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  • Le memorie francescane – Monastero S. Chiara

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 2. – Monastero di S. Chiara

    Ben poco possiamo dire di questo Monastero, del quale rimangono scarsissime memorie. Non sappiamo quando sia stato fondato e da chi. Il Natalucci ci dice che esso sorse ai tempi di Bonifacio VIII1 e cita un Breve “de anno quarto Pontificatus “. Quel Monastero perciò sarebbe sorto nel 1298. Ma il Natalucci non ci dice, contrariamente a quel che suol fare, dove abbia attinta questa notizia, e perciò nessuna ricerca è possibile. Si può supporre soltanto che il Monastero sia stato istituito dai Frati Conventuali di S. Francesco, poiché troviamo che le Monache dipesero direttamente da essi fino al 1566.

    Nel secolo XVI la rilassatezza aveva preso anche gli ordini religiosi; da questa piaga non rimasero immuni né i Conventuali, né le Clarisse di Trevi.

    Il 24 agosto 1549 in pubblico Consiglio Generale Antonio di Girolamo Valenti propose la nomina di alcuni personaggi “qui habeant curam Monasterii S. Clarae“. La proposta fu approvata e la commissione fu nominata il 23 agosto2.

    Grave è il fatto che l’autorità civile debba intervenire per regolare un Monastero di Monache, ma il caso era previsto dalla Statuto del Comune, e d’altra parte il disordine doveva essere ben grave, né dai Conventuali, da cui le Monache dipendevano, si poteva sperar nulla, se il Natalucci3 dice che il Consiglio Generale venne a questa grave misura “per la condotta ” dei Frati.

    Nel 1502 fu a Trevi il P. Egidio Delfini da Amelia, che era stato eletto Ministro Generale del Capitolo tenuto a Terni il 14 ottobre 1500. Grande era il desiderio del Delfini di richiamare Frati e Monache alla esatta osservanza, e venne a Trevi appunto per metter riparo ai tanti disordini dei Conventuali e delle Clarisse4. “Le Monache di Santa Chiara, dice il Mugnoni, l’a ben castigate de parole, et dove c’è bisognato facti l’a facti. Alle poste in grande astinentia de vestire, de conversatione con seculari et de parlare: non possono ad seculari, se non ce sonno dui presenti: et allo divino offitio ànno auto grande ordine: et multe più cose che dire non posso che è troppo lungo “.

    Ma nemmeno le severe disposizioni del Ministro Generale valsero a nulla.

    Nel 15145 il Consiglio Generale di Trevi cercò di impedire che gli uomini, chierici o secolari che fossero, mettessero piede nel Monastero, ma non vi riuscì.

    Il 26 maggio 1555 Antonio Lambardi, di nobile famiglia trevana, tornò ad occuparsi delle Clarisse nel consiglio Generale e propose la nomina di una commissione di seculari “quae ad meliorem honestioremque ac exemplarem vitam reducat” la Monache di S. Chiara6.

    Non riuscendo a concluder nulla, nel 15667 il Consiglio Generale deliberò di far del tutto perché le Clarisse fossero tolte alla giurisdizione dei Conventuali e messe sotto l’ubbidienza del Vescovo di Spoleto.

    Dopo varie vicende, l’intento del Consiglio Generale fu ottenuto e le Monache tornarono alla stretta osservanza della regola, la dolorosa parentesi fu chiusa e fu ripresa una vita di mortificazione e di pietà, che da allora in poi non venne mai meno. Religiose insigni per santa vita vissero nel Monastero di S. Chiara, che divenne vero esempio di religiosa osservanza.

    Nel secolo passato in questo Monastero iniziò la sua vita religiosa un angiolo di bontà e di purezza, M. Annunziata Andreucci, che vi emise i voti solenni il 10 settembre 1828. Più tardi, nel 1840, il Card. Mastai, Arcivescovo di Imola, che divenne poi il Sommo Pontefice Pio IX, ottenne di poter trasferire a Lugo questa santa religiosa; ella vi andò ed ancor oggi si sente lassù il soave profumo di quelle virtù che M. Annunziata aveva portato dal Monastero delle Clarisse di Trevi8.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1549, f.58 e 59.

    2)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 267

    .

    3)

    Il Delfini aveva in animo di ricondurre l’unità nell’Ordine, diviso in fazioni, tra cui primeggiavano i Conventuali e gli Osservanti, e di introodurre le sane riforme già adottate dal Sacro Convento di Assisi. A tal fine pubblcò il 5 gennaio 1501, alcune costituzioni. Non aprrodò a nulla e finì con l’essere deposto da un Capitolo Generale.

    4)

    Mugnoni,

    Annali,

    pag.192.

    5)

    1555, f.74.

    6)

    Id.,

    1555, f.225 e 234.

    7)

    1566, f.85 e 87.

    8)

    Vita di Suor Annunziata Andreucci,

    Valle di Pompei, Scuola Tipografica Pontificia, 1911.

  • Le memorie francescane – S. Bartolomeo

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo.

    Fu un altro Monastero di Monache Clarisse; è addirittura impossibile precisare la date della sua fondazione.

    La prima menzione di un Monastero sotto il titolo di S. Bartolomeo o dei sacchi, come fu anche chiamato, si trova in un documento del 2 ottobre 13851. Si tratta di un atto di donazione che Benedetta di Jacobuccio Nardeschi fece all’ospedale dei lebbrosi dei SS. Tommaso e Lazzaro. L’atto fu rogato da Giovanni di Pace da Foligno “in oratorio ecclesiae sancti Bartholomaei de Villa Lapidiae loci pauperum domnarum de sacchis2. Esisteva adunque in Pigge un Monastero di Monache avente la stessa denominazione di quello che poi troviamo in Trevi; evidentemente si tratta dello stesso Istituto che dalla frazione di Pigge viene trasferito al Capoluogo. Che si tratti di Monache francescane non c’è dubbio; la parola locus, adoperata anche da S. Francesco invece di Convento o Monastero, la denominazione de sacchis (delle sacca, come troviamo più tardi), che indica delle povere donne vestite di rozzo e ruvido sacco, stanno ad indicare con precisione un’istituzione francescana.

    Non è possibile stabilire in qual tempo il Monastero di S. Bartolomeo de sacchis dalla [dalle, nel testo] Pigge fu trasportato a Trevi; manca ogni documento in proposito. Sappiamo solo che in Trevi il Monastero di S. Bartolomeo fu sempre dove oggi è l’Asilo Infantile, poco lungi dall’arco del Mustaccio.

    Nella seconda metà del sec. XV le Monache non c’eran più ed il locale era di proprietà di Ser Giacomo Paoloni3. Nel 1495 alcune giovanette trevane, desiderose di vivere religiosamente, comprarono il Monastero e vi iniziarono una nuova Comunità, ed il Comune, accogliendo una loro istanza, diede a tal fine un sussidio di cinquanta Fiorini4.

    Anche la storia di questo Monastero nota ben presto difficoltà d’ordine morale. Né ciò deve far meraviglia, poiché eran tempi di grande rilassatezza e di corruzione comune e con troppa frequenza si ripetevano i casi della Monaca di Monza.

    Il 23 luglio 1554 [nel testo: 1334] il Consiglio Generale di Trevi si occupò di questa Comunità.. Il nobil uomo Anton Francesco Lambardi propose si mandasse Vero de Veris quale oratore al Padre Generale dell’Osservanza di S. Francesco affinché si degnasse ordinare al Provinciale “accipere curam dictarum Monalium5.

    Quattro anni dopo, cioè il 2 giugno 1558, il Consiglio, perché fallite le prime pratiche, risolvé di far pervenire al Card. De Carpio, per mezzo di Mons. Romolo Valenti, una letttera pregandolo di ottenere dal Generale dell’Osservanza per il Monastero di S. Bartolomeo due Monache del Monastero di S. Margherita di Foligno “ad reformandum dictum nostrum monasterium et ad catholicam vitam redigendum6.

    Contemporaneamente a questo, avveniva un fatto di grande importanza, che ci rivela quale era in quei tempi lo stato delle Comunità Religiose lasciate in balia di sé stesse; il Concilio di Trento che doveva porre riparo a tanti mali, non aveva ancora terminato i suoi lavori, né d’altra parte certe salutari riforme, dopo un lungo periodo di rilassatezza, possono ottenere improvvisamente il loro effetto.

    Le Monache di S. Bartolomeo avevano scritto nel 1559 al Consiglio Generale e ai Signori del Comune una lettera, che merita di essere esaminata.

    Le Monache cominciano col confessare che “nel loro Monastero non si vive con quella debita religione che si conviene, né si osservano regole, né costituzioni convenienti“. Il lettore immagini quali altri disordini maggiori portasse con sé questo stato di cose.

    Le Religiose “desiderando de lassar qualche cattivo ordine che vi fosse” implorano dal Consiglio di “provvedere in quel miglior modo che aloro paja opportuno“, protestando “di sottomettersi a tutte le riforme, costitutioni ett ordini che da SS. V.V. o da altri, a chi saranno date in cura, li saranno costituite et ordinate et di vivere honestamente“.

    Il Consiglio, forse per esperienza del passato, non si fidò dello scritto e volle anche accertarsi che le Monache fossero unanimi nei sentimenti esposti nella lettera. Una commissione composta da tre nobili cittadini, e cioè Alberto Origo, Teodoro Citeroni e Marcello Poli, assistita da Filippo Vitale, notaio pubblico e cancelliere del Comune, fu mandata al Monastero di S. Bartolomeo. Eran presenti anche il Sindaco del Comune, Andreangelo Mari, il procuratore del Monastero Angelo Mugnoni e i testimoni Guido Silvestri e Gregorio Spaziani.

    Le Monache che, eran dieci, furono radunate “in sala magna ipsarum Monasterii” e fu loro domandato se la supplica era stata scritta “ex animo et voluntate et si intendatur eam emologare et approbare et facere prout in ea“. Le Monache “Iunanimiter et concorditer et unaqueque divisim” risposero che la loro volontà era quella espressa nella lettera, che confermavano e approvavano.

    Di tutto fu redatto regolare verbale7.

    Questo avveniva il 12 agosto; il giorno seguente ilConsiglio stabiliva di scrivwere al Provinciale dell’Osservanza di S. Francesco “ ut dignetur monasterium in custodiam et sub tutela recipere et dictas moniales in via Christiana instruere8.

    Furon subito iniziate le pratiche, che questa volta cdondussero a buon porto, tanto che il 17 agosto 1561 il Consiglio Generale “curam acceptam per zoccolantes confirmat9. In quell’occasione ebbe luogo una lunga discussione ed apparve con chiarezza che il Consiglio voleva che il Monastero fosse riformato sul serio e le monache cominciassero a tenere quella condotta che si conviene a Religiose

    Il 13 agosto Emiliano Contuzi, uno dei Consiglieri propose la nomina di tre uomini “ad providendum quantum oportet et opportunum sit pro dicto Monasterio et ad gastigandum moniales, si opus erit, et cum literisR.mi D.ni Vicelegati, quae confirment electionem dictorum hominum et eorum auctoritatem pro utili et beneficio dicti monasterii10. Il Consiglio approvò ed il Monastero ebbe finalmente un indirizzo sicuro ed iniziò una vita di regolare osservanza.

    Il Consiglio si occupò ancora di questa Comunità il 2 giugno 1602 11 nell’occasione in cui tutti i Monasteri di Trevi avevano chiesto la concessione dell’acqua potabile; ma questa volta l’interessamento del Comune non fu per l’andamento morale, ma per quello temporale. L’acqua fu concessa a tutte le Comunità e per quella di S.Bartolomeo, con particolare benevolenza, si nominò una commissione affinché le Monache non mancassero mai di nulla e “possano haver chi veda et dica et provveda ai fatti loro“, ma si aggiunge anche che il Sig. Tullio Petroni “specialmente habbi l’occhio all’osservanza della religione delle sacca et le rimetta negli ordini loro soliti“.

    Forse non tutti gli inconvenienti eran finiti a giudicare dall’incarico dato al Petroni.

    Nel 1615 troviamo il Monastero passato sotto la giurisdizione del Vescovo di Spoleto. Ogni disordine allora cessò definitivamente ed il Consiglio si occupò in seguito del Monastero di s. Bartolomeo per farvi dei lavori12 o per concedere elemosine e sussidi13.

    Di aiuti il Comune non era stato mai avaro con quelle Monache. Nel 1354 il Consiglio stabilì di dar loro ogni bimestre una coppa di grano14, che poi aumentò fino a due rubbia e mezzo15, da servire però per il mantenimento del Cappellano.

    Il Cappellano era nominato dalle Monache, ma la nomina doveva ricevere l’approvazione del Comune16.

    Questi aiuti per il mantenimento del Cappellano, come pure altri sussidi, variarono con l’andar del tempo17, finché furono tolti del tutto.

    Le Monache rimasero in S. Bartolomeo fino alla soppressione napoleonica, menando una vita esemplarissima. Dopo la soppressione più non tornarono nel loro Monastero, in cui invece fu eretto un Istituto per le orfanelle, che si chiamò Conservatorio di S. Bartolomeo.

    Ma anche l’Orfanotrofio non vi rimase lungo tempo. Il 15 gennaio 1816 la Congregazione della Riforma dichiarò soppresso anche l’altro Monastero di S. Croce, in cui stavano le Benedettine, ed ordinò che in parte del locale fosse trasportata la residenza del Parroco e nella chiesa Chiesa di S. Croce la parrocchiale di S. Maria in Sion; nel resto del locale prendesse residenza l’Orfanotrofio Femminile di Trevi al quale dovevano essere devoluti anche i beni non venduti del Monastero; L’esecuzione fu affidata al Card. Canali, Vescovo di Spoleto, il quale con suo decreto del 20 marzo 1817 ed altro in atto di Sacra Visita del 20 maggio 1821 rese esecutivo il citato Decreto della Congregazione della Riforma; fu steso anche un atto notarile per le mani del notaio Girolamo Mosconi in data 31 luglio 181618 con cui, tra l’altro, si riconosceva una pensione di 5 scudi al mese ad ognuna delle Monache ancora viventi.

    Con Regio Decreto del 21 dicembre 1864 l’Orfanotrofio passò alla Congregazione di Carità; quando con altro Regio Decreto del 5 gennaio 1868 anche il Collegio Lucarini passò alla Congregazione di Carità, questa pensò a trasferire l’Orfanotrofio nella casa di Virgilio Lucarini, posta proprio innanzi alla Chiesa di S. Emiliano, e per il Collegio adibì i locali dell’ex Convento di S. Francesco.

    Nei locali dell’ex Monastero di S. Bartolomeo, nell’anno 1873, fu aperto l’Asilo Infantile, che ebbe la denominazione “Asilo Infantile Boncompagni”. Vale la pena di rilevare che il nome Boncompagni non si riferisce in questo caso alla famiglia principesca di Roma, ma ad un impiegato che il Ministero mandò a Trevi in Missione quando si trattò di aprire il nuovo Istituto; nella speranza che quell’impiegato non avanzasse delle difficoltà, gli ammministratori di allora fecero trovare sulla porta del locale una tabella con la scritta: “Asilo Infantile Boncompagni“. Passati ormai molti anni, nessuno più ricorda il modesto funzionario, che del resto non ebbe altri meriti verso il nostro Asilo che quello di aver redatto una relazione favorevole all’apertura; meglio quindi sarebbe cambiare denominazione e chiamare l’Asilo col nome di qualche nostro illustre concittadini o di qualche dama che sia stata particolarmente benefica verso l’Istituzione che è veramente provvidenziale per i figli del popolo.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena n.

    37.

    2)

    Quest’atto è interessante anche per le altre notizie. Alla stipulazione era presente fra Girolamo di Pietro, da Orvieto, eremita dimorante «

    in loco S. Anthoni de Colvaglioso supra Piscignanum

    ». La donazione è fatta all’ospedale nella persona di Giovanni di Paolo da Trevi, oblato, capo e governatore «

    hospitalis leprosorum sci Thomae de Pede Trevii

    ».

    3)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 268.

    4) Archivio delle Tre Chiavi, Rif., 1495, f.92.

    5

    )

    Id.,

    Rif.

    , 1554, f.181.

    6)

    , 1558, f.40.

    7)

    La supplica e il verbale si trovano nel libro delle

    Riformanze

    del 1559 a pag. 170.

    Archivio delle Tre Chiavi.

    8)

    Rif., 1559, f. 167.

    9)

    Rif

    ., 1561, f.337.

    10)

    , 1562, f.418.

    11)

    , 1602, f.204.

    12)

    ., 1611, f. 112 e

    1615, f. 115.

    13)

    , 1560, f. 171; 1581, f. 250; 1590, f. 117; 1600, f. 114; 1611, f. 124, ecc..

    14)

    , 1534, f. 179. La

    coppa

    è una misura che corrisponde oggi a 80 chili circa; il

    rubbio

    equivale a quattro coppe. Altre misure trevane erano: la

    nappa

    uguale a cinque litri, il

    mezzo quarto

    uguale a un decalitro, il

    quarto

    al doppio decalitro, la

    mezzenga

    a due quarti, il

    sacco

    a due coppe.

    15)

    , 1634, f. 157

    16)

    , 1565, f. 7

    17)

    , 1634, f. 157 ecc. ecc.

    18)

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio G. Mosconi, 11 luglio 1816.

  • Le memorie francescane – S. Martino

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 4. – Convento di S. Martino

    Del convento e della Chiesa di S. Martino in Trevi hanno già scritto con competenza altri1 perciò ben poco a me resta a dire. Ricorderò soltanto qualcuna delle cose che ritengo inedite o alquanto interessanti.

    Vicino al luogo in cui oggi sorge il Convento esisteva una Chiesa dedicata a S. Martino Vescovo. Non conosciamo l’antichità di questa Chiesa , sappiamo soltanto che era Parrocchia2 e che gli Osservanti l’ebbero in dono dall’Abate dei Benedettini di Bovara, Tommaso Valenti, nel 14793. Ignoriamo anche a quanto rimonti il possesso di essa per parte dei Benedettini, ma non deve recarsi molti indietro, perché di essa non si fa cenno nei ricordati Brevi di Alessandro III, Celestino III, Innocenzo III, e Onorio III. Certo però doveva essere un tempio maestoso, a giudicare almeno da quanto afferma il Mugnoni, il quale dice che «erano in essa multe belle prete de altare et colune de multe belle prete, et parte ne sonno in ecclesia nova et parte ad Santo Miliano. Era in ditta ecclesia il baptismo, che antiquamente lì se baptizava; poi fo conduco ad santo Miliano»4.

    Ho voluto di proposito riportare le parole del Mugnoni per sfatare una buona volta la leggenda che i due grandi capitelli che si vedono ancora vicino alla porta della Chiesa di S. Emiliano abbiano fatto parte di un antico tempio pagano dedicato alla dea protettrice di Trevi. Quei capitelli provengono dalla Chiesa di S. Martino, e ciò non solo per l’attestazione del Mugnoni, ma anche per il fatto che nell’orto del Convento se ne trova qualche altro della stessa grandezza, della stessa forma e della stessa qualità della pietra. Essi piuttosto ci stanno ad indicare la grandiosità della Chiesa di S. Martino, perché quei capitelli dovevano esser sorretti da colonne di almeno dodici metri.

    Il Battistero di cui parla il Mugnoni è certamente quello stesso che si trova ancor oggi in S. Emiliano.

    È opera della fine del trecento o dei primi del quattrocento. Ha la forma di tabernacolo ed è esagonale. Anche il piede su cui poggia la parte principale è un esagono, ed ha per ornamento grandi foglie di acanto e tre teste di angiolo; la cornice che divide il piede dalla parte superiore porta i soliti motivi quattrocenteschi. La parte centrale, che è la vasca dell’acqua lustrale, è divisa in sei riquadri distinti da piastrini; il centro di ogni riquadro ha lo specchio fatto con marmo antico. Segue verso l’alto una cornice con simboli diversi come l’anfora, il secchiello dell’acqua santa, il libro, il calice, l’ampolla, ecc. La cupola è loricata ed è sorretta da un tamburo ornato con marmi antichi. In cima alla cupola c’è un piccolo basamento esagonale con specchietti di marmi antichi. Fino a qualche anno fa sopra questo basamento vi era una statuetta di S. Giovanni Battista; ora vi è una Croce di pietra che non è nemmeno proporzionata

    Il lavoro è bello e rivela una buona mano; manca però qualsiasi indicazione che ci riveli l’artista. È certo tuttavia che esso sta a dimostrarci che la Chiesa di S. Martino, che possedeva un tal fonte battesimale, doveva essere veramente grandiosa, e chi sa quale monumento sia stato distrutto, se il Mugnoni ne rimpiangeva «le multe belle prete», che erano state portate via.

    ***

    Il Comune di Trevi aveva fino dal 1473 stabilito di dare un luogo ai Frati dell’Osservanza per fondarvi un Convento5 . Non so se per trattative iniziate dal Comune o per altra ragione il luogo fu donato da Tommaso Valenti, Abate dei Benedettini di Bovara, nel 1479, insieme alla Chiesa di cui abbiamo parlato6. Il 26 novembre di quell’anno fu fatto il contratto per la costruzione del Convento con Mastro Baldassarre da Como ed il notaio Ser Francesco Mugnoni stese l’atto7.

    Il 17 ottobre 1484 il Convento era finito. Una solenne processione, con a capo gli Osservanti condotti dal loro Provinciale, Frate Evangelista Baglioni da Perugia8 , che in piazza tenne un bel sermone, mosse verso S. Martino, dove giunti fu letta la Bolla di Sisto IV; poi celebrò la Messa Pontificale l’Abate Valenti9. Così gli Osservanti iniziarono a Trevi la loro opera piena di zelo. Il Comune e i Cittadini circondarono sempre di affetto gli Osservanti e non mancarono, attraverso le varie epoche di dare ad essi quegli aiuti di cui potevano aver bisogno.

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    801

    Note

    1)

    P. Benvenuto Bazzocchini,

    Cronaca della Provincia Serafica di S.Chiara d’Assisi,

    Firenze, Tip Barbèra, 1921. – Nell’ottobre 1913 scrissi anch’io alcune memorie, che furon pubblicate nel giornale

    Il Risveglio

    di Spoleto.

    2)

    Pelosio,

    Catalogo

    ecc., pag. 173.

    3)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 60.

    4)

    ecc., pag. 123.

    5)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1473, f. 174.

    6)

    Wadding,

    ecc., pag. 123.-

    Fra Antonio da Orvieto,

    Cron. Refor.,

    f. 317. –

    7)

    M0ugnoni,

    Id.

    8)

    Il Beato Evangelista Baglioni da Perugia può dirsi un dotto dei suoi tempi. Nel 1487 fu invitato quale rappresentante del suo Ordine alla Corte di Roma. Più volte fu eletto Provinciale dell’Umbria e il 24 maggio 1493 fu elevato alla carica di Vicario Generale. Pieno di meriti, morì in Ragusa il 5 agosto 1494. Vedi

    Jacobilli,

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    tomo II, pag. 82.

    9)

    Id,

    pagg. 83 e 84.

  • Le memorie francescane – S. Antonio

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.

    Anche i Frati del Terz’Ordine di S. Francesco (da non confondersi con i Terziari Francescani) furono a Trevi, ma per brevissimo tempo. Abitarono fuori della porta di S. Fabiano, presso la Chiesetta di S. Antonio e dei S.S. Cosma e Damiano. I due fratelli Cosma e Damiano Parriani avevano fato costruire questa Chiesa, che nel 1634 e 1642 dotarono di qualche fabbricato e di piccoli terreni.

    I Frati del Terz’Ordine dimoranti nel Convento della Stella Mattutina in Colle del Marchese, presso Castelritaldi, accettarono di mandare alcuni soggetti in Trevi con l’idea di iniziare un’infermieria ed un ospizio per i viandanti1.

    Il Comune dai Trevi aveva il privilegio di nominare il Quaresimalista d’ogni anno, scegliendolo di volta in volta, in un Convento diverso2. Nel 1648 il Comune ammise nel giro o turno delle prediche anche i Frati del Terzo Ordine, a condizione però che prendessero parte alle processioni e ne avessero il permesso dal loro Superiore3.

    Dato il numero esiguo dei Religiosi, l’abitazione non adatte per una famiglia religiosa, quel convento fu ben presto soppresso da Innocenzo X4 e nel 1653 i suoi beni passarono alla Congregazione di S. Filippo Neri con Decreto di Mons. Castrucci, Vescovo di Spoleto.

    Quando anche quella Congregazione lasciò Trevi, i beni furono devoluti ai Cappellani di S. Maria in Sion, oggi di S. Croce, i quali li ritengono ancora.

    Z99

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    Note

    1)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 259.

    2)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti,

    Curiosità,

    ecc., pag. 37.

    3)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1648, f. 140.

    4)

    Id.,

    1651, f. 49.

  • meridian13

    Meridiane in Trevi –

    Meridiana moderna in casa Di Pietrantonio -Morresi

    Meridiana moderna (anno 2013) situata nella facciata della casa di Di Pietrantonio-Morresi

    Trevi – Meridiana moderna

    foto 18/9/2013 alle ore 14,40 (ora legale: GMT+2)

    Lo strumento è alloggiato su un parete rivolta ad ovest e perciò è fortemente asimmetrico.

    Le ore sono tracciate su una lastra di marmo bianco e lo gnomone è metallico.

    L’iscrizione riporta le coordinate del luogo, la proprietà e l’anno:

    LAT: 42° 52′ 39,50″ NORD

    LONG: 12° 44′ 42″ EST

    DECL. 89,36° OVEST

    384 m. s.l.m.

    Casa Di Pietrantonio – Morresi Anno 2013

    Trevi – Fa

    cciata della casa Di Pietrantonio – Morresi

    La casa è situata all’incrocio di Via Fantosati con Via Cavour (già via dell’Asilo).

    Fu ridimensionata con la costruzione della nuova carrozzabile nella seconda metà dell’800

    Recentemente è stata sottoposta ad un radicale restauro in seguito al sisma del 1997.

    .

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  • Ricomposizione dell’Altare del Sacramento, in S. Emiliano

    Trevi – Chiesa di S. Emiliano – Altare del Sacramento

    Relazione del Canonico Francesco Mariani, Priore. ms, 20/11/1869 – Copia in archivio privato

    Memoria sulla Costruzione del grandioso Tabernacolo
    ossia Cappella del Sacramento nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano di Trevi,
    e delle vicende, che si verificarono in processo di tempo.

    L’altare

    La venerabile Compagnia del SS.mo Sacramento eretta nel 1503 nella Chiesa Collegiata di Trevi per opera del Padre Ambrogio da Mortara Canonico Lateranense preposto nel Convento della Madonna delle Lacrime sino dai suoi primordii rivolse le più calde premure a procurarsi in detta Chiesa un altare ove celebrare le Funzioni di proprio Istituto. Infatti con Rogito del Notaro Trevano Ser Andreangelo di Piermarino del 19. Agosto 1521 il Priore della Confraternita ed altri Deputati contrattarono con maero Rocco di Tommaso da Vicenza il Magnifico Tabernacolo che tuttora si ammira nella Chiesa predetta. Questo stupendo lavoro di pietra tenera denominata Caciolfa è ricchissimo di ornati di ottimo Stile. Lo intero monumento comprende tre Altari[1], cioè due laterali dedicati il destro alla Madonna, ed il sinistro a S. Giuseppe. Lo Altare di mezzo elevato

    >

    per tre scalini dalli due laterali e dedicato propriamente al SS.mo Sacramento aveva sopra la Mensa un Ciborio di pietra di elegante forma, come oggi si vede ripristinato.

    Fu nello anno 1610, che Sua Eminenza R.ma Mons.r Maffeo Barberini vescovo di Spoleto, innalzato successivamente alla Dignità di Sommo Pontefice sotto il nome di Urbano Ottavo, avendo forse verificato a danno della Ostia Eucaristica qualche inconveniente, che poteva derivare probabilmente dalla umidità della massa del muro, sul quale il vano del Ciborio era scavato, decretò nel giorno 27. Settembre sudo anno fosse sostituito altro Ciborio di legno[2] per custodire il SS.mo Sacramento, come venne esattamente eseguito, con apporre un Ciborio.

    Dopo il lasso di centoventitre anni, e segnatamente il 1733. Il prospetto del Ciborio stesso fu rimosso, avendo la Compagnia fatto una nicchia per collocarvi altro Ciborio con repositorio di legno intagliato, e dorato, quale nell’anno 1851. Fu venduto per S[cudi] 14.75. agli Amministratori dell’Ospedale di questa città, e collocato nella Chiesa di S. Domenico.

    Per il corso di 104. Anni le pietre, che costituirono il prospetto dello antico Ciborio e delle parti ad esso sovrastanti sino alla trabeazione principale erano rimaste totalmente dimenticate, e fu solo nell’Anno 1837. che l’Ingegnere Sige Sabbatino Stocchi chiamato dallo ora defunto Gaspare Cruciani di Trevi a visitare alcune pietre lavorate, che diceva di sua spettanza, accedette in un fondo a pianterreno ad uso di legnara, ove, comprese con molti sassi informi, trovò una quantità di pezzi di Caciolfa benissimo lavorati, ed intagliati, e ad esso Sige Stocchi, che vivamente e sino ad allora inutilmente aveva bramato contezza dello antico Ciborio rimosso, non fu difficile di riconoscerlo nei pezzi suddetti casualmente rinvenuti. Lo stesso Sige Ingegnere corse allora a denunciare il felice ritrovamento al Priore della Compagnia di quel tempo cioè allo scrivente Canonico D. Francesco Mariani. Il quale si dette subito premura di ricuperare le pietre anzidette mediante tenue regalia al Cruciani, e custodirle in luogo più conveniente.

    Il Prenominato Sige Ingegnere dopo quella epoca non cessò dallo insistere, che il

    rinvenuto Ciborio si riponesse al suo luogo, e ricompletare così la magnifica opera dello esimio artista Rocco da Vicenza, addimostrando che ciò mediante un Tempietto di legno da esso ideato si sarebbe ottenuto il Ciborio scevro da quegl’inconvenienti, cha avevano dato causa alla sua rimozione. Siccome lo intero prospetto del Ciborio dopo ricollocato al suo posto non avrebbe potuto in alcun modo rimuoversi per applicarvi posteriormente un credenzino di legno, così lo Ingegnere Sige Stocchi ideò il modo di comporre nel vano del muro posteriormente conformato una Casetta di legname di pianta ottagona con tanti pezzi da introdursi dal vano della porticina, che trovasi aperto nel pezzo principale del prospetto di pietra. Laonde premessa la risoluzione della Compagnia nella Congragazione delli8 Novembre 1850., e la debita approvaziione di Sua Eccellenza R.ma Mons.r Sabbioni Arcivescovo di Spoleto del 27. Dicembre di detto anno colla opera del Marmista Francesco Madami di Assisi fu ricollocato al suo posto il famigerato Ciborio, il quale consiste in un prospetto di Tempietto ornato di due

    colonne di ordine Composito, che [inclu]dono (?) tra loro num.o otto graziosi Serafini disposti in giro intorno alla porta. Il prospetto è coronato da un Frontespizio, sul Culmine del quale torreggia un grande Calice parimente di Pietra abbellito da ornati finamente intagliati, e sortmontato dalla figura di una grande Ostia operata anche questa in pietra.

    Dopo ciò si dette mano ad introdurre per il vano della porta li pezzi del credenzino tutti in tavola di noce in forma di Tempietto, o Tabernacolo di pianta ottagona coperto da una cupola parimenti ottagona, e tapezzato nello interno con drappo di seta bianco.

    Affinché possa aversi una guida a scomporre lo indicato tempietto in circostanza, che potesse occorrere nel tempo avvenire, non sarà inutile di accennarvi, che il pezzo prima di ogni altro introdotto è stato quello, che forma il basamento. Ossia la platea del tempietto e quindi la Cupola già Platea e alla Cupola tutti li pezzi verticali. È da notarsi, che preventivamente il Tempietto era stato composto con tutto comodo fuori dal suo posto,

    e vi era stata applicata la necessaria ferratura con viti ec(cetera), e perciò dopo presentati tutti i pezzi dentro al vano del muro, come sopra si è accennato, non altro è occorso di fare, che applicare le viti al posto preparatogli, e ciò manovrando sempre con una sola mano nella parte anteriore del tempietto: si ottiene così, che tutti i pezzi connessi, ed uniti tra loro costituissero un solo oggetto, cioè il prefisso Tempietto.

    La chiudenda antica del Ciborio era di ottone dorato, e dalle memorie scritte della Confraternita si ha, che nello anno 1761. fu venduta come bronzo al fonditore Carlo-Antonio Petrolini di Trevi per la somma di scudo uno, baj. trentotto. Chi potrebbe immaginare, qual basso rilievo pregevole ornava quella chiudenda, e si è perduto? A Tale difetto si è supplito con una chiudenda di legno, la quale agisce su di un telaro parimenti di legno, che internandosi a foderare l’apertura fatta nella spessezza della pietra giunge ad unirsi, e fermarsi con il descritto Tempietto, e questa è la ultima parte opposta di legname. La quale dovrebbe essere in conseguenza la prima a togliersi nel caso, che occorresse di scomporre il descritto

    Tempietto. Deve ancora avvertirsi, che le rosette di ottone dorate, le quali appariscono ad ornare lo interno del Ciborio costituiscono la testa di altrettante viti, che stringono, ed uniscono fra loro li pezzi componenti il tempietto, e che girando le rosette medesime, ed estraendosi le viti vengono disciolti li pezzi, ed il tutto scomposto può estrarsi dalla porticella, così come vi fu introdotto.

    Esaminata con la maggiore diligenza la massa del muro aderente al Ciborio non vi si è riconosciuto il minimo indizio di umidità. Tuttavia l’ampiezza del vano per il Ciborio vi si è operata in modo, che oltre il tempietto di legno, rimanga una intercapedine, affine di ottenere, che il legname del medesimo tempietto non venga investito dalla umidità, che potesse aver luogo, quantinque improbabile, nella massa del muro. A maggiore cautela poi sono stati pratticati attorno al prospetto di pietra quattro fori comunicanti colla ripetuta intercapedine, onde, mediante essi fori venga continuamente attivata una corrente, la quale rinnovando continuamente l’aria dell’intercapedine ne asporterà qualunque ombra di umidità potesse emanare dla muro, e li fori medesimi furono garantiti con una minuta Crata di fili di ferro.

    Siccome le ripetute pietre del Ciborio per il lungo abbandono fra le pietre informi fra il terriccio e fra le immondezze della legnaia Cruciani avevano perduto quella patina, che la Caciolfa esposta all’aria acquista con lo invecchiare, così divenuta chiara la tinta del Ciborio, e di altri pezzi sovrapposti fino alla trabeazione principale, che con esso erano stati rimossi, troppo dissonava dalla bruna patina del rimanente, resa anche più bruna dall’affumicazione prodotta dalle faci, che in molta quantità sogliono accendervisi, nacque discussione col Priore, ed officiali della Compagnia, se, per eliminare la dissonanza predetta fosse più conveniente ridonare la patina bruna al Ciborio, ed altre parti impallidite spalmandole con un bagno di color bruno, ovvero fare a tutto il resto una lavanda generale, e riportare il tutto al colore bianco-giallo naturale della pietra, e considerando essere cosa disconveniente di porre il pennello sulla pietra, come chi la volesse tinteggiare, considerando, che molte parti dell’opera annerite reclamavano di essere ripolite, considerando, che qualche parte dello altare della Madonna, della Cappella principale essendo

    stata in tempo antico colorata di rosso, e quà e là irregolarmente dorata produceva nello assieme un disaccordo, si stimò più conveniente la ripolitura generale.

    Da tale ripolitura però si eccettuarono le Statue della Madonna e di S. Giuseppe per la ragione, che la patina naturale della pietra su di esse non era stata alterata dal fumo, né da altro, e che le dorature delle parti dei loro panneggiamenti trovavansi in plausibile stato.

    D’appresso adunque a varii consulti, cui intervenne pure lo Ingegnere Sig.e Sabbatino Stocchi, ed il Marmista Madami, e premesse ancora varie prove di sostanze liquide da scegliersi per la lavanda, venne adottato il bagno di Acido Nitrico molto allungato con acqua di pozzo, in modo che ne era resa insensibile la effervescenza, e ciò anche, perché la lavanda medesima doveva agire sul color rosso, e sulle frazioni dorate, il tutto operato con preparazione a mordente. Con l’accennata lavanda si scoprì in ogni parte il colore naturale della pietra, e si ridonò

    lo accordo a tutta l’opera senza perdere veruno delli più delicati tratti, e nervature dei finissimi ornati.

    Mentre tale operazione si eseguiva, non mancò qualche ansioso di biasimare, senza cognizione di causa, piuttosto che informarsi delle ragioni che dettavano la necessità della lavanda, e delle sostanze innocue, che in essa si adoperavano, si diede a strombazzare contro la lavanda medesima esagerando li pregi della patina antica, che si perdeva, e prevedendo una corrosione, e sgretolamento della pietra, e dei pregevolissimi ornati di questo monumento, e di ciò incolpava l’adottata lavanda per causa dell’acido adoperatovi, diceva, confondendo lo effetto corrosivo permanente dello Acido Nitrico reso innocuo dalla miscela di abbondante dose di acqua. Né tali clamori rimasero senza effetto, poiché mossi da questi li Signori Priore, ed Officiali della Congregazione del Suffragio, li quali, senza verun titolo di proprietà, ma soltanto perché nello altare della Madonna trovasi eretta la loro Congregazione, con lettera del giorno 5. Marzo 1851. mossero lagnanze al

    al Priore, ed Officiali della Congregazione del Sacramento proprietaria del monumento contro la operazione, che si effettuava chiedendo che si volesse «far lasciare intatta almeno la Statua di Maria Vergine ivi esistente non avendo potuto ottenere, che si conservasse il resto». Tale domanda rimase senza discussione adempita, perché il Priore ed Officiali della Compagnia del Sacramento avevano sino da principio stabilito che della lavanda in proposito fossero esentate le due Statue per le ragioni di sopra riferite. Le animose censure poi non si limitarono alla cerchia del solo Trevi, ma si ebbe premura di divulgarle per le convicine Città, ed in Perugia si compiangeva la rovina procacciata di un classico monumento in Trevi: si procurò inoltre, che della medesima rovina venissero informati i visitatori del monumento medesimo.

    Il fatto ha però contradetto, e confutato trionfantemente le chimeriche, e poco benigne censure, giacché per lo spazio di anni 18. quanti ne trascorsero dalla epoca della famigerata lavanda sino ad oggi 1869. quantunque sia cresciuta ogni

    giorno più la frequenza dei visitatori del monumento, quantunque di molte sue parti siano stati ricavati esemplari in gesso, ed in legno, quantunque ogni sua parte sia stata ispezionata per rilevarne minutamente le misure, onde averne un disegno dello assieme, nessuno vi ha mai avvertito una scheggia, uno sgretolo, od altro indizio di minimo deperimento.

    A completare in fine la operazione si fece eseguire in legno dorato uno Espositorio combinato in modo, che li ristretti ornati di legno coprissero il meno possibile quelli di pietra, e fra questi si ebbe cura, che comparisse il grande Calice, che si accennò di sopra, il quale durante la Esposizione viene coperto dall’Ostensorio. Non potrebbe negarsi che lo Espositorio medesimo faccia quivi figura alquanto meschina, ma a tale difetto dovette darsi passato, per la ragione d’ingombrare il meno possibile li classici lavori di pietra.

    Trevi 20. Novembre 1869

    Francesco Can.co Mariani Priore.


    [1] Lungo Metri 7. e Cen.m 26. ed alto 8. m 83. Cen.m

    [2] Di legno avanti a quello di pietra

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  • Museo della civiltà dell’olivo

    MUSEO DELLA CIVILTA’ DELL’OLIVO

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    Mostra: Cyprus Perfumery 23 giugno-12 novembre 2006 VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Ha sede nei suggestivi spazi dell’ex convento di S, Francesco, dove si trovano la Chiesa omonima e la Raccolta d’Arte.

    Il Museo, il primo a carattere pubblico in Italia e in Europa, dedicato all’olio e all’olivo, si articola in quattro sezioni: Botanica
    Conosciamo l’olio e l’olivo
    L’olivo simbolo di pace
    Storia dell’Olivo.

    L’esposizione offre con efficace mezzi di comunicazione diverse opportunità di lettura al visitatore:

    Le notizie sull’olivo nella storia, nella botanica e nell’agronomia, sono fornite da pannelli con dati del Centro Nazionale delle Ricerche; Le vignette di Ro Marcenaro sono destinate al pubblico dei piccoli. Meccanismi interattivi informano sulle tecniche molitorie e documentari filmati presentano la realizzazione artigianale dei fiscoli ( o buscoli, dischi filtranti in fibra di cocco), le fasi di coltivazione ad alta densità e l’intervento di rimozione delle pareti malate della pianta, tecnica detta slupatura.

    Sofisticati meccanismi consentono al visitatore di assaggiare ed imparare a distinguere i diversi tipi di olio, mentre un angolo è destinato ad operazioni chimiche finalizzate a stabilirne l’acidità. Poi, per chi volesse arricchire la propria tavola con nuovi e gustosi piatti, può stampare direttamente le ricette archiviate in un computer, compilate dallo chef Angelo Paracucchi, ricette di preparazioni culinarie con uso di olive e olio di oliva.

    Nel Museo trova spazio anche un’ importante collezione privata di reperti archeologici – messi a disposizione da Jean Pierre e Fiorella Cottier – legati alla simbologia dell’olivo e all’uso dell’olio: spicca una preziosa raccolta di lucerne, alcune delle quali dell’VIII secolo a.C, di produzione fenicia.Non meno interessanti sono la raccolta degli unguentari e la decorazione di oggetti antichi con motivi ispirati dall’olivo

    Un grande torchio a tre viti, costruito tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800 ed una macina in pietra tradizionale,concludono l’itinerario di visita

    (C. R. Petrini).

    Vedi anche: Sezione didattica e storica

  • Esposizioni e mostre oggi

    Esposizioni e Mostre oggi

    VEDI anche : MUSEI

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  • Le mura

    La cinta muraria di Trevi è pressoché intatta.

    Si individua chiaramente il primitivo castello (il castrum fortificato in epoca romana) dagli ampliamenti medievali, sia per l’andamento che per il materiale da costruzione.

    La parte più antica è quella che ancora delimita l’abitato verso ovest, ma resti molto consistenti si possono osservare in via del Fiscale, via Fantosati e nell’ultimo tratto di via S. Francesco. Per il resto è stata inglobata nelle costruzioni successive e nei fondi di alcune case si possono chiaramente individuarne i resti: a monte di via S. Francesco, in via della Fonderia e nel complesso dell’ex monastero di S.Bartolomeo.

    Trevi, Italy. Mura romane in via del Fiscale.

    Scorcio della cinta romana

    È una possente opera romana, da ascrivere al I secolo a.C. Il circuito, alla sommità del colle, di andamento pressoché circolare, o meglio poligonale con un numero di lati che probabilmente va da 16 a 18. È una cortina compatta senza feritoie e senza torri, di altezza variabile a seconda della natura del terreno e di spessore alla base di circa due metri.

    Trevi, Italy. La porta Nuova.

    La Porta Nova

    Il materiale impiegato, calcare massiccio locale e malta di calce ottenuta cuocendo la stessa pietra, sotto l’azione delle acque meteoriche si è talmente amalgamato che in alcuni punti non si riesce più a distinguere dove finisce la pietra e inizia la malta.

    Vi si possono individuare tre porte.

    La piazza, l’attuale piazza Mazzini, era al di fuori della cinta muraria, cosa abbastanza frequente in castelli molto antichi.
    Il primo ampliamento medievale si sviluppò verso est comprendendo appunto l’area della piazza fino alla zona pianeggiante dell’attuale piazza Garibaldi ove, proprio per difesa delle mura giacenti nel sito meno impervio, fu scavato un fossato (il Lago).

    Intorno alla metà del ‘200 due successivi ampliamenti verso la valle (a sudovest) impressero all’abitato di Trevi la forma che tuttora conserva.

    Le ferite inferte alla cinta muraria risalgono tutte a quest’ultimo secolo. Il tratto più consistente, quello che prospettava sulla piazza del Mercato (ora piazza Garibaldi) fu abbattuto intorno al 1910, mentre risale agli anni ’70 la breccia a sud per permettere l’accesso veicolare della Piaggia. Un’altra piccola breccia si formò negli stessi anni in corrispondenza dell’antica porta di S. Fabiano, in disuso da tempo immemorabile, crollata per incuria e poi depredata.

    Ma questa complessa opera monumentale, alla cui costruzione e mantenimento cure attentissime furono prodigate dai trevani attraverso i secoli, necessita ora di un piano organico di manutenzione ordinaria e straordinaria, altrimenti per le normali ingiurie del tempo e per la deplorevole distrazione degli uomini, è destinata a deperire rapidamente in pochissimi decenni.

    Trevi, Italy. Torrione della Neve.

    Resti del possente torrione triangolare, detto “della Neve”

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  • Museo olivo – Lucerne

    MUSEO DELLA CIVILTA’ DELL’OLIVO -1

    REPERTI ARCHEOLOGICI – LUCERNE
    Collezione Jean Pierre e Fiorella Cottier

    L’ILLUMINAZIONE

    L’uso dell’olio nell’illuminazione è strettamente legato ad un utensile particolare: la lucerna, che è il mezzo di illuminazione più diffuso nell’antichità. In tale recipiente si bruciava l’olio per mezzo di uno stoppino. L’invenzione della lucerna risale a tempi assai remoti. Il suo impiego oltre che nell’illuminazione delle case, dei templi, degli edifici pubblici e privati in genere, acquista particolare importanza nei riti funebri, come dono che accompagnava il defunto, come simbolo di scongiuro e come simbolo di rinascita.

    Il materiale più usato è l’argilla ma esistono numerose testimonianze in bronzo, metalli preziosi, vetro o pietra.

    La forma subisce una completa evoluzione nel corso del tempo. Morfologicamente si individuano tre parti: il corpo, il becco e l’ansa. Le forme più antiche sono aperte, mentre in età greca e romana sono chiuse. Nelle forme chiuse, nel centro del disco che costituisce la parte superiore del serbatoio si trova un foro per l’introduzione dell’olio, che avveniva per mezzo di vasi a beccuccio come il buttus, spesso affiancato da un foro più piccolo per facilitare il tiraggio.

    La collezione si compone di n° 58 lucerne.

    (C. R. Petrini).

    Museo dell’Olivo Reperti – Unguentari Reperti – Decorazioni