Autore: Franco Spellani

  • Beata Umbritudine

    Comune di Trevi Complesso Museale di S. Francesco

    Beata Umbritudine

    Inaugurazione 28 ottobre 2011 ore 18

    Foto di Giovanni Picuti e Luigi Frappi

    Lumbritudine una dimensione dello spirito che caratterizza profondamente gli umbri, e che si manifesta in una ruvidezza schiva, una generosit raffrenata, una netta ritrosia a esprimere i sentimenti positivi, unirriducibile diffidenza verso ogni innovazione proveniente da un altrove non visibile dal proprio orizzonte, alle quali si aggiunge una carsica vena atrabiliare che assume a volte, inopinatamente, le forme della veemenza passionale o di una carnale disposizione godereccia

    Giovanni Picuti

    Orario

    29 e 30 ottobre dalle ore 10 alle 19

    Fino al 6 gennaio Venerd, Sabato e Domenica

    dalle 10 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 17

    11Y


  • Madre Maria Francesca Zappelli 2

    Madre Maria Francesca Zappelli

    delle Francescane Missionarie di Maria

    2 – Memorie

    Notizie riprese dal testo a stampa “Ho donato tutto con gioia“, edito dalla famiglia (circa 1980) che lo ha gentilmente messa a disposizione

    1 – BIOGRAFIA

    Umbria: la sua terra.

    Zappelli: la sua famiglia

    Chiamata misteriosa

    Verso una scelta totale di Dio

    Missione Ceylon

    Offerta piena e gioiosa

    Spirito evangelico e francescano

    Tra i più poveri

    Missione di Bhamo

    Missione Birmania

    La prova della guerra

    Il ritorno

    Verso la fine

    La morte

    2 -MEMORIE

    Due testimonianze

    Nel ricordo della sorella Angela

    Alcuni ricordi del fratello Sacerdote

    Ricordi del P. Kellher dopo 40 anni.

    Un gradito incontro dell’anno 1980

    Preghiera di madre Francesca per il fratello sacerdote

    Pensieri

    Conclusione

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.

    MISSIONE CATTOLICA
    Khudung, 8 Ottobre 1946
    Bhamo U. Burma

    Caro Signor Zappelli,

    quale tristezza è la mia dovendo recarle la subitanea e tragica notizia della morte di sua sorella, Madre Francesca! È di vero cuore che offro a Lei e ai parenti le mie più vive condoglianze e simpatie. Se la scomparsa dell’amata sorella è causa di tanta tristezza per loro, non minore è la mia.

    La Provvidenza volle che, lavorando assieme in questo paese di Missione, la conoscessi fin dal suo arrivo qui, nel 1939. Nessuna parola umana può esprimere il lavoro compiuto da sua Sorella, durante questi anni: lavoro compiuto tanto santamente, fra difficoltà immense ed ingratitudini di ogni genere. Cosi posso dirle che Madre Francesca aveva in sé la stoffa di una santa. Due sole parole dicono tutto: spirito di fede e sacrificio, che la resero amata da tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerla presto o tardi: cristiani, pagani e Sacerdoti Irlandesi di questa Missione. Prima e dopo morta, tante preghiere, tante Messe furono offerte che provano meglio di queste mie parole, quanto Madre Francesca era madre, cioè piena d’abnegazione, di sacrificio, di dimenticanza di sé per aiutare Sacerdoti, cristiani ed anche pagani, giorno e notte. Se fosse stato qui a Khudung, prima della morte, sarebbe

    stato consolato, vedendo questi poveri indigeni affollare la chiesa tutto il giorno, ascoltando e chiedendo Messe, pregando ore ed ore, comunicandosi, sforzandosi di strappare alla morte ed al volere divino, la loro amata madre. Forse in casa sua, la cara Madre Francesca non avrebbe avuto tante dimostrazioni di filiale amore ricevute qui; mi scuserà se le parlo così: almeno capirà meglio quanto la sua cara Sorella era amata qui. Ma fu anzitutto nel giorno del funerale che povera gente, pagana e cristiana, prorompendo in pianto, dimostrò quanto era forte l’amore, che la legava alla cara Madre. Quante Messe fecero dire per il riposo di Madre Francesca!

    Per me la perdita è immensa. Ho perso il migliore amico e sostegno: era più d’un amico, una madre. La maniera materna di fare coi cristiani, coi pagani, fu il miglior mezzo per aiutare ognuno, e dirigerli verso la Missione e verso la conversione; io ero partecipe dei suoi meriti, lei partecipe del mio lavoro apostolico e tribolazioni.

    Ora è difficile per me pensare che sono solo a sopportare il peso del giorno e del caldo, senza comunicare ad altri la mia pena, per alleviarla un po’. Sia fatta la volontà di Dio!

    La sua morte fu talmente l’esito della sua santa vita, che mi riempie di gioia pensare che la sua amata sorella possiede già l’eterna felicità. Nessuno la conobbe meglio di me, essendo stata qui fin dal suo arrivo, ed essendo stato io suo confessore: testimone delle sue tante sofferenze morali e materiali, ma anzitutto morali: la sua morte è meglio di una vita: morendo rimane presso di noi più che non lo fosse stata vivendo.

    Dalla camera mia posso vedere la sua tomba: la sua presenza sarà il migliore aiuto spirituale che mi recherà coraggio nel lavoro che sono solo ora a condurre.

    Caro Sign. Zappelli, scrivendole questa lettera, mi faccio partecipe della sua tristezza; in Madre Francesca tutti perdemmo un’amica santa, ma il cielo si rallegrò. Quanto a me, mi rallegrerò sempre pensando di aver potuto conoscere Madre Francesca, di avere potuto apprezzarla quale confessore, compagno di sofferenze per vari anni, e specialmente durante la comune prigionia giapponese e dopo! Mi congratulerò pure sempre di aver potuto assistere alla sua santa e placida morte e d’aver così potuto apprezzare il suo spirito di fede, di sacrifizio, di zelo per il regno di Dio: ciò fu e sarà per me la più grande consolazione.

    P.J. Kelleher

    ho bisogno di dirle la mia impressione sulla sua amata sorella. La conobbi anni fa, ma per bene, solo da quattro mesi. Un’occasione più opportuna mi fu data giusto prima della sua morte: predicai il ritiro alle R.R. Suore; finii 1’8 settembre, e la cara Madre, già stanchissima, si coricò il giorno seguente per non alzarsi più. Mori il venerdì mattina 20 settembre, cinque minuti dopo mezzanotte del giovedì. Di cosa morì? Non si sa. Ma fortissima come era, appena poteva stare in piedi, era per lavorare, visitare ammalati, curare altre persone o suore. Fu ammalata due volte prima, ma per alcune ore solo; e di nuovo, senza tregua, al lavoro, materiale ed intellettuale, giorno e notte. Sofferenze fisiche grandi, ma anzitutto morali: Iddio ed il suo confessore solo lo sa. Finalmente il Signore ebbe pietà di lei e se la prese: fummo tanto tristi, ma contentissimi per varie ragioni: era preparata per il cielo; tutto aveva concorso per santificarla, uomini e lavoro; tante sofferenze la resero matura per il cielo, ancora giovane.

    È con ragione che il P. Kelleher disse essere una perdita pure per me e la mia Missione in Cina: spero che aiuterà più ora dal Cielo che prima. La nostra cara Madre Francesca s’era fatta, secondo l’Apostolo, tutta a tutti ed in tutto. Grande devota del Sacro Cuore, contro ogni umana previsione, mori all’inizio di un venerdì.

    Se la sua morte è una perdita, la sua gioia eterna deve diminuire la nostra tristezza e spingerei ad un bene più grande.

    P. Fognini, S.C.J.

    Ho incontrato sua sorella Angela che vive oggi a Foligno in una tranquilla casetta di Viale Ancona.

    Il ricordo di Agnese è presente in mille particolari e domina continuamente i suoi pensieri.

    Mi ha accolto con una cordialità squisita, felice di poter parlare della sorella missionaria, gloria di tutta la famiglia.

    – Un ‘infanzia vissuta insieme tra fratelli e sorelle è sempre indimenticabile. Pensa che conserverai mille ricordi e episodi di vita di Agnese prima che decidesse di essere suora.

    – Senz’altro e non so da dove cominciare e neppure posso raccontare tut.to. Niente, proprio niente poteva far pensare che un giorno Agnese sarebbe diventata suora e missionaria. Era sfaticata e dispettosa e aveva una fantasia particolare nell’organizzare dispetti. Spesso abbiamo litigato e non con me sola. Una notte d’inverno mi scoprì tutta, facendomi prendere freddo, accese due candele e mi cantò le preghiere dei morti. Riguardo al lavoro era inutile parlarne, anche perché si sentiva ed era la preferita di mamma.

    Dopo la morte del babbo fummo messe in collegio e anche lì era la disperazione delle suore. Mai avrebbe voluto essere una di loro.

    Penso che quando tornammo a casa, le buone suore abbiano fatto tre giorni di ringraziamento. In compenso era sincera e spontanea.

    – Come può spiegarsi un cambiamento così radicale e una decisione così forte?

    – Non lo so e forse lo sa solo il Signore. Quando me lo diceva, avevo l’impressione che prendesse in giro il Signore; il parroco scoppiò in una grande risata.

    Comunque qualcosa di nuovo in lei si notò: lei che non aveva mai fatto niente si mise a lavare i piatti il giorno e la sera.

    Tornando a casa dopo la sua partenza, si è notato un cambiamento?

    Non è più tornata a casa, ma siamo andati noi a trovarla per la vestizione ed altre occasioni. Certo non era più l’Agnese di prima.

    Era felicissima della sua vocazione e non finiva di ringraziare Dio. Consapevole di averne combinate un po’ tante, anche se non gravi, mi chiese perdono, dicendomi: «Te ne ho fatte tante».

    La mamma come accolse la decisione? In quegli anni partire significava tornare poco, forse mai.

    – Per la mamma il distacco fu molto duro; non riusciva ad accettare la decisione della figlia e soffrì molto. Ma Agnese fu abbastanza convincente e riuscì a farla rassegnare.

    Dopo la sua partenza per la missione, quali erano i vostri rapporti?

    Sapevamo poco; le lettere erano rare e non sempre arrivavano, poi ci fu la guerra. Le sue lettere ci comunicavano una gioia grande nel lavorare per il Signore. Aspettavamo di anno in anno un suo ritorno e l’anno della morte eravamo quasi sicuri di rivederla: avevamo saputo che nel novembre di quell’anno i martiri indocinesi dell’inizio del secolo sarebbero stati beatificati; per l’occasione sarebbero venuti a Roma vescovi, sacerdoti e sette suore dell’Istituto di Agnese, tra cui le superiore. Aspettavamo solo di conoscere il giorno del suo arrivo.

    – Come vi colse la notizia della morte?

    – Fu un momento doloroso per tutti, anche se un po’ l’aspettavamo. Infatti avevamo saputo della sua prigionia con tutte le sofferenze, conoscevamo la sua poca salute ormai e avevamo appena ricevuto la lettera con la richiesta della preghiera per la Buona Morte.
    Ringraziamo Dio che la mamma era morta da alcuni anni: non avrebbe sopportato un simile dolore.

    Quale ricordo voi familiari avete ora di Agnese e cosa pensate della sua vita?

    – Non sta a noi dare giudizi sulla sua opera e sulla sua vita. Siamo riconoscenti a Dio per questa sua bella vita e riconosciamo che in lei la grazia di Dio ha operato efficacemente.
    Ogni anno ci riuniamo tutti per una S. Messa di ringraziamento con il nostro fratello sacerdote.

    Mi ha fatto notare il contrasto forte tra l’Agnese di Villanuova e Madre Francesca come suora.
    Non è possibile cogliere, al di là dell’esuberanza del carattere, un animo davvero generoso, preparato da una vera educazione cristiana ad accogliere la voce di Dio?

    – Certo! Una volta uscite dal collegio posso dire che siamo entrate in famiglia in un altro collegio. La mamma era esigente in ciò che era fede; ogni giorno si recitava il rosario e ci spingeva a fare tanta carità, dicendo: «Quello che esce dalla porta, il Buon Dio lo fa rientrare dalla finestra».

    Ogni vocazione, si può forse dire, è un dono di Dio che passa attraverso il cuore della mamma e della famiglia.

    Agnese era l’anima dell’allegria e della spensieratezza. Amava realmente la vita; i suoi scherzi, fatti ai fratelli e alle sorelle, ne sono una testimonianza.

    Quando ci ritroviamo insieme, siamo rimasti in 5 su 9, la ricordiamo ancora. Ne faceva veramente tante, ma si faceva anche perdonare subito, perché in essi vedevamo l’esuberanza del carattere e poi era sempre pronta ad aiutare ognuno di noi quando era in difficoltà o aveva bisogno di aiuto.

    Non amava lavorare, ma leggeva molto, soprattutto riviste missionarie. Una sua compagna delle elementari ci ha confidato che scambiava con lei il suo pane: preferiva mangiare lei quello nero e darle il suo bianco.

    Conobbe le suore Missionarie Francescane di Maria e decise di farne parte: era attirata dalla loro carità, dall’amore per le orfanelle e dalla gioia tipicamente francescana.

    Desiderava anche una famiglia, ma la chiamata del Signore fu più forte ediversi pretendenti furono scoraggiati.

    Entusiasta dell’ideale missionario ce lo comunicò durante il suo viaggio a Colombo e tante altre volte. Desiderava sacrificarsi tutta per Cristo e per Lui dare la vita.

    Il primo tirocinio lo fece tra i poveri di Nuwara-Eliya e poi fu chiamata a Khudung sulle montagne katcine. Partì felice di poter vivere in pieno il suo ideale missionario.

    Fin dall’inizio si diede talmente ai suoi cari katcini, che essi avrebbero sacrificato tutto per lei.

    Durante la seconda Guerra Mondiale fu internata dai Giapponesi a Mandalay. Secondo la testimonianza di una sua con sorella fu sottoposta a lavori forzati per non aver calpestato il crocifisso. Erano torture fisiche e morali che si aggiungevano alla preoccupazione per le sue consorelle, internate come lei.

    Picchiata, costretta a portare pesi, ben presto cominciò a soffrire di polmoni. Le sofferenze e il clima umido accelerarono la fine.

    Nel 1946 riprese in pieno il suo lavoro e si diede anima e corpo per impiantare la devozione al S. Cuore che assieme all’amore al SS.mo Sacramento erano la sua forza.

    Il rimpianto generale per la sua scomparsa diceva di aver perduto “un’amica santa”, di cui si rallegrava il cielo.

    Il suo confessore, testimone privilegiato delle sue sofferenze fisiche e morali, compagno di prigionia, afferma di “aver potuto apprezzare il suo spirito di fede, di sacrificio e di zelo per il regno di Dio”.

    Io la vidi per l’ultima volta prima che partisse per Marsiglia e Colombo, quando venne a trovarmi nel collegio di Roma: ricordo il suo sguardo sereno e coraggioso.

    Parlando di questo incontro alla mamma, chiedeva: “Oreste vi ha scritto? Quale impressione ebbe quando mi vide a Roma? Quella mattina ero io molto più coraggiosa di lui!”

    Si augurava, e me lo scrisse, di rivedermi presto come missionario in Ceylon.

    Spero di rivederla in cielo e ringrazio Dio di averla avuta come sorella.

    Un breve racconto sulla missionarietà e la morte di madre

    MARIA FRANCESCA ZAPPELLI F .M.M.

    redatto da padre Geremia Kelleher S.S.C.

    Il mio primo incontro con Madre Francesca fu in una bella giornata del febbraio 1939.

    Noi ci incontrammo in un sentiero nella giungla ai piedi della collina a circa sette miglia da Hkudung. lo arrivai su un pony per incontrare il vecchio e mal ridotto bus che aveva condotto Madre Francesca e la sua compagna da Bhamo, che distava circa trenta miglia di strada.

    Avrei percorso Bhamo in quell’autobus e la Madre voleva fare il viaggio – il suo primo missionario a Burma – cavalcando il pony che mi aveva recato giù ai piedi della collina, tornando da Hkudung: certamente fu un’esperienza nuova e molto emozionante per Lei.

    Non dimenticherò mai questo incontro e le impressioni che tutto l’atteggiamento e il comportamento di Madre Francesca fecero su di me. Lei appariva così giovane e piena di vita, e la sua umiltà, la sua bontà di cuore, il suo calore e il suo affetto si sentivano intorno a tutta la sua persona.

    Ci sedemmo accanto al sentiero erboso e ci rinfrescammo prima che io andassi con l’autobus a Bhamo, da lì in seguito alla direzione della Missione Cattolica e ai padri Colombani nel Nord di Burma.

    Ritornai dopo qualche giorno da Bhamo per riferire il mio operato missionario, il quale era iniziato l’anno precedente sotto la guida del saggio e accorto pastore, il reverendo Fr. Gilhodes, un missionario veterano della M.E.P. Questo apostolato dovrebbe essere veramente e molto attentamente collegato all’apostolato delle sorelle Francescane Missionarie (F.M.M.). In questo convento a Hkudung Madre Francesca all’età di 30 anni divenne Superiora.

    Oggi guardo indietro a quei due anni come ai più felici di tutta la mia vita missionaria. Ero così giovane, circa tre anni più giovane di Madre Francesca e iniziavo appena a capire la dura strada attraverso l’esperienza, gli insuccessi, traendo vantaggio dalle potenzialità concessemi, così nascoste, per divenire un efficace missionario sulle difficili strade della giungla a Kachim, terra del nord di Burma.

    In questi due anni posso dire sinceramente che Madre Francesca ha avuto una profonda influenza nella mia vita come prete e missionario. Fu la personificazione della bontà di cuore e della sincerità. “Collaborazione” deve essere stata la prima parola nel suo vocabolario spirituale. Non descriverò qui come esattamente Madre Francesca influenzò la mia vita in quel momento. Posso solo attribuire tutto ciò un po’ al suo carisma, un po’ all’intensità d’animo e alla bellezza della sua anima che era in grado di irradiare tale bontà di cuore, interesse, calore, compassione, senza fare nessuna eccezione.

    Ogni volta che ritornavo a Hkudung dai viaggi missionari ai villaggi periferici sempre affaticato e spesso indebolito dai duri e scoraggianti eventi

    che non mancavano mai, sempre Madre Francesca cacciava via la tristezza e mi aiutava a vedere la felicità che Lei non mancava mai di cogliere e nessun affanno, in nessun modo, offuscava e minacciava il suo orizzonte.

    Madre Francesca era sempre in movimento, visitando non solamente le case dei cattolici e dei non cattolici nelle immediate vicinanze, ma anche camminando dieci-quindici miglia per curare i malati, battezzare i bambini, consolare i sofferenti dei villaggi estremi. Ebbe il dono di cogliere anche l’essenzialità della lingua, acquistando da ciò una bellissima possibilità nel suo lavoro, in pochi mesi. Questo naturalmente aggiunse efficacia al suo apostolato. Sono convinto che Madre Francesca avesse qualcosa oltre al suo naturale fascino, al calore della sua umanità e della sua personalità benevola.

    Il suo non fu un facile lavoro. Per nove anni, superiora di un convento che abbracciava cinque differenti nazionalità. Aveva solo 30 anni, senza un’ esperienza preliminare missionaria e amministrativa; ma affrontò i problemi e le difficoltà che sorgevano inevitabilmente con naturale saggezza, prudenza e abilità pratica. Il suo amore e il suo riguardo per la gente di Kachin, soprattutto non cattolici, è da ricordare, si espresse nella sua disponibilità e servizio ai loro bisogni in ogni momento, anche quando questo richiedeva un grosso spirito di sacrificio.

    Quei giorni immensamente felici a Hkudung precedettero altri disastrosi, quando io ricevetti un appuntamento a Bhamo da mons. Husher, poi prefetto apostolico della Prefettura di Bhamo, eretta recentemente.

    Poi venne Pearl Harbor e la guerra dell’estremo oriente. Mi unii all’esercito britannico come cappellano. Ritornai a Hkudung come pastore nel novembre del ’45. Madre Francesca era ancora a Mandalay, dove fu presa dall’esercito giapponese con padre Ghilades (ora settantacinquenne) e la comunità di Hkudung nell’autunno del ’44. Le sorelle e padre Ghilades soffrirono grandi avversità e privazioni mentre facevano il loro lento viaggio attraverso il paese con il battello da Bhamo a Mandalay, circa 400 miglia a sud. C’erano due anziane sorelle che cedettero e morirono per le fatiche e le privazioni che sperimentarono mentre erano in viaggio. Un resoconto di questo esasperante viaggio, del trattamento di Madre Francesca, dei problemi e delle crisi quotidiane, formano un poema che ha pochi eguali nella storia delle missioni.

    Quando arrivarono a Mandalay, i militari giapponesi permisero a Madre Francesca di unirsi al grande convento delle Figlie di Maria Ausiliatrice a cui la casa di S.I. Leper era stata annessa, a circa tre miglia a nord est della città di Mandalay. Rimase lì fino alla fine della guerra ed anche qualche mese in più, per mancanza di comunicazioni tra Mandalay e Bhamo. Probabilmente lei e quattro sorelle indigene arrivarono a Bhamo nel tardo novembre del ’45, con una commissione per la loro Madre provinciale a Colombo, il Sri-Lanka riapriva il convento a Hkudung con Madre Francesca come Superiora. La Madre arrivò con la sua comunità a Hkudung alle 8 pomeridiane del 3 dicembre 1945 festa di san Francesco Saverio. Fu costretta ad andare a piedi per le ultime 14 miglia del viaggio a causa del ponte rotto e delle strade danneggiate, che non erano ancora state riparate.

    Ebbi il privilegio di dare il benvenuto, a Lei e alla sua comunità, in una fredda e rigida notte di dicembre: era la stessa Madre Francesca che sei anni prima avevo ricevuto. Lo stesso viso sorridente lo stesso splendore, non un segno di stanchezza e fatica dopo quel lungo e arduo viaggio. Le sue prime parole furono:

    «Tutto ciò è come un sogno, Padre!».

    Allo stesso modo in questa notte fredda e rigida Madre Francesca irradiava calore, bontà, coraggio e gioia alla gente tanto amata di Kachin pronta a raccogliere di nuovo le trame lacere e frantumate dalla guerra e da tutte le crudeli concomitanze.

    La Madre cresceva e maturava ormai fuori dalle avversità e crudeltà della guerra. Essa crebbe spiritualmente salendo nuove vette nel suo personale incontro con Cristo: era tutta consacrata a Lui e riconosceva e serviva Cristo in ogni essere umano.

    Questa coraggiosa giovane, serena, sorridente e animosa missionaria di Maria ci avrebbe lasciato solo dopo nove mesi. Durante i mesi del dopoguerra, ingegnandosi ancora una volta a ricostruire quasi tutto dalle rovine, aprendo scuole, cercando insegnanti, fortificando con la Messa e i sacramenti coloro che erano rimasti fedeli e sforzandosi di ricondurre all’ovile coloro che si erano smarriti durante gli anni della guerra, si sottopose ad un’impresa non facile. Anche dopo 40 anni, posso ancora richiamare alle mente vividamente l’aiuto e il servizio che ricevetti da Madre Francesca e dalla sua comunità. Madre Francesca specialmente illuminò le mie difficoltà attraverso la sua inesauribile e tenace fede, il suo ardore e coraggio, la gioia affidata a Cristo, fonte e ispirazione di questa fede, maturata nel suo ritiro spirituale ai primi di settembre del’ 46. Questo ritiro fu condotto da padre F ognini, un padre Betarhamita la cui missione a Talifu China aveva appena passato la frontiera fra Sino-Burma, circa 25 miglia da Hkudung.

    La Madre si sentì male subito dopo il ritiro e così padre Fognini fu molto gentile rimanendo con me. Il pensiero. della morte non ci venne alla mente, ma come i giorni passavano e lei non rispondeva alle cure, chiamammo il dottor Tangeline da Bhamo. Lui venne e rimase tutta una notte e diagnosticò che era gravemente ammalata di malaria: pensò di non accennare a malaria cerebrale. lo sentii sicuramente che era malaria cerebrale. Il dottore diede le necessarie medicine, iniezioni, capsule e compresse, e ci lasciò con l’assicurazione che Madre Francesca sarebbe stata ricoverata presto.

    Strano davvero a raccontarsi, entro pochi giorni madre Francesca ci lasciò per sempre.

    Ebbi il gran privilegio di assisterla durante quei giorni tristi e ansiosi.

    Le amministravo la S. Comunione tutti i giorni e questo significava unacosa grandissima per Lei. La sua fede profonda quando le amministravo il Sacramento dell’Unzione degli Infermi e quando noi pregammo quasi continuamente al suo capezzale, fecero una profonda impressione in tutti.

    Mi piacerebbe poter esprimere la testimonianza come un proverbio; ciò che sopportò alla fine della sua malattia con eroica fede e coraggio così caratteristici, e sentendo la fine arrivare disse: «Grazie a voi! Grazie a voi per tutti i piccoli servizi che mi avete reso!».

    Morì verso le 11 di sera in serenità e pace, sorretta dalla sua comunità, da padre Fognini e da me.

    Oggi 41 anni dopo, ho un’immagine chiaramente incisa degli ultimi momenti della cara madre Francesca e il terribile senso di perdita e di dolore che mi prese in quel momento.

    Tenemmo le sue preziosissime spoglie con noi per due giorni e due notti nell’oratorio del convento, e la gente veniva continuamente a pregare accanto a Lei.

    I suoi funerali, che io celebrai, furono tristi ma stupendi.

    La piccola chiesa di Parish era piena. La sua comunità e i due padri Colombani, fr. Govern e fr. Rillsone, dai loro luoghi furono in grado di essere presenti con padre Fognini ed io.

    lo non ho desiderio o intenzione di anticipare alcuna dichiarazione che riguarda la santità di Madre Francesca, ma sarò onesto nel dire che la notte in cui Ella morì, sentii che una santa ci aveva lasciato per sempre, e passati 41 anni non ho mutato questa opinione.

    Rev. Fr. Jeremiah Kelleher, S.S.C.
    St. Joseph’s Parish Church
    Olongapo City, Philippines

    Il nepote Ugo Zappelli ebbe la fortuna di incontrare a Roma presso l’Istituto Suore Francescane di Maria in Via Giusti, 12, la Superiora della missione di Birmania Khundung, Suor Filomena, alla quale chiese se gentilmente, nel suo ritorno in Birmania, le avesse mandato un ricordo della cara zia.

    Ed ella le inviò una parte delle ossa.

    Di questo ricordo è stata fatta una piccola urna e depositata nella Cappella della famiglia Zappelli in Trevi,

    O Gesù sacerdote eterno

    custodite mio fratello Oreste

    ora vostro sacerdote

    nel Vostro S. Cuore

    ove nessuno può fargli del male.

    Custodite senza macchia le sue mani

    che l’Unzione Sacra ha consacrato

    che ogni giorno toccano il Vostro Sacro Corpo.

    imporporate ogni giorno dal Vostro Sangue prezioso.

    Custodite immacolato

    e lontano dallo spirito mondano il suo cuore

    segnato dal sigillo sublime del sacerdozio.

    Che il vostro santo Amore infiammi il suo cuore,

    lo preservi dal contagio del male.

    Benedite il suo lavoro

    con abbondante fecondità.

    Che le anime affidate al suo ministero

    siano la sua gioia nel mondo

    e la sua consolazione

    nel cielo la sua corona immortale.

    Signore Gesù proteggete con la protezione

    del Vostro Divin Cuore

    mio fratello sacerdote.

    Siate la sua luce, la sua forza, la sua consolazione.

    Maria,

    Madre di Gesù sacerdote

    santificate tutti i sacerdoti.

    La felicità
    appartiene all’anima
    e non al corpo.

    La sua sorgente
    si trova nel sacrificio
    e non nel godimento.

    5 – XII – 1929

    Ti guidi la fede
    in ogni azione.

    Sarai felice nella felicità,
    forte nel dolore.

    15-VII-I928

    Abbiamo rivissuto insieme una vita semplice e grande insieme. È una donna della nostra gente; i suoi sono ancora tra noi. Non ha avuto mai paura di dire «sì» a Dio.
    La fiducia è stata sempre più grande della prova.
    L’amore al tabernacolo l’ha illuminata e sostenuta.
    L’amore vero per tutti l’ha spinta sempre
    fino a farle dimenticare se stessa, le cose e le persone che amava. Ha dato molto, ma ha trovato di più.
    Nel sacrificio ha scoperto il segreto di una gioia non comune. La sua vita è stata utile a molti.
    Ora vive nel ricordo e in benedizione.
    Nessuno rimpiange, ma molti ringraziano.

    È una vita bella e vera
    è una vita vissuta
    è una vita spesa per un ideale grande.

    Non è un esempio difficile o lontano.
    Basta un po’ di fede e di coraggio
    come lei ci ha insegnato

    Ogni vita sarà allora
    come la sua
    un dono sempre.

    P. Luigi Cicolini

    04

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  • Madre Maria Francesca Zappelli 1

    Madre Maria Francesca Zappelli

    delle Francescane Missionarie di Maria

    1 – Biografia

    Notizie riprese dal testo a stampa “Ho donato tutto con gioia“, edito dalla famiglia (circa 1980) che lo ha gentilmente messa a disposizione

    Umbria: la sua terra.

    Zappelli: la sua famiglia

    Chiamata misteriosa

    Verso una scelta totale di Dio

    Missione Ceylon

    Offerta piena e gioiosa

    Spirito evangelico e francescano

    Tra i più poveri

    Missione di Bhamo

    Missione Birmania

    La prova della guerra

    Il ritorno

    Verso la fine

    La morte

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.

    2 – MEMORIE

    Due testimonianze

    Nel ricordo della sorella Angela

    Alcuni ricordi del fratello Sacerdote

    Ricordi del P. Kellher dopo 40 anni.

    Un gradito incontro dell’anno 1980

    Preghiera di madre Francesca per il fratello sacerdote

    Pensieri

    Conclusione

    PREMESSA

    Non ho intenzione di scrivere una biografia e neppure ne sono capace.
    Ho conosciuto una SUORA eccezionale della nostra gente.

    Nata a Foligno ha operato eroicamente in missione.

    Spesso me ne hanno parlato i suoi.

    Ho letto con piacere e attenzione le sue molte lettere.

    Mi sono informato sulla sua opera missionaria.

    A me ha fatto tanto bene.

    E ho pensato che possa fare del bene
    anche a qualcun’altro.

    P. Luigi Cicolini

    UMBRIA: LA SUA TERRA

    L’Umbria ricca di verde, di pace, di paesi incantati lascia in chi vi arriva o ha la fortuna di viverci, un ricordo indimenticabile. È una terra che parla di Dio spontaneamente: il suo paesaggio e la sua storia sono un richiamo forte e continuo. Ogni paese porta una storia propria di fede, conserva impronte chiare di spiritualità. I suoi Santi sono i Santi di tutti, gli amici di sempre, che hanno varcato gli stretti confini della propria regione e sono diventati i Santi del mondo. Benedetto da Norcia, Francesco d’Assisi, Chiara d’Assisi, Chiara di Montefalco, Rita da Cascia, Angela da Foligno sono nomi familiari ovunque e per ciascuno. La regola di Benedetto guida ancora oggi migliaia di uomini e di donne; la sua saggezza profondamente umana e concreta ha trasformato nel tempo vallate e paesi in luoghi di benessere e fraternità. La semplicità eroicamente evangelica di Francesco ha riaperto il cuore alla vita, alla natura, all’uomo. Ci si risente, calcando i luoghi benedetti di S. Maria degli Angeli, di S. Damiano, delle Carceri, del Subasio, fratelli e sorelle di ogni uomo. La vita riappare nella sua realtà bella e un dono grande di cui lodare Dio: il fascino che emana da Assisi conquista e richiama. La forza eroica di Rita da Cascia, l’amore alla croce di Chiara da Montefalco, l’umiltà povera e irresistibile di Chiara d’Assisi, l’amore incomprensibile e generoso di Angela da Foligno sono luci, inviti, rimproveri da cui non ci si sa sottrarre. Le scoperte essenziali di questi santi: il «Prega e lavora» di Benedetto, il «Voglio Dio – Non ti ho amato per scherzo» (parole dette da Cristo) di Angela, «l’amore non amato» di Francesco aprono in ogni tempo orizzonti sempre nuovi e spingono a tornare in se stessi per trovare la stessa loro strada, la stessa forza, lo stesso amore, la pienezza della vita. Inoltre i molti luoghi di spiritualità che costellano pendii e luoghi di questa regione da Assisi, a Spello dove 10.000 e più giovani ogni anno vengono a cercare Dio, a Collevalenza dove l’Amore misericordioso di Dio si presenta all’uomo angosciato e smarrito di oggi come la vera possibilità di futuro e di pace, fanno dell’Umbria una terra bella e’ amata. Quanti segreti e luoghi ancora inesplorati nasconde nella sua geografia e storia. Chi si mette in cerca trova e scopre meraviglie, quelle che Dio qui ha operato più copiosamente che altrove e ci si chiede il perché. Accanto a queste figure universali e potenti vivono e sono vissute migliaia di altre persone vere e fedeli. Anch’esse hanno da dirci molto, se sappiamo ascoltare. Tra i tanti ne ho conosciuta una che credo valga la pena riascoltare dopo circa 40 anni dalla sua scomparsa. È una ricchezza di Foligno, la terra di S. Feliciano e di Angela, il paese della Quintana, che neppure i suoi conoscono e ricordano. Un nome semplice, Teresa-Agnese Zappelli, un vestito povero e francescano, un ideale grande in cuore, portare Cristo al mondo, l’hanno condotta lontano e hanno fatto della sua vita una vita felice, un dono per molti.

    ZAPPELLI: LA SUA FAMIGLIA

    La famiglia Zappelli di Foligno fu ricca di figli e di fede. Oreste Zappelli e Maria Paolucci ebbero il dono di 9 figli; la nostra Madre Francesca fu la quinta di questa bella e numerosa schiera; nacque il 10 dicembre 1908 a Foligno. Ebbe nel battesimo due nomi Agnese e Teresa, due sante che seguirà da vicino riprendendo dall’una un amore grande per Dio e dall’altra la forza di essere con la vita testimone di Dio al mondo. Per lei, anche quando sarà lontana, i ricordi e la vita dei suoi saranno una forza grande e continua. Si sentirà sempre legata e unita alla sua «famiglia bella e felice», dove ha vissuto il «tempo bello e indimenticabile». Il suo cuore sarà sempre lì: i fratelli, le sorelle, la mamma in modo particolare, la schiera grande dei nipoti, gli avvenimenti di famiglia, i luoghi dell’infanzia da Foligno a Trevi e dintorni saranno la sua compagnia abituale. Il rimpianto del papà, scomparso troppo presto, le si fa sentire in modo particolare negli anniversari, nei gIorni di festa, nelle situazioni più intime. Il nome dei suoi li porterà scolpiti nel cuore e li darà spesso ai molti bambini che in missione avrà la grazia di battezzare. Nella sua ricca e frequente corrispondenza oltre l’indimenticabile e carissima mamma c’è un angolo per tutti: Pia, Emma, Salvatore, Angela, Oreste (il fratello sacerdote tra i figli di Don Bosco), Checchina, Oliviero, Enrico, Gigino… Dal Ceylon prima e dalla Birmania poi seguirà ogni avvenimento dei suoi: matrimoni, battesimi, prime comunioni, lutti… Si interesserà ai sacerdoti che ha conosciuto, p. Cipriano, p. Bonaventura… delle Chiese, in particolare di S. Martino di Trevi, di tutti, perfino del sagrestano. VILLANUOVA di TREVI, la bella casa tra gli ulivi dell’Umbria Francescana, è il luogo più amato e ogni nuova terra le ricorderà quel nido ormai lontano. Qui la sua famiglia dovette spostarsi dopo la morte prematura del padre e qui Agnese passò la sua fanciullezza e i suoi anni più belli di giovane, dopo un breve periodo all’Istituto Leonino di Terni. La sua, una famiglia dove si pregava e dove il Rosario quotidiano era una regola, una famiglia dove il principi umani e cristiani erano profondamente radicati, nonostante incomprensioni e momenti difficili, che la faranno soffrire non poco, l’aveva segnata in modo unico e non potrà mai dimenticare quanto ha ricevuto. La sua famiglia fa ormai parte inscindibile del suo modo di essere e di vivere e questo lo sentirà per sempre. Ognuno di noi è segnato dalla sua famiglia nel bene e nel male. Si potranno acquistare o perdere valori, si potrà credere o rinnegare ciò che si è ricevuto, ma è impossibile perdere o dimenticare l’impronta ricevuta in famiglia. Il dono grande della famiglia è la ricchezza suprema dell’uomo, della società e della Chiesa. Quando il nucleo familiare si sfalda, è difficile prevedere le tristi conseguenze che immancabilmente persone e società dovranno soffrire. L’attenzione e la cura della famiglia non saranno mai troppo, in particolare oggi che è minacciata in mille modi nei suoi elementi essenziali; ugualmente la preparazione ad un impegno così grave non può essere né superficiale né affrettata. L’influsso benefico che la famiglia di Madre Francesca ha avuto sulla sua opera missionaria prova ancora una volta l’importanza e la necessità di famiglie vere per un futuro diverso.

    La giovinezza di Agnese trascorre lieta e spensierata senza che nulla faccia prevedere una chiamata speciale alla vocazione religiosa.

    I suoi la descrivono con il suo carattere lieto e aperto, vivace e spontaneo, volitivo e generoso, ma anche impetuoso, a volte capriccioso, non molto portata al lavoro.

    Ciò che la distingue è la totalitarietà; non conosce compromessi e mezze misure.

    Vive con i suoi una pietà solida in famiglia e in parrocchia; è aperta alle necessità dei più poveri, ma nulla può far pensare ad una sua prossima consacrazione a Dio.

    I suoi dicono con chiarezza che a tutto avrebbero pensato «fuorché vedere Agnese religiosa».

    Il suo temperamento impulsivo e il suo attaccamento esagerato alla mamma, di cui non si sente di fare a meno e da cui si sente particolarmente amata, sono ostacoli non indifferenti.

    Lei stessa non pensa ad una simile possibilità, tanto che nella sua spontanea ingenuità ha attaccato due pagine del suo libro di preghiera per non dover casualmente incontrare la preghiera che chiede a Dio luce per il proprio futuro dove si prega per la vita religiosa.

    Secondo la cognata, pur lavorando in parrocchia, il parroco di S. Maria in Valle «non aveva troppa buona stima di lei, dato il carattere impulsivo, dispettoso e imperativo».

    Invece un giorno imprevedibilmente e con la sua impulsività dichiara davanti a tutti: «Sapete? Ho deciso: io mi faccio suora».

    L’uscita ha tutta l’aria di uno scherzo che fu sorridere i suoi e il parroco.

    Non ha ancora 18 anni.

    Eppure non era uno scherzo. Dio chiama misteriosamente chi e quando vuole ed è difficile resistere alla sua voce.

    Sa aspettare e secondo il consiglio del suo direttore comincia in silenzio a dire i suoi primi «sì» a Dio.

    Anche i suoi s’accorgono che dietro la facciata di sempre in Agnese qualcosa sta cambiando.

    La sua carità innata si accentua e.si esprime sempre più chiaramente. Si rivolge prima di tutto verso i più poveri, verso gli ospiti dell’ospizio di Trevi dove con il permesso della mamma porta frutta e dolci; per essi si priva quasi sempre della merenda.

    Un’attenzione particolare riserva alle suore di clausura, le Clarisse di Trevi: sa che il convento è poverissimo e non si vergogna di raccogliere soldi e doni per esso.

    Si impegna ugualmente per le MISSIONI, il suo sogno: legge e diffonde riviste missionarie, che secondo la testimonianza dei suoi riempiono la casa; diventa zelatrice per le missioni e si interesserà dopo la sua partenza che qualcuno continui l’opera.

    Avverte maggiormente il suo appartenere alla Chiesa e collabora con il convento di S. Martino di Trevi.

    La sua preghiera diventa più lunga e convinta; chi l’ha conosciuta definisce il suo modo di pregare «esemplare».

    La sua natura generosa e sensibile, aperta al bello e al bene, si lascia facilmente plasmare e perfezionare dalla grazia di Dio.

    L’aiuto del direttore spirituale che non è un lusso, ma un’esigenza di chi vuoI fare un vero cammino di fede, la sostiene e la guida, sapendola consigliare e dirigere.

    Senza far trasparire nulla si impegna al sacrificio e ad un vero cammino di perfezione.

    Amante dell’aria libera, un po’ svogliata e sfaticata, si obbliga a lunghe ore di lavoro in cui in una stanzetta confeziona abiti, biancheria, bende… per le missioni.

    Per vincere se stessa indossa perfino un cilicio che la fa particolarmente soffrire; solo casualmente una mattina, rifacendo il letto, la mamma se ne accorge.

    Il suo cammino verso la donazione totale a Dio è iniziato e con decisione.

    La chiamata si è fatta chiara e improrogabile; non sorridono più né i suoi né il parroco.

    Il mattino del l0 dicembre 1929 lascia la sua Umbria, Villanuova, la mamma carissima, i suoi per Grottaferrata, dove c’è il Noviziato delle Suore Missionarie Francescane di Maria.

    Era la sua vocazione: missionaria e francescana, dalla sua Umbria verso il mondo, con il cuore do spirito di Francesco.

    Ha detto addio a tutti: ai suoi monti, aisuoi vecchietti a cui dona in ricordo un crocifisso ciascuno, allesuore, al parroco, alla mamma e se ne va, con il pianto in cuore, ma senza voltarsi indietro, là dove Dio la chiama.

    Il distacco è per lei dolorosissimo. La cognata che l’accompagna racconta:

    «Ebbi la fortuna di accompagnarla al monastero e quando giungemmo a Foligno per prendere il treno che ci doveva portare a Roma, disse che il passo più doloroso era fatto… Da Roma al noviziato di Grottaferrata non riuscimmo a proferir parola; un nodo alla gola ci impediva ad entrambi di parlare. Mi raccomandò soltanto di ricordarla giornalmente nel Rosario di famiglia affinché il suo padre S. Francesco le avesse concesso una santa perseveranza» .

    Il suo legame così forte e sensibile perla famiglia la faceva soffrire molto, ora che per un amore più grande doveva distaccarsene e senza sapere quando l’avrebbe potuta rivedere e riabbracciare.

    L’inizio per lei non fu facile. Continua sempre sua cognata Vincenzina: «Le suore l’accolsero freddamente; ricordo che la superiora era straniera; la lasciammo ,addolorata e smarrita».

    Dalle sue stesse prime lettere risulta chiaram,ente che era «confusa e disorientata».

    Il passaggio alla nuova vita richiede uno sforzo grande, tuttavia il suo «sl» rimane tale e diventa più sicuro.

    «Chi mi vuol seguire – aveva detto Gesù – prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».

    Un sacerdote di Terni, Mons. Adriano Spinedi, la ricorda così:

    «Carattere vivacissimo, intelligente, pratico. Di buonissima salute, ben sviluppata, dimostrava qualche anno in più di quanto non avesse. Di profonda, schietta pietà che traduceva in tante piccole iniziative che mostravano la ricchezza del suo animo. Agnese vero prototipo della ‘Vergine prudente’ del Vangelo sempre pronta ed attiva».

    Ormai era pronta per partire. I mille particolari provvidenziali della vita l’avevano sapientemente e lentamente fatta maturare per una decisione, umanamente incomprensibile, ma chiara e voluta dal disegno di Dio.

    Agnese sapeva chi voleva seguire e fin dove.

    Nella casa noviziato di S. Rosa le giornate sono tanto diverse, ma presto si abitua e ritrova quasi subito la sua gioia di sempre.

    La giornata comincia molto presto, alle 5,30 del mattino e tra la preghiera, lo studio e il lavoro non ha tempo di annoiarsi e neppure di rimpiangere.

    Tuttavia il suo ricordo, come scrive alle sorelle quasi subito, va «alle belle serate trascorse insieme», ma sa anche che questo ormai è passato e dice ancora un altro «sì».

    Spinta dal suo ardore missionario aveva desiderato fare il suo noviziato in missione.

    Il suo desiderio impossibile, alla fine del primo anno, provvidenzialmente viene esaudito.

    Le Missionarie Francescane di Maria hanno deciso di aprire un noviziato per le postulanti del Ceylon (oggi Sri-Lanka) e per quelle dell’India e hanno pensato di inviarvi alcune novizie italiane. Madre Francesca che ha trascorso regolarmente il primo anno e tra le prescelte. Non le sembra vero e, immaginando la preoccupazione della mamma, che potrebbe non rivederla più, scrive:

    «Quella notizia non vi deve né addolorare né preoccupare, anche se da ora in poi saremo più lontano; ci sara il buon Gesù che ci aiuterà e consolerà da una parte e dall’altra: a voi dandovi la forza necessaria per tutto sopportare, a me la fedeltà alla vita abbracciata e una grande generosità per accettare gioiosamente tutti i sacrifici che posso incontrare».

    Da Grottaferrata raggiunge Roma e poi Marsiglia dove avverrà l’imbarco. Qui si reca con tutte le altre partenti al Santuario di Nostra Signora della Guardia che dall’alto veglia sul mare e su chi deve attraversarlo e a Lei affidano il loro viaggio e la loro missione.

    Con l’entusiasmo di una vera missionaria sale a bordo del Bastimento «Géneral Metzinger», accompagnata dall’affetto e dalle premure delle consorelle e delle superiore che rimangono a terra.

    Fazzoletti e commozione si uniscono al fischio del bastimento che si stacca da terra, mentre le missionarie affidandosi completamente alla Vergine con forza cantano l’Ave Maris Stella.

    Il suo pensiero corre ancora a Villanova e saluta «la carissima mamma, Cencina, i fratelli, le sorelle, i cari nipotini, tutti i parenti e le persone che mi sono care».

    Una per una le ricorda, a cominciare dal papà morto, e per tutti prega.

    La gioia della partenza e il dolore del distacco si confondono serenamente. «La vostra missionaria e anche persona dal cuore molto sensibile».

    Sa di partire e di lasciare tutto «unicamente per Gesù» e per questo lo invoca di concedere alla mamma «la forza, il coraggio, la tranquillità nel sacrificio e la completa rassegnazione alla Santa volontà di Dio».

    Il tempo caliginoso e piovoso nasconde presto la terra al loro sguardo e le prende quasi subito un terribile mal di mare, che fa dimenticare ogni altra pena.

    Per fortuna dopo tante emozioni il sonno gentile le sorprende: e il 23 ottobre del 1931.

    Al risveglio del mattino c’e sempre la dolce sorpresa della S. Messa a bordo. In quegli istanti si avverte che Dio ha gradito il sacrificio di un ad-dio umanamente incomprensibile. Il confronto con gli altri che sono a bordo aiuta ad apprezzare maggiormente il dono ricevuto e ad offrire più ge-nerosamente i sacrifici necessari.

    L’indifferenza o l’ostilità di alcuni accende l’ansia di riparare l’amore di Cristo «tanto sconosciuto e offeso».

    Le giornate, passato il mal di mare, diventano piacevoli in un mare quasi sempre calmo e bello che permette di avvertire la grandezza di Dio e di sentirne sensibilmente la presenza.

    Lo studio dell’inglese e le sorprese che il mare riserva loro ogni giorno le tengono occupate dal mattino alle 5.30, quando inizia la giornata. Vivono a bordo come se fossero ancora in convento con un orario ineccepibile.

    «Studio sempre l’inglese – scrive – lavoriamo, preghiamo, leggiamo e la perfetta letizia e nei nostri cuori».

    Il bastimento costeggia la Corsica, la Sardegna ed entra nello stretto di Messina, dirigendosi verso Port-Said in Egitto.

    Avvistare le coste italiane significa risentire tutta l’emozione di ciò che si lascia e inviare un saluto affettuoso a tutti e a ciascuno con una punta di dolce nostalgia.

    La carità e l’allegria a bordo sono generali e internazionali: ci sono 20 suore Francescane di Maria del Canada, Austria, Italia, Francia, Spagna, Belgio, Olanda, Irlanda e Malta, «una vera internazionalità», come commenta Madre Francesca che scrive giorno per giorno un diario di bordo davvero interessante.

    Oltre a loro a bordo viaggiano altre suore di 4 ordini diversi, cinque padri Lazzaristi, un padre Gesuita, in tutto 41 religiosi, una bella Chiesa in cammino verso l’Oriente, Ceylon, India, Cina.

    Una breve fermata a Port-Said per una cartolina e poi attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano si punta dritti verso al meta.

    Nel suo diario sa essere molto francescana e come Francesco invita tutte le opere: «il bel cielo azzurro … il bel cielo d’Italia, la luna, la vastità del mare, il levar del sole, i grossi pesci che guizzano al loro fianco, gli uccelli marini che volano sopra di loro» a lodare Dio.

    Passando più tempo possibile sul ponte per non perdere nulla, sentono che «tutto invita ad amare e ad adorare Dio».

    Dopo quasi 20 giorni di acqua e cielo il 9 novembre avvistano finalmente Colombo. Deo gratias. La prima impressione e di vedere gli Indiani neri neri.

    E un’osservazione ovvia (altrimenti che Indiani sarebbero!) ma necessaria e soprattutto esprime la riconoscenza e la gioia di un viaggio felicemente concluso: la missione comincia.

    Dio, la missione, i suoi: i tre grandi pensieri che hanno dominato il suo cammino verso Ceylon.

    Ai suoi può scrivere: «Più mi allontano da voi, più vi voglio bene». Dio non toglie, ma dona. Il suo amore è sempre più grande.

    Il Ceylon accoglie le nuove arrivate e a Mattacoliya a Colombo inizia il secondo anno di noviziato: una piccola comunità internazionale. Sono 8 religiose di 7 nazioni diverse che vivono in una piccola e graziosa casa tra le grandi palme.

    L’inizio é davvero emozionante lasciamo la parola a lei stessa:

    «Ieri sera (12 novembre, il giorno dopo l’arrivo) ci recammo all’Ospedale; dopo aver attraversato molte corsie giungemmo finalmente in quella ove sono le malate più gravi; non si udivano che gemiti, rantoli di morte, lamenti che facevano veramente pietà.

    Ci avvicinammo al letto di due moribonde; erano gia preparate dalla Missionaria che veniva con noi. Questa si chinò su di loro e disse che era giunto il momento del Battesimo e che presto sarebbero finite tutte le sofferenze e Gesù veniva loro incontro.

    A quella poi che io dovevo battezzare disse ancora: «E il nome della Vergine che riceverai! Sei contenta?» E il momento solenne e commovente giunse. Versai l’acqua sulla fronte della povera pagana e dissi: «Maria io ti battezzo!» Mamma, come descriverti ciò che provai. Rivedo ancora quegli occhi che brillavano di gioia e mi fissavano; aveva tanto desiderato il battesimo. Ho scelto questo nome in onore della Vergine Santissima e il nome della mia cara mamma lontana. Come, provando simili gioie, tutto si dimentica e il sacrificio é ben piccolo!»

    L’entusiasmo non ancora pienamente equilibrato le fa chiedere di andare subito in un lebbrosario per consumarsi pienamente per Dio. La saggezza delle superiore non glielo permette.

    E presto si convince che non grandi cose, ma l’impegno fedele di ogni giorno porta alla santità ed e gradito a Dio.

    Annota giustamente che «non vale niente essere in missione senza bontà, umiltà e oblio di se stessa».

    Non conta il luogo dove si vive, ma come si vive.

    E si sa che anche nella vita ordinaria del Noviziato si porta Cristo al mondo, come battezzare due moribonde in un ospedale.

    Alla fine del secondo anno ci sarà la sua prima consacrazione ufficiale a Dio, la sua professione. E il pensiero che l’accompagna e stimola tutto l’anno.

    «Il giorno della mia professione – scrive il 22 maggio del 1932 – è ormai molto vicino» e chiede al Signore di «essere fedele fino alla morte».

    La preoccupazione di questo giorno viene completamente dissipata dalla grande fiducia che ha nel Cuore di Cristo a cui «nulla e impossibile».

    La sua convinzione e la sua maturità spingono le superiore ad affidarle le postulanti, «queste care sorelline dell’India e del Ceylon» che vengono contagiate in bene dal suo esempio di fedeltà e generosità. In seguito le saranno affidate le novizie.

    Il 13 giugno è il giorno grandemente atteso.

    Finalmente appartiene a Cristo e per sempre. Tre anni dopo, lo stesso giorno, ratificherà la consacrazione a Dio per sempre con la consacrazione perfetta.

    La sua gioia e incontenibile.

    «Come sono felice e contenta, felice da non desiderare nulla in questo mondo se non di amare Gesù con un amore perfetto e di soffrire per Lui per adempiere e corrispondere alla mia bella e sublime vocazione».

    E ancora:

    «In questo giorno per me bello fra i belli voglio divider con te (sta scrivendo alla sorella Pia) la felicità immensa del mio cuore che provo nell’essere sposa di Gesù e di Gesù crocifisso per il tempo e l’eternità».

    La voce udita a 18 anni si e fatta chiara col tempo e la donazione totale e una realtà.

    Lo scherzo della giovane esuberante e diventato offerta piena e gioiosa per sempre.

    Ora è di Dio ed è pronta a vivere questo suo dono con una piena disponibilità ai disegni di Dio che le si manifesteranno nell’obbedienza.

    L’amore alla preghiera, alla preghiera liturgica e in particolare al Sacrificio della S. Messa e dell’Adorazione eucaristica costituisce la caratteristica dominante della sua spiritualità e la causa principale della sua gioia.

    Dalle lettere si può desumere che vive per l’Eucarestia e dell’Eucarestia. Innamorata di Cristo lo cerca come la perla preziosa, il tesoro nascosto ed e ansiosa di portarlo a tutto il mondo.

    L’amore alla sua Congregazione è grande; prega per la sua vitalità, per l’aumento delle vocazioni consacrate; sente riconoscenza per chi l’ha formata, si interessa alle sorelle e alle superiori. Vive i momenti propri della Congregazione con tanta fede.

    L’amore al S. Cuore è presente in ogni avvenimento. Tutto a Lui affida, tutti a Lui raccomanda e la sua certezza si fonda sul Suo amore misericordioso.

    L’amore alla Chiesa e al Papa, ai suoi sacerdoti la fanno vibrare per ogni avvenimento lieto o triste che viene a conoscere.

    La missione presso i popoli, secondo il comando evangelico, brucia le sue giornate.

    Desidera ardentemente la conversione di tutti. Quanto opererà per i malati, i moribondi, i bimbi abbandonati per aprir loro le porte della gioia senza fine.

    Quanto vorrebbe fare perché lo zelo grande dei monaci e delle monache buddiste si trasformasse in amore e zelo per il Vangelo. Nei suoi viaggi, osservando le numerosissime pagode, sogna che presto siano trasformate in chiese.

    L’amore all’uomo intero e integrale fa parte della sua vita quotidiana. Sente e vive in sé gli avvenimenti del mondo e dell’uomo. Soffre per le guerre e le violenze ingiuste. Prega perché gli orrori della guerra del ’35 e della Seconda Guerra Mondiale finiscano presto e non debbano far soffrire nessuno, né i suoi, né gli altri.

    Augura la pace vera alle famiglie e al mondo.

    Quanto soffre negli anni di incomprensione che regna nella sua famiglia a causa della divisione dei beni. Scrive in continuità per un’intesa nell’armonia e nell’amore.

    E quando finalmente le cose si appianano esclama: «Sono felice di sapere che nei cuori torna la pace e mi auguro che presto tutti senza eccezioni tornino ad amarsi e a dimenticare dal fondo del cuore tutto, tutto».

    La carità di Cristo, quella vera, è l’ansia della sua vita in ogni comunità dove Dio la chiama a vivere. Quando è felice di potersi adoperare per tutti. Prima di farsi capire con la lingua, non sempre facile per lei, si farà capire con il linguaggio della carità.

    Nota ogni gesto di bontà e fa sapere ai suoi che il 15 maggio del 1938 nella guerra Sino-Giapponese e stato assassinato un certo benefattore della loro Congregazione, un uomo di vera carità. Ha aiutato loro, ha costruito ospedali e case per poveri, ha soccorso migliaia di indigenti, ha predicato il Vangelo. Mr. Lo-Pa-Hong (questo era il suo nome) era arrivato a prendere in casa, per aiutarla a vivere, la madre dell’assassino di suo figlio.

    E questo l’amore che converte il mondo e che diventa testimonianza e riparazione di fronte all’odio assurdo delle guerre che separa, rovina le famiglie, sparge lutto e pianto.

    Ugualmente una grande umiltà domina la sua poliedrica e generosa opera di apostolato intenso: sa di aver ricevuto tutto.

    E infine la vera letizia francescana l’accompagna anche nei momenti di prova dolorosa.

    Si potrebbe dire di lei come di Francesco: abbiamo incontrato una vera cristiana, una donna veramente felice.

    Il suo primo apostolato lo svolge tra la gente più povera delle montagne del Ceylon, una zona ricca di eucaliptus, mimose e molte varietà di fiori.

    Questa zona particolarmente ricca di bellezze naturali è anche molto fredda e molto povera: qui vivono i «coolies» delle piantagioni di tè.

    I figli di questi poveri e sfruttati sono molto spesso abbandonati a se stessi e vivono nella vera miseria.

    Le missionarie francescane avevano costruito una casa di riposo per le infermiere estenuate dal lavoro nel caldo soffocante di Colombo ed un centro per i figli di questi operai delle piantagioni con una scuola gratuita, un laboratorio di cucito e un dispensario per curare i malati. Si preoccupavano anche della Chiesa parrocchiale, essendo il sacerdote quasi sempre assente per le sue lunghe visite ai villaggi dei dintorni.

    Qui viene di tanto in tanto Madre Francesca e vi resterà alcuni mesi di seguito alla fine del 1938.

    La loro casa di Nuwara-Eliya è affidata alla Madonna del Buon Riposo, Our Lady of Good Rest.

    La povertà e la miseria la colpiscono in modo particolare. Sente vera pietà per quelle «povere creaturine scalze e scarsamente vestite» in un clima particolarmente rigido.

    Ammira la loro operosità e la capacità pur piccolissime che hanno di adoperare il tommolo.

    Chi sa cosa farebbe per aiutarle!

    I poveri sono sempre un richiamo e una lezione di vita. Questa rapida e breve esperienza tra i poveri la rafforzano nella sua volontà di bene e di apostolato.

    Relazione storica di Padre EVANS EDDIE

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.- La missione di Bhamo

    Le strade non esistevano. I sentieri erano appena larghi per i piccoli cavalli Shan, che camminavano incredibilmente, bene come i camosci. E tutto questo era negli anni 1944 e 1945.

    Madre Francesca Zappelli arrivò nel 1939 e trovò la missione già retta dai Padri Missionari di S. Colombano, in gran parte irlandesi. Prima di loro qui, lavorarono i Padri francesi delle Missioni Estere di Parigi. Non avendo un numero sufficiente di missionari, Mons. Albert Faliere di Mandalay chiamò i PP. Colombani per prendere la parte settentrionale della sua vasta diocesi.

    Nel 1936 arrivò il nuovo superiore, il P. Usher e i primi sette missionari irlandesi e australiani. Dopo un viaggio con un battello sul fiume Irrawaddy di quattro giorni da Mandalay, i missionari furono accolti calorosamente dal missionario francese Padre Francois Collardo Finalmente con i nuovi arrivati, la missione poteva guardare con speranza e ottimismo all’avvenire.

    Quello che i neo-arrivati missionari trovarono era una casa poverissima che P. Collard illuminò con una lampada a olio. P. Usher ammise anni dopo: «la prima notte a Bhamo, ero così scoraggiato che credo che il mio cuore si abbassava fino alle mie scarpe! Quando vidi la casa in cattive condizioni pensai: “come sarà il resto della missione?”

    Il giorno dopo il coraggio ritornò. La casa era sporca e in pessime condizioni. Nel piano terreno c’era una stanza grande e una stanzina da pranzo. Sopra c’erano tre stanze da letto per i missionari di passaggio. Di lusso come acqua corrente, luce elettrica, doccia e gabinetti non si poteva nemmeno immaginare. Però era il punto dove si poteva eventualmente espandere il lavoro fra le montagne della tribù Kachin. I missionari colombani erano tutti giovanissimi, e il superiore, P. Usher, che era il loro professore di teologia, aveva 37 anni.

    Con tutta questa miseria, c’era un’oasi: “Khudung”. Quando il vecchio missionario francese, P. Gilhodes, ricevette il messaggio che P. Usher e il suo compagno P. Way, volevano visitarlo, mandò loro una guida Kachin con i cavalli. Povero P. Usher, alto 1,90 mt., quando vide quei piccoli animali, scosse il capo sicuro che il suo peso avrebbe rotto la schiena della bestia, un pochino più alta di un cavallo sardo. Scrisse a casa: «il mio cavallo era alto come la mia vita e a me sembrava brutale montarlo. Fui assai sorpreso che questa bestiola mi portò su per due ore e mezza per un sentiero ripido dalla pianura fino alla missione alta oltre 1000 metri. Aveva una dignità propria e gli ero grato che mi permise di conservare anche la mia!»

    Il paesaggio era incantevole. Alla sinistra la, giungla impenetrabile. Alla destra il torrente che aveva tagliato un letto profondo nella montagna. Da tutte le parti, voci squillanti di uccelli e di insetti. Improvvisamente la giungla cedeva ad un frutteto di limoni, di aranci, e di frutti tropicali e poi ad una piantagione di caffè. Andando avanti, si arrivò alla missione nel mezzo del verde. C’erano più di mille cattolici Kachin e con loro P. Gilhodes e le Francescane Missionarie di Maria. Era come un sogno irreale. Il benvenuto fu caloroso e due missionari benedissero il Signore per questa consolazione.

    Nel 1903, P. Charles Gilhodes arrivò qui per annunciare la buona Novella. Non godeva buona salute e scelse Khudung situato a 100 mt. in altezza e così aveva un clima migliore della pianura micidiale. Costrui una casetta. Era difficile vincere la diffidenza dei montanari, che non avevano mai visto un essere umano con un viso pallido, un naso lungo, la faccia quasi nascosta da una barba foltissima, e. che si vestiva con una lunga camicia bianca. Piano piano, i bambini presero la confidenza, vinti dalle caramelle che ricevevano in regalo. Per loro incominciava l’apprendimento della loro lingua, indicando un oggetto dopo l’altro e scrivendo la parola con un disegno. Con tanta fatica scrisse il primo vocabolario Kachin-Francese e la prima grammatica della lingua Kachin. Poi basandosi sulle osservazioni della cultura, scrisse in francese un bel libro autorevole sulle usanze, la religione e la cultura Kachin.

    Per istruire la giovane generazione in un ambiente cattolico, costruì una piccola scuola ed ebbe la gioia e la fortuna di avere l’aiuto nel 1929 delle suore Francescane Missionarie di Maria.

    Queste intrepide missionarie non esitarono a affrontare la miseria, fra gente poco colta. Anni dopo, quando il Governo inglese premiòP. Gilhodes con la decorazione “Ordine dell’Impero Britannico” per la sua contribuzione verso il progresso e sviluppo materiale dei Kachin, egli disse: «il dono più grande che ho portato ai montanari Kachin sono le Missionarie di Maria. È a loro che va gran parte del benessere che oggi godono».

    A causa dell’ alimentazione povera e per le diverse malattie, per la cui cura non c’era altro che lo stregone, i bambini morivano come le mosche. Le Missionarie di Maria in Birmania si specializzarono proprio in medicina e in

    modo particolare nella cura dei lebbrosi. A Khudung il dispensario delle suore era l’unico per una zona grande come tutto il Centro-Italia. Gli ammalati venivano portati dai parenti, camminando per giorni interi nella speranza di essere guariti. Le suore non mandavano via nessuno. Medicavano nella patria europea per avere i medicinali necessari. Il risultato ImmedIato era che la mortalità infantile cessò quasi interamente. Con la salute riacquistata gli adulti erano disposti ad ascoltare le suore e il missionario.

    P. Gilhodes fece arrivare dall’ Europa e da altri paesi asiatici le sementi di verdura e di frutta. Sperimentò per anni e riuscì a trovare gli ortaggi che crescevano bene nella zona. A lui è il merito di avere introdotto le verdure europee, la frutta e di aver fatto per primo la piantagione del caffè nelle montagne Kachin. Questi cibi nuovi e nutrienti erano il fattore decisivo per la salute della Missione.

    Le suore svilupparono la scuola e aprirono un orfanotrofio per 300 bambini. Il peso di mantenerli, tutti poverissimi, era totalmente sulle spalle delle suoré, perché P. Gilhodes non aveva i mezzi per farlo. Tutti gli edifici: scuole, convento, chiesa, orfanotrofio, dispensario… erano costruiti con legno e zinco, poverissimi e privi di ogni comodità. I Padri, appena arrivati dall’Irlanda, si meravigliavano di come abbiano potuto resistere questi missionari francesi e le missionarie di Maria per tutti questi anni in tali condizioni. P. Gilhodes era rimasto solo a Khudung per 26 anni, e con le suore per altri sette anni.

    Nel 1939, quando arrivò Madre Maria Francesca Zappelli, le condizioni della missione di Bhamo erano leggermente migliorate, grazie ai giovani Padri Irlandesi e all’aiuto finanziario che arrivava dall’ America e dall’Irlanda. Ad aiutare il vecchio P. Gilhodes a Khudung è venuto P. John Howe (che diventerà vescovo di Bhamo nel 1961) e dopo di lui P. Jerry Kelleher. Fu lui che accompagnò Madre Francesca da Bhamo a Khudung, e il 20 settembre 1946 ebbe la tristezza di assistere alla sua morte e di seppellirla.

    Nel 1903, P. Charles Gilhodes arrivò qui per annunciare la buona No

    vella. Non godeva buona salute e scelse Khudung situato a 100 mt. in altezza e così aveva un clima migliore della pianura micidiale. Costrui una casetta. Era difficile vincere la diffidenza dei montanari, che non avevano mai visto un essere umano con un viso pallido, un naso lungo, la faccia quasi nascosta da una barba foltissima, e. che si vestiva con una lunga camicia bianca. Piano piano, i bambini presero la confidenza, vinti dalle caramelle che ricevevano in regalo. Per loro incominciava l’apprendimento della loro lingua, indicando un oggetto dopo l’altro e scrivendo la parola con un disegno. Con tanta fatica scrisse il primo vocabolario Kachin-Francese e la prima grammatica della lingua Kachin. Poi basandosi sulle osservazioni della cultura, scrisse in francese un bel libro autorevole sulle usanze, la religione e la cultura Kachin.

    All’inizio del 1939, quando la bufera minacciosa della Seconda Guerra Mondiale stava avvicinandosi in tante parti del mondo, le viene affidata la sua vera missione in un paese ancor più lontano, dove il tempo sembra si sia fermato: Khudung tra le montagne katcine del nord della Birmania a circa 1500 metri di altezza, a tre giornate di cammino dalla frontiera della Cina.

    Vi è chiamata a sostituire la superiora precedente, morta all’improvviso, per quella gente semplice Tibeto-Birmana sarà per sempre «MAMA KABA», cioè la Madre Superiora.

    In questo angolo sperduto di mondo, dove la guerra sembra impossibile possa arrivare e dove ciò che conta altrove è perfino sconosciuto, era arrivato 40 anni prima un sacerdote, p. Gilhodes, da tutti conosciuto come «SAM KABA», vecchio padre.

    È lui il vero fondatore di questa missione;povera e sperduta tra i monti. Per anni era rimasto solo,. evitato dalla gente, che nutriva per gli Europei una paura istintiva e incompreNsibile. La sua;pazienza e la sua fede avevano vinto infine la resistenza e l’incomprensione di questo popolo semplice, genuino, ma anche primitivo.

    Per essi aveva appreso e scritto la lingua katcina.

    Lo stesso governo inglese riconoscendo l’efficacia della sua opera gli conferirà una medaglia.

    Madre Francesca nel febbraio del ’39 si dirige verso la sua nuova missione e passando per Madras e l’India può ringraziare Dio per l’opera delle sue consorelle. Per esempio a Madras dirigono una scuola per 1300 bambine, un vero villaggio. Può sostare a pregare sul luogo della morte dell’apostolo S. Tommaso, l’evangelizzatore dell’India e raggiungere Rangoon, capitale della Birmania, una città ricca di pagode dorate e di costruzioni che nulla hanno da invidiare alle città europee. Ma la sua destinazione è altrove e vi arriverà, partita il 13 febbraio, solo il 9 marzo, superando i vari tratti con imbarcazioni, treno, camion, cavallo e a piedi. La colpiscono la varietà, la ricchezza e le meraviglie della vegetazione e la grandezza dell’Irrawaddy, il fiume più grande della Birmania.

    Sta per realizzare il vero sogno di vita autenticamente missionaria, dove tutto è povero e difficile: questo la rende profondamente felice.

    Alla mamma confessa:

    «Vado a Khudung, villaggio perduto fra le montagne della Birmania settentrionale, ma è una vera missione; facciamo le visite ai villaggi circostanti, curando maJati e battezzando bambini; sono paesi del tutto primitivi e non vi sono mezzi di trasporto che andare a cavallo o con il carro trainato dai buoi. Non è come in Ceylon… ma tutto ciò mi rende felice!

    È la vita missionaria che sognavo a 18 e a 20 anni allorquando udii che il Maestro mi chiamava a lavorare nella sua vigna.»

    A Khudung l’accoglie un povero convento del tutto primitivo costruito di tavole, dedicato anch’esso alla Vergine, La Madonna di Lourdes (Our Lady of Lourdes).

    La casetta di legno povera richiama a lei francescana il primo conventino di Rivotorto e questo la riempie di santo entusiasmo.

    La missione comprende il villaggio centrale che ormai è quasi completamente cattolico e molti altri villaggi, per lo piò pagani, disseminati sulle montagne impervie dove mancano i sentieri o nascosti nelle vallate interposte. Per arrivarvi bisogna inerpicarsi su per i pendii, adoperando quando è possibile il cavallo, inoltrarsi nella giungla infida dove il pericolo è sempre incombente e dove non è difficile incontrare tigri o leopardi, avventurarsi su pali trasversali per superare torrenti impetuosi.

    Il pericolo rischia di non far apprezzare la bellezza incantevole della natura ancora selvaggia e intatta che si attraversa.

    Si sa mettendosi in viaggio che è possibile anche non tornare, ma un vero missionario è consapevole di aver offerto tutto, perfino la vita. Una volta una tigre divora il cavallo di p. Gilholdes.

    Mentre al centro accanto alla Chiesa le suore dirigono una scuola per 150 ragazzi della zona tra maschi e femmine, l’opera di Madre Francesca è sopratutto quella di visitare ogni villaggio disperso nei dintorni. Sono i veri medici del corpo (hanno un dispensario centrale e luoghi di visita ovunque) e dell’anima (portano il vangelo della salvezza).

    Non esistono in tutto il circondario medici e la gente fiduciosa si affida loro per ogni cosa.

    Vengono chiamate continuamente, anche di notte. Devono superare ostacoli di ogni genere: quelli naturali già accennati, la difficoltà di comprendere una lingua totalmente nuova e diversa dalla propria, pregiudizi atavici e inveterati.

    Lo sforzo di Madre Francesca è addolcito dalle lunghe camminate, dal suo grande amore evangelico e dalla presenza di due suore birmane, più pratiche del luogo; l’impegno ad imparare quanto prima la loro lingua viene integrato nei primi tempi dal suo sorriso e dalla sua carità contagiosi e più eloquenti di ogni parola; i pregiudizi la pongono di fronte a situazioni impensate. Raccolgono in missione ragazzi «maledetti» che nessuno vuole avvicinare: sono quelli che nascendo hanno provocato la morte della madre; una tradizione ferrea e disumana richiedeva la loro morte ed in genere venivano bruciati sul rogo della madre. Le missionarie riescono a strappare diversi ragazzi a questo destino crudele e ne diventano madri.

    La povertà e la miseria sono ancora più terribili e impietose, mietendo vittime innocenti in numero grande. Le suore cercano di salvarne il più possibile e le affidano al buon Dio, dando loro il battesimo. Madre Francesca, che ha il cuore sempre a Villanova, pone loro i nomi della mamma e dei suoi, sicura di ottenere loro un nuovo o una nuova protettrice in cielo.

    La fatica di questo popolo per sopravvivere è grande: coltivano il riso e non sanno ancora utilizzare le molte risorse che la natura offre; la fatica più grande è delle donne che con il loro fagottello sulle spalle, dove portano i figli, si sottopongono a lavori davvero duri.

    Il padre missionario ha cercato di educare la gente anche in questo settore ed è riuscito ad impiantare frutti tipicamente europei, che aiutano le suore a risentire il sapore della patria lontana.

    In questa sItuazione di disagio,continuo Madre Francesca è finalmente nel suo ambiente: è davvero felice. Sente di aver realizzato il suo ideale di missionaria e di francescana.

    In una lettera alla famiglia afferma: «Se lo vita missionaria implica grandi sacrifici… quante e quante vere gioie ci procura, gioie che il mondo non conosce e non sa dare».

    Le feste sono particolarmente sentite e vissute; vengono preparate giorni e giorni prima con grande cura. ‘Per Natale, facendo freddo, viene costruita una grande cappella di palme, rami e foglie, ricoperta di paglia sul pavimento per accogliere le migliaia di persone che vengono a celebrare la gioia di Gesù Bambino, il Dio-con-noi, l’Emmanuele. Sembra di essere a Betlemme.

    La costituzione forte e robusta di Madre Francesca, unita alla giovinezza piena e generosa, sostenuta da un ideale missionario unico, ne fanno presto l’animatrice di ogni opera.

    È la vera Mama Kaba: questo nome diventa un lasciapassare, un richiamo, una sicurezza.

    Sente che l’ideale di Francesco, povertà, semplicità, vangelo vissuto alla lettera stanno diventando la sua vita e con tutta se stessa ringrazia Chi per amore l’ha condotta tra questa gente povera, ma vera e buona.

    LA MISSIONE FRA I KACHIN DELLA BIRMANIA

    Durante la seconda Guerra Mondiale, i soldati americani, sotto il Generale Stilwell, chiamati “Merril’s Marauders”, furono mandati per cacciare i giapponesi dall’estremo Nord della Birmania, per poter costruire la famosa strada “Ledo Road”, dall’India in Cina. Questo era il territorio Kachin, dove lavoravano i PP. Colombani e le Missionarie Francescane di Maria.

    I soldati trovarono un territorio coperto di foreste vergini, di montagne oltre tremila metri, di fiumi enormi nella pianura e di torrenti rapidi che tagliavano le montagne e i colli. Il clima era malsano, caldo e umido.

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M.  In terra di missione

    Durante la stagione delle piogge, da maggio a novembre, il monsone portava le piogge diluviane rendendo impossibile attraversare i fiumi e i torrenti. Durante gli altri mesi, faceva un caldo da morire con l’eccezione di un po’ di fresco in inverno. Il nome che diedero a questo territorio era “Green Hell” (inferno verde): “Verde” perché la vegetazione selvatica e fitta copriva le montagne; “Inferno” perché era un terreno pieno di malattie – la micidiale malaria, il tifo, la febbre gialla, la febbre nera, l’elefantisi; e poi c’erano bestie feroci – tigri, elefanti, cobra.

    La terribile guerra, che ha mietuto milioni di vittime e che sembrava tanto lontana, presto si fa sentire anche su queste montagne sperdute.

    Le ultime lettere del 1940 che Madre Francesca riesce a spedire e a ricevere, la fanno trepidare per la sorte dei suoi, chiamati a combattere o rimasti a casa.

    Poi le comunicazioni si interrompono per circa cinque anni e Madre Francesca rimane senza alcuna notizia.

    Conoscendo la sua sensibilità e il suo affetto enorme per la famiglia si può facilmente intuire quanto abbia dovuto soffrire.

    Diversi lutti in questi anni colpiranno la sua famiglia; il più grave fra tutti la morte della mamma amatissima… ma lei non saprà nulla fino alla fine della guerra.

    Alcune notizie più generali potranno giungere fin lassù tramite una vecchia radio che riescono a far funzionare, ma sono sempre notizie di tragedia, morte, paura.

    La guerra purtroppo si avvicina anche a (quelle montagne e l’avanzata giapponese raggiunge la Birmania e Khudung.

    Madre Francesca e un’altra suora prima, gli altri poi, dietro ripetuti comandi e intimidazioni dei Giapponesi, devono abbandonare le care monta gne e scendere prima a Bhamo il centro del distretto e infine. a Mandalay, la città più importante, dove vengono sottoposti a processi e a giudizio.

    Le sofferenze di questa terribile e lunga odissea sono inimmaginabili e le portano spesso vicino alla fine.

    In una lettera alla sua provinciale Madre Francesca racconta:

    «Fu il 23 aprile 1944 che dovetti abbandonare le mie care montagne. L’Il maggio fu la volta del padre Gilhodes e della comunità. Li si fece partire alle quattro del mattino, senza dar loro tempo di fare il minimo preparativo… Come descrivere quella partenza, le grida e i pianti dei nostri orfanelli che ripetevano: “Non lasciateci soli, non abbandonateci! Vogliamo venire con voi, morire con voi!”.

    Il piccolo Giuseppe (un bambino salvato dal rogo dove veniva bruciata la mamma morta per la sua nascita) arrivò fino a sdraiarsi in mezzo alla strada per sbarrare il passaggio, ma tutto fu inutile…

    A Bhamo fummo rinchiuse in una casetta dove non ei era consentito vedere nessuno, nemmeno le nostre bambine che venivano a trovarci da tanto lontano, nemmeno i padri che alloggiavano in una casa di fronte a noi, dal lato opposto della strada.

    Non potevamo che assistere alla loro Messa dalla finestra aperta. Solo il 18 agosto, eludendo la vigilanza dei guardiani, potetti andarmene di nascosto a ricevere la santa Comunione. E, vedendo che il tentativo era riuscito,ogni mattina, a turno, una di noi se ne andava così a «rubare» Gesù nella casa di fronte. Che giorni, ma anche quante grazie ei ha fatto Iddio in quel periodo!

    Nel settembre i bombardamenti s’intensificarono al punto da obbligarsi a passare quasi tutto il tempo nel rifugio. Il Padre (un sacerdote birmano mandato dal Vicario Apostolico per assistere religiosamente le prigioniere) vi diceva la Messa e noi avevamo così l’immensa gioia di poterei tutte comunicare.

    Verso il 15 venne l’ordine di partenza. Si viaggiava di notte sull’Irrawaddy in tre barche e al mattino ei si fermava in piena giungla. Là su un altarino da campo il Padre Carolus (il sacerdote birmano) celebrava. In riva al fiume, fra la selvaggia e splendida natura, quelle Messe erano per noi una sorgente inesauribile di coraggio, permettendoci di sopportare le sofferenze e le privazioni che non mancavano certo…

    Ma creda pure, Madre cara, che dopo aver dormito per terra durante sei mesi, c’eravamo abituate così bene, da non saper più dormire in un letto normale».

    Queste note scarne di una lunga e dolorosa Via Crucis sono già sufficienti a far capire quanto sia stata penosa per queste suore la prigionia con i Giapponesi. .

    La prima tappa di questa odissea fu Katha, scalo obbligatorio per i vaporetti di grande lusso che risalivano l’lrrawaddy, prima della guerra naturalmente. Trovano una città deserta, saccheggiata e morta. Sono costrette pur stremate dalla fatica a scavare trincee rifugio, dove spesso durante la notte a causa dei bombardamenti si riparano.

    Madre Francesca, che era l’animatrice del piccolo gruppo, si adopera talmente che riesce ad ottenere per due suore anziane, suor Quilicus e suor Grégoire, fondatrici della missione di Khudong assieme a p. Gilhodes, una piccola capanna poco distante con pareti di foglia e tetto di lamiera.

    Ma i bombardamenti continui rendono ormai tutto insicuro.

    Solo pochi giorni dopo le due suore, sfinite, poste sulla nuda terra, come il loro Padre Francesco, rinnovando la loro consacrazione nelle mani della Superiora, muoiono in francescana letizia, dando esempio di forza a chi rimaneva ancora a soffrire e lottare.

    Lasciano quindi Katha e giungono a Bhamo. Le inchieste, i processi e le vessazioni fanno presentire spesso la morte imminente. Ricordando quei giorni Madre Francesca scriverà: «Ho perso un ‘occasione». Era pronta a dare la sua vita per Cristo; in lei e nelle sue compagne c’era una forza particolare inspiegabile. «Non solo non avevo paura – confessa – ma mi sentivo sostenuta da una forza straordinaria che mi veniva dall’alto».

    Da Bhamo la triste carovana si sposta a Mandalay dove per alcune settimane vengono internate in una pagoda. L’arrivo in questa città, dove le Missionarie Francescane avevano un lebbrosario intitolato a S. Giovanni, è unito ad una grande .delusione.

    Avevano sperato di riunirsi alle loro consorelle e invece devono forzatamente; pur così vicine, essere separatè nella pagoda. In essa per la festa di Natale riescono ad ottenere, con l’aiuto dei bonzi stessi, di celebrare una S. Messa di fronte alla grande statua di Budda. Vicinanza strana, ma anche sigmficativa: Lui, il Bambino di Betlemme, era venuto anche per i buddisti dell’ Asia.

    La comprensione dei Buddisti per i prigionieri è ammirevole e cercano in ogni modo di alleviare loro tanta sofferenza, in particolare per il vecchio padre Gilhodes.

    Tuttavia a nulla giovano le cure e le attenzioni; il suo corpo non resiste più e qui il vecchio missionario ‘muore serenamente: ha donato tutto per questa sua gente.

    La pagoda ospitava altri prigionieri e la carità di Madre Francesca ha occasione per esprimersi in modi impensati anche in loro favore.

    Rimangono in questo tempio buddista circa un mese e 15 giorni; dopo Natale ottengono finalmente di poter raggiungere la loro comunità di S. Giovanni in attesa della liberazione.

    In questa loro odissea hanno lasciato tre croci che unite a quella di Cristo aiutano a sperare in una resurrezione vicina e grande per il popolo katcino.

    La sequela di Cristo era stata completa. Ancora una volta Madre Francesca sente di dover ringraziare per i doni che Dio ha loro fatto, per la protezione con cui li ha accompagnati e per la speranza immensa che ha fatto rinascere nel loro cuore.

    Nonostante la prova dura e lunga erano rimaste forti e fedeli. La testimonianza di una suora ci conferma che durante il viaggio Madre Francesca fu picchiata per aver rifiutato di calpestare il Crocifisso; sottoposta a portare duri pesi lo fece volentieri per risparmiare le altre.

    «Nessuno – dice il Vangelo – ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

    Finisce la prigionia, finisce la guerra, si riaprono le frontiere, si ritorna a sperare e a vivere.

    Finalmente viene a conoscere alcune delle notizie più importanti della sua famiglia.

    «Col cuore pieno d’amarezza» e riconoscendo che «talvolta per i nostri poveri cuori la Volontà del Signore è incomprensibile» apprende e accetta con fede la morte della mamma, quella della carissima sorella Pia e del marito di Emma. Invita tutti alla rassegnazione e alla ripresa della vita con coraggio e fede.

    Apprende con immensa gioia che il fratello Oreste è diventato sacerdote, «grazia e privilegio» per tutta la famiglia.

    Ancora a Mandalay per la Pasqua del ’45 quando nel mondo stava risorgendo la vita e la fiducia, scrive dopo cinque anni questa bellissima lettera ai suoi fratelli e alle sue sorelle.

    «Non so dirvi né esprimervi ciò che provo nel potervi alfine dopo 5 lunghi anni di silenzio scrivere; la gioia e la consolazione è incomparabile e spero che la presente vi trovi tutti bene, come grazie a Dio è di me e delle mie consorelle».

    L’ansia di sapere cosa è avvenuto in questo tempo è grande.

    «A vete molto sofferto…? Dove siete restati? Chi si trova adesso a Villanuova? Siete stati richiamati per il servizio militare? Nel 1942 seppi da un Padre Salesiano italiano che Oreste si trovava a Torino e sarebbe stato ordinato sacerdote a Pasqua del ’43. Cosa è avvenuto? Ha perseverato?

    …Nel Novembre del 1942 ricevevo la triste notizia della morte della nostra carissima mamma, ma senza alcun dettaglio… E tutti gli altri parenti come stanno?.. Oh come vorrei avere qualche notizia di voi tutti. Quando seppi che in India vi erano migliaia di prigionieri Italiani, il mio pensiero volò a voi tutti pensando che forse qualcuno di voi poteva trovarsi nel numero. E i cari nipotini che ricordo sempre con tanto affetto?».

    Ed è felice di far loro conoscere anche quello che lei ha vissuto e sofferto:

    «In aprile 1944 i Giapponesi ci fecero discendere e ci trattarono come prigionieri; da un posto all’altro ci mandarono fino qui a Mandalay e solamente in gennaio di quest’anno grazie a tutto ciò che fece il nostro Vescovo presso le Autorità Giapponesi fummo infine libere, e potemmo venire qui con le nostre sorelle».

    Nel novembre del 1945 dopo quasi due anni di assenza tornano a Khudung, dove ritrovano tutto come hanno lasciato: il piccolo convento, i libri, ogni oggetto al suo posto. Non avevano lasciato nulla chiuso a chiave; avevano affidato ogni cosa a 5 poveri ragazzi, eppure nessuno ha osato toccare nulla. L’amore per i padri e le suore di questa gente era vero e grande.

    Tutto finalmente ricomincia. Su quelle montagne non sanno più cosa inventare per esprimere la gioia immensa di questo ritorno: suoni, canti, Messe di ringraziamento si succedono tra l’entusiasmo generale. La scuola si riapre, tornano i ragazzi; il laboratorio di tessitoria riprende il lavoro; i viaggi ricominciano come prima; il dispensario accoglie i malati. La lunga parentesi è finalmente chiusa; la gioia è grande ovunque e in ognuno: aiuta a dimenticare tutto quello che è passato.

    All’inizio del ’46 scrive al fratello Salvatore:

    «Sono ritornata a Khudyng, ove mi trovo dal 3 dicembre dopo un’assenza di un anno e 8 mesi. Non so dirti veramente la nostra gioia di essere di nuovo sulle belle e care montagne katcine in mezzo ai nostri cari cristiani che ci attendevano con impazienza e che veramente ci hanno provato la loro fedeltà nel conservare e custodire tutte le nostre cose… È stata una grande festa per tutti rivederci e ritrovarci nella nostra cara missione che avevamo dovuto abbandonare nell’aprile del 1944 per ordine dei Giapponesi; durante il tempo passato a Bhamo, a Katha e a Mandalay il Signore ci ha visibilmente protette e aiutate».

    La sua fede e la sua giovinezza, unite all’entusiasmo suo tipico e alla felicità di un ritorno insperato nella missione, le aprono il cuore a disegni e piani grandi, dimenticando la sua fatica, le sofferenze che hanno minato il suo forte organismo e neppure immagina, come nessun altro, che il suo tramonto ormai è vicino.

    I piani di Dio non sono i nostri e, se spesso incomprensibili, crediamo che siano realmente migliori dei nostri.

    Trevi, Italy, Madre Maria Francesca Zappelli F.M.M. - In terra di missione

    Ancora piena di vita e di giovinezza, lanciata totalmente in un impegno apostolico senza riserve, inspiegabilmente comincia a sentire il richiamo del Cielo. Il pensiero della morte e dell’incontro con Dio le diventa abituale.

    Pensando come sempre alla sua Villanuova si ferma sulle tombe che lì conservano le persone a lei più care e volge lo sguardo «lassù dove la nostra fede le ritrova con la preghiera che consola e che solleva e ci aiuta sempre ad adorare la Volontà di Dio».

    Ripensando alle prove che non sono mancate a nessuno sa che hanno preparato «l’eternità». Sente come un presentimento che «tutto, tutto passa e per la vita futura non ci resta che ciò che abbiamo fatto e sofferto per il Signore».

    Ha fretta di lavorare, di arrivare più lontano possibile, quasi sapesse che ormai le restano solo poche ore prima del tramonto.

    E «più che mai» volge il suo sguardo «lassù dove i nostri cari ci attendono».

    Ha una vocazione che richiede amore, servizio, generosità; sa di vivere in «tempi cattivi»; sente che Occorre «pregare ed amare» perché questo mondo migliori. Sono i pensieri che l’accompagnano in continuità.e che esprime anche al fratello sacerdote, Oreste.

    Non più forte come prima, dopo la prova della prigionia, spesso avverte la stanchezza e la fatica del suo viaggiare missionario, ma esclama, senza fermarsi e senza scoraggiarsi: «È la via del cielo: bisogna bene guadagnarselo». E ancora: «Tutto per Gesù. Tutto conta per Lui per il quale soffriamo».

    Le ultime lettere del ’46 parlano come sempre della cara famiglia, del suo lavoro apostolico, ma troppo spesso accennano al cielo, dove siamo diretti.

    Provvidenzialmente il Signore la preparava a quell’incontro che aveva aperto a tante anime e per cui aveva lavorato cosi generosamente.

    Nell’ultima lettera inviata a casa, nel luglio del 1946, ha una richiesta che sorprende tutti: li prega di inviarle la preghiera per la buona morte e aggiunge:

    «Questa domanda vi parrà strana, ne sono sicura, ma è sempre meglio prepararsi a quell’ora suprema, perché non sappiamo né quando né dove il Signore ci chiamerà a Lui». .

    Come spiegare una morte così improvvisa e rapida?

    Forse è difficile trovare la vera causa, ma non si va lontano dalla verità se si pensa agli sforzi fisici continui, troppo spesso superiori alle sue reali capacità, alla sofferenza terribile della prigionia, che lei umilmente cerca di velare, alle vessazioni fisiche e alle torture morali di quel periodo stressante e angoscioso.

    Non si possono neppure dimenticare le pene morali che aveva dovuto superare per sé, la famiglia, la missione.

    Il suo confessore, pur conservando i segreti, ce li fa intuire e ci lascia naturalmente nell’incertezza.

    Tuttavia, senza voler penetrare in segreti che non è giusto svelare, sappiamo che la sua vita l’aveva donata per Cristo, la Chiesa e il mondo, l’aveva donata con tanta generosità; il suo fisico ne aveva risentito e ora non riusciva più a continuare.

    Si aggiunse negli ultimi mesi, pur se in forma non allarmante, la malaria che in quelle zone miete vittime a non finire.

    Guardiamo a questo suo lento consumarsi e ringraziamo Dio della luce che Madre Francesca ha saputo far splendere attorno a sé, pur se in un arco di vita così breve, che non ha raggiunto neppure i 40 anni.

    Non vogliamo chiedere a nessuno e neppure a Dio perché l’abbia tolta

    così presto da noi, ma vogliamo ringraziare per averla avuta.

    IL TRAPASSO

    Come in ogni anno la sua comunità entra nel mese di settembre negli esercizi spirituali.

    Si sente sfinita, ma vuole ugualmente seguire come tutti e pienamente questi esercizi. Alla fine è costretta da forza maggiore a mettersi a letto; il male cresce, la malaria rende pensosi.

    La notizia rattrista i villaggi dell’intera montagna e ovunque si fanno preghiere per lei. La piccola chiesa della missione è invasa in continuazione da persone che supplicano commosse: «Signore guarisci Mama Kaba!».

    Ci si convince alfine di dover mandare a Bhamo per cercare un medico, che arriva l’indomani. Diagnostica il male temuto, la malaria, ma lasciando una cura se ne va non allarmato; è convinto che la giovane suora supererà facilmente la prova.

    Invece tra lo smarrimento generale la situazione precipita. A fianco a lei un sacerdote prega e l’assiste.

    Una suora, Madre Paulina, vive accanto a Madre Francesca gli ultimi istanti e lei stessa ce li fa rivivere.

    «Lunedì sera 15 settembre ricevo un biglietto di Madre Anicet, che si trovava ancora a Khudung, chiedendo di salire subito con un dottore, perchéMadre Francesca stava tanto male da aver già ricevuto gli ultimi Sacramenti. Che colpo!

    Partire quella sera stessa era impossibile: troppo tardi, ma l’indomani mattina una macchina ci condusse fino al fiume, dove ci attendevano i cavalli per l’ascensione sulla montagna. I sentieri erano in cattivo stato, e non potemmo giungere a Khudung che verso l’una pomeridiana. Trovammo Madre Francesca molto abbattuta, e col respiro affannoso.

    Contrariamente a quanto aveva prima suggerito il dottore, trovandola troppo male per trasportarla all’ospedale di Bhamo, ordinò una cura da praticarsi sul posto; tuttavia non sembrò troppo preoccupato delle sue condizioni, visto che organizzò il trasporto a Bhamo per la settimana seguente.

    Dopo che se ne fu andato parve prodursi un lieve miglioramento. Più tardi però la febbre risalì il che era cattivo segno, e la notte fu pessima.

    L’indomani, tuttavia, poté ancora comunicarsi col Viatico; noi continuammo la cura ordinata dal dottore, e la giornata passò abbastanza tranquilla. La notte fu invece di nuovo agitata: nessun lamento, ciò malgrado, usciva mai dalle sue labbra; udivamo solo la nostra cara Madre Francesca mormorare ogni tanto in italiano: «Gesù mio, misericordia!».

    Il mattino seguente non si sentiva di comunicarsi, ma chiese al Padre se non avrebbe potuto portare il Viatico più tardi, ed alla risposta affermativa richiuse tranquillamente gli occhi.

    Passò così anche la giornata di giovedì; verso sera però notai un tale cambiamento che feci chiamare di nuovo il Padre. Madre Francesca non poteva più parlare, ma comprendeva tutto, e quando le chiesi se voleva che rinnovassi i voti per lei, mi fece cenno di sì.

    Il Padre recitò le preghiere degli agonizzanti; noi mormoravamo accanto a lei parecchie orazioni giaculatorie, e quasi alla fine ella mostrò di seguirei e di comprenderei. Era quanto mai calma e tranquilla. Il respiro si faceva sempre più lieve. Il Padre mi fece osservare che amava tanto il S. Cuore e che sarebbe stato Lui probabilmente a venirla a prendere. Proprio a mezzanotte infatti,ella rese l’ultimo respiro, e così dolcemente da far pensare che si fosse addormentata nel Signore.

    Esponemmo la cara salma nella cappella, dove affluirono subito le orfanelle per pregare e piangere intorno a quella cui volevano così bene.

    I due Padri aiutarono essi stessi a preparare la bara, poiché i poveri Katcini non sapevano troppo come fare, ed a ricoprirla tutta di bianco.

    Altri due Padri giunsero pure subito da una distanza d’oltre 25 chilometri: Madre Francesca era stata sempre così buona con tutti i Missionari, che la sua inattesa scomparsa affliggeva tutti profondamente.

    I Katcini accorsero da tutti i villaggi circostanti per dimostrare la loro riconoscenza e il loro dolore.

    Durante la malattia di Madre Francesca parecchi di loro, tiepidi e lontani dalla fede, sono tornati a Dio; e siamo certi che dal cielo ella continuerà a pregare per questa missione che le era tanto cara».

    Le ultime sue parole sono: «Per la Chiesa, le anime e per i miei Katcini». Queste parole suggellano sinteticamente l’ideale di tutta la sua vita.

    Il S. Cuore a cui sempre pienamente si era affidata e a cui voleva affidare tutta la sua gente con una solenne consacrazione che stava preparando, nel giorno a Lui dedicato, era venuto a prenderla.

    Era il venerdì 20 settembre, mezzanotte e 5.

    Una bella vita, una morte vera. Aveva raggiunto le persone care e Cristo che sempre aveva cercato e amato.

    Ora continua a vivere nel ricordo e con la sua protezione sulle colline di Trevi accanto alla casa solatìa di Villanuova e sulle montagne katcine accanto al conventino dei suoi sogni, del suo lavoro, della sua offerta piena a Dio.

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  • Preselezione di Miss Italia 2014

    Trevi in Piazza 2014

    Selezione MISS ITALIA
    Piazza Mazzini – 20 luglio, ore 21

    Miss Italia è su Facebook

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  • Ensemble Micrologus

    Ensemble Micrologus

    Trevi, Chiesa di S. Francesco Mercoledì 17 ottobre 2001
    ore 21

    Patrizia Bovicanto, arpa, tamburello
    Adolfo Broeggliuto, salterio, oud
    Goffredo Degli Esposti flauto col tamburo
    Gabriele Russoviella, ribeca, cornamusa, liuto
    Ulrich Pfeifercanto
    Alessandro Quartacanto
    Giannai De gennarocanto
    Gabriele Miraclepercussioni

    Il Libre Vermell de Montserrat

    Nel monastero di Montserrat è custodita la venerata statua della misericordiosa Madonna Nera, oggetto di grande devozione fin dal Medioevo, ma il luogo è considerato sacro sin dalla più remota antichità per la particolarità e del paesaggio.

    Meta di pellegrinaggi purificatori proprio per il cammino impervio, esercitava sui pellegrini uno stato di appagamento e di esaltazione che si esternava in canti e danze. Era permesso danzare fuori della chiesa e in alcune occasioni anche all’interno.

    Di questi canti e danze popolari, rispettosi della sacralità del luogo, ne sono stati tramandati alcuni attraverso Il Libre Vermell (il libro rosso), così chiamato dal colore della copertina. È un manoscritto della fine del XIV secolo (forse del 1399), che fa parte della ricchissima biblioteca del Monastero nonostante che fosse stata in parte distrutta dall’invasione napoleonica.

    Da questo libro straordinario sono tratti i brani che la Micrologus presenta a Trevi.

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  • Afranio Metelli – pittore

    Afranio Metelli

    Ha esposto a Trevi nella collettiva F 30×20 DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12

    È nato a Pissignano di Campello sul Clitunno. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Perugia. Ha soggiornato e lavorato a Vallarius, Roma, Città del Messico e Los Angeles. Sue opere appaiono in collezioni private e pubbliche. Ha partecipato a molte mostre: da quella della Ceramica Vallarius del ’52, alla Quadriennale Roma nel ’60, al Museo Antropologico di Città del Messico con una serie di disegni sulla civiltà Maya, all’Open Mind Le-Witt Collection presso il Wadworth Atheneum di Hartford (Connecticut), oltre ad altre importanti rassegne.

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    Z03


  • meridian13

    Meridiane in Trevi –

    Meridiana moderna in casa Di Pietrantonio -Morresi

    Meridiana moderna (anno 2013) situata nella facciata della casa di Di Pietrantonio-Morresi

    Trevi – Meridiana moderna

    foto 18/9/2013 alle ore 14,40 (ora legale: GMT+2)

    Lo strumento è alloggiato su un parete rivolta ad ovest e perciò è fortemente asimmetrico.

    Le ore sono tracciate su una lastra di marmo bianco e lo gnomone è metallico.

    L’iscrizione riporta le coordinate del luogo, la proprietà e l’anno:

    LAT: 42° 52′ 39,50″ NORD

    LONG: 12° 44′ 42″ EST

    DECL. 89,36° OVEST

    384 m. s.l.m.

    Casa Di Pietrantonio – Morresi Anno 2013

    Trevi – Fa

    cciata della casa Di Pietrantonio – Morresi

    La casa è situata all’incrocio di Via Fantosati con Via Cavour (già via dell’Asilo).

    Fu ridimensionata con la costruzione della nuova carrozzabile nella seconda metà dell’800

    Recentemente è stata sottoposta ad un radicale restauro in seguito al sisma del 1997.

    .

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  • Museo della civiltà dell’olivo

    MUSEO DELLA CIVILTA’ DELL’OLIVO

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    Mostra: Cyprus Perfumery 23 giugno-12 novembre 2006 VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Ha sede nei suggestivi spazi dell’ex convento di S, Francesco, dove si trovano la Chiesa omonima e la Raccolta d’Arte.

    Il Museo, il primo a carattere pubblico in Italia e in Europa, dedicato all’olio e all’olivo, si articola in quattro sezioni: Botanica
    Conosciamo l’olio e l’olivo
    L’olivo simbolo di pace
    Storia dell’Olivo.

    L’esposizione offre con efficace mezzi di comunicazione diverse opportunità di lettura al visitatore:

    Le notizie sull’olivo nella storia, nella botanica e nell’agronomia, sono fornite da pannelli con dati del Centro Nazionale delle Ricerche; Le vignette di Ro Marcenaro sono destinate al pubblico dei piccoli. Meccanismi interattivi informano sulle tecniche molitorie e documentari filmati presentano la realizzazione artigianale dei fiscoli ( o buscoli, dischi filtranti in fibra di cocco), le fasi di coltivazione ad alta densità e l’intervento di rimozione delle pareti malate della pianta, tecnica detta slupatura.

    Sofisticati meccanismi consentono al visitatore di assaggiare ed imparare a distinguere i diversi tipi di olio, mentre un angolo è destinato ad operazioni chimiche finalizzate a stabilirne l’acidità. Poi, per chi volesse arricchire la propria tavola con nuovi e gustosi piatti, può stampare direttamente le ricette archiviate in un computer, compilate dallo chef Angelo Paracucchi, ricette di preparazioni culinarie con uso di olive e olio di oliva.

    Nel Museo trova spazio anche un’ importante collezione privata di reperti archeologici – messi a disposizione da Jean Pierre e Fiorella Cottier – legati alla simbologia dell’olivo e all’uso dell’olio: spicca una preziosa raccolta di lucerne, alcune delle quali dell’VIII secolo a.C, di produzione fenicia.Non meno interessanti sono la raccolta degli unguentari e la decorazione di oggetti antichi con motivi ispirati dall’olivo

    Un grande torchio a tre viti, costruito tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800 ed una macina in pietra tradizionale,concludono l’itinerario di visita

    (C. R. Petrini).

    Vedi anche: Sezione didattica e storica

  • Famiglia Natalucci

    Famiglia Natalucci

    Vedi sito particlare Famiglia Natalucci Vedi genealogia completa

    Famiglia tra le più antiche di Trevi.

    Gli ultimi discendenti risiedono a Foligno e Roma.

    Tra gli illustri membri che onorarono sé e Patria si possono annoverare: Durastante Natalucci, il maggiore storico di Trevi. (vedi pagina dedicata)

    Tiberio Natalucci, illustre musicista e compositore del XIX secolo

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Y01

    Note

    1

    )

    – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19

    ), Perugia, 2005, p. 333