Autore: Franco Spellani

  • Chiesa delle Lacrime – Cappella dei Re Magi – foto 1

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Cappella dell’Adorazione dei Magi

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime.Cappella dei Re Magi del Perugino

    Trevi, chiesa delle Lacrime,

    Cappella dell’Adorazione dei Magi

    o

    del Presepio

    .

    Dipinto di Pietro Vannucci detto

    Il Perugino.

    Particolare

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime. Adorazione dei Magi del Perugino (part.)

    Ritorna alla pagina MONUMENTI Ritorna alla pagina CHIESE Ritorna alla pagina SANTUARI MARIANI Ritorna alla pagina Visita guidata 699

  • Chiesa delle Lacrime – Cappella dei Re Magi 1

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Cappella dell’Adorazione dei Magi

    Itinerario delle manifestazioni in onore di Pietro Vannucci detto Perugino 28 febbraio -18 luglio 2004

    E’ detta anche del Presepio, o dell’Epifania.

    E’ la cappella più nota della chiesa, essendo stata dipinta e firmata da Pietro Vannuucci, Il Perugino, nel 1522 e pertanto è una delle ultime opere del Maestro.

    Tutta la parete di fondo è occupata dalla bellissima scena del Presepio con personaggi in adorazione.

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime. Cappella dei Re Magi

    La storia la critica un aneddoto la bibliografia

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime. S. Paolo del Perugino

    Ai lati sono raffigurati gli apostoli Pietro e Paolo.

    Sicuramente queste figure furono volute dagli uomini di Bovara, che avevano acquistato la cappella, essendo la chiesa di Bovara intitolata a S. Pietro

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime. S. Pietro del Perugino

    Altre notizie in T. Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime,

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata

    699

  • Nuovo libro: Madonna delle Lagrime

    Comune di Trevi
    Assessorato alla Cultura

    Santuario della

    Madonna delle Lagrime

    sabato 24 ottobre 2009 alle ore 17

    Presentazione del volume

    Il Santuario della Madonna delle Lagrime in Trevi

    di Carlo Roberto Petrini, edito da Era Nuova, Perugia

    PROGRAMMA

    Saluti delle autorità:

    Silvano Rometti, Assessore alla Cultura della Regione dell’Umbria
    Valentino Brizi, Assessore alla Cultura del Comune di Trevi

    Relatori:

    Cristina Galassi, Docente di Storia dell’Arte Moderna e Museologia, Università degli Studi Perugia
    Francesco Federico Mancini, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e della Formazione, Università degli Studi di Perugia
    Vittoria Garibaldi, Soprintendente Beni Storici Artistici dell’Umbria

    085

    Ritorna alla pagina Ritorna alla pagina EVENTI

  • Chiesa delle Lacrime, visita guidata

    Chiesa della Madonna delle Lacrime
    Visita guidata

    1

    Porta principale

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime. Pianta (da Valenti)

    Pianta della chiesa (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Desclée, Roma, 1928)

    2

    Monumento di Romolo Valenti

    3

    Cappella di S. Ubaldo

    4

    Monumento di Filippo Valenti

    5

    Cappella del Presepio o dei Re Magi

    6

    Monumento di Filberto Valenti

    7

    Coretto

    8

    Altare della Madonna

    9

    Monumento del Card. Erminio Valenti

    10

    Altare maggiore

    11

    Ex cantoria

    12

    Crocifisso

    13

    Cappella di S. Carlo Borromeo

    14

    Porta nord

    15

    Cappella di S. Francesco

    16

    Monumento di Monte Valenti

    17

    Cappella di S. Alfonso M. de’ Liguori

    23

    Portico, ora corridoio dell’Istituto

    18

    Monumento di Subrezia Lucarini Valenti

    24

    Cortile e cisterna

    19

    Cappella della Pieta’ o della Resurrezione

    25

    Ex refettorio e cucina

    20

    Monumento di Benedetto Valenti

    26-27

    Corridoi

    21

    Ingresso ex Convento ora Istit. Pedagogico

    28-30

    Porte della sagrestia

    22

    Ex cantina, ora portineria

    29

    Sagrestia

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata

  • Chiesa delle Lacrime

    Inglese.gif (311 byte)

    Itinerario delle manifestazioni in onore di Pietro Vannucci detto Perugino 28 febbraio – 5 settembre 2004

    Per qualsiasi approfondimento: Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lacrime, Roma, Desclée, 1928 (in elaborazione)

    Magnifico tempio rinascimentale a 1 Km a sud, sulla Provinciale che conduce a Borgo Trevi.

    Per la visita rivolgersi all’attiguo Istituto mons. Bonilli.

    Per i danni sismici del 1997 la chiesa fu riaperta provvisoriamente nel 2004 in occasione delle manifestazioni in onore del Perugino e, ultimati i lavori, è stata definitivamente riaperta nel 2006

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime.

    Ebbe origine dal miracolo (5 agosto 1485) della lacrimazione di una immagine dipinta due anni prima sulla parete di una casa rurale.

    La costruzione iniziò il 26 maggio 1487 ad opera di Antonio di Giorgio Marchisi da Settignano e poi di Francesco da Pietrasanta, il quale precedentemente aveva redatto il progetto (27 novembre 1485). Fu portata a termine nel 1522.

    La facciata, ornata di un magnifico portale opera di Giovanni di Giampietro da Venezia (1495), fu privata del cornicione originale rovinato in parte in seguito al terremoto nel 1703.

    L’interno, arioso e maestoso è una delle migliori realizzazioni del Rinascimento in Umbria.

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime, interno, parete destra.

    Da destra si possono ammirare: la

    Cappella di S. Ubaldo

    degli Angelucci da Mevale, la

    Cappella dei Magi

    del Perugino (1521), l’

    altare della Madonna

    con parte dell’affresco del 1483, la

    Cappella di S. Carlo Borromeo

    , la

    Cappella della Deposizione

    dello

    Spagna

    (1520), la

    Cappella di S. Alfonso

    , già di S. Caterina e infine la

    Cappella della Resurrezione

    di Orazio Alfani.

    Il quadro della Pietà che ornava quest’ultima cappella, come le tele raffiguranti S. Cecilia e S. Caterina della cappella omonima e la pila dell’acqua santa, furono asportati nel 1923 temendone il furto.
    Stessa sorte è toccata al magnifico busto di Subrezia Lucarini Valenti, tra le due cappelle della parete sinistra, a seguito di una fantasiosa invenzione di un tentativo di furto nel 2008. 089
    Le tele, come il grandioso affresco staccato, che fino al 1995 si poteva ammirare nella parete di fondo, sono ora esposti nella Raccolta d’Arte di S. Francesco.

    Trevi, Italy. Chiesa della Madonna delle Lacrime, interno

    Annesso alla Chiesa, nel convento che fu dei Canonici Regolari Lateranensi e poi dei Liguorini, opera dal 1935 l’Istituto Medico Pedagogico intitolato al Beato Pietro Bonilli, che tenacemente qui volle, per l’assistenza e la cura di bambine handicappate.

    Da segnalare inoltre i MONUMENTI SEPOLCRALI della famiglia Valenti

    VISITA GUIDATA

    Ritorna alla pagina MONUMENTI Ritorna alla pagina CHIESE Ritorna alla pagina SANTUARI MARIANI

  • Chiesa delle Lacrime – Monumento Benedetto Valenti

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Monumento di Benedetto Valenti

    (pagina in elaborazione)

    Monumento di Benedetto Valenti e Felicita Petrelli (1541), pure con decorazioni pittoriche attribuibili agli Angelucci.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata 304

  • Chiesa delle Lacrime – Cappella della resurrezione

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Cappella della Pietà o della Resurrezione

    (pagina in elaborazione)

    Cappella della Pietà o della Resurrezione,

    concessa a Benedetto Valenti avanti il 1530. Egli

    la fece affrescare da un pittore dozzinale indicato come Orazio

    Alfani, ma le due candeliere esterne ornate di figure umane

    rappresen

    tanti

    demoni e dannati

    sono altamente decorative

    e derivate da Luca Signo

    relli nel Duomo di Orvieto. Su que

    sto altare il committente fece porre un

    quadro rappresentante

    la Pietà

    ,

    ottenuto dalla Reverenda Camera Apostolica

    quando ricopriva in Roma l’incarico di procuratore fiscale:

    ebbe a lungo l’attribu

    ­

    zione, ormai insostenibile, a Sebastiano

    del Piombo. Il quadro, trasportato nella pinacoteca comunale nel 1923, attualmente si conserva nella raccolta d’arte di S. Francesco

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata 304

  • Chiesa delle Lacrime – Monumento Subrezia Lucarini Valenti

    Chiesa della Madonna delle Lacrime Monumento di Subrezia Lucarini Valenti

    Monumento a Subrezia Lucarini Valenti(+ 1562), con busto scolpito e sibille e puttini dipinti dagli Angelucci nel 1568.

    Nel 2010, adducendo un inventato tentativo di furto. il bellissimo busto dalle delicate fattezze è stato proditoriamente asportato.

    Altre notizie in: La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime Ritorna alla pagina Visita guidata 304

  • La chiesa delle Lagrime (141), di T.Valenti

    ++

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVI LA PORTA MAGGIORE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 141 a 155)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <141>

    Nel contratto stipulato per la costruzione della chiesa con M°: Antonio di Giorgio Marchisi, non è fatto cenno di speciali lavori per la decorazione della porta principale. Né dalle «Riformanze» di quegli anni risultano trattative preliminari con l’artefice che scolpì la bella porta. Però — pur mancandoci i precedenti — abbiamo in copia, che credo contemporanea, il contratto che gli «operai» delle «Lagrime» stipularono con lo scultore. Darò in appendice il testo del documento (1), di cui qui riassumo le clausule principali. Fu stipulato il 16 aprile 1495 tra Giovanni Giampietri o di Giampietro, da Venezia, «lapidarius», da una parte e Pierfrancesco Lucarini, Giovanni Protasi, e Marco del fu Nicola, per le «Lagrime», dall’altra. Si convenne dare a cottimo al Giampietri il lavoro di una porta di pietra ben lavorata, secondo il disegno che era presso l’artista e «scritto». di mano del cancelliere del Comune. Unica modificazione da farsi era che in cima alla porta si facesse un angelo, al posto di altro ornamento («alterius designi») che era stato progettato. Ma non sappiamo che cosa fosse. Il Giampietri si impegna di ben eseguire il lavoro e portarlo a compimento, mentre gli «operai» delle «Lagrime» si obbligano pagargli «190 Fiorini» di 40 «bolognini»; nonché dargli l’alloggio per lui e fornirgli la pietra sul luogo del lavoro. Non altro.

    ________________________

    (1) Appendice. Documento N° 4.

    <142>

    Come si vede, per quanto si trattasse di opera di molta importanza, che doveva restare nei secoli, pure il contratto era concepito, come quasi sempre allora, in termini assai semplici. La fiducia era reciproca. Ma vedremo poi che le cose non andarono così liscie, come potrebbe supporsi, data, appunto, la quasi ingenuità del contratto.

    * * *

    Nonostante l’esistenza di questo documento e degli altri di cui tra poco dovrò occuparmi, in tutti gli scritti, anche recentissimi, che trattano di questa chiesa viene fissata al 1511 la data dell’esecuzione della porta. L’errore è cosi grave e così frequentemente ripetuto, che occorre non solo correggerlo, ma anche ricercarne l’origine.

    E questa fu una pubblicazione del compianto Adamo Rossi, di Perugia, il quale venuto a conoscenza del contratto stipulato il 4 Gennaio 1511 tra D. Eugenio, procuratore delle «Lagrime» e un maestro Giovanni scalpellino per la fattura di un cornicione, interpretò equivocando, essere questo il contratto per il portale della chiesa. E così all’opera di Giovanni di Giampietro attribuì senz’altro quella data.

    Ora del contratto per il cornicione ho già parlato a suo tempo (1) ed ho detto come questo dovette essere a coronamento dell’intera costruzione e girare tutt’intorno alla sommità della chiesa. Dissi anche essere stato questo cornicione demolito nel 1703, perché danneggiato dai terremoti. Nulla, quindi, ha che fare con la porta. Bastò però l’affermazione del Rossi per mettere fuori di strada tutti coloro che, dopo di lui, ebbero occasione di occuparsi di quest’opera d’arte; fatta eccezione di qualcuno che poté indicare la vera data dell’esecuzione di questo monumento (1495) dopo che io ne pubblicai per la prima volta la notizia documentata nel 1898 (2).

    Oltre di che, nel contratto per il cornicione troviamo soltanto il nome di un «Giovanni scalpellino»; ma non è detto che questo debba identificarsi con il Giampietri, che a quell’epoca non figura più nei documenti trevani.

    (1) Cfr: sopra, pag: 77.

    (2) «La Torre di Trevi», Anno I°,1898, N° 9 (La chiesa delle Lagrime – Articolo a firma «Il topo dell’archivio») Anche il Bragazzi accenna alla vera data dell’esecuzione della porta; ma senza documentazione; (Cfr: La Rosa dell’Umbria, cit: pag. 200) onde gli scrittori posteriori hanno preferito la data assegnata dal Rossi perché – apparenza – documentata, e dell’affermazione del Bragazzi nessuno ha tenuto conto.

    <143>

    Chiunque esamina il contratto per quest’opera d’arte non può a meno di rilevare la modestia della somma pattuita con l’esecutore. Ma era quello l’andamento dei tempi, e chiunque ha avuto occasione di leggere contratti, anche con artisti sommi di quell’epoca e di altre anteriori, sa quanto miti fossero i compensi che si davano agli artisti d’ogni genere. Vero è che del valore della moneta d’allora non possiamo farci un concetto esatto; ma in ogni modo, le cifre non erano favolose: mentre lo erano certamente quelle degli stipendi e delle cointeressenze date ai funzionari di tutte le corti, incominciando da quella di Roma.

    Per la spesa occorrente alla esecuzione della porta il benemerito cittadino trevano Antonio Petroni lasciò 100 «fiorini» nel suo testamento, di cui fu rogato il notaio Galeazzo Pauloni nel 1486. Questo fatto dimostra che prima ancora che s’incominciasse la costruzione della chiesa — di cui la prima pietra fu posta nel 1487 — c’era chi pensava a voler decorato il futuro tempio di una porta monumentale, quantunque non esista di ciòalcuna traccia negli atti consiliari. Ma non è azzardato supporre che il lascito Petroni fosse la prima spinta e la più efficace alla decisione degli «operai» delle «Lagrime», visto che la somma lasciata da lui rappresentava più della metà del prezzo dell’opera d’arte.

    E qui sorge spontaneo il desiderio di avere notizie biografiche dall’autore di così prezioso lavoro; ma, purtroppo, di questo Giovanni di Giampietro o Giampietri, da Venezia, poco o nulla sappiamo. Di lui e delle sue opere tacciono gli archivi, e i libri poco ci dicono. Il già citato Adamo Rossi ne diede un breve cenno, rammentando un altro lavoro del Giampietri nella chiesa di S. Maria Nuova, di Perugia (1). A questa nessun’altra notizia poté aggiungere il Bertolotti, che scrisse degli artisti veneti con tanta erudita pazienza (2).

    Dell’opera del Giampietri a Perugia, che è un monumento sepolcrale del giureconsulto Baldo Bartolini, di quella città morto nel 1492, si occupò anche il Lupattelli (3); e da esso apprendiamo che il monumento trovasi ora nel museo medioevale di quella università.

    (1) «Giornale di erudizione artistica» – Vol; 2°, pag: 254, 255.

    (2) A. Bertolotti – Artisti veneti in Roma – Miscellanea pubblicata dalla R..Deputazione di Storia Patria – Venezia, 1885 – Serie 4 – Vol: III°.

    (3) Cfr: «L‘Unione liberale», Perugia – Anno 54° – 8 Febbraio 1915 – N° 31.

    <144>

    Successivamente lo stesso Lupattelli scriveva del nostro artista più ampiamente, sempre a proposito di quel monumento, ricordando che questo fu commesso al Giampietri con atto 16 Febbraio 1492, già pubblicato dal Rossi (1).

    Ma, nonostante l’esistenza del documento, si è voluto in questi ultimi tempi, togliere al Giampietri il merito di questo lavoro ed attribuirlo ad Ubaldo da Cortona (2).

    Inutile dire che, di fronte ad una prova documentaria così solenne, come è un atto notarile, questa nuova gratuita attribuizione non si potrebbe giustificare che dimostrando non aver avuto effetto il contratto col Giampietri e che un altro ne sia stato stipulato col da Cortona.

    Il Giampietri poi — incredibile, ma vero ! — ritenuto autore di opere d’arte…. che non sono mai esistite! E queste sarebbero le «ricche, eleganti, bellissime, ecc: decorazioni in pietra che ornano le cappelle interne della chiesa delle «Lagrime», come si esprimono il Guardabassi, il Lupattelli ed altri (3).

    Vedremo tra poco che queste cappelle non hanno nessuna decorazione in scultura. Sono tutte costruite in mattoni e stucco e decorate soltanto di modeste pitture! Né è da supporre che coloro che così scrivevano avessero equivocato tra le cappelle e i monumenti sepolcrali esistenti in questa chiesa. Basti dire che il più antico di essi è posteriore al 1552! Non è ammissibile che il Giampietri a quell’epoca vivesse e lavorasse ancora. Senza dire che nessuno dei monumenti ricorda — neanche lontanamente — lo stile e la maniera del Giampietri. Si tratta, dunque, di uno dei tantissimi errori che su questa chiesa sono stati detti e stampati!

    Per chiudere il discorso circa la vita e le opere del Giampietri, dirò che tra le affermazioni del Lupattelli — di solito diligente ricercatore e studioso tenace, fino ai suoi ultimi anni — mi sembra tutt’affatto arbitraria e senz’ombra di fondamento l’ipotesi che il Giampietri sia stato prima alla «bottega» del Donatello a Padova nel 1444, quando questi modellava colà la statua del Gattamelata;

    (1) A. Lupattelli — Il sepolcro marmoreo del giureconsulto Baldo Bartolini da Perugia — in «Pagine d’arte» — Anno III. — N° 16 (Ottobre 1915) pag: 129 ss.

    (2) Briganti – Magnini — Guida di Perugia — ivi, Bartelli, 1910. (L. V. BERTARELLI) — Guida del Touring Club Italiano — Italia Centrale — 2° Vol: Milano, 1922 pag: 326.

    (3) Mariano Guardabassi — Indice guida dei monumenti pagani e cristiani dell’Umbria — Perugia, Boncompagni, 1872, pag: 346. A. Lupatelli in Pagine d’arte cit:.

    poi a Venezia col Verrocchio, quando questi eseguiva il monumento del Colleoni. Con queste e con le altre cervellotiche attribuizioni alle quali accennavo, si verrebbe a concludere che il Giampietri avrebbe dovuto vivere almeno 130 anni!

    Il Fausti, di Spoleto, occupandosi del nostro artista pubblicava alcuni documenti (1) dai quali risulta che Giovanni Giampietri aveva un fratello che si chiamava anche lui Giovampietro, come il padre. Nei documenti pubblicati dal Fausti è parola di un «Johampietro da Venetia», che lavorò un «ciborio dell’altare grande» nel duomo di Spoleto, per 52 «ducati». Completava pure nel 1485 nello stesso duomo, sull’altare del Crocifisso, un altro ciborio, incominciato a lavorare da un tal Maestro Pencia di Marianillo. Nell’anno successivo, 1486, fece per 25 «ducati» un altro tabernacolo per l’altare di S. Gregorio nel duomo suddetto. E nel 1489 acconciò anche alcune pietre che dovevano servire per il selciato della chiesa. E infine lavorò un cippo di pietra, per l’opera del duomo, destinato a raccogliere le offerte per le zitelle povere della città. Di Mastro Giampietro a Spoleto non si hanno notizie oltre il 21 Marzo 1490; o morì o se ne andò tanto vero che il lavoro del cippo fu da lui lasciato incompleto e lo condusse a termine suo fratello Giovanni.

    Inutili sono state le mie ricerche nell’archivio di Trevi per ulteriori notizie. Del Giampietri non parlano neanche le biografie generali di artisti, per quanto in certi dizionarii si faccia, invece menzione di nomi pressoché sconosciuti nella storia dell’arte.

    Però se nei nostri archivi mancano documenti che valgano ad illustrare la vita e le opere del Giampietri, altri ne abbiamo che possono essere sufficienti a farci conoscere le vicende dell’opera da lui eseguita per le «Lagrime». Infatti in un frammento di un libro di conti, che va dal 14 Aprile 1495 al 7 Decembre 1499 (2) troviamo che il camerlengo e depositario dei denari delle «Lagrime» pro tempore pagò in più volte alcune somme a Maestro Giovanni da Venezia per il lavoro della porta; nonché ad un tale Miliano (Emiliano) di Gasparo, detto «Patiolo», per il trasporto della pietra dalla cava alle «Lagrime».

    Nel successivo anno 1486, dal 16 Marzo in poi, troviamo frequenti

    (1) D. Luigi Fausti — Di un’antica opera d’arte oggi perduta nel Duomo di Spoleto, in «Il Risveglio», Anno VIII°, N° 410, Spoleto 14 Marzo 1915.

    (2) Archivio delle 3 chiavi — Trevi — N° 165.

    <146>
    annotazioni di somme versate al Giampietri in conto dell’opera sua. Era allora depositario un Giovanni Antoniuzzi.

    A lui successe Bartolomeo Lucarini, che continuò le note di spese. Risulta da queste che al Giampietri, come sempre si usava, furono dati, oltre ai denari contanti, anche generi alimentari. Così troviamo notato che il 31 Agosto furono pagati 2 «fiorini» a M: «Joanni da Venetia per vino che tolse dal figlolo (sic) de Vannicto». E per lui si pagava anche l’alloggio: «Fiorino uno a Pierluigi Juvenale per la pessione de casa». Successivamente, nel Maggio e Giugno ebbe in tre volte «5 coppe» di grano. E più tardi altre 4 «coppe» (1). Dopo di che null’altro trovo nei registri, purtroppo assai incompleti e frammentarii, che delle spese per le «Lagrime» abbiamo nel nostro archivio. Dò in appendice la nota delle somme versate al Giampietri (2).

    Il lavoro della porta dovette riuscire molto più lungo e molto più faticoso di quello che il Giampietri stesso aveva preveduto. Infatti soltanto nei primi mesi del 1498 era terminato. Onde l’artefice volle chiedere maggiore compenso per l’opera sua. Il caso non era nuovo allora, come altrettanto — più o meno in buona fede! — si verifica con gli assuntori di lavori ai giorni nostri. Da ciò sorse una vertenza tra il Giampietri e gli «operai» delle «Lagrime».

    Col buon senso che li distingueva, i nostri avi non pensarono nemmeno a mettersi sulle difese, né ad inalberare la bandiera del «summum jus». Ma per definire pacificamente la questione, ricorsero all’arbitrato di persona competente.

    E qui torna in scena un altro artista: M°: Andrea di Giacomo, da Fiume, che già vedemmo arbitro nella vertenza tra il comune e l’architetto Marchisi (3). Neanche di lui mi è riuscito avere notizie, che potessero soddisfare la giusta curiosità dei lettori. Accettiamo, dunque, il fatto compiuto così com’è: e più non dimandiamo.

    M°: Andrea assunse l’incarico affidatogli: ed il suo lodo, emesso il 24 Aprile 1498, può riassumersi così poichì M°: Giovanni da Venezia ha fatto nell’esecuzione della porta alcune migliorie sul progetto

    ____________________________

    (1) Il Comune teneva sempre una provvista di grano, poiché era esso che forniva il pane al pubblico. Nel palazzo comunale era un magazzino a tale scopo e si chiamava la «camera del grano». Questo non poteva essere utilizzato che per la panificazione ad uso del pubblico; ma si fece eccezione per tutti coloro che lavoravano alla fabbrica delle «Lagrime», con deliberazione del Consiglio generale del 21 Agosto 1488.

    (2) Appendice t. – Documento No 5.

    (3)Vedi sopra: pag. 71.

    <147> primitivo, ha diritto ad un maggiore compenso. Perciò gli si diano altri 8 «fiorini».

    Erano presenti all’atto, celebrato nella cancelleria del comune, Benedetto di Gregorio Petroni e Ippolito di ser Tommaso Gabrielli (1).

    Parrebbe, dunque, che con ciò tutto fosse accomodato e la vertenza finita. Ma non fu così Poiché M°: Giovanni, che, lì per lì aveva accettata la liquidazione, avanzò altre pretese. In conclusione esso diceva — a quanto pare — che gli 8 «fiorini» dovevano considerarsi come compenso per il lavoro in sé ma un altro compenso speciale egli voleva per il tempo impiegato a condurlo a compimento!

    Alquanto cavillosa era questa richiesta, che ora ci apparisce come un’applicazione pratica del moderno detto: il tempo è moneta!

    Sempre allo scopo di evitare questioni, gli «operai» delle «Lagrime» rimisero la faccenda ad altri arbitri; questa voltascelti tra persone che non erano dell’arte, ma soltanto di provata rettitudine.

    Il 30 Aprile 1498 si adunarono nella solita cancelleria del comune D. Marcello Petroni, priore di S. Emiliano e il P. Salvato, dei Minori, guardiano del convento di S. Martino, con l’intervento di due testimoni che furono Giovahni Antoniuzzi e Pierdonato Maccaroni.

    Gli arbitri, udite e discusse le ragioni di ambo le parti, ma specialmente vista la domanda di M°: Giovanni che voleva essere risarcito «de tempore», invocato il divino aiuto, sentenziarono che al detto M°: Giovanni si dovessero dare 25 «fiorini», compresi, però gli altri 8 liquidatigli da M°: Andrea da Fiume. E condannarono gli «operai» a pagare detta somma entro quattro giorni. Il lodo fu accettato dalle parti, e il cancelliere del comune, Lucangelo Alavolini, da Roccacontrada (ora Arcevia) ne redasse il verbale (2).

    Con questo supplemento, il prezzo totale pagato per la porta delle «Lagrime» fu di 207 «fiorini» oltre l’alloggio all’artista!

    Ed ora, che ne abbiamo conosciute le origini e la storia, ammiriamo di questa splendida opera la molte bellezze.

    Osservando l’insieme di questo «vero modello di gusto e di eleganza» (3) (Fig: 8) si rimane innanzi tutto colpiti dall’armonia delle sue proporzioni architettoniche (dimensioni massime: m. 10 X 6) tanto più che la calda intonazione, quasi di avorio antico, che la pietra

    ____________________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 168 f. 17.

    (2) ivi.

    (3) Guardabassi, Indice guida, cit.

    <148> — un travertino a grana finissima — ha col tempo assunta, dà una così gradevole impressione, che l’occhio, anche profano, si sofferma, si riposa — — quasi — in questa elegante e grandiosa visione, anche senza studiarne e gustarne subito i molti e magnifici particolari.

    Credo far cosa utile descrivendo con la scorta delle illustrazioni le singole parti che costituiscono questo gioiello quattrocentesco.

    Incominciando dal basso, troviamo ai lati due leoni affrontati, eseguiti con qualche ingenuità e con pietra (breccione) diversa da quella del rimanente della porta.

    É facile trovare dinanzi alle chiese romaniche questi simbolici animali —che, secondo taluno, dovrebbero ricordare il Leone di Giuda — ma non è altrettanto frequente vederli in costruzioni di epoche più recenti, come questa.

    Non oserei dire che i due animali fossero indispensabili, né che contribuiscano all’eleganza della insieme. Ma in ogni modo, non disturbano, e furono messi qui come a figurare di sorreggere sul loro dorso l’intero portale soprastante.

    Dinanzi ad essi vediamo piantati in terra due tronchi di colonne di marmo, che sono stati qui collocati in epoca certamente posteriore. E non credo di andare errato avanzando l’ipotesi che ciò sia avvenuto nel 1622, quando — purtroppo — fu demolita la primitiva cappella costruita nel 1486, della quale, secondo me, queste colonnine sarebbero il misero avanzo (1).

    Le lesène laterali sono ornate da elegantissime candeliere, non identiche però nella fattura. La simmetria non è qui ostacolo alla varietà Infatti quella di sinistra poggia sopra un tripode, dal quale parte la decorazione a patère ed anfore, suddivisa in quattro riprese. Alla prima: due uccelli (Ibis) e sovr’essi pendono leggeri due nastri. Alla seconda: un mascherone (Sole) fiancheggiato anch’esso da due Ibis, che beccano serpentelli. Segue un’anfora, dalle anse della quale pendono due siringhe. Sopra di essa, fogliami palustri; ed in cima un paniere con uva e frutta, sormontato da tre cassule di papaveri (Fig.: 9).

    Termina il tutto con un capitello d’ordine composito di fattura straordinariamente originale ed elegante. (Fig: 10).

    La riproduzione che per la prima volta ne dò, è sufficiente a fornire un’idea della geniale trovata dell’artista. In mezzo a foglie d’acànto, sopra nicchi e conchiglie, sono due delfini affrontati e tra essi un tridente.

    (1) Cfr: più avanti: pag: 176.

    Ai lati quattro cornucopie riboccanti di frutta e di spighe di grano e terminanti nel mezzo del capitello con foglie d’acanto. Il tutto così sobrio e, ad un tempo, così ricco e decorativo, da lasciare veramente ammirato chi osserva e studia.

    Tra le lesène e gli stipiti gira la fascia, ornata per ogni lato di 14 gruppi di frutta, (Fig: 11) di spighe di grano e di granoturco che figurano appesi ad una corda, uno sotto l’altro. L’artista, come spesso si faceva, qui ha voluto quasi scherzare e presso taluno dei gruppi di frutta ha insinuato graziosamente tartarughe, chiocciole, serpentelli, lucertole e pesci, che l’osservatore paziente può facilmente trovare.

    Nel fregio il motivo decorativo è a festoni parimenti di frutta: quattro in tutti. Sopra ognuno di essi è un paniere, anche questo ricolmo di frutta. Due targhette ai lati, un’anfora nel mezzo riempiono gli spazi tra i festoni.

    Sull’architrave sono sei testine di serafini: e nel mezzo lo stemma di Trevi, in uno scudo «a testa di cavallo». Sopra l’architrave poggia il cornicione ad uovoli e dentelli, magistralmente eseguito.

    La candeliera che decora la lesèna di destra, differisce soltanto in qualche particolare dall’altra. Nella fascia, invece, gli animali ornamentali sono distribuiti in altro modo; e vediamo tra essi una lucertola, una chiocciola, una cicala, un’ape, una limaccia; e poi pesci e serpentelli, come dall’altra parte.

    Termina il portale con una cimasa ad arco tondo, intorno al quale gira una tenue decorazione a ricci o «corridietro». Lateralmente poggiano due gruppi di fogliami uscenti da due rosoncini. Sul colmo dell’arco sta in piedi un angelo, di non bella fattura — a dir la verità — e in posa non elegante, scolpito in pietra diversa da quella del portale; talmente che — per tutte queste ragioni — non è azzardato ritenerlo opera di altra mano. Basta osservare la perfetta modellatura delle testine di serafini che sono sul fregio, per convincersene confrontando.

    C’è anche chi vorrebbe ritenere di epoca posteriore tutta la cimasa; ma se questa impressione può esser data dalla diversità del materiale impiegato per i due gruppi di fogliami laterali o di altro, non è però giustificata da documenti; e noli concorda con quelli che conosciamo. Infatti, poiché alla sommità di tutta la decorazione troviamo quell’angelo che fu convenuto nel contratto col Giampietri doversi sostituire ad altro ornamento «loco alterius designi» che era nel primo progetto, e poiché l’opera fu collaudata dopo condotta completamente.

    <150> a termine, dobbiamo esser certi che essa fu eseguita, senza interruzione dal 16 Aprile 1495 al 30 Aprile 1498.

    Resta a dire qualche cosa intorno allo stile al quale questa costruzione così artistica è ispirata. Perché essa è anche così nuova e di un gusto così schiettamente personale, che lascia perplessi sulla scuola alla quale decisamente attribuirla; non bastando l’origine veneziana del suo autore per assegnarla senz’altro a quella scuola, che — di quei tempi — coi Bregno, i Lombardi, i Rizzo, lasciava così luminose tracce e così splendidi esempi.

    Il nostro Giovanni Giampietri si discosta dalla maniera di tutti questi e — lasciando a Trevi la migliore delle opere sue — ci fa pensare ad un artista quasi eclettico, che dalla Venezia, dalla Lombardia, dalla Toscana abbia tratto per l’arte sua ispirazione e lume.

    É questa l’impressione che molti riportano nell’osservare questo lavoro. E, tra tanti, ricordo l’illustre senatore Pompeo Molmenti, benemerito e profondo conoscitore di cose veneziane. Egli dopo vedute le riproduzioni fotografiche di questa porta, mi scriveva esser questa «opera veramente notevole» e «che arieggia la maniera lombardesca» (1)
    Ora, questa constatazione, oltre al valore che le viene dalla autorità del Molmenti, trova una conferma anche nelle parole del Muntz (2), il quale scrive che «in Venezia la scultura, pur ignara degli studi profondi e spoglia delle ambizioni della scuola fiorentina presenta però un complesso svariatissimo di opere interessanti ed attraenti al massimo grado». Ed aggiunge che gli artisti veneziani nel lusso dei particolari «concordavano coi loro vicini, i lombardi, dai quali derivavano assai». E ricorda appunto i Lombardo, i Rizzo, i Leopardi.

    É da questa armonica fusione delle diverse tendenze, delle va-rie ispirazioni che sboccia l’insieme così completo, così gustoso, così fine della nostra mirabile porta.

    ***

    Questa ed il monumento Bartolini a Perugia hanno rappresentato fino ad ora, tutta la produzione artistica del nostro. Dico «fino ad

    (1) Lettera indirizzata allo scrivente, datata da Monnìga sul Garda 5 Maggio 1915.

    (2) E. Muntz,«L’età aurea dell’arte italiana» Milano, Tip. «Corriere della sera» 1895, pag. 410.

    <151> ora»: perché nessuno, a tutt’oggi aveva pensato ad attribuire al Giampietri un altro magnifico portale, cioè quello che adorna la facciata della piccola chiesa pievana del castello di Mevale, in comune di Visso, ora provincia di Perugia, già di Macerata.

    Spetta al Dott. Cesare Amantini, ispettore dei monumenti a Visso, il merito primo di aver saputo intravedere in quel lavoro la nano dello stesso artista che eseguiva la porta delle «Lagrime». L’Amantini ebbe la cortesia di comunicarmi questa sua impressione (1); ed io fui ben lieto di fornirgli tutte le notizie che potevo, recandomi anche sul luogo, per convalidare con accurati raffronti la giusta constatazione fatta dall’Amantini, per la quale è da attribuirsi al Giampietri anche le porta della chiesa di Mevale, visto che quel lavoro può considerarsi come una quasi identica riproduzione di questo di Trevi.

    Più modeste le dimensioni in quello di Mevale, che sono di m: 3,60 x 7,10; ma ugualmente accurata l’esecuzione (Fig: 12). I leoni alle basi delle lesène non sono affrontati come quelli delle «Lagrime», ma addossati. Però più solida, per quanto non perfetta,. ne è la modellatura, più viva l’espressione di fierezza.

    Così gli ornati delle candeliere sono alquanto più complessi, come più abbondanti sono i gruppi di frutta che adornano la fascia, mentre ad essi da ambo i lati in basso, danno graziosamente vita e brio due nidiate di uccellini, eseguite con gentile maestria e verità invidiabile. (Fig: 13).

    Meno ricchi, ma ispirati allo stesso motivo che a Trevi, sono a Mevale i due capitelli delle lesène. Identica la decorazione del fregio a festoni e panieri di frutta, come l’architrave è medesimamente ornato di teste di serafini.

    Una notevole differenza è nelle basi delle candeliere, che a Mevale figurano sorrette da sei gamberi, che poggiano a terra le loro branche, mentre le code sono rivolte in alto. Ma occorre dire che, nonostante la finezza dell’esecuzione, la «trovata» non è felice, sia per la posizione data a quei crostacei, sia per l’assoluta inverosomiglianza — che pur bisogna evitare anche in simili espedienti decorativi — nell’adibirli a tale uso.

    Gli stipiti della porta in calcare nummolitico, sono ornati da

    (1) Lettera allo scrivente in data 1. Gennaio 1925. L’Amantini mi favoriva anche le fotografie, finora inedite, che qui riproduco, con la sua gentile autorizzazione, di cui lo ringrazio vivamente. <152> sei guide di fiori (rose canine ?) disposte orizzontalmente, sei per parte. Decorazione che appare, per lo meno, superflua.

    Sono questi ultimi i piccolissimi difetti che turbano leggerissimamente la squisita eleganza dell’insieme, che, ciò nonostante, è quanto di più classicamente decorativo si possa imaginare; per quanto nessuno si aspetterebbe di trovare lassù in quel pittoresco, ma remotissimo nido d’aquile un simile capolavoro, che qualunque metropoli potrebbe invidiare.

    Ma l’arte italiana fu

    «fatta da Dio, sua mercé tale»,

    che poté in tutti secoli, con regale munificenza prodigare e diffondere i suoi tesori negli angoli più remoti, come sulle vette più eccelse di questa nostra Patria divina!

    Migliore — a parer mio — in confronto di quella delle «Lagrime», è la cimasa ad arco di tutto sesto che termina l’opra di Mevale. Mancano qui i due gruppi di foglie con i rosoncini laterali, che vediamo alle «Lagrime»; quindi più semplice e più elegante l’insieme; tanto più che manca alla sommità la non bella statuina d’angelo che abbiamo a Trevi.

    Nella lunetta, che alle «Lagrime» è vuota, a Mevale invece vediamo un gruppo in pietra, rappresentante la Madonna assisa in trono, col Bambino ritto sul ginocchio sinistro di lei, in atto di benedire. L’insieme di queste figure si presenta assai armonico. Sobria la composizione, giuste le proporzioni, eleganti i panneggi, abbastanza bene modellate le mani; ma difettose le teste, specialmente per la forma sbagliata degli occhi, che sono in parte fuori dell’orbita e mal protetti dalle palpebre quasi edematose. Come pure non bene riuscita è la figura del Bambino di cui il corpo è male modellato ed inelegante la posa.

    Ma sono stati appunto questi difetti nelle figure che mi hanno indotto a concludere con certezza essere anche questa opera del Giampietri. Poiché gli stessi difetti di modellatura noi troviamo nella statuina di angelo che sovrasta alla lunetta del portale delle «Lagrime». Anche qui il torso e le gambe sono male modellati; anche qui la testa è goffa e gli occhi sporgono dalle palpebre enfiate. Che se anche si vuol ritenere che l’angelo di Trevi e il gruppo di Mevale non siano opera dello stesso Giampietri, è certo che provengono da utn medesimo artista, chiunque esso sia, e che col Giampietri lavorò sia a Trevi che a Mevale.

    <153>

    Un altro sicuro termine di raffronto trovo negli ornatini a traforo che sono tra l’uno e l’altro dei dentelli del cornicione. Alle «Lagrime», come a Mevale vediamo questo minuscolo particolare, appena visibile nelle illustrazioni, il quale ci autorizza a concludere in modo definitivo che alla bella produzione del Giampietri devesi senz’altro aggiungere il portale della chiesa pievana di Mevale.

    Di questo nessuno ha scritto fin qui. Nell’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Macerata al portale è appena accennato ed è assegnato al sec: XVI (1). In un altro Elenco simile, redatto per il Mandamento di Visso dal Padre Pietro Pirri, già ispettore di quei monumenti, si legge: «l’erezione (della chiesa di Mevale) rimonta a circa la metà del sec: XIII; a tre navate sostenute da colonne poligonali di pietra… La facciata anteriore è rivestita di cortina ed è ornata di uno stupendo portale con decorazioni in alto rilievo, rappresentanti cherubini, festoni di frutta, uccelli, pesci e molluschi, curati nei più percettibili particolari. La lunetta sovrastante all’architrave conserva una statua in pietra a tutto tondo della Vergine seduta in trono, col Bambino di proporzioni poco minori del naturale; opera del XV (fine) o dei primi del XVI secolo».

    Di questa opera d’arte fa cenno il professore Pietro Sensini di Firenze in un suo scritto pubblicato nel 1902. Egli scrive: «a Mevale nel comune di Visso, a 757 metri sopra il livello del mare dove sorgeva il castello più meridionale del ducato Varanesco di Camerino, si ammira in mezzo a poche e misere case di contadini e di boscaioli, una chiesa parrocchiale, opera di Duccio Fiorentino (sic), autore del bellissimo e singolarissimo oratorio dedicato a S. Bernardino di Perugia» (2).

    Ora — se è merito del Sensini l’aver segnalato questa magnifica opera d’arte quattrocentesca — bisogna anche riconoscere che è indubbiamente errata l’attribuzione che egli ne fa a un Duccio Fiorentino. Egli intendeva forse dire Agostino di Antonio di Duccio, che è il vero autore delle porte e degli ornati del S. Bernardino di Perugia. Ma oltre che uno scultore Duccio Fiorentino non figura nella storia dell’arte, basta anche uno sguardo superficiale e profano per riconoscere che il portale di Mevale non ha alcuna somiglianza con

    (1) Elenco ecc: Pubblicazione ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione; Roma. «Grafia», 1923, pag:106.

    (2) P. Sensini, Una Castiglia italiana [l’Umbria] in Rassegna Nazionale, Anno XXIV, 1902, Vol: CXXiX, pag: 378.

    <154> quello del S. Bernardino. un genere di arte tutt’affatto diverso che se — come già osservai — risente anche della scuola toscana, presenta troppe caratteristiche e tanto diverse, da non giustificare in nessuno modo l’attribuzione del Sensini.

    Questa è tutta la letteratura — a quanto io so — relativa al magnifico lavoro. Altri che scrissero di questa chiesa come l’Angelini Rota, nel suo pregevole «Spoleto e dintorni», non fanno cenno del portale.

    La qualità della pietra adoperata nella porta della chiesa di Mevale è un calcare bianco e poroso delle cave locali. L’ubicazione. della chiesa, che è in cima ad un altissimo colle (m: 757 sul mare) ed esposta a tutti i venti ed a tutte le intemperie, ha fatto sì che i bassorilievi, specialmente delle candeliere, abbiano perduto alquanto della primitiva freschezza, onde in essi non vediamo più — come le osserviamo alle «Lagrime» — certe finezze di particolari che ci permettono di vedere ancora le prime traccie dello scalpello, oltre alla perfetta conservazione della superficie e dei contorni.

    Se il Giampietri abbia eseguito prima l’opera di Trevi o quella di Mevale non saprei decidere con assoluta certezza. Non ho avuto modo di ricercare le eventuali documentazioni che potrebbero trovarsi nell’archivio della Pieve di Mevale, od in quello del comune di Visso, od in altri della regione. Resta quindi a stabilire l’epoca precisa del lavoro di Mevale; ma credo possa essere più probabilmente della fine del ‘400, che non del principio del ‘500. Infatti sappiamo che il Giampietri fu a Spoleto dal 1485 al 1490; e che dal 1495 al 1498 fu a Trevi (1). Ora tutte le probabilità sono a favore della ipotesi che negli intervalli il Giampietri abbia eseguita l’opera di Mevale. E se si vuol notare che questa di Trevi è per più riguardi a ritenersi più perfetta dell’altra; cioè starebbe quasi a segnare un progresso nella maniera dell’artista: e si potrebbe venire alla conclusione che il Giampietri operasse a Mevale dopo che a Spoleto e prima che a Trevi, ciò negli anni dal 1491 al 1495. É certo, in ogni modo, che tutte

    (1) Un Giovan Pietro, veneziano, figura tra gl’intagliatori in legno che da Venezia si trasferirono in Sicilia, ai primissimi del ‘500. (Cfr: Gioacchino di Marzo — I Gagini e la scultura in Sicilia nei seco: XV e XVI, Palermo, 1880). Ma da questa omonimia non saprei trarre una qualche seria deduzione per identificare in quel Giovan Pietro il fratello od il padre del nostro artista.

    <155>
    e due queste opere d’arte hanno uno spiccato carattere quattrocentesco, sia per quanto riguarda l’elemento architettonico, come per le decorazioni a rilievo.

    Quali altri lavori esistano del Giampietri non sappiamo; ma sono lieto di aver potuto — con la collaborazione del collega R°: Ispettore Dott: Cesare Amantini — mettere meglio in luce il Giampietri, artista di eccezionale buon gusto e coscenzioso esecutore.

    Che se qualche altra opera di lui potesse essere identificata, noi trevani saremmo ben grati a chi sapesse farci meglio conoscere il valoroso artista che ha dotato la nostra piccola città di un vero capolavoro d’arte decorativa, che molti c’invidiano.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • La chiesa delle Lagrime (133), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XV – LA CHIESA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Descle, 1928 – pagg. da 133 a 140)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <133>

    Di lontano, alle falde della nostra collina, spicca la massa giallo-rossiccia della bella chiesa, che, illuminata dal sole, verso il tramonto, ha riflessi come d’oro, sopra il verde tenue degli olivi, che da ogni lato la circondano. A chi, per, sale a Trevi dalla stazione ferroviaria si presenta improvvisa, all’uscire da una delle tante ardite curve della Strada Nuova (1) l’imponente mole di questo edificio, (Fig: 4) del quale colpisce subito l’armonia delle linee, la maest della costruzione, grandiosa e severa, ma nel tempo stesso di grande semplicit. Poich nessun ornamento l’abbellisce, fatta eccezione della magnifica e veramente mirabile porta, che appunto maggiormente risalta per essere la sola decorazione di tutto l’esteriore del tempio.

    Anticamente la sommit di esso era dissi gi tutto all’intorno coronata da un cornicione in pietra. Ma poich una parte di questo cadde per un terremoto violento, che nel 1703 devast molta parte dell’Umbria, anche tutto il restante del cornicione fu dovuto demolire. Ed ora per verit si avverte che qualche cosa manca a compimento dell’edificio: poich il tetto, intorno, intorno, mancante anche di una semplice grondaia, resta come tarpato. Ma tolto

    ________________________

    (1) Questa strada che unisce Trevi alla sua stazione ferroviaria, fu costruita negli anni dal 1853 al 1860. Misura chilometri 4,200 di lunghezza, con una pendenza media del 50 per 1000.

    <134> questo difetto, l’edificio d l’impressione di una monumentale solennit. A pi dei muri perimetrali corre quell’imbasamento di pietra, che vedemmo gi ricordato nei contratti con i costruttori della chiesa. La facciata , per oltre la met, in pietra concia; una specie di travertino a grana fina, proveniente, forse, dalle cave di Gualdo Cattaneo, tornate in luce nel 1923. La pietra, coll’andare dei secoli, ha assunto un’intonazione calda e simpatica, che di per s costituisce gi un elemento di decorazione naturale. Il resto della facciata e delle pareti laterali tutto in ‘mattoni. E qui il lettore torner certo con la mente a quanto narravo nei capitoli precedenti circa i contratti per la costruzione della chiesa e la loro esecuzione. E noter come, sull’opera compiuta, cos come noi la vediamo, si trovino applicate le condizioni, le modalit e le variazioni, che con gli artefici dell’opera grandiosa vennero nelle diverse epoche convenute. Al di sopra della porta principale si apre l’occhio o finestrone circolare, che era nel primitivo disegno; ma che di semplice e non perfetta fattura, essendone le cornici in laterizio alquanto irregolari. Sulla facciata che guarda verso il Nord si apre la porta secondaria, di pietra con semplice architrave e cornicione. Era sormontata dallo stemma della famiglia Petroni; ma, anni or sono, fu nottetempo rubato! Al Sud, sorge aderente alla chiesa, il fabbricato del convento, e la sua porta si apre sullo stesso piazzale che dinanzi alla chiesa e che fu in tempi recenti ampliato, anche dal lato Nord. La chiesa quasi perfettamente orientata secondo i punti cardinali, poich la navata principale va da Est ad Ovest, come quella trasversa va dal Nord al Sud. La lunghezza massima esterna di m. 45 e di m. 33 sull’asse minore. L’altezza della facciata, compreso il timpano, di m 18,50. Ma se l’esterno di questa chiesa d al visitatore l’impressione di una severa grandezza, l’interno di essa si mostra di una solenne ricchezza e di un’armonia di linee veramente magistrale.

    * * *

    Entriamo.

    La pianta che qui pubblico per la prima volta, ci sar pratica e facile guida. La chiesa ha la forma di croce latina, ma alquanto irregolare, perch i due bracci laterali non sono di eguale lunghezza. Esternamente, di essi non visibile che il sinistro, essendo l’altro <135> nascosto dal fabbricato del convento, come pure l’abside. Per avere un’idea di tutto l’insieme delle costruzioni, occorre salire alquanto pi in alto, proseguendo la Strada nuova, fino a che si ha sottocchio tutta la massa della chiesa e del convento.

    L’irregolarit di costruzione qui sopra accennata si spiega col fatto che il limite della chiesa, per la navata trasversa, era gi fissato

    <136> in precedenza dallo stato di fatto; poich sul lato Sud sorgeva la casa di Diotallevi d’Antonio Santilli, sulla parete esterna della quale era dipinta l’imagine miracolosa. Ecco, dunque, un punto di partenza obbligatorio. Di fronte alla casa era la Costarella; quindi quel braccio di chiesa doveva, per forza di cose, essere tenuto entro quei limiti.

    E poich, date le dimensioni della navata principale, sarebbe stato troppo angusto quel confine, l’architetto volle compensare il difetto prolungando alquanto di pi il braccio sinistro, verso il Nord. La differenza tra un braccio e l’altro di circa 3 metri; ma non disturba l’armonia delle linee, tantoch, a prima vista, non tutti avvertono tale dissomiglianza.

    L’interno della chiesa prende luce, oltre che dall’e occhio che sopra la porta, anche da quattro finestre ad arco mezzo tondo, che, due per lato, si aprono nella navata principale, nonch da ulna elegante finestra bifora che in fondo all’abside. I lati minori hanno un’altra finestra ed un altro occhio.

    Le pareti sono tinteggiate di bianco e le lesne di giallo. Questi colori, insieme alla luce abbondante che piove dalle numerose finestre, danno un’intonazione forse troppo gaia a tutto il tempio; ma un difetto facile a correggersi: e, d’altra parte, non reca danno all’effetto dell’insieme.

    Perch il lettore lontano possa avere un’idea il pi possibilmente esatta di questa chiesa, grande, solenne, armonica, con

    le

    cappelle ornate di numerose opere d’arte, le pareti ricoperte di monumenti e di affreschi, pubblico anche queste per la prima volta le fotografie dell’interno del tempio, prese da diversi punti di veduta.

    La Fig: 5 riproduce la navata principale, vista dalla porta grande. E la successiva Fig: 6 rappresenta la medesima navata dal-la abside in gi. La navata traversa illustrata nella Fig: 7 (1).

    Riservandomi di parlare singolarmente di ognuna delle opere d’arte che fanno bella questa chiesa, condurr prima il lettore con la scorta della pianta topografica e delle imagini ad

    un

    rapido giro intorno alla chiesa medesima.

    Entrati dalla Porta principale (N. 1) troviamo subito a destra

    (1) Mi permetto dare al lettore un modestissimo suggerimento pratico: per meglio gustare l’effetto prospettico di queste, come di tutte le imagini del genere, occorre guardarle con un solo occhio.

    <137>

    (N. 2) il monumento sepolcrale di Romolo Valenti, vescovo di Conversano. Dinanzi a questo monumento era stata collocata alcuni anni or sono togliendola da una nicchia presso la porta minore della chiesa una elegantissima pila d’acqua santa. Ma un tentativo di furto perpetrato nel Novembre 1921, consigli d trasportare nel Museo comunale questa opera d’arte.

    Segue (N. 3) la cappella dedicata a S. Ubaldo, vescovo di Gubbio. Poi (N. 4) il monumento di Filippo Valenti, seguto (N. 5) dalla cappella del Presepio o dei Re Magi, alla quale vicino (N. 6) il monumento di Filiberto Valenti. Un pulpito in legno, non bello, n decorativo: ma piuttosto ingombrante e presuntuosetto, fu posto verso il 1860 all’estremit di questo lato della chiesa, sull’angolo della crociera di destra.

    Entrando in questa osserviamo, in alto a destra, un coretto (N. 7) che in comunicazione con la casa o convento annesso alla chiesa. Nel mezzo della navata (N. 8) l’altare della Madonna delle Lagrime.

    A lato di questo, (N. 9) il monumento del cardinale Erminio Valenti. Una porticina l presso mette in comunicazione la chiesa con la sagrestia.

    In fondo alla navata principale (N. 10) sorge l’altare maggiore. Al di sopra di questo ed-alquanto pi indietro la cantoria, con l’organo, su di un’impalcatura di legname, malamente costruita forse con idea provvisoria nel 1885. (N. 11).

    da notarsi nello spessore del muro a sinistra sotto la cantoria un grande rincasso con tre gradini, di cui non sapremmo renderci ragione, se non sapessimo che l’architetto Marchisi aveva progettata anche la costruzione di un campanile. E, a parer mio, questi tre gradini dovevano essere appunto il principio della scala per ascendervi.

    Dal lato del Vangelo dell’altare maggiore collocato sulla parete il monumento del M: Tiberio Natalucci.

    Inoltrandoci nella navata minore di sinistra troviamo (N. 12) un piccolo altare costruito dinanzi ad una nicchia nella quale un Crocifisso in marmo bianco.

    A questo fa seguito la cappella dedicata a S. Carlo Borromeo. (N. 13). Nel mezzo della parete al Nord si apre, come dissi, la porta minore della chiesa. (N. 14). La cappella di S. Francesco si vede (N. 15) nello stesso braccio sinistro della crociera.

    Rientrando nella navata principale, ci troviamo di fronte al monumento di Monte Valenti. (N. 16). La penultima cappella (N. 17) quella dedicata a S. Alfonso dei Liguori. Presso di essa (N. 18)

    <138>
    il piccolo monumento di Subrezia Valenti – Lucarini; al quale segue l’ultima cappella detta della Piet o della Resurrezione.

    Col monumento di Benedetto Valenti, a sinistra della porta principale, (N. 20) si chiude la serie dell’opere d’arte che adornano questa chiesa.

    * * *

    Ma la piet dei fedeli avrebbe talvolta voluto aggiungere qualche altro ornamento pittorico. Troviamo, infatti, in parecchi testamenti, specialmente della fine del ‘400 e della prima met del ‘500, la memoria di lasciti per far dipingere imagini sacre sulle pareti della chiesa. come ricordo votivo, o come semplice manifestazione di fede.

    Cos

    per esempio un tale Antonello di Benedetto, da Fabbri (1), vecchio e cieco, fa il suo testamento al quale sono presenti ben sette notari, perch cos era prescritto in quei casi e lascia, tra altro, che i suoi eredi facciano dipingere nella chiesa delle Lagrime un’imagine della Madonna ed una di S. Sebastiano, dove meglio agli eredi paresse, o dove tornasse pi comodo.

    Dopo di lui, anche Ser Francesco di Bartolomeo Manenteschi, di antichissima famiglia trevana, lascia alle Lagrime un terreno, perch i Canonici di questa chiesa celebrino in perpetuo la festa di S. Giacomo Maggiore, di cui gli eredi dovranno far dipingere 1’imagine (3). Cos un Bello Dominici, da.Manciano lascia in testamento che il suo erede faccia eseguire un’imagine della Madonna col bambino in braccio (4).

    Alcuni anni dopo, un Giacomo Giovannetti, del castello di S. Giovanni, di Spoleto, lascia alle Lagrime 5 fiorini perch in una cappella sia dipinta un’altra imagine della Madonna (5).

    Ma questi pii desideri non ebbero esecuzione; a meno che tali pitture se esistevano non siano state distrutte quando nella chiesa furono eretti i monumenti funebri; ed a meno che qualche pittura non sia rimasta ‘coperta dalle successive scialbature. Ma fin qui nessuna ricerca stata fatta, n credo che se ne sarebbe potuta sperare un buon risultato, visto che la maggior parte di quei lasciti furono fatti quando la chiesa era ancora all’inizio della sua costruzione.

    ____________________________

    (1) Castello gi del comune di Trevi, ora di Montefalco.

    (2) Archivio notarile di Trevi To: 155 Rogiti di Gateazzo Pauloni f: 23 t. 26 Settembre 1491.

    (3) ivi To: 245 Rogiti di Pietro di Matteo f: 405.

    (4) ivi To: 158 Galeazzo Pauloni f: 152. 19 Aprile 1499.

    (5) ivi To: 360 Ippolito Gabrielli 29 Marzo.1531.

    <139>

    Sopra la porta principale, nell’interno, si legge questa iscrizione, che ricorda i restauri eseguiti nel 1733 a spese di Clemente XII (Corsini):

    CLEMENS XI1

    PIUS MUNIFICUS

    SACRARUM AEDIUM

    RESTITUTOR

    HANC OLIM PRAESENS VENERATUS

    MOX VETUSTATI; FATISCENTEM

    CURANTE

    LUDOVICO DE VALENTIBUS

    SANCTITATIS SUAE PRAELATUS DOMESTICUS SIGNATURAE GRATIAE VOTANTE

    FISCI AC REVERENDAE CAMERAE APOSTOLICAE ADVOCATO

    RESTAURAVIT

    SUB REGIMINE RMI P. ABBATIS JULII MARIINELLI

    ARIMINENSIS CANONICUS REGULARIS LATERANENSIS

    PONTIFICATUS ANNO IV. MDCCXXXIII

    L’iscrizione ora nascosta da un enorme quadro in tela, di nessun valore artistico, qui malamente collocato alcuni anni or sono.

    Interessante sapere che il benemerito cittadino trevano Pierfrancesco di Franceschino Lucarini, lasciava nel suo testamento del 28 Giugno 1493 la somma di 10 fiorini perch con essi si provvedesse alla costruzione di un organo per questa chiesa, ma il legato non fu mai eseguito. Con tutto ci questo lascito del Lucarini ha per noi un valore documentario, anche perch ci dimostra una volta di pi la premurosa sollecitudine con la quale i migliori cittadini seguivano le sorti della nascente chiesa e fa fede della loro intenzione di adornarla il meglio possibile (1).

    Tutto l’edificio coperto da una volta a crociera, che appare sorretta da lesne dette spesso impropriamente pilastri

    (1) Archivio notarile d i Trevi To: 80 Rogiti di Francesco Mugnoni f: 18 ss. La somma lasciata dal Lucarini era, forse, insufficiente allo scopo. Il medesimo testatore lasciava altri 10 fiorini da spendersi in uno paro organorum per la chiesa di S. Emiliano. Pi tardi per un organo in quella chiesa fu fatto contratto con un Gio: Francesco de Borgo (Sansepolcro?), che allora lavorava a Todi. Il prezzo fissato fu di 50 fiorini. Il contratto porta la data 22 Settembre 1526. (ivi, To: 509 Rogiti di Angelo Mugnoni f: 16).

    <140> che hanno i capitelli di pietra, con decorazioni assai semplici, a fogliami; e le basi, anch’esse di pietra, poggiano e sono comprese nel gradino che gira tutto intorno alla chiesa, come si volle nel primitivo progetto.

    Uscendo di nuovo sul piazzale, troviamo a sinistra (N. 21) l’ingresso dell’ex-convento, con la cantina (N. 22), il portico (N. 23), il cortile con la cisterna (N. 24). Segue l’antico refettorio con la cucina (N. 25).

    Per due nditi (N. 26 e 27) si accede alla sagrestia la quale comunica a sua volta con la chiesa.

    Al piano superiore del fabbricato era l’abitazione per i Canonici Lateranensi, addetti alla custodia ed al culto del tempio sacro.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087