Categoria: Da sapere

  • Trevi de planu 3

    Pubblicazioni: Trevi de planu – 3 Chiese e edicole

    presentazione ufficiale al Teatro Clitunno, Sabato 18 maggio 2002 ore 17,30

    Trevi de Planu arte, storia, natura, usanze e tradizioni della valle trevana

    La devozione profonda delle genti trevane testimoniata da interessanti chiesette rurali quali Sant’Anna

    e Sant’Apollinare o da ruderi ormai completamente sepolti dalla vegetazione, come quelli dell’antica chiesetta di San Sebastiano, al confine con il comune di Spoleto ….

    Trevi, Italy - S. Lorenzo, chiesa di S. Anna

    Trevi, S.Lorenzo – Chiesa di Sant’Anna -(Foto

    Filippucci-Ravagli,

    2001)

    Trevi, Italy - S. Lorenzo, chiesa di S. Apollinare

    Trevi, S. Lorenzo –

    Chiesa di Sant’Apollinare

    -(Foto

    Trevi, Italy - S. Lorenzo, chiesa di S. Sebastiano

    Chiesa di S. Sebastiano coperta dalla vegetazione

    (Foto

    La devozione popolare è provata, soprattutto, dalle tante edicole, i più numerosi “segni del sacro” esistenti nel nostro territorio, sia in ambiente urbano, sia in quello rurale. Spesso poste originariamente ai lati dei crocicchi per tutelare il viandante al bivio della strada maestra ed aiutarlo nella scelta della via più giusta proteggendolo, nel contempo, dai brutti incontri, antico retaggio delle edicole pagane dedicate ai lari compitali. O ex-voto, quale profondo riconoscimento al Divino per una grazia ricevuta, o, ancora, poste a meno di un chilometro dalla chiesa parrocchiale, quali riconosciuti punti di riferimento per il culto in occasione di processioni e rogazioni.

    Trevi, Italy - S. Lorenzo, Edicola di Casa Bonilli

    Edicola di casa Bonilli

    Trevi, Italy - Picciche, edicola di S. Stefano

    Trevi, Picciche –

    Edicola di S. Stefano

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  • Trevi de planu – presentazione

    Trevi de Planu, copertina

    Pubblicazioni: Trevi de planu

    presentazione ufficiale Sabato 18 maggio 2002 ore 17,30

    Trevi,teatro Clitunno, presentazine di

    Da sinistra:

    Romano Cordella, don Luciano Gregori, Alberto Melelli,

    relatori

    Maria Amabile Muzi,

    Vicesindaco del Comune di Trevi

    Sandro Verzari,

    Vice Presidente Pro Trevi

    Franco Spellani,

    coordinatore

    Gli Autori:
    Tiziana RavagliGeologa, escursionista, guida e naturalista per hobby autrice con Giampaolo Filippucci di “Trevi: quattro passi tra storia e natura”
    Giampaolo FilippucciGuida escursionistica della Regione, naturalista per hobby, coautore insieme alla Ravagli di “Trevi: quattro passi tra storia e natura”
    Alvaro PaggiDottore in Agraria, particolare conoscitore del territorio in quanto nato e residente a Cannaiola al centro di “Trevi de planu”
    I presentatori:
    Don Luciano GregoriNato a Leggiana, cultore della storia e delle tradizioni locali, pubblicate nello straordinario volume “La Valle del Menotre“.
    Guida professionale della montagna. Amico personale degli autori e compagno di innumerevoli escursioni. Vedi: Relazione completa
    Trevi, don Luciano Gregori presenta "Trevi de planu"
    Alberto MelelliOrdinario di Geografia all’Università di Perugia.
    Profondo conoscitore del territorio trevano per numerose visite di studio con i suoi allievi più volte l’anno.
    Trevi, prof. Alberto Melellii presenta "Trevi de planu"
    Romano CordellaPresidente della sez. regionale di Italia Nostra. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di epigrafia. Nel nostro territorio ha decifrato tutti i graffiti sulle pareti della chiesa di Pietrarossa.Trevi, prof. Romano Cordella presenta "Trevi de planu"
    Trevi, Teatro Clitunno, presentazione Trevi de Planu

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  • Trevi: Virginia Ryan – Where the cypress rises

    Pubblicazioni Where the cypress rises

    Trevi nella copertina di

    Questo volume, in lingua inglese, è stato lanciato sul mercato mondiale, con grande successo.

    Qualsiasi libro su Trevi, finora pubblicato, non ha mai superato l’ambito regionale, a meno che non abbia trattato argomenti di interesse specifico molto ristretto ( la stampa, l’olivicoltura).

    Con Where the cypress rises, che parla di Trevi dalla prima all’ultima pagina – e la copertina è già di per sé abbastanza eloquente – Virginia Ryan ha portato prepotentemente la nostra città sul mercato librario mondiale, poiché il volume è stato classificato con cinque stelle – per più di due anni – nel catalogo della maggiore libreria virtuale.
    Vedi: Amazon.

    Virginia Ryan,

    è un’artista australiana giunta quasi per caso a Trevi qualche anno fa. Con la sua famiglia si è stabilita in una bella casa fuori le mura.

    In questo libro racconta con vivacità come si è inserita nel quotidiano di un piccolo centro umbro.

    Trevi, Italy.  Virginia Ryan.

    Durante il suo soggiorno a Trevi,

    ha allestito varie mostre personali e ha partecipato ad altrettante collettive. Nel locale museo di S. Francesco ha esordito con

    Parallel Time

    nel 1997 e successivamente con

    CENTO PASSI

    di cui ha pubblicato il catalogo con lo stesso titolo.

    I volumi sono disponibili anche presso la Pro Trevi.

    Virginia Ryan official website

    701

  • Servizio su Luxury

    Rassegna Stampa – Recensioni ________________________________________________

    Were small is beautiful

    Febbraio-Marzo 2001

    Un bel servizio sull’Umbria “minore” Dove piccolo è bello nella rivista multilingue

    a diffusione internazionale.

    LUXURY Magazine

    A Trevi è dedicata una foto del teatro e una del panorama su due pagine

    091

    Rassegna Stampa

  • Liliana Malta -artista

    Liliana Malta

    Ha esposto a Trevi nella collettiva F 30×20 DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12

    Nasce a Maierato, in Calabria, da cui, compiuti gli studi classici, si trasferisce a Roma dove attualmente vive e lavora.
    Il suo apprendistato d’artista, presso lo studio di Nino Caruso, è all’insegna della scultura ed in particolare della terracotta. Per la sua formazione pittorica risulta importante l’incontro con Nicolas Carone e la frequentazione della International School of Art da lui fondata. Le sue opere sono presenti presso collezioni in Italia, Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone.

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  • Poeti locali: Marchittu

    Poeti locali

    Marchittu

    Francesco Marianucci, alias “Marchittu”o anche “Lu Guerciu”, nacque a Sellano nel 1841. Visse gran parte della sua vita a Trevi sbarcando il lunario come pastore e boscaiolo e morì nel 1926 a Roma, dove si era trapiantato a tarda età al seguito di uno dei suoi due figli.

    Rimasto vedovo sposò in seconde nozze “Pippinella”, che aveva avuto una figlia dal precedente matrimonio, ambedue, madre e figlia, oggetto delle sue “satire“.

    Abitava una casetta in pietra, di cui fino agli anni Settanta rimaneva soltanto un modestissimo rudere, in posizione difficilmente accessibile sulla montagna a est di Trevi, in località “La Romita” o “Fosso della Romita” o “dell’Eremita”, duecento metri a monte dei ruderi dell’antichissima abbazia di Santa Croce in Val dell’ Aquila o chiesa dell’Eremita delle antiche memorie. Scendeva a Trevi per portare la legna e per fare provviste e, all’inizio del corso, dove fino al 1909 era la porta del Lago, veniva immancabilmente fermato e attorno a lui si faceva crocchio.

    Per gentile concessione di Aramndo D’atanasio †2009

    Era analfabeta, se così si definisce chi non sa leggere né scrivere, ma conosceva lunghi brani dell’Orlando Furioso tramandatigli oralmente da altri pastori. I suoi versi, giunti a noi dopo oltre mezzo secolo di tradizione orale e quasi tutti di terza mano, sono ormai incompleti e alterati.

    Le incertezze dei testi e le conseguenti molteplici versioni, che si è cercato di riportare fedelmente, non derivano soltanto dalle eventuali imprecisioni dei dicitori che ci hanno tramandate le “satire”, ma anche dal fatto che lo stesso autore probabilmente le esponeva di volta in volta con termini diversi, non potendole registrare con la trascrizione.

    I versi delle “satire” sono sempre in endecasillabi, proprio come i versi dell’ Orlando Furioso che aveva profondamente assimilato. Tra quelle qui raccolte soltanto tre fanno eccezione e questo fa dubitare della loro attribuzione.

    É da notare che, nelle composizioni più lunghe e complesse, la prima quartina è composta in rime alternate (ABAB), mentre le successive in rime baciate (CC DD). Questo schema è tipico della composizione estemporanea, perché prima di cominciare la declamazione il poeta aveva la possibilità di formulare un primo concetto organizzandone la rima – sempre avendo come riferimento l’Orlando Furioso – mentre per le strofe successive andava avanti cercando la rima verso per verso.

    Le fonti

    Prima del 1975 esistevano soltanto frammenti di cinque o sei “satire” trascritte, di cui si è a conoscenza: tre da Vincenzo Giuliani e due nel giornaletto cilclostilato “Il Clitunno”. Tutto il resto veniva tramandato oralmente.
    Agostino Canovari (Custinu de Caffè) nato nel 1912 era notoriamente ritenuto il più autorevole dicitore, tanto che, sono le sue parole, ” Sono quarant’anni che sto a racconta’ ‘ste cose”! Le “satire” con la sigla AC 75 sono state registrate a Trevi nel giugno 1975 dalla sua viva voce.
    AC 75Trascrizione della registrazione fonografica effettuata a Trevi nel giugno 1975
    AC81Versi declamati in un incontro occasionale il 1 maggio 1981
    AC84Trascritta da Alberto Barbini dalla viva voce di Agostino Canovari il 1/6/1984.
    AZ Aldo Zappelli (Trevi, 1925) figlio di Faustina Bartolini.
    Quintilio D’Atanasio, nato a Coste nel 1909, avava notevole familiarità con Marchittu. Era il proprietario del bosco della “Romita” che prima era appartenuto al poeta.
    D’A75Trascrizione sotto dettatura a Trevi il 16 agosto 1975.
    D’A 77Trascrizione sotto dettatura a Trevi il 15 dicembre 1977.
    Domenico Rosignoli (Sciarle), nato nel 1899, conobbe bene Marchittu poiché andava abitualmente a legnare alla Romita insieme alla sorella maggiore, che a suo dire era l’oggetto di una certa simpatia di un figlio del poeta.
    DR 76Trascrizione sotto dettatura a Trevi il 4 e 13 marzo 1976
    Piergiorgio Zappelli. Da bambino recitò la poesia sul palcoscenico del Clitunno, in un “rivista” messa in scena da studenti di Trevi.
    GZ 09Trascrizione a memoria nel gennaio 2009
    MZ 76Mario Zappelli, figlio di Faustina Bartolini.
    Nazzareno Favetta (1900 -) Agricoltore, potatore specializzato e boscaiolo. Tra compagni di lavoro si “chiamavano” con le “satire”.
    NF 78Trascritte dalla sua viva voce a Bovara nel 1978.
    Vincenzo Giuliani (Céncio), 1904 – 1980, poeta egli stesso oltre che pittore e fotografo.
    VGAutografo e dattiloscritto in epoca imprecisata, ma prima del 1970
    VG 78Trascritte dalla sua viva voce nel 1978
    Le Satire

    082-08Z

    Autori locali

    .

    *Foto

    cm 18×24, riprodotta intorno agli anni ’60, pesantemente ritoccata e colorita a mano, dallo studio Salomone di Brescia, ove probabilmente si era trasferito qualche parente.

  • Graziano Marini – pittore

    Graziano Marini

    Ha esposto a Trevi nelle mostre Artisti senza Tempo e F 30×20 DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12

    Nato a Todi il 27 Marzo 1957, dove lavora e risiede. Marini è fra i giovani più apprezzati del panorama italiano, da anni pratica una pittura morbida e vibrante, ricchissima di effusioni cromatiche, inconfondibile rispetto a qualunque altra visione e ricerca astratta.

    Dal 1978 al 1990 in qualità di direttore artistico dirige il Centro Internazionale della Ceramica Montesanto fondata da Piero Dorazio e Nino Caruso, venendo a contatto e stringendo amicizia con alcuni tra i maggiori protagonisti dell’arte Europea e Americana che passano per il Centro Montesanto, come Max Bill, Sebastian Matta, Kenneth Noland, Joe Tilson, Giuseppe Santomaso, Luigi Veronesi, Antonio Corpora etc.

    Dal 1978 al 1982 dipinge i suoi primi quadri su tela mostrandosi subito interessato alla tradizione moderna dell’astrattismo e del concretismo, sperimenta molto le possibilità tecniche della ceramica in tutte le sue variazioni,( Majolica, Terrecotte, Refrattarie, Gres, Porcellane, Raku etc. )

    Sperimenta inoltre numerose tecniche di arti applicate come il mosaico, vetri soffiati, vetrate artistiche, oreficeria etc. Nella metà degli anni ottanta ha i primi interessamenti da parte della critica, tiene numerose mostre, personali e collettive in Italia, Svizzera, Germania, America Latina e Stati Uniti.

    Organizza a Todi dei corsi di pittura, grafica e ceramica per la Penn State University.

    Nel 1994 riceve il Premio San Valentino d’Oro per l’Arte, nel 1995 è nominato Accademico di Merito presso l’Accademia di Belle Arti a Perugia. Nel 1997 realizza un grande Mosaico per il Comune di Roma nella Stazione di Piazza Barberini della Metrò. Nel 1998/99 tiene dei corsi di teoria dell’immagine e decorazione pittorica presso il Carcere di Spoleto. Insieme all’Amministrazione del Comune di Todi collabora alla realizzazione della Galleria Comunale d’Arte Contemporanea.

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  • La Torre di Matigge

    Testimonianza di tempi irrequieti e di sanguinose lotte tra i comuni, la torre si alza imponente al lato della via Flaminia. Poderoso strumento di difesa ma anche appariscente dimostrazione del potere comunale.

    Purtroppo le numerose costruzioni commerciali ed industriali sorte recentemente le hanno tolto molto della minacciosa imponenza che aveva fino oltre la metà del secolo scorso.

    I più anziani ricordano ancora le truculente storie di briganti che qui compivano le loro losche imprese. La solitudine del luogo, l’inquietante enigma della mancanza della porta di accesso (nessuno ha mai cercato seriamente l’ingresso sotterraneo e se qualcuno ha trovato indizi in occasione delle nuove fabbriche, certamente non è andato a raccontarlo) hanno alimentato il nascere ed il perpetuarsi di tante storie paurose.

    Recentemente è stata consolidata dopo il terremoto del 1997

    La torre vista da NW- foto 24/2/2004

    n.670-16c

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    Le vicende che portarono alla sua costruzione e l’importanza che ebbe nei secoli andati sono ben descritte nell’articolo di seguito tratto da:

    Tommaso Valenti,

    Curiosità storiche Trevane

    , Foligno, 1922]

    A circa metà strada tra Foligno e Trevi, sulla via Flaminia e ad est di essa sorge questo interessante monumento, che richiama l’attenzione dei passanti, e che per noi e per altri conserva una leggenda di fatti paurosi, di tremende aggressioni e di assassini avvenuti lì presso.

    Di essa molte e interessanti memorie troviamo nel nostro Archivio delle Tre Chiavi. Il 28 settembre 1392 un tal Angelo del Medico proponeva al Consiglio che per difendersi dai malfattori, che giorno e notte si aggiravano in quei pressi, facendo ogni sorta di danni si facesse alle falde del monte di Matigge una vasta fossa con una Torre bene bastita, incaricando di tal affare tres bonos et legales homines, con pieni poteri. E infatti il 29 decembre dello stesso anno si nominavano a tal fine Manente di Petruccio, Ser Angelo del Medico e Ser Andrea di Ser Nuccino.

    Non si mise però subito mano alla fabbrica, e perciò il Consiglio insisteva perché si sollecitasse. Per facilitare l’opera si dette facoltà il 1° novembre 1393 a Del Medico di fare una specie di prestito forzoso con gli abitanti di Matigge (imponere prestantiam) col patto di scontare il debito nei pagamenti dei dazi (in successivis dativis).

    Si cominciò allora a preparare il materiale necessario, ma il lavoro non era ancora cominciato alla fine del 1394. Infatti il 18 decembre di quell’anno il Consiglio sollecitava nuovamente la Commissione, affinché pensasse sul serio a fabbricar la Torre.

    Finalmente, il 10 gennaio 1395 si stipulava il contratto con il muratore Gregorio da Cerreto, che aveva fabbricata anche la Torre di Fabbri, imponendo a lui diversi patti e condizioni, con la multa di cento libre di denaro in caso d’inadempienza. I lavori procedevano però alla stracca e forse non bene, perché il 13 settembre 1395 il Consiglio raccomandava di nuovo si sollecitasse la fabbrica e che l’opera fosse prelibata e bella e delle dimensioni stabilite.

    Poco dopo la Torre era finita e vi si mise un custode. Per comodo di questo eravi nella Torre stessa una cisterna, il forno ed un molino – forse a vento – e sulla cima di essa una campana di 300 libbre la quale doveva servire per chiamare aiuto in caso di bisogno. E doveva accorrere un uomo per foco sotto pena di un Fiorino per volta.

    La Torre aveva l’ingresso segreto sotto alla strada, e nell’interno della Torre stessa eravi un deposito di armi e munizioni. La sommità era cinta da merli, alti tre piedi, e fabbricati nel 1427 da Giovanni Paluzzi. Si ascendeva alla cima per mezzo di una scala di legno, più volte rifatta.

    Ai piedi della Torre era una vasta fossa di difesa, che si varcava per mezzo di ponti, e che era stata scavata imponendo a quei di Matigge l’obbligo di mandare un operaio per foco per quel lavoro.

    Ma tutte queste precauzioni non valsero a rendere inespugnabile la Torre. Infatti una volta tra le altre, e precisamente il 3 di luglio 1488 essa fu assalita da Franceschino Cybo con le sue genti, il quale andava mettendo a sacco e a ruba il nostro territorio. Ecco come racconta il fatto il Mugnoni: “1488 et addì 3 luglio venne messer Franceschino figliolo del Papa Innocenzo VIII [(1) Innocenzo VIII chiamato prima Giov. Battista Cybo, aveva da giovane vissuto qualche anno a Napoli alla Corte di Alfonso I d’Aragona. “Ma havendo havuto da una gentildonna duoi figlioli chiamati Francesco e Teodorina, quali si disse esser nati legittimi, morendo assai presto la madre, fu per tal causa costretto a partire da quella città….”. – Così il Platina nell’Historia delle vite dei Sommi Pontefici. – Nota dell’A:] con molte squadre de jente d’arme; per due volte vennero in quello di Trevi ad saccomanno, uno alla Torre di Matiggia et li portarono [via?] d’orgio et spelta”.

    Dal che però non risulta chiaramente se l’orzo e la spelta fossero da quei tali portati via dalla Torre, dove forse erano immagazzinati per maggior sicurezza, o se, invece, i saccheggiatori depositassero quivi il loro bottino di cereali.

    Fu in seguito a questo fatto che il Comune deliberò fortificare maggiormente la Torre, facendo proseguire e compire il rivellino che vi era stato fatto da tre lati fino dal 1486, per un circuito di dieci pertiche e 65 piedi con una spesa di 28 Fiorini, 8 Bolognini e 27 denari. Il compimento del rivellino ordinato nel 1489 costò 60 Fiorini.

    Nel 1539 si stabilì costruire presso alla Torre una capanna coperta di coppi, per riparo degli uomini che erano a guardia della Torre stessa. Però questa nuova costruzione fu demolita nel 1601, per utilizzarne i coppi nella copertura della Torre, danneggiata dalle intemperie

    Nelle nostre “Riformanze” troviamo numerosi provvedimenti presi per la manutenzione e il restauro di questo piccolo fortilizio; segno evidente che, a quei tempi, esso era di utilità incontestabile.
    Mi dispenso però dal riferire o citare i molti documenti, che gli studiosi di cose patrie troveranno facilmente nell’Archivio delle Tre Chiavi. Lo stato attuale della Torre è tuttora discreto.1 . Non credo però vi si possa accedere internamente, senza l’aiuto di una scala, essendo rimasto sepolto l’antico passaggio che era sotto la strada.

    Sul lato ovest della Torre, quello cioè prospiciente la via Flaminia si vedono quattro stemmi: dei Cybo[errato vedi nota.2], dei Trinci[errato] , di Perugia e di Trevi, abbastanza ben conservati

    Tommaso Valenti

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    X03-05Z-088

    Note 1) Come detto sopra, è stata recentemente restaurata dopo il terremoto del 1997.

    2) L’attribuzione degli stemmi alle famiglie Cybo e Trinci è errata. Il primo stemma a sinistra potrebbe appartenere al vescovo di Spoleto Bartolomeo Bardi (1320 – 1344) (comunicazione del dott. Ferrante Mancini Lucidi – 13/8/2008) o ad altri personaggi della stessa famiglia fiorentina. Andrea de Bardi e Bindo (o Biondo) de Bardi furono podestà di Perugia nel nel 1355 e nel 1364 (comunicazione del dott. Ferrante Mancini Lucidi – 28/4/2009)

  • Le memorie francescane – Proemio

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    Proemio

    In quest’anno di apoteosi francescana le nostre belle Città Umbre si apprestano a far rivivere il ricordo di quanto il Poverello compì tra le loro mura. E ben fanno esse, perché il Santo di Assisi è veramente una gloria di tutta la nostra regione.

    Ed è per questo che anch’io desidero parlare di quello che S. Francesco fece a Trevi, tanto più che c’è da registrare qualche episodio che nella sua vita ha del grandioso e dello straordinario.

    S. Francesco col suo animo di artista e di poeta, si entusiasmava innanzi alle bellezze che il Signore ha sparso nelle cose create. Nell’ammirare la verde valle di Spoleto soleva dire che niente di più bello e di più giocondo aveva mai visto, e voleva che coloro che abitavano in mezzo a tante meraviglie naturali amassero il Signore, lo servissero, imparassero a conoscerlo sempre più. Spinto da questi sentimenti dell’animo suo grande saliva i colli umbri, visitava le città, le borgate e dovunque lasciava profonde tracce dell’opera sua santa. Ecco perché si può dire che non ci sia un solo angolo dell’Umbria che il Poverello non abbia visitato.

    Quando S. Francesco, non ancora iniziata la sua missione, partì per la guerra delle Puglie, passo ai piedi di Trevi e dovette, come avviene ancora oggi ai viaggiatori, ammirare il bel panorama della graziosa cittadina appollaiata sopra uno dei colli più ameni, circondata tutt’intorno da migliaia di verdi olivi. E più tardi, quando la grande opera ebbe principio, egli non poté dimenticare Trevi, ed anche quassù salì apportatore di pace, apostolo di bene.

    E’ impossibile stabilire quando e quante volte S. Francesco sia venuto nella nostra Città; abbiamo però elementi sicuri per affermare che vi venne più volte, sia quando vi fioriva il benessere, sia quando la sventura si abbatté tremenda su di essa.

    Tristi tempi eran quelli per Trevi. Il Duca di Spoleto Teopoldo aveva messo gli occhi sopra alcuni castelli dipendenti da essa e voleva impossessarsene ad ogni costo. Si avvalse dell’odio che gli Spoletini nutrivano contro i Trevani e il 16 luglio 1213 emanò un feroce decreto che ordinava la distruzione di Trevi e la devastazione del suo territorio1.

    Gli Spoletini avevano sofferto incursioni e danni per parte dei Trevani, quando restauravano la propria Città distrutta nel 1155 da Federico Barbarossa2 e perciò non parve loro vero di dare il proprio aiuto al Duca Teopoldo e di potersi precipitare con tutto l’odio contro Trevi, che nel 1214 distrussero e degli abitanti parte ne uccisero e parte ne cacciarono in esilio. La rovina fu generale, la città fu rasa al suolo e solo qualche Chiese fu rispettata. Ecco perché non troviamo in Trevi fabbricati anteriori a quell’epoca.

    Pochi furono i Trevani superstiti che poco dopo osarono tornare a guardia della patria sventurata ed a piangere sulle sue rovine. Ma passato il primo momento di spavento e di terrore, questi animosi cominciarono a ricostruire le mura e a riattare qualche fabbricato, nutrendo in cuore la speranza di veder risorgere la città3. I Folignati compresero che Trevi poteva essere un baluardo contro Spoleto, ne chiesero perciò e ne ottennero il dominio da Innocenzo III, vi costruirono una rocca e favorirono i restauri4.

    Ma ben presto Foligno si ribellò alla Chiesa ed invitò Federico II a venire contro il Papa. Dopo varie vicende, la peggio toccò ai Folignati che nel 1240 si videro tolto il dominio sul nostro territorio e furono costretti a riparare i danni che, nell’occasione, avevano inferto alla cittadina che risorgeva5.

    S. Francesco venne a Trevi certamente prima e dopo questi fatti. Di quattro episodi abbiamo speciale memoria, e di essi tre riguardano il Santo ed uno Frate Leone, Pecorella di Dio. Questi episodi sono:

    1. Un asino durante una predica del Santo è obbligato a fare silenzio.
    2. I lebbrosi dell’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro assistiti e guariti da S. Francesco.
    3. La preghiera di S. Francesco nella Chiesa di Bovara e la visione di Frate Pacifico.
    4. Un uomo tenuto in carcere a Trevi è liberato miracolosamente da Frate Leone.

    Ognuno di questi episodi ha una base storica indiscutibile e la dimostrazione di ciò è il fine principale che mi sono proposto nell’intraprendere questo mio studio.

    Z99

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    Note

    1) Il decreto del Duca Teopoldo fu pubblicato da Achille Sansi in

    Documenti Storici Inediti,

    Foligno,

    Sgariglia, 1879, pag. 222. Lo pubblicò anche

    Tiberio Natalucci

    ,

    Studi sulla Storia di Trevi

    (Tip. F. Campitelli 1865, Foligno), ricopiandolo dall’opera manoscrittaa del suo avo Durastante, il quale però lo riporta mutilo ed incompleto.

    2)

    Durastante Natalucci

    Historia Universale dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, pag. 19. Quello di Durastante è un prezioso manoscritto gelosamente conservato dalla nobile Famiglia Natalucci. Riguardo ai danni fatti dai Trevani agli Spoletini cita il Leoncilli, il Minervio, ecc.

    3)

    MURATORI

    Rerum ital.

    Script

    ., tomo 3 f. 586.

    4) DORIO, Istoria della famiglia Trinci, pag.133. Foligno per Agostino Alterii, 1648.

    5)

    D. Natalucci

    Historia

    ecc., pag.24

  • Le memorie francescane – La predica

    Le memorie francescane di Trevi

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    itinerario giubilare

    (D. Aurelio Bonaca, Le memorie francescane di Trevi, Estratto da Studi Francescani, Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927- pagg. 61)

    I parte: EPISODI DELLA VITA DI S. FRANCESCO

    § 1. – La predica sulla piazza di Trevi.

    La piazza di Trevi doveva avere, ai tempi di S. Francesco, prima della distruzione della Città, presso a poco la stessa forma e la stessa struttura di oggi. Da un lato il palazzo del Comune, tutt’intorno case di nobili cittadini ed in fondo la torre. Una fontana, da cui zampillava freschissima acqua, abbelliva la piazza1.

    Quel luogo, per solito frequentato da poche persone e pieno di movimento soltanto nelle solennità e nelle fiere, prese un giorno l’aspetto delle grandi occasioni. Non solo i Cittadini di Trevi erano usciti dalle case e si erano riversati sulla piazza, ma da ogni luogo, dal monte e dal piano, la gente affluiva con un interessamento insolito, con un desiderio mai provato per l’innanzi.

    La fama di quanto operava in ogni luogo il grande penitente di Assisi era giunta anche qui le dicerie di cui il popolo circondava quello strano predicatore, le meraviglie che si raccontavano di lui e dei suoi seguaci erano conosciute anche a Trevi; era perciò bastata la notizia del suo arrivo perché la gente accorresse.

    E per di più si diceva che quell’uomo avrebbe predicato.

    E predicò infatti. Il popolo da prima rumoroso, mosso da curiosità più che altro, fu in breve preso dalla parola del predicatore. Egli non diceva cose nuove, non usava un dire elevato, adoperava il linguaggio del popolo, eppure l’uditorio in breve fu conquistato; il silenzio si fece generale e nell’ampia piazza si sentiva soltanto la voce di Frate Francesco ed il mormorio dell’acqua zampillante dalla fontana. E i cuori eran commossi ed il desiderio di seguire una via di umiltà e di perfezione si impadroniva pian piano, come sempre avveniva nelle prediche di lui, di quanti stavano ad ascoltare.

    Ma mentre più infuocate uscivano le parole dalle labbra di Frate Francesco e l’uditorio più e più s’immedesimava in lui, un asino, lasciato in balia di se stesso, invase ragliando la piazza. Fu un movimento, una protesta generale. Ma l’asino seguitava a correre all’impazzata, spaventato dalla presenza di tanta gente ed in special modo dalle grida di quelli che lo rincorrevano per fallo tacere.

    Frate Francesco fece cenno con la mano che ognuno stesse al suo posto, e rivolto all’asino: “Fratello, disse, sta’ quieto e lascia ch’ io possa predicare”. Ed ecco che la meraviglia si compie: l’asino si ferma, mette la testa tra le gambe e rimane così in silenzio fino alla fine della predica.

    Colui che presso Bevagna predicò agli uccelli, che rimasero ad ascoltarlo, quel povero Frate che in Gubbio aveva mansuefatto un lupo e che dovunque vedeva in ogni animale una creatura di Dio, e quindi un fratello o una sorella, seppe a Trevi far tacere un giumento e costringerlo a star fermo quasi ascoltatore della parola di Dio.

    *

    Il fatto, così come è stato esposto, è narrato da Fra Bartolomeo da Pisa nella sua opera De Conformitate2; la mancanza di testimonianze più antiche non costituisce una difficoltà per la verità storica del racconto.

    Il Da Pisa scrisse nella seconda metà del 1300, quando cioè erano ancora viventi coloro che conobbero alcuni dei primi discepoli, che avevano tanto a cuore parlare del Maestro scomparso, ricordare i fatti della sua vita, rivelare le sue eroiche virtù. Le narrazioni quindi potevano essere ancora controllate nel modo più assoluto, ed il racconto perciò di Fra Bartolomeo da Pisa deve accettarsi, secondo me, senza discussione.

    Né può mettersi in non cale il fatto che in Trevi, fino ai giorni nostri, si è tramandata immutata la tradizione dell’episodio miracoloso. Se il Da Pisa avesse raccontato una cosa non vera, quel racconto non sarebbe pervenuto fino a noi, né i nostri antenati lo avrebbero preso sul serio, fino al punto da far riprodurre il fatto in quadri e pitture.

    Entrando nella Chiesa di S. Francesco in Trevi, sulla parete di fronte alla porta, un pochino a destra, vedesi l’Altare dedicato al Santo. E’ di stile barocco, ma di un barocco abbastanza buono. In alto, sotto al timpano, sta una tela rappresentante la gloria di S. Francesco; subito sotto, a grandi caratteri, si legge l’iscrizione: ” Domine, decorasti me signis Redemptionis nostrae“. Queste parole sono la illustrazione del quadro raffigurante il dono delle Stimmate, che campeggia in mezzo all’Altare.

    Ai fianchi di questo grande quadro, stanno altri quadri minori fatti su tela a spina di pesce.

    In “cornu Evangelii”, nel quadretto più basso, è riprodotta nei minimi particolari la scena descritta da Fra Bartolomeo da Pisa. Vi si vede la piazza, parte del colonnato del palazzo comunale e vicino a questo colonnato S. Francesco che predica; in fondo alla piazza la fontana e vicino ad essa l’asino.

    La mano che ha dipinto quel quadro è abbastanza buona; nell’insieme il lavoro non è disprezzabile.

    L’Altare, e quindi anche il quadro, fu fatto nel 1598 per opera di Grifone Petroni, di cui si vede in alto lo stemma di famiglia e poco distante la tomba3.

    Quando nel 1645 i Frati Conventuali chiamarono il Cav. Gagliardi di Città di Castello per affrescare il nuovo chiostro del ricostruito Convento, non dubitarono affatto di ordinare fosse riprodotta la scena della predica sulla piazza di Trevi.

    Queste due riproduzioni, dal punto di vista storico, hanno un grande valore, per quanto siano di circa quattrocento anni posteriori all’avvenimento. Esse stanno a dimostrare che per quattro secoli in Trevi si era mantenuto vivo il ricordo del prodigio, che si riteneva da non doversi discutere nemmeno, tanto da non dubitare di farlo riprodurre in quadri esposti al pubblico.

    Abbiamo quindi una tradizione costante, continua, indiscussa che ci dice che il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa non può essere messo in dubbio ed il fatto è veramente avvenuto.

    Z99

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    Note

    1)

    Durastante Natalucci

    nella sua Historia ecc. a pag. 61 dice che quella fontana era a riquadri distinti da colonnine; era certamente di forma poligonale. La tazza e la colonna che la sostiene sono ora nella fontana in fondo alla piazza del mercato di Trevi. Vedi a tal proposito: CONTE DOTT. TOMMASO VALENTI, Curiosità Storiche Trevane, Foligno, F. Campitelli editore, 1922, pag. 7.

    2) Analecta Franciscana – De Conformitate Vitae B. Francisci ad vitam D.ni Jesu – Auctore F. BARTHOLOMEO DE PISA, tomo V, pagg. 13 e 14. Quaracchi presso Firenze, Tip. del Collegio S. Bonaventura, 1912

    3)

    La famiglia Petroni era nobile e discendeva da Siena; da essa vennero scrittori, giureconsulti ecc. Nella Chiesa del Monastero di Monte Oliveto Maggiore, presso Siena, una lapide dice: “

    In hoc tumulo jacet corpus D. Thomae de Petronibus de Trevio scriptoris apostolici an. 1462

    ”. – Il Card. Riccardo Petroni fu giurista insigne e Legato di Clemente V a Roma, nel 1313 quando il Papa era Avignone.

    Nell’Altare, di cui sopra, era eretta la Compagnia delle Terziarie Francescane, alle quali Grifone lasciò l’olio per la lampada.

    Atti del notaio Girolamo Mancini

    , an.1598, tomo n. 844 f. 244. –

    Atti del notaio F. Mattioli. Testamento di Grifone Petroni,

    8 dicembre 1617 e Codicillo del medesimo 24 dicembre 1617, tomo 888 f. 597 e f. 610. – Archivio Notarile di Trevi.