Famiglia ascritta al ceto patrizio di Trevi (1787) nelle persone di
Tommaso Cristallini
e dottore
Gaetano Cristallini.
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Alla fine dell’Ottocento non esisteva più tale famiglia in Trevi in quanto la casa (il grande palazzo sulla salita di via della Rocca, ex Origo) era di proprietà Marignoli..2
3) – Tutti gli stemmi del volume sono ora riprodotti anche in: L’archivio comunale preunitario … di Trevi, (Quaderni della Soprintendenza archivistica per l’Umbria n° 19), Perugia, 2005, p. 339
Incontro di presentazione della rivista della civiltà italiana “Il Veltro” che ha dedicato un ampio spazio all’iniziativa “Trevi ospita la creatività”.
All’interno di questo incontro ci sarà una breve pérformance teatrale intitolata “Ancora due lacrime”, sintesi conclusiva sulla mostra itinerante del Perugino, divin pittore
Per informazioni rivolgersi a: Ufficio cultura del Comune di Trevi, Tel. 0742/33.22.22
L’epigrafe fu notata solo alla fine degli anni novanta, nello spostare della mobilia dagli scantinati dell’ex Palazzo Paolelli, oggi proprietà Proietti-Quadrelli, sito nella Piaggia di Trevi tra il convento di Santa Lucia, la chiesa del Santissimo Crocifisso e la sconsacrata Santo Stefano. Da subito parve evidente il pesantissimo degrado che affligge il manufatto. Estesa, infatti, è la superficie della lastra erosa da un fenomeno chimico di gessificazione, che ne ha reso quasi illeggibili diverse lettere; pecca che si aggiungeva a quella ben più grave della parzializzazione dell’epigrafe, menomata della parte destra, cosa che restituisce noi un testo quantomeno sibillino.
Procedendo con ordine le dimensioni della faccia iscritta sono 14.5 cm per la base minore, 33.5 cm per l’altezza e 20 cm per la base maggiore. Il lato destro, quello della frattura, dal profilo obliquo, denota i resti di un foro circolare (circa 4 cm Ø) dove si inseriva un perno in ferro di cui evidenti sono le tracce d’ossido. L’epigrafe doveva grazie a questo ancorarsi ad una muratura dove restava esposta, dando per scontato che l’attuale locazione sia stata attuata in epoca successiva, quando la lastra, trapiantata dal proprio contesto originario, risultava per le suddette ragioni già danneggiata. Lo spessore lapideo è variabile tra i 7 ed i 16 cm, ma le irregolarità potrebbero essere state apportate per adattare l’epigrafe alla nuova locazione. E’ ragionevole pensare che originariamente lo spessore fosse di proprio 15-16 cm, come si evince da una piccola porzione rimasta nella parte inferiore, rifinita nella superficie a differenza del resto frastagliato a bozze irregolari.
Sono leggibili sei righe di testo, di cui le prime quattro con altezza delle lettere pari a circa 4 cm, 4.3 circa per la quinta e 2.5 cm per la sesta, limitata ad un solo simbolo grafico superstite. Interessanti sono le due abbreviazioni “medievaleggianti” alla prima e alla terza riga, dove i caratteri si riducono ad un’altezza di appena 2.2 cm e 1.8 cm. La grafia è ben accurata e si avvicina notevolmente alle qualità della maiuscola capitale latina. All’occhio del profano lo stile grafico data l’epigrafe ad epoca rinascimentale. Il testo a noi pervenuto è espresso forse meglio, nei grandissimi limiti di abilità grafica dell’autore, tramite il sottostante rilievo interpretativo, dove in grigio vengono segnalate le zone deterioratesi ad oggi.
La già impegnativa opera di traduzione, date le lacune, si era dapprima rivolta all’ambito della lingua latina, e alle relative abbreviazioni convenzionali. Ben presto mi accorsi di quanto fosse cosa vana. I primi sospetti vennero con la seconda riga, dove il leggibile MOGI(…)/MOGL(…) risultava incomprensibile nel panorama dei termini del latino classico e medievale. Un passo avanti fu il nesso trovato tra la terza e la quinta dove A(…) FRA(…) LAM(…) aveva un suono troppo simile a quello dell’epigrafe scomparsa e segnalata da Franco Spellani, circa un Anton Francesco Lambardi, vissuto a Trevi nella seconda metà del XVI secolo. L’epoca concordava con le caratteristiche del testo ed era un plausibile punto di partenza; il resto tuttavia restava assolutamente intraducibile. Ma cercando informazioni su Lambardi, Durastante Natalucci e la sua Historia vennero in soccorso. Così alla pagina 1046 lo storico trevano menziona la biografia di questo personaggio citando il Dorio: “Anton Francesco di Pierfilippo Lambardi e di Cristina Valenti (…) il quale, divenuto avocato della sua patria(…) occupò poscia fuori dalla medesima diverse cariche ed officij, giusta al riguardo [che] ne da il Dorio (…) con il seguente tenore: “(…), Juris V.D., fuit prelegatus Viterbij et patrimonij in Tuscia sabtus d. card. De Rodolfis, fuit gubernator civitatis Interamnae, Reatinae et Ameriae, Beneventi ac Ravennae; ac intimus familiaris Pauli 3; ac eius super intendens in alma Urbe, in quo tribunali etiam cardinales audiebat et promotores fiscales creabat . Exercuit plura gubernia in Ascolo, Firmo et pluriubus alijs civitatibus.” Venne dichiarato il 1573 nobile spoletino(…)”. Ed ancora si sofferma sulla vita privata, facendoci un bel regalo, a pagina 1047: “ Ebbe come consorte Primadea di Cristofaro Approvati (Andreangelus Marius in rog. Dotis 1523 et Ant. Lelius in test. Primadeae ad an. 1580).”
Ora finalmente tutto era chiaro e si poteva trovar giustificazioni al PRI(…) della prima riga e a quello che potevamo disambiguare come MOGL(…) alla seconda: PRIMADEA MOGLIE. L’enigma diventava molto più limpido: la lapide era relativa alla moglie di Anton Francesco Lambardi Primadea ed il testo epigrafico era redatto in volgare, non in latino, cosa quantomeno singolare per un epitaffio di quell’epoca e fonte di parte delle difficoltà di traduzione. Restava ancora insoluto il significato delle due abbreviazioni. MSRE potrebbe tradursi con “messere” o meglio “mesere”, come d’altra parte Lambardi appare definito a pagina 523 della “Historia”. Per quanto riguarda MA ,il Lexicon Abbreviaturarum di A.Cappelli segnala a quella voce il significato di Madonna nello stesso XVI secolo, ma col significato di “signora” potremmo altresì leggervi madama o messera. Se così non fosse potremmo invece immaginare che sia l’abbreviazione di un nome proprio di persona, forse Maria, che ben si sposerebbe con l’insolito Primadea. Dalle sparute informazioni che Natalucci traccia sulla donna, non è possibile provare quest’ipotesi. Per quanto riguarda l’ultima riga, di minori dimensioni, potrebbe essere una formula lapidaria di conclusione. Il sospetto è che riguardi ancora Anton Francesco Lambardi, che predomina sulla figura della moglie, ricordata solo per esserlo stata. Potremmo così completare quella I superstite con una V ed una D, dato che così viene definito in abbreviazione Lambardi in più pagine dell’opera di Natalucci. Traducesi I.V.D. come iuris utriusque doctor . Ciò non toglie che, altrimenti, potrebbe trattarsi di formule relative alla spesa affrontata o espressioni di cordoglio piuttosto diffuse in ambito lapidario.
Il testo integrale ipotizzato è dunque
MA P R I M A D E A
M O G L I ED E
M SRE A N T O N
FR A N C E S C O
LA MB A R D I
IVD
E’ un po’ triste che la memoria della signora Primadea passi alla storia senza un cognome, senza una nota connotativa che non sia il suo essere stata moglie. Alla figura del marito spetterebbero, se la traduzione proposta fosse corretta, quattro delle sei righe e di Primadea, se non fosse per Natalucci, ci resterebbero cinque lettere incomprensibili e consumate.
Circa l’epoca di esecuzione, Natalucci ci informa che Primadea stabiliva le proprie volontà testamentarie nel 1580, così è ragionevole pensare che l’epigrafe si dati in quel frangente storico. Sul perché, come e quando sia finita in Casa Paolelli non ci è dato sapere, dato che non sembra sussistere nessuna relazione tra i Lambardi o gli Approvati ed i vari proprietari susseguitisi nella dimora (dopo i Paolelli si succedettero gli Stocchi, gli Zappelli, i Maurizi ed infine gli attuali proprietari). La posizione nell’edificio dove venne collocata era assolutamente marginale per giustificare la volontà di esporre il testo, peraltro incompleto. Tuttavia la mutila epigrafe era murata nel senso di lettura, in una posizione irrazionale se fosse stata riutilizzata come semplice materiale edile, con il lato lungo in verticale. E’ probabile che qualcuno, in epoca relativamente recente, abbia deciso di portarsi a casa un pezzo antiquario invento chissà dove, di cui magari ignorava origine e significato. Sull’originaria collocazione si può citare il solito Natalucci quando ci informa che i Lambardi avevano la propria sepoltura di famiglia in San Francesco a Trevi.
L’edificio, all’inizio di via della Piaggia, già via della Porta del Cieco, prospetta sulla via Fantosati, già Strada Nuova. In quel punto l’antica viabilità venne modificata nel 1875 quando fu tracciata completamente ex novo una strada più acclive per congiungere il centro storico alla stazione ferroviaria, collegamento necessario per poter trasportare i più pesanti carichi che avevano modo di giungere fino a Borgo Trevi con la nuova strada ferrata. Fu aperta anche la relativa Porta della Strada Nuova o Porta Nuova e furono abbattute molte casette a schiera rispettando però l’edificio di cui trattasi e il dirimpettaio palazzo Gizzi.
L’architettura dell’edificio è sobria e semplice.
La facciata mostra al primo piano tre belle finestre in pietra, arcuate architravate, databili ai primi del Cinquecento. Sono gli unici elementi che possono essere ricondotti alla costruzione originale. Manca il portale, che dovrebbe essere stato non meno curato delle finestre e di una considerevole altezza, infatti le finestre, equidistanti, sono spostate verso la destra di chi guarda la facciata, proprio per fare spazio al portale che con la sommità dell’arco doveva arrivare all’altezza del davanzale.
L’imponenza del portale originale è testimoniata da uno stemma in pietra sito a quasi due metri sopra la porta attuale. Raffigura una mano destra che tiene un ramo di palma; un cartiglio sottostante reca incise su due righe il nome del primo proprietario:
RAIMVNDVS PALMVTIVS
Un altro stemma più in basso, a due metri dal piano stradale, partito semitroncato, della famiglia Toni è palesemente riportato e d’ignota provenienza.
L’interno ha subito più rimaneggiamenti in epoche imprecisate.
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Dalle memorie edite non è dato rilevare la data della costruzione ma si possono attingere notizie che fanno comprendere lo stato sociale dell’antica famiglia proprietaria e in particolare di molti suoi membri nell’arco di oltre due secoli.
Un fatto abbastanza importante è che in casa Palmucci esisteva l’allaccio all’acquedotto pubblico per l’alimentazione della cisterna. Tale privilegio era accordato dal Comune ai conventi e monasteri e a pochissime famiglie private, che mai superarono il numero di dieci.
Fa bella mostra di sé all’angolo sudovest di piazza Garibaldi.
É ricavata dall’ampliamento di un vecchio torrione, per cui all’epoca della sua costruzione era praticamente sul vecchio muro di cinta. Ora, dopo l’abbattimento di quel tratto di mura e della ottocentesca Porta Pia, è in posizione centralissima.
Colpisce immediatamente perché decorata in stile liberty dall’allora proprietario Alberto Pagliochini, professore di disegno e pittore manierista che decorò anche l’abside della ricostruita chiesa di Sant’Emiliano. Alla sua poliedrica abilità si deve anche l’elegantissima tettoia in ferro del portale.
Le varie fasi della trasformazione tra ‘800 e ‘900 Sono ancora visibili le mura medievali e la ottocentesca PORTA PIA
Ha esposto a Trevi nelle collettiveF 30×20 eTRE VISIBILITA’DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12
Nasce a Roma nel 1940. Autodidatta, nel 1958 si reca a Parigi dove studia i maestri delle avanguardie storiche. Dal 1964 al 1970 è a Londra dove frequenta Joseph Richwert e Edward Write, esponente della Poesia Visiva. Sono anni decisivi per la sua formazione, nel 1970 inizia l’attività artistica. Negli anni ’80, in occasione dei numerosi viaggi negli Stati Uniti, incontra il fotografo Ralph Gibson e nasce la sua attenzione per la fotografia che, come referente iconico, nei recenti lavori dialoga con l’astrazione dei campi cromatici della sua pittura.
Born in Rome in 1940. Self-taught, he goes to Paris in 1958, where he studies the masters of the historical vanguards. From 1964 to 1970 he stays in London, where he regularly meets with Joseph Richwert and Edward Write, exponent of Visual Poetry. These are decisive years for his formation, and he begins his artistic activity in 1970. In the 80’s, during his frequent travels to the USA, he meets the photographer Ralph Gibson and he starts to be interested in photography. This is, in his recents works, in relation to the abstract character of the cromatic fields of his painting.