[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
<217>
Ritornando nella navata grande, troviamo alla nostra destra e di fronte alla cappella dei Re Magi, quella che in altri tempi si disse e fu «la cappella di S. Caterina».
Quale fosse la primitiva sua decorazione, non sappiamo. Qualche scarso documento ci dice che fu di patronato della famiglia di Tiberio Valenti (m. 1566) e suoi eredi. L’ultimo patrono fu un Pompeo di Bonaventura Valenti che, ritornato in patria, dopo esercitato con poca fortuna il mestiere delle armi, nelle truppe del duca di
<218> Ferrara, non si credette più in grado di sostenere l’onere di questa cappella, come glielo avevano lasciato i suoi antenati, e decise cederla, col piccolo patrimonio annesso, ai Canonici Lateranensi.
Era allora preposto delle «Lagrime» D. Matteo Nabruzzi, di distinta famiglia ravennate, il quale nel 1741 provvide a far decorare la cappella, come ora la vediamo. Secondo il Natalucci, la cappella fu fatta dipingere «molto vagamente»(1). Ma — per la verità — la decorazione è assai modesta. Si tratta di un prospetto d’altare, con quattro colonne a tortiglione, dipinte a marmo verde antico, ornate di rami d’alloro e di altre decorazioni barocche, come portava il gusto di quei tempi. Devo riconoscere tuttavia che si tratta di un lavoro sobrio ed eseguito con cura; i fiorami sono ben dipinti e le volùte non sono eccessivamente contorte; insomma un bel barocco, che attesta la buona volontà ed il relativo buon gusto del committente (2).
Sull’altare era prima un quadro rappresentante S. Caterina. Ma quando. nel 1855 la chiesa fu affidata ai Padri Liguorini essi vi sostituirono in un grande dipinto la figura del loro fondatore S. Alfonso de’ Liguori, inginocchiato dinanzi ad un altare, in atto di adorare il S.S. Sagramento.
* * *
Il visitatore osserva che ai lati di questa cappella sono due rincassi vuoti, che mostrano il muro rustico. Erano prima qui due tele rappresentanti S. Cecilia e S. Caterina, vergini e martiri. Ora ambedue questi dipinti sono nella Pinacoteca comunale di Trevi. Ma poiché facevano parte della decorazione di questa chiesa, ne dò qui le immagini e la descrizione sommaria.
S. Caterina d’Alessandria (Fig. 33) è in atteggiamento maestoso e dolce, ad un tempo. La mano destra è appoggiata sull’impugnatura di una grande spada snudata, che poggia con la punta su di un segmento della ruota a denti, che — secondo la tradizione — si
________________________
(1) Ms. cit. f. 244
(2)Per queste benemerenze il Nabruzzi fu confermato abate delle «Lagrime». Il procuratore generale dei Lateranensi, con sua supplica del 13 Marzo 1742 raccomandava alla Congregazione dei Vescovi e Regolari tale conferma, perchéil Nabruzzi si era «reso molto utile a quella assai tenue abbazia; ma ancora gli (sic) cagionerebbe nuovi vantaggi se nella stessa proseguisse». Il Nabruzzi era anche molto dotto. Nel 1726 era «lettore» ossia insegnante a S. Maria «in porto» di Ravenna. (Arch. S. Pietro in Vincoli. Registro delle suppliche etc; dal 1740 al 1745 f. 139).
<219> spezzò quando con essa si vollero martoriare le carni della santa.
La mano sinistra sorregge un grosso volume chiuso, forse il Vangelo. Il capo della santa, cinto di corona e circondato da aureola, è lievemente inclinato verso destra. Lo sguardo tranquillo e le fattezze gentili dànno alla figura espressioni di dolcezza devota e di fortezza d’animo; e le accrescono decoro le vesti riccamente drappeggiate.
Il fondo — che ebbe a subire i danni dell’umidità — fu malamente restaurato in tempi non lontani.
La S. Cecilia (Fig. 34) sorregge con ambo le mani un piccolo organo. La testa con aureola è inclinata a sinistra, e sulla nuca svolazza un nastro, che elegantemente tiene legata la capigliatura bionda.
Su la tunica bianca scende il manto rossiccio, che va dalle spalle al tallone sinistro, mentre sulla destra è sobriamente drappeggiato e sorretto dalla mano.
Ai piedi della santa sono un cembalo, un flauto ed un libro di musica aperto.
Queste due figure sono grandi poco meno del vero. Le tele misurano m: 1,50 X 0,50. Di esse è ritenuto autore lo Spagna. Ma per il fatto che sono dipinte a tempera su tela, tecnica questa assai rara in quel pittore, si volle da taluno affacciare l’ipotesi che si tratti di opere di qualche suo allievo o piuttosto imitatore. Manca ogni documentazione in proposito; e poiché queste opere — per quanto pregevoli. non sono di eccezionale importanza — nessuno dei critici che ne ha data la descrizione o la notizia si è preoccupato di ricercarne l’autore. Onde io farò altrettanto accettando e ripetendo la tradizionale attribuzione allo Spagna. Sarei stato ben lieto di poter accogliere il parere del Burckhardt che vede in queste tele il ricordo di opere giovanili di Raffaello. Ma non mi sembrano molti, né attendibili i dati di riferimento ed i termini di confronto (1); nonostante che anche il Layard veda in queste tele l’influenza raffaelesca (2).
(1) G. Burckhardt. Der Cicerone, Lipsia, 1893, pag. 602.
(2) Austen Henry Layard. The italian school of painting. London, Murray, 1907. p. 244
, Desclée, 1928- pagg. da 186 a 217) [ I numeri in grassetto tra parentesi acute
< >
indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
QUESTA . CAPPELLA . LAFACTA (sic) . FARE . DIOTEGUARDI . DA TRIEVI . AD . HONORE . DE . S. FRANCESCO.
Queste parole — così semplici e chiare in apparenza — sono scritte sotto al grande affresco che copre tutta la parete di fondo della cappella. Il frettoloso, e spesso ingenuo, visitatore crede che in esse sia tutta la storia di questa opera d’arte — tanto più che ai lati dell’altare è scritta anche la data dell’esecuzione del lavoro — e, soddisfatto, più non domanda.
Ma le cose stanno ben altrimenti, e quelle modeste parole sono l’epilogo di tutta una serie di complicatissime vicende, nelle quali non mancò neanche qualche nota amena. Si vedrà poi il perché di questa mia affermazione.
Nell’Archivio «delle 3 chiavi» del nostro, comune ed in quello dei Canonici Regolari Lateranensi a S. Pietro in Vincoli, a Roma, si conservano numerosi documenti — circa un centinaio — che si riferiscono alle vicende giudiziarie ed artistiche di questa cappella. E siccome sono di molto interesse, anche sotto il punto di vista della storia e della critica, qui pare utile narrare per esteso, ma con la maggiore brevità e chiarezza possibile l’intricatissima faccenda.
L’ 11 Settembre 1503 Dioteguardi, figlio di Antonio Bartoluzzi, sopranominato «Spadetta »(1) da S. Lorenzo —castello appartenente anche ora al comune di Trevi — faceva testamento in casa sia per mano del notaio trevano Tommaso Gabrielli.
Erano presenti, quali testimoni, D. Serafino Ambrosi, da Pavia, preposto delle «Lagrime»; D. Urbano, da Prato, vicario; D. Gerolamo, da Cremona; D. Giuseppe, da Vercelli; D. Baldassarre, da Mortara: tutti canonici Lateranensi; più un tale Onofrio Liberarti, da Trevi.
Dopo i soliti legati per il funere ed altro, il testatore vuole che
______________________
(1) Antonio Bartoluzzi morì nel 1464. I1 1° Agosto di quell’anno il nostro Dioteguardi si presente al podestà di Trevi, Ugolino de Gualteriis di Castelbolognese, per chiedere sia nominata sua tutrice la madre Elena e tutore un ego zio, a nome Cristoforo Masci(Archivio notarile — Trevi. To. 107, fogli non numerati, Rogiti di Tommaso Gabrielli
<187>si faccia una cappella nella chiesa delle «Lagrime», con tutti i suoi «fornimenti» e paramenti, per i quali lascia 100 «fiorini ». Il preposto attuale delle «Lagrime» od i suoi successori siano arbitri di indicare il disegno e provvedere alla esecuzione di detta cappella. Si noti fino da ora questa circostanza importantissima.
Alla cappella lascia una dotazione di 4200 «fiorini ». Nomina esecutore testamentario il medesimo preposto, dandogli pieni poteri per ricavare dai beni del testatore i mezzi necessarii per il compimento della cappella e per l’esecuzione dei legati.
Tolti questi speciali lasciti, nomina erede di tutti gli altri suoi beni la cappella medesima, e per essa il preposto, per la fabbrica della chiesa. E dichiara esplicitamente che questo egli fa perché così gli è piaciuto, per la salute dell’anima e del corpo suo ed in suffragio delle anime dei suoi cari defunti. Aggiunge essere questo il suo ultimo testamento; e dichiara — si noti bene!— che, se mai ne facesse un altro, s’intenda fino da ora averlo fatto non di sua spontanea volontà: ma perché sarà stato importunato dai suoi parenti! E si dovrà ritenere che tale successivo testamento sia stato senz’altro carpito, se non conterrà nel testo, parola per parola, questa orazione: «Angnole qui meus es custos, pietate superna me Tibi commissum, salva et defende. Per Dominum nostrun Jesum Christum filium tuum. Amen ».
Questa giaculatoria — che nelle ultime parole contiene un’eresia bella e buona — era il segno di riconoscimento che doveva garantire l’autenticità, anzi la spontaneità, di un eventuale nuovo testamento del Dioteguardi. In mancanza di questo segno — che, in forma più o meno variata, si usava qualche volta a quei tempi — vuole sia nulla ogni altra disposizione testamentaria, poiché non intende mai più revocare la presente. E, anzi per render nullo fino da ora ogni posteriore testamento, dichiara che, con il presente atto, vende tutti i suoi beni al preposto delle «Lagrime» ; eccetto i legati di cui sopra. Soltanto riserva per sé una casa in S. Lorenzo.
Non sarà sfuggito al lettore il fatto che a questa manifestazione dell’ultima volontà del Dioteguardi furono presenti tutti i Canonici delle «Lagrime », che dovevano essere poi gli eredi. Molto meno questa circostanza passo inosservata alla moglie(1) ed agli
(1)Il Dioteguardi aveva in prime nozze sposata Falconiera di Nicola Petri (Archivio notari1e — Trevi — Rogiti di Costantino di Giovanni — 24 Novembre 1470).
<188>altri parenti del Dioteguardi. I1 quale, pover’uomo, aveva veduto giusto quando prevedeva qualche importunità e, forse, qualche violenza, da parte dei suoi congiunti.
Infatti, qualche tempo dopo, — non si sa il giorno preciso —esso fu «portato» a Foligno, in casa di un suo cognato e lì —spinte o sponte — gli fu fatto fare un altro testamento, per mano di un notaio trevano: ser Giulio di Bernardino Origo.
In questo secondo testamento il Dioteguardi lasciava erede universale la moglie, Francesca d’Andrea, da Papiano, castello dell’Umbria presso Marsciano, finché conducesse vita vedovile ed onesta. Altrimenti le restituiva 50 «fiorini» avuti in dote, e tutto il resto del patrimonio lasciava per legati pii, in genere.
Non esistono nel nostro archivio notarile i rogiti di questo notaio; non so, quindi, quale fosse il preciso contenuto del testamento, del quale trovo soltanto in altri documenti il sunto surriferito. E’ certo pero che deve essere stato fatto non oltre il Settembre 1503, poiché in quel mese il Dioteguardi morì, nella età ancora fresca di circa 50 anni o poco più (1).
É chiaro che da un simile stato di cose, anche il più modesto leguleio avrebbe tirato fuori di che leticare per parecchie generazioni! E così fu, anche per iniziativa degli interessati, che —. come dirò — erano in molti. Ed avevano le loro buone ragioni di disputarsi la successione, poiché il patrimonio lasciato dal Dioteguardi era — per quei tempi in ispecie — abbastanza vistoso. Si trattava di oltre 50 appezzamenti di terreno, dati a colonia — ad coptumum come dicevano allora — od in affitto, a quindici coloni o lavoratori complessivamente. Di più facevano parte del patrimonio anche sei case. Di denari contanti non vi è memoria; ma — tutto sommato — si attribuiva alla eredita un valore di circa 3000 «ducati» che —— presso a poco —— equivalevano a 3000 «scudi »; e in moneta nostra attuale avrebbero un valore almeno decuplo, cioè da 100 a 150 mila lire.
Erano queste le faville che avevano accesi i cuori e svegliati gli appetiti!
Da un lato, dunque, la vedova; dall’altro i Canonici Regolari Lateranensi e — tra i due contendenti — quattro cugini del Dioteguardi.
(1) Desumo questo dato dal fatto che nel 1471 il Dioteguardi non aveva ancora 25 anni. Infatti il 25 Marzo di quell’anno la sua madre e tutrice — Elena — stipula un atto di pace a nome di lui con Tommaso Filippini e Vannuccio suo figlio. Il Dioteguardi ratificherà la pace quando avrà raggiunta l’età maggiore, cioè i 25 anni. (Archivio notarile — Trevi — To. 133, f. 9. Rogiti di Battista Costantini).
<189>Questi erano gli aspiranti alla cospicua eredità. Ma il bello si e che tutti affacciavano il loro diritto, basandosi su tre diversi testamenti. I Lateranensi si facevano forti del primo testamento del Dioteguardi, fatto a Trevi. La vedova si valeva di quello che aveva fatto fare a Foligno al suo più o meno compianto marito. I cugini tiravano in ballo il testamento in data 10 Decembre 1449 di un Giacomo Bartoluzzi, avo loro e del Dioteguardi.
É interessante seguire nei numerosi documenti le schermaglie e le argomentazioni che le tre parti in causa appuntavano 1′ una contro l’altra.
I più aggressivi furono i cugini del Dioteguardi : Riccio di Giacomo Bartoluzzi, che era come «il capeggiatore », Alessandro di Francesco, Luciano Marini e Zucco di Alessandro Cristofori. Questi poco dopo la morte del Dioteguardi invase i terreni dell’eredità. A buon conto!
La prima ad insorgere contro tale prepotenza fu la vedova del defunto. Essa ricorse, senz’altro, al papa. E questi — Giulio II — con un suo breve del 4 Gennaio 1504 — dava commissione al priore di S. Emiliano di Trovi e al preposto delle «Lagrime» di pubblicare in chiesa la scomunica contro i delinquenti — iniquitatis filii, come si chiamavano allora — usurpatori dei beni, che la vedova credeva suoi. Si notino due circostanze: la prima che questa donna nel suo ricorso al papa non aveva fatto i nomi degli invasori, tanto che il breve e contro ignoti; la seconda che il papa incaricava dell’esecuzione del suo breve anche il preposto delle «Lagrime» che era anch’esso parte in causa,; per quanto non ancora avesse fatto valere i suoi diritti.
Ma v’e di più! La vedova pochi mesi dopo — il 26 Giugno — affidava i suoi interessi ad uno dei canonici delle «Lagrime ». D. Domizio da Bergamo, nominandolo suo procuratore ad lites. Segno che essa viveva tranquilla e non si aspettava di vedersi molestata dai Lateranensi nei pretesi suoi diritti ereditari.
* * *
Ma la cosa non poteva andare più a lungo, né era presumibile che quei religiosi rinunziassero — con danno della chiesa e loro — alla eredità del Dioteguardi. E così, seguendo l’esempio di quegli altri, un bel giorno il preposto, seguìto da Bartolomeo Lucarini, da Massio Celli, due egregi cittadini di Trevi, dall’usciere — bajulus — del comune e dal cavaliere — socius miles — aiuto del podestà, si recarono a S. Lorenzo e presero anch’essi possesso dei beni in questione
<190> non senza aver prima avuto l’avvertenza di far sequestrare, con un rescritto del cardinale legato di Perugia ed Umbria. tutti i raccolti fatti e da farsi sui terreni del Dioteguardi, in mano dei coloni dei medesimi (1).
Cominciavano così le ostilità con la vedova, la quale l’11 Ottobre ricorreva al medesimo cardinale legato — che era lo spagnuolo Giacomo Serra — denunciando l’avvenuta occupazione da parte dei Canonici delle «Lagrime» e domandando che si rimettesse all’abate olivetano di S. Maria in Campis di Foligno la definizione della vertenza.
Il giorno seguente — le cose si facevano qualche volta alla svelta anche allora!— l’abate suddetto D. Costantino Piccioni, di Foligno, dottore in decretali, sentenziava contro i Lateranensi e contro chiunque occupasse i beni della vedova Bartoluzzi; non solo; ma revocava in pari tempo il sequestro che il cardinale legato aveva posto sui raccolti fatti o da, farsi, a richiesta del preposto delle «Lagrime ». Ed a questo — secondo il formulario di allora — imponeva «perpetuo silenzio»!
Inutile dire che la formula rimase tale, nonostante che la sentenza fosse solennemente pubblicata in Trevi, sulla piazza del comune, presso la fontana, che si chiamava — non so perché — dell’acqua morta.
Tutto ciò non fece molta impressione ai Canonici delle «Lagrime »; i quali mandarono un memoriale all’abate di S. Maria in Campis, che aveva emessa la sentenza, osservando che questa non aveva valore; prima di tutto perché il preposto non era stato regolarmente citato; in secondo luogo perché i Canonici Regolari Lateranensi — per speciale privilegio concesso loro da Sisto IV — non potevano essere giuridicamente soggetti che al giudizio della Santa Sede; ed avevano, altrimenti, il diritto di scegliersi il giudice. A conferma di ciò ottennero anche un rescritto del cardinale legato di Perugia, che proibiva all’abate di S. Maria in Campis d’interessarsi più oltre della causa contro i Lateranensi. E tre giorni dopo — il 19 Ottobre 1504 — il preposto delle «Lagrime» si presentava a Foligno per dichiarare che esso intendeva scegliere a giudice della sua vertenza con
_____________________
(1) L’istrumento della presa di possesso e del 16 Ottobre 1504, rogito del notaio trevano Ippolito Gabrielli. Trovasi però in un foglio intercalare non numerato in un protocollo dell’altro notaio Angelino di Sante Silvestri. (Archivio notarile —Trevi — To. 3)
<191> la Bartoluzzi, l’abate olivetano di S. Pietro di Bovara presso Trevi. Ma tutto ciò non bastò a persuadere l’abate Piccioni di S. Maria in Campis, il quale non volle riconoscere la validità dei privilegi ed ordino la prosecuzione del giudizio!
Vengono, perciò, interrogati vagr testimoni, che depongono anche sulla avvenuta morte del Dioteguardi; — c’è chi garantisce di avere assistito ai suoi funerali e di averlo visto seppellire alle «Lagrime»! — sull’ invasione dei beni da parte dei Lateranensi, ecc. Si noti la curiosa procedura e il formalismo così poco illuminato! Era circa un anno che si disputava della eredità: e al giudice viene, all’ultimo momento, il dubbio che il Dioteguardi potesse essere ancora vivo! E della morte di lui vuole la prova testimoniale, poiché non c’erano ancora i registri parrocchiali, che furono in uso soltanto dopo il Concilio di Trento.
Naturalmente, questa procedura, che disconosceva i privilegi ed i presunti diritti dei Lateranensi, non poteva essere da loro pacificamente accolta, nell’interesse della chiesa. E perciò — nonostante il «perpetuo silenzio» ad essi imposto — presentarono appello al cardinale legato. Ma l’abate di S. Maria in Campis procedeva imperterrito; e, dopo uditi i testimoni e la vedova, emise altra sentenza favorevole a questa, riconoscendola quale legittima erede del Dioteguardi, in base all’ultimo testamento di lui e negando ai Lateranensi ogni diritto su quella eredità. Ma essi, senza attendere l’esito dell’appello presentato al legato di Perugia, ricorsero direttamente al papa.
Non posso lasciare sotto silenzio i pareri legali che i Lateranensi, forse non completamente sicuri del fatto loro, vollero procurarsi da illustri giuristi dell’epoca. E, poiché i documenti sono al completo, credo utile dare un cenno del loro contenuto, anche per rievocare i nomi degli avvocati, quasi tutti umbri.
Il primo consulente fu il celebre Dolce Lotti, da Spoleto. Egli scrive ben dodici pagine di fittissimo carattere. Fa un breve riassunto dei fatti, dal quale sappiamo che il Bartoluzzi nel suo secondo testamento aveva esplicitamente dichiarato che intendeva revocare il primo, anche se in questo fossero state apposte clausole derogatorio di qualunque genere. Con tutto ciò, la conclusione a cui giunge il Lotti nel suo «parere» e che il secondo testamento non s’intende avere revocato il primo, perciò si suppone che nel secondo sia mancata la volontà, tenendo conto delle riserve che il Bartoluzzi aveva
<192>fatte nel primo testamento, quando prevedeva le insistenze dei suoi parenti. E — oltre a citare Bartolo, Labeone ed altri giuristi — il bravo avvocato spoletino, da uomo di mondo, aggiunge che il testatore, quando accennava a quelle insistenze, intendeva alludere alle seduzioni ed alle moine della donna, di cui gli uomini (specialmente giunti ad una certa età) sono sempre facile vittima(1). Tanto più elle quella che, all’ultima ora, diventò la moglie del Bartoluzzi, era invece, stata, fino a quell’epoca la sua concubina! Circostanza questa finora non conosciuta; ora che vedremo essere messa in evidenza anche in altra occasione.
Il Lotti conclude per la validità del primo testamento, anche in vista della «pia causa» per la quale era stato fatto.
Al parere del Lotti segue, nello stesso fascicolo, quello di Baglione Vibi o da Monte Vibbiano, illustre giurista perugino ed avvocato concistoriale (2).
Egli e più conciso del Lotti; e dichiara, adducendo altre ragioni, e citando altri autori, che condivide l’opinione del «chiarissimo dottore, signor Dolce Lotti da Spoleto, onorevole collega»; e conclude a favore della Madonna delle Lagrime.
(1) «… testator prospexit obiectamentis et mulierum nugis, quibus facillime viros alliciunt ». Dolce Lotti fu giurista assai famoso del suo tempo. Fu consigliere ed amico di Federico di Montefeltro, duca di Urbino. A Roma, nella corte Pontificia, ottenne fosse condannato a morte un Colonna, protonotario apostolico. Fra i meriti — o quasi — del Lotti uno fu quello di avere sempre avuto prospera fortuna e di aver vissuto in una continua felicità. Così almeno afferma lo storico spoletino Severo Minervio (SEVERII MINNRVII – De rebus gestis atcque antiquis monumentis Spoleti libri duo, in SANSI ACHILLE, – Documenti – Foligno, Sgariglia 1871, p. 98).
(2) Il Vibi nacque circa il 1431. Fu tra i «lettori» o professori ordinari dello «studio» perugino. Ebbe cariche pubbliche assai importanti, come quella di ambasciatore della sua città alla corte romana, ai tempi di Alessandro VI e di Giulio II. Morì nel 1511.
Le tombe dei Vibi o Montevibbiani si vedono tuttora nella chiesa di S. Pietro di Perugia, dov’è la loro cappella ornata dalle sculture di Mino da Fiesole, al quale il nostro ne aveva data commissione. (Cfr. G. 11. VERMIGLIOLI – Biografia degli scrittori perugini –
Perugia, Baduel, 1829, To. II, parte II, pag.: 323 ss.). Di questo giureconsulto trovo memoria anche in un breve d’Innocenzo VIII in data 14 Novembre 1496, quando il fratello di Baglione, a nome Vincenzo e dottore in utroque anche lui, venne nominato avvocato fiscale della Camera di Perugia e del ducato di Spoleto; carica tenuta prima dal nostro Baglione, che la dovette abbandonare, quando, nominato avvocato concistoriale, era trattenuto a Roma dai doveri di quell’officio. (Archivio segreto pontificio – Armadio LX – To. I – N. 132).
<193>Il terzo consulente e il dottore Vincenzo Ercolani, di Perugia, altra celebrità dell’epoca ed avvocato concistoriale anch’esso.
Aggiunge poche parole ai pareri degli altri due «competentissimi consulenti» e conferma, con altre citazioni autorevoli quello che essi hanno concluso. Fa notare che, il Bartoluzzi nel primo testamento esprimeva il timore di poter esser vittima delle coercizioni dei suoi parenti; mentre nel secondo non dice che tale timore fosse scomparso; dunque e mancata la libera volontà; tanto più che il Dioteguardi, infermo e quasi prossimo a morire, fu condotto (traductus fuit) a Foligno, dove «in casa del fratello di sua moglie fece il secondo testamento ». Quindi è chiaro che e mancata in lui ogni liberta d’azione; tanto vero che nel testamento non e detto — come si sarebbe dovuto, secondo il formulario allora corrente — che fosse stato fatto di sua libera e spontanea volontà.
Per queste ragioni anche l’avvocato Vincenzo Ercolani e favorevole alle «Lagrime» (1).
Nonostante pero quest’unanimità di pareri, che davano soddisfazione ai desideri dei Lateranensi, questi non si lasciarono pienamente convincere e vollero sottoporre i responsi di quei giuristi a quello di un altro più lontano e di maggior fama. Abbiamno così, il parere legate dell’avvocato Angelo Cesi, romano e giurista di gran grido a quei tempi (2).
(1) Vincenzo Ercolani figura tra gli avvocati concistoriali, sotto la data del 1515. (Cfr. Ottavio Pio Conti – Elenco dei «Defensores» e degli avvocati concistoriali – Roma, Tip. Vaticana, 1905, pag. 43). L’Ercolani era giureconsulto molto apprezzato. Lo soprannominavano «il fregio », ossia «lo sfregiato », perché era stato ferito al viso dal figlio di un suo invidioso collega. Pubblio pareri e dispute. Presso gli eredi si conservavano fino al sec. XVII due volumi con 300 «pareri» legali manoscritti. Fu ambasciatore della città di Perugia a Roma. Benché vecchio e cieco, continuo per altri cinque anni ad insegnare nell’università di Perugia, dove si faceva condurre a cavallo, dicendo che era questo il suo dovere ed era pagato per questo! Morì nell’Aprile 1539. Gli furono fatti solenni funerali e venne sepolto in S. Domenico nella cappella di S. Tommaso. (Cfr. «avvenimenti occorsi nella città di Perugia principiando dall’anno 1535» — Codicetto anonimo del sec. XVII ms. di pag. 146, presso i signori Francesconi di Trevi, pag. 62). Per altre notizie sull’Ercolani, cfr. VERMIGLIOLI, op. cit. To II, Parte I, pag. 2 ss.
(2) Il Cesi figura tra gli avvocati concistoriali fino dal 1192. (Cfr. CONTI, op. cit. pag. 41). Egli e detto ter excellens da GREGORIO MAGALOTTI, un’altra celebrità dell’epoca, nel suo «Securitatis ac salvi conductus tractatus» (Roma, [Blado], 1537), Il VASARI ricorda il Cesi anche come protettore di artisti. Di lui fa parola anche BENVENUTO CELLINI nella sua «Vita». (Ed. A. J. Rusconi e A. Valeri; Roma Soc. ed. nazionale, 1901, pag. 235, 243 nota 3).
<194>Esso vede la questione sotto un altro punto di vista e sostiene essere valido il secondo testamento a favore della vedova del Dioteguardi. E si dichiara sicuro di quanto afferma e scrive di essere pronto ad illustrare ampiamente tale sua opinione, se occorresse.
Come si vede, noti mancava a quei religiosi la prudente avvedutezza ed il sempre giustificatissimo timore, che ogni persona di buon senso deve avere, di affrontare l’alea di una vertenza giudiziaria, senza prima assicurarsi, per quanto e umanamente possibile, della fondatezza delle proprie pretese e della probabilità di un esito favorevole. Nello stesso tempo, il fatto che essi si rivolsero per pareri e consigli a quattro grandi giuristi contemporanei, e per noi una prova di più dell’importanza della contesa giudiziaria, anche per l’entità del patrimonio in discussione.
A questo punto, cioè dopo il 2 Novembre 1504, non abbiamo altri documenti che diano notizie del seguito di questa lite tra i Lateranensi e la vedova. Ma e da credere che quei religiosi dessero — e forse a ragione — molta importanza al parere dell’avvocato Angelo Ceci, poiché li vediamo abbandonare ogni ulteriore resistenza e, secondo le norme del più pratico buon senso, venire a trattative con la parte avversaria.
Ed ecco che il 28 Maggio 1505 in Foligno, dinanzi al notaio Deifebo di Filippo Ugolini, si adunano i rappresentanti dei Lateranensi e quelli della vedova Bartoluzzi. Per quelli interviene D. Agostino d’Antonio, di Alessandria, abate Lateranense di S. Giuliano di Spoleto, nelle sue qualifiche di sindaco, procuratore ed economo della canonica delle «Lagrime ». Per la vedova interviene un suo procuratore, di cui non si rileva il nome. Oltre ai testimoni, assiste alla stipulazione dell’atto’ il famoso giurista Girolamo Baldoli, da Foligno.
L’atto, motto prolisso, e redatto con assai ponderatezza. Dopo un riassunto di tutte le precedenti controversie, le parti in contesa riconoscono che non e per loro conveniente continuare nelle vie giudiziarie. Si rammentano a vicenda che la carità cristiana non fa questione di mio o di tuo: «charitas non quaerit quae sua sunt» (1); onde per tutto queste ragioni si addiviene ad una pacifica transazione.
E questa, per sommi capi, e così concepita:
1°) ciascuna delle parti rinunzia a continuare nella lite intrapresa
(1) S. Paolo.
<195> Le spese, i danni, gl’interessi s’ intendono reciprocamente compensati.
2°) Il primo testamento del Bartoluzzi e dichiarato nullo; e, viceversa, si accettano le disposizioni contenute nel secondo testamento a favore della vedova Francesca Dioteguardi, purché resti vedova e casta «perpetuis futuris temporibus». (Quel «perpetuis» mi sembra alquanto iperbolico, tanto più che la questione era gia pregiudicata, dati i precedenti di quella donna!) Si escludono dalla eredita i figli che la vedova aveva da un primo marito.
3°) I beni vengono divisi a meta, tra lei e la chiesa delle «Lagrime». I legati a favore di questa s’intendono compresi nella quota ereditaria. Gli oneri che fossero a vantaggio di terzi sono parimenti divisi a meta.
4°) Alla vedova si assegnano i mobili, i crediti con i loro interessi passati e futuri.
5°) Ciascuna delle parti nominerà un arbitro per la divisione dei beni in questione, a spese comuni.
6°) Tutto ciò s’intende subordinato per i Lateranensi, all’approvazione del Capitolo delle «Lagrime»; e per ambo le parti all’approvazione del papa, o di chi per lui.
Il giorno dopo, 29 Maggio 1505, il Capitolo delle «Lagrime» ratificava pienamente l’accordo, con la pena di 1000 «ducati» a chi mancasse alla parola data.
Queste notizie non sembrino fuori di luogo. Da esse possiamo avere anche un utile esempio di prudenziale procedere. I Lateranensi, per i pareri discordi degli avvocati, intuirono il pericolo e provvidero saggiamente all’interesse della chiesa rinunziando ad un discutibile «summum jus», venendo a patti decorosi e di facile applicazione pratica. E anche la vedova, ,per molte ragioni, fece bene a comprendere che della cosa era meglio non si parlasse più e tutto pacificamente si appianasse, anche per non sentirsi rammentare la sua condotta passata e gl’ illeciti rapporti col Bartoluzzi.
Ma, purtroppo, la vertenza non doveva così presto, né così bene aver fine! Restavano in armi i quattro cugini del Bartoluzzi, più sopra nominati. Questi — oltre a quella di avere invaso le terre — avevano dalla loro anche l’altra favorevole circostanza di essere essi stessi i coltivatori di alcuni di quei terreni; dei quali, come degli altri, si erano impossessati «armata manu».
Un monitorio del cardinale legato in data 10 Aprile 1505, col
<196>quale si vietava ad essi di non molestare la vedova nel pacifico possesso dei suoi beni, era rimasto lettera morta, nonostante le minacciate pene della scomunica e (li 200 «ducati» di multa.
Ecco, dunque, i Lateranensi e la vedova Dioteguardi alle prese con questi molesti avversari. Essi — come ho accennato — fondavano le loro pretese su certi diritti successorii che, secondo loro, sarebbero spettati ad essi sui beni che al Dioteguardi erano pervenuti dall’avo comune, Giacomo Bartoluzzi, morto nel 1449.
Interviene in questa nuova fase della vertenza l’abate olivetano di S. Pietro di Bovara, il quale, come ministro e commissario apostolico e nella stia qualifica di «judex et conservator justitiae», ordina ai quattro usurpatori di non turbare i Lateranensi nel pacifico possesso della loro eredita.
Uno degli effetti di questo stato di cose fu, naturalmente, quello di far trovare in imbarazzi finanziarii la vedova, che — non potendo disporre delle rendite — non sapeva come soddisfare i creditori del marito. Il cardinale legato le concede, perciò, una moratoria di tre mesi: purché i creditori non siano più bisognosi di lei. Si noti questa prudente riserva 1
La Francesca Bartoluzzi, vistasi a mal partito e non sapendo a qual santo votarsi, decise d’imitare i sistemi (lei suoi avversari; e, racimolato un certo numero di fuorusciti dal Castello di S. Giovanni, che si erano ribellati al comune di Trevi, ed uniti ad essi alquanti altri banditi, li spedì contro gl’invasori dei beni ereditari)
Ma pare che la spedizione non fosse efficace, perché gli aggrediti ricorsero al cardinale legato, che il 27 settembre 1505, con un severissimo monitorio, ordinava alla vedova Bartoluzzi di non molestare quei suoi avversarii. Se c’é contestazione, si depositino i raccolti in mano di persona di fiducia; poi si daranno a chi di ragione. Pensi, intanto, chi deve a coltivare i terreni dell’ eredita, che non devono assolutamente rimanere incolti. In pari tempo s’intimava agli usurpatori di non esportare il grano dai terreni. E siccome non ubbidirono, il podestà di Trevi ebbe incarico dal cardinale legato di applicare contro di essi le pene minacciate, cioè la scomunica e la inulta di 200 «ducati ».
Pero quei tali non si dettero per vinti; e reclamarono allo stesso cardinale, adducendo futili pretesti. Ma furono sufficienti ad ottenere che il legato revocasse il provvedimento gia preso, dichiarando che era stato male informato! ciò avveniva il 3 Ottobre 1505. Invece, di l^ a pochi giorni, cioè l’ 11 Ottobre, lo stesso cardinale ordinava, da Montefalco, al giudice di appello di Foligno che procedesse contro
<197> quegli invasori, imprigionandoli e non rilasciandoli fino a che non avessero soddisfatta la vedova Dioteguardi. E il giudice così sentenzia,; e della esecuzione da incarico al podestà di Trevi. Pero — incredibile, ma vero! — quindici giorni dopo il cardinale legato mandava da Roma un altro rescritto, col quale revocava di nuovo i provvedimenti emanati; dichiarando ingenuamente che era stato ingannato dalla vedova, e che — occupato in troppi negozi — non aveva avuto modo di bene informarsi! E, specialmente, diceva d’ignorare che fosse in corso un procedimento giudiziario su quella eredita. perciò annulla i suoi ordini precedenti, «perché la bugiarda non deve godere i frutti del suo mendacio»!
Strana procedura!
Visto l’incerto e contradittorio contegno del cardinale e visto il danno continuo che i Lateranensi e la vedova risentivano dalla mancata consegna dei beni a loro spettanti, i contendenti ricorsero al papa addirittura. E questi, con breve del 30 Ottobre 1505, concede che almeno i raccolti dei terreni in contestazione vengano depositati in mano di persona di fiducia, fino al termine della causa; e, intanto, i reclamanti siano messi al possesso dell’eredita.
Ma quei quattro usurpatori erano talmente invasati dall’ idea del loro preteso diritto, che neanche la parola del papa basto a quetarli. E quando il podestà di Trovi — Lodovico de Andreis, da Tolentino — emise sentenza con la quale, in esecuzione del breve pontificio si rimettevano i Lateranensi e la vedova al possesso dei beni, i quattro usurpatori protestano immediatamente, anche per suspicione personale contro il podestà. E specialmente perché aveva emesso sentenza senza aspettare l’esito del ricorso, elle essi avevano inviato al papa, Presentano così formale appello ; e il povero podestà:, non sapendo che pesci pigliare — tra il breve del papa e le pretese di quegli esaltati —— accetta il ricorso … fino a un certo punto: «si et in quantum», senza meglio spiegarsi!
Anche il papa, in tanto contrasto d’ interessi e in tanta diversità di affermazioni, non aveva — così da lontano — dati sufficienti per decidere. Onde rimise la causa in mani del vicario del vescovo di Spoleto.
A interessante notare questa varietà e questa incertezza di procedura, nonché l’instabilità dei criteri seguiti nella scelta della autorità, che avrebbe dovuto decidere. Il cardinale legato emette monitori e «inibitorie». Rimanda le parti all’abate di S. Maria in
<198> Campis prima; al podestà di Trevi poi. Anche l’abate di S. Pietro di Bovara ha occasione d’ intervenire. Ora è la volta del vicario (lei vescovo di Spoleto. E tutto un succedersi di ordini e contrordini, che da una qualche idea dell’arruffato funzionamento della giustizia di quei tempi, quando non esisteva una magistratura locale organizzata, né vigevano leggi codificate.
Questa nuova fase della vertenza e illustrata da documenti interessanti, che mi pare utile riassumere, non solo per completare il quadro degli avvenimenti dei quali ani vado occupando, una anche, e forse piu, per dare un’ idea della mentalita dei nostri personaggi.
Il vicario di Spoleto non avrebbe potuto giudicare, perché la Francesca era sotto la vice legazione di Foligno. Ma sorvola su questa incompetenza territoriale ed emette sentenza favorevole agli usurpatori contro la quale gli altri appellarono. E fu così che in data 3 marzo 1506 il vescovo di Ceneda — Francesco Breni — commissario speciale, nominato dal papa, manda a Riccio Bartoluzzi, Luciano Marini, Zucco d’Alessandro Cristofori e Alessandro di Francesco, una molto prolissa citazione, che e anche una inibitoria, perché riconsegnino immediatamente i beni del fu Dioteguardi Bartoluzzi ai Lateranensi e alla vedova. Da questo atto risulta che i quattro pretendenti, oltre ad avere invaso Io terre, avevano anche arrecati gravi danni, tagliando alberi ecc:.
Pochi giorni prima di questo nuovo atto, il preposto delle «Lagrime» D. Sante da Bergamo, aveva informato dell’andamento della causa il procuratore generale dei Lateranensi, con una lettera, curiosa anche per la forma quasi dialettale, nella quale si lagna di tanti guai che lo affliggono.
L’avvocato di Foligno — scrive il preposto — non vuol più dare informazioni, perché la causa non si agita in quella città. Pare che l’avvocato fosse anche di poco buona fede «forsi per servire alla parte avversa. Questa non e la prima volta me ha fato»! Manda, intanto, al procuratore generale tutto l’ incartamento, aggiungendo un certificato da cui risulta il possesso di fatto, da parte dei Lateranensi, dei beni contestati. «Ho fato zonzere (aggiungere) comesiamo in possesso per lo podesta, vigore brevis. Et in lo ditto li è posto come Francescha dai po’ la morte de Dioteguardi feci la fitacione (affitto) a li lavoratori ».
<199> Una delle accuse che si facevano a Riccio Bartoluzzi e compagni era quella di valersi di un testamento falsificato, ossia non corrispondente all’originale. Ma la verità era un’altra; e il buon preposto delle «Lagrime» confessa candidamente come è venuto in possesso del testamento autentico. Il figlio del notaio, per sua maggiore sicurezza, aveva consegnato alle «Lagrime» una cassa contenente gli atti di suo padre. E il preposto dichiara «et eo verta. (ho aperta) la cassa, et eo trovato lo otentico portacollo (sic!) et scontrato cum quello, sta de verbo ad verbo, no li mancha alcuna cosa». E lo manda al procuratore generale, aggiungendo che gli avversari non hanno il testamento autentico, ma «uno memoriale del dicto notaro» — cioè una minuta —.« che se fa quando se fa testamento. «Et loro vorria che quello valisse. Io li ho visti tuti doi. Quello memoriale no è octentico, et è suso altre scripture et debitori (contiene altri appunti i e conteggi); si che no li dati fede».
Di qui l’accusa, di falsità del testamento dell’avo del Dioteguardi, avvalorata, del resto, dal fatto che quel notaro era stato più volte in prigione per simili reati. Ma questa volta era senza colpa!
Il preposto delle «Lagrime» in questa sua lettera si lagna anche dei danni che gl’ invasori arrecano ai terreni; «li dicti adversari podeno (potano) le vite a furia, et taliano molte legne, et etiam anno taliati [alberi]. Io non so que fare» esclama scoraggito!l E, dopo molte altre osservazioni giuridiche, tra ingenue e cavillose, chiude : «Raptim. Se è mal scripta, perdonatici, che avemo fato in pressa»!
Alla citazione del vescovo Breni, il Riccio con gli altri si opposero con energica sfacciataggine e fecero delle deduzioni che vai la pena di riassumere.
Prima di tutto — dicevano — i Lateranensi delle «Lagrime» e la vedova di Dioteguardi Bartoluzzi non hanno nessuna ragione di dire che siano stati spogliati dei beni ereditari, per la semplice ragione che essi non ne sono mai stati in possesso. E così era, difatti: ma dimenticavano dire che ciò era avvenuto, perché il possesso era loro stato impedito dalla violenza del Riccio e compagni! Un ragionamento simile, ai tempi nostri, potrebbe essere tollerato appena in bocca di un vero delinquente. Allora, invece, veniva inserito in uno scritto della difesa come una ragione plausibile!
Ma un’altra eccezione facevano quei tali ; negavano, cioè, essere la Francesca la vedova del Dioteguardi; e ciò perché non era stata
<200> sua moglie legittima; non aveva coabitato con lui, ma solo aveva avuto con lui rapporti disonesti, mentre era in vita il legittimo marito di lei (1).
Aggiungevano, poi, che il preposto delle «Lagrime» aveva esagerato il valore dell’eredita, dichiarandolo in 3000 «ducati », perché la causa potesse così essere di competenza della Curia romana e non di quella della Legazione dell’ Umbria. In realtà il valore dei beni — dicevano quei tali — è appena di 200—250 «ducati ».
Con queste ed altre cavillazioni l’avvocato avversario pretende dimostrare che tutti gli atti fin allora compiuti erano falsi e surrettizi. Ma tutti gli sforzi furono inutili; poiché finalmente il 17 Febbraio 1508 l’uditore del cardinale Grosso Della Rovere, legato dell’Umbria, sentenziava definitivamente a favore della vedova e della chiesa delle «Lagrime ». Restava così in vigore la convenzione tra di loro stipulata.
Le liti, che erano durate circa quindici anni, ebbero così termine. Ma non per questo cessarono del tutto le contestazioni tra la vedova e i Canonici Lateranensi delle «Lagrime »; poiché qualche nuvola riapparve all’orizzonte. E lo vedremo tra poco.
Esaurita, così, nel modo che ho potuto più breve e più chiaro, la storia delle peripezie giudiziarie che accompagnarono — anzi che precedettero — la nascita di questa cappella, verrò alla sua descrizione ed alla narrazione delle sue vicende artistiche.
(1) Ed avevano ragione! Noti solo: ma uno stranissimo documento, non allegato agli atti della causa, dimostra fondate le accuse che gli avversari facevano alla vedova del Dioteguardi. I fatti ad essa attribuiti risultano — nientemeno — da un atto notarile !
L’ 11 Aprile 1499 il Dioteguardi, presso il quale la Francesca conviveva, viene a trattative con un tale Anselmo, non meglio indicato; e promette a lui di dare alla Francesca — pare a titolo di buon’ uscita — il vitto (gubernium) per lei e per un suo figliuolo e per la durata di un anno. In pari tempo si obbliga mettere a disposizione della donna una casa che il Dioteguardi possiede iu Trevi. Dopo di che egli dice alla donna e all’Anselmo queste testuali parole : «Francescha, stacte con Anselmo. Et io non la tengo et non la voglio tenere ». L’Anselmo accetta questa proposta; ma intanto, da buon amico, si accontenta che la donna rimanga in casa del Dioteguardi per altri quindici giorni ! ( Archivio notarile — Trevi — To. 109 — Rogiti di Bernardino Valenti)
— f. 93 t.) Mi si perdoni questa inaudita documentazione, che, per quanto eterogenea ha, purtroppo, stretta attinenza con le vicende giudiziarie di questa cappella e ci dà — se occorresse — una nuova prova della mentalità e del senso morale di quegli uomini e di quell’epoca, che consacravano in un atto pubblico ciò che — normalmente — sarebbe inconfessabile!
<201> Inutile dire che, nell’insieme della costruzione, questa cappella (Fig.26) è identica alle altre cinque, salvo qualche leggera variante di poca importanza. La decorazione è opera di Giovanni Spagna.
Le leséne, laterali dipinte a baccellatura, sostengono il fregio e la cornice la quale è a dentelli; sul fregio corre una decorazione ad imitazione di mosaico. Sul davanti, nei rinfianchi dell’arco, sono dipinti i profeti Isaia e Geremia.
Il primo, a sinistra, (Fig. 27) mostra un cartello sul quale sono scritte le parole di lui:
VERE / LAGORES / NOSTROS / IPSE / PORTAVIT
(Vere languores nostros ipse portavit)
Nella mano dell’altro profeta è una scritta, con le parole del profeta stesso.
O VOS / OMES / Q.TRA/SITLS / P.VIA / ATENDI / TE ET / VIDE/TE
(O vos omnes qui transitis per viam attendite et videte).
Le misure della cappella nello spessore del muro sono di m.3,55 in larghezza e di m.1,45 in profondità, comprese le lesene; e tali misure sono comuni anche alle altre cappelle. Le dimensioni della parete di fondo sono di m. 5,35 x 3,64. Essa è divisa in due scomparti, tra i quali corre orizzontale una cornice in rilievo, a fogliami d’acanto e ovoli, che gira tutto intorno alla cappella.
La lunetta, dipinta a fresco, come tutto il rimanente (Fig.28) è contornata da un fregio con quindici teste di serafini, si] fondo azzurro, di fine fattura. Nel mezzo è la figura di S. Agostino. nel quale, conte dissi (1) i Canonici Regolari Lateranensi riconoscono il loro massimo legislatore. Il santo indossa un ricco piviale, sopra il camice e la stola, ma il suo abito e bianco, come quello dei Lateranensi. I lembi del piviale sono raccolti sulle ginocchia in elegante drappeggiamento; e presso la spalla sinistra e la figurina di S. Paolo apostolo, e sulla fimbria a destra quella di S. Andrea.
L’aspetto del santo vescovo è solenne e paterno ad un tempo. La destra si solleva in atto di, benedire. La sinistra, è poggiata su di un libro cito un angioletto, da questa stessa parte, tiene sollevato con ambo le mani. Sulle due pagine del libro aperto sono scritte le prime frasi della lettera di S. Agostino, dalle quali ebbero origine
(1) Cfr. sopra pag. 106.
<202> le norme della vita comune dei Canonici Regolari. Le parole sono così distribuite:
A N T E
O M N I A
F R A T R E S
C H A R I S
S I M I. D I
L I G A T U R
D E V S
D E I N D E
P R O X I M U S
Q V I A I S T A
P R E C E P T A
S V T P R I C I
P A L I T E R
N O B I S D A T A
Un altro angelo ritto anch’esso in piedi, a sinistra, sorregge un lungo pastorale. Altri due angeli si librano a volo ai lati del santo. Quello di destra sorregge la mitra, l’altro un cartello cui accenna coll’indice destro; tua lo scritto non è più visibile. Inginocchiati e in atto di preghiera, rivolti verso il Santo e a destra di chi guarda, sono quattro Canonici Lateranensi ; altri tre sono a sinistra. Tra i primi è da notare un canonico sacerdote, con rocchetto: ed un converso riconoscibile allo scapolare, che i canonici non hanno.
Pur troppo la parte sinistra dell’ affresco ha sofferto grandemente i danni dell’umidità. Recenti restauri e lavori di consolidamento (1923), lascerebbero sperare che le cose non andassero al peggio.
La parte centrale e maggiore di questa parete è tutta coperta da un’altra grandiosa pittura a fresco, rappresentante il trasporto di Gesù al sepolcro. Preferisco che il lettore esamini con cura le riproduzioni fotografiche che qui si vedono (Fig.29) anziché perdermi in vaniloquenti descrizioni. Dirò soltanto, perché meglio si osservino le immagini, che nel centro è la figura del Cristo morto, adagiato nella sindone.
Giuseppe d’Arimatea, vestito di tunica di colore celeste, con manto giallo, dal risvolti color granato chiaro, sorregge il Santo Corpo passandogli le Inani sotto le ascelle (1).
In primo piano, a destra, è Nicodemo, con tunica cilestrina e
(1) Qui e opportuno rilevare l’ infelice descrizione che di questo affresco e data dal Cavalcaselle e Crowe. Tra le altre cose, non hanno saputo meglio indicare la figura di Giuseppe d’Arimatea che con le parole — peggiorate, forse, dal traduttore — : «colui che trasporta il corpo, del salvatore sopra (sic!) le
spalle ». (G. B. CAVALCASELLE e G. A. CROWE — Staia della Pittura in Italia, Vol. X — Firenze, Lemonnier, 1908, pag. 87 ss.).
<203> manto giallo. La figura si presenta di schiena e il viso di profilo. S. Giovanni, di fronte, con tunica verde dai risvolti cangianti, sostiene, insieme a Nicodemo, le ginocchia ed i piedi di Gesù.
Nel mezzo, in secondo piano, e, in atteggiamento doloroso e piangente, la Maddalena, in veste rossa, con cintura turchina e maniche cangianti; tecnica coloristica di cui lo Spagna ha talvolta abusato; tanto da far quasi pensare che egli fosse un precursore di quel «cangiantismo» che fu una delle caratteristiche dei pittori toscani alla fine del ‘500 e al principio del ‘600. Un manto verde pende dalle spalle della Maddalena. I suoi capelli, di un biondo dorato, scendono disciolti ai due lati della testa, sul petto.
La santa con la sinistra tiene sollevato il braccio del Redentore, mentre la destra e aperta e protesa in alto, come in atteggiamento d’invocazione dolorosa.
Tra altre due pie donne — Maria Cleofe e Maria Salome — e la Vergine Madre con le mani giunte e il volto lagrimoso. Un ampio manto nero ricopre e drappeggia quasi tutta la persona, e da piedi s’intravede il lembo della veste di colore paonazzo scuro.
Una delle pie donne, quella a destra della Vergine, indossa una veste verde e dal capo scende un lungo manto bianco. Una benda cilestrina le cinge elegantemente la fronte, ed il volto e graziosamente incorniciato da un soggolo, che escedi sotto la benda.
L’altra pia donna e quasi per intero ammantata di bianco e solo da un lato sporge il lembo della veste rossiccia.
L’ultima figura da questa parte e quella di S. Francesco, vestito della sua tonaca; ma questa e di colore quasi bianco, come in altro pitture dello stesso autore; tra le quali quella che abbiamo in Trevi in una cappella, presso la chiesa di S. Martino.
Il Santo Poverello incrocia le braccia sul petto, ed inclina il capo, in atteggiamento di adorazione dolente.
Purtroppo tutto il lato sinistro di questa pittura e stato anche esso, come quello della lunetta, danneggiato in modo irreparabile dall’umidità infiltratasi nel muro.
Lo sfondo di questa scena di pietà e, come spesso usavasi dai pittori di quelli e di altri tempi, idealizzato; non solo: ma ispirato dalla visione della valle umbra, sulla quale maestosa la nostra chiesa si affaccia. Così, mentre sulla destra vediamo tra le roccie aprirsi la bocca del sepolcro, che dovrà ricevere il corpo del Redentore; e mentre in lontananza, sulla sinistra, si profila il Calvario con le tre croci, giù nel piano, la scena si chiude con la veduta di
<204> una città che il Guardabassi crede possa essere Gerusalemme (1).
La cornice che sovrasta l’affresco è sostenuta ai lati da due lesene, decorate a candeliere in bianco, su fondo scuro, di grande eleganza e coscenziosamente eseguite.
A meglio rendere l’idea di ciò che dovette essere questa insigne opera d’arte, ho creduto utile pubblicare anche la riproduzione fotografica di una copia eseguita egregiamente ad acquarello dal pittore spoletino Tommaso Ubaldi, nel 1853, quando l’affresco nella parte inferiore non aveva sub^to ancora tutti i danni, che in questi ultimi decenni lo hanno in così malo modo deturpato (Fig. 30).
Ai fianchi della cappella sono dipinti in cornu epistolae S. Giuseppe (Fig. 31), che reca in mano, appeso ad un filo, l’anello nuziale di Maria; figurazione caratteristica, che merita di essere spiegata, poiche anche questo piccolo «dettaglio» ha la sua storia, che esporrò in succinto.
A Perugia, nella chiesa Cattedrale di S. Lorenzo, e nella sua prima cappella a sinistra dell’ingresso principale, si conserva quello che una pia tradizione asserisce essere l’anello nuziale della Madonna. Senza narrare qui tutte le vicende di questo oggetto offerto alla devozione dei fedeli, diro che da alcuni si volle asserire essere stato «il Santo Anello» — com’e chiamato di solito — portato a Chiusi da una santa Mustiola, ivi rifugiatasi nel 270, per sfuggire alle persecuzioni di Aureliano. Altri invece dicono essere stato portato cola nel 989 ai tempi dell’imperatore Ottone III e depositato nelle chiesa dedicata a quella santa.
Ora, quella chiesa era affidata ai Canonici Regolari, i quali l’officiavano ed avevano lì presso il loro convento. Il Santo Anello rimase cola fino al 1350, circa; quando il comune di Chiusi volle trasportarlo nella cattedrale di S. Secondiano, perché — dicevasi — la chiesa di S. Mustiola era troppo lontana dalla città.
Dopo questo fatto sorsero forti rivalità tra i Canonici Regolari e quelli di S. Secondiamo, che furono in continuo litigio, poiché i primi affacciavano il loro diritto sulla preziosa gemma ed esigevano che venisse riconosciuto in tutto ciò che riguardava la custodia della reliquia, specialmente in occasione delle sue mostre, che si facevano tre volte l’anno.
(1) M. GUARDABASSI — Indice guida, cit. — pag. 346.
Fig. 31 – S. Giuseppe (Giovanni Spagna) (Pag. 204)
<205> A troncare le rivalità e le gare tra i due capitoli, il vescovo di Chiusi, Pietro Bertini, d’accordo col comune, fece portare il Santo Anello dalla chiesa cattedrale a quella di S. Francesco dei Minori conventuali. E così, tra i due contendenti, fu il terzo che ebbe vantaggio.
D’allora in poi i Canonici Regolari, in segno di protesta, introdussero in quasi tutte le loro chiese il costume di dipingere le imagini di S. Mustiola. o di S. Giuseppe con in mano il Santo Anello, sospeso ad una sottile cordicella. più tardi il prezioso oggetto fu da un frate francescano tedesco — detto fra Vinterio (Winter?) — rubato al convento di Chiusi, insieme ai voti d’argento, e portato a Perugia. Un’altra simile figurazione di S. Giuseppe, con l’anello nuziale, eseguita da un buon allievo del Perugino, trovasi nella chiesa di S. Maria d’Ancaelle, sulla riva del lago Trasimeno (1).
Continuando la descrizione della cappella, troviamo dal lato del vangelo la figura di S. Ubaldo, canonico regolare e vescovo di Gubbio, con mitra e pastorale e in atto di benedire. Indossa il piviale rosso decorato da figurine di santi. Ma a pittura e in gran parte deperita: onde non mi e sembrato utile darne la riproduzione.
Sotto questi due santi sono le rispettive iscrizioni così:
SANCTUS JOSEPH
SANCTUS UBALDUS EPISCOPUS EUGUBINUS CANONICUS R.
Questa opera magnifica, come ho gia detto, e di Giovanni di Pietro, più conosciuto sotto il nome de «Lo Spagna».
Ai lati dell’altare, in due patere, inscritte in riquadri dello zoccolo, si legge la data dell’esecuzione dell’affresco, così
M D XX
I° IVLII
Al 1° Luglio 1520 l’affresco era, dunque, compiuto. Ma vale la pena di mettere in evidenza alcune circostanze fin qui sconosciute. Questa pittura e stata attribuita — e con ragione — allo Spagna; ma tale indicazione risale soltanto al principio del secolo XIX. Prima, senza discutere, era ritenuta opera del Perugino l Così scriveva Durastante Natalucci (2), così ripeteva l’abate Giorgetti (3). Il
(1) Ricci E. La leggenda di S. Mustiola e il furto del S. Anello, in . Boll. della R. Deputazione di St. Pat. per I’ Umbria» Voll. XXIV, Fase. 1—3, pag. 133 ss.
(2) Ms. cit. f. 245.
(3) Op. cit. pag. 32.
<206> primo, che io sappia, a far conoscere al pubblico che lo Spagna fosse autore di quest’opera, fu il dottore Clemente Bartolini, di Trevi. Egli nel 1837 scriveva che «qualunque valente artista abbia assoggettato l’affresco della Deposizione ad accurato esame lo ha riconosciuto a note chiarissime dello Spagna, piuttosto che del Perugino; cosa di verun rilievo per questa città, convenendosi oggi generalmente che Giovanni Spagnuolo non solo adeguo il Vannucci suo maestro, ma fu forse tra i suoi discepoli il solo che ad emulare qualche volta giungesse il grande Urbinate» (1). Parole bonariamente ingenue, che, prese alla lettera, porterebbero ad annullare la storia dell’arte; poiché il Bartolini, presso a poco, dice: a noi non interessa molto il sapere che l’autore sia lo Spagna, anziché il il Perugino, perché anche lo Spagna era pittore di vaglia. Resta pero il fatto che, per molto tempo, questo affresco e stato attribuito al Perugino.
Vorrei si perdonasse ai nostri antichi l’ignoranza in cui essi spesso vivevano in fatto di cose d’arte. Gli stessi Canonici Lateranensi poco si curarono della storia di questa chiesa, se ne togli il Giorgetti, il quale ribadì gli errori correnti. Onde bastava la parola di questi, o di qualunque in fama di dotto, perché lo sbaglio circa il nome dell’autore di questo affresco si accettasse senza dubitare, e divenisse col tempo tradizione indiscussa. A Trevi, del resto, non abbondavano i competenti. Di fuori non ne venivano; quindi su questo terreno vergine e incolto la mala pianta degli errori di storia e di arte vegetava e cresceva indisturbata.
Ma la parola del Bartolini, dapprima, poi quella del Passavant (2), del Mezzanotte e più tardi del Rossi(3) e del Guardabassi(4) di Perugia facevano giustizia alla verità e il nome di Giovanni Spagna sostituì definitivamente quello del Perugino. E il giudizio fu giusto ed esatta la critica, in confronto delle altre produzioni artistiche dello Spagna in Trevi stessa, nelle vicine borgate di Campello e di S. Giacomo, a Spoleto, a Montefalco; senza dire di altre località alquanto più lontane, conio Norcia, Gavelli, Assisi. ecc.
Ma, fino ad oggi mancava ogni documentazione. perciò sono lieto di aver potuto trovare, dopo lunghe ricerche, alcuni atti che di quest’opera insigne ci narrano le principali vicende.
(1) CLEMENTE BARTOLINI. Cenni storici sulle pitture classiche di Trevi, s. 1, 1837 pag. 25.
(2) PASSAVANT. Raphael von Urbino etc., Lipsia, 1839.
(3) Rossi ADAMO. Archivio storico dell’arte. An. II, p. 316.
(4) Op. cit. pag. 346.
<207>Il primo di questi documenti è del 1519. Risulta da questo che il Canonico Lateranense D. Gabriele da Pescia, fattore della chiesa delle «Lagrime» domandava al podestà di Trevi di procedere all’interrogatorio di alcuni testimoni, perché deponessero con giuramento su alcune circostante che occorreva riferire al governatore di Spoleto — Giovanni degli Albizi — poiché era sorta questione tra Giovanni Spagna e il preposto delle «Lagrime», in merito, appunto, di questa pittura. Si domandava, dunque, la prova testimoniale per dimostrare: 1°) che nel 1518 Maestro Giovanni Spagnuolo aveva solennemente stipulato con Bernardino di Bartolomeo Silvestri, di Trevi e D. Donato da Vercelli, preposto delle «Lagrime» che nel termine di cinque mesi avrebbe condotto a fine una cappella, con tutte le pitture necessarie a rappresentare il seppellimento di Gesù (sepulcrum), dipingendovi un S. Giacomo ed altri santi, a piacere dei suddetti Bernardino e D. Donato. E tutto ciò per il prezzo di 50 «fiorini». E lo Spagna così promise. 2°) Che ciò non ostante non poté dipingere, né condurre a termine la detta cappella nel tempo convenuto. 3°) Che di tutto ciò corre pubblica voce e fama.
Questo atto — di cui do il testo in Appendice (1) — è in un codice di frammenti di rogiti del notaio Giacomo Antonio Bartolucci. Ma l’atto è mutilo, quantunque la numerazione dei fogli non sia interrotta; ma questa è stata certamente fatta in epoca posteriore. In ogni modo, anche così incompleto, questo atto e di grande importanza e di pratica utilita per le nostre ricerche. Infatti da esso vengono documentate, per la prima volta, queste circostanze: che l’autore dell’affresco è certamente lo Spagna; che gliene fu data la commissione fino dal 1518; che il lavoro doveva essere compiuto entro cinque mesi; che — con tutto ciò — alla fine e del 1519 ancora non era ultimato; che il prezzo convenuto fu di 50 «fiorini». Ed è gia — mi pare — un’abbondante documentazione.
Sulla scorta di questa ho sfogliati tutti gli atti dei molti notari che rogavano a Trevi nel 1518, ma non mi è stato possibile trovare il primo contratto intervenuto tra il Bernardino Silvestri, il preposto delle «Lagrime» e lo Spagna. Molto probabilmente l’atto fu stipulato a Spoleto. dove lo Spagna dimorava e dove erano anche i Canonici Regolari Lateranensi, nel convento di S. Giuliano sul Monte Luco.
(1) Vedi Appendice. Documento No 6.
<208> Si tenga ora presente il fatto dell’intervento del Silvestri in questo affare. Vedremo poi quali ne furono le conseguenze spiacevoli.
Mentre lo Spagna aveva gia avuto commissione di questa. pittura, la vedova del fondatore della cappella — Francesca Bartoluzzi — nonché i Canonici Lateranensi; vollero — a scanso di nuove liti — mettere in chiaro i reciproci obblighi, nei riguardi dell’erigenda cappella, della sua dotazione, della sua decorazione.
Fu così che il 1° maggio 1520 nella sagrestia delle «Lagrime», presenti ser Bernardino di ser Cipriano Valenti, ser Francesco di Bartolomeo Silvestri e Angelo Francesco Beccaro, da Trevi, la vedova di Dioteguardi Bartoluzzi e il preposto delle «Lagrime» — D. Gabriele da Verona — insieme ad altri quattro religiosi, cioè tutto il Capitolo delle «Lagrime», vennero ad una convenzione in merito a questa cappella.
E — per sommi capi — così stabilirono: si premette che Dioteguardi di Antonio Bartoluzzi fece testamento per mano di ser Bernardino Origo, nel quale istituiva erede la vedova Francesca, e in pari tempo lasciava 300 «fiorini» per la dotazione di una cappella da erigersi nella chiesa delle «Lagrime» sotto l’invocazione di S. Francesco; che da questi 300 «fiorini» ne dovevano essere detratti 16 per un calice ad uso di detta cappella; 12 per i paramenti da messa per un sacerdote; 8 per l’addobbo dell’altare; 10 per una sepoltura presso la cappella; 54 per la pittura da farsi nella medesima: e così in tutto 100 «fiorini»; restandone 200 per il capitale di dotazione delle cappella; che i canonici dovranno in perpetuo celebrare tre messe settimanali su questo altare.
Quindi è che i religiosi, radunati in capitolo, come sopra si è detto, dichiarano di essere bene informati della ultima volontà del testatore e volendola eseguire in buona fede per intero, assegnano a Francesca vedova ed erede del Diuteguardi Bartoluzzi e successori: 1°) una cappella esistente in questa chiesa e gia incominciata a dipingere, una ancora non finita; 2°) una sepoltura esistente dinanzi e vicino alla detta cappella, a destra della porta che guarda verso Trevi; 3°) un calice d’argento, con la sua patena, del valore di 16 «fiorini»; 4°) una pianeta di seta bianca con bordi e figure in oro, nuova; 5°) un camice con i suoi fornimenti; 6°) un paliotto di seta verde damascato ed altri accessori per l’addobbo dell’altare.
E Francesca — anche col consenso di suo figlio Francesco — riceve in consegna quanto sopra: ma dichiara di rimettere, affidare
<209> e rilasciare ogni cosa in mano dei religiosi. E ciò senza derogare alle disposizioni del testamento. Dell’atto così stipulato fu rogato il notaio trevano Valerio Setti (1).
E’ evidente l’importanza anche di questo secondo documento, che pubblico in appendice (2).
Prima di tutto da esso desumiamo, in modo completo, quale fosse il contenuto del secondo testamento del Dioteguardi; e ciò ci compensi della mancanza del documento originale. In secondo luogo vediamo che, non ostante la procedura iniziata dinanzi al governatore di Spoleto alla fine dell’anno precedente, lo Spagna al 10 Marzo bel 1520 non aveva ancora compiuto il suo lavoro; non solo: ma questo, a quell’epoca non era, forse, neppure incominciato se i Lateranensi s’impegnavano a far dipingere e condurre a termine la cappella: «dictam cappellam depigni et perfici facere».
Ma la circostanza più saliente, nei riguardi della storia della cappella, è che questa doveva essere dedicata a S. Francesco. Vedremo tra poco le strane conseguenze di questa volontà espressa dal testatore.
Un altro documento viene ora per la prima volta alla luce; ed è la quietanza che lo Spagna rilascio per il prezzo pagatogli per l’opera sua.
E’ un atto del notaio trevano Francesco Lucarini e porta la data del 23 giugno 1520. Sono presenti all’atto i testimoni Giovanni Caroli, della Balìa di S. Emiliano e Gio: Cristoforo Ricci, della Piaggia di Trevi.
Premesso che il preposto e il capitolo delle «Lagrime» erano obbligati di far dipingere la cappella del fu Dioteguardi; che il precedente preposto D. Donato da Vercelli aveva convenuto con Giovanni, alias «luSpangia» (sic) detto «Ispanus» (così egli firmo qualche opera), per la pittura di detta cappella per la somma di 50 «fiorini» della Marca, al valore corrente ; visto che il detto maestro Giovanni ha dipinto tutta la cappella come convenuto, perciò questi fa finale quietanza di quanto ha ricevuto in più volte da Bernardino di Bartolomeo Silvestri, di Trevi, compreso un ultimo pagamento di 14 «fiorini» in oro e argento; e scioglie da ogni obbligazione
(1) Archivio notarile Trevi — To: 291 f. 56 ss. (2) Vedi: Appendice — Documento No 7.
<210> il preposto delle « Lagrime », D. Giovanni Girolamo da Verona, annullando ogni precedente stipulazione fatta per tale ragione.
Il Bernardino Silvestri dichiara, poi, da parte sua, di avere sborsato quelle somme per sua devozione e per elemosina.
Pubblico in Appendice anche questo documento (1).
Un rapido esame di questo atto ci dice che al 23 Giugno 1520 la cappella era tutta dipinta. Quindi la data del lo Luglio che abbiamo letta ai lati dell’altare non e esattissima; o, se pure lo e, fu apposta dopo qualche lavoro di rifinitura. In ogni modo, la differenza e trascurabile, perché è di pochi giorni. Ma ho creduto doveroso farla rilevare.
Ma il fatto grave è l’intervento del Bernardino Silvestri in questo atto, poiché è lui che dichiara di aver sostenuto, per devozione e per elemosina, la spesa della pittura. E’ chiaro che questa circostanza non poteva sfuggire alla vedova Bartoluzzi, la quale sapeva che il preposto e i canonici delle « Lagrime » avevano in mano 54 « fiorini » del suo defunto marito, appunto per spenderli nella decorazione pittorica della cappella.
Pero — o che la quietanza dello Spagna fosse stata tenuta segreta, o che la vedova non avesse in animo di riprendere a questionare con i Lateranensi — il fatto si è che delle proteste di quella donna abbiamo memoria soltanto dal 24 Agosto 1521. Sotto questa data Mattia de Ugonibus vescovo di Fano e vicelegato dell’Umbria, inviava un monitorio al preposto delle « Lagrime » ed ai canonici, nel quale diceva che la vedova ed erede del Dioteguardi Bartoluzzi aveva reclamato perché, mentre i Lateranensi erano, tra le altre cose, convenuti con lei, secondo la volontà del testatore Dioteguardi, di far dipingere la cappella in questione e mentre avevano anche avuta la somma di 54 « fiorini » per tale scopo, avevano, invece, fatto dipingere la cappella a richiesta e con i denari di un’altra persona (il Bernardino Silvestri); non solo: ma vi avevano fatto rappresentare il seppellimento di Gesù e con i canonici (cum fratribus) invece di far dipingere al posto d’onore S. Francesco, in modo che la cappella, secondo la volontà del testatore e secondo la convenzione, si potesse verosimilmente chiamare « la cappella di S. Francesco ».
Perciò il vicelegato, a richiesta della vedova, ordina al preposto ed agli altri religiosi o di restituire alla vedova entro tre giorni i
(1) Vedi : Appendice. Documento N° 8.
<211> 54 «fiorini », o di far dipingere la cappella in modo che in essa campeggi la figura di S. Francesco (cum imagine beati Francisci principaliter), come si usa in simili casi, cosicché giustamente si possa chiamare e sia «la cappella di S. Francesco »; e non con il sepolcro e con i «frati », come è stata dipinta, contro la buona fede — niente meno! — e contro la volontà del testatore! Se i Lateranensi non obbedivano, era minacciata la pena della scomunica e la multa di 200 «ducati» d’oro (1).
Il lettore trovera per esteso questo atto tra i Documenti in Appendice (2).
Il dilemma, dunque, era chiaro; o restituire i 54 «fiorini », o ridipingere la cappella, secondo le pretese della vedova. Ma — a parer mio — queste non erano ragionevoli. Dioteguardi Bartoluzzi aveva, è vero, nel secondo testamento espressa la volontà che la cappella fosse dedicata a S. Francesco: ma non mi pare che questa richiesta dovesse portare per conseguenza di dipingere nella cappella la figura di S. Francesco o da sola o «principaliter », poiché c’era nodo d’intendersi. La questione, ad ogni modo, sarebbe stata molto sottile e il monitorio del vicelegato ha l’aria di essere troppo draconiano ed esso troppo facilmente arrendevole alle richieste della vedova. E di questa opinione furono, io credo, anche i Lateranensi; i quali, ottenuto un mese di dilazione, vennero di nuovo a patti con la vedova e col figlio. E, per tranquillizzarli, i canonici ebbero un lampo di genio e risolvettero la questione in modo semplice ed elegante; direi, anzi, spiritoso! Lasciarono la pittura com’era., con l’immagine di S. Francesco nell’estremo del lato sinistro; ma al disotto dell’affresco scrissero:
QUESTA CAPELLA LA FACTA FARE DIOTEGUARDI DA TRIEVI
AD HONORE DE S. FRANCISCO
Così la situazione è salva! La questione è risolta, la volontà del testatore rispettata, l’ordine del vicelegato eseguito, il ricorso della vedova accolto! Non occorre, dunque, restituire i 54 «fiorini» (3).
E’ «l’etichetta» quella conta! E’ sempre stato così !
(1) Archivio delle 3 chiavi. Trevi. N° 224.
(2) Vedi Appendice. Documento No. 9.
(3) La vedova del Dioiteguardi morì probabilmente, nel 1533. Il 2 Agosto di quell’anno fece testamento per mano del notaio Agostinangelo Natalucci. Notevole il fatto che la vedova, pur disponendo di esser sepolta alle «Lagrime », non lascio alla chiesa neanche un «bolognnino» ! Eredi furono i suoi nepoti Sebastiano, Giovanni e Patrignano Fortunati. (Archivio notarile Trevi. To. 418. f. 157 s.).
<212> Né questa mia ipotesi è senza fondamento. Prima di tutto, nessun documento abbiamo che faccia parola di un ulteriore seguito di questa vertenza. In secondo luogo, abbiamo il fatto, sempre constatabile, che la pittura non presenta traccie né di rifacimenti, né di variazioni. La figura di S. Francesco è rimasta sempre come, di primo getto, la dipinse lo Spagna. L’accurato esame che ripetutamente ho fatto della parete dipinta, mi da la certezza di questa mia asserzione.
Ma in tutto ciò la circostanza veramente penosa e che sembra un’irrisione alle tante premure dei nostri antichi, si è che la figura di S. Francesco è stata, purtroppo, tra le prime a deperire per le ingiurie dei tempi, per l’incuria degli uomini.
Merita di essere rilevato a questo punto un curioso equivoco nel quale, in tempi relativamente recenti, incorsero alcuni studiosi di cose trevane. Fu primo il ricordato Clemente Bartolini a lamentare la presenza della figura di S. Francesco in questa scena della passione di Gesù. Il Bartolini dice che l’egregio artista dipinse questa figura «per servire al capriccio di chi commesso gli aveva lo affresco, o che glielo pagava ». Ma aggiunge subito che «la sua vista fa più male, che bene, perché fa sovvenirci che si mira un dipinto, piuttosto che una scena reale» (1). Osservazione più ingenua che sottile e che — per essere troppo entusiastica — sa eccessivamente di autosuggestione.
Il Bragazzi scrive che la figura di S. Francesco è quella che «forse dié il titolo alla cappella ». Il «forse» mi pare superfluo, in vista dell’iscrizione che si legge al disotto dell’affresco. Ma è anche da notarsi che il Bragazzi stesso ricorda le parole del Bartolini, nel senso che le crede una deplorazione dell’anacronismo che lo Spagna ha commesso. Ed aggiunge di aver saputo dal dottore Luigi Bartolini, figlio del precedente, che nell’archivio comunale di Trevi ci sono documenti (questi da me ora, pubblicati) nei quali «si trova la confessione di fatto dell’opinione del suo defunto genitore, mentre si fa menzione, come al principio del secolo XVI si movesse piato «perché S. Francesco non era stato dipinto dal pittore, come figura principale, ma collocato invece quasi in un cantuccio del quadro» (2). Parrebbe — secondo il Bragazzi — che il vicelegato fosse intervenuto
(1) C. B. Cenni Storici, etc: pag. 11. (2) Op. cit., pag. 201, nota 1.
<213> col suo monitorio ai Lateranensi per fare eliminare l’anacronismo (1). Ma il lettore ha gia visto qual’era lo spirito di quel documento: richiamare i Lateranensi all’osservanza, della volontà del Dioteguardi; non altro.
A questo punto mi sembra interessante rievocare alcuni giudizi espressi su queste pitture dai critici più o meno recenti; e ciò faccio anche per mettere in chiaro il fatto che — pur avendo gli affreschi sott’occhio — c’é stato chi ha saputo scrivere errori madornali.
Così l’Hutton trova questo dipinto dello Spagna di grande interesse. Ma nel descriverlo si mostra troppo superficiale. Il S. Agostino che è nel centro della lunetta, è scambiato per un S. Ubaldo! Il pastorale e la mitra sono — secondo l’Hutton — sostenuti da uno stesso angelo. Dice poi che «un santo» è dipinto in una nicchia da un lato della Deposizione. Rammentiamo che sotto questa figura è scritto a chiare note il nome di S. Ubaldo. Ma avendo l’Hutton battezzato così, il santo dipinto nella lunetta, non ha saputo più spiegarsi la presenza di un altro S. Ubaldo; ed ha preferito lasciare anonima la figura che sta al lato sinistro dell’altare! (2).
Nello stesso errore sono caduti anche altri scrittori moderni. Tra questi il Berenson, che vede anch’esso nella lunetta un S. Ubaldo in trono (3).
(1) Il pietoso e devoto anacronismo di porre S. Francesco nelle scene della passione e morte di Gesù, risale ai primi tempi che seguirono la morte del santo. Basti rammentare l’episodio di frate Currado da Offida e di frate Pietro da Monticello, «li quali erano due stelle lucenti nella provincia della Marca e due uomini celestiali». Essi trovandosi una volta insieme a Forano (Ancona) e «uno dì stando frate Pietro in orazione e pensando divotissimamente la passione di Gesu Cristo e come la Madre di Cristo beatissima e Giovanni evangelista dilettissimo discepolo e santo Francesco erano dipinti appié della croce, per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di sapere quale dei tre avea avuto maggiore dolore della passione di Cristo, o la Madre, la quale l’aveva generato, o il discepolo il quale gli aveva dormito sopra il petto suo, o santo Francesco il quale era con Cristo crocifisso ». E nella visione S. Giovanni disse a frate Pietro: « Sappi adunque, che la Madre di Cristo e io, sopra ogni creatura ci dolemmo della passione di Cristo; ma, dopo noi, santo Francesco n’ebbe maggior dolore, che nessuno altro; e però tu lo vedi in tanta gloria» etc. (Fioretti di S. Francesco, Cap. XLIV).
(2) EDWARD HUTTTON, A new history of painting in Itahy, 3 voll. Londra, Dent and C°, 1909, Vol. 3°, pag. 305 ss.
(3) BERNARD BERENSON, The central italian Painters of the Reraaissence, New York and London, Tetuani’s sons, (s. a.), pag. 255.
<214> Più tardi il Fischel pubblicava un disegno dello Spagna, che è nel museo del Louvre a Parigi e che dovrebbe essere uno «studio» per il S. Agostino di questo affresco (1). Ma il Fischel — mostrandosi molto poco pratico dell’iconografia cattolica — scambia il S. Agostino per un Eterno Padre! (Got vater), senza curarsi di osservare almeno gli emblemi vescovili, che avrebbero dovuto bastare per escludere tale erratissima identificazione.
Questo «studio» dello Spagna, pubblicato dal Fischel per la prima volta, (Fig: 32) è — dice esso — disegnato a punta metallica, su fondo verdemare lumeggiato di bianco.
A parere del critico tedesco troviamo anche qui «il disegno rilasciato, caratteristico dello Spagna maturo ». Affermazione alquanto azzardata— e, a parer mio non giustificata; poiché una delle caratteristiche dello Spagna, riconosciutagli da tutti i critici, si e appunto quella di una coscienziosa esecuzione di tutti i suoi lavori, anche nell’età matura. Senza dire che quando lo Spagna lavorava qui non era ancora al tramonto. Egli morì a Spoleto otto anni più tardi, e precisamente nei primi giorni dell’Ottobre 1528 (2). Il modello adottato dallo Spagna per questo «studio» è un giovane sbarbato, probabilmente uno dei canonici o dei laici delle «Lagrime» che vediamo effigiati nella lunetta. Ma con tatto ciò il Fischel ha saputo vedere in esso la dolcezza dello sguardo da Nazzareno! ciò sarebbe stato inverosimile, anche se il modello avesse, pure nella persona, servito all’esecuzione della figura dell’affresco. Ma è chiaro che lo Spagna ha utilizzato lo «studio» esclusivamente per il drappeggio e le pieghe del piviale.
Ma il Fischel, dopo aver indovinato questo sguardo «da Nazzareno », nella figura così abbozzata, non si perita di sentenziare che la figura di vecchio barbuto, che campeggia nella lunetta, rappresenta Iddio Padre…del Nazzareno
Fidiamoci di certa critica e di certi critici!
Anche il Cavalcaselle e Crowe si occupano di questo affresco (3). Ma il loro giudizio non è benevolo per lo Spagna. Essi pure
(1) Oskar Fischel. Die Zeichnungen der Umber, Berlin, G. Grote’sche Verlagsbnchhandlung, 1917. Pag. 212, Fig. 288.
(2) Sotto la data 9 Ottobre 1528 nel libro d’amministrazione e nel «giornale» di sagrestia del duomo di Spoleto e annotato: «Havemmo per la morte dello Spagna pictore quatro torcie. Pesaro libre cinque et dece oncie «. (Cfr. L. FAUSTI. L’ ultima opera dello Spagna e la data precisa della sua morte. Spoleto, Tip. dell’Umbria, 1913).
(3) Op. cit., pag. 305 ss.
<215> trovano che questa Deposizione è una reminiscenza di quella di Raffaello nelle galleria Borghese o di uno dei molti disegni che servirono per tale pittura; ma affermano che qui le figure dello Spagna «sono spartite e tozze e condotte con la solita fredda diligenza ».
A dir la verità, se un difetto può attribuirsi a queste figure, mi sembra che sia la soverchia loro lunghezza. Si osservino, infatti, quelle della Vergine Madre e della Maddalena, le quali hanno l’aria di essere tutt’altro che «tozze ».
Non vale la pena di rilevare un altro enorme errore materiale nel quale quegli scrittori sono caduti, quando hanno veduto «nei pilastri dell’altare» di questa cappella le figure di S. Caterina e di S. Cecilia, le quali si trovavano, invece, nelle fiancate di un’altra cappella, della quale tra poco dirò. Errore ripetuto poi dall’Hutton, quasi letteralmente (1).
Anche il Cavalcaselle vede nella figura centrale della lunetta un S. Ubaldo. Ma poi si trova imbarazzato di fronte alla effigie di questo santo, che e «in cornu evangeli» della cappella. E preferisce — come l’Hutton — accennare ad «un santo» senza nome, nonostante la scritta più volte ricordata. E l’errore si e trasmesso a tutti gli scrittori che dal Cavalcaselle hanno tratto ispirazione e norma.
Osservo inoltre che né il Cavalcaselle, né parecchi altri critici si sono curati d’indicare la data di questo affresco, la quale è pure scritta a chiare note ai lati dell’altare.
Merita invece essere rilevato il raffronto che il Cavalcaselle fa tra il nostro affresco e quello dell’Annunziazione, dipinto dallo Spagna nella villa papale della Magliana, presso Roma. «Il colore di quel l’Annunziazione e simile alla Deposizione nel sepolcro, di Trevi, con tinta giallo pallida nelle carni e toni verdastro—grigi, con molta sostanza nel chiaroscuro ».
In quella stessa villa è attribuito allo Spagna un Martirio di S. Felicita. La pittura e assai deperita, ma per quanto ancora può vedersi, «il colore e simile a quello dallo Spagna usato nella ricordata Deposizione nel sepolcro a Trevi ».
Inutile, dopo tutto ciò, dire che quest’opera dello Spagna e di grande importanza e di un valore artistico non comune, sia in relazione
1) G. B. CAVALCASELLE e G. A. Crowe. Storia della pittura in Italia, Vol. X0, Firenze, Lemonnier, 1908, pag. 87.
<216> alla produzione tutta di questo pittore, sia in confronto di quella dei suoi contemporanei della scuola umbra.
E’ qui che lo Spagna «si mostra con una grazia particolare e «con accenti di soavità e nobiltà superiori, e si afferma come lo «spirito più distinto che si sia formato alla scuola del Perugino, «quantunque lo Spagna sembri talora un artista timido, che cammina sulle traccie di questo e del Pinturicchio» (1).
Adolfo Venturi non esita a dichiarare questo nostro affresco «la migliore delle composizioni dello Spagna ». Poiché qui «la sua personalita si definisce; gli schemi perugineschi ne formano ancora il substrato, ma gl’insegnamenti di Raffaello hanno servito a dare aria e moto ai personaggi del sacro dramma. Lo Spagna non riesce ad una concezione elevata prossima a quella del suo nuovo prototipo: ma ne intende la monumentalità» (2).
Di grande pregio ritiene questa Deposizione anche il Layard (3).
Più d’uno, come dissi, ha creduto vedere qui una reminiscenza della Deposizione di Raffaello, che è nella galleria Borghese. Ma — a parer mio — è più nel soggetto propostosi dall’artista, che nel modo nel quale l’ha trattato. Se la composizione nell’insieme presenta una certa somiglianza con quella dell’Urbinate, non mi pare possa esagerarsi tale circostanza fino al punto da togliere al nostro il pregio dell’originalità. Tanto più che, secondo il Berenson, tra lo Spagna e Raffaello ci corre come dal sole alla luna; poiché lo Spagna non è di Raffaello che un pallido riflesso (4).
Lo stesso autore fa un diligente raffronto tra il Perugino e lo Spagna. Così il Berenson trova che le mani disegnate dal Perugino sono molto più fine e delicate di quelle dello Spagna. che spesso sono anche deformi, e che lo Spagna è meno del Perugino felice nei panneggiamenti. Ma basta osservare con qualche attenzione la Deposizione dello Spagna e l’Adorazione dei Magi del Perugino che abbiamo in questa chiesa, per poter dimostrare — qui almeno — perfettamente il contrario.
Infatti, nell’Adorazione de’ Magi le mani sono trattate dal Perugino in modo assai poco felice, ed i piedi ancor peggio ; mentre
(1) G. LAFENESTRE. La peinture italienne. Paris, Picard, (s. a.) pag. 282.
(2) A. VENTURI. Storia dell’arte italiana. Milano, Hoepli, 1913. Vol. VII. Parte
Il, pag. 730.
(3) AUSTEN HRNRY LAYARD. The italian school of painting. London, Murray,
1907 2 voli. pag. 244.
(4) BERNHARD BERENSON. The study and the criticism of italian art. London,
Bell, 1902 12 voll. 2a serie, pag. 8g ss.
<217> nella Deposizione dello Spagna troviamo mani e piedi più accuratamente disegnati.
Così, i panneggiamenti di questo affresco superano di molto nella fattura e nel disegno quelli che rivestono i personaggi dell’Adorazione peruginesca. Si osservino i panneggiamenti del S. Giovanni e di Giuseppe d’Arimatea nella Deposizione e si vedrà quanto magistralmente siano disposte ed armonizzate le pieghe, quanto artisticamente siano utilizzati i panneggiamenti come motivo decorativo. Non altrettanto direi di quelli del Perugino nell’affresco cito e in questa chiesa; poiché nessuno potrà trovare né nuova, né bella la maniera con la quale i panneggiamenti qui sono trattati. Siamo di fronte — è vero — ad un’opera dell’estrema vecchiezza del Perugino; era, in ogni modo, il raffronto che rei è parso utile tentare, dimostra, a parer mio, come ben difficilmente si possano in fatto di critica d’arte pronunciare giudizi e fissare criteri assoluti; conce parrebbe aver voluto fare il Berenson nel porre di fronte certe particolarità delle opere dello Spagna ad altre simili del Perugino.
I1 Dioteguardi fondatore della cappella, aveva, tra altro, lasciato 10 «fiorini, perché si facesse una sepoltura per sé e per i suoi, dinanzi e presso questo altare. Ma non sappiamo se tale suo desiderio avesse effetto. La realtà è che dinanzi alla cappella e ora la sepoltura di un Pascasio Bovarini, da Trevi (1610), e nei pressi non ne esistono altre. Onde non sappiamo neanche dove riposino le ossa di questo nostro buon concittadino che, pure lasciando ai suoi eredi un cumulo di penose vicende, fece ai posteri il munifico dono di quest’opera meravigliosa, che del tempio trevano e l’ornamento più ammirato. Pensi conservarlo chi deve, ascoltando le voci dei cittadini che per le opere d’arte della loro terra invocano protezione e difesa!
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
Le aggiunte in carattere color marrone sono state apposte all’atto della presente trascrizione
<183>
In origine era dedicata a S. Rocco, S. Antonio e S. Sebastiano, dei quali vi erano le imagini(2). La cappella era di giuspatronato
________________________
(1) Il 28 Settembre 1530 una Scionia d’Emiliano lasciava nel suo testamento unum linteamen pro apparato figurarum di questa cappella. (Archivio notarile – Trevi – To. 417, f. 219. Rogito di Agostinaugelo Natalucci). Una deliberazione del consiglio in data 12 Settembre 1527 porta che il comune, da allora in poi, dovesse offrire il 19 Luglio di ogni anno una «libbra» di cera in onore di S. Rocco, al suo altare nella chiesa delle «Lagrime».
<184> laicale, ed apparteneva, sulla fine del ‘500 ad una Giulia Angerilli, di Lapigge, presso Trevi, che aveva lasciato un oliveto in vocabolo «Carpinete» a dotazione della cappella; ma a patto che non fosse consegnata ad altri che ai suoi eredi: pena la perdita del legato. Ma nel 1586 una Donna Tisbe, moglie di Vincenzo Ricci, erede dell’Angerilli, ancora non si dava premura di condurre a compimento i lavori di questa cappella.
Onde il preposto D. Benedetto da Venezia, la richiamò all’adempimento dell’obbligo o alla rinunzia della cappella. E li 8 Agosto 1587, per atto del notaio ser Onorato Gentili la cappella fu rinunziata a favore dei Lateranensi(1).
Quando nel 1610 S. Carlo Borromeo fu canonizzato dal papa Paolo V, il preposto delle «Lagrime» di quell’epoca era un D. Ippolito Pigna. Esso si diede premura di intitolare la cappella al nuovo santo, che, in vita, era stato molto benevolo verso i Lateranensi, presso i quali recavasi spesso nella canonica di S. Maria in Porto, di Ravenna, dove anche gli fu eretto un altare.
La cappella, architettata come le altre, porta sul fregio le iscrizioni seguenti:
a sinistra:
D. HIPPOLITO PIGNA PRAEPOSITO
nel mezzo:
DEVOTO PIORUM AFFECTV
a destra:
PROCURANTE ANNO MDCXVII
Da notare che questa iscrizione, col nome e cognome del preposto, è se non una rarità almeno una irregolarità in quantoché — come già dissi — i Canonici Regolari Lateranensi dovevano chiamarsi, in privato e in pubblico, col solo loro nome e con la designazione della città nativa. Così volevano le «Costituzioni» di cui feci già cenno. Col tempo, invece, le piccole ambizioni si fecero strada anche in questi ambienti, e — qua e là — incominciarono i «prelati» della Congregazione a lasciare in monumenti ed iscrizioni le tracce dell’opera loro. Onde avvenne che, fino dal 1563, il Capitolo generale tenutosi in Ravenna nel Maggio di quell’anno proibiva ai prelati e canonici di mettere in qualunque luogo i loro nomi o le loro armi gentilizie. E, se già vi fossero, si dovevano cancellare(2).
(1) Archivio delle 3 chiavi – N. 241.
(2)Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna Cod. 138 4 C. f. I.
<185>
Ma la proibizione non fu efficace, a quanto pare; poiché nuovamente nel Capitolo generale del 1581 si tornò a deliberare — tra le altre cose — che si togliessero stemmi ed iscrizioni di canonici, da tutti i conventi, fabbricati a spese dei monasteri; pena una —disciplina — in tempo di visita(1).
Onde il nostro D. Ippolito Pigna non era in regola quando apponeva il suo nome e cognome sul fronte di questa cappella. A meno che esso dimostrasse che questa non era stata fabbricata a spese del monastero; ma non credo sarebbe stata cosa facile, né possibile. Sulla parete di fondo della cappella è un quadro in tela rappresentante S. Carlo Borromeo, in venerazione della Vergine. Opera meno che mediocre di mediocrissimo autore. Con tutto ciò il buon Natalucci ha lasciato scritto che il quadro è «di fina fattura»; ed aggiunge che per esso furono lasciati 50 «fiorini» da una tale Vienna di Speranza Mattioli nel 1609(2).
Sopra al quadro, tra due angeli, è lo stemma del Borromeo: di bianco, con la parola «Humilitas» in caratteri gotici. Ai lati del quadro sono due ovali con figure votive a chiaro scuro rosso: la guarigione di un bambino, a sinistra; il salvamento di un annegato, a destra; opere di nessunissimo pregio.
* * *
Fino al 1869 era venerata su questo altare una statua di S. Francesco, ora nel piccolo museo della città. E poiché può dirsi che questa scultura faccia ancora parte delle opere artistiche che adornano la nostra chiesa, ne dò qui la riproduzione fotografica (Fig. 24).
Fig. 24 – Statuetta d S. Francesco (Museo Comunale – Trevi)
Dal 1997 al Museo di S. Francesco
La statua misura m. 0,90 di altezza. È
scolpita in pietra tenera dell’Appennino(caciolfa). In origine la statua dovette essere policromata, come dimostrano le tracce di colore che restano sugli occhi, sul lato destro del costato, nel quale si vede a traverso un’apertura della tonaca la stimmata di quel lato, tinta in rosso, come lo sono anche quelle delle mani e dei piedi del santo.
Questi è raffigurato senza barba (Fig. 25) cosa non frequentissima nella iconografia francescana. Nella mano destra sostiene un libro chiuso, forse quello della regola.
Si tratta di un lavoro della prima metà del ‘500, probabilmente di scuola toscana, pregevole per la fine modellatura della testa e delle mani; nonché per l’espressione assai efficace del viso e degli
(1) Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna- Cod. 139 4 K. f. 79t.
(2) Ms.cit. f.234
<186> occhi in ispecie. A parer mio il difetto maggiore è nelle dimensioni della figura, che — né grande, né piccola — non richiama, come meriterebbe, l’attenzione del visitatore.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
<182>
4° – L’ALTARE MAGGIORE
Questo altare era stato concesso, in origine, alla famiglia Beci, di Trevi. Ma, estinta questa, Giacomo Valenti, governatore delle armi dello stato d’Urbino, presentò domanda, al generale dei Lateranensi perché volesse concedere a lui questo altare, e dargli il permesso di collocare monumenti sepolcrali della famiglia nelle due pareti laterali. Si obbligava, intanto, di erogare 50 «scudi» per restauri a quell’altare, che era destinato al Sacramento, ma dedicato alla Annunziata.
Della domanda del Valenti si occupò la Dieta dei Lateranensi adunata a Reggio Emilia in S. Maria della carità il 19 Maggio 1683; e concesse quanto veniva domandato, salve le necessarie approvazioni da parte del visitatore e dell’abate delle «Lagrime» (3).
________________________
(3) Atti capitolari dei Canonici Regolari Lateranensi i n Archivio d i S. Pietro in Vincoli. Vol. 1682-87.
<183>
Dopo questa formalità fu stipulato a Trevi il relativo istrumento, in data 17 Luglio 1683(1).
Con la scorta di queste notizie e visto il carattere dell’attuale altare, dobbiamo ritenere che a questa epoca rimonti la sua costruzione, come è ora. Essa, infatti, è del tutto seicentesca: ma senza pretese artistiche. All’altare che è isolato dalla parete dell’abside, si accede per quattro gradini.
Notevole il tempietto in legno intagliato e clorato, di stile bramantesco, collocato sopra l’altare, come «residenza» per il Sacramento. Il tempietto posa su di un cumulo di nuvole. Quattro gruppi di colonne sorreggono la cupola: e sopra ognuno di essi è la piccola statua di un evangelista. Ai lati due angeli adoranti.
L’impalcatura in legno, che, al di là dell’altare, sorregge l’organo sotto la finestra bifora dell’abside, fu costruita con poca cura e nessuna eleganza — forse con intenti provvisori — nel 1886, quando furono celebrate le feste del IV centenario della Madonna delle Lagrime.
Nonostante l’assenza di opere d’arte notevoli, devesi riconoscere che l’insieme di questo altare è ben proporzionato allo ambiente.
Il finestrone biforo che è nel mezzo della parete di fondo conserva nella parte superiore gli avanzi di una vetrata a colori, della quale vediamo ancora una Vergine e due serafini ai lati.
(1) Archivio Valenti – Instrum. – Pars I., N. 49, f. II ss.
È sull’angolo della crociera di sinistra. Molto modesto nelle sue proporzioni, non ha alcun rapporto di simmetria con gli altri. Fu eretto — forse a titolo votivo — da Alfonso Valenti nel 1690 circa. Sopra l’altare è in una nicchia a fondo azzurro, chiusa con una vetrata di piccole lastre, un Crocifisso in marmo bianco, di fattura assai ingenua e non bella.
[ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]
In fondo al braccio destro della chiesa, l’antica parete della casa che fu di Diotallevi d’Antonio Santilli e sulla quale era dipinta la imagine, venne inclusa nel muro della nuova chiesa.
Dissi già 1) che innanzi alla Madonna fu subito costruita dalla pietà dei devoti una cappella, ornata di opere in pietra, fino dal 1486. Successivamente, e cioè nel 1520, era stata di nuovo abbellita con colonne di pietra, decorate alla «damaschina»(2). La cappella era poi terminata da una piccola cupola. E certamente, data l’epoca della sua costruzione, doveva essere cosa di molto buon gusto. Ma di tutto ciò nulla rimane, all’infuori dell’imagine della Madonna, intorno alla quale fu costruito l’attuale altare di stucco e muratura.
L’imagine fu dipinta il 3 Ottobre 1483(3). Chi sia stato il modesto pittore non sappiamo. Ma il lavoro, quantunque del tipo delle molte «maestà» che si vedono frequentemente nelle edicole campestri e nelle pitture votive di molte chiese, è condotto con abbastanza coscenziosa cura.(Fig. 3). Il fondo è giallo-oro con ornati simmetrici rossi, a imitazione di damasco. Intorno gira un fregio a disegno geometrico, eseguito col traforo. La Madonna è rappresentata in piedi. Un velo bianco le copre il capo, e la cocca destra del velo è gettata sulla spalla sinistra. La veste è bianca, a fiori rossi piccoli e
________________________
(1) Cfr. sopra pag. 48.
(2) Natalucci D. ms, cit. f. 231.
(3) Cfr. sopra pag. 22.
<175>rari. Tutta la figura è coperta da un ricco manto azzurro, che scende quasi fino a terra, lasciando scoperta appena l’estremità della gonna. Con ambo le mani la Madonna sorregge il Bambino, che le cinge il collo col braccio sinistro, mentre la, mano destra è in atto di benedire. Una tunica rossa ricopre l’intera figura del Bambino, che ha la capigliatura lunga fino alle spalle, specialità iconografica non frequente(1), e il viso è rivolto verso la Madre.
Questo affresco può dirsi una discreta opera d’arte paesana. Lascio a chi si diletta d’ipotesi e di attribuzioni il cercare o fantasticare dell’incognito autore.
Ai piedi della Madonna si leggono queste parole in caratteri gotici:
QUESTA FIGURA [F]ECE [F]ARE …
Doveva certamente seguitare così DIOTALLEVI D‘ANTONIO ecc.; poiché sappiamo che fu esso il devoto committente della pittura.
Importante è osservare che l’affresco non è più completo. La parte destra di esso è rimasta coperta dalla sovrapposizione degli stucchi dell’altare attuale. Non so dire se questa parte mancante sia stata anche distrutta, o sia soltanto nascosta dietro la nuova sovrapposizione; ma è certo che presso la figura della Madonna era dipinta quella di S. Francesco. Ne fa fede il cronista Mugnoni, che vide con i suoi occhi la primitiva «maestà» com’era ai suoi tempi. E ci dice chiaramente che tre erano le figure quivi dipinte(2). Una prova di più la troveremo in una delle tavolette votive, che più avanti illustrerò.
* * *
È questa la prima volta che l’imagine della Madonna delle Lagrime viene riprodotta e pubblicata nella sua completa autenticità. Fino ad ora la sua iconografia era assai arbitraria e povera. Non abbiamo, infatti, che tre sole riproduzioni che ricordano questa imagine. La prima fu pubblicata dal Giorgetti nel suo opuscolo che tratta della nostra chiesa, edito nel 1752.(Fig. 20). Ma è la vera imagine?
(1) Uno studio speciale sulla iconografia di Gesù Bambino non credo sia ancora stato fatto. Noto che tra le moltissime figurazioni del Bambino da me cercate e studiate una soltanto ne trovo con chioma fluente, come in questa delle «Lagrime»; ed è in un mosaico della chiesa di S. Maria Nuova (S. Francesca Romana) a Roma. Cfr. A. Venturi. La Madonna, Milano Hoepli; 1900, pag. 7: e P. Lugano S. Maria nova, Roma, s. a. ma 1923 pag. 10).
(2) Cfr. sopra pag. 27.
<176>incisa in rame, è tutt’altro che vera; e sotto il punto di vista artistico è quanto di più deplorevole si possa concepire.
Un’altra riproduzione fu fatta in litografia nel 1886 in occasione delle feste centenarie (Fig. 21). Ma anche questa — per quanto migliore della precedente — non può pretendere ad alcuna rassomiglianza con l’originale.
Qualche anno fa si distribuiva ai fedeli un’altra imagine, disegnata da mano assai inesperta (Fig. 22). Tutte e tre queste riproduzioni sono in così malo modo eseguite, da, non ricordare — neanche lontanamente — il carattere quattrocentesco dell’originale. Ma ho voluto metterle qui per due ragioni: prima per non trascurare nulla di quanto può riferirsi alle vicende artistiche e storiche della nostra chiesa; poi per dimostrare ancora una volta la verità di quanto asserivo sul principio di questo mio lavoro, che — cioè — di questa chiesa è stato fin qui scritto poco e non bene; fino al punto — aggiungerei — che non si è mai messa sotto gli occhi del pubblico e dei devoti una esatta riproduzione della «maestà» alla quale nei secoli sono stati resi tanti onori e tributate tante attestazioni di fede.
Il primo dei devoti trevani che espresse il desiderio di ornare ed ingrandire la cappella, fu un tal Emilio Costanzi, il quale propose ai Canonici di far accomodare a sue spese la cappella della Madonna «dove si canta l’uffizio», per potervi far poi la sua sepoltura. Il Costanzi si offriva di fare a sue spese una «anchona(dipinto in tavola) grande, adorrata(dorata) et bella et un parato per l’altar di setta (seta) o velluto».
Di più avrebbe dato mezzo «caldarello» di olio — circa dieci chili — per la lampada, perché «i padri di S. Maria siano obbligati di aver cura de l’anima mia, in administrar li sacramenti per sua famiglia(sic)»(1).
Però la proposta del Costanzi rimase un pio desiderio e non se ne fece altro. Non sappiamo a quale anno essa rimonti con precisione, ma è certamente della prima metà del ‘500.
così la cappella della Madonna rimase nella sua forma primitiva. E sarebbe stato desiderabile che così fosse rimasta fino a noi! Ma purtroppo, l’invadente seicentume aveva così spagnolescamente corrotto il gusto ed il senso artistico del secolo, che l’opera ingenua dei
(1) Archivio delle 3 chiavi N. 230.
<177>devoti trevani quattrocenteschi apparve povera e meschina cosa agli occhi di quei loro pronepoti.
Fig. 21 – La Madonna delle Lagrime (Stampa del 1886) (Pag. 176)
Il 19 Ottobre 1614, in Roma, faceva testamento per mano del notaio Tranquillo Pizzuti il cittadino trevano Sestilio di Vincenzo Valenti. Come spesso accadeva di quei tempi, le disposizioni testamentarie di lui sono prolisse e complicate. Ma interessa alla storia della nostra chiesa il sapere che esso lasciò una somma di circa ottomila «ducati» (esattamente: 5000 «scudi» romani e 2800 «ducati» di Napoli) perché in Trevi venissero i Chierici Regolari Minori, che erano a S. Lorenzo in Lucina, istituiti da S. Francesco Caracciolo, nella nostra città costruissero una chiesa ed un collegio per i giovani di Trevi. Nominava sua erede una nepote a nome Maria. Morendo essa senza figli, o facendosi monaca, i beni stabili ereditarii dovevano passare a quei Chierici Regolari Minori; e i capitali in contanti dovevano servire per dotare zitelle povere di Trevi, qualora, per una ragione qualunque, i Chierici Regolari Minori non fossero venuti a Trevi, né altri in loro vece ne avessero sostituiti gli esecutori di queste disposizioni testamentarie, che erano i cardinali Maffeo Barberini — che fu poi papa Urbano VIII — ed Erminio Valenti.
E nello stesso caso il testatore disponeva dei beni stabili così: «Voglio sia erede la ven. chiesa della gloriosissima Madre di Dio,nominata la Madonna delle Lagrime in detta mia patria, nella quale vivono al presente li reverendi padri Canonici Regolari, li quali potendo liberamente disporre della cappella nella quale è I’imagine di detta gloriosa Madre e concedendomi di poterla ridurre in migliore e più bella forma, siano obbligati spendere tutto il frutto che daranno li suddetti beni stabili, per il corso di dodici anni; il quale servi (sic) per detta riduzione in forma migliore et ornamento e abbellimento della medesima cappella, secondo il giudizio di persone perite; e completa detta riduzione e ornamento, alla quale prego dui principali e caritatevoli cittadini, da eleggersi dalla comunità debbano insieme con essi Padri assistere, debba il medesimo frutto che daranno li suddetti miei beni stabili servire per mantenimento della detta chiesa e casa di maggior numero di essi Padri di quello vi è al presente». Ed impone ad essi alcuni speciali obblighi. E seguitando dice che è finito detto abbellimento, ornamento e riduzione, debbano li detti Padri porvi una memoria e iscrizione, nella quale si dichiari, che a gloria et honore del Signore <178> Dio e di detta Sua Madre SS.ma: in rendimento di grazia per li benefici ricevuti dalla loro bontà ho ridotto la detta cappella nella forma apparente, ornata et abbellita e lasciai li sopradetti miei beni» ecc.(1).
Ora, di tutto ciò nulla si fece, perché altri precedette le intenzioni del Valenti. Né i Chierici Regolari Minori vennero a Trevi, né ad essi se ne sostituirono altri. L’eredità in contanti Cper la fondazione di quello che si disse il «Maritaggio Valenti»; ma i beni stabili non passarono alla chiesa delle «Lagrime». Né saprei dirne il perché
Sestilio Valenti morì in Roma il 7 Novembre 1620. Egli aveva passata molta parte della sua vita al seguito del marchese Chiappino Vitelli nelle Fiandre, dove questi morì lasciando figliuoli di cui il Valenti ebbe la tutela per ben quattordici anni. Trasferitosi poi in Napoli era vissuto in pieno ambiente spagnuolo; onde a lui, abituato alla nuova arte farragginosa e tronfia, sorrise l’idea di darne un saggio nella sua Trevi. Ma, dissi già non se ne fece altro, perché poco prima della morte di Sestilio Valenti altri provvide al rifacimento, o disfacimento della cappella della Madonna. Ed è strano che il Valenti, visto ciò non provvedesse a nuove disposizioni testamentarie; egli che in precedenza aveva giàper ben quattro volte espressa in altrettanti testamenti la sua volontà.
Era morto nel 1618 in Trevi il cardinale Erminio Valenti. Eredi suoi furono i nipoti Pompeo e Francesco Benenati-Piccolomini, figli di una sua sorella, residenti a Cascia, nell’Umbria. Essi dovevano provvedere al monumento sepolcrale del defunto. E in tale occasione vollero anche rimodernare l’altare della Madonna.
Chiesero, perciò al generale dei Lateranensi, D. Serafino da Cremona, la concessione della cappella, nella quale si proponevano di erigere un nuovo altare, con ornamenti in muratura e di notevole altezza, per maggior decoro dell’immagine della Madonna. Si riservavano anche di porre nella cappella una sepoltura per loro, e per i loro eredi e successori maschi.
Il generale accordò quanto gli si chiedeva, salvo l’approvazione del «Capitolo» delle «Lagrime». Questo si adunò: erano due canonici,
(1) Archivio Valenti – Instromentorum – A. pars. 1N. 24 i/2 f. 312 ss.
<179> in tutti: il preposto D. Girolamo da Lugo e il canonico D. Vitale da Rieti, i quali non poterono che approvare il già fatto, almeno in parte, poiché il monumento era già stato costruito! Concessero però ai Benenati-Piccolomini la Cappella allo scopo di adornarla e decorarla; nonché lo spazio per la loro sepoltura e il permesso per un altro monumento, ed anche la facoltà di apporvi le loro armi. La concessione era perpetua ed irrevocabile, con la promessa di non fare, in quella cappella, alcuna nuova concessione, finché durasse la linea mascolina dei Benenati-Piccolomini.
All’atto, stipulato nella sagrestia delle «Lagrime» il 1° Aprile 1621 dal notaio trevano Francesco Mattioli, interviene il solo Pompeo Benenati-Piccolomini, che, anche a nome del fratello Francesco, promette che adorneranno la cappella secondo la loro devozione, in modo che l’«ornamentum sit bene positum et ornatum ac decoratum». Promettono anche di fare dinanzi all’altare una balaustrata di pietra o di legno «che chiuda tutta la cappella, da un angolo all’altro che sia ben ornata a piacimento di detti signori Benenati»; scrive il notaio, in italiano, questa volta, per farsi meglio intendere(1)! I Benenati assegnano anche alla loro cappella la dotazione di una rendita di 5 «scudi» all’anno, con certe condizioni di celebrazione di messe. Promettono pure di provvedere all’arredamento della cappella per il Sagramento, che dovrà tenervisi sempre.
È da notare che nella licenza data dal generale dei Lateranensi è detto che i Benenati intendono collocare l’imagine della Madonna alquanto più in alto, per maggior decoro ed ornamento. E per far ciò era necessario demolire la testudo o calotta, che allora esisteva, sopra l’edicola della Madonna, secondo la primitiva costruzione.
Eccoci, dunque, alla distruzione di quello che fu il primo monumento della pietà dei trevani! Ma cos’erano i tempi(2).
Durastante Natalucci, vittima anch’esso della recente folata del gusto fastoso e vuoto, dice che la facciata di questa cappella «è majestosa
____________________________
(1) Archivio Valenti – Instrum: A. pars 1. – N. 27, f. 388, ss.
(2) Pur troppo il mal gusto non è del tutto estirpato, se qualche cosa di simile abbiamo visto commettere pochi anni or sono in un altro moderno santuario umbro: la Madonna «della Stella», presso Montefalco. Anche lì con rinascente seicentomania, si distrusse la primitiva edicola campestre, alla quale la chiesa attuale doveva origine e fama e frequenza di popolo. Si portò più in alto la piccola parete su cui era dipinta l’imagine, e le si fabbricò sopra un detestabile tempietto, presuntuoso e stridente con tutto il resto della chiesa, che pure è pregevole costruzione, decorata di lodate pitture!
<180> e mirificamente rifatta con colonne e statue di stucco»!(1) Bisogna però riconoscere che, architettonicamente, il prospetto di questo altare si presenta realmente con una certa solennità (Fig. 23).
Su sei colonne scanalate, di ordine corintio, posa il cornicione, sormontato da un timpano spezzato, mentre nel mezzo di questo si innalza un altro prospetto minore; nel centro del quale è un affresco rappresentante il Padre Eterno benedicente, tra angeli e serafini.
Sul fregio si legge il motto del Salmista:
QUI SEMINANT IN LACRYMIS IN EXULTATIONE METENT
Ai lati dell’edicola della Madonna, sono tra due colonne, le statue di S. Francesco a destra e di S. Ubaldo a sinistra.
Se l’artista che ha costruito questo altare non avesse voluto animare, per dir così, l’opera sua con troppe figure, grandi quanto e più del vero, di angeli e di profeti — David e Salomone — agitate tutte da pose ricercate, talune acrobatiche addirittura, il prospetto dell’altare sarebbe stato abbastanza sobrio, poiché rifletteva ancora nell’architettura, gli ultimi sprazzi dell’influenza del rinascimento.
A confortarci della perdita dell’antica edicola, rimane — unico avanzo delle primissime opere qui eseguite — la grossa pietra che gli uomini di Campello offrirono per l’altare della Madonna delle «Lagrime» fino dai primi giorni della sua manifestazione(2). Ma anche questo ingenuo segno della devozione dei tempi andati è stato mascherato dalle successive costruzioni dei tempi nuovi. E la pietra si vede ora* incastrata nel centro dell’altare attuale di mattoni e stucco. Sulla pietra sono incise queste parole:
Y H S
C A M P E L L V
M° C C C C° L
X X X V°
Fig. 23 – Cappella della Madonna delle Lagrime (Pag. 180)
Dell’autorizzazione avuta di apporre le loro armi nella cappella rifatta dai Benenati-Piccolomini, essi hanno profittato, dirò così senza discrezione; poiché mentre al di sotto delle due statue di S. Francesco e di S. Ubaldo sono due stemmi di quella famiglia — di argento alla croce d’azzurro, caricata all’estremità di quattro crescenti
(1) Ms. cit. f. 231.
(2) Cfr. sopra pag. 34.
* In un intervento nel secondo quarto del XX secolo la pietra fu intonacata e l’iscrizione ricoperta. Alla fine degli anni ’60, dovendo adattare l’altare ai nuovi canoni della riforma liturgica, l’epigrafe tornò alla luce e ora si può vedere dietro l’altare, verso la parete ove è dipinta la Madonna
<181> montanti e di un sole nel centro — si rivedono un poco da pertutto i simboli araldici. così il sole è ai due lati, in basso: ed è ripetuto due volte sopra il timpano che sormonta la parte superiore dell’altare. Due «crescenti» si rivedono sopra l’edicola della Madonna. Al di sotto di questa è una porticina in legno (non visibile nella Fig. 23: perché nascosta dall’altare); ed anche essa è decorata delle mezze lune araldiche dei Piccolomini.
In conclusione, però deve dirsi che — prescindendo dai difetti dell’epoca — anche questo altare può considerarsi un’opera d’arte che non disdice alla solennità del tempio. E molto più perdonabili sarebbero stati i difetti, se invece dello stucco, i donatori avessero in questa costruzione profusa quella dovizia di marmi, che riservarono, invece, come vedremo, al monumento dello zio cardinale, che li aveva lasciati eredi dei suoi beni!
Presso la porticina che dà nell’andito verso la sagrestia (N. 27 della pianta) è collocata su di una delle lesène che fanno angolo tra questo braccio e l’abside, la seguente iscrizione a lettere d’oro, su marmo di Carrara:
A DIO O. M. ED A MARIA VERGINE DELLE LAGRIME DI TREVI PRESIDIO E DECORO DEVOTE ONORANZE SOLENNI OGNI ORDINE DI CITTADINI ED IL CONTADO QUI VOLLERO CELEBRATE NEI GIORNI 7 AL 15 AGOSTO MDCCCLXXXVIIL IV0 CENTENARIO TRASCORSO DAL PRODIGIO
NEL PATRIO UNIVERSALE CONGAUDIO SI PONE QUESTO MARMO A MEMORIA PERENNE DEL FATTO CHE I POSTERI VORRANNO IMITARE
Questa iscrizione — dettata da mio padre, Filippo Valenti, di sempre venerata memoria — ricorda le grandi feste che furono celebrate in occasione del quarto centenario della manifestazione della Madonna delle Lagrime.
Il centenario cadeva nel 1885: ma ne fu rimandata la celebrazione
<182> all’anno seguente per potere con più solennità e sfarzo compiere tutti i necessarii preparativi(1).
Le feste durarono otto giorni, come dice l’iscrizione. Intervennero l’Arcivescovo di Spoleto, Mons. Elvezio Mariano Pagliari; quello di Foligno Mons. Vincenzo Serarcangeli e, in rappresentanza del capitolo di S. Pietro in Vaticano, Mons. Alessandro Sanminiatelli Zabarella, arcivescovo in partibus, che fu poi cardinale. Le funzioni religiose furono rese più solenni da musiche impressionanti e fragorose — come permetteva la liturgia d’allora — con l’intervento di maestri e cantori di Roma e delle città vicine a Trevi.
L’affluenza del popolo fu stragrande; e siamo in molti a ricordare l’imponente spettacolo di una folla ognora crescente, che gremiva, il vastissimo tempio.
Le feste non furono soltanto religiose, ma insieme si ebbero rappresentazioni teatrali, accademie e fuochi d’artificio(2).
(1) Cfr. sopra, pag. 116.
(2) Nell’elegantissimo teatro «Clitunno» fu rappresentata l’opera «La Favorita» di Gaetano Donizzetti. Nell’aula maggiore del Collegio Lucarini, antico convento di francescani, si tenne l’11 Agosto 1886 un’accademia di musica e poesia. In quell’occasione fu pubblicato un opuscolo «Ricordo del IV centenario di Maria Santissima delle Lagrime» (Trevi, Tip. Nazzarena, pagg. 20). In esso si contengono tre delle poesie recitate in quell’accademia: del Prof. Giuseppe Agostini, dell’Avv. Antonio Marini e dello scrivente.
Venerdì 5 Ottobre ore 20 Centro Storico, CONVIVIUM DEI TERZIERI e Disfida dei sapori ore 21 Teatro Clitunno , III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “Sugo Finto”
di Gianni Clementi, regia di Enzo Ardone – “La Bottega dei ReBardò”
Sabato 6 ottobre ore 21 Centro Storico, CORTEO STORICO – Grande Festa Medievale
Domenica 7 ottobre ore 14.30 Centro Storico, CORTEO STORICO e XXXVIII PALIO dei TERZIERI
Sospeso per maltempo -Rinviato ore 20 Apertura delle Caratteristiche Taverne Dei Terzieri
www.terzieredelcastello.com
– Prenotazioni – 3669361668
www.terzierematiggia.org
– Prenotazioni – 3387054215
www.terzieredelpiano.it
– Prenotazioni – 3342901352
Venerdì 12 Ottobre ore 21 Teatro Clitunno, Concerto Banda Aeronautica
Sabato 13 Ottobre Ore 15-24 Centro Storico, MERCATO MEDIEVALE
ore17 – Villa Fabbri -Visibile parlare. Dietro le quinte della storia a Trevi,
Spoleto e Montefalco -Relatore: Fabio Marcelli ore 21.00 Centro Storico, SFIDA dei SUONI: Duello musicale tra i tamburini dei Terzieri ore 21.00 Teatro Clitunno , III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “La Cattedrale”
drammaturgia e regia di Roberta Costantini e Marco Marino – “Compagnia Teatrale Costellazione” di Formia.
Domenica 14 Ottobre Ore 9-22 Centro Storico , MERCATO MEDIEVALE ore 9 Villa Fabbri , TORNEO ARCIERISTICO NAZIONALE L.A.M ore 9.15 Piazza Garibaldi, V EDIZIONE GUSTA TREVI MTB – Raduno non agonistico ore 10, Villa Fabbri, La Domenica del Borgo a cura dell’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”:
visita guidata ai principali monumenti di Trevi con “Ciceroni” d’eccezione. Info su www.comune.trevi.pg.it 0742/332269
ore 11-20 Piazza Mazzini, GUSTA TREVI: Assaggi delle eccellenze del territorio ore 15.00 Piazza del Teatro, The Big Draw
Venerdì 19 Ottobre ore 21Teatro Clitunno – III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “Non ti pago”
di Eduardo De Filippo, regia di Gianni Bevilacqua – Compagnia Teatrale “Le voci di dentro” di Assisi;
19 -21 ottobre 2018
Villa Fabbri, “ECO NATURA”
III edizione del Salone del Turismo Rurale, info www.turismorurale.info Villa
Sabato 20 ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini, ANTEPRIMA DELLA MOSTRA MERCATO
DEL SEDANO NERO E 54° SAGRA DEL SEDANO NERO E DELLA SALSICCIA
ore 20 Centro Storico, SCENE DI VITA MEDIEVALE
Domenica 21 Ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini, MOSTRA MERCATO DEL SEDANO NERO
E 54° SAGRA DEL SEDANO NERO E DELLA SALSICCIA
ore 10 Ristorante Apriti Sedano, A lezione di Sedano Nero di Trevi,
laboratorio di cucina, a cura dell’Ass. Pro Trevi e Apriti Sedano. Info e prenotazioni 0742-781150
ore 12 Piazza Mazzini, Cerimonia di premiazione del miglior Sedano Nero ore 17 Centro Storico, Banda musicale della Città di Umbertide ore 18 Centro Storico, SCENE DI VITA MEDIEVALE ore 18 Piazza Mazzini, Lancio della mongolfiera
un messaggio da Trevi al mondo, a cura dell’Ass. Pro Trevi e dell’Istituto Tommaso Valenti
Venerdì 26 Ottobre ore 21 Teatro Clitunno, Spettacolo Teatrale “Itaca” con Lino Guanciale
RINVIATO al 19 Novembre 2018
Sabato 27 Ottobre ore 14.30 – Stadio Alberto Pinca, Incontro di calcio a scopo benefico della
“ItalianAttori” in ricordo di Ray Lovelock ore 16,30 – Piazza Garibaldi, PALIO DEI BAMBINI: Giochi popolari
ore 17 – Chiesa di S. Francesco, Mostra Capolavori del Trecento
Visita guidata da Alessandro Delpriori
ore 21 – Teatro Clitunno, III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE:
“Un grazioso via vai” di Marco Tassara, regia di Graziano Sirci “Compagnia Teatrale Arca” di Trevi;
Domenica 28 Ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini , Castagnata e Antichi Sapori
Martedì 30 Ottobre ore 15,30 – Villa Fabbri – Medioevo dell’Appennino,Convegno di studi, presiede Bernardino Sperandio
Interventi: Elvio Lunghi, Alessandro Delpriori,Corrado Fratini, Vittoria Garibaldi
——————————————————————————————————– Si segnalano a seguire Giovedì 1 Novembre ore 17.00 Teatro Clitunno: “Tartarino è partito” – rielaborazione di Lucia Genga dell’opera di
Alphonse Daudet “Tartarino di Tarascona” – Spettacolo Teatrale a cura dell’Associazione VO.LA Trevi; Ingresso libero
Domenica 4 Novembre ore 21:00 Teatro Clitunno, III Rassegna Teatrale Sipario d’Ottobre – “Ho il veleno” scritto, diretto ed interpretato da Silvana Prestipino,
“Compagnia Teatrale Lungo il Fiume e sull’acqua” – 3 e 4 Novembre Festivol- Trevi tra olio, arte, musica e papille- Info e programma su www.festivol.it – 5 Ottobre al 4 Novembre Villa Fabbri, Mostra collettiva di pittura “Artisti Trevani in Villa” www.comune.trevi.pg.it
Associazione Pro Trevi 0742.78 11 50 – 342.7351035
Casa Mazzieri (poi Degli Abati.1 , Petrucci e Cesqui, ora Merante)
Dalla pianta ricavata dal vecchio catasto Gregoriano (1819), si può ben vedere come era possibile il passaggio dall’atuale via Cavour alla costruzione evidenziata in rosso.
Così la descrive il Natalucci: “La casa … una volta de’ signori Mazzieri, che esiste sopra alla sudddetta chiesa di Santo Stefano ed è medesimamente grande, con bella facciata corrispondente alla bellezza delle sue stanze ed al commodo del contiguo orto, colla porta nelle antiche mura castellane, alla strada superiore, fra le case dei signori Valentini e Venturini, in vigore della concessione fattane al sig. Benedetto Mazzieri il 1619”..2
L’anno ben si addice ai canoni stilistici della costruzione.
L’edificio, giacente su più livelli in un terreno con forte pendio, mostra tutta la sua imponenza visto da valle (via della Piaggia) dove c’è un altro ingresso.
Recentemente, il nuovo proprietario (medico, come Berardo Mazzieri) con paziente opera di recupero, ha riportato la casa al primitivo decoro.
Durante i lavori di restauro sono venuti alla luce alcuni dipinti che riportiamo sotto: Un grande medaglione con scena mitologica, la decorazione d’angolo e uno stemma Mazzieri, partito con altra famiglia, molto elaborato.
La casa sorge in fondo a via S. Francesco, in angolo con Via dell’Orticaro, a monte di S. Reparata. É posta a cavaliere delle possenti mura romane visibili nella loro faccia esterna al piano superiore.
Le caratteristiche architettoniche salienti sono il grande portale in bugnato e l’alta facciata verso valle. La parete sud, prospettante sul giardino, è segnata da un enorme arco acuto tamponato, alto due piani, che rivela una preesistente costruzione del 14° secolo.
All’interno sono pregevoli il grande salone e la scala molto movimentata. Purtroppo questa ha subito danni oltre che dagli ultimi terremoti anche da altri più antichi tanto che alla fine del Seicento si rese necessario rinforzare la struttura con una colonna informe.
Dopo la recente sistemazione, orna l’ingresso un ottimo
calco della Venere di Cirene.
Casa Luzi – L’ingresso e la scala (2003)
Casa Luzi – Il grande camino del salone sormontato dallo stemma del card. Valenti (1998)
La casa fu costruita probabilmente nella seconda metà del 16° secolo e nel 1604, per onorare il neo Cardinale Erminio Valenti, la
famiglia Luzi
“alzò” nella sua casa lo stemma del cardinale
1
.
La famiglia Luzi risulta estinta nel 1728
2
e da allora la casa passò ai Piccini, che abitavano di fronte (casa ora Falchetti). I nuovi proprietari unirono i due edifici con un arco che scavalca via S. Francesco.
3
Nella prima metà del Novecento la casa era di proprietà Benedetti. Nel 1950 fu acquistata da Zenobi.
Chiesa della Madonna delle Lacrime Cappella di S. Alfonso
Cappella di S. Alfonso de’ Liguori, anticamente dedicata a S. Caterina e di patronato di TiberioValenti (+ 1566) e suoi eredi, gia con due tele rappresentanti S. Caterina e S. Cecilia attribuite allo Spagna (ora nella Pinacoteca). Nel 1741 fu fatta ridecorare dai Canonici Lateranensi e fornita di una tela mediocre del nuovo santo titolare