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  • La chiesa delle Lagrime (55), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    8 L’ARCHITETTO DELLA CHIESA
    E IL CONTRATTO PER LA FABBRICA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 55 a 63)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <55>

    Come e perché i contratti stipulati con Francesco di Bartolomeo, da Pietrasanta il 27 Novembre 1485 e con Sante di Giovanni. da Settignano il 2 Giugno 1486 per la fabbrica della chiesa non abbiano avuto esecuzione, non sappiamo, perché su ciò tacciono del tutto i documenti. É certo che si era arrivati alla seconda metà del 1486 e la fabbrica non era ancora stata iniziata. Onde è che, per rompere ogni indugio, 1’8 Agosto di quell’anno i Priori del comune con otto degli XI deputati delle «Lagrime» tennero adunanza, nella quale Bartolomeo di ser Giovanni, anteposto, propose si dovesse decidere, perché necessario, di aggiudicare ed accottimare la fabbrica della chiesa. E si delibera, infatti, che «assolutamente» debba aggiudicarsi. E tre o quattro dei deputati trattino coi «maestri» per i capitoli e le condizioni. Altrimenti redigano il capitolato, anche senza i «maestri», e riferiscano alla Società ed in essa si faccia l’aggiudicazione e il contratto definitivo (1).

    Deliberazione decisiva, per non tardare più oltre la costruzione della chiesa, voluta dal comune e dal popolo. Ma delle trattative corse tra i rappresentanti della Società delle «Lagrime» e gli appaltatori non abbiamo traccie.

    Intanto si provvedeva allacquisto del terreno, come già dissi,

    _______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi, N. 155, f. 47t.

    <56>

    necessario alla fabbrica, coi denari del comune, perché fosse sempre di sua proprietà.

    E, finalmente, il 27 Marzo 1487, si addivenne alla stipulazione del contratto con M°. Antonio di Giorgio Marchisi, da Settignano, presso Firenze.

    Ancora una volta, nella scelta dell’architetto per la nuova chiesa, si addimostra la sagace oculatezza degli amministratori di quei tempi; non solo: ma apparisce anche la loro coraggiosa iniziativa, poiché si trattava d’impegnarsi per un lavoro quasi colossale, costruire. cioè un tempio di dimensioni mai viste nel nostro comune. E ciò senza neanche avere in pronto sin dall’inizio la somma tutta che l’impresa grande richiedeva. Fiducia e coraggio, oltre al nobile senso religioso ed artistico animavano i deputati delle «Lagrime».

    * * *

    Di grande interesse è per noi sapere chi fosse e di qual valore l’architetto prescelto. Non molte, purtroppo, sono le notizie che di lui abbiamo: ma tante quante bastano a farci convinti che egli era eccellente nell’arte sua. Si chiamava dissi già Antonio Marchisi. Altri scrive Marchissi: ma nei documenti trevani risulta la prima grafia; ed io questa ho creduto ragionevole adottare. Spesso è chiamato Antonio di Giorgio, senz’altro. E così anch’esso si firma nel contratto trevano.

    Nacque a Settignano, storico e pittoresco castello e fecondo di artisti famosi, nei pressi di Firenze il 17 Maggio 1451. Nel 1474 lavorava a Pesaro insieme con Giorgio suo padre alla costruzione della fortezza di quella città detta poi la Rocca Costanza, perchécostruita per ordine di Costanzo Sforza, allora signore di Pesaro e figlio di Costanza Varano. Ma il lavoro fa bruscamente interrotto, se dobbiamo prestar fede a quanto il Marchisi padre scriveva a Lorenzo dei Medici, il 17 Aprile 1476. Pare che il signore di Pesaro, superate le prime difficoltà della costruzione. cioè quelle di edificare in mezzo all’acqua, cacciasse via in malo modo i Marchisi, padre e figlio, insieme agli scarpellini che il Giorgio aveva condotto seco di Toscana per quell’opera.

    Il Marchisi si lagna al granduca che il signore di Pesaro l’abbia fatto stare perfino una settimana senza viveri! E poiché egli reclamava, lo Sforza gli diede ordine per mezzo delle guardie, che entro due ore egli e suo figlio Antonio sgombrassero da quelle terre; altrimenti gli avrebbe fatta — scrive esso — «la barba di stoppa»,

    in

    altri

    termini :

    impiccare!

    Oltre di che — è sempre Giorgio Marchisi che narra — «lo Sforza gli avrebbe messa a sacco la casa e toltogli le masserizie e tutti i panni; tanto che dové tornare a Settignano in farsetto». E chiama testimoni gli scarpellini che «aveva menato seco». Lo Sforza avrebbe anche trattenuti i garzoni del Marchisi, che da questi avevano già avuti fino a tre mesi di paga anticipata. Tutto ciò avvenne, dice M°. Giorgio «quando egli m’ebbe fatto cavare una torre fuori della acqua et che vide che e’poteva fare senza me». Sicché il lavoro fu «allocato» ad altri e ciò anche più di un mese prima che il Marchisi fosse in così malo modo liquidato. Era, dunque, premeditata la sua espulsione?

    D’altra parte lo Sforza diceva che il Marchisi era fuggito portando via i denari che aveva avuto in anticipazione. Ma l’architetto si difende, e — da uomo pratico dell’arte — scrive al Medici: «Mandisi a stimare il lavorio ch’io ho fatto e conci allo avvenante delle scripte eh’io ho et vedrete se io ho soprapreso danari, et se li resta a dare. Io ho lavorato due mesi et non mi ha dato danaro». Perciò si raccomanda al Granduca e gli garantisce che tutto ciò che gli scrive è pura verità «et se a ciò a me (sic) io vi dicessi bugia alcuna, voglio elle senza niuna misericordia mi gastighiate» (1).

    Non sembri questa narrazione una divagazione del nostro argomento; poiché essendomi proposto di dare in questo capitolo le maggiori notizie possibili sull’architetto della chiesa delle «Lagrime», mi è parso necessario dire anche di questa disavventura del Marchisi padre, della quale partecipò anche il figlio Antonio, che era all’inizio della sua carriera, di artista.

    Questi raggiunse ben presto fama e meriti; poiché nel 1487 costruì a Firenze, fuori porta a Pinti, la chiesa e il convento di S. Giusto nel quale erano i Padri Gesuati; dove poi dipinse a fresco Pietro Perugino. La chiesa, che fu distrutta poco tempo dopo, durante l’assedio di Firenze nel 1530, era, a dire del Vasari, «un grande edificio, che insieme al convento annessovi era dei più belli e bene accomodati che fossero nella Stato di Firenze» (2). Ciò avveniva nel 1487: lo stesso anno in cui il Marchisi stipulava il contratto per la Chiesa delle «Lagrime».

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    (1) Gualandi Michelangelo.Nuova raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura ecc., Bologna, 1844, Vol. III, Pag. 341-343.

    (2) Le opere di Giorgio Vasari con muove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi, Firenze Sansonii, 1879-1885 Vol. III, p. 570. Vol. IV. p. 476.

    <58>

    * * *

    Preziosa, anche in questo argomento, è la testimonianza del cronista Mugnoni, il quale scrive che «el maestro che ha tolta ad fare dicta ecclesia, si è fiorentino ciamato (sic) mastro Antonio. homo reputato de grande ingenio». Ed aggiunge che lavorò molto sotto il pontificato di Sisto IV, in diversi edifici ed anche in S. Pietro a Roma; e costruì molte rocche e — ripete — «reputato grande ingenio et maestro in edificare». Ma con tutto il suo «ingenio» — anzi appunto per questo — dovette il Marchisi essere un «fiorentino spirito bizzarro». Vedremo tra poco come venne a dar noie e brighe al comune di Trevi, abbandonando anche il lavoro intrapreso.

    * * *

    Nel 1494 Antonio Marchisi era a Napoli, al servizio di quei reali, con la provvisione di 200 «ducati» per la costruzione e riparazione di fortezze in tutto il reame. Nel 1498 rivedeva le fortezze di Calabria. E. secondo il Vasari, lo scultore Andrea da Fiesole fu chiamato a Napoli dal nostro Antonio di Giorgio, che il Vasari stesso giudica «grandissimo ingegnere ed architetto».

    Nel 1517 il papa Leone X, volendo fortificare Civitavecchia condusse seco «di persone ingegnose» anche «Antonio Marchisi architetto allora di fortificazioni, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli».

    Nel 1518, ritornato a Firenze ebbe dagli Otto di Balìa l’incarico di rivedere le fortezze di Pisa, Livorno, Borgo S. Sepolcro, Arezzo e Montepulciano e di far nuovi progetti e modelli. Nello stesso anno andò a rivedere la fortezza di Fogliano in Val di Chiana, della quale fece un bellissimo disegno.

    Il Muntz crede riconoscere il nostro Marchisi in un «Magister Antonius de Florentia Murator» che nel 1185 era a Roma, a pigione in una casa del Capitolo Vaticano (1).

    Nel 1504 Consalvo di Cordova rilasciava mandati a favore del Marchisi, indicato con le qualifiche di ingegnere e di architetto e sotto il nome di «Antonio da Settignano»(2).

    Fra i più moderni scrittori fa menzione assai laudativa del Marchisi il P. Guglielmotti che lo dice «chiaro architetto militare».

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    (1) Eugene Muntz. Le artes àla court des Papes Paris, 1898, p. 48.

    (2) d°. Histoire de l’art pendant la Renaissance. Vol, II, p. 252.

    <59> Erroneamente, però Io chiama Marchisio e lo dice di Modena (1).

    Il nostro Antonio di Giorgio Marchisi morì il 1° Settembre 1522. Secondo il Vasari, egli sarebbe morto a Napoli, dove «fu fatto seppellire da quel re, non con esequie da architettore, ma reali». Ciò a prova della grande stima che il Marchisi godeva da quel re Ferrante «appresso al quale era in tanto credito Antonio, che non solo maneggiava tutte le fabbriche del Regno, ma ancora tutti i più importanti negozii dello Stato».

    Il Milanesi, però nelle sue note alle Vite del Vasari dice che tutto ciò sarebbe una «favoletta»; perché il Marchisi aveva fatto testamento fino dal 1493, ventinove anni prima della sua morte, ed aveva istituito erede Ottaviano, suo figliuolo, natogli dalla Fioretta di Giovanni Cioli, sua moglie. Se il figliuolo moriva, dovevano sostituirlo nell’eredità Zeffira e Ginevra sue figlie, la prima maritata ad Andrea Ferrucci.

    Più tardi, però altri fatti sopravvennero: e in un nuovo testamento del 10 Maggio 1520 istituì erede Giorgio, suo figlio naturale. Quindi cadrebbe il racconto del Vasari.

    Quello che conferma, però la meritata fama, di illustre architetto è la serie dei suoi lavori, come la Chiesa di S. Giusto a Firenze, e la nostra Chiesa delle «Lagrime». Quando di essa farò parola diffusamente e quando il lettore avrà sott’occhio l’imagine stupenda dell’esterno e dell’interno di questo nostro tempio si farà persuaso — nonostante i danni che il tempo arrecò all’edificio — che questo è opera di un architetto di genio e di ardimento; molto più che l’attuale chiesa non riproduce tutto lo splendore e la grandiosità del primitivo disegno, pur rimanendo sempre una imponente opera d’arte.

    Ulteriori notizie sulle vicende della vita di M. Antonio Marchisi avrò occasione di dare nel corso di questo libro, per ciò che si riferisce all’opera del Marchisi in Trevi.

    Notiamo, intanto, che esso si unì in questa impresa al suo conterraneo Sante di Giovanni, che, prima, aveva stipulato un contratto coi deputati delle «Lagrime». Circostanza questa di qualche valore, e che era fin qui sfuggita a chi aveva parlato di M°. Antonio e della chiesa dalle «Lagrime». Con essa. si mette in evidenza anche questo

    ____________________________

    (1) P Alberto Guglielmotti O.P.Storia della marina pontificia. Roma, Tip. Vaticana, 1893, Vol. I. p, 240, Vol. X. Indice.

    <60> secondo architetto di Settignano, del quale, finora, nessuna notizia si aveva dai più competenti in materia di storia dell’arte.

    E prima di lui il comune aveva trattato con Francesco da Pietrasanta, che presentò il disegno per la nuova chiesa (1). Da questo fatto e dalla circostanza che nei successivi contratti con Sante da. Settignano e con Antonio Marchisi non si parla di disegni della chiesa, ma solo di dimensioni e prezzi dell’opera muraria si è voluto da taluno dedurre non essere il Marchisi il vero architetto della chiesa ma soltanto un appaltatore ed un esecutore di progetti altrui (2). Ma la deduzione mi sembra cavillosa. Il Mngnoni dice — è vero — che, il Marchisi aveva «tolto ad fare dicta ecclesia», ma questo «fare» è verbo troppo generico per poterne concludere che il Marchisi fosse un semplice esecutore. Tutta la sua carriera artistica ce lo mostra come ideatore di fabbriche d’ogni genere. Il Mugnoni stesso la chiama «homo reputato de grande ingenio» e ricorda i lavori dal Marchisi compiuti sotto Sisto IV.

    Se si tengono presenti e se si valutano seriamente queste circostanze e ad esse si aggiunge il fatto che — come vedremo — il comune di Trevi esigeva la presenza del Marchisi sul posto, se ne dovrà dedurre che egli e non altri sia stato l’architetto della chiesa. Se il contratto imponeva a lui degli obblighi circa alcuni particolari della costruzione, senza far cenno di un disegno vero e proprio eseguito dal Marchisi, ciò può dimostrare — tutt’al più — che il comune si rimetteva al buon gusto e alla maestria dell’architetto.

    Sarà forse lecito dedurre che questi potrà avere utilizzato qualche elemento dei precedenti progetti; ma anche questa è un’ipotesi: niente più

    Se devo, dunque dire il mio modesto parere, credo poter affermare essere il Marchisi il vero architetto della nostra chiesa. Che egli sia stato nello stesso tempo l’assuntore dei lavori, è cosa che non farà meraviglia a nessuno di quelli che hanno una qualunque notizia della storia dell’arte e dell’architettura in ispecie. Il contratto stesso — lo vedremo tra poco — dà al Marchisi la doppia qualifica di «maestro» e di «accottimatore».

    Ed al semplice buon senso ripugna il pensare che, dopo aver trattato con artefici di minor grido, il comune si decidesse ad affidare la fabbrica ad un architetto di grande ingegno e di grande fama,

    ____________________________

    (1) Cfr. sopra pag. 49

    (2) D. P.Pirri, Annali di ser Francesco Mugnoni da Trevi, cit. pag,95 n.1

    <61>
    c
    ome il Marchisi, per far di lui un semplice appaltatore di opere murarie!

    Il 27 Marzo 1487 convennero in una camera del palazzo comunale di Trevi «l’insigne architetto» Antonio di M°. Giorgio Marchisi, insieme a M°. Sante di Giovanni, ambedue da Settignano, coi magnifici signori Priori del comune: Luca di Francesco Capocciuti, anteposto, Bartolomeo di Bartolo Santi e Biagio Cascioli, e con i signori Gregorio di Tommaso Petroni, Pierfrancesco di Franceschino Lucarini, ser Giovanni «Tosto», di Angelo Valenti, Bartolomeo di ser Giacomo, ser Giovanni Gabino Francioli e Diotallevi d’Antonio Santilli; i quali ultimi nove rappresentavano i deputati delle «Lagrime», mancandone soltanto uno sugli undici, poiché tra questi era da contarsi anche Bartolomeo di Bartolo Santi, allora priore.

    Tutti questi cittadini autorizzati dal consiglio generale, con l’intervento del notaio cancelliere del comune, nell’interesse della chiesa delle «Lagrime» e del comune, convengono con M°. Antonio Marchisi che questi costruire la chiesa da buono, fedele e legale maestro e accottimatore.

    E farà la chiesa fino alle volte e il campanile. Il comune farà scavare le fondamenta. Sul posto, per la direzione dei lavori, dovrà trovarsi sempre o M°. Antonio, o M°. Sante, o un altro maestro di sufficiente capacità scelto da essi. Ed avranno l’obbligo di sorvegliare anche lo scavo dei fondamenti — quantunque fatto a cura del comune — e così i lavori di puntellamento e quant’altro occorrerà.

    M°. Antonio promette per sé e per i suoi eredi di osservare tutti i patti del presente contratto, senza frode, senza cavilli e senza eccezioni.

    Fin qui la formula preliminare del contratto, che nell’originale è in latino. Segue, poi, il testo del contratto, in volgare, di cui riassumo le linee principali, riservandomi di darne il testo completo tra i «Documenti» in appendice(1).

    M°. Antonio Marchisi promette e si obbliga di lavorare la chiesa, il campanile, le volte, i mattonati, gl’intonachi e tutto ciò che occorra; e su tutto «s’intenda darci el paiese franco» ossia la libera facoltà di far cavare l’arena e la pietra dove gli farà più comodo e dove è solita cavarsi.

    Il comune dovrà condurre l’acqua sul lavoro, e darà legname e ferramenta «che vadino a spese de dicta Madonna».

    ___________________________

    (1) Vedi: Appendice: Documento N. 2.

    <62>

    É obbligato il Marchisi di adoperare tutto il materiale offerto dai fedeli, fin qui radunato, e quello che verrà offerto in seguito, a prezzo giusto. E ciò s’intende tanto Iter la pietra e per la calce, come per la mano d’opera, spontaneamente offerta.

    Il prezzo di una «pertica» di muro è fissato in 8 «ducati» d’oro. La facciata e i fianchi avranno i loro pilastri di mattoni «con la cornice attorno».

    E la chiesa sarà dentro e fuori intonacata e «finita de tucto ponto a mie spese d’ogni cosa» Ma è a carico del comune. come si è detto, lo scavo delle fondazioni. Il murato si misurerà «vuoto per pieno», comprese, cioè le cappelle. le porte, le finestre e «l’occhio».

    Il campanile sarà esternamente di mattoni, come la sua base.

    Il prezzo delle volte è fissato a 10 «bolognini» al «piede scempio» cioè quadrato, e misurato sopra il piano della volta e della tribuna.

    Il selciato o l’ammattonato di mattoni «quadri» si pagherà 3 «bolognini» il «piede».

    Il prezzo delle pietre concie sarà fissato da amici comuni.

    Interessante è la clausola che riguarda il pagamento dei lavori. Poich il comune e i deputati delle «Lagrime» coraggiosamente si accingevano a questa opera grande. senza avere già pronti tutti i mezzi necessari, non vollero con questo fare opera inconsideratamente gravosa per il popolo trevano, ne troppo aleatoria per l’architetto appaltatore. Quindi è che nel contratto è detto che «la comunità de Trevi sia obligata overo dicta Madonna, pagarci dì per dì come se verrà lavorando. Et quando dicta Madonna, non havesse pecunia da spendere, noi siamo obbligati a lassare el lavorare, in sino a tanto elle dicta Madonna habia el modo a lavorare; et quandoella habia el modo a lavorare, noi siamo obbligati, a lavorare a ogni loro requisitione».

    Nuova prova, questa convenzione, della prudenza degli amministratori di allora. Essi avevano visto che la spesa era assai considerevole, e che era prevedibile una diminuzione nell’affluenza delle offerte, se la devozione dei fedeli veniva ad affievolirsi. E infatti poco tempo dopo, le loro previsioni si erano in parte avverate.

    Nel contratto è detto anche che «la comunità o vero dicta Madonna» dia in prestito 60 «ducati» all’appaltatore, perehé possa incominciare a lavorare; versandogli 30 «ducati» all’atto della stipulazione del contratto e gli altri 30 all’inizio dei lavori. E la somma verrà «scontata» nella fabrica. E se cosìnon fosse fatto, l’appaltatore autorizza il comune a poterlo «gravare in havere e in <63>
    persona, qui. a Firenze et in ogni luoco dove ragione si tenesse et domandarmi danni et interessi»; secondo la formula comune a tutte le obbligazioni a quei tempi.

    Si obbliga, in fine di lavorare da buono e leale maestro, in fede di che, dice: «ho fatta questa de mia propria mano, hogi questo dì sopradicto».

    Siamo, parrebbe, alla chiusa del contratto. Ma, arrivati a questo punto l’architetto e gli altri si avvedono di aver dimenticato qualche cosa. Infatti il testo torna a parlare del prezzo dei tetti, dicendo che sarà fissato poi e che saranno misurati come i muri, cioè mano, mano che saranno costruiti.

    Da notarsi il fatto che nel testo del contratto il Marchisi parla talora a suo nome soltanto; talora, invece, anche a nome del socio, Sante di Giovanni; e allora adopera il «noi». Ma per l’obbligazione derivante dal contratto s’impegna personalmente il Marchisi.

    Il Marchisi, celebre architetto, ma non altrettanto famoso letterato, scrive:

    Io Antonio de M. Giorgio chonfesso ete (sic) «chomfermo tutte le chosse sopra scritte chome istano»

    E di questo autografo dell’architetto illustre riproduco il fac simile (Fig.4).

    Testimoni a questo atto furono Gio: Battista e Benedetto di Gregorio Petroni e Felice di Matteo Agostiui di Trevi. Dell’atto fu rogato il cancelliere del comune, più volte nominato, Giuliano Pellegrini, da Capranica.

    Con questo nuovo contratto restava espressamente annullato quello stipulato in precedenza con Sante di Giovanni da Settignano.

    Immediatamente dopo la firma del contratto, cioè lo stesso giorno 27 Marzo 1487, si mise mano allo scavo dei fondamenti per la nuova fabbrica, della quale esporrò ora le principali vicende.

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    086

  • La chiesa delle Lagrime (274), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX LE OPERE D’ARTE MINORI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 -. pagg. da 274 a 277)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <274>

    Quelle di cui fin qui ho parlato sono le opere d’arte che, per essere grandiose ed imponenti, richiamano senz’altro lo sguardo e l’ammirazione del visitatore. Ma oltre a queste, altre più piccole e più nascoste, e non tutte visibili qui, ornavano — ed in parte ancora adornano — la nostra chiesa. Onde mi è parso utile ed interessante farne cenno; prima di tutto perché finora sono quasi sempre sfuggite all’osservazione degli studiosi; poi perchésu taluna di esse avrò occasione di dare notizie e produrre documenti inediti.

    1°). LA PILA DELL’ ACQUA SANTA

    Premetto che il visitatore cercherebbe ora inutilmente nella chiesa questa pila. Un tentativo di furto verificatosi nel Novembre 1922 — come già dissi — consigliò di porre più al sicuro questa ed altre opere d’arte. Onde è che, da quell’epoca, la pila è collocata nel piccolo Museo comunale di Trevi.

    E’ un’elegantissima tazza di marmo di Carrara, che nelle linee purissime rievoca le antiche tazze romane. La base in pietra appenninica che la sorregge è opera deplorevole, eseguita alcuni anni or sono. Per lungo tempo, forse fino da quando la pila fu mandata a Trevi, venne collocata presso la porta minore della chiesa ed internata per metà nel muro. Credo poter affacciare l’ ipotesi che ciò sia stato fatto perché la colonnina, che doveva servire di base, andò forse in pezzi; ed in attesa di sostituirla con un’altra, si rimediò alla meglio adattando la pila nel modo che ho detto. Ma da ciò non è <275> venuto gran male: anzi dobbiamo a questa circostanza se la metà di essa — cioè quella che rimase nascosta nella parete — si è conservata intatta, come nuova.

    La tazza, di forma perfettamente rotonda, (Figg. 54-55) misura 80 centimetri di diametro. All’ intorno è decorata da quattro anse che sporgono sopra al labbro. Intorno, a basso rilievo, figurano, sulle onde del mare, delfini che guizzano (1) e vitelli marini che nuotano. Mascheroni e conchiglie simmetricamente disposti, completano la decorazione. Sulla parte che può dirsi anteriore è o stemma della famiglia Ricci, di Trevi, già ricordato e descritto (2). ciò dimostra che la pila fu eseguita a spese di quei benemeriti cittadini. La parte inferiore della tazza è molto elegantemente baccellata.

    La finezza e lo squisito gusto che si rivelano in questa pur minuscola opera d’arte in tutti i suoi particolari, dava a chiunque l’esaminasse la sensazione di trovarsi dinanzi ad un lavoro di artista non comune e certamente di ottima scuola. Onde vivissimo il desiderio di conoscerne l’autore. Toccò a me la piccola fortuna di trovare l’originale del contratto col quale lo «scarpellino» maestro Giovanni da Carrara assumeva l’obbligo di eseguire la pila per la nostra chiesa. Il documento è nell’Archivio di S. Pietro in Vincoli a Roma. E lo trascrivo per iutiero in Appendice, sembrandomi di non trascurabile interesse, anche perchéda quest’atto veniamo a conoscere qualche cosa intorno all’artista toscano, del quale, fin qui, poco o nulla si sapeva (3).

    Il contratto porta la data del 9 Febbraio 1510. Da esso risulta che lo scalpellino s’impegna di eseguire una pila di marmo per l’acqua benedetta. E la pila doveva essere simile a quella che allora esisteva nella chiesa di S. Maria della Pace, in Roma; ma alquanto più grande. Non è detto se quest’altra pila, che doveva servire da modello, fosse stata eseguita dallo stesso Giovanni da Carrara, o da altro artista.

    Il prezzo convenuto fu di 10 «ducati d’oro larghi»(4). Il lavoro

    ________________________

    (1) Il delfino, nell’arte cristiana primitiva, era imagine del Salvatore. (Cfr. G.B. De Rossi, in: Bollettino d’archeologia cristiana – 1870, pag. 61, 88).

    (2) Cfr. sopra pag. 157.

    (3) Vedi Appendice. Documento N. 10.

    (4) Il «ducato largo» era cosìdetto perchédi diametro maggiore degli altri «ducati»; ma era anche più sottile, per impedire che altri lo rimettesse sotto il torchio, per una nuova coniatura. Fu la Repubblica di Firenze che nel 1422 batté per prima «Fiorini d’oro più grandi dei ducati veneti» e perciò furono detti «Fiorini larghi». Il «Ducato largho» valeva 23 «bolognini» di più del «ducato stretto». (Cfr. Edoardo Martinori, La moneta. Roma, 1915, pag. 131).

    <276> doveva essere terminato per la Domenica delle Palme successiva, la quale cadeva il 24 Marzo. Si vede che il nostro artista era abbastanza sollecito a lavorare.

    La consegna della pila compiuta avvenne, molto puntualmente, nel termine stabilito. E il 6 Aprile successivo il Giovanni da Carrara rilasciava quietanza finale pei 10 «ducati» pattuiti; computati quattro che gli erano stati pagati all’atto della stipulazione del contratto, come caparra e principio di pagamento, quando il preposto delle «Lagrime», D. Paolo da Bergamo, gli aveva affidato l’ incarico di quel lavoro.

    * * *

    Da questo contratto — insieme alle altre interessanti notizie — si deduce che la pila doveva avere anche la sua base. Furono, infatti, pagati allo scarpellino anche 3 «carlini» e 3 «bajocchi» spesi per i ferri e per il piombo, che dovevano certamente servire a tenere unita la pila alla sua base, che però non giunse a Trevi; onde la pila fu collocata alla meglio, internandola per metà nella parete, come dissi.

    Qualunque possibile dubbio su questi dati sarebbe stato facilmente eliminato, se nella chiesa di S. Maria della Pace in Roma esistesse tuttora l’altra pila che doveva servire di modello a questa di Trevi, come detto nel contratto. Ma, disgraziatamente, in quella chiesa nessuna traccia e nessuna notizia mi è stato possibile trovare intorno a quell’opera d’arte. I rifacimenti e le modificazioni che ha subito la chiesa della Pace in diverse epoche e specialmente al tempo di Alessandro VII, hanno fatto sparire questa, come altre opere che adornavano quella chiesa, pur nondimeno ancora cosi ricca di tante bellezze.

    Di Giovanni da Carrara inutilmente si ricercherebbero notizie nel Càmpori (1) e nel Bertolotti (2), i più diligenti raccoglitori di memorie del genere. Di un Giovanni da Carrara fa menzione il Ridolfi (3), e ci fa sapere che quello scultore nel 1478, insieme ad Andrea da Carrara, collaudava un tabernacolo di Matteo Ci vitali, in S. Maria del Palazzo a Lucca; e nel 1499 lavorava con Antonio da Carrara e soci (4) agli stalli del duomo di Pisa, ora scomparsi.

    (1)

    Campori G

    .

    Memorie e biografie degli scultori, architetti, pittori ecc: nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa.

    Modena, Vincenzi, 1873.

    (2) A. Bertolotti. Artisti toscani in Roma. Mantova 1885.

    (3) Ridolfi A. Guida di Lucca, ivi, 1882, pag. 318, 320.

    (4) Thieme Ulrich und Fred. C. Willis. Allegemein lexicon der Bildenen Kunstler. Vol. XIV. Lipsia, 1921, pag. 113.

    <277>

    Se questo stesso Giovanni è l’autore della nostra pila, ci si offre un documento di più — oltre alla finezza del lavoro che abbiamo sott’occhio — per persuaderci che esso fu artista di valore non comune, se a lui veniva affidato l’incarico di collaudare un’opera di Matteo Civitali, che fu uno dei più delicati scultori ed ornatisti del ‘400.

    Fino ad oggi non mi è stato possibile trovare altri particolari intorno a questo scultore carrarese, di cui sarebbe certamente utile rintracciare le opere.

    A complemento delle notizie storiche relative alla pila, aggiungo che essa fu portata a Trevi nel 1511, ed anche la spesa del trasporto — che fu di 3 «fiorini» — fu sostenuta dal benemerito cittadino trevano Piercostanzo Ricci (1).

    Natalucci D.

    Ms. cit

    . pag. 234

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    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (267), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVIII I MONUMENTI SEPOLCRALI

    7°). MONUMENTO DI SUBREZIA LUCARINI VALENTI. *

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 267 a 269)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <267>

    Presso al grave e solenne monumento dell’ inesorabile persecutore dei delinquenti e spietato sterminatore dei briganti, l’animo e l’occhio del visitatore si affisano con desiderata dolcezza sul piccolo, ma elegante monumento, (m. 2,90 X 5,50 comprese le pitture) che ricorda una gentildonna mite e virtuosa (N. 18 della pianta e Fig. 51).

    Alla memoria di Subrezia Lucarini, il marito Fausto Valenti volle con affettuoso rimpianto, dedicata questa gentile opera d’arte, che è — per dir così — il più «umano» tra tutti monumenti funebri di questa Chiesa,.

    Chi entra in essa non può a meno di soffermarsi dinanzi a questa effigie di donna, che nel volto semplice e sorridente porta impresse la bontà e la mitezza dell’animo. E chi lo guarda si persuade che veramente sincero dovette essere lo sposo desolato, quando sulla tomba della sua diletta faceva incidere queste toccanti parole:

    MEMORIAE CONIUGALI
    SUBRETIAE LUCARINAE UXSORI KARISSIMAE ET
    FRUGI FAUSTUS VALENS BENEDICTI F. POSUIT
    DE QUA DOLUITI NIHIL NISI MORS EIUS. VIXIT AN.
    XXXII. MENS. IV. D. VI. OBIIT XVII. KAL. SEPTEM. MDLXII (1).

    Da lei, il marito non ebbe altro dolore che quello di vederla morire. L’idea e le parole sono antiche. Il coniuge rimasto solo e dolente non sa trovare frase pi� efficace. Nelle iscrizioni funerarie

    ________________________

    (1) Alla memoria coniugale — A Subrezia Lucarini, moglie carissima e buona, Fausto Valenti, figlio di Benedetto, pose — Di lei nulla gli dispiacque se non la morte — Visse ,32 anni, 4 mesi, 6 giorni — Morì il 19 Agosto 1562.

    * Il bellissimo busto, a seguito di un fantasioso tentativo di furto nel 2011 fu trasportato nel locale museo di S. Francesco <268> romane — sia pagane, che cristiane — era tanto comune questa espressione di supremo dolore e di accorato rimpianto, che alle volte, era espressa anche con alcune iniziali così:

    DE. QUA. N. D. A. N. MOR.

    (de qua nullum dolorem accepit nisi mortis).

    E in alcune troviamo le precise parole della iscrizione di questo monumento:

    DE QUA DOLUIT NIHIL NISI MORS EIUS (1)

    Questa parrebbe una frase retorica: ma non lo è; è piuttosto un grido del cuore. Prova ne sia che la frase sopravvisse nei secoli; sicché anche ora la vediamo ripetuta in epigrafi funebri.

    * * *

    Il monumento in pietra dell’appennino, è sobrio ma elegante e di una semplicità che attrae. Sullo zoccolo è collocata l’iscrizione; sopra di questa, tra due coppie di lesene, è in ovale il semibusto della defunta, scolpito in finissimo marmo bianco, al quale il tempo ha conferito una patina come d’avorio (Fig. 52). La testa, ben modellata, è ricoperta da un manto di cui le pieghe, nella loro semplicità, sono trattate con maestrìa, a decorazione e complemento della figura, nella quale l’espressione dolcissima colpisce profondamente.

    Sopra l’ovale, una conchiglia, modellata ed eseguita con toscana eleganza. Il piccolo monumento si chiude con una cimasa arcuata. Sopra di essa lo stemma, risultante dall’unione delle armi Valenti e Lucarini congiunte nello scudo partito.

    Notevole il fatto che il gentile ricordo funebre è collocato a così poca altezza da terra, che il visitatore viene quasi a trovarsi faccia a faccia con la immagine della defunta. Circostanza questa che richiama ancora di più l’attenzione sulla pregevole opera d’arte.

    A questo, come agli altri monumenti vicini, si volle — e mi permetto di non approvarne né l’idea, né l’esecuzione — accrescere solennità ed importanza contornandolo di pitture barocche. Due Sibille fiancheggiano ledicola ed altre due sono al di sopra di questa, al riparo di un panneggio sorretto da putti. Una figura del Redentore,

    (1) Fabretti R. Inscriptionum antiquarum etc. – Roma, Ercoli, 1699, pag. 275.

    <269> con altri tre putti, è in cima alla farraginosa pittura, che si può senza timore di sbagliare — anche per la poca importanza artistica — attribuire ad uno dei già nominati Angelucci. E non mi sembra improbabile che la pittura sia di parecchi anni posteriore alla esecuzione del monumento.

    Della gentildonna qui sepolta non abbiamo notizie particolari. Sappiamo soltanto che era figlia di Prospero Lucarini e di Ersilia N. N. Morto il padre, la madre si fece monaca. La Subrezia ebbe due sorelle: Lorenza che fu moglie di Monte Valenti e Lucrezia che sposò un Petrelli di Trevi. Appartenne alla benemerita famiglia dei Lucarini, che diede alla patria uomini illustri e benefici; tanto che fiorisce ancora in Trevi un collegio di giovani fondato da un Virgilio Lucarini.

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    088

  • La chiesa delle Lagrime (263), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVIII I MONUMENTI SEPOLCRALI

    6°). MONUMENTO DI MONTE VALENTI.

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclèe, 1928 – pagg. da 253 a 254)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <263>

    Prima di occuparmi del monumento, mi pare utile soddisfare la curiosità del lettore, dinanzi ad un nome che è talmente fuori dell’usuale, da non trovarsi registrato — per quanto io so — in nessun calendario, nè in alcun martirologio.

    «Monte», era il nome di battesimo del terzo figliuolo maschio che ebbero i coniugi Benedetto Valenti e Felicita Petrelli, ambedue di Trevi. Quale sia l’origine di questo nome ci è detto dal padre stesso, che nelle sue memorie autografe, già citate, lasciò scritto: «1527 — La notte che precede il dì de S. Lucia (12 Decembre) nacque il tertio figlio maschio; quale per essere stato guadagnato in Gualdo, Nocerine diocesis, alli servizi del mio R.mo de Monte, volsi che Monte si chiamasse. Faccia Dio che almino de literatura, sia assìmile ad sua signoria. Nacque ad hore 4»(1).

    Era, infatti, legato a Gualdo Tadino, fino dal 1514, il cardinale Antonio Ciocchi, del Monte Sansavino, conosciuto più comunemente per il cardinale «del Monte». Presso di lui era, in qualità di uditore delle cause il trevano Benedetto Valenti, che, un poco cortigianamente, volle imporre quel nome al suo terzogenito maschio.

    Ma — nonostante l’originalità di questo nome —; è notevole il fatto che, almeno nel comune di Trevi, ebbe qualche imitatore, come ho trovato nei registri delle nascite, di poco posteriori a quell’epoca.

    ________________________

    (1) Archivio «delle 3 chiavi». Trevi – N. 263, f. 79t.

    <264>

    * * *

    Quando Monte Valenti fece il suo primo testamento in Roma nella sagrestia di S. Bartolomeo all’Isola il 6 Maggio 1587, per mano del notaio Giovanni Finali, di Luni, dispose, prima di tutto, che, ovunque esso testatore venisse a morire, il suo cadavere fosse trasportato a Trevi sua patria, e sepolto nella chiesa delle «Lagrime»; e che in memoria di lui si erigesse onorevole sepolcro, se a ciò non avesse esso stesso provveduto in vita, come sperava.

    Il monumento doveva essere collocato sopra la porta maggiore della chiesa, tra quelli del padre suo, Benedetto, e di suo fratello Romolo. E volle che, tra gli altri ornamenti, fosse sul monumento collocato il busto in marmo, che il testatore stesso si era fatto eseguire, da vivo, in Roma. E lasciava per tale scopo 10 «fiorini» alla chiesa (1).

    Ma egli fu sorpreso dalla morte, prima di poter mandare ad effetto il suo proposito. Onde Alfonso, figlio ed erede di Monte, provvide a dare esecuzione alla volontà espressa dal padre. Il monumento non fu collocato, come il testatore avrebbe desiderato, sopra la porta maggiore della chiesa; ma fu, invece eretto nel posto attuale. Forse perchè più ampio lo spazio ed il luogo più adatto allo scopo; forse anche perchè meglio si contribuiva, con l’erezione del nuovo monumento alla decorazione del tempio.

    Questo sepolcro (N. 16 della pianta e Fig. 49) non è opera di arte di molta appariscenza. Semplici le linee architettoniche, poche e sobrie le ornamentazioni, non troppo vivaci le tinte dei marmi; ma notevoli le proporzioni: M. 7 X 2,90.

    Su di uno zoccolo, che porta a lettere d’oro l’ iscrizione funebre, collocata — sorretta da due mensole — l’urna sepolcrale, dal coperchio arcuato. Sopra questa, in un tondo, il busto del defunto, di grandezza poco più del naturale, in marmo bianchissimo (Fig. 50); opera assai pregevole, ma d’artista sconosciuto. Dobbiamo ritenere che l’effigie sia anche assai somigliante all’originale, giacchè eseguita lui vivente. E quando avrò detto qual egli fosse, il lettore si persuaderà, come me, che difficilmente il Valenti avrebbe tollerato un’opera meno che corrispondente alle esigenze sue!

    Il monumento termina con un timpano semplicissimo, al disopra

    _______________________

    (1) Archivio Valenti – Instrum. Pars I. – A – f. 158 ss, Esecutori testamentari furono il Card. Alessandro Farnese, il vicecancelliere di S. Chiesa Michele Bonelli, vescovo di Alessandria, nepote di S. Pio V, e Filippo Guastavillani.

    <265> del quale è lo stemma, sormontato dal cappello prelatizio; ma il Valenti non era un sacerdote; come dirò in appresso.

    La parete alla quale è addossato il monumento fu abbondantemente decorata di pitture a fresco. Sotto una specie di baldacchino, sormontato da una croce, il pittore ha rappresentate la Giustizia e la Carità. Sotto di queste, due figure di profeti, danneggiate dal tempo; in basso simboli mortuari. Anche questa pittura è da attribuirsi ad uno degli Angelucci da Mevale, pittori del secolo XVI già ricordati (1).

    L’iscrizione del monumento è questa:

    D. O. M.

    MONTI VALENTI TREBANO BENEDICTI F.
    QUI AB PRIMA JUVENTUTE AD EXTREMUM SENIUM CLARE IN AULA ROMANA
    CELEBRITATIS PROTONOTAR. QUINQUE SUMMIS PONTIFICIBUS
    IULIO III. PAULO IIII. PIO IIII. PIO V. GREGORIO XIII
    SINGULAREM INGENII DILIGENTIAE INTEGRITATIS OPERAM PRESTITIT
    ROMAM BONONIAM ANCONAM LATIUM PICENUM UMBRIAM AEMILIAM
    PER OMNES PROBATUS INFERIORUM MUNERUM GRADUS
    PARI AEQUITATIS ET PRUDENTIAE FAMA GUBERNAVIT
    GRASSANTES IMPOTENTI LICENTIA IN CUIUSQ. FORTUNAS AC VITAM
    LATRONES COMPESCUIT PUBLICIS REGENDIS FINIBUS CONSULENDO
    JUREDICUNDO PERPETUUS ROMANA E AMPLITUDINIS PROPAGATOR
    AETATE PRAECIPITI IN FARNESIANAE LIBERALITATIS QUIETEM SECEDENS
    UNIVERSAM ALEXANDRI CARDINALIS DICIONEM PACATISSIME REXIT
    VIXIT ANN. LX MENS. XI. DIES XII. OBIIT ROMAE DIR XXIIII. NOVEM. MDLXXXVIII
    ALPHONSUS F. PARENTI OPT. P. C.
    (2).

    Se non mi fossi proposto di non trattenermi a lungo sui personaggi qui sepolti, mi si sarebbe presentata ora l’occasione di parlare

    (1) Cfr. sopra, pag. 158. (2) A Dio Ottimo Massimo — A Monte Valenti, trevano, figlio di Benedetto — che dalla prima giovinezza all’estrema età fu nella curia romana protonotario apostolico d’ illustre fama — prestò opera singolarissima d’ingegno, di diligenza, d’integrità a cinque sommi pontefici: Giulio III, Paolo IV, Pio IV, Pio V, Gregorio XIII. Dopo essere stato provato in incarichi minori di ogni genere, con eguale fama di equità e di prudenza governò Roma, Bologna, Ancona, il Lazio, il Piceno, l’Umbria, l’Emilia. Represse i briganti che con sfrenato ardire davano assalto ai beni ed alla vita d’ognuno. Nel dar pareri e giudizi per la difesa dei confini dello stato fu continuo sostenitore della Romana grandezza. Sul finire della vita ritiratosi nella quiete della munificenza Farnesiana, governò tranquillamente tutti i dominii del cardinale Alessandro.

    Visse 60 anni, 11 mesi e 12 giorni. Morì a Roma il 24 Novembre 1588.

    Il figlio Alfonso all’ottimo genitore fece porre.

    <266> diffusamente della vita e delle opere di Monte Valenti, che ebbe parte principalissima e, sopratutto, molto appariscente, negli avvenimenti pubblici dei tempi suoi. Tuttavia non posso a meno di accennare qualche cosa di lui, riservandomi di tratteggiare più ampiamente la sua storia in un altro mio scritto.

    Da giovane, Monte Valenti si dedicò allo studio delle leggi. Sposò Lorenza Lucarini, di Trevi. Ebbe tre figli: Alfonso, Subrezia e Benedetta. Morte in giovane età la moglie e le due figliuole, si trasferì a Roma, al servizio della curia pontificia. In breve tempo venne in onore e fu tenuto in grande considerazione. Il suo carattere energico gli valse incarichi di molta difficoltà. Severo esecutore di severissimi ordini, fu inviato ovunque occorresse combattere i nemici della società e della pubblica quiete.

    Così, a soli venticinque anni, Giulio III lo mandava commissario in Romagna e nell’Esarcato di Ravenna. Nel 1555 è governatore di Assisi, poi di Cesena. Nel 1564 Paolo IV lo manda con pieni poteri commissario a Terni, dove nobili e popolani sfogavano le loro ire di parte.

    Il Valenti si valse dei pieni poteri concessigli nel modo più rigido, che taluno disse feroce; onde è ancora viva la memoria delle esecuzioni numerose e tragiche da lui ordinate, rese anche più fosche da leggende truculente, che intorno all’opera sua si erano formate; delle quali, però, manca finora una seria documentazione. Ma non è mia intenzione prendere le eventuali difese di questo esecutore di giustizia, che la sua opera ispirò alle consuetudini dei tempi, informandole anche senza pietà — agli stessi istinti sanguinari con i quali i cittadini si trucidavano tra loro. É certo però che gli storici contemporanei non furono con lui così aspri, come quelli dei tempi più recenti.

    L’impresa di Terni e l’opera da lui similmente esplicata nelle Marche — a Macerata, Ascoli ed Ancona — gli valsero la nomina a governatore di Roma (1). E numerosi, documenti dell’archivio Capitolino attestano della attività e rigidezza di Monte Valenti.

    Anche a Bologna, nel 1579, il Valenti dette della sua energia prove assai efficaci. Quando i briganti infestavano quel territorio applicò taglie vistose; ed a chi portasse qualche testa recisa, faceva dare un premio in contanti! Ed alla caccia spietata contro tali delinquenti prendevano parte attiva tutti coloro che potevano e volevano:

    (1) Archivio vaticano. Segr. Brev. 28-f. 39.

    <267> icittadini e contadini, ufficiali del governatore e i suoi famigli; e, finalmente, egli stesso, in persona!

    Dopo molti anni di così agitata esistenza, volle il nostro ritirarsi a vita più tranquilla. E la trovò nell’incarico affidatogli dal cardinale Alessandro Farnese, di sopraintendente ai suoi numerosi feudi. Onde il Valenti visse gli ultimi anni di sua vita nello splendore della villa Farnesiana a Caprarola; fino a che — poco più che sessantenne — si spense a Roma in una sua casa in via dell’Orso.

    Queste, in pochissime parole, le imprese dell’uomo, che il visitatore del nostro tempio vede qui in aspetto così apparentemente sereno e tranquillo!

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    088

  • La chiesa delle Lagrime (261), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVIII I MONUMENTI SEPOLCRALI

    5°). MONUMENTO DI TIBERIO NATALUCCI.

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclèe, 1928 – pagg. da 261 a 263)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <261>

    É — più propriamente parlando — una memoria funebre; perchè il defunto non è qui sepolto, e perchè si tratta, anzichè di un

    <262>
    monumento, di una lapide commemorativa, che è opera recente dello scultore Giovanni Biscarini, di Perugia (Fig. 48).

    La targa in marmo di Carrara, è divisa in tre scomparti. Ai lati sono scolpiti a basso rilievo emblemi musicali. Nello scomparto di mezzo è incisa l’ iscrizione:

    Monumento del M° Tiberio Natalucci

    A TIBERIO NATALUCCI PATRIZIO DI TREVI
    MORTO IL X FEBR. MDCCCLXVIII DI A. LXI. M. VII G. VII
    GRAN MAESTRO DI MUSICA
    VALENTISSIMO DELLA SACRA CHE LO RINOMÒ IN TALIA
    CITTADINO BENEMERITO
    PER OFFICI PUBBLICI CON INTEGRITÀ SOSTENUTI
    PER ILLUSTRAZIONE DELLA PATRIA ISTORIA
    PER INCREMENTO DATO ALLE ARTI ALL’AGRICOLTURA
    PIO CARITATIVO GENEROSO DA TUTTI COMPIANTO
    LA CONS. ADELAIDE IL FIGL. GIUSEPPE I FR. FRANCESCO LUIGI
    L’ONORARIO TUMULO P. P. IN QUESTO TEMPIO
    CHE MAI VIDE TANTA FREQUENZA DI POPOLO
    QUANTA D’OGNI DOVE ACCORSE AL FUNERE SOLENNISSIMO
    CHE QUI DEDICAR AI MERITI DEL DEF. L GIORNI DOPO LA MORTE
    GLI AMICI I DISCEPOLI ED ESIMI COLLEGHI NELL’ARTE MUSIC.
    GRAZIOSAMENTE DALL’ ITALIA CONVENUTI

    Il Natalucci, che fu veramente valente maestro di musica, allievo di Mercadante nel Conservatorio musicale di Napoli, e che fu benemerito cittadino e gentiluomo perfetto, avrebbe meritato anche più grandi elogi; ma bisogna riconoscere che l’epigrafe, così com’è, lascia troppo a desiderare sotto il punto di vista letterario ed anche ortografico.

    Al disopra dell’iscrizione è in un tondo il busto del Natalucci, che dicono assai somigliante.

    La targa marmorea termina in basso con una mensola, nel centro della quale è lo stemma gentilizio dei Natalucci, famiglia patrizia ed antichissima di Trevi.

    Come opera d’arte questa memoria funebre non è di grande importanza, nè di grande mole; ma è condotta con buon gusto e serietà, come porta l’ambiente artistico e fine della città dalla quale proviene.

    Le notizie biografiche del Natalucci sono sommariamente contenute nella iscrizione che ho riportata. E’ da aggiungere che alla grande attività di lui la nostra Trevi deve — tra altro — la costruzione

    <263>
    della pittoresca «Strada nuova» che congiunge l’abitato con la stazione ferroviaria, e che passa anche dinanzi alla nostra chiesa.

    Continuando l’opera del suo proavo Durastante — da me più volte ricordato in questo scritto — il M. Tiberio Natalucci completò, fino ai tempi suoi ultimi, il lavoro di storia trevana, che Durastante aveva dovuto interrompere circa un secolo prima.

    La produzione musicale del Natalucci fu assai abbondante, specialmente nel genere ecclesiastico. Molta fu pubblicata dall’editore Lucca di Milano. Come ricorda l’iscrizione, i maggiori artisti del tempo vollero rendere solenni onoranze funebri al compianto Maestro in questa stessa chiesa, dove il 1° Aprile 1868 fu celebrata una messa funebre con musica dello stesso Natalucci, eseguita da vere celebrità musicali del tempo; primo tra tutti il famoso maestro Giovanni Sgambati, allievo prediletto e parente del Natalucci.

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    088

  • Sensi: Storia della Famiglia Valenti

    Comune di Trevi – Sistema Museo

    I Venerdì della Storia Trevana Dall’Ottocento al Novecento – Marzo – Giugno 2019
    Venerdì 1 Marzo 2019 Ore 17
    Sala dello Spagna

    La Storia della Famiglia Valenti

    Relatore prof. Luigi Sensi

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    EVENTI

    APPUNTAMENTI

  • Festa patronale di S. Emiliano 2019

    PERINSIGNE COLLEGIATA DI S. EMILIANO IN TREVI

    FESTA DI SANT’ EMILIANO 2019

    Vescovo e martire

    PATRONO DELLA CITTÀ E DEL COMUNE DI TREVI

    GIOVEDÌ 24 GENNAIO
    Ore 12.30 Solenne Esposizione della statua di S. Emiliano TRIDUO DI PREPARAZIONE – DUOMO S. EMILIANO A TREVI
    GIOVEDÌ 24 GENNAIO Ore 18 S. MESSA
    Animeranno la liturgia le Comunità dì Borgo Trevi, Cannaiola, Picciche e S. Lorenzo,
    VENERDÌ 25 GENNAIO
    Ore 16 ADORAZIONE EUCARISTICA E CONFESSIONI SACRAMENTALI Ore 18 S. MESSA
    Animeranno la liturgia le Comunità di Matigge, S. Maria in Valle, Manciano e Casco dell’Acqua. SABATO 26 GENNAIO
    Ore 18 S. MESSA PREFESTIVA
    Animeranno la liturgia le Comunità di Trevi, Bovara, La Pigge e Coste.
    DOMENICA 27 GENNAIO
    Ore 15 presso la “Casa della Gioventù ” giochi per bambini e ragazzi
    Ore 17.30 S. MESSA DOMENICALE
    Ore 18.30 STORICA PROCESSIONE DELL’ILLUMINATA
    LA CITTADINANZA È INVITATA AD ADDOBBARE E ILLUMINARE IL PERCORSO
    – Al termine presso la “Casa della Gioventù ” momento di festa insieme –
    LUNEDÌ 28 GENNAIO
    Ore 11 S. MESSA PONTIFICALE Presiede: S. E. Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo dì Spoleto – Norcia
    Offerta dell’olio, per la lampada votiva al Santo Patrono da parte del Comune di Trevi. Servizio liturgico – musicale a cura dei cori delle Parrocchie nel Comune di Trevi
    Ore 18 S. MESSA
    Benedizione e distribuzione dei ramoscelli d’ulivo in onore di S. Emiliano e lettura della “PASSIO SANCTI MLIANI MARTIRIS” a cura dei ragazzi dell’oratorio.
    SABATO 2 FEBBRAIO
    Ore 17 S. MESSA DELLA CANDELORA (Riposizione della Statua)

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    EVENTI

    APPUNTAMENTI

  • Presepi per le strade 2018

    Presepi per le strade 2018

    A Trevi da oltre 20 anni si allestiscono spontaneamente presepi di diverse dimensioni in vetrine, cantine, ingressi o finestre, tutti comunque visibili dalla strada.

    L’iniziativa, nata timidamente in ambito parrocchiale, ha avuto subito numerose adesioni, tanto che attualmente, nel periodo natalizio, si possono ammirare decine di presepi “aperti” lungo i suggestivi vicoli del centro storico e della Piaggia.

    Il principio ispiratore di tale manifestazione è stata una rilettura più ampia dello spirito del Natale, che riporta ai veri motivi per cui Francesco d’Assisi realizzò per la prima volta la sacra rappresentazione: il presepio rivolto all’esterno vuole essere un segno di gioioso annuncio ai passanti e di sincero e più profondo augurio.

    Per poter esporre più presepi, specialmente quelli realizzati dalle varie classi delle scuole e da coloro che non hanno un affaccio sulla strada, fin dal 2007, una trentina di presepi vengono esposti nella suggestiva chiesa di S. Francesco.

    Nel programma dei “Presepi per le strade” da qualche anno si è aggiunta l’opera appassionata dell’Associazione

    Vo.La. Trevi,

    nata con lo scopo di offrire alla città un “tocco in più” ad ogni manifestazione, avvalendosi della laboriosa opera manuale e all’indiscusso senso estetico delle signore che ne fanno parte. Nel periodo natalizio Vo.La. Trevi allestisce presepi dal fascino unico.

    “I presepi si possono suddividere in due categorie:
    NATIVITÀ NELL’ARTE: L’obiettivo è rappresentare e far coonoscere alcune Natività di pittori famosi, di cui alcune presenti nel nostro Territorio, con una ricostruzione a scala naturale utilizzando manichini, costumi dell’epoca e fondali dipinti che riproducono lo sfondo dell’opera originale. Ogni anno il repertorio si arricchisce di almeno un nuovo allestimento.
    LA NOSTRA NATIVITÀ: è laa rappresentazione della Natività in un’ambientazione locale e in una collocazione temporale non tradizionale, con riferimento anche a fatti delle realtà attuale. L’obiettivo è far conoscere aspetti paesagistici e presenze storico artistiche del territorio, poco noti, ma altamente significativi per la storia locale” (Vo.La.)

    1- Piazza Garibaldi

    La “Nostra Natività” in un vecchio lavatoio sul Clitunno a Borgo Trevi temporalmente collocata ai nostri giorni.

    (Assoc. Vo.La.).

    v. Pagina propria

    2-Via Orto degli Spiriti (Laura Politi)

    3- Parco di

    Villa Fabbri

    grande presepe con figure in PS espanso della ditta Bazzica

    4 -Via Lucarini (Farmacia Checcarelli Petrucci)

    5-Via Zappelli (Quelli che …

    è festa tutto l’anno

    !)

    6 – Chiesa di S. Giovanni (Parrocchia S. Emiliano)

    7 – Piazza Mazzini (Il Bartoccio)

    8 -Via Salara (Lucio Ottavi)

    8b – Via Salara

    9-Via Dogali

    La “Nostra Natività” davanti al convento di S. Martino recentemente abbandonato dai frati ivi dopo una custodia di secoli

    10 -Via Dogali

    La “Nostra Natività” ambientata tra i ruderi di Santo Stefano di Manciano, luogo ricco di suggestione, sebbene poco conosciuto.

    11- Via Dogali (Amalia Cecchini)

    12 – Via Dogali

    Presepe storico di ambientazione palestinese in un locale tra manufatti e roccia viva.

    13 – Via Dogali/Vicolo Lungo

    Natività nell’arte. Riproduzione dell’

    Adorazione dei Magi

    del Perugino nella chiesa della Madonna delle Lagrime.

    14- Via Riccardi (Taverna del Castello)

    Natività nell’ Arte: Riproduzione dell’

    di Giotto

    15a -Chiesa di S. Emiliano, part

    Ricostruzione puntuale di paesaggi palestinesi ove è nato e ha operato Gesù.

    Grande opera didattica dei ragazzi del catechismo.

    15b – Chiesa di Sant’Emiliano, part.

    16 – Vicolo San Filippo

    17 – Vicolo Oscuro

    18 – Via della Rocca

    19 -Via Carlo Amici

    Natività nell’ Arte: presepe ispirato alla Natività di Giotto della Basilica inferiore di San Francesco in Assisi –

    Associazione

    20 -Via Carlo Amici

    Natività nell’ Arte

    : presepe ispirato ad un particolare della Natività di Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova –

    21 – Via S. Francesco (Civico 5)

    22 – Via S. Francesco (Paola Meloni)

    23 – Chiesa di S. Francesco

    20 presepi

    24 – Via S. Francesco (Emma Eleuteri)

    25 – Via S. Francesco (Fam .Lombardi)

    26 – Via dell’Orticaro (Chiara Spellani)

    27 – Via dell’Orticaro (Chiara Spellani)

    30 – Via Ombrosa (in memoria di nonno Carlo )

    33- Via dei Setaioli (Mariella Zenobui)

    34- Via dei Setaioli (Franco Spellani)

    36 – Via Cavour (Giorgio Zappelli)

    37 – Via Cavour (Maria Teresa Argenti)

    38 – Via Cavour (Aldo Betori)

    39 – Via della Fonderia (Augusta Chianella)

    40a – Via Montebello (Ugo Fantauzzi)

    40b – Via Montebello (Ugo Fantauzzi)

    41 – Via della Piaggia (Mauro Vitali)

    41b – Via della Piaggia (Mauro Vitali)

    42 – Via della Piaggia (Roberta Tabarrini)

    42p – Via della Piaggia (Roberta Tabarrini)

    43 – Via del Priorato (Nicole Mohamed)

    44 – Via del Priorato (Pietro Pioli)

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  • Concerto capodanno 2019

    Associazione Pro Trevi Comune di Trevi A. GI. MUS. Perugia

    Concerto di Capodanno

    Orchestra da Camera Giovanile
    dell’A.Gi.Mus. di Perugia”Valentino Bucchi”
    Tromba
    Vincenzo Pierotti Direttore
    Salvatore Silivestro
    Martedì 1 gennaio 2019 ore 17.30
    Trevi – Teatro Clitunno
    Ingresso libero

    Programma

    G.Miller Moonlight Serenade F.Lai Love Story E.Morricone Il segreto del Sahara L’estasi dell’Oro (Il buono, il brutto, il cattvo) M.Hatzidakis The Never on Sunday N.Rota Il Padrino — Cristiano Bellavia, violoncello M.Jarre Lawrence d’Arabia E.Piazzolla Oblivion — Federico Galieni, violino Beatles Beatles suite (Michelle – Yesterday- The sound of silence (Oblady Oblada)

    Invito alla danza

    F.Lehàr Oro e argento – Valzer

    J.Strauss An der schönen blauen Donau – Valzer

    Radeztky Marc

    h

    Salvatore Silivestro

    , ha compiuto gli studi di Composizione con Valentino Bucchi, Luciano Chailly e Roman Vlad diplomandosi brillantemente in Compo­sizione, Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio “F. Morlac­chi” di Perugia ed in Direzione d’Orchestra al Conservatorio “G.B. Martini“di Bologna. All’Università degli Studi di Perugia si è laureato in Lettere. Ha frequentato i corsi di direzione d’Orchestra all’Accademia Chigiana di Siena con l’illustre Maestro Franco Ferrara.

    Dopo i primi anni di esperienza professionale come direttore di Coro in Umbria, in Emilia ed in teatro, ha intensificato la propria attività nella direzione d’orchestra specializzandosi nel repertorio operistico e sinfonico – vocale.

    Alla fine degli Settanta, invitato dal Maestro Francesco Siciliani, ha iniziato la collaborazione con la Sagra Musicale Umbra,che lo ha visto impegnato per quasi dieci anni nella ricerca e nella direzione del repertorio corale e strumentale romantico (“Romanticismo corale tedesco”è il titolo di una musicassetta prodotta dalla Sagra a metà degli anni Ottanta dedicata a opere poco note di Schu­bert,Schumann e Brahms) e successivamente nella direzione di prime riprese moderne di grandi oratori soprattutto del Settecento napoletano alla giuda dei complessi corali e strumentali umbri.:Stabat Mater di Traetta e di Caldara,la Passione di Paisiello, Miserere n.2 in do min.di Pergolesi. Nel settembre 1998 fu invitato dalla Sagra Musicale ha dirigere nella Cattedrale S.Lorenzo di Perugia la prestigiosi complessi solisti, sinfonico e corali della Filarmonica Slovacca di Bratislava nel grande oratorio “La Resurrezione di Cristo”di Lorenzo Perosi.L’esecuzione fu accolta da unanimi consensi da parte di tutta la critica nazionale.

    Nel settembre del 2000, sempre nell’ambito della Sagra Musicale Umbra,ha diretto nella Basilica Superiore di Assisi dello stesso compositore “La Resurre­zione di Lazzaro” alla guida dell’Orchestra Filarmonica rumena di Timisoara e di un coro lirico umbro.Di quest’oratorio è stato prodotto per la prima volta il CD dalla Sagra Musicale Umbra.

    Contemporaneamente alla collaborazione con il Maestro Siciliani inizia quella con gli Amici della Musica di Perugia che dalla fine 1978 lo ha visto presente in innumerevoli prestigiose stagioni concertistiche alla guida dei complessi vocali-strumentali umbri invitato dall’indimenticabile donna Alba Buitoni, fondatrice dell’illustre Associazione perugina.

    Salvatore Silivestro è stato uno dei primi a riproporre al pubblico italiano le opere vocali e corali scritte da Mozart nel periodo di militanza nella Loggia massonica di Vienna,tra cui vanno segnalati i grandi affreschi corali e strumen­tali: “Dir Seele des Weltalls”,imponente cantata – le musiche funebri “Maurerische Trauermusik “e“Grabmusik”, ed il “Thamos” (musiche di scena per Soli,Coro e Orchestra ), eseguito in forma scenografica con i solisti della Staats­Oper di Vienna, il 5 dicembre 1991 nel giorno stesso del bicentenario della morte oltre ad innumerevoli musiche scritte per i vari momenti del rituale mas­sonico.

    Ha diretto Orchestre Sinfoniche e da Camera di molte città italiane ed europee.

    E’ stato direttore d’opera in molti teatri della Repubblica Ceca e della Slovacchia. Ha al suo attivo un vastissimo repertorio corale,cameristico,sinfonico e operistico che spazia dal Barocco fino al Novecento con particolare attenzione per il Romanticismo e l’Opera italiana.

    Alla attività di direttore unisce quella di compositore ed arrangiatore. E’docente presso il Conservatorio “F.Morlacchi”di Perugia.

    Vincenzo Pierotti nasce a Gubbio (Perugia) il 05/04/1983. Si diploma in tromba nel 2004 al conservatorio di Perugia. Nel 2006 riceve il premio come “Giovane Talento Italiano” dal Rotary Club di San Miniato. Nel 2009 riceve la Menzione d’Onore al ” II concorso nazionale di tromba Sandro Verzari”. Riceve le idoneità per le orchestre: Arena di Verona, Accademia Santa Cecilia, Teatro Dell’Opera di Roma, Arts Accademy di Roma, La Verdi di Milano e la Sinfonica Abruzzese. Collabora con le orchestre: Accademia Santa Cecilia, I Pomeriggi Musicali di Milano, Arena di Verona, La Fenice di Venezia, La Rai di Torino, la Sinfonica Abruzzese, il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro Regio di Parma e La Verdi di Milano. Dal 3 dicembre 2012 ricopre il posto di IV tromba presso la Banda della Polizia di Stato.

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