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  • Le memorie francescane – Il lebbroso

    Le memorie francescane di Trevi

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    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 2. – Il lebbrosario di SS. Tommaso e Lazzaro

    Era comune nel medio evo la costruzione, lungo le strade principali, di locali destinati a raccogliere i lebbrosi.

    I lebbrosari eran veri luoghi di umiliante isolamento per i poveri malati, che venivano abbandonati da tutti. S.Francesco “non solamente serviva volentieri a cancerosi, ma oltre questo avea ordinato che li frati del suo Ordine, andando o stando per lo mondo, servissero ai leprosi per amor di Cristo, el quale volse per noi essere reputato leproso1. Il Santo vedeva in quegli infelici l’immagine del Salvatore, e perciò li aveva quanto mai cari, per essi spendeva una buona parte della sua attività, e “omnes leprosos qui essent multum plagati plurimum recommendaverat2. E con i lebbrosi fraternamente trattava e non disdegnava toccare e curare le loro piaghe e li chiamava dolcemente col nome di “fratelli cristiani”3.

    Da principio però aveva ribrezzo di essi. Un giorno, cavalcando presso Assisi, ne incontrò uno, e sebbene provasse grande ripugnanza, scese da cavallo e, vinto se stesso, abbracciò e baciò quell’infelice. Fu tale e tanta la gioia che ne provò, che alcuni giorni dopo volle ripetere l’atto, andò al lebbrosario, e, dopo aver distribuito elemosine, baciò le mani e la bocca degli infermi4.

    Da allora i lebbrosi diventarono i suoi prediletti, e quando incontrava un lebbrosario, picchiava alla porta, chiedeva ospitalità e vi pernottava prestando l’opera sua caritatevole e santa.

    *

    Sulla strada romana, presso la località detta di Pietra Rossa, nel territorio di Trevi, esisteva l’ospedale dei SS. Maurizio e Lazzaro per i lebbrosi ed incurabili5 ed anche questo fu oggetto di cure per S.Francesco e per i suoi Discepoli.

    L’istituto era retto da un sindaco e da santesi, i quali alla loro volta dipendevano dal Magistrato e dalle risoluzioni del Consiglio Generale6. Costoro però attendevano più che altro alla parte amministrativa, ed i poveri ammalati eran lasciati in balia di se stessi, con gli inevitabili disordini che è facile immaginare. Ciò portò ben presto necessariamente alla chiusura del lebbrosario, che fu trasformato in beneficio ecclesiastico a collazione della Dataria.

    Nel 1487 sorse lite per i beni di quell’ospedale tra Pierfrancesco di Francischino, Conte di Pierfrancesco Lucarini e Francesco di Ser Giacomo Valenti; il Comune allora ricorse a Mons. Maurizio Cibo, Arcivescovo di Cosenza e Governatore di Perugia, e a Mons. Francesco Mari, Vescovo di Viterbo, luogotenente generale della Provincia, in quel tempo dimorante a Trevi. Il Comune chiese di poter unire l’antico ospedale o alla Chiesa di S. Emiliano, o a quella delle Lacrime, oppure a S. Martino o S.Francesco7, adducendo per ragione le ruberie che venivano fatte a danno dell’istituto. E veramente queste ruberie dovevano essere ben gravi e scandalose, se il Beato Bernardino da Feltre, predicando in Trevi nel 1487, ne fece oggetto di un suo discorso e minacciò che i ladri sarebbero diventati “lebbrosi come quelli poveri8. E Durastante Natalucci lasciò scritto: “Non ho voluto per degni rispetti nominare ne’ capi precedenti li Attori dell’Ospedale di S. Tomasso, attesochè alcuni di essi a’ giorni miei hanno miserabilmente finito gli anni loro9.

    Nel 1500 il Comune, temendo che la Dataria vi rimettesse le mani, tornò ad occuparsi di quell’ospedale e dei suoi beni; nominò perfino un suo procuratore10, ma finì poi col cedere tutto alla Chiesa delle Lacrime. Dopo altre vicende il vecchio lebbrosario passò ai Cavalieri dei SS. Maurizio e Lazzaro (1731) e nel secolo passato alla Congregazione di Carità di Trevi, che alcuni anni fa trasformò la Chiesa in granaio, facendo così scomparire le ultime tracce di uno storico e pio istituto.

    Ai tempi di S. Francesco il disordine era certamente uguale a quello lamentato più tardi, ma ciò non fece che aumentare l’affetto del Poverello per gli infelici, che erano spesso da lui visitati11.

    E le visite del Santo non si limitavano ad una cosa fugace e di poco conto; egli si fermava a lungo, curava quei poverelli, che portava poi poco lungi, presso la Chiesa di S. Maria di Pietra Rossa, ove esisteva dell’acqua con la quale lavava le loro piaghe, ed in tal modo li consolava e li guariva.

    La Legenda antiqua S. Francisci, che secondo il P. Delorme fu opera di Frate Leone ed è certamente antichissimo documento francescano, ha occasione di accennare ad una di queste visite e con la solita semplicità dice: “Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio“. E la Legenda ci fa sapere anche che: “illis temporibus erat destructum castrum Trevii12, e quindi la visita avvenne certamente dopo il 1214.

    Delle lavande fatte ai lebbrosi in Pietra Rossa non esistono, che io sappia, documenti scritti molto antichi, ma una tradizione ininterrotta, mantenutasi costante tra il nostro popolo sta a provarne la verità.

    Che nella località Pietra Rossa sorgesse nell’antichità la Città di Trevi è leggenda e favola; Trevi è stata sempre dove sorge oggi. Sarebbe fuor di luogo esporre qui le ragioni che sostengono la mia affermazione; dirò soltanto che gli scrittori che hanno sostenuto il contrario non hanno portato mai un argomento attendibile, quand’anche, come fa il Natalucci13, non siano ricorsi all’autorità di qualche poetastro.

    Poter stabilire pertanto quello che fu nell’antichità Pietra Rossa è cosa molto importante ai fini del nostro studio e di interesse che va oltre la storia di Trevi. Non dispiacerà quindi al lettore se ci intratterremo alquanto sull’argomento.

    Prendiamo per punto di partenza la bellissima lettera in cui il Plinio il giovane parla all’amico Romano del fiume Clitunno14.

    L’elegante scrittore latino comincia col descrivere le sorgenti da cui ha origine il Clitunno; poi parla del fiume, che dice tanto ampio da essere navigabile. Le ripe del fiume sono coperte di frassini; si ammira un “templum priscum et religiosum“, in cui sta il dio Clitunno; all’intorno sono altri tempietti, in ciascuno dei quali si venera una divinità. Andando più oltre si incontra un ponte, che divide la parte sacra del fiume dalla profana. Prima di arrivare al ponte, cioè nella parte sacra, in cui si può navigare, abbiamo visto i tempi degli dèi; nella parte profana, nella quale è permesso fare i bagni, lo scrittore è colpito da qualche cosa di grandioso, dal balineum, già donato da Augusto agli Ispellati, i quali praebent et hospitium. Né mancano le ville, che seguono l’amenissimo corso del fiume.

    Questa è la fedele descrizione delle fonti e del corso del Clitunno tramandataci da Plinio. Prendiamo ora come oggetto del nostro studio il balineum degli Ispellati e trascuriamo tutto il resto.

    È chiaro che il balineum trovasi nella parte profana del fiume, al disotto del ponte; supporre che potesse essere al di sopra, nella parte sacra, sarebbe un errore, perché Plinio dice che vi eran proibiti i bagni.

    Il ponte divisore era nel mezzo del territorio di Trevi, nel punto in cui da molti secoli esistono i molini detti oggi della Faustana, chiamati nei documenti più antichi i molini di “ponte maggiore15. Il balineum non doveva distare molto dal ponte, perché Plinio lo nomina subito, come la cosa che più lo ha colpito nella parte profana; accenna soltanto alle superbe ville di piacere, che eran sparse un po’ da per tutto, ma non accenna ad altro. Se avesse visto altre cose degne di nota, Plinio l’avrebbe detto; perciò il balineum era l’edificio più grande o l’insieme di più edifici che egli poté ammirare nella sua imponenza.

    Ma dove sorgeva esso?

    La tradizione, che spesso è l’unica guida nelle ricerche storiche ed archeologiche, non indica nessun luogo in cui sorgesse il balineum; ci dice soltanto che a Pietra Rossa, nell’antichità, fu fabbricato qualche cosa di grande, forse una città, forse Trevi stessa. Questo ci dice la tradizione, formatasi però troppo tardi per esser presa sul serio. Infatti se a Pietra Rossa fosse stata una città Plinio ne avrebbe parlato; il suo silenzio, in questo caso, conferma che doveva esserci laggiù qualche cosa di maestoso, ma non una città.

    Che si trattasse di grandi edifici lo provano i ruderi che vengono fuori anche ai giorni nostri, scavando in quei luoghi16

    Ma se non si tratta di avanzi di una città, a che appartennero quei ruderi?

    A me sembra non possa mettersi in dubbio che in Pietra Rossa esistesse il grandioso balineum degli Ispellati.

    Tracce evidenti del balineum dovevano esistere fino al 1400 e anche dopo, se il Mugnoni17 parlando della Chiesa di Pietra Rossa, dice senz’altro: “dove c’è facta quilla maestà et dove ce sonno quilli bagni“.

    Di quali bagni parla qui il Mugnoni? Egli ricorda prima l’immagine della Madonna, che tutti vedono e tutti venerano ed adopera un linguaggio che non ammette dubbi: “dove c’è facta quilla maestà“. Seguita poi adoperando la stessa forma precisa, assoluta, indiscutibile: “dove ce sonno quilli bagni“. Si trattava quindi di una cosa visibile a tutti. Che cosa impedisce pensare che avanzi di antichi bagni si vedessero ancora, forse anche qualche sala? Supporre si trattasse di bagni costruiti in quei tempi, sarebbe pensare all’assurdo; eran cose che non si usavano più. Dunque eran bagni dell’epoca romana, e siccome Plinio ricorda lungo il Clitunno solo il balineum degli Ispellati, è chiaro che questo sorgeva dove oggi è Pietra Rossa.

    L’atto altamente pietoso e cristiano che S.Francesco compiva facendo lavare i lebbrosi nelle acque di Pietra Rossa è una prova di quanto io sostengo. Infatti, perché per quelle lavande non si serviva dell’acqua del pozzo dell’Ospedale, che esisteva allora, come oggi, proprio di fronte al fabbricato e preferiva invece andare a Pietra Rossa, cioè ad una distanza non indifferente per un povero lebbroso? Evidentemente in quel luogo il Poverello trovava una comodità maggiore, forse poteva servirsi di qualche vasca, di qualche sala dell’antico balineum.

    Oggi nulla più esiste all’infuori della Chiesa della Madonna, edificio certamente antichissimo e fatto con materiali di edifici preesistenti; esistono ancora due pozzi, uno sulla piazzetta della Chiesa ed uno poco lungi18. Il nostro popolo, che il 24 giugno accorre numeroso per celebrare in quel luogo la festa e la fiera di S. Giovanni Battista, va ancora ad attingere acqua in questo secondo pozzo e con essa si lava per devozione, e ne porta, per lo stesso fine, una certa quantità a casa. E quell’acqua è chiamata l’acqua santa,e questo nome non le è stato dato in tempi recenti, ma lo ha avuto sempre attraverso i secoli19.

    La Chiesa di Pietra Rossa è certamente dedicata alla Madonna; però alla devozione a Maria vediamo associata quella a S. Giovanni Battista e l’acqua santa è detta anche oggi del pozzo di S. Giovanni Battista. E’ facile dedurre da ciò che, come era costume della Chiesa, si volle santificare il luogo pagano con l’idea di un rito cristiano, ed ai bagni, già ritrovo di mondanità e ricettacolo di vizi, fu sostituito il culto a S. Giovanni Battista, il purissimo Precursore che nelle acque del Giordano compì la cerimonia che annunziava il Sacramento del Battesimo.

    Mi fu già detto che la mia tesi, essere stato in Pietra Rossa il balineum degli Ispellati, sia basata su deduzioni e non abbia in proprio sostegno alcuna prova. Ciò non è vero, come abbiamo visto, ma anche se lo fosse, il mio non sarebbe dissimile da ragionamenti di questo genere fatti per importanti monumenti archeologici da persone che si sono specializzate nella materia.

    Io non dubito affatto che in Pietra Rossa esistessero i grandiosi bagni di cui parla Plinio, e formulo il voto che prossimi scavi, che riusciranno certo interessantissimi, vengano a confermare la mia tesi20.

    Nel lebbrosario di Trevi, secondo me, avvenne la conversione del lebbroso impenitente, di cui parlano i Fioretti con la solita semplicità21. Noto subito che l’ aureo libretto non nomina, come è suo costume, il luogo in cui il fatto avvenne, ma l’analogia tra alcune frasi dei Fioretti ed altre della Legenda Antiqua, le circostanze che che emergono dalla narrazione, non fanno dubitare punto di quanto io dico.

    In un luogo, narrano i Fioretti, presso il quale allora dimora S. Francesco, esisteva un lebbrosario, in cui i frati prestavano l’opera loro. Un lebbroso “impaziente, incomportabile e protervo” non faceva altro che bestemmiare contro Dio e la Madonna, ed imprecare contro chi lo serviva. I Frati sopportavano ogni cosa con pazienza, ma un bel giorno finirono con l’andare a dir tutto a S. Francesco. Ed il Santo accorse al capezzale dell’infelice, e appena lo vide, lo salutò cristiano: “Dio ti dia la pace“. Ma l’altro rispose altezzosamente, pronunciando parole contro Dio e contro i Frati.

    S. Francesco si avvide che solo la misericordia di Dio poteva muovere quel cuore indurito; si ritirò e si mise a pregare. Poi tornò al lebbroso e si offrì egli stesso a curarlo. L’infermo fu lieto di ciò e: “Io voglio che tu mi lavi tutto quanto” disse imperiosamente Ed il Poverello con ogni carità lo lavò e man mano che procedeva nella lavanda la lebbra scompariva; in tal modo quel poveretto rimase guarito nel corpo od anche nell’anima.

    Dopo quindici giorni il graziato “informò d’altra infermità, e fornito di Sacramenti ecclesiastici si morì santamente“.

    Tale è il racconto dei Fioretti. Vediamo ora dove trovare le prove che il fatto sia avvenuto nell’Ospedale dei Santi Tommaso e Lazzaro.

    La Legenda Antiqua22 dice: “manebant fratres in hospitalibus leprosorum“. Queste parole sono accompagnate dall’affermazione che S. Francesco e Frate Pacifico erano ospitati nell’Ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro; segno evidente che i Frati prestavano l’opera loro anche in questo lebbrosario. I Fioretti dicono: “I Frati servivano ai servi di Cristo cancerosi e infermi“. L’affermazione fatta dai due documenti quasi con le stesse parole fa supporre con ragione che la fonte da cui i due racconti furon fatti sia stata l’unica, quasi si sia trattato di una serie di racconti di ciò che S.Francesco aveva operato nel lebbrosario di Trevi. D’altra parte sappiamo che S.Francesco andò più volte a Bovara e dimorò tra le rovine dell’Abbazia, come vedremo più avanti; è facile quindi mettere questo fatto in relazione con le parole dei Fioretti: “in un luogo appresso di quello là ove San Francesco stava allora“. Di modo che si deve concludere, a parer mio, che quando i Frati, non potendone più per gli improperi e per le bestemmie del lebbroso, andarono ad avvisare S.Francesco, questi stava in Bovara e il fatto, che si svolse poi, avvenne nell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro.

    In nessun altro luogo, ch’io sappia, troviamo una così precisa tradizione dei bagni fatti fare ai lebbrosi, come quella che riguarda Pietra Rossa. Soltanto qui rimane memoria di guarigioni operate da S.Francesco mediante i lavacri con quell’acqua, che il popolo ancor oggi chiama “acqua santa“. Il lebbroso dei Fioretti chiese per prima cosa di esser lavato tutto quanto, e S.Francesco lo lavò ed in tal modo lo guarì. Memorie precise di avvenimenti di tal genere riguardano le località da noi indicate e non altre; qui adunque avvenne la guarigione del lebbroso, che era certamente ricoverato nell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro.

    Non tutti forse approveranno il mio modo di ragionare e faranno bene se ne diranno il perché; a me sembra che esso sia giusto e le conclusioni corrispondenti a verità.

    Comunque sia, è per me ragione di grande compiacimento poter indicare nel territorio di Trevi i luoghi precisi in cui S.Francesco compì opere di misericordia tanto grandi e tanto meritorie.

    Z99

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    Note

    1)

    I Fioretti da S. Francesco d’Assisi a cura del P. F. Sarri, pag. 112. Vallecchi editore, Firenze.

    2) Legenda Antiqua S. Francisci, Texte du M.S. 1046 (M69) de Perouse édite par le P. F. Delorme O.F.M.,pag.13. Editions de la «France Franciscaine», 9, rue Marie Rose, XIV, Paris, 1926.

    3)

    Stesso luogo.

    4) Tommaso da Celano, Leggenda, II, Cap. 3.

    5) Pelosio, Catalogo delle Chiese della Diocesi Spoletina pubblicato dal Can. D. Luigi Fausti, «Archivio per la Storia Ecclesiastica dell’Umbria», vol. I, fac. I e II, pag. 174 e seg., anno 1913.

    Il chiarissimo

    Can. D. Luigi Fausti

    nel suo lavoro

    Degli antihi ospedali di Spoleto

    (Stab. Tip. Panetto e Petrelli, 1922) accenna all’opinione di qualcuno che ritenne esistere in Trevi due Ospedali distinti coi nomi di S. Tommaso e di S. Lazzaro. Nello stesso errore incorse il celebre Giovanni Joergensen (S. Francesco d’Assisi, pag. 450, Torino, Società Editrice Internazionale)

    . I documenti ci parlano di un solo ospedale dei lebbrosi detto dei SS. Tommaso e Lazzaro, o solo di S. Tommaso od anche semplicemente

    de pede Trevii

    . Esisteva bensì un altro ospedale in Borgo di Trevi innanzi alla Chiesa di S. Egidio, ma non ho trovato che anch’esso servisse per i lebbrosi. Il

    Pelosio

    (

    luogo cit.

    , pag. 174 lo nomina così: «

    Hospitale de Burgo Trevii ante Ecclesiam S. Egidii

    ».

    6)

    Archivio Comunale di Trevi, detto delle Tre Chiavi. – Riformanze del 1334 f. 10 e 12; del 1441 f.70.

    7)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1487, f.173.

    8)

    Ser Francesco Mugnoni, Annali

    ,

    pag. 105 – Trascrizione di D. Pietro Pirri, Perugia, Unione Tip. Coop. 1921.

    9)

    D. Natalucci

    , Historia

    ecc., pag. 276

    .

    10)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1500, f. 72

    11)

    Nella Chiesa di S. Francesco in Trevi, nell’altare di cui è stato parlato,

    in curnu epistolae

    , sta un quadretto che riproduce il lebbrosario dei SS. Tommaso e Lazzaro con S. Francesco ed un altro Frate

    12)

    Legenda

    ecc. pag. 13 e 14. Nella

    ricorre spesso questa attestazione: «

    Nos vero, qui cum ipso fuimus, testimonium perhibemus de illo

    ». Ciò, mentre prova l’antichità dello scritto, mostra l’autenticità di quanto è narrato.

    13)

    , nell’ opera citata

    a pag. 556, fa appello all’autorità dell’Orosio, autore di un certo poema latino, in cui si afferma che Trevi sorse dove ora sta Pietra Rossa e che l’attuale Chiesa fu un tempio dedicato a Giunone. Fantasia e niente altro! L’Orosio visse verso il 1600 e fu il primo a dire queste cose; prove non ne portò, ma tutti ci credettero ugualmente.

    Un altro poeta del 1400, Federico Frezzi da Foligno, nel suo

    Quadriregio

    al cap.18 dice che Trevi fu fondata da Anchetros, nepote di Troos di Troia. Può prendersi sul serio questa roba? … Eppure ci fu chi ci credette!

    14)

    C.Plinii Caecilii Secundi

    Epistolae

    , Lib. VIII, n.8.

    15)

    Arch. Tre Chiavi. – Rif. 1347, f.124, 130 e 131; 1376, f. 67.

    Tiberio Natalucci

    in opera citata

    , pag. 14. – Non so se il Natalucci, oltre il fatto che i molini anticamente si chiamavano di

    ponte maggiore

    , abbia avuto altri argomenti per sostenere che in Faustana stava il ponte nominato da Plinio; Nel suo lavoro non lo dice. É certo però che il territorio di Bovara, da cui i buoi scendevano a purificarsi nelle chiare acque del Clitunno, era l’ultima zona compresa nella parte sacra e siccome questa zona termina precisamente in quella località, è chiaro che lì stava il ponte e no altrove. I molini seguirono anch’essi la sorte di Trevi nel 1214 e furono ricostruiti nel 1358. (Rif. d. anno, f.35 e 43).

    16)

    In un manoscritto del 1765

    da me posseduto è detto: «

    Fin a giorni nostri

    chiunque scava il terreno per quel circuito e vicinanze trova fondamenta di ben grossi muri, uno dei quali specialmente in retta linea per lo spazio di sopra a mezzo miglio per la sua ampiezza e lunghezza ci dimostra senza dubbio il fondamento delle antiche mura della Città

    (sic);

    strade ottimamente selciate; piedistalli e basi di colonne in tal distanza e simmetria disposte, che vi fanno conoscere esser stati in quel luogo altri antichi e sontuosi tempii, o pure bagni, o teatri; colonne infrante, pietre lavorate in quadro di considerabile grandezza, che danno chiaro indizio di esser frammenti di edifici in magnificenza a città cospicua corrispondenti

    Anche nel 1864, quando si costruiva la ferrovia, vennero alla luce molti oggetti, alcuni dei quali furono raccolti dal Comune; molti però andarono dispersi.

    17)

    Mugnoni, Annali ecc., pag. 40.

    18)

    In un vecchio libro manoscritto appartenente all’Archivio della Sacrestia di S. Emiliano, intitolato

    Erezioni

    , verso la fine, è riportato l’inventario degli oggetti appartenenti alla Chiesa di Pietra Rossa redatto da D. Pietro Adriani il 5 giugno 1722. L’inventario è preceduto da queste notizie: «

    L’antica e divota Chiesa detta la Madonna di Pietra Rossa, sotto il titolo di S. Gio. Batta, spettante al R.mo Capitolo Vecchio dell’insigne Collegiata di S. Emiliano della Terra di Trevi, trovasi nel Piano un miglio in circa dalla d. Terra, poco discosto dalla Strada Romana nell’ultimi limiti della Villa di Parrano e della Villa di Collecchio. Questa è stata sempre esistente fin dalla primitiva Chiesa Cattolica secondo le notizie di molti scrittori, e secondo la notizia che apparisce in una Tabella di d. Chiesa, che Papa Anacleto che fu il quarto Papa doppo S. Pietro l’anno di N.S. 103 vi concesse in perpetuo in molti giorni dell’anno Indulgenza plenaria. Papa Evaristo l’anno 112 confermò la suddetta indulgenza e Papa Alessandro primo l’anno 191 come anche Papa Igino l’anno 142, del che ne appariscono memorie nella Sacrestia della Basilica di S. Pietro di Roma dal che chiaramente si scorge l’antichità molta della med. S’ha per tradizione che in un Pozzo verso l’occidente, detto il pozzo di S. Giovanni, esistente nei beni del Priorato di d. Collegiata distante circa cento passi dalla sud. Chiesa, nella vigilia del glorioso S. Giov. Batta circa l’ora del Vespero vi comparisca miracolosamente ogni anno una nuova, o vero accrescimento d’acqua e questa vi sia per tutto il giorno della sua Festa seguente fin oggi chiamata l’acqua di S. Giovanni,

    colla quale lavandosi, o pure bevendola, guarisca mirabilmente la lebbra, et altri diversi mali;

    per il che sino al giorno presente vedesi numeroso concorso di gente, e comprovasi la verità da quelli, che oggi viventi ne hanno sperimentato e visto il miracolo

    La notizia dell’Indulgenza concessa dai Papi Anacleto, Evaristo, Alessandro e Igino è parto di fantasia. Perfino le date non corrispondono agli anni in cui quei Papi sedettero sulla cattedra di S. Pietro. Ho voluto però riportare per intero questo scritto sia perché parla dell’acqua santa con accenno alla guarigione della lebbra, sia perché le altre notizie, benché non vere, confermano l’opinione diffusa che la Chiesa di Pietra Rossa sia antichissima.

    19)

    Mugnoni, Annali ecc., pag. 40

    e

    159.

    D. Natalucci,

    Istoria ecc

    ., pag. 556. Il Natalucci aggiunge: « …

    aver ricevute stupende grazie e miracoli quelli che la medesima acqua avevano bevuto e con ella si erano lavati, mandandoci S.Francesco d’Assisi i leprosi [che] dimoravano nell’ospedale di S. Tommaso

    20)

    L’importante argomento seguita ad essere oggetto delle mie ricerche e dei miei studi; spero in seguito di poter pubblicare una memoria più particolareggiata.

    21)

    I Fioretti

    ecc., edizione citata Cap. XXV, pag.112.

    22)

    Legenda Antiqua

    ecc. Luogo citato. Anche per i

    Fioretti

    vedi luogo citato.

  • Le memorie francescane – Bovara

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara

    Poco lungi da Trevi, sopra di un’amena collina, maestosa e solitaria, si erge l’Abbazia di Bovara, con annessa la monumentale Chiesa di S. Pietro. Sui colli circostanti stanno appollaiate le casette che formano, nell’insieme, la Villa di Bovara, e in basso, nel piano, scorre il Clitunno e passa la Via Flaminia, quella via che il Poverello ha certamente percorso tante volte specialmente quando si recava nella valle di Rieti1.

    Il nome di Bovara si collega certamente al fatto accennato anche da Virgilio2, da Cornelio Nepote3, Silio Italico4, ed altri, della purificazione dei buoi nelle acque del Clitunno prima di essere portati al sacrificio.

    Dove oggi sorge la chiese di S. Pietro o nei pressi, c’era un tempio pagano, forse uno dei sacelli nominati da Plinio, come fanno fede pietre e avanzi di sculture e di epigrafi che si riscontrano nella monumentale costruzione. Non si sa quando la Chiesa sia sorta, ma è lecito pensare che la sua costruzione coincida con quella dell’Abbazia e non si erra certamente se tale costruzione si fa risalire intorno il mille, poiché già nel 11775 il Papa Alessandro III con una sua Bolla riconobbe i diritti acquisiti da Bovara sopra molte Chiese curate e sopra Monasteri più piccoli retti da un Priore e pose l’Abbazia sotto la sua protezione6.

    ***

    Il primo Abate di Bovara di cui si conosca il nome, fu Raniero, il quale seppe portare l’Abbazia a quel grado di splendore e di importanza che avevano in quei tempi i Monasteri benedettini. E tale importanza crebbe sempre di più, fino al punto che l’Abate di Bovara, secondo il Natalucci che poté esaminare l’Archivio, aveva giurisdizione sopra circa cento parrocchie7.

    Nella distruzione di Trevi, avvenuta nel 1214 anche l’Abbazia di Bovara andò distrutta e i Monaci furono dispersi8. Poco dopo essa risorse più forte e più rigogliosa di prima, ma sulla fine del 1300 e i primi del 1400 Bovara cominciò a sentire gravi danni a causa delle forti lotte tra Guelfi e Ghibellini. Nel 1421 Corrado Trinci invase il Monastero, lo distrusse e discacciò i Monaci. Passata la bufera, che in un periodo non troppo lungo per due volte si era abbattuta sull’Abbazia di Bovara, i Monaci tornarono e cominciarono l’opera di ricostruzione ed elessero loro Abate Tommaso Valenti, giovane di appena 22 anni. Le lotte delle fazioni continuarono e nel 1484 il Valenti, scoraggiato, consegnò il Monastero all’Ordine Olivetano. Si iniziò così il rifiorire dell’Abbazia, il fabbricato fu rifatto quasi interamente e con tale ampiezza che nel 1545 Paolo III, di ritorno da Perugia, vi si fermò con tutta la sua corte per tre giorni. Però l’Abbazia di Bovara più non raggiunse il grado di potenza avuto nel passato, pur segnando ancora nella sua storia pagine veramente belle. Dopo la soppressione napoleonica più non risorse ed oggi è semplicemente una parrocchia rurale9.

    S. Francesco, attratto dalla fama di santità dei Monaci di Bovara, innamorato della posizione solitaria in cui si trovava la chiesa di S. Pietro, più volte10 vi si recò a vi si trattenne a pregare11.

    L’Abbazia era nel suo pieno sviluppo, la Chiesa tenuta con ogni proprietà e splendore e S. Francesco, godendo dell’affettuosa ospitalità che i Benedettini gli offrivano dovunque, amava recarsi colà, forse perché vedeva cambiato in un luogo di preghiera quello che era stato un centro di superstizione e di cerimonie del culto pagano.

    Sopravvenuta la rovina, quando più non udivasi la voce salmodiante dei Monaci, il Poverello non dimenticò la deserta Chiesa di Bovara, che seguitò a visitare con amore. E di una di queste visite, avvenuta quando “nullus ibi manebat, maxime quia illis temporibus erat destructum castrum Trevii ita quod in eodem castro vel nullus manebatat12, abbiamo particolare menzione. La Chiesa di Bovara fu certamente testimone di una di quelle lotte titaniche che il Poverello dovette più volte sostenere contro lo spirito del male, una di quelle lotte che il Signore permette solo ai Santi, ai quali poi Egli concede i più splendidi trionfi.

    Oltre la Legenda Antiqua13, anche lo Speculum Perfectionis14, Tommaso da Celano15 e S. Bonaventura16 ci raccontano quanto avvenne, ed è bello ed edificante per noi riandare, sotto la loro guida, il racconto di quel che si svolse nel silenzio di una notte.

    In una sera, sul tramonto, due Fraticelli si dirigevano verso la deserta ed abbandonata Chiesa di Bovara; il loro aspetto era di persone affaticate e stanche; erano Frate Francesco e Frate Pacifico, il re dei versi. Venivano dal non lontano ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro, dove erano stati ospitati17 e dove avevano esplicato tutta un’opera di bontà e di amore.

    In quel giorno il Poverello si sentiva turbato ed era in preda a forti tribolazioni spirituali. Desiderava esser solo per dare libero sfogo a quanto passava nell’animo suo. Il suo spirito era sitibondo di preghiera; egli sentiva il bisogno di effondersi a Dio e cercare forza e conforto nel Signore. Ma il suo spirito grande non poteva dimenticare i poveri lebbrosi e rivoltosi a Frate Pacifico gli ordinò di ritornare al lebbrosario e di venire a lui la mattina seguente.

    Frate Pacifico, che conosceva bene il suo maestro e sapeva delle lotte spirituali che doveva sostenere spesso col nemico del bene, si turbò, ma non fece osservazioni, chinò la fronte e ricevuta la benedizione partì, con il cuore gonfio, con la certezza che gravi cose sarebbero avvenute nella notte al maestro.

    Frate Pacifico aveva colto nel vero. Egli era appena partito che il Poverello si diede a pregare; recitò Compieta ed altre orazioni; volle poi riposarsi e non poté; sentì nell’animo suo un vuoto spaventoso; era pronto al sacrificio, era pronto a tutto quello che il Signore avrebbe voluto, ma, come accadde al Divino Maestro, l’umanità si faceva sentire con tutte le sue forze. Pregava egli, ma gli sembrava che a nulla giovasse la sua preghiera; cercava di innalzarsi a Dio, ma ricadeva nella vacuità da cui si sentiva preso. “Spiritus eius coepit timere et sentire diabolicas suggestiones18. Un freddo sudore si manifestò nel suo corpo, un tremore insolito lo prese in tutta la persona ed egli si sentì vicino all’agonia19. Francesco trovavasi in quel momento in una di quelle spaventose crisi che turbano talvolta le grandi anime e che sono peggiori di ogni altro spasimo, più penose di ogni martirio.

    Il demonio approfittò di quell’abbattimento temporaneo, e lo assalì con le più violente tentazioni; sembrava che tutto l’inferno fosse mosso in battaglia contro di lui; schiere di diavoli correvano sul tetto della Chiesa20. Ma egli fu forte e benché preso dall’abbattimento, benché la fralezza della carne si facesse sentire intera nella lotta dello spirito, tuttavia fu fermo e non vacillò. Si alzò, uscì dalla Chiesa e forte del segno della Croce21 gettò in faccia ai demoni una sfida, che è nello stesso tempo una manifestazione della sua grande umiltà: “Per parte di Dio onnipotente vi dico, o demoni, di esercitare sul mio corpo tutto ciò che vi sia permesso dal Signore Gesù Cristo; sono preparato a sostenere ogni cosa. Poiché essendo il mio corpo il peggiore mio nemico, mi vendicherete del mio avversario e di un pessimo nemico”. Ed i demoni, che erano andati per atterrire quello spirito, vedendo nella carne inferma quello spirito essere inespugnabile, pudore confusi, protinus evanescunt22. La lotta era finita con la sconfitta del nemico, la battaglia era stata guadagnata! Cessarono le tentazioni, ogni interno turbamento svanì, e Frate Francesco tornò in Chiesa nel luogo ove poco prima erasi prostrato e riposò e dormì in pace23.

    Il gallo aveva già annunziato il giorno vicino e dal Monte Serano pallida si affacciava l’aurora; dalle finestre delle poche casette ricostruite sui colli, i lucignoli annunziavano che la vita stava per riprendere il suo ritmo affaticato. Il re dei versi, Frate Pacifico non disturbò l’estasi del Maestro, si inginocchiò e fervorosamente pregò anch’egli innanzi al Crocifisso. La preghiera in certi momenti solenni, pieni di drammaticità, è quanto di più bello, di più grandioso possa immaginarsi.

    Ma in breve Frate Pacifico vien rapito fuor dei sensi ed un’estasi lo prende, il cielo gli si apre dinanzi ed alcuni troni egli vede, di cui uno più bello, più ricco, ornato di pietre preziose, sfolgorante di ogni gloria. Il re dei versi non sa cosa pensare di tal meraviglia, e mentre è assorto in tale visione paradisiaca e va pensando cosa ciò significhi, un’angelica voce, tutta soavità e dolcezza, gli rivela che quel trono fu già di Lucifero ed ora è riservato all’umile Francesco.

    La visione scomparve; il Poverello terminava allora la sua preghiera. Frate Pacifico non ne poté più; si alzò, andò al Maestro, gli si prostrò innanzi con le braccia spalancate, come se fosse davanti ad uno spirito trionfante in cielo24 e lo pregò di implorare da Dio per lui il perdono dei peccati. Frate Pacifico, buono ed ingenuo, pieno di quanto aveva allora veduto, non seppe trattenersi e pensò che il suo Maestro era veramente santo, e come tale poteva certamente implorare da Dio pietà per un povero peccatore.

    S. Francesco gli tese la mano e lo sollevò, comprendendo che il suo discepolo aveva avuto qualche cosa di grande e di straordinario, ma non lo interrogò; lo benedisse col segno della Croce e subito si diresse verso la porta; Frate Pacifico gli tenne dietro in silenzio. Il grande dramma era finito!

    I due frati si diressero verso la Via Flaminia; seguirono certamente la strada che ancor oggi va dalla piazzetta prospiciente la Chiesa di S. Pietro verso la Faustana. Attraversarono il bosco di quercie25 già sacro ai pagani; il canto degli uccelli, che salutavano il mattino, era per essi la laude delle creature osannanti a Dio. Pregavano! È impossibile concepire il Poverello e i suoi Compagni senza sulle labbra la preghiera o parole riguardanti il Signore. L’anima loro era piena della visione avuta nella Chiesa di S. Pietro ed essi si sentivano come fuori dal mondo, pieni di una gaudio celestiale.

    Il re dei versi fu il primo a rompere il silenzio. Quando due anime sonno prese dallo stesso sentimento, l’una desidera riversare nell’altra ciò che sente, e lo scambio delle cose intime le fa esultare, le rende maggiormente sorelle, le fa, in un certo senso, una cosa sola. E Frate Pacifico desiderava versare nel cuore del Padre tutto quello che passava in lui, nella sua mente; ardeva dal desiderio di rivelare quello che aveva veduto. Ma come fare? Era lecito a lui interrompere le alte meditazioni del Maestro? E non se ne sarebbe restata offesa la santa umiltà di lui? Questi pensieri tenevano titubante il re dei versi, il quale però finì col non poterne più, e rivolto al Santo parlò: “Che pensi, padre, di te stesso?” Abile e suggestiva domanda, che attendeva una risposta che avrebbe spiegato ciò che Frate Pacifico desiderava sapere. Nessun altro forse avrebbe azzardato di interrogare il Maestro, ma Frate Pacifico poteva far questo, perché era uno dei prediletti non solo, ma aveva sulla vita spirituale del Padre un ascendente che altri non possedeva.

    La risposta fu semplice, corrispondente pienamente al concetto che il Santo aveva di sé, pur confessando che il Signore usava con lui cose grandi, E frate Pacifico doveva ritrarre da quelle parole edificazione non solo, ma doveva avere la conferma di quel che era l’ideale di Frate Francesco nella conquista delle anime, nella santa riforma spirituale del mondo. E Frate Francesco parlò. “A me sembra, disse, di essere il più grande dei peccatori, poiché se tanta misericordia divina fosse toccata ad uno scellerato, certo egli sarebbe dieci volte più spirituale di me26.

    Frate Pacifico comprese che il Maestro era a parte della visione ch’egli aveva avuto poco prima, che la visione stessa era stata una realtà e non un sogno e che l’umilissimo Padre sarebbe un giorno sul trono perduto dalla superbia. Ripensò allora forse all’altra visione, che fu la prima, là, sul piazzale del Monastero di Colporseto, in S. Severino, quando vide Frate Francesco come confitto in una croce formata da due lucentissime spade. Ora aveva visto il trono di gloria riservato al suo Maestro; il suo cuore era riboccante di gioia, né altro più desiderava.

    Il campanile della Chiesa di Pietra Rossa già appariva tra la caligine mattutina, i tetti del lebbrosario già non erano più lontani. Frate Francesco e Frate Pacifico compresero che le cose terrene li attendevano, che i fratelli malati li chiamavano… Affrettarono il passo… La loro missione in sollievo degli infelici reclamava i suoi diritti; pienamente compresi del loro dovere, entrarono nel luogo del dolore.

    Z99

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    Note

    1)

    Veramente la strada che passa ai piedi di Trevi non è la vera Via Flaminia. La Via Flaminia, passato il Ponte di Augusto a Narni, proseguiva per S. Gemini,

    Carsulae

    e

    Forum Flaminii

    (S. Giovanni pro fiamma [sic] presso Foligno). La nostra invece si distaccava dalla Via Flaminia presso lo stesso Ponte di Augusto, passava per Terni, ascendeva il Monte Somma, entrava in Spoleto per Monterone, scendeva verso la Cattedrale e proseguiva poi, attraverso il Ponte Sanguinario, per S. Sabino e veniva a sbucare nella moderna località del Palazzaccio

    [Studi più recenti hanno inequivocabilmente individuato il tracciato più antico della Flaminia tutto a fondo valle, per Protte, Piè di Beroide, Pietrarossa, S. Eraclio, S. Maria in Campis,

    Forum Flaminii.

    Vedi riferimenti alla chiesetta di

    S. Apollinare

    ]

    . Al miglio VIII passava in vista dei

    Sacraria,

    i sacelli già ricordati. Dopo quattro miglia raggiungeva Trevi, dopo altre 5 Foligno e dopo altre tre la Flaminia a

    Forum Flaminiii

    . – Achille Sansi (

    Degli edifici di Spoleto

    , pag. 219) chiama questa strada « il ramo minore e meno ornato della Flaminia». Fabio Gori crede di averne scoperto il nome nella carta del Ravennate Castorius, che dicesi

    Peutingeriana

    , e ritiene che la nostra via si chiamasse

    Interemnana, cioè via Ternana o di Terni.

    (

    Fabio Gori,

    Sulla distruzione di Spoleto

    ecc. in « Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria » pag. 47, anno VI, fascicoli I, 1898)

    Io credo che il nome vero da darsi ad essa sia quello adottato sempre dal popolo, che l’ha chiamata e la chiama ancora « la strada romana»

    2)

    Virgilio,

    Georgiche

    , lib.2 [vedi:

    Clitunno -Autori latini

    3)

    Cornelio Nepote,

    Epistola

    8 del lib. VIII.

    4)

    Silio Italico,

    lib. 4. [vedi:

    5)

    Bolla di Alessandro III del 23 marzo 1177.

    6)

    Questi diritti e privilegi furono poi confermati da Celestino III nel 1193, da Innocenzo III nel 1198, da Onorio III nel 1217. Lo

    Iacobilli (

    Cronica di Sassovivo,

    pag. 228) dice che il Monastero fu fondato verso il 1158. Da documenti in mio possesso la data non risulta corrispondere alla realtà.

    7)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 214

    8)

    Il decreto del Duca Teopoldo indica la

    Turrim S. Benedicti

    cioè Bovara come uno dei luoghi che dovevano esser presi di mira in modo particolare.

    9)

    Ho in preparazione un lavoro intorno alla storia di quell’Abbazia. Dai numerosi documenti inediti in mio possesso ho tratto le riportate notizie.

    10)

    Iacobilli.

    pag. 259.

    11)

    Nella Chiesa di Bovara si venera anche oggi una miracolosa

    Immagine di Gesù Crocifisso

    . Qualcuno afferma che S. Francesco abbia pregato avanti a quell’Immagine e perfino che il Crocifisso gli abbia parlato. Non solo mancano argomenti in proposito, ma dobbiamo riconoscere che il Crocifisso stesso è opera posteriore al Poverello.

    12)

    Legenda Antiqua

    etc., pag. 14. Gli Abati di Bovara fino a quell’epoca furono i seguenti: Raniero (1158-1185), Ruberto (1185-1193), Boezio (1193-1198), Graziano (1198-…). Quest’ultimo sembra sia morto nel 1217. Dopo di lui c’è una parentesi che va fino al 1258, nel qual anno troviamo Eremita per Abate, il quale nel 1265 rinunciò per ritirarsi in

    S. Croce in Valle dell’Aquila

    , un eremitorio posto tra le gole dei monti.

    13)

    etc., pagg. 13 e 14.

    14)

    Speculum perfectionis

    Cap LII e LX pagg. 198 e109. Hunc primum edidit P. Sabatier, Paris, 1898.

    15)

    Fra Tommaso da Celano,

    S. Francisci Assisiensis Vita et Miracula

    aedita a

    P. Eduardo Alenconiensi

    Ord. fr. min. Capp., Cap 86 pagg.263 e 264, Romae, Desclèe e Lefèbvre, 1906.

    16)

    S. Bonaventura,

    Vita di S. Francesco,

    VI, 6.

    Nella Chiesa di Bovara esiste una lapide che conferma il racconto delle fonti da me citate. Quella lapide dice:

    D. O. M.
    Divo Francisco Assisiensi
    Sacra hac in aede per integram noctem orantem
    dire ab inferis impetito
    Et a B. Pacifico eius Socio
    Superna illa a Lucifero Amissa sede occupare
    per extasim conspecto
    Huius coenobii monachi tot GestorU
    perpetuum monumentu divotioni
    PP. anno Domini DMCCXXXIX(sic)

    La fonte più antica che parla di quanto avvenne in Bovara, è senza dubbio la Legenda Antiqua S. Francisci, che secondo il P. Delorme fu scritta da Frate Leone; segue lo Speculum Perfectionis, che il Sabatier ritenne di Frate Leone, mentre l’autore avrebbe tratto il racconto dalla Legenda. Viene poi Fra Tommaso da Celano, che S. Bonaventura riporta quasi con le stesse parole. Questi due ultimi tacciono il nome di Frate Pacifico e di Bovara. Niente vieta supporre che gli autori della Legenda e dello Speculum abbiano appreso il racconto dallo stesso re dei versi, Frate Pacifico. 17) Legenda Antiqua etc., pag. 13 «Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio». La Legenda riferisce come pronunziate in due tempi diversi le parole del Santo: «Eamus ad Ecclesiam Sancti Petri de Bovario, quin volo manere ibi in hac nocte». Poi «Revertere ad hospitale, quoniam volo hic manere in hac nocte solus, et cras summo mane ad me revertere». Le altre fonti invece riportano soltanto questo secondo ordine di S. Francesco. 18) Legenda Antiqua etc., pag. 14. 19) Fra Tommaso da Celano, S. Francisci etc., pag. 263. 20) Il solo Da Celano racconta dello strepito fatto dai diavoli; la Legenda Antiqua e lo Speculum parlano di diabolicae suggestiones. 21) Spec. Perf. – Luogo citato. 22) Da Celano. Luogo citato. La Legenda dice soltanto: «Et statim cessaverunt illae suggestiones». – Quasi le stesse parole adopera lo Speculum. 23) Legenda Antiqua e Speculum perfectionis. Luogo Citato. 24) Da Celano. Luogo citato.25) Questo boschetto di quercie esisteva fino a pochi anni fa; fu distrutto per amore di lucro e fu così annientato l’ultimo rimasuglio di particolari memorie antiche. 26) Fra Tommaso da Celano. Luogo citato. La Legenda Antiqua riferisce la risposta così: «Mihi videor esse maior peccator homo quam aliquis quis sit in hoc mundo».

  • Le memorie francescane – Il carcerato

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 4. – Frate Leone libera un carcerato

    Il fatto ci viene narrato da Fra Bartolomeo da Pisa con tutta semplicità1.

    Un cittadino di Trevi era stato gettato in carcere per ordine del Duca di Spoleto. Quale fosse il reato commesso non è detto, né ai fini del racconto era necessario dirlo. Quel poveretto, visto venir meno ogni aiuto umano, pensò che solo un miracolo avrebbe potuto salvarlo. E con tutte le forze dell’animo suo cominciò a raccomandarsi a Frate Leone, pecorella di Dio, “qui morabatur in Portiuncola Beati Francisci“. Ed in pieno mezzogiorno Frate Leone apparve nel carcere, liberò miracolosamente che tanto aveva confidato in lui e lo condusse a S. Maria degli Angioli perché ringraziasse S. Maria delle Candele, la sola a cui doveva attribuire il prodigio della quale celebravasi in quel giorno la festa2.

    Questo è il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa in tutte le sue parti, oppure dobbiamo sfrondarlo di tutto ciò che apparisce poco verosimile?

    Le narrazioni di quel che fecero il Poverello e i suoi Discepoli sono circondate di tale soavità, di tale ingenua semplicità e soffuse di un amore cosi elevato verso il Maestro, che io non oso discuterle e preferisco lasciarle quali sono. Le virtù che si manifestavano in S. Francesco e nei suoi Frati balzan fuori evidenti da quei racconti anche quando ci appariscono poco verosimili nei loro particolari, e noi dobbiamo esser paghi di questo; certe volte fare o cercare di più sarebbe una profanazione!

    Dal racconto di Fra Bartolomeo da Pisa a me basta trarre una sola conclusione, che è anche la conclusione di tutta questa prima parte del mio studio: che cioè la nostra città di Trevi era frequentata da S. Francesco e dai suoi primi Discepoli, i quali vi svolsero la loro alta missione e vi lasciarono tracce talmente profonde, che non saranno mai cancellate.

    Z99

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    Note

    1)

    Analecta Franciscana, De conformitate

    etc., Lib.1, Pars II, pag. 192. Quaracchi 1906.

    2)

    Le parole riferite dal Da Pisa sono queste: «

    Non mihi, sed beatae Mariae de Candelis, cuius est hodie festum, gratias referas, quae te liberavit».

    Il fatto avvenne adunque il 2 febbraio, nel qual giorno si celebra la festa della Purificazione della Madonna, festa detta comunemente della

    Candelora.

  • Le memorie francescane – Chiesa e Convento

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    Lo spirito del Poverello si era ormai diffuso in tutta l’Italia ed anche fuori, e l’Umbria nostra era all’avanguardia nella nobile gara. Ed ecco in ogni angolo sorgere Conventi di Frati Francescani e di Monache Clarisse; ecco iniziarsi una vita nuova, ecco attuarsi rapidamente la riforma dei costumi mediante l’amore alla povertà e alla penitenza, i grandi ideali che Frate Francesco aveva posto a base della sua grande missione.

    Ed anche la nostra Trevi, ebbe molto presto tra le sue mura i Figli di S. Francesco, quali angioli apportatori di pace e di bene. Né poteva essere altrimenti; vivo era il ricordo delle visite fatte dal Santo e nella nostra Città e attraverso i nostri colli quasi risuonava ancora armoniosa l’eco della voce affascinante di lui; come adunque non accogliere i suoi buoni Frati e le felici seguaci di S. Chiara? Ed i frati vennero, e le Clarisse anche.

    Non sarà quindi senza interesse esaminare brevemente la storia dei vari istituti francescani sorti nella Città attraverso i secoli.

    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francesco

    [Di questo importante monumento esiste una trattazione più moderna e completa. Vedi ../sfranc01.asp]

    Tra le chiese che la furia devastatrice del Duca Teopoldo risparmiò ci fu quella piccola e quasi sotterranea di S. Maria1. Vicino ad essa, che fu ingrandita più tardi, sorse l’antichissimo Convento francescano, dove i buoni Frati esplicarono fin da principio tutta una missione di bene.

    Quale è la data che segna il sorgere di questo convento?

    Il celebre Ludovico Jacobilli in due libri diversi, scritti a una certa distanza di tempo l’uno dall’altro, la Cronica di Sassovivo e le Vite dei Santi dell’Umbria, afferma nel modo più assoluto che il Convento di Trevi fu fondato nel 1213 dallo stesso S. Francesco2

    L’autorità dello storico folignate è certamente grande , poiché egli poté esaminare molti archivi e consultare innumerevoli fonti, e perciò è difficile mettere in dubbio la notizia da lui data, per quanto il 1213 possa sembrare il meno adatto per una simile fondazione, date le critiche condizioni di Trevi nei confronti di Spoleto.

    Potrebbe sembrare una difficoltà l’affermazione che lo Jacobilli fa nella Cronica di Sassovivo, in cui dice che S. Francesco «eresse vicino a Trevi un Convento per i suoi frati l’anno 1213». Non sembrerebbe quindi, a prima vista, che il Convento fondato da S. Francesco fosse proprio quello di Trevi, ma un altro costruito «vicino» alla Città.

    Ma questa difficoltà è eliminata del tutto da quanto è detto nell’altro libro le Vite dei Santi dell’Umbria. Dopo aver parlato del Beato Ventura, del Convento e della Chiesa francescana di Trevi, l’autore dice: «il detto Convento de’ frati Minori fu eretto dal Padre San Francesco l’anno 1213 ad honor della Beata Vergine».

    Non bisogna dimenticare che la cinta delle mura esistente allora passava al di là del Convento, seguendo presso a poco l’attuale via Cavour [dal dopoguerra via S. Francesco; sebbene, al tempo dei terremoti del 1997, all’Ufficio Tecnico del Comune risultava ancora come via Cavour]; quindi può spiegarsi benissimo anche l’espressione della «Cronica», poiché strettamente parlando, il Convento, costruito fuori le mura, era vicino a Trevi, ma non in Trevi3.

    Le visite che il Poverello faceva spesso a Trevi, l’assistenza ai lebbrosi, tutta l’opera di carità e di amore esplicata nel nostro territorio e nella nostra Città, sono altrettante prove certe che anche qui, fin dagli inizi, «fu preso un luogo», secondo l’espressione usata dal Santo.

    Trevi perciò deve rivendicare il grande onore di aver avuto uno dei più antichi Conventi Francescani, fondato per di più dallo stesso Serafico Padre.

    ***

    Il documento più antico da me potuto consultare è una Bolla di Onorio Quarto emanata da Palombara il 26 giugno 1285 e diretta al Guardiano del Convento di S. Francesco in Trevi4. I Trevani avevano aiutato i Perugini contro Foligno, che allora era soggetta alla Chiesa; per questo erano incorsi nella scomunica e in alcune pene pecuniarie. Avendo i Trevani implorata l’assoluzione, il Guardiano di S. Francesco, con quella Bolla, riceveva ogni facoltà in proposito.

    Questa Bolla è il documento francescano più antico che si ha in Trevi e da essa possiamo dedurre che se il Guardiano ricevette questa straordinaria facoltà, ciò significa che il Convento era in pieno sviluppo ed i Frati eran circondati da rispetto e da stima e godevano di una indiscussa autorità, perché, in caso contrario, il Papa si sarebbe rivolto ad altri per quella assoluzione. L’impronta quindi data da S. Francesco nel fondare il Convento di Trevi, era stata mantenuta e l’alta missione da lui voluta si veniva anche qui pienamente sviluppando.

    IL Comune fu sempre largo di elemosine e di aiuti verso i Frati e nelle Riformanze Comunali5 ne troviamo larga conferma. Ogni anno poi dava del denaro per le tonache e contribuiva per le feste della Madonna, per la Pasqua, per il Natale e per la festa del Beato Ventura6.

    Nel 1377 fu concesso ai Frati un privilegio non facile da ottenersi quale era la facoltà di condottare l’acqua pubblica nell’interno del Convento, facoltà questa data soltanto a personaggi di gran merito o degni di speciale riguardo7. Trevi fu sempre mancante di acqua potabile8 e perciò costituiva atto di degnazione e di squisita munificenza il concederla in casa. Infatti poche sono le famiglie che possono vantare ancora un simile beneficio; tra queste sono comprese le Comunità Religiose. [Per quanto ci sembri irreale, nel 1926 la disponibilità di acqua potabile a Trevi era ancora quella del Trecento! Il nuovo acquedotto fu compiuto solo nel 1928.]

    Nel 1469 il Comune fece dono di un tratto di terreno per orto9, ed altrettanto avvenne nel 149610, ed in maniera assai più cospicua nel 157511.

    Nel 1554 e 1556 fu convocato nel Convento di S. Francesco il Capitolo Provinciale ed i Frati ebbero generose elargizioni12.

    Altri non indifferenti benefici ottenne il Convento dal Comune in epoche diverse, e quando si venne a formare, per i lasciti dei fedeli, una proprietà rurale, questa fu esente dalle gabelle.

    La piccola Chiesa di S. Maria ed il Convento in progresso di tempo apparvero troppo angusti e non più adatti alle esigenze della religiosa famiglia. La Chiesa fu la prima ad essere aggiustata ed ingrandita ed anche in quest’opera troviamo in prima linea il Comune.

    Nel 135413 gli uomini del Terziero di Matigge14 furono obbligati ciascuno a cavare e trasportare una soma di pietra dal Colle di Paterno ed a portare ai Frati la legna per cuocere la calce. Non trovo perché il Comune il Comune imponesse quel gravame a quegli abitanti; sarebbe certo interessante poterlo scoprire. [Forse perché la cava stava nel loro territorio]

    Grandi restauri furono compiuti dopo il 144815 quando la Chiesa fu ingrandita ed accresciuta, e nel 156316 e nel 156317 nell’occasione in cui si dovettero rimuovere alcune travi e rifare il tetto. Nel 156918 si dovette aggiustare la facciata pericolante della chiesa e fu allora chiusa l’antica porta principale ed aperta quella laterale, che esiste ancor oggi.

    La porta primitiva è ora nascosta da fabbricati di epoche posteriori, nella parte che rimane libera, in alto, sta una bella finestra a rosone, con colonnine parenti dal centro. All’esterno, più in alto, si vedono una croce bizantina, due colombe, due teste e fregi romanici; secondo me, questi oggetti stanno ad attestare l’antichità della Chiesa di S. Maria. [La facciata ovest, opposta alle absidi, fu completamente scoperta nel 1995, durante i lavori di sistemazione del Museo ed è tuttora visibile. È venuta alla luce la porta gotica della chiesa di S. Maria ad un livello inferiore al pavimento della chiesa attuale].

    Quand’è che fu cambiato il nome alla Chiesa e le fu dato il titolo di S. Francesco? Non mi è stato possibile trovarlo, ma credo che non si erri affermando che tale cambiamento sia avvenuto nel 1448, quando poté sembrare che la Chiesa, a causa dei nuovi lavori, fossa costruita ex novo.

    Delle varie Cappelle, degli Altari e di quanto si vede all’interno trattarono altri19 e no voglio perciò ripetere cose già conosciute; a me basta pubblicare ciò che è inedito o credo esser tale.

    Anche il Convento fu ingrandito. Nel 1648 fu addirittura ricostruito dalle fondamenta, ed il Comune concorse con venti scudi; una scala molto comoda, un appartamento abbastanza maestoso, detto del P. Luzi, il chiostro con colonne e pitture del Gagliardi abbellirono man mano il nuovo convento20.

    I Fati Conventuali, come si eran venuti chiamando alcuni dei Figli di S. Francesco, rimasero nel Convento di Trevi fino alla soppressione napoleonica e più non vi tornarono. Il locale fu adibito a vari usi, finché nel 1883, venuto in possesso della Congregazione di Carità di Trevi, vi fu trasportato il Collegio Lucarini21, che fin dal 1893 è retto degnamente dai salesiani di Don Bosco. [I Salesiani lasciarono la casa di Trevi nel 1963, quando fu istituita la Scuola Media Unica, che tuttora ha la sede in questo edificio, sebbene in condominio con il Museo].

    Prima di chiudere queste brevi note sulla storia della Chiesa e del Convento di S. Francesco in Trevi, sento il bisogno di ricordare brevemente il Beato Ventura, il cui corpo si conserva nella Chiesa stessa e che per il passato ebbe un culto molto sviluppato tra la nostra popolazione.

    La Chiesa di S. Francesco fu detta anche del Beato Ventura22 e ciò nel periodo di maggior venerazione verso il Beato.

    Il Beato Ventura23 nacque in Pissignano nel 1250, allora appartenente a Trevi, e dopo una gioventù ricca di pietà, si ritirò in un eremo abbandonato. Ben presto la fama della sua santità si sparse tra i popoli della valle di Spoleto, che accorsero a lui per ricevere conforto e per seguire i suoi esempi. Morì l’11 luglio 1310 ed il suo corpo fu trasportato a Trevi con grandi onori e seppellito nella Chiesa di S. Francesco. Il popolo lo acclamò Beato e gli prestò culto.

    Nel 1593, volendosi rifare, secondo i gusti del tempo, l’Altare Maggiore, nel demolire quello esistente venne alla luce il sarcofago del B. Ventura, che conteneva le ossa del Beato ed una breve relazione della sua vita. Il 26 dicembre di quell’anno, ad istanza di Muzio Petroni quelle ossa furono con ogni solennità poste nell’Altare di jus patronatus della famiglia Petroni, racchiuse in due casse, di cui una di stagno e l’altra di cipresso; insieme vi fu messa la vita del Beato composta da Muzio Petroni e da lui fatta stampare24.

    Ora il popolo ha dimenticato quasi del tutto il Beato Ventura e pochi sono coloro che sanno esser conservate le sue ossa nella Chiesa di S. Francesco. Sono deplorevoli assai quest’abbandono e questa dimenticanza verso un Beato che fu caro ai padri nostri e formulo l’augurio che i miei Concittadini vogliano tornare a prestare a lui quel culto che mai venne meno nei secoli passati.

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    801

    Note

    1)

    Durastante Natalucci afferma di aver visto nelle sepolture dell’attuale Chiesa «

    le pitture ed immagini

    » dell’antica. Il Conte Dott. T. Valenti, che esaminò le pareti di quelle sepolture, non trovò affatto tracce di colori.

    T.Valenti

    ,

    Curiosità Storiche Trevane

    , pag. 128.

    2)

    .Iacobilli

    Cronica

    ecc., pag. 230. Foligno, 1653. –

    id.

    Vite dei Santi dell’Umbria,

    pag.104. Foligno, 1656.

    3)

    Intorno all’ubicazione delle mura di Trevi si veda il più volte citato libro del

    Valenti

    Curiosità

    , ecc., pag. 19 e seguenti.

    4)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena N. 8,

    Busta 1.

    5)

    Riormanze,

    1338, f.70; 1375, f.50; 1534, f. 179; 1459, f. 46, ecc. ecc.

    6)

    Id.,

    Rif. citate.

    7)

    Rif.,

    1377, f. 22.

    8)

    Si sta ora costruendo il grandioso acquedotto del Clitunno, che darà acqua abbondante a Trevi e frazioni. Vedi il mio opuscolo:

    Il Nuovo acquedotto di Trevi,

    Foligno, Reale Stabilimento F. Salvati, 1924.

    9)

    1469, f. 15.

    10)

    1496, f. 135.

    11)

    1575, f. 192.

    12)

    1544, f. 238 e

    1556, f. 263 e 271.

    13)

    1354, f. 14 e 67.

    14)

    Dalle riformanze del tempo apparisce che il territorio di trevi era diviso in Terzieri, cioè il Terziero di Castello, quello di Matigge e quello del Piano; ogni Terziero aveva i suoi rappresentanti in Consiglio.

    15)

    Mugnoni,

    Annali

    ecc., pag. 00(sic)

    16)

    1536, f.74.

    17)

    1567, f. 143.

    18)

    Id,

    1569, f. 271.

    19)

    Contre dott.

    Curiosità,

    ecc. – Nel 1924 in «Studi Francescani», gennaio-marzo, sotto il titolo

    La Chiesa di S. Francesco a Trevi

    Memorie Storiche,

    ne scrisse

    Salvatore Marino Mazara,

    il quale però incorse in errori molto rilevanti.

    20)

    Archivio delle Tre Chiavi

    Rif.

    1637, f. 61 e

    1640, f. 145.

    21)

    Il 3 settembre 1644 con testamento a rogito Domenico Buratti il cittadino trevano Virgilio Lucarini lasciò i suoi beni per la fondazione di sei dotalizi e per l’apertura di un Collegio per i giovani che si avviassero allo studio della giurisprudenza e della medicina. Il nepote, Mons. Reginaldo Lucarini, Vescovo di Città della Pieve, fu nominato esecutore testamentario ed il Collegio fu aperto nella casa di Virgilio nel 1674. Vedi in proposito una mia pubblicazione in

    L’Eco del Collegio Lucarini

    , dicembre 1924, pag. 3.

    22)

    1354, f. 14 e 1358, 26 junii.

    23)

    Del Beato Ventura scrissero

    Muzio Petroni

    , Perugia, 1592;

    Tolomeo Petrelli Lucarini,

    Foligno –

    Antonio Mariotti, 1694.

    Vedi anche

    Iacobilli

    in

    Le Vite

    , ecc. a pag. 101 e seg., tomo II.

    24)

    Atti del notaio Antonio Leli,

    anno 1593, tomo n.676, f. 685,

    archivio Notarile di Trevi.

  • Le memorie francescane – Monastero S. Chiara

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 2. – Monastero di S. Chiara

    Ben poco possiamo dire di questo Monastero, del quale rimangono scarsissime memorie. Non sappiamo quando sia stato fondato e da chi. Il Natalucci ci dice che esso sorse ai tempi di Bonifacio VIII1 e cita un Breve “de anno quarto Pontificatus “. Quel Monastero perciò sarebbe sorto nel 1298. Ma il Natalucci non ci dice, contrariamente a quel che suol fare, dove abbia attinta questa notizia, e perciò nessuna ricerca è possibile. Si può supporre soltanto che il Monastero sia stato istituito dai Frati Conventuali di S. Francesco, poiché troviamo che le Monache dipesero direttamente da essi fino al 1566.

    Nel secolo XVI la rilassatezza aveva preso anche gli ordini religiosi; da questa piaga non rimasero immuni né i Conventuali, né le Clarisse di Trevi.

    Il 24 agosto 1549 in pubblico Consiglio Generale Antonio di Girolamo Valenti propose la nomina di alcuni personaggi “qui habeant curam Monasterii S. Clarae“. La proposta fu approvata e la commissione fu nominata il 23 agosto2.

    Grave è il fatto che l’autorità civile debba intervenire per regolare un Monastero di Monache, ma il caso era previsto dalla Statuto del Comune, e d’altra parte il disordine doveva essere ben grave, né dai Conventuali, da cui le Monache dipendevano, si poteva sperar nulla, se il Natalucci3 dice che il Consiglio Generale venne a questa grave misura “per la condotta ” dei Frati.

    Nel 1502 fu a Trevi il P. Egidio Delfini da Amelia, che era stato eletto Ministro Generale del Capitolo tenuto a Terni il 14 ottobre 1500. Grande era il desiderio del Delfini di richiamare Frati e Monache alla esatta osservanza, e venne a Trevi appunto per metter riparo ai tanti disordini dei Conventuali e delle Clarisse4. “Le Monache di Santa Chiara, dice il Mugnoni, l’a ben castigate de parole, et dove c’è bisognato facti l’a facti. Alle poste in grande astinentia de vestire, de conversatione con seculari et de parlare: non possono ad seculari, se non ce sonno dui presenti: et allo divino offitio ànno auto grande ordine: et multe più cose che dire non posso che è troppo lungo “.

    Ma nemmeno le severe disposizioni del Ministro Generale valsero a nulla.

    Nel 15145 il Consiglio Generale di Trevi cercò di impedire che gli uomini, chierici o secolari che fossero, mettessero piede nel Monastero, ma non vi riuscì.

    Il 26 maggio 1555 Antonio Lambardi, di nobile famiglia trevana, tornò ad occuparsi delle Clarisse nel consiglio Generale e propose la nomina di una commissione di seculari “quae ad meliorem honestioremque ac exemplarem vitam reducat” la Monache di S. Chiara6.

    Non riuscendo a concluder nulla, nel 15667 il Consiglio Generale deliberò di far del tutto perché le Clarisse fossero tolte alla giurisdizione dei Conventuali e messe sotto l’ubbidienza del Vescovo di Spoleto.

    Dopo varie vicende, l’intento del Consiglio Generale fu ottenuto e le Monache tornarono alla stretta osservanza della regola, la dolorosa parentesi fu chiusa e fu ripresa una vita di mortificazione e di pietà, che da allora in poi non venne mai meno. Religiose insigni per santa vita vissero nel Monastero di S. Chiara, che divenne vero esempio di religiosa osservanza.

    Nel secolo passato in questo Monastero iniziò la sua vita religiosa un angiolo di bontà e di purezza, M. Annunziata Andreucci, che vi emise i voti solenni il 10 settembre 1828. Più tardi, nel 1840, il Card. Mastai, Arcivescovo di Imola, che divenne poi il Sommo Pontefice Pio IX, ottenne di poter trasferire a Lugo questa santa religiosa; ella vi andò ed ancor oggi si sente lassù il soave profumo di quelle virtù che M. Annunziata aveva portato dal Monastero delle Clarisse di Trevi8.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1549, f.58 e 59.

    2)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 267

    .

    3)

    Il Delfini aveva in animo di ricondurre l’unità nell’Ordine, diviso in fazioni, tra cui primeggiavano i Conventuali e gli Osservanti, e di introodurre le sane riforme già adottate dal Sacro Convento di Assisi. A tal fine pubblcò il 5 gennaio 1501, alcune costituzioni. Non aprrodò a nulla e finì con l’essere deposto da un Capitolo Generale.

    4)

    Mugnoni,

    Annali,

    pag.192.

    5)

    1555, f.74.

    6)

    Id.,

    1555, f.225 e 234.

    7)

    1566, f.85 e 87.

    8)

    Vita di Suor Annunziata Andreucci,

    Valle di Pompei, Scuola Tipografica Pontificia, 1911.

  • Le memorie francescane – S. Bartolomeo

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo.

    Fu un altro Monastero di Monache Clarisse; è addirittura impossibile precisare la date della sua fondazione.

    La prima menzione di un Monastero sotto il titolo di S. Bartolomeo o dei sacchi, come fu anche chiamato, si trova in un documento del 2 ottobre 13851. Si tratta di un atto di donazione che Benedetta di Jacobuccio Nardeschi fece all’ospedale dei lebbrosi dei SS. Tommaso e Lazzaro. L’atto fu rogato da Giovanni di Pace da Foligno “in oratorio ecclesiae sancti Bartholomaei de Villa Lapidiae loci pauperum domnarum de sacchis2. Esisteva adunque in Pigge un Monastero di Monache avente la stessa denominazione di quello che poi troviamo in Trevi; evidentemente si tratta dello stesso Istituto che dalla frazione di Pigge viene trasferito al Capoluogo. Che si tratti di Monache francescane non c’è dubbio; la parola locus, adoperata anche da S. Francesco invece di Convento o Monastero, la denominazione de sacchis (delle sacca, come troviamo più tardi), che indica delle povere donne vestite di rozzo e ruvido sacco, stanno ad indicare con precisione un’istituzione francescana.

    Non è possibile stabilire in qual tempo il Monastero di S. Bartolomeo de sacchis dalla [dalle, nel testo] Pigge fu trasportato a Trevi; manca ogni documento in proposito. Sappiamo solo che in Trevi il Monastero di S. Bartolomeo fu sempre dove oggi è l’Asilo Infantile, poco lungi dall’arco del Mustaccio.

    Nella seconda metà del sec. XV le Monache non c’eran più ed il locale era di proprietà di Ser Giacomo Paoloni3. Nel 1495 alcune giovanette trevane, desiderose di vivere religiosamente, comprarono il Monastero e vi iniziarono una nuova Comunità, ed il Comune, accogliendo una loro istanza, diede a tal fine un sussidio di cinquanta Fiorini4.

    Anche la storia di questo Monastero nota ben presto difficoltà d’ordine morale. Né ciò deve far meraviglia, poiché eran tempi di grande rilassatezza e di corruzione comune e con troppa frequenza si ripetevano i casi della Monaca di Monza.

    Il 23 luglio 1554 [nel testo: 1334] il Consiglio Generale di Trevi si occupò di questa Comunità.. Il nobil uomo Anton Francesco Lambardi propose si mandasse Vero de Veris quale oratore al Padre Generale dell’Osservanza di S. Francesco affinché si degnasse ordinare al Provinciale “accipere curam dictarum Monalium5.

    Quattro anni dopo, cioè il 2 giugno 1558, il Consiglio, perché fallite le prime pratiche, risolvé di far pervenire al Card. De Carpio, per mezzo di Mons. Romolo Valenti, una letttera pregandolo di ottenere dal Generale dell’Osservanza per il Monastero di S. Bartolomeo due Monache del Monastero di S. Margherita di Foligno “ad reformandum dictum nostrum monasterium et ad catholicam vitam redigendum6.

    Contemporaneamente a questo, avveniva un fatto di grande importanza, che ci rivela quale era in quei tempi lo stato delle Comunità Religiose lasciate in balia di sé stesse; il Concilio di Trento che doveva porre riparo a tanti mali, non aveva ancora terminato i suoi lavori, né d’altra parte certe salutari riforme, dopo un lungo periodo di rilassatezza, possono ottenere improvvisamente il loro effetto.

    Le Monache di S. Bartolomeo avevano scritto nel 1559 al Consiglio Generale e ai Signori del Comune una lettera, che merita di essere esaminata.

    Le Monache cominciano col confessare che “nel loro Monastero non si vive con quella debita religione che si conviene, né si osservano regole, né costituzioni convenienti“. Il lettore immagini quali altri disordini maggiori portasse con sé questo stato di cose.

    Le Religiose “desiderando de lassar qualche cattivo ordine che vi fosse” implorano dal Consiglio di “provvedere in quel miglior modo che aloro paja opportuno“, protestando “di sottomettersi a tutte le riforme, costitutioni ett ordini che da SS. V.V. o da altri, a chi saranno date in cura, li saranno costituite et ordinate et di vivere honestamente“.

    Il Consiglio, forse per esperienza del passato, non si fidò dello scritto e volle anche accertarsi che le Monache fossero unanimi nei sentimenti esposti nella lettera. Una commissione composta da tre nobili cittadini, e cioè Alberto Origo, Teodoro Citeroni e Marcello Poli, assistita da Filippo Vitale, notaio pubblico e cancelliere del Comune, fu mandata al Monastero di S. Bartolomeo. Eran presenti anche il Sindaco del Comune, Andreangelo Mari, il procuratore del Monastero Angelo Mugnoni e i testimoni Guido Silvestri e Gregorio Spaziani.

    Le Monache che, eran dieci, furono radunate “in sala magna ipsarum Monasterii” e fu loro domandato se la supplica era stata scritta “ex animo et voluntate et si intendatur eam emologare et approbare et facere prout in ea“. Le Monache “Iunanimiter et concorditer et unaqueque divisim” risposero che la loro volontà era quella espressa nella lettera, che confermavano e approvavano.

    Di tutto fu redatto regolare verbale7.

    Questo avveniva il 12 agosto; il giorno seguente ilConsiglio stabiliva di scrivwere al Provinciale dell’Osservanza di S. Francesco “ ut dignetur monasterium in custodiam et sub tutela recipere et dictas moniales in via Christiana instruere8.

    Furon subito iniziate le pratiche, che questa volta cdondussero a buon porto, tanto che il 17 agosto 1561 il Consiglio Generale “curam acceptam per zoccolantes confirmat9. In quell’occasione ebbe luogo una lunga discussione ed apparve con chiarezza che il Consiglio voleva che il Monastero fosse riformato sul serio e le monache cominciassero a tenere quella condotta che si conviene a Religiose

    Il 13 agosto Emiliano Contuzi, uno dei Consiglieri propose la nomina di tre uomini “ad providendum quantum oportet et opportunum sit pro dicto Monasterio et ad gastigandum moniales, si opus erit, et cum literisR.mi D.ni Vicelegati, quae confirment electionem dictorum hominum et eorum auctoritatem pro utili et beneficio dicti monasterii10. Il Consiglio approvò ed il Monastero ebbe finalmente un indirizzo sicuro ed iniziò una vita di regolare osservanza.

    Il Consiglio si occupò ancora di questa Comunità il 2 giugno 1602 11 nell’occasione in cui tutti i Monasteri di Trevi avevano chiesto la concessione dell’acqua potabile; ma questa volta l’interessamento del Comune non fu per l’andamento morale, ma per quello temporale. L’acqua fu concessa a tutte le Comunità e per quella di S.Bartolomeo, con particolare benevolenza, si nominò una commissione affinché le Monache non mancassero mai di nulla e “possano haver chi veda et dica et provveda ai fatti loro“, ma si aggiunge anche che il Sig. Tullio Petroni “specialmente habbi l’occhio all’osservanza della religione delle sacca et le rimetta negli ordini loro soliti“.

    Forse non tutti gli inconvenienti eran finiti a giudicare dall’incarico dato al Petroni.

    Nel 1615 troviamo il Monastero passato sotto la giurisdizione del Vescovo di Spoleto. Ogni disordine allora cessò definitivamente ed il Consiglio si occupò in seguito del Monastero di s. Bartolomeo per farvi dei lavori12 o per concedere elemosine e sussidi13.

    Di aiuti il Comune non era stato mai avaro con quelle Monache. Nel 1354 il Consiglio stabilì di dar loro ogni bimestre una coppa di grano14, che poi aumentò fino a due rubbia e mezzo15, da servire però per il mantenimento del Cappellano.

    Il Cappellano era nominato dalle Monache, ma la nomina doveva ricevere l’approvazione del Comune16.

    Questi aiuti per il mantenimento del Cappellano, come pure altri sussidi, variarono con l’andar del tempo17, finché furono tolti del tutto.

    Le Monache rimasero in S. Bartolomeo fino alla soppressione napoleonica, menando una vita esemplarissima. Dopo la soppressione più non tornarono nel loro Monastero, in cui invece fu eretto un Istituto per le orfanelle, che si chiamò Conservatorio di S. Bartolomeo.

    Ma anche l’Orfanotrofio non vi rimase lungo tempo. Il 15 gennaio 1816 la Congregazione della Riforma dichiarò soppresso anche l’altro Monastero di S. Croce, in cui stavano le Benedettine, ed ordinò che in parte del locale fosse trasportata la residenza del Parroco e nella chiesa Chiesa di S. Croce la parrocchiale di S. Maria in Sion; nel resto del locale prendesse residenza l’Orfanotrofio Femminile di Trevi al quale dovevano essere devoluti anche i beni non venduti del Monastero; L’esecuzione fu affidata al Card. Canali, Vescovo di Spoleto, il quale con suo decreto del 20 marzo 1817 ed altro in atto di Sacra Visita del 20 maggio 1821 rese esecutivo il citato Decreto della Congregazione della Riforma; fu steso anche un atto notarile per le mani del notaio Girolamo Mosconi in data 31 luglio 181618 con cui, tra l’altro, si riconosceva una pensione di 5 scudi al mese ad ognuna delle Monache ancora viventi.

    Con Regio Decreto del 21 dicembre 1864 l’Orfanotrofio passò alla Congregazione di Carità; quando con altro Regio Decreto del 5 gennaio 1868 anche il Collegio Lucarini passò alla Congregazione di Carità, questa pensò a trasferire l’Orfanotrofio nella casa di Virgilio Lucarini, posta proprio innanzi alla Chiesa di S. Emiliano, e per il Collegio adibì i locali dell’ex Convento di S. Francesco.

    Nei locali dell’ex Monastero di S. Bartolomeo, nell’anno 1873, fu aperto l’Asilo Infantile, che ebbe la denominazione “Asilo Infantile Boncompagni”. Vale la pena di rilevare che il nome Boncompagni non si riferisce in questo caso alla famiglia principesca di Roma, ma ad un impiegato che il Ministero mandò a Trevi in Missione quando si trattò di aprire il nuovo Istituto; nella speranza che quell’impiegato non avanzasse delle difficoltà, gli ammministratori di allora fecero trovare sulla porta del locale una tabella con la scritta: “Asilo Infantile Boncompagni“. Passati ormai molti anni, nessuno più ricorda il modesto funzionario, che del resto non ebbe altri meriti verso il nostro Asilo che quello di aver redatto una relazione favorevole all’apertura; meglio quindi sarebbe cambiare denominazione e chiamare l’Asilo col nome di qualche nostro illustre concittadini o di qualche dama che sia stata particolarmente benefica verso l’Istituzione che è veramente provvidenziale per i figli del popolo.

    Z99

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    Note

    1)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Pergamena n.

    37.

    2)

    Quest’atto è interessante anche per le altre notizie. Alla stipulazione era presente fra Girolamo di Pietro, da Orvieto, eremita dimorante «

    in loco S. Anthoni de Colvaglioso supra Piscignanum

    ». La donazione è fatta all’ospedale nella persona di Giovanni di Paolo da Trevi, oblato, capo e governatore «

    hospitalis leprosorum sci Thomae de Pede Trevii

    ».

    3)

    D. Natalucci,

    Historia,

    ecc., pag. 268.

    4) Archivio delle Tre Chiavi, Rif., 1495, f.92.

    5

    )

    Id.,

    Rif.

    , 1554, f.181.

    6)

    , 1558, f.40.

    7)

    La supplica e il verbale si trovano nel libro delle

    Riformanze

    del 1559 a pag. 170.

    Archivio delle Tre Chiavi.

    8)

    Rif., 1559, f. 167.

    9)

    Rif

    ., 1561, f.337.

    10)

    , 1562, f.418.

    11)

    , 1602, f.204.

    12)

    ., 1611, f. 112 e

    1615, f. 115.

    13)

    , 1560, f. 171; 1581, f. 250; 1590, f. 117; 1600, f. 114; 1611, f. 124, ecc..

    14)

    , 1534, f. 179. La

    coppa

    è una misura che corrisponde oggi a 80 chili circa; il

    rubbio

    equivale a quattro coppe. Altre misure trevane erano: la

    nappa

    uguale a cinque litri, il

    mezzo quarto

    uguale a un decalitro, il

    quarto

    al doppio decalitro, la

    mezzenga

    a due quarti, il

    sacco

    a due coppe.

    15)

    , 1634, f. 157

    16)

    , 1565, f. 7

    17)

    , 1634, f. 157 ecc. ecc.

    18)

    Archivio Notarile di Trevi,

    Atti del notaio G. Mosconi, 11 luglio 1816.

  • Le memorie francescane – S. Antonio

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.

    Anche i Frati del Terz’Ordine di S. Francesco (da non confondersi con i Terziari Francescani) furono a Trevi, ma per brevissimo tempo. Abitarono fuori della porta di S. Fabiano, presso la Chiesetta di S. Antonio e dei S.S. Cosma e Damiano. I due fratelli Cosma e Damiano Parriani avevano fato costruire questa Chiesa, che nel 1634 e 1642 dotarono di qualche fabbricato e di piccoli terreni.

    I Frati del Terz’Ordine dimoranti nel Convento della Stella Mattutina in Colle del Marchese, presso Castelritaldi, accettarono di mandare alcuni soggetti in Trevi con l’idea di iniziare un’infermieria ed un ospizio per i viandanti1.

    Il Comune dai Trevi aveva il privilegio di nominare il Quaresimalista d’ogni anno, scegliendolo di volta in volta, in un Convento diverso2. Nel 1648 il Comune ammise nel giro o turno delle prediche anche i Frati del Terzo Ordine, a condizione però che prendessero parte alle processioni e ne avessero il permesso dal loro Superiore3.

    Dato il numero esiguo dei Religiosi, l’abitazione non adatte per una famiglia religiosa, quel convento fu ben presto soppresso da Innocenzo X4 e nel 1653 i suoi beni passarono alla Congregazione di S. Filippo Neri con Decreto di Mons. Castrucci, Vescovo di Spoleto.

    Quando anche quella Congregazione lasciò Trevi, i beni furono devoluti ai Cappellani di S. Maria in Sion, oggi di S. Croce, i quali li ritengono ancora.

    Z99

    Ritorna all’indice di Memorie Francescane <<<Vai alla pagina precedente Vai alla pagina successiva>>>

    Note

    1)

    D. Natalucci,

    Historia

    ecc., pag. 259.

    2)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti,

    Curiosità,

    ecc., pag. 37.

    3)

    Archivio delle Tre Chiavi,

    Rif.,

    1648, f. 140.

    4)

    Id.,

    1651, f. 49.

  • Le memorie francescane – Cimeli

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI

    § 7. – Due cimeli francescani.

    Non posso terminare la raccolta delle memorie francescane di Trevi senza parlare di due oggetti, che devono considerarsi cimeli francescani.

    Il primo oggetto appartiene alla Chiesa di S. Emiliano ed è una campana del 1341. Quella campana ha forma snella e stretta, come si usava in quell’epoca. Misura cm. 101 di altezza ed ha un diametro di cm. 85.

    L’importanza di questa campana sta nella rarità dei sacri bronzi di epoche antiche. Questa di Trevi, senza essere una rarità, è da annoverarsi certamente tra le molte antiche d’Italia. Fu fusa in orvieto nel 1341, nei tempi cioè in cui si costruiva il celebre Duomo, per commissione del Guardiano di S. Francesco, fra Dionisio da Nocera. Il fonditore si chiamo Mastro Giovanni da Orvieto.

    Intorno alla parte più alta della campana si legge una iscrizione in caratteri gotici, che deve leggersi così:

    In nomine Domini Amen. Anno Domini MCCCXXXXI tempore Domini Benedicti Papae XII Frater Dyonisius de Nucerio Guardianus fecit fieri. Mentem sanctam spontaneam in honorem Domini et patriae liberationem. Verbum caro factum est. Ave Maria gratia plena Dominus tecum. Ora pro nobis Beate Francisce. Hoc signum magister Johannis de Urbeveteri me fecit: Sancta Maria ora pro nobis“.

    La campana appartenne certamente alla Chiesa di S. Francesco. Come sia stata poi portata a S. Emiliano non ho potuto trovare certezza, come mi è stato impossibile precisare se sia stata pagata o no alla Chiesa di S. Francesco.

    Da vaghe memorie che rimangono in Trevi credo che la storia della campana possa ricostruirsi così: essa squillò dall’alto del campanile di S. Francesco fin dall’epoca napoleonica; quando Napoleone ordinò la requisizione delle campane, questa e quella più grande della Collegiata furono insieme nascoste sotto terra. Passata la bufera, le due campane furon tratte fuori, ma, non essendo tornati più i frati, quella di S. Francesco fu posta sul vecchio campanile di S. Emiliano e quando, perla ricostruzione della Collegiata, anche il campanile fu abbattuto, la campana, insieme alle sue consorelle, andò a far sentire a sua voce argentina su di una piccola costruzione provvisoria. Qui rimase fino al 16 marzo 1925, nel qual giorno fu calata a terra per esser posta nell’interno della Chiesa di S. Emiliano. Una nuova mole campanar8a era sorta, e un nuovo concerto di campane era stato ordinato dal R.mo Priore D. Francesco Peticcchi,. I vecchi bronzi, già discordanti tra loro, non avrebbero ben armonizzato sulla nuova grandiosa opera, e la campana più grande, fusa a Trevi dal trevano Antonio Petrolini ne 1775, fu venduta alla Chiesa della frazione delle Picciche, e l’altra, quella francescana, fu riguardata come un oggetto Da doversi gelosamente custodire. Dopo quasi seicento anni, dopo aver fatto sentire la sua voce armoniosa attraverso la nostra bella ballata, dopo aver chiamato tante volte i fedeli a preghiera, dopo aver visto passare generazioni su generazioni, dopo aver annunziate gioie e dolori, dopo aver visto gran parte della storia del popolo nostro, la vecchia campana francescana vien posta dignitosamente in disparte, quasi in meritato riposo, mentre per l’aria altri bronzi squillano osannanti a Dio.[Attualmente la campana si trova nel Campanile di S. Francesco].

    ***

    Nel 1470, certo non oltre il giugno, giungeva a Trevi un tedesco di nome Giovanni Rothmann di Reynard, nato ad Eningen nella Diocesi di Costanza. Questo tedesco si unì in società con ser Costantino Lucarini, notaio, per la fondazione di una tipografia in Trevi; il 5 luglio entrò a far parte della Società Pierdonato Guadagnoni, il quale assunse l’incarico della correzione delle bozze di stampa dei libri che si sarebbero pubblicati. La tipografia fu fondata e fu la quinta in Italia in ordine di tempo

    1

    .

    La tipografia trevana durò soltanto pochi mesi e l’11 settembre 1471 la società si sciolse e ser Evangelista Angelini da Trevi, ma dimorante a Foligno, comperò per 119 fiorini e 12 bolognini il materiale tipografico che era toccato al Guadagnoni.2

    Due libri soltanto furono editi a Trevi e cioè la Lectura Bartholi sulla prima parte dell’Infortiatum e una Storia del Perdono di Assisi.3

    Questa Storia è la più antica stampa francescana che si conosca; di essa ne esiste soltanto una copia conservata nella Biblioteca Alessandrina di Roma. Sono otto fogli di carta bellissima, tutta uguale e ben lavorata, molto consistente e portante per marca un’aquila nella filigrana; il formato e in foglio e la scrittura va dal retto della prima al principio del verso della settima pagina.

    L’opuscolo contiene una storia latina del Perdono di Assisi e fu scritta da “frater franciscus bartoli de assisio“. Questo Frate, secondo le notizie raccolte dall’illustre Mons. Faloci Pulignani4, nacque in Assisi; nel 1312 studiò a Perugia e nel 13156 all’Università di Colonia. Spiegò Sacra Scrittura in S. Maria degli Angioli nel 1325 e nel 1332 era Guardiano nel Convento di S. Damiano. La storia dell’indulgenza della Porziuncola stampata a Trevi è una parte di un lavoro più ampio che Fra Francesco scrisse su quell’argomento nel 1334 o 1335, e che è conservato nella biblioteca del Sacro Convento di Assisi, segnato col N. 13; esso costituisce un codice membranaceo di 86carte.
    Colui che curò la stampa di Trevi ebbe certo sott’occhio il codice di Assisi o altro simile, ne prese qua e là dei brani, disponendoli in ordine diverso, ne formò tredici capitoli e ne tirò fuori l’opuscolo stampato nel 1470.

    Il lavoro di Fra Francesco è da ritenersi senza dubbio importante, ma lasciando ad altri la cura di illustrarlo, a me basti chiudere queste brevi notizie con le parole dio Mons. Faloci Pulignani:
    Conchiudasi adunque che l’incunabulo di Trevi è una cosa sotto tutti gli aspetti pregevole. È pregevole, perché segna i primi passi di un giovane tipografo nell’arte allora novella della stampa; è pregevole, perché impresso nella piccola Trevi nell’anno 1470,, quando cioè in quasi tutta l’Italia l’arte tipografica era una cosa sconosciuta, e solo quattro città ne possedevano un’officina; è pregevole infine, perché contiene un interessante lavoro di storia francescana, il primo che, almeno in Italia, vedesse la luce per le stampe, e che però dagli studiosi delle antichità francescane deve considerarsi come un rarissimo e prezioso cimelio, degno di occupare il primo posto in qualunque ricca collezione di simili rarità“.

    Altre notizie e foto dell’incunabulo

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    Z99

    Note

    1)

    Conte Dott.

    Tommaso Valenti.

    Le tipografie in Italia si seguirono in quest’ordine: Subiaco (1464), Roma (1467), Venezia e Milano (1469), Trevi (1470)… [Altri autori indicano quella di Trevi la

    quarta

    tipografia in Italia, poiché non si trova nessun’opera stampata a Milano nel 1469. Vedi l’opera molto documentata del

    Valenti

    ]

    2)

    Il

    Valenti,

    nel lavoro citato, aveva dubitato che Evangelista Angelini fosse l’Evangelista Mei del colophon della prima edizione della

    Divina Commedia

    stampata a Foligno nel 1472. Occupato in ricerche nell’Archivio segreto pontificio, il Valenti trovò un documento che identifica in una sola persona l’Evangelista Angelini e l’Evangelista Mei. A Trevi adunque il vanto di aver dato i natali al primo stampatore del Divino Poema. – (

    Tommaso Valenti,

    Un documento decisivo per il «Dante» di Foligno

    (1472) in «La Bibliofilia dell’Olschki di Firenze», Anno XXVII, Disp. 4 e 5.

    3)

    Le notizie che seguono le ho desunte dal lavoro del chiarissimo Mons.

    Michele Faloci Pulignani:

    Della storia del Perdono d’Assisi stampata in Trevi nel 1470,

    Foligno, Stab. Tip. Lit. Pietro Sgariglia, 1882.

    4)

    Mons.

    Michele Faloci Pulignani,

    Op. citata,

    pag. 12.

  • Le memorie francescane

    Le memorie francescane di Trevi

    giubil03.JPG (5965 byte)

    itinerario giubilare

    di Don Aurelio Bonaca (Opera a stampa esaurita, non più in commercio)

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    É l’opera più completa e ricca di riferimenti di questo benemerito concittadino, che ha dato alle stampe numerosi opuscoli.
    Se ne riporta l’indice che rimanda a pagine separate per ciascun argomento.
    Proemiopag. 3
    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO
    § I. – La predica sulla piazza di Trevi.pag. 5
    § 2. – Il lebbrosario di SS. Tommaso e Lazzaro” 8
    § 3. – La preghiera nella Chiesa di Bovara” 17
    § 4. – Frate Leone libera un carcerato” 25
    II parte: I CONVENTI FRANCESCANI A TREVI
    § 1. – Chiesa e Convento di S. Francescopag. 26
    § 2. – Monastero di S. Chiara” 32
    § 3. – Monastero di S. Bartolomeo” 33
    § 4. – Convento di S. Martino —— Il Monte di Pietà” 38 ” 41
    § 5. – Il Convento di S. Antonio o dei Cappuccini.” 53
    § 6. – I Frati del Terz’Ordine.” 55
    § 7. – Due cimeli francescani.” 56
    § 8. – Un martire Trevano tra i Figli di S. Francesco” 59

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  • Le Vie dei Mercanti

    Le Vie dei Mercanti

    Per le vie del centro storico il 22 e 23 ottobre 2005
    musicanti, speziali, ceraioli, mercanti d’armi, incantatori,
    vasai, poeti e giocolieri, fabbri forgiatori, cordai, mangiatori di fuoco …
    animeranno la Città di Trevi.

    Chiunque voglia partecipare alle Vie dei Mercanti dovrà comunicarlo entro il 12 ottobre 2005 all’ufficio Ente Palio dei Terzieri Scheda di partecipazione Quota di partecipazione € 10 a persona

    Per informazioni: Tel. Fax 0742.781150 e-mail: palio@protrevi.com

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