Francesco De Angelis, Vittoria Bazzucchi, Maria Pia Matteoni, Fabiano Favetta, Erminia (Mim? Bazzucchi, Franca Giannantoni, Ugo Bonaca, Antonino Brizi, Anna Giannantoni Regia di Ugo Bonaca
Alcune foto di attori fuori dalla scena. Vedere anche le fotografie di scena dalla pagina Spettacoli
Archivio:Giustina Bonaca
Trevi – Teatro Clitunno –
Il trucco
Ugo Bonaca, Giustina Bonaca
Nell’angusto spazio di un camerino, sfruttando la luce di una lampada e il suo riflesso dello specchio, il fotografo (Mario Bonaca) ha realizzato due composizioni da manuale applicando la regola della
Trevi, Teatro Clitunno, Esami di maturit?/i>, 1945 Intepreti, da sinistra in alto: Antonino Brizi, Angela Paoletti, Ugo Bonaca, Giustina Bonaca, Mariolina Costantini, Fabiano Favetta, Lanfranco Angelella, … Masciotti, Jolanda De Angelis, Gualtiero Favetta, Umberto Politi; In basso: Dora Matteoni, Mari Pia Matteoni, Ermelinda Cardinali(?) Non si vede Mario Bonaca poich??”dietro” la Rollei. (per gentile concessione di Maria Pia Matteoni Tulli)
Da
Memorie di un filodrammatico di A. Bartolini
:
… “ancora in scena con ?Esami di Maturit?/b> che fu una delle loro migliori presentazioni. Nella delicata commedia di Fjodor, che si svolge in un ambiente tipicamente scolastico, mi piacquero Mario Bonaca, per la sua recitazione sobria e composta nella parte del Preside, Ugo Bonaca fece una gustosa macchietta della parte caratteristica del prof. Scatola, e Giustina Bonaca che fu un’insegnante dolce e rassegnata nel suo non corrisposto amore. Piacevole la Paoletti nella veste della studentessa ingenua e spensierata.“
Di questa formazione esiste notizia soltanto in un articolo del vecchio “Giornale dell’Umbria” del 1945 e nei ricordi dei protagonisti: Giovanni Ferraro e Diana Marianucci.
Gi?un mese pi? tardi, molti degli attori erano confluiti nell’U.S.I. (Unione Studenti Italiani) di cui nel frattempo si era costituita una sezione a Trevi.
Dal Giornale dell’Umbria -20 agosto1945
L’Amico delle donne al Teatro Clitunno di Trevi
Trevi,18
Domenica scorsa come già annunziammo, un gruppo di dilettanti trevani ha rappresentato l’”Amico delle donne” di Alessandro Dumas figlio.
L’interpretazione del fine e brillante lavoro ha ottenuto lusinghiero successo
La signorina Italia Falasca è stata ammirata e applaudita nella difficile parte della Contessa Gianna; la signora Ortolani Vicarelli Anita (Leverdet) e le signorine Claudia Giuliani (Elena) e Diana Marianucci le quali hanno ottenuto il plauso e la simpatia del numeroso uditorio che letteralmente gremiva il nostro grazioso teatro.
Il signor Raimondo Carelli, distinto e vivace, l’avv. Carlo Zenobi, innamorato aggressivo, il prof. Giovanni Ferraro, dignitoso e astuto, Alberto Loretoni, macchietta esilarante, il quale per la prima volta ha affrontato il pubblico, Costante Quattrini, Filippo Rosignoli, Vincenzo Giuliani e Delia Falasca, tutti sono stati all’altezza della situazione. Ottimo il suggeritore Erminio Onori e di grande effetto le scene del valente pittore Vincenzo Giuliani.
Il Gruppo Artistico Trevano si esibirà con un altro nuovo lavoro drammatico
Alcuni dei personaggi sono ritratti nella foto alla pagina:
<16seg.>Fu proprio lui [Vincenzo Fontana] che seppe approfittare di un avvenimento, che segnò un nuovo indirizzo dell’attività Filodrammatica, quale fu l’arrivo a Trevi nel 1912 di due illustri attori Luigi Biagi e Giovannina Aliprandi, i quali, venuti per un periodo in villeggiatura, innamoratisi del posto, decisero di stabilirvisi, dal momento che, giunti ad una certa età, avevano cessato la loro partecipazione attiva al Teatro Italiano, dove avevano mietuto numerosi allori. Luigi Biagi, che aveva lasciato da poco il suo posto di maestro di recitazione alla Scuola di S. Cecilia in Roma, era stato un eccellente attore drammatico, seguendo in Italia e all’estero i più importanti capocomici della seconda metà dell’800: Tommaso Salvini, Bellotti Bon, Tessèro, Pasta ecc. Purtroppo la sua dimora a Trevi fu molto breve perché l’anno appresso recatosi a Roma non so per quale ragione vi moriva l’11 aprile 1913.
Giovannina Aliprandi invece, fatta oggetto di viva simpatia da parte dei cittadini di Trevi e specialmente dagli amanti del Teatro, trovato di suo gusto l’ambiente, vi rimase. La sua presenza a Trevi per circa un decennio<17>fino alla sua morte, e la sua partecipazione attiva alle manifestazioni Filodrammatiche di quel periodo, e la influenza positiva che esercitò il suo insegnamento anche nel periodo seguente la sua scomparsa, meritano che di Lei si diano in questi miei ricordi alcuni brevi cenni biografici.
Nata da Luigi Aliprandi e Giuseppina Zuanetti, attori del Teatro dei Fiorentini di Napoli, nel 1850, crebbe, si può dire, sullo tavole del palcoscenico e cominciò presto a recitare nelle) stesso teatro con la compagnia del capocomico Alberti di cui sposò il figlio. Passò poi ad altre compagnie in varie città d’Italia dal 1870 al 1880 conquistando il favore del pubblico. Un critico di un giornale dell’epoca ce ne dà il ritratto fisico : “É bionda, di un biondo delicato e gentile. É alta, ben proporzionata e molto graziosa. Gli occhi cilestri, luminosi e pieni di fascino, promettono tesori di affetto”. Che queste parole corrispondano alla verità e non siano un complimento adulatorio ce lo dimostra il ritratto a smalto dell’attrice fatto nella sua gioventù ed apposto nella sua lapide tombale nel cimitero di Trevi dove Ella riposa. Quanto alle sue qualità artistiche ne troviamo conferma in un giudizio del valente critico Yorick che nel 1883 scriveva fra l’altro : “Ha una intelligenza squisita che le permette d’indovinare appuntino il carattere umano del suo personaggio, sempre al suo posto, nell’attitudine giusta, nell’intonazione esatta, nella misura di passione corrispondente appuntino il suo carattere”.
Tra il 1883 e il 1892 si distinse nelle compagnie di Emmanuel, Pietriboni, Pasta e Cesare Rossi. Fu mentre era con quest’ultimo che ebbe il primo incontro con Eleonora Duse. Questa giovane attrice, che doveva diventare la più grande delle nostre scene, si affermava <18> allora, non senza contrasti, nei teatri d’Italia, introducendo un modo tutto nuovo di presentare i suoi personaggi che sconcertava gran parte del pubblico. Singolari alcuni articoli dei giornali toscani che mi son capitati sotto gli occhi (per es. Il Ferruccio di Firenze del 17 maggio 1883) che le preferivano proprio la nostra Aliprandi per il suo modo di recitare più legato alla buona tradizione. Il cosidetto naturalismo prima e il seguente spiritualismo poi doveva trionfare con la potente personalità della Duse, che tuttavia apprezzò l’Aliprandi e la ebbe come seconda donna (1887-1888) per qualche tempo.
Dal 1892 fino a quasi al termine della sua carriera fu prima donna nella compagnia di Gustavo Salvini, figlio del grande Tommaso Salvini, ottimo attore anche lui. Fece eccezione una breve tournée con Ermete Novelli con il quale andò in Ungheria nel 1900. Ma c’era già stata con Salvini nel 1897 che vi portò il suo Amleto affidandole la parte della Regina. Lasciò la compagnia di Salvini quando questi andò con la sua compagnia in America ed ella non si senti in grado di seguirlo a causa della sua salute un po’ compromessa. Ma lo aveva seguito nel 1904 in Ispagna dove aveva recitato in Otello, in Pamela Nubile di Goldoni e nel Tartufo di Molière; e nel 1905 in Egitto con Edipo Re e Gli Spettri di Ibsen nelle quali Lei impersonava i personaggi femminili di Giocasta e Signora Aldwig. Gli applausi e le accoglienze trionfali che riceveva in Italia e all’estero, dimostravano che era giunta all’apice della sua carriera artistica, ma la sua salute un po’ scossa e la consapevolezza di aver esaurito in gran parte quelle giovanili energie che aveva generosamente sacrificate al fuoco dell’Arte, le fecero prendere la grande decisione di abbandonare le scene. In seguito l’altra decisione di ritirarsi a Trevi insieme a Luigi Biagi <19>col quale era legata da profonda amicizia, ne fu la logica conseguenza.
Fin dai primissimi tempi della sua dimora in Trevi, Giovannina Aliprandi, a dimostrare che la fiamma dell’amore per il Teatro era soltanto attenuta e non spenta, aderì volentieri alla proposta che le fece subito il Cav. Fontana di gettare le basi per organizzare una Scuola di Recitazione, diretta dall’illustre attrice e da finanziarsi con le recite della Filodrammatica ricostituita nuovamente, e da contributi di soci benemeriti e ordinari. Questa Scuola, inquadrata in un bel preciso regolamento che reca la data del giugno 1914 aveva in origine ben 64 soci, di cui però soltanto un terzo costituivano la parte attiva della Filodrammatica. Fra le finalità, si proponeva l’insegnamento gratuito ai bambini delle Scuole Elementari, ed altre cose belle ed utili. Ma purtroppo, fondata più su previsioni ottimistiche che su basi solide, la Scuola ebbe vita breve, mentre riceveva un notevole impulso la nuova Filodrammatica chiamata ora “Luigi Biagi” in onore dell’illustre ospite scomparso.
Nei primi tempi dopo il suo arrivo a Trevi, l’Aliprandi partecipò a qualche spettacolo di beneficenza a Foligno o a Trevi con la declamazione di qualche poesia e con la presentazione di qualche bozzetto, “Mater Amabilis” di Alfredo Martelli, nella parte di una comprensiva Madre Superiora. Soltanto due volte accettò di sostenere una parte di due recite del gruppo Filodrammatico che ormai era sotto la sua direzione, e fu prima nell’8 dicembre 1912 quale Teresa nella “Donna e lo Scettico” di Paolo Ferrari (in una serata a beneficio degli italiani espulsi dalla Turchia al tempo della guerra italo-turca) e una seconda volta in piena guerra mondiale il 10 ottobre 1915 quale Contessa Lamberti nel Romanticismo rappresentato <20>a beneficio del Comitato di Mobilitazione Civile. In queste due parti veramente adatte alla sua figura ed alla sua età Ella fu veramente degna della sua fama. Ma furono le ultime sue comparse sulla scena, dopo le quali si limitò al suo compito di Direttrice. Alle due recite partecipò come protagonista maschile il Cav. Vincenzo Fontana che per il suo temperamento ed i suoi mezzi riuscì in modo eccellente. Tanto l’una che l’altra recita furono ripetute due volte; il “Romanticismo” a Spello, nel 17 ottobre del 1915 in un clima di fervente patriottismo.
In quei tempi, fra i dilettanti di Trevi, oltre ai nominati Vincenzo Fontana e Luigi Cecchini, c’erano Antonio Sebastiani e Fausto Marcelloni; tutti e due adatti a sostenere parti comiche o come dicevano i teatranti di allora, brillanti. Il primo si esibiva anche come cantante di canzonette buffe; del secondo, esperto musicista, riparleremo quando ci capiterà di ricordare i suoi tentativi di produrre un paio di operette in musica. Altri dilettanti di allora erano Dante Falchetti ed Angelo Simoncelli fra gli uomini; Marietta Merli e Apollonia Sebastani fra le donne.
Ma come doveva accadere anche in seguito, la presenza di villeggianti nella stagione estiva forniva nuovi ed attivi elementi per il gruppo filodrammatico. Primi fra tutti i fratelli Gizzi, Romolo e Ninetta Gizzi, romani, ma nati da madre Trevana. Erano due elementi preziosi, il primo, giovane laureato in legge, fornito d’ingegno, doveva poi dedicarsi al cinema, scrivendo copioni per films comico-sentimentali sotto lo pseudonimo di Luciano Doria. Lei aveva recitato per un po’ di tempo la Scuola di recitazione di Santa Cecilia ed aveva un’ottima dizione e riusciva bene nelle parti che richiedessero grazia e femminilità. Tutti e due dimostravano sulla scena compostezza,<21>senso della misura e soprattutto spontaneità. Il maggior sforzo di Lei fu nella parte di Anna Lamberti nel Romanticismo, interpretazione degna di rilievo, soprattutto in considerazione che una parte così fortemente drammatica era non proprio connaturale al suo temperamento.
Nell’immediato anteguerra e nel primo anno della guerra 1915-18, la nuova Filodrammatica con elementi locali ed altri forniti dai villeggianti, specialmente con i due Gizzi, e con un certo Adriano Piacitelli anch’esso dotato di una notevole comicità, rappresentò una serie di commedie piuttosto leggere e graziose quali “l’Amore che passa” dei fratelli Quintero, che andò in scena il 19 ottobre 1913, e fu preceduta da una commemorazione del Maestro Luigi Biagi ad opera del Cav. Fontana; “La Scelta di una Sposa” di Adamo Alberti; “Il Principe Azzurro” di Sabatino Lopez; “Il passaggio di Venere” di Mariani e Tedeschi, ed altri piccoli lavori moderni in un atto, come “Pace in Famiglia” di George Courteline (tradotto da Romolo Gizzi), il delicato quadretto; “Suor Speranza” di Guelfo Civinnini, “Fuoco al Convento” di Greville, ed a completare i vari programmi alcune farse, fra cui “La Sposa e la Cavalla” di Tettoni, “Un Ballo in Provincia” di Paolo Ferrari nonché alcuni monologhi ed esibizioni musicali. Si era già in piena guerra, come è stato detto, e non mancò qualche bozzetto patriottico, come “Sulle Rive dell’Isonzo” che ebbe protagonista Vincenzo Fontana, il quale chiuse con esso il suo curriculum filodrammatico, restando però sempre sostenitore ed animatore del movimento. In questo periodo non mancò mai la partecipazione di Luigi Cecchini, ormai decisamente entrato nel ruolo di caratterista ed apprezzato molto dall’Aliprandi e dal pubblico.
<22>Ma la guerra diventava ogni giorno di più una realtà tragica e preoccupante; la disfatta di Caporetto e l’invasione del Veneto ridestarono nella Nazione la coscienza della propria responsabilità e la decisione disperata di resistere ad ogni costo. Mentre si preparava la gloriosa rivincita di Vittorio Veneto, la Filodrammatica “Luigi Biagi” sospese la sua attività in attesa di tempi migliori. E questi vennero finalmente con il famoso armistizio del 4 novembre 1918 dopo la vittoria delle armi italiane e la conseguente disfatta degli Imperi Centrali.
A questo punto, avendo esaurito quanto ho potuto raccogliere dalla tradizione e come spettatore, queste memorie diventano prevalentemente personali. Prima perciò di parlare del mio debutto al Teatro Clitunno avvenuto il 25 aprile 1919, mi piace rievocare alcuni ricordi della mia fanciullezza e adolescenza connessi con questa mia passione che mi accompagnò tutta la vita.
Nella mia prima fanciullezza, trascorsa lontano dai genitori che vivevano a Roma, nella vecchia grande casa dei Nonni a Trevi, ricordo di essere stato condotto più volte al Teatro Clitunno, o al Teatrino del Collegio Lucarini e di aver preso tanto gusto agli spettacoli, che poi a casa mi mettevo ad imitarli divertendo moltissimo gli zii scapoli e la nonna. Venivano poi in casa dei conoscenti con ragazzi e ragazzine della mia età con i quali organizzavo rappresentazioni improvvisate che altro non erano se non imitazioni di spettacoli già veduti al Teatro. Più tardi quando fui mandato a Roma dai miei per frequentare il Ginnasio Superiore, con le mie sorelle e qualche cugino organizzavo recite in famiglia. Ricordo due lavoretti di Goldoni minore: La Favola dei tre gobbi e la Bottega del caffè. E più tardi la inevitabile Partita a scacchi di Giacosa del quale autore rappresentiamo con <23>un notevole sforzo di messa in scena anche il Trionfo d’aurore. Mi accorgevo fin d’allora che la mia passione per recitare sorpassava quella degli altri e tanta era la voglia di far il meglio possibile, che diventavo insistente e insensibile alle proteste dei coetanei e delle coetanee che partecipavano alle recite e che ad un certo punto si stancavano delle troppe) ripetute prove. Ci voleva tutta la mia energia e tutto il mio entusiasmo per costringere le mie vittime ad andate avanti. Povere sorelline, afferrate spesso per le trecce ed obbligate a ripetete più e più volte le stesse frasi finché non mi sentivo soddisfatto ! E povera Mamma che si disperava nel veder metter a soqquadro tutta la casa per utilizzare alla meglio tutto quello che ci poteva servire : mobili, vestiti, tendaggi, oggetti vari ecc.!
Ma gli ultimi due anni impegnativi del Liceo e poi la guerra alla quale cominciai a partecipare poco dopo compiuti i 19 anni, mi fecero lasciar da parte la mia passione per il Teatro. Quando però la guerra fu finita ed io fui libero da impegni. militari chiesi ed ottenni di far parte della Filodrammatica “Luigi Biagi”. Proprio in quell’anno un sacerdote di Trevi, Don Aurelio Bonaca, aveva scritto un dramma storico intitolato “Francesco Manenti”. Studioso di storia locale, il Bonaca aveva scritto un lavoro che voleva essere un quadro delle lotte tra i Comuni ed i ,Signori dell’Umbria del ‘400, con l’intreccio di una tenue storia di amore. Così come era stato scritto, il lavoro rivelava scarsa conoscenza del teatro ed era poco rappresentabile, ma Giovannina Aliprandi, valendosi della sua lunga esperienza teatrale, lo rimaneggiò in modo da poterlo presentare con discreto successo, prima a Trevi il 25 aprile 1919 e poco tempo dopo al Teatro Massimo di Spoleto. Ricordo la viva emozione che provai nel presentarmi in casa del l’Aliprandi <24> per provare da solo a solo la parte che mi era stata assegnata, breve, ma di contenuto fortemente drammatico ; e la mia gioia quando l’attrice mi giudicò favorevolmente. Mi sembrò di essere entrato in un mondo che avevo prima tanto sognato e realizzato soltanto in tentativi fanciulleschi. Alle prove ero il più assiduo, ascoltavo avidamente tutte le osservazioni e i suggerimenti che la signora Aliprandi prodigava a tutti gli attori, irritandomi dentro di me con quelli che non s’impegnavano come avrebbero dovuto o non riuscivano ad imbroccare l’intonazione giusta e un atteggiamento adatto. Quando entrai in scena, la prima volta davanti ad un pubblico pagante, non solo mi sentii svanire come per incanto quel batticuore che mi aveva preso pochi momenti prima, ma mi parve di essere veramente e soltanto quel personaggio nel costume dell’epoca, esprimente sentimenti di cupo dolore e di odio per la strage che avevano fatto della sua famiglia. Mi accorsi di aver molto viva la facoltà di suggestionarmi e di entrare in un personaggio anche se diverso dal mio carattere, e di dare a chi mi ascoltava la sensazione della verità.
Ben presto però i miei studi mi riportarono a Roma dove frequentavo l’Università e, diciamolo pure, spesso anche i Teatri di prosa. Ma la preparazione agli esami e la frequenza alle lezioni non mi impedirono di rappresentare a fine d’anno in casa, due commediole in un atto “O bere o affogare” di Castelnuovo e “Amore al buio” dei Fratelli Quintero, completando lo spettacolo famigliare con un po’ di musica e recitazione di poesie romanesche. Naturalmente attori ed attrici erano le mie sorelle ed alcuni cugini.
Nell’estate del 1920 la Filodrammatica di Trevi si apprestava a mettere in scena il dramma “Ferréol” di <25>Sardou ed io, trovandomi libero per le vacanze estive, ebbi affidata dall’Aliprandi l’importante parte del Marchese di Boismartel, magistrato integerrimo, che nel corso dell’istruttoria di un processo da lui diretto come Presidente del Tribunale, scopre che la sua diletta moglie è seriamente indiziata nel delitto di cui si ricerca l’autore. La mia più viva aspirazione nell’interpretare questa parte sotto la guida dell’Aliprandi fu di piacere alla mia Maestra, quindi fui veramente felice quando, il giorno dopo l’esecuzione, mi disse che, tranne lievi appunti, le ero piaciuto per l’interpretazione composta, dignitosa e profondamente sentita del personaggio. Le prove di questo dramma erano durate circa due mesi e furono quelle prove a darmi la sensazione del lavoro paziente, estenuante ma anche intelligente che bisognava fare per essere un buon direttore artistico, termine che pochi anni dopo passò di moda per essere sostituito con quello più moderno di regista, mutazione che ha portato non soltanto una parola nuova nel vocabolario, ma anche un diverso concetto della funzione direttiva, divenuta sempre più personale e complessa e destinata ad esercitare un’influenza sempre più profonda nei confronti dell’attore considerato non più come singola personalità ma come elemento duttile da plasmare secondo una interpretazione personale ed una veduta dell’insieme da parte del regista.
Dopo il discreto successo del Ferréol, la mia impaziente voglia di recitare non mi permise di attendere che la Filodrammatica organizzasse un’altra recita, tanto più che un mio tentativo era fallito a causa delle solite beghe fra i dilettanti locali e mi aveva già fin d’allora fatto comprendere che senza un’infinita dose di pazienza, di opera di persuasione, di diplomazia per smussare angoli, piccole <26>invidie, io non sarei riuscito a nulla. Mi rivolsi ancora una volta alle mie sorelle e ad un giovanissimo studente, Filippo Arredi (discendente da un altro Filippo Arredi filodrammatico nell’800) ed organizzai la rappresentazione di una commedia di Giacosa: “Chi lascia la via vecchia per la nuova“ che ebbe luogo in un salone in casa degli amici Paglioni con invitati, e direzione artistica di Giovannina Aliprandi, che gentilmente prestò la sua opera di Maestra dell’arte di recitare. Le mie due sorelle si fecero abbastanza onore e la commedia piacque, così perdurando la mia posizione di distacco con la Filodrammatica locale che restò inattiva, feci altri tentativi sempre in privato con un paio di lavori, che data la scarsezza dei mezzi e dei personaggi adatti, riuscirono anche meglio di quello che si poteva sperare.
Passato un altro anno di studio a Roma, tornai a Trevi dove fui lieto di vedere che gli screzi fra i dilettanti locali erano stati superati e quindi si poteva mettere in scena un lavoretto scelto dall’Aliprandi: “La Dote” di Ettore Dominici; una commedia all’antica nella quale la Direttrice mi affidò la parte di uno zerbinotto galante con la quale divertii il pubblico e divertii me stesso. Era l’estate del 1921.
Al cominciare dell’inverno l’Aliprandi si ammalò. Ricordo che nelle mie frequenti apparizioni a Trevi andavo a visitarla e che in quell’inverno si provavano in casa sua alcuni lavoretti che avremmo dovuto recitare al Clitunno. La vecchia attrice era a letto e già un po’ abbattuta, ma quando, durante le prove, si entrava nel vivo della Commedia, la sua passione per il Teatro le faceva dimenticare il suo male e si infervorava e si animava nel gesto e nella voce come se fosse nel pieno vigore delle sue forze.
<27>Fu in quell’epoca che un giorno mi mostrò, commossa, un telegramma ricevuto da Eleonora Duse che, memore dei tempi passati, con affettuose parole, la pregava di accettare una parte nella nuova commedia di Tommaso Gallarati Scotti “Così sia” che la grande attrice si preparava a rappresentare in Italia per poi portarla in una tournée in America, come infatti fece. L’Aliprandi, come era da aspettarselo, rispose negativamente, adducendo la ragione della sua malattia; e a me espresse la sua tristezza per il fatto che la Duse, vecchia anche lei, dopo aver lasciato da vari anni il Teatro, riprendesse a recitare, probabilmente perché stretta dal bisogno. Ma il destino era segnato sia per l’una che per l’altra. Giovannina Aliprandi morì verso la fine di quell’inverno del 1922 e la Duse due anni dopo a Pittsbourg in America il 20 aprile 1924.
Io ero a Roma per gli studi quando appresi con dolore la notizia della morte di Giovannina Aliprandi. Un particolare degno di nota è che l’attrice prima di morire si fece promettere con giuramento che non avrebbero toccato il suo cadavere altro che per involgerlo in un semplice lenzuolo. Molte congetture vennero fatte per spiegare la ragione di questa sua ultima volontà, ma a me questa ragione è divenuta chiara quando, leggendo alcune vecchie memorie del grande Tommaso Salvini poco tempo fa, appresi che anche questo grande attore, che l’Aliprandi venerava in modo particolare, aveva lasciato, morendo, la stessa disposizione.
La Filodrammatica Luigi Biagi, in seguito a una mia proposta, decise di far apporre una lapide sulla tomba dell’attrice sepolta nel poetico cimitero di Trevi, con un’epigrafe dettata dalla figlia dell’attrice Alberta Alberti Aliprandi con la quale ebbi uno scambio di corrispondenza <28> e che inviò quella bellissima fotografia a smalto della Madre nel fulgore della sua giovinezza della quale fotografia ho già parlato e che io feci apporre sulla lapide a perpetuo ricordo.
<42 seg.>Ancora un biennio d’intervallo e poi un atto di coraggio con la messa in scena di un lavoro di Pirandello: “Ma non è una cosa seria”. Avevo già presentato di Pirandello, come si ricorderà, l’atto unico “La Patente”, ma desideravo affrontare un lavoro completo del grande siciliano. Molte difficoltà mi si opponevano. Anzitutto la maggior parte dei suoi lavori teatrali sarebbe riuscita ostica per il nostro pubblico di provincia, che certo non avrebbe accettato volentieri il problema centrale e le disquisizioni troppo cerebrali dei suoi personaggi. Inoltre certe situazioni un po’ scabrose potevano trovare difficoltà
<43>di esecuzione da parte delle signore e signorine dilettanti (di allora!) per le quali era doveroso da parte mia un certo riguardo, anche in considerazione delle ripercussioni che potevano determinarsi nelle loro famiglie.
Ma la commedia prescelta, anche se fondata su di una situazione paradossale, si discostava un poco dalla altre per una minore cerebralità e tortuosità dei suoi personaggi, e presentava elementi che mi pareva che dovessero essere compresi e piacere al nostro pubblico. E così infatti avvenne.
É basata, come ho detto, su di una situazione paradossale, quella di un giovane che, facile all’estremo ad innamorarsi e compromettersi con le donne, decide, per salvarsi dal prender moglie incautamente, di sposare una ragazza senz’attrattive, precocemente invecchiata, sfiorita nell’ambiente squallido di una pensione di terz’ordine. Ma si trova poi pentito e imprigionato nel suo stesso intrigo, innamorato ancora una volta pazzamente di un’altra donna, smanioso e furioso contro la moglie presa per ischerzo, ma che lo tiene legalmente vincolato. Quando sembra che non ci sia una via di uscita, ecco finalmente la sorpresa di ritrovare la moglie nella sua villetta di campagna dove l’ha lasciata parecchio tempo, rifiorita, ringiovanita e addirittura abbellita dal suo contatto con la natura e con i fiorì, ecco l’accorgersi che andava cercando lontano quello che aveva a portata di mano, e quindi la felice conclusione della vicenda, cioè la trasformazione di quel matrimonio per ischerzo in una cosa seria.
La scelta delle parti per i non pochi personaggi della commedia anche questa volta fu felice. Nella parte di Memmo Speranza, il protagonista, mi sembrò di essere nei miei momenti migliori, specie nel secondo atto <44>quando l’esasperato personaggio si dibatte prigioniero di quella aggrovigliata situazione da lui stesso provocata; la protagonista fu la giovane Teresina Giovannini, che dimostrò versatilità e freschezza ingenua nel passaggio da quell’essere compreso e avvilito del primo atto fino alla trasformazione gioiosa dell’ultimo atto. Tutti i vari tipi della commedia, dal collerico Grizzoffi (Paolo Onori), all’indimenticabile Luigi Cecchini nella parte di un professore di Liceo femminile, poi colpito da paralisi, resa da attore professionista, agli altri frequentatori della pensione (Carelli, Zenobi, Sebastiani), alle altre donne, fra cui due donnine allegre (mia moglie debuttante e la Falasca Italia) si fecero onore e si uniformarono all’andamento del dialogo da me voluto serrato e scorrevole, al ritmo piuttosto eccitato delle scene, in un clima di particolare tensione. Insomma un lavoro da collocare fra le quattro o cinque migliori realizzazioni di tutto il nostro repertorio.
Il 15 settembre del seguente anno 1935 trovo registrata la rappresentazione di “Cicero”, una commedia di Luigi Banchi che ha per protagonista uno strano tipo di avvocato esuberante e chiacchierone che mentre vivacchia tra le causette civili, sogna di arrivare alla grande causa penale e di indossare la toga in una corte di Assise come difensore di un grande delinquente. Ad un certo punto alcune incerte confessioni di un suo cliente gli fanno credere di averla trovata. Si tratta invece di un grosso qui pro quo che lo accompagna per tre atti con una serie di scene una più incredibile dell’altra fino a portarlo alla convinzione di essere lui stesso l’autore del delitto commesso in stato di ubbriachezza, ultimo equivoco che viene alla fine chiarito insieme agli altri, riportandosi il protagonista a quella meschina realtà da cui <45>rinuncia ormai per sempre ad evadere. Per quanto facessi del mio meglio non ricordo questa parte come una di quelle che mi lasciassero veramente soddisfatto. Lo fui invece per l’interpretazione di Luigi Cecchini il quale, aderente alla regia, delineò molto bene la figura del presunto omicida, un povero uomo, dominato dalla moglie e dalla suocera, che, messo in un piano non suo dal fantasioso avvocato, non riesce che a procurarsi una quantità di guai in famiglia e fuori. La signora Bartolini e la Signorina Merli furono aggressive e convincenti nelle rispettive parti della moglie e della suocera. Gli altri dilettanti, Marcelloni, Bonaca, Carelli e Gentilucci diedero abbastanza rilievo alle loro figure e quindi nel complesso la rappresentazione raggiunse il suo scopo, quello cioè di divertire il pubblico in modo intelligente.
Si sarà già notato, e lo sarà più in appresso che nella scelta dei lavori da rappresentare venivano da me preferite le commedie ai drammi. Questo indirizzo, che del resto non faceva che seguire una tradizione recente, era da me seguito per ragioni personali e di opportunità. Le prime si basavano sul fatto che, per la mia particolare sensibilità, le parti drammatiche avrebbero portato con sé della sofferenza, e le seconde nel fatto che nelle prove normalmente effettuate con impegno a chiusura di una giornata di lavoro, sarebbe mancato quel senso di relaxe, incompatibili con un lavoro serio. Inoltre la maggior parte dei nostri dilettanti era più portata e adatta per figure e per mezzi alle parti caratteristiche e comiche, ad eccezione forse del solo Paolo Onori. Ed infine il pubblico, del quale bisognava tener conto, mostrava di gradire di più le commedie comiche e sentimentali che non i drammi, verso i quali si mostrava critico più severo. E bisognava anche tener presente il rischio che si correva <46>ad ogni recita di qualche papera o amnesia o errore da parte di qualche dilettante in preda al nervosismo della prima rappresentazione. In un dramma sarebbe bastato per rovinare una scena, mentre invece si sarebbe potuto facilmente rimediare con una battuta di spirito in una scena basata sulla comicità.
Malgrado queste considerazioni, nell’inverno seguente (1936) misi in scena un dramma giallo: “Il Trattato scomparso” di Galare e Artù. Un dramma giallo però è di natura speciale, diverso da un normale dramma. Ha una macchinosità sua propria, c’è un mistero che circonda il delitto che fa da sfondo alla vicenda, e tutto ciò tiene in sospeso lo spettatore, e generalmente gli è gradito. Naturalmente bisogna raccomandare il segreto a tutti i partecipanti alla recita, perché altrimenti mancherebbe uno degli elementi più interessanti per il successo. Il trattato scomparso è basato sul furto di un documento segreto della massima importanza da parte del servizio di spionaggio di una potenza straniera e coinvolge tutta la famiglia di un alto Ufficiale della Marina da guerra, che insieme al suo Aiutante ha siglato il documento e lo conserva presso di sé. Ci scappa naturalmente il morto ed è proprio il figlio di quell’alto ufficiale che sembra si sia suicidato sotto il peso di gravi sospetti di tradimento. Ma sta all’immancabile detective lo scoprire con una serrata indagine che invece di suicidio si tratta di omicidio da parte del vero ladro che è un agente del servizio segreto straniero, e che si nasconde sotto la veste di un insignificante cameriere. Molte e importanti le parti da assegnare. A me riservai la parte dell’alto ufficiale, l’ammiraglio Moestan, figura nobile e dignitosa, colpito duramente nei suoi affetti di Padre, nel suo onore di soldato, nel suo amore per una donna che si rivelerà come una <47>avventuriera dal fosco passato. Il detective John Brown fu Raimondo Carelli che ebbe una certa incisività nel marcare il personaggio, non guastando troppo questa volta la lentezza della sua dizione, dovuta alla sua solita trascuratezza nell’imparare bene la parte. Vivace risalto diede alla figura di una anziana zitella Armanda Arredi, nome non nuovo nella storia della Filodrammatica, fornita di una voce e temperamento particolarmente adatti per le parti femminili di carattere comico. Un nuovo e buon acquisto fu il giovane Marino Gentilucci, da non molto trasferitosi a Trevi con la sua famiglia, a cui assegnai la parte del giovane figlio dell’Ammiraglio Morstan coinvolto in un dramma di amore e di disperazione per le sue rovinose perdite al giuoco, che la espongono ai ricatti di un losco figuro, il Barone di Fersen, dal frasario ambiguo infarcito di termini stranieri, interpretato con caratteristica evidenza da Paolo Onori. Tutti gli clementi scenici, colpi di rivoltella, lotte al buio, apparizione di personaggi misteriosi, rumore di aeroplano ecc. funzionarono egregiamente grazie ai miei collaboratori di scena, fra cui Vincenzo Giuliani che aveva anche una parte nel dramma, e contribuirono al buon successo dello spettacolo.
Che la scelta di un dramma giallo fosse per noi una cosa eccezionale, lo dimostra la recita seguente effettuata nell’estate dello stesso anno 1936 in cui fu presentata al pubblico del Teatro Clitunno la commedia assai comica di Aldo De Benedetti: “Non ti conosco più”. Chi pronuncia questa frase è la giovane moglie di un avvocato che viene sorpreso dalla medesima in un atteggiamento un po’ troppo confidenziale con la propria dattilografa. La moglie finge di essere stata colpita da una strana forma di amnesia per cui non riconosce più suo marito che scaccia alla sua presenza considerandolo un estraneo. Il <48>marito costernato chiama uno specialista psichiatra; ma la sua presenza complica le cose perché la donna lo tratta come fosse lui il marito. Da questa strana situazione scaturiscono una serie di scenette comiche che si basano sull’evidente imbarazzo del medico soffocato dalle attenzioni civettuole della presunta amnesiaca, finché l’arrivo di una zia americana con la figlia da marito viene a scompigliare la cura intrapresa dal dottore facendo scoppiare una crisi dalla quale viene fuori la confessione della presunta malata che non è mai stata tale, così che tutto rientra nell’ordine trai due coniugi rappacificati ed il medico si ritira prudentemente da ogni velleità dongiovannesca. Alla parte del medico psichiatra tentai di dare una tinta di comicità sobria, senza trascendere in allusioni volgari, ma giuocando continuamente con una mimica facciale che sottolineasse le situazioni imbarazzanti in cui viene a trovarsi il personaggio, e mi parve di csservi riuscito. Particolare vivacità dimostrò Teresina Giovannini nella parte della furba moglie, seducente e provocante nei confronti del medico, ma senza passare i limiti e pronta a dare il colpo di freno al momento opportuno. Quanto al personaggio del marito affidato al giovane Gentilucci, questi ebbe` la possibilità di dimostrare le sue qualità: buona dizione, atteggiamenti composti, penetrazione del personaggio fino a renderlo in modo convincente. Bene le altre donne fra cui Assuntina Merli che fu una zia d’America invadente ed aggressiva, anche troppo in alcune scene, la signora Bartolini nella parte della nipote in cerca di marito, e non meno felice fu Italia Falasca che tratteggiò la dattilografa sfacciatella, causa di tutti i guai. Gli spettatori si divertirono e noi più di loro.
Per continuare su questa via così bene accetta al nostro pubblico l’anno seguente scelsi un lavoro che giudicai <49>di sicuro effetto, sebbene con qualche difficoltà per la regia, messo insieme da due autori di mestiere, Luigi Bonelli ( di cui avevo rappresentato “Cicero”) e Aldo De Benedetti ( di recente ricordo cori “Non ti conosco più!”). Il titolo era: L’uomo che sorride ovvero La bisbetica domata in un altro modo e da esso poteva già prevedersi lo svolgersi della vicenda. Mentre il Petruccio della commedia shakespeariana riesce a domare la bisbetica Caterina con le maniere forti, esagerando a sua volta i difetti di lei e spaventandola con escandescenze furiose, il Pio Baldella, marito della volubile e capricciosa Adriana, bisbetica tipo 900, la doma con la dolcezza, approvando tutto quello che dice, facendola trovate di fronte alle conseguenze delle sue contraddizioni, assecondandola perfino nelle cose più astruse nelle quali sarebbe più logico attendersi un’opposizione. Cosa succederebbe a un torello furioso che volendo cozzare contro i muri, se vedesse che i muri si allontanano appena si slancia contro di essi? Finirebbe col rinunciarvi; e così succede ad Adriana che finalmente accetta la vita coniugale tranquilla che il marito le offre, dopo aver sperimentato con delusioni e disinganni le conseguenze dei suoi capricci.
Nella parte del flemmatico Pio Baldella mi trovai proprio a mio agio: era una parte davvero riposante, senza scatti, senza quel consumo di energia vitale che quasi sempre occorre spendere sulla scena. Ma tutt’altro che facile fu il mio lavoro di regista, perché non mi ero mai incontrato in una commedia così movimentata. Basti pensare che soltanto nel primo atto ci sono ben 56 scene, cioè 56 entrate ed uscite dei vari personaggi, e questo in un’atmosfera di confusione e nervosismo grazie ai capricci della protagonista che cambiava continuamente idea in merito alla disposizione dei mobili nella stanza <50>nella quale si doveva svolgere il ricevimento degli invitati alle nozze. Il Padre della sposa, esuberante, smemorato e confusionario contribuiva a creare una quantità di equivoci e ad accrescere –il disordine, e fra quell’andirivieni di domestici, impiegati della ditta, ed amici, spiccava con un vivo contrasto la figura del protagonista con la sua calma imperturbabile, ma pronto ad inserirsi nella vicenda ed a sostituirsi addirittura al fidanzato in occasione di un ennesima litigata fra i due. Il mio intento come regista era non soltanto di dare quel certo dinamismo alle scene e regolare la tempestività delle entrate e delle uscite, valendomi di un buttafuori sveglio ed attento, ma anche nel costringere tutti gli attori, ma specialmente la protagonista ed il padre di lei come pure il suo ex-fidanzato, ad una recitazione concitata e nervosa, in modo da rendere sempre più vivo il contrasto col sempre sorridente e furbo marito.
La recita riuscì discretamente anche per merito della signorina Teresina Giovannini che fu una bisbetica nel vero senso della parola, e trovò nella sua voce quei toni aspri ed acuti che richiedeva la sua parte, e fu ben coadiuvata da Marino Gentilucci, prima fidanzato poi mancato amante della protagonista con la quale ebbe vivacissimi battibecchi. Anche Antonino Sebastiani, nella parte del padre confusionario e parolaio se la cavò abbastanza bene, malgrado qualche incespicatura dovuta alla poco sicurezza della parte, che però non fu notata: perché non disdicevole al personaggio. Insomma anche questa volta restai abbastanza soddisfatto sia dell’esecuzione, sia del gradimento del pubblico. Per la cronaca, questa fu l’ultima volta che avemmo la collaborazione della signorina Giovannini, perché pochi mesi dopo convolò a giuste nozze coronando l’idillio che era sbocciato con un giovane <51>del nostro gruppo proprio durante le prove della commedia. Cose che accadono facilmente fra le filodrammatiche.
Ma non mi fu difficile ritrovare altri elementi femminili per la recita seguente, per la quale mi rifornii abbondantemente scegliendoli fra il corpo insegnante dell’istituto Commerciale di Foligno dove insegnavo dal 1933. Furono ben cinque giovani professoresse che aderirono alla mia iniziativa, alle quali aggiunsi il segretario dell’istituto Rag. Paci. Dei nostri, non contando me, parteciparono soltanto Marino Gentilucci e Antonio Sebastiani.
La commedia fu rappresentata al Teatro Clitunno il 5 Giugno 1938 ed era: “Ho perduto mio Marito!” di Giovanni Cenzato. Avrebbe potuto avere come sottotitolo: “L’arte di accalappiare un marito” ed è proprio quello che c’insegna la protagonista, la quale finge di aver perduto un merito immaginario e lo insegue in varie città d’Italia facendosi accompagnare da un suo cugino scapolo impenitente che però, a furia di trovarsi con tutta famigliarità con quella ragazza carina e intraprendente, finisce per diventarne innamorato; e quando è cotto a dovere, lei non fa che tirare le reti: il marito immaginario scompare e… il merlo è preso.
Le quattro professoresse recitarono abbastanza bene, specialmente la signorina Scagliarini che aveva una figura graziosa e fu vivace e birichina e piacque al pubblico. Una di esse si prestò come suggeritrice, il Rag. Paci nella parte del finto marito, contribuì al finale della commedia.
Rivedendo il resoconto finanziario di quella rappresentazione trovo che al successo artistico non corrispose il successo economico, in quanto che ci fu una perdita di L, 65,60. Fortuna che avevo messo da parte qualche <52>cosa dalle rappresentazioni precedenti e potei cavarmela senza rimetterci di tasca mia!
Durante l’inverno ebbi la sorpresa di sentire che una compagnia drammatica, capeggiata da Liberto Palmarini, aveva chiesto ed ottenuto per qualche sera l’uso del nostro Teatro. La notizia che un grande attore come Liberto Palmarini, di cui avevo ammirato molte interpretazioni tra le quali quella magnifica dell’Enrico IV di Pirandello, veniva proprio a Trevi, mi sembrava incredibile. Ma quando fui pregato dalla Direzione Teatrale di ospitarlo nella nostra casa, richiesta ben volentieri accettata, e me lo vidi davanti, capii la ragione perché quello che era stato uno dei migliori attori italiani del primo dopoguerra, potesse ridursi a piantar le tende in un piccolo Teatro di provincia. Era un rudere di uomo, malandato di salute, rovinato dall’abuso del fumo e del caffè. Mi confessò di essere arrivato a 150 sigarette al giorno e ad un numero incredibile di caffè.
Le sue recite, nelle quali si riservava delle parti secondarie, non potevano non deludermi, sebbene di quando in quando vi rivelasse qualche bagliore della sua antica potenza di attore, ma non paragonabile a quello che rimaneva di lui nel mio ricordo. Anche gli attori che aveva raccolto con sé, sebbene non spregevoli, non erano di grande merito. Seppi poco tempo dopo la sua partenza che era morto a Milano. Me ne rimase un triste ricordo ed un esempio di quello a cui può condurre una vita sregolata.
Poiché sono entrato nell’argomento di compagnie di professionisti passate per il nostro Teatro, tornando indietro nel tempo, mi piace ricordare un’altra compagnia venuta alcuni anni prima, credo nel 1931, quella di Gastone Monaldi, un tempo rinomato attore in vernacolo <53>romanesco, che presentò invece, con la moglie Fernanda Battiferri lavori del vecchio repertorio, ancora graditi al nostro pubblico, come “Il Padrone delle Ferriere” ed anche qualche lavoro più recente coree “Il piccolo Lord”. E per tornare ancora più indietro, fra i ricordi d’infanzia, ci sono le recite della compagnia di Pippo Tamburi che in dialetto romanesco si presente fra l’altro “Santarellina” “Er purcino tra la stoppa”. Poco tempo dopo passò a Trevi un’altra compagnia di cui non ricordo i nomi che presentò dei lavori altamente drammatici che fecero grande impressione al mio animo di ragazzo e furono “La fiaccola sotto il moggio” di D’Annunzio, la “Margherita Gauthier” di Dumas e “La moglie del Dottore” di Zambaldi.
E a conclusione di queste notizie su compagnie di attori professionisti passate nel nostro Teatro, non voglio tralasciare il ricordo della compagnia Cerlesi-Zanzi, composta da bravi attori (Il Crlesi passò poi al cinematografo) che si fermò a Trevi nel 1932 durante la permanenza di un gruppo di allievi ufficiali di Spoleto e rappresentò vari lavori, ad alcuni dei quali noi filodrammatici fummo invitati a partecipare. Io mi trovai a rappresentare una parte in “Parigi !” di Adami ed un’altra in “Romanticismo” di Rovetta nel quale fui Cesky, il romantico polacco che tradisce per amore. Ricordo la simpatia cordiale con la quale eravamo accolti dagli attori, ma anche la difficoltà di affiatarci con loro e di adattarci al loro modo dì recitare, intimoriti dalla loro estrema sicurezza sulla scena e della tecnica di professionisti che otteneva con grande facilità degli effetti che a noi costavano invece tanta fatica ed impegno.
Intanto, per ritornare alla nostra storia, si era giunti alla primavera dell’anno cruciale 1939. Come oramai <54>avveniva spesso, c’era a Trevi un battaglione di allievi ufficiali e naturalmente parecchi ufficiali del 52° Reggimento Fanteria di stanza a Spoleto, come istruttori. Malgrado le nubi minacciose che oscuravano l’orizzonte della politica internazionale, la nostra Filodrammatica, in unione con alcuni giovani militari, mise in scena, valendosi di un certo aiuto per la regia di un allievo che aveva vinto i Littoriali del Cinema e che aveva nome Squitteri, una brillante commedia di Corra e Achille “Il Pozzo dei Miracoli” che avevo visto recitare da Gandusio. Vi presero parte un ufficiale e due allievi oltre alla nostra compagnia per la quale va ricordata la signorina Italia Falasca nella parte difficile della protagonista, Luigi Cecchini nella parte del Maggiordomo, Antonio Sebastiani in quella di un solenne magistrato, la signora Bartolini, una vivace cameriera, e Paolo Onori, il marito burlone. Io mi assunsi la parte del protagonista e ce la misi tutta per rendere quel personaggio pieno di. verve il più effervescente possibile. L’interesse di un pubblico non comune ed i suoi consensi di simpatia mi diedero una discreta soddisfazione. Per chi non la conoscesse, la commedia inette a confronto due situazioni paradossali: da una parte uno strano marito, partito per l’Africa, fa credere dì essere morto ed impone per testamento alla bellissima presunta vedova, se non vuol perdere la sua vistosa eredità, di sposare il 10° accattone che facesse la fila per la minestra dei poveri distribuita da un ente assistenziale in Budapest; dall’altra, un artista di fama, brillante prestigiatore e illusionista, ha fatto una scommessa, che dovrà avere una forte risonanza pubblicitaria, di vivere per un anno di elemosina, sotto mentite spoglie. Il caso (o meglio i due autori della commedia) mettono a confronto i due personaggi, poiché il presunto mendicante viene pescato <55>proprio al decimo posto della fila dei poveri e trasportato dall’esecutore testamentario nella fastosa residenza della bella vedova. I casi divertenti derivati da questa strana situazione si moltiplicano; l’uomo stupisce tutti per le sue trovate e la sua abilità dì presunto ladro, smaschera un tipo equivoco pretendente della graziosa vedova di cui voleva assicurarsi l’eredità, ed infine riesce ad interessare la donna, la quale dopo vari tentativi di resistenza si sente attratta dal fascino di quell’uomo misterioso che le prospetta una vita piena dì movimento e di avventure. Si avvia così verso la definitiva unione con l’uomo che in un primo momento credeva di dover subire con repugnanza. Sul più bello ritorna il marito dall’Africa, il creduto morto, che provoca uno scompiglio generale. Lui crede di accomodar tutto mettendo la cosa in burletta, ma trova una resistenza che non s’aspettava e riapre una crisi che sembrava risolta, ma che si risolverà infine in un modo del tutto inaspettato, non troppo felice per il marito stravagante.
Mentre recitavo in questa commedia davanti ad un pubblico composto in gran parte da militari, compreso il Comandante del Reggimento ed alcuni Comandanti di battaglione, non avrei mai pensato che, poco più di un mese dopo, sarei stato richiamato alle armi e mi sarei trovato alle dipendenze proprio di quegli Ufficiali Superiori col grado di Capitano, e che avrei passato circa cinque mesi di servizio militare, in clima prebellico, partecipato a un campo d’armi. e ad esercitazioni tattiche, in mezzo ad un ambiente dov’ero, fra l’altro, conosciuto come “quel capitano che recitava” !
Intanto, come si temeva, la follia del maniaco Hitler scatenò la seconda guerra mondiale, che doveva essere così fatale all’Italia. Però in un primo momento sembrò <56>che il nostro Paese rimanesse estraneo, avendo il Governo pronunciato una dichiarazione di non belligeranza. Cosicché, malgrado la situazione sempre preoccupante, interrotto il mio servizio militare perché esonerato come capo d’azienda, trovai modo di far qualche cosa per il Teatro. Durante la primavera del 1940, prima che il fatale 10 giugno portasse anche l’Italia alla dichiarazione di guerra, mettemmo in scena un lavoretto di Gaspare Cataldo: “La Signora è partita” che fu rappresentata al Clitunno il 7 aprile e fu ripetuta la Domenica seguente al Teatro Littorio di Montefalco e poi ancora a Todi il 21 aprile. È stata la prima volta che ho preso l’iniziativa di portare la nostra piccola compagnia fuori del nostro ambiente. E posso dire che è stata una cosa divertente, perché abbiamo trovato buone accoglienze dappertutto ed elogi ed un onesto svago nelle varie allegre cenette che accompagnavano le recite. Bisogna dire che la commedia scelta non ci creava troppi problemi. Era basata su di una trama leggera che trattava di una crisi matrimoniale felicemente risolta, cd aveva scarse esigenze di scena e di vestiario, cosicché, se non ci avanzò molto per la copertura delle spese, bastò per farci godere due belle scampagnate.
Ma, ahimé, era l’ultimo felice periodo della nostra Filodrammatica, prima che la terribile guerra, che secondo i Tedeschi doveva essere una guerra lampo, si estendesse anche alla nostra Italia e sconvolgesse tutto il mondo con una serie di disastri, di stragi, di rovine immense. Era logico in queste condizioni lasciare da parte ogni progetto di recitare. Eppure, nella primavera del 1941, quando sembrava che la guerra risparmiasse il nostro territorio e si avviasse ad una soluzione, ci fu da parte nostra un timido tentativo di mettere in scena una <57>commedia di Giovanni Cenzato intitolata “Il Ladro sono io!“. La commedia ebbe un modesto successo ed ebbe a protagonista femminile la signorina Falasca. Fu un tentativo sporadico perché la guerra ormai divampava in tutto il mondo e doveva anche estendersi nel nostro territorio nazionale. Per quattro anni e cioè fino all’epilogo della tragedia non ci furono nostre rappresentazioni al Teatro Clitunno. Ricordo che verso la fine di maggio del 1944 esso ospitò una troupe di artiste tedesche di varietà, che poi dopo la mezzanotte si trasferirono in casa mia, già occupata da ufficiali delle Luftwaffe, e passarono il resto della notte in baldoria, con quanto diletto mio e della mia famiglia ammucchiata in poche stanze, è facile immaginare.
Antica famiglia attestata in Trevi dal 1344, i cui componenti fin dal 1378 risultavano iscritti nel “consiglio di maggior stima”, cioè tra i più abbienti..1
Tra i suoi membri figurano medici, giuristi, letterati e militari e nei secoli molti suoi membri si sono imparentati con famiglie nobili trevane (Valenti) e forestiere
Il nome più ricorrente è Vero de’ Veri, appartenuto a più soggetti in epoche diverse.
Vero de’ Veri, o de Verruli, di magistro Angelo, conservatore di Narni nel 1367.7
Chiesa parrocchiale di Picciche(portale laterale, partic.)
Stemma della Famiglia Veri.
(foto15/6/07)
Vero de’ Veri,
dottore, uditore di Paolo IV(1544), ebbe vari incarichi in patria e fuori: Governatore di Todi (1543), oratore a Roma per la controversia “dei Paduli” (1553) Podestà di Perugia (1554)