Autore: Franco Spellani

  • Servizio su Luxury

    Rassegna Stampa – Recensioni ________________________________________________

    Were small is beautiful

    Febbraio-Marzo 2001

    Un bel servizio sull’Umbria “minore” Dove piccolo è bello nella rivista multilingue

    a diffusione internazionale.

    LUXURY Magazine

    A Trevi è dedicata una foto del teatro e una del panorama su due pagine

    091

    Rassegna Stampa

  • Linea Umbra 01 – Mostra

    LINEA UMBRA 01

    Osservatorio Arte Giovane

    Trevi, Flash Art Museum, Linea Umbra_01

    Perugino: Allegoria delle Virt? cardinali e teologali (La Speranza), 1500, Collegio del Cambio, Perugia .-Part. – Elaboraz. digitale.

    TREVI – Flash Art Museum

    Inaugurazione: 20 settembre 2003, ore 18

    Dal 21 settembre al 13 novembre 2003
    Dal marted?al venerd? ore 15-19 – Sabato e domenica: ore 10-13 e 15-19

    Coordinamento: Maurizio Coccia Curatori: Marinella Caputo, Lorenzo Carrara, Maurizio Coccia, Mara Predicatori, Viviana Tessitore

    Simona Badiali – Stefano Bonacci – Canicola (Andrea Belli, Matteo Erembourg, Giacomo Porfiri) – Francesco Capponi – Lorenzo Carrara – Luciano Carrera e Andrea Marchi – Andrea Colombu – Mario Consiglio – Marino Ficola – Danilo Fiorucci -Simona Frillici – Benedetta Galli – Robert Lang – Giorgio Lupattelli – Laura Patacchia – Lucilla Ragni – Nicola Renzi – Pietro Ricci – Anja Schinder – Fabrizio Segaricci – Fausto Segoni – Valentina Vinci – Donatella Wilson Quintavalle

    Il Trevi Flash Art Museum organizza Linea Umbra 01, una mostra che vuole fare il punto sulla situazione giovanile dell?arte in Umbria. Quattro giovani critici, in collaborazione con la direzione del museo, hanno sottoposto ad un attento esame le realt? creative operanti sul territorio, evidenziando le esperienze pi?incisive, per apertura culturale, aggiornamento, forza espressiva.

    La selezione finale riunisce ventiquattro autori, alcuni dei quali stranieri, ma tutti, a vario titolo, legati a questa regione. Molti dei partecipanti sono gi?apparsi in importanti rassegne nazionali; altri, invece, sono praticamente degli esordienti. Il ventaglio delle tecniche impiegate, poi, ?quanto mai esauriente, contando opere di pittura, video, installazioni, multimedialit?

    La particolarit?della manifestazione travalica il puro dato estetico. Si tratta della prima analisi ragionata del patrimonio dell?arte giovane in Umbria, secondo un criterio che evita ogni deriva localistica o folclorica.

    TREVI FLASH ART MUSEUM – Palazzo Lucarini, 06039 Trevi (PG)
    Tel : + 39 0742 381818 Fax: + 39 0742 381819 e mail: tfam@flashartonline.com web: http://www.flashartonline.com

    Trevi, Flash Art Museum, Pianta del Museo

    Ubicazione delle opere

    1 Laura Patacchia
    2 Robert Lang
    3 Nicola Renzi
    4 Simona Frillici
    5 Canicola
    6 Donatella Wilson
    Quintavalle
    7 Danilo Fiorucci
    8 Benedetta Galli
    9 Carrera – Marchi –
    10 Pietro Ricci
    11 Giorgio Lupattelli

    12 Andrea Colombu 13 Francesco Capponi
    14 Fausto Segoni
    15 Stefano Bonacci
    16 Anja Schinder
    17 Marino Ficola
    18 Simona Badiali
    19 Fabrizio Segaricci
    20 Lucilla Ragni
    21 Mario Consiglio
    22 Valentina Vinci
    23 Lorenzo Carrara

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    703

  • Biografia di Clemente Bartolini

    Trevi – Villa Fabri

    Domenica 12 ottobre 2014, ore 16,30

    Presentazione del libro

    Biografia di Clemente Bartolini

    di Anna Paola Bartolini

    Interventi: Bernardino Sperandio, sindaco di Trevi

    Vincenzo Labella, scrittore e regista

    Ritorna alla Ritorna alla pagina Appuntamenti d’Autunno 2014

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  • Generazioni in Umbria (presentazione)

    Comune di Trevi – Associazione

    generAzioni

    Venerdì 23 gennaio 2009 ore 16.30

    Sala Convegni
    Complesso museale di San Francesco

    Presentazione del libro Generazioni in Umbria (si) narrano

    Venti racconti autobiografici
    di persone che vivono in Umbria

    Relatore:Marco Milella, Università degli Studi di Perugia
    Saranno presenti:Maria Teresa Marziali, curatrice della pubblicazione, esperta in metodologie autobiografiche
    La classe II B della Scuola Secondaria di I grado dell’ Istituto Comprensivo Statale “T. Valenti”
    Intervengono: Valentino Brizi, Assessore Cultura Comune di Trevi
    Emiliana Carletti, Autrice del racconto “La mia vita nel paese dei balocchi”
    Stefania Moccoli, Assessore Politiche Sociali Comune di Trevi
    Damiano Stufara, Assessore Politiche e Programmi Sociali della Regione Umbria

    La cittadinanza è invitata a partecipare 091

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  • Matigge in Festa

    MATIGGE IN FESTA

    8-12 giugno 2011

    Mercoledì 8 ore 20,30Esibizione di Tango Argentino Gara di Briscola
    Giovedì 9 ore 20,30Commedia dialetttale (La Piazzetta) “Li Zitelluni”
    Venerdì 10La notte della boxe
    Sabato 11 ore 20,30Serata danzante con l’orchestra SCACCO MATTO Niell’intervallo esibizione dei barzllettieri LANDO e Dino
    Domenica 12 ore 20,30serata danzante con l’orchestra AMICI MIEI

    TUTTE LE SERE DALLE ORE 19 Gastonomia, Piadineria, bar, Giochi per tutti.

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  • Le memorie francescane – Cappuccini

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte

    : I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 5. – Il Convento di S. Antonio o dei Cappuccini.

    Sopra un colle bellissimo, da cui si spazia nell’ampia verde umbra vallata, era la dimora dei Padri Cappuccini. Un settarismo sciocco vi fece erigere nel secolo passato il Cimitero con lo scopo preciso di creare uno stato di cose che impedisse il ritorno dei Frati.
    Il Convento abbastanza grande, aveva tutte le caratteristiche di quelli costruiti da questi umili Figli di S. Francesco, e la Chiesa era semplice e non molto grande. I Cappuccini vennero a Trevi nel 1559 ed in principio fu loro dato un eremitaggio, che era stato fondato da Senzino di Bernardino da Trevi. Poco dopo però e poco lontano dall’eremitaggio fu costruito un Convento. Fatti di grande importanza non notano i documenti che parlano dei Cappuccini; si sa che i buoni Frati furono pieni di zelo e di carità. Le Riformanze del Comune notano i vari sussidi che venivano loro concessi..
    Nel Convento di S. Antonio dimorò certamente S. Giuseppe da Leonessa, ed il Signore operò un prodigio per l’intercessione del suo servo fedele.
    Ho trovato il racconto del fatto negli atti del notaio trevano Germanico Paolelli1 ; ho ragione di credere che questo documento sia del tutto sconosciuto e ritengo perciò interessante pubblicarlo per intero.:
    “In nomine Domini Amen. Die 14 mensis junii anno 1629. In mei notarii pubblici et testium infrascriptorum praesentia, praesens R. Dna Tesbina monialis in Monasterio S. Luciae Trebii pro veritate requisita dixi ut infra: Non molt’anni prima che morisse il P. f. Gioseppe predicatore Cappuccino da Leonessa accorse che stando nel Monastero di S. Lucia di Trievi inferma Marta di Gio. Angelo del Ferro, fanciulla di dieci anni, dove era per educarsi sotto la cura di ma Tisbina Cascioli abbadessa in quel tempo e per quanto affermavano i medici era idropica, et un medico forastiero di gran nome disse scopertamente ch’il suo morbo era naturalmente e per regole di medicina totalmente incurabile e che s’attendesse alla salute dell’anima, perché il corpo era affatto perduto; et all’altre pessime conditioni e concorrenti dell’infermità vi si aggiungevano dolori gravissimi et acutissimi di ventre, il quale era tutto incordato et indurito e vi si scorgevano come due corde durissime. Venne intanto fra Gioseppe a dir Messa in questa Chiesa e quelle bone Madri per la divotioni che gli havevano gli fecero intendere per mezo d’una domestica che serviva il Monastero il pessimo stato della d. inferma pregandolo e supplicandolo per amor di Dio a degnarsi di dir quattro parole di conforto alla disperata fanciulla, ch’a tale effetto gli farebbero portare alla grata et a pregare Dio per lei; ma rispondendo brevemente il Servo di Dio che non parlava a Monache; esse soggiunsero che almeno si degnasse di toccarla e dargli la sua benedittione; e ciò dicevano perché confidavano grandemente nei suoi meriti. Rispose f. Gioseppe che non voleva, né occorreva più toccarla perché era già libera e risanata. Andarono e trovarono ch’erano cessati i dolori, risoluto il tumore et affatto sana restando solamente per alcuni giorni in letto con debolezza in segno d’infermità che haveva patito e per memoriale della miracolosa liberatione et operatione di Dio ad honore del suo fedel Ministro; et hora vive sana e robusta e si chiama suor Agnese et hoggi 1629 è Abbadessa nel presente Monastero.
    Super quibus … petitum fuit a me notario pubblico confici publicum instrumentum, praesentibus in terra Trevii in Ecclesia S. Luciae, ante gratam respicientem intus clausuram d. Monasteri in d. sua … latera ad mul. rev.do D. Pietro Picchio Vicario S. Dominici Trevii et Cappellano d. Monasterii e D. Piersante Canasserio de Trevio testibus vocatis et rogatis.
    f.to Germanicus Paulellis notariu rogatus “.
    Dei Optimi Providentiae. D. Luciae Tutelae
    Laurentii Castrucci Ep. Sp. Vigilantiae
    Agnes Abbadissa et Moniales P.A.D. MDCXXXV.

    Z99

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    Note

    1

    )

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio Germanico Paolelli,

    anno 1629, f. 208.

  • Le memorie francescane – Il Monte di Pieta'

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 4. – Convento di S. Martino

    Il Monte di Pietà [ L’Autore non ha dedicato un capitolo all’argomento, ma lo ha trattato sotto Convento di S. Martino. Per l’importanza dell’oggetto, per l’estensione del testo e per una più facile consultazione lo si è voluto scorporare dalla pagina dedicata al convento di S. Martino e trattarlo in una pagina specifica]

    Nella missione svolta dagli Osservanti in Trevi emergeva l’opera del Padre Agostino da Perugia e del Beato Bernardino da Feltre.

    Eran tempi in cui era in pieno sviluppo l’usura più esosa, favorita dalle condizioni generali non floride, che si ripercuotevano largamente sui singoli. Il danaro circolava poco e quel poco era in mano di privilegiati o avidamente accaparrato da uomini senza coscienza e senza ritegno. Venivano così a crearsi delle situazioni gravi, per far fronte alle quali si sopportava lo strozzinaggio esercitato dagli Ebrei, come un loro particolare mestiere.

    Non mancavano severe disposizioni per combattere questa piaga della società d’allora, ma troppe erano le circostanza che le rendevano senza effetto. Inoltre per eludere la legge, si adottava il famoso contractus mohatrae[?], per il quale colui che prendeva il danaro in prestito figurava di acquistare dal mutuante merce a prezzo molto elevato e di rivendergliela poi ad un prezzo minimo.

    Anche a Trevi, che trovatasi nelle stesse condizioni di altre Città, cadde ben presto sotto le unghie rapaci degli Ebrei. Il 18 settembre 1457 troviamo il Consiglio Generale1 intento a discutere intorno alla venuta di un ebreo, di nome Isacco Angerilli, al quale bisognava fare delle buone condizioni affinché accettasse di venire in Trevi ad esercitarvi il mestiere dell’usuraio.

    Giacomo d’Andrea, «antepositus Comunis», a Antonio Bartoluzzi «egregius vir» raccomandarono caldamente il capitolato proposto ed il Consiglio approvò all’unanimità, segno questo del grande bisogno di moneta sentito da tutti.

    Con l’Ebreo pertanto restò pattuito:

    1.° Isacco e i suoi figli «quos habet et in futurum habebit» possono abitare nel Comune di Trevi e nelle cause civili e penali «tractentur et tractari debeant ut Trebani».

    2.° Nel giorno di sabato e in qualunque altro giorno festivo «secundum legem judaicam» Isacco e i suoi non possono esser costretti a mutuar danaro, a restituir pegni o far checchessia.

    3.° Il Comune ha diritto di avere in prestito, una sola volta l’anno, trenta fiorini, senza pagare interessi per due mesi e senza l’obbligo dei pegni; se dopo i due mesi il danaro non è restituito, si debba pagare l’interesse «quorum solidorum denariorum pro quolibet floreno».

    4.° «Dictus Isacchus et filii eius judaei et famuli teneantur et debeant ad usuras in dicta terra Trevii cuicumque volenti aliquid accipere sub usuris, super quibuscumque pignoribus ydoneys et pro merito vel usura recidere possint boloneum unum pro quolibet floreno mense singulo». I pegni però dovevano esser tenuti in gran cura e rimanevano in possesso dell’ebreo, se il padrone non li avesse ritirati dopo dieciotto mesi.

    Questo il capitolato stabilito dl Comune con Isacco Angerilli, il quale fu ben lieto delle condizioni che gli venivan fatte e che eran per lui molto vantaggiose. L’interesse di un bolognino al mese per ogni fiorino corrisponde (senza computare l’interesse composto) al trenta per cento all’anno, poiché sappiano che il fiorino equivaleva a quaranta bolognini. Ma dove l’ebreo trovava il far suo era nel fatto che nessuna condizione era posta e nessun controllo sanzionato per stabilire il valore dei pegni e la quantità di danaro da darsi su quel valore. Date poi le condizioni generali, è facile immaginare che eran molti coloro che non potevano più riscattare il loro pegno, che rimaneva così in mano all’ebreo, il quale poteva farne mercato a suo piacimento; nessuno clausola del capitolato glielo vietava. E qui appunto consisteva la parte più esosa dell’opera nefasta dell’Angerilli, il quale si impinguava di danaro, spogliando la povera gente.

    L’ebreo poté esercitare impunemente il suo poco nobile mestiere per oltre dieci anni senza che nessuno lo disturbasse seriamente. Ma nel marzo del 1469 predicava in Trevi il quaresimale2 Padre Agostino da Perugia, il quale nelle sue prediche «plurimum et veementissime» si scagliò contro gli usurai e prese le difese dei poveri di Trevi. I placidi e tranquilli sonni d’Isacco cominciarono ad esser turbati, tanto più che il Padre Agostino prendeva di mira proprio le sue azioni e le combatteva con tutto il suo zelo.

    Uno dei mezzi escogitati in quei tempi per combattere l’usura furono i Monti di Pietà. Il primo di essi fu eretto in Orvieto ed approvato da Pio II nel 14643; dopo di quello molti altri ne sorsero qua e là, ed i Francescani, che conoscevano molto bene i bisogni del popolo, ne furono i grandi propagandisti.

    Da principio il Monte di Pietà funzionava così: i ricchi e gli abbienti fornivano denaro e merci, ed essi venivano considerati come creditori del Monte e perciò ricevevano una piccola parte del guadagno. In progresso di tempo questo guadagno si dovette devolvere a beneficio dei poveri.

    Le norme che regolarono definitivamente i Monti di Pietà furono dettate da Leone X il 4 maggio 1515 con la costituzione «Inter multiplices» che fu preparata nel Concilio Laterano, Sessione I; il Concilio di Trento, nella Sessione XXII, pose senz’altro i Monti di Pietà tra gli Istituti Pii.

    La Chiesa ebbe sempre una sorveglianza speciale sui Monti di Pietà; ora lo Stato ed il Comune si sono sostituiti ad essa.

    Con la venuta del P. Agostino da Perugia, anche per Trevi era giunto il momento di avere il Monte di Pietà, che fu certamente tra i primi ad essere aperto in Italia.

    Il 5 marzo il Consiglio Generale si radunò; il Podestà fece presente che il «venerabilis et religiosus frater Augustinus de Perusio» insisteva perché anche in Trevi si iniziasse il Monte di Pietà «ad honorem summi Dei et pauperum Trebanorum utilitate» e perciò il Consiglio «bene intellecta et considerata dicta praeposita, muture[?] consulte, declaret et decernat quid super huiusmodi re faciendum sit».

    Presero subito la parola due personaggi eminenti, due dottori in legge, Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti, ambedue approvando la nuova istituzione. Il primo anzi propose che lo statuto del Monte di Pietà dovesse esser compilato da Fra Agostino d’accordo con i Priori ed il Podestà e due uomini per ogni Terziero. Natimbene Valenti propose che «pro corroboratione et augumentatione dicti Montis» fosse lasciato in suo profitto l’introito che veniva al Comune dalla gabella detta del passaggio.

    Il Consiglio approvò tanto l’istituzione del Monte quanto tutto il resto con voti sessantasei favorevoli ed uno contrario.

    Prima che l’assemblea fosse sciolta4 Padre Agostino, che era intervenuto all’adunanza, consigliò che il Comune concedesse ancora un sussidio al nuovo Monte. La cosa fu accolta con molto calore e Apollonio di Pietro propose si desse il ricavato delle multe applicate ai bestemmiatori, ciò che fu approvato con 60 voti favorevoli contro due. Il giureconsulto Gregorio di Tommaso volle si desse parte di altre tasse da applicarsi dal Consiglio Generale, ed in fine Nanni di Venanzo propose si dessero quindici salme di grano «pro manutentione et conservatione Montis pietatis». Il che fu eseguito con ogni esattezza.

    Immediatamente Padre Agostino, i Priori e il Podestà nominarono due uomini per ogni terziero secondo la proposta di Gregorio di Tommaso; risultarono eletti: Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti per il Terziero del Castello, Pierfrancesco di Francischino e Bartolomeo di Ser Giacomo per il terziero di Matigge e Marco Palmucci e Bartolomeo di Giovanni per il Terziero del Piano. Queste egregie persone si misero subito a studiare le costituzioni da dare al Monte di Pietà.

    Ma il Padre Agostino comprendeva che se non si fosse tolto via il capitolato stabilito tra il Comune e Isacco Angerilli, non si sarebbe concluso niente, perché l’ebreo avrebbe saputo render nulla l’azione del Monte, cosa del resto che seppe fare ugualmente.

    Il 19 marzo Padre Agostino intervenne all’adunanza del Consiglio Generale, prese la parola e propose alcune cose «pro salute omnium hominum pro bono pacis et concordia». Ma le parole del valente oratore si aggirarono specialmente intorno agli ebrei ed in modo particolare a Isacco Angerilli ed elencò addirittura le disposizioni che il Comune avrebbe dovuto adottare per combattere l’usura.

    Il giureconsulto Gregorio di Tommaso, a cui si unirono Pierfrancesco di Francischino, Angelino di Sante, Tommaso di Giovanni, Marco Palmucci e Nanni di Venanzo, approvò pienamente le eloquenti parole di Padre Agostino ed il Consiglio con 60 voti favorevoli ed uno contrario prese la seguente delibera: «Committatur predicatori nostro fratri Augustino de Perusio Ordinis Minorum ut possit praedicta capitula cancellare et nova addere, minuere pro suo libito et voluntate».

    Lo zelante francescano si mise subito al lavoro ed in breve presentò le correzioni al capitolato con gli ebrei ed «ordinavit» che fossero conservate « consensu et voluntate Magnificorum Dominorum Priorum». Si trattò adunque di un vero e proprio atto legislativo compiuto con i pieni poteri concessi dal Consiglio Generale.

    Noto subito che non venne inibito ad Isacco di dare in mutuo moneta con la garanzia di pegni, ma soltanto ciò veniva regolato in maniera più corrispondente a giustizia.

    Parimenti si lasciò integro l’interesse di un bolognino al mese per ogni fiorino, o perché questo era il tasso in uso allora, come si può supporre per ciò che si fece in seguito, o perché il bisogno era tale che si pensava esser meglio pagare il 30% annuo piuttosto che perdere ogni mezzo per poter avere danaro.

    Ecco quali furono le modifiche apportate dal P. Agostino al capitolato con gli ebrei.

    Innanzi tutto si ripete che Isacco Angerilli, la sua famiglia e i suoi soci hanno la facoltà di risiedere a Trevi e «in omnibus in quibus a sancta matre ecclesia suppurtantur» devono essere trattati come Trevani. Parimenti si conferma che nelle fest4e ebraiche e nel sabato non si può usare nessuna costrizione agli ebrei, ma viene aggiuto un particolare articolo che proibisce ogni operazione anche nelle feste cristiane, ciò che fino allora non era contemplato. Rimane anche confermato il prestito da farsi al Comune alle condizioni già note.

    Siccome però l’usura è proibita «per legem naturalem, propheticam, canonicam ac etiam politicam, et expressissime per legem evangelicam», così Isacco Angerilli potrà in seguito ricevere un bolognino per fiorino ogni mese, fermo restando l’obbligo della buona manutenzione dei pegni, ma il valore del pegno e l’eventuale vendita di esso devono esser regolati da disposizioni precise.

    Passati i diciotto mesi stabiliti, i pegni potevano esser venduti, ma sulla pubblica piazza del Comune, «eo modo et forma» che si adoperavano per i pegno del Monte di Pietà, e ciò che fosse ricavato «ultra sortem et uxuram» si dovesse dare al padrone del pegno, e ciò da eseguirsi sotto la sorveglianza degli Ufficiali del Monte di Pietà. Se l’ebreo «contrafecerit» sarebbe incorso nella pena di venti ducati oro da dividersi tra la Camera Apostolica, il Comune di Trevi e l’accusatore. Prima poi di procedere alla vendita dei pegni, si doveva notificare «per preconem» che tutti potevano ritirare entro un certo tempo ciò che avevano dato all’ebreo. Le notificazioni dovevano esser tre e fatte in giorni diversi: dopo quindici giorni dall’ultima, i pegni si potevan vendere «ut supra», se così volevano i padroni del pegno, altrimenti, se si fosse trattato di negligenza sarebbero rimasti in possesso dell’ebreo.

    Veniva così frenato il guadagno illecito avuto fino allora sui pegni, che ricevuti per pochi danari, eran poi venduti certamente ad alto prezzo.

    Veniva poi sancita in modo preciso, sotto pena di due ducati oro la proibizione dell’ «uxura de uxuris», cioè della facoltà di poter esigere l’interesse composto, e rimaneva integro per gli ebrei l’obbligo di portare il «signum» di riconoscimento.

    Tutte queste disposizioni però dovevano valere per l’avvenire; i pegni tenuti presso l’ebreo fino a quel giorno dovevano esser regolati col vecchio capitolato e perciò potevano esser acquistati con tranquillità di coscienza.

    Contro tali disposizioni i Cittadini Trevani che si fossero sentiti danneggiati, potevano presentare ricorso entro quindici giorni al Cancelliere del Comune; in quanto all’ebreo restava inteso che veniva cancellato e abrogato tutto ciò che non era contenuto in questo capitolato redatto dal Padre Agostino.

    Vien voglia di pensare che a queste condizioni, così diverse da quelle che furon fatte dal Comune quando fu pregato di venire a Trevi, Isacco Angerilli sia immediatamente partito, ma invece non fu così. Infatti il nuovo capitolato si chiude con queste precise parole: «Quae capitula praedictus Isach coram prefato Consilio espresse acceptavit».

    Evidentemente Isacco aveva ormai conosciuto molto bene l’ambiente in cui si trovava ad operare e comprendeva che c’era ancora modo di fare affari, oppure era sicuro di potere impunemente fare il comodo proprio poiché, nonostante le pene minacciate ad ogni singola disposizione, non c’era forse chi avesse la forza di poter fare osservare ciò che il Consiglio Generale approvava o che in suo nome veniva sancito o promulgato. Ciò che si svolse in seguito sta a provare la verità di questa supposizione.

    Intanto anche lo Statuto del Monte di Pietà era redatto ed ebbe subito tutto il suo vigore. L’11 marzo si addiveniva già alla nomina delle cariche per opera dei Priori, di Padre Agostino da Perugia e della Commissione nominata dal Consiglio e della quale abbiamo parlato sopra.

    Il primo depositario del Monte fu Niccolò Cilli, che doveva tenere in deposito i danari da darsi a mutuo; a lui fu unito quale Camerlengo Virginio di Giacomo, che aveva l’obbligo di conservare i pegni. Tali nomine ebbero luogo nella Sacrestia della Chiesa di S. Francesco.

    Il P. Agostino mise ogni cura nel redigere lo Statuto del Monte di Pietà, aiutato certamente dal consiglio e dall’opera dei due giureconsulti Gregorio di Tommaso e Natimbene Valenti. In quello Statuto tutto è previsto, tutto è esaminato, i doveri degli Ufficiali sono ben definiti, i diritti dei mutuanti ottimamente salvaguardati. Si può con sicurezza affermare che quello Statuto è un’opera sapiente, che rivela la grande cura che i Francescani mettevano nella propaganda e nella formazione di questi Pii Istituti5 .

    Lo Statuto fu approvato dal Luogotenente, che risiedeva a Spoleto, il 20 marzo e dal Governatore dell’Umbria il 19 di aprile. Come si vede, si procedeva con grande celerità, segno evidente dell’importanza riconosciuta al Monte di Pietà.

    Tutto adunque andava di bene in meglio e sembrerebbe che lo zelo del P. Agostino avesse avuto ragione dell’ingordigia dell’ebreo e che l’usura fosse per sempre estirpata da Trevi.. Ma purtroppo avviene spesso che l’opera di un uomo di talento e di buona volontà sia agli antipodi con la mentalità della maggioranza, a cui beneficio quell’uomo si affatica, di modo che quell’opera finisce col non avere quell’effetto che logicamente avrebbe dovuto avere.

    Nel 1474, a cinque soli anni di distanza da quanto aveva fatto il P. Agostino da Perugia, vediamo tornare in auge l’esosa opera degli ebrei. Il 6 settembre di quell’anno il Card Della Rovere che risiedeva allora a Spoleto, secondava, con un suo decreto6, le suppliche dei Trevani e concedeva il permesso di poter chiamare a Trevi uno o due ebrei «quibus liceat sine aliqua poena, etiam excomunicationis, mutuare pecunias super pignoribus».

    Questo decreto conferma con evidenza che le condizioni finanziarie in quei tempi eran gravi, perché altrimenti non si concepirebbe l’intervento di una tanta autorità per permettere un genere di speculazione poco conforme alla dottrina cristiana, quando non era addirittura disonesta.

    Il Monte di Pietà forse da principio non poté funzionare in modo da soddisfare alle esigenze dei Trevani, e di qui la necessità di ricorrere di nuovo agli ebrei. Non bisogna poi dimenticare, per comprendere bene quello che stiamo narrando, che il Comune non poteva prender nulla in prestito dal Monte di Pietà.

    Il 18 settembre di quell’anno7 il Podestà di Trevi ser Ugolino de Galteriis di Castel Bolognese fece presente al Consiglio Generale che bisognava pagare il prezzo pattuito con Spoleto per il riscatto di Castel S. Giovanni, che danari non c’erano e perciò non rimaneva altro che servirsi del permesso concesso dal Card. Della Rovere e chiamare gli ebrei.

    Ser Giovanni di Angelo, uno dei Consiglieri, propose che fosse data facoltà al Podestà di scegliersi quattro uomini per ogni Terziero per esaminar bene la questione e per stabilire con gli Ebrei un capitolato.

    Ed il 7 ottobre il Consiglio si radunò di nuovo e furon presenti anche Isacco Angerilli «hebreus de Trevio» ed un altro ebreo di Camerino, il quale dichiarò di agire per sé e del proprio fratello assente.

    Furon discusse ed accettate da ambo le parti le seguenti condizioni:

    1.° Facoltà a detti ebrei di poter dimorare nel Comune di Trevi.

    2.° Obbligo per gli ebrei di portare il «signum», sotto pena di venti soldi.

    3.° Facoltà agli ebrei di mutuare il danaro con usura «cum pignoribus» per un periodo di venti anni; gli interessi da pagarsi dovevano essere, come al solito, di un bolognino per ogni fiorino in ciascun mese.

    4.° Impegno da parte del Comune di non permettere la venuta in Trevi di altri ebrei «nisi de voluntatem praedictorum habreorum »8.

    5.° I pegni da tenersi per diciotto mesi con ogni cura, dopo di che potersi vendere, ma il ricavato oltre la sorte e gli interessi doversi versare al padrone del pegno.

    Questa volta almeno non era lasciato all’arbitrio degli ingordi ebrei il poter disporre dei pegni sia in quanto al valore, sia al modo di venderli. Il guadagno doveva esser meno lauto, ma certo assai proficuo, senza dire poi che non dovette esser difficile trovare il modo di esercitare quella «uxura de uxuris» che appariva proibita nei decreti e nelle delibere del Consiglio Generale.

    Così l’opera piena di zelo e di buona volontà di Padre Agostino da Perugia veniva frustrata in un momento e la popolazione ricadeva nelle mani degli ebrei, per poco tempo però ancora, perché presto anche Trevi saprà emanciparsi e liberarsi per sempre dalle unghie rapaci di sì indegni speculatori

    ***

    Nel 1487 venne in Trevi il Beato Bernardino da Feltre.

    Questo santo Frate svolse nell’Umbria una vera e propria missione. Le autorità civili del tempo erano tristemente impressionate per la corruzione dei costumi e per le atrocità che impunemente si commettevano. Dal 1485 al 1487 vediamo quelle autorità fare a gara per avere in proprio sostegno l’opera di questo povero Frate, ed ecco il Beato Bernardino a Perugia, Todi, Foligno, Assisi, Spoleto, Visso, Norcia, ecc.9

    Il Consiglio generale di Trevi, preoccupato «de malis modis qui tenetur in oppido»10 aveva sollecitato aiuti dal Luogotenente di Perugia, ed è verosimile che questi vi abbia mandato il B. Bernardino «ad occurrendum scandalis jam factis et quae fieri possint», secondo l’espressione della citata delibera comunale.

    Il 10 luglio 1487 il Beato Bernardino iniziò la sua predicazione in Trevi, ed otto soltanto furono le sue prediche, di ognuna delle quali il Mugnoni11 ci ha tramandato un brevissimo riassunto.

    Non sappiamo quanto tempo il Beato si sia fermato nella nostra Città, ma certamente dovette trattenersi almeno per tutto il mese di luglio, poiché troviamo che egli, d’accordo con le Autorità Comunali, dettò una vera e propria legislazione atta a frenare i gravi disordini che imperversavano; cosa questa molto importante, perché se da una parte mostra la considerazione in cui il Beato era tenuto, dall’altra indica quale ascendente avevano giustamente saputo conquistarsi i Minori Osservanti.

    Il 27 luglio12 il Consiglio Generale fu chiamato a discutere «suer constitutionibus et ordinationibus venerandi patris et excellentis predicatoris fratris Bernardini de Feltro». Ed il Consiglio discusse «pie, reverenter, matureque» e con 73 voti favorevoli contro 7 contrari deliberò di incaricare i Magnifici Priori a eleggersi sei coadiutori, insieme ai quali «debeant dictas ordinationes et constitutione videre et diligenter esaminare at approbare poenas capitualati contra Deum et bonos mores».

    Tre giorni dopo, cioè il 30 luglio13 i Magnifici Priori radunarono la Commissione dei sei; il B. Bernardino non intervenne; forse era già partito, forse ritenne non entrare nella sua missione lo stabilire pene contro i trasgressori della legge.

    Presiedettero i Priori ed intervenne anche l’«antepositus terrae Trevii». La commissione era risultata composta dai signori Giovanni di Francesco, medico, Natimbene Valenti, Alberto Mosconi, Guidantonio di ser Antonio, Bartolomeo di ser Giacomo e Bartolomeo di Bartolo.

    Premesso che essi intendevano affidarsi alla cooperazione dello Spirito Santo ed operare «pro honore Dei summi et suae beatissimae genitricis et omnium Sanctorum et pro bon populi treviensis», passarono ad esaminare le costituzioni proposte dal B. Bernardino e ad applicarvi le debite pene.

    Queste costituzioni erano state divise dal B. Bernardino in 14 articoli, ognuno dei quali contiene norme precise ad bene vivendum.

    I primi cinque articoli riguardano le offese fatte a Dio, alla Madonna, ai Santi o con le bestemmie, o con i giuochi o coi cattivi costumi. Le pene stabilite dalla Commissione dei se variano; vanno dalle multe in danaro al supplizio del fuoco, come nel caso dei sodomiti.

    Altri cinque articoli riguardano le relazioni con gli Ebrei, i quali, certamente imbaldanziti per il capitolato del 1474, chi sa quale opera nefasta andavano esercitando.

    Innanzi tutto il Beato fece sanzionare che gli Ebrei non potessero in nessun modo esercitare medicina, né vendere le parti da essi rifiutate di una bestia mattata, né ricevere o ritenere o in qualunque modo negoziare oggetti sacri o inerenti al culto; inoltre dovessero stare rinserrati in casa nei giorni della Passione di Gesù Cristo, fino al suono della campana nel sabato santo14; quelli poi che non avessero portato il «signum» di riconoscimento eran passibili della pena di nove fiorini «pro quolibet et qualibet vice». Questo «signum» doveva essere un piccolo globo della grandezza e della forma di un arancio.

    L’Art. 11 è proprio di attualità per noi; esso ha delle sanzioni severe «contra mulieres scollatas». Pare incredibile! La donna, che il Signore ha dotato di tanta gentilezza e beltà, spesso offusca la sua grazia, abbandonando quella riservatezza, che è una delle sue doti migliori0. la mania di presentarsi in pubblico con le vesti corte e con il petto e le spalle nude, era una vergogna che si manifestava ai tempi del B. Bernardino, così come si manifesta oggi. Il Beato cercò porre riparo a tanta miseria morale, sancì che le vesti dovessero essere accollate, secondo che imponevano la decenza e l’onestà, o almeno il petto e le spalle fossero in qualche modo coperti. La pena: un fiorino «pro quolibet et qualibet vice».

    Riuscì forse allora il Beato a combattere il portamento scandaloso delle donne; ma le figlie di Eva ricadono presto nelle stesse colpe, ed eccole oggi, in gran numero, presentarsi sfacciatamente in pubblico, dimentiche di ogni decoro, per metà nude, e, per apparire più vicine al trivio, coi capelli tagliati.

    L’Art 12 è veramente importante perché segna il rifiorire del Monte di Pietà. Norme precise il Beato Bernardino dettò perché si avesse una cura maggiore per tutto ciò che riguardava il Monte, la nomina dei suoi Ufficiali, la difesa dei suoi diritti la conservazione di pegni, la custodia e l’aumento del danaro. Pieno di virtù e di zelo, il Beato esplicò tutta l’opera sua perché il Monte di Pietà di Trevi vivesse e servisse veramente per le classi misere ed oppresse le quali furon sempre uno degli oggetti principali delle sue apostoliche fatiche, fino ad avere più volte attentata la vita per ciò che faceva in loro difesa e in loro vantaggio. E ci riuscì, perché d’allora l’utilissima istituzione iniziò una vita nuova, si irrobustì e fu il mezzo potente per combattere con efficacia l’usura esercitata dagli ebrei, i quali cominciarono ben presto a trovarsi a disagio. Il Comune stesso impose da prima agli ebrei qualche tassa, finché nel 1510, anche questa volta per opera di un Francescano, cioè « ad instigationem et requisitionem venerabilis religiosi fratris Petri de Augubio, Ordinis Minorum de Observantia»15, annullò definitivamente il capitolato che aveva con essi, e nel 1566, obbedendo agli ordini di S. Pio V, li cacciò addirittura da Trevi, dove più non presero dimora. Le loro case furono confiscate e vendute in favore dell’Istituto dei Catecumeni di Roma, ed essi sembra si siano rifugiati in Ancona.

    Così, mercé lo zelo di due Francescani, il P. Agostino da Perugia prima ed il Beato Bernardino da Feltre poi, cessò l’esecranda piaga dell’usura e sorse e prese vigore una delle più benefiche istituzioni. Il Monte di Pietà di Trevi fece sempre, in ogni tempo, un bene grande; oggi si può dire che più non funzioni, e si deve non solo al maggiore benessere ma anche al fatto che le sue attribuzioni sono in gran parte assorbite dalle Banche moderne. Il 14 maggio 1863 l’amministrazione e la direzione del Monte passarono alla Congregazione di Carità, secondo le delibere del Consiglio Comunale del 17 aprile e dell’8 maggio di quell’anno, togliendo così alla pia istituzione tutte le caratteristiche con cui era sorta ed aveva prosperato.

    Con l’Art. 13 fu stabilito di nominare alcuni uomini buoni, che avessero l’obbligo di sorvegliare il buon costume e la pace tra i cittadini. I primi tre Officiales honestatis furono il medico Giovanni di Francesco, l’illustre Natimbene Valenti e Battista di ser Evangelista.

    L’ultimo articolo, il quattordicesimo, riguarda il giuramento che il Podestà e i Priore dovevano prestare di osservare e fare osservare queste costituzioni.

    Tutti questi articoli furono attentamente esaminati e approvati « in omnibus et per omnia ut supra», ed il 12 agosto 1487 i due trombettieri del Comune, Pietropaolo e Girolamo, premesso il suono della tromba, presente una grande moltitudine di popolo.«publicae et alta voce ac materna lingua dicta omnia et singola capitula publicaverunt et pronuntiaverunt».

    Questa fu l’opera legislativa svolta dal Beato Bernardino in Trevi. Quella del P. Agostino da Perugia aveva preceduto ed in certo qual modo preparato la venuta degli Osservanti; questa del Beato Bernardino accompagnava gli inizi della loro permanenza in Trevi. Può quindi facilmente immaginarsi di quanta simpatia e di quale amore li circondasse il popolo nostro; ed i buoni Frati si mostrarono, allora e in seguito, veramente degni di questa stima popolare, perché furon sempre Religiosi esemplari e le orme lasciate dal loro Serafico Padre furono la guida sicura da essi seguita per condurre il popolo nostro a quella fonte di verità, amore e rettitudine voluta dal nostro Signor Gesù Cristo o per la quale essi hanno generosamente abbandonata la famiglia ed il mondo.

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    801

    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1457, f. 37 e seg. vedi amche in

    Valenti,

    Curiosità,

    ecc. il capitolo intitolato

    ,Gli Ebrei a Trevi.

    2)

    1469, f. 2 e seguenti. Tutti i documenti riguardanti le cose che sto narrando sono in questo libro, da pag. 2 a pag. 16. Il Padre Agostino da Perugia, nei vari documenti dell’Archivio delle Tre Chiavi, è detto «

    Ordinis Minorum

    », a cui si aggiunge spesso la qualifica «

    de observantia

    ».

    3)

    V. Luzi,

    Il primo Monte di Pietà,

    Orvieto, 1868.

    4)

    1469,

    pag. 16 a tergo.

    5)

    Lo Statuto è riportato per intero nel libro delle

    Riformanze

    del 1468, f. 8 a tergo e seguenti. – Sarebbe certo interessante, per tante ragioni, la pubblicazione integra di questo documento; apparirebbe chiarissima la parte avuta dai Francescani in simile importante e non facile materia e la competernza con cui ne trattavano.

    6)

    Documento n.

    138.

    7)

    Id.,

    n. 139. – Questo documento è la copia in tre fogli di carta comune in stato non buono, di due atti consiliari, uno del 18 settembre ed un altro del 7 ottobre 1474. È un documento importantissimo, anche perché mancano le riformanze di quell’anno.

    8)

    La popolazione di Trevi non vide mai di buon occhio gli ebrei e li sopportò perché ne aveva bisogno; quando poteva mostrare tutto il proprio livore contro di essi lo faceva volentieri. Basti citare la sassaiola che si faceva contro la casa degli ebrei il venerdì santo. –

    Mugnoni,

    Annali

    ecc.,

    pag. 127.

    9)

    Wadding,

    tomo XVI,

    pag. 306 e seg.

    10)

    1473 f. [?]

    11)

    pag. 102 e seg.

    12)

    1487, f. 75

    13)

    1487 f. 78

    14)

    Il Beato Bernardino si riferisce agli «

    statuta ecclesiae

    » riguardo a questa specie di pirgionia degli ebrei nei giorni della Passione; ma una dsimile disposizione la troviamo anche negli

    Statuta Vetustiora

    di Trevi conservati nell’Archivio delle Tre Chiavi. Questa disposizione dice: «

    Idem quod nullus judeus audeat vel presumat apparere in publicum, idest extra domos a die Coenae Domini in admissione sonus campanae usque ad horam tertiam dominicae Resurrectionis sub poena triginta trium librarum denariorum et sex ictus torturae

    ». – É indicata anche la data in cui tale delibera fu presa, cioè il 19 maggio 1483, e l’indicazione è importante perché mancano le

    di quel periodo e precisamente quelle dal 20 settembre 1478 al 30 settembre 1485

    15)

    1510, tomo 185, f. 104.

  • Le memorie francescane – S. Martino

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 4. – Convento di S. Martino

    Del convento e della Chiesa di S. Martino in Trevi hanno già scritto con competenza altri1 perciò ben poco a me resta a dire. Ricorderò soltanto qualcuna delle cose che ritengo inedite o alquanto interessanti.

    Vicino al luogo in cui oggi sorge il Convento esisteva una Chiesa dedicata a S. Martino Vescovo. Non conosciamo l’antichità di questa Chiesa , sappiamo soltanto che era Parrocchia2 e che gli Osservanti l’ebbero in dono dall’Abate dei Benedettini di Bovara, Tommaso Valenti, nel 14793. Ignoriamo anche a quanto rimonti il possesso di essa per parte dei Benedettini, ma non deve recarsi molti indietro, perché di essa non si fa cenno nei ricordati Brevi di Alessandro III, Celestino III, Innocenzo III, e Onorio III. Certo però doveva essere un tempio maestoso, a giudicare almeno da quanto afferma il Mugnoni, il quale dice che «erano in essa multe belle prete de altare et colune de multe belle prete, et parte ne sonno in ecclesia nova et parte ad Santo Miliano. Era in ditta ecclesia il baptismo, che antiquamente lì se baptizava; poi fo conduco ad santo Miliano»4.

    Ho voluto di proposito riportare le parole del Mugnoni per sfatare una buona volta la leggenda che i due grandi capitelli che si vedono ancora vicino alla porta della Chiesa di S. Emiliano abbiano fatto parte di un antico tempio pagano dedicato alla dea protettrice di Trevi. Quei capitelli provengono dalla Chiesa di S. Martino, e ciò non solo per l’attestazione del Mugnoni, ma anche per il fatto che nell’orto del Convento se ne trova qualche altro della stessa grandezza, della stessa forma e della stessa qualità della pietra. Essi piuttosto ci stanno ad indicare la grandiosità della Chiesa di S. Martino, perché quei capitelli dovevano esser sorretti da colonne di almeno dodici metri.

    Il Battistero di cui parla il Mugnoni è certamente quello stesso che si trova ancor oggi in S. Emiliano.

    È opera della fine del trecento o dei primi del quattrocento. Ha la forma di tabernacolo ed è esagonale. Anche il piede su cui poggia la parte principale è un esagono, ed ha per ornamento grandi foglie di acanto e tre teste di angiolo; la cornice che divide il piede dalla parte superiore porta i soliti motivi quattrocenteschi. La parte centrale, che è la vasca dell’acqua lustrale, è divisa in sei riquadri distinti da piastrini; il centro di ogni riquadro ha lo specchio fatto con marmo antico. Segue verso l’alto una cornice con simboli diversi come l’anfora, il secchiello dell’acqua santa, il libro, il calice, l’ampolla, ecc. La cupola è loricata ed è sorretta da un tamburo ornato con marmi antichi. In cima alla cupola c’è un piccolo basamento esagonale con specchietti di marmi antichi. Fino a qualche anno fa sopra questo basamento vi era una statuetta di S. Giovanni Battista; ora vi è una Croce di pietra che non è nemmeno proporzionata

    Il lavoro è bello e rivela una buona mano; manca però qualsiasi indicazione che ci riveli l’artista. È certo tuttavia che esso sta a dimostrarci che la Chiesa di S. Martino, che possedeva un tal fonte battesimale, doveva essere veramente grandiosa, e chi sa quale monumento sia stato distrutto, se il Mugnoni ne rimpiangeva «le multe belle prete», che erano state portate via.

    ***

    Il Comune di Trevi aveva fino dal 1473 stabilito di dare un luogo ai Frati dell’Osservanza per fondarvi un Convento5 . Non so se per trattative iniziate dal Comune o per altra ragione il luogo fu donato da Tommaso Valenti, Abate dei Benedettini di Bovara, nel 1479, insieme alla Chiesa di cui abbiamo parlato6. Il 26 novembre di quell’anno fu fatto il contratto per la costruzione del Convento con Mastro Baldassarre da Como ed il notaio Ser Francesco Mugnoni stese l’atto7.

    Il 17 ottobre 1484 il Convento era finito. Una solenne processione, con a capo gli Osservanti condotti dal loro Provinciale, Frate Evangelista Baglioni da Perugia8 , che in piazza tenne un bel sermone, mosse verso S. Martino, dove giunti fu letta la Bolla di Sisto IV; poi celebrò la Messa Pontificale l’Abate Valenti9. Così gli Osservanti iniziarono a Trevi la loro opera piena di zelo. Il Comune e i Cittadini circondarono sempre di affetto gli Osservanti e non mancarono, attraverso le varie epoche di dare ad essi quegli aiuti di cui potevano aver bisogno.

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    801

    Note

    1)

    P. Benvenuto Bazzocchini,

    Cronaca della Provincia Serafica di S.Chiara d’Assisi,

    Firenze, Tip Barbèra, 1921. – Nell’ottobre 1913 scrissi anch’io alcune memorie, che furon pubblicate nel giornale

    Il Risveglio

    di Spoleto.

    2)

    Pelosio,

    Catalogo

    ecc., pag. 173.

    3)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 60.

    4)

    ecc., pag. 123.

    5)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1473, f. 174.

    6)

    Wadding,

    ecc., pag. 123.-

    Fra Antonio da Orvieto,

    Cron. Refor.,

    f. 317. –

    7)

    M0ugnoni,

    Id.

    8)

    Il Beato Evangelista Baglioni da Perugia può dirsi un dotto dei suoi tempi. Nel 1487 fu invitato quale rappresentante del suo Ordine alla Corte di Roma. Più volte fu eletto Provinciale dell’Umbria e il 24 maggio 1493 fu elevato alla carica di Vicario Generale. Pieno di meriti, morì in Ragusa il 5 agosto 1494. Vedi

    Jacobilli,

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    tomo II, pag. 82.

    9)

    Id,

    pagg. 83 e 84.

  • Le memorie francescane – S. Bartolomeo

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo.

    Fu un altro Monastero di Monache Clarisse; è addirittura impossibile precisare la date della sua fondazione.

    La prima menzione di un Monastero sotto il titolo di S. Bartolomeo o dei sacchi, come fu anche chiamato, si trova in un documento del 2 ottobre 13851. Si tratta di un atto di donazione che Benedetta di Jacobuccio Nardeschi fece all’ospedale dei lebbrosi dei SS. Tommaso e Lazzaro. L’atto fu rogato da Giovanni di Pace da Foligno “in oratorio ecclesiae sancti Bartholomaei de Villa Lapidiae loci pauperum domnarum de sacchis2. Esisteva adunque in Pigge un Monastero di Monache avente la stessa denominazione di quello che poi troviamo in Trevi; evidentemente si tratta dello stesso Istituto che dalla frazione di Pigge viene trasferito al Capoluogo. Che si tratti di Monache francescane non c’è dubbio; la parola locus, adoperata anche da S. Francesco invece di Convento o Monastero, la denominazione de sacchis (delle sacca, come troviamo più tardi), che indica delle povere donne vestite di rozzo e ruvido sacco, stanno ad indicare con precisione un’istituzione francescana.

    Non è possibile stabilire in qual tempo il Monastero di S. Bartolomeo de sacchis dalla [dalle, nel testo] Pigge fu trasportato a Trevi; manca ogni documento in proposito. Sappiamo solo che in Trevi il Monastero di S. Bartolomeo fu sempre dove oggi è l’Asilo Infantile, poco lungi dall’arco del Mustaccio.

    Nella seconda metà del sec. XV le Monache non c’eran più ed il locale era di proprietà di Ser Giacomo Paoloni3. Nel 1495 alcune giovanette trevane, desiderose di vivere religiosamente, comprarono il Monastero e vi iniziarono una nuova Comunità, ed il Comune, accogliendo una loro istanza, diede a tal fine un sussidio di cinquanta Fiorini4.

    Anche la storia di questo Monastero nota ben presto difficoltà d’ordine morale. Né ciò deve far meraviglia, poiché eran tempi di grande rilassatezza e di corruzione comune e con troppa frequenza si ripetevano i casi della Monaca di Monza.

    Il 23 luglio 1554 [nel testo: 1334] il Consiglio Generale di Trevi si occupò di questa Comunità.. Il nobil uomo Anton Francesco Lambardi propose si mandasse Vero de Veris quale oratore al Padre Generale dell’Osservanza di S. Francesco affinché si degnasse ordinare al Provinciale “accipere curam dictarum Monalium5.

    Quattro anni dopo, cioè il 2 giugno 1558, il Consiglio, perché fallite le prime pratiche, risolvé di far pervenire al Card. De Carpio, per mezzo di Mons. Romolo Valenti, una letttera pregandolo di ottenere dal Generale dell’Osservanza per il Monastero di S. Bartolomeo due Monache del Monastero di S. Margherita di Foligno “ad reformandum dictum nostrum monasterium et ad catholicam vitam redigendum6.

    Contemporaneamente a questo, avveniva un fatto di grande importanza, che ci rivela quale era in quei tempi lo stato delle Comunità Religiose lasciate in balia di sé stesse; il Concilio di Trento che doveva porre riparo a tanti mali, non aveva ancora terminato i suoi lavori, né d’altra parte certe salutari riforme, dopo un lungo periodo di rilassatezza, possono ottenere improvvisamente il loro effetto.

    Le Monache di S. Bartolomeo avevano scritto nel 1559 al Consiglio Generale e ai Signori del Comune una lettera, che merita di essere esaminata.

    Le Monache cominciano col confessare che “nel loro Monastero non si vive con quella debita religione che si conviene, né si osservano regole, né costituzioni convenienti“. Il lettore immagini quali altri disordini maggiori portasse con sé questo stato di cose.

    Le Religiose “desiderando de lassar qualche cattivo ordine che vi fosse” implorano dal Consiglio di “provvedere in quel miglior modo che aloro paja opportuno“, protestando “di sottomettersi a tutte le riforme, costitutioni ett ordini che da SS. V.V. o da altri, a chi saranno date in cura, li saranno costituite et ordinate et di vivere honestamente“.

    Il Consiglio, forse per esperienza del passato, non si fidò dello scritto e volle anche accertarsi che le Monache fossero unanimi nei sentimenti esposti nella lettera. Una commissione composta da tre nobili cittadini, e cioè Alberto Origo, Teodoro Citeroni e Marcello Poli, assistita da Filippo Vitale, notaio pubblico e cancelliere del Comune, fu mandata al Monastero di S. Bartolomeo. Eran presenti anche il Sindaco del Comune, Andreangelo Mari, il procuratore del Monastero Angelo Mugnoni e i testimoni Guido Silvestri e Gregorio Spaziani.

    Le Monache che, eran dieci, furono radunate “in sala magna ipsarum Monasterii” e fu loro domandato se la supplica era stata scritta “ex animo et voluntate et si intendatur eam emologare et approbare et facere prout in ea“. Le Monache “Iunanimiter et concorditer et unaqueque divisim” risposero che la loro volontà era quella espressa nella lettera, che confermavano e approvavano.

    Di tutto fu redatto regolare verbale7.

    Questo avveniva il 12 agosto; il giorno seguente ilConsiglio stabiliva di scrivwere al Provinciale dell’Osservanza di S. Francesco “ ut dignetur monasterium in custodiam et sub tutela recipere et dictas moniales in via Christiana instruere8.

    Furon subito iniziate le pratiche, che questa volta cdondussero a buon porto, tanto che il 17 agosto 1561 il Consiglio Generale “curam acceptam per zoccolantes confirmat9. In quell’occasione ebbe luogo una lunga discussione ed apparve con chiarezza che il Consiglio voleva che il Monastero fosse riformato sul serio e le monache cominciassero a tenere quella condotta che si conviene a Religiose

    Il 13 agosto Emiliano Contuzi, uno dei Consiglieri propose la nomina di tre uomini “ad providendum quantum oportet et opportunum sit pro dicto Monasterio et ad gastigandum moniales, si opus erit, et cum literisR.mi D.ni Vicelegati, quae confirment electionem dictorum hominum et eorum auctoritatem pro utili et beneficio dicti monasterii10. Il Consiglio approvò ed il Monastero ebbe finalmente un indirizzo sicuro ed iniziò una vita di regolare osservanza.

    Il Consiglio si occupò ancora di questa Comunità il 2 giugno 1602 11 nell’occasione in cui tutti i Monasteri di Trevi avevano chiesto la concessione dell’acqua potabile; ma questa volta l’interessamento del Comune non fu per l’andamento morale, ma per quello temporale. L’acqua fu concessa a tutte le Comunità e per quella di S.Bartolomeo, con particolare benevolenza, si nominò una commissione affinché le Monache non mancassero mai di nulla e “possano haver chi veda et dica et provveda ai fatti loro“, ma si aggiunge anche che il Sig. Tullio Petroni “specialmente habbi l’occhio all’osservanza della religione delle sacca et le rimetta negli ordini loro soliti“.

    Forse non tutti gli inconvenienti eran finiti a giudicare dall’incarico dato al Petroni.

    Nel 1615 troviamo il Monastero passato sotto la giurisdizione del Vescovo di Spoleto. Ogni disordine allora cessò definitivamente ed il Consiglio si occupò in seguito del Monastero di s. Bartolomeo per farvi dei lavori12 o per concedere elemosine e sussidi13.

    Di aiuti il Comune non era stato mai avaro con quelle Monache. Nel 1354 il Consiglio stabilì di dar loro ogni bimestre una coppa di grano14, che poi aumentò fino a due rubbia e mezzo15, da servire però per il mantenimento del Cappellano.

    Il Cappellano era nominato dalle Monache, ma la nomina doveva ricevere l’approvazione del Comune16.

    Questi aiuti per il mantenimento del Cappellano, come pure altri sussidi, variarono con l’andar del tempo17, finché furono tolti del tutto.

    Le Monache rimasero in S. Bartolomeo fino alla soppressione napoleonica, menando una vita esemplarissima. Dopo la soppressione più non tornarono nel loro Monastero, in cui invece fu eretto un Istituto per le orfanelle, che si chiamò Conservatorio di S. Bartolomeo.

    Ma anche l’Orfanotrofio non vi rimase lungo tempo. Il 15 gennaio 1816 la Congregazione della Riforma dichiarò soppresso anche l’altro Monastero di S. Croce, in cui stavano le Benedettine, ed ordinò che in parte del locale fosse trasportata la residenza del Parroco e nella chiesa Chiesa di S. Croce la parrocchiale di S. Maria in Sion; nel resto del locale prendesse residenza l’Orfanotrofio Femminile di Trevi al quale dovevano essere devoluti anche i beni non venduti del Monastero; L’esecuzione fu affidata al Card. Canali, Vescovo di Spoleto, il quale con suo decreto del 20 marzo 1817 ed altro in atto di Sacra Visita del 20 maggio 1821 rese esecutivo il citato Decreto della Congregazione della Riforma; fu steso anche un atto notarile per le mani del notaio Girolamo Mosconi in data 31 luglio 181618 con cui, tra l’altro, si riconosceva una pensione di 5 scudi al mese ad ognuna delle Monache ancora viventi.

    Con Regio Decreto del 21 dicembre 1864 l’Orfanotrofio passò alla Congregazione di Carità; quando con altro Regio Decreto del 5 gennaio 1868 anche il Collegio Lucarini passò alla Congregazione di Carità, questa pensò a trasferire l’Orfanotrofio nella casa di Virgilio Lucarini, posta proprio innanzi alla Chiesa di S. Emiliano, e per il Collegio adibì i locali dell’ex Convento di S. Francesco.

    Nei locali dell’ex Monastero di S. Bartolomeo, nell’anno 1873, fu aperto l’Asilo Infantile, che ebbe la denominazione “Asilo Infantile Boncompagni”. Vale la pena di rilevare che il nome Boncompagni non si riferisce in questo caso alla famiglia principesca di Roma, ma ad un impiegato che il Ministero mandò a Trevi in Missione quando si trattò di aprire il nuovo Istituto; nella speranza che quell’impiegato non avanzasse delle difficoltà, gli ammministratori di allora fecero trovare sulla porta del locale una tabella con la scritta: “Asilo Infantile Boncompagni“. Passati ormai molti anni, nessuno più ricorda il modesto funzionario, che del resto non ebbe altri meriti verso il nostro Asilo che quello di aver redatto una relazione favorevole all’apertura; meglio quindi sarebbe cambiare denominazione e chiamare l’Asilo col nome di qualche nostro illustre concittadini o di qualche dama che sia stata particolarmente benefica verso l’Istituzione che è veramente provvidenziale per i figli del popolo.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena n.

    37.

    2)

    Quest’atto è interessante anche per le altre notizie. Alla stipulazione era presente fra Girolamo di Pietro, da Orvieto, eremita dimorante «

    in loco S. Anthoni de Colvaglioso supra Piscignanum

    ». La donazione è fatta all’ospedale nella persona di Giovanni di Paolo da Trevi, oblato, capo e governatore «

    hospitalis leprosorum sci Thomae de Pede Trevii

    ».

    3)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 268.

    4) Archivio delle Tre Chiavi, Rif., 1495, f.92.

    5

    )

    Id.,

    Rif.

    , 1554, f.181.

    6)

    , 1558, f.40.

    7)

    La supplica e il verbale si trovano nel libro delle

    Riformanze

    del 1559 a pag. 170.

    Archivio delle Tre Chiavi.

    8)

    Rif., 1559, f. 167.

    9)

    Rif

    ., 1561, f.337.

    10)

    , 1562, f.418.

    11)

    , 1602, f.204.

    12)

    ., 1611, f. 112 e

    1615, f. 115.

    13)

    , 1560, f. 171; 1581, f. 250; 1590, f. 117; 1600, f. 114; 1611, f. 124, ecc..

    14)

    , 1534, f. 179. La

    coppa

    è una misura che corrisponde oggi a 80 chili circa; il

    rubbio

    equivale a quattro coppe. Altre misure trevane erano: la

    nappa

    uguale a cinque litri, il

    mezzo quarto

    uguale a un decalitro, il

    quarto

    al doppio decalitro, la

    mezzenga

    a due quarti, il

    sacco

    a due coppe.

    15)

    , 1634, f. 157

    16)

    , 1565, f. 7

    17)

    , 1634, f. 157 ecc. ecc.

    18)

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio G. Mosconi, 11 luglio 1816.

  • Le memorie francescane – Monastero S. Chiara

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 2. – Monastero di S. Chiara

    Ben poco possiamo dire di questo Monastero, del quale rimangono scarsissime memorie. Non sappiamo quando sia stato fondato e da chi. Il Natalucci ci dice che esso sorse ai tempi di Bonifacio VIII1 e cita un Breve “de anno quarto Pontificatus “. Quel Monastero perciò sarebbe sorto nel 1298. Ma il Natalucci non ci dice, contrariamente a quel che suol fare, dove abbia attinta questa notizia, e perciò nessuna ricerca è possibile. Si può supporre soltanto che il Monastero sia stato istituito dai Frati Conventuali di S. Francesco, poiché troviamo che le Monache dipesero direttamente da essi fino al 1566.

    Nel secolo XVI la rilassatezza aveva preso anche gli ordini religiosi; da questa piaga non rimasero immuni né i Conventuali, né le Clarisse di Trevi.

    Il 24 agosto 1549 in pubblico Consiglio Generale Antonio di Girolamo Valenti propose la nomina di alcuni personaggi “qui habeant curam Monasterii S. Clarae“. La proposta fu approvata e la commissione fu nominata il 23 agosto2.

    Grave è il fatto che l’autorità civile debba intervenire per regolare un Monastero di Monache, ma il caso era previsto dalla Statuto del Comune, e d’altra parte il disordine doveva essere ben grave, né dai Conventuali, da cui le Monache dipendevano, si poteva sperar nulla, se il Natalucci3 dice che il Consiglio Generale venne a questa grave misura “per la condotta ” dei Frati.

    Nel 1502 fu a Trevi il P. Egidio Delfini da Amelia, che era stato eletto Ministro Generale del Capitolo tenuto a Terni il 14 ottobre 1500. Grande era il desiderio del Delfini di richiamare Frati e Monache alla esatta osservanza, e venne a Trevi appunto per metter riparo ai tanti disordini dei Conventuali e delle Clarisse4. “Le Monache di Santa Chiara, dice il Mugnoni, l’a ben castigate de parole, et dove c’è bisognato facti l’a facti. Alle poste in grande astinentia de vestire, de conversatione con seculari et de parlare: non possono ad seculari, se non ce sonno dui presenti: et allo divino offitio ànno auto grande ordine: et multe più cose che dire non posso che è troppo lungo “.

    Ma nemmeno le severe disposizioni del Ministro Generale valsero a nulla.

    Nel 15145 il Consiglio Generale di Trevi cercò di impedire che gli uomini, chierici o secolari che fossero, mettessero piede nel Monastero, ma non vi riuscì.

    Il 26 maggio 1555 Antonio Lambardi, di nobile famiglia trevana, tornò ad occuparsi delle Clarisse nel consiglio Generale e propose la nomina di una commissione di seculari “quae ad meliorem honestioremque ac exemplarem vitam reducat” la Monache di S. Chiara6.

    Non riuscendo a concluder nulla, nel 15667 il Consiglio Generale deliberò di far del tutto perché le Clarisse fossero tolte alla giurisdizione dei Conventuali e messe sotto l’ubbidienza del Vescovo di Spoleto.

    Dopo varie vicende, l’intento del Consiglio Generale fu ottenuto e le Monache tornarono alla stretta osservanza della regola, la dolorosa parentesi fu chiusa e fu ripresa una vita di mortificazione e di pietà, che da allora in poi non venne mai meno. Religiose insigni per santa vita vissero nel Monastero di S. Chiara, che divenne vero esempio di religiosa osservanza.

    Nel secolo passato in questo Monastero iniziò la sua vita religiosa un angiolo di bontà e di purezza, M. Annunziata Andreucci, che vi emise i voti solenni il 10 settembre 1828. Più tardi, nel 1840, il Card. Mastai, Arcivescovo di Imola, che divenne poi il Sommo Pontefice Pio IX, ottenne di poter trasferire a Lugo questa santa religiosa; ella vi andò ed ancor oggi si sente lassù il soave profumo di quelle virtù che M. Annunziata aveva portato dal Monastero delle Clarisse di Trevi8.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1549, f.58 e 59.

    2)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 267

    .

    3)

    Il Delfini aveva in animo di ricondurre l’unità nell’Ordine, diviso in fazioni, tra cui primeggiavano i Conventuali e gli Osservanti, e di introodurre le sane riforme già adottate dal Sacro Convento di Assisi. A tal fine pubblcò il 5 gennaio 1501, alcune costituzioni. Non aprrodò a nulla e finì con l’essere deposto da un Capitolo Generale.

    4)

    Mugnoni,

    Annali,

    pag.192.

    5)

    1555, f.74.

    6)

    Id.,

    1555, f.225 e 234.

    7)

    1566, f.85 e 87.

    8)

    Vita di Suor Annunziata Andreucci,

    Valle di Pompei, Scuola Tipografica Pontificia, 1911.