Autore: Franco Spellani

  • Le memorie francescane

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    di Don Aurelio Bonaca (Opera a stampa esaurita, non più in commercio)

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    É l’opera più completa e ricca di riferimenti di questo benemerito concittadino, che ha dato alle stampe numerosi opuscoli.
    Se ne riporta l’indice che rimanda a pagine separate per ciascun argomento.
    Proemiopag. 3
    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO
    § I. – La predica sulla piazza di Trevi.pag. 5
    § 2. – Il lebbrosario di SS. Tommaso e Lazzaro” 8
    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara” 17
    § 4. – Frate Leone libera un carcerato” 25
    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI
    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francescopag. 26
    § 2. – Monastero di S. Chiara” 32
    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo” 33
    § 4. – Convento di S. Martino —— Il Monte di Pietà” 38 ” 41
    § 5. – Il Convento di S. Antonio o dei Cappuccini.” 53
    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.” 55
    § 7. – Due cimeli francescani.” 56
    § 8. – Un martire Trevano tra i Figli di S. Francesco” 59

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  • Le memorie francescane – Beato Fantosati

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 8. – Un martire Trevano tra i Figli di S. Francesco

    È Mons. Antonino Fantosati, il glorioso Vescovo che, nel 1900, fu assassinato in Cina, a Hen-chiou-fu, in odio alla fede che egli professava ed insegnava.

    Era nato a Trevi, in località S. Pietro a Pettine, nella parrocchia della Perinsigne Collegiata di S. Emiliano.1. La povertà della sua famigli fu quale si conveniva ad un futuro figlio di S. Francesco. La fame, che allora dovette soffrire, rendeva il giovanetto pallido e consunto, ma nel debole corpicino albergava già una volontà ferrea, uno spirito che si sarebbe poi dimostrato fortissimo.

    Fece i primi studi nel Convento di S. Martino in Trevi, entrò poi nell’Ordine Francescano, tra i Frati Minori, e il 13 giugno 1865 fu Sacerdote. Contava allora 23 anni e manifestava già un cuore buono, pieno di carità evangelica; a venticinque anni partì per le missioni in Cina, il grande campo del suo apostolato.

    Rapidamente passò i vari gradi della gerarchia della Missione: Vicario Generale, Procuratore, Pro Vicario Apostolico, ed infine Vescovo Titolare di Adraa e Vicario Apostolico del Hunan meridionale.

    Quel che fece Mons. Fantosati è quasi incredibile; fondò Chiese, Seminari, orfanotrofi, Istituti per i poveri. In ogni luogo, in cui se ne sentisse il bisogno, occorreva apportatore di pace, di conforto, d’amore.

    Nel 1900 scoppiò in Cina la rivoluzione dei boxers. Tutto il paese fu in fiamme, le passioni dilagarono in un baleno; gli assedi, i combattimenti, le uccisioni non si contano più. Nella provincia del Hunan si scatenò tutta l’ira satanica degli infedeli e le stragi le più raccapriccianti ebbero luogo. Ben presto giunse la Notizia anche della morte di Mons. Antonino Fantosati, dei suoi Sacerdoti e della devastazione della residenza episcopale, del Seminario e dell’orfanotrofio di Hen-chiou-fu. Quello che era costato tante ansie, tante preoccupazioni, tanto lavoro fu in un attimo distrutto e il Pastore, la guida, il maestro ucciso!

    Nel settembre del 1900 il Rev.mo P. Leonardo Carlini O.F.M. ricevette da Han-Kow una lettera che a lui indirizzava il P. Francesco Luzi, anch’egli dell’ordine Minoritico e Misssionario in Cina e nella quale era descritto il martirio del santo Vescovo. Devo alla cortesia del R.mo P.Carlini se posso pubblicare per intero questa lettera, che è rimasta fino ad ora inedita.2.

    “Tornato appena ad Han-Kow, — scriveva p. Luzi – appresi le notizie raccapriccianti relative al Vicariato di Mons. Fantosati, e cioè: Monsignore ucciso nel modo più barbaro insieme ad un’altro Padre; un secondo ferito gravemente; gli altri dispersi ed in pericolo; la missione intera distrutta.

    Vostra Paternità saprà certo della morte incontrata da Mons. Fantosati perché ne ha telegrafato costà il Procuratore, ma non può conoscere e neppure immaginare i particolare. Glieli faccio conoscere io in poche parole.

    Il povero Monsignore tornava dalla S. Visita alla sua residenza quando, un bel pezzo prima che giungesse, fu avvertito da alcuni cristiani di tornare indietro perché più di mille ribelli avevano invaso la residenza. Il buon uomo credette che fossero esagerazioni, ovvero rumori e niente altro. Proseguì il suo cammino, ma prima ancora di giungere alla sua casa, fu arrestato, spogliato, acciecato, cacciandogli ambedue gli occhi. Gli fu conficcato un palo per di dietro, che istintivamente si tolse da sé stesso; gli fu però nuovamente conficcato, e il pover’uomo non ebbe più la forza di toglierselo. Quindi gli furon tagliate le parti genitalied esposte insieme agli occhi nelle pubbliche vie della città, dov’era la residenza. Finalmente fu coperto di panni bagnati di petrolio e bruciato (non so se era ancora vivo). I cristiani poterono raccogliere le ceneri e seppellirle. Gli stessi cristiani dicono che detto Monsignore, quando fu legato ed acciecato, si rivolse ad un padre, suo compagno di visita, che ha sofferto lo stesso martirio, dicendogli: “Ricordiamoci dei dolori che ha sofferto nostro Signor Gesù Cristo”.3. Soffrì il crudele e barbaro martirio colla più grande rassegnazione. Beato lui, che si trova in Paradiso, come crediamo! Una relazione ancor più dettagliata in proposito è stata trasmessa al Generale da un Missionario dello stesso Vicariato di Fantosati, che è potuto fuggire.

    Non dubito che detto Generale parteciperà la relazione al nostro Provinciale e così anche V.P. potrà meglio conoscere il fatto”

    Così morì Mons. Antonino Fantosati. Aveva 58 anni, dei quali 33 trascorsi in Cina.

    Mons. Fantosati cadde come gli antichi Pontefici, che versarono il sangue per il loro gregge, cadde come i martiri, come i primi eroi del Cristianesimo. Egli è e rimarrà magnifica espressione di Fede e di italianità, perché amava molto la patria sua, verso la quale teneva continuamente rivolto il pensiero, e nel nome di Dio, d’Italia lavorava e soffriva.

    Nell’aula magna del palazzo comunale di Trevi sta la fotografia del nostro grande concittadino; l’attuale Amministrazione Comunale si prepara a rendere al Martire insigne, in quest’anno francescano, grandi onoranze; una delle principali vie della città sarà a lui dedicata e la casetta in cui nacque sarà restaurata.4. E ben fa l’Amministrazione Comunale perché Mons. Fantosati è veramente una grande gloria cittadina, ed è dovere di Trevi onorarne la memoria, additarlo ad esempio, e specialmente far voti perché a questo illustre suo figlio siano presto decretati gli onori degli Altari.

    Trevi, 19 ottobre 1926.

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    Note

    1)

    Tanto il

    R. P. Cipriano Silvestri O. F. M.

    nella

    Vita di Mons. Fantosati

    (Quaracchi, Tip. Collegio S. Bonaventura), quanto il

    P. Benvenuto Bazzocchini O. F. M.

    in

    Cronaca della Provincia Serafica di S. Chiara

    dicono che il Fantosati nacque nella Frazione di S. Maria in Valle; in tale errore incorsero perché più tardi la famiglia del Martire andò a stabilirsi colà.

    2)

    Il R.mo P. Leonardo Carlini fu per parecchio tempo compagno di Missione di Mons. Fantosati. Egli ha raccolto con amore e con cura molte memorie riguardanti il S. Vescovo. Mentre faccio voti che quelle memorie vedano presto la luce, prendo occasione per rendere pubbliche grazie al P. Carlini per avermi permesso di pubblicare l’interessantissimo scritto del P. Luzi. Il P. Luzi morì in Cina nel 1916 e fu Vicario Generale di Lao-ho-kew. Era nato in Leonessa, patria di S. Giuseppe cappuccino.

    3)

    Il compagno di Martirio di Mons. Fantosati fu il P. Giuseppe Gambaro da Galliate, presso Novara.

    4)

    Il restauro, nonostante le buone intenzioni a suo tempo espresse, non fu più effettuato.

    Vedi foto recenti

    [ndt]

  • Le memorie francescane – Cimeli

    Le memorie francescane di Trevi

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    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 7. – Due cimeli francescani.

    Non posso terminare la raccolta delle memorie francescane di Trevi senza parlare di due oggetti, che devono considerarsi cimeli francescani.

    Il primo oggetto appartiene alla Chiesa di S. Emiliano ed è una campana del 1341. Quella campana ha forma snella e stretta, come si usava in quell’epoca. Misura cm. 101 di altezza ed ha un diametro di cm. 85.

    L’importanza di questa campana sta nella rarità dei sacri bronzi di epoche antiche. Questa di Trevi, senza essere una rarità, è da annoverarsi certamente tra le molte antiche d’Italia. Fu fusa in orvieto nel 1341, nei tempi cioè in cui si costruiva il celebre Duomo, per commissione del Guardiano di S. Francesco, fra Dionisio da Nocera. Il fonditore si chiamo Mastro Giovanni da Orvieto.

    Intorno alla parte più alta della campana si legge una iscrizione in caratteri gotici, che deve leggersi così:

    In nomine Domini Amen. Anno Domini MCCCXXXXI tempore Domini Benedicti Papae XII Frater Dyonisius de Nucerio Guardianus fecit fieri. Mentem sanctam spontaneam in honorem Domini et patriae liberationem. Verbum caro factum est. Ave Maria gratia plena Dominus tecum. Ora pro nobis Beate Francisce. Hoc signum magister Johannis de Urbeveteri me fecit: Sancta Maria ora pro nobis“.

    La campana appartenne certamente alla Chiesa di S. Francesco. Come sia stata poi portata a S. Emiliano non ho potuto trovare certezza, come mi è stato impossibile precisare se sia stata pagata o no alla Chiesa di S. Francesco.

    Da vaghe memorie che rimangono in Trevi credo che la storia della campana possa ricostruirsi così: essa squillò dall’alto del campanile di S. Francesco fin dall’epoca napoleonica; quando Napoleone ordinò la requisizione delle campane, questa e quella più grande della Collegiata furono insieme nascoste sotto terra. Passata la bufera, le due campane furon tratte fuori, ma, non essendo tornati più i frati, quella di S. Francesco fu posta sul vecchio campanile di S. Emiliano e quando, perla ricostruzione della Collegiata, anche il campanile fu abbattuto, la campana, insieme alle sue consorelle, andò a far sentire a sua voce argentina su di una piccola costruzione provvisoria. Qui rimase fino al 16 marzo 1925, nel qual giorno fu calata a terra per esser posta nell’interno della Chiesa di S. Emiliano. Una nuova mole campanar8a era sorta, e un nuovo concerto di campane era stato ordinato dal R.mo Priore D. Francesco Peticcchi,. I vecchi bronzi, già discordanti tra loro, non avrebbero ben armonizzato sulla nuova grandiosa opera, e la campana più grande, fusa a Trevi dal trevano Antonio Petrolini ne 1775, fu venduta alla Chiesa della frazione delle Picciche, e l’altra, quella francescana, fu riguardata come un oggetto Da doversi gelosamente custodire. Dopo quasi seicento anni, dopo aver fatto sentire la sua voce armoniosa attraverso la nostra bella ballata, dopo aver chiamato tante volte i fedeli a preghiera, dopo aver visto passare generazioni su generazioni, dopo aver annunziate gioie e dolori, dopo aver visto gran parte della storia del popolo nostro, la vecchia campana francescana vien posta dignitosamente in disparte, quasi in meritato riposo, mentre per l’aria altri bronzi squillano osannanti a Dio.[Attualmente la campana si trova nel Campanile di S. Francesco].

    ***

    Nel 1470, certo non oltre il giugno, giungeva a Trevi un tedesco di nome Giovanni Rothmann di Reynard, nato ad Eningen nella Diocesi di Costanza. Questo tedesco si unì in società con ser Costantino Lucarini, notaio, per la fondazione di una tipografia in Trevi; il 5 luglio entrò a far parte della Società Pierdonato Guadagnoni, il quale assunse l’incarico della correzione delle bozze di stampa dei libri che si sarebbero pubblicati. La tipografia fu fondata e fu la quinta in Italia in ordine di tempo

    1

    .

    La tipografia trevana durò soltanto pochi mesi e l’11 settembre 1471 la società si sciolse e ser Evangelista Angelini da Trevi, ma dimorante a Foligno, comperò per 119 fiorini e 12 bolognini il materiale tipografico che era toccato al Guadagnoni.2

    Due libri soltanto furono editi a Trevi e cioè la Lectura Bartholi sulla prima parte dell’Infortiatum e una Storia del Perdono di Assisi.3

    Questa Storia è la più antica stampa francescana che si conosca; di essa ne esiste soltanto una copia conservata nella Biblioteca Alessandrina di Roma. Sono otto fogli di carta bellissima, tutta uguale e ben lavorata, molto consistente e portante per marca un’aquila nella filigrana; il formato e in foglio e la scrittura va dal retto della prima al principio del verso della settima pagina.

    L’opuscolo contiene una storia latina del Perdono di Assisi e fu scritta da “frater franciscus bartoli de assisio“. Questo Frate, secondo le notizie raccolte dall’illustre Mons. Faloci Pulignani4, nacque in Assisi; nel 1312 studiò a Perugia e nel 13156 all’Università di Colonia. Spiegò Sacra Scrittura in S. Maria degli Angioli nel 1325 e nel 1332 era Guardiano nel Convento di S. Damiano. La storia dell’indulgenza della Porziuncola stampata a Trevi è una parte di un lavoro più ampio che Fra Francesco scrisse su quell’argomento nel 1334 o 1335, e che è conservato nella biblioteca del Sacro Convento di Assisi, segnato col N. 13; esso costituisce un codice membranaceo di 86carte.
    Colui che curò la stampa di Trevi ebbe certo sott’occhio il codice di Assisi o altro simile, ne prese qua e là dei brani, disponendoli in ordine diverso, ne formò tredici capitoli e ne tirò fuori l’opuscolo stampato nel 1470.

    Il lavoro di Fra Francesco è da ritenersi senza dubbio importante, ma lasciando ad altri la cura di illustrarlo, a me basti chiudere queste brevi notizie con le parole dio Mons. Faloci Pulignani:
    Conchiudasi adunque che l’incunabulo di Trevi è una cosa sotto tutti gli aspetti pregevole. È pregevole, perché segna i primi passi di un giovane tipografo nell’arte allora novella della stampa; è pregevole, perché impresso nella piccola Trevi nell’anno 1470,, quando cioè in quasi tutta l’Italia l’arte tipografica era una cosa sconosciuta, e solo quattro città ne possedevano un’officina; è pregevole infine, perché contiene un interessante lavoro di storia francescana, il primo che, almeno in Italia, vedesse la luce per le stampe, e che però dagli studiosi delle antichità francescane deve considerarsi come un rarissimo e prezioso cimelio, degno di occupare il primo posto in qualunque ricca collezione di simili rarità“.

    Altre notizie e foto dell’incunabulo

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    Note

    1)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti.

    Le tipografie in Italia si seguirono in quest’ordine: Subiaco (1464), Roma (1467), Venezia e Milano (1469), Trevi (1470)… [Altri autori indicano quella di Trevi la

    quarta

    tipografia in Italia, poiché non si trova nessun’opera stampata a Milano nel 1469. Vedi l’opera molto documentata del

    Valenti

    ]

    2)

    Il

    Valenti,

    nel lavoro citato, aveva dubitato che Evangelista Angelini fosse l’Evangelista Mei del colophon della prima edizione della

    Divina Commedia

    stampata a Foligno nel 1472. Occupato in ricerche nell’Archivio segreto pontificio, il Valenti trovò un documento che identifica in una sola persona l’Evangelista Angelini e l’Evangelista Mei. A Trevi adunque il vanto di aver dato i natali al primo stampatore del Divino Poema. – (

    Tommaso Valenti,

    Un documento decisivo per il «Dante» di Foligno

    (1472) in «La Bibliofilia dell’Olschki di Firenze», Anno XXVII, Disp. 4 e 5.

    3)

    Le notizie che seguono le ho desunte dal lavoro del chiarissimo Mons.

    Michele Faloci Pulignani:

    Della storia del Perdono d’Assisi stampata in Trevi nel 1470,

    Foligno, Stab. Tip. Lit. Pietro Sgariglia, 1882.

    4)

    Mons.

    Michele Faloci Pulignani,

    Op. citata,

    pag. 12.

  • Le memorie francescane – S. Antonio

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.

    Anche i Frati del Terz’Ordine di S. Francesco (da non confondersi con i Terziari Francescani) furono a Trevi, ma per brevissimo tempo. Abitarono fuori della porta di S. Fabiano, presso la Chiesetta di S. Antonio e dei S.S. Cosma e Damiano. I due fratelli Cosma e Damiano Parriani avevano fato costruire questa Chiesa, che nel 1634 e 1642 dotarono di qualche fabbricato e di piccoli terreni.

    I Frati del Terz’Ordine dimoranti nel Convento della Stella Mattutina in Colle del Marchese, presso Castelritaldi, accettarono di mandare alcuni soggetti in Trevi con l’idea di iniziare un’infermieria ed un ospizio per i viandanti1.

    Il Comune dai Trevi aveva il privilegio di nominare il Quaresimalista d’ogni anno, scegliendolo di volta in volta, in un Convento diverso2. Nel 1648 il Comune ammise nel giro o turno delle prediche anche i Frati del Terzo Ordine, a condizione però che prendessero parte alle processioni e ne avessero il permesso dal loro Superiore3.

    Dato il numero esiguo dei Religiosi, l’abitazione non adatte per una famiglia religiosa, quel convento fu ben presto soppresso da Innocenzo X4 e nel 1653 i suoi beni passarono alla Congregazione di S. Filippo Neri con Decreto di Mons. Castrucci, Vescovo di Spoleto.

    Quando anche quella Congregazione lasciò Trevi, i beni furono devoluti ai Cappellani di S. Maria in Sion, oggi di S. Croce, i quali li ritengono ancora.

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    Note

    1)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 259.

    2)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti,

    Curiosità,

    ecc., pag. 37.

    3)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1648, f. 140.

    4)

    Id.,

    1651, f. 49.

  • Ricomposizione dell’Altare del Sacramento, in S. Emiliano

    Trevi – Chiesa di S. Emiliano – Altare del Sacramento

    Relazione del Canonico Francesco Mariani, Priore. ms, 20/11/1869 – Copia in archivio privato

    Memoria sulla Costruzione del grandioso Tabernacolo
    ossia Cappella del Sacramento nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano di Trevi,
    e delle vicende, che si verificarono in processo di tempo.

    L’altare

    La venerabile Compagnia del SS.mo Sacramento eretta nel 1503 nella Chiesa Collegiata di Trevi per opera del Padre Ambrogio da Mortara Canonico Lateranense preposto nel Convento della Madonna delle Lacrime sino dai suoi primordii rivolse le più calde premure a procurarsi in detta Chiesa un altare ove celebrare le Funzioni di proprio Istituto. Infatti con Rogito del Notaro Trevano Ser Andreangelo di Piermarino del 19. Agosto 1521 il Priore della Confraternita ed altri Deputati contrattarono con maero Rocco di Tommaso da Vicenza il Magnifico Tabernacolo che tuttora si ammira nella Chiesa predetta. Questo stupendo lavoro di pietra tenera denominata Caciolfa è ricchissimo di ornati di ottimo Stile. Lo intero monumento comprende tre Altari[1], cioè due laterali dedicati il destro alla Madonna, ed il sinistro a S. Giuseppe. Lo Altare di mezzo elevato

    >

    per tre scalini dalli due laterali e dedicato propriamente al SS.mo Sacramento aveva sopra la Mensa un Ciborio di pietra di elegante forma, come oggi si vede ripristinato.

    Fu nello anno 1610, che Sua Eminenza R.ma Mons.r Maffeo Barberini vescovo di Spoleto, innalzato successivamente alla Dignità di Sommo Pontefice sotto il nome di Urbano Ottavo, avendo forse verificato a danno della Ostia Eucaristica qualche inconveniente, che poteva derivare probabilmente dalla umidità della massa del muro, sul quale il vano del Ciborio era scavato, decretò nel giorno 27. Settembre sudo anno fosse sostituito altro Ciborio di legno[2] per custodire il SS.mo Sacramento, come venne esattamente eseguito, con apporre un Ciborio.

    Dopo il lasso di centoventitre anni, e segnatamente il 1733. Il prospetto del Ciborio stesso fu rimosso, avendo la Compagnia fatto una nicchia per collocarvi altro Ciborio con repositorio di legno intagliato, e dorato, quale nell’anno 1851. Fu venduto per S[cudi] 14.75. agli Amministratori dell’Ospedale di questa città, e collocato nella Chiesa di S. Domenico.

    Per il corso di 104. Anni le pietre, che costituirono il prospetto dello antico Ciborio e delle parti ad esso sovrastanti sino alla trabeazione principale erano rimaste totalmente dimenticate, e fu solo nell’Anno 1837. che l’Ingegnere Sige Sabbatino Stocchi chiamato dallo ora defunto Gaspare Cruciani di Trevi a visitare alcune pietre lavorate, che diceva di sua spettanza, accedette in un fondo a pianterreno ad uso di legnara, ove, comprese con molti sassi informi, trovò una quantità di pezzi di Caciolfa benissimo lavorati, ed intagliati, e ad esso Sige Stocchi, che vivamente e sino ad allora inutilmente aveva bramato contezza dello antico Ciborio rimosso, non fu difficile di riconoscerlo nei pezzi suddetti casualmente rinvenuti. Lo stesso Sige Ingegnere corse allora a denunciare il felice ritrovamento al Priore della Compagnia di quel tempo cioè allo scrivente Canonico D. Francesco Mariani. Il quale si dette subito premura di ricuperare le pietre anzidette mediante tenue regalia al Cruciani, e custodirle in luogo più conveniente.

    Il Prenominato Sige Ingegnere dopo quella epoca non cessò dallo insistere, che il

    rinvenuto Ciborio si riponesse al suo luogo, e ricompletare così la magnifica opera dello esimio artista Rocco da Vicenza, addimostrando che ciò mediante un Tempietto di legno da esso ideato si sarebbe ottenuto il Ciborio scevro da quegl’inconvenienti, cha avevano dato causa alla sua rimozione. Siccome lo intero prospetto del Ciborio dopo ricollocato al suo posto non avrebbe potuto in alcun modo rimuoversi per applicarvi posteriormente un credenzino di legno, così lo Ingegnere Sige Stocchi ideò il modo di comporre nel vano del muro posteriormente conformato una Casetta di legname di pianta ottagona con tanti pezzi da introdursi dal vano della porticina, che trovasi aperto nel pezzo principale del prospetto di pietra. Laonde premessa la risoluzione della Compagnia nella Congragazione delli8 Novembre 1850., e la debita approvaziione di Sua Eccellenza R.ma Mons.r Sabbioni Arcivescovo di Spoleto del 27. Dicembre di detto anno colla opera del Marmista Francesco Madami di Assisi fu ricollocato al suo posto il famigerato Ciborio, il quale consiste in un prospetto di Tempietto ornato di due

    colonne di ordine Composito, che [inclu]dono (?) tra loro num.o otto graziosi Serafini disposti in giro intorno alla porta. Il prospetto è coronato da un Frontespizio, sul Culmine del quale torreggia un grande Calice parimente di Pietra abbellito da ornati finamente intagliati, e sortmontato dalla figura di una grande Ostia operata anche questa in pietra.

    Dopo ciò si dette mano ad introdurre per il vano della porta li pezzi del credenzino tutti in tavola di noce in forma di Tempietto, o Tabernacolo di pianta ottagona coperto da una cupola parimenti ottagona, e tapezzato nello interno con drappo di seta bianco.

    Affinché possa aversi una guida a scomporre lo indicato tempietto in circostanza, che potesse occorrere nel tempo avvenire, non sarà inutile di accennarvi, che il pezzo prima di ogni altro introdotto è stato quello, che forma il basamento. Ossia la platea del tempietto e quindi la Cupola già Platea e alla Cupola tutti li pezzi verticali. È da notarsi, che preventivamente il Tempietto era stato composto con tutto comodo fuori dal suo posto,

    e vi era stata applicata la necessaria ferratura con viti ec(cetera), e perciò dopo presentati tutti i pezzi dentro al vano del muro, come sopra si è accennato, non altro è occorso di fare, che applicare le viti al posto preparatogli, e ciò manovrando sempre con una sola mano nella parte anteriore del tempietto: si ottiene così, che tutti i pezzi connessi, ed uniti tra loro costituissero un solo oggetto, cioè il prefisso Tempietto.

    La chiudenda antica del Ciborio era di ottone dorato, e dalle memorie scritte della Confraternita si ha, che nello anno 1761. fu venduta come bronzo al fonditore Carlo-Antonio Petrolini di Trevi per la somma di scudo uno, baj. trentotto. Chi potrebbe immaginare, qual basso rilievo pregevole ornava quella chiudenda, e si è perduto? A Tale difetto si è supplito con una chiudenda di legno, la quale agisce su di un telaro parimenti di legno, che internandosi a foderare l’apertura fatta nella spessezza della pietra giunge ad unirsi, e fermarsi con il descritto Tempietto, e questa è la ultima parte opposta di legname. La quale dovrebbe essere in conseguenza la prima a togliersi nel caso, che occorresse di scomporre il descritto

    Tempietto. Deve ancora avvertirsi, che le rosette di ottone dorate, le quali appariscono ad ornare lo interno del Ciborio costituiscono la testa di altrettante viti, che stringono, ed uniscono fra loro li pezzi componenti il tempietto, e che girando le rosette medesime, ed estraendosi le viti vengono disciolti li pezzi, ed il tutto scomposto può estrarsi dalla porticella, così come vi fu introdotto.

    Esaminata con la maggiore diligenza la massa del muro aderente al Ciborio non vi si è riconosciuto il minimo indizio di umidità. Tuttavia l’ampiezza del vano per il Ciborio vi si è operata in modo, che oltre il tempietto di legno, rimanga una intercapedine, affine di ottenere, che il legname del medesimo tempietto non venga investito dalla umidità, che potesse aver luogo, quantinque improbabile, nella massa del muro. A maggiore cautela poi sono stati pratticati attorno al prospetto di pietra quattro fori comunicanti colla ripetuta intercapedine, onde, mediante essi fori venga continuamente attivata una corrente, la quale rinnovando continuamente l’aria dell’intercapedine ne asporterà qualunque ombra di umidità potesse emanare dla muro, e li fori medesimi furono garantiti con una minuta Crata di fili di ferro.

    Siccome le ripetute pietre del Ciborio per il lungo abbandono fra le pietre informi fra il terriccio e fra le immondezze della legnaia Cruciani avevano perduto quella patina, che la Caciolfa esposta all’aria acquista con lo invecchiare, così divenuta chiara la tinta del Ciborio, e di altri pezzi sovrapposti fino alla trabeazione principale, che con esso erano stati rimossi, troppo dissonava dalla bruna patina del rimanente, resa anche più bruna dall’affumicazione prodotta dalle faci, che in molta quantità sogliono accendervisi, nacque discussione col Priore, ed officiali della Compagnia, se, per eliminare la dissonanza predetta fosse più conveniente ridonare la patina bruna al Ciborio, ed altre parti impallidite spalmandole con un bagno di color bruno, ovvero fare a tutto il resto una lavanda generale, e riportare il tutto al colore bianco-giallo naturale della pietra, e considerando essere cosa disconveniente di porre il pennello sulla pietra, come chi la volesse tinteggiare, considerando, che molte parti dell’opera annerite reclamavano di essere ripolite, considerando, che qualche parte dello altare della Madonna, della Cappella principale essendo

    stata in tempo antico colorata di rosso, e quà e là irregolarmente dorata produceva nello assieme un disaccordo, si stimò più conveniente la ripolitura generale.

    Da tale ripolitura però si eccettuarono le Statue della Madonna e di S. Giuseppe per la ragione, che la patina naturale della pietra su di esse non era stata alterata dal fumo, né da altro, e che le dorature delle parti dei loro panneggiamenti trovavansi in plausibile stato.

    D’appresso adunque a varii consulti, cui intervenne pure lo Ingegnere Sig.e Sabbatino Stocchi, ed il Marmista Madami, e premesse ancora varie prove di sostanze liquide da scegliersi per la lavanda, venne adottato il bagno di Acido Nitrico molto allungato con acqua di pozzo, in modo che ne era resa insensibile la effervescenza, e ciò anche, perché la lavanda medesima doveva agire sul color rosso, e sulle frazioni dorate, il tutto operato con preparazione a mordente. Con l’accennata lavanda si scoprì in ogni parte il colore naturale della pietra, e si ridonò

    lo accordo a tutta l’opera senza perdere veruno delli più delicati tratti, e nervature dei finissimi ornati.

    Mentre tale operazione si eseguiva, non mancò qualche ansioso di biasimare, senza cognizione di causa, piuttosto che informarsi delle ragioni che dettavano la necessità della lavanda, e delle sostanze innocue, che in essa si adoperavano, si diede a strombazzare contro la lavanda medesima esagerando li pregi della patina antica, che si perdeva, e prevedendo una corrosione, e sgretolamento della pietra, e dei pregevolissimi ornati di questo monumento, e di ciò incolpava l’adottata lavanda per causa dell’acido adoperatovi, diceva, confondendo lo effetto corrosivo permanente dello Acido Nitrico reso innocuo dalla miscela di abbondante dose di acqua. Né tali clamori rimasero senza effetto, poiché mossi da questi li Signori Priore, ed Officiali della Congregazione del Suffragio, li quali, senza verun titolo di proprietà, ma soltanto perché nello altare della Madonna trovasi eretta la loro Congregazione, con lettera del giorno 5. Marzo 1851. mossero lagnanze al

    al Priore, ed Officiali della Congregazione del Sacramento proprietaria del monumento contro la operazione, che si effettuava chiedendo che si volesse «far lasciare intatta almeno la Statua di Maria Vergine ivi esistente non avendo potuto ottenere, che si conservasse il resto». Tale domanda rimase senza discussione adempita, perché il Priore ed Officiali della Compagnia del Sacramento avevano sino da principio stabilito che della lavanda in proposito fossero esentate le due Statue per le ragioni di sopra riferite. Le animose censure poi non si limitarono alla cerchia del solo Trevi, ma si ebbe premura di divulgarle per le convicine Città, ed in Perugia si compiangeva la rovina procacciata di un classico monumento in Trevi: si procurò inoltre, che della medesima rovina venissero informati i visitatori del monumento medesimo.

    Il fatto ha però contradetto, e confutato trionfantemente le chimeriche, e poco benigne censure, giacché per lo spazio di anni 18. quanti ne trascorsero dalla epoca della famigerata lavanda sino ad oggi 1869. quantunque sia cresciuta ogni

    giorno più la frequenza dei visitatori del monumento, quantunque di molte sue parti siano stati ricavati esemplari in gesso, ed in legno, quantunque ogni sua parte sia stata ispezionata per rilevarne minutamente le misure, onde averne un disegno dello assieme, nessuno vi ha mai avvertito una scheggia, uno sgretolo, od altro indizio di minimo deperimento.

    A completare in fine la operazione si fece eseguire in legno dorato uno Espositorio combinato in modo, che li ristretti ornati di legno coprissero il meno possibile quelli di pietra, e fra questi si ebbe cura, che comparisse il grande Calice, che si accennò di sopra, il quale durante la Esposizione viene coperto dall’Ostensorio. Non potrebbe negarsi che lo Espositorio medesimo faccia quivi figura alquanto meschina, ma a tale difetto dovette darsi passato, per la ragione d’ingombrare il meno possibile li classici lavori di pietra.

    Trevi 20. Novembre 1869

    Francesco Can.co Mariani Priore.


    [1] Lungo Metri 7. e Cen.m 26. ed alto 8. m 83. Cen.m

    [2] Di legno avanti a quello di pietra

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  • Artisti: Sergio Moriconi

    Sergio Moriconi

    Via dei Giardini 2, S. Maria in Valle di Trevi
    Tel. 0742.780246 – 0742.67529 – 334.9363709

    Nato a Nocera Umbra nel 1952, vive e opera a Trevi, in Via dei Giardini, 2 a S. Maria in Valle.
    Tel. 0742.780246 – 0742.67529 – 347.0344576

    Ha sempre coltivato il suo interesse per la pittura frequentando anche i corsi di Storia dell’Arte del prof. Scarpellini, all’Università di Perugia negli anni ’70
    Dal ’71 al 76 ha avuto un trascorso intenso di mostre: la più importante a Firenze nella Galleria Michelangelo, nel 1975 con consensi e incontri con gli artisti Umberto Ajò, Alfonso Gatto, Domenico Purificato.

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    Nel 1992 ha dipinto tre pale d’altare per la chiesa della Sacra Famiglia in Borgo Trevi: una grande Ultima Cena, Annunciazione e Sacra Famiglia.

    Bibliografia: Arte Italiana Contemporanea, La Ginestra, Firenze Gli anni ’60 e ’70 dell’Arte Italiana Pittori e pittura contemporanea,Il Quadrato

    Le Mostre e la Critica

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  • Artisti: Sergio Moriconi – Opere più recenti

    Sergio Moriconi

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    Opere più recenti

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  • Artisti: Sergio Moriconi – Le mostre e la critica

    Sergio Moriconi

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    Mostre personali

    1971 – Foligno, Sala Quintana
    1972 – Foligno, Galleria Quadrifoglio
    1972 – Terni, Galleria S. Francesco
    1973 – Spoleto, Festival dei Due Mondi
    1974 – Foligno, Galleria Quadrifoglio
    1975 – Spoleto, Festival dei Due Mond
    1975 – Assisi, Galleria Comunale
    1975 – Firenze, Galleria Michelangelo
    1976 – S. felice Circeo, Galleria “I Templari”

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    Hanno scritto di lui

    Trevi, Italy - Pittori: Sergio Moriconi

    U. Asò, poeta e critico d’arte
    F. Gori, giornalista
    R. Brindisi, pittore
    C. Giannotta, scrittore
    C. Caselli, giornalista
    A. Gatto, poeta
    N. Leporati, critico
    M. Mazzeo, critico
    V. Palazzo, giornalista
    D. Purificato, pittore
    V. Coletti, giornalista
    R. Marchi giornalista
    G. Zavarella, giornalista
    C. Bianchi, giornalista
    V. Lolli, giornalista

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  • Acque valle spoletana

    Associazione Amici di Spoleto Pro Trevi

    Patrocinio del Comune di Trevi

    Teatro Clitunno

    Venerdì 23 ottobre 2009 ore 17

    IL RUOLO DELLE ACQUE
    NELLA VALLE SPOLETANA E NELLA VALNERINA

    Presentazione del volume Molini e Molitura. in valle umbra e nella Valnerina

    dell’arch. Patrizia Trivisonno

    Programma

    MODERATORE: Aw. Filippo De Marchis, coordinatore del Comitato per i rapporti con l’associazionismo.

    Relazione introduttiva del Prof. Bruno Mattioli, responsabile didattico-scientifico del Laboratorio di Scienza della Terra del Comune di Spoleto.

    Illustrazione della “Collana della Memoria” della Prof. Liana Di Marco. docente di Storia dell’Arte al Liceo Classico “Pontano Sansi” di Spoleto.

    Presentazione del volume da parte del Prof. Augusto Ciuffetti, docente della Facoltà di Economia all’Università Politecnica delle Marche.

    Intervento dell’autrice del volume Architetto Patrizia Trivisonno.

    Per i soci Amici di Spoleto ed i loro familiari che volessero partecipare a Trevi alla presentazione sarà a disposizione un pullrnann con partenza da Spoleto, piazza della Vittoria, alle ore 16.00 e ritorno alla fine della cerimonia.

    I posti andranno prenotati telefonando alla segreteria dell’Associazione e saranno assegnati secondo l’ordine di presentazione sino ad esaurimento.

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  • Cannaiola di Trevi – Festa della Trebbiatura 2014

    Trevi in Piazza 2014

    Aspettando MISS ITALIA – Defilè di moda

    Piazza Mazzini, 19 luglio 2014, ore21

    Pesenta Daniele Celli

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