Autore: Franco Spellani

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <38>

    CAPO 6° LE CAPPELLENIE DELLA PARROCCHIA DI SANTACROCE.

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    31°

    Nell’esordio dell’istituzione dei Cappellani, questi, per loro prebenda, ebbero una Massa Comune di beni, quale era stata ereditata dalla soppressa Congregazione Filippina. Tal Massa poi si era composta dal semisse dell’eredità Costa, dei beni già appartenuti ai Minori del Terzordine di S. Francesco, che avevano un conventino attiquo alla chiesina di S. Antonio da Padova, di alcuni lasciti dei pii benefattori. La Massa veniva amministrata da uno dei Cappellani sotto il titolo di economo, che poi, rendendo conto ogni anno agli altri della rendita avutane, la divideva a porzioni eguali tra i singoli. Così nella primitiva istituzione esistevano i Cappellani, non però le Cappellanie.

    32°

    Questa comune prebenda per altro durò ben poco, poiché non molto appresso, e precisamente nel 1680, cioè quattro anni dopo della loro istituzione operata nel 1676, i Cappellani, quelli stessi nominati in principio, vollero procedere alla divisione della Massa comune in quattro parti, con assegnazione della propria a ciascuno di loro.

    La divisione venne eseguita in caso di estimazione elevata da due periti – Nicolò Parriani di Parrano e Gentile Rinaldi delle Picciche, con atto del Cancelliere foraneo di Trevi, Emiliano degli Abbati. <38v> Donde nacque tale separazione? Nessuna memoria risponde alla richiesta. La evado però probabilmente prevenuta dal disaccordo dei Cappellani. Se dai tempi, quali sono giunti fino a noi, finché perdurò una numerosità di Clero, ci è dato risalire per la scala dell’analogia fino ai precedenti e remoti, abbiamo buoni motivi per opinare in tal modo.

    In seguito della divisione, ciascuna parte venne di poi eretta in beneficio, ossia in Cappellenia, meno quella assegnata al Priore, la quale restò amalgamata cogli altri beni della Parrocchia. Si ebbero così tre Cappellanie, tutte sotto il titolo comune dei Ss. Fabiano e Filippo, e nominalmente distinte tra loro col numero d’ordine 1^, 2^, 3^. Due delle medesime, cioè la 1^ e la 3^ furono attribuite al patronato misto della Compagnia del Sagramento e dei Priori, oggi del Sindaco e della Giunta del Comune, in conformità alla disposizione del Costa, il quale volle che la Messa quotidiana da Lui stabilita, venisse alternativamente adempita da due Cappellani da nominarsi dai detti patroni. La seconda poi fu rilasciata al libero conferimento dell’Ordinario. La comune intitolazione delle tre Cappellanie le rende indistinte, né vale la apposizione del numero d’ordine. Ondeché qui è necessità di contrassegnarle con altri dati per poter precisare ciascuna di Esse

    A primo cospetto sembrarebbe cosa naturalissima che i dati migliori a tal’uopo fossero i numeri di mappa. Però al cospetto <39> della mutabilità di essi non molto lontana, a motivo dei nuovi catasti, che per legge generale del regno di non pochi anni fa, si viene operando in diverse provincie, finché giungerà anche la nostra; mi giova appigliarmi ad altro, forse un po’ troppo alla buona, ma immutabile:l’ubicazione di qualcuno dei terreni a ciascuna delle Cappellanie appartenenti.

    La Cappellania 1a ha due terreni nelle adiacenze di Pietrarossa e formano in complesso una superficie di circa 6000 metri.

    La seconda è quella che tra i suoi beni ha la casa attigua alla chiesina di S. Antonio da Padova all’appendice di Trevi.

    La terza ha un uliveto nella villa di Manciano in vocabolo Montelegno

    L’investitura di nuovi Cappellani si ottiene per diploma, o dalla Dataria Apostolica o dalla Cura diocesana, a norma della alternativa dei mesi in ragione della vacazione secondo il sistema vigente per i benefici ecclesiastici.

    32° [bis]

    I Cappellani, oltre l’obbligo di adempire tutti gli uffici sacri imposti alla già Congregazione Filippina, come nel decreto del Cardinale Facchinetti trascritto al N° 23, di più, fin dall’origine, fu[rono] onerati dei legati di Messe istituiti per la chiesa di S.Antonio da Giovanni di Battista Cini con rogito del notaro trevano Francesco Renzi 11 marzo 1644, i quali colla devoluzione, erano antecedentemente passati dai Minori alla Congregazione Filippina. Questi <39v> quattro legati, che comprendono un complessivo di messe Ottantatre ad anno, debono con ugual riparto soddisfarsi dai quattro Cappellani.

    33°

    Nella erezione delle Cappellenie restò una reliquia della massa comune: il legato Valenti.Nella chiesa delle Lagrime, che può dirsi una mignatura della S.Croce fiorentina dei Valenti, al più opulento di Essi ci si mostra il più modesto dei monumenti, che scrive il nome di Filippo Valenti, e ne dipinge l’effige. Nato nel 1603 e morto il 19 giugno 1648, in una vita breve fece più assai che altri in una lunga. Avveduto nel maneggio degli affari portò al maggior grado la fortuna di sua casa. Visse celibe, nel significato come suona la parola, non modificato, quale adesso ci si fa intendere, specialmente da certuni delle classi agiate. Di religiosità specchiata, concorse, vivendo, colle largizioni al sacro culto, che tendesse al bene spirituale dei suoi concittadini. Nella carriera dei vari offici da Lui tenuti pervenne ad essere il tesoriere, in Italia del re di Francia Luigi XIV, nella spedizione militare nel regno di Napoli nella rivoluzione di Masaniello; e anche tesoriere del sacro Collegio Cardinalizio. Fondò nella sua casa una Primogenitura, dotata di un patrimonio di scudi centomila, e una prelatura, di scudi sessantamila; che poi, l’una e l’altra, fecero naufragio nella procella del governo francese, sull’esordio del secolo presente. Col suo testamento del 7 maggio 1648 a rogito di Giacomo Simoncelli notaro dell’A.C. fra gli altri legati <40> pii, uno ancora ne fece a favore della Congregazione Filippina in perpetuo per scudi annui dieci pari a £ 53,20.- Di questo Simoncelli e della sua qualifica di notaro dell’A.C. nulla saprei dire in proposito; ma penso che potesse essere un notaio di Roma, poiché quivi, finché ha durato il governo pontificio, vi era un tribunale civile sotto questa denominazione, Tribunale dell’A.C., denominazione di cui ignoro il significato.- Quando, nel 1820, il Legato si curò di munirlo la prima volta d’ipoteca, per fruire di tal garanzia, la quale era stata indotta nel 1810 dal governo imperiale coll’applicazione, in quanto provincie del soppresso governo pontificio, dal nuovo codice di Napoleone Buonaparte tuttora vigente, e sul quale poi si sono modellati quelli, quasi tutti degli altri stati di Europa; si scorge che il detto strumento del Simoncelli, o s’ignorava, o non si cercò, ovvero non si poté trovare, poiché quella prima iscrizione ipotecaria fu fatta in base di un documento vescovile di Spoleto dell’11 aprile 1820.- Sul proposito di questo legato mi diceva un giorno l’ottimo conte Filippo Valenti, cristiano di pietà profonda ed erudito di bella coltura letteraria e scientifica, che morì ottuagenario nel xxxx dopo circa sei anni di cecità, sopportata colla rassegnazione di Tobia “veramente il legato avrebbe già cessato di esistere, perché attaccato alla primogenitura; ma tiriamo avanti colla nostra parrocchia!

    Siccome, in proposito di questo legato trovo una particola del testamento, che riflette la luminosità dell’animo pio del suo autore, così mi piace di qui riportarla. “Ricordo al mio erede e li chiamati <40v> e compresi in questo mio testamento di dover vivere col timore di Dio, perché con questo va unito l’onore del mondo; e acciocché abbino sempre in memoria questo buon ricordo, voglio che ogni anno cavino di loro propria mano da questo mio testamento il presente capitolo, e che lo consegnino di persona o per mezzo di procuratore specialmente a questo atto costituito alla Compagnia dell’oratorio di S.Filippo Neri nella mia patria, se sarà fatto (dice così, perché nel 1648 la Congregazione Filippina stava sul primo nascere) altrimenti alla Compagnia del Corpus Domini della medesima mia patria, e che nell’atto di tal consegna paghino a detta compagnia scudi dieci di moneta, ciò siano partecipi, nelle loro orazioni, e impetrino da Dio il suo santo timore ed amore”. Questo tratto, ora trascritto, ci conferma che il testamento sia stato rogato dal Simoncelli in Roma, e che la morte di Filippo Valenti, avvenuta quarantatre giorni dopo il testamento, sia quivi ancora avvenuta. Quell’espressione ripetuta “mia patria” è la prova, quasi non dubbia, della conferma. Alla stessa Congregazione fino dal suo primo nascere, per darle vita, lo stesso testatore aveva già dato scudi quattrocento.

    Questo legato passato di poi a favore dei Cappellani, l’annuo reddito, che scade col giorno 26 Maggio, festa di S.Filippo Neri, si riparte ad eguali porzioni a ciascuno di Essi.

    34°

    La Massa Comune dei Cappellani dopo la erezione delle Cappellenie, ristretta al solo legato Valenti, in progresso di tempo si estese assai notevolmente per la istituzione di due nuovi legati – Fanti e Natili -.

    In ordine al primo nulla ho qui da dire del <41> mio proprio, perché, dopo le tante ricerche da me fatte a Trevi e Spoleto e nella disperanza di alcun risultato, mi è venuto a caso tra le mani da alcune cartacce ricevute una copia del testamento dello stesso Fanti, che qui appresso trascrivo: ed ecco il tutto.

    Al nome di Dio, Amen = A dì 16 7bre 1761 =

    Alla presenza di me notaro e degli infrascritti testimoni presente e personalmente costituito il Molto Reverendo Signore don Filippo Fanti, figlio del quondam Vincenzo di Trevi da me notaro benissimo conosciuto, sano per la Dio grazia di mente, senso, vista, udito, loquela e d’intelletto, benché di corpo infermo, sapendo di esser mortale e di esser nato per dover morire, ma non sapendo l’ora ed il punto della sua futura morte, ha stabilito di fare il presente suo ultimo nuncupativo testamento, che dalla legge civile chiamasi senza scritti, conforme ha fatto ed ordinato nella maniera che segue, cioè

    E primieramente cominciando dall’anima, come più bella, degna e nobile del corpo è da preferirsi a tutte le cose mondane, questa con tutto lo spirito e divozione ha raccomandato e raccomanda all’onnipotente Iddio, alla gloriosa sempre Vergine di Lui Madre Maria, al suo santo Angelo Custode, a s.Filippo Neri suo particolare avvocato e a tutta la Corte del Cielo, supplicandosi umilmente perché vojino e si degnino intercedergli dall’Amltissimo il perdono delle sue colpe ed un felice passaggio da questa all’altra vita. Il suo coprpo poi, divenuto cadavere, vuole che <41v>sia seppolto nella chiesa della venerabile compagnia del SSmo Crocefisso e nella seppoltura dei fratelli della venerabile compagnia. Circa poi al suo funerale, in cera vuole che si comprino numero sei torce della tacca di quattro libre e dieci candele della tacca di tre oncie per il cadaletto e Messa cantata, oltre le candelette solite a dispensarsi;e che in quel giorno si debbono celebrare in detta chiesa tutte quelle Messe che si potranno avere, e celebrare in suffragio della di Lui anima, perché così eccet.

    Item per ragioni di legato Pio lascia alla Mensa Vescovile di Spoleto li soldi cinque per le ragioni che gli potranno spettare sopra i beni di detto testatore, perché così eccet.

    Item per ragione di legato lascia ed istituisce sua erede usufruttuaria Donna e Madonna, e padrona e signora D. Crispolda Fanti sua dilettissima sorella con facoltà ancora, in caso di bisogno, di poter vendere i beni e proprietà della terza parte di Esso testatore, e che non sia obbligata a render conto e fare inventario, né fare obbligo de utendo et fruendo arbitrio boni civi dei beni di detto Testatore, assolvendola e liberandola da tali pesi ed obblighi prescritti dalla legge perché così eccet.

    Item se dopo sarà seguita la morte della detta Crispolda sua sorella, sopravviverà Paolo Fanti suo fratello, questo sia e debba essere usufruttuario della terza parte dei beni di Esso testatore, finché questo naturalmente vivrà; ma che questo non possa in cambio alcuno vendere e alienare la 3a parte dei beni di <42> detto testatore, nel resto anche questo libero e assolva dall’obbligo di fare l’inventario e di dare sicurtà de utendo et fruendo arbitrio boni civi, e da qualsivoglia altro obbligo voluto dalla legge dandogli per tale effetto tutte e singole facoltà necessarie ed opportune, perché così eccet.
    In tutti poi e singoli suoi beni mobili e stabili, semoventi, ragioni ed azioni presenti e futuri e nell’universale sua eredità, posti ed esistenti, passati che saranno all’altra vita li suddetti Crispolda e Paolo Fanti sua sorella e Fratello rispettivamente, sua Erede Universale proprietaria istituisce, vuole che sia e colla propria bocca ha nominato e nomina la Massa Comune dei quattro Cappellani del Prelegato Costa, eretto nella chiesa parrocchiale dei Ss.Fabbiano e Filippo nella Piaggia di Trevi, di cui Esso Sig. testatore è stato uno dei Cappellani per molti anni, da suddividersi la di Lui eredità fra li detti quattro Cappellani egualmente, senza alcun peso e obbligo, perché così gli è piaciuto e piace disporre dei suoi beni e non altrimenti.
    E questo disse essere il suo ultimo testamento e sua ultima volontà, quale voglia che vaglia per ragione di testamento nuncupativo senza scritti, e se per tale ragione, di codicillo e di donazione per causa di morte e di qual si voglia ultima volontà e disposizione, cessando ed annullando qualsivoglia altro testamento fatto fino al presente giorno, volendo ed ordinando che questo sia preferito e prevaglia a tutti gli altri non solo in questo, ma in ogni
    <42v> altro miglior modo eccet. Stipolato e fatto in Trevi nella casa di detto Sig. Testatore e nella sua stanza cubicolare situata nella Piaggia appresso li beni dell’eminentissimo e R.mo Sig. Cardinale Ludovico Valenti e la strada da più lati, salvi eccet., alla presenza degl’infrascritti testimoni.
    1° sacerdote Alessandro Cecchini del quondam Giovanni di Trevi,
    2° sacerdote Giuseppe Nicola Petrolini del quondam Bernardo di Trevi
    3° Mario de quondam Isidoro Mosconi di Trevi
    4° Vincenzo del quondam Angelo-Antonio Angelini di Trevi,
    5° Guido del quondam Francesco di Trevi
    6° Diego del quondam Alessandro Rossi abitante in Trevi
    7° Giovanni Battista del quondam Giuseppe Battistini di Trevi
    Ita est = Ioseph De Matthiolis notarius rogatus.
    Di questo esimio benefattore dei Cappellani di Santacroce, nulla si sa dei particolari della sua vita. Era stato, ancor Egli, cappellano, e aveva avuto il possesso il 26 settembre 1740. Non so quanto perdurasse tale, ma, tempo innanzi alla morte ignorandosene il motivo, si era fatto rinunciatario. (Celebrò l’ultima Messa nella parrocchia il 24 Gen: 1762) [Nota posteriore in calce] Aveva l’abitazione nella Piaggia presso i beni del Card. Valenti. Io non ho verun dato per designare quali siano al dì d’oggi i fondi, che furono beni di quel Cardinale. posso dare però qualche cenno <43> di questo Porporato e della sua famiglia. Questa, uno dei rami del grande albero Valenti, ebbe a stipite, per quanto sembrami, Andrea di Giovanni Valenti e tenne la sua abitazione nel palazzo che sta sul lato destro della via, che dalla piazza del Comune mette sul largo dinanzi alla chiesa di S.Francesco, e sullo sbocco della stessa via; palazzo, oggi Natalini, perché, ancora piccola reliquia del patrimonio di quella famiglia, che sugli esordi del secolo incominciò a Trevi dal nulla, e poi salita rapidamente a grande fortuna, colla stessa cellerità ancora ne discese, sicché, al terminare dello stesso secolo, messo pochi avanzi, ha terminato ancora essa il suo benessere. il detto ramo Valenti ebbe personaggi illustri, tra i quali Alessandro, seppolto nella chiesa di S.Giovanni della città, al quale fu confermata l’investitura della Contea di Riosecco o Rivosecco, frazione della Parrocchia di Pettino, con Breve di Pio V del 9 febbrajo 1566, quale contea già era stata concessa ai suoi maggiori da Giulio III e Pio IV. Un membro preclaro di questa famiglia fu Ferdinando Valenti avvocato del Concistoro, del Fisco e della Rev.da Camera Apostolica, e fiorì dal pontificato di Clemente XI a quello di Clemente X (?). Giurisprudente di netto valore, lasciò un numero tale di scritti legali che, questi, non tutti ma i più scelti, furono stampati in sette grandi volumi in foglio, e che io, con grande sorpresa e tale compiacenza, ebbi a vedere nella bella e copiosa biblioteca nel seminario di Frascati, fondata dal Cardinale Duca di York, ultimo rampollo dell’infelice dinastia degli Stuardi, i reali di Scozia. <43v> Coadiutore allo zio Ferdinando nella di lui avvocatura fu dato da Benedetto XIII il nepote Ludovico Valenti. Questi di poi percorse successivamente nella Curia Romana vari offici, come di prelato domestico, Promotore della Fede, consultore del santo officio, finché da Pio VI, il 15 aprile 1766 fu promosso al cardinalato. Fu eziandio vescovo di Rimini. Nel conclave di Venezia, in cui l’elezione del nuovo pontefice ebbe a fluttuare fra le opposte correnti eccitate dalle diverse fazioni, Egli per qualche giorno papeggiò; ma poi non hunc elegit Dominus, ma il Cardinal Chiaramonti da Cesena, che si chiamò Pio VII. Credo che il Cardinal Ludovico conte Valenti abbia ben meritato dalla sua patria per più titoli, che quivi non saprei specificare, meno uno, quello di aver fondato la Congregazione Consorziale delle acque per bonifico della pianura, e coll’aver dato origine agli orti che diconsi canepine, forse dal genere di coltura che in principio vi prevalse, orti che poteronsi formare dopo l’escavazione dell’Alveolo. Fu benemerito, ma dove si vede un segno della riconoscenza cittadina? Altro che le lapidi, colle quali in breve tempo è stata impiastrata la facciata del palazzo Municiapale! Bugiarda come quella a Francesconi.1 , non giustificta da veruna ragione come l’altra Medici, superflue come le due a Vittorio Emanuele, e Garibaldi, per i quali l’Italia da un capo all’altro ha impiegato tanti marmi e bronzi da minacciare di esaurirne <44> le miniere. Entusiasmi superlativi di un popolo, novello ad una vita politica nella quale si figurava di riafferrare l’età dell’oro, sognata dai poeti pagani! Se per Essa si debba intendere un’oscura tradizione dello stato di felicità dell’uomo primitivo.

    Questa famiglia al suo tramonto qui in Trevi avvenuto circa il 1850 aveva due membri, fratelli, Camillo e canonico Paolo. Morto questo, l’altro, rimasto il suo patrimonio distrutto, coi suoi due figli Ludovico e Alessandro trasmigrò in Camerino dove aveva succeduto ad una pingue eredità. Per altro questa pure disparve tra le mani dei figli dissipatori.

    35.

    Ma richiamiamoci ancora una volta al Legato di don Filippo Fanti. Questo aveva dichiarato nel testamento di lasciare erede usufruttuaria in tutto il suo asse la sorella Crispolda, ma in realtà la fece tasle in soli due terzi perché nell’altro era vera proprietaria per la facoltà attribuitale di vendere, alienare. Con ogni probabilità è a credersi che Crispolda non si prevalesse del suo diritto. E quindi ella, trasmettendo ai Cappellani anche il suo terzo, col testamento le piacesse d’imporre ai medesimi l’onere di messe sedici ad anno, ad libitum, tanto più che il fratello aveva usata una liberalità anche troppo disinteressata. Tale onere, non saprei spiegarlo diversamente. Qui si dirà “ma, e perché ricorrere alle concetture? Lo dice il testamento.” Il testamento però nulla dice, perché irreperibile. Etiam il 31 Ottobre 1788 ne <44v> fece consegna al notaro Mascitelli, il quale ne prese atto, esistente nei suoi rogiti. però né in questi che giungono fino al 1810, né negli altri contemporanei si è potuto rinvenire il testamento di Crispolda. Dunque, quando non si può stabilire un fatto come positivo, occorre appellarsi alle concetture probabili, che possono emergere dalle circostanze che accompagnano il fatto istesso.

    36.

    Poco appresso al legato Fanti, cinque anni, seguiva l’altro del legato Natili. Questa famiglia ha una doppia benemerenza col Priorato di S. Croce: la prima, di cui è qui parola, diretta ed immediata; l’altra, della quale dovrà parlarsi a suo luogo, indiretta e mediata.
    Antonio Emiliano Natili, fra i diversi legati del suo testamento del quale ignoro la data, uno ne faceva a favore dei Cappellani dei Ss. Fabiano e Filippo in S.ta Maria in Sion, per la somma di scudi 300pari a £ 1396 da convertirsi in capitali fruttiferi e con l’obbligo agli stessi Cappellani di Messe trenta fra l’anno, ad libitum nella chiesa parrocchiale per l’anima sua e secondo la sua intenzione. In allora era Priore il Petrucci. Io non conosco il testamento, però nella raccolta degli atti rogati da Giuseppe Mattioli, siccome egli era anche Cancelliere foraneo, in data 6 Ottobre 1766 ha inserito la domanda dei Cappellani all’Ordinario per la facoltà dell’accettazione del legato, la quale domanda riproduce integralmente la particola del testamento per la istituzione del medesimo. E quindi segue il relativo rescritto.
    <45>

    Prima di chiudere questo capo mi permetto di apporre qui una aggiunta che si riferisce al numero 39, 32 del medesimo. Ieri ebbi l’opportunità di vedere in questo archivio notarile tra i rogiti di Francesco Renzi le pagine del testamento di Giovan-B.sta Fini. Ho veduto le pagine, in parte, come crivellate da laceramenti prodotti dalla cattiva qualità della carta più che dalla edacità del tempo. Però non ho potuto in modo veruno leggere la scrittura. Non sono paleografo, e neppure sono tali quelli che si trovavano meco. Avrei sperato di trovarvi qualche memoria della chiesa di S. Antonio e dei Minori Terziari che la occupavano. Rimasi col desiderio insodisfato.

    Ecco delineata la genesi delle distinte Cappellenie spettanti ai beneficiati Concurati di questa Parrocchia, non che della Massa Comune costituita dai tre legati – Valenti, Fanti e Natili. (Vedi il numero 39.)

    Oltre le sopradescritte Cappellenie concurate colla devoluzione dei beni della soppressa Congregazione Filippina, in questa parrocchia havvi eretta un’altra Cappellenia sotto il titolo di S.Filippo Neri. Di questa non conosco punto né l’atto di fondazione né l’autore di Essa, sebbene deve ritenersi per certo che sia stato un Valenti, poiché a quella famiglia ne appartiene il padronato. E’ un beneficio che ha una piccola prebenda, e impone all’investito Messe ventisei <45v> all’anno, delle quali due nella 1a e 2a domenica di ogni mese, e le rimanenti, l’una nella festa di S. Fabiano l’altra in quella di S. Filippo. Questa Cappellenia è prossima al suo tramonto, poiché, colla cessazione del suo attuale rettore ottantenne, don Domenico Brunetti l’unico canonico ancora superstite della Collegiata di S. Emiliano soppressa dal governo nel 1861, per le presenti leggi sovversive dell’asse ecclesiastico andrà soggetta alla stessa soppressione col riparto dei suoi beni, per due terzi al patrono e per l’altro al demanio dello stato

    38°

    Un’altra consimile Cappellenia era eretta parimenti in questa chiesa parrocchiale sotto il titolo di S. Antonio da Padova. Di questa s’ignora fondazione e fondatore. Soltanto di Essa si trova espresso il diritto patronatto che si afferma appartenere al quondam Antonio sacerdote Aluisi. Il rettore aveva gl’identici obblighi di quella di S. Filippo Neri, le Messe in due domeniche di ogni singolo mese ma nella 3ªe 4ª, e altre due, l’una nella festa di S. Fabiano, l’altra in quella di S. Filippo. con queste due Cappellanie era stato provveduto alla seconda Messa, oltre la parrocchiale, nelle domeniche dell’anno, meno quattro.

    Questa Cappellenia, dopo la rinuncia fattene, prima del 1821, dal suo ultimo rettore il canonico Pentotti, rimasta vacante, venne presa in amministrazione dal soccollettore degli Spaghi per la <46> Congregazione de Propaganda Fide, il quale ne sedisfece gli oneri fino al Marzo 1821. finché in ultimo con beneplacido Apostolico venne unita in perpetuo alla Compagnia del Cuor di Maria nella chiesa di S. Giovanni di Trevi, e posso credere, circa il 1840. Quanto però sarebbe stato più equo che in vece lo fosse stato alla Sagrestia di questa chiesa parrocchiale! Ma le chiese di questo genere sono state sempre dall’Autorità non curate; epperciò in generale le vediamo povere coll’effetto susseguente della maltenuta di Esse, indecorosa al sacro culto. (Vedi in fine di questo capo.)

    39°

    Al numero 33 di questo capo, a supplire a una dimenticanza sfuggitami per disavvertenza, debbo qui fare un appendizio. In quello ho detto che, dopo l’elezioni delle Cappellenie, restò una reliquia della Massa comune: il legato Valenti. Però, oltre di questa, ve ne rimase un’altra: il fabbricato della abitazione di S.Maria in Sion. Questa, già appartenente alla Congregazione Filippina, faceva parte del retaggio provvenuto ai Cappellani. Soppressa nel 1821 per la seconda traslazione della sede della Parrocchia, restò con ciò convertita in casa di abitazione affittabile, di cui il lugro entrò nella Massa Comune, epperciò divisibile tra i Cappellani. Questo fabbricato, che una volta faceva parte del palazzo del Cardinale Erminio Valenti, dai suoi eredi fu venduto alla <46v> Congregazione per la somma di scudi 450; ma l’entità del prezzo fa credere che lo acquisto fosse più vasto della parte presente, la quale ora comprende soli cinque vani, tre del piano superiore e due del piano inferiore.

    40°

    Piacemi qui aggiungere qualche parola a modo di cronaca sul Prelegato Costa di cui al corpo dei Cappellani Concurati di questa parrocchia apparteneva l’amministrazione. Don Giovanni-Ant.° Costa della villa di Manciano teneva domicilio in Trevi nella casa di sua proprietà situata nella piazza della Rocca, quale poi da lui medesimo fu convertita nell’attuale chiesa di S.Filippo. Fu uno dei quindici membri, che composero dapprima la Congregazione dell’Oratorio, e nella quale morì il 24 Gennaro 1634. Egli, possessore di una proprietà raguardevole, con atto del notaro trevano Francesco Celli del 24 Gennajo 1650 istituì un Prelegato (così detto perché fu fatto antecedentemente al testamento) della somma di scudi mille e cinquecento, in tutti censi, a favore sempre della stessa Congregazione, allo scopo della celebrazione della Messa quotidiana in tutto l’anno nella detta chiesa, per scudi quaranta, colla retribuzione annua alla medesima chiesa di scudi venti per servizio prestato per la suddetta celebrazione, e di scudi cinque all’amministratore del Prelegato; e di poi coi sopravanzi del reddito del medesimo, quando questi <47> fossero ammontati a scudi cinquanta, costituire una dote ad una giovane dei tre villaggi – Manciano, Ponze, Coste – da doversi conferire dalla stessa Congregazione, oltre la veste e le pianelle.

    Colla soppressione del Sodalizio l’amministrazione del Prelegato passò ai successori di Essso, i Cappellani di S. Fabiano, e in loro perdurò fino all’istituzione di beneficenza che conteneva, il dotalizio. Ne era allora presidente, e fu il primo, Luigi Bartolini, tuttora in vita, ardente liberale, fiero, benché in guanti gialli, contro il così detto clericalismo, già reduce della guerra contro l’Austria del 1847 e 48, nella quale aveva militato volontario; poi in appresso, e Sindaco e Consigliere provinciale e Deputato alla camera che allora risiedeva a Firenze, e in ultimo, cavaliere e commendatore. Benché onorato di tali uffici e fregiato di tali decorazioni, contro la legge stessa delle Opere Pie, per il soverchio zelo pel suo partito, commise in questa vertenza un’ingiustizia manifesta. La detta legge, in una opera pia avente il doppio oggetto e di culto e di beneficenza dava diritto alla Congregazione di separare il capitale di essa in due porzioni respettivamente proporzionate ad ogniuno degli oggetti, traendo a Lei quella della beneficienza e rilasciando all’Ente che possedeva l’opera Pia, quella del Culto. <47v> Il Bartolini si arrogò il diritto anche sopra di questa ultima ad onta delle giuste e costanti dimostranze degli amministratori del Prelegato, ai quali non sarebbe rimasto altro mezzo a difendere il proprio diritto che l’esperimento di un giudizio. Questo poi da loro non si tentò, non saprei, se per pusillanimità o che per qualche altra più valida ragione. E il 21 Dicembre 1864 i Cappellani perdettero l’amministrazione del Prelegato. Così la Congregazione, per avere un annuo reddito di scudi Cinquanta, valore della dote, si ciuffò il capitale di lire sedicimila!

    Non ometto di notare che già prima della Congregazione i Cappellani avevano elevato il prodotto del Prelegato al punto di poter conferire la dote in ogni singolo anno; e inoltre nella festa di S.Filippo, sul fondo del medesimo, facevano la distribuzione di un soldo a tutte le famiglie della Cura in ragione di ogni singolo individuo: lo che dalla Congregazione fu subito abolito. Anche la veste e le pianelle hanno da pochi anni subito per le dotande la stessa sorte. Il Costa aveva istituito il Prelegato sul modello del Legato di Sestilio Valenti alla Compagnia del Crocifisso. Nella festa dell’Annunzazione di M.a V.e si teneva dalla detta Confraternita, una processione, alla quale dovevano intervenire le giovani dotate procedendo appunto con la veste e le pianelle (che in allora formavano la calzatura delle donne, come adesso gli stivaletti) date a tal oggetto dallo stesso Prelegato. In questo secolo, che ha trasformato quasi tutta l’eredità ricevuta dai precedenti, anche perché dismessa <48> la pratica di questa processione, il conferimento della veste e delle pianelle dai Cappellani fu convertito nel valore equivalente, stabilito a £ 16,50. Così fu continuato per molti anni anche dalla Congregazione, la quale però, da pochi in qua, devolse queste lire a beneficio dell’ospedale. E qui, prima di terminare, a rendere giustizia al merito, mi sento il dovere di fare osservare che la buona tenuta amministrativa della Congregazione ha portato dei bonifici nei fondi del Prelegato, innalzandoli al valore attuale di £ 19720, dai quali trae un sopravanzo annuo di £ 350, destinate all’erogazione di sussidi caritatevoli.

    La Congregazione, traendo a sé il Prelegato mantenne (e non poteva diversamente) la soddisfazione delle Messe da celebrarsi in Santacroce; però non più quotidiane ma ridotte a quattro ogni settimana, e così in tutto l’anno a 208, e cioè per decreto di Visita del **** A tale effetto, dietro esibizione della nota di celebrazione, versa ogni anno ai Cappellani posticipatamente la complessiva elemosina di £ 186,21 C.mi, in ragione di baiocchi 17 e 1/2 ciascuna. Inoltre paga alla sagrestia £ 133 pari a scudi 25, stabiliti alla medesima, a titolo di compenso del consumo e del servigio prestato per la celebrazione, come si è detto di sopra.
    [Su questa seconda somma però la nota sottigliezza e nel caso presente tutt’altro che benevola, del Sig. presidente, fatta(?) a sé stessa, fuggendogli una distinzione. Alla sagrestia erano dovuti soltanto scudi venti pari a £ 106,40. Gli altri cinque <48v> pari a £ 76,60 spettavano all’Amministratore, epperciò, dopo l’usurpazione, alla Congregazione istessa. Benefico errore!] [il testo tra parentesi quadre è stato cancellato, con un tratto di penna, dal Venturini o da altra mano]

    41°

    A questa cronachetta, niente bella, che narra la violazione fatta ai Cappellani della Congregazione di Carità, del loro diritto alla porzione del legato Costa, riguardante il culto; faremo ora seguire un’altra cronaca assai più brutta, che deve riferire l’operato del Demanio dello Stato per la stessa distruzione delle cappellenie. Che volete? Tutte le cose, è ben vero hanno il loro tempo, ha detto l’Ecclesiaste. La chiesa e il clero ebbe il suo tempo (e ha durato tanti secoli, per meglio dire, dalla sua origine fino al nostro) di donazioni, largizioni, fondazioni. Ma nel secolo nostro è per lei cominciato il tempo delle spogliazioni. Governo, Comuni, Congregazione di Carità, cittadini in massima parte hanno attentato e attentano al poco rimasto e toglierle più che possono. E la Provvidenza lo permette, perché credo che ce ne fosse qualche bisogno. “Sé stesa affina virtù nei travagli – E si corrompe nella prosperità – Limpida è l’onda rotta tra i sassi – E se ristagna è impura – Brando che inutile giace, risplende in guerra – E ruginoso in pace“.

    Nel luglio 1866 il Canonico Arcangelo Cecchini fu violentemente privato del possesso della sua Cappellenia dal Demanio di Spoleto, il quale lo assunse perché per <49> mezzo di un suo Commissario. L’investito protestò, ma invano; e indi a non molto morì. la stessa violenza di poi fu fatta all’altro Cappellano Muzi don Alessandro. Don Valentino Valentini-Benedetti, che sino dal 1864 aveva ricevuta la nomina e canonicamente e civilmente, della Cappellania rimasta vacante per la morte del suo antecessore don Giuseppe canonico Andreucci, nipote del già Priore Lupacchini, non poteva averne il possesso. Dopo il 1870, questo unitosi al Muzi interpose causa contro il Fondo Culto per la rivendicazione delle rispettive Cappellanie presso il Tribunale di Spoleto. Questo giudicò favorevolmente sul merito della rivendicazione, contrariamente su quello della retribuzione dei frutti indebitamente percetti fino a quel tempo, adducendo in ragione che il Demanio aveva posseduti ambedue i benefici (si noti la ragione) in buona fede. Ma che avvenne? Il Demanio appellò alla Corte di Perugia contro la giudicatura del merito; i Cappellani fecero altrettanto contro quello dell’incidente. La Corte respinse la domanda del primo, e ammise quella dei secondi, perché non seppe comprendere la buona fede, con tanta ingenuità riconosciuta dal Tribunale. Per tal modo si riebbero le due Cappellenie. Ma tra le branche del Demanio rimaneva ancora la Terza, già posseduta dal Cecchini, e tuttora vacante. Quel Leone, che dalla disfatta nella lotta trae più ferocia per avventarsi a nuova aggressione, la emise indi a poco in tutta la sua intensità. <49v>

    Don Filippo Valentini, fratello germano del sopraddetto don Valentino, il quale fin dal 1859 era parroco del Castel S.Giovanni, nel 1870 ebbe la nomina ecclesiastica alla Cappellenia vacata fino allora per la morte del Cecchini, e nel 74 ebbe ancora il regio placido. Domandato il possesso al Demanio, ebbe una ripulsa. Interpose causa al Tribunale di Spoleto, il quale, specialmente coll’ammettere incorsa la prescrizione oltre il quinquennio dell’impossessamento fattone dallo stesso Demanio, condannò a soccombere l’Attore. Ma questo, animosamente appellò alla Corte di Perugia, che gli rese ragione. Allora il Demanio, alla sua volta soccombente, richiamossi alla cassazione. Questa inviò la causa al Tribunale di Ancona, che fece plauso alla Corte di Perugia. Percosso il Demanio da trina disfatta, infuriò maggiormente, e insistette presso lo stesso tribunale di Ancona per obbligarlo ad una revisione della sua stessa sentenza. Rividde, ma conquise affatto il leone, coronando di completa vittoria, in ogni parte, il paziente, che da quello era stato afferrato a sua preda.

    Per tal modo il lascito del Costa coll’erezione fattane delle Cappellenie concurate, combattuto con tanta violenza e pertinacia, è potuto uscire incolume dalla lotta allietandosi del trionfo. Ma se ne deve il merito alla generosa iniziativa e costante fermezza, benché non scevra da trepitazioni, imbarazzi e dispendi degli animosi lottatori, i tre Cappellani: don Alessssandro Muzi, don Valentino e don Filippo Valentini-Benedetti . Sia loro un tributo di riconoscenza da parte mia e dei futuri loro Successori; sia
    <50> ad Essi una benemerenza verso di questa Chiesa, sia loro presso il Signore un apparecchio di mercede. Mi dispiace di non essere in grado di poter qui riportare il testo delle due sentenze definitive, né almeno la loro parte dispositiva, e neppure la data, non essendo in mano degli Attori, ma rimase presso i rispettivi Avvocati: poiché, chi sa? che al volgere del tempo la loro produzione debba farsi necessaria a sostenere qualche altro colpo di avversa fortuna. Il cielo sul mondo ecclesiastico perdura e perdurerà ancora lungo tempo, tempestoso; e quindi lo scarico di qualche uragano è sempre temibile.

    42°

    In questi medesimi giorni, le Cappellenie, benché incolumi nella loro esistenza, cominciano a subire un’altro infortunio non speciale a loro, ma comune a tutte le Parrochie, che sono gli unici benefici superstiti aal grande demaniazione di tutto l’asse ecclesiastico in Italia. Con questa nuova calamità divengono case senza abitatori, deschi senza commensali, spose vedovate. Il governo, dai nuovi investiti, per dare loro il possesso, esige una cauzione preventiva, in garanzia della manutenzione dei fondi, per mezzo del teposito di una somma, la quale, oltreché per sé medesiama assai gravosa, di più anche sproporzionata allo scopo. Per tale ragione le due Cappellenie, ora vacanti dopo la morte dei due f.lli Benedetti-Valentini, sopra nominati, sono state negate ai due nuovi postulanti, che si sono presentati per l’immissione in posesso. Così resteranno ambedue ad imbinguare la Cassa dell’Economato, chi sa per quanto tempo! E questa chiesa dovrà deplorare l’indiretta demaniazione di Esse. <50v>

    E la lupa che forma il blasone della Capitale, ma che formerebbe con maggior verità anche quello dello Stato; la Lupa che “dopo il parto ha più fame che pria” ha trovato modo d’ingoiarsi queste povere Cappellenie, almeno per ora, dopo di averle tanto, ma ineficacemente, bersagliate.

    (1) Al numero 38 di questo capo fo un’aggiunta, che ora traggo da una carta volante dello Sgarinci, che mi viene alle mani.

    Con Breve Pontificio del 29 Aprile 1837 questa Cappella di S. Antonio venne soppressa con altre sei vacanti.
    Col 23 Agosto 1837, rogito Fontana G. Battista prese possesso di queste Cappelle una Amministrazione speciale deputata dall’Ordinario.
    Al 22 aprile 1840, rogito Leonardo Ciccaglia, venne fatta l’applicazione di tali Cappelle, per due terzi all’Ospedale e per un terzo alla Compagnia del Sacro Cuore di Maria in S. Giovanni.
    La Cappella di S.Antonio però, qui si osserva, era di dritto patronato; epperciò senza il consenso del patrono non avrebbe potuto comprendersi nella soppressione.
    Questa Cappella aveva per dotazione due Censi: l’uno in sorte di scudi 100 contro Simone Bovarini per rogito di Emiliano degli Abbati del 1698, e l’annuo frutto di scudi sei; l’altro in sorte di scudi 12 e baiocchi 50 contro un tal Valentini, rogito dello stesso e anno sopraddetto, e con l’interesse annuo di uno scudo.

    <51>

    Prima di chiudere questo capo sarà bene di riepilogare tutto ciò che è stato esposto nel seguente
    Prospetto Economico della Massa Comune

    PARTE ATTIVA

    LEGATO FANTI – é tutto contenuto in terreni, dei quali, altri nella mappa di Cannajola e altri nella adiacenza di Pietrarossa. Dalla locazione degli uni e degli altri si trae attualmente l’annuo fitto complessivo di £ 235
    E di più da un uliveto in Parrano nella attuale colonia, in media un quintale di olio di parte domenicale 100 £ 335
    LEGATO DI FILIPPO VALENTI annuo canone di 53,20
    TRE CENSI DEL LEGATO NATILI Alemanni – interessi annui ”
    Balletti – idem ”
    Berretta – idem ”


    26,60
    26,60 11,72
    64,92
    Fabbricato della Chiesa Nuova – Annuo fitto attuale 25
    TOTALE DELL’ATTIVO IN LIRE 478,12
    Gl’Interessi del Campo Berretta sono di £ 13,50

    <51v>

    PARTE PASSIVA

    Ad onere del Legato Fanti – Messe annue N° 16 – Elemosine in ragione di £ 1,50 20
    Ad onere del Legato Natili -Messe annue N° 10, dopo la perpetua riduzione dalle 30. Elemosine nella sopradetta ragione 12,50
    Annua prestazione a favore della sagrestia di Santa Croce sul fondo di questo legato Natili 7,98
    Manutenzione annua, in media, dei terreni del legato Natili 10,
    Manutenzione annua del fabbricato della Chiesa Nuova 5,
    Imposte pubbliche pel legato FANTI
    terreni £ 124,06
    bonificazione Umbra 5,89
    consorzio delle Acque in Trevi 4,15
    134,10
    pel legato Valenti
    ricchezza mobiliare 8,79
    Chiesa Nuova
    fabbricato 2,08
    144,97 144,97
    TOTALE DEL PASSIVO IN LIRE 200,45
    <52> BILANCIO
    L’attivo lordo per £ 478,12
    depurato del passivo per 200,45
    Resta al netto di 277,67

    Non occorre qui il fare osservare che questo Prospetto presenta lo stato economico della Massa non già in quantitativo assoluto e preciso ma approssimativo, essendovi alcuni articoli sì dell’Attivo che del Passivo, sogetti a variazioni, e poi come allo stato presente. Ma la riscossione degl’interessi dei Censi, oh che lotta incresciosa coi debitori sempre riluttanti!

    Osservo però che pei tre Censi fino ad ora non si paga la tassa mobiliare, perché dall’Amministrazione mai denunciati, e perché all’agenzia delle tasse fin qui sempre fortunatamente sfuggiti.

    Per amore d’integrare la memoria delle notizie, benché addivenute infruttuose, e per ammonimento di una sagace amministrazione, qui mi piace di aggiungere un ricordo.

    Sul legato Natili, costituito nella somma di scudi 300, è restato sugli ultimi tempi rinnovato, oltre i tre surreferito, un quarto Censo con istromento del notaro trevano Leonardo Ciccaglia de 19 Dicembre 1844 contro Simone, Domenico e Salvatore del fu Costantino Costantini da Fabbri. Questo Censo poco appresso con atto dell’altro notaro Trevano Giovanni Batt.a Fontana del 9 Agosto 1849 venne accollato a Liborio Dominici di Trevi. Il nostro Liborio, bravo parolajo ma poco accorto del suo poco avere, venne a morte, mi pare, circa il 1888. Apertasi l’asta giudiziaria sopra la sua eredità passiva, soltanto lo amministratore della nostra Massa non fu del Tribunale <52v> di Spoleto chiamato al concorso dei creditori; e perché? Perché l’Amministrazione aveva trascurato l’iscrizione ipotecaria. E così venne irremissibilmente perduto il capitale di un Censo di scudi 50 pari a £. 266. Siccome poi danni di tal fatta provengono non solo dalla mancanza dell’iscrizioni ma pure dalle riforme trentennali; ad ovviare a simil sconcio, per comodità e a ricordo dell’Amministratore sottopongo qui appresso la

    Serie ipotecarie delle riferme dei Censi della Massa Comune. [con altra calligrafia]

    Del Censo Balletti
    ora Settimi

    Del Censo Berretta

    L’ultima Riforma Ipotecaria
    venne fatta il 20 Luglio 1900

    L’ultima Riforma Ipotecaria
    venne fatta il 20 Luglio 1900

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    07X

    Note

    1) Su Francesco Francesconi ben diverso è il giudizio di un altro colto sacerdote trevano, Mons Giuseppe Agostini. Vedi: Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <23>

    CAPO 5° LA PRIMA TRASLAZIONE DELLA SEDE DELLA PARROCCHIA

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    indice del manoscritto

    sezione successiva

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    20°

    Lo splendore della santità di S. Filippo Neri suscitò [?] ben presto un entusiasmo per la Congregazione dell’Oratorio da Lui fondata in Roma, la quale poco appresso alla sua canonizzazione fatta dal pontefice Gregorio 15 nel 1624 non tardò punto a propagarsi. La nostra Trevi la ebbe nel 1642 Questa Comunità poco dopo il suo iniziamento prese la sede definitiva nella chiesa di S. Filippo alla piazza della Rocca. Si acquistò un patrimonio con la devoluzione dei beni spettanti alla chiesa di S. Antonio da Padova nella Bocca del Termine, coi lasciti fattile dal Costa e con altri proventi. Dopo alcuni anni la Congregazione volle cambiare di sede. Comprò a tale oggetto una porzione della casa degli eredi del cardinale Erminio Valenti; convertì il salone della medesima in chiesa sotto il titolo di Santa Maria in Sion, detta popolarmente la Chiesa Nuova, e quivi stabilì la sua nuova sede. In seguito di tale trasloco, fatto arbitrariamente e forse con fine non retto, il cardinale Facchinetti nepote di Urbano VIII. e vescovo di Spoleto nel 1675 la colpì di soppressione.

    21°

    La bufera che si veniva condensando a scaricare questa folgore sul sodalizio suscitò il pensiero a don Crispoldo Paolelli allora priore-parroco di S. Fabiano, e gli porse il destro di procurare a vantaggio non piccolo della sua parrocchia l’eredità presunta di quella corporazione, di cui prevedeva non lontana la morte. Chiese e si adoperò presso la <23v> Curia Vescovile che le spoglie della Congregazione Filippina venissero ad impinguare la sua chiesa e parrocchia.

    La chiesa di S. Fabiano era angusta, oscura, umida, informe e situata nel posto più incomodo alla popolazione della Piaggia. Coadiuvato il Paolelli dal concorso dei principali dei suoi parrocchiani e delle Autorità cittadine, avanzò al papa Clemente X la domanda colla quale chiedeva

    1° che la chiesa di S.a Maria in Sion fosse ceduta alla Parrocchia di S. Fabiano acciocché questa vi potesse trasferire la sua sede, assumendo il nuovo titolo : dei Ss. Fabiano e Filippo in Santa Maria in Sion;

    2° che tutto il patrimonio della soppressa congregazione Filippina venisse devoluto alla stessa Parrocchia a formare una massa comune al provvedimento di quattro Cappellani, addetti alla soddisfazione degli obblighi tutti gravanti la stessa Congregazione, in modo che dei quattro, uno fosse lo stesso parroco e gli altri tre fossero anche coadiutori nella cura delle anime.

    22°

    Il Pontefice rimise la domanda alla congregazione dei Vescovi e Regolari. Il Paolelli non si cullò nella tranquillità fiduciosa dell’aspettazione in distanza, ma corse a Roma, dove soggiornò per quindici giorni, cioè finché non ebbe accertata la felicità dell’esito. E il 16 Luglio 1676 fu emanato il Breve di concessione spedito all’Ordinario diocesano con pienezza di poteri per la sua esecuzione e per <24> qualunque immutazione e riforma del medesimo, che fosse sembrata opportuna.

    Il Breve ebbe tosto la sua esecuzione. Con decreto del 17 Agosto 1676 del Vicario Foraneo di Trevi fu dichiarata la traslazione della sede della parrocchia dalla chiesa di S. Fabiano all’altra di S. Maria in Sion, e la devoluzione dei beni già appartenuti alla soppressa congregazione filippina, a favore della stessa parrocchia; e con atto del cancelliere foraneo Emiliano degli Abati ne fu preso il vero e reale possesso. Nello stesso tempo furono nominati i quattro Cappellani: lo stesso Priore parroco Paolelli, e due superstiti oratoriani Givanni Francesco Mandarini e don Venturino Bovarini e il canonico Brunetti.

    I menzionati Oratoriani scalpitarono rumorosamente per il detto Breve, e contro di esso fecero ancora reclamo attaccandolo di obrettizio e sobrettizio, ma invano: i loro ricorsi caddero respinti.

    23°

    Il Cardinale Facchinetti, usando della pienezza dei poteri conferitigli, il 19 giugno 1677 emanò, sotto il nome di capitoli, un decreto contenete le disposizioni concernenti gli obblighi dei Cappellani per l’adempimento di tutto ciò che dal Costa e da altri benefattori era stato ordinato alla Congregazione filippina, delle quali disposizioni ecco il sommario:

    1. che il Parroco debba essere il primo Cappellano, a cui solo incomba la cura delle anime.

    2. che delle altre tre cappelle, due siano <24v> di nomina dei Priori della Comunità di Trevi e la terza, di libera collazione dell’Ordinario.

    3. Che i quattro Cappellani adempiono nella chiesa di S. Maria in Sion il prelegato Costa per la messa quotidiana, ciascuno per una settimana l’una successivamente all’altra, cominciando dal Priore e poi gli altri secondo l’ordine della loro decorrenza.

    4. Che i medesimi debbano soddisfare anche gli altri legati sotto la penale del pagamento di un giulio (centesimi 56) per ogni messa non celebrata, da erogarsi a favore della chiesa stessa e con l’obbligo di supplire qualunque messa tralasciata.

    5. Che si debba formare una Tabella da tenersi in pubblico nella sagrestia, sulla quale vengono registrati tutti i singoli legati coll’annotazione degli obblighi respettivi; che inoltre nella stessa sagrestia sia sempre tenuto il libro, sul quale vengono registrate man mano le applicazioni che si fanno.

    6. Che tutti i quattro Cappellani abbiano dritto ad aver l’annua vendita dei beni della soppressa Congregazione Filippina lasciati dal Costa, ciascuno in eguale porzione; che di più dal Prelegao del medesimo debbano avere scudi quaranta all’anno …………………

    7. Che della rendita dello stesso Prelegato debbano impiegarsi ogni anno cudi venti per l’esercizio del culto e mantenimento della chiesa, a disposizione del Priore e dei Cappellani.

    <25> 8. Che il sopravanzo dei frutti del Prelegato debbono ogni anno ritenersi e conservarsi fino a che abbiano raggiunto la somma discudi cinquanta. E questa venga erogata in dote a una giovane di uno dei tre vilaggi: Ponse, Manciano e Coste nel territorio di Trevi, oltre la veste e le pianelle; e la consegna del danaro venga fatta a lei dopo la celebrazione del matrimonio, e dopo che abbia prestato cauzione per la reversibilità della medesima al Prelegato, nel caso che ella vivesse disonestamente, ovvero morisse senza prole sì legittima che naturale: il tutto a forma del Dodalizio di Sistilio Valenti amministrato dalla Compagnia del Crocefisso. La elezione della domanda sia riserbata al Priore e ai Cappellani.

    9. Che il camerlengo del Prelegato debba avere scudi cinque all’anno per sua provisione, ossia compenso. (Lo scudo romano equivale a £ 5,32).

    10. Che il Priore e i Cappellani debbono fare esercizi religiosi, cioè ascoltare le confessioni in due domeniche del mese – Ogni quindici giorni fare la funzione della Buona-Morte – Una volta al mese tenere un sacro Sermone ovvero far la lettura di un libro spirituale – In una domenica di ogni mese insegnare la dottrina cristiana.

    24°

    Qui termina il decreto esecutivo; ma sopra il suo primo articolo si conviene fare una osservazione di necessità e importanza gravissima, la di cui omissione darebbe luogo ad uno errore di conseguenza non lieve sullo stato presente <25v> delle attribuzioni incombenti ai tre Cappellani aggiunti al Priore. Quell’articolo, restringendo al solo Priore la cura delle anime coll’esonerarne i tre Cappellani induce un cambiamento nel Breve. Il Vescovo poté farlo allora, usando delle facoltà ricevute dal medesimo. In appresso però questa modificazione fatta nel decreto venne senza dubbio annullata, e si tornò alla prima disposizione contenuta nel Breve. Di tale mia asserzione non potrei qui addurre il documento, e neppure una memoria scritta, grazie, di certo , al sovvertimento e alle dispersioni fatte soffrire all’archivio. però mi è dato di farne una lucolenta dimostrazione, che desume dal fatto.

    I Cappellani, a memoria di uomini, sono stati sempre coadiutori del Parroco nella cura d’anime. Di più, alla morte del Priore il Cappellano anziano, senza verun’altra facoldizzazione, lo surrogava immediatamente, a celebrare il funere del defonto retraendone i relativi diritti, e assume parimenti ex se et ipso jure l’economato della Parrocchia per tutto il tempo della vacanza. E tutto ciò coll’esclusione del viceniore, lo che non dovrebbe essere per dritto generale in tali vacanze, se i Cappellani non fossero coadiutori curati, ma semplici partecipanti alle funzioni della Chiesa. – Ad ulteriore confermazione aggiungo un cenno del riscatto giudiziario delle Cappelle, di cui mi riserbo parlarne in altro capitolo. Il demanio dello Stato aveva acciuffato le Cappelle, e con tanta tenacità che ci vollero <26> niente meno che cinque successive Sentenze di tutti i vari gradi della giudicatura, tutte e quello contrarie, per strapparle ai suoi artigli. Il demanio se le era appropriate caratterizzandole come cappellanie semplici, ossia di mera officiatura di chiesa, e nulla più; ma la loro qualifica di cappellanie concurate, provata dall’evidenza, fu l’unica ragione che costrinse i diversi tribunali del governo a sentenziare contro l’usurpazione fatta da una amministrazione governativa.

    Oltre a questo primo articolo non sarà cosa inopportuna fare ancora qualche osservazione a quelli tra gli articoli seguenti, che non sembrassero meritevoli.

    L’articolo VI. conferisce ai Cappellani il diritto di percipire in massa scudi 40 all’anno sulla rendita del Prelegato Costa- Ad intendere bene la proprietà di questo dritto giova il promettere che il lascito Costa alla Congregazione Filippina passato poi ai Cappellani dei Ss. Fabiano e Filippo, connestava di due parti: la 1a, il Prelegato; la seconda la metà del suo asse ereditario. Con questa ultima ed altre beneficenze di cui fu dotata dalla pietà dei fedeli la Congregazione, furono costituite le cappellanie. Coll’altra ossia col Prelegato, fu costituito il fondo per la messa quotidiana, pel dodalizio per l’annua prestazione degli scudi quaranta. In ordine poa a questi ultimi debbo notare che dei Cappellani non solo non si fruiscono a nostro tempo, <26v> ma neppure nei tempi andati, a nostra saputa. come poi sia decaduto un tal diritto non saprei decifrarlo.

    In ordine alle norme amministrative del Prelegato contenute negli articoli 7, 8, e 9, queste sono state seguite fino a che il Prelegato è rimasto nelle mani dei Cappellani, ma dopo che tolto ad essi nel 18** dalla legge del governo italiano circa le Congregazioni di Carità, a questa passò l’amminisrazione – Mi piace poi di ricordare che la veste, ossia l’abito e le pianelle che al tempo del Costa si usavano in luogo delle moderne scarpe, si davano alla dodata in dono, perché ella le incegnasse nella processione del 25 marzo che si faceva nella chiesa del Crocefisso, alla quale doveva intervenire in compagnia dell’altra, che aveva conseguito la dote di Sistilio Valenti. nel nostro secolo però, riformatore d’ogni cosa, cessò questa consuetudine, e in compenso della veste e delle pianelle si assegnavano alla dotanda scudi tre. Ma pochi anni fa la Congregazione cessò anche quest’ultima consuetudine, devolvendo la somma a beneficio dell’Ospedale, per intuito della sua penuria.

    Inoltre non intendo di preterire che i cinque scudi del Prelegato assegnati al Cappellano suo amministratore, la Congregazione ha continuato a pagarli facendo tutto un amalgama coi venti del culto. Non si creda però che questo sia stato un atto di generosità: niente affatto; ma sibbene l’effetto d’inavvertenza.

    Il tempo, edace e trasmutatore di ogni cosa, ha cambiato totalmente il viso all’art. X. Gli obblighi ingiunti ai Cappellani loro trasmessi, tali <27> quali dalla Congregazione Filippina, non sono caduti in totale desuetudine. Essi, al presente si riducono unicamente a partecipare alle funzioni della chiesa parrocchiale e coadiuvare il parroco, o, a vero dire, a surrogarlo in caso d’assenza e d’invalidità.

    E qui termino le mie osservazioni ai diversi articoli del decreto esecutivo

    25°

    Operata la traslazione, la chiesa di S.Fabiano restò abbandonata, anzi disagrata e convertita ad usi profani. Di essa è rimasta soltanto la deforma ossatura, dalla di cui porta destra fu estratto un buon numero di pietre riquadrate per materiale nella costruzione del nuovo campanile di Santacroce. Benché non ne abbia ricordo, tutto però fa supporre che la casa annessa fosse l’abitazione parrocchiale: ma questa pure deve credersi che venisse lasciata, perché vi ha che nel 1733 la parrocchia fu donata di una casa, in Piaggia, di dieci vani, ad uso di abitazione del parroco, avente un piccolo orto con grotta, e ciò per beneficenza della q.m Anna del q.m Paolo da Parrano. con legato a rogito di Francesco Celli del 23 Gennaio 1695, eseguito dal suo erede Giuseppe Andreangeli il 28 Marzo 1733.

    In seguito di questa traslazione non si ha null’altro di memorabile nella parrocchia che la divisione della massa comune dei Beni dei Cappellani in quattro Benefizi distinti e separati. Anzi la divisione fu così sollecita che fu fatta sei anni dopo la istituzione delle Cappelle. il 15 Luglio 1680, vivente ancora il Paolelli e il Brunetti, e succeduti <27v> gli altri due nuovi Cappellani, il Capri e don Carlo Mandarini. Del resto, la nuova chiesa parrocchiale cominciò con molta ufficiatura, anzi esuberante pel popolo della Piaggia, la quale aveva ancora tre chiese monastiche, belle e ben corredate, e l’altra del Crocefisso, dotata di un buon patrimonio e di legati, ai quali erano annesse da 1500 messe all’anno, come può vedersi nel libro delle Memorie di essa Compagnia, che da me è stato compito pochi mesi or sono.

    26°

    Tra i molti rami, nei quali si vede diviso e sudiviso l’albero geneologico della nobile prosapia dei conti Valenti, che si crede impiantati qui in Trevi da un millennio, cioè da quel secolo oscuro e orrido per la chiesa e la società, il 900, havvene uno, di cui s’ignora lo stipite, che aveva il suo palazzo nel fabbricato attuale della Chiesa Nuova, fabbricato vasto in senso oblunco, il quale, oltre il presente superstite, comprendeva l’area annessa, che in oggi giace in orto e in vivajo. Il blasone dei Valenti, scolpito in pietra, ha sormontato la porta di ponente fino a questi ultimi anni, in cui fu venduto da mio zio Giuseppe Orsini, uno dei comproprietari, a certi antiquari per Lire dieci. Alla famiglia dei Valenti, proprietaria di questo, allora, palazzo, apparteneva il Cardinale Erminio Valenti, che ha quel monumento sfarzoso nella chiesa delle Lagrime, al lato destro dell’altare della Madonna; che è ricordato quale illustre protettore nella pietra che forma cimasia alla porta del Crocifisso, quello il di cui nome ricorre ogni anno tra gli istitutori dei legati di messe a carico del già monastero <28> di Santacroce e oggi di S. Bartolomeo, certamente per qualche beneficenza allo stesso monastero, perché tuttora rimane al disopra di una porta interna del medesimo il suo lapideo stemma gentilizio cardinalizio.

    Quando agli Oratoriani di S. Filippo venne il ticchio di disertare la loro chiesina nella piazza della Rocca e venire qua giù in Piaggia dopo la morte del Costa e di altri dei loro sacerdoti, congregati; essi, ridotti a pochi, comprarono per scudi 450 dei conjugi Romolo e Lavinia Valenti quella parte del fabbricato, che oggi è di questa chiesa di Santacroce: sei vani, tre nel piano superiore. Nel vano maggiore, che era la sala del palazzo, stabilirono la chiesa, cui dettero il titolo di S.ta Maria in Sion. Quest’ultima parte del titolo – in Sion – non saprei che significato potesse contenere. Sion, il cospicuo monte di Gerusalemme, sul quale sorgeva la regia dei monarchi di Giuda; la Vergine, non so cosa abbia avuto a fare con esso. Di Lei sappiamo che nella valle di Giosafat, all’oriente della città e fra questa e il Monte Oliveto, ebbe il seppolcro, che tuttora si venera. E la Tradizione ci ha trasmesso che Ella, dopo l’Ascenzione, abitasse nella casa dell’Apostolo S. Giovanni in prossimità del Cenacolo, e dove ancora trasmigrò da questa vita al cielo; onde quel luogo si chiama tuttora il Transito della Vergine. Ripeto, di questa Sion non saprei indagare la misteriosa ragione.

    La novella chiesa ebbe tre altari, il maggiore dedicato a S. Maria in Sion aveva il quadro, <28v> in tela, dell’Annunziata; e i due laterali non so sotto qual titolo dedicati, l’uno aveva il quadro di S. Giuseppe, l’altro, di S. Camillo de Lelis. Centrale alla Piaggia, benché un po’ eucentrica alla parte rurale della parrocchia, disadorna e senza un vero aspetto di chiesa infra e ad extra, pure eccelleva quel grottone di S. Fabiano, vero monumento del fondo del medio evo, che lo aveva buttato là, a riflesso della sua rusticità – La chiesa di S. Maria in Sion aveva a lato la sagrestia e un altro vano, e sottostante aveva una stanza oblunga, nella parte interna del fabbricato, per seppoltura unica, e in attiguità due stanze, le di cui finestre prospettano sulla strada. Questa chiesa, quando fu aperta, dal popolo venne chiamata la Chiesa Nuova, denominazione che tuttora perdura nella sua bocca, benché da lungo tempo non più chiesa, e da lunghissimo, non più Nuova.

    27°

    Mi conviene tornare sull’oggetto della chiesa di S. Fabiano per aver dimenticato una cosa, benché per un lato palpitante di attualità, della quale è bene di lasciare un ricordo. All’unica posta esterna di essa, che era bassa ed angusta sovrastava un’arco a pietre, ornato da una centina a basso rilievo. Questo è stato giudicato da un commesso dell’Accademia di Belle Arti di Perugia, il Caraccioli, opera del Novecento, in questa oppinione io mi sono adagiato per una doppia ragione – La rozzezza del lavoro, caratteristica del tempo; e l’esistenza di altro lavoro dello stesso genere, ma ben più ingentilito, nella facciata della chiesa di S. Gregorio <29> nella Pieve di Castel-Ritaldi, chiesa anche quella di costruzione monastica, o, forse per meglio dire, di riduzione monastica da tempio pagano a cristiano. E quelle scolture sono datate col 1156, benché le cifre dall’ignoranza dello scalpellino, errate. Due mesi sono, ampliata la detta porta di S. Fabiano, l’arco si dovette rimuovere; ma per non mandare in perdizione questa scoltura di pregio storico e la più antica di Trevi dopo la tricore di S. Emiliano, mi sono presa la cura di collocarlo sopra la porta esterna della sagrestia di Santacroce, colla scritta esplicativa.

    28°
    Il contenuto di questo capitolo ci presenta nel Priore don Crispoldo Paolelli la figura di un benefattore della parrocchia. La Providenza, è vero, glie ne presentò il destro, ma è pur vero che Egli ebbe il merito di afferrarlo e agire con senno ed impegno a trarne profitto. Di questa benemerenza gliene avrà certamente tenuto conto il Signore; ma gli uomini? non so. Si sa soltanto delle opposizioni e perciò delle conseguenti amarezze cagionategli dagli indispettiti Oratoriani e loro aderenti; ma, non un sasso, non un laterizio che porti scolpito il suo nome; non una memoria qualunque, ad eccezione di quelle cartaccie che contengono gli atti occorsi alla spedizione della cosa. I nostri antenati per la non curanza e l’ingratitudine pubblica erano peggiori di noi. Del resto, non so se il Paolelli fosse nato trevano, ma la famiglia ha perdurato fino a noi, e sempre nel ceto nobile. La sua casa era qui nella Piaggia, quella che a chi scende dalla cisterna di S. Stefano, immediatamente sta
    <29v> sulla sinistra. La casa fu poi venduta nel 1830 all’ingegnere, l’ottimo Sabatino Stocchi, e fu l’ultimo degli stabili ad essere alienato nella catastrofe economica della famiglia. Gli ultimi due, qui nati, dei Paolelli, sono stati Coriolano morto in Roma con prole femminile, Achille in Civitavecchia con figliolanza maschile.
    29°

    Col terminare il numero precedente credevo chiuso questo capitolo, quando nel metterlo all’indice mi è campeggiata un’altra reminiscenza che si riferisce alla materia in oggetto, la prestazione, cioè, annua di due libre di cera lavorata incombente alla compagnia delle Stimmete a favore della parrocchia di S. Fabiano. (due libre equivalgono a grammi 666.) Io non ho verun documento a fornire un titolo di tal dritto. Non vi ha che la pratica amministrativa tradizionale che lo prova. Nondimeno procuriamo di entrare a tentone nel buio del passato fin dove ci sia dato di rischiararci con qualche raggio di luce.

    Il 23 Marzo 1625 s’inaugurò una compagnia di trentatre fratelli sotto il titolo del – Stimmate di Francesco, ponendo la sede nella chiesa di S. Reparata, una delle antiche di Trevi, di forma oblunga e di ampiezza meno che mediocre, esistente al sud del collegio, distrutta poco dopo la seconda metà di questo secolo dalla costruzione della Strada Nuova che ancora non ha ricevuta una denominazione, e le converrebbe quella di “Via della Stazione Ferroviaria”. Se ne lasciò unicamente, quasi a memoria, intramezzata alle mura castellane quella edicola tuttora superstite. La confraternita in appresso traslocò la sede da questa <30> alla chiesa di S. Filippo costruita dal benemerito Costa, e ciò, senza dubbio, dopoché dalla Congregazione Filippina era stata lasciata trasportandosi alla Chiesa Nuova. In questa Confraternita, nel suo esordio, per l’ammissione degli aggregati, che fosse richiesto per condizione un determinato grado nello stato cittadino non apparisce; ma è certo che posteriormente si esigeva l’appartenenza alla nobiltà. Perciò divenne un sodalizio di nobili, esclusivo d’ogni altro. E Virgilio Lucarini affidò la direzione suprema del Convitto da sé testato e poi fondato dal suo nepote Reginaldo Lucarini, domenicano e vescovo di Città della Pieve, ad esso sodalizio, che la ritenne fino agli ultimi nostri tempi, cioè all’istituzione delle Congregazioni di Carità del nuovo governo italiano. L’indumento dei fratelli era un ruvido sacco di panno di canapa, grezzo, cinto ai lombi da una corda. Sembrava proprio l’abito della penitenza e povertà francescana. Del resto, almeno ai tempi nostri, questo Sodalizio non mostrava altra vita che di fare in corpo la visita dei seppolcri nel mattino del Venerdì Santo. In morte, il fratello vestito di sacco in chiesa giaceva scoperto sopra un nudo tavolo, per cui talvolta per ischerzo si diceva che i nobili facevano penitenza dopo la morte. Questa confraternita, dopo l’attuale governo, benché canonicamente esistente, in realtà non ebbe più vita, meno nella sua parte amministrativa. Ed ora, appunto in quest’anno 1900, i pochi suoi membri superstiti, e, quasi per meglio dire i figli dei defondi, hanno emesso giuridica rinuncia dei loro diritti sopra di essa, e ne hanno dichiarata la cessazione devolvendo i suoi pochi <30v> beni dell’annua rendita di £.80 in circa a beneficio dell’Ospizio degl’invalidi di Carlo Amici, che fu pure Esso un nobile e un confratre, morto il 4 Agosto 1852. Così è finita la confraternita dei nobili, ma è parimenti finito il loro ceto.

    Sotto il pontificato di Pio VI. Trevi, dichiarata Città, ebbe la facoltà, come tutte le altre di costituire la sua classe di nobiltà, composta dalle famiglie magnate dei suoi interni cittadini. La nomina era conferita dal Municipio con successione ereditaria. La famiglia decorata di tal titolo aveva il diritto di alzare il suo blasone. del resto non acquistava con ciò autorità giuridica, ma quell’ascendente morale, che, oltre dal titolo, si poteva meritare dal suo decoro e, non poco, dall’opulenza. Il liberalismo, teorizzato dapprima dai libri inglesi e poi dai francesi, e quindi appresso attuato con furore satannico dalla rivoluzione del 1789, sotto la bandiera dell’eguaglianza sociale portando la sua falce livellatrice, abbatté la nobiltà, come il grado civile del clero e l’assolutismo delle Monarchie. E all’urto del Governo piemontese, addivenuto poi italiano, che nel 1860 irruppe nelle nostre regioni con questa bandiera, spiegatissima, cadde la nobiltà tra di noi; e i già nobili, in quei primi tempi andettero a mescolarsi anche tra la plebe, carezzandola; ma poi, addolorati dai morsi che ne riceverono, prudentemente se ne sono ritirati. Ma diamo termine a questa niente breve digressione fatta per un cenno di memoria della Compagnia

    <31> delle Stimmate e della nobiltà, e torniamo al principio di questo articolo.

    Donde è provenuto che la Compagnia delle Stimmate deve pagare la menzionata prelazione alla parrocchia di S. Fabbiano? – Ancorché io nulla abbia trovato, o perché non vi è, o perché mi sia sfuggito, dell’inclusione della chiesa di S. Filippo nella devoluzione dei beni della Congregazione Filippina a questa Parrocchia; pure ogni ragione milita per dovere ammetterla. Epperciò, essendo stata la Parrocchia che avrebbe ceduto alla Compagnia la chiesa per di Lei nuova sede, Essa in ricognizione del suo dono avrà senz’altro imposto l’annua prestazione perpetua in parola

    30°
    [Altra grafia, vedi Capo 7°, carta 56v]

    Questa prima traslazione nella sede della parrocchia colla creazione simultanea delle 4 cappellanie, che ha formato l’oggetto di questo capo, ebbe a fondamento la bolla di Clemente X, di cui, a suo luogo, si è fatta parola. Ora mi sorge nel pensiero che sia utile ed opportuno di trascriverla qui appresso per assicurarne maggiormente la conservazione e anche l’intelligenza di quel vetusto carattere, la cui scrittura si trae a copia.

    1Clemens Papa X.mo

    Venerabilis frater noster: salutem et apostolicam benedictionem. Exponi nobis nuper fecit dilectus filius Chrispoltus Paulellius rector, Prior nu<n>cupatus, parochailis Ecclesiae S. Fabiani Terrae, seu loci Trevii (seu Trebii) Spoletanae Diocesis, quod q.m Ioanes Antonius Costa, dum vixit praesbiter Terrae dicti loci in suo ultimo testamento haeredem exsemisse instituit Ecclesiam S. Philippi Neri in Platea Arcis dicti loci positam, ac congregationem in ea existentem, ea lege, ut illius fratres omnes functiones solitas in ea inceptas obire tenetur, ac insuper illi praelegavit mille et quingenta scuta mon.le (seu fundata) in tot censibus, ex quorum fratribus quotannis expenderantur quadraginta <31v> scuta similia pro celebratione unius Missae quotidianae, quam duo cappellani, qui fratres Congregationis essent alternis hebdommatibus per se ipsos celebrare deberent.- Alia quoque viginti scuta paria ex iisdem fructibus pro cera, servitio, aliisque necessitatibus ecclesiae prefatae desumerentur; et similiter alia quinque scuta pro Camerario, qui exactionem faceret: quod antem superesset ex fructibus censuum huiusmodi, conservaretur, donec ad summam quinquaginta scutorum similium pervenisset quae tunc pro maritanda una puella erogari deberet. In ncasum autem dicta Congregatio deficeret, aut illius fratres Ecclesiam prefatam desererent, tunc Priores Universitatis dictae errae Trivii, ac confraternitas S.S. Sacramenti curam assumerent deligendi Cappellanos pro celebratione dictae missae, et Personam, quae exactionem huiusmodi faceret et alia, prout in dicto testamento uberius dicitur contineri. Porro dicta congregatio, quae tunc temporis aliquot presbiteris, qui in dicta Ecclesia ad aliqua devotionis exercitia peragenda congregabantur, constabat, numquam assumpsit bonam formam nec cohabitandi nec S. Philippi Neri instituta obeundi, et hodie ad usum simplicem reductam reperiatur praesbiterum, et quidem valde inabilem, eaque de causa subordinatum Rectori Congregationis Oratorii eiusdem S. Philippi Neri Spoletani, qui una cum Ministro Ecclesiam praefatam occupat, nec celebrationem Missae per se ipsum nec alias functiones justa mentem pii Testatoris peragere potest: dicta vero Ecclesia est angustissima nec ampliare potest, nec illius concursus capax, et comodo sufficiens existat propter vicinam Collegiatam Ecclesiae S. Emiliani et Fratrium ordinis Minorum S. Francisci Conventualium nuncupatorum, unde nullam populi comoditatem praestat.Cum autem, sicut eadem expositio subjungebat, Congregatio praefata aliam obtineat Ecclesiam, sub titulo S. mariae in Sion, in optimo situ et loco habitatoribus frequenti positam, et ab aliis Ecclesiis longe distantem, omnisque concursus capacem, ac proinde in maxima populi comoditate, ac in divini cultus <32> augmentum non modicum eveniendum sit, si in hanc Ecclesiam tam officiaturam huiusmodi, quam administratio et exercitium curae animarum, quae Parochiali Ecclesiae S. Fabiani in situ infelicissimo non habitato, parochianis incomodo, insalubri et indecenti positae incumbit transferenda; et loco duorum Cappellanorum, quatuor instituerentur, nempe Prior dictae Parochialis Ecclesiae et tres Cappellani ….. qui oneribus dicti praelegati satisfacerent, et pro aequali portione onus Missae et portio nem fructuum eiusdem praelegati e dicto estatore assignatam inter se dividerent aliisque omnibus bonis supradictae Ecclesiae S. Philippi fruerentur, easque obirent funtiones, quas tanquam utiliores eis praescribendas ducerent et in speciem iidem Cappellani confessiones audire, et Priores in exercitio Curae Animarum coadiuvare tenerentur. Cumque et opportunum videatur ne antiqui SS. Fabiani et Philippi in S. maria in Sion seu, prout tibi videbitur, denominetur, et ex quatuor Cappellanis supradictis nominatis duo a prioribus dictae terrae et officialibus praedictae Congregationis S.S.Sagramenti ….. concedatur in dispositionem supradicti Testatoris, reservata tam tibi, et pro tempore existenti ordinario Spoletano illorum institutione, in tertium vero Prior, pro tempore existens, assumatur, et quartus ab Ordinario instituatur; et pro hac prima vice dilectos filios Ioannes Franciscus Mandarini, qui unicus Sacerdos in supradicta Congregatione remansit, nec non Antonium Brunectium, olim Canonicum Poenitentiarum et Vicarium Generalem in Ecclesia Montis Franconis, qui ad sermones ad populum habendos aptus est, et dictum Crispoltum, qui a triginta uno annis Curam animarum in supradicta Ecclesia S. fabiani exercet et vicariatum multis annis in praefecturas Nursiae exercuit, in cappellanos respective instituas, praemisse auctoritate
    <32v> omnia si fiant in utilitatem spiritualem et comoditatem populi, ac in divini servitii et cultus augmentum cessura esse videantur.

    Nobis propterea Crispoltus supradictus humiliter supplicari fecit ut eisdem praemissis opportune praevidere, et ut infra indulgere de benignitate apostolica dignaremur.

    Nos igitur Crispoltum, Ioannem Franciscum, Venturinum et Antonium, nec non Priores et Ufficiales supradictos specialibus favoribus et gratiis prosequi volentes, et eorum singulares personas a quibusvis excomunicationis, suspensionis et interdicti, aliisque ecclesisticis sententiis, censuris et poenis a Jure vel ab homine quavis ….. vel causa latis, si quibus quomodolibet innodati existant ad effectum …. tantum consequendum hac …. absolventes et absolutos fore censentes, ac Testamenti supradicti tenore et alia quaecumque etiam specificam et individuam mensionem, et expressionem requirentia, praesentibus pro plene et sufficienter expressis habentibus huiusmodi supplicationibus inclinati, de Venerabilium fratrum S.R.E. cardinalium negotiis et consultationibus Episcoporum et Regularium Praepositorum consilio et attenta ? relatione tua eisdem Cardinalibus facta, et praesertim quod pia Congregati S. Philippi in dicto loco Trivii destituta reperiatur, circumspectioni tuae, de cuius spectata fide, prudentia, integritate et sapientia plurimum in domino confidimus per partes committimus ac mandamus ut onera missarum dicta Ecclesia S. Philippi a testatore legata nec non Curam animarum, quae de praesenti Ecclesia S. Fabiani cum gravi populi incomodo incumbit in dictam Ecclesiam S. Mariae in Sion, uti aptiorem, transferre et incorpotare auctoritate nostra apostolica pro tuo arbitrio et prudentia possis, dummodo circa missarum celebrationem et duorum Cappellanorum ex dicti quatuor nominationem remaneat ipsius testatoris dispositio, reservata tibi et pro tempore existetabus ? Episcopis Spoletanis eorundem Cappellanorum <33> institutione et in reliquis servetur forma supra descripta, ac tibi a.dem ? formam corrigendi, immutandi ac in melius prout salubriter in Domino expedire censebis, reformandi facultatem eyt auctoritatem …. serie tribuimus et impertimur salva tum semper in premissis auctoritate memorare Congregationis Cardinalium, non ostantibus supradicti Ioannis Antoni Testatoris etiam ultima voluntate, quam quoad praemissa sufficienter et expresse commutamus, et quatenus opus sit felicis recordationis Paoli secundi et aliorum Romanorum Pontificum praedecessorum nostrorum de rebus Ecclesia non alienandis constitutionibus et ordinationibus apostolicis nec non Congregationis et Ecclesiarum prefatarum, aliisque quibusvis etiam juramento; confirmatione Apostolica vel quavis firmitate alia roboratis, statutis et cosuetudinibus, privilegis quoque, indultis et litteris Apostolicis incontrarum praemissorum qomodolibet concessis, confirmatis et innovatis, quibus omnibus et singulis illorum tenore praesentibus pro plene et sufficienter expressis et insertis habentibus illis aliis in suo robore permansuris ad praemissorum effectum hac vice dumtaxat specialiter et expresse derogamus, caeteris contrariis quibuscumque non ostantibus.

    Datum Romae apud S. Mariam Maiorem sub anulus piscatoris die XVI Julii 1676 Pontificatus nostri 6.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <21>

    CAPO 4° ORIGINE E FONDAZIONE DELLA PARROCCHIA

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    19°

    L’origine e fondazione di questa parrocchia che dapprima aveva l’unico titolo di S. Fabiano P. e M. s’ignora per mancanza totale di memorie e di qualsiasi documento. Sembra peraltro indubitabile che la sede primitiva di essa sia stata la già chiesa di S. Fabiano all’estremità inferiore della Piaggia, volta al nord-ovest. di quella resta soltanto l’ossatura con alcuni vani annessi nello stesso piano, e fiancheggiata superiormente da una casa composta di sei vani con orto obliquo. Il fabbricato ha l’impronta di una remota antichità anteriore all’epoca dell’architettura ogivale. L’arco di pietra che soprastava esternamente la porta della chiesa, fregiato di arabeschi in bassorilievo, è reputato almeno del novecento. Questa porta era bassa e angusta. Due mesi fa venne ampliata; e toltone l’arco sopraddetto, verrà incassonato nel muro sopra la porta esterna della sagrestia di Santacroce. la costruzione di detto fabbricato deve ritenersi aver preceduto quella delle mura della città, le quali in esso restano interrotte.

    Chi ha costruito questa fabbrica? S’ignora; ma non sono punto improbabili le congetture che se ne possono fare. Nel fondo del medio evo il monachismo fu l’arca di salvezza degli avanzi dell’antica civiltà pagana purgata dal cristianesimo, sul diluvio della barbarie, che aveva inondato l’Italia e l’Europa. I monasteri furono <21v> l’asilo delle scienze, delle lettere e delle arti, per quanto erano compossibili con la rugine di quella età di ferro, e tra queste ultime, specialmente la muraria e l’agricola. Le nostre località sono ancora disseminate delle chiesine dai Monaci edificate, parte tuttora esistenti e parte in ruderi, e trasformate. Noi poi avevamo il Monastero di S.Pietro in Bovara, e certamente non avrà degenerato dalla virtù e operosità del suo Ordine, benemerito della chiesa e del consorzio civile fino al secolo XIII. Sappiamo infatti che la chiesa di S. Paolo alle Coste e l’altra di S. Sabino in Parrano sono state opere delle mani di quei Monaci; come può credersi di altre chiesine rurali di questi dintorni, le quali portano le tracce di quelli stessi tempi e del medesimo genere di muratura. I Monaci le facevano pel servigio religioso delle plebi campestri. E’ cosa dunque ben probabile che Essi, alla Piaggia che si veniva man mano formando coll’accogliere dalle campagne i profughi dall’invasioni e dai depredamenti, abbiano provveduto col farle S. Fabiano, dove poi in tempo posteriore si sa che fabbricarono S. Stefano con tutto il suo ampio recinto. tutta questa mia diceria è una congettura, ma per via d’induzione può trarsi dai dati che abbiamo.

    La visita episcopale Lascaris in sull’esordio del secolo passato, che è molto commendevole per aver rintracciate tante memorie, altrimenti forse condannate a perdersi nell’oblio, si disse che la chiesa e parrocchia di S. Fabiano in antico appartenevano al monastero di Fonte Avellana nelle Marche, illustrato ancora dalla prima ospidalità <22> prestata a Dante uscito da Firenze per la via dell’esilio.- Che tale appartenenza all’Avellana sia potuta pervenire da qualche evoluzione del Monastero di Bovara, in cui nel corso dei tempi si sono avvicendate diverse Congregazioni benedettine di varie riforme, ciò può comprendersi senza difficoltà: ma che la spettanza all’Avellana, tanto da qui distante, sia potuta nascere dal dritto di fondazione, questo davvero sembra troppo duro a a potersi supporre.

    I monaci dell’Avellana, che avevano la giuristizione sulla parrocchia, non esercitavano essi medesimi il relativo ministero. Il Lupacchini, uomo di senno, sulla base di qualche memoria, che al suo tempo rimaneva ancora superstite nell’archivio o cartario, quale si fosse, come poi è stato da me trovato; afferma che la nomina del parroco veniva fatta dall’Abate di quel monastero, ma che in appresso passò alla Dadaria quando il monastero fu dato in commenda al collegio germanico di Roma da Gregorio XIII. (Ugo Boncompagni bolognese, protettore entusiastico dei Gesuiti, ai quali apparteneva e appartiene il detto collegio fondato da S. Ignazio, e pei quali lo stesso papa edificò la grandiosa fabbrica del Collegio Romano. Era stato canonico di Trevi nel tempo che dimorò a Spoleto, essendo succeduto nel beneficio al canonico dei marchesi Origo, antica e nobile famiglia trevana da molto tempi trasmigrata a Roma in via Argentina, della quale il presente marchese padre è scudiere del Re Umberto I.) – Il titolo di Priorato s’ignora quando alla parrocchia sia stato aggiunto, ma trovo affermato che sia di data remota.

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    07X

  • Chiesa S.Costanzo – Origine e fonti storiche

    Chiesa di San Costanzo -3

    L’origine e le fonti storiche

    Non si trovano notizie sulla intitolazione di questa chiesa, né purtroppo può venire in aiuto l’iconografia, in quanto alle pareti non rimane la minima traccia di pitture, che pure sappiamo essere state numerose.

    Per contro è evidente l’importanza storica e topografica della chiesa in quanto ha originato il toponimo: l’area degradante su cui sorge, fino ai giorni nostri viene chiamata “la Costarella” o “la Costarella di S. Costanzo” e in moltissimi documenti viene riportato questo toponimo che, fino al sorgere della chiesa delle Lagrime, comprendeva anche l’area di quest’ultima.

    Il Natalucci, storico scrupolosissimo, cita questa chiesa solo per informarci che nel 14° e 15° secolo vi facevano riferimento rispettivamente nove e otto famiglie.1, e che dal 1573 era stata unita alla chiesa di S. Emiliano.2. Altre volte la cita, riferendosi al Mugnoni, che la nomina solo come punto di riferimento per indicare un suo terreno o nella vicenda della Madonna delle Lagrime.3

    Nel 1931 un altro benemerito studioso di cose locali, d. Aurelio Bonaca, parroco di S. Croce in Piaggia, lamentando anch’esso la dissennata trasformazione di questa chiesa, attribuisce la sua intitolazione ad un S. Costanzo vescovo di Trevi alla fine del 5° secolo, ma non sembra molto convinto di questa sua tesi.

    Ecco il testo integrale.4 (le frasi evidenziate sono state aggiunte all’atto della trascrizione

    Una pia tradizione assegna a Trevi anche una serie di Vescovi, di cui il primo fu S. Emiliano, armeno, ed ora Protettore della Città,consacrato da S. Marcellino Papa nel 296 e martirizzato nel 302

    .5

    in località Carciano, presso Bovara.
    I Vescovi trevani, di cui si ha memoria, sono otto e cioè

    :

    S. Costanzo, che intervenne al terzo Concilio Romano nel 487 sotto Felice III; Lorenzo, presente al Concilio Romano di Papa Simmaco

    [nel testo: Simmanco]

    nel 499; Propinquo, che assistette a vari Concilii; Prisco, presente al Sinodo di Zaccaria Papa nel 743; Paolo, che intervenne al Concilio Romano sotto Eugenio II nell’826; Crescenzio, che nell’anno 853 prese parte al Concilio di S. Leone IV; Areste, presente in Roma ai tempi di Giovanni XII, nel 963; Giovanni, che fu nel 1059 al Concilio convocato da Nicolò II, e al Concilio Lateranense nel 1060, nel quale si stabilì che ai soli Cardinali aspettasse l’elezione del Sommo Pontefice. Sembra che nel 1050 l’Imperatore Enrico III, cedendo alle premure del Vescovo di Spoleto, abbia unito Trevi ed altre sedi vescovili (Spello, Bevagna, Martana, ecc.) alla sede di Spoleto, e così abbia avuto fine anche il Vescovado di Trevi.

    Molti storici mettono in dubbio o negano addirittura l’esistenza dì una sede vescovile nella nostra Città; certo non abbiamo argomenti precisi per sostenere che gli otto Vescovi nominati sopra siano stati Pastori della nostra Città

    .6

    , però non vi è dubbio che i Trevani hanno venerato fin dai tempi più remoti S. Emiliano come loro Vescovo e Protettore. Anche S. Costanzo ebbe tra noi venerazione, tanto è vero che intorno al mille gli fu eretta una Chiesa, che, qualche anno fa, fu ridotta inconsideratamente in un serbatoio di acqua.

    Ma anche se gli studiosi locali non hanno mai affrontato seriamente l’argomento, sembra più probabile che la chiesa di S. Costanzo a Trevi sia stata intitolata al vescovo perugino di tal nome.

    Un determinante contributo a questa tesi è portato dallo storico Pompeo Pellini nella sua monumentale “Istoria di Perugia”. Nella narrazione della passione del vescovo Costanzo ci dice che fu decapitato lungo il tragitto da Assisi a Spoleto, nella località detta «il Trebbio di Foligno, forsi hoggi la Terra di Trievi».
    Esistono due toponimi “il Tribbio”, uno in comune di Foligno vicino a Volperino e l’altro in comune di Sellano, non certo vicini a Foligno, né sulla strada Assisi Spoleto. Altri hanno collocato la località alle porte di Foligno, ma l’ipotesi non è suffragata dalla minima documentazione. Pertanto l’ipotesi del Pellini che il luogo del martirio fosse Trevi sembra tuttora la più plausibile.

    Di seguito si riportano i brani più significativi del lungo testo ove sono stati evidenziati i passi che più ci interessano.7

    Et nella Città nostra avenne, che essendovi morto il Vescovo, che v’era stato da’ Pontefici mandato, di cui non abbiamo notizia alcuna, piacque alla bontà d’Iddio di provederla d’un’altro buono, & ottimo Pastore, percioche in luogo del morto con universal consenso del Clero, & Popolo Perugino, vi fù elettto Costanzo, della nobile, & antica famiglia de’ Barzi di Perugia, il quale essendo di età di XXX. anni, di vita & di costumi essemplari, fù veramente ornato di tutte quelle virtù, che San Paolo descrive esser nel Vescovo necessarie , …, che desideroso del martirio, & di far crescere il numero de’ fedeli alla Chiesa (essendo in que’ tempi nella Città molto più infedeli, che credenti) augumentò non dimeno pure assai per li molti miracoli, & per le sante operationi di questo glorioso santo; & tra molti che ne fece, non ne sarà grave di narrarne due solamente, parendone, che non ne disconvenga, essendo egli stato il primo Vescovo Perugino di cui s’habbia potuto haver notizia.

    [Il vescovo dà la vista alla cieca Attasia e risana lo storpio Crescentio. ]

    Intanto Marco Aurelio Imperadore … mandò fuori un Editto Generale , & poscia anco Ministri per tutte le Provincie all’Imperio Romano sottoposte, affinche o costringessero i Cristiani ad adorare gli Idoli, o con tormenti duri, & aspri gli uccidessero; & perciò fare mandò Lucio Consolo a Perugia, il quale giunto nella Città disse a Carisio, che era il Presidente in questa Provincia, quanto era stato dall’Imperadore ordinato; Carisio desideroso anch’egli di essequire la volontà dell’Imperadore , mandò per tutte le Città,& Terre del suo Governo soldati suoi ordinando loro, che tutti i Cristiani, che trovassero, gli conducessero legati in Perugia alla presenza del Consolo, & sua, & ad altri parimente ordinò, che con ogni diligenza si ingegnassero di darli nella mani il Vescovo di Perugia, il quale … s’era in casa di Crescentio poco avanti da lui liberato, ritirato, dove ritrovato, fù insieme con l’Ospite suo dinanzi al Consolo, & Carisio condotto, i quali comandato a Costanzo che i loro Iddij adorasse, & egli negatolo lo fecero con le verghe crudelmente battere, & flagellare …

    [seguono numerosi altri supplizi, la liberazione miracolosa, il nuovo arresto e altri supplizi ]

    .00 .. lo fece mettere di nuovo prigione, alle quali andando un gran numero d’infermi, ne ricevevano la sanità,& li prigioni, & i custodi delle carceri, convertendosi alla Fede, lo violentarono ad uscir di carcere , e lo condussero al Tevere, & ivi inteso che nella Città d’Ascisi erano prigioni due suoi grandissimi amici Concordio & Pontiano, si deliberò visitargli e partitosi secretamente dal contado di Perugia, & incontratosi in alcuni soldati dell’Imperadore, ch’era allhora in Spoleto, lo fecero incontanente prigione, & lo condussero in casa di Duritio, dove fu molto da tormenti afflitto, & indi al fiume Chiagio, dove fù di nuovo aspramente battuto & lacerato … & condotto in Ascisi prigione.

    Hebbe grandissimo contento di Concordio, & di Pontiano, che vi trovò, ringratiando tutti insieme la bontà di dio , ch’aveva conceduto lor gratia di potersi in tanti lor travagli, & angustie rivedere, e consolarsi l’un l’altro, & la mattina seguente, volendo i Ministri dell’Imperadore menare il Beatro Costanzo, e gli altri Cristiani dinanzi a lui in Spoleto, trattoli di prigione, s’inviarono a quella volta, e giunti ad un luogo detto il Trebbio di Foligno, forsi hoggi la terra di Trievi, i Ministri caduti in pensiero, che il Beato Costanzo con l’artificio suo non sciogliesse gli altri prigioni, & con essi se ne fugisse, fatto di nuovo prova se alla adoratione de’ loro Iddij havesse voluto condescendere, trovandolo tuttavia più fermo & conforme al suo nome, costante nella fede, essi per assicurarsene intieramente gli tagliarono la testa, & seguitarono con gli altri il loro viaggio; & perché l’Angelo l’istessa notte in sogno havea rivelato a Leviano, Cittadino di Foligno, … ch’egli avesse aprender cura del corpo di questo glorioso santo, & dargli sepoltura in quel luogo, dove gli sarebbe poi stato dimostrato, egli ubedendo, uscitosi da Foligno, & preso il camino verso dove l’era stato detto dall’Angelo, e giunto non molto dal corpo lontano & veduto un grande splendore, … veduto il corpo tutto intero, & risplendente, & intorno ad esso una gran moltitudine d’Angeli … gli fu … imposto che attendesse a quanto gli era stato commesso, & che il corpo dovesse condursi alla città di Perugia.
    … Giunti alla Città si fermarono fuori dalla Porta di S. Pietro, nel luogo detto l’Ajola, & ivi visitato da molto popolo … vi fù fatto poi uno honorato sepolcro di marmo, & una Chiesa, che S. Costanzo chiamasi, laquale per li molti Miracoli, che molti anni continui questo glorioso Santo vi fece, fù molto frequentata, & e è ancor hoggi dal popolo, & ogn’anno alli XXVIII di Gennaro, che è la vigilia del Santo, tutti i Magistrati, e collegij della Città con tutte le Religioni, & col Clero vi vanno in processione con molta devotione, & grandezza. Fù martirizzato questo glorioso Santo sotto l’Imperio di Marco Aurelio Antonino, il quale cominciò ad imperare l’anno CLXIV dalla incarnatione di Nostro Signore, e visse anni XVIII di maniera che la morte del Beato Costanzo bisogna che fosse, dall’anno CLXIV infino al CLXXXII non potendo affermarsi puntalmente l’anno, ma per quanto habbiamo veduto in iscritture d’altri a penna, si annovera nell’anno CLXXIII sotto il pontificato di Aniceto Primo

    067

    Chiese romaniche Chiesa di S.Costanzo Notizie storiche

    Note

    1) Natalucci, Durastante, Historia … di Trevi, Todi, 1985, c. 910. 2) Ibidem, p. 107, 108, 514. 3) Ibidem, p. 239, 240;
    Mugnoni, Francesco, Annali, p.93, c.58r, sub 1486; p.86, c.51v, sub 1485; p.38, c.7r, sub 1471; p.86, c. 51v, sub 1485 p.86, nota (2) 4) D.Aurelio Bonaca, Trevi nella natura, nella storia, nell’arte, Terni s.d. (1931), p 5 5) L’agiografo Ludovico Jacobilli fa risalire il martirio all’anno 303, data che fu universalmente accettata. Ma la persecuzione di Diocleziano fu proclamata nel febbraio del 303 e pertanto la data del martirio di s. Emiliano dovrebbe fissarsi al 28 gennaio dell’anno 304 (Zenobi, Trevi Antica, Foligno, 1995) 6) D. Ansano Fabbi (Antichità umbre, Assisi, 1971, pag. 197) attribuisce alcuni vescovi all’antica diocesi di Trevi. «Nel sinodo romano del 495 sotto Papa Gelasio risulta un Laurentius episcopus trebensis, poi Propinquus trebensis ed altri di località tuttavia di incerta interpretazione». L’attributo “trebensis”, invece di “trebiensis”, potrebbe far supporre che si tratti di vescovi della diocesi di Trevi nel Lazio ( in latino = Treba) anziché della nostra Trevi (lat.: Trebia) 7) Pellini, Pompeo, Dell’Historia di Perugia, Venezia, 1664, rist. Forni, Bologna, 1968, parte I, pag. 94- 95, sub anno 98.

  • Chiesa S.Costanzo – Notizie storiche

    Chiesa di San Costanzo -2

    Notizie storiche

    Ai primi del ‘900 Tommaso Valenti lamentava la devastazione di questa chiesa in un accorato articolo sul giornale locale, ripreso poi in una pubblicazione del 1922.1

    Questo noto cultore delle patrie memorie si rammaricava che tali scempi fossero compiuti “in questi tempi di lodevole risveglio dell’amore per tutto ciò che interessa l’arte e la storia di ogni angolo più remoto d’Italia” e terminava il suo articolo con questo augurio: “Il passato c’insegni ad essere più gelosi custodi dei nostri tesori artistici, e impariamo tutti ad apprezzarli e ad ammirarli“. Purtroppo, come possiamo amaramente costatare dopo un secolo, questi suoi voti sono risultati pura illusione.

    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo coperta dalla vegetazione (1992)

    Vista del complesso
    nel 1982

    e nel 1997

    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo
    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo, porta dell'edificio adiacente (1992)

    Tutte le foto sono inedite © f.s.2006

    … e nel 1997

    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo, porta dell'edificio adiacente (1997)

    067

    Chiese romaniche Chiesa di S.Costanzo L’origine e le fonti storiche

    Note

    1) Valenti, Tommaso, Curiosità storiche trevane, Foligno, Campitelli, 1922, cap. 12 “Tre chiese devastate”

  • Le Vie dei Mercanti

    Le Vie dei Mercanti

    SCHEDA DI PRENOTAZIONE

    IL SOTTOSCRITTO / A_____________________________________________________________

    NATO / A ____________________________________________IL ______________________________________

    TEL._________________________ DOCUMENTO DI IDENTITA’ N° _____________________________

    CHIEDE DI PARTECIPARE ALLE “VIE DEI MERCANTI” CHE SI SVOLGERA’ A TREVI IL 22 / 23 OTTOBRE

    INDICARE LA MERCE DA PROPORRE AL MERCATO _____________________________________________

    _______________________________________________________________________________________

    INDICARE IL TIPO DI SPETTACOLO_______________________________________________________________

    INDICARE NUMERO DEI PARTECIPANTI_________

    SPETTACOLO ITINERANTE □ FISSO □ PERNOTTAMENTO SI □ NO □

    “LE VIE DEI MERCANTI” SI SVOLGERA’ PER LE VIE DEL CENTRO STORICO DI TREVI

    VERRANNO ASSEGNATI GLI SPAZI E COMUNICATI GLI ORARI PRESTABILITI DALL’ENTE PALIO

    E’ OBBLIGATORIO INDOSSARE ABITI DI STILE MEDIEVALE 1200-1300

    LE PRENOTAZIONI SI RICEVERANNO FINO AD ESAURIMENTO DEGLI SPAZI CHE IL COMUNE METTERA’ A DISPOSIZIONE DELL’ENTE

    LE PRESTAZIONI DEI PARTECIPANTI NON SARANNO RETRIBUITE

    LE SPESE CHE OGNI PARTECIPANTE DOVRA’ SOSTENERE SARANNO RELATIVE ALLA TASSA COMUNALE OCCUPAZIONE DEL SUOLO PUBBLICO + SPESE (CIRCA 10 €) CHE VERRANNO VERSATE AL MOMENTO DELL’ISCRIZIONE

    I PERNOTTAMENTI DOVRANNO ESSERE COMUNICATI

    L’ENTE ASSEGNERA’ I POSTI LETTO IN BASE ALLA DISPONIBILITA’ DELL’ OSTELLO

    (BIANCHERIA NON DISPONIBILE)

    L’ENTE PALIO DEI TERZIERI AVRA’ FACOLTA’ DI ALLONTANARE QUEL PARTECIPANTE RITENUTO INDESIDERATO PER ATTEGGIAMENTI O SITUAZIONI INDECOROSE O RITENGA LE PRESTAZIONI NON INERENTI ALLA MANIFESTAZIONE

    L’ENTE PALIO DICHIARA DI NON ASSUMERSI RESPONSABILITA’ DI DANNI A COSE O PERSONE DURANTE IL PERIODO DI PERMANENZA

    ULTERIORI INFORMAZIONI TEL. 0742.781150

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  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <98>

    CAPO 13° – LEGATI DI MESSE NELLA CHIESA PARROCCHIALE
    DI S. CROCE

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    I legati di Messe, che qui si hanno, e pel numero e per la moltiplicità formano una materia grave e interessante. Credo che si avrà dificoltà di trovare altra parrocchia di piccol grado quale è questa, che abbia tanti legati e di tante diverse appartenenze. R troppo dunque necessario il farne qui una chiara e distinta esposizione. A tal’uopo la distribuisco nelle quattro categorie seguenti.

    68°

    1ª – LEGATI DEL PRIORATO

    Ad onere esclusivo del priorato sono due legati.

    1. Legato di Anna del q.m Paolo da Parrano.
      Nella Tabella dei Legati di questa chiesa si dice che il 20 Gennajo 1695 a rogito di Francesco Celli venne istituito questo legato a favore del Priorato colla cessione di una casa di dieci vani, e un orticello con grotta, sito nella Piaggia, per abitazione parrocchiale. Tal casa non può essere altra che quella attualmente ancora posseduta dal priorato, posta in cottiguo al primo cavalcavia a destra di chi viene dalla piazzetta di S. Croce; casa oggi dimidiata per la vendita che ne fece sciaguratamente, di una parte, il Priore Scaringi, ridotta a soli quattro vani. Fatta in questo nostro disordinato archivio notarile una lunga ricerca dell’atto Celli, <98v> non fu possibile rinvenire il suo volume del 1695.
      Inoltre nella stessa Tabella si dice che con atto del 28 Marzo 1733 di Lorenzo Petrucci, l’erede di Anna, Giuseppe Andreangeli fece consegna della casa al Priorato. Ora l’atto citato dal Petrucci, da me riscontrato nell’archivio, porta tutt’altro: una permuta da lui fatta di una casa composta di due stanze e una cantina in Piaggia col Priore Antonini, che gli cedeva una casa del Priorato posta nella Costarella di S. Costanzo. Tanto è vero che il redattore della Tabella credeva esso stesso di sbagliare che appellava all’archivio parrocchiale per meglio sapere. E perché non si compiacque di consultare esso medesimo l’archivio, che lo aveva in pronto, e così faceva una registrazione esatta di questo legato? I nostri antenati imbroglioni e incuranti, e, come suol dirsi, alla Carlona!(1) [Nota a pié pagina] (1).Il num. di Messe del Legato è di 30 all’anno ad libitum.

    2. Nell’ottava della festa di S.ta Maria Maddalena – non saprei affermare in modo determinato l’origine di questa istituzione, che neppure porta il titolo di legato. tale origine deve stare certamente nel monastero di S.ta Maria Maddalena che restò unito a quello di Sª Croce. Del resto, quest’onere dell’orfanotrofio di S.Bartolomeo, come tutti gli altri legati da esso ereditati dal monastero di S.Croce, sembrava che dovesse andare a carico di quello. Non dimeno il decreto di Visista di Monsignor Canali, il 20 Maggio 1816, lo addossò al Priorato, [e credo che: canc.] e così fesesi per la ragione che, siccome nella divisione del legato di S. Croce la parte maggiore fu assegnata ad Esso; così si volle in <99> qualche modo minorare lo squilibrio.
      Il numero di Messe di questa istituzione è di dieci ad anno da celebrarsi in S. Croce nella Ottava della Santa. Tal onere fu perciò imposto al Priorato a titolo di un annuo Canone.

    2ª – LEGATI DELLE CAPPELLENIE

    Questi si suddividono in due categorie – Delle Distinte Beneficiarie e della Massa Comune –

    Le Distinte Beneficiarie hanno quattro legati del numero complessivo di Messe 83, i quali stanno a carico comune dei quattro Cappellani, ciascuno per la quarta parte del detto numero. Questi furono istituiti da Crispoldo Cini a rogito di Francesco Renzi dell’11 Marzo 1644; rogito che si rinviene in questo archivio, ma di cui è stata impossibile la lettura non solo a me di cattiva, però anche ad altri di ottima forza visiva. Tanta ne è l’alterazione subita dal carattere e soprattutto il disfacimento della carta, bucherellata. I legati furono stabiliti dal Cini da soddisfarsi nella chiesa di S. Antonio da Padova, che in quel tempo era in possesso della piccola famiglia religiosa dei Francescani del Terz’Ordine. Soppressa questa nel 1636 e devoluti i suoi beni alla Congregazione Filippina allora nascente, e dipoi soppressa egualmente anche questa; gli stessi beni furono attribuiti alla Parrocchia di S. Fabiano per la istituzione di quattro Cappellani. Così i quattro legati si compenetrarono colla erezione istessa delle Cappellenie. Di tali legati, ecco la specifica. <99v>

    Il 1º di Messe Cinquantadue da celebrarsi in ogni sabato dell’anno

    Il 2º di Messe Venticinque ad libitum.

    Il 3º di Messe Tre nel giorno di S.Antonio

    Il 4º di Messe Tre nell’altro di S.Carlo Borromeo.

    I Legati della Massa Comune, d’istituzione posteriore ai sopraddeti, sono due

    LEGATO NATILI – Antonio-Emiliano Natili nel suo testamento, che per mancanza di dati necessari è rimasto per me irreperibile, tra i suoi legati, uno ne fece a favore dei Cappellani dei S.ti Fabiano e Filippo, col quale lasciava ai medesimi la somma di scudi romani Trecento pari a £ 1596, da collocarsi a credito fruttiferi, ossia in Censi, come poteva farsi unicamente in quei tempi. Di questo legato ho potuto trovare soltanto l’atto di accettazione fattone dai Cappellani per rogito di Giuseppe Mattioli notajo e cancelliere del Vicario Foraneo in data 6 Ottobre 1766

    LEGATO DI CRISPOLDA FANTI – Costei, sorella di don Filippo Fanti, fece un legato, col suo testamento per gli atti del notaro Mascitelli, col quale impose ai Cappellani la celebrazione annua di Messe sedici, per sé e suoi antenati. Di questo testamento si è potuto unicamente trovare la dichiarazione dello stesso Mascitelli di averlo ricevuto in consegna, e nulla più; ma il testamento istesso è stato irreperibile; e tal dichiarazione di consegna, se ben ricordo, mi sembra dell’ottobre 1788, la quale data starebbe in opposizione alla Tabella, la quale attribuisce <100> il testamento all’ottobre 1789.

    Per l’imposizione di quest’obbligo, accettato dai Cappellani nel Giugno 1791, quale capitale legò la Crispolda?…. Che sappia io, nessuno; o almeno nulla apparisce. Opino peraltro che la cosa sia andata come ora sono per dire.

    Don Filippo nel suo testamento, lasciando usufruttuaria la sorella, le aveva peraltro dato la facoltà di alienare, in caso di bisogno, la terza parte della proprietà. Probabilmente ella non si prevalse di tal dritto, e trasmise agli eredi Cappellani tutto l’intero asse. Questa sua benefica astensione le dovette in animo d’imporre tal’onere ai Cappellani, i quali non dovettero mostrare reluttanza per un sentimento di equità e riconoscenza al doppio beneficio, e quello della Crispolda che aveva dato ciò che avrebbe potuto far suo, e quello di don Filippo che aveva donato un capitale non piccolo, quanto ne aveva, senza esigere qualche contracambio, anzi escludendolo espressamente. Qui di dirà – ma Crispolda soltanto dal bisogno sarebbe potuta essere facoltizzata – Si: ma quanto sarebbe stato difficile per lei il crearsi un bisogno, quando l’avesse voluto?

    ____________________________________

    Tutti i Legati seguenti debbono soddisfarsi nella Chiesa di S.ta Croce; ma non stanno a carico, come gli esposti disopra, del Priore e dei Cappellani, bensì di altri diversi, come appresso.

    <100v>

    70°

    LEGATI INCOMBENTI
    ALLA CONGREGAZIONE DI CARITA’ DI TREVI

    _____________________

    IL PRELEGATO COSTA

    Don Antonio Costa, con atto di Francesco Celli del 24 Gennajo 1650 faceva un Prelegato, che credo fosse così chiamato, perché fatto innanzi al testamento, il quale seguì il 22 Dicembre istesso anno e notaro. Con questo il pio Benefattore lasciava alla sua Congregazione Filippina un capitale di scudi 1500 pari a £ 1596, tutto costituito in un gran numero di Censi. E questo imponeva alla medesima la Messa quotidiana e un Dotalizio.

    La Messa quotidiana – Il Costa, nella sua casa già da lui convertita nella chiesa di S. Filippo, e nella quale la Congregazione aveva trasferito la sede, col Prelegato istituiva, coll’assegno annuo di scudi Venti a ciascuno degl’investiti, due Cappellenie, coll’obbligo della celebrazione della Messa quotidiana, a suo suffragio, a settimane alternate; e della medesima conferiva il patronato attivo, solidariamente, ai Priore della Comunità di Trevi e alla Compagnia del SS.mo Sagramento. Di più stabiliva che, in compenso del servizio prestato dalla Chiesa per la detta celebrazione, si dovesse alla medesima il compenso annuo di scudi Venti, e all’amministratore del Prelegato la retribuzione di scudi cinque ad anno. <101> Ad istanza del Priore e dei Cappellani, con rescritto della R.nda Fabbrica di S.Pietro del 28 Luglio 1816 il numero delle Messe venne ridotto a duecento per un triennio [duecento ogni anno per un periodo di tre anni]. Con altro rescritto della Congregazione del Concilio, 18 Marzo 120, ad istanza dei sopraddetti, si concedeva che la riduzione fosse stabilita da valere in perpetuo, delegando a tale effetto l’Ordianrio Diocesano Mons. Canali, il quale con atto 12 Aprile 1820 determinava il numero delle Messe a Duecento Otto ad anno, cioè quattro alla settimana, da celebrarsi nei giorni ad libitum, purché la Messa non si ammettesse mai nei giorni festivi, sia precettivi sia soppressi.

    Il Dotalizio – L’esito annuale della spesa per le lemosine della Messa quotidiana ammontava a scudi 65. Restava perciò un sopravanzo sul reddito degl’interessi derivante dai Censi. Il Costa ordinava che quest’annuo sopravanzo dallo amministratore si dovesse accumulare finché giunto alla somma di scudi cinquanta venisse erogato in una dote ad una giovane dei tre villaggi – Ponze, Manciano, Coste – Scelta dalla Congregazione fra le postulanti.

    Soppressa la Congregazione, il Prelegato passò interamente ai Cappellani de Ss. Fabiano e Filippo, e ultimamente fu a questi totalmente strappato dalla prepotenza del Presidente della Congregazione di Carità, Luigi Bartolini, di cui, nel momento che scrivo queste parole, mi vien data la notizia della morte [23 luglio 1902], da un’ora fa, dopo brevissima e violenta malattia.

    <101v>

    I LEGATI DELL’ORFANOTROFIO DI S. BARTOLOMEO

    Il monastero di S.Croce aveva otto legati di messe da soddisfare annualmente a pro dei benefattori, i quali coi lasciti fatti a favore d’esso avevano cresciuto i suoi possedimenti. Operata dal governo francese la soppressione del monastero, che venne eseguita il 10 Giugno 1810 e non più riprestinato, come gli altri due, nella restaurazione del Pontificio, perché la maggior parte dei suoi beni venduta dal demanio francese; questi della Congregazione della Riforma, col rescritto del 13 Gennajo 1816 vennero conceduti all’orfanotrofio di S. Bartolomeo, e con essi furono addossati al medesimo gli annessi legati, come per rogito del notaro trevano Girolamo Mosconi del 31 Luglio 1816. In appresso, ceduta la chiesa di Santacroce a parrocchiale col decreto di Visita di Mons. Canali del 18 Magio 1820, la celebrazione delle Messe fu imposta alla sagrestia di S.Croce, e per essa ai suoi amministratori il Priore e i Cappellani, restando però sempre a carico dell’Orfanotrofio il pagamento delle relative lemosine in ragione di bajocchi 17 e ½ di ciascuna; con questo però che bajocchi 15 restassero al Celebrante, e bajocchi 2 e ½ andassero alla sagrestia in compenso del consumo di cera ed altro.

    Questi legati nella loro origine avevano un numero di messe maggiore del presente. In appresso, colla diminuzione del capitale che ne formava il substrato, subirono una proporzionata riduzione. qui però non istarò ad occuparmi di tal passaggio, poiché si tratta di cosa che non <102> riguarda direttamente la paarrocchia, ma sibene lo orfanotrofio. E quindi li espongo tali quali li abbiamo trovati.

    LEGATO 1° – Istituito dal Card: Ermi[ni]o Valenti. Questo Eminentissimo, da Clemente VIII elevato alla Porpora, da Paolo V creato Vescovo di Faenza, illustrato dagli elogi di più scrittori, tumolato alle Lagrime con uno splendito monumento erettogli dai nepoti per madre ed eredi, i Benenati (ossia Bennati) di Montefalco; fu benemerito del monastero di Santacroce con un lascito che dovette essere ben rilevante, avendogli annesso un legato di Messe 156 ad anno. E questa benemerenza resta ancora confermata dallo stemma in pietra, ancora esistente, che dalle monache fu sovrapposto a di Lui onore e riconoscenza alla porta del quartierino dell’Abbadessato.

    LEGATO 2° – Di Domenico Canuti, onerato di Messe diciassette ad anno, ad libitum.

    LEGATO 3° – Di Giovannoni, per Messe quattro ad anno, ad libitum

    LEGATO 4° – di Appolloni – Messe trenta ad anno in giorno di sabato. Di più una Messa cantata nel giorno di S.ta Appollonia.

    LEGATO 5° – di Poli – Messe ventiquattro da celebrarsi due ogni mese in giorni ad libitum.

    <102v>

    LEGATO 6° – di Teresa Simonetti – Messe cinquantadue per istituzione, in tutti i Sabati dell’anno, e poi trasportate alle domeniche. Di più un’altra Messa nella festa dell’Annunziazione della B.ta Vergine.

    LEGATO 7° – di don Antonio Bravi – Messe tre da celebrarsi il giorno 1mo di Settembre, anniversario della morte della sua sorella Suor Maria celeste, già monaca di Santacroce.

    8° – questo non sembra un legato, ma una pia istituzione o consuetudine del monastero di S. Croce per la festa del titolare della sua Chiesa, il 3 Maggio, Invenzione di S.ta Croce – Messe undici, delle quali una cantata.

    Il monastero aveva ancora un’altra istituzione di Messe per la festa di S.ta Maria Maddalena. Però la soddisfazione di queste, nella divisione dell’ex monastero per equilibrare le parti, fu addossato alla parrocchia, come già si è detto al Nº 68

    In ordine a questi legati giova tener presente le due obbligazioni speciali.

    1º la Messa cantata nel giorno di S.ta Appollonia e dell’Invenzione della Croce.

    2º le messe festive del legato Simonetti – Di queste, 52, per istituzione stabile al sabato, con rescritto della Congregazione del Concilio, 10 Settembre 1800 per comodo delle monache furono trasferite alla Domenica. Di poi col decreto di visita di mons: Canali furono mantenute per questo istesso <103> giorno, per comodo del popolo della Parrocchia, e da dirsi non prima di un’ora o al più due innanzi al mezzogiorno, sotto la comminazione della puntatura di bajocchi dieci, pari a centesimi 53, a favore della Sagrestia.
    Oltre i sopradescritti legati sonovi altri a carico di due particolari famiglie, coi quali è stato acconciamento provveduto a tre delle Feste principali della Chiesa di S. Croce, come appresso

    71°

    LEGATI VALENTINI

    Legato I. – Benedetta Manzueti conjugata in casa Valentini, non pochi anni innanzi alla morte e sotto il cessato governo, ordinava il suo testamento, fra le di cui disposizioni istituiva un Legato di Messe dieci ad anno da celebrarsi a proprio suffragio in S. Croce nella festa di S.Fabiano, 20 Gennaro – Morta il 20 Gennaro del 1868 don Valentino Calentini nel 1871 dié principio all’adempimento del legato, e così dipoi fino a tutto il 1902 – Il pio legato peraltro per il codice civile 1865 del nuovo governo, che invalida le disposizioni a scopo religioso, fu considerato illegale e gli eredi legittimi della famiglia paterna di lei, morta senza prole, si attribuirono la porzione ereditaria, corrispondente al capitale prodottivo della rendita da impiegarsi nella soddisfazione del legato – Fatte queste considerazioni dopo il 1902, i Sigg.ri Valentini, benché in bona coscienza credettero di non esser punto tenuti, pure stabilirono di mantenere in parte il legato, risolvendo di dare per questo lire dieci ogni anno per la celebrazione di detto giorno di S. Fabiano di quel numero di Messe che venissero contenute nella menzionata somma. <103v>

    Legato II. Di Messe quindici da celebrarsi in perpetuo nella festa di S.Filippo Neri, 26 Maggio, istituito da don Isidoro Valentini già Cappellano di questa Chiesa, per gli atti del notaro trevano Pasquale Martelli del 7 Marzo 1836.

    LEGATI TABARRINI – VALENTINI

    Legato di Messe quindici per la festa del Sacro Cuore di Gesù nel giovedì dopo la quinquagesima, istituito da Caterina Tabarrini erede mediata di Angelo Natili col suo testamento in modo fiduciario, e di poi dal di Lei Erede, Isidoro Valentini, messo in esecuzione. Di questo legato vi sarà da dire, ma ora non si può, perché la fiducia non è stata fin quì formalmente spiegata. La onde di ciò rilascio il compito al mio successore.
    In ultimo si annota che il legato, già da non prossima data fondato da un Natili nella Chiesa di S. Stefano, che era di proprietà della famiglia, per tutte le feste mobili dell’anno, e che ora incombe al nominato Erede, Isidoro; questo pure verrà ai Cappellani di S. Croce. Anche di questo al mio successore il compito, a cui rilascio il seguente spazio proporzionato. <104> <104v>

    Fatta questa non breve esposizione credo cosa acconcia il raccoglierli in un gruppo, presentandoli tutti e ciascuno sotto in un colpo d’occhio in un prospetto. a questo però debbo premettere un’avvertenza.

    Fondato sulla ragione dell’aumento attuale della elemosina sinodale, dai 19, ai 25 soldi, come già si ebbe detto nel numero 70 di questo capo, il 27 Maggio 1889 si ebbe un Rescritto della Curia Vescovile per una riduzione del numero delle Messe sui legati incombenti alla Congregazione di Carità – il prelegato Costa e i legati dell’Orfanotrofio di S. Bartolomeo – Tale riduzione però è meramente ecclesiastica e di coscienza, a favore dei celebranti, senza veruna intervenzione della stessa Congregazione, anzi essa insciente, e della quale deve prudentemente tenersi ignara, perché non ne prenda appiglio, benché ingiusto, di ridurre la lemosina sull’antica base dei quindici soldi. Lo che facilmente sarebbe, perché di mal cuore mantiene l’osservanza dei legati. In seguito di ciò divido il prospetto in due finghe, delle quali, nella 1ª annoto per ciascun legato il numero delle Messe, quale si aveva prima della riduzione del 1889, e come tuttora vale per la Congregazione; nell’altra, il numero ridotto. E così la 1ª servirà per la Nota di celebrazione eseguita da presentarsi alla Congregazione in fine di ogni anno per esigere l’importo consueto dalle lemosine; la 2ª serve ai Cappellani per la applicazione che in realtà annualmente debbono fare. <105>

    PROSPETTO DEI LEGATI INCOMBENTI ALLA CONG.e DI CARITA’

    Titolo dei Legati

    Numero primiero
    delle Messe

    Numero ridotto

    Prelegato Costa

    208

    148

    Legati dell’Orfanotrofio

    Valenti

    52

    34

    Appolloni

    31

    21

    Poli

    24

    17

    Simonetti

    53

    35

    Canuti

    13

    Giovannoni

    4

    2

    Bravi

    3

    Invenzione della Sª Croce

    11

    8

    Numeri totali

    185

    132

    Altrettanto poi per gli altri legati della Massa Comune e del Priorato, sopra dei quali ora è stata ottenuta una simile riduzione per la stessa ragione dell’avvenuto aumento d’elemosina. Ma di questi fo la distinzione del numero unicamente per una memoria, poiché di essi si deve render conto alla sola Autorità ecclesiastica, dalla quale è emanata la riduzione, con rescritto del 30 7bre 1902 pel legato di Anna q.m Paolo ad onere del Priorato; e dello stesso 30 7bre 1902 pel legato Natili.

    <105v>Per gli altri due legati non è stata richiesta riduzione. L’uno di Sª Maria Maddalena era già a carico del monastero di Santacroce, e si riferisce probabilmente alla fusione dei due monasteri. L’altro, di Fanti, ha rapporto al lascito niente tenue di questo generoso benefattore e già Cappellano esso stesso.
    Non ommetto poi di avvertire che tutte le anzidette riduzioni sono date a valere in perpetuo.
    Ecco dunque questo secondo

    PROSPETTO DEI LEGATI DEL PRIORATO

    Anna q.

    m

    Paolo da Parrano

    30

    10

    S.ta Maria Maddalena

    E DEI LEGATI DELLA MASSA COMUNE

    Natili

    Fanti

    16

    A completare la incominciata rassegna dei legati, per gli altri rimanenti, aggiungo qui benché sopra di questi non sia stata chiesta veruna riduzione, un terzo

    <106>

    Prospetto dei legati delle Distinte delle Cappelle

    Cini -Legato 1°

    nei sabati dell’anno

    ” -Legato 2°

    25

    ad libitum

    ” -Legato 3°

    nel dì di S. Antonio da Padova

    ” -Legato 4°

    nel dì di S. Carlo Borromeo

    83

    Tutti e quattro da soddisfarsi nella chiesa di S. Antonio, a differenza di quelli della Congregazione e dell’altro di Sª Maria Maddalena spettante al Priorato, destinati per la Chiesa di Santacroce.

    In fine, ecco a un altro colpo d’occhio il complessivo

    Pei Cappellani

    di Costa Nº 148

    e dell’Orfanotrofio 132

    = 280

    della Massa Comune 26

    e della distinta 83

    = 109

    Nell’insieme

    389

    Pel Priorato

    20

    In totalità

    409

    Tale è il numero di tutte le Messe nella verità [?] ecclesiastica; ma nei legati ad onere della Congregazione <106v>

    – per Costa, n° 204, per l’Orfanotrofio, 195 – dal 280 assorge al 403, pel discarico da presentarsi in fine d’anno alla stessa Congregazione.

    L’applicazione delle Messe di ogni singolo dei legati da soddisfarsi dai Cappellani si distribuisce a porzioni uguali tra di loro, come altresì la relativa elemosina dovuta dalla Congregazione.

    Nel caso poi che alcuno dei Cappellani si trovasse in assenza permanente dal luogo, e che perciò non funzionasse nella Chiesa; esso, come perde ogni diritto alla distribuzione annua della Massa Comune, così resta anche esonerato dall’applicazione pei due legati della stessa Massa – Natili e Fanti – Gli resta però sempre l’obbligo della sua quota di applicazione sui quattro legati Cini, che sono annessi alla distinta della Cappella, dalla quale, per l’assenza, non perde l’investitura e il reddito.

    E qui per maggior comodità credo bene aggiungere l’annotazione dell’importo delle elemosine da versarsi annualmente alla Congregazione di C.tà

    Pel Prelegato Costa

    £

    186,20

    Pei legati dell’Orfanotrofio

    179,68

    In tutto

    365,88

    Delle elemosine dell’Orfanotrofio e da dedursi il rilascio a favore della sagrestia

    23,93

    Resta in netto della medesima per i Cappellani per

    341,85

    Il quale dividesi tra i Cappellani celebranti ad eguali porzioni

    <107>
    <108>

    [Grafia Bonaca]

    Nel 1941 la R.ma Curia di Spoleto affrancò dall’Ente Comunale di Assistenza, già Congregazione di Carità, gli oneri dei Pii Legati.
    Per la Parrocchia di S. Croce furono affrancati questi oneri: Orfanotrofio di S. Bartolomeo: Messe 133 nella Chiesa di S. Croce
    Capitale versato £ 3.593,60 Rendita annua £.177,88
    Onere di due libbre di cera per la Chiesa di Piaggia,
    S.Fabiano – Capitale versato £.26 Rendita annua £. 1,30
    Prelegato Costa: Messe da celebrarsi dai Cappellani di S.
    Croce nella Chiesa di S.Filippo Capitale versato £.3.724. Rendita annua £.186,20
    Onere di cera, servizio, ecc. in detta chiesa
    Capiatle versato £.2.660 Rendita annua £.133,00

    Totale £.498,38

    Il capitale è stato depositato nella Cassa Ecclesiastica, presso la quale bisogna ogni anno ritirare le £.498,38.

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    07X

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <95>

    CAPO 12° – OBBLIGHI DEL PRIORE E DEI CAPPELLANI

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    indice del manoscritto

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    66°

    La materia di questo capo, nei tempi passati, sempre è stata tramandata pe la via tradizionale, orale, però, nello stato attuale delle cose, in cui il provvedere al rinvestimento del Priorato e delle Cappellanie rimaste vacanti si mostra difficoltoso per l’imposizione di un deposito pecuniario ben grave a titolo di cauzione della buona tenuta dei fondi del beneficio; tal via tradizionale minaccia di restar rotta. Epperciò ritengo cosa interessante lo apporre il capo presente.

    OBBLIGHI DEL PRIORE

    In questa parrocchia il Priore, oltre gli obblighi comuni ad ogni parroco, inerenti al proprio ministero, ha gli speciali seguenti.

    1. Celebrare la festa del Titolare principale e originario della Parrocchia, S. Fabiano, il 20 Gennajo. Il Priore, in tal giorno, deve fare nella sagrestia la distribuzione del danaro a tutte e singole le famiglie della parrocchia in ragione di un soldo a ciascuno dei loro rispettivi componenti, meno che alle primarie, quali sono al presente le due Valenti, la Valentini e la Stocchi, alle quali, in luogo del danaro, invia a ciascuna una cacchiatina di sei panini bianchi. Inoltre deve al sagrestano £ 1,50, al chierico centesimi 50. Per consuetudine poi fa una refezione, ossia pranzo, ai Cappellani e agli inservienti della chiesa: <95v>sagrestano, chierico e campanari. A tutto il rimanente della festa, compreso il Triduo di precedenza, provvede la Sagrestia.

    2. Dare agli stessi inservienti una colazione al matttino della Commemorazione di tutti i Defonti: una minestra di fave e qualche altra cosa.

    3. Fornire l’olio in tutto l’anno pel mantenimento della lampada del S.mo Sagramento.

    4. Provvedere la cera occorrente per le Comunioni che si portano agl’infermi e le tre candele pel triangolo nella funzione del Sabato Santo di Pasqua; (Questa ultima, cosa che sa di una piccolezza sciocca, ma sic voluere priores)

    5. Soddisfare i due legati di Messe, propri ed esclusivi del Priorato – I quattro legati Cini, inerenti alle distinte delle Cappellenie, comuni agli altri Cappellani, per la quarta parte che riguarda il Priore; e gli altri due della Massa Comune, per la quaota che può spettare al Medesimo, secondo il numero dei Cappellani esistenti e funzionanti – Partecipare, in eguali porzioni, agli altri Cappellani alla celebrazione di Messe dei Legati a carico della locale Congregazione di Carità.

    67°

    OBBLIGHI DEI CAPPELLANI

    I Cappellani di questa Parrocchia, istituiti dal Breve di Clemente X ad ereditare la soppressa Congregazione Filippina, dovettero assumere tutti gli obblighi. Quest dal Cardinale Facchinetti, Vescovo di Spoleto, incaricato all’attenzione del Breve con pienezza di facoltà, vennero esplicati nel decreto esecutorio, già in questo libro riportato al capo Nº 23. Però la versibilità del tempo tutto modifica, tutto tramuta, e domani distrugge ciò che oggi ha edificato. Nello stato che si è formato col volgere di oltre due secoli, e quale al presente l’abbiamo trovato, dell’ingiunzioni contenute nel Decreto Facchinetti, poche ne rimangono in vigore. Epperciò è cosa opportuna esporre qui gli obblighi dei Cappellani, come ora si hanno

    1. Adempire, ciascuno, la quarta parte dei quattro legati Cini, di Messe annue, che sono inerenti alle distinte delle quattro Cappellenie, nonché la stessa quarta parte dei due Legati della Massa Comune, e anche maggiore della quarta, quando alcune delle Cappellenie fosse in istato vacante, o alcuno dei Cappellani non istase in esercizio per assenza permanente, a seconda della distribuzione del reddito annuo della stessa Massa, che in tal caso abbia a farsi tra i Cappellani presenti e funzionanti.
      Partecipare alla celebrazione delle Messe dei Legati della Congregazione di Carità, in <96v>eguali porzioni tra loro.

    2. Coadiuvare il Priore nell’esercizio del ministero parrocchiale.

    3. Coadiuvare il medesimo in tutte le feste proprie di questa Chiesa, e in tutte le funzioni che in essa si fanno nel corso dell’anno.

    4. Assumere l’economato spirituale della Parrocchia, in caso di vacanza del suo Rettore, lo che spetta, per diritto, al Cappellano Primo, cioè il seniore nell’investitura della Cappellenia.

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    07Y

  • Chiesa S.Costanzo

    La chiesa di S. Costanzo, appena fuori dalla mura di Trevi, fu per secoli luogo di grande devozione.
    É stato un punto di riferimento sul territorio, tanto da dare il nome al luogo. L’amena costa in cui essa sorge si chiama infatti “La Costarella” o “La Costarella di S. Costanzo” e per contro, la chiesa viene chiamata anche “San Costanzo della Costarella”.

    Secondo una antica tradizione fu intitolata a S. Costanzo che figurava tra gli antichi vescovi di Trevi.

    Secondo altri fu eretta sul luogo ove fu decapitato S. Costanzo, vescovo e patrono di Perugia, quando veniva condotto in catene dal magistrato a Spoleto.1.

    Durastante Natalucci la dice “antichissima di sua struttura, con volta e con un solo altare; la quale è fornita al di fuori con pietre quadre”. Fu Chiesa parrocchiale fino al 1573, quando con editto del vescovo Fulvio Orsini, venne ceduta al Capitolo di Sant’Emiliano, su istanza dei Canonici.

    A seguito delle intricate vicende delle demaniazioni, fu acquistata da privati.

    Trevi, Chiesa di S. Costanzo
    dopo la recente sistemazione N71224-(foto 19/7/06)

    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo dopo la recente sistemazione
    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo parzialmente liberata (1997)

    Trevi, Chiesa di S. Costanzo, Facciata (foto 1997) D44220

    Tutte le foto sono inedite © f.s.2006

    All’inizio del XX secolo, fu trasformata in cisterna, per raccogliere le acque meteoriche che provenivano dalle strade soprastanti e intorno al 1920 si vedevano ancora le pitture di santi “che si rispecchiavano nell’acqua.2

    Non più curata, si riempì ben presto con la ghiaia trascinata dalle acque.

    Nell’ultimo decennio del ‘900 fu venduta insieme alla vicina casa e al terreno circostante. Da allora è stata oggetto di vari passaggi di proprietà e ogni nuovo acquirente ha cercato di riportarla, per quanto possibile, alla funzionalità originaria.

    Trevi, antica chiesa di S. Costanzo - La porta tra la vegetazione (1982)

    Ritorna alla pagina CHIESE Notizie storiche L’origine e le fonti storiche

    067

    Note 1) Pellini, Pompeo, Dell’Historia di Perugia, Venezia, 1664, rist. Forni, Bologna, 1968, parte I, pag. 94, sub anno 98

    2) Testimonianza orale di Maddalena Benedetti Valentini, n. 1913.

  • Cronache di S. Croce

    Don Eugenio Venturini

    Parrocchia di Santa Croce in Trevi. Memorie

    <85>

    CAPO 11° – SERIE DEI PARROCI E CAPPELLANI
    della Parrocchia di S. Croce

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    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della carta (foglio). Eventuali parole divise tra due pagine sono state trascritte per intero nella pagina che precede.

    Il testo in colore, tra parentesi quadre [ ] è stato aggiunto all’atto della trascrizione

    63°

    La chiesa parrocchiale di S. Fabiano, fondata, a quanto si crede, dai Monaci di Santacroce in Fonte Avellana nelle Marche, dopo quella di S. Emiliano sorta col primitivo castello di Trevi, è senza dubbio la più antica del paese. In seguito di ciò è a ritenersi che la parrocchia, dapprima e forse per non breve tempo, fosse tenuta dagli stessi monaci, i quali poi ne avevano esercitato il ministero per mezzo di qualche loro Vicario parroco, come si hanno altri casi di simil fatta. stando così le cose, col volgere dei tempi, la Parrocchia, da monacale dovette convertirsi in secolare, cioè divincolata da quel monastero e dotata di una conveniente prebenda, investita ad un sacerdote secolare di nomina dell’Odinario diocesano. Probabilmente fino da quella mutazione la Parrocchia dovette avere il titolo di Priorato, poiché sembra che sia ben antico. Il Priore di S.Fabiano da tempo remoto interveniva alle processioni di S. Emiliano, procedendo in questo onorevole posto anche dopo la creazione della Collegiata, avvenuta nel 400, ossia il secolo XV. Del resto, né della chiesa né della parrocchia si ha veruna memoria fino 167x, anno nel quale si fece la prima traslazione della sede. <85v> Epperciò, volendosi in questo capo descrivere la serie dei parroci, essa deve esorgirsi [= avere origine?] non prima del detto anno. Altrettanto poi deve dirsi della serie dei cappellani, i quali nello stesso anno ebbero principio. Siccome i nostri antenati erano tanto pigri per la penna, e ne avevano ben donde, perché la tenevano in mano tanto male; così prevengo che dei Parroci precedenti al Lupacchini nulla posso dire, ad eccezione dei loro nomi, i soli da me trovati. Questa serie da me iniziata, sarebbe bene che dai Parroci successori, alla lor volta, venisse continuata; e credo pur bene che ciascun nome per non farlo restare come una parola quasi insignificante, venisse corredato con un cenno biografico della persona. Del resto, divido la serie in due parti: nell’una, quella dei Parroci; nell’altra, quella dei Cappellani. <86>

    64°

    Serie dei Parroci

    1. PAOLELLI CRISPOLDO. Per questo mi rimetto al Nº 2 di questo libro
      [nota a pié di pagina, di altra grafia]: De-Amicis Filippo fu il successore immediato del Paolelli.
    2. ANTONINI GIROLAMO. Nulla se ne sa.
    3. BENEDETTI ANTONIO. Prese possesso del priorato il 4 dicembre 1736; morì il 10 Febbrajo 1760.
    4. PETRUCCI ANGELO. Prese posseso il 19 Febbrajo 1760; morì il 25 7bre 1787.
      Legò alla Chiesa il migliore dei due calici di argento.
    5. ANGELUCCI GIACINTO. Prese possesso del priorato l’8 Dicembre del 1787, morì il 17 Giugno 1797.
    6. LUPACCHINI NICOLA. Anche di questo mi rimetto al Nº46
    7. SCARINGI PAOLO. Di questo posso dire qualche cosa, perché l’ho conosciuto. Ouriundo di Cannajola, nato in Bazzano il 30 Giugno 1809, eletto arciprete” della Collegiata di Collestatte il 30 Giugno 1833, successe a Lupacchini il 28 Dicembre 1844. Esatto nell’adempimento dei doveri parrocchiali, però amante delle brighe forensi, quando non aveva le proprie, si accollava le cause degli altri. Affetto di nipotismo, attendeva, forse anche troppo, agli interessi. Il beneficio parrocchiale, non lo giovò, se non anzi ebbe a discapitarlo. Per alcuni anni soggetto al morbo epilettico, per questo recatosi al porto di S.Benedetto, nelle Marche, quivi <86v> mentre era nel bagno, sopraffatto da un assalto di esso, restò affocato il 31 Luglio 1862.
    8. PESCIAIOLI GERVASIO, nato nel Terzo della Pieve il 18 Giugno 1828, dapprima parroco del Castel della Fratta, dipoi, il 10 Gennajo 1833, priore della Collegiata di Bevagna, in ultimo, il 2 Gennajo 1864, prese possesso di questo Priorato di Santacroce. Corrotto da una pustola cancrenosa al mento, dopo circa tre anni di dolorosa e deformante malattia, morì il 16 Marzo 1879. E’ stato anche priore della Confraternita del Suffragio, Vicario Foraneo e confessore delle Monache di S.ta Chiara. Rispettabile ecclesiastico, fu anche buon parroco, però dandosi poco pensiero della buona tenuta della chiesa. Non ha potuto giovare il beneficio parrocchiale, attraversato dallo stato misero dei suoi interessi.
    9. VENTURINI EUGENIO figlio di Pietro da Matigge e di Carolina Orsini del Borgo di Trevi. Nato in Trevi il 14 Settembre 1834, alunno in questo Collegio, dipoi prefetto nel seminario di Frascati per anni due e mezzo e per tre studente in Roma nelle discipline legali, il 10 Agosto 1861 parroco Pievano di Castel-Ritaldi, il 7 Settembre 1880 prese possesso di questo Priorato. dopo quello di Dio, attende il giudizio del suo Successore.
      [Grafia differente:] Passò a miglior vita il 28 Novembre 1906 – di anni 72 – 2 mesi e 14 giorni – Requiescat in pace! <87> [Grafia Bonaca]
    10. D.Arcangelo Bonaccorsi, siciliano, il 30 Gennaio 1931 in forza di decreto arcivescovile fu rimosso dalla parrocchia per cattiva amministrazione. Partito da Trevi, andò prima a Lucera, poi a Napoli, [Aggiunta con grafia Rossi?] dove chiuse la sua vita il 24 Dicembre 1950. [Grafia Bonaca]
    11. D.Aurelio Bonaca, nato a Spoleto nel 1885, studiò nel Collegio Lucarini di Trevi, nel Seminario di Spoleto e poi presso l4apollinare di Roma, dove ottenne la Licenza in S. Teologia; fu ordinato Sacerdote in Roma il 5 luglio 1908, nel qual giorno perdette la mamma, che adorava. Ottenuta la dfispensa del concorso canonico con decreto N.3816/35 del 20 agosto 1935 della S. Congregazione del Concilio, S.E.Rev.ma Mons.Pietro Tagliapietra lo nominò Priore di S.Croce.- Tenne cattedra di Scienze Naturali presso l’Istituto Tecnico di Spello, presso il Ven. seminario di Perugia, presso il Liceo Comunali di Foligno e per molti anni presso il regio Istituto Magistrale di Spoleto. É autore di alcune pubblicazioni.[Aggiunta con grafia Giacometti?] Colpito da arteriosclerosi divenne quasi inabile all’Ufficio di parroco. Tuttavia rimase Priore Parroco di S. Croce fino alla morte avvenuta il 15 Febbraio 1947. [Grafia Rossi]
    12. Don Bernardo Giacometti nato a Coste di Trevi nel 1916. parroco di questa parrocchia dal 1948 al 1954. Nel 1954 fu trasferito nella Parrocchia di Bovara di Trevi.
    13. Don Giovanni Rossi nato a Cherso (Istria) il 25/9/1919. Con decreto arcivescovile del 1/9/1954 nominato Priore Parroco di questa Parrocchia di S. Croce. Prese possesso il 19/9/1954.

    <90>

    65°

    Serie dei Cappellani

    1. Bovarini Venturino
    2. Mandarini Giovan-Francesco
    3. Brunetti Antonio
    4. Capri Antonio-Francesco morto il 6 Aprile 1691
      N.B. I quattro sopraddetti furono i Cappellani di prima istituzione
    5. Mandarini Carlo morto il 14 Gennaio 1703
    6. Amici Filippo prese possesso il 3 Giugno 1697[?]
    7. Approvati Vincenzo
    8. Tulli Lodovico
    9. Rocchi Francesco
    10. Corradi Francesco
    11. Palmieri Francesco
    12. Ferri Micchele
    13. Approvati Francesco prese possesso il 16 Agosto 1728
    14. Adriani Pietro
      <90v>
    15. Talianini Andrea prese possesso il 13 gennajo 1734
    16. Fanti Filippo prese possesso il 26 7bre 1740
    17. Mosconi Nicola prese possesso il 1° Luglio 1742 – morì il 14 Marzo 1797
    18. Parissi dottore Emiliano prese possesso il 14 Marzo 1748
    19. Ridei Giuseppe prese possesso il 22 Febbrajo 1762
    20. Rocchi Bernardino prese possesso il 12 Gennajo 1777 – morì il 7 Aprile 1797
    21. Valentini Isidoro prese possesso il 23 Maggio 1797 – morì il 31 Marzo 1840
    22. Battistini Michele prese possesso il 20 Agosto 1797 – morì il 6 Gennajo 1840
    23. Cecchini canonico Arcangelo prese possesso il 26 Maggio 1840
    24. Lupacchini canonico Giuseppe, fratello del Priore, morì l’8b Aprile 1847
    25. Andreucci canonico Giuseppe – Nepote del Priore
    26. Landi Cesare prese possesso il 26 Aprile1847 – morì il 9 Luglio 1861
    27. Muzi Alessandro prese possesso il 1° 7bre 1861. confessore delle monache di S.a Lucia, da lui molto beneficate, e di poi fino dal Genn. 1885 di quelle di S.ª Chiara di Montefalco; da quell’ultimo tempo, assente, non ha più prestato servizio a questa chiesa. Epperciò non ha più partecipato alla distribuzione della Massa Comune, come neppure agli oneri di Messe alla stessa inerenti.
      <91>
    28. Valentini Benedetti Valentino nacque nel Febbrajo 1834. Lasciato l’economato parrocchiale di Bovara, prese possesso della Cappella il 2 Gennajo 1864, tenendola sino alla morte, la quale, dopo lunga malattia prodotta da vecchia diabete, gli avvenne il 19 Agosto 1900. Ottimo e pio sacerdote, per venti anni tenne il confessionario delle monache di S. Chiara. Disciplinato, alla scuola dell’ingegnere Sabatino Stocchi, all’arte architettonica, disegnò e diresse diverse fabbricazioni e lavori, specialmente di chiese, tra le quali l’edificazione di questo nuovo campanile.
    29. Valentini Benedetti Filippo, fratello del sopraddetto, è nato parimenti in questa parrocchia nel 1836, dopo venticinque anni di vita parrocchiale nel Castel S. Giovanni, prese possesso della Cappella sul termine del 1882; e fu confessore per molti anni del monastero di S.a Lucia. Consunto da pustola cancerosa, dolorosissima, piamente, qual visse, morì il 24 Dicembre 1898 [Grafia diversa]
    30. Rutili Don Didimo, nato a Castel S. Giovanni il 14 Maggio 1861 – Prese possesso della Cappellania il 1° Gennajo 1903 in successione a D. Valentino Benedetti Valentini e con una cauzione di £.900 da pagarsi in rate annuali di £.50 depositate in un libretto di risparmio postale vincolato e fruttifero al saggio del 3½%. <91v>
      [Grafia Bonaca]
    31. D. Aurelio Bonaca, nato a Spoleto il 19 marzo 1895, prese possesso della Cappellania Seconda il … e la tenne fino al 1935 nel qual anno fu nominato Priore di S. Croce. S.E. Mons. Arcivescovo lasciò però ancora a lui il godimento della Cappellania onde facilitargli il pagamento della Pensione a D. Arcangelo Bonaccorsi.

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    07X