Categoria: Da sapere

  • Processione notturna dell’Illuminata

    Foto della processione 2011 di Giovanni Bocchieri (https://sites.google.com/site/giobofiles001/home/la-processione-dell-illuminata-a-trevi-pg-_immagini) rimosso

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    Processione dell’Illuminata
    o di Sant’Emiliano

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    2008 Segnalata da Folklore.it

    2005 -Segnalata da:

    LinkLavoro.it

    (pagina rimossa)

    TELEVIDEO – pag. 805

    (pagine rimosse)

    dal 27/12/04 al 15/01/05

    Programma 2015

    Altre notizie: le origini la storia, il percorso, usanze e tradizione.

    Trevi, Italy. Processione di S. Emiliano, uscita della statua.

    È sicuramente la manifestazione “in tempo reale” più antica dell’Umbria, potendosi far risalire all’alto medioevo o addirittura al tardo-antico.

    La sera del 27 gennaio, da sempre, alle 18,30 la statua del santo patrono viene portata processionalmente per le vie della città, preceduta dai labari, dai “cerei” e dal gonfalone, secondo un ordine di sfilata che si ripete da secoli, pur adattandosi ogni anno ad esigenze contingenti.

    I “cerei” o “ceri” sono apparati, portati da una o più persone a seconda della grandezza, con i simboli o i prodotti delle associazioni e delle imprese commerciali, artigiane e industriali (anticamente delle arti e delle corporazioni).

    Il percorso della processione ricalca il tracciato interno della seconda cerchia di mura castellane e pertanto è sempre lo stesso almeno dal 1264, anno in cui si effettuarono altri ampliamenti.

    Da tempo immemorabile si chiama l’Illuminata poiché, in un mondo rischiarato da deboli fiammelle, l’illuminazione straordinaria del percorso e di tutta la città era l’aspetto più appariscente della manifestazione.

    Con l’avvento della luce elettrica all’inizio del secolo, essendo le strade e le piazze già di norma illuminate più di quanto non sia mai stato, si ritenne necessario illuminare a giorno ogni angolo del percorso.

    Dopo continui aumenti potenza impegnata, dal 1997 si è limitato l’impiego dell’illuminazione elettrica per riproporre l’antica suggestione delle fiaccole.

    La manifestazione è di grande richiamo e giungono studiosi anche dall’estero (vedi in proposito la relazione di Tony Anderson di Melbourne)

    Trevi, Italy. Processione di S. Emiliano, lungo via Dogali.

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    al 1998 al 2001, essendo inagibile la chiesa di S. Emiliano a causa del sisma, la processione è partita e rientrata nella chiesa di S. Francesco.

    Nel 1999, a causa del maltempo, la processione è stata effettuata alle 12 del giorno successivo, con percorso ridotto.

    A memoria d’uomo è la terza volta che la processione si fa nel giorno successivo per il maltempo.

    Nel 2000 non potendo transitare la statua per via Cavour ingombra di ponteggi per le riparazioni degli edifici danneggiati dal sisma, la processione ha seguito un percorso più lungo (via Fantosati – via dell’Angelo Custode – Via delle Fonti). Il percorso più lungo è stato seguito anche nel 2001 per il perdurare dei lavori della ricostruzione e nel 2002, quando tolti ormai i ponteggi per la ricostruzione, via dell’Asilo (o via Cavour) non era transitabile per il tentativo di restauro della deperitissima Annunciazi

    one sopra l’ingresso dell’antichissima chiesa di S. Bartolomeo, poi Asilo Infantile e poi abitazioni.Nel 2014 per minacciate avverse condizioni atmosferiche, la processione non ha avuto luogo né la sera della vigilia, né il giorno della festa. Nessuno ricorda un precedente analogo.

    Trevi, Processione di S. Emiliano
    Trevi, Processione di S. Emiliano

    Altre notizie sulla processione e sulla festa in un articolo di Tommaso Valenti del 1898. Ordine della Processione

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    Note

    1) T.C.I., Grande Atlante Turistico dell’Italia più bella, Vol. II, Touring Editore, Milano 2002, p.7

  • Prodotti tipici

    C’è da gustare

    Il più rinomato dei prodotti tipici di Trevi è sicuramente l’

    OLIO

    DI OLIVA, (naturalmente solo ed esclusivamente quello classificabile

    Extravergine

    !). Ovviamente è uno dei prodotti base della cucina locale.

    Gli ortaggi, coltivati nella fertilissima valle, hanno come espressione massima il SEDANO NERO DI TREVI, una cultivar tipica assolutamente esclusiva. Da ottobre a dicembre nei ristoranti locali viene servito secondo numerose ricette.

    Non sufficientemente valorizzato è il vino TREBBIANO, da tempi remoti diffusosi ovunque con nomi diversi. Secondo alcuni, il nome potrebbe essere posto in relazione con Trevi (in latino = Trebia, da cui l’aggettivo Trebianus). Sta di fatto che fino ai primi del ‘900 esisteva nella valle una monocoltura di Trebbiano (Trebbiano Spoletino e Trebbiano di Trevi o, come lochiamavano i nostri agricoltori, “Trebbiano Pulito”).
    Il passito di Trebbiano, VIN SANTO, era considerato una specialità di Trevi.

    Tra gli squisiti prodotti locali c’è da ricordare il Tartufo nero, gli insaccati di maiale, il formaggio pecorino, il miele.

    Per valorizzare i prodotti tipici della zona il Comune di Trevi istituì una Scuola di Cucina CIBO & BENESSERE diretta da Angelo Paracucchi (sospesa dal dicembre 1999).

  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    36- CAUSE ED EFFETTI – DEDUZIONI (pagg. 112-115)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. Non pô un arbiru cattiu fa’ un fruttu bonu, nè un arbiru bonu fa’ un fruttu cattiu; – e – Un cippu tristu ‘n pô da’ ‘na tacchia bona; – e
    <113> Le cerque non pozzo’ fa’ lazzarole; – e – ‘Na pianta de mele sconce non fa mele rosce.
    Lat. – Non potest arbor mala bonos fructus facere; neqae arbor bona malos fructus facere.
    Franc. – Un bon arbre porte de bons fruits; et un mauvais arbre de mauvais fruits.
    Spagn. – No puede el arbol bueno llevar malos frutos, ni el arbol malo llevar buenos frutos.
    2. Carcere e lettu non fanno omu perfettu.
    Tosc. – Prigioni e galera lascian l’uomo com’era.
    3. – Chi cammina ‘nciampa.
    4. – Chi ferra ‘nchioda.
    5. – Da lu capu vêne la tigna
    6. – ‘Nse pô avé’ la botte piena e la moje ‘mpriaca. (ubbriaca)
    7. – Daji e ridaji le cipolle addiventano aji.
    8. – Chi troppu sale, cader dêe.
    9. – L’arbiru più penne e più fruttu renne.
    10. Budella d’oru e c…. de paja. La buona cucina non permette talora di vestire decentemente.
    11. Chi la sera è ursu (ha bevuto molto vino) la matina è arsu.
    12. ‘Na bona sborniatara tutt’al più tre giorni dura.
    Tosc. – Una bona imbriacatura nove giorni dura. É evidente che le sbornie toscane sono più solenni che le umbre.
    13. La lengua ‘ncià ossa, ma ossu rompe.
    <114> 14. La guazza non, fa corre’ li fiumi.
    15. – Chi pace non cià, pace non dà.
    16. – Piru maturu casca senza turturu.
    Lat. – Pira dum sunt matara, sponte cadunt.
    Franc. – Quand la poire est mûre, il faut qu’elle tombe.
    17. Chi tocca la pece, se sporca le mane.
    Franc. – Qui touche la pois s’embarbouille.
    18. Cacciatu lu dente, e finitu lu dolore
    19. Do’ casca l’asinu ciarmane lu turturu. Ogni fallo lascia manifeste traccie di punizione.
    20. Chi magna lu dorge, sputa l’amaru.
    21. – ‘Na rapa ‘n pô da’ sangue.
    22. Raju d’asinu n’arria in celu.
    23. Chi pratica la zoppu, a capu la sera, o zoppica o scianchija; – Chi vive co’ li upi, ‘mpara a urlà; – e – ‘Na pera fracia ne ‘nfracia centu. Cun sancto sanctus eris, cum iniquo iniquus eris. (Salmo 17)
    Franc. – On apprend à urler avec le loup. – Une poire gâtée en gâte un panier.
    24. Se vôi sapé’ chi so, guarda con chi vo’; – e – Di’ con chi vai e te dirò chi sei.
    Franc. – Dis-moi qui tu hantes, je te dirai qui tu es.
    Spagn. – Dime con quien andes y te dirè quien eres.
    <115>
    25. Chi va a durmì’ co’ li cani, s’arrizza co’ le purge. Chi si unisce a persone di cattivo affare, si ritrova macchiato dei loro vizi.
    26. Acqua e chiacchiere ‘nfo frittelle.
    27. Co’ gniente ‘nse fa gniente. Non posta la causa, non può seguire l’effetto. De nihilo nihil. (PERSIO: Sat. III – V – 84)
    28. Co’ n’accettata ‘nse taja n’arbiru.
    Lat. – Arbor per primum quaevis non corruit ictum.
    Franc. – D’un seul coup on n’abat pas un arbre.
    Spagn. – De un solo golpe no se derrueca un roble.
    29. Da lu fruttu se capisce l’arbiru.
    Lat. – Ex fructibus cognoscetis eos.
    30. Tittu che non piôe, gatta ce côa.
    Lat. – Causa aliqua subest.
    31. Chi me n’ha fatta una, me n’ha fatte centu.
    32. Desse (disse) la merla a lu turdu : sentirai la botta se ‘nsi surdu. Chi si ostina à chiudere gli orecchi all’avvertimento di un pericolo che sovrasta, dovrà rimanerne necessariamente vittima.
    33. Chi non è bonu per sé, mancu pe’ l’antri. Qui sibi nequam est, cui alii bonus erit? (Prov. 14)
    34. Chi non è bon granu, non sarà bona farina.
    35. Da lu poco se capisce l’assai.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    34- COSE DELL’ANIMA – VIA DI SALVEZZA – OLTRETOMBA (pagg. 110 -112)

    35 – SEGNI DI CROCE (pag. 112)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. Chi giura e non crêe (crede), se gioca l’anima enon se n’avvée (avvede).
    2. Non è beatu chi cumincia, ma chi finisce bene.
    Lat. – Qui perseveravit usque in finem salvus erit. (S. MATTEO – c. I – 22)
    <111>
    3. Chi dorme non pesca; in Paradisu trotta.
    4. Chi fa bene la prima Comunione, fa bene anche l’urdima.
    5. Chi preca fiurisce, chi non preca finisce.
    6. Li tribulati so’ l’amici de Dio. Beati qui lugent, quoniam ipsorum est regnum caelorum.(S. MATTEO – c. V)
    7. In ogni locu se po’ perde’ Dio; – e – ‘Gni momento potemo perde’ l’anima.
    8. Lu Paradisu n’é fattu pe’ l’asini. Dobbiamo sperar bene per la vita eterna, ché molti si salveranno. Copiosa apud eum redemptio. (Salmo 129)
    9. E’ più facile ch’un camellu passi pe’ ‘na cruna d’agu ch’un riccu intri in Paradisu .Et iterum dico: facilius est camelum per foramen acum transire quam divitem intrare in regnum caelorum.(S. MATTEO – c. 19; 21=26)
    10. Strâe larga l’omu danna, strâe stretta celo aspetta.
    11. Le porte dell’infernu stô sempre spalancate.
    12. Chi promette e non mantêne, va all’ infernu e non arvêne. E’ d’intonazione scherzevole.
    13. L’infernu è pieno d’avvocati.
    14. L’infernu è mattonatu de chieriche de preti. E’ conforme ad una visione di S. Teresa.
    <112>
    15. De cento ‘mpiccati se ne danna unu; de centu affocati se ne sarva unu.
    16. Le cose dell’antru munnu non le sa niciunu.
    17. – ‘Nse pô dì ch’un tristu vaca all’infernu, ‘nse pô dì ch’un bonu vaca in paradisu.
    18. Dall’antru munnu ‘n’é tornatu mai niciunu.
    19. – In quistu munnu bisogna lascià’ tuttu. Haud ullas portabis opes Acherontis ad undas. (PROP. – el. 2; 18-22)
    SEGNI DI CROCE
    1. In nome del Padre ‘nte ‘mpiccià; in nome del Fiju ‘nte ‘ntricà’;in nome de lu Spiritu Santu lascia di’ e lascia fa’.
    2. Qui (sulla fronte) sta tuttu ‘l male; quajù (sotto il petto) sta la ragione; senza fede (spalla sinistra) e senza religione (spalla destra).
    3. Non te ‘mpiccé’, non te ‘ntrighé’, lascia fe’ a chi, vol fe’; Amen. (Perugia).

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    33- “LU DIAVULU” (pagg. 109-110)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. Lu diavulu n’è tantu bruttu come se dipigne.
    2. Vôi vedé’ lu diavulu niru? Mitti lu rusciu accantu lu niru.
    3. Con po’ de male e ‘n po’ de bene lu diavulu se trattêne.
    4. Lu diavulu aiuta li sia. Sogliamo dirlo, quando vediamo che i malvagi godono di quella fortuna che manca sovente ai buoni.
    5. Lu diavulu tenta tutti.
    8. Lu diavulu aiuta a fa’ le pigne, no’ li coperchi. L’inclinazione al male suggerisce i mezzi per fare una mancanza, ma non per coprirla.
    7. Lu diavulu aiuta ‘a fa’ li peccati, e pu’ a scuprilli.
    8. Lu diavulu fa tante berrette e po’ una se la mette. L’uomo malvagio si fa reo impunemente di tante azioni cattive finché una lo appalesa e lo compromette.
    9. Non se nomina lu diavulu se non comparisce; – e – Gente trista nominata e vista. Sovente ci capitan davanti quei cattivi, di cui si sta parlando.
    <110> Franc. – Quand on parle du loup, on en voit la queue.
    10. Un diavulu caccia l’antru.
    11. Quando li furbi vô ‘n prucissione, lu diavulu porta la croce. I cattivi, anche quando fanno azioni buone, sono mossi da cattive intenzioni.
    12. L’arme le carica l’ome e le scarica lu diavulu (la superbia).
    13. Lu diavulu balla, quando ‘l peccatore sona.
    14. Quanno lu diavulu accarezza, vôle l’anima.
    15. Lu diavulu è lu patre de li buciardi.
    Lat. – Pater mendaciorum diabolus.
    16. Quanno lu diavulu è vecchiu, se fa rumitu. Chi è impotente al peccato, predica la penitenza.
    17. Fra la socera e la nora lu diavulu laôra.
    18. Lu diavulu do’ non po’ mette’ lu capu, mette la côa. Il diavolo, o in un modo o in un altro, sa bene introdursi nelle cose umane per mettere in subbuglio le anime.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    32- CHIESA – ECCLESIASTICI – ROBA DI STOLA (pagg. 104-109)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. Do’ sta lu Papa, sta la Chiesa. Ubi Petrus, ibi Ecclesia. (S. AMBROGIO)
    <105>
    2. La barchetta de S. Pietro va sempre in altu. Ecce ego vobiscum sum usque ad consumationem saeculi. (S. MATTEO: 28)
    3 Papa Sistu non perdonò mancu a Cristu.
    4. Chiesa, cammera, comunità: se pôi ‘nte ce ‘mpiccià.
    5. In conclave chi entra papa esce cardinale.
    6. Se a lu vescuvu de Terni je casca lu pastorale, je va for de diocesi. La diocesi di Terni è molto ristretta.
    7. Santi in Chiesa e diavuli in casa. Molte cose tollerabili, forse, in casa, non si possono tollerare, senza grave scandalo, in chiesa. Gesù diceva: «Domus mea, domus orationis vocabitur».
    8. Vita da prete, vita da santu. È una giusta esigenza.
    9. È meju ‘n bon secolare ch’un cattìu prete.
    10 Fa’ quel ch’il prete dice, e no’ quel ch’il prete fa. La vita del sacerdote è talora in contradizione con i suoi insegnamenti.
    11. Lu prete ‘nse danna mai solu. La sua vita non sempre esemplare trascina alla dannazione delle anime.
    12. L’odiu pritinu non perdona mai.
    Abruz. – Odiu de priviti, tigna de frati, rogna d’abreji, è miserere mei.
    13. Rocchettu e cotta, sempre borbotta. I preti coi frati non vanno mai d’accordo.
    <106>
    14. Preti, frati e passeri, do’ li trói ammazzali.
    Pugl. – Con prete, frate e cane, sempre la mazza in mane.
    Calab. – Cu monaci, previti e cani statti co’ li vastuni a li mani.
    Ricorderò soltanto, ai sostenitori della mazzola, che un Francesco d’Assisi, un. Tommaso d’Aquino, un beato Angelo da Fiesole, un Lodo vico Antonio Muratori, un S. Paolo della Croce, un S. Alfonso Maria de’ Liguori, un Giuseppe Parini, un Daniele Camboni, un Vincenzo Gioberti, un Guglielmo Massaja. un Giacomo Zanella, un San Giovanni Bosco, ecc., furono tutti sacerdoti, passati gloriosamente alla storia, i quali usarono delle energie e del genio delle loro menti, della santità e della carità dei loro cuori, del loro ardimentoso coraggio,
    <107> per il trionfo dell’arte, per la santificazione delle anime, per il sollievo dei sofferenti, per insegnare ai selvaggi il cammino vero della religione e della civiltà. E mi sono ristretto alla sola Italia.
    15. Preti spretati, frati sfratati e cavuli riscallati, non furono mai boni.
    16. Dio te sarvi dall’acqua e dal ventu e da ‘n frate fôr de commentu.
    17. Frati sfratati, o ‘ccisi o ‘mpiccati.
    18. Preti, frati e pulli, non furno mai satulli.
    19. Non murì mai un monico de fame, ma de ‘ndigestione.
    20. Dall’abitu se capisce lu monicu.
    21. Li sicriti de li frati non li conosce niciunu. I religiosi tengono molto ai segreti del loro convento.
    92. ‘Li frati stô bene, finché non so’ malati. Nelle loro malattie sono, in genere, non poco trascurati.
    Ted. Un frate non serve l’altro.
    23. All’ombra de lo campanile fuma lu caminu.
    24. Cappotta nera non va a lettu senza cena. Il sacerdote, per la grazia di Dio, non é, in genere, destinato a soffrire per mancanza dei cibi.
    55. <108> Pasta asciutta vô il sordatu, morti grassi vô ‘l curatu.
    26. – Li preti se moru’ de friddu. I parenti, avidi di roba, li denudano anche prima che siano spirati. Hisce oculis vidi…
    27. De lu prete chi ne vôle un pezzu e chi un moccone. Molti, specialmente i parenti, hanno il falso concetto che la roba dei sacerdoti sia la roba di tutti.
    28. Frapija sta in commentu, ma Fradà non ci sta. I religiosi per la loro vita di povertà, sono più facili a prendere che a dare. Questo proverbio contraddice alle parole che il MANZONI (Promessi sposi, c. 3) mette sul labbro -di fra’ Galdino: «Noi siamo come il mare che riceve acqua d a tutte le parti e la torna a distribuire a tutti i fiumi ».
    29. Chi all’altare serve, dell’altare vive.
    Lat. – Qui altari inservit, de ipso altari vivere debet.
    30. Broccoli e pridicatori, dopo Pasqua ‘nso’ più boni.
    31. Vôi un fijo tristu? Mittilu a servì Cristu.
    32. ‘Seminaristi, furbi e tristi.
    33. Lettu de commentuale (conventuale) e cucina da cappuccinu.
    34. -Pranzu da frate e vita da cavaliere.
    35. La roba de la cotta, vêne ‘l diavulu e se la porta.
    Tosc. – Roba di Chiesa, roba di stola, presto la viene e presto la vola.
    <109> Spagn. -Los dineros del sacristan, cantando sen vien, cantando sen van.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    42- I NGEGNO E IL SUO CONTRARIO – SAPERE E IGNORANZA – PERSONE SCIOCCHE (pagg. 122-123)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. A chi cià la testa non manca lu cappellu.
    2. Co’ l’arte e co’ l’ ingegnu s’acquista mienzu regnu.
    3. Chi de’ quinici no l’ha (l’ingegno) a venti non l’aspetti; – e – Chi a venti non l’ha, a trenta non sa.
    4. Le persone d’ ingegnu so’ tutte un pô matte. Nullum magnum ingenium sine mixtura de mentiae fuit. (SENECA)
    5. Le necessità acuzzano lu cervellu. Ingenium mala saepe movent.(OVIDIO: Ars amandi)
    6. L’occhiu vôle la parte sia.
    Tosc. – L’occhio vuole la sua parte.
    Abruz. – L’uocchie’ vô la parte se.
    Rom. – L’occhio vô la parte sua, fora che li cazzotti.
    7. Chi se perde pe’ troppo sapè’ e chi pe’ cica.
    8. Non s’arria mai a ‘mparà’.
    Lat. – Discendi vita deficit.
    9. Co’ lo sbajà’ se ‘mpara.
    Lat. – Errando discitur.
    10. <123> Chi cià ‘struzione cià roba.
    11. Chi non sa, priestu parla; – e – Chi non sa fa priesta a judicà.
    Abruz. – Chi ne sa poche parl’apprime.
    12. Chi non sa è come chi non conosce.
    13. Le cocuzze vô’ sempre a gallu. I più tardi; d’ingegno raggiungono spesso gli onori più alti.
    14. Capoccia che non parla è cucuzza.
    Tosc. – Capo senza lingua non vale una stringa.
    15. L’ome ignorante è ‘na gran bestia; è la molestia della società.
    16. Dove vai? – So’ cipolle! Chi non ha testa vaneggia.
    17. Più cùzzura [cutùra?](rotola) e meno s’attonna. Le condizioni mentali di un uomo stupido sono destinate a peggiorare, non a migliorare. (FERMI)
    18. A li più minchiuni, o lu Cristu o li lantirnuni. Le persone di poca intelligenza facilmente vengono assoggettate a lavori gravosi, apparentemente belli e leggeri.
    19. A la barba de li minchiuni se vendemmia tre vorde l’annu. Il senso è ovvio.
    20. Pe’ li minchiuni ‘ne’ è mai Paradisu. (Gualdo Cattaneo) Essi, nell’impossibilità, per natura, di render migliori le condizioni della loro vita, sono destinati a soffrire sempre.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    41- GUERRA – RISSE – SOLDATI – POLITICA (pagg. 119-121)

    Nota: Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina.

    1. Se vê (viene, apparisce) la stella bella (la cometa) ecco la guerra.
    – Priestu a taôla e tardi in guerra.
    3. – Chi va a la guerra, magna male e dorme in terra.
    4. – A tiempu de’ guerra ‘gni sordatu passa.
    5. – Pe’ fa la guerra ce voiu’ li sordati.
    6. – A tiempu de guerra co’ le bucìe ciarvordi la terra.
    7. – Chi ha pôra de le palle’ ‘n vaghi ‘in guerra.
    8. – La guerra chi la vôle se la faccia.
    La vogliono però tutti, qualora corrisponda a un grande e fortunoso ideale della patria. Allora schiere innumerevoli di volontari corrono esultanti ad essa, con le armi in pugno, come è avvenuto per la conquista dell’Etiopia, che la mente divina del Duce, ispirandosi ad alte considerazioni morali, economiche e sociali, ha additato alla nostra nazione. Si sono così formate schiere immense di volontari che, in epiche e rapide lotte hanno ripetutamente ributtato le forze avversarie sostenute e dirette da turpi coalizioni straniere e hanno issato il tricolore là dove il genio del Duce aveva, con ferma volontà, stabilito.
    9. – Peste e guerra, stricano la terra.
    10. – Chi mena pe’ primu, mena du vorde.
    11. ‘Gni pelle se fora, ‘gni braccìu impugna. A tutti si può apportare la morte, ognuno sa, armarsi a propria difesa.
    <120>
    12. – Le femmene la lengua, l’omu le braccia.
    13. – Chi cià la capoccia de vetru (o de ricotta) non faccia a botte.
    14. – Li sordati de lu Papa ‘n sò’ boni a caccià ‘na rapa; li sordati de lu Re (di Napoli) ‘n so’ boni a sta’ a vedé’.
    Tosc. – Soldati del Papa, otto a cavare una rapa; senza il sergente non son buoni a far niente. Quasi tutte le genti italiche, non educate per interi secoli, agli ideali della patria, non esercitate alla milizia, e per di più malmenate, se avessero seguite idee diverse da quelle dei loro principi, si sono mostrate, per lungo correre di tempo, insufficienti e restie alle esigenze della guerra, sui campi di battaglia, e non hanno fatto sempre buona prova. Ma quando è brillato alle loro menti l’ideale infrenabile della libertà, di una patria da redimere e da farsi grande, son tornate ad essere degne degli antichissimi avi. Così, durante l’invasione napoleonica, mosse dal desiderio assillante di una patria da riunire, contribuirono animosamente a molte delle vittorie francesi ; come azioni gloriose e clamorose seppero compiere nelle guerre d’indipendenza e più tardi, sotto la direzione del Duce, in Africa, per la conquista dell’Etiopia, nella Spagna, per la repressione dell’insurrezione bolscevica, e, di nuovo, in Africa e i a Europa nella immane guerra che tuttora avvampa.
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    15. Non serve che me paghi le fojette, ché tantu te le metto le manette. È la parola austera del carabiniere che compie, in nome della legge, il suo dovere, nonostante che gli si usino gentilezze.
    16. Chi non è bon sordatu ‘n pô esse’ bon borghese. Chi non sa moderarsi sotto la disciplina militare, quando sarà borghese si sentirà in diritto di farne di tutti i colori.
    17. La monarchia ce unisce, la repubrica ce divide.
    18. Chi fegne’ (fingere) non sa, regnar non dêe.
    19. Oggi i re regnano e non governano.
    20. Chi serve lu guvernu non serve niciunu. In particolare non serve alcuno, ma in generale tutti. Non deve venir meno, adunque, in lui, in nessun modo, il sentimento del proprio dovere.
    21. Troppi magnapane! (impiegati) ; – e – Li troppi impiegati appiagano.
    22. – Se magna tuttu lu governu! Il Governo trae molto dalle tasche del contribuente: è innegabile; ma è anche innegabile che meravigliosi e inenarrabili benefici esso ha saputo apportare all’Italia, sotto ogni rapporto, civile, militare, religioso, ecc.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    39- FESTE – SPASSI – SCHERZI (pag.118)

    40- INGIURIE – OFFESE – VENDETTE (pag. 118)

    FESTE – SPASSI – SCHERZI

    1. Finitu carnêale, finitu amore,
    finitu lu spasseggiu de signore.
    2. – De carnêale ‘gni burla vale.
    3. – Chi fa tutte ve feste poviru se veste; – e – Chi fa tutte ve feste non rrempe le borsette.
    4. – Lu scherzu è bellu quann’é curtu.
    Tosc. – Ogni gioco corto è bello, quanno è lungo è piagnerello.
    5. – Pranzi, feste e fistini a casa d’antri.
    6. – Scherzu de manu, scherzu de villanu.
    Abruz. – Scherze di mane, scherze di villane.
    Franc. – Jeux de mains, jeux de vilains.
    Spagn. – Juegos de manos, juegos de villanos.
    INGIURIE – OFFESE – VENDETTE
    1. Li torti è menu ricevevi che falli.
    2. Centu vorde a te e una a me. Se è lecito a te offendermi molte volte, sarò anch’io in diritto di offenderti, almeno, una volta.
    3. Setacciu mia, setacciu:
    quellu che fai, t’arfacciu.
    4. Mantieni l’odiu che l’occasion non manca.
    5. La bianca e la bruna, ‘na vorda piruna (per ciascuno).
    6. La vendetta la fa Dio. Mihi vindicta: ego retribuam.(S. PAOLO: Epist. ad Rom., c. XlI)
    7. La meju vendetta è lu pirdunu.

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  • Proverbi Umbri di O. Grifoni

    Proverbi Umbri raccolti da Oreste Grifoni

    38- DOLORE – ALLEGREZZA – GUSTI – SODDISFAZIONI VARIE (pag. 117)

    1. Lu dolore n’ha parole né misura; – e – Lu dolore fa di’ quistu e antru.
    Lat. – Verba dolor parum considerat.
    2. Chi gran dolore ha, gran voce spanne.
    3. – Chi ride fa bon sangue.
    4. – Core allegru Dio l’aiuta.
    5. Core allegru gran talentu. Non corrisponde al vero.
    6. Cent’anni de malinconia non pagano un centesimu de debitu.
    Franc. – Cent livres de mélancolie ne payent pas un sou de dettes.
    7. – Vale più un gustu ch’un casale.
    8. – Tutti li gusti ‘nse pozzuno avé’.
    9. – Chi cià un gustu e chi n’antru; – e – Lu munnu è fattu a trivella:
    a chi piace la trippa e a chi le budella.
    Lat. – De gustibus non est disputandum.
    10. – Chi se contenta gode.
    11. – Quanno l’omu sta bene, se dêe contentà.
    19. – Chi gode ‘na vorda, non pena sempre.
    Franc. – Qui a une heure de bien, il n’est pas toujours malheureux.
    13. Non se vive de solu pane.
    Lat. – De solo pane non vivit homo. (S. LUCA – c. IV)

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