Categoria: Da sapere

  • Chiesa S.Martino in Manciano

    A quota 585 m, al confine tra gli oliveti e il bosco, si trova la chiesetta intitolata a S. Martino, simile a tante altre nella sua struttura, con il campaniletto a vela sulla facciata e il portale archivoltato.

    La facciata asimmetrica denota un successivo ampliamento a sud

    Viene officiata annualmente per la festa del Santo titolare.

    Trevi, Italy. Manciano, voc. Elceto. Chiesa di S. Martino tra gli olivi.

    S.Martino al limite del bosco

    Trevi, Italy. Manciano, voc. Elceto. Chiesa di S. Martino, facciata.

    La facciata asimmetrica

    Incuriosisce il gradino della porta d’ingresso, di forma semicircolare, palesemente ricavato da una macina da molino.

    A questa quota infatti non ci sono mai stati molini, ma duecento metri dietro la chiesa c’è la cava abbandonata che ancora mostra due macine appena abbozzate.

    Trevi, Italy. Manciano, voc. Elceto. Antica cava di pietra per mole.

    La cava di macine abbandonata

    Fino agli anni Cinquanta ornava questa chiesetta sperduta una magnifica tavola dipinta a tempera della metà del Duecento. Fu bloccata fortunosamente mentre stava per lasciare il paese.Comunque non sta più né a Manciano né a Trevi: fa bella mostra di sé, perfettamente restaurata, al museo diocesano di Spoleto.

    Vi è raffigura la Madonna con Bambino e ai quattro angoli scene della passione di Cristo e della vita di S. Martino.

    Spoleto, Museo diocesano. Tavola dipinta, da S. Martino di Manciano (preview).

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  • Convento di S. Martino – Affreschi

    Convento di San Martino
    Affreschi del refettorio e del chiostro

    Il refettorio e il chiostro sono ornati con numerose pitture di Ascensidonio Spacca, detto “Il Fantino”

    Questa Ultima cena, datata 1601 è “originalmente ambientata, secondo i costumi del tempo e vivacizzata da una marcata caratterizzazione dei personaggi1

    Trevi, Italy - Convento di S. Martino -Ultima cena di A.Spacca , 1601
    Trevi, Italy - Convento di S. Martino -Medaglioni del chiostro: S.Emiliano.

    Nel chiostro, oltre ad una lunetta che rappresenta le

    stimmate di S.Francesco

    , si trovano numerosi medaglioni che raffigurano altrettanti santi, particolarmente dell’ordine francescano.

    Quello riportato a fianco rappresenta Sant’Emiliano, patrono di Trevi

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    Note

    1

    )

    Nessi:

    Da Spoleto a Trevi lungo la via Flaminia

    , Spoleto, 1979

  • Chiesa S.Nicolò

    In posizione felicemente panoramica sebbene a quota modesta, è estremamente suggestiva per l’elegante architettura, per l’accurata tessitura muraria, per gli interessanti affreschi che contiene e, non ultimo, perché conserva un’antica pergamena con la data della consacrazione: 1195.

    Restaurata nel 1928-29, necessita ormai di un ulteriore intervento di riparazione per la copertura.

    Infiltrazioni di umidità dal catino absidale hanno compromesso il sottostante affresco del primo Cinquecento.

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, interno.

    Interno

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, finestra della facciata.

    Bifora della facciata

    Il motivo degli archetti della bifora si ritrova nelle absidi dell’antica

    chiesa di S. Emiliano

    La Madonna con Bambino è stata datata dal Nessi e attribuita ad un pittore finora conosciuto soltanto per gli affreschi in S.Chiara da Montefalco e pertanto chiamato Primo Maestro di S. Chiara.

    Trevi, Italy. Matigge, Chiesa di S. Nicolò, Affresco del Primo Maestro di S. Chiara.

    Affresco della prima metà del Trecento

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    Matigge

    97-05Z

  • Un dipinto del Sodoma?

    Elena Berti Toesca

    Due dipinti sconosciuti delSodoma

    in Dedalo XI -1931- pag.1334-1338

    Tommaso Valenti,( La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928, pag 227), a cui si rimanda per la foto del dipinto di Trevi, ipotizza l’attribuzione del dipinto di Trevi a Sebastiano dal Piombo.

    <1334>

    Nessuno ha saputo indicarmi di dove provenga alla Confraternita della Madonna dell’Orto in Roma un dipinto che sotto le annebbiature del tempo e della patina mostra facilmente grandi qualità. È un quadro che si può dire quasi sconosciuto. nascosto nelle modeste stanze di quella confraternita di bottegai e rivenditori romani. che pure lì accanto ha saputo costrurre una delle più adorne chiese di Roma: Santa Maria dell’Orto, la cui cupola fu affrescata, il pavimento finito e la ricca decorazione compiuta in diversi anni a spese dell’Università dei fruttaroli. vernicellari. pollaroli, etc., che vi ebbe la sua chiesa e anche le sue sepolture.

    Dentro una vecchia cornice è una tavola (pag. 1335) rappresentante la Pietà, col Redentore seduto sul sarcofago e sostenuto dagli angioli. I confratelli riportano del dipinto le attribuzioni più eterogenee, ma tutte lontane dal giusto segno, al quale può giungere chi attentamente osservi.

    L’insieme richiama sùbito alla pittura dell’Italia settentrionale, dove composizioni <1336>

    di questo genere. specie nell’arte veneta. furono tanto frequenti; e a guardare sommariamente il dipinto ci si potrebbe appunto rivolgere alla scuola veronese, mentre certe gonfiezze nel disegno e la generale oscurità hanno anche suggerito a qualcuno il nome di Liberale da Verona. Ma quando si riesca a rivedere la pittura originale liberata dall’offuscamento, che un prudente restauro potrebbe facilmente togliere, vi si trova uno studio di luce e di chiaroscuro che fa rivolgere l’attenzione ai lombardi; ed ecco che nei due angioli di destra che sorreggono il Cristo si mescolano a pochi riflessi raffaelleschi, particolarmente visibili nell’angiolo di destra, quelli assai più vivi di Leonardo. Nell’angiolo che sovrasta tutto il gruppo il leonardismo apparisce con la massima intensità nel gioco di luci e di ombre e persino nelle fattezze. Pure, il secondo angiolo a sinistra, contorto e magro, sembra accennare le angolose forme dei pittori piemontesi. Tra le figure degli angioli improntate a un vago idealismo il Cristo spicca per un senso di rilievo e di realtà che novamente afferma la tradizione dell’Italia superiore; ma nell’anatomia di questa stessa figura si sente che il pittore deve aver riguardato l’antico.

    Dall’insieme di questi caratteri sorge chiara non soltanto l’individualità, ma il nome dell’ignoto artista.

    Appartengono al Sodoma quegli angioli di cui egli ha ripetuto infinite volte il tipo dalla grossa bazza e dal naso corto, dai capelli ora sciolti in ciocche umide ora artificiosamente inanellati; appartiene a lui e alla sua discendenza indubbia da Leonardo quel chiaroscuro dell’angiolo sopra la testa del Cristo ed anche il senso patetico che nel Cristo sorge dal profondo e ne pone la figura tanto in alto in mezzo agli angioli, più freddamente idealizzati; qualità che si può riconoscere persistente nel Sodoma, anche se attenuata molte volte dal suo voluto classicismo. Credo elle non occorra insistere su confronti particolari, ma ne richiamo i principali: la derivazione di questo Cristo da quello più rude e primitivo, ma assai simile della Deposizione di Sant’Anna di Camprena dove le mani del Redentore son disegnate pesantemente come nel quadro della Madonna dell’Orto, mentre, sempre in questo, le mani degli angioli hanno quel caratteristico convenzionale affilarsi delle dita che poi il Sodoma ripeterà continuamente, diminuendone sempre più la modellazione. Inoltre l’angelo di sinistra del nostro quadro è quasi ripetuto in opere del periodo senese, sempre sul lontano modello leonardesco.

    A noi interessa ora il problema cronologico dell’esecuzione del dipinto. E mi pare che esso si risolva con le osservazioni già fatte. Qui già s’intravede linfluenza umbra e poi raffaellesca; ma è soverchiata ancóra dalle reminiscenze dell’Italia superiore e di Leonardo in particolare. Lo studio del nudo non è qui portalo a quelle finezze ideali che si vedranno dopo, o nella Deposizione dell’Accademia di Siena, o nel San Sebastiano di Palazzo Pitti: e si può concludere che il dipinto risale a uno dei primi soggiorni del Sodoma a Roma, quando lavorava nel Vaticano, e più precisamente al 1508, mentre già si manifestava 1’influenza di Raffaello, che poi lasciò tracce in tutte le successive opere del pittore.

    Un’altra tavola richiama il nome del Sodoma, sebbene non così palesemente. É a Trevi, ma proviene anchessa da Roma e <1338>

    per strane vicende. Nelle memorie inedite di Benedetto Valenti, avvocato fiscale, come risulta dalle diligenti ricerche di T. Valenti(1), si trova ricordato che «la reverenda camera apostolica del dicto anno 1531 essendo stata iustitiata una donna che teneva camera locanda in Borgo per avere admazato uno… ne donò (dei suoi beni, al Valenti) una callidissima cona in tavola». Il Valenti inviò a Trevi la bella ancona che aveva appartenuta all’ostessa giustiziata e la fece porre in Santa Maria delle lagrime, donde solo da pochi anni fu tolta per restaurarla e porla nel Museo. C’è da supporre che lostessa avesse avuto il quadro da uno dei tanti pittori che passarono a Roma nel primo trentennio del 500, per non poter egli in altro modo saldare il conto della locanda.

    Dentro una mediocrissima cornice del XVI secolo è una tavola rappresentante anch’essa una Pietà (pag. 1337):composizione assai più complessa che l’altra, più idealizzata, sebbene anche in questa il pittore sia riuscito a dar sempre alto significato e massimo rilievo alla figura del Redentore. È il momento del seppellimento; e il vecchio d’Arimatea sostiene il corpo del Cristo abbandonato con un senso di delicatezza e di soavità che è pur sempre leonardesco, ma che ci ravvicina alle più tarde forme del Sodoma. Riflessi dell’arte di Leonardo si possono trovare nella figura del vecchio a destra e in quello all’estrema sinistra dai lineamenti alquanto caricati. Ma ad analizzare l’opera si vede quanto l’artista si sia appropriato delle forme della pittura umbra (in particolare si osservi la Maddalena) sebbene non ancòra dimentico di quelle settentrionali, tanto che l’atto scomposto del vecchio che sorregge il Cristo potrebbe far quasi pensare a Gaudenzio Ferrari.

    Particolarità morfologiche che possono confermare l’attribuzione da me proposta al Sodoma sono le mani affilate; la stessa Madonna, tanto simile alle teste dell’affresco di santa Caterina a Siena, in San Domenico; e la tendenza come nell’altro quadro a poca varietà di toni per un fare quasi monocromo, specie sulle carni morelle, con leggere ombreggiature. Ma la fusione di elementi diversi è qui assai più riuscita che nella Pietà di Santa Maria dell’Orto e perciò il dipinto si può riferire a un periodo più inoltrato nell’attività del Sodoma, appunto a quello in cui il pittore riuscì ad una maniera più semplice ed abbreviata, tutta rivolta a finezze, al cui termine sta un capolavoro: il San Sebastiano di Pitti.

    Anche per questa Pietà sono state proposte, pur da critici ascoltati, le più varie attribuzioni, e insistentemente su tutte quella a Sebastiano del Piombo. Ma in nessun momento di questo pittore potrebbe trovar posto la Pietà di Trevi che non ha né caratteri veneziani, né quegli elementi raffaelleschi o michelangioleschi che poi predominarono nei successivi periodi dell’arte di Sebastiano del Piombo; e soltanto il nome del Sodoma mi sembra appropriarsi a questa fine opera dimenticata.

    ELENA BERTI TOESCA.

    (1) La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime a Trevi, Roma, 1928.

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  • Ken Sowerby – Architetto e artista

    Ken Sowerby

    Ha esposto a Trevi nella mostra Artisti senza Tempo DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12 dal 18 ottobre – al 16 novembre 2003

    Architetto ed artista, nato a Liverpool nel 1953, ha trascorso la maggior parte della sua vita in Australia, e prima di approdare a Trevi ha soggiornato a lungo in Germania e ad Hong Kong.

    Le sue opere includono la pittura, la scultura e la fotografia.

    Sia i suoi lavori artistici, che la sua architettura condividono lo stesso approccio filosofico di rivelare una parte del tutto, ossia “The glory of the glimpse”, permettendo all’immaginazione di completare l’immagine.

    Ha già esposto in Australia, Germania, Italia ed in Brasile.

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  • Chiesa S.Pietro a Pettine1

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    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.

    altra veduta

    Chiesetta rurale tipica della zona ma architettonicamente più evoluta di tutte le altre, segnatamente nel campaniletto a vela (rielaborato). Sorge sulle pendici del colle di S. Martino, vicino all’antichissimo tracciato che da Trevi scendeva a valle verso Foligno. Dagli elementi architettonici si può far risalire al XIII secolo, probabilmente ricostruita sulle rovine di un edificio precedente. É naturalmente citata nei più antichi inventari

    .1

    . Spogliata nel XIX secolo dei suoi arredi fu ceduta a privati (famiglia Ciaffoni, poi altri). Ridotta a fienile, fu acquistata insieme con la vicina casa dalla famiglia Caporicci, che a metà degli anni ’80 l’ha restaurata permettendone la perfetta fruibilità

    Simile alle numerose chiesette romaniche coeve reperibili nell’abitato di Trevi e nel suo territorio è tra le più evolute architettonicamente, “con abside semicircolare e campaniletto a vela, come al solito rielaborato, sulla facciata; ma la muratura sembra più antica specie nella parte destra della facciata e la porta, a differenza delle altre, architravata.2

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.

    Come le costruzioni coeve è orientata con l’abside a est. L’interno è a navata unica, con la trabeazione sorretta da due arconi ogivali. Prende luce da due finestre, molto strette, poste al di sopra dell’ingresso e dell’abside. Altre due finestrelle sono nella pareti laterali, all’altezza del presbiterio. Nel lato sud una porta, anch’essa architravata, comunicava anticamente con la sagrestia, non più esistente.

    Nella sua costruzione furono riutilizzati materiali di spoglio di edifici precedenti, tra cui alcune epigrafi funerarie classiche.

    Conserva all’interno interessanti affreschi.

    Interno

    Questa foto ormai “storica” del 1979, opera del mai dimenticato Sandro Ceccaroni, correda la prima guida moderna di Trevi.2 .
    Gli osservatori di spalle sono L’avv. Carlo Zenobi e Franco Spellani

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine.(1979)

    Recentemente (2010-2012) è stata oggetto di una meticolosa opera di restauro

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    Note

    1)Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Umbria, Città del Vaticano 1952

    2)Nessi, Silvestro – Ceccaroni, Sandro, 1979, Da Spoleto a Trevi lungo la Flaminia, Panetto e Petrelli, Spoleto, 1979, pag. 153 e successive riedizioni: Trevi, guida turistica

  • Chiesa S.Pietro a Pettine – Interno

    Pagina in elaborazione

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine. Interno

    L’interno della chiesa è caratterizzato dai due arconi ogivali che sorreggono la copertura.

    L’ultimo intervento ha riportato in vista i conci delle pareti rimuovendo l’intonaco fatiscente, salvandone le parti decorate con importanti

    affreschi.

    Sulla parte sinistra un dittico con S. Antonio da Padova e Madonna con Bambino della metà del XV secolo:

    Alla sinistra dell’abside è raffigurato il titolare S. Pietro, e in alto, a destra dell’abside, Cristo sul sepolcro e Madonna con Bambino. Vedi in dettaglio

    Nella rimozione del massiccio altare è tornata alla luce la mensa originale e ai suoi piedi l’epigrafe funeraria classica che era stata inglobata nella muratura.

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    100

  • Chiesa S.Pietro a Pettine – Affreschi

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine. S. Pietro

    Alla sinistra dell’abside, questa magnifica figura di S. Pietro, titolare della chiesa che il Nessi aveva datato al primo ‘4001
    Più recentemente è stata attribuita a Bartolomeo da Miranda che nella quarta decade del XV secolo fu molto attivo nella zona, specialmene nella vicina Pietrarossa2. Recentemente è stata riscoperta una sua opera a Bovara.

    Lungo la parete sinistra Rimane, abbastanza ben conservato, un dittico con S. Antonio da Padova e Madonna con Bambino. É originale la decorazione della veste della madonna dal viso bellissimo.
    Dall’iscrizione si può ancora scorgere parte della data: M4.., in perfetto accordo con la primitiva attribuzione del Nessi che a suo tempo, per la presenza di vari oggetti qui riposti, non aveva potuto esaminare la base del dipinto.
    Il panneggio della figura della Madonna richiama ancora la mano di Bartolomeo da Miranda o di un suo discepolo (inedito 2006)

    Trevi, Italy. Chiesa di S. Pietro a Pettine. Affresco di Paolo Bontulli, 1525

    Questo affresco, datato 1525, è attribuibile a Paolo Bontulli da Percanestro.

    La decorazione geometrica del fondo è identica a quella della venerata immagine della Madonna della Stella.

    Santuario della Madonna della Stella. L'immagine della Madonna della Stella (XVI sec.)

    La Madonna della Stella Foto Bruno Ottaviani

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    001-065

    Note 1) S. Nessi, S. Ceccaroni, Da Spoleto a Trevi lungo la Flaminia, Spoleto, 1979, pag.154 e successive riedizioni: Trevi, guida turistica.

    2) F. Todini, La pittura umbra, Dal Duecento al primo Cinquecento, I, Milano, 1989, p. 26..

  • Piccolpasso, veduta, 1575

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    Trevi, disegno di Cipriano Piccolpasso, 1575

    Cipriano Piccolpasso, Trevi, da Piante et ritratti di città e terre dell’Umbria, 1575

  • Virginia Ryan, Acquaforte 1997

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    Virginia Ryan, Trevi, Acquaforte 1997

    Virginia Ryan official website