Autore: Franco Spellani

  • Le memorie francescane – Chiesa e Convento

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    Lo spirito del Poverello si era ormai diffuso in tutta l’Italia ed anche fuori, e l’Umbria nostra era all’avanguardia nella nobile gara. Ed ecco in ogni angolo sorgere Conventi di Frati Francescani e di Monache Clarisse; ecco iniziarsi una vita nuova, ecco attuarsi rapidamente la riforma dei costumi mediante l’amore alla povertà e alla penitenza, i grandi ideali che Frate Francesco aveva posto a base della sua grande missione.

    Ed anche la nostra Trevi, ebbe molto presto tra le sue mura i Figli di S. Francesco, quali angioli apportatori di pace e di bene. Né poteva essere altrimenti; vivo era il ricordo delle visite fatte dal Santo e nella nostra Città e attraverso i nostri colli quasi risuonava ancora armoniosa l’eco della voce affascinante di lui; come adunque non accogliere i suoi buoni Frati e le felici seguaci di S. Chiara? Ed i frati vennero, e le Clarisse anche.

    Non sarà quindi senza interesse esaminare brevemente la storia dei vari istituti francescani sorti nella Città attraverso i secoli.

    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francesco

    [Di questo importante monumento esiste una trattazione più moderna e completa. Vedi ../sfranc01.asp]

    Tra le chiese che la furia devastatrice del Duca Teopoldo risparmiò ci fu quella piccola e quasi sotterranea di S. Maria1. Vicino ad essa, che fu ingrandita più tardi, sorse l’antichissimo Convento francescano, dove i buoni Frati esplicarono fin da principio tutta una missione di bene.

    Quale è la data che segna il sorgere di questo convento?

    Il celebre Ludovico Jacobilli in due libri diversi, scritti a una certa distanza di tempo l’uno dall’altro, la Cronica di Sassovivo e le Vite dei Santi dell’Umbria, afferma nel modo più assoluto che il Convento di Trevi fu fondato nel 1213 dallo stesso S. Francesco2

    L’autorità dello storico folignate è certamente grande , poiché egli poté esaminare molti archivi e consultare innumerevoli fonti, e perciò è difficile mettere in dubbio la notizia da lui data, per quanto il 1213 possa sembrare il meno adatto per una simile fondazione, date le critiche condizioni di Trevi nei confronti di Spoleto.

    Potrebbe sembrare una difficoltà l’affermazione che lo Jacobilli fa nella Cronica di Sassovivo, in cui dice che S. Francesco «eresse vicino a Trevi un Convento per i suoi frati l’anno 1213». Non sembrerebbe quindi, a prima vista, che il Convento fondato da S. Francesco fosse proprio quello di Trevi, ma un altro costruito «vicino» alla Città.

    Ma questa difficoltà è eliminata del tutto da quanto è detto nell’altro libro le Vite dei Santi dell’Umbria. Dopo aver parlato del Beato Ventura, del Convento e della Chiesa francescana di Trevi, l’autore dice: «il detto Convento de’ frati Minori fu eretto dal Padre San Francesco l’anno 1213 ad honor della Beata Vergine».

    Non bisogna dimenticare che la cinta delle mura esistente allora passava al di là del Convento, seguendo presso a poco l’attuale via Cavour [dal dopoguerra via S. Francesco; sebbene, al tempo dei terremoti del 1997, all’Ufficio Tecnico del Comune risultava ancora come via Cavour]; quindi può spiegarsi benissimo anche l’espressione della «Cronica», poiché strettamente parlando, il Convento, costruito fuori le mura, era vicino a Trevi, ma non in Trevi3.

    Le visite che il Poverello faceva spesso a Trevi, l’assistenza ai lebbrosi, tutta l’opera di carità e di amore esplicata nel nostro territorio e nella nostra Città, sono altrettante prove certe che anche qui, fin dagli inizi, «fu preso un luogo», secondo l’espressione usata dal Santo.

    Trevi perciò deve rivendicare il grande onore di aver avuto uno dei più antichi Conventi Francescani, fondato per di più dallo stesso Serafico Padre.

    ***

    Il documento più antico da me potuto consultare è una Bolla di Onorio Quarto emanata da Palombara il 26 giugno 1285 e diretta al Guardiano del Convento di S. Francesco in Trevi4. I Trevani avevano aiutato i Perugini contro Foligno, che allora era soggetta alla Chiesa; per questo erano incorsi nella scomunica e in alcune pene pecuniarie. Avendo i Trevani implorata l’assoluzione, il Guardiano di S. Francesco, con quella Bolla, riceveva ogni facoltà in proposito.

    Questa Bolla è il documento francescano più antico che si ha in Trevi e da essa possiamo dedurre che se il Guardiano ricevette questa straordinaria facoltà, ciò significa che il Convento era in pieno sviluppo ed i Frati eran circondati da rispetto e da stima e godevano di una indiscussa autorità, perché, in caso contrario, il Papa si sarebbe rivolto ad altri per quella assoluzione. L’impronta quindi data da S. Francesco nel fondare il Convento di Trevi, era stata mantenuta e l’alta missione da lui voluta si veniva anche qui pienamente sviluppando.

    IL Comune fu sempre largo di elemosine e di aiuti verso i Frati e nelle Riformanze Comunali5 ne troviamo larga conferma. Ogni anno poi dava del denaro per le tonache e contribuiva per le feste della Madonna, per la Pasqua, per il Natale e per la festa del Beato Ventura6.

    Nel 1377 fu concesso ai Frati un privilegio non facile da ottenersi quale era la facoltà di condottare l’acqua pubblica nell’interno del Convento, facoltà questa data soltanto a personaggi di gran merito o degni di speciale riguardo7. Trevi fu sempre mancante di acqua potabile8 e perciò costituiva atto di degnazione e di squisita munificenza il concederla in casa. Infatti poche sono le famiglie che possono vantare ancora un simile beneficio; tra queste sono comprese le Comunità Religiose. [Per quanto ci sembri irreale, nel 1926 la disponibilità di acqua potabile a Trevi era ancora quella del Trecento! Il nuovo acquedotto fu compiuto solo nel 1928.]

    Nel 1469 il Comune fece dono di un tratto di terreno per orto9, ed altrettanto avvenne nel 149610, ed in maniera assai più cospicua nel 157511.

    Nel 1554 e 1556 fu convocato nel Convento di S. Francesco il Capitolo Provinciale ed i Frati ebbero generose elargizioni12.

    Altri non indifferenti benefici ottenne il Convento dal Comune in epoche diverse, e quando si venne a formare, per i lasciti dei fedeli, una proprietà rurale, questa fu esente dalle gabelle.

    La piccola Chiesa di S. Maria ed il Convento in progresso di tempo apparvero troppo angusti e non più adatti alle esigenze della religiosa famiglia. La Chiesa fu la prima ad essere aggiustata ed ingrandita ed anche in quest’opera troviamo in prima linea il Comune.

    Nel 135413 gli uomini del Terziero di Matigge14 furono obbligati ciascuno a cavare e trasportare una soma di pietra dal Colle di Paterno ed a portare ai Frati la legna per cuocere la calce. Non trovo perché il Comune il Comune imponesse quel gravame a quegli abitanti; sarebbe certo interessante poterlo scoprire. [Forse perché la cava stava nel loro territorio]

    Grandi restauri furono compiuti dopo il 144815 quando la Chiesa fu ingrandita ed accresciuta, e nel 156316 e nel 156317 nell’occasione in cui si dovettero rimuovere alcune travi e rifare il tetto. Nel 156918 si dovette aggiustare la facciata pericolante della chiesa e fu allora chiusa l’antica porta principale ed aperta quella laterale, che esiste ancor oggi.

    La porta primitiva è ora nascosta da fabbricati di epoche posteriori, nella parte che rimane libera, in alto, sta una bella finestra a rosone, con colonnine parenti dal centro. All’esterno, più in alto, si vedono una croce bizantina, due colombe, due teste e fregi romanici; secondo me, questi oggetti stanno ad attestare l’antichità della Chiesa di S. Maria. [La facciata ovest, opposta alle absidi, fu completamente scoperta nel 1995, durante i lavori di sistemazione del Museo ed è tuttora visibile. È venuta alla luce la porta gotica della chiesa di S. Maria ad un livello inferiore al pavimento della chiesa attuale].

    Quand’è che fu cambiato il nome alla Chiesa e le fu dato il titolo di S. Francesco? Non mi è stato possibile trovarlo, ma credo che non si erri affermando che tale cambiamento sia avvenuto nel 1448, quando poté sembrare che la Chiesa, a causa dei nuovi lavori, fossa costruita ex novo.

    Delle varie Cappelle, degli Altari e di quanto si vede all’interno trattarono altri19 e no voglio perciò ripetere cose già conosciute; a me basta pubblicare ciò che è inedito o credo esser tale.

    Anche il Convento fu ingrandito. Nel 1648 fu addirittura ricostruito dalle fondamenta, ed il Comune concorse con venti scudi; una scala molto comoda, un appartamento abbastanza maestoso, detto del P. Luzi, il chiostro con colonne e pitture del Gagliardi abbellirono man mano il nuovo convento20.

    I Fati Conventuali, come si eran venuti chiamando alcuni dei Figli di S. Francesco, rimasero nel Convento di Trevi fino alla soppressione napoleonica e più non vi tornarono. Il locale fu adibito a vari usi, finché nel 1883, venuto in possesso della Congregazione di Carità di Trevi, vi fu trasportato il Collegio Lucarini21, che fin dal 1893 è retto degnamente dai salesiani di Don Bosco. [I Salesiani lasciarono la casa di Trevi nel 1963, quando fu istituita la Scuola Media Unica, che tuttora ha la sede in questo edificio, sebbene in condominio con il Museo].

    Prima di chiudere queste brevi note sulla storia della Chiesa e del Convento di S. Francesco in Trevi, sento il bisogno di ricordare brevemente il Beato Ventura, il cui corpo si conserva nella Chiesa stessa e che per il passato ebbe un culto molto sviluppato tra la nostra popolazione.

    La Chiesa di S. Francesco fu detta anche del Beato Ventura22 e ciò nel periodo di maggior venerazione verso il Beato.

    Il Beato Ventura23 nacque in Pissignano nel 1250, allora appartenente a Trevi, e dopo una gioventù ricca di pietà, si ritirò in un eremo abbandonato. Ben presto la fama della sua santità si sparse tra i popoli della valle di Spoleto, che accorsero a lui per ricevere conforto e per seguire i suoi esempi. Morì l’11 luglio 1310 ed il suo corpo fu trasportato a Trevi con grandi onori e seppellito nella Chiesa di S. Francesco. Il popolo lo acclamò Beato e gli prestò culto.

    Nel 1593, volendosi rifare, secondo i gusti del tempo, l’Altare Maggiore, nel demolire quello esistente venne alla luce il sarcofago del B. Ventura, che conteneva le ossa del Beato ed una breve relazione della sua vita. Il 26 dicembre di quell’anno, ad istanza di Muzio Petroni quelle ossa furono con ogni solennità poste nell’Altare di jus patronatus della famiglia Petroni, racchiuse in due casse, di cui una di stagno e l’altra di cipresso; insieme vi fu messa la vita del Beato composta da Muzio Petroni e da lui fatta stampare24.

    Ora il popolo ha dimenticato quasi del tutto il Beato Ventura e pochi sono coloro che sanno esser conservate le sue ossa nella Chiesa di S. Francesco. Sono deplorevoli assai quest’abbandono e questa dimenticanza verso un Beato che fu caro ai padri nostri e formulo l’augurio che i miei Concittadini vogliano tornare a prestare a lui quel culto che mai venne meno nei secoli passati.

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    Note

    1)

    Durastante Natalucci afferma di aver visto nelle sepolture dell’attuale Chiesa «

    le pitture ed immagini

    » dell’antica. Il Conte Dott. T. Valenti, che esaminò le pareti di quelle sepolture, non trovò affatto tracce di colori.

    T.Valenti

    ,

    Curiosità Storiche Trevane

    , pag. 128.

    2)

    .Iacobilli

    Cronica

    ecc., pag. 230. Foligno, 1653. –

    id.

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    pag.104. Foligno, 1656.

    3)

    Intorno all’ubicazione delle mura di Trevi si veda il più volte citato libro del

    Valenti

    Curiosità

    , ecc., pag. 19 e seguenti.

    4)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena N. 8,

    Busta 1.

    5)

    Riormanze,

    1338, f.70; 1375, f.50; 1534, f. 179; 1459, f. 46, ecc. ecc.

    6)

    Id.,

    Rif. citate.

    7)

    Rif.,

    1377, f. 22.

    8)

    Si sta ora costruendo il grandioso acquedotto del Clitunno, che darà acqua abbondante a Trevi e frazioni. Vedi il mio opuscolo:

    Il Nuovo acquedotto di Trevi,

    Foligno, Reale Stabilimento F. Salvati, 1924.

    9)

    1469, f. 15.

    10)

    1496, f. 135.

    11)

    1575, f. 192.

    12)

    1544, f. 238 e

    1556, f. 263 e 271.

    13)

    1354, f. 14 e 67.

    14)

    Dalle riformanze del tempo apparisce che il territorio di trevi era diviso in Terzieri, cioè il Terziero di Castello, quello di Matigge e quello del Piano; ogni Terziero aveva i suoi rappresentanti in Consiglio.

    15)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 00(sic)

    16)

    1536, f.74.

    17)

    1567, f. 143.

    18)

    Id,

    1569, f. 271.

    19)

    Contre dott.

    Curiosità,

    ecc. – Nel 1924 in «Studi Francescani», gennaio-marzo, sotto il titolo

    La Chiesa di S. Francesco a Trevi

    Memorie Storiche,

    ne scrisse

    Salvatore Marino Mazara,

    il quale però incorse in errori molto rilevanti.

    20)

    Archivio delle Tre Chiavi

    Rif.

    1637, f. 61 e

    1640, f. 145.

    21)

    Il 3 settembre 1644 con testamento a rogito Domenico Buratti il cittadino trevano Virgilio Lucarini lasciò i suoi beni per la fondazione di sei dotalizi e per l’apertura di un Collegio per i giovani che si avviassero allo studio della giurisprudenza e della medicina. Il nepote, Mons. Reginaldo Lucarini, Vescovo di Città della Pieve, fu nominato esecutore testamentario ed il Collegio fu aperto nella casa di Virgilio nel 1674. Vedi in proposito una mia pubblicazione in

    L’Eco del Collegio Lucarini

    , dicembre 1924, pag. 3.

    22)

    1354, f. 14 e 1358, 26 junii.

    23)

    Del Beato Ventura scrissero

    Muzio Petroni

    , Perugia, 1592;

    Tolomeo Petrelli Lucarini,

    Foligno –

    Antonio Mariotti, 1694.

    Vedi anche

    Iacobilli

    in

    Le Vite

    , ecc. a pag. 101 e seg., tomo II.

    24)

    Atti del notaio Antonio Leli,

    anno 1593, tomo n.676, f. 685,

    archivio Notarile di Trevi.

  • Le memorie francescane – Il carcerato

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 4. – Frate Leone libera un carcerato

    Il fatto ci viene narrato da Fra Bartolomeo da Pisa con tutta semplicità1.

    Un cittadino di Trevi era stato gettato in carcere per ordine del Duca di Spoleto. Quale fosse il reato commesso non è detto, né ai fini del racconto era necessario dirlo. Quel poveretto, visto venir meno ogni aiuto umano, pensò che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. E con tutte le forze dell’animo suo cominciò a raccomandarsi a Frate Leone, pecorella di Dio, “qui morabatur in Portiuncola Beati Francisci“. Ed in pieno mezzogiorno Frate Leone apparve nel carcere, liberò miracolosamente che tanto aveva confidato in lui e lo condusse a S. Maria degli Angioli perché ringraziasse S. Maria delle Candele, la sola a cui doveva attribuire il prodigio della quale celebravasi in quel giorno la festa2.

    Questo è il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa in tutte le sue parti, oppure dobbiamo sfrondarlo di tutto ciò che apparisce poco verosimile?

    Le narrazioni di quel che fecero il Poverello e i suoi Discepoli sono circondate di tale soavità, di tale ingenua semplicità e soffuse di un amore cosi elevato verso il Maestro, che io non oso discuterle e preferisco lasciarle quali sono. Le virtù che si manifestavano in S. Francesco e nei suoi Frati balzan fuori evidenti da quei racconti anche quando ci appariscono poco verosimili nei loro particolari, e noi dobbiamo esser paghi di questo; certe volte fare o cercare di più sarebbe una profanazione!

    Dal racconto di Fra Bartolomeo da Pisa a me basta trarre una sola conclusione, che è anche la conclusione di tutta questa prima parte del mio studio: che cioè la nostra città di Trevi era frequentata da S. Francesco e dai suoi primi Discepoli, i quali vi svolsero la loro alta missione e vi lasciarono tracce talmente profonde, che non saranno mai cancellate.

    Z99

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    Note

    1)

    Analecta Franciscana, De conformitate

    etc., Lib.1, Pars II, pag. 192. Quaracchi 1906.

    2)

    Le parole riferite dal Da Pisa sono queste: «

    Non mihi, sed beatae Mariae de Candelis, cuius est hodie festum, gratias referas, quae te liberavit».

    Il fatto avvenne adunque il 2 febbraio, nel qual giorno si celebra la festa della Purificazione della Madonna, festa detta comunemente della

    Candelora.

  • Le memorie francescane – Bovara

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    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara

    Poco lungi da Trevi, sopra di un’amena collina, maestosa e solitaria, si erge l’Abbazia di Bovara, con annessa la monumentale Chiesa di S. Pietro. Sui colli circostanti stanno appollaiate le casette che formano, nell’insieme, la Villa di Bovara, e in basso, nel piano, scorre il Clitunno e passa la Via Flaminia, quella via che il Poverello ha certamente percorso tante volte specialmente quando si recava nella valle di Rieti1.

    Il nome di Bovara si collega certamente al fatto accennato anche da Virgilio2, da Cornelio Nepote3, Silio Italico4, ed altri, della purificazione dei buoi nelle acque del Clitunno prima di essere portati al sacrificio.

    Dove oggi sorge la chiese di S. Pietro o nei pressi, c’era un tempio pagano, forse uno dei sacelli nominati da Plinio, come fanno fede pietre e avanzi di sculture e di epigrafi che si riscontrano nella monumentale costruzione. Non si sa quando la Chiesa sia sorta, ma è lecito pensare che la sua costruzione coincida con quella dell’Abbazia e non si erra certamente se tale costruzione si fa risalire intorno il mille, poiché già nel 11775 il Papa Alessandro III con una sua Bolla riconobbe i diritti acquisiti da Bovara sopra molte Chiese curate e sopra Monasteri più piccoli retti da un Priore e pose l’Abbazia sotto la sua protezione6.

    ***

    Il primo Abate di Bovara di cui si conosca il nome, fu Raniero, il quale seppe portare l’Abbazia a quel grado di splendore e di importanza che avevano in quei tempi i Monasteri benedettini. E tale importanza crebbe sempre di più, fino al punto che l’Abate di Bovara, secondo il Natalucci che poté esaminare l’Archivio, aveva giurisdizione sopra circa cento parrocchie7.

    Nella distruzione di Trevi, avvenuta nel 1214 anche l’Abbazia di Bovara andò distrutta e i Monaci furono dispersi8. Poco dopo essa risorse più forte e più rigogliosa di prima, ma sulla fine del 1300 e i primi del 1400 Bovara cominciò a sentire gravi danni a causa delle forti lotte tra Guelfi e Ghibellini. Nel 1421 Corrado Trinci invase il Monastero, lo distrusse e discacciò i Monaci. Passata la bufera, che in un periodo non troppo lungo per due volte si era abbattuta sull’Abbazia di Bovara, i Monaci tornarono e cominciarono l’opera di ricostruzione ed elessero loro Abate Tommaso Valenti, giovane di appena 22 anni. Le lotte delle fazioni continuarono e nel 1484 il Valenti, scoraggiato, consegnò il Monastero all’Ordine Olivetano. Si iniziò così il rifiorire dell’Abbazia, il fabbricato fu rifatto quasi interamente e con tale ampiezza che nel 1545 Paolo III, di ritorno da Perugia, vi si fermò con tutta la sua corte per tre giorni. Però l’Abbazia di Bovara più non raggiunse il grado di potenza avuto nel passato, pur segnando ancora nella sua storia pagine veramente belle. Dopo la soppressione napoleonica più non risorse ed oggi è semplicemente una parrocchia rurale9.

    S. Francesco, attratto dalla fama di santità dei Monaci di Bovara, innamorato della posizione solitaria in cui si trovava la chiesa di S. Pietro, più volte10 vi si recò a vi si trattenne a pregare11.

    L’Abbazia era nel suo pieno sviluppo, la Chiesa tenuta con ogni proprietà e splendore e S. Francesco, godendo dell’affettuosa ospitalità che i Benedettini gli offrivano dovunque, amava recarsi colà, forse perché vedeva cambiato in un luogo di preghiera quello che era stato un centro di superstizione e di cerimonie del culto pagano.

    Sopravvenuta la rovina, quando più non udivasi la voce salmodiante dei Monaci, il Poverello non dimenticò la deserta Chiesa di Bovara, che seguitò a visitare con amore. E di una di queste visite, avvenuta quando “nullus ibi manebat, maxime quia illis temporibus erat destructum castrum Trevii ita quod in eodem castro vel nullus manebatat12, abbiamo particolare menzione. La Chiesa di Bovara fu certamente testimone di una di quelle lotte titaniche che il Poverello dovette più volte sostenere contro lo spirito del male, una di quelle lotte che il Signore permette solo ai Santi, ai quali poi Egli concede i più splendidi trionfi.

    Oltre la Legenda Antiqua13, anche lo Speculum Perfectionis14, Tommaso da Celano15 e S. Bonaventura16 ci raccontano quanto avvenne, ed è bello ed edificante per noi riandare, sotto la loro guida, il racconto di quel che si svolse nel silenzio di una notte.

    In una sera, sul tramonto, due Fraticelli si dirigevano verso la deserta ed abbandonata Chiesa di Bovara; il loro aspetto era di persone affaticate e stanche; erano Frate Francesco e Frate Pacifico, il re dei versi. Venivano dal non lontano ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro, dove erano stati ospitati17 e dove avevano esplicato tutta un’opera di bontà e di amore.

    In quel giorno il Poverello si sentiva turbato ed era in preda a forti tribolazioni spirituali. Desiderava esser solo per dare libero sfogo a quanto passava nell’animo suo. Il suo spirito era sitibondo di preghiera; egli sentiva il bisogno di effondersi a Dio e cercare forza e conforto nel Signore. Ma il suo spirito grande non poteva dimenticare i poveri lebbrosi e rivoltosi a Frate Pacifico gli ordinò di ritornare al lebbrosario e di venire a lui la mattina seguente.

    Frate Pacifico, che conosceva bene il suo maestro e sapeva delle lotte spirituali che doveva sostenere spesso col nemico del bene, si turbò, ma non fece osservazioni, chinò la fronte e ricevuta la benedizione partì, con il cuore gonfio, con la certezza che gravi cose sarebbero avvenute nella notte al maestro.

    Frate Pacifico aveva colto nel vero. Egli era appena partito che il Poverello si diede a pregare; recitò Compieta ed altre orazioni; volle poi riposarsi e non poté; sentì nell’animo suo un vuoto spaventoso; era pronto al sacrificio, era pronto a tutto quello che il Signore avrebbe voluto, ma, come accadde al Divino Maestro, l’umanità si faceva sentire con tutte le sue forze. Pregava egli, ma gli sembrava che a nulla giovasse la sua preghiera; cercava di innalzarsi a Dio, ma ricadeva nella vacuità da cui si sentiva preso. “Spiritus eius coepit timere et sentire diabolicas suggestiones18. Un freddo sudore si manifestò nel suo corpo, un tremore insolito lo prese in tutta la persona ed egli si sentì vicino all’agonia19. Francesco trovavasi in quel momento in una di quelle spaventose crisi che turbano talvolta le grandi anime e che sono peggiori di ogni altro spasimo, più penose di ogni martirio.

    Il demonio approfittò di quell’abbattimento temporaneo, e lo assalì con le più violente tentazioni; sembrava che tutto l’inferno fosse mosso in battaglia contro di lui; schiere di diavoli correvano sul tetto della Chiesa20. Ma egli fu forte e benché preso dall’abbattimento, benché la fralezza della carne si facesse sentire intera nella lotta dello spirito, tuttavia fu fermo e non vacillò. Si alzò, uscì dalla Chiesa e forte del segno della Croce21 gettò in faccia ai demoni una sfida, che è nello stesso tempo una manifestazione della sua grande umiltà: “Per parte di Dio onnipotente vi dico, o demoni, di esercitare sul mio corpo tutto ciò che vi sia permesso dal Signore Gesù Cristo; sono preparato a sostenere ogni cosa. Poiché essendo il mio corpo il peggiore mio nemico, mi vendicherete del mio avversario e di un pessimo nemico”. Ed i demoni, che erano andati per atterrire quello spirito, vedendo nella carne inferma quello spirito essere inespugnabile, pudore confusi, protinus evanescunt22. La lotta era finita con la sconfitta del nemico, la battaglia era stata guadagnata! Cessarono le tentazioni, ogni interno turbamento svanì, e Frate Francesco tornò in Chiesa nel luogo ove poco prima erasi prostrato e riposò e dormì in pace23.

    Il gallo aveva già annunziato il giorno vicino e dal Monte Serano pallida si affacciava l’aurora; dalle finestre delle poche casette ricostruite sui colli, i lucignoli annunziavano che la vita stava per riprendere il suo ritmo affaticato. Il re dei versi, Frate Pacifico non disturbò l’estasi del Maestro, si inginocchiò e fervorosamente pregò anch’egli innanzi al Crocifisso. La preghiera in certi momenti solenni, pieni di drammaticità, è quanto di più bello, di più grandioso possa immaginarsi.

    Ma in breve Frate Pacifico vien rapito fuor dei sensi ed un’estasi lo prende, il cielo gli si apre dinanzi ed alcuni troni egli vede, di cui uno più bello, più ricco, ornato di pietre preziose, sfolgorante di ogni gloria. Il re dei versi non sa cosa pensare di tal meraviglia, e mentre è assorto in tale visione paradisiaca e va pensando cosa ciò significhi, un’angelica voce, tutta soavità e dolcezza, gli rivela che quel trono fu già di Lucifero ed ora è riservato all’umile Francesco.

    La visione scomparve; il Poverello terminava allora la sua preghiera. Frate Pacifico non ne poté più; si alzò, andò al Maestro, gli si prostrò innanzi con le braccia spalancate, come se fosse davanti ad uno spirito trionfante in cielo24 e lo pregò di implorare da Dio per lui il perdono dei peccati. Frate Pacifico, buono ed ingenuo, pieno di quanto aveva allora veduto, non seppe trattenersi e pensò che il suo Maestro era veramente santo, e come tale poteva certamente implorare da Dio pietà per un povero peccatore.

    S. Francesco gli tese la mano e lo sollevò, comprendendo che il suo discepolo aveva avuto qualche cosa di grande e di straordinario, ma non lo interrogò; lo benedisse col segno della Croce e subito si diresse verso la porta; Frate Pacifico gli tenne dietro in silenzio. Il grande dramma era finito!

    I due frati si diressero verso la Via Flaminia; seguirono certamente la strada che ancor oggi va dalla piazzetta prospiciente la Chiesa di S. Pietro verso la Faustana. Attraversarono il bosco di quercie25 già sacro ai pagani; il canto degli uccelli, che salutavano il mattino, era per essi la laude delle creature osannanti a Dio. Pregavano! È impossibile concepire il Poverello e i suoi Compagni senza sulle labbra la preghiera o parole riguardanti il Signore. L’anima loro era piena della visione avuta nella Chiesa di S. Pietro ed essi si sentivano come fuori dal mondo, pieni di una gaudio celestiale.

    Il re dei versi fu il primo a rompere il silenzio. Quando due anime sonno prese dallo stesso sentimento, l’una desidera riversare nell’altra ciò che sente, e lo scambio delle cose intime le fa esultare, le rende maggiormente sorelle, le fa, in un certo senso, una cosa sola. E Frate Pacifico desiderava versare nel cuore del Padre tutto quello che passava in lui, nella sua mente; ardeva dal desiderio di rivelare quello che aveva veduto. Ma come fare? Era lecito a lui interrompere le alte meditazioni del Maestro? E non se ne sarebbe restata offesa la santa umiltà di lui? Questi pensieri tenevano titubante il re dei versi, il quale però finì col non poterne più, e rivolto al Santo parlò: “Che pensi, padre, di te stesso?” Abile e suggestiva domanda, che attendeva una risposta che avrebbe spiegato ciò che Frate Pacifico desiderava sapere. Nessun altro forse avrebbe azzardato di interrogare il Maestro, ma Frate Pacifico poteva far questo, perché era uno dei prediletti non solo, ma aveva sulla vita spirituale del Padre un ascendente che altri non possedeva.

    La risposta fu semplice, corrispondente pienamente al concetto che il Santo aveva di sé, pur confessando che il Signore usava con lui cose grandi, E frate Pacifico doveva ritrarre da quelle parole edificazione non solo, ma doveva avere la conferma di quel che era l’ideale di Frate Francesco nella conquista delle anime, nella santa riforma spirituale del mondo. E Frate Francesco parlò. “A me sembra, disse, di essere il più grande dei peccatori, poiché se tanta misericordia divina fosse toccata ad uno scellerato, certo egli sarebbe dieci volte più spirituale di me26.

    Frate Pacifico comprese che il Maestro era a parte della visione ch’egli aveva avuto poco prima, che la visione stessa era stata una realtà e non un sogno e che l’umilissimo Padre sarebbe un giorno sul trono perduto dalla superbia. Ripensò allora forse all’altra visione, che fu la prima, là, sul piazzale del Monastero di Colporseto, in S. Severino, quando vide Frate Francesco come confitto in una croce formata da due lucentissime spade. Ora aveva visto il trono di gloria riservato al suo Maestro; il suo cuore era riboccante di gioia, né altro più desiderava.

    Il campanile della Chiesa di Pietra Rossa già appariva tra la caligine mattutina, i tetti del lebbrosario già non erano più lontani. Frate Francesco e Frate Pacifico compresero che le cose terrene li attendevano, che i fratelli malati li chiamavano… Affrettarono il passo… La loro missione in sollievo degli infelici reclamava i suoi diritti; pienamente compresi del loro dovere, entrarono nel luogo del dolore.

    Z99

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    Note

    1)

    Veramente la strada che passa ai piedi di Trevi non è la vera Via Flaminia. La Via Flaminia, passato il Ponte di Augusto a Narni, proseguiva per S. Gemini,

    Carsulae

    e

    Forum Flaminii

    (S. Giovanni pro fiamma [sic] presso Foligno). La nostra invece si distaccava dalla Via Flaminia presso lo stesso Ponte di Augusto, passava per Terni, ascendeva il Monte Somma, entrava in Spoleto per Monterone, scendeva verso la Cattedrale e proseguiva poi, attraverso il Ponte Sanguinario, per S. Sabino e veniva a sbucare nella moderna località del Palazzaccio

    [Studi più recenti hanno inequivocabilmente individuato il tracciato più antico della Flaminia tutto a fondo valle, per Protte, Piè di Beroide, Pietrarossa, S. Eraclio, S. Maria in Campis,

    Forum Flaminii.

    Vedi riferimenti alla chiesetta di

    S. Apollinare

    ]

    . Al miglio VIII passava in vista dei

    Sacraria,

    i sacelli già ricordati. Dopo quattro miglia raggiungeva Trevi, dopo altre 5 Foligno e dopo altre tre la Flaminia a

    Forum Flaminiii

    . – Achille Sansi (

    Degli edifici di Spoleto

    , pag. 219) chiama questa strada « il ramo minore e meno ornato della Flaminia». Fabio Gori crede di averne scoperto il nome nella carta del Ravennate Castorius, che dicesi

    Peutingeriana

    , e ritiene che la nostra via si chiamasse

    Interemnana, cioè via Ternana o di Terni.

    (

    Fabio Gori,

    Sulla distruzione di Spoleto

    ecc. in « Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria » pag. 47, anno VI, fascicoli I, 1898)

    Io credo che il nome vero da darsi ad essa sia quello adottato sempre dal popolo, che l’ha chiamata e la chiama ancora « la strada romana»

    2)

    Virgilio,

    Georgiche

    , lib.2 [vedi:

    Clitunno -Autori latini

    3)

    Cornelio Nepote,

    Epistola

    8 del lib. VIII.

    4)

    Silio Italico,

    lib. 4. [vedi:

    5)

    Bolla di Alessandro III del 23 marzo 1177.

    6)

    Questi diritti e privilegi furono poi confermati da Celestino III nel 1193, da Innocenzo III nel 1198, da Onorio III nel 1217. Lo

    Iacobilli (

    Cronica di Sassovivo,

    pag. 228) dice che il Monastero fu fondato verso il 1158. Da documenti in mio possesso la data non risulta corrispondere alla realtà.

    7)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 214

    8)

    Il decreto del Duca Teopoldo indica la

    Turrim S. Benedicti

    cioè Bovara come uno dei luoghi che dovevano esser presi di mira in modo particolare.

    9)

    Ho in preparazione un lavoro intorno alla storia di quell’Abbazia. Dai numerosi documenti inediti in mio possesso ho tratto le riportate notizie.

    10)

    Iacobilli.

    pag. 259.

    11)

    Nella Chiesa di Bovara si venera anche oggi una miracolosa

    Immagine di Gesù Crocifisso

    . Qualcuno afferma che S. Francesco abbia pregato avanti a quell’Immagine e perfino che il Crocifisso gli abbia parlato. Non solo mancano argomenti in proposito, ma dobbiamo riconoscere che il Crocifisso stesso è opera posteriore al Poverello.

    12)

    Legenda Antiqua

    etc., pag. 14. Gli Abati di Bovara fino a quell’epoca furono i seguenti: Raniero (1158-1185), Ruberto (1185-1193), Boezio (1193-1198), Graziano (1198-…). Quest’ultimo sembra sia morto nel 1217. Dopo di lui c’è una parentesi che va fino al 1258, nel qual anno troviamo Eremita per Abate, il quale nel 1265 rinunciò per ritirarsi in

    S. Croce in Valle dell’Aquila

    , un eremitorio posto tra le gole dei monti.

    13)

    etc., pagg. 13 e 14.

    14)

    Speculum perfectionis

    Cap LII e LX pagg. 198 e109. Hunc primum edidit P. Sabatier, Paris, 1898.

    15)

    Fra Tommaso da Celano,

    S. Francisci Assisiensis Vita et Miracula

    aedita a

    P. Eduardo Alenconiensi

    Ord. fr. min. Capp., Cap 86 pagg.263 e 264, Romae, Desclèe e Lefèbvre, 1906.

    16)

    S. Bonaventura,

    Vita di S. Francesco,

    VI, 6.

    Nella Chiesa di Bovara esiste una lapide che conferma il racconto delle fonti da me citate. Quella lapide dice:

    D. O. M.
    Divo Francisco Assisiensi
    Sacra hac in aede per integram noctem orantem
    dire ab inferis impetito
    Et a B. Pacifico eius Socio
    Superna illa a Lucifero Amissa sede occupare
    per extasim conspecto
    Huius coenobii monachi tot GestorU
    perpetuum monumentu divotioni
    PP. anno Domini DMCCXXXIX(sic)

    La fonte più antica che parla di quanto avvenne in Bovara, è senza dubbio la Legenda Antiqua S. Francisci, che secondo il P. Delorme fu scritta da Frate Leone; segue lo Speculum Perfectionis, che il Sabatier ritenne di Frate Leone, mentre l’autore avrebbe tratto il racconto dalla Legenda. Viene poi Fra Tommaso da Celano, che S. Bonaventura riporta quasi con le stesse parole. Questi due ultimi tacciono il nome di Frate Pacifico e di Bovara. Niente vieta supporre che gli autori della Legenda e dello Speculum abbiano appreso il racconto dallo stesso re dei versi, Frate Pacifico. 17) Legenda Antiqua etc., pag. 13 «Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio». La Legenda riferisce come pronunziate in due tempi diversi le parole del Santo: «Eamus ad Ecclesiam Sancti Petri de Bovario, quin volo manere ibi in hac nocte». Poi «Revertere ad hospitale, quoniam volo hic manere in hac nocte solus, et cras summo mane ad me revertere». Le altre fonti invece riportano soltanto questo secondo ordine di S. Francesco. 18) Legenda Antiqua etc., pag. 14. 19) Fra Tommaso da Celano, S. Francisci etc., pag. 263. 20) Il solo Da Celano racconta dello strepito fatto dai diavoli; la Legenda Antiqua e lo Speculum parlano di diabolicae suggestiones. 21) Spec. Perf. – Luogo citato. 22) Da Celano. Luogo citato. La Legenda dice soltanto: «Et statim cessaverunt illae suggestiones». – Quasi le stesse parole adopera lo Speculum. 23) Legenda Antiqua e Speculum perfectionis. Luogo Citato. 24) Da Celano. Luogo citato.25) Questo boschetto di quercie esisteva fino a pochi anni fa; fu distrutto per amore di lucro e fu così annientato l’ultimo rimasuglio di particolari memorie antiche. 26) Fra Tommaso da Celano. Luogo citato. La Legenda Antiqua riferisce la risposta così: «Mihi videor esse maior peccator homo quam aliquis quis sit in hoc mundo».

  • Le memorie francescane – Il lebbroso

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 2. – Il lebbrosario di SS. Tommaso e Lazzaro

    Era comune nel medio evo la costruzione, lungo le strade principali, di locali destinati a raccogliere i lebbrosi.

    I lebbrosari eran veri luoghi di umiliante isolamento per i poveri malati, che venivano abbandonati da tutti. S.Francesco “non solamente serviva volentieri a cancerosi, ma oltre questo avea ordinato che li frati del suo Ordine, andando o stando per lo mondo, servissero ai leprosi per amor di Cristo, el quale volse per noi essere reputato leproso1. Il Santo vedeva in quegli infelici l’immagine del Salvatore, e perciò li aveva quanto mai cari, per essi spendeva una buona parte della sua attività, e “omnes leprosos qui essent multum plagati plurimum recommendaverat2. E con i lebbrosi fraternamente trattava e non disdegnava toccare e curare le loro piaghe e li chiamava dolcemente col nome di “fratelli cristiani”3.

    Da principio però aveva ribrezzo di essi. Un giorno, cavalcando presso Assisi, ne incontrò uno, e sebbene provasse grande ripugnanza, scese da cavallo e, vinto se stesso, abbracciò e baciò quell’infelice. Fu tale e tanta la gioia che ne provò, che alcuni giorni dopo volle ripetere l’atto, andò al lebbrosario, e, dopo aver distribuito elemosine, baciò le mani e la bocca degli infermi4.

    Da allora i lebbrosi diventarono i suoi prediletti, e quando incontrava un lebbrosario, picchiava alla porta, chiedeva ospitalità e vi pernottava prestando l’opera sua caritatevole e santa.

    *

    Sulla strada romana, presso la località detta di Pietra Rossa, nel territorio di Trevi, esisteva l’ospedale dei SS. Maurizio e Lazzaro per i lebbrosi ed incurabili5 ed anche questo fu oggetto di cure per S.Francesco e per i suoi Discepoli.

    L’istituto era retto da un sindaco e da santesi, i quali alla loro volta dipendevano dal Magistrato e dalle risoluzioni del Consiglio Generale6. Costoro però attendevano più che altro alla parte amministrativa, ed i poveri ammalati eran lasciati in balia di se stessi, con gli inevitabili disordini che è facile immaginare. Ciò portò ben presto necessariamente alla chiusura del lebbrosario, che fu trasformato in beneficio ecclesiastico a collazione della Dataria.

    Nel 1487 sorse lite per i beni di quell’ospedale tra Pierfrancesco di Francischino, Conte di Pierfrancesco Lucarini e Francesco di Ser Giacomo Valenti; il Comune allora ricorse a Mons. Maurizio Cibo, Arcivescovo di Cosenza e Governatore di Perugia, e a Mons. Francesco Mari, Vescovo di Viterbo, luogotenente generale della Provincia, in quel tempo dimorante a Trevi. Il Comune chiese di poter unire l’antico ospedale o alla Chiesa di S. Emiliano, o a quella delle Lacrime, oppure a S. Martino o S.Francesco7, adducendo per ragione le ruberie che venivano fatte a danno dell’istituto. E veramente queste ruberie dovevano essere ben gravi e scandalose, se il Beato Bernardino da Feltre, predicando in Trevi nel 1487, ne fece oggetto di un suo discorso e minacciò che i ladri sarebbero diventati “lebbrosi come quelli poveri8. E Durastante Natalucci lasciò scritto: “Non ho voluto per degni rispetti nominare ne’ capi precedenti li Attori dell’Ospedale di S. Tomasso, attesochè alcuni di essi a’ giorni miei hanno miserabilmente finito gli anni loro9.

    Nel 1500 il Comune, temendo che la Dataria vi rimettesse le mani, tornò ad occuparsi di quell’ospedale e dei suoi beni; nominò perfino un suo procuratore10, ma finì poi col cedere tutto alla Chiesa delle Lacrime. Dopo altre vicende il vecchio lebbrosario passò ai Cavalieri dei SS. Maurizio e Lazzaro (1731) e nel secolo passato alla Congregazione di Carità di Trevi, che alcuni anni fa trasformò la Chiesa in granaio, facendo così scomparire le ultime tracce di uno storico e pio istituto.

    Ai tempi di S. Francesco il disordine era certamente uguale a quello lamentato più tardi, ma ciò non fece che aumentare l’affetto del Poverello per gli infelici, che erano spesso da lui visitati11.

    E le visite del Santo non si limitavano ad una cosa fugace e di poco conto; egli si fermava a lungo, curava quei poverelli, che portava poi poco lungi, presso la Chiesa di S. Maria di Pietra Rossa, ove esisteva dell’acqua con la quale lavava le loro piaghe, ed in tal modo li consolava e li guariva.

    La Legenda antiqua S. Francisci, che secondo il P. Delorme fu opera di Frate Leone ed è certamente antichissimo documento francescano, ha occasione di accennare ad una di queste visite e con la solita semplicità dice: “Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio“. E la Legenda ci fa sapere anche che: “illis temporibus erat destructum castrum Trevii12, e quindi la visita avvenne certamente dopo il 1214.

    Delle lavande fatte ai lebbrosi in Pietra Rossa non esistono, che io sappia, documenti scritti molto antichi, ma una tradizione ininterrotta, mantenutasi costante tra il nostro popolo sta a provarne la verità.

    Che nella località Pietra Rossa sorgesse nell’antichità la Città di Trevi è leggenda e favola; Trevi è stata sempre dove sorge oggi. Sarebbe fuor di luogo esporre qui le ragioni che sostengono la mia affermazione; dirò soltanto che gli scrittori che hanno sostenuto il contrario non hanno portato mai un argomento attendibile, quand’anche, come fa il Natalucci13, non siano ricorsi all’autorità di qualche poetastro.

    Poter stabilire pertanto quello che fu nell’antichità Pietra Rossa è cosa molto importante ai fini del nostro studio e di interesse che va oltre la storia di Trevi. Non dispiacerà quindi al lettore se ci intratterremo alquanto sull’argomento.

    Prendiamo per punto di partenza la bellissima lettera in cui il Plinio il giovane parla all’amico Romano del fiume Clitunno14.

    L’elegante scrittore latino comincia col descrivere le sorgenti da cui ha origine il Clitunno; poi parla del fiume, che dice tanto ampio da essere navigabile. Le ripe del fiume sono coperte di frassini; si ammira un “templum priscum et religiosum“, in cui sta il dio Clitunno; all’intorno sono altri tempietti, in ciascuno dei quali si venera una divinità. Andando più oltre si incontra un ponte, che divide la parte sacra del fiume dalla profana. Prima di arrivare al ponte, cioè nella parte sacra, in cui si può navigare, abbiamo visto i tempi degli dèi; nella parte profana, nella quale è permesso fare i bagni, lo scrittore è colpito da qualche cosa di grandioso, dal balineum, già donato da Augusto agli Ispellati, i quali praebent et hospitium. Né mancano le ville, che seguono l’amenissimo corso del fiume.

    Questa è la fedele descrizione delle fonti e del corso del Clitunno tramandataci da Plinio. Prendiamo ora come oggetto del nostro studio il balineum degli Ispellati e trascuriamo tutto il resto.

    È chiaro che il balineum trovasi nella parte profana del fiume, al disotto del ponte; supporre che potesse essere al di sopra, nella parte sacra, sarebbe un errore, perché Plinio dice che vi eran proibiti i bagni.

    Il ponte divisore era nel mezzo del territorio di Trevi, nel punto in cui da molti secoli esistono i molini detti oggi della Faustana, chiamati nei documenti più antichi i molini di “ponte maggiore15. Il balineum non doveva distare molto dal ponte, perché Plinio lo nomina subito, come la cosa che più lo ha colpito nella parte profana; accenna soltanto alle superbe ville di piacere, che eran sparse un po’ da per tutto, ma non accenna ad altro. Se avesse visto altre cose degne di nota, Plinio l’avrebbe detto; perciò il balineum era l’edificio più grande o l’insieme di più edifici che egli poté ammirare nella sua imponenza.

    Ma dove sorgeva esso?

    La tradizione, che spesso è l’unica guida nelle ricerche storiche ed archeologiche, non indica nessun luogo in cui sorgesse il balineum; ci dice soltanto che a Pietra Rossa, nell’antichità, fu fabbricato qualche cosa di grande, forse una città, forse Trevi stessa. Questo ci dice la tradizione, formatasi però troppo tardi per esser presa sul serio. Infatti se a Pietra Rossa fosse stata una città Plinio ne avrebbe parlato; il suo silenzio, in questo caso, conferma che doveva esserci laggiù qualche cosa di maestoso, ma non una città.

    Che si trattasse di grandi edifici lo provano i ruderi che vengono fuori anche ai giorni nostri, scavando in quei luoghi16

    Ma se non si tratta di avanzi di una città, a che appartennero quei ruderi?

    A me sembra non possa mettersi in dubbio che in Pietra Rossa esistesse il grandioso balineum degli Ispellati.

    Tracce evidenti del balineum dovevano esistere fino al 1400 e anche dopo, se il Mugnoni17 parlando della Chiesa di Pietra Rossa, dice senz’altro: “dove c’è facta quilla maestà et dove ce sonno quilli bagni“.

    Di quali bagni parla qui il Mugnoni? Egli ricorda prima l’immagine della Madonna, che tutti vedono e tutti venerano ed adopera un linguaggio che non ammette dubbi: “dove c’è facta quilla maestà“. Seguita poi adoperando la stessa forma precisa, assoluta, indiscutibile: “dove ce sonno quilli bagni“. Si trattava quindi di una cosa visibile a tutti. Che cosa impedisce pensare che avanzi di antichi bagni si vedessero ancora, forse anche qualche sala? Supporre si trattasse di bagni costruiti in quei tempi, sarebbe pensare all’assurdo; eran cose che non si usavano più. Dunque eran bagni dell’epoca romana, e siccome Plinio ricorda lungo il Clitunno solo il balineum degli Ispellati, è chiaro che questo sorgeva dove oggi è Pietra Rossa.

    L’atto altamente pietoso e cristiano che S.Francesco compiva facendo lavare i lebbrosi nelle acque di Pietra Rossa è una prova di quanto io sostengo. Infatti, perché per quelle lavande non si serviva dell’acqua del pozzo dell’Ospedale, che esisteva allora, come oggi, proprio di fronte al fabbricato e preferiva invece andare a Pietra Rossa, cioè ad una distanza non indifferente per un povero lebbroso? Evidentemente in quel luogo il Poverello trovava una comodità maggiore, forse poteva servirsi di qualche vasca, di qualche sala dell’antico balineum.

    Oggi nulla più esiste all’infuori della Chiesa della Madonna, edificio certamente antichissimo e fatto con materiali di edifici preesistenti; esistono ancora due pozzi, uno sulla piazzetta della Chiesa ed uno poco lungi18. Il nostro popolo, che il 24 giugno accorre numeroso per celebrare in quel luogo la festa e la fiera di S. Giovanni Battista, va ancora ad attingere acqua in questo secondo pozzo e con essa si lava per devozione, e ne porta, per lo stesso fine, una certa quantità a casa. E quell’acqua è chiamata l’acqua santa,e questo nome non le è stato dato in tempi recenti, ma lo ha avuto sempre attraverso i secoli19.

    La Chiesa di Pietra Rossa è certamente dedicata alla Madonna; però alla devozione a Maria vediamo associata quella a S. Giovanni Battista e l’acqua santa è detta anche oggi del pozzo di S. Giovanni Battista. E’ facile dedurre da ciò che, come era costume della Chiesa, si volle santificare il luogo pagano con l’idea di un rito cristiano, ed ai bagni, già ritrovo di mondanità e ricettacolo di vizi, fu sostituito il culto a S. Giovanni Battista, il purissimo Precursore che nelle acque del Giordano compì la cerimonia che annunziava il Sacramento del Battesimo.

    Mi fu già detto che la mia tesi, essere stato in Pietra Rossa il balineum degli Ispellati, sia basata su deduzioni e non abbia in proprio sostegno alcuna prova. Ciò non è vero, come abbiamo visto, ma anche se lo fosse, il mio non sarebbe dissimile da ragionamenti di questo genere fatti per importanti monumenti archeologici da persone che si sono specializzate nella materia.

    Io non dubito affatto che in Pietra Rossa esistessero i grandiosi bagni di cui parla Plinio, e formulo il voto che prossimi scavi, che riusciranno certo interessantissimi, vengano a confermare la mia tesi20.

    Nel lebbrosario di Trevi, secondo me, avvenne la conversione del lebbroso impenitente, di cui parlano i Fioretti con la solita semplicità21. Noto subito che l’ aureo libretto non nomina, come è suo costume, il luogo in cui il fatto avvenne, ma l’analogia tra alcune frasi dei Fioretti ed altre della Legenda Antiqua, le circostanze che che emergono dalla narrazione, non fanno dubitare punto di quanto io dico.

    In un luogo, narrano i Fioretti, presso il quale allora dimora S. Francesco, esisteva un lebbrosario, in cui i frati prestavano l’opera loro. Un lebbroso “impaziente, incomportabile e protervo” non faceva altro che bestemmiare contro Dio e la Madonna, ed imprecare contro chi lo serviva. I Frati sopportavano ogni cosa con pazienza, ma un bel giorno finirono con l’andare a dir tutto a S. Francesco. Ed il Santo accorse al capezzale dell’infelice, e appena lo vide, lo salutò cristiano: “Dio ti dia la pace“. Ma l’altro rispose altezzosamente, pronunciando parole contro Dio e contro i Frati.

    S. Francesco si avvide che solo la misericordia di Dio poteva muovere quel cuore indurito; si ritirò e si mise a pregare. Poi tornò al lebbroso e si offrì egli stesso a curarlo. L’infermo fu lieto di ciò e: “Io voglio che tu mi lavi tutto quanto” disse imperiosamente Ed il Poverello con ogni carità lo lavò e man mano che procedeva nella lavanda la lebbra scompariva; in tal modo quel poveretto rimase guarito nel corpo od anche nell’anima.

    Dopo quindici giorni il graziato “informò d’altra infermità, e fornito di Sacramenti ecclesiastici si morì santamente“.

    Tale è il racconto dei Fioretti. Vediamo ora dove trovare le prove che il fatto sia avvenuto nell’Ospedale dei Santi Tommaso e Lazzaro.

    La Legenda Antiqua22 dice: “manebant fratres in hospitalibus leprosorum“. Queste parole sono accompagnate dall’affermazione che S. Francesco e Frate Pacifico erano ospitati nell’Ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro; segno evidente che i Frati prestavano l’opera loro anche in questo lebbrosario. I Fioretti dicono: “I Frati servivano ai servi di Cristo cancerosi e infermi“. L’affermazione fatta dai due documenti quasi con le stesse parole fa supporre con ragione che la fonte da cui i due racconti furon fatti sia stata l’unica, quasi si sia trattato di una serie di racconti di ciò che S.Francesco aveva operato nel lebbrosario di Trevi. D’altra parte sappiamo che S.Francesco andò più volte a Bovara e dimorò tra le rovine dell’Abbazia, come vedremo più avanti; è facile quindi mettere questo fatto in relazione con le parole dei Fioretti: “in un luogo appresso di quello là ove San Francesco stava allora“. Di modo che si deve concludere, a parer mio, che quando i Frati, non potendone più per gli improperi e per le bestemmie del lebbroso, andarono ad avvisare S.Francesco, questi stava in Bovara e il fatto, che si svolse poi, avvenne nell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro.

    In nessun altro luogo, ch’io sappia, troviamo una così precisa tradizione dei bagni fatti fare ai lebbrosi, come quella che riguarda Pietra Rossa. Soltanto qui rimane memoria di guarigioni operate da S.Francesco mediante i lavacri con quell’acqua, che il popolo ancor oggi chiama “acqua santa“. Il lebbroso dei Fioretti chiese per prima cosa di esser lavato tutto quanto, e S.Francesco lo lavò ed in tal modo lo guarì. Memorie precise di avvenimenti di tal genere riguardano le località da noi indicate e non altre; qui adunque avvenne la guarigione del lebbroso, che era certamente ricoverato nell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro.

    Non tutti forse approveranno il mio modo di ragionare e faranno bene se ne diranno il perché; a me sembra che esso sia giusto e le conclusioni corrispondenti a verità.

    Comunque sia, è per me ragione di grande compiacimento poter indicare nel territorio di Trevi i luoghi precisi in cui S.Francesco compì opere di misericordia tanto grandi e tanto meritorie.

    Z99

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    Note

    1)

    I Fioretti da S. Francesco d’Assisi a cura del P. F. Sarri, pag. 112. Vallecchi editore, Firenze.

    2) Legenda Antiqua S. Francisci, Texte du M.S. 1046 (M69) de Perouse édite par le P. F. Delorme O.F.M.,pag.13. Editions de la «France Franciscaine», 9, rue Marie Rose, XIV, Paris, 1926.

    3)

    Stesso luogo.

    4) Tommaso da Celano, Leggenda, II, Cap. 3.

    5) Pelosio, Catalogo delle Chiese della Diocesi Spoletina pubblicato dal Can. D. Luigi Fausti, «Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria», vol. I, fac. I e II, pag. 174 e seg., anno 1913.

    Il chiarissimo

    Can. D. Luigi Fausti

    nel suo lavoro

    Degli antihi ospedali di Spoleto

    (Stab. Tip. Panetto e Petrelli, 1922) accenna all’opinione di qualcuno che ritenne esistere in Trevi due Ospedali distinti coi nomi di S. Tommaso e di S. Lazzaro. Nello stesso errore incorse il celebre Giovanni Joergensen (S. Francesco d’Assisi, pag. 450, Torino, Società Editrice Internazionale)

    . I documenti ci parlano di un solo ospedale dei lebbrosi detto dei SS. Tommaso e Lazzaro, o solo di S. Tommaso od anche semplicemente

    de pede Trevii

    . Esisteva bensì un altro ospedale in Borgo di Trevi innanzi alla Chiesa di S. Egidio, ma non ho trovato che anch’esso servisse per i lebbrosi. Il

    Pelosio

    (

    luogo cit.

    , pag. 174 lo nomina così: «

    Hospitale de Burgo Trevii ante Ecclesiam S. Egidii

    ».

    6)

    Archivio Comunale di Trevi, detto delle Tre Chiavi. – Riformanze del 1334 f. 10 e 12; del 1441 f.70.

    7)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1487, f.173.

    8)

    Ser Francesco Mugnoni, Annali

    ,

    pag. 105 – Trascrizione di D. Pietro Pirri, Perugia, Unione Tip. Coop. 1921.

    9)

    D. Natalucci

    , Historia

    ecc., pag. 276

    .

    10)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1500, f. 72

    11)

    Nella Chiesa di S. Francesco in Trevi, nell’altare di cui è stato parlato,

    in curnu epistolae

    , sta un quadretto che riproduce il lebbrosario dei SS. Tommaso e Lazzaro con S. Francesco ed un altro Frate

    12)

    Legenda

    ecc. pag. 13 e 14. Nella

    ricorre spesso questa attestazione: «

    Nos vero, qui cum ipso fuimus, testimonium perhibemus de illo

    ». Ciò, mentre prova l’antichità dello scritto, mostra l’autenticità di quanto è narrato.

    13)

    , nell’ opera citata

    a pag. 556, fa appello all’autorità dell’Orosio, autore di un certo poema latino, in cui si afferma che Trevi sorse dove ora sta Pietra Rossa e che l’attuale Chiesa fu un tempio dedicato a Giunone. Fantasia e niente altro! L’Orosio visse verso il 1600 e fu il primo a dire queste cose; prove non ne portò, ma tutti ci credettero ugualmente.

    Un altro poeta del 1400, Federico Frezzi da Foligno, nel suo

    Quadriregio

    al cap.18 dice che Trevi fu fondata da Anchetros, nepote di Troos di Troia. Può prendersi sul serio questa roba? … Eppure ci fu chi ci credette!

    14)

    C.Plinii Caecilii Secundi

    Epistolae

    , Lib. VIII, n.8.

    15)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1347, f.124, 130 e 131; 1376, f. 67.

    Tiberio Natalucci

    in opera citata

    , pag. 14. – Non so se il Natalucci, oltre il fatto che i molini anticamente si chiamavano di

    ponte maggiore

    , abbia avuto altri argomenti per sostenere che in Faustana stava il ponte nominato da Plinio; Nel suo lavoro non lo dice. É certo però che il territorio di Bovara, da cui i buoi scendevano a purificarsi nelle chiare acque del Clitunno, era l’ultima zona compresa nella parte sacra e siccome questa zona termina precisamente in quella località, è chiaro che lì stava il ponte e no altrove. I molini seguirono anch’essi la sorte di Trevi nel 1214 e furono ricostruiti nel 1358. (Rif. d. anno, f.35 e 43).

    16)

    In un manoscritto del 1765

    da me posseduto è detto: «

    Fin a giorni nostri

    chiunque scava il terreno per quel circuito e vicinanze trova fondamenta di ben grossi muri, uno dei quali specialmente in retta linea per lo spazio di sopra a mezzo miglio per la sua ampiezza e lunghezza ci dimostra senza dubbio il fondamento delle antiche mura della Città

    (sic);

    strade ottimamente selciate; piedistalli e basi di colonne in tal distanza e simmetria disposte, che vi fanno conoscere esser stati in quel luogo altri antichi e sontuosi tempii, o pure bagni, o teatri; colonne infrante, pietre lavorate in quadro di considerabile grandezza, che danno chiaro indizio di esser frammenti di edifici in magnificenza a città cospicua corrispondenti

    Anche nel 1864, quando si costruiva la ferrovia, vennero alla luce molti oggetti, alcuni dei quali furono raccolti dal Comune; molti però andarono dispersi.

    17)

    Mugnoni, Annali ecc., pag. 40.

    18)

    In un vecchio libro manoscritto appartenente all’Archivio della Sacrestia di S. Emiliano, intitolato

    Erezioni

    , verso la fine, è riportato l’inventario degli oggetti appartenenti alla Chiesa di Pietra Rossa redatto da D. Pietro Adriani il 5 giugno 1722. L’inventario è preceduto da queste notizie: «

    L’antica e divota Chiesa detta la Madonna di Pietra Rossa, sotto il titolo di S. Gio. Batta, spettante al R.mo Capitolo Vecchio dell’insigne Collegiata di S. Emiliano della Terra di Trevi, trovasi nel Piano un miglio in circa dalla d. Terra, poco discosto dalla Strada Romana nell’ultimi limiti della Villa di Parrano e della Villa di Collecchio. Questa è stata sempre esistente fin dalla primitiva Chiesa Cattolica secondo le notizie di molti scrittori, e secondo la notizia che apparisce in una Tabella di d. Chiesa, che Papa Anacleto che fu il quarto Papa doppo S. Pietro l’anno di N.S. 103 vi concesse in perpetuo in molti giorni dell’anno Indulgenza plenaria. Papa Evaristo l’anno 112 confermò la suddetta indulgenza e Papa Alessandro primo l’anno 191 come anche Papa Igino l’anno 142, del che ne appariscono memorie nella Sacrestia della Basilica di S. Pietro di Roma dal che chiaramente si scorge l’antichità molta della med. S’ha per tradizione che in un Pozzo verso l’occidente, detto il pozzo di S. Giovanni, esistente nei beni del Priorato di d. Collegiata distante circa cento passi dalla sud. Chiesa, nella vigilia del glorioso S. Giov. Batta circa l’ora del Vespero vi comparisca miracolosamente ogni anno una nuova, o vero accrescimento d’acqua e questa vi sia per tutto il giorno della sua Festa seguente fin oggi chiamata l’acqua di S. Giovanni,

    colla quale lavandosi, o pure bevendola, guarisca mirabilmente la lebbra, et altri diversi mali;

    per il che sino al giorno presente vedesi numeroso concorso di gente, e comprovasi la verità da quelli, che oggi viventi ne hanno sperimentato e visto il miracolo

    La notizia dell’Indulgenza concessa dai Papi Anacleto, Evaristo, Alessandro e Igino è parto di fantasia. Perfino le date non corrispondono agli anni in cui quei Papi sedettero sulla cattedra di S. Pietro. Ho voluto però riportare per intero questo scritto sia perché parla dell’acqua santa con accenno alla guarigione della lebbra, sia perché le altre notizie, benché non vere, confermano l’opinione diffusa che la Chiesa di Pietra Rossa sia antichissima.

    19)

    Mugnoni, Annali ecc., pag. 40

    e

    159.

    D. Natalucci,

    Istoria ecc

    ., pag. 556. Il Natalucci aggiunge: « …

    aver ricevute stupende grazie e miracoli quelli che la medesima acqua avevano bevuto e con ella si erano lavati, mandandoci S.Francesco d’Assisi i leprosi [che] dimoravano nell’ospedale di S. Tommaso

    20)

    L’importante argomento seguita ad essere oggetto delle mie ricerche e dei miei studi; spero in seguito di poter pubblicare una memoria più particolareggiata.

    21)

    I Fioretti

    ecc., edizione citata Cap. XXV, pag.112.

    22)

    Legenda Antiqua

    ecc. Luogo citato. Anche per i

    Fioretti

    vedi luogo citato.

  • Le memorie francescane – La predica

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 1. – La predica sulla piazza di Trevi.

    La piazza di Trevi doveva avere, ai tempi di S. Francesco, prima della distruzione della Città, presso a poco la stessa forma e la stessa struttura di oggi. Da un lato il palazzo del Comune, tutt’intorno case di nobili cittadini ed in fondo la torre. Una fontana, da cui zampillava freschissima acqua, abbelliva la piazza1.

    Quel luogo, per solito frequentato da poche persone e pieno di movimento soltanto nelle solennità e nelle fiere, prese un giorno l’aspetto delle grandi occasioni. Non solo i Cittadini di Trevi erano usciti dalle case e si erano riversati sulla piazza, ma da ogni luogo, dal monte e dal piano, la gente affluiva con un interessamento insolito, con un desiderio mai provato per l’innanzi.

    La fama di quanto operava in ogni luogo il grande penitente di Assisi era giunta anche qui le dicerie di cui il popolo circondava quello strano predicatore, le meraviglie che si raccontavano di lui e dei suoi seguaci erano conosciute anche a Trevi; era perciò bastata la notizia del suo arrivo perché la gente accorresse.

    E per di più si diceva che quell’uomo avrebbe predicato.

    E predicò infatti. Il popolo da prima rumoroso, mosso da curiosità più che altro, fu in breve preso dalla parola del predicatore. Egli non diceva cose nuove, non usava un dire elevato, adoperava il linguaggio del popolo, eppure l’uditorio in breve fu conquistato; il silenzio si fece generale e nell’ampia piazza si sentiva soltanto la voce di Frate Francesco ed il mormorio dell’acqua zampillante dalla fontana. E i cuori eran commossi ed il desiderio di seguire una via di umiltà e di perfezione si impadroniva pian piano, come sempre avveniva nelle prediche di lui, di quanti stavano ad ascoltare.

    Ma mentre più infuocate uscivano le parole dalle labbra di Frate Francesco e l’uditorio più e più s’immedesimava in lui, un asino, lasciato in balia di se stesso, invase ragliando la piazza. Fu un movimento, una protesta generale. Ma l’asino seguitava a correre all’impazzata, spaventato dalla presenza di tanta gente ed in special modo dalle grida di quelli che lo rincorrevano per fallo tacere.

    Frate Francesco fece cenno con la mano che ognuno stesse al suo posto, e rivolto all’asino: “Fratello, disse, sta’ quieto e lascia ch’ io possa predicare”. Ed ecco che la meraviglia si compie: l’asino si ferma, mette la testa tra le gambe e rimane così in silenzio fino alla fine della predica.

    Colui che presso Bevagna predicò agli uccelli, che rimasero ad ascoltarlo, quel povero Frate che in Gubbio aveva mansuefatto un lupo e che dovunque vedeva in ogni animale una creatura di Dio, e quindi un fratello o una sorella, seppe a Trevi far tacere un giumento e costringerlo a star fermo quasi ascoltatore della parola di Dio.

    *

    Il fatto, così come è stato esposto, è narrato da Fra Bartolomeo da Pisa nella sua opera De Conformitate2; la mancanza di testimonianze più antiche non costituisce una difficoltà per la verità storica del racconto.

    Il Da Pisa scrisse nella seconda metà del 1300, quando cioè erano ancora viventi coloro che conobbero alcuni dei primi discepoli, che avevano tanto a cuore parlare del Maestro scomparso, ricordare i fatti della sua vita, rivelare le sue eroiche virtù. Le narrazioni quindi potevano essere ancora controllate nel modo più assoluto, ed il racconto perciò di Fra Bartolomeo da Pisa deve accettarsi, secondo me, senza discussione.

    Né può mettersi in non cale il fatto che in Trevi, fino ai giorni nostri, si è tramandata immutata la tradizione dell’episodio miracoloso. Se il Da Pisa avesse raccontato una cosa non vera, quel racconto non sarebbe pervenuto fino a noi, né i nostri antenati lo avrebbero preso sul serio, fino al punto da far riprodurre il fatto in quadri e pitture.

    Entrando nella Chiesa di S. Francesco in Trevi, sulla parete di fronte alla porta, un pochino a destra, vedesi l’Altare dedicato al Santo. E’ di stile barocco, ma di un barocco abbastanza buono. In alto, sotto al timpano, sta una tela rappresentante la gloria di S. Francesco; subito sotto, a grandi caratteri, si legge l’iscrizione: ” Domine, decorasti me signis Redemptionis nostrae“. Queste parole sono la illustrazione del quadro raffigurante il dono delle Stimmate, che campeggia in mezzo all’Altare.

    Ai fianchi di questo grande quadro, stanno altri quadri minori fatti su tela a spina di pesce.

    In “cornu Evangelii”, nel quadretto più basso, è riprodotta nei minimi particolari la scena descritta da Fra Bartolomeo da Pisa. Vi si vede la piazza, parte del colonnato del palazzo comunale e vicino a questo colonnato S. Francesco che predica; in fondo alla piazza la fontana e vicino ad essa l’asino.

    La mano che ha dipinto quel quadro è abbastanza buona; nell’insieme il lavoro non è disprezzabile.

    L’Altare, e quindi anche il quadro, fu fatto nel 1598 per opera di Grifone Petroni, di cui si vede in alto lo stemma di famiglia e poco distante la tomba3.

    Quando nel 1645 i Frati Conventuali chiamarono il Cav. Gagliardi di Città di Castello per affrescare il nuovo chiostro del ricostruito Convento, non dubitarono affatto di ordinare fosse riprodotta la scena della predica sulla piazza di Trevi.

    Queste due riproduzioni, dal punto di vista storico, hanno un grande valore, per quanto siano di circa quattrocento anni posteriori all’avvenimento. Esse stanno a dimostrare che per quattro secoli in Trevi si era mantenuto vivo il ricordo del prodigio, che si riteneva da non doversi discutere nemmeno, tanto da non dubitare di farlo riprodurre in quadri esposti al pubblico.

    Abbiamo quindi una tradizione costante, continua, indiscussa che ci dice che il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa non può essere messo in dubbio ed il fatto è veramente avvenuto.

    Z99

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    Note

    1)

    Durastante Natalucci

    nella sua Historia ecc. a pag. 61 dice che quella fontana era a riquadri distinti da colonnine; era certamente di forma poligonale. La tazza e la colonna che la sostiene sono ora nella fontana in fondo alla piazza del mercato di Trevi. Vedi a tal proposito: CONTE DOTT. TOMMASO VALENTI, Curiosità Storiche Trevane, Foligno, F. Campitelli editore, 1922, pag. 7.

    2) Analecta Franciscana – De Conformitate Vitae B. Francisci ad vitam D.ni Jesu – Auctore F. BARTHOLOMEO DE PISA, tomo V, pagg. 13 e 14. Quaracchi presso Firenze, Tip. del Collegio S. Bonaventura, 1912

    3)

    La famiglia Petroni era nobile e discendeva da Siena; da essa vennero scrittori, giureconsulti ecc. Nella Chiesa del Monastero di Monte Oliveto Maggiore, presso Siena, una lapide dice: “

    In hoc tumulo jacet corpus D. Thomae de Petronibus de Trevio scriptoris apostolici an. 1462

    ”. – Il Card. Riccardo Petroni fu giurista insigne e Legato di Clemente V a Roma, nel 1313 quando il Papa era Avignone.

    Nell’Altare, di cui sopra, era eretta la Compagnia delle Terziarie Francescane, alle quali Grifone lasciò l’olio per la lampada.

    Atti del notaio Girolamo Mancini

    , an.1598, tomo n. 844 f. 244. –

    Atti del notaio F. Mattioli. Testamento di Grifone Petroni,

    8 dicembre 1617 e Codicillo del medesimo 24 dicembre 1617, tomo 888 f. 597 e f. 610. – Archivio Notarile di Trevi.

  • Le memorie francescane – Proemio

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    Proemio

    In quest’anno di apoteosi francescana le nostre belle Città Umbre si apprestano a far rivivere il ricordo di quanto il Poverello compì tra le loro mura. E ben fanno esse, perché il Santo di Assisi è veramente una gloria di tutta la nostra regione.

    Ed è per questo che anch’io desidero parlare di quello che S. Francesco fece a Trevi, tanto più che c’è da registrare qualche episodio che nella sua vita ha del grandioso e dello straordinario.

    S. Francesco col suo animo di artista e di poeta, si entusiasmava innanzi alle bellezze che il Signore ha sparso nelle cose create. Nell’ammirare la verde valle di Spoleto soleva dire che niente di più bello e di più giocondo aveva mai visto, e voleva che coloro che abitavano in mezzo a tante meraviglie naturali amassero il Signore, lo servissero, imparassero a conoscerlo sempre più. Spinto da questi sentimenti dell’animo suo grande saliva i colli umbri, visitava le città, le borgate e dovunque lasciava profonde tracce dell’opera sua santa. Ecco perché si può dire che non ci sia un solo angolo dell’Umbria che il Poverello non abbia visitato.

    Quando S. Francesco, non ancora iniziata la sua missione, partì per la guerra delle Puglie, passo ai piedi di Trevi e dovette, come avviene ancora oggi ai viaggiatori, ammirare il bel panorama della graziosa cittadina appollaiata sopra uno dei colli più ameni, circondata tutt’intorno da migliaia di verdi olivi. E più tardi, quando la grande opera ebbe principio, egli non poté dimenticare Trevi, ed anche quassù salì apportatore di pace, apostolo di bene.

    E’ impossibile stabilire quando e quante volte S. Francesco sia venuto nella nostra Città; abbiamo però elementi sicuri per affermare che vi venne più volte, sia quando vi fioriva il benessere, sia quando la sventura si abbatté tremenda su di essa.

    Tristi tempi eran quelli per Trevi. Il Duca di Spoleto Teopoldo aveva messo gli occhi sopra alcuni castelli dipendenti da essa e voleva impossessarsene ad ogni costo. Si avvalse dell’odio che gli Spoletini nutrivano contro i Trevani e il 16 luglio 1213 emanò un feroce decreto che ordinava la distruzione di Trevi e la devastazione del suo territorio1.

    Gli Spoletini avevano sofferto incursioni e danni per parte dei Trevani, quando restauravano la propria Città distrutta nel 1155 da Federico Barbarossa2 e perciò non parve loro vero di dare il proprio aiuto al Duca Teopoldo e di potersi precipitare con tutto l’odio contro Trevi, che nel 1214 distrussero e degli abitanti parte ne uccisero e parte ne cacciarono in esilio. La rovina fu generale, la città fu rasa al suolo e solo qualche Chiese fu rispettata. Ecco perché non troviamo in Trevi fabbricati anteriori a quell’epoca.

    Pochi furono i Trevani superstiti che poco dopo osarono tornare a guardia della patria sventurata ed a piangere sulle sue rovine. Ma passato il primo momento di spavento e di terrore, questi animosi cominciarono a ricostruire le mura e a riattare qualche fabbricato, nutrendo in cuore la speranza di veder risorgere la città3. I Folignati compresero che Trevi poteva essere un baluardo contro Spoleto, ne chiesero perciò e ne ottennero il dominio da Innocenzo III, vi costruirono una rocca e favorirono i restauri4.

    Ma ben presto Foligno si ribellò alla Chiesa ed invitò Federico II a venire contro il Papa. Dopo varie vicende, la peggio toccò ai Folignati che nel 1240 si videro tolto il dominio sul nostro territorio e furono costretti a riparare i danni che, nell’occasione, avevano inferto alla cittadina che risorgeva5.

    S. Francesco venne a Trevi certamente prima e dopo questi fatti. Di quattro episodi abbiamo speciale memoria, e di essi tre riguardano il Santo ed uno Frate Leone, Pecorella di Dio. Questi episodi sono:

    1. Un asino durante una predica del Santo è obbligato a fare silenzio.
    2. I lebbrosi dell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro assistiti e guariti da S. Francesco.
    3. La preghiera di S. Francesco nella Chiesa di Bovara e la visione di Frate Pacifico.
    4. Un uomo tenuto in carcere a Trevi è liberato miracolosamente da Frate Leone.

    Ognuno di questi episodi ha una base storica indiscutibile e la dimostrazione di ciò è il fine principale che mi sono proposto nell’intraprendere questo mio studio.

    Z99

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    Note

    1) Il decreto del Duca Teopoldo fu pubblicato da Achille Sansi in

    Documenti Storici Inediti,

    Foligno,

    Sgariglia, 1879, pag. 222. Lo pubblicò anche

    Tiberio Natalucci

    ,

    Studi sulla Storia di Trevi

    (Tip. F. Campitelli 1865, Foligno), ricopiandolo dall’opera manoscrittaa del suo avo Durastante, il quale però lo riporta mutilo ed incompleto.

    2)

    Durastante Natalucci

    Historia Universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, pag. 19. Quello di Durastante è un prezioso manoscritto gelosamente conservato dalla nobile Famiglia Natalucci. Riguardo ai danni fatti dai Trevani agli Spoletini cita il Leoncilli, il Minervio, ecc.

    3)

    MURATORI

    Rerum ital.

    Script

    ., tomo 3 f. 586.

    4) DORIO, Istoria della famiglia Trinci, pag.133. Foligno per Agostino Alterii, 1648.

    5)

    D. Natalucci

    Historia

    ecc., pag.24

  • Famiglia Meloni

    Famiglia M

    eloni

    di Ancona

    (in elaborazione)

    Stemma della famiglia Meloni*

    * Stemmi delle famiglie patrizie, 1787 e aggiunte successive – Trevi, Archivio Comunale (foto 1996).1

    Trevi, Italy - Stemma famigluia Meloni

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Y01

    Note

    1

    )

    – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19

    ), Perugia, 2005, p. 345

  • La Torre di Matigge

    Testimonianza di tempi irrequieti e di sanguinose lotte tra i comuni, la torre si alza imponente al lato della via Flaminia. Poderoso strumento di difesa ma anche appariscente dimostrazione del potere comunale.

    Purtroppo le numerose costruzioni commerciali ed industriali sorte recentemente le hanno tolto molto della minacciosa imponenza che aveva fino oltre la metà del secolo scorso.

    I più anziani ricordano ancora le truculente storie di briganti che qui compivano le loro losche imprese. La solitudine del luogo, l’inquietante enigma della mancanza della porta di accesso (nessuno ha mai cercato seriamente l’ingresso sotterraneo e se qualcuno ha trovato indizi in occasione delle nuove fabbriche, certamente non è andato a raccontarlo) hanno alimentato il nascere ed il perpetuarsi di tante storie paurose.

    Recentemente è stata consolidata dopo il terremoto del 1997

    La torre vista da NW- foto 24/2/2004

    n.670-16c

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    Le vicende che portarono alla sua costruzione e l’importanza che ebbe nei secoli andati sono ben descritte nell’articolo di seguito tratto da:

    Tommaso Valenti,

    Curiosità storiche Trevane

    , Foligno, 1922]

    A circa metà strada tra Foligno e Trevi, sulla via Flaminia e ad est di essa sorge questo interessante monumento, che richiama l’attenzione dei passanti, e che per noi e per altri conserva una leggenda di fatti paurosi, di tremende aggressioni e di assassini avvenuti lì presso.

    Di essa molte e interessanti memorie troviamo nel nostro Archivio delle Tre Chiavi. Il 28 settembre 1392 un tal Angelo del Medico proponeva al Consiglio che per difendersi dai malfattori, che giorno e notte si aggiravano in quei pressi, facendo ogni sorta di danni si facesse alle falde del monte di Matigge una vasta fossa con una Torre bene bastita, incaricando di tal affare tres bonos et legales homines, con pieni poteri. E infatti il 29 decembre dello stesso anno si nominavano a tal fine Manente di Petruccio, Ser Angelo del Medico e Ser Andrea di Ser Nuccino.

    Non si mise però subito mano alla fabbrica, e perciò il Consiglio insisteva perché si sollecitasse. Per facilitare l’opera si dette facoltà il 1° novembre 1393 a Del Medico di fare una specie di prestito forzoso con gli abitanti di Matigge (imponere prestantiam) col patto di scontare il debito nei pagamenti dei dazi (in successivis dativis).

    Si cominciò allora a preparare il materiale necessario, ma il lavoro non era ancora cominciato alla fine del 1394. Infatti il 18 decembre di quell’anno il Consiglio sollecitava nuovamente la Commissione, affinché pensasse sul serio a fabbricar la Torre.

    Finalmente, il 10 gennaio 1395 si stipulava il contratto con il muratore Gregorio da Cerreto, che aveva fabbricata anche la Torre di Fabbri, imponendo a lui diversi patti e condizioni, con la multa di cento libre di denaro in caso d’inadempienza. I lavori procedevano però alla stracca e forse non bene, perché il 13 settembre 1395 il Consiglio raccomandava di nuovo si sollecitasse la fabbrica e che l’opera fosse prelibata e bella e delle dimensioni stabilite.

    Poco dopo la Torre era finita e vi si mise un custode. Per comodo di questo eravi nella Torre stessa una cisterna, il forno ed un molino – forse a vento – e sulla cima di essa una campana di 300 libbre la quale doveva servire per chiamare aiuto in caso di bisogno. E doveva accorrere un uomo per foco sotto pena di un Fiorino per volta.

    La Torre aveva l’ingresso segreto sotto alla strada, e nell’interno della Torre stessa eravi un deposito di armi e munizioni. La sommità era cinta da merli, alti tre piedi, e fabbricati nel 1427 da Giovanni Paluzzi. Si ascendeva alla cima per mezzo di una scala di legno, più volte rifatta.

    Ai piedi della Torre era una vasta fossa di difesa, che si varcava per mezzo di ponti, e che era stata scavata imponendo a quei di Matigge l’obbligo di mandare un operaio per foco per quel lavoro.

    Ma tutte queste precauzioni non valsero a rendere inespugnabile la Torre. Infatti una volta tra le altre, e precisamente il 3 di luglio 1488 essa fu assalita da Franceschino Cybo con le sue genti, il quale andava mettendo a sacco e a ruba il nostro territorio. Ecco come racconta il fatto il Mugnoni: “1488 et addì 3 luglio venne messer Franceschino figliolo del Papa Innocenzo VIII [(1) Innocenzo VIII chiamato prima Giov. Battista Cybo, aveva da giovane vissuto qualche anno a Napoli alla Corte di Alfonso I d’Aragona. “Ma havendo havuto da una gentildonna duoi figlioli chiamati Francesco e Teodorina, quali si disse esser nati legittimi, morendo assai presto la madre, fu per tal causa costretto a partire da quella città….”. – Così il Platina nell’Historia delle vite dei Sommi Pontefici. – Nota dell’A:] con molte squadre de jente d’arme; per due volte vennero in quello di Trevi ad saccomanno, uno alla Torre di Matiggia et li portarono [via?] d’orgio et spelta”.

    Dal che però non risulta chiaramente se l’orzo e la spelta fossero da quei tali portati via dalla Torre, dove forse erano immagazzinati per maggior sicurezza, o se, invece, i saccheggiatori depositassero quivi il loro bottino di cereali.

    Fu in seguito a questo fatto che il Comune deliberò fortificare maggiormente la Torre, facendo proseguire e compire il rivellino che vi era stato fatto da tre lati fino dal 1486, per un circuito di dieci pertiche e 65 piedi con una spesa di 28 Fiorini, 8 Bolognini e 27 denari. Il compimento del rivellino ordinato nel 1489 costò 60 Fiorini.

    Nel 1539 si stabilì costruire presso alla Torre una capanna coperta di coppi, per riparo degli uomini che erano a guardia della Torre stessa. Però questa nuova costruzione fu demolita nel 1601, per utilizzarne i coppi nella copertura della Torre, danneggiata dalle intemperie

    Nelle nostre “Riformanze” troviamo numerosi provvedimenti presi per la manutenzione e il restauro di questo piccolo fortilizio; segno evidente che, a quei tempi, esso era di utilità incontestabile.
    Mi dispenso però dal riferire o citare i molti documenti, che gli studiosi di cose patrie troveranno facilmente nell’Archivio delle Tre Chiavi. Lo stato attuale della Torre è tuttora discreto.1 . Non credo però vi si possa accedere internamente, senza l’aiuto di una scala, essendo rimasto sepolto l’antico passaggio che era sotto la strada.

    Sul lato ovest della Torre, quello cioè prospiciente la via Flaminia si vedono quattro stemmi: dei Cybo[errato vedi nota.2], dei Trinci[errato] , di Perugia e di Trevi, abbastanza ben conservati

    Tommaso Valenti

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    X03-05Z-088

    Note 1) Come detto sopra, è stata recentemente restaurata dopo il terremoto del 1997.

    2) L’attribuzione degli stemmi alle famiglie Cybo e Trinci è errata. Il primo stemma a sinistra potrebbe appartenere al vescovo di Spoleto Bartolomeo Bardi (1320 – 1344) (comunicazione del dott. Ferrante Mancini Lucidi – 13/8/2008) o ad altri personaggi della stessa famiglia fiorentina. Andrea de Bardi e Bindo (o Biondo) de Bardi furono podestà di Perugia nel nel 1355 e nel 1364 (comunicazione del dott. Ferrante Mancini Lucidi – 28/4/2009)

  • Matigge in Festa

    Comune di Trevi
    Assessorato alla Cultura – Assessorato ai Servizi Sociali con la collaborazione della Pro Trevi

    MATIGGE IN FESTA

    19-29 LUGLIO 2007

    Giovedì 19 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra TIZIANO BANDMartedì 24 ore 21 Commedia teatrale presentata dalla compagnia “Dieccafò”
    Venerdì 20 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra JOSELITOMercoledì 25 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra MOULIN ROUGE
    Sabato 21 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra LUNA ROSSAGiovedì 26 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra HAREM
    Domenica 22 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra CIMARELLI’S BAND ore 08,00 – Gara podistica
    ore 16,30 – Giochi popolari
    Venerdì 27 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra MARCELLO SANTUCCI Torneo di freccette
    Lunedì 23 ore 21 Gara di Briscola a 32 coppieSabato 28 ore 21 Serata danzante con l’Orchestra AMICI MIEI

    TUTTE LE SERE DALLE ORE 19.30 APERTURA STAND GASTRONOMICI,
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  • Frazione di Matigge

    Frazione del Comune di Trevi, esattamente a nord del capoluogo, al confine con il comune di Foligno. Il territorio che si estende dal punto più basso del fondo valle fino i monti confinanti con Manciano, raggruppa numerose antiche “ville”, alcune delle quali derivano sicuramente da insediamenti romani o addirittura anteriori.

    Il nome, che nelle antiche scritture è indicato come MATIDIA, è estremamente interessante poiché tale era il nome della bellissima nipote dell’imperatore Traiano e suocera dell’imperatore Adriano. Di straordinaria bellezza, testimoniata da due magnifici busti arrivati fino a noi, fu oggetto di eccezionale autentica venerazione. Adriano fece innalzare in suo onore un grandioso tempio, che nel IV secolo veniva annoverato tra le dieci “basiliche” di Roma.
    Alcuni studiosi hanno ipotizzato che potrebbe esserci una relazione tra l’antico nome di Matigge e la nobildonna romana. (vedi diario di Bill Thayer 11/9/98 in occasione di un suo sopralluogo).

    Sicuramente la zona era abitata al tempo dei Romani, come testimoniano reperti nella chiesa di S. Donato e l’importante frammento di epigrafe paleocristiana rinvenuto nella chiesa parrocchiale di S. Clemente.

    Al tempo delle lotte comunali la zona di Matigge acquistò notevole importanza strategica come baluardo verso Foligno. A testimonianza di ciò rimane il manufatto più appariscente: La Torre.

    L’importanza strategica del luogo è confermata dal fatto che in antico costituiva il “terziere” omonimo, una delle tre entità geografiche in cui era diviso il territorio del comune di Trevi.

    Tra i monumenti più interessanti c’è da annoverare la CHIESA DI S. NICOLO’

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