e non poche; tra queste sarebbe molto benemerito della educazione e istruzione pubblica, se non fosse animato dall’intento empio che la scienza abbia da uccidere la fede e la scuola a chiudere la chiesa. Il corso degli studi, e può dirsi quasii su tutti i rami dello scibile, abbraccia tutta l’adolescenza e la giovinezza: erane fuori soltanto la puerizia; questa pure vi fu poi compresa; e amato e benedetto <13> si tramanderà ai posteri in nome del prete lombardo don Ferrante Aperti, che escogitò, e non senza attacchi però di opposizioni, attivò la benefica istituzione degli Asili Infantili. anche Trevi, riconoscendone il valore, curò di averne il suo, e ciò nel 1878. Il Boncompagni, deputato al parlamento per il collegio elettorale di Todi, per la di cui elezione Trevi ebbe molto operato, elergì lire cento; e la Città, a senso di riconoscenza, del di Lui nome fece il titolo di questa benefica fondazione, onde si denomina “Asilo Infantile Boncompagni“. Fu stanziato nell’abbandonato monastero di S. Bartolomeo, concesso dalla Congregazione di Carità. Nulla possiede: è mantenuto dal concorso della stessa Congregazione, del Municipio, degli Azionisti e del tenuissimo pagamento mensile delle rispettive famiglie dei fanciulli, i quali vi si raccolgono ogni giorno, meno le feste, dalle 8 del mattino fino all’ultima ora del giorno, ricevendovi pel desinare una buona minestra. Ha un presidente del consiglio direttivo, il segretario e un cassiere, alcune signore ispettrici e inoltre la direttrice, la vice direttrice, un’assistente col nome di maestra e la donna di servizio. L’ammissione è data a tutti; ma il popolino è quello che in massa ne fruisce. Il numero medio dei fanciulli, compresi ambo i sessi, è annualmente di circa quarantacinque. Vi apprendono ginnastica, canto, catechismo e l’avviamento alla lettura. Utilità non punto minore ne <13v> traggono le madri di famiglia, le quali, disimpacciate dai loro monelli, possono attendere liberamente alle faccende e ai lavori.
    13°
    Il Mutuo Soccorso: ecco un’altra istituzione proficua, nel 18** sorta nel nostro paese, come quasi in tutti gli altri; proficua, perché è la cassa del giornaliero risparmio per trarne una sovvenzione nei bisogni più angosciosi e pressanti della vita, la malattia e la vecchiezza; proficua però in senso relativo, cioè per gl’imprevidenti, che sono quasi tutti, poiché il pagamento della contribuzione settimanale dev’esser certo, e il conseguimento delle sovvenzioni nuota nell’incertezza, ovvero potrebbe restringersi a una tenuità. La quale incertezza si convertirebbe in certezza per sé e i suoi, se ognuno, previdentemente, facesse il risparmio per proprio conto, esclusa l’associazione. Ad ogni modo è a prevedervi che questa istituzione vada a rimanere soppiantata dalle nuove, non locali ma nazionali, che sorgono con ben altri vantaggi. Del resto questa associazione è amministrata da un presidente col suo consiglio direttivo, un segretario, un cassiere: il tutto in base dello Statuto Sociale. Vi hanno due casse: pei sussidi all’infermità dei soci e per le pensioni alla loro vecchiezza.
    14°
    Un curatino di un villaggio, Cannajola, si fa vedere mirabilia. Nato nel castello di S. Lorenzo da famiglia già da qualche secolo possidente e ora decaduta, alunno di questo collegio e poi del seminario diocesano, dalla sua ordinazione presbiterale immesso in quella <14> parrocchia, simpatico, colto, calmo, operosissimo, senza strepito, integerrimo, questo è don Pietro Bonilli. In un oscuro villaggio, col beneficio parrocchiale ben scarso, con a lato una numerosa famiglia, ha eretto un nuovo istituto religioso, le Suore della Sacra Famiglia, destinate per l’assistenza e il servigio negli ospedali, orfanotrofi, ricoveri e simili. Oltreché nella casa madre, in Cannajola, dove havvi un Orfanotrofio di Ragazze, tra le quali alcune sordomute, le Suore trovansi distribuite in alcuni ospedali, dei quali, due in Sicilia. Don Pietro, oltre l’istituto, nella propria tipografia pubblica un periodico quindicinale “La Famiglia Cattolica“. Il periodico ha più di una volta dovuto diversamente chiamarsi, ossia cambiare di titolo per le traversie eccitatagli da chi avrebbe dovuto difenderlo, incoraggiarlo; ma alla protezione fece sgambetto la vessazione. Anche per l’istituto al povero don Pietro non è mancata qualche contrarietà, non però da Trevi. Questa, come suol dirsi, non gli butta né caldo né freddo. Nell’ammirazione e nello studio di Dante, in questo secolo tanto rinfocolato, il nostro paese ha tanto bene imparato quel verso “non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
    15°

    Nel territorio della Vicaria Foranea di Trevi e fuori del suo Comune, nel villaggio di S. Luca nel 1862 fummo spettatori di un fatto religioso, che, originato da piccoli principi sorse celermente a grandezza. In mezzo a quelle campagne, sopra a una piccola prominenza, dedicata a S. Bartolomeo stava un’edicola diroccata, di cui <14v> rimanevano soltanto i muri, ma senza la copertura, e un immagine della Vergine nell’interno abside. Era ingombra di rovi, di macerie e con edera attaccata ai muri. apparteneva alla parrocchia della Fratta, che aveva l’onere di poche messe nella festa del titolare. E qui mi permetto di richiamare un fatto mio personale. Sugli ultimi di Febbraio o i primi di Marzo, non lo ricordo bene, era già io da diciotto mesi nella vicina Castel Ritaldi a regere quella parrocchia. Avendo udito da qualcuno che edicola, e non la conoscevo, vi era stata un’apparizione della Madonna, e che si cominciava ad accorrervi dalle circostanti campagne, specialmente sulla sera dopo la cessazione dei lavori, vi andetti, e quivi, con alcuni altri, chiamata Caterina moglie di [Giuseppe] Del Cionco alla nostra interpellanza rispose quanto appresso, che qui mi piace di riportare quasi testualmente nello stesso nostro dialetto rustico parlato da lei.

    “Richetto (era un simpatico fanciullo di 5 anni) ia per lo più colla sorella più grossa di lui (di circa 9 o di 10 anni) a para’ le pecore che ci avemo. Una sera, tornati tutti e due e rimesse le pecore, saliti in casa, Richetto me fece: “O ma’, su a S. Martolomeo agghio visto ‘na signora”. – “E chi era?” – “Chi lo sa?” – “Che t’ha ditto?” – “Riché, Riché” – “E tu che gli hai rispostu?” – “gnente” – “Essa che facea?” – “Stea a sedé s’una pietra grossa lì davanti a S. Martolomeo” – “Com’era vestita?” – “De vianco“. Ecco il racconto del fanciullo. poi la madre soggiunse “Quanno Richetto parlaa coscì la <15> sorella ghié rompea lu discorso ‘Non è vero, Mà’, e lu pottu dicea: ‘Si è vero’ – E la sorella: ‘No, Mà, non è vero gnente; io so’ stata sempre con isso e non agghio vistu nissuno’, finché pua richetto stizzitu che la sorella lu contradicea, dette in un gran pianto. E cusì quella sera finì.”

    Questo è il racconto genuino di quanto appresi dalla bocca della madre di Errichetto pochi giorni dopo l’avvenimento. Io, odito in tal modo il fatto, confesso che non ne feci gran conto. Del resto, io, nell’idea preconcetta che il fatto fosse accaduto per allora quando cominciavasi a divulgare, non ebbi punto il pensiero di domandare alla Caterina il quando avesse avuto luogo. Però il parroco di S. Luca, incaricato a redigere una relazione da inviarsi a Roma, fatte le dovute indagini presso la detta donna e i suoi, ebbe a constatare che l’asserita apparizione era avvenuta un’anno e mezzo innanzi al divulgamento, quando, cioè, Errichetto aveva tre anni e mezzo; e che, dopo di essa il bambino si portava da se stesso ogni mattina all’edicola, e che, quando riceveva qualche regalo in danaro, sempre lassù lo arrecava.

    Vero è poi che il parroco della Fratta, d.Giuseppe Brunetti di Trevi (e sopra di questo punto affermo che meritava ogni fede) narrava che otto o nove mesi innanzi al fatto una tale Rosa Bonifazi abitante nel caseggiato il più prossimo all’edicola, da vario tempo giacente inferma della malattia di cui morì, rimproverava lui, presente il medico <15v> curante, Fagotti, condotto di Montefalco, dicendogli: “Eh! curato, tu lasci in abbandono la chiesetta di S. Bartolomeo, e così la fai rovinare, ma la Madonna vuol essere lassù venerata, e pensaci.”

    Intanto il concorso continuava, e la fama cresceva, finché il giorno 19 marzo sacro a S. Giuseppe vi si raccolse una numerosità imponente di popolo, anche da luoghi niente vicini, e poi sempre di più. Dapprima se ne occupò il detto parroco con due parrocchiani possidenti, fatti depositari delle offerte. Dopo qualche tempo intervenne l’Autorità Diocesana. L’Arcivescovo Arnaldi se ne prese gran briga. Si pensò di erigervi una chiesa, ne fu architetto il prof. Santini di Perugia; marmorista, Paolo Lega; pittore degli affreschi, il Mariani, venuti ambedue da Roma. I quadri più pregievoli sono: del Mancinelli di Napoli – la Vestizione religiosa di S.ta Chiara – Dell’Overbk – la Visitazione – del Sereni di Spoleto.

    Con la chiesa fu ancora costrutto il lato del fabbricato ad essa aderente. Mons. Arnaldi diceva e proclamava che la Vergine aveva scelto quel luogo, centro della penisola, per operare da esso la redenzione d’Italia cioè la restau/ra/zione dello stato politico che era stato cambiato poco prima; e credo a questo medesimo volesse alludere, quando alla chiesa compita dette il titolo di “Auxilium Christianorum” e vaticinando, asseriva che, conseguito il trionfo, vi aspettava il pontefice PIO IX; e con tale previsione fece molti <16> lavori di restauri e miglioramenti nel casino di Scigliano. Morì nel Febbrajo 1877, e nulla vide. Per il compimento della chiesa e del lato della casa spese ….

    Si parlava molto di grazie e miracoli; la Curia però non fece mai processo di nessuno. Soltanto, in base dei rapporti che riceveva da quei due o tre, tra frati e preti, che assistevano il santuario, si adoperava ad inviare relazioni, per la pubblicità, a d. Giacomo Margotti direttore in Torino del giornale – l’Armonia della Religione colla Civiltà – trasmutata poi nell’Unità Cattolica. Margotti, dopo la morte di Arnaldi, non volle più riceverle. La fama di questa sagra Immagine si diffuse in tutta Ialia e oltre monti. Ma si dirà – vi furono veramente miracoli costatati? Lo ignoro, meno quello accaduto nel monastero Benedettino di Castel -Ritaldi. Affetta da non pochi anni di malattia cardiaca, per uno assalto più violento di tutti gli altri precedenti, una notte estiva del (mi sembra) 1863 era prossima a morire Maria Eletta Giovannella. le consorelle, in quelle angustie, le applicarono al petto una figura dell’Immagine e pregarono fervorosamente. Maria Eletta, dopo qualche poco disse di sentirsi bisogno di dormire e desiderò di essere lasciata sola. Le astanti a malincuore dovettero cedere alle sue insistenze. Al mattino, scorsa già l’ora della sveglia e non suonata dalla destinataria, M. Eletta, levatasi da letto, suonò la campanella, e poi aprendo a ciascuna l’uscio della <16v> rispettiva camera destolle tutte, restando queste sorprese. Risanata così con guarigione completa e perfetta senza residuo di convalescenza, il medico curante Gervasio Ricciarelli diceva e depose che – supposto ancora che la guarigione, benché istantanea, fosse accaduta per via naturale; pure, per i diciassette salassi da lui fattile, l’essere rimasta immune dalla convalescenza non poteva essere un fatto naturale.

    Errichetto, iniziatore inconscio dell’opera, fu poi dal papa Pio IX collocato in Roma nell’istituto intitolato “Tata Giovanni” dove, provato incapace pei studi, venne addetto al mestiere di ebanista, nel quale riuscì valente. Di là, terminato il suo alunnato, si ascrisse da laico nella Congregazione Somasca, nella quale tuttora virtuosamente persevera.

    Nel 18** dalla Curia diocesana la chiesa coll’annessa casa fu ceduta in perpetuo alla congregazione dei Chierici Passionisti. Questi in breve, aggiunsero alla casa primitiva due bracci, e acquistando una parte del terreno circostante, la chiusero con un muro di clausura, entro il quale ebbero compreso un’altro fabbricato da loro stessi costruito. Il servizio della chiesa è dai medesimi ottimamente esercitato. I divoti, specialmente nelle stagioni miti e nelle solennità della Vergine, vi accorrono a visitarla; i non divoti, per ammirare la bellezza del tempio. Bello si, ognuno potrà dire, perché di una certa grandiosità <17> nel suo vaso, perché armonico nelle proporzioni, maestoso e gajo, veramente splendito, attraente, mentre concilia divozione e raccoglimento. Peccato però che sia stato impiantato a quella maledetta direzione di nord ovest, che nascondendolo dietro il Convento a chi via giunge dalle vie principali, lo costringa in certo modo di andare a cercare la sua facciata – pur troppo è così -. E perché non voltare a sud-est la parte superiore dell’edicola che contiene l’Immagine? Si pensò (e chi non l’avrebbe ideato?-) Ma non si fece – E perché? – Gli amministratori dissero – Perché il terreno da occuparsi si era allora in possesso del demanio – E’ vero; ma è vero altresì che neppure si provò a procurarne la compra, la quale poi purtroppo si fece dai Passionisti. In quel tempo all’intelligenze grette il demanio compariva più spaventoso del demonio -. La cessione ai Passionisti è stata una vera benedizione del cielo. Uno di essi, l’ottimo P. Luca, ne ha pubblicata la storia. Io non l’ho punto letta: quello che ho qui dettato è quanto dalla mia consapevolezza mi è stato suggerito.

    16°
    Ora, l’aver detto qualche cosa di questo nuovo tempio mi sembra chiamarmi a fare qualche altra parola di alcuni altri, e in primo luogo, del principale, S. Emiliano-. Questa chiesa rimonta all’origine del paese, la fondazione del primitivo castello: nacque con Esso. Eretta sul suo vertice sembrava posta a dominarlo; e intorno ad Essa

    <17v> il castello si dispiegò a farle corona. Come tutte le prime case di quella origine, era una piccola chiesina, con sacello posto all’angolo destro, inferiore della presente. Di forma rettangolare, a capo aveva la tricore ancora superstite. Larga quanto essa, lunga circa otto metri, con piccola porta ad arco di pietre, di lato, che poi restò chiusa a murato fino a nostro tempo, in cui venne riaperta modificata nella forma attuale. Le dette dimenzioni si rilevano dai fondamenti che furono scoperti in un rimattonamento del pavimento.

    Nel secolo 15° impinquato il Priorato coll’incorporamento del benficio della diruta chiesa di Santacroce detta la Romita, ed istituita la Collegiata con i sei Canonicati di 1^ elezione, costituiti con i patrimoni di alcune piccole chiese rurali, come di Pietrarossa, S. Onofrio, S. Pietro a Pettine, S. Costanzo, e aumentato di molto il paese, si venne alla costruzione di una nuova chiesa, che fu assai più grande e di tal solidità da sfidare qualunque corso di tempo, di forma al rotondo, meno il muro della facciata tuttora rimasto, e con quattro colonnoni che sorreggevano un pesante voltone, i quali figuravano come dividerla in tre navi. però irregolarissima, di guisa che dalla facciata attuale si distendeva di sbiego a sinistra fino alla cappella della Trinità, in cui terminava. E tra questa Cappella e il corpo della Chiesa era interposto il coro, piuttosto bello e non piccolo, di costruzione posteriore-. Al nostro secolo, educato ad altri ideali e miglior senso estetico, quella deformità doveva rendersi <18> esosa. Così fu, e per molto tempo se ne vagheggiò la riformazione, finché, non senza gravi opposizioni di alcuni stravaganti dei canonici, nel 18** s’iniziò la demolizione e quindi la nuova costruzione sul disegno, in parte, dell’ingegnere Carimini del Cammerinese, domiciliato in Roma. Il periodo della ricostruzione, benché parziale, ha durato ventisette anni tra le ire, i contrasti, le interruzioni dei lavori, le infedeltà e le ruberie del capo-mastro trevano, cooperando a tutto ciò l’inettitudine e le sconsigliatezze della Deputazione Amministratrice capitanata da don Luigi Brunamonti, allora Arcidiacono della collegiata e dipoi Priore di S.ta Maria di Spoleto e Vicario Generale. Finalmente fu consagrata nel sabato ** settembre 18** ed inaugurata nella seguente domenica con bella festa religiosa e civile. La spesa della edificazione ha superato le lire centomila a fronte della proposta, rifiutata, dell’ingegnere perugino Biscarini che allora dirigeva i lavori della Madonna della Stella, il quale aveva domandato di assumere l’impresa, da compiersi in tre anni e per lire trentacinquemila. Il nuovo tempio può dirsi che sia stata la tomba della Collegiata, quasi spirata con Esso. Ancora vi resta a compiersi la facciata, il rifinimento interno e il campanile. Ad onta di tutto il detto dobbiamo compiacersi di avere ottenuta una bella chiesa, grazie al Signore e al nostro S. Emiliano.

    17°

    Anche la chiesa di S. Giovanni, benché sia rimasta identica nel suo vaso, è stata <18v> ben bene migliorata, come si vede al presente, e ciò si fece circa il 1845. Nelle altre chiese della città, meno che in Santacroce, null’altro si è fatto, benché le due, di S. Francesco e di S. Domenico, ne sarebbero state meritevoli. Nel 1866, per una legge usurpatrice, tutte le cose e le proprietà degli Ordini Religiosi, e qui in Trevi erano quattro, vennero indemaniate, ossia attribuite al patrimonio dello Stato. In appresso però furono ricomprate, meno il convento dei Cappuccini rimasto al Comune, che con poca assennatezza vi scelse il posto per stabilirvi il cemeterio urbano. I due monasteri, S. Chiara e S. Lucia, colle proprie chiese furono ricomprati dalle rispettive Comunità sotto nomi individuali, venduti dal Comune, al quale erano già stati prestati. Lo stesso si fece del convento di S. Martino, meno però la chiesa, la di cui proprietà lo stesso Comune volle a sé riserbata. compresa la Cappella delle pitture dello Spagna.

    A questo proposito delle case religiose mi piace qui di aggiungere la permanenza annualmente temporanea del Collegio Boemo residente in Roma, cioè per la sua villeggiatura di tre mesi estivi. Questo, fondato da non molti anni, prese la villeggiatura nel palazzo, ora suo, con titolo di locazione, che due o tre anni appresso cambiò in compra. il palazzo dapprima era proprietà e abitazione della famiglia dei conti Carrara, della quale il conte Innocenzo, ultimo rampollo ne fece eredi i suoi, appena più, parenti, i conti della Porta di <19> Roma. Questi, dopo circa venticinque anni di possesso, per le loro traversie economiche, ne fecero la vendita al detto Collegio.

    18°

    In questi tempi puranche l’inerzia abituale delle parrocchie rurali ha ricevuto un impulso alle attività -. Quella di Lapigge ha eretto dai fondamenti una chiesa nuova con un nuovo campanile, benché non compito. Nel villaggio delle Picciche, già qualche anno innanzi fatto un bell’innalzamento al campanile e corredato di un nuovo orlogio, si sta ora lavorando in quella chiesa, che fin qui aveva una solo navata per convertirla in croce latina -. In Cannajola, la copertura della chiesa da travatura mutata in bella volta-. In S. Lorenzo, parimenti la travatura cambiata in volta, e il corpo della chiesa diviso in tre navate; poi l’erezione dell’annesso fabbricato-. In Matigge, innalzato il campanile e aggiunta la campana maggiore oltre la facciata rinnovata anni innanzi – In S.ta Maria in Valle comprata la campana maggiore che era della chiesa di S. Francesco di Montefalco – Nelle Coste, fabbricato di fondo il campanile a torre, che prima era a ventaglio- A Pettino, eretta dai fondamenti la nuova chiesa- Insomma, quasi da pertutto, o innovazioni o miglioramenti notevoli- Qui forse si dirà: Come tutto ciò in tempi per le chiese poco favorevoli?… E’ stato lo ambiente sociale, che si trova nel movimento a riformar tutto e a migliorare. E poi, data la mossa, si è dettata l’emulazione, er ci è concorso anche qualche poco di reazione alla contrarietà <19v> di molti a ciò che sa di ecclesiastico.

    Qui termino la diceria fatta in questo capo, che mi è riuscita troppo lunga, senza quasi avvedermene. Avevo cominciato dall’idea di dire qualche cosa della Piaggia, perché è la sede della Parrocchia di Santacroce, e tale è il titolo col quale avevo intestato il capitolo; ma poi mi sono sentito tratto a dire qualche cosa della intera Trevi; e qui ne è andata crescendo, contro ogni previsione, la materia. Tanto è vero che ….

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

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    CAPO 2° L’ARCHIVIO

    La fonte, quasi unica, dalla quale sono state desunte queste poche memorie è stato quell’ammasso di cartacce, la maggior parte inutili, alcune estranee, molte illeggibili, trovate dentro una credenza; ammasso, che, per seguire l’uso, benché in questo caso impropriamente, chiameremo Archivio.

    Il Lupacchini ne richiama il cominciamento al 1676, anno del Breve di Clemente X; ma lo Sgaringi, suo immediato successore, dice che vi era uno Stato di Anime e un libro di morti del Priore Don Girolamo Paolelli del 1622. Lo stesso Sgaringi afferma che, dopo la morte del Lupacchini molte carte furono distrutte per certe dispiacevoli vessazioni, e che mancano del tutto i molti istrumenti di contratti fatti dal medesimo per le permute dei terreni.

    Questo vandalismo, che dallo Sgaringi viene affermato, operato nell’Archivio, riceve una conferma dall’inventario delle scritture e dei libri della Parrocchia e della chiesa lasciato dallo stesso Lumachino, poiché presentemente si rinviene appena la metà di tutto ciò che nello stesso inventario si trova notato. Eppure gli eredi principali del Lumachino e convissuti con Lui, erano due preti, canonici della Colleggiata e Cappellani di questa chiesa, l’uno fratello don Giuseppe, l’altro nepote don *** Andreucci. Si stenterebbe molto a credere che questi due, così attinenti a quel modello di ogni bene, quale il Lupacchini, abbiano potuto <2v> operare o permettere una tale devastazione.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

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    CAPO 1° SCOPO DI QUESTO LIBRO

    L’intento che mi sono prefisso nel formare il presente libro, è di raccogliervi con l’integrità ed esattezza, per me possibile, tutto ciò, che, sotto qualunque ragione o titolo, può appartenere a questa Parrocchia di Santacroce. Quando un tale scopo si venisse a raggiungere, credo che ne debba derivare una qualche utilità. Questo libro sarebbe un prontuario, nel quale, in maniera spedita e comoda, si rinverrebbe qualunque ricerca che occorresse, ed anche qualunque oggetto di curiosità che piacesse di soddisfare. Specialmente il Parroco novello fino dal suo esordimento, potrebbe in esso farsi piena cognizione del tutto, senza andare a mendicarla da altri, dai quali, o per nulla, o incompleta ed inesatta suole sempre riceversi: lo dico per propria ed altrui esperienza.

    L’oggetto perciò del libro è il narrare le vicissitudini, che sono accadute o potranno accadere nella parrocchia, esporvi lo stato della chiesa, del beneficio parrocchiale, della cappellania, e tutt’altro che con la chiesa medesima e colla parrocchia abbia attinenza.

    E qui mi fo un pregare i Rev.ndi Parroci, che mi avranno a succedere, di voler conservare questo libro e di continuarvi l’opera da me, comunque abbozzata; non solo, <1v> ma di emendare qualunque mio errore, rettificare ogni inesattezza, supplire qualsiasi ommissione. E potranno ciò fare coll’investigare, o altrove o in questo archivio, i libri e e le carte, meglio di me, che con occhi tanto cattivi, e con loro maggiore lesione, mi sono presa la briga di occuparmici.

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    07X

  • Convegno su S. Caterina di Alessandria

    Trevi – Salone di Villa Fabri

    23 agosto 2013 – ore 17

    Santa Caterina di Alessandria
    una storia esemplare

    Relatori.

    Fabrizio Felici Ridolfi, egittologo, Mons. Mario Sensi, professore emerito di Storia della Chiesa Bernardino Sperandio, restauratore

    Il culto di Santa Caterina di Alessandria è passato intatto attraverso i secoli fino ai giorni nostri. É patrona di molte città e località in Italia, alcune delle quali portano proprio il suo nome. In Umbria è particolarmente venerata a Deruta, in quanto patrona, fra altri, dei ceramisti.

    Possiamo dire che a Trevi Santa Caterina Martire Alessandrina ha riscosso nei secoli un culto particolare.

    Il primo motivo potrebbe essere perché la Sua festività – 25 Novembre – fin quasi ai nostri giorni ha segnato l’inizio della raccolta delle olive.

    Nel nostro museo sono stati raccolti molti proverbi e aforismi in proposito, anche se alcuni sono propri di altre località, inoltre, Santa Caterina è il nome di una cultivar di olivo della Toscana.

    E qualsiasi argomento che riguardi l’olivo e l’olio è automaticamente di sicuro interesse per Trevi, che di olivi è letteralmente circondata.

    Ma nel 1590 si verificò, la notte di S. Caterina, un evento considerato miracoloso, di cui il nostro storico Durastante Natalucci.1 dà notizia, riportando alcuni versi del maestro e poeta Andrea Vitellozzi da Trevi

    L’anno seguente la grande carestia

    fur grandi terremoti in questa terra

    che se non falla la memoria mia

    la casa degli Urighi cadde in terra.

    Gran grazia fu della martire pia

    che il giovinetto Ortenzo andò sotterra,

    ma scampò vivo da sì gran rovina

    la sera avanti a Santa Catarina

    perché gli cadde addosso, che era in letto,

    un gran solar di sopra col suo tetto.

    E si può comprendere come un fatto del genere sia più che sufficiente per rafforzare la devozione a Santa Caterina.

    Di seguito si riportano alcuni dipinti della Santa in Trevi

    Trevi, chiesa di S. Caterina in Via dei Cappuccini

    Trevi -Chiesa di S. Caterina sulla via dei

    Cappuccini – Santa Caterina (sec.XIV)

    Trevi Chiesa di S. Francesco- Santa Caterina (Sec.XIV)

    Trevi – Chiesa di S. Francesco –

    Parete sinistra -S. Caterina (sec XIV)

    Cappella Petroni

    Santa Caterina (Sec.XIV) [inedito 2013]

    Trevi, Chiesa di S. Francesco, Cappella Petroni

    Santa Caterina (Sec.XIV) Particolare

    [inedito 2013]

    -Santa Caterina (Sec.XIV) Particolare

    Trevi, Chiesa di S. Maria di Pietrarossa

    Portico Sud – Santa Caterina (Sec. XV)

    Trevi, Picciche, Chiesa parrocchiale

    S. Caterina (F. Melanzio, 1510)

    Trevi, Raccolta d’Arte di S. Francesco

    S. Caterina (Giovanni Spagna, 1522).

    Dalla Chiesa di S. Maria delle Lacrime

    Madonna con Bambino tra la Maddalena

    e S. Caterina (Primo quarto 17° secolo)

    revi – Chiesa di S. Francesco –

    S. Caterina (sec XVII)

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    138

    Note

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    Un registro parrocchiale, ma non solo!

    Iniziata da don Eugenio Venturini (parroco dal 1880 al 1906), con aggiunte dei suoi successori, questa raccolta di memorie e documenti relativa alla prestigiosa parrocchia di S. Croce in Trevi, contiene considerazioni sullo stato della parrocchia, ma anche sull’andamento della cosa pubblica.

    Il Venturini, ipercritico per natura e con spiccato senso dell’humor (due caratteristiche che ce lo rendono particolarmente simpatico) si lascia spesso andare a giudizi taglienti, su fatti e persone, che pertanto devono essere recepiti con una buona dose di prudenza.

    Oltre a questo e ad alcune pagine molto pesanti per l’arida esposizione di dati contabili, dobbiamo anche indulgere al fatto che il Nostro non è gran letterato e usa qualche parola cervellotica, comprensibile solo a senso. Ma nonostante tutti questi difetti, peraltro veniali, il Venturini ci fornisce molte notizie non altrimenti reperibili. Valgano per tutte le considerazioni sui “mercati” (capo 3° c. 5v) e la datazione delle mura romane (capo 3°, c.4).

    Il manoscritto, rimasto per 80 anni in ambiente parrocchiale, ci fu “rivelato” dall’ultimo parroco di S. Croce, D. Giovanni Rossi, profugo istriano con il portamento e i modi di un ufficiale asburgico. In una spossante riunione “di redazione” del giornaletto parrocchiale, mentre eravamo in contrasto su tutti gli “articoli”, don Giovanni entrato quasi in punta di piedi, posò con malcelata noncuranza il volume sul tavolo dell’animata discussione. Lo fotocopiammo la sera stessa, prima che potesse riprenderselo.

    Successivamente, lo portò in visione alle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto, che furono molto interessate dalla pagina dedicata al loro fondatore Don Bonilli (Capo 3°, c. 4), allora di imminente beatificazione e collocarono il manoscritto nel museo dedicato al beato nella loro Casa madre. Successivamente, richiesto dalla parrocchia di S. Emiliano – che aveva “assorbito” la gloriosa parrocchia di S. Croce – fu riconsegnato dalle suore dopo averlo fatto perfettamente restaurare.

    Ora (2007) dovrebbe trovarsi nell’archivio parrocchiale di S. Emiliano.

    Inizio del testo >

    Sezione Pag
    1 Capo 1° Scopo di questo libro 1
    2 Capo 2° L’archivio 2
    3 Capo 3° La Piaggia di Trevi 3
    4 Capo 4° Origine e fondazione della Parrocchia 21
    5 Capo 5° La prima traslazione della sede della Parrocchia 23
    6 Capo 6° Le Cappellenie della Parrocchia di Santacroce 38
    7 Capo 7° La seconda traslazione della sede della Parrocchia 55
    8 Capo 8° Le opere d’arte nella Parrocchia di Santacroce 61
    9 Capo 9° Il legato Lupacchini e il Catechismo 65
    10 Capo 10° Stato della Chiesa di Santacroce nel periodo dal 1860 in poi 71
    11 Capo 11° Serie dei Parroci e Cappellani 85
    12 Capo 12° Obblighi del Priore e dei Cappellani 95
    13 Capo 13° Legati di Messe nella Chiesa parrocchiale di S. Croce 98
    14 Capo 14° Il beneficio del Priorato 109
    15 Capo 15° L’opera della Chiesa di S. Croce 120
    16 Capo 16° Il Legato Lupacchini e la Chiesa di S. Antonio 126
    17 Capo 17° Indice delle materie s.n.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    pagina in elaborazione

    <61>

    CAPO 8° LE OPERE D’ARTE NELLA PARROCCHIA DI SANTACROCE

    sezione precedente

    indice del manoscritto

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    47°

    La storia nazionale, profana ed ecclesiastica, ci presenta personaggi umbri, cospicui; ma in simil modo non ci presenta la regione istessa, l’Umbria. Sede di popoli antichissimi “Umbrorum gens antiquissima Italiae” almeno se Plinio non erra, popoli forse immediatamente successivi ai pelasgi aborigini; due volte soltanto la veggo figurare nel gran quadro storico d’Italia. Dopo la guerra sannitica l’Ubria, impensierita dal pericolo di cadere sotto la dominazione di Roma, le intima guerra , e raccoglie frqa le diverse sue genti un esercito, che, senza ordine e disciplina, aggredisce temerariamente il nemico, reduce dal Sannio. Fu disfatto da questo, quasi divertendosi e poco meno che senza combattere. Così l’Umbria cadde tanto indecorosamente sotto il giogo romano. Dopo lungo volgere di secoli, l’Umbria si mostra non più impugnando una spada dissennata e codarda, ma tenendo un pennello nella mano del Perugino, che lo ebbe poi passato alla eletta schiera dei suoi alunni.

    Forse non sarebbe una grande esagerazione il dire che quasi ogni terra della valle Umbra, e perfino certi suoi angoli oscuri vengono illustrati da un affresco di qualcuno di quello stuolo di pittori, o almeno di quella scuola. La nostra Santacroce non ha la pittura della scuola Umbra, ma vai più innanzi, alla fiorentina, a quella di Giotto. Si sa bene che questo gigante dell’arte <61v> lavorò non poco nella basilica di S.Francesco di Assisi, nel suo genere monumento forse unico al mondo. Giovanissimo allora, quale egli era, corse anche in altre località circonvicine col suo pennello. Qui in Trevi lo ebbe però soltanto il monastero di Santacroce, allora nascente. In una cappella compresa dietro il suo ambito, di cui pochi anni fa fu demolita la parte anteriore ad eseguire la fotografia del dipinto, commessa dalla Congregazione di Carità al Cimini [Francesco e Giuseppe Cimini erano fotografi di Foligno intorno al 1870. Francesco si stabilì poi a Spoleto in piazza S. Lorenzo], tutta la parete di fronte presenta in affresco il Calvario con alcuni santi. La pittura con positiva asseveranza viene attribuita al Giotto da tutti, anche dai due imbrattatori, che, l’uno durante il Seicento, l’altro nel Settecento, benché, secondo le memorie, la dichiarassero di quel sommo, non si peritarono di porvi la loro mano profana, e di sottoscrivervi la memoria del sagrilegio artistico, che commettevano.

    Questa edicola cosa era? … Una cappella interna al monastero; o forse la chiesina primitiva? … Non saprei; ma quivi presso, pochi anni fa scavandosi per l’opera di fortificazione del muro superiore, furono trovate ossa e teschi. Ciò sarebbe indizio più di chiesa che di cappella.

    48°

    Non è stato il solo Giotto, che da Assisi è venuto a Trevi a portarvi il tributo del suo genio, ma col discepolo anche il maestro. Sulla facciata di una meschina capanna, tale almeno è al presente quì nella bassa Piaggia, eravi effigiata una Madonna col Bambino in braccio, e con sotto la <62> scritta, colla quale Cimabue diceva di averla fatta. La stabilitura aveva sofferto degli screpolamenti, e la pittura era scolorita e un po’ guasta; ma Laghi di Assisi pochi anni fa dette cento lire alla proprietaria della capanna e con l’opera paziente di alcuni giorni fece il distacco del dipinto per collogarlo altrove.

    Qui chi legge, dirà – ma Trevi così conservava questi tesori d’arte che possedeva?

    Di ciò non è da far molto le meraviglie. Nei tempi passati i nostri vecchi li tenevano come moneta erosa; poco più di una imbiancatura qualunque di un muro. Furono i ladri che ne scoprirono loro il valore, i Sans coulottes della Francia, che nell’invasione del 1799 e nella seguente dominazione fino al 1814, con tanta avidità loro li rapirono. Allora quei nostri parrucconi (li chiamo così, perché gran cura mettevano nell’attillare il capo scarico con la parrucca , che giù per la nuca terminava loro il codino) allora aprirono gli occhi, e videro il valore della depredazione.

    49°

    Il monastero di Santacroce possedeva una altra opera d’arte pittorica, che, grazie alla ignoranza del suo pregio, restò salva, attraversando le peripezie del Governo francese e l’abbandono del monastero e della chiesa per un tratto di non pochi anni, dal 110 al 171. E’ una pittura in tavola a forma di trittico. E’ divisa in quadretti in numero di quattordici, e quanti nel loro complesso rappresentano quasi tutti i tratti principali della vita del Salvatore, presso a poco quelli <62v> espressi nei misteri del Rosario, e più le immagini di alcuni Santi. Resta sempre misterioso il suo autore, ma non è misteriosa la classicità del lavoro.

    Il bel dipinto, che aveva tralasciato, come sopra si è detto, un periodo critico, contro ogni previsione e ad un tratto fu sul punto di esser perduto alla chiesa. Nel 1867 un ladro (e si disse un certo Gesualdo dimorante a Fabbri) nascostosi entro la chiesa in sulla sera, e fattovi chiudere, nella notte, dalla sagrestiola, nella quale si trovava appeso nella parete, lo involò. Ma alcuni giorni dopo, esso, o temendo di essere scoperto, o vedendosi imbarazzato a trafugarlo per la vendita, lo depositò in un vano disabitato ed aperto non lontano della chiesa, e così fu rinvenuto. La Parrocchia peraltro lo dové consegnare al Comune, che lo trasse a sé sotto titolo di conservazione e custodia, collocandolo nella sua piccina sobuscura pinacoteca, dove tuttora si ritiene. Lo stesso Municipio, il 12 Luglio 1867, rilasciò contemporaneamente all’atto di consegna una Dichiarazione, che afferma la proprietà del trittico spettante alla chiesa di Santacroce, e il titolo di conservazione custodia del medesimo, attribuito a sé stesso. Un identica dichiarazione fu rinnovata, a mia richiesta, e confermata dallo stesso Officio il 21 Marzo 1900. Ad onta di tali ricognizioni di proprietà, la chiesa, ritengo, non ne avrà ami più il possesso, e resterà sempre un titulus sine re. L’unico vantaggio, che forse potrà averne, opino che possa essere, quando l’amministrazione della Chiesa si trovasse in grande frangente economico per <63> qualche grave infortunio, forse le potrà venir permesso di operarne la vendita a riparare il suo disagio. Credo poi superfluo l’inculcare e il raccomandare tutta la maggior cura di conservare le dette dichiarazioni, perché, lapsu temporis, dalla perdita del possesso non si abbia facilmente a passare a quella pure della proprietà. questa, in verità, è un diritto, ma, divisa dal possesso si riduce sd un titolo; e questo può svanire se non comprovato dai documenti.

    50°

    Anche il quadro dello altare maggiore della Chiesa di Santacroce è stato giudicato da un intelligente, della scuola di Pietro da Cortona e meritevole di pregio. In Esso vedi la beatissima Vergine con sulle ginocchia, il Bambino che anela alla Croce. Essa abbassa uno sguardo pietoso sopra i due Santi che dall’uno e dall’altro i due lati stanno prostrati in adorazione: S.Benedetto alla destra e Santa Maria Maddalena alla sinistra. Al vedere l’accoppiamento di questi due Santi, tra i quali non havvi veruna connessione storica, si desta una perplessa curiosità d’indovinarne la ragione: eccola. Nel 14.. il monastero di S. Maria in Maddalena che sorgeva fuori e dappresso la Porta del Cieco venne assalito da una masnata di popolo della Città. Le povere monache ne fuggirono ricoverandosi nel monastero di S.Croce. Di poi non ne partirono più e i due monasteri si fusero insieme. Nella erezione, il 1784, della nuova chiesa di S.Croce, che è l’attuale, effigiandosi nel quadro i rispettivi Santi, l’uno fondatore dell’ordine l’altro titolare della propria chiesa, si volle così significare l’unione dei due monasteri. <63v> Null’altro ho a dire dell’opera d’arte qui contenute; ma non posso a meno di notare la profusione degli ornati a stucco della chiesa e la dilicatezza del loro lavoro, specialmente il quei due giojelli degli altari laterali. E la facciata della Chiesa non è che un’opera muraria, è vero, con una cornice in pietra lavorata alla porta. Eppure ha il pregio di esser l’unica fra tutte le altre del paese, che sia degna di presentare ai riguardanti un prospetto conveniente ad una chiesa.

    Ad ogni modo, per quanto poco, anche la Parrocchia di S.Croce partecipa al tesoro, di cui no potrà giammai calcolarsi l’innumerevoleza e la preziosità, delle arti liberali d’Italia.

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    07X

  • Scene vita medievale

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    Si svolgono nel 4° sabato e 4

    a

    domenica di ottobre

    Per l’anno corrente 2011 sono programmate
    SABATO 22 ottobre dalle ore 21 in poi, e
    DOMENICA 23 ottobre dalle ore 17 in poi.

    Programma dettagliato 2011

    Dopo il tramonto e fino a tarda notte vie, piazzette, cortili, botteghe, angoli desueti, alla suggestione delle fiaccole, si animano, come per incanto, di centinaia di personaggi in costume medievale. Ogni traccia del presente è occultata e ci si ritrova immersi nella vita degli antichi abitanti della città. In una cornice di purissima atmosfera storico-ambientale, sotto gli occhi di visitatori itineranti, donne e uomini di tutte le età svolgono con naturalezza e maestria le attività quotidiane e domestiche dei tempi passati in spazi originali e con strumenti e tecniche ricostruiti grazie ad approfondite ricerche. (Ente Palio)

    Alcune “scene” di anni recenti

    Trevi, Italy. Scene di vita medievale, scena domestica.

    immagini dei primi anni ’90

    Trevi, Scene di vita Medievale

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  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    pagina in elaborazione

    <55>

    CAPO 7° La seconda traslazione della sede della Parrocchia

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    indice del manoscritto

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    43°

    Mobilitate viget, vivesque acquivit eundo.Questo verso che l’epico mantovano canta della Fama, ossia la notizia, che di bocca in bocca si propaga rapidamente dilatandosi, dei fatti pubblici e privati che gior[n]almente accadono, delle persone e dei loro atti; si attaglia pur bene, in certo senso, a questa parrocchia – Essa, nel fitto bujo del medio evo, s’impianta nella chiesa di S. Fabiano. Il quando preciso non lo sappiamo; ma, siccome nel secolo nono, le parrocchie rurali erano già costituite; e tale era questa, perché difatti non era compresa entro il circuito di Trevi, come al presente ne fanno fede le mura cittadine fabbricate in tempo posteriore, con ogni probabilità é da ritenersi anteriore a quel secolo. E poi l’indole della costruzione e lo stile della scoltura dell’arco, che soprastava alla porta della chiesa, concorrono ambedue a fortificare la congettura. La sede, da quella chiesa, un sacro grottone, poco meno che orrida, oscura, umida, incomoda all’accesso e recesso, si muove e con felice trapasso ascende alla Chiesa Nuova, ossia Santa Maria in Sion, non bella ma neppure orrida, più illuminata, asciutta, comoda per centralità ed accesso; e movendosi, vires acquivit, si munisce di tre Cappellani concurati, impingua di beneficio parrocchiale della quarta Cappella, incorporata ai beni di esso, aumenta la officiatura e le pratiche del Culto, acquista <55v>il possesso e l’amministrazione del Prelegato Costa e con esso la Messa quotidiana, un nuovo cespite di rendita alla sagrestia, il conferimento del dotalizio, la distribuzione del soldo ad ogni individuo di tutte le singole famiglie della parrocchia nel giorno di S.Filippo, la devoluzione alla sagrestia medesima del sopravanzo annuo della rendita del Prelegato. Il Costa aveva fondato il suo Prelegato, tutto in piccoli Censi, epperciò in gran numero. I Censi sono vere piaghe economiche per la briga e le difficoltà della riscossione degli interessi, e perché incapaci di aumento di rendita mediante miglioramento e bonifici, anzi soggetti a diminuzioni per la non improbabile perdita del capitale. L’amministrazione dei Cappellani, coi ritiri, li ebbe convertiti, per la massima parte in acquisti di terreni. Questi, bonificati, elevarono il prodotto, talché il capitale primitivo di scudi 1500 pari a £ 7980 al giorno dell’impossessamento fattone dalla Congreg. di Carità nel 1864 era pervenuto a £ 16000 con una superiorità di 8020. Ondeché il conferimento della dote era già da tempo addivenuto annuale, e il sopravanzo annuo venne in favore della sagrestia.

    La sede della parrocchia colla sua mobilità rende più intenso il suo vigore, quando nel 1821 si trasferisce dalle Chiesa Nuova a questa di Santacroce. Allora si abbellisce di una chiesa quanto gaja all’interno altrettanto maestosa alla facciata, solidissima, illuminata, di una moderata temperatura nelle due estreme stagioni dell’anno, fornita di non pochi vani annessi; accresce l’Officiatura coi legati devoluti <56> all’Orfanotrofio di S.Bartolomeo rendendo più abbondanti la applicazioni ai Cappellani; acquista una abitazione grande, fornita di orto e di ogni comodità occorrente all’uso del parroco. Dopo di tutto ciò credo che abbia completato e chiuso per sempre il suo ciclo.

    Napoleone Buonaparte, il genio militare forse il più luminoso apparso fin qui nel mondo, e sfolgorante di altri grandi talenti, a cui lo splendore dei meravigliosi successi abbagliò gli occhi dell’intelletto, e nello acciecamento della più smodata ambizione lo piombò di poi prosternato a terra, e in una terra inospitale; dopo di avere invaso a titolo di conquista, **** lo Stato Pontificio, con decreto del **** vi soppresse tutti gli ordini Religiosi devolvendone le proprietà al demanio dello Stato.

    Il Monastero di Santacroce subì l’infortunio comune. Vidi impium elevatum et superexaltatum; transivi, et ecce non erat. Dopo sei anni, nel 1814, abbattuto il gigante, e circoscritto dalle sponde dell’Elba, e immediatamente restaurato il governo primiero; gio [?] Ordini e le Comunità religiose furono subito richiamati a nuova vita. Di questa però non poté partecipare quella di Santacroce. I suoi beni, per la maggior parte venduti, avevano lasciato un residuo ben tenue, il di cui reddito netto non oltrepassava i 360 scudi annui insufficiente al mantenimento delle dodici Monache sopraviventi; onde che il Monastero fu destinato alla cessazione. Posso credere che la stessa causa ridusse ad una consimile sorte, qui in Trevi, i Rocchettini delle Lagrime, i Conventuali di S. Francesco e i padri Predicatori di S. Domenico. Non però i Riformati (oggi detti <56v> Minori) di S. Martino e i Cappuccini. I Religiosi mendicanti durano quanto le loro berte, per le quali non viene mai meno panno per rinnovarle, e questo non può mai esser loro tolto né da uragani di rivoluzioni, né da prepotenza di conquistatore, né da tirannia di leggi sovversive. E se questi giungessero a fare alle berte uno strappo, durerà ben poco, perché in breve si rammenda. In ordine poi agli Olivetani di S. Pietro di Bovara mi si dice che questi già erano stati soppressi da Pio VII; e che i loro molti beni, benché quei Monici fossero ben pochi, quattro o cinque, erano stati venduti dallo stesso Pontefice al cavalier Martinez per sopperire ai bisogni dello Stato, in quei anni sommamente depauperato dalle tante politiche vicissitudini calamitose.

    La chiesa di Santacroce e il Monastero in chiusura suggerirono al Priore Lupacchini l’idea e il desiderio di procurarne la riapertura a beneficio della Parrocchia di S. Fabiano. A tale effetto, nel 1816, lo stesso Lupacchini nella sua qualifica di Vicario Foraneo e i pubblici Rappresentanti di Trevi, cioè il Consiglio Municipale, presentarono istanza al Pontefice Pio VII. per ottenere la chiesa a parrocchiale, e la parte superiore del Monastero a canonica ossia abitazione del parroco, implorando l’altra rimanente, la inferiore, a residenza dell’Orfanotrofio di S. Bartolomeo. Rimessa la istanza alla Congregazione della Riforma, questa annuì ad ogni parte di essa col decreto che qui appresso si riproduce.

    [Altra grafia, vedi CAPO 5°, carta 31]

    “Die 15 Januarii 1816 – Sacra Congregatio a SS.mo D.no Nostro Pio P.P. VII super reformationis negocii specialiter deputata, omnibus mature per pensis additaque informatione <57> et voto Rev.mi Episcopi Spoletani, Oratorum precibus annuendum esse cessavit, ut intra.

    I° Ecclesia et aedes monasterii S.Crucis praefato Episcopo tradantur ad effectum de illis disponendi juxta petita, ita ut paraecia Ss. Fabiani et Philippi ad eandem ecclesiam transferatur, ibique perpetuo maneat, adsignata parroco congrua habitatione; reliqua vero aedium pars orphanarum conservatorio illic instituendo, libera cedat.

    II° Provideat Episcopus, ut Parochialis domus sit Ecclesiae p[r]oxima, a Conservatorio autem omnino seiuncta.

    III° In actu transactionis veteri Ecclesiae titulo novus addaturaac in posterum nuncupatur SS.Crucis ac SS.Fabiani et Philippi.

    IV° Bona monasterii S.Crucis, quae non fuerint alienata, favore dicti Conservatorii, nunc pro tunc applicentur; ideoque laudatus Episcopus agat cum D.Thesaurario Generali circa modum et conditiones iner utrumque statuendas et ineundas, firma tamen obbligatione intera erogandi rdditus eurundem bonorum pro pensionibus Monialibus debitis.

    V° Postquam tamen dicta bona, per obitum monialium ab onere pensionum libera, exempla remanxerint, Puellarum conservatorium annual…. summam domui Convertitarum in civitate Spoletana existenti solvere teneatur pro alimentis duarum mulierum Civitatis seu Territorii Trebiensis a turpi vita ad meliorem frugem (?) conversis, si adsint; sin (?) minus ab Episcopi arbitrio pendeat, vel eandem solutionem imperare pro duabus aliis mulieribus lapsis suae Diaecesis ab eo nominandis, vel Conservatorium in exposito casu ab huiusmodi solutione temporarie liberare.

    Et Sanctitas Sua, me infrascripto Segretario referente, ressolutionem Sacra Congr., benigne approbavit, et executioni mandari jussit; voluitque praesens Decretum ex speciali gratia suffragari perinde ac si Literae Apostolicae in forma brevis desuper expeditae fuissent. Quibuscumque in contrarium facentibus, speciali quoque et individua mentione dignis, non abstantibus.

    Loco + Sigilli I A Sola S.Congregationis a Secretis. <57v>

    Ottenuta tale concessione, il Parroco, con atto rogato dal notaro trevano Girolamo Mosconi il 31 luglio 1816, ebbe la consegna della Chiesa e della parte del Monastero, assegnata. Quindi con decreto della Curia Vescovile del 20 marzo 1817 venne eseguita la divisione delle due parti del Monastero, diretta dal degnissimo ecclesiastico marchigiano domiciliato a Spoleto, dove teneva, nella Madonna delle Grazie, un piccolo Convitto di giovani diretti alle arti del disegno, essendo egli architetto. Questi fu don Luigi Landini, il quale ebbe diretta anche la costruzione della forasteria del Monastero di S.ta Chiara. Finalmente, per altro decreto in sacra visita del 20 Maggio 1818, il 26 Maggio, festa di S.Filippo, dal 1821, fu osservata la traslazione della sede della Parrocchia dalla chiesa di Santa Maria in Sion a questa di Santacroce; e da quel giorno la Parrocchia, osservando il terzo titolo, fu denominata “della Santissima Croce e dei Santi Fabiano e Filippo”.

    In pari tempo il sotterraneo della chiesa di Santacroce fu costituito a Cemeterio, come ora si vede, colla formazione di tre seppolture ai suoi lati, delle quali, l’una in cui furono deposte le ossa delle monache, le altre due, quelle dei fedeli che erano nelle seppolture della Chiesa Nuova, delle quali si fece lo spurgo e quindi fu operato il trasporto.

    Col trasporto della Sede della Parrocchia alla chiesa di Santacroce, furono a questa trasferite le Cappellenie concurate e le due di S.Filippo e di S.Antonio, nonché i legati di Messe: insomma tottu ciò che che dalla ex Parrocchia si riferisce. Tuto il complesso di questa raslazione operata nel 1871 dipoi nella sacra visista fata da <58> Monsignor Mastai, con decreto del 29 Maggio 1829, venne in ogni sua parter approvato e confermato da valere in perpetuo. – Il conte Giovanni Maria Mastai-Ferretti da Sinigaglia, Arcivescovo di Spoleto, poi Vescoco di Imola e Cardinale, in ultimo Papa dal 1846 al 1878, qual Papa di bello e nobile sembiante, di animo tanto buono e difusivo (?) di facile ed ameno eloquio, di tratto simpatico in ogni suo fare; il Papa, il cui pontificato aprirà forse un’epoca nella storia della Chiesa, alla quale richiamo chi meglio voglia conoscerlo.

    45°

    In effettuazione della concessione fatta della Congregazione della Riforma, come la parte superiore del già monastero fu aperta alla residenza del parroco di Santacroce, così la inferiore addivenne il domicilio dello Orfanotrofio femminile, che vi si traslocò da S.Bartolomeo, ora sede dell’Asilo Infantile. Però, dopo tre o quattro anni dipermanenza ritornò alla stanza primiera, in che nel 1840 fu trasportato nel palazzo dinanzi a S. Emiliano, già casa di abitazione del benemerito Virgilio Lucarini, e collegio fino al 1832. E allora venne affidato alle Maestre Pie, le quali assunsero ancora le pubbliche scuole femminile.

    46°

    Questa seconda traslazione fu principalmente opera, e quasi tutta esclusiva, di don Nicola Lupacchini; ed eccomi dunque, dopo il Paolelli, ad un secondo benemerito della parrocchia di Santacroce, e per me un minvito, anzi un dovere, di farne parola. -Nicola Lupacchini nacque in Visso nell’anno <58v> stesso che venne alla luce (non so se per propiziazione od ira del cielo – ai posteri l’ardua sentenza -) Napoleone Bonaparte: il 1769. Ignoro il periodo della sua giovinezza e del suo tirocinio ecclesiastico, ma debbo crederlo, nel seminario di Spoleto. In quei tempi l’attuale Diocesi di Norcia faceva parte della Spoletina, dalla quale venne distsaccata, e quindi eretta in Vescovato dal Pontefice spoletino Annibale marchese della Genga, Leone XII. Stette per qualche tempo nel palazzo del barone Angaiani, ora detto Sotto-Prefettura, in qualità di pedagogo del figlio fino al Ventottesimo della sua età, nel quale anno fu eletto a questo Priorato di S.Fabiano, cioè nel 1797. Quando nel 1810 il Bonaparte infuriò contro Pio VII suo prigioniero a Savona, e questo, tetragono alle sue pretese, fece man bassa sopra ogni ordine ecclesiastico nello Stato Pontificio, smembrato in due parti: l’una in un dipartimento francese del Tevere, l’altra, Romagne e Marche, incorporata al regno d’Italia; allora impose ai sacerdoti di prestare giuramento di fedeltà alla sua persona e di riconoscimento del suo governo sotto pena dell’esilio. Il Lupacchini, come tanti altri, prese la via di questo, ma non saprei dove fu deportato, se in Corsica o altrove. il suo esilio sesmbra però che sia stato tutt’altro che quello dei Clementi, dei Corneli, dei ***; poiché il conte Filippo Valenti mi diceva che suo padre, il conte Giacomo, talvolta parlandone, con scherzevole ed amica ironia, diceva che dopo una amena villeggiatura era tornato cinto il capo dell’aureola del martirio.

    Nel 1821 operò il trasporto della sede della <59> Cura, per le di cui trattative fu ben favorito dal Vescovo Francesco Canali, già suo compagno di esilio, il quale nel 1814 da canonico perugino era stato elevato alla sede di Spoleto. Di poi attese al riordinamento dei terreni del beneficio. Questo, al tempo del Paolelli cioè sullo scorcio del secolo 17°, aveva i suoi fondi frantumati e dispersi in circa cinquantasette appezzamenti, ai quali se ne aggiunsero altri con l’incorporamento di quelli della cappella Costa. In tutti, a un di presso ***. Durante il secolo 18° io non so che tali fondi subissero variazioni, almeno notevole. Il Lupacchini si propose di riunirli, per quanto possibile, e raccoglierli nelle adiacenze di revi; e lo fece a furia di permude. Il solo terreno grande che si distende lungo [ nel testo:l’ungo] la sponda destra del Clitunno, oltre il Priorato, aveva altri tre o quatro proprietari. Quindi ricoprì queste tutte di una piantagione a Testucci vitati, e circondollo ai lati da un’altra piantagione di olmi senza vite; e dipoi fece una consimile piantagione di testucci nel campo grande della Contea e nell’altro minore quivi prossimo. Delle operazioni delle permude non rimane più verun atto, come già si è detto nel capo 6°. Sul proposito aggiungo, che Egli qui in revi fu quello che dette il primo saggio di una bigattiera, da lui fatta nel 2° piano, oltre il terreno, del fabbricato dei magazzini della casa parrocchiale. Ne aveva avuto notizia nell’esilio.

    Anche la Congregazione del Suffragio, che ora in questi nostri tempi è stata tanto vessata <59v> dall’amministrazione della chiesa di S. Emiliano per la fabbrica di essa, e che ancora continua a vessare per spese di essa chiesa, quasi di capriccio, ebbe sentito l’opera benefica del Lupacchini. Quando ne fu il Cammerlengo, raccolse le diverse terre in un campo, ne formò quel grande podere al Casco dell’Acqua, con una nuova piantagione, e tutto cinto di una siepe viva. Esercitò per molti anni le funzioni di Vicario Foraneo e di confessore delle monache di S.Chiara.

    Istituì un legato in sorte di scudi 400 allo scopo che l’annua rendita venisse erogata in due premi a due dei giovani della parrocchia di Santacroce, un maschio ed una femmina, reputati i migliori nell’istruzione del Catechismo. Però, affidata la esecuzione del Legato all’Arciprete di questa Collegiata don Francesco Natalucci, volle che questi manifestasse il Legato, e ne venisse all’esecuzione, non solo dopo la sua morte, ma eziandio del proprio fratello don Giuseppe Canonico Lupacchini. Finalmente dopo una breve malattia, all’età di anni 65, il *** Agosto 1844, nella casa parrocchiale, rese a Dio l’anima buona e il cadavere ne fu deposto in questo cemeterio, coperto di una lapide, che ne porta inciso il nome. La sua memoria, rimane ancora venerata e benedetta sulle labbra del popolo. integerrimo di costumi, zelante per la salute dei suoi parrocchiani, operoso elemosiniere, di carattere mite, di tratto dolce ed affabile. Dopo la mercede, che il Signore rende ai suoi meriti nel cielo, si abbia <60> egli la gratitudine mia e dei successori, che veniamo a fruire del bene da lui operato. E la parrochia di S.ta Croce vegga in lui e nel Paolelli i suoi più insigni benefattori.

    La memoria epigrafica, che gli ho apposta nella parete in fondo alla sagrestia di questa chiesa, non bugiarda o esagerata, secondo la moda attuale delle iscrizioni, massime nei campisanti, in questo e negli altri, ma verace e giusta; sia il tributo della riconoscenza per mia parte dovutagli.

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