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  • La chiesa delle Lagrime (11), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    2 TREVI ALLA FINE DEL QUATTROCENTO

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 11 a 19)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione

    <11>

    Scrivere la storia del grandioso santuario della Madonna delle Lagrime, non è solo illustrare un episodio dello sviluppo delle arti nella nostra regione, ma è anche rievocare le condizioni politiche, sociali e religiose di quei tempi, per noi ora quasi incomprensibili.

    Siamo alla seconda metà del secolo XV, epoca di transizione, di rivolgimento in tutte le manifestazioni della vita civile; epoca nella quale — dice Lodovico Pastor — tutto era in fermento nel campo politico e sociale, come in quello artistico e religioso, preludendo così allo spuntare di un nuovo periodo della storia d’ Italia.

    E del grande rivolgimento che si maturava, anche nel modesto ambiente del nostro comune si ripercuotevano e si diffondevano le ondate rinnovatrici. Poiché anche in questo piccolo mondo tutto si orientava verso la nuova era, mentre in Italia si diffondeva l’umanesimo, nel campo letterario ed artistico: e mentre l’Umbria, sempre turbolenta, risentiva anche nei suoi angoli più remoti le convulsioni delle lotte intestine, delle rivalità tra comune e comune, tra cittadini serrati entro le stesse mura.

    * * *

    Pochi anni prima degli avvenimenti religiosi di cui parlerò gran parte della regione era in subbuglio. E Todi prima, Spoleto poi, ed infine Città di Castello dovettero subire la repressione severa del cardinale Giuliano della Rovere (poi Giulio II), che nel 1474

    <12> inviato nell’Umbria dallo zio Sisto IV, ridusse alla obbedienza della Chiesa quelle città ribelli e sediziose.

    Trevi non era direttamente coinvolta in quei fatti memorabili nella storia dell’Umbria; ma non si lasciò sfuggire l’occasione per sfogare il suo rancore contro la vicina Spoleto, che le contendeva il possesso del castello di S. Giovanni, situato sui confini dei due comuni. E fu così che i trevani, con quei di Foligno, di Bevagna, di Camerino e d’altri luoghi accorsero a frotte contro la città sottomessa e li furono tra i più accaniti saccheggiatori; senza lontanamente sospettare che, circa quarant’anni dopo, nel 1513, gli spoletini avrebbero di ciò tratta vendetta crudelissima, venendo in armi con circa diecimila uomini nel territorio di Trevi. dove le devastazioni e le stragi furono spietate e sanguinose.

    E come con Spoleto, così con Foligno per una rettifica di confini, con Montefalco per una derivazione di acqua dal pacifico Clitunno, Trevi nutriva contro le sue vicine inimicizia e dispetto; e le ostilità erano continue e reciproche. Onde si vide che, per combattere i nemici esterni, si quetavano e scomparivano quasi del tutto quelle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, che negli anni più remoti avevano funestata la nostra piccola città come tutto il resto d’Italia. Ma è da notare che a Trevi mai sorsero discordie per il parteggiare del popolo per 1′ una o per l’altra famiglia, come altrove avvenne di frequente ed a lungo. A Trevi le discordie furono tra Guelfi e Ghibellini, tra gentiluomini e popolani, non mai tra i seguaci di una o di altra casata. Poiché in Trevi nessuna famiglia cerco mai il predominio a danno dei suoi concittadini; ed ogni affermazione in contrario non è attendibile.

    Ciò nonostante, per più secoli, diedero al comune gli uomini più rispettati e più utili le famiglie dei Manenteschi, dei Natalucci, dei Petroni, dei Lucarini, dei Lelii, degli Origo, dei Lambardi, dei Valenti ed altre; le quali tutte gareggiavano nel migliorare le loro condizioni intellettuali ed economiche e nel dedicare l’opera loro al bene della patria, così frequentemente travagliata da sventure di ogni genere.

    Poiché guerre e saccheggi si alternavano con le inondazioni della poetica valle umbra, alle falde di Trevi, e le epidemie decimavano le popolazioni stremate da tanti infortuni. Onde deserte le campagne, negletta l’agricoltura, malsicura la città.

    <13> Ma con tutto ciò, in mezzo a tanto agitarsi di uomini, in mezzo a tanto scatenarsi di elementi avversi, metteva radici profonde e cresceva rigoglioso e grande il genio del Rinascimento, che da Firenze e da Roma irradiava tanta luce di civiltà sull’Italia, sull’Europa, sul mondo. Ed ecco perché anche nella piccola Trevi, come in mille altre città sorelle, si risentiva il benefico influsso delle aspirazioni ad una nuova vita d’intellettualità e di progresso, che le arti e le lettere avrebbero sollevato a nuova dignità per quanto le aberrazioni dell’umanesimo paganeggiante dovessero talora farle deviare dal retto e dignitoso sentiero.

    Di questo insinuarsi della civiltà nuova anche nei piccoli centri è indice sicuro e significativo il sorgere in Trevi di una tra le prime tipografie italiane. Fu nel 1470 che a Trevi, dopo Subiaco, Roma, Milano e Venezia, artisti tedeschi portarono, l’arte tipografica, che trovo subito incoraggiamento ed aiuto in alcuni dei migliori cittadini, che, animosi, e intelligenti diedero alla nuova impresa sussidio validissimo di collaborazione e di denaro (1).

    In pari tempo i fedeli provvedevano a migliorare ed abbellire le chiese trevane. E un Martino di Marco, da Venezia, lavorava all’ampliamento di quella del patrono, S. Emiliano, ed all’altra, francescana, di S. Martino. Ed intanto la pietà dei devoti ricopriva di affreschi dell’adorabile scuola umbra le pareti delle chiese di S. Francesco, di S. Emiliano, di S. Maria di Pietra Rossa. A questa epoca, infatti, cioè alla seconda meta del ‘400, rimonta il maggior numero delle pitture, che ancora in gran parte si conservano, specialmente in quest’ultima chiesa. Molte di esse — oltre che della fede dei committenti — sono documento parlante delle terribili epidemie che funestarono l’ Umbria — come gran parte d’Italia — per oltre due secoli, dal 1348 in poi.

    Poiché nella bella Penisola era tutto un rifiorire di lettere e di arti. Ma lo splendore delle corti, la magnificenza mondana dei principi, dei papi e dei cardinali, si alternavano per tragica ironia con l’imperversare delle pestilenze violentissime e lunghe, frequenti e distruggitrici.

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    (1) Cfr. T. Valenti, Per la storia dell’arte della stampa in Italia. La più antica società tipografica: Trevi Umbria 1470, in «La Bibliofilia». Anno XXVI. Luglio-Agosto 1924. Dispensa 4a-5a. Firenze. Leo S. Olschki, Pag: 105 ss.

    Vedi anche: La tipografia di Trevi e i suoi incunaboli, qui interamente riprodotto.

    <14>Appena si credeva debellata in un luogo, la peste, malamente combattuta e perciò mai vinta del tutto, tornava a divampare in altri spaventosi focolai.

    Ed è incredibile come e quanto il morbo infierisse anche nella nostra Trevi e nelle frazioni del suo comune. I priori che reggevano la cosa pubblica non sapevano come arginare tanto flagello, e non trovavano rimedio più efficace che chiudere le porte della città affinché i trevani non uscissero, i forestieri non entrassero. Ma tutta la cura degli ammorbati era affidata ad un solo medico. I morti erano in gran numero; onde spesso non c’era chi li seppellisse. La malattia colpiva anche i passanti per le vie e i cadaveri erano alla meglio sepolti; nelle chiese se era possibile: se no, dove cadevano, giacché la pestilenza dilagava sempre più a causa di tanti centri d’infezione; e fortunati erano quei cittadini che potevano sfuggire alla sorveglianza dei custodi delle porte e rifugiarsi in luogo che credevano sicuro.

    Ma, nel buio tragico di tanti elementi demolitori, ecco maggiormente rifulgere e dominare, come principio fondamentale di tutta la vita di quei tempi, il sentimento religioso. profondamente radicato e manifestato in mille modi non dubbi, in ogni stadio della vita privata e pubblica.

    Era questa la caratteristica dell’epoca di cui mi dovrà occupare; caratteristica riconosciuta da tutti gli storici e che, ereditata dal Medio Evo, si conservava vitale e sincera in tutte le classi sociali; nelle più umili in ispecie: nelle piccole città più che nelle grandi. Ed anche a Trevi ne troviamo la conferma in documenti di ogni genere: dagli Statuti comunali agli “Annali” del notaio trevano Francesco Mugnoni, dagli atti del consiglio a quelli dei notari.

    Lo statuto antichissimo del comune incomincia con una solenne invocazione a Dio creatore ed a Gesù redentore (1). Numerose rubriche

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    (1) Quoniam universa ex divino moto reguntur et gubernantur et omne datum optimum et omne donum perfectum desursum est, et omnes gratie generate et generande a summo creatore exordium et principium et origo; et ideo ab ipsa divinitate faciendum est principium et origo. Et in nomine domini nostri Jesu Cristi ad singulos actus nostros progredimur ad hoc ut ipsa divinitas in singulis peragendis sit principium, medium et finis et hanc comunitatem Trevij et popularem statum ipsius terre perpetuo in bonum dirigat et conservet, ab ipsa divinitate et sanctis ipsis principium faciamus. (STATUTA VETUSTIORA del Comune di Trevi, in Archivio delle 3 chiavi. N. 70 f. 6).

    <15>stabiliscono quali sono le feste da celebrarsi da tutto il popolo, quali le offerte da presentarsi nelle solennità quali le pene per chi non osserva quelle disposizioni, mentre i bestemmiatori di Dio e dei Santi sono puniti severamente.

    I verbali dei consigli e tutti gli atti pubblici incominciano anch’essi col nome di Dio, come anche l’invocavano i consiglieri prima di prendere la parola nelle adunanze.

    A frequenti manifestazioni della fede religiosa di quei tempi dava luogo la devozione verso la Madonna, come in tutta Italia; ma in ciò l’Umbria tenne il primato, insieme alla Toscana.

    Ed il comune nostro dava ai cittadini l’esempio anche in questo.

    Fu così che fino dal 1. Maggio 1373 il Consiglio deliberava di dedicare alla Vergine le ore pomeridiane del sabato, nelle quali ognuno, sotto gravi pene pecuniarie, doveva astenersi da ogni lavoro manuale, compresi, e specialmente nominati, anche quelli per la raccolta dei prodotti della terra.

    La fede di quei credenti non era soltanto di parole e di. esteriorità ma praticamente veniva messa a prova con elargizioni a chiese e monasteri. Primo il Comune, che secondo gli statuti, o secondo le occasioni e le richieste, contribuiva per i restauri delle chiese, come quelle di S. Emiliano e di S. Francesco; per il loro abbellimento, come quando dava aiuto di denaro, perché Pier Antonio Mezastris decorasse dei suoi mirabili affreschi ha rinnovata chiesa di S. Martino. Era il comune che pagava valenti predicatori, che contribuiva alle solennità delle processioni, che faceva dipingere stendardi in tempi di pestilenza.

    Bastava che un povero chiedesse al Comune di essere «per amor di Dio» esonerato da qualche imposta, o che qualche condannato domandasse «in nome di Dio» grazia o riduzione di pena, perché subito le loro istanze venissero accolte.

    E, come il Comune, così i privati. Oltre che nelle elemosini che a chiese ed a poveri elargivano nel corso della vita, più generosi che mai si mostravano nelle loro ultime volontà In ogni testa mento il morente raccomanda la sua anima a Dio, a tutti i suoi Santi protettori; ed ognuno, secondo le sue forze, lascia qualche

    <16>somma per suffragi ed esequie. Per tranquillizzare la propria coscienza per ciò che involontariamente avesse in vita non bene guadagnato, ognuno lascia una piccola somma per i denari mal tolti o di dubbia provenienza. (Pro male ablatis et incertis).

    I più facoltosi lasciano denari perché a lucrare indulgenze per il defunto si mandi qualcuno in pellegrinaggio alle Basiliche degli Apostoli a Roma, od a quella di Loreto, od a S. Angelo Maggiore di Puglia (Santuario di S. Michele Arcangelo del Gargano) e qualche volta a S. Giacomo di Compostella, in Spagna. I più poveri dovevano contentarsi di mandare — anche più volte in un anno o per più anni di seguito — alla chiesa antichissima di S. Maria de pede Trevii (detta ora di Pietra Rossa) od a S. Maria degli Angeli. più tardi alla Madonna delle lagrime.

    Era, dunque, tutto un fiorire di pie costumanze, di devote manifestazioni di uno spirito sinceramente religioso, ma in strano contrasto con le inimicizie tra singole famiglie, con il malcostume, che, anche qui turpemente si diffondeva, come dovunque.

    Bastava però che sorgesse di tanto in tanto qualche predicatore, specialmente francescano, come il beato Bernardino da Feltre, perché molti si ravvedessero, ed il comune, legiferando, come era l’uso di quei tempi, aggiungesse per consiglio degli uomini di Dio nei suoi Statuti disposizioni nuove contro i vizii di ogni genere; da quello greco, all’usura. E poiché dalla generale e dilagante corruzione non erano esenti neanche coloro che più avrebbero dovuto esserlo, il comune stesso interveniva per richiamare sulla retta via e preti e frati e monache, come quelli del convento di S. Francesco e quelle del monastero di S. Chiara, con imitabile esempio di energici provvedimenti, di cui gli atti consiliari ci conservano la memoria.

    D’altra parte vivissimo era il sentimento della cristiana carità ed anche di questo ci danno prova irrefutabile ed ancora viva le disposizioni dei fedeli nei loro testamenti. Accanto ai lasciti per tutte le chiese che si venivano restaurando a Trevi e nel contado, troviamo sempre, o quasi sempre, altre elargizioni per i monasteri di S. Chiara, di S. Lucia, di S. Maria Maddalena (poi S. Croce), di S. Bartolomeo (o delle Sacca), e per i conventi di S. Francesco e di S. Martino: i quali tutti vivevano di elemosine, pur avendo ogni monastero un suo patrimonio.

    <17> Pochi dimenticavano nei loro testamenti l’ospedale di S. Giovanni, dentro Trevi, e quello dei lebbrosi a S. Tommaso, sulla via Flaminia, presso il quale è tradizione che esercitasse l’opera sua santamente pietosa anche S. Francesco d’Assisi.

    Appena nel 1469 fu istituito in Trevi il Monte di pietà che fu tra i primi d’Italia, i cittadini caritatevoli rivolsero ad esso le loro cure: e negli atti delle loro ultime volontà troviamo numerosi lasciti anche per questa benefica istituzione.

    Con tutto ciò non erano placati gli animi.

    I banditi infestavano le campagne e contro di essi erano spietate le disposizioni dello Statuto trevano, come dovunque. Chi vede un bandito deve chiamare aiuto e cercare di prendere il fuggitivo. Questi poteva essere impunemente percosso, ferito, ucciso! E si dava un premio al podestà se catturava un bandito, anche se morto e anche se lo fosse stato per mano dello stesso podestà

    Ogni pietà esulava da quelle menti. Era l’eccesso di difesa nella lotta per l’esistenza, per la tutela della società com’essi l’intendevano!

    Frequenti erano nel comune i litigi, le risse, i ferimenti, gli omicidi. Anche contro di questi gli statuti sono fierissimi. La casa ed i campi dell’omicida siano devastati. distrutti. Quello che può ardere, si bruci. I priori ed il podestà devono, sotto grave pena per loro, far eseguire le crudeli sentenze. Donde odii e rancori senza fine.

    Ma il più delle volte i nemici si rappacificavano dinanzi al notaio ed al podestà e, cessate le ire sanguinose, si abbracciavano e si baciavano e si giuravano pace; pena una grossa somma di denaro a chi l’infrangesse. Di tutto ciò si stipulavano atti notarili, dai quali traspare un senso inatteso di dolce fratellanza, dopo tanti odii e tanti rancori. S’invoca quasi sempre e si ricorda il nome e l’esempio del Redentore; si ripetono le sue parole: Io vi lascio la pace! Io vi do la mia pace (1)! E i contendenti, che si dichiarano eredi del divino Testatore, giurano di ritornare a quella concordia, che Gesù lasciava ad essi in retaggio.

    Ma — ed ecco un altro aspetto della psicologia di quegli uomini e di quelle età — le paci che si stipulavano così solennemente erano per lo più a breve scadenza! La «tregua» — come la chiamavano e quale era in effetto — doveva durare soltanto per sei mesi,

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    (1) Vangelo di S. Giovanni, XIV, 27.

    <18> per un anno al massimo; ma ne troviamo di quelle che non durano oltre gli otto giorni!

    Di più la pace non s’intendeva rotta per le liti tra donne e tra ragazzi, anche se tra di loro si venisse alle mani: purché senza spargimento di sangue!

    Di questo multiforme e contraddittorio aspetto dell’animo e dei costumi del popolo era riflesso e sintesi l’opera dei reggenti il comune. Essi che venivano dal popolo, di questo portavano nella pubblica cosa tutti i disparati elementi morali e civili, sia buoni che cattivi.

    Un esempio crudele ne abbiamo nei provvedimenti che il comune prendeva quando la peste devastava il territorio. Per impedire che i inalati delle campagne entrassero a Trevi, si autorizzavano i custodi delle porte a respingerli coi la violenza, anche a furia di percosse; bastava non li uccidessero l Era questa l’accoglienza che attendeva quei disgraziati che, quasi morenti, s’inerpicavano fino all’entrata del paese, in cerca di in qualche sollievo al male orrendo che li straziava.

    Questa feroce deliberazione fu approvata dal vice legato pontificio, il quale però non poté contenersi dal raccomandare ai portinari che avessero almeno un poco di pietà nell’uso di tali mezzi disumani contro gli ammorbati!

    Ma nello stesso tempo a quegli infelicissimi, che erano così crudelmente respinti dal comune e che morivano fuori delle mura del paese, si cercava di non far mancare i conforti religiosi e si chiamava un frate francescano perché adempiesse il pietoso ufficio. Strane contradizioni e strano modo d’ intendere la cristiana carità!

    Vediamo in tutto ciò un inconcepibile miscuglio di buono e di cattivo, di sacro e di profano, di civiltà e di barbarie, allo stesso modo ond’era plasmato lo spirito di quei nostri avi, che pure tante gloriose e care memorie ci lasciarono.

    E fu in quei tempi, in quell’ambiente, in mezzo ad un popolo così fatto che si svolsero gli avvenimenti che sto per narrare.

    E noto che una delle più efficaci e più frequenti dimostrazioni della devozione di quelle genti verso la Madonna era il far dipingere — oltre che nelle chiese — anche per le vie della città e per le strade delle campagne imagini della Vergine col Bambino e <19> spesso con qualche santo dei più venerati dal popolo. come S. Sebastiano, S. Rocco. S. Francesco, S. Cristoforo.

    L’Umbria e la Toscana specialmente sono disseminate di questi sentimentali e decorativi monumenti dell’ingenua ed affettuosa pietà d’allora.

    Anche a Trevi s’incontravano e s’incontrano frequenti le «Maestà» dipinte nelle edicole campestri.

    Improvvisamente, la sera del 5 Agosto 1485 si sparge tra il popolo di Trevi la voce che, dagli occhi di una di quelle «maestà» — la Madonna dipinta da poco tempo, laggiù sulla casa di Diotallevi d’Antonio — erano state vedute uscire lagrime sanguigne.

    A questa notizia la campana del comune suona a distesa. mentre la gente in gran folla accorre sul posto, gridando:

    — Miracolo! miracolo!

    È la storia della nostra chiesa che incomincia!

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  • La chiesa delle Lagrime (20), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    3 LE ORIGINI DELLA CHIESA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 20 a 24)

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    Fig.1 – Panorama di Trevi da ovest (più precisamente da ovest-sudovest)

    <20>

    Il fianco meridionale della collina rocciosa su cui sorge Trevi (Fig.1) si chiamava in antico la «Costa» o «Costarella di S. Costanzo» da una chiesina che quivi era fino a non molti anni or sono, ora ridotta a serbatoio d’acqua (1). Attualmente quella località si chiama, senz’altro, «la Costarella»; ma, mentre in antico «la Costarella» comprendeva anche il sito dove poi fu edificata la chiesa, questo ora invece prende e per un largo spazio, il nome delle «Lagrime» (Fig. 2).

    Le acque piovane che dalla «Costarella» e dal fianco del monte sovrastante alla chiesa attuale scorrevano in basso. formavano un fossato, detto «il fosso dei gamberilli». Oggi si chiama: il fosso delle Lagrime. (Il fosso a monte -o a nord- della chiesa con le acque che scendevano da Trevi e dal fosso dei Cappuccini, venne deviato più a sud, in seguito alle alluvioni degli anni ’30 e ’40, confluendo nell’altro fosso a sud del colle dei Cappuccini)

    Fig. 2 -Panorama di Trevi da sud ovest (Il personaggio più anziano in primo piano potrebbe essere l’Autore, Tommaso Valenti)

    Lì presso sorgeva la modesta casetta di un tal Diotallevi di Antonio Santilli, che per sua devozione aveva fatto dipingere con la data del 3 Ottobre 1133, sulla facciata Nord-Est della casa. una «Maestà»; cioè un’ immagine della Madonna col Bambino in braccio e S. Francesco alla sinistra. Ma l’immagine di S. Francesco scomparve sotto le nuove ornamentazioni nelle quali la «maestà» fu racchiusa nel seicento (2). (Fig: 3).

    In tutti i documenti, dagli «Annali» del Mngnoni in giù, il proprietario della casa è designato col nome di Diotallevi d’Antonio.
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    (1)Valenti T. — Curiosità storiche trevane — Foligno Campitelli, 1922 – pag. 73.

    (2)Cfr. più avanti pag: 179.

    <21> Però il vero suo nome era: Diotallevi Santilli, figlio di Antonio. Col tempo – come spesso avviene – anche il nome di Diotallevi subì metamorfosi e storpiature ; onde anche nei documenti è detto talora Jetallèi, Detallèi, etc.

    Era uomo di modesta condizione. Nell’età più fresca fu a servizio (stetit pro famulo). Coi suoi risparmi comprò parecchi piccoli appezzamenti di terra; ed oltre alla casa, dirò così «della Madonna», ne aveva un’altra con palombaro, presso la chiesa di S. Costanzo, che ancora esiste in parte. Possedeva anche qualche casa dentro Trevi ed era proprietario di alcuni capi di bestiame.

    Dalla moglie, a nome Maria, ebbe tre figli: Sante, Antonello e Battista. Ed Antonello, a sua volta, ebbe in moglie Lonista, di Antonio Bella, dalla quale gli nacquero due figlie: Lucrezia e Bionda, che fu monaca benedettina in S. Lucia.

    Diotallevi Santilli morì nel 1493, probabilmente di peste, che allora infieriva, dopo aver fatto testamento il 9 Gennaio di quell’anno, lasciando alla Madonna mezzo «staro» di terra olivata. Nel Giugno e Luglio successivi fecero testamento il suo figlio Sante e la moglie di questi, Lonista, ambedue sotto la minaccia della peste (1).

    Con tali notizie posso presentare alquanto completa la figura di questo modestissimo uomo, che col far dipingere quella «maestà» sul muro della sua casa, fu la cagione prima – sebbene inconsapevole – del sorgere di questa chiesa.

    Inutile cercare chi sia l’autore della pittura, che, quantunque artisticamente non sia opera di grande valore, pure mostra i caratteri dell’ingenua e spirituale arte umbra di quell’epoca. Più oltre darò minutamente la descrizione del dipinto, come al presente si vede (2).

    * * *

    Ora avvenne che il Venerdì 5 Agosto 1485 ci fu chi vide sgorgare dagli occhi di quella Madonna qualche lagrima di color sanguigno. Ma trovo più interessante lasciare la parola al cronista Mugnoni. Esso scrive:
    «1485 et addì VI de Augusto die Sabati, me fo dicto et relato che in quella magestà della gloriosa Vergene sempre Maria lì alla casa de Diotallevi de Antonio, da la Costa de santo Costanzo, fo

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    (1) Archivio notarile di Trevi – To: 111- Rogiti di Tommaso Gabrielli – f: 12, 193. 213. Ivi, To: 68 – Rogiti di Francesco quondamPietrof. 175,

    (2) Cfr. più avanti, pag. 174.

    <22>

    veduta essere quella lacrima all’occhio sì sanguinea; et multi dicevano essere anco veduta la dicta lacrima el dj nanti, ciò è de Venardì addì V del dicto mese de Augusto, in nel quale dj quinto d’Augusto è la festa de santa Maria. de la neve. Dicese da poj essere appariti multi miracolj ad chi ad dicta immagine o vero figura de la gloriosa Vergene Maria s’è recommandato. Veramente se porria chiamare S. Maria delle lacrime. Fo depinta 1483 et die 3 Octobris in die festivitatis sancti Francisci» (1).

    Ecco narrata, con l’ ingenua sincerità del cronista, l’origine prima di tutta una serie di avvenimenti sacri e profani, storici ed artistici, che a noi hanno lasciato tanto retaggio di memorie e di monumenti.

    La data del miracolo è, dunque, con precisione indicata nelle parole del Mugnoni e confermata da altri documenti dell’epoca. Ma con tutto ciò gli storici, che più o meno seriamente si sono occupati dell’ argomento, non hanno saputo trarre partito da indicazioni così chiare.

    E bastò che il Pennotti per primo stampasse che il fatto miracoloso della Madonna delle Lagrime era avvenuto nel 1494 (2), perchè altri cadessero in errore.

    Così nell’archivio del Comune di Trevi sono «due goffe relazioni storiche su l’origine della Madonna delle lagrime», come dice il catalogo (3).

    Una di esse narra che il miracolo avvenne «circa il 1486». L’altra lo fa invece risalire al 1448! Per fortuna si tratta di poche pagine, altrimenti chi sa quanti altri errori sarebbero stati ammanniti all’ingenuità dei posteri! E, a dir la verità, non varrebbe la pena di confutare tali meschini documenti ; ma poiché hanno avuto l’onore di essere conservati in un pubblico archivio, ho creduto necessario mettere in guardia chi, in avvenire, li avesse sotto gli occhi. Poiché potrebbe anche altri esser tratto in errore; come avvenne, ad esempio, al cardinale Durazzo, che in una sua «informativa» del 25 Ottobre 1692 scriveva al papa Innocenzo XII di una «imagine di Nostra Signora che si trovava in una cappelletta . . . e si pnbblicò che lagrimasse; il che si dice che accadesse nel 1494» (4).

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    (1) Cfr. Mugnoni – Annali, ad annum.

    (2) Pennotti Gabriele – Generalis totius sacri ordinis clericorum canonicorum regularium historia tripartita – Roma, Tip: della Camera Apostolica, 1624, pag. 707.

    (3) Archivio delle 3 chiavi – Trevi – N. 219.

    (4) Archivio di S. Pietro in Vincoli: Libro dei meinorialí,

    <23>

    Ma, v’ha di peggio! In tempi recentissimi l’ignoranza di ciò che riguarda la nostra chiesa era arrivata al punto, che nel Dicembre 1840 il comune di Trevi, nella domanda che presentò al papa Gregorio XVI, per la fondazione di una cappellania perpetua alle «Lagrime», scriveva: «Correndo l’anno 1400, a custodire decentemente una miracolosa immagine», etc.! (1).

    La Madonna, dunque, pianse. Inutile cercare spiegazioni naturalistiche del fatto. Ammettiamolo senza discuterlo. Riportiamoci, piuttosto, a quei tempi e troveremo che il miracolo, per lo meno, si rinnovò nell’entusiasmo mistico del popolo, che in quegli anni di carestie, di guerre, di pestilenze, verso ogni manifestazione sopranaturale, o che tale fosse creduta, tendeva tutto l’animo suo esulcerato per le passate sventure e trepidante per le nuove, come verso l’unico raggio di speranza in tanto buio calamitoso.

    E alla Madonna «delle Lagrime», poiché così fu chiamata fino da allora, cominciarono ad accorrere i fedeli: da, vicino dapprima, più da lontano in seguito. Tanto che fu necessario affrettarsi a costruire il 17 d’Agosto – pochi giorni dopo la manifestazione – una piccola, cappella. Il 21 dello stesso mese questa era compiuta, e col permesso del vescovo di Spoleto – che era Costantino Eroli, da Narni vi celebrò la messa il più vecchio dei canonici del duomo di Trevi a nome D. Costantino di Continello (diminutivo di «Conte», nome proprio) Lucarini (2). Esso fu anche accompagnato da solenni processioni, come racconta il Mugnoni.

    La nuova cappellina provvisoria era stata addobbata a festa con drappi e veli, donati dai fedeli. L’altare era coperto di una tovaglia «Malfectana» (3); dinanzi all’altare un «palio» di seta verde. Avanti
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    (1) Archivio Comunale di Trevi – Busta: Chiesa delle lagrime.

    (2) Costantino di Continello Lucarini non ancora sacerdote fu investito di un canonicato nella chiesa di S. Emiliano, dal priore di questa D. Nicola Puccioli il 29 Settembre 1431, in sostituzione di un Nicola Mancini, che, dopo aver goduto per dieci anni di quel beneficio non si decideva a farsi prete! Archivio notarile di Trevi – To: 29 f. 143 Rog. di Antonio di Ser Bartolo.

    (3) Ho molto, ma inutilmente fin qui, cercato il vero significato di questa parola, che, senza dubbio, indica il luogo d’origine di quei tessuti di tela, che andavano sotto il nome di tovaglie «Malfectane», dalla città dove si fabbricavano. Amalfi? Molfetta? Forse Melfi? Trovo nelle «Riformanze» del comune di Trevi (8 Marzo 1476) nominato il cardinale «Malfecta» che era Gio: Battista Cibo, vescovo di Melfi; il futuro Innocenzo VIII.

    <24> all’imagine pendeva una stoffa di seta celeste damascata, con fregio d’oro e con scagliette d’argento. In mezzo, una raggiera di broccato d’oro.

    Anche le pareti erano ricoperte con stoffe di seta celeste. E dinanzi all’altare ardevano numerosi ceri (1).

    Furono questi i primi onori che i devoti resero alla venerata imagine.
    _____________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 155 – f: 2.

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (25), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    4 I MIRACOLI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928- pagg. da 25 a 30)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione

    <25>

    Per giustificare e spiegare l’entusiasmo del popolo verso la nuova devota imagine e, più che altro, per dar ragione, anche storicamente. delle vicende tutte di questo monumento, credo necessario ed interessante riferire qui ciò clic di prodigioso si attribuì, fino dai primi tempi, alla imagine, così misticamente rivelatasi agli occhi dei buoni trevani.

    Di solito, chi, per scopo ascetico, scrive di simili soggetti, accoglie molto facilmente ogni voce, che dica di fatti miracolosi e li narra con lusso di particolari, spesso senza valore storico. Ma io per questo mio studio non farò che riferire ciò che narra il più volte ricordato cronista trovano, Francesco Mugnoni. I lettori giudichino; poiché io non ho veste, né autorità per dire ad essi: credete!

    Ma, d’altra parte, non irrìdano gli scettici a queste ingenue narrazioni. Poiehé il miracolo di fede che si compieva dinanzi alla povera edicola campestre, per il quale i devoti credettero, a conforto delle loro sventure, a tutto ciò che di prodigioso veniva propagato di bocca in bocca, fa parte della storia di quei tempi; così ingenui, così sentimentali,

    «or feroci, or gentili, e pur mai sempre

    di nostra fiacca età più venerandi;»
    come a ragione disse la nostra poetessa Alinda Bonacci Brunamonti.

    Facciamoci anche noi per un momento un animo misticamente medioevale, riportiamoci a quei tempi, e rispettiamo dei nostri avi la cieca fede, pensando che essa fece bene a molti, male a nessuno,

    <26>

    * * *

    Come sempre accade quando si accende nel popolo un improvviso entusiasmo verso qualche sacra effigie, di cui la voce dei credenti diffonde la fama taumaturgica, chi non ha saputo o potuto trovare ai suoi mali altri rimedi, ricorre alla nuova invocazione, come all’ ultima speranza di salvezza. Né occorre risalire nella storia dei secoli per constatare questo fenomeno dell’animo umano. Anche ai tempi nostri vediamo correre a frotte le genti verso i nuovi santuari. Altrettanto doveva avvenire ed avvenne alla Madonna delle Lagrime.

    Ma lasciamo la parola al testimonio oculare Mugnoni.

    Il 22 Agosto 1485 – esso narra – la moglie di un tal Giovanni Antonio da Castiglione d’Orcia, in provincia di Siena, infermiere nell’ospedale di S. Giovanni in Trevi, era, come si diceva allora. «spiritata». A gran fatica in presenza di molta gente, la malata fu introdotta nella cappella.

    La «spiritata» urlava e si contorceva, la gente gridava: Misericordia! Misericordia! E così la povera donna «fo liberata dalli dicti spiriti». Il fatto accadde in presenza di «testimoni dignissimi», come «lo magnifico cavaliere et dottore Nicolò Leli; lo preclarissimo et excellentissimo dottore messer Natinibene de Valenti e li egregi et spectabili homini» Antonio di Pierrnartino Petroni, Bartolomeo Lncarini «et altri più notabili homini digni de fede».

    Lo stesso giorno fu condotta alle «Lagrime» una «figliola picinina» di un tal Girardino, barbiere, da Spoleto; la quale aveva tre anni o quattro ed era quasi cieca e nel viso aveva «multe machie rosie in lato le labbra». L’accompagnavano i genitori e, subito condottala avanti 1′ imagine, e «fatta lor devozione» la bambina «era migliorata et rehauto lo vedere». E camminava libera e andava «in omne loco» e le macchie del viso erano scomparse.

    Un’altra donna riebbe la vista in quello stesso giorno. Fu Rosata, moglie di Filippo d’Onofrio «ja da Cerreto, mo’ da Trevi». La poverina era stata cieca più di otto o dieci anni. Andò, anzi «parlando più vero, fo menata alla dieta imagine et non vediva niente». Ma di lì a poco cominciò a riavere la luce. E, per far la prova che vedesse davvero, le agitavano dinanzi agli occhi «berette rosie, negre et mucichili bianchi». Ed essa li vedeva e «li ricognosciva» mentre prima non vedeva «coelle» (nulla).

    <27>

    Sempre in quel giorno, 22 Agosto 1485, venne alla Madonna delle Lagrime la moglie di ser Piccinino Ricchi. di Spoleto, per voto. Edisse che da circa due anni soffriva «de febre et minuitione de cervello». E suo marito Piccinino era venuto a Trevi in quei giorni; e aveva inteso «questa figura fare miracoli». Scrisse allora in una carta: Gesù, Maria, S. Francesco cioè «li nomi de tre figure depicte in dicto loco». E portò a casa quella carta; l’applicò sul capo di sua moglie malata, che cominciò subito a migliorare.

    Il 23 Agosto, Pier Agostino di Taddeo, da Bovara, presso Trevi, che soffriva da dodici anni di due piaghe in una gamba, fece voto all’imagine. E mentre prima «non se podiva con quella gamba ingenociare, senza dolore, se inginocchiò alla ditta imagine, senza passione». E le piaghe che «curavano (gemerono) assai, cessarono; et andò più libero de prima». Così egli stesso assicurava al cronista Mugnoni.

    Fu pure guarito un fanciullo di tredici anni, Biagio di Angelo Cappella, da Bovara. «Quanno era picino glie cadde l’acqua bullita in nella sua gamba». E ne zoppicava e gli era rimasta tesa. Venne alla Madonna delle Lagrime «et dice esse libero. Et io viddi lo segno del foco» (ossia … dell’acqua!) E andò libero e sano «se come non avesse mai auto male».

    Bionda di Biagio, di Bartolo, da Campello «manigiando certa paglia, glie morsecò in nella mano certo animale venenoso». E il braccio si enfiò molto, e le dava dolore anche al petto. Mandò il figlioa cercare teriaca (1) ma non la trovò ; e allora fece voto all’ imagine

    ____________________________

    (1) La teriaca (dal greco ther, bestia, acos, medicina) era il farmaco che doveva guarire tutti i mali. Era composta, di circa sessanta, ingredienti, tra cui la «carne di vipera cotta et mundata dalle spine» impastata, poi con «pane biscotto bianchissimo polverizzato». Gli altri ingredienti erano vegetali delle più svariate specie: dalle foglie di rose rosse, allo zenzero, mescolate con miele e vino C’erano diverse «teriache». La pia antica era quella di Andromaco il vecchio, medico di Nerone. A Venezia la fabbricazione della «teriaca» era sorvegliata da magistrati addirittura, e fatta con un cerimoniale imponente! Per la triturazione degli ingredienti occorrevano ventiquattro uomini «ben gagliardi». Quando s’interrompeva il lavoro, il materiale veniva chiuso e suggellato. I campioni dalla «teriaca» erano conservati dal «magistrato della giustizia vecchia». Pene gravissime ai contravventori per «gli artificii illeciti». (Antonio De Sgobbis – Nuovo et univeraale theatra farnurecatico. Venetia, Stamperia Iuliaua, 1647. Pag. 458 segg.).

    <28>E mandò un «braccio di cera» alla cappella. Ma il male cresceva. E la notte «stando cusì apaliginata» sentì una voce che le diceva : «Non dormire che ti farrà periculare; et va presto ad quella imagine; et quando tu sarai là, troverai là ad quilla imagine «tre fratri». E venne alla Madonna delle Lagrime. Trovò «i tre fratri». S’inginocchiò «denante alla dicta figura et facta sua devotione» fu subito «guarita e liberata. Insomma» dice il nostro buon cronista, «multi et infiniti miraculi ha fatti». E finisce col dire: «Io non scrivo più, perché sono tanti li miraculi che è cosa stupenda; però lassarò».

    Ma non passa molto tempo che i miracoli si rinnovano. Ed il fedel cronista non può tacerne. E ci narra che il 31 Agosto 1486, tornato lui da Norcia, il comune di Spoleto presentò alla Madonna una riproduzione in argento di quella città, perché, essendo afflitta dalla peste, ne fu subito liberata, appena il Consiglio di Spoleto fece voto di «fare la dieta ciptà de argento».

    Infatti il 6 Agosto 1486 il Consiglio Generale di quella città, su proposta di Pierangelo Venanzi, deliberava che si regalasse alla nuova imagine una «città di argento» con la spesa di venti «fiorini»; e si dasse incarico ai priori, insieme a quattro cittadini di procurare in ogni modo il denaro occorrente. La proposta fu approvata all’unanimità dei 55 presenti (1).

    Molta impressione fece al Mugnoni un altro miracolo che avvenne il 4 Novembre di quell’anno. Venne una giovane donna a nome Contenta di Giacomo, di Antonio de «la Mactarella», località presso Ferentillo, di Spoleto. La poveretta era «spiritata». E lì, dinanzi alla Madonna «con multa devotione de circostanti, uscì «fore quillu spiritu, et buttò fore uno animale nigro, come uno dicemo noi lu spadalancia (2), et avìa la bocca tonda, come una ranochia, le branche sottilissime, mezze ròsie et colle deta soctile».

    (1) Archivio storico del Comune di Spoleto. Riformanze 1484-1487, N.

    52, f. 525.

    Per spiegare il significato di questo strano vocabolo, noto che anche ora nelle nostre campagne si chiama «spalancio» la

    Salamandra terrestre.

    Una curiosa dissertazione anonima su questo rettile

    è

    nella

    Biblioteca vaticana,

    Cod. Vat, Lat. 8258.

    <29>

    E il Mugnoni lo vide coi suoi occhi. E la donna «se partì sana et libera» per quanto un poco «stracca et debole per la grande ambascia et tormento glie dava quillo spiritu».

    Più oltre, sotto la data del 1487, leggiamo nella stessa cronaca che a Sassovivo — famosa abbazia di Olivetani. presso Foligno — un tale fu guarito da «mal caduto» soltanto con l’esser toccato con una corona, che era stata a contatto dell’imagine miracolosa. E così un bambino: «uno màmulo picinino» che giaceva immobile nel letto, fu guarito.

    E molte altre persone, che per la fama di questi prodigi vennero da Foligno ai 6 di Maggio di quell’anno, videro molti miracoli.

    Qui finisce la narrazione del Mugnoni: né io posso aggiungere altre notizie, perché non ne ho trovate. Mi risulta però che quando si verificava qualche miracolo, ne dava segnale al pubblico la campana maggiore della torre del comune. Così nel capitolato con Buccio Pierpauli – il campanaro dell’epoca – è detto che gli si applicherebbe la multa di un «carlino» ogni volta che mancasse di suonare al mezzodì, all’Ave Maria della sera, «et ad laetitias et ad miracula» ed altre cose «necessarie». Ciò in data 14 Maggio 1486 (1).

    Delle grazie ricevute dai devoti facevano fede le tabelle votive, appese attorno alla sacra imagine, le quali dovettero essere in gran numero, se fino ad un secolo fa se ne conservavano ancora più di cento. Ora non ne restano che poche, delle quali avrò occasione di parlare più oltre.

    Però anche ai tempi nostri continuano i fedeli a dare testimonianza della loro gratitudine alla Madonna delle Lagrime con numerosi «voti» di argento.

    Ma, a prescindere dagli avvenimenti prodigiosi dei primi giorni, altri fatti stanno a dimostrare il favore grande che la nuova devozione incontrava nel popolo. Infatti dinanzi alla Madonna delle Lagrime vollero anche i nemici riconciliarsi, come al cospetto di un nuovo giudice, di un nuovo soprannaturale testimonio. Fu così, per esempio, che il 17 Settembre 1485, presso la cappella della Madonna, una frotta di nemici, cioè Nardo di Camillo, con i suoi figli Mattia, Giovanni ed Onofrio e con i suoi nepoti Luca e Marco di Benedetto,

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 159 f: 2.

    <30> da Lapigge – frazione del comune di Trevi – da una parte, e Leonardo di Emiliano Pasqua, di detto luogo, dall’altra, vollero fare le paci; poiché tra loro era inimicizia grande, da che un fratello dei Pasqua – Bartolomeo – era stato ucciso dal Nardo e dai suoi parenti. Secondo 1′ usanza del tempo, tutti costoro si rappacificarono e si perdonarono, in quel luogo nuovamente diventato sacro. Di questa commovente ceremonia, che per la prima volta si celebrava laggiù, redasse l’atto il notaio e cronista Mugnoni, che a tale «rogito» volle dare forma più del consueto solenne e prolissa(1).

    (1) Archivio notarile Trevi – To : 79-f: 277 – Parte 2.

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (48), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    7 PRIME TRATTATIVE PER LA

    COSTRUZIONE DELLA CHIESA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Descl�e, 1928 – pagg. da 48 a 54)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <48>

    Modesti, come è facile imaginare, furono gl’inizi della nostra chiesa. Pochi giorni dopo il miracolo delle «lagrime» — e cioè il 17 di Agosto 1485 — fu incominciata la cappella della Madonna: «Die 17 dicti mensis — Fo comenzata la cappella alla dicta figura» scrive il cronista Mugnoni. Quasi certamente la primitiva cappella fu di legname; o, se fu in muratura, dovette essere ben poca e misera cosa, se quattro giorni dopo — cioè il 21 Agosto — vi si potè celebrare la prima messa, come già ho accennato.

    É certo, però, che, in seguito, la cappella fu solidamente costruita in muratura, tantoché il 26 Luglio del 1486 uno dei devoti, cioè Pierfrancesco Lucarini, poté contribuire alla spesa di un «ornamento de prete (pietre) lavorate» che, a dire del Mugnoni, fu posto «alla imagine de Santa Maria de lagrime». Ein un documento pontificio del 1486, che tra poco rammenterò, si dice che laggiù si era già incominciato a costruire un oratorio. Ciò dimostra — e i documenti lo confermano — che fino dai primi mesi dopo il miracolo, sorse nell’animo dei trevani il desiderio di erigere un tempio in onore della Madonna, manifestatasi in modo così meraviglioso ai loro occhi devoti. Della futura fabbrica, infatti, s’incomincia già a parlare fino dal 12 Ottobre del 1485, Poiché in quel giorno, adunatisi gli uomini addetti alla pia opera della Madonna delle Lagrime, presso la cappella recentemente costruita. nominarono gli «operarii» o «santenses» i

    <49>

    quali dovessero aver cura di tutte le robe e di tutti i denari donati dai fedeli, nonché della fabbrica da farsi, in onore della Madonna (1). E ciò avveniva pochi giorni dopo che il comune si era assunto l’incarico d’interessarsi della nuova manifestazione dell’animo popolare.

    E sollecita fu l’opera degli incaricati, che subito si misero alla ricerca di un architetto per la chiesa da erigersi. Infatti, il 27 Novembre 1485 si tenne un’importante adunanza. Nella sala minore del palazzo dei Priori convennero due di essi, cioè ser Francesco di Pietro Cozi e Tommaso Del Fabbro. Il terzo priore — Bartolomeo Luchitti — non poté intervenire, perché — ci dice il solerte segretario, nel suo verbale, come a scusarne l’assenza — era dovuto tornare in campagna, a cagione di certi soldati di passaggio, ai bisogni dei quali esso, che ne era stato nominato «soprastante», doveva provvedere. E di quali soldati o armigeri si trattasse, ce lo dice il Mugnoni nella sua cronaca. Erano gli uomini di Roberto di Sanseverino, capitano della Chiesa, che andava contro il re di Napoli, per conto del papa Innocenzo VIII. Ma non vorrei divagare.

    * * *

    Tornando, dunque, all’argomento di quell’adunanza, dirò che ad essa, oltre i due priori, intervennero nove degli addetti alla «chiesa della Madonna delle Lagrime». Si noti che già si parla di una «chiesa», quantunque non ancora edificata.

    Gli adunati chiamarono tra loro Francesco da Pietrasanta, per parlare con lui della fabbrica da farsi. Ed esso si rimise al parere dei tre presenti, cioè Gregorio di Tommaso Petroni, Natimbene Valenti. ambedue dottori in legge, e Bartolomeo Lucarini.

    Il Francesco da Pietrasanta presentò agli adunati il disegno della chiesa e la conclusione fu che ai tre sunnominati si desse la facoltà di trattare con lui per l’esecuzione dei lavori o con chiunque altro avesse offerto migliori condizioni. E ciò che quei tre avessero concluso, fosse valido e fermo, come se deliberato dall’intera adunanza.

    Interesserebbe assai per la storia della nostra chiesa avere precise notizie di questo architetto, al quale i trevani si rivolsero. Ma di lui sappiamo assai poco, quantunque esso abbia dimorato a lungo

    ________________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 155 f. 16t.

    <50> nell’Umbria, dove ha lasciato tracce notevoli della sua arte. Infatti nel 1487 Francesco da Pietrasanta conduceva a termine, su disegno di Baccio Puntelli, il magnifico antiporto. che protegge l’entrata della basilica inferiore di S. Francesco in Assisi (1). Durante la sua permanenza Francesco Bartolomei. da Pietrasanta, ebbe dal comune di Foligno l’incarico di fabbricare «una forte rocca» a Gualdo Cattaneo, perché questo castello voleva «levarsi dal governo di Foligno e darsi alli Perugini». Il contratto col Francesco da Pietrasanta del 28 Giugno 1494; posteriore, cioè, a quello per la costruzione della chiesa delle «Lagrime».

    Ma il da Pietrasanta fu disgraziato in quel lavoro. Poiché ai 18 d’Agosto di quello stesso anno i fuorusciti di Gualdo Cattaneo vollero riprendere possesso del paese, d’accordo coi Baglioni di Perugia. Ne nacque una delle tante guerre civili che erano una delle piaghe del tempo, e in quella mischia — pare sulla strada di Bevagna — Francesco da Pietrasanta fu ucciso con alcuni fanti folignati (2).

    Doveva, certo trattarsi di artista di valore; e l’avere i trevani posto gli occhi su di lui, ci dimostra com’essi avessero in animo di fare cosa nobile e bella.

    Ma non a lui doveva toccare la fortuna di dare a Trevi un nuovo saggio dell’arte di quei tempi. Dobbiamo, perciò, credere che presto e per ragioni sconosciute venissero abbandonate le pratiche con esso iniziate. Vivo, però, e sollecito era il desiderio dei trevani di vedere sorgere presto il nuovo edificio. Onde è che di lì a poco altre trattative furono aperte con diversi architetti; ma quali essi fossero non sappiamo.

    Mentre, però. fervevano le trattative con costoro, gli uomini della «Società della Madonna delle Latgrime» non perdevano il loro tempo. E poiché — o con l’uno o cori l’altro degli artisti — l’opera, si sarebbe certamente e presto iniziata, diedero mano ai preparativi. Il 15 Aprile 1436 (3) undici degli «operai» adunatisi, si divisero tra

    (1) P. Giuseppe Fratini. Storie della basilica e del convento di S. Francesco d’Assisi. Prato, Guasti, 1882, pag. 272. In una recensione che dell’opera del Fratini scrisse Giuseppe Mazzatinti, il da Pietrasanta è chiamato erroneamente «Jacopo». Cfr. Archivio storico per le Marche e per l’Uiabria Vol. 1. Fasc. 1. Foligno, 1884, pag. 114.

    (2) Cfr: �Annali di Ser Francesco Mugnoni da Trevi, Perugia, Tip. Cooperativa, 1921, pag. 140, n. 1.

    (3) Archivio delle 3 chiavi. N. 155.F. 39t.

    <51>
    loro i diversi incarichi con regolare deliberazione. A Nicolò Leli ed a Pierfrancesco Lucarini toccò di occuparsi della custodia della cappella, di provvedere a far cavare la pietra e ad approntare una nuova fornace da calce, mentre dovevano anche curare la custodia delle elemosine e darsi premura di far costruire una cassa per le reliquie.

    Un ser Moscone doveva incaricarsi della provvista dei mattoni. Poco dopo, cioè il 10 Settembre 1486, si deliberava di dare a cottimo la fornace per la calce (1). E intanto si continuavano le ricerche di artisti, che avessero voluto assumere l’impegno della costruzione della chiesa. Poiché i nostri avi agivano, come sempre, assai prudentemente; e, prima di decidersi per la scelta, trattandosi di cosa che doveva durare nei secoli, vollero sentire il parere di molti, e di molti avere le offerte e le proposte. Quante e quali queste fossero noi non sappiamo. Ma è certo che ve ne furono e molte e diverse, poiché così è detto nel documento di cui ora verrò a parlare.

    * * *

    Il 2 giugno 1486 (2) nel palazzo comunale si adunarono: i priori, l’anteposto, nove dei componenti la «società» della Madonna delle Lagrime; cioè: il conte, dottore e cavaliere Nicolò Leli, Gregorio di Tommaso Petroni, dottore in legge, Gregorio di ser Giovanni, giurista anche lui, Pierfrancesco e Bartolomeo Lucarini, ser Giovanni Valenti, Bartolomeo di Ser Giacomo, ser Guido Antonio di ser Antonio e Bartolomeo di Bartolo.

    Si discusse a lungo sul da farsi circa la fabbrica della chiesa. Si rammentarono le molte precedenti trattative con diversi �maestri�; finch�, sentiti i loro pareri, viste le loro offerte, si concluse che le migliori proposte erano quelle fatte da M�. Sante di Giovanni, da Settignano. A lui, dunque, presente ed accettante, fu data a cottimo la costruzione dei muri e delle v�lte.

    Le misure fissate furono:

    lunghezza interna: 43 �piedi di pertica a misura trevana�

    larghezza ” 17 ” ” ” “

    spessore dei muri : piedi 3 e l/2

    altezza da stabilirsi in seguito.

    Le condizioni del contratto furono queste: il comune e la �societ� delle �Lagrime� dovranno provvedere tutto l’occorrente, compresa

    ____________________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi. N. 155, f. 49t.

    (2) Archivio delle 3 chiavi N. 155, f. 12,

    <52> l’acqua, sul luogo del lavoro; �a pi� d’opera�, come si direbbe oggi; l’appaltatore M�. Sante dovr� lasciare sulla facciata principale il vuoto per la porta e sopra a questo un altro vuoto, rotondo e grande, per un �occhio�, come solito, e due altri vuoti in ognuno dei muri laterali per quattro finestre. Dovr� anche fare due �cappellectas� nei due lati pi� lunghi della chiesa. E, se la �societ� gli dar� pietra concia, sar� obbligato metterla in opera. E poi dovr� completare la, porta e le finestre. In fondo alla chiesa si costruir� una tribuna con la sua v�lta (testudo) su disegno da farsi. I muri saranno rustici: ma gli angoli di pietra scalpellata, in buona forma, purch� belle e buone siano le pietre fornite dalla �societ�.

    M�. Sante accetta di fare tutto ci� al prezzo di 17 �libre di denaro la pertica�, misurando il vuoto per pieno.

    A questo punto due dei presenti, Gregorio Petroni e ser Giovanni Valenti, propongono che non si stabilisca pi� sin da quel momento lo spessore dei muri, quantunque gi� fissato. E cos� rimane convenuto.

    Sulla sommit� dei muri l’appaltatore dovr� piantare le v�lte �in bona et pulchra forma� sulle crociere o lunette di mattoni, dati sul posto dalla �societ�; coi peducci delle v�lte bene �accomodati�, come al maestro sembrer� meglio, per il prezzo di 7 �bolognini� al �piede di pertica�, in quadro, misurato sulla faccia esterna delle v�lte.

    E la �societ� dar� anche il legname per le armature ed altro. E quando M�. Sante coi suoi muratori verr� per dar principio al lavoro, gli si anticiperanno 24 �fiorini� per venir campando la vita. Si vede che non liete erano le condizioni economiche di questi �maestri�, che pur venivano di lontano e conoscevano a fondo l’arte loro!

    Il pagamento si far� di tempo, in tempo, secondo il lavoro ed il merito. Ma in mano della �societ� rimarranno sempre 25 �fiorini�, fino ad opera compiuta, a garanzia dal contratto.

    Dell’atto fu rogato Giuliano di Quirico Pellegrini, da Capranica, cancelliere del comune, e testimoni furono Gaspare di Pierpaolo, da Spoleto e �mercenarius�; Melchiorre di Gaspare, da Manciano, Marino di Giovanni, da Pettino e Paolo di Gaspare, dalle Coste. Queste due ultime localit� erano frazioni del nostro comune, che conservano ancora l’antica denominazione.

    Ma neanche questo contratto doveva avere effetto: il perch� non sappiamo. Certo � che esso fu annullato pi� tardi, il 27 Marzo 1487, come vedremo, col consenso delle parti. E il cancelliere del

    <53> comune annota a margine che quel contratto fu, per volont� delle parti, abbandonato e annullato, e fattone un altro, che fu l’ultimo e definitivo; almeno per la parte principale della chiesa.

    * * *

    Di questa interruzione delle trattative profittarono gli uomini della, �societ� per provvedere a cosa, sulla quale fino allora non avevano deliberato.

    � chiaro che, dopo il progetto di costruzione convenuto con M�. Sante di Giovanni, e dopo stabilite le misure della chiesa, essi si persuasero non essere sufficiente lo spazio che avevano disponibile intorno alla cappella; onde era necessario allargarsi.

    Ma il terreno l� presso apparteneva alla chiesa di S. Costanzo, dipendente dall’abbazia, di S. Pietro di Bovara, allora tenuta in commenda dall’abate Tommaso di Francesco Valenti. Era, perci�, necessario avere l’autorizzazione dal pontefice per la vendita. E il Papa Innocenzo VIII, nel suo breve del 16 Settembre 1486, indirizzato all’abate commendatario di S. Pietro di Bovara ed al priore di S. Emiliano di Trevi, dice che volendo il comune ed il popolo di Trevi ampliare il terreno, dove gi� si era incominciato a costruire una cappella in onore della Madonna, e ci� in vista della probabilit� di edificare un monastero, per il quale si richiedeva spazio sufficiente per l’abitazione, per l’orto ed altro, d� licenza all’abate di Bovara, assistito dal priore di S. Emiliano, come commissario del papa, di vendere o permutare il terreno richiesto, previa perizia dei competenti e purch� il prezzo venga rinvestito in altri e migliori terreni (1).

    In virt� di questo breve D. Costantino di Continello Lucarini rettore e procuratore della chiesa di S. Costanzo, stipulava l’atto di vendita con ser Antonio di Guidantonio, sindaco e procuratore del comune e col consenso del suddetto abbate Tommaso Valenti e del priore di S. Emiliano, D. Marcello di Piermartino Petroni. Il terreno era presso la cappella della Madonna delle Lagrime, in vocabolo �la Costarella�, confinante con la strada e i beni degli eredi di Marco Mascioli e di Emilianuccio e Tommaso Paseucci. Per la stima furono un perito e quattro probiviri, per parte del comune e dell’opera della Madonna, in confronto del rettore di S. Costanzo. La superficie totale era di �stari� 11, �pugilli 5, �oncie� 2, Il prezzo

    ____________________________

    (1) Archivio delle3 chiavi, N, 155, f, 14t,

    <54> totale fu convenuto in 126 �fiorini�. 28 �bolognini� e 24 �denari� in ragione di 11 fiorini lo �staro�.

    Mi si perdonino questi minuti particolari, pensando che da questi incomincia la storia, la vita, direi quasi, di questa nostra ammirabile chiesa che sul terreno cos� acquistato, sorse maestosa. Oltre di che, a chi voglia trarne deduzioni, questi dati e queste cifre sono un indice del valore dei terreni, in quei tempi lontani.

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (111), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime 13 LA FESTA E LA FIERA “DELLE LAGRIME

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 89a 96)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <111>

    Il comune, continuando nella sua iniziativa d’ingerirsi completamente di quanto riguardava il nuovo santuario, ebbe, fino dai primi tempi, da che la devozione alla Madonna delle Lagrime si era diffusa, la percezione che fosse necessario dedicare alla nuova Protettrice di Trevi uno speciale giorno festivo.

    Perciò il consiglio generale nell’adunanza dell’11 Giugno 1486, cioè circa 10 mesi dopo il miracolo delle «Lagrime», deliberava all’unanimità con 77 voti, che per tutto il tempo avvenire il giorno 5 di Agosto, nel quale nel 1485 avevano incominciato a rifulgere i prodigi presso la sagra Imagine della Madonna delle Lagrime, fosse da tutti gli artigiani e lavoratori d’ambo i sessi celebrato e osservato, come il giorno di Pasqua. Pena 20 «bolognini» a chi contravverrà: dei quali la metà vada a chi applicherà la multa e l’altra metà alla chiesa.

    E ogni anno tutti i preti e i frati del territorio debbano andare in processione a quella chiesa: e così debbano andarvi coi lumi tutte le arti e le confraternite con i loro priori; sotto la pena medesima, irremissibilmente applicata dall’ ufficiale del cancelliere.

    Il comune in quel giorno offrirà all’altare della Madonna quattro «libbre» di cera, in onore di Dio e della Vergine. E per maggior decoro della chiesa, tutte le strade di Trevi che conducono alle «Lagrime» dovranno essere spazzate e tóltene via tutte le pietre vaganti ed ogni altro impedimento; sotto la pena suddetta, di cui tre parti vadano alla chiesa, una all’ufficiale esecutore.

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    E nessuno getti immondizie, né faccia sconcezze in quelle strade sempre sotto la pena di 20 «bolognini». E se l’ufficiale del cancelliere non si curerà di applicarla, abbia esso la multa di 10 «libbre» di denaro.

    In pari tempo si ordina a Nicolò Natalucci, che aveva bottega fuori la Porta del Cieco – che e verso le «Lagrime» – e ad un altro non nominato, che era proprietario di un molino da olio lì presso, che nel termine da stabilirsi dai priori, facciano una chiavica sotterranea che raccolga le acque sudice di quei due locali. E ciò per togliere il cattivo odore (odorem tetrum) e la bruttura delle acque, che prima scorrevano lungo la strada. In mancanza, si applichi la solita penalità.

    * * *

    Ora, che dire di questa deliberazione del comune?

    A parer mio esse merita di essere messa in evidenza, poiché – se il caso non e nuovo e se altrettanto si fece da altri comuni in occasioni si utili, di dichiarare, cioè, festivi alcuni giorni dell’anno – ciò dimostra una volta di più la complessità delle funzioni che al comune autonomo medioevale facevano capo, o elio esso si credeva autorizzato ad assumere. In ogni caso, esso adempiva decorosamente e solennemente al suo mandato, dando ordini ai cittadini ed anche al clero, sotto pene pecuniarie. Ed il clero e i cittadini obbedivano, rispettosi sempre dell’autorità comunale, della quale essi erano, ad un tempo, devoti e fieri, come di cosa sacra.

    Ma poiché al nuovo santuario i fedeli accorrevano pur di lontano, volle il comune anche agli occhi di essi mostrare la sua autorità. Così fu che il 25 Giugno 1486 il consiglio generale prese una importante deliberazione. Il verbale dice che fu solennemente e prudentemente discusso, decretato e deliberato, con efficacia di statuto perpetuo, all’ unanimità dei 79 presenti, che per tutto il tempo avvenire, chiunque per sua devozione si recherà alla beata Imagine di S. Maria delle Lagrime e poi alla sua chiesa, quando sarà costruita, possa venire e tornare salvo e sicuro, in qualunque tempo dell’anno, purché venga e vada per la strada più corta. senza deviare verso altri luoghi; e purché non abbia commesso delitto da punirsi con la morte. E ciò si delibera non ostanti le disposizioni dello statuto o qualunque altra cosa in contrario.

    Questa delibera, semplice in apparenza, e invece di grande importanza storica e giuridica. E’ ovvio che il comune. così deliberando, non intendeva garantire a chi veniva alle «Lagrime» la sicurezza

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    dai pericoli ai quali allora, come in altre epoche, i viandanti erano esposti, per aggressioni e simili. Ma la sicurezza (securitas era il termine legale) che il Comune con la sua autorità voleva garantire ai fedeli era quella di non poter essere soggetti ai sommari procedimenti che allora vigevano in certi casi. Così si poteva essere arrestati per debiti, o potevano esservi contumaci gia condannati e poi sfuggiti alla giustizia del nostro o di altri comuni. Vigeva la strana e quasi selvaggia istituzione delle «rappresaglie» in forza delle quali se un cittadino era danneggiato o spogliato fuori del suo paese e non .aveva potuto aver giustizia nel luogo ove il delitto era stato commesso, poteva l’autorità, colpe la Camera Apostolica nello Stato Pontificio, concedergli di rivalersi, dovunque l’incontrasse, contro un altro cittadino qualsiasi del luogo dove avesse ricevuto danno. Era questo «istituto» un pessimo succedaneo della mancata amministrazione della giustizia: ma, purtroppo, di quei tempi ed anche dopo – cioè fino a tutto il 1600, almeno – vigevano tali metodi.

    A tutti costoro il Comune, con la stia deliberazione sopra ricordata, garantiva di poter venire e tornare salvi e sicuri alle «Lagrime».

    Però c’e nella deliberazione una riserva: tale garanzia non era concessa a chi fosse stato, per delitti commessi, condannato a morte. Molti erano allora i banditi, cioè coloro che per delitti o per ragioni politiche erano espulsi dal territorio di uno o più comuni o di tutto lo stato. Le norme vigenti negli statuti comunali, o nelle disposizioni emanate dalle autorità erano severissime, come gravissima era la pena del «bando». I banditi, talvolta, non avevano neanche il diritto della difesa, o potevano essere impunemente aggrediti, e finanche uccisi. Talora sii di essi gravava una forte taglia. In altri casi erano soltanto privati dei pubblici onori ed uffici; mentre altre volte si toglieva ad essi il diritto di contrattare.

    Ma la giurisprudenza in materia era assai discorde; ed anche il celebre giureconsulto perugino, Bartolo, riteneva, per esempio, che i banditi non potessero godere della «sicurtà» data a coloro che si recavano a fiere o feste. E Nello da S. Geminiano, che sui banditi scrisse un raro ed interessante trattato, conferma la teoria che nella «sicurtà» non sono compresi i banditi : a meno che non sia espressamente dichiarato (1).

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    (1) NELLI A SANCTO GEMINIANO, civis florentini, Tractatus insignis de Bannitis- Lione, Eredi di Giacomo Giunta, pag. 121 tergo e segg.

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    Ora delle consuetudini in vigore e dei pareri espressi dai giuristi bisognava che i comuni tenessero grandissimo conto. E quando prendevano deliberazioni intorno a simili argomenti dovevano agire ed esprimersi con molta prudenza e molta chiarezza; poiché trattavasi di mettere al sicuro od a repentaglio la vita ed i beni di chi si recava alle fiere o alle feste.

    Si discuteva – ad esempio – dai giuristi se la «securitas» si estendesse ai saraceni, agli eretici, ai nemici della città. Ed era opinione che per poter applicare ad essi la «securitas», dovessero essere espressamente nominati. E i dubbi giuridici su tale argomento arrivavano all’inverosimile. Basti dire che era oggetto di discussione il sapere se la «securitas» s’intendeva concessa per la sola andata od anche per il ritorno. Non solo: ma poiché la maggior parte della gente si recava alle fiere a cavallo, ci fu chi spinse la pedanteria fino al punto di discutere se la franchigia si estendesse, oltre che al cavaliere, anche alla bestia 1(1).

    Ecco perché il nostro consiglio nella sua deliberazione vuole chiaramente esprimersi e precisare che la «securitas» per chi veniva alla fiera delle «Lagrime» dovesse intendersi estesa anche ai banditi; eccettuati coloro che fossero stati condannati a morte. Ed ecco perché, in tanta incertezza di giurisprudenza, il consiglio dichiarava che ognuno potevasi recare alle «Lagrime» salvo e sicuro, sia nell’andata, che nel ritorno, ma per la via più corta.

    E poiché era anche questione tra i giuristi se la «securitas», una volta concessa, avesse valore per sempre, il consiglio nostro chiaramente diceva di averla voluta concedere «in ogni tempo dell’anno».

    Di tale argomento, in apparenza secondario, sarebbe bastato un fugace accenno, tanto per darne notizia e non di più. Ho voluto, invece, trattarne con qualche larghezza perché mi preme di mettere in evidenza, ogni volta che, l’occasione se ne presenti propizia, tutte le mirabili qualità dei reggitori del nostro comune nell’epoca di cui tratto. Come nella compilazione dei contratti, nei rapporti con gli appaltatori della chiesa, nell’ordinamento delle rendite della nuova istituzione sacra essi si sono addimostrati saggi e prudenti amministratori; così in questi provvedimenti d’indole straordinaria e che dovevano aver valore anche di fronte a cittadini di altri comuni, i

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    (1) GREGORIUS MAGALOTTI, Securitatis ac salvi conductus tractatus, (Roma), 1537.

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    consiglieri trevani davano prova di acuto senso giuridico e si affermavano ancora una volta – come lo erano stati nella compilazione degli «Statuti»- illuminati legislatori; poiché anche questo era tra i compiti e tra i requisiti di quelle invidiabili, ma non facilmente ora imitabili, istituzioni medioevali.

    Con devota e costante tradizione si e conservata nei secoli la celebrazione della festa della Madonna delle Lagrime. E’ stato, pero, più di una volta variato il giorno dedicato alla solennità. Dapprima la festa cadeva il 5 d’Agosto, perché in quel giorno nel 1485 – come dissi – si diffuse la voce del miracolo delle «Lagrime». In seguito, cioè il 15 Marzo 1515, il consiglio, su proposta del dottore Lattanzio Pauloni, deliberava che il giorno di S. Maria, ossia il terzo giorno di Pasqua, tutto il popolo, con le Confraternite, andasse in processione alle «Lagrime», e il comune desse 5 «libbre» di cera per elemosina. Cosimo Valenti – altro consigliere – propone che le «libbre» siano 6. E il consiglio approva. Si noti che quell’ossia farebbe supporre che la festa delle «Lagrime» fosse stata trasportata già da prima, al Martedì di Pasqua. Però in alcune deliberazioni posteriori si fa ancora accenno alla festa delle «Lagrime» al 5 d’Agosto, come ora dirò.

    Mentre alcuni anni avanti, e precisamente nel 1497 e 98 il comune deplorava l’affievolita devozione del popolo verso la Madonna, piu tardi, invece, era il comune stesso che rinnovava frequenti esempi di religiosa venerazione. Si ravvisa in cio certamente 1′ influenza dell’opera di propaganda svolta dai religiosi, che avevano in custodia la chiesa. Ed ecco, infatti, che l’11 Marzo 1517 il consiglio – su proposta di Giovanni di Carlo – delibera che la Madonna delle «Lagrime»sia e si chiami «Protettrice del comune e sua Avvocata ». E tre volte l’anno si vada in processione alle «Lagrime »; cioè: il 24 Marzo, festa dell’Annunziata, il 15 Agosto, festa dell’Assunta e 1’8 Settembre, festa della Natività della Vergine. I priori del comune portino alla chiesa un «doppiero» di 7 «libbre».

    Pochi giorni appresso – il 30 Marzo – Bernardino Valenti propone ed il consiglio approva, che si offra alla chiesa un «castello» d’argento ; che era una lastra a sbalzo, raffigurante il «castello» di Trovi, cioè l’insieme della città, presso a poco come ora la vediamo; poiché, di quell’epoca, non esisteva più a Trevi il vero e proprio castello, cioè la fortezza, che fa demolita dai Trevani stessi nel 1420, con la postuma approvazione di Martino V.

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    Per la spesa di quella offerta, si doveva provvedere col contributo di un «bolognino» per «foco», ossia per famiglia. Intanto – ed ecco balzar fuori il senso pratico di quei tempi ! – incomincino a versare il loro contributo tutti i consiglieri presenti! Se vi sarà un avanzo, si spenda per la croce di S. Emiliano.

    L’ intervento dei rappresentanti del comune alle solennità religiose era obbligatorio, come lo fu tino a non molti anni or sono. Erano accompagnati da alcuni dipendenti e funzionarii, ai quali il consiglio – perché negligenti – impose il 16 Gennaio 1546 l’obbligo di trovarsi nel palazzo dei Priori in tempo utile, per poterli accompagnare alla messa in certe solennità, tra le quali quella delle «Lagrime» ai 5 di Agosto, pena un «carlino». In quel giorno anche il giudice faceva, vacanza, ma solo per le cause civili(1).

    La festa fu successivamente celebrata il 25 Marzo per consuetudine introdotta dai Lateranensi. Ai giorni nostri – né mi è riuscito sapere da quanto tempo – la festa delle «Lagrime» cade la Domenica «in albis», che e la prima dopo la Pasqua.

    Per quanto la chiesa non abbia più ora chi permanentemente risieda presso di essa e sia, percio, assai deficiente la celebrazione delle sacre cerimonie, tuttavia e interessante constatare come viva si mantenga nel popolo nostro questa tradizionale e festosa devozione. Sempre in gran numero accorrono i devoti ed i curiosi attorno alla chiesa in quel giorno. Dalle diverse ville del territorio del comune affluiscono, lietamente cantando, le molte confraternite, con un lungo seguito di donne e fanciulle, che, con femminile abilita, sanno accoppiare la dimostrazione della loro fede, allo sfoggio delle loro ingenue eleganze.

    E7 tutto il giorno il piazzale della chiesa e gremito di popolo; il tempio rigurgita di devoti, mentre di fuori – come in antico – si vendono cibi e bevande e oggetti di devozione.

    Sicché quel giorno e, anche oggi, per i trevani giorno di grande solennità, come la Pasqua ; così come vollero i loro antenati cinque secoli fa!

    Un risveglio assai vivo nel culto di questa Madonna si ebbe nel 1886, quando – con un anno di ritardo – fu celebrato il quarto centenario della miracolosa imagine. Siamo molti a rammentare il

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    (1) Cfr. Calendario approvato dal vescovo di Spoleto Lorenzo Castrucci per il 1619

    (Archivio delle 3 chiavi. Busta 3, 1600-1700 N. 272).

    <117>
    grande accorrere di popolo, e la solennità delle sacre funzioni che allietarono quelle feste, che durarono otto giorni e che – come vedremo – un’iscrizione marmorea ricorda nella chiesa.

    Rimonta ad epoche non precisate l’abitudine in tutta Italia di utilizzare le solennità religiose per ravvivare il movimento commerciale delle singole località, con l’ istituzione di fiere e di mercati o negli stessi giorni delle festività o nel giorno seguente. Ma, per quanto si riferisce a Trevi, posso affermare che di una fiera propriamente detta «delle Lagrime» non si parlo subito. Pero l’affluenza dei venditori di merci fu spontaneamente contemporanea al primo accorrere dei fedeli.

    La cosa dovette assumere proporzioni notevoli, perché il consiglio generale del comune credé necessario regolare anche questa nuova manifestazione delle iniziative individuali dei commercianti di Trevi e di fuori; ma con 1′ intento d’incoraggiarla.

    Disposizioni statutarie vietavano tale forma di commercio nei giorni festivi. Invece avveniva che a S. Maria di Pietra rossa, del piano di Trevi, e presso la cappella della Madonna delle Lacrime c’era chi vendeva stoviglie ed altre mercanzie. La curia del podestà procedeva contro costoro ed applicava penalità, per le quali i rivenditori reclamarono al comune.

    Questo nell’adunanza del consiglio generale del 4 Febbraio 1487 con 65 moti favorevoli, non ostanti 14 contrari, deliberava. che chi veniva a vendere a S. Maria di Pietra rossa ed alle «Lacrime» nei giorni festivi, non poteva essere soggetto ad alcuna penalità, purché esercitasse il suo commercio nei limiti di spazio fissati per la chiesa di Pietra rossa, od in quelli ancora da stabilirsi per le «Lacrime».

    Vicino alle chiese potevano vendersi candele e torcie, «voti» di cera e di piombo e simili, purché in luoghi convenienti e decorosi, come gia si usava: od in altri migliori e più adatti, che sarebbero stati indicati, anche per i comestibili. I «voti» di cera o di piombo rappresentavano teste, braccia, gambe od altre membra che i devoti credevano miracolosamente guarite da qualche infermità; usanza antichissima, che risale ai tempi biblici e tuttora vive nel mezzogiorno d’Italia ed altrove.

    Fino all’anno dopo ancora non era stato stabilito entro quali limiti si poteva vendere o comprare nei giorni di festa presso le «Lagrime». Fu soltanto il 24 Febbraio 1488 che il consiglio generale

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    stabilì solennemente, con 83 voti favorevoli, contro 7, che mai si potesse nei giorni di Domenica ed altri festivi vendere presso la Madonna delle Lagrime merci di nessun genere, né da trevani, né da forastieri se non a distanza di almeno 15 «pertiche di S. Emiliano». Ma non tutte le merci potevano entro quei limiti essere vendute. Il verbale consiliare esclude espressamente le droghe (aromatica), gli animali ed ogni altra cosa venale eccettuati i comestibili e le bevande; oltre alle candele, le imagini da offrirsi per voto, i «paternostri» (1) ed altri simili oggetti di devozione.

    Tutto ciò potevasi vendere sul campo di S. Maria e lungo i margini della strada. Negli altri giorni non festivi potevasi vendere – sempre a quella distanza – ogni sorta di merce. A chi contravveniva si applicava la pena di un «fiorino» per ogni volta, da pagarsi lì per lì. Tre parti delle multe andavano a beneficio della fabbrica delle «Lagrime» ; il resto a chi faceva la contravenzione.

    Unica eccezione a tutto ciò: gli ebrei, abitanti o no in Trevi. Ad essi il consiglio proibiva in modo assoluto, non solo, di vendere ma anche di comprare nei pressi delle «Lagrime», sia dentro che fuori dei limiti fissati, sotto pena di un «fiorino»per ogni volta (2).

    ____________________________

    (1) Quasi certamente questi «paternostri» erano rosarii. Ma occorre tener presente che con lo stesso nome si chiamavano certi gioielli. Trovo inventariata «Una fila di paternostri» con la croce d’argento e con ambre a cristalli e due coralli: 19 pezzi in tutti, in un atto del 24 Aprile 1462. (A r c h i v i o n o t a r i 1 e – Trevi To: 94 – Rogiti di Nicolò Veri – f: 10). Nel 1531 Clemente VII mandò a Ludovico Tornabuoni, nelle Fiandre, un plico contenente lettere ed altro. «Credo vi fosse gioie e «paternostri» per donar alla donna del duca Alessandro de’ Medici» (Margherita d’Austria); così annota nei suoi conti, sotto la data 15 Aprile 1531, il tesoriere generale Francesco del Nero. (Archivio segreto pontificio – Armadio XXIX – To: 89 f: 157). Metto qui queste piccole notizie perché ho inutilmente cercato in più dizionari questo vocabolo in tale senso.

    (2) Pure senza uscire dall’argomento principale di questo mio scritto, mi pare utile dare qua qualche notizia sulla presenza degli ebrei a Trevi.

    Dirò in poche parole che le prime memorie su di essi risalgono al 15 Giugno 1338 (a) nel qual giorno il consiglio del comune deliberava di prendere in prestito da «Emanuele Judeo» i denari occorrenti per mandare soldati (sergentes) a Pietro di Castagneto, rettore del ducato di Spoleto (b). Di quei tempi, e più nei secoli successivi, non c’era, si può dire comune anche piccolo, che non chiamasse a sé qualche ebreo, perché esercitasse quella che chiamavano pomposamente «l’arte di prestar denari» (ars foeneratoria); più semplicemente: 1′ usura.

    Ciò si spiega col fatto che ai cristiani era – per legge canonica – vietato di prestare denaro ad interesse (e). E si capisce che – per questa severa prescrizione e per la scarsezza generale della moneta – pochi fossero i cristiani disposti a prestare denaro al prossimo loro. Donde la necessita di avere banchieri ebrei, ai quali «l’ usura» non era vietata.

    Le condizioni alle quali gli ebrei furono ospitati in Trevi furono, con qualche variante, quelle stesse che erano in uso altrove. Tra queste era compreso l’obbligo del distintivo speciale, che era un anello di stoffa gialla, della grandezza di un arancio, portato sul petto in modo sempre visibile.

    Notevolissimo il fatto che gli ebrei che transitavano per il territorio del comune, dovevano pagare il «pedaggio». Così e scritto nella relativa tariffa, inserita nello Statuto più antico del nostro comune, nella quale gli ebrei e le meretrici sono equiparati alle bestie o ad una merce qualsiasi:

    JUDEO .. . . uno. . . . Soldi V. (d)

    In corrispettivo dei loro servigi, fu concesso agli ebrei qualche privilegio, come nel 1460 quello di non pagare la gabella personale o testatico. Poco tempo dopo, pero, cioè nel 1469, le predicazioni di frate Agostino da Perugia, francescano, obbligarono il comune a misure restrittive contro di essi.

    Il cardinale Giuliano Della Rovere – poi Giulio II – quando era legato apostolico a Spoleto, autorizzo il comune a condurre a Trevi altri due o più ebrei, perché prestassero denaro su pegno. Ciò fu il 6 Settembre 1474 ; e il 18 dello stesso mese il consiglio deliberava d’incaricare i priori, coli quattro uomini per «terziero» affinché cercassero di questi ebrei, che volessero venire a Trevi, coi soliti patti e per la durata di 20 anni.

    Ma la cosa non andò a lungo. E nel 1476 le convenzioni con gli ebrei furono abrogate. Pero essi rimasero ugualmente a Trevi. E gli antichi «capitoli» tornarono poi nuovamente in vigore: finché nel 1510 dovettero essere ancora una volta revocati, pena la scomunica.

    Troviamo nei documenti del nostro Archivio comunale – specialmente nelle «Riformanze» – nonché nell’Archivio notarile di Trevi molto memorie relative agli ebrei, i quali furono definitivamente espulsi dallo stato pontificio nel 1566, ai tempi di S. Pio V. ad eccezione di Roma ed Ancona.

    Le loro case in Trevi che erano presso la «Porta del Cieco» furono confiscate e vendute all’asta per 700 «fiorini»ad un tal Capitano Valentino Salvatori di S. Lorenzo di Trevi, e la somma fu destinata all’ istituto dei catecumeni in Roma, con atto del 30 Dicembre 1567 ed altri successivi (e).

    D’allora in poi gli ebrei non misero più piede a Trevi. Soltanto nel 1730 fu data loro facoltà di recarvisi in occasione di fiere.

    (a) Devesi in questo senso rettificare la data 1457, da me altra volta indicata, a proposito della più antica memoria di ebrei a Trevi. (T. V, Curiosità, cit.: pag: 89).

    (b) Archivio delle 3 chiavi, Riformanze d. a. f: 3).

    (c) I prestiti così fatti si chiamavano «depositi»; e nei relativi istrumenti non si parla mai d’interessi.

    (d) Statuta vetustiora del comune di Trevi, Archivio delle 3 chiavi N. 70 Libro I Rubrica 99).

    (e) Archivio delle 3 chiavi – N. 186 – Instrumenta f: 71, 77. 78. 81, 82, 83.

    <119>

    In epoca più inoltrata l’attività commerciale presso le «Lagrime», insieme alla frequenza del popolo, aveva assunta una certa regolarità,

    <120>
    tantoché ogni Domenica vi era fiera, che il l° Marzo 1535 fu dichiarata libera di dazio. E grande doveva essere la folla dei presenti, se di questa riunione di gente il comune profittava anche per bandire i suoi ordini. Così – per esempio – il 4 Agosto 1538 i priori ordinavano ai trombetti del comune di bandire il giorno seguente, sulla piazza delle «Lagrime» dove era mercato, che tutti coloro che avevano terreni nell’ambito del comune, pagassero entro tre giorni tutti i dazi imposti da questo.

    Il zelantissimo e rigoroso Papa Pio V proibì, per rispetto della solennità della Domenica, questi convegni d’affari, e la fiera fu rimandata al Lunedì, come si costumava presso altre due chiese dedicate alla Vergine, in località vicine a Trevi ; cioè: a «La Bianca» in territorio di Campello e a «La Bruna» in quello di Castel Ritaldi: denominazioni che ancora restano a quelle due chiese.

    Ma il pubblico non così facilmente cambia le sue abitudini. Onde le fiere del Lunedì, fino al 1583, non si effettuavano ancora. E Pio V era morto fino dal 1572.

    Di ciò si lamentano i religiosi che erano alle «Lagrime» in una lettera al podesta, ai priori, ai consiglieri di Trevi perché la mancanza della fiera era di danno al comune ed alla chiesa, in quanto che a questa venivano a mancare le elemosine, al comune gl’incassi delle gabelle. Perciò quei religiosi domandavano che la fiera avesse luogo il primo Lunedì di ogni mese (1).

    In un’altra supplica al papa essi esponevano che «essendo stata concessa la indulgenza in la dicta chiesa da dodeci R.mi Cardinali al tempo della felice memoria di Paulo secondo (doveva dire: terzo!) «ogni prima Domenica del mese» per ordine del consiglio generale del comune, confermato da un decreto del vicelegato di Perugia del 1550, si poteva in quel giorno far mercato, che fruttava molte elemosine, delle quali i religiosi «lautamente vivevano». Pero, soppresso il mercato, la gente non affluisce più così numerosa, le elemosine mancano, i poveri Canonici Lateranensi non possono più vivere. Chiedono, perciò, al papa la conferma dell’indulgenza e che sulla piazza della chiesa si possano vendere «cose pertinenti al vitto umano» (2). Il consiglio comunale aderì alla richiesta e nell’adunanza dell’11 Febbraio 1583 nominava una commissione perché redigesse il regolamento per il mercato o la fiera desiderati.

    _________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 246.

    (2) Ivi, N. 246.

    <121>

    Quale fosse la definitiva soluzione della vertenza non mi è stato possibile rintracciare. Sta in fatto che attualmente «la fiera delle Lagrime» ha luogo il 5 d’Agosto; non più però presso la chiesa, ma su quella che si chiamo la piazza «del lago» del quale aveva preso il posto, al di fuori delle antiche mura di Trevi verso Levante. E questo fu stabilito con deliberazione del consiglio in data 7 Settembre 1597. Da notare in questa deliberazione una notizia che riguarda l’origine della fiera, che nel verbale e detta «della Madonna de Pietra roscia »; altra antichissima chiesa, che più volte qui ho nominato, e che sorge nel piano di Trevi, verso Nord-Ovest non lontano dal fiume Clitunno. Presso quella chiesa aveva luogo una fiera il 5 d’Agosto di ogni anno. Siccome pero la località era troppo vicina al confine tra il comune di Trevi e quello di Foligno, si rendeva assai facile il contrabbando delle merci soggette a tassa di «pedaggio» ed altro. Fu allora e per questa ragione che con un rescritto del cardinale Enrico Caetani del 18 Novembre 1597 (1) questa fiera fu trasportata alle «Lacrime»; onde in avvertire le due fiere vennero a confondersi in una sola, come ora si pratica.

    Per l’applicazione di tutte le disposizioni relative alle fiere e per impedire disordini che durante esse potessero sorgere, il comune, nominava il «capitano della fiera»; e più tardi anche un arbitro, (probus vir) che decideva sul momento le vertenze tra compratori e venditori.

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  • La chiesa delle Lagrime (141), di T.Valenti

    ++

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVI LA PORTA MAGGIORE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 141 a 155)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <141>

    Nel contratto stipulato per la costruzione della chiesa con M°: Antonio di Giorgio Marchisi, non è fatto cenno di speciali lavori per la decorazione della porta principale. Né dalle «Riformanze» di quegli anni risultano trattative preliminari con l’artefice che scolpì la bella porta. Però — pur mancandoci i precedenti — abbiamo in copia, che credo contemporanea, il contratto che gli «operai» delle «Lagrime» stipularono con lo scultore. Darò in appendice il testo del documento (1), di cui qui riassumo le clausule principali. Fu stipulato il 16 aprile 1495 tra Giovanni Giampietri o di Giampietro, da Venezia, «lapidarius», da una parte e Pierfrancesco Lucarini, Giovanni Protasi, e Marco del fu Nicola, per le «Lagrime», dall’altra. Si convenne dare a cottimo al Giampietri il lavoro di una porta di pietra ben lavorata, secondo il disegno che era presso l’artista e «scritto». di mano del cancelliere del Comune. Unica modificazione da farsi era che in cima alla porta si facesse un angelo, al posto di altro ornamento («alterius designi») che era stato progettato. Ma non sappiamo che cosa fosse. Il Giampietri si impegna di ben eseguire il lavoro e portarlo a compimento, mentre gli «operai» delle «Lagrime» si obbligano pagargli «190 Fiorini» di 40 «bolognini»; nonché dargli l’alloggio per lui e fornirgli la pietra sul luogo del lavoro. Non altro.

    ________________________

    (1) Appendice. Documento N° 4.

    <142>

    Come si vede, per quanto si trattasse di opera di molta importanza, che doveva restare nei secoli, pure il contratto era concepito, come quasi sempre allora, in termini assai semplici. La fiducia era reciproca. Ma vedremo poi che le cose non andarono così liscie, come potrebbe supporsi, data, appunto, la quasi ingenuità del contratto.

    * * *

    Nonostante l’esistenza di questo documento e degli altri di cui tra poco dovrò occuparmi, in tutti gli scritti, anche recentissimi, che trattano di questa chiesa viene fissata al 1511 la data dell’esecuzione della porta. L’errore è cosi grave e così frequentemente ripetuto, che occorre non solo correggerlo, ma anche ricercarne l’origine.

    E questa fu una pubblicazione del compianto Adamo Rossi, di Perugia, il quale venuto a conoscenza del contratto stipulato il 4 Gennaio 1511 tra D. Eugenio, procuratore delle «Lagrime» e un maestro Giovanni scalpellino per la fattura di un cornicione, interpretò equivocando, essere questo il contratto per il portale della chiesa. E così all’opera di Giovanni di Giampietro attribuì senz’altro quella data.

    Ora del contratto per il cornicione ho già parlato a suo tempo (1) ed ho detto come questo dovette essere a coronamento dell’intera costruzione e girare tutt’intorno alla sommità della chiesa. Dissi anche essere stato questo cornicione demolito nel 1703, perché danneggiato dai terremoti. Nulla, quindi, ha che fare con la porta. Bastò però l’affermazione del Rossi per mettere fuori di strada tutti coloro che, dopo di lui, ebbero occasione di occuparsi di quest’opera d’arte; fatta eccezione di qualcuno che poté indicare la vera data dell’esecuzione di questo monumento (1495) dopo che io ne pubblicai per la prima volta la notizia documentata nel 1898 (2).

    Oltre di che, nel contratto per il cornicione troviamo soltanto il nome di un «Giovanni scalpellino»; ma non è detto che questo debba identificarsi con il Giampietri, che a quell’epoca non figura più nei documenti trevani.

    (1) Cfr: sopra, pag: 77.

    (2) «La Torre di Trevi», Anno I°,1898, N° 9 (La chiesa delle Lagrime – Articolo a firma «Il topo dell’archivio») Anche il Bragazzi accenna alla vera data dell’esecuzione della porta; ma senza documentazione; (Cfr: La Rosa dell’Umbria, cit: pag. 200) onde gli scrittori posteriori hanno preferito la data assegnata dal Rossi perché – apparenza documentata, e dell’affermazione del Bragazzi nessuno ha tenuto conto.

    <143>

    Chiunque esamina il contratto per quest’opera d’arte non può a meno di rilevare la modestia della somma pattuita con l’esecutore. Ma era quello l’andamento dei tempi, e chiunque ha avuto occasione di leggere contratti, anche con artisti sommi di quell’epoca e di altre anteriori, sa quanto miti fossero i compensi che si davano agli artisti d’ogni genere. Vero è che del valore della moneta d’allora non possiamo farci un concetto esatto; ma in ogni modo, le cifre non erano favolose: mentre lo erano certamente quelle degli stipendi e delle cointeressenze date ai funzionari di tutte le corti, incominciando da quella di Roma.

    Per la spesa occorrente alla esecuzione della porta il benemerito cittadino trevano Antonio Petroni lasciò 100 «fiorini» nel suo testamento, di cui fu rogato il notaio Galeazzo Pauloni nel 1486. Questo fatto dimostra che prima ancora che s’incominciasse la costruzione della chiesa — di cui la prima pietra fu posta nel 1487 — c’era chi pensava a voler decorato il futuro tempio di una porta monumentale, quantunque non esista di ciòalcuna traccia negli atti consiliari. Ma non è azzardato supporre che il lascito Petroni fosse la prima spinta e la più efficace alla decisione degli «operai» delle «Lagrime», visto che la somma lasciata da lui rappresentava più della metà del prezzo dell’opera d’arte.

    E qui sorge spontaneo il desiderio di avere notizie biografiche dall’autore di così prezioso lavoro; ma, purtroppo, di questo Giovanni di Giampietro o Giampietri, da Venezia, poco o nulla sappiamo. Di lui e delle sue opere tacciono gli archivi, e i libri poco ci dicono. Il già citato Adamo Rossi ne diede un breve cenno, rammentando un altro lavoro del Giampietri nella chiesa di S. Maria Nuova, di Perugia (1). A questa nessun’altra notizia poté aggiungere il Bertolotti, che scrisse degli artisti veneti con tanta erudita pazienza (2).

    Dell’opera del Giampietri a Perugia, che è un monumento sepolcrale del giureconsulto Baldo Bartolini, di quella città morto nel 1492, si occupò anche il Lupattelli (3); e da esso apprendiamo che il monumento trovasi ora nel museo medioevale di quella università.

    (1) «Giornale di erudizione artistica» – Vol; 2°, pag: 254, 255.

    (2) A. Bertolotti – Artisti veneti in Roma – Miscellanea pubblicata dalla R..Deputazione di Storia Patria – Venezia, 1885 – Serie 4 – Vol: III°.

    (3) Cfr: «LUnione liberale», Perugia – Anno 54° – 8 Febbraio 1915 – N° 31.

    <144>

    Successivamente lo stesso Lupattelli scriveva del nostro artista più ampiamente, sempre a proposito di quel monumento, ricordando che questo fu commesso al Giampietri con atto 16 Febbraio 1492, già pubblicato dal Rossi (1).

    Ma, nonostante l’esistenza del documento, si è voluto in questi ultimi tempi, togliere al Giampietri il merito di questo lavoro ed attribuirlo ad Ubaldo da Cortona (2).

    Inutile dire che, di fronte ad una prova documentaria così solenne, come è un atto notarile, questa nuova gratuita attribuizione non si potrebbe giustificare che dimostrando non aver avuto effetto il contratto col Giampietri e che un altro ne sia stato stipulato col da Cortona.

    Il Giampietri poi — incredibile, ma vero ! — ritenuto autore di opere d’arte…. che non sono mai esistite! E queste sarebbero le «ricche, eleganti, bellissime, ecc: decorazioni in pietra che ornano le cappelle interne della chiesa delle «Lagrime», come si esprimono il Guardabassi, il Lupattelli ed altri (3).

    Vedremo tra poco che queste cappelle non hanno nessuna decorazione in scultura. Sono tutte costruite in mattoni e stucco e decorate soltanto di modeste pitture! Né è da supporre che coloro che così scrivevano avessero equivocato tra le cappelle e i monumenti sepolcrali esistenti in questa chiesa. Basti dire che il più antico di essi è posteriore al 1552! Non è ammissibile che il Giampietri a quell’epoca vivesse e lavorasse ancora. Senza dire che nessuno dei monumenti ricorda — neanche lontanamente — lo stile e la maniera del Giampietri. Si tratta, dunque, di uno dei tantissimi errori che su questa chiesa sono stati detti e stampati!

    Per chiudere il discorso circa la vita e le opere del Giampietri, dirò che tra le affermazioni del Lupattelli — di solito diligente ricercatore e studioso tenace, fino ai suoi ultimi anni — mi sembra tutt’affatto arbitraria e senz’ombra di fondamento l’ipotesi che il Giampietri sia stato prima alla «bottega» del Donatello a Padova nel 1444, quando questi modellava colà la statua del Gattamelata;

    (1) A. Lupattelli — Il sepolcro marmoreo del giureconsulto Baldo Bartolini da Perugia — in «Pagine d’arte» — Anno III. — N° 16 (Ottobre 1915) pag: 129 ss.

    (2) Briganti – Magnini — Guida di Perugia — ivi, Bartelli, 1910. (L. V. BERTARELLI) — Guida del Touring Club Italiano — Italia Centrale — 2° Vol: Milano, 1922 pag: 326.

    (3) Mariano Guardabassi — Indice guida dei monumenti pagani e cristiani dell’Umbria — Perugia, Boncompagni, 1872, pag: 346. A. Lupatelli in Pagine d’arte cit:.

    poi a Venezia col Verrocchio, quando questi eseguiva il monumento del Colleoni. Con queste e con le altre cervellotiche attribuizioni alle quali accennavo, si verrebbe a concludere che il Giampietri avrebbe dovuto vivere almeno 130 anni!

    Il Fausti, di Spoleto, occupandosi del nostro artista pubblicava alcuni documenti (1) dai quali risulta che Giovanni Giampietri aveva un fratello che si chiamava anche lui Giovampietro, come il padre. Nei documenti pubblicati dal Fausti è parola di un «Johampietro da Venetia», che lavorò un «ciborio dell’altare grande» nel duomo di Spoleto, per 52 «ducati». Completava pure nel 1485 nello stesso duomo, sull’altare del Crocifisso, un altro ciborio, incominciato a lavorare da un tal Maestro Pencia di Marianillo. Nell’anno successivo, 1486, fece per 25 «ducati» un altro tabernacolo per l’altare di S. Gregorio nel duomo suddetto. E nel 1489 acconciò anche alcune pietre che dovevano servire per il selciato della chiesa. E infine lavorò un cippo di pietra, per l’opera del duomo, destinato a raccogliere le offerte per le zitelle povere della città. Di Mastro Giampietro a Spoleto non si hanno notizie oltre il 21 Marzo 1490; o morì o se ne andò tanto vero che il lavoro del cippo fu da lui lasciato incompleto e lo condusse a termine suo fratello Giovanni.

    Inutili sono state le mie ricerche nell’archivio di Trevi per ulteriori notizie. Del Giampietri non parlano neanche le biografie generali di artisti, per quanto in certi dizionarii si faccia, invece menzione di nomi pressoché sconosciuti nella storia dell’arte.

    Però se nei nostri archivi mancano documenti che valgano ad illustrare la vita e le opere del Giampietri, altri ne abbiamo che possono essere sufficienti a farci conoscere le vicende dell’opera da lui eseguita per le «Lagrime». Infatti in un frammento di un libro di conti, che va dal 14 Aprile 1495 al 7 Decembre 1499 (2) troviamo che il camerlengo e depositario dei denari delle «Lagrime» pro tempore pagò in più volte alcune somme a Maestro Giovanni da Venezia per il lavoro della porta; nonché ad un tale Miliano (Emiliano) di Gasparo, detto «Patiolo», per il trasporto della pietra dalla cava alle «Lagrime».

    Nel successivo anno 1486, dal 16 Marzo in poi, troviamo frequenti

    (1) D. Luigi Fausti — Di un’antica opera d’arte oggi perduta nel Duomo di Spoleto, in «Il Risveglio», Anno VIII°, N° 410, Spoleto 14 Marzo 1915.

    (2) Archivio delle 3 chiavi — Trevi — N° 165.

    <146>
    annotazioni di somme versate al Giampietri in conto dell’opera sua. Era allora depositario un Giovanni Antoniuzzi.

    A lui successe Bartolomeo Lucarini, che continuò le note di spese. Risulta da queste che al Giampietri, come sempre si usava, furono dati, oltre ai denari contanti, anche generi alimentari. Così troviamo notato che il 31 Agosto furono pagati 2 «fiorini» a M: «Joanni da Venetia per vino che tolse dal figlolo (sic) de Vannicto». E per lui si pagava anche l’alloggio: «Fiorino uno a Pierluigi Juvenale per la pessione de casa». Successivamente, nel Maggio e Giugno ebbe in tre volte «5 coppe» di grano. E più tardi altre 4 «coppe» (1). Dopo di che null’altro trovo nei registri, purtroppo assai incompleti e frammentarii, che delle spese per le «Lagrime» abbiamo nel nostro archivio. Dò in appendice la nota delle somme versate al Giampietri (2).

    Il lavoro della porta dovette riuscire molto più lungo e molto più faticoso di quello che il Giampietri stesso aveva preveduto. Infatti soltanto nei primi mesi del 1498 era terminato. Onde l’artefice volle chiedere maggiore compenso per l’opera sua. Il caso non era nuovo allora, come altrettanto — più o meno in buona fede! — si verifica con gli assuntori di lavori ai giorni nostri. Da ciò sorse una vertenza tra il Giampietri e gli «operai» delle «Lagrime».

    Col buon senso che li distingueva, i nostri avi non pensarono nemmeno a mettersi sulle difese, né ad inalberare la bandiera del «summum jus». Ma per definire pacificamente la questione, ricorsero all’arbitrato di persona competente.

    E qui torna in scena un altro artista: M°: Andrea di Giacomo, da Fiume, che già vedemmo arbitro nella vertenza tra il comune e l’architetto Marchisi (3). Neanche di lui mi è riuscito avere notizie, che potessero soddisfare la giusta curiosità dei lettori. Accettiamo, dunque, il fatto compiuto così com’è: e più non dimandiamo.

    M°: Andrea assunse l’incarico affidatogli: ed il suo lodo, emesso il 24 Aprile 1498, può riassumersi così poichì M°: Giovanni da Venezia ha fatto nell’esecuzione della porta alcune migliorie sul progetto

    ____________________________

    (1) Il Comune teneva sempre una provvista di grano, poiché era esso che forniva il pane al pubblico. Nel palazzo comunale era un magazzino a tale scopo e si chiamava la «camera del grano». Questo non poteva essere utilizzato che per la panificazione ad uso del pubblico; ma si fece eccezione per tutti coloro che lavoravano alla fabbrica delle «Lagrime», con deliberazione del Consiglio generale del 21 Agosto 1488.

    (2) Appendice t. – Documento No 5.

    (3)Vedi sopra: pag. 71.

    <147> primitivo, ha diritto ad un maggiore compenso. Perciò gli si diano altri 8 «fiorini».

    Erano presenti all’atto, celebrato nella cancelleria del comune, Benedetto di Gregorio Petroni e Ippolito di ser Tommaso Gabrielli (1).

    Parrebbe, dunque, che con ciò tutto fosse accomodato e la vertenza finita. Ma non fu così Poiché M°: Giovanni, che, lì per lì aveva accettata la liquidazione, avanzò altre pretese. In conclusione esso diceva — a quanto pare — che gli 8 «fiorini» dovevano considerarsi come compenso per il lavoro in sé ma un altro compenso speciale egli voleva per il tempo impiegato a condurlo a compimento!

    Alquanto cavillosa era questa richiesta, che ora ci apparisce come un’applicazione pratica del moderno detto: il tempo è moneta!

    Sempre allo scopo di evitare questioni, gli «operai» delle «Lagrime» rimisero la faccenda ad altri arbitri; questa voltascelti tra persone che non erano dell’arte, ma soltanto di provata rettitudine.

    Il 30 Aprile 1498 si adunarono nella solita cancelleria del comune D. Marcello Petroni, priore di S. Emiliano e il P. Salvato, dei Minori, guardiano del convento di S. Martino, con l’intervento di due testimoni che furono Giovahni Antoniuzzi e Pierdonato Maccaroni.

    Gli arbitri, udite e discusse le ragioni di ambo le parti, ma specialmente vista la domanda di M°: Giovanni che voleva essere risarcito «de tempore», invocato il divino aiuto, sentenziarono che al detto M°: Giovanni si dovessero dare 25 «fiorini», compresi, però gli altri 8 liquidatigli da M°: Andrea da Fiume. E condannarono gli «operai» a pagare detta somma entro quattro giorni. Il lodo fu accettato dalle parti, e il cancelliere del comune, Lucangelo Alavolini, da Roccacontrada (ora Arcevia) ne redasse il verbale (2).

    Con questo supplemento, il prezzo totale pagato per la porta delle «Lagrime» fu di 207 «fiorini» oltre l’alloggio all’artista!

    Ed ora, che ne abbiamo conosciute le origini e la storia, ammiriamo di questa splendida opera la molte bellezze.

    Osservando l’insieme di questo «vero modello di gusto e di eleganza» (3) (Fig: 8) si rimane innanzi tutto colpiti dall’armonia delle sue proporzioni architettoniche (dimensioni massime: m. 10 X 6) tanto più che la calda intonazione, quasi di avorio antico, che la pietra

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    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 168 f. 17.

    (2) ivi.

    (3) Guardabassi, Indice guida, cit.

    <148> — un travertino a grana finissima — ha col tempo assunta, dà una così gradevole impressione, che l’occhio, anche profano, si sofferma, si riposa — — quasi — in questa elegante e grandiosa visione, anche senza studiarne e gustarne subito i molti e magnifici particolari.

    Credo far cosa utile descrivendo con la scorta delle illustrazioni le singole parti che costituiscono questo gioiello quattrocentesco.

    Incominciando dal basso, troviamo ai lati due leoni affrontati, eseguiti con qualche ingenuità e con pietra (breccione) diversa da quella del rimanente della porta.

    É facile trovare dinanzi alle chiese romaniche questi simbolici animali —che, secondo taluno, dovrebbero ricordare il Leone di Giuda — ma non è altrettanto frequente vederli in costruzioni di epoche più recenti, come questa.

    Non oserei dire che i due animali fossero indispensabili, né che contribuiscano all’eleganza della insieme. Ma in ogni modo, non disturbano, e furono messi qui come a figurare di sorreggere sul loro dorso l’intero portale soprastante.

    Dinanzi ad essi vediamo piantati in terra due tronchi di colonne di marmo, che sono stati qui collocati in epoca certamente posteriore. E non credo di andare errato avanzando l’ipotesi che ciò sia avvenuto nel 1622, quando — purtroppo — fu demolita la primitiva cappella costruita nel 1486, della quale, secondo me, queste colonnine sarebbero il misero avanzo (1).

    Le lesène laterali sono ornate da elegantissime candeliere, non identiche però nella fattura. La simmetria non è qui ostacolo alla varietà Infatti quella di sinistra poggia sopra un tripode, dal quale parte la decorazione a patère ed anfore, suddivisa in quattro riprese. Alla prima: due uccelli (Ibis) e sovr’essi pendono leggeri due nastri. Alla seconda: un mascherone (Sole) fiancheggiato anch’esso da due Ibis, che beccano serpentelli. Segue un’anfora, dalle anse della quale pendono due siringhe. Sopra di essa, fogliami palustri; ed in cima un paniere con uva e frutta, sormontato da tre cassule di papaveri (Fig.: 9).

    Termina il tutto con un capitello d’ordine composito di fattura straordinariamente originale ed elegante. (Fig: 10).

    La riproduzione che per la prima volta ne dò, è sufficiente a fornire un’idea della geniale trovata dell’artista. In mezzo a foglie d’acànto, sopra nicchi e conchiglie, sono due delfini affrontati e tra essi un tridente.

    (1) Cfr: più avanti: pag: 176.

    Ai lati quattro cornucopie riboccanti di frutta e di spighe di grano e terminanti nel mezzo del capitello con foglie d’acanto. Il tutto così sobrio e, ad un tempo, così ricco e decorativo, da lasciare veramente ammirato chi osserva e studia.

    Tra le lesène e gli stipiti gira la fascia, ornata per ogni lato di 14 gruppi di frutta, (Fig: 11) di spighe di grano e di granoturco che figurano appesi ad una corda, uno sotto l’altro. L’artista, come spesso si faceva, qui ha voluto quasi scherzare e presso taluno dei gruppi di frutta ha insinuato graziosamente tartarughe, chiocciole, serpentelli, lucertole e pesci, che l’osservatore paziente può facilmente trovare.

    Nel fregio il motivo decorativo è a festoni parimenti di frutta: quattro in tutti. Sopra ognuno di essi è un paniere, anche questo ricolmo di frutta. Due targhette ai lati, un’anfora nel mezzo riempiono gli spazi tra i festoni.

    Sull’architrave sono sei testine di serafini: e nel mezzo lo stemma di Trevi, in uno scudo «a testa di cavallo». Sopra l’architrave poggia il cornicione ad uovoli e dentelli, magistralmente eseguito.

    La candeliera che decora la lesèna di destra, differisce soltanto in qualche particolare dall’altra. Nella fascia, invece, gli animali ornamentali sono distribuiti in altro modo; e vediamo tra essi una lucertola, una chiocciola, una cicala, un’ape, una limaccia; e poi pesci e serpentelli, come dall’altra parte.

    Termina il portale con una cimasa ad arco tondo, intorno al quale gira una tenue decorazione a ricci o «corridietro». Lateralmente poggiano due gruppi di fogliami uscenti da due rosoncini. Sul colmo dell’arco sta in piedi un angelo, di non bella fattura — a dir la verità — e in posa non elegante, scolpito in pietra diversa da quella del portale; talmente che — per tutte queste ragioni — non è azzardato ritenerlo opera di altra mano. Basta osservare la perfetta modellatura delle testine di serafini che sono sul fregio, per convincersene confrontando.

    C’è anche chi vorrebbe ritenere di epoca posteriore tutta la cimasa; ma se questa impressione può esser data dalla diversità del materiale impiegato per i due gruppi di fogliami laterali o di altro, non è però giustificata da documenti; e noli concorda con quelli che conosciamo. Infatti, poiché alla sommità di tutta la decorazione troviamo quell’angelo che fu convenuto nel contratto col Giampietri doversi sostituire ad altro ornamento «loco alterius designi» che era nel primo progetto, e poiché l’opera fu collaudata dopo condotta completamente.

    <150> a termine, dobbiamo esser certi che essa fu eseguita, senza interruzione dal 16 Aprile 1495 al 30 Aprile 1498.

    Resta a dire qualche cosa intorno allo stile al quale questa costruzione così artistica è ispirata. Perché essa è anche così nuova e di un gusto così schiettamente personale, che lascia perplessi sulla scuola alla quale decisamente attribuirla; non bastando l’origine veneziana del suo autore per assegnarla senz’altro a quella scuola, che — di quei tempi — coi Bregno, i Lombardi, i Rizzo, lasciava così luminose tracce e così splendidi esempi.

    Il nostro Giovanni Giampietri si discosta dalla maniera di tutti questi e — lasciando a Trevi la migliore delle opere sue — ci fa pensare ad un artista quasi eclettico, che dalla Venezia, dalla Lombardia, dalla Toscana abbia tratto per l’arte sua ispirazione e lume.

    É questa l’impressione che molti riportano nell’osservare questo lavoro. E, tra tanti, ricordo l’illustre senatore Pompeo Molmenti, benemerito e profondo conoscitore di cose veneziane. Egli dopo vedute le riproduzioni fotografiche di questa porta, mi scriveva esser questa «opera veramente notevole» e «che arieggia la maniera lombardesca» (1)
    Ora, questa constatazione, oltre al valore che le viene dalla autorità del Molmenti, trova una conferma anche nelle parole del Muntz (2), il quale scrive che «in Venezia la scultura, pur ignara degli studi profondi e spoglia delle ambizioni della scuola fiorentina presenta però un complesso svariatissimo di opere interessanti ed attraenti al massimo grado». Ed aggiunge che gli artisti veneziani nel lusso dei particolari «concordavano coi loro vicini, i lombardi, dai quali derivavano assai». E ricorda appunto i Lombardo, i Rizzo, i Leopardi.

    É da questa armonica fusione delle diverse tendenze, delle va-rie ispirazioni che sboccia l’insieme così completo, così gustoso, così fine della nostra mirabile porta.

    ***

    Questa ed il monumento Bartolini a Perugia hanno rappresentato fino ad ora, tutta la produzione artistica del nostro. Dico «fino ad

    (1) Lettera indirizzata allo scrivente, datata da Monnìga sul Garda 5 Maggio 1915.

    (2) E. Muntz,«L’età aurea dell’arte italiana» Milano, Tip. «Corriere della sera» 1895, pag. 410.

    <151> ora»: perché nessuno, a tutt’oggi aveva pensato ad attribuire al Giampietri un altro magnifico portale, cioè quello che adorna la facciata della piccola chiesa pievana del castello di Mevale, in comune di Visso, ora provincia di Perugia, già di Macerata.

    Spetta al Dott. Cesare Amantini, ispettore dei monumenti a Visso, il merito primo di aver saputo intravedere in quel lavoro la nano dello stesso artista che eseguiva la porta delle «Lagrime». L’Amantini ebbe la cortesia di comunicarmi questa sua impressione (1); ed io fui ben lieto di fornirgli tutte le notizie che potevo, recandomi anche sul luogo, per convalidare con accurati raffronti la giusta constatazione fatta dall’Amantini, per la quale è da attribuirsi al Giampietri anche le porta della chiesa di Mevale, visto che quel lavoro può considerarsi come una quasi identica riproduzione di questo di Trevi.

    Più modeste le dimensioni in quello di Mevale, che sono di m: 3,60 x 7,10; ma ugualmente accurata l’esecuzione (Fig: 12). I leoni alle basi delle lesène non sono affrontati come quelli delle «Lagrime», ma addossati. Però più solida, per quanto non perfetta,. ne è la modellatura, più viva l’espressione di fierezza.

    Così gli ornati delle candeliere sono alquanto più complessi, come più abbondanti sono i gruppi di frutta che adornano la fascia, mentre ad essi da ambo i lati in basso, danno graziosamente vita e brio due nidiate di uccellini, eseguite con gentile maestria e verità invidiabile. (Fig: 13).

    Meno ricchi, ma ispirati allo stesso motivo che a Trevi, sono a Mevale i due capitelli delle lesène. Identica la decorazione del fregio a festoni e panieri di frutta, come l’architrave è medesimamente ornato di teste di serafini.

    Una notevole differenza è nelle basi delle candeliere, che a Mevale figurano sorrette da sei gamberi, che poggiano a terra le loro branche, mentre le code sono rivolte in alto. Ma occorre dire che, nonostante la finezza dell’esecuzione, la «trovata» non è felice, sia per la posizione data a quei crostacei, sia per l’assoluta inverosomiglianza — che pur bisogna evitare anche in simili espedienti decorativi — nell’adibirli a tale uso.

    Gli stipiti della porta in calcare nummolitico, sono ornati da

    (1) Lettera allo scrivente in data 1. Gennaio 1925. L’Amantini mi favoriva anche le fotografie, finora inedite, che qui riproduco, con la sua gentile autorizzazione, di cui lo ringrazio vivamente. <152> sei guide di fiori (rose canine ?) disposte orizzontalmente, sei per parte. Decorazione che appare, per lo meno, superflua.

    Sono questi ultimi i piccolissimi difetti che turbano leggerissimamente la squisita eleganza dell’insieme, che, ciò nonostante, è quanto di più classicamente decorativo si possa imaginare; per quanto nessuno si aspetterebbe di trovare lassù in quel pittoresco, ma remotissimo nido d’aquile un simile capolavoro, che qualunque metropoli potrebbe invidiare.

    Ma l’arte italiana fu

    «fatta da Dio, sua mercé tale»,

    che poté in tutti secoli, con regale munificenza prodigare e diffondere i suoi tesori negli angoli più remoti, come sulle vette più eccelse di questa nostra Patria divina!

    Migliore — a parer mio — in confronto di quella delle «Lagrime», è la cimasa ad arco di tutto sesto che termina l’opra di Mevale. Mancano qui i due gruppi di foglie con i rosoncini laterali, che vediamo alle «Lagrime»; quindi più semplice e più elegante l’insieme; tanto più che manca alla sommità la non bella statuina d’angelo che abbiamo a Trevi.

    Nella lunetta, che alle «Lagrime» è vuota, a Mevale invece vediamo un gruppo in pietra, rappresentante la Madonna assisa in trono, col Bambino ritto sul ginocchio sinistro di lei, in atto di benedire. L’insieme di queste figure si presenta assai armonico. Sobria la composizione, giuste le proporzioni, eleganti i panneggi, abbastanza bene modellate le mani; ma difettose le teste, specialmente per la forma sbagliata degli occhi, che sono in parte fuori dell’orbita e mal protetti dalle palpebre quasi edematose. Come pure non bene riuscita è la figura del Bambino di cui il corpo è male modellato ed inelegante la posa.

    Ma sono stati appunto questi difetti nelle figure che mi hanno indotto a concludere con certezza essere anche questa opera del Giampietri. Poiché gli stessi difetti di modellatura noi troviamo nella statuina di angelo che sovrasta alla lunetta del portale delle «Lagrime». Anche qui il torso e le gambe sono male modellati; anche qui la testa è goffa e gli occhi sporgono dalle palpebre enfiate. Che se anche si vuol ritenere che l’angelo di Trevi e il gruppo di Mevale non siano opera dello stesso Giampietri, è certo che provengono da utn medesimo artista, chiunque esso sia, e che col Giampietri lavorò sia a Trevi che a Mevale.

    <153>

    Un altro sicuro termine di raffronto trovo negli ornatini a traforo che sono tra l’uno e l’altro dei dentelli del cornicione. Alle «Lagrime», come a Mevale vediamo questo minuscolo particolare, appena visibile nelle illustrazioni, il quale ci autorizza a concludere in modo definitivo che alla bella produzione del Giampietri devesi senz’altro aggiungere il portale della chiesa pievana di Mevale.

    Di questo nessuno ha scritto fin qui. Nell’Elenco degli edifici monumentali della provincia di Macerata al portale è appena accennato ed è assegnato al sec: XVI (1). In un altro Elenco simile, redatto per il Mandamento di Visso dal Padre Pietro Pirri, già ispettore di quei monumenti, si legge: «l’erezione (della chiesa di Mevale) rimonta a circa la metà del sec: XIII; a tre navate sostenute da colonne poligonali di pietra… La facciata anteriore è rivestita di cortina ed è ornata di uno stupendo portale con decorazioni in alto rilievo, rappresentanti cherubini, festoni di frutta, uccelli, pesci e molluschi, curati nei più percettibili particolari. La lunetta sovrastante all’architrave conserva una statua in pietra a tutto tondo della Vergine seduta in trono, col Bambino di proporzioni poco minori del naturale; opera del XV (fine) o dei primi del XVI secolo».

    Di questa opera d’arte fa cenno il professore Pietro Sensini di Firenze in un suo scritto pubblicato nel 1902. Egli scrive: «a Mevale nel comune di Visso, a 757 metri sopra il livello del mare dove sorgeva il castello più meridionale del ducato Varanesco di Camerino, si ammira in mezzo a poche e misere case di contadini e di boscaioli, una chiesa parrocchiale, opera di Duccio Fiorentino (sic), autore del bellissimo e singolarissimo oratorio dedicato a S. Bernardino di Perugia» (2).

    Ora — se è merito del Sensini l’aver segnalato questa magnifica opera d’arte quattrocentesca — bisogna anche riconoscere che è indubbiamente errata l’attribuzione che egli ne fa a un Duccio Fiorentino. Egli intendeva forse dire Agostino di Antonio di Duccio, che è il vero autore delle porte e degli ornati del S. Bernardino di Perugia. Ma oltre che uno scultore Duccio Fiorentino non figura nella storia dell’arte, basta anche uno sguardo superficiale e profano per riconoscere che il portale di Mevale non ha alcuna somiglianza con

    (1) Elenco ecc: Pubblicazione ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione; Roma. «Grafia», 1923, pag:106.

    (2) P. Sensini, Una Castiglia italiana [l’Umbria] in Rassegna Nazionale, Anno XXIV, 1902, Vol: CXXiX, pag: 378.

    <154> quello del S. Bernardino. un genere di arte tutt’affatto diverso che se — come già osservai — risente anche della scuola toscana, presenta troppe caratteristiche e tanto diverse, da non giustificare in nessuno modo l’attribuzione del Sensini.

    Questa è tutta la letteratura — a quanto io so — relativa al magnifico lavoro. Altri che scrissero di questa chiesa come l’Angelini Rota, nel suo pregevole «Spoleto e dintorni», non fanno cenno del portale.

    La qualità della pietra adoperata nella porta della chiesa di Mevale è un calcare bianco e poroso delle cave locali. L’ubicazione. della chiesa, che è in cima ad un altissimo colle (m: 757 sul mare) ed esposta a tutti i venti ed a tutte le intemperie, ha fatto sì che i bassorilievi, specialmente delle candeliere, abbiano perduto alquanto della primitiva freschezza, onde in essi non vediamo più — come le osserviamo alle «Lagrime» — certe finezze di particolari che ci permettono di vedere ancora le prime traccie dello scalpello, oltre alla perfetta conservazione della superficie e dei contorni.

    Se il Giampietri abbia eseguito prima l’opera di Trevi o quella di Mevale non saprei decidere con assoluta certezza. Non ho avuto modo di ricercare le eventuali documentazioni che potrebbero trovarsi nell’archivio della Pieve di Mevale, od in quello del comune di Visso, od in altri della regione. Resta quindi a stabilire l’epoca precisa del lavoro di Mevale; ma credo possa essere più probabilmente della fine del ‘400, che non del principio del ‘500. Infatti sappiamo che il Giampietri fu a Spoleto dal 1485 al 1490; e che dal 1495 al 1498 fu a Trevi (1). Ora tutte le probabilità sono a favore della ipotesi che negli intervalli il Giampietri abbia eseguita l’opera di Mevale. E se si vuol notare che questa di Trevi è per più riguardi a ritenersi più perfetta dell’altra; cioè starebbe quasi a segnare un progresso nella maniera dell’artista: e si potrebbe venire alla conclusione che il Giampietri operasse a Mevale dopo che a Spoleto e prima che a Trevi, ciò negli anni dal 1491 al 1495. É certo, in ogni modo, che tutte

    (1) Un Giovan Pietro, veneziano, figura tra gl’intagliatori in legno che da Venezia si trasferirono in Sicilia, ai primissimi del ‘500. (Cfr: Gioacchino di Marzo — I Gagini e la scultura in Sicilia nei seco: XV e XVI, Palermo, 1880). Ma da questa omonimia non saprei trarre una qualche seria deduzione per identificare in quel Giovan Pietro il fratello od il padre del nostro artista.

    <155>
    e due queste opere d’arte hanno uno spiccato carattere quattrocentesco, sia per quanto riguarda l’elemento architettonico, come per le decorazioni a rilievo.

    Quali altri lavori esistano del Giampietri non sappiamo; ma sono lieto di aver potuto — con la collaborazione del collega R°: Ispettore Dott: Cesare Amantini — mettere meglio in luce il Giampietri, artista di eccezionale buon gusto e coscenzioso esecutore.

    Che se qualche altra opera di lui potesse essere identificata, noi trevani saremmo ben grati a chi sapesse farci meglio conoscere il valoroso artista che ha dotato la nostra piccola città di un vero capolavoro d’arte decorativa, che molti c’invidiano.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    087

  • Famiglia Meloni

    Famiglia M

    eloni

    di Ancona

    (in elaborazione)

    Stemma della famiglia Meloni*

    * Stemmi delle famiglie patrizie, 1787 e aggiunte successive – Trevi, Archivio Comunale (foto 1996).1

    Trevi, Italy - Stemma famigluia Meloni

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Y01

    Note

    1

    )

    – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in:

    L’archivio comunale preunitario … di Trevi

    , (

    Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19

    ), Perugia, 2005, p. 345

  • Le memorie francescane – Bovara

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara

    Poco lungi da Trevi, sopra di un’amena collina, maestosa e solitaria, si erge l’Abbazia di Bovara, con annessa la monumentale Chiesa di S. Pietro. Sui colli circostanti stanno appollaiate le casette che formano, nell’insieme, la Villa di Bovara, e in basso, nel piano, scorre il Clitunno e passa la Via Flaminia, quella via che il Poverello ha certamente percorso tante volte specialmente quando si recava nella valle di Rieti1.

    Il nome di Bovara si collega certamente al fatto accennato anche da Virgilio2, da Cornelio Nepote3, Silio Italico4, ed altri, della purificazione dei buoi nelle acque del Clitunno prima di essere portati al sacrificio.

    Dove oggi sorge la chiese di S. Pietro o nei pressi, c’era un tempio pagano, forse uno dei sacelli nominati da Plinio, come fanno fede pietre e avanzi di sculture e di epigrafi che si riscontrano nella monumentale costruzione. Non si sa quando la Chiesa sia sorta, ma è lecito pensare che la sua costruzione coincida con quella dell’Abbazia e non si erra certamente se tale costruzione si fa risalire intorno il mille, poiché già nel 11775 il Papa Alessandro III con una sua Bolla riconobbe i diritti acquisiti da Bovara sopra molte Chiese curate e sopra Monasteri più piccoli retti da un Priore e pose l’Abbazia sotto la sua protezione6.

    ***

    Il primo Abate di Bovara di cui si conosca il nome, fu Raniero, il quale seppe portare l’Abbazia a quel grado di splendore e di importanza che avevano in quei tempi i Monasteri benedettini. E tale importanza crebbe sempre di più, fino al punto che l’Abate di Bovara, secondo il Natalucci che poté esaminare l’Archivio, aveva giurisdizione sopra circa cento parrocchie7.

    Nella distruzione di Trevi, avvenuta nel 1214 anche l’Abbazia di Bovara andò distrutta e i Monaci furono dispersi8. Poco dopo essa risorse più forte e più rigogliosa di prima, ma sulla fine del 1300 e i primi del 1400 Bovara cominciò a sentire gravi danni a causa delle forti lotte tra Guelfi e Ghibellini. Nel 1421 Corrado Trinci invase il Monastero, lo distrusse e discacciò i Monaci. Passata la bufera, che in un periodo non troppo lungo per due volte si era abbattuta sull’Abbazia di Bovara, i Monaci tornarono e cominciarono l’opera di ricostruzione ed elessero loro Abate Tommaso Valenti, giovane di appena 22 anni. Le lotte delle fazioni continuarono e nel 1484 il Valenti, scoraggiato, consegnò il Monastero all’Ordine Olivetano. Si iniziò così il rifiorire dell’Abbazia, il fabbricato fu rifatto quasi interamente e con tale ampiezza che nel 1545 Paolo III, di ritorno da Perugia, vi si fermò con tutta la sua corte per tre giorni. Però l’Abbazia di Bovara più non raggiunse il grado di potenza avuto nel passato, pur segnando ancora nella sua storia pagine veramente belle. Dopo la soppressione napoleonica più non risorse ed oggi è semplicemente una parrocchia rurale9.

    S. Francesco, attratto dalla fama di santità dei Monaci di Bovara, innamorato della posizione solitaria in cui si trovava la chiesa di S. Pietro, più volte10 vi si recò a vi si trattenne a pregare11.

    L’Abbazia era nel suo pieno sviluppo, la Chiesa tenuta con ogni proprietà e splendore e S. Francesco, godendo dell’affettuosa ospitalità che i Benedettini gli offrivano dovunque, amava recarsi colà, forse perché vedeva cambiato in un luogo di preghiera quello che era stato un centro di superstizione e di cerimonie del culto pagano.

    Sopravvenuta la rovina, quando più non udivasi la voce salmodiante dei Monaci, il Poverello non dimenticò la deserta Chiesa di Bovara, che seguitò a visitare con amore. E di una di queste visite, avvenuta quando “nullus ibi manebat, maxime quia illis temporibus erat destructum castrum Trevii ita quod in eodem castro vel nullus manebatat12, abbiamo particolare menzione. La Chiesa di Bovara fu certamente testimone di una di quelle lotte titaniche che il Poverello dovette più volte sostenere contro lo spirito del male, una di quelle lotte che il Signore permette solo ai Santi, ai quali poi Egli concede i più splendidi trionfi.

    Oltre la Legenda Antiqua13, anche lo Speculum Perfectionis14, Tommaso da Celano15 e S. Bonaventura16 ci raccontano quanto avvenne, ed è bello ed edificante per noi riandare, sotto la loro guida, il racconto di quel che si svolse nel silenzio di una notte.

    In una sera, sul tramonto, due Fraticelli si dirigevano verso la deserta ed abbandonata Chiesa di Bovara; il loro aspetto era di persone affaticate e stanche; erano Frate Francesco e Frate Pacifico, il re dei versi. Venivano dal non lontano ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro, dove erano stati ospitati17 e dove avevano esplicato tutta un’opera di bontà e di amore.

    In quel giorno il Poverello si sentiva turbato ed era in preda a forti tribolazioni spirituali. Desiderava esser solo per dare libero sfogo a quanto passava nell’animo suo. Il suo spirito era sitibondo di preghiera; egli sentiva il bisogno di effondersi a Dio e cercare forza e conforto nel Signore. Ma il suo spirito grande non poteva dimenticare i poveri lebbrosi e rivoltosi a Frate Pacifico gli ordinò di ritornare al lebbrosario e di venire a lui la mattina seguente.

    Frate Pacifico, che conosceva bene il suo maestro e sapeva delle lotte spirituali che doveva sostenere spesso col nemico del bene, si turbò, ma non fece osservazioni, chinò la fronte e ricevuta la benedizione partì, con il cuore gonfio, con la certezza che gravi cose sarebbero avvenute nella notte al maestro.

    Frate Pacifico aveva colto nel vero. Egli era appena partito che il Poverello si diede a pregare; recitò Compieta ed altre orazioni; volle poi riposarsi e non poté; sentì nell’animo suo un vuoto spaventoso; era pronto al sacrificio, era pronto a tutto quello che il Signore avrebbe voluto, ma, come accadde al Divino Maestro, l’umanità si faceva sentire con tutte le sue forze. Pregava egli, ma gli sembrava che a nulla giovasse la sua preghiera; cercava di innalzarsi a Dio, ma ricadeva nella vacuità da cui si sentiva preso. “Spiritus eius coepit timere et sentire diabolicas suggestiones18. Un freddo sudore si manifestò nel suo corpo, un tremore insolito lo prese in tutta la persona ed egli si sentì vicino all’agonia19. Francesco trovavasi in quel momento in una di quelle spaventose crisi che turbano talvolta le grandi anime e che sono peggiori di ogni altro spasimo, più penose di ogni martirio.

    Il demonio approfittò di quell’abbattimento temporaneo, e lo assalì con le più violente tentazioni; sembrava che tutto l’inferno fosse mosso in battaglia contro di lui; schiere di diavoli correvano sul tetto della Chiesa20. Ma egli fu forte e benché preso dall’abbattimento, benché la fralezza della carne si facesse sentire intera nella lotta dello spirito, tuttavia fu fermo e non vacillò. Si alzò, uscì dalla Chiesa e forte del segno della Croce21 gettò in faccia ai demoni una sfida, che è nello stesso tempo una manifestazione della sua grande umiltà: “Per parte di Dio onnipotente vi dico, o demoni, di esercitare sul mio corpo tutto ciò che vi sia permesso dal Signore Gesù Cristo; sono preparato a sostenere ogni cosa. Poiché essendo il mio corpo il peggiore mio nemico, mi vendicherete del mio avversario e di un pessimo nemico”. Ed i demoni, che erano andati per atterrire quello spirito, vedendo nella carne inferma quello spirito essere inespugnabile, pudore confusi, protinus evanescunt22. La lotta era finita con la sconfitta del nemico, la battaglia era stata guadagnata! Cessarono le tentazioni, ogni interno turbamento svanì, e Frate Francesco tornò in Chiesa nel luogo ove poco prima erasi prostrato e riposò e dormì in pace23.

    Il gallo aveva già annunziato il giorno vicino e dal Monte Serano pallida si affacciava l’aurora; dalle finestre delle poche casette ricostruite sui colli, i lucignoli annunziavano che la vita stava per riprendere il suo ritmo affaticato. Il re dei versi, Frate Pacifico non disturbò l’estasi del Maestro, si inginocchiò e fervorosamente pregò anch’egli innanzi al Crocifisso. La preghiera in certi momenti solenni, pieni di drammaticità, è quanto di più bello, di più grandioso possa immaginarsi.

    Ma in breve Frate Pacifico vien rapito fuor dei sensi ed un’estasi lo prende, il cielo gli si apre dinanzi ed alcuni troni egli vede, di cui uno più bello, più ricco, ornato di pietre preziose, sfolgorante di ogni gloria. Il re dei versi non sa cosa pensare di tal meraviglia, e mentre è assorto in tale visione paradisiaca e va pensando cosa ciò significhi, un’angelica voce, tutta soavità e dolcezza, gli rivela che quel trono fu già di Lucifero ed ora è riservato all’umile Francesco.

    La visione scomparve; il Poverello terminava allora la sua preghiera. Frate Pacifico non ne poté più; si alzò, andò al Maestro, gli si prostrò innanzi con le braccia spalancate, come se fosse davanti ad uno spirito trionfante in cielo24 e lo pregò di implorare da Dio per lui il perdono dei peccati. Frate Pacifico, buono ed ingenuo, pieno di quanto aveva allora veduto, non seppe trattenersi e pensò che il suo Maestro era veramente santo, e come tale poteva certamente implorare da Dio pietà per un povero peccatore.

    S. Francesco gli tese la mano e lo sollevò, comprendendo che il suo discepolo aveva avuto qualche cosa di grande e di straordinario, ma non lo interrogò; lo benedisse col segno della Croce e subito si diresse verso la porta; Frate Pacifico gli tenne dietro in silenzio. Il grande dramma era finito!

    I due frati si diressero verso la Via Flaminia; seguirono certamente la strada che ancor oggi va dalla piazzetta prospiciente la Chiesa di S. Pietro verso la Faustana. Attraversarono il bosco di quercie25 già sacro ai pagani; il canto degli uccelli, che salutavano il mattino, era per essi la laude delle creature osannanti a Dio. Pregavano! È impossibile concepire il Poverello e i suoi Compagni senza sulle labbra la preghiera o parole riguardanti il Signore. L’anima loro era piena della visione avuta nella Chiesa di S. Pietro ed essi si sentivano come fuori dal mondo, pieni di una gaudio celestiale.

    Il re dei versi fu il primo a rompere il silenzio. Quando due anime sonno prese dallo stesso sentimento, l’una desidera riversare nell’altra ciò che sente, e lo scambio delle cose intime le fa esultare, le rende maggiormente sorelle, le fa, in un certo senso, una cosa sola. E Frate Pacifico desiderava versare nel cuore del Padre tutto quello che passava in lui, nella sua mente; ardeva dal desiderio di rivelare quello che aveva veduto. Ma come fare? Era lecito a lui interrompere le alte meditazioni del Maestro? E non se ne sarebbe restata offesa la santa umiltà di lui? Questi pensieri tenevano titubante il re dei versi, il quale però finì col non poterne più, e rivolto al Santo parlò: “Che pensi, padre, di te stesso?” Abile e suggestiva domanda, che attendeva una risposta che avrebbe spiegato ciò che Frate Pacifico desiderava sapere. Nessun altro forse avrebbe azzardato di interrogare il Maestro, ma Frate Pacifico poteva far questo, perché era uno dei prediletti non solo, ma aveva sulla vita spirituale del Padre un ascendente che altri non possedeva.

    La risposta fu semplice, corrispondente pienamente al concetto che il Santo aveva di sé, pur confessando che il Signore usava con lui cose grandi, E frate Pacifico doveva ritrarre da quelle parole edificazione non solo, ma doveva avere la conferma di quel che era l’ideale di Frate Francesco nella conquista delle anime, nella santa riforma spirituale del mondo. E Frate Francesco parlò. “A me sembra, disse, di essere il più grande dei peccatori, poiché se tanta misericordia divina fosse toccata ad uno scellerato, certo egli sarebbe dieci volte più spirituale di me26.

    Frate Pacifico comprese che il Maestro era a parte della visione ch’egli aveva avuto poco prima, che la visione stessa era stata una realtà e non un sogno e che l’umilissimo Padre sarebbe un giorno sul trono perduto dalla superbia. Ripensò allora forse all’altra visione, che fu la prima, là, sul piazzale del Monastero di Colporseto, in S. Severino, quando vide Frate Francesco come confitto in una croce formata da due lucentissime spade. Ora aveva visto il trono di gloria riservato al suo Maestro; il suo cuore era riboccante di gioia, né altro più desiderava.

    Il campanile della Chiesa di Pietra Rossa già appariva tra la caligine mattutina, i tetti del lebbrosario già non erano più lontani. Frate Francesco e Frate Pacifico compresero che le cose terrene li attendevano, che i fratelli malati li chiamavano… Affrettarono il passo… La loro missione in sollievo degli infelici reclamava i suoi diritti; pienamente compresi del loro dovere, entrarono nel luogo del dolore.

    Z99

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    Note

    1)

    Veramente la strada che passa ai piedi di Trevi non è la vera Via Flaminia. La Via Flaminia, passato il Ponte di Augusto a Narni, proseguiva per S. Gemini,

    Carsulae

    e

    Forum Flaminii

    (S. Giovanni pro fiamma [sic] presso Foligno). La nostra invece si distaccava dalla Via Flaminia presso lo stesso Ponte di Augusto, passava per Terni, ascendeva il Monte Somma, entrava in Spoleto per Monterone, scendeva verso la Cattedrale e proseguiva poi, attraverso il Ponte Sanguinario, per S. Sabino e veniva a sbucare nella moderna località del Palazzaccio

    [Studi più recenti hanno inequivocabilmente individuato il tracciato più antico della Flaminia tutto a fondo valle, per Protte, Piè di Beroide, Pietrarossa, S. Eraclio, S. Maria in Campis,

    Forum Flaminii.

    Vedi riferimenti alla chiesetta di

    S. Apollinare

    ]

    . Al miglio VIII passava in vista dei

    Sacraria,

    i sacelli già ricordati. Dopo quattro miglia raggiungeva Trevi, dopo altre 5 Foligno e dopo altre tre la Flaminia a

    Forum Flaminiii

    . – Achille Sansi (

    Degli edifici di Spoleto

    , pag. 219) chiama questa strada « il ramo minore e meno ornato della Flaminia». Fabio Gori crede di averne scoperto il nome nella carta del Ravennate Castorius, che dicesi

    Peutingeriana

    , e ritiene che la nostra via si chiamasse

    Interemnana, cioè via Ternana o di Terni.

    (

    Fabio Gori,

    Sulla distruzione di Spoleto

    ecc. in « Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria » pag. 47, anno VI, fascicoli I, 1898)

    Io credo che il nome vero da darsi ad essa sia quello adottato sempre dal popolo, che l’ha chiamata e la chiama ancora « la strada romana»

    2)

    Virgilio,

    Georgiche

    , lib.2 [vedi:

    Clitunno -Autori latini

    3)

    Cornelio Nepote,

    Epistola

    8 del lib. VIII.

    4)

    Silio Italico,

    lib. 4. [vedi:

    5)

    Bolla di Alessandro III del 23 marzo 1177.

    6)

    Questi diritti e privilegi furono poi confermati da Celestino III nel 1193, da Innocenzo III nel 1198, da Onorio III nel 1217. Lo

    Iacobilli (

    Cronica di Sassovivo,

    pag. 228) dice che il Monastero fu fondato verso il 1158. Da documenti in mio possesso la data non risulta corrispondere alla realtà.

    7)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 214

    8)

    Il decreto del Duca Teopoldo indica la

    Turrim S. Benedicti

    cioè Bovara come uno dei luoghi che dovevano esser presi di mira in modo particolare.

    9)

    Ho in preparazione un lavoro intorno alla storia di quell’Abbazia. Dai numerosi documenti inediti in mio possesso ho tratto le riportate notizie.

    10)

    Iacobilli.

    pag. 259.

    11)

    Nella Chiesa di Bovara si venera anche oggi una miracolosa

    Immagine di Gesù Crocifisso

    . Qualcuno afferma che S. Francesco abbia pregato avanti a quell’Immagine e perfino che il Crocifisso gli abbia parlato. Non solo mancano argomenti in proposito, ma dobbiamo riconoscere che il Crocifisso stesso è opera posteriore al Poverello.

    12)

    Legenda Antiqua

    etc., pag. 14. Gli Abati di Bovara fino a quell’epoca furono i seguenti: Raniero (1158-1185), Ruberto (1185-1193), Boezio (1193-1198), Graziano (1198-…). Quest’ultimo sembra sia morto nel 1217. Dopo di lui c’è una parentesi che va fino al 1258, nel qual anno troviamo Eremita per Abate, il quale nel 1265 rinunciò per ritirarsi in

    S. Croce in Valle dell’Aquila

    , un eremitorio posto tra le gole dei monti.

    13)

    etc., pagg. 13 e 14.

    14)

    Speculum perfectionis

    Cap LII e LX pagg. 198 e109. Hunc primum edidit P. Sabatier, Paris, 1898.

    15)

    Fra Tommaso da Celano,

    S. Francisci Assisiensis Vita et Miracula

    aedita a

    P. Eduardo Alenconiensi

    Ord. fr. min. Capp., Cap 86 pagg.263 e 264, Romae, Desclèe e Lefèbvre, 1906.

    16)

    S. Bonaventura,

    Vita di S. Francesco,

    VI, 6.

    Nella Chiesa di Bovara esiste una lapide che conferma il racconto delle fonti da me citate. Quella lapide dice:

    D. O. M.
    Divo Francisco Assisiensi
    Sacra hac in aede per integram noctem orantem
    dire ab inferis impetito
    Et a B. Pacifico eius Socio
    Superna illa a Lucifero Amissa sede occupare
    per extasim conspecto
    Huius coenobii monachi tot GestorU
    perpetuum monumentu divotioni
    PP. anno Domini DMCCXXXIX(sic)

    La fonte più antica che parla di quanto avvenne in Bovara, è senza dubbio la Legenda Antiqua S. Francisci, che secondo il P. Delorme fu scritta da Frate Leone; segue lo Speculum Perfectionis, che il Sabatier ritenne di Frate Leone, mentre l’autore avrebbe tratto il racconto dalla Legenda. Viene poi Fra Tommaso da Celano, che S. Bonaventura riporta quasi con le stesse parole. Questi due ultimi tacciono il nome di Frate Pacifico e di Bovara. Niente vieta supporre che gli autori della Legenda e dello Speculum abbiano appreso il racconto dallo stesso re dei versi, Frate Pacifico. 17) Legenda Antiqua etc., pag. 13 «Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio». La Legenda riferisce come pronunziate in due tempi diversi le parole del Santo: «Eamus ad Ecclesiam Sancti Petri de Bovario, quin volo manere ibi in hac nocte». Poi «Revertere ad hospitale, quoniam volo hic manere in hac nocte solus, et cras summo mane ad me revertere». Le altre fonti invece riportano soltanto questo secondo ordine di S. Francesco. 18) Legenda Antiqua etc., pag. 14. 19) Fra Tommaso da Celano, S. Francisci etc., pag. 263. 20) Il solo Da Celano racconta dello strepito fatto dai diavoli; la Legenda Antiqua e lo Speculum parlano di diabolicae suggestiones. 21) Spec. Perf. – Luogo citato. 22) Da Celano. Luogo citato. La Legenda dice soltanto: «Et statim cessaverunt illae suggestiones». – Quasi le stesse parole adopera lo Speculum. 23) Legenda Antiqua e Speculum perfectionis. Luogo Citato. 24) Da Celano. Luogo citato.25) Questo boschetto di quercie esisteva fino a pochi anni fa; fu distrutto per amore di lucro e fu così annientato l’ultimo rimasuglio di particolari memorie antiche. 26) Fra Tommaso da Celano. Luogo citato. La Legenda Antiqua riferisce la risposta così: «Mihi videor esse maior peccator homo quam aliquis quis sit in hoc mundo».

  • Le memorie francescane – Il carcerato

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 4. – Frate Leone libera un carcerato

    Il fatto ci viene narrato da Fra Bartolomeo da Pisa con tutta semplicità1.

    Un cittadino di Trevi era stato gettato in carcere per ordine del Duca di Spoleto. Quale fosse il reato commesso non è detto, né ai fini del racconto era necessario dirlo. Quel poveretto, visto venir meno ogni aiuto umano, pensò che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. E con tutte le forze dell’animo suo cominciò a raccomandarsi a Frate Leone, pecorella di Dio, “qui morabatur in Portiuncola Beati Francisci“. Ed in pieno mezzogiorno Frate Leone apparve nel carcere, liberò miracolosamente che tanto aveva confidato in lui e lo condusse a S. Maria degli Angioli perché ringraziasse S. Maria delle Candele, la sola a cui doveva attribuire il prodigio della quale celebravasi in quel giorno la festa2.

    Questo è il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa in tutte le sue parti, oppure dobbiamo sfrondarlo di tutto ciò che apparisce poco verosimile?

    Le narrazioni di quel che fecero il Poverello e i suoi Discepoli sono circondate di tale soavità, di tale ingenua semplicità e soffuse di un amore cosi elevato verso il Maestro, che io non oso discuterle e preferisco lasciarle quali sono. Le virtù che si manifestavano in S. Francesco e nei suoi Frati balzan fuori evidenti da quei racconti anche quando ci appariscono poco verosimili nei loro particolari, e noi dobbiamo esser paghi di questo; certe volte fare o cercare di più sarebbe una profanazione!

    Dal racconto di Fra Bartolomeo da Pisa a me basta trarre una sola conclusione, che è anche la conclusione di tutta questa prima parte del mio studio: che cioè la nostra città di Trevi era frequentata da S. Francesco e dai suoi primi Discepoli, i quali vi svolsero la loro alta missione e vi lasciarono tracce talmente profonde, che non saranno mai cancellate.

    Z99

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    Note

    1)

    Analecta Franciscana, De conformitate

    etc., Lib.1, Pars II, pag. 192. Quaracchi 1906.

    2)

    Le parole riferite dal Da Pisa sono queste: «

    Non mihi, sed beatae Mariae de Candelis, cuius est hodie festum, gratias referas, quae te liberavit».

    Il fatto avvenne adunque il 2 febbraio, nel qual giorno si celebra la festa della Purificazione della Madonna, festa detta comunemente della

    Candelora.

  • Le memorie francescane – Chiesa e Convento

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    Lo spirito del Poverello si era ormai diffuso in tutta l’Italia ed anche fuori, e l’Umbria nostra era all’avanguardia nella nobile gara. Ed ecco in ogni angolo sorgere Conventi di Frati Francescani e di Monache Clarisse; ecco iniziarsi una vita nuova, ecco attuarsi rapidamente la riforma dei costumi mediante l’amore alla povertà e alla penitenza, i grandi ideali che Frate Francesco aveva posto a base della sua grande missione.

    Ed anche la nostra Trevi, ebbe molto presto tra le sue mura i Figli di S. Francesco, quali angioli apportatori di pace e di bene. Né poteva essere altrimenti; vivo era il ricordo delle visite fatte dal Santo e nella nostra Città e attraverso i nostri colli quasi risuonava ancora armoniosa l’eco della voce affascinante di lui; come adunque non accogliere i suoi buoni Frati e le felici seguaci di S. Chiara? Ed i frati vennero, e le Clarisse anche.

    Non sarà quindi senza interesse esaminare brevemente la storia dei vari istituti francescani sorti nella Città attraverso i secoli.

    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francesco

    [Di questo importante monumento esiste una trattazione più moderna e completa. Vedi ../sfranc01.asp]

    Tra le chiese che la furia devastatrice del Duca Teopoldo risparmiò ci fu quella piccola e quasi sotterranea di S. Maria1. Vicino ad essa, che fu ingrandita più tardi, sorse l’antichissimo Convento francescano, dove i buoni Frati esplicarono fin da principio tutta una missione di bene.

    Quale è la data che segna il sorgere di questo convento?

    Il celebre Ludovico Jacobilli in due libri diversi, scritti a una certa distanza di tempo l’uno dall’altro, la Cronica di Sassovivo e le Vite dei Santi dell’Umbria, afferma nel modo più assoluto che il Convento di Trevi fu fondato nel 1213 dallo stesso S. Francesco2

    L’autorità dello storico folignate è certamente grande , poiché egli poté esaminare molti archivi e consultare innumerevoli fonti, e perciò è difficile mettere in dubbio la notizia da lui data, per quanto il 1213 possa sembrare il meno adatto per una simile fondazione, date le critiche condizioni di Trevi nei confronti di Spoleto.

    Potrebbe sembrare una difficoltà l’affermazione che lo Jacobilli fa nella Cronica di Sassovivo, in cui dice che S. Francesco «eresse vicino a Trevi un Convento per i suoi frati l’anno 1213». Non sembrerebbe quindi, a prima vista, che il Convento fondato da S. Francesco fosse proprio quello di Trevi, ma un altro costruito «vicino» alla Città.

    Ma questa difficoltà è eliminata del tutto da quanto è detto nell’altro libro le Vite dei Santi dell’Umbria. Dopo aver parlato del Beato Ventura, del Convento e della Chiesa francescana di Trevi, l’autore dice: «il detto Convento de’ frati Minori fu eretto dal Padre San Francesco l’anno 1213 ad honor della Beata Vergine».

    Non bisogna dimenticare che la cinta delle mura esistente allora passava al di là del Convento, seguendo presso a poco l’attuale via Cavour [dal dopoguerra via S. Francesco; sebbene, al tempo dei terremoti del 1997, all’Ufficio Tecnico del Comune risultava ancora come via Cavour]; quindi può spiegarsi benissimo anche l’espressione della «Cronica», poiché strettamente parlando, il Convento, costruito fuori le mura, era vicino a Trevi, ma non in Trevi3.

    Le visite che il Poverello faceva spesso a Trevi, l’assistenza ai lebbrosi, tutta l’opera di carità e di amore esplicata nel nostro territorio e nella nostra Città, sono altrettante prove certe che anche qui, fin dagli inizi, «fu preso un luogo», secondo l’espressione usata dal Santo.

    Trevi perciò deve rivendicare il grande onore di aver avuto uno dei più antichi Conventi Francescani, fondato per di più dallo stesso Serafico Padre.

    ***

    Il documento più antico da me potuto consultare è una Bolla di Onorio Quarto emanata da Palombara il 26 giugno 1285 e diretta al Guardiano del Convento di S. Francesco in Trevi4. I Trevani avevano aiutato i Perugini contro Foligno, che allora era soggetta alla Chiesa; per questo erano incorsi nella scomunica e in alcune pene pecuniarie. Avendo i Trevani implorata l’assoluzione, il Guardiano di S. Francesco, con quella Bolla, riceveva ogni facoltà in proposito.

    Questa Bolla è il documento francescano più antico che si ha in Trevi e da essa possiamo dedurre che se il Guardiano ricevette questa straordinaria facoltà, ciò significa che il Convento era in pieno sviluppo ed i Frati eran circondati da rispetto e da stima e godevano di una indiscussa autorità, perché, in caso contrario, il Papa si sarebbe rivolto ad altri per quella assoluzione. L’impronta quindi data da S. Francesco nel fondare il Convento di Trevi, era stata mantenuta e l’alta missione da lui voluta si veniva anche qui pienamente sviluppando.

    IL Comune fu sempre largo di elemosine e di aiuti verso i Frati e nelle Riformanze Comunali5 ne troviamo larga conferma. Ogni anno poi dava del denaro per le tonache e contribuiva per le feste della Madonna, per la Pasqua, per il Natale e per la festa del Beato Ventura6.

    Nel 1377 fu concesso ai Frati un privilegio non facile da ottenersi quale era la facoltà di condottare l’acqua pubblica nell’interno del Convento, facoltà questa data soltanto a personaggi di gran merito o degni di speciale riguardo7. Trevi fu sempre mancante di acqua potabile8 e perciò costituiva atto di degnazione e di squisita munificenza il concederla in casa. Infatti poche sono le famiglie che possono vantare ancora un simile beneficio; tra queste sono comprese le Comunità Religiose. [Per quanto ci sembri irreale, nel 1926 la disponibilità di acqua potabile a Trevi era ancora quella del Trecento! Il nuovo acquedotto fu compiuto solo nel 1928.]

    Nel 1469 il Comune fece dono di un tratto di terreno per orto9, ed altrettanto avvenne nel 149610, ed in maniera assai più cospicua nel 157511.

    Nel 1554 e 1556 fu convocato nel Convento di S. Francesco il Capitolo Provinciale ed i Frati ebbero generose elargizioni12.

    Altri non indifferenti benefici ottenne il Convento dal Comune in epoche diverse, e quando si venne a formare, per i lasciti dei fedeli, una proprietà rurale, questa fu esente dalle gabelle.

    La piccola Chiesa di S. Maria ed il Convento in progresso di tempo apparvero troppo angusti e non più adatti alle esigenze della religiosa famiglia. La Chiesa fu la prima ad essere aggiustata ed ingrandita ed anche in quest’opera troviamo in prima linea il Comune.

    Nel 135413 gli uomini del Terziero di Matigge14 furono obbligati ciascuno a cavare e trasportare una soma di pietra dal Colle di Paterno ed a portare ai Frati la legna per cuocere la calce. Non trovo perché il Comune il Comune imponesse quel gravame a quegli abitanti; sarebbe certo interessante poterlo scoprire. [Forse perché la cava stava nel loro territorio]

    Grandi restauri furono compiuti dopo il 144815 quando la Chiesa fu ingrandita ed accresciuta, e nel 156316 e nel 156317 nell’occasione in cui si dovettero rimuovere alcune travi e rifare il tetto. Nel 156918 si dovette aggiustare la facciata pericolante della chiesa e fu allora chiusa l’antica porta principale ed aperta quella laterale, che esiste ancor oggi.

    La porta primitiva è ora nascosta da fabbricati di epoche posteriori, nella parte che rimane libera, in alto, sta una bella finestra a rosone, con colonnine parenti dal centro. All’esterno, più in alto, si vedono una croce bizantina, due colombe, due teste e fregi romanici; secondo me, questi oggetti stanno ad attestare l’antichità della Chiesa di S. Maria. [La facciata ovest, opposta alle absidi, fu completamente scoperta nel 1995, durante i lavori di sistemazione del Museo ed è tuttora visibile. È venuta alla luce la porta gotica della chiesa di S. Maria ad un livello inferiore al pavimento della chiesa attuale].

    Quand’è che fu cambiato il nome alla Chiesa e le fu dato il titolo di S. Francesco? Non mi è stato possibile trovarlo, ma credo che non si erri affermando che tale cambiamento sia avvenuto nel 1448, quando poté sembrare che la Chiesa, a causa dei nuovi lavori, fossa costruita ex novo.

    Delle varie Cappelle, degli Altari e di quanto si vede all’interno trattarono altri19 e no voglio perciò ripetere cose già conosciute; a me basta pubblicare ciò che è inedito o credo esser tale.

    Anche il Convento fu ingrandito. Nel 1648 fu addirittura ricostruito dalle fondamenta, ed il Comune concorse con venti scudi; una scala molto comoda, un appartamento abbastanza maestoso, detto del P. Luzi, il chiostro con colonne e pitture del Gagliardi abbellirono man mano il nuovo convento20.

    I Fati Conventuali, come si eran venuti chiamando alcuni dei Figli di S. Francesco, rimasero nel Convento di Trevi fino alla soppressione napoleonica e più non vi tornarono. Il locale fu adibito a vari usi, finché nel 1883, venuto in possesso della Congregazione di Carità di Trevi, vi fu trasportato il Collegio Lucarini21, che fin dal 1893 è retto degnamente dai salesiani di Don Bosco. [I Salesiani lasciarono la casa di Trevi nel 1963, quando fu istituita la Scuola Media Unica, che tuttora ha la sede in questo edificio, sebbene in condominio con il Museo].

    Prima di chiudere queste brevi note sulla storia della Chiesa e del Convento di S. Francesco in Trevi, sento il bisogno di ricordare brevemente il Beato Ventura, il cui corpo si conserva nella Chiesa stessa e che per il passato ebbe un culto molto sviluppato tra la nostra popolazione.

    La Chiesa di S. Francesco fu detta anche del Beato Ventura22 e ciò nel periodo di maggior venerazione verso il Beato.

    Il Beato Ventura23 nacque in Pissignano nel 1250, allora appartenente a Trevi, e dopo una gioventù ricca di pietà, si ritirò in un eremo abbandonato. Ben presto la fama della sua santità si sparse tra i popoli della valle di Spoleto, che accorsero a lui per ricevere conforto e per seguire i suoi esempi. Morì l’11 luglio 1310 ed il suo corpo fu trasportato a Trevi con grandi onori e seppellito nella Chiesa di S. Francesco. Il popolo lo acclamò Beato e gli prestò culto.

    Nel 1593, volendosi rifare, secondo i gusti del tempo, l’Altare Maggiore, nel demolire quello esistente venne alla luce il sarcofago del B. Ventura, che conteneva le ossa del Beato ed una breve relazione della sua vita. Il 26 dicembre di quell’anno, ad istanza di Muzio Petroni quelle ossa furono con ogni solennità poste nell’Altare di jus patronatus della famiglia Petroni, racchiuse in due casse, di cui una di stagno e l’altra di cipresso; insieme vi fu messa la vita del Beato composta da Muzio Petroni e da lui fatta stampare24.

    Ora il popolo ha dimenticato quasi del tutto il Beato Ventura e pochi sono coloro che sanno esser conservate le sue ossa nella Chiesa di S. Francesco. Sono deplorevoli assai quest’abbandono e questa dimenticanza verso un Beato che fu caro ai padri nostri e formulo l’augurio che i miei Concittadini vogliano tornare a prestare a lui quel culto che mai venne meno nei secoli passati.

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    801

    Note

    1)

    Durastante Natalucci afferma di aver visto nelle sepolture dell’attuale Chiesa «

    le pitture ed immagini

    » dell’antica. Il Conte Dott. T. Valenti, che esaminò le pareti di quelle sepolture, non trovò affatto tracce di colori.

    T.Valenti

    ,

    Curiosità Storiche Trevane

    , pag. 128.

    2)

    .Iacobilli

    Cronica

    ecc., pag. 230. Foligno, 1653. –

    id.

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    pag.104. Foligno, 1656.

    3)

    Intorno all’ubicazione delle mura di Trevi si veda il più volte citato libro del

    Valenti

    Curiosità

    , ecc., pag. 19 e seguenti.

    4)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena N. 8,

    Busta 1.

    5)

    Riormanze,

    1338, f.70; 1375, f.50; 1534, f. 179; 1459, f. 46, ecc. ecc.

    6)

    Id.,

    Rif. citate.

    7)

    Rif.,

    1377, f. 22.

    8)

    Si sta ora costruendo il grandioso acquedotto del Clitunno, che darà acqua abbondante a Trevi e frazioni. Vedi il mio opuscolo:

    Il Nuovo acquedotto di Trevi,

    Foligno, Reale Stabilimento F. Salvati, 1924.

    9)

    1469, f. 15.

    10)

    1496, f. 135.

    11)

    1575, f. 192.

    12)

    1544, f. 238 e

    1556, f. 263 e 271.

    13)

    1354, f. 14 e 67.

    14)

    Dalle riformanze del tempo apparisce che il territorio di trevi era diviso in Terzieri, cioè il Terziero di Castello, quello di Matigge e quello del Piano; ogni Terziero aveva i suoi rappresentanti in Consiglio.

    15)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 00(sic)

    16)

    1536, f.74.

    17)

    1567, f. 143.

    18)

    Id,

    1569, f. 271.

    19)

    Contre dott.

    Curiosità,

    ecc. – Nel 1924 in «Studi Francescani», gennaio-marzo, sotto il titolo

    La Chiesa di S. Francesco a Trevi

    Memorie Storiche,

    ne scrisse

    Salvatore Marino Mazara,

    il quale però incorse in errori molto rilevanti.

    20)

    Archivio delle Tre Chiavi

    Rif.

    1637, f. 61 e

    1640, f. 145.

    21)

    Il 3 settembre 1644 con testamento a rogito Domenico Buratti il cittadino trevano Virgilio Lucarini lasciò i suoi beni per la fondazione di sei dotalizi e per l’apertura di un Collegio per i giovani che si avviassero allo studio della giurisprudenza e della medicina. Il nepote, Mons. Reginaldo Lucarini, Vescovo di Città della Pieve, fu nominato esecutore testamentario ed il Collegio fu aperto nella casa di Virgilio nel 1674. Vedi in proposito una mia pubblicazione in

    L’Eco del Collegio Lucarini

    , dicembre 1924, pag. 3.

    22)

    1354, f. 14 e 1358, 26 junii.

    23)

    Del Beato Ventura scrissero

    Muzio Petroni

    , Perugia, 1592;

    Tolomeo Petrelli Lucarini,

    Foligno –

    Antonio Mariotti, 1694.

    Vedi anche

    Iacobilli

    in

    Le Vite

    , ecc. a pag. 101 e seg., tomo II.

    24)

    Atti del notaio Antonio Leli,

    anno 1593, tomo n.676, f. 685,

    archivio Notarile di Trevi.