Una nota sui profumi della Dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno, Direttrice della Missione Archeologica Italiana del CNR a Cipro e Primo Ricercatore dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del CNR. L’argomento, trattato dalla ricercatrice nella conferenza del 25/10/2003 (vedi programma delle manifestazioni), viene qui riportato integralmente per gentile concessione dell’Autrice.
Gli oli profumati erano usati in Egitto fin dalla fine del IV millennio a.C. Sebbene le tombe predinastiche fossero semplici fosse nel terreno, esse già contenevano insieme alle tradizionali offerte di cibo e bevande per il morto, cosmetici, profumi e ingredienti per la loro preparazione: resine, limoù, ginepro, hennè, semi oleosi e resine di conifere importate.
In un a tomba reale di Abido (3000 a.C. circa) furono trovate giare contenenti resine di conifere disciolte in olio e grasso animale. L’uso dei profumi si diffuse rapidamente in tutto il Mediterraneo, incrementando un fiorente commercio di essenze grezze e lavorate provenienti da vari paesi.
Ma furono quasi certamente gli Egiziani ad inventare la boccetta portaprofumo , l’Alabastron, piccolo vaso di alabastro che conservava al fresco e al buio preziosi oli profumati. La forma caratteristica a goccia con larga imboccatura a colletto svasato, adatta riportare all’interno del vasetto eventuali sgocciolature del suo prezioso contenuto, ebbe una diffusione immensa e fu replicato prima in terracotta e poi in vetro secondo le mode, gli stili e i tempi delle diverse civiltà mediterranee.
In alcune tombe della necropoli di Saqqara, in Egitto, databili all’antico Regno, sono venuti alla luce rilievi con rappresentazioni di massaggi eseguiti con olio d’oliva, mentre la scena dipinta nel tempio di Niuserre, mostra il re che si fa massaggiare i piedi con olio d’oliva profumato.
Sulle mura della stessa tomba vi è rappresentata la produzione dei profumi e le giare contrassegnate con i geroglifici dei profumi che contenevano, noti, all’epoca, come i
“Sette Sacri Olii”: l’olio del “Festival”, l’Hekenu, il Sefeti, il Nekhensem, il Tewat, l’olio di “Cedro” e l’olio “Libico”.
Tali sono riportati nei Testi delle Piramidi, le più antiche scritture religiose del mondo.
Dai testi Egizi abbiamo anche memoria della provenienza degli ingredienti più famosi: La “mirra” importata da Punt, l’odierna Somalia, fu presto aggiunta ai sette famosi profumi. Ma molte altre essenze erano importate da Punt: il laudanum, la resina di therebindo, il cinnamon e il franchincenso.
I Minoici e poi i Micenei impararono certamente dall’Egitto ad apprezzare i profumi e ad usarli come prezioso dono per le diverse divinità, lasciandocene testimonianza scritta sulle tavolette in lineare B.
La colta civiltà Greca e poi quella Romana elaborarono preziosi profumi dopo aver imparato l’”arte” dalle officine egiziane.
Marco Antonio regalò a Cleopatra una fabbrica di profumi in omaggio al suo sapere sull’argomento, infatti Cleopatra fu l’autrice di un libro di ricette per profumi “Cleopatra gynaeciarum libri”. La fabbrica di profumi di Cleopatra si trovava all’estremità Sud del Mar Morto a 30 Km da Ein Gedi dove furono scoperti vasi con residui di antichi profumi.
Per quanto riguarda l’uso dell’olio d’oliva per i profumi è curioso notare che gli antichi Romani classificavano l’olio di oliva in cinque qualità: “oleum ex albis ulivis” proveniente dalla spremitura delle olive verdi (il cosiddetto onfacium) adatto alla fabbricazione dei profumi, “oleum viride” proveniente da olive raccolte a uno stadio più avanzato di maturazione, ma pregiato ed utilizzato nei rituali religiosi, “oleum maturumm “ proveniente da olive mature (il più adatto all’alimentazione), l’oleum caducum proveniente da olive cadute a terra (considerato un olio di seconda scelta) e “oleum cibarium” proveniente da olive quasi passite, destinato all’alimentazione degli schiavi.
Giuseppe Donato, direttore del Laboratori di Archeologia Sperimentale del CNR di Roma.1 e Monique Seefried, curatrice della Near Eastern Art at Memory University”, rifecero molti profumi usando i recipienti di Cleopatra e i risultati delle analisi dei residui trovati nei contenitori trovati nella fabbrica di Ein Gedi.
Per fare antichi unguenti il prof. Donato e la dr. Seerfried usarono i metodi antichi e le ricette tramandate da Plinio il vecchio.
Presero petali di fiori, legni profumati, semi ed essenze mescolate ad olio di oliva finissimo ottenuto dalla spremitura delle olive acerbe del mese di agosto (il famoso onfacium) e lasciarono le singole misture a “maturare” al caldo, alla temperatura di 30-40°C per diversi giorni. Poi, pressarono il tutto in contenitori di fibra vegetale ed estrassero le preziose essenze conservandole come nella più remota antichità in preziose bottigliette di alabastro e lapislazzuli,per ricordare come nell’antichità il profumo aveva prezzi elevatissimi e poteva costare più dell’oro.
Dalla loro meticolosa ricerca.2 apprendiamo che tre erano I profumi più diffusi all’epoca di Cleopatra e che i migliori erano prodotti ad Alessandria sotto il controllo diretto della dinastia Tolemaica:
il Regale Unquentum, risalente al 3000 a.C., rinvenuto in una tomba di Ur, contenente Calamo, mirra, legno di rosa, balsamo, maggiorana, spezie ed essenze di fiori provenienti da lontanissimi paesi come la Cina, l’India e la Malesia;
il Susinum, l’olio di lillà famosissimo al tempo e alla corte di Cleopatra;
il Ciprinum, olio estratto dai fiori dell’Hennè cipriota (specie di Ligustro) dalla profonda fragranza di limone.
A questi si può aggiungere per fama:
il Rodinium, l’olio di rose che sembra abbia origini persiane.
Dei profumi antichi si conoscono inoltre.
L’Elegipcium, profumo forte e duraturo,incolore come i profumi pregiati, con aroma di cannella e mirto. Se era invecchiato più di dieci anni valeva più del prezioso contenitore che lo custodiva. Non è certo che fosse fabbricato in Egitto, ma certamente era venduto ad Atene nel V sec. a.C.
L’Elmendesianum, profumo egiziano originario di Mendes, città sul delta del Nilo. È un profumo forte di olio di balano (ghianda), mirra, casia, resina, con una punta di cannella. Simile all’Elegipicium.
Il Metopium, profumo di Gàlbano, dall’aroma intenso solitamente ottenuto nell’olio di mandorle amare, amatissimo dai Fenici.
Il Susinum, presente anche nelle iscrizioni geroglifiche, è citato da Dioscòride e usatissimo al tempo della XXVI dinastia, come il principale ingrediente del Lirio. Della sua composizione abbiamo due ricette, una di Plinio e l’altra di Dioscòride. È un profumo molto liquido di uso prettamente maschile.
L’ Irinum era composto soltanto di olio d’oliva in cui erano stati macerati i fiori dell’Iris. Anche di questo abbiamo due ricette, una di Plinio e l’altra di Dioscòride, ma quest’ultimo dice che per essere buono deve contenere soltanto petali di Iris e che ogni altra essenza ne disturba il fresco aroma. Consiglia però di tingerlo di rosso con i semi dell’hennè e di farlo riposare molto tempo poiché quello invecchiato 20 anni era sicuramente l’optimum.
Il Cyprinum era il profumo di Hennè, forse uno dei più famosi, a base di olio di oliva verde (l’onfacium prodotto con le olive acerbe del mese di agosto), Cardamono, Calamo, (giglio giallo) aromatico, Hennè, Aspàlato (legno di aloe) e Resina. Di questo profumo abbiamo tre ricette, una di Teofrasto, una di Plinio e una di Dioscòride. Era logicamente verde e poteva mantenere il suo aroma inalterato per quattro anni. Fu considerato uno degli ingredienti principali, insieme al Megaleion, al Cinamonium (cannella), al Mirtinum (mirto), al Rodinon (rosa) e alla Salvia per la creazione dei profumi “personalizzati”
Per quanto riguarda Cipro, sembra che le principali essenze prodotte nell’antichità fossero oltre al Ciprinum,
l’Amarakinon e il Sampsuchinon, entrambi basati sulle essenze di maggiorana e origano, aromi che ancora oggi vengono prodotti ed esportati da Cipro.
Sul mercato mondiale tutti i profumi in commercio si possono raggruppare in dieci famiglie a seconda della predominanza di una delle seguenti fragranze, riportate in ordine alfabetico.
L’Aldehydic in profumi moderni sintetici associati a quelli floreali, destinati ad un uso femminile come Chanel No.5 ,Interdit, Rive Gauche, White Linen e Cerruti Femme 1881
La Chypre, ovviamente ispirata ad Afrodite, composta da aromi classici antichissimi come il patchouli e la quercia, il bergamotto e l’olio di sandalo, il laudano, il gelsomino e la rosa come Miss Dior, Femme, Cabochard e Ysatis per il consumo femminile e Polo di Ralph Laurene Montana.
La Citrus, dall’aroma aspro di cedro e bergamotto e vari agrumi, come il 4711, Monsieur di Givenchy e Armani per gli uomini e Dior’s Eau Frache, Eau de Patou e de Lancome per le donne.
La Floral, misto di fiori come Joy, l’Air du Temps, Fracas, Fidji, Giorgio e Blonde
La Fougre, a base di erbe, usato principalmente per i profumi maschili come Paco Rabanne, Cool Water e Michael Jordan.
La Fruity Floral, moderna famiglia di profumi a base di aromi di frutta, basato principalmente su quello di pesca. Dedicato alle adolescenti come Lauren e Amazone.
La Green, composta da fragranze fresche e naturali che comprendono il pino, la menta e le erbe odorose, come Vent Vert, Chanel No. 198, Alfred Sung, Safari, Grey Flannel e Fahrenheit.
La Leater/Cypre in cui l’aroma del cuoio è fuso con quello della famiglia principale Chiare. Di stampo molto sofisticato, compare nella composizione dei profumi classici come Bandit, Miss Dior, Equipage, Calche e Aramis.
La Musk, famiglia caratterizzata da aromi sensuali a base di olio di muschio, tratto dalle ghiandole del cervo maschio che viene oggi creata artificialmente. Di uso maschile, ne sono esempi Gendarme, Jovan’s Musk e CK.
L’Oriental che comprende molte e essenze di aroma caldo come la vaniglia, l’ambra grigia (tratta dalle balene), l’ambra e le spezie orientali, di cui sono esempi Shalima, Must di Cartier, Obsession, Youth Dew, Opium e Lou Lou.
Mostra dei reperti archeologici rinvenuti negli scavi della missione archeologica italiana a Pyrgos, nell’Isola di Cipro.
La missione archeologica italiana dell’ITABC.CNR di Roma (Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del Centro Nazionale delle Ricerche) diretta dalla dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno ha operato a Pyrgos dal 1997 al 2005.
Sono stati portati alla luce reperti, risalenti al XX sec. a.C., tutti collegati alla produzione industriale d’olio d’oliva ed all’impiego dell’olio nei settori cosmetico, medico-farmaceutico e tessile.
Le ricerche scientifiche avviate sulla base della scoperta archeologica, sono in grado di rivoluzionare le conoscenze finora accertate nell’ambito della cultura materiale in area mediterranea.
Il Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi, istituzione deputata alla conservazione, allo studio, alla promozione ed alla divulgazione del patrimonio culturale storico, archeologico, etnoantropologico e paesaggistico legato all’olio ed all’olivo in area mediterranea, è naturalmente vocato ad ospitare questa mostra, che illustra, in assoluta anteprima nazionale, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni a livello mondiale.
Mostra dei reperti archeologici rinvenuti negli scavi della missione archeologica italiana a Pyrgos, nell’Isola di Cipro.
LO SCAVO
A Pyrgos, villaggio situato lungo la costa meridionale di Cipro a 15 km da Limassol e a 4 km dalla linea di costa è stato individuato ed è tutt’ora in corso di scavo un sito archeologico dove aveva sede un vero e proprio ‘polo industriale’ ante litteram (inizio II millennio a.C.). Il complesso industriale fa parte di un grande edificio di circa 4000 mq., distrutto da un terremoto nel 1900-1850 a.C. circa, che si trovava in posizione sopraelevata al centro di un vasto insediamento del Bronzo Antico e Medio nato verso la fine del periodo Calcolitico nella valle solcata dal fiume Pyrgos e dai suoi numerosi piccoli affluenti. Lo scavo sede di una delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero, è alla sua ottava campagna ed ha già restituito rarissime testimonianze sulla lavorazione e produzione di olio d’oliva, vino, profumi, tinture per tessili, rame e ceramiche. L’intatta giacitura delle strutture e dei reperti miracolosamente ignorati per 4000 anni alle porte del villaggio di Pyrgos ha offerto l’occasione di effettuare preziose analisi sui materiali organici contenuti nelle ceramiche e nei livelli stratigrafici. I dati ottenuti che ormai ammontano a migliaia di campionature dimostrano che Cipro possedeva già in epoca preistorica insospettate conoscenze tecnologiche. Lo scavo affidato dal Dipartimento delle Antichità di Cipro alla dottoressa Maria Rosaria Belgiorno dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (ITABC) del C.N.R. si avvale anche della collaborazione di ricercatori del CNR, di studiosi dell’Università di Roma “La Sapienza”, dell’Università di Cipro, dell’ I.C.R.di Roma, del Museo Pigorini e del Museo Archeologico di Madrid. Il progetto, finanziato dal C.N.R. e dal Ministero per gli Affari Esteri, comprende analisi comparate del contesto archeometallurgico e paleoambientale che si avvalgono di sistemi innovativi di indagine strumentale, quale quelli disponibili presso l’ITABC del CNR, per la contestualizzazione paleoambientale dell’area.
I REPERTI
Le aree indagate finora hanno riportato alla luce due vasti cortili e due officine per la lavorazione del rame e la produzione di oggetti di bronzo.
Il sito preistorico di Pyrgos Mavroraki è stato scoperto dal CNR (Maria Rosaria Belgiorno in collaborazione con Maria Hadijkosti del Dipartimento delle Antichità di Cipro) nell’area adiacente la Tomba 21 aperta nel 1993, che Maria Rosaria Belgiorno aveva riconosciuto appartenente a un fabbro del Bronzo Medio, per la peculiarità degli oggetti che conteneva. I sondaggi del 1996 e 1997 confermarono l’esistenza di resti di industria metallurgica sul sito e lo scavo regolamentare fu iniziato nel 1998.
Le campagne successive portarono alla luce due grandi cortili e due officine in cui erano contenute tutte le informazioni e le testimonianze materiali atte a ricostruire l’intera catena di lavorazione del rame dal minerale grezzo all’oggetto finito. Per queste testimonianze il sito è unico per integrità di giacitura e antichità dei luoghi. Preziosissimi sono inoltre i dati emersi che permettono di ricostruire nei dettagli le antiche tecniche di lavorazione del rame (2000 a.C.) dell’isola mediterranea più famosa nell’antichità per la produzione e la qualità del rame.
Peculiare è inoltre la situazione logistica degli ambienti di lavorazione del rame che erano tutti (in comunicazione diretta) distribuiti intorno a un grande frantoio, dal quale si attingeva la sansa per rifornire di combustile le piccole fornaci per la fusione del metallo e le forge per la temperatura e la martellatura degli oggetti.
il frantoio industriale più antico del mediterraneo
Siamo di fronte a un rarissimo polo industriale organizzato intorno alla produzione dell’olio d’oliva. I ricercatori hanno infatti portato alla luce il più antico frantoio dell’età del bronzo presente nel bacino del Mediterraneo, dove l’olio si produceva già in quantità industriali, per i più svariati usi domestici e industriali. Sappiamo dalla letteratura antica che nell’antichità con l’olio d’oliva si facevano medicinali e profumi, si alimentavano le lampade degli dei e si ungevano le loro effigi, ma pochi sanno che il suo impiego era fondamentale per l’industria tessile, specialmente per la lana e che il suo potere calorico poteva mantenere il punto di fusione nella lavorazione dei metalli e nella cottura della ceramica. I muri di pietra e mattoni di fango crollati per il terremoto hanno di fatto protetto tutti gli elementi funzionali della struttura, articolata al centro di una grande stanza di 18 metri per 15, incentrata su di una grande pressa per olive funzionante a leva con una trave di cedro lungo più di 7 metri, al quale venivano appesi blocchi di calcare (ritrovati in fondo alla trave). L’olio veniva raccolto e poi conservato in 10 grandi giare collocate nel lato ovest della stanza, che potevano contenere fino a 500 litri d’olio ciascuna.
Il ritrovamento del sistema pressorio dimostra che Cipro possedeva già all’inizio del II millennio insospettate conoscenze tecnologiche, e che il sistema era molto simile a quello usato dai nostri agricoltori fino a 50 anni fa. Grandi macine e mortai per lo schiacciamento delle olive, e lastre di calcare (80 cm x 70) come basi del torchio, dove venivano impilati i cesti contenenti la pasta delle olive, completano insieme a un incredibile quantità di ciotole, bacili e attingioi il corredo di utensili di cui era provvisto il frantoio
la fabbrica ed il negozio di profumI
Nell’isola di Venere, una parte dell’olio prodotto passava nella fabbrica di profumi ricavata nell’angolo Nord Orientale della grande sala del frantoio stesso. “A testimoniarne il funzionamento”, spiega la Belgiorno, “sono cinque macine di andesite, quattro grandi bacili per la preparazione delle essenze e 14 fosse intonacate ancora colme di cenere e carboni dove si sono trovate altrettante brocche che al momento del terremoto contenevano l’olio d’oliva e le essenze in infusione. All’esterno eleganti portaprofumi attendevano di essere riempiti (utilizzando imbuti di terracotta e piccoli attingitoi per dosare le essenze), mentre altri vasi di pregiata fattura già contenevano il profumo di base.
Nel corredo erano anche presenti alcuni grandi vasi forniti di un lungo becco laterale, la cui forma ricalca e precorre perfettamente quella della testa degli alambicchi che furono utilizzati in periodo storico per l’estrazione degli oli profumati in Grecia e nel mondo arabo. Come del resto la forma richiama il famoso apparato per distillare rialente al III millennio a.C. (proveniente dai primi scavi di Mohendjio Daro) riconosciuto nel Museo di Taxila in Pakistan dal prof. Paolo Rovesti nel 1975 e ritenuto il più antico sistema distillatorio del mondo. Dalla produzione si passava poi probabilmente alla vendita al dettaglio. Nel cortile adiacente, comunicante attraverso la porta del muro nord, sotto una grande tettoia sostenuta da due grandi colonne si sono trovati infatti preziosi askoi e decine di vasi, bacili, tazze, porta profumi e attingitoi accanto a una grande giara e ad altri tre grandi contenitori anforoidi che fanno ipotizzare la presenza di una sorta di negozio o luogo di scambio come una vera e propria profumeria”.
La farmacia
Le essenze farmaceutiche sono state trovate in diversi contenitori, un po’ dappertutto. Specialmente nell’area dedicata alla lavorazione dei tessuti che è stata soprannominata il quartiere delle donne sia per la presenza dell’industria tessile sia per la presenza di monili e vasi di pregiata fattura come le pissidi. Tra i ritrovamenti più interessanti c’è un grande bacile incrostato di resina amalgamata con oppio e vino, una ciotola con scamonea e un vasetto contenente efedrina. Nella stanza dove si lavorava il vino è stato invece trovato un pregiato askos zoomorfo che conteneva chinolina mescolata ad essenza di lavanda.
Il settore dedicato all’industria tessile ha rivelato
la seta più antica del Mediterraneo.
Il prof. Giuseppe Scala, esperto in fibre tessili antiche, che fa parte del team di studiosi del progetto Pyrgos ha catalogato e riconosciuto le fibre tessili lavorate a Pyrgos analizzando la terra intorno ai resti del telaio centrale e la terra contenuta nei fori delle 45 fuseruole ,che appartenevano al corredo della stanza. Altre fibre ancora intrecciate tra loro sono state scoperte all’interno di alcuni vasi abbandonati accanto a due vasche tintorie. In uno di questi sono stati scoperti alcuni fili di ‘seta mediterranea’, ottenuta attraverso la filatura dei bozzoli del lepidottero mediterraneo Tortrix Viridens. Un ritrovamento che attesta la conoscenza di questa tecnica tessile in ambiente mediterraneo già all’inizio del II millennio a.C., quando, secondo la leggenda Cinese nasceva in Cina l’arte della seta, prodotta dalla filatura dei bozzoli del lepidottero cinese Bombix mori. Ciò fa supporre che la tecnica sia stata inventata altrove, forse in India e sia stata trasmessa in due direzioni geografiche diverse verso l’inizio del II millennio a.C. La possibilità di addomesticamento del lepidottero Bombix mori originario della Cina ha poi favorito il prodotto Cinese nei confronti di quello Mediterraneo, che richiedeva una raccolta stagionale. Come sappiamo, il segreto dell’addomesticamento e della coltivazione dei bachi da seta fu conservato gelosamente dai cinesi fino al VI secolo d.C. e poi portato in Europa da due monaci. “Della seta Mediterranea parla Aristotele indicando le isole Egee come luogo di produzione ( in particolare Chios), e altri autori greci; ne parla anche Plinio, con cognizione di causa, infatti un batuffolo di seta tortricida miracolosamente scampato alla lava del Vesuvio è stato trovato anche a Pompei nella Casa di Polibio. Questa testimonianza materiale risale però al I secolo d.C., mentre la scoperta avvenuta a Pyrgos ha un ben diverso valore storico, poiché conferma l’ipotesi avanzata dall’archeologo greco Cristos Doumas, direttore degli scavi di Akrotiri a Thera (isola di Santorini, nelle Cicladi, in Grecia), secondo cui la lavorazione della seta nel Mediterraneo orientale era diffusa già nel tardo Minoico (XVI-XVII secolo a.C.). L’ipotesi si basava sul rinvenimento ad Akrotiri di un bozzolo calcificato, attribuito a una specie di lepidottero mediterraneo molto simile della stessa famiglia delle tortrici, la “Pachypasa otus”, ma non si aveva la prova del suo utilizzo e della filatura dei bozzoli. I fili di Pyrgos sono invece le più antiche fibre di seta ‘selvatica’ (1850 a.C.) ritrovate nel mediterraneo, visibili e fotografabili, sia pure al microscopio e conservate sotto vetro per ulteriori possibili analisi future, come quelle riguardanti la qualità e l’origine del colore azzurro con cui sono state tinte. La lettura al microscopio (400 ingrandimenti) ha infatti restituito un immagine in cui si riconosce l’esistenza superficiale di una sostanza colorante blu-verdastra di origine sconosciuta.
Vale comunque la pena di insistere sull’importante ruolo (già prima citato) dell’olio d’oliva nella fabbricazione dei tessuti e in particolare nell’intero processo di lavorazione della lana che ancora oggi prevede l’uso dell’olio d’oliva nelle moderne filiere. Omero ci descrive i telai della reggia di Alcinoo grondanti olio dai tessuti in fabbricazione e splendide raffigurazioni del V e IV sec.a.C. testimoniano l’uso dell’olio d’oliva durante la fase della filatura. Un’ancella versa olio profumato sui fiocchi di lana che la padrona fila pomposamente seduta su preziosi sgabelli. La stessa scena è raffigurata sui rari e decoratissimi “epinetri” di terracotta, specie di gambali che si poggiavano sopra il ginocchio per proteggere la gamba durante la filatura. L’olio utilizzato per la filatura era profumato come dimostra la forma del vaso raffigurato nell’atto dell’oliatura, l’aryballos, e la recente scoperta di tracce di olio d’oliva profumato al rosmarino in una fuseruola di Pyrgos trovata nella stanza dei tessili (la sola portata in Italia per essere analizzata, ma si sta organizzando di portare i reagenti a Cipro per esaminare anche le altre). Conosciamo quindi anche l’odore che avevano questi tessuti, adoperato ad hoc per nascondere l’odore caprino della lana non a tutti gradito.
Il vino più antico del Mediterraneo
Tra le più recenti scoperte del team di ricerca di Pyrgos c’è quella del “nettare” Mediterraneo per antonomasia, il vino, fatta su reperti del IV millennio a.C. provenienti da Erimi e…. logicamente…. da Pyrgos. Tracce del “nettare degli dei” preistorico sono stati prima individuati (2004) all’interno di alcune brocche con base appuntita a Pyrgos, poi nell’Aprile del 2005 in rare giare del periodo calcolitico provenienti dallo scavo del Dipartimento delle Antichità di Cipro ad Erimi, la cui forma precorre di millenni quella dell’anfora romana, suggerendo la possibilità che l’invenzione di questo vaso estremamente funzionale per il prodotto contenuto, sia in termini di decantazione che di conservazione e trasporto sia una pura invenzione cipriota. “Tale dato” – spiega la direttrice degli scavi – “sottolinea nuovamente l’ingegnosità cipriota nell’elaborazione e nell’invenzione tecnologica in un periodo storico in cui tali conoscenze erano ristrette a poche civiltà. Poiché il più antico vino ricavato da uve selvatiche è stato scoperto nell’area Transcaucasica ad Hajjii Firuz (Armenia) in un vaso biconico, risalente al 5500 a.C., la scoperta di residui nelle giare di Erimi (3500 a.C.) pone Cipro al secondo posto tra i paesi dove il vino fu prodotto nella preistoria, il più antico nel Mediterraneo. A Cipro va anche il merito della trasposizione in terracotta del corno potorio per bere il vino, che attraverso infiniti passaggi diventerà il calice di vetro, accanto al perdurare attraverso i secoli dell’uso del corno potorio per il vino in tutti i paesi Mediterranei e successivi periodi storici si vedano per esempio le raffigurazioni Etrusche, Romane e Medioevali e gli splendidi piatti invetriati ciprioti del 1200 che raffigurano spesso sposi e cavalieri in atto di brindare con corni potori. La campagna di scavo del 2500 ha poi confermato il ruolo di Pyrgos anche nella fabbricazione del vino poiché è stato trovato un ambiente attrezzato con due vasche-tino comunicanti, per la pressatura dell’uva alle spalle della sala del frantoio.
Ultime scoperte
Tra le più recenti scoperte effettuate dal team di ricerca di Pyrgos, che riguardano invece il mondo dell’olio d’oliva c’è quella completamente inedita (in via di prossima pubblicazione sulla prestigiosa rivista Reports of the Department of Antiquities of Cyprus (2005) che sarà in libreria a Dicembre prossimo) di un frantoio calcolitico intagliato direttamente nella roccia carsica sulla terrazza orientale del fiume Kouris prospiciente il villaggio di Erimi. L’eccezionale ritrovamento riguarda un sistema quello del “canalis et solea” descritto da Plinio il Vecchio e da lui stesso ritenuto il più antico. Di esso si avevano solo notizie e descrizioni e frammenti di una struttura simile trovata in Israele, risalente al periodo calcolitico. Quella di Erimi è pressoché intatta e sarà oggetto di un intervento diretto di musealizzazione. L’impianto consta di una grande vasca rettangolare con angoli arrotondati profonda 30 cm per lo schiacciamento delle olive attraverso pestaggio con zoccoli (solea) o con rulli di pietra. Il liquido ottenuto scivolava attraverso il fondo della vasca che era inclinato verso un’apertura sull’orlo di uno dei lati corti e confluiva in una seconda vasca quadrangolare con le pareti arrotondate profonda più di un metro. A soli due metri da questa struttura, si trovano, anch’essi intagliati nella roccia carsica le strutture della pressa, fornita probabilmente di un sistema a leva. Anche in questo impianto il gioco dei piani inclinati del pavimento permetteva di convogliare l’olio ottenuto nella seconda fase di spremitura in un secondo bacino di raccolta della stessa forma e dimensione del precedente.
Tra i numerosi salesiani che insegnarono a Trevi nel Collegio Lucarini è tuttora (2006) ricordato con affetto e venerazione dai suoi allievi Don Nello Del Raso, ma questo santo sacerdote ha acquistato fama imperitura nella sua città natale per il suo eroico impegno tra i giovani.
Nato a Tivoli il 6/2/1909, dopo una breve permanenza nel locale seminario, entrò nel Noviziato Salesiano di Genzano dove vestì l’abito da chierico il 27 dicembre 1927 “per le mani” di D. Pietro Ricaldone.
Fu suo compagno di corso ITALO SANTUCCI un altro salesiano ancora vivamente ricordato a Trevi, ove insegnò per più lustri, e dove ritornò spesso, anche dopo soppresso il Collegio, al convegno annuale degli ex allievi. Don Italo Santucci ci ha lasciato nel 2005.
Da Genzano Nello fu trasferito nella casa salesiana di Gualdo Tadino ove rimase fino al 1934. Successivamente si stabilì a Roma per gli studi di teologia alla “Gregoriana di S. Callisto” e a Pasqua del 1937 venne ordinato sacerdote. Celebrò la sua prima Messa nella natale Tivoli il 4/7/1937.
Nell’autunno dello stesso anno giunse a Trevi ove insegnò lettere e ricoprì gli incarichi di consigliere e di prefetto. Oltre che nel ricordo dei suoi allievi, la sua attività è documentata dai suoi assidui contributi nell’”Eco del Collegio Lucarini”, un bollettino di istituto di cui rimangono varie copie, e addirittura in “Catechesi” una rivista mensile pubblicata in Torino, in quanto don Nello, coadiuvato da alcuni ragazzi e dall’ex allievo VincenzoGiuliani, aveva organizzato nell’agosto del ’41 una “Mostra Catechistica”. Naturalmente rimangono anche tutte le foto di fine anno e varie altre istantanee in occasione di gite e di incontri particolari.
All’inizio del nuovo anno scolastico don Nello si trasferì in Sardegna a dirigere il “Convitto Carta Meloni” di Santu Lussurgiu (CA) ma agli inizi del 1943, incalzando gli eventi bellici, divenne Cappellano militare prima in Sardegna e dopo l’8 settembre a Bari.
Congedato nel 1946 ebbe l’incarico di Cappellano della polizia di Roma poi, su richiesta del Vescovo di Tivoli mons. Della Vedova resse l’Oratorio di S. Paolo che ebbe sede in uno scantinato del Seminario. Le pressioni del Vescovo a tutti i livelli ottennero che don Nello rimanesse a Tivoli per compiere un’efficace azione di recupero di ragazzi sbandati, triste eredità della guerra.
L’oratorio Don Bosco divenne successivamente “villaggio” e poi “Casa del Fanciullo”. Tutti i tiburtini contribuirono alla grande opera, ma le richieste di aiuto di don Nello varcarono l’oceano e ottenne contributi anche dall’America. Moltissime personalità della cultura (Emilio Segrè) e dello spettacolo, (Corrado Mantoni, Mario Riva, Mino Reitano, Liana Orfei , Massimo Ranieri e numerosissimi altri) furono “testimonial” dell’opera di questo prete straordinario.
Il 3 giugno 1980 cessava l’operosa vita terrena di don Nello Del Raso.
Con una solenne commemorazione fu presentato a Tivoli il 29/4/2006 un magnifico volume sulla vita di don Nello a cura del nipote, Domenico del Raso. Alla cerimonia parteciparono moltissime Autorità e una delegazione degli Ex allievi di Trevi, con il Prof. Ubaldo Santi, che fu suo allievo e che aveva fornito vario materiale raccolto nel libro.
Don Nello Del Raso fu ufficialmente ricordato nel Convegno annuale degli Ex allievi del 2006 al quale partecipò anche Domenico del Raso che presentò a Trevi il libro commemorativo. Erano presenti i suoi antichi allievi: Dott. Giuseppe Gamberale da Avezzano, Prof. Ubaldo Santi da S. Anatolia di Narco, Dott. Francesco Bartolini e Geom. Franco Cruciani da Trevi
Ex Allievi Salesiani del Collegio Lucarini Convegno annuale 3 maggio 2015
Programma
accoglienza degli ex allievi in PIAZZA MAZZINI (portico del Comune) ore 10 – S. Messa in S. EMILIANO ore 11,30 – Convegno presso il Circolo di Lettura g.c. (Piazza Mazzini) ore 12,30 – Saluto al monumento degli ex allievi caduti e foto di gruppo ore 13 – PRANZO presso il ristorante Maggiolini
Il più alto: Greco Benedetti In piedi: Piergiovanni Maggiolini, Sig.ra Benedetti, Alfredo De Sanctis, Don Wieslaw Dec, Giuseppe Zeppadoro, Giorgio Bartolini, Francesco Bartolini, Antonio Massaccesi, Sante Giuliani Seduti:Massimo Barbini, Franco Spellani. Francesco Antonini
Exallievi Salesiani del Collegio Lucarini Archivio fotografico
Loreto
Esercizi spirituali
ca. 1960
Si riconoscono alcuni ex allievi di Trevi: Dall’alto, prima fila: , Paolo Loretoni (2° da sin) – Bruno Marcelloni (3° da dx) – Domenico Meloni (1° da dx) seconda fila: Salvatore Zappelli, Nello Bonaca (ambedue con gli occhiali) -Augusto Bartolini (3° da dx) terza fila: Carlo Zappelli (4° da sx, con occhiali), Augusto Menconi (3° da dx) (foto donata dal dott. Giorgio Bartolini- 2006)
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione.
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I fedeli che numerosi accorrevano alla cappella, poi alla chiesa delle «Lagrime» noti giungevano a mani vuote. E fino dai primi giorni fu una gara di generosità, nell’offrire donativi e denari, che ci dà un’altra prova della grande fiducia che il popolo angustiato nutriva in questa nuova protettrice, che credette inviata dal cielo.
Anche di questo particolare abbiamo documenti tali e tanti, che ci permettono di farci un’idea esatta della quantità e della qualità dei doni offerti alla Madonna delle Lagrime. Nel Codice 155 dell’Archivio «delle 3 chiavi» sono enumerati — a cominciare dal 30 Settembre 1485 — gli oggetti regalati alla imagine. Sarebbe interessante trascrivere qui per intero questi elenchi delle offerte; ma, per ragioni di praticità, debbo limitarmi a riassumere le notizie in essi contenute, salvo a dare in Appendice un saggio di essi (1).
I doni, sul principio, erano conservati in una cassa di noce, e in una, cassa «veneziana», cioè decorata esternamente con rilievi di pastiglia. In un altro cassone erano gli oggetti destinati alla vendita. Nella cappella era depositata la cera e tutto ciò che poteva servire d’ornamento all’altare.
La maggior parte dei doni consisteva in stoffe ed oggetti di biancheria. Troviamo — per esempio — un pallio d’altare di setanina
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(1) Vedi: Appendice. Documento N. 1
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bianca, con fregio d’oro. Un altro rosso con le armi del comune di Castelritaldi, che l’aveva donato. Poi 228 pezzi tra tovaglie e tovaglioli «dozzinali»; 35 pezzi di stoffa di seta. Ingenuamente grazioso il dono di una piccola cappa e mantellina di seta, con ornamenti d’argento, e quello di una cuffia di lino «per il Bambino».
La povertà della maggior parte dei fedeli non permetteva ad essi di fare regali di valore. Ognuno dava quel che poteva. E tutto si accettava, anche oggetti di uso personale, conte fazzoletti (mucichili), camicie da uomo e da donna, lenzuola, tessuti di cotone, ecc:.
Nella cappella era molta cera. Doppieri grandi «molto honorevoli» ed altri mezzani e piccoli «de omni sorte appesi in cappella»; compresi «doi poco menori facti a Trevi». Avevano. dunque, allora a Trevi una fabbrica di cera, e documenti posteriori ci dicono che era lo speziale (aromatarius)Tarquinio Petroni che di quei tempi lavorava le candele.
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Come ho accennato nel capitolo precedente, molte stoffe di seta e di broccato ornavano l’altare e le pareti della cappella. Intorno alla imagine erano appesi gli oggetti preziosi; ma questi — a dir la verità — non erano molti. Troviamo soltanto 5 paia di occhiali di argento, due corone, pure di argento, di cui una «inaurata» sopra al capo della sacra Imagine, dono di Donna Marchisina Lucarini, moglie di Natimbene Valenti. Poi una collana di argento e un’altra più piccola; e tre grossi pezzi di coralli. Molte tovaglie ù malfectane» e e marchisciane», con bordi dorati; veli di seta bellissimi e lavorati; altri di bambace artisticamente disposti dinanzi, di sopra e daccanto alla imagine, drappeggiati con cordoni e frangio.
Infilati in una cordicella, pendevano dinanzi alla Madonna 173 anelli, ai quali in seguito se ne aggiunsero altri.
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* *
Non mancavano i prodotti locali e gli oggetti di uso domestico, come una brocca grande ed una più piccola piene d’olio; una «salma» di grano; una tina della capacità di 5 «salme» (ettolitri, circa) una «secchiarella de lignamine» e un piattello di maiolica.
Questi furono i doni offerti nei primissimi giorni, cioè dal 5 Agosto al 30 Settembre 1485. Ma, come è naturale, continuarono a giungerne anche in seguito, per quanto l’affluenza ne venisse, mano, mano, scemando. Troviamo così notati al 10 Ottobre di quell’anno stesso altri 28 anelli di argento e ceri e biancheria. Al 25 Ottobre:
64 asciugatoi, 7 anelli di argento ed altra biancheria. Il 14 Novembre, oltre ai soliti oggetti di stoffa e ad altri 8 anelli, ci sono 8 «libbre» di mandorle.
Più tardi — 1° Febbraio 1486 — vennero rottàmi di metallo, 53 «libbre», circa, ed un piattello e quattro scodelle di stagno. Oltre alla biancheria., c’è un calice dorato, con la sua patena, offerto dal comune di Trevi, come da deliberazione consiliare del 16 Ottobre 1485, per implorare dalla Madonna la liberazione dalla peste che allora infieriva. La spesa per il calice fu di 30 «fiorini»; somma considerevole, per quei tempi.
I1 comune regalò anche una pianeta di lana rossa con figure e fregi bellissimi. Altri devoti offrirono càmici, amitti e simili arredi sacri.
Dal 1° Marzo al 16 Giugno 1486 non restano altre memorie di doni. Ma sotto quella data sono annotati 192 pezzi tra tovaglie, asciugatoi, fazzoletti, ecc.
Il 6 Luglio è memoria di 210 oggetti di biancheria. I1 3 Maggio 1487 il consiglio comunale delibera offrire alla Madonna tre tovaglie «malfectane».
Da, quel giorno, fino al 3 Settembre 1488 non trovo altri elenchi di regali, dei quali, forse, non si teneva più il registro giornaliero. Però in quell’epoca si fece un inventario dei dotti allora esistenti; ed in esso figurano 19 «brocche» di
olio,
590 pezzi di «panni» (tessuti per biancheria) molti oggetti di uso personale (una berretta, un paio di maniche, alcune camicie, uno stivale «tristo et rocco», etc:) più 4 camici e 5 piacete, con molti altri oggetti minuti.
Il 24 Gennaio 1489 è memoria, della consegna fatta al depositario di panni «et altre robe». Tra le altre cose troviamo «uno poco de zafferano». Piccola notizia, questa: ma che, confermata da altri documenti. serve a farci sapere che allora questa pianta era coltivata nel nostro territorio, come in quelli di altri comuni vicini, tanto elle ispirava a Pierfraneesco Giùstolo, il famoso umanista di Spoleto l’elegante poemetto latino stilla coltivazione dello zafferano (l).
Vedremo in seguito come fosse organizzata la custodia di tutti questi doni, per parte del comune.
(1) Petri Francisci Justoli. Opere, Spoleto, Bossi e Bassoni, 1855. De Croci cultu, pag.54.
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Il Mugnoni nei suoi «Annali» ha conservata memoria di altri oggetti di valore presentati all’imagine. Tra gli altri quello della .città di Spoleto, cui poco fa accennavo. Di più ci fa sapere che il comune di Campello sul Clitunno il 4 Settembre 1485 fece portare alle «Lagrime» una grandissima pietra per l’altare. Ci vollero — esso narra — tre giorni e più di cento uomini per portarla giù dalla Spina, località montana di quel comune, con grave pericolo delle persone; ma non accadde nulla di sinistro.
Circostanza notevole: questa pietra — oltre all’immagine della Madonna — è 1’unico avanzo che si conservi della primitiva cappella qui costruita. La pietra dell’altare resta ancora dinanzi all’imagine; e più oltre tornerò a darne notizia più esatta. [
I1 12 Decembre di quell’anno venne offerta dal comune di Montesanto — ora frazione del comune di Sellano — «una digna corona» che fu portata processionalmente, per la grazia ricevuta di essere stato quel popolo salvato dalla peste.
Un’altra corona fu nell’Ottobre offerta, per la stessa ragione, dal comune di Cannara. E le donne di Trevi fecero fare la corona per il bambino.
Il 5 Febbraio 1487 passò da Trevi il concittadino Nicolò di Giacomo Bartolucci, capo squadra di Roberto di Sanseverino, il quale moveva contro il re di Napoli, per conto della repubblica di Venezia. Enel passare da Trevi — è il Mugnoni che lo racconta — lasciò il Bartolucci in consegna a Natimbene Valenti un reliquiario con una spina «de quella grillanda de spine fo poste ad Jesu Christo nostro redentore».
La reliquia — che secondo anche un foglio di memorie conservate nel nostro archivio — era racchiusa «in un tabernacolo di cristallo», fu portata processionalmente alla chiesa delle «Lagrime» il 5 (o il 9) Aprile 1486. «Se bene oggi — scrive l’anonimo redattore del foglio — credo non vi sia più, per negligenza» (1). Il documento porta la data del 1629.
Degli oggetti dati in dono alla Madonna, molti, non utilizzabili per il culto, furono venduti. E del ricavo è tenuta memoria in un registro speciale (2). Risulta da questo che furono venduti piatti e
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(1) Archivio delle 3 chiavi — N. 214.
(2) Ivi. N. 215.
scodelle di stagno a 4 «bolognini» e mezzo la «libbra». E il bolognino» era poco più di un «soldo» dei nostri.
Molti altri oggetti furono ugualmente alienati; cioè: biancheria, olio, zafferano, candele e torcie.
Le pianete ed altri arredi sacri furono consegnati a Gio: Gabino Francioli, uno degli incaricati della custodia dei doni, perchè li portasse a benedire a Foligno.
Tra i doni offerti erano anche tre cinture d’argento, due tazze pure d’argento e 82 aneletti d’oro, i quali furono venduti ad un tal Cesare, orefice di Foligno, che pagò l’argento 30 «bolognini» l’oncia, e l’oro 1 «fiorino» e 8 «bolognini», presso a poco 3 lire delle nostre.
Il 13 giugno 1486 — dice il Mugnoni — il piovano di Matelica, nelle Marche, a nome D. Pietro Paolo, insieme a più religiosi ed oltre 20 cittadini vennero a Trevi e portarono «una digna corona» alla Madonna. Questa comitiva di forestieri fu accompagnata dalla porta di Trevi — che forse fu quella «deI Lago», ora distrutta — fino alla cappella delle «Lagrime» dai signori priori del comune, con una solenne processione di molta gente.
Fu celebrata una messa; «e cantata una digna laude de la Vergine Maria con voce soave et dolce et amène et con molte làgremene et devotione». E ciò perchè a Matelica c’era stata grande peste quell’anno: ed avendo il popolo fatto voto alla Madonna delle Lagrime il flagello cessò subito quasi del tutto (1).
Anche da Bevagna vennero rappresentanti del comune a portare una «mezza corona» e «un doppiero de peso più de XII libbre, longo più de uno paso et mezo» in riconoscenza della fine della peste.
Oltre a tutti questi doni affluirono anche offerte in denaro e se ne trova speciale menzione in un frammento di libro di amministrazione, che si riferisce però a tempi alquanto posteriori, cioè agli anni dal 1495 al 1501 (2).
Con tutto ciò da questo documento possiamo desumere che per
(1) La venuta di questi devoti a Trevi da una città relativamente lontana come Matelica, (circa 100 chilometri) è da mettere in relazione col fatto che il Mugnoni — autore degli a Annali» — era stato cancelliere di quel comune dal 12 Giugno 1480 al 1482. Niente di più probabile che egli abbia consigliato ai suoi amiciafflitti dalla peste, di ricorrere alla nuova miracolosa imagine.
(2) Archivio delle 3 chiavi -N. 230
<36> raccogliere le elemosine dei fedeli erano collocati nella cappella della Madonna: una cassetta per le offerte in genere, una cassa per quelle destinate all’acquisto della cera ed un «ceppo» (1) che forse fu per le elemosine promiscue.
Per avere un’idea di ciò che si ricavava da tutte queste offerte, dirò — per esempio — che dal 25 Aprile al 15 Decembre 1496 il «camerlengo» e «depositario» dei denari, Giovanni Antoniuzzi, raccolse in tutto 596 «fiorini» e 10 «bolognini». La somma, per quei tempi, era rilevantissima; basterà metterla in relazione con i prezzi che si pagavano per i lavori di costruzione della chiesa, dei quali parlerò in seguito.
Per la storia della moneta, è notevole il fatto che spesso si trovavano, tra le elemosine, monete false in discreta quantità. Il «depositario» le metteva in una «saccùta» a parte, e le consegnava, così com’erano, al suo successore. Ma venivano crescendo man, mano; tanto che il 29 Gennaio 1497 il «depositario» Benedetto di Ser Battista Contucci — ne ricevette in consegna una «sàccola» che pesava 48 «libbre».
É utile ricordare qui che la fabbricazione delle monete false era uno dei delitti più severamente puniti, fino da tempi antichissimi. A Bologna — per esempio — nel secolo XIII, i falsari erano condannati ad essere bolliti vivi in una caldaia; oppure ad ingoiare liquefatto il metallo delle monete che avevano falsificate (2). Il delitto di falso — sia in monete, che in documenti — era equiparato a quello di lesa maestà (3). I falsari erano considerati al pari degli incendiarii e degli assassini e simili delinquenti; con quelle conseguenze penali che è facile imaginare.
Con tutto ciò la piaga si estese. E Giulio II con breve del 20
(1) L’uso del «ceppo» (latino: cippus; francese: tronc)per riporre denaro è antichissimo. Si trova questo vocabolo in tale senso nello Statuto bolognese del 1250-67 (To; III., pag. 399) Un breve di Bonifazio VIII del 1302 ordina ai canonici della cattedrale di Fermo di porre nella, chiesa, un «cippus seu truncus ubi eleentosine ponantur». (Reg: vat: 50. f: 159. in Archivio segreto pontificio). Così Eugenio IV (6 Maggio 1142) ordina altrettanto per la chiesa di S. Maria di Eton, della diocesi di Langres: «unum truncum cum duabus clavibus». (Reg: vat. 360, f: 159 – ivi). Il Du Cange ha questo vocabolo nel suo Lexicon mediae et infimae latinitatis (Ed: Niort. Fav’re, 1884) contrariamente a quanto afferma Gino Luzzatto in Gli statuti di S. Anatolia, in Alti e documenti della R. Deputazione di storia patria per le Marche, 1899.
(2) L. Frati
La vita. privata a Rologna – ivi,
Zanichelli, 1900, pag 86.
(3) Breve di Martino V a Rodolfo ed altri Varano, del
22 Aprile 1118, in Archivio segreto pontificio
– Reg. Vat. 348, f: 66
ss.
Agosto 1507 mandò commissario straordinario a Trevi — come in tutte le altre terre della chiesa — il cavaliere Angelo Romulei, cittadino romano, con pieni poteri contro i falsificatori e contro gli spenditori di monete false; «i quali — dice il breve — devono considerarsi nemici del genere umano, «non meno dei pirati» (1). E, per non parlare di altri documenti, ricorderò solo che tardi Clemente VII dava ordine a Bernardino della Barba, governatore di Ancona, di agire contro i molti falsari, che erano colà — fossero chierici, laici, cristiani od ebrei — e, catturatili, torturarli, condannarli alla morte ed alla confisca dei beni, secondo il diritto comune (2).
E quando i papi assolvevano qualcuno da delitti in genere, facevano quasi sempre eccezione per quello della, falsificazione di monete; segno questo che lo ritenevano del tutto imperdonabile; tanto che Giulio II nel breve che sopra ho ricordato lo definiva «disonorevole per la maestà pontificia e degli altri prìncipi e di gran danno ai popoli».
Ho voluto accennare a tutto ciò per concludere a quali imprevidibili inconvenienti andassero incontro quei buoni cittadini che si occupavano degli interessi della nascente chiesa, e quale seria minaccia rappresentasse per loro il ritrovarsi tra mani quella pericolosissima merce! Tanto vero che, appena riconosciuta la falsità delle monete, queste venivano ritirate dalla circolazione, e racchiuse in un sacchetto — sàccula — che gl’incaricati della custodia delle elemosine consegnavano al loro successore, facendola sigillare col sigillo del comune, dopo accertato il peso delle monete insacculate.
Ma, oltre a questo, un’altra difficoltà sorgeva nella raccolta delle elemosine. E derivava dalla grandissima varietà di monete allora in corso nelle diverse regioni d’Italia.
Una volta fu trovato tra le offerte «uno ducato fiorentino, quale è «tenuto falso». Ciò vuol dire che il «depositario» non sapeva pronunciarsi sulla bontà o meno delle monete che gli capitavano, così diverse di conio, di valore e di lega. All’epoca di cui mi occupo, erano in corso, ossia si spendevano più comunemente a Trevi, oltre a quelle papali, le monete venete, ungheresi, bolognesi e fiorentine (3).
(1) Archivio delle 3 chiavi . N. 280. f: 102.
(2) Breve 19 Gennaio 1534, in Archivio segreto pontificio — Arm. XI, To: 18 N. 81.
(3) Archivio notarile Trevi — To: 71 — Rogiti di Francesco quondam Pietro — f: 52.
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Un’offerta in moneta fiorentina fu fatta nell’Ottobre 1497 da A—seanio Ottoni, signore di Matelica, che lasciò alle «Lagrime» 30 «ducati» di quella moneta. «Et questi ducati sono pegio — nota il «depositario» Bartolomeo Lucarini — «et uno (prima di tutto) che non sono di peso». Infatti, ragguagliati a «ducati papali leggeri», Si ridussero a 22 di questi.
Ai denari provenienti dalle elemosine erano da aggiungersi quelli ricavati dalla vendita di oggetti offerti in dono e quelli provenienti da legati testamentari. Sino dai primi tempi della nostra chiesa, anche avanti che se ne incominciasse la costruzione e per lunghissimo volgere di anni, quasi ogni trevano che faceva testamento lasciava una somma più o meno grande per la fabbrica, o per «l’opera» della Madonna delle Lagrime. Il primo lascito che ho trovato è del 2 Settembre 1485, cioè a ventisei giorni di distanza dal miracolo. È un tal Marino di Angelo Lenzi, del piano di Trevi che lascia 25 «fiorini a per la cappella della Madonna, affinché questa protegga contro la peste il testatore e la sua famiglia (1).
Di tali legati è così grande il numero, che, per farne un elenco completo, occorrerebbe spogliare tutto l’archivio notarile dal 1485 fino alla metà del ‘600, almeno. D’allora i legati cominciarono a diminuire. Contentiamoci soltanto di rilevare questa disposizione d’animo dei testatori trevani, i quali, d’altra parte, facevano simili lasciti anche alle altre chiese di Trevi, come a S. Emiliano. S. Francesco, S. Martino, e S. Maria «di Pietra rossa» alle quali allora si lavorava.
Elemosine abbondanti si raccoglievano nelle ricorrenze delle fiere e delle feste. E qualche memoria di tali offerte troviamo nei libri di amministrazione di epoca posteriore al 1500; ed avrò occasione di parlarne più avanti.
Da quanto ho esposto fin qui, risulta chiaro a quali fonti si attingesse per le prime spese di culto per la nuova cappella e per la
(1) Archivio notarile Trevi — To 139. Rogiti di Guidantonio di Ser Bartolo — f. 54. Vale la pena di riportare un saggio di questo documento. I1 testatore raccomanda l’anima sua «altissimo creatori et gloriose Virginis Marie lacrime eis, ubi est ad presens capella apud suctus Costarella, in domo Tetaléo Auloni Santini de Trevio, ubi est ad presens de fienda dictam capellam ad honorem Sancte Marie lacrimis», etc. Lascia «pro auxilio et adiutorio vuto (!) sopra ditta capella faenda florenos 25 pro anima ipsius testatoris, quani ipse Virginiis Marie rogat onnipotenti Deo quod ipse testator. st fanilia sua defendat de peste». Il tutto è qui riprodotto testualmente!
costruzione della chiesa, in seguito. Ma la semplice elencazione dei doni e delle elemosine sarebbe di per sé troppo arida e povera cosa, e potrebbe sembrare inutile il trattenervisi a lungo, se non assumesse uno speciale valore documentario, in quanto che da questi dati ci è lecito fare ragionate deduzioni sulle condizioni economiche nelle quali di quei tempi vivevano il comune ed i cittadini tutti.
Osserviamo, infatti, che non trovansi tra i doni, offerte di grande valore.
È
il numero che fa impressione, poichè ci dimostra che ognuno, si può dire, volle dare una prova tangibile della sua devozione: dal comune che offre calici e pianete, dalla gentildonna che dona una corona d’argento dorato; dall’agricoltore che presenta olio e zafferano, al povero mendicante che dà quello che ha: «uno stivale tristo et rocto», dalla benestante che regala stoffe di seta, alla modesta donnetta del popolo che da «uno jomo
(gomitolo)
d’accia»!
Ma — nell’insieme — non abbiamo donativi vistosi: non pietre preziose, non monili. Un certo numero di anelli d’argento; pochi d’oro.
Tutto ciò si deve spiegare col fatto che a Trevi non erano allora famiglie che potessero dirsi ricche. Ne fa fede il Mugnoni che nella sua cronaca c’informa — sotto la data del 1488 — che solo da pochi anni le condizioni economiche di Trevi erano migliorate. Sino a qualche anno prima, a Trevi c’era un solo bottegaio. Appena tre o quattro persone avevano in casa piatti e scodelle di stagno, oggetti di lusso per quei tempi; e quel tale unico bottegaio — Bernardino di Nicolò — teneva un piccolo deposito di stoviglie di legno, che dava a nolo a chi facesse le nozze.
Non industrie, non commercio a Trevi. L’agricoltura appena allora incominciava a risorgere, per l’avvenuta parziale bonificazione dei terreni del piano — non ancora completata a tutt’oggi! — e per le nuove piantagioni di viti e di olivi.
Ma il benessere economico dei trevani era all’inizio o quasi. Quindi le offerte fatte alla Madonna delle Lagrime erano in proporzione dell’agiatezza dei feddeli. Che se questi all’epoca del «miracolo» delle lagrime avessero raggiunto quel grado di ricchezza al quale pervennero nel secolo seguente — onde fu necessario persino emanare speciali disposizioni per infrenare il lusso dei trevani — ben diversi sarebbero stati i doni recati alla Madonna.
Ma, per la verità, devo anche aggiungere che, passato il fervore dei primi tempi, la pietà dei fedeli si raffreddò e sempre meno abbondanti divennero le elemosine ed i regali.
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Oltre alle elemosine, altro cespite d’entrata per la nuova chiesa erano le penalità pecuniarie che venivano applicate ai rei di qualche delitto o di qualche contravenzione alle disposizioni statutarie, o disobbedienza agli ordini delle autorità.
Per esempio: in data 15 Ottobre 1487 un rescritto del vescovo di Viterbo, luogotenente del cardinale legato di Perugia, applica alla fabbrica della chiesa delle «Lagrime» le multe da infliggersi a chi bestemmiasse Dio od i santi; a chi facesse ingiuria al podestà od ai priori; a che disobbedisse alla curia; a chi si trovasse già iscritto nel «libro rosso dei malefìci» dove si segnavano i nomi di coloro che erano debitori al comune per qualche multa non ancora pagata, o perchè non avevano ancora soddisfatto a qualche fideiussione prestata per altri (1).
Così un Battista de Tirannozzo, da S. Giovanni, paga alle «Lagrime» due «fiorini» per la quota spettante alla chiesa di una multa a lui inflitta per la pena «de la carne non fatta in lo macello» (2).
Nei giorni di festa non era permesso neanche di mietere. Per essere autorizzati occorreva pagare una certa somma. E la chiesa nostra ebbe una volta «da quilli che pagarono per haver licentia de mèter lu dì de San Pietro, fiorini duj et bolognini 28» (3).
Nelle «Riformanze» del comune e nei decreti delle autorità superiori simili esempi si ripetono assai di frequente; ed è a credere che il gettito di queste entrate fosse assai notevole, visto il sistema allora in uso di applicare pene pecuniarie anche per delitti gravissimi.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano] Il testo in caratteri color marrone è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione.
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Sembrerebbe naturale che di un avvenimento religioso, quale era quello del sorgere di una nuova devozione verso la Madonna, avesse dovuto interessarsi l’autorità ecclesiastica per regolare tutto ciò che si svolgeva intorno alla miracolosa «maestà». Però non fu così.
I documenti che possediamo ci danno la prova del sollecito e diretto intervento del comune in questo avvenimento d’origine popolare. E l’opera del comune fu oculata. assidua, prudente. Quando venne il momento di sistemare in modo definitivo ciò che concerneva il culto della nuova chiesa, si rivolse alla competente autorità ecclesiastica; ma non prima.
Fino dal 30 Settembre 1485, cioè appena 55 giorni dopo la «scoperta» dell’imagine miracolosa, il comune prese in consegna i doni e le elemosine; e ne fece l’elenco per mano del cancelliere del comune: Giuliano Pellegrini, da Capranica(1).
I primi «operai» furono Piermartino Petroni e Bartolomeo Lucarini, due cittadini delle più illustri famiglie. Ed ebbero la qualifica di «operarii», come era 1′ uso di quei tempi, poiché s’incaricavano dell’«opera» della nuova chiesa. E tale qualifica è conservata anche oggi in molte simili amministrazioni.
Merita speciale esame il sistema tenuto dal comune nell’organizzare,
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(1) Archivio delle 3 chiavi Trevi N. 155.
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come si direbbe oggi, tutto ciò che si riferiva alla gestione dei beni che affluivano alle «Lagrime».
* * *
La prima nomina di «operai» fu fatta dai deputati delle «Lagrime» il 3 Settembre 1485 (1): e si chiamarono anche «santenses»; vocabolo che vive tuttora negli attuali «santesi», che hanno l’incarico — nelle nostre campagne — di raccogliere offerte in denari ed in generi, per le feste dei santi protettori od altre.
Successivamente, il 5 Marzo 1486, venivano nominati 11 «deputati per la cappella che era in costruzione. E così, periodicamente, si rinnovavano gli «operai» che duravano in carica sei mesi; poi un anno.
Coi «deputati» c’erano anche i «custodi» oltre ai «cappellani» anch’essi nominati dal comune: e per la prima volta, il 13 Maggio 1486. L’ intromissione
del
comune in tali questioni era così energica, che 1’8 Agosto di quell’anno si proibì ad un tale D. Melchiorre di celebrare messa nella cappella della Madonna.
Tra tutti gli addetti alla nuova opera il comune stabiliva una specie di gerarchia; e così deliberava che gli «operai» non potessero dare ordini ai «custodi».
Le nomine di tali cittadini si succedono molto frequentemente nelle «Riformanze» del comune; e — se è interessante leggere i relativi verbali nell’originale — non altrettanto utile può riuscire la pubblicazione di essi che, salvo nei nomi, sono sempre uniformi. Venivano, però, divise le attribuzioni(a), e mentre, come vedemmo, c’era chi aveva l’incarico di tenere in consegna le offerte, si affidava a commissioni speciali l’incaricò di provvedere o alla calce, o alla pietra, o ad altro che potesse occorrere per la fabbrica.
Coll’andare del tempo, — e precisamente il 19 Marzo 1487 — si aggiunsero agli altri incaricati gli «officiales», per la cresciuta importanza dell’amministrazione a cagione della fabbrica che tra poco si sarebbe iniziata. Per la custodia continua della cappella ci fu un devoto che si offrì di risiedere in permanenza lì presso. E si chiamò .: l’oblato di S. Maria delle Lagrime». Il verbale del 3 Maggio 1487 lo qualifica «quel buon uomo che si offrì per la detta chiesa». Il consiglio, in compenso, delibera di fornirgli il vitto giornaliero.
(a) nel testo: attribuizioni.
(1) Per tutti i fatti indicati con una data precisa e in mancanza di altre annotazioni, s’ intende che i relativi documenti si trovano nelle «Riformauze» sotto la data medesima.
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Anche i cappellani erano nominati dal consiglio e duravano in carica sei mesi. Le loro mansioni vennero, fino dal principio, ben determinate dagli addetti alle «Lagrime»; i quali il 6 Giugno 1487 stabilivano che i cappellani dovessero esercitare il loro ufficio personalmente; onde non potevano farsi sostituire da altri.
I «deputati» stabilivano quante messe si dovessero celebrare nella cappella e con quale elemosina. Così fu fissato che, oltre a quella del cappellano, non si dovessero celebrare più di tre messe, a meno che i fedeli portassero elemosine destinate espressamente a tale scopo. Per una messa nei giorni feriali si dava un «bolognino» e due nei giorni festivi.
Notiamo l’oculatezza di quei «deputati». Essi, nonostante la loro profonda fede religiosa, non volevano che dai denari offerti dai fedeli alla cappella si distraessero soverchie somme per la celebrazione delle messe. Assicurato un culto decoroso, al di più avrebbero dovuto provvedere i devoti, se volevano. Ed ai cappellani si faceva espressa proibizione di immischiarsi in tale faccenda delle messe: in nessun modo! (1).
I «depositari» dei denari e dei doni venivano sorteggiati in consiglio ed anch’essi duravano in carica sei mesi; poi un anno. La chiusura dei loro conti era fatta in comune da due «operai». In seguito tutti gli addetti formarono la «Società della Madonna delle lagrime» presieduta da un suo priore; ma non era una confraternita nel senso attuale della parola. Della erezione della «Confraternita di S. Maria delle lagrime» si parlò soltanto nel 1618 (2).
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Il comune che sentiva tutta l’ importanza e tutta la responsabilità dell’ impresa, esigeva dagli incaricati che adempiessero scrupolosamente ai loro doveri. Così troviamo che i «custodi», che non avessero fatta buona sorveglianza o non avessero provveduto a quanto occorreva per la fabbrica, dovevano pagare la multa di un «fiorino».
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(1) Quiin dcta re non debeant se immiscere quoquo modo. (A r c h i v i o delle 3 chiavi No 155, Riformanze 1487, f: 72t).
(2) A r c h i v i o delle 3 chiavi, Busta 1600-1700). Tre cittadini trevani: Corinto Citeroni, Camillo Celli e Leonzio Martinelli avevano domandata facoltà di istituire la Confraternita delle «Lagrime». Il vescovo di Spoleto, Lorenzo Castrucci, per mezzo del suo vicario, Andrea Billochi, concede tale autorizzazione, salva l’approvazione dei capitoli (29 settembre 1618).
Ma il loro ufficio era gratuito. E più tardi — l’8 Gennaio 1488 — fu deliberato che essi facessero la guardia dal levare del sole, fino al tramonto: pena due «fiorini».
La «società» Si adunava spesso nella sala comunale e i verbali di tali riunioni fanno parte delle «Riformanze», ossia sono alternati con esse. Delle deliberazioni della «società» avrò occasione di parlare quando tratterò della fabbrica della chiesa.
In vista del sempre crescente lavoro, i componenti la «società» furono portati da 11 a 34, il 23 Febbraio 1494. E tra essi furono nominati due revisori dei conti (rationatores).
Poco dopo anche il numero dei cappellani fu portato a due — il 22 Maggio 1494 — e furono D. Nicola Marzolini e D. Valentino Vannis (= di Giovanni) Salvi. Quando si presentò la necessità di deliberazioni importanti per il definitivo assetto della chiesa e dei suoi beni, fu sempre il comune che se ne interessò, per mezzo del Consiglio generale, oltre che della «società».
E in casi più gravi nominò speciali commissioni, chiamando a farne parte i rappresentanti di tutti i «terzieri», cioè di Trevi, di Matigge del Piano. nei quali era diviso il territorio del comune.
Inutile dire che in tutto ciò che si riferiva alla nuova chiesa, alla quale il fervore del popolo aveva dato quanto più poteva, il comune volle la collaborazione di ogni classe eli cittadini. Ma specialmente diedero la loro opera ssidua i Lucarini, i Petroni, i Valenti, i Contucci. E. quando la fabbrica della nuova chiesa fu inoltrata, furono nominati — il 30 Marzo 1500 — sei «conservatori» due per e terziero»; che, insieme ai «sindaci», agli «operai», ai «camerlenghi», ai «depositari» dei denari e dei panni e ad altri «officiali» formavano un corpo di 31 individui, che continuarono la loro opera fino al giorno in cui la chiesa delle «Lagrime» fu consegnata alla congregazione religiosa, alla quale il comune — sempre di sua iniziativa e scelta — volle affidarla.
Ora., su questa opera oculata, diligente ed energica che il comune nostro esplicò in tale nuova ed eccezionale occasione, vengono spontanee alla mente alcune considerazioni, che mi sembra, utile esporre.
Se un fatto simile a questo di cui ci occupiamo, la manifestazione, cioè, di un’ imagine prodigiosa agli occhi dei credenti, si avverasse ai tempi nostri, è fuor di dubbio che l’autorità ecclesiastica interverrebbe subito ed efficacemente, sia per la parte religiosa, che per l’economica. Ne abbiamo un esempio, assai vicino a noi di luogo
e di tempo, in ciò che.avvenne nel 1862 al tempo della «scoperta» della, Madonna «della Stella» in territorio di Moutefaleo. Anche lì affluirono i devoti, e con essi le elemosine e i doni; ma, per i mutati tempi, non fu il comune che di ciò prese cura, bensì L’arcivescovo di Spoleto.
I1 contrario, invece, accadde per la Madonna delle Lagrime, quattro secoli avanti. L’autorità ecclesiastica non prese alcuna parte all’avvenimento e fu del tutto assente; pur non ostacolando nè l’entusiasmo dei fedeli, nè l’iniziativa del comune; il quale — come dissi — oltre ad assumere la gestione di tutte le risorse finanziarie, esercitò atti di tale natura che sarebbero sembrati ben più confacenti all’autorità religiosa; come: la nomina dei cappellani. la proibizione a taluno dei sacerdoti di celebrare la messa nella nuova cappella, la fissazione delle elemosine ai celebranti e, più tardi. la ricerca di una comunità religiosa cui affidare il santuario; e simili.
Per comprendere oggi come tutto ciò potesse avvenire, è necessario rievocare il complesso delle istituzioni che dei comuni erano la base e la vita ad un tempo. I comuni che — pur sotto la tutela della Chiesa si davano volontariamente statuti e leggi; che nei loro consigli generali decidevano di cause penali, che emanavano provvedimenti fiscali e finanziarii, che — talvolta — battevano moneta, vivevano, può dirsi. di vita propria, per quanto soggetti alla cupidigia ed alle aggressioni dei vicini.
Era. quindi, naturale, allora, che della nuova manifestazione dell’animo religioso del popolo il comune assumesse la direzione e la responsabilità, e con la sua autorità tutelasse e coprisse la buona fede di coloro, che, secondo le forze, davano parte dei loro beni al nascente santuario. Onde si spiega tutto ciò che il comune di Trevi fece in quella occasione. Né può dirsi che dell
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intervento dell’autorità ecclesiastica siano scomparsi i documenti; poiché se essa avesse presa una qualsiasi parte negli avvenimenti religiosi che vengo narrando, non ne sarebbe mancata qualche traccia nella numerosa serie dei documenti che si conservano. Nulla, invece, né dall’archivio comunale, né da quello della Curia arcivescovile di Spoleto, né dagli «Annali» del Mugnoni risulta, che valga a fare nemmeno sorgere il dubbio di un qualche interessamento dell’autorità ecclesiastica in questa materia. Quando, con l’andare del tempo. i religiosi cui fu consegnato il santuario, e, dopo di essi, il comune vollero o dovettero rivolgersi al papa od all’arcivescovo di Spoleto, come vedremo, i documenti ce ne danno le prove abbondanti.
Non ho dati di fatto per istituire confronti .del come in casi simili e di quei tempi si sia regolata l’autorità ecclesiastica in altri luoghi:
<46> sarebbe certo interessante. Sappiamo, però, che due secoli prima la Repubblica di Orvieto interveniva energicamente ed esplicava la sua opera e la sua autorità in tutte le manifestazioni che seguirono il miracolo detto «di Bolsena»; e nel corso dei secoli, fino a tempi presenti, il comune stesso, che fece sorgere quel miracolo di arte che è il meraviglioso suo duomo, difese strenuamente — anche contro l’autorità ecclesiastica — la sua supremazia di fronte alla nuova istituzione (1).
E, continuando, dico che non può neanche sorgere il dubbio che l’autorità ecclesiastica si sia disinteressata della cosa, a Trevi, per non pronunciarsi col suo intervento, circa l’autenticità o meno dei fatti prodigiosi che infiammavano l’anima del popolo. Simili slanci di fede erano frequenti nell’età di mezzo; e la Chiesa — anche se rimaneva assente — non credeva necessario frenare l’entusiasmo dei fedeli; specialmente nei tempi di calamità pubbliche, alle quali ogni conforto spirituale era di grande sollievo.
Per ultimo vorrei anche esprimere l’opinione che agli occhi della autorità ecclesiastica l’opera sollecita del comune, la rispettabilità delle persone che di esso erano a capo — le une e le altre sempre deferenti alla chiesa — poterono sembrare efficaci garanzie per lasciar proseguire nel sistema iniziato. Non solo: ma io credo che il comune, intervenendo con la sua autorità e con la sua tutela in tutto ciò che riguardava il nuovo santuario, non facesse altro che esercitare un suo diritto, consacrato negli antichissimi Statuti municipali, riveduti nel 1427.
Questi, infatti, dispongono che il comune debba eleggere tre «sanctuarii» o «santenses» uno per ogni terziero, i quali, affinché «gli affari delle chiese siano trattati rettamente ed affinché non avvengano dissipazioni», devono sorvegliare le chiese di S. Emiliano, di S. Francesco, di S. Giovanni con l’annesso ospedale, e di S. Tommaso con l’altro ospedale per i lebrosi, nonché tutte le confraternite. I «sanctuarii dovevano redigere gl’inventari, tenere il libro dell’entrata e dell’uscita, vigilare che non avvenissero frodi, sotto la pena dell’ infamia per essi e di 100 «libbre» di denari. In compenso del loro ufficio, che era obbligatorio, ricevevano 40 «soldi» per ciascuno all’anno. Allo scadere di questo dovevano presentare i loro conti al podestà, il quale, se vi erano frodi o negligenze, puniva le prime con
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(1) Fumi Luigi — Statuti e regesti dell’opera di S. Maria in Orvieto — Perali pericle — Memoria sull’attuale stato giuridico dell’ Opera del Duomo di Orvieto — ivi, Marsili, 1922
<47> una multa di 10 «libbre» di denari e le altre con 40 «soldi», oltre al rifacimento dei danni (1).
Tenendo presenti queste disposizioni che si riferivano alle principali chiese ed ai più importanti istituti di beneficenza allora esistenti, il comune non esitò punto ad applicarle, per ragionevolissima analogia, alla nuova manifestazione del sentimento religioso del popolo ed alla chiesa delle «Lagrime», che stava per sorgere sotto così promettenti auspici di fede e di elemosine.
Così e non altrimenti va inteso l’ intervento del comune, il quale non volle certamente ribellarsi all’autorità ecclesiastica, nè invadere il campo delle attribuzioni di essa: ma volle — allora, come sempre — valersi dei suoi indiscutibili sovrani diritti.
(1) «Statuta Vetustiora» del comune di Trevi — Libro I — Rubrica III — f: 6t. in Archivio delle 3 chiavi – N° 70.