Categoria: Da sapere

  • La chiesa delle Lagrime (183), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVII LE CAPPELLE 6° CAPPELLA DI S. CARLO BORROMEO

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 183 a 186)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    Le aggiunte in carattere color marrone sono state apposte all’atto della presente trascrizione

    <183>

    In origine era dedicata a S. Rocco, S. Antonio e S. Sebastiano, dei quali vi erano le imagini(2). La cappella era di giuspatronato

    ________________________

    (1) Il 28 Settembre 1530 una Scionia d’Emiliano lasciava nel suo testamento unum linteamen pro apparato figurarum di questa cappella. (Archivio notarile – Trevi – To. 417, f. 219. Rogito di Agostinaugelo Natalucci). Una deliberazione del consiglio in data 12 Settembre 1527 porta che il comune, da allora in poi, dovesse offrire il 19 Luglio di ogni anno una «libbra» di cera in onore di S. Rocco, al suo altare nella chiesa delle «Lagrime».

    <184> laicale, ed apparteneva, sulla fine del ‘500 ad una Giulia Angerilli, di Lapigge, presso Trevi, che aveva lasciato un oliveto in vocabolo «Carpinete» a dotazione della cappella; ma a patto che non fosse consegnata ad altri che ai suoi eredi: pena la perdita del legato. Ma nel 1586 una Donna Tisbe, moglie di Vincenzo Ricci, erede dell’Angerilli, ancora non si dava premura di condurre a compimento i lavori di questa cappella.

    Onde il preposto D. Benedetto da Venezia, la richiamò all’adempimento dell’obbligo o alla rinunzia della cappella. E li 8 Agosto 1587, per atto del notaio ser Onorato Gentili la cappella fu rinunziata a favore dei Lateranensi(1).

    Quando nel 1610 S. Carlo Borromeo fu canonizzato dal papa Paolo V, il preposto delle «Lagrime» di quell’epoca era un D. Ippolito Pigna. Esso si diede premura di intitolare la cappella al nuovo santo, che, in vita, era stato molto benevolo verso i Lateranensi, presso i quali recavasi spesso nella canonica di S. Maria in Porto, di Ravenna, dove anche gli fu eretto un altare.

    La cappella, architettata come le altre, porta sul fregio le iscrizioni seguenti:

    a sinistra:

    D. HIPPOLITO PIGNA PRAEPOSITO

    nel mezzo:

    DEVOTO PIORUM AFFECTV

    a destra:

    PROCURANTE ANNO MDCXVII

    Da notare che questa iscrizione, col nome e cognome del preposto, è se non una rarità almeno una irregolarità in quantoché — come già dissi — i Canonici Regolari Lateranensi dovevano chiamarsi, in privato e in pubblico, col solo loro nome e con la designazione della città nativa. Così volevano le «Costituzioni» di cui feci già cenno. Col tempo, invece, le piccole ambizioni si fecero strada anche in questi ambienti, e — qua e là — incominciarono i «prelati» della Congregazione a lasciare in monumenti ed iscrizioni le tracce dell’opera loro. Onde avvenne che, fino dal 1563, il Capitolo generale tenutosi in Ravenna nel Maggio di quell’anno proibiva ai prelati e canonici di mettere in qualunque luogo i loro nomi o le loro armi gentilizie. E, se già vi fossero, si dovevano cancellare(2).

    (1) Archivio delle 3 chiavi – N. 241.

    (2)Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna Cod. 138 4 C. f. I.

    <185>

    Ma la proibizione non fu efficace, a quanto pare; poiché nuovamente nel Capitolo generale del 1581 si tornò a deliberare — tra le altre cose — che si togliessero stemmi ed iscrizioni di canonici, da tutti i conventi, fabbricati a spese dei monasteri; pena una —disciplina — in tempo di visita(1).

    Onde il nostro D. Ippolito Pigna non era in regola quando apponeva il suo nome e cognome sul fronte di questa cappella. A meno che esso dimostrasse che questa non era stata fabbricata a spese del monastero; ma non credo sarebbe stata cosa facile, né possibile. Sulla parete di fondo della cappella è un quadro in tela rappresentante S. Carlo Borromeo, in venerazione della Vergine. Opera meno che mediocre di mediocrissimo autore. Con tutto ciò il buon Natalucci ha lasciato scritto che il quadro è «di fina fattura»; ed aggiunge che per esso furono lasciati 50 «fiorini» da una tale Vienna di Speranza Mattioli nel 1609(2).

    Sopra al quadro, tra due angeli, è lo stemma del Borromeo: di bianco, con la parola «Humilitas» in caratteri gotici. Ai lati del quadro sono due ovali con figure votive a chiaro scuro rosso: la guarigione di un bambino, a sinistra; il salvamento di un annegato, a destra; opere di nessunissimo pregio.

    * * *

    Fino al 1869 era venerata su questo altare una statua di S. Francesco, ora nel piccolo museo della città. E poiché può dirsi che questa scultura faccia ancora parte delle opere artistiche che adornano la nostra chiesa, ne dò qui la riproduzione fotografica (Fig. 24).

    Fig. 24 – Statuetta d S. Francesco (Museo Comunale – Trevi)

    Dal 1997 al Museo di S. Francesco

    La statua misura m. 0,90 di altezza. È

    scolpita in pietra tenera dell’Appennino(caciolfa). In origine la statua dovette essere policromata, come dimostrano le tracce di colore che restano sugli occhi, sul lato destro del costato, nel quale si vede a traverso un’apertura della tonaca la stimmata di quel lato, tinta in rosso, come lo sono anche quelle delle mani e dei piedi del santo.

    Questi è raffigurato senza barba (Fig. 25) cosa non frequentissima nella iconografia francescana. Nella mano destra sostiene un libro chiuso, forse quello della regola.

    Si tratta di un lavoro della prima metà del ‘500, probabilmente di scuola toscana, pregevole per la fine modellatura della testa e delle mani; nonché per l’espressione assai efficace del viso e degli

    (1) Acta capitul. Later. – Bibl. Classense di Ravenna- Cod. 139 4 K. f. 79t.

    (2) Ms.cit. f.234

    <186> occhi in ispecie. A parer mio il difetto maggiore è nelle dimensioni della figura, che — né grande, né piccola — non richiama, come meriterebbe, l’attenzione del visitatore.

    Fig. 25 –

    Statuetta d S. Francesco (Particolare)

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    087

  • La chiesa delle Lagrime (182), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVII

    LE CAPPELLE 4° – L’ALTARE MAGGIORE

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 182 a 183)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <182>

    4° – L’ALTARE MAGGIORE

    Questo altare era stato concesso, in origine, alla famiglia Beci, di Trevi. Ma, estinta questa, Giacomo Valenti, governatore delle armi dello stato d’Urbino, presentò domanda, al generale dei Lateranensi perché volesse concedere a lui questo altare, e dargli il permesso di collocare monumenti sepolcrali della famiglia nelle due pareti laterali. Si obbligava, intanto, di erogare 50 «scudi» per restauri a quell’altare, che era destinato al Sacramento, ma dedicato alla Annunziata.

    Della domanda del Valenti si occupò la Dieta dei Lateranensi adunata a Reggio Emilia in S. Maria della carità il 19 Maggio 1683; e concesse quanto veniva domandato, salve le necessarie approvazioni da parte del visitatore e dell’abate delle «Lagrime» (3).

    ________________________

    (3) Atti capitolari dei Canonici Regolari Lateranensi i n Archivio d i S. Pietro in Vincoli. Vol. 1682-87.

    <183>

    Dopo questa formalità fu stipulato a Trevi il relativo istrumento, in data 17 Luglio 1683(1).

    Con la scorta di queste notizie e visto il carattere dell’attuale altare, dobbiamo ritenere che a questa epoca rimonti la sua costruzione, come è ora. Essa, infatti, è del tutto seicentesca: ma senza pretese artistiche. All’altare che è isolato dalla parete dell’abside, si accede per quattro gradini.

    Notevole il tempietto in legno intagliato e clorato, di stile bramantesco, collocato sopra l’altare, come «residenza» per il Sacramento. Il tempietto posa su di un cumulo di nuvole. Quattro gruppi di colonne sorreggono la cupola: e sopra ognuno di essi è la piccola statua di un evangelista. Ai lati due angeli adoranti.

    L’impalcatura in legno, che, al di là dell’altare, sorregge l’organo sotto la finestra bifora dell’abside, fu costruita con poca cura e nessuna eleganza — forse con intenti provvisori — nel 1886, quando furono celebrate le feste del IV centenario della Madonna delle Lagrime.

    Nonostante l’assenza di opere d’arte notevoli, devesi riconoscere che l’insieme di questo altare è ben proporzionato allo ambiente.

    Il finestrone biforo che è nel mezzo della parete di fondo conserva nella parte superiore gli avanzi di una vetrata a colori, della quale vediamo ancora una Vergine e due serafini ai lati.

    (1) Archivio Valenti – Instrum. – Pars I., N. 49, f. II ss.

    5° – ALTARE DEL CROCIFISSO

    È sull’angolo della crociera di sinistra. Molto modesto nelle sue proporzioni, non ha alcun rapporto di simmetria con gli altri. Fu eretto — forse a titolo votivo — da Alfonso Valenti nel 1690 circa. Sopra l’altare è in una nicchia a fondo azzurro, chiusa con una vetrata di piccole lastre, un Crocifisso in marmo bianco, di fattura assai ingenua e non bella.

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  • Olivo – Tradizione e storia 6 – L’età moderna

    L’Olivo – Tradizione e storia

    Elenco delle mole attive in Trevi nel 1811

    Prodotti tipici

    Origini

    Epoca romana

    Medioevo

    Documenti locali

    Rinascimento

    Età moderna

    situazione attuale

    Fino alla fine del 19° secolo, si è costantemente incrementata la produzione dell’olio di oliva, poiché questo prodotto otteneva sempre maggior gradimento da parte dei consumatori. E l’olio non veniva usato soltanto per l’alimentazione, ma anche per altri

    innumerevoli usi

    .

    La richiesta maggiore era per l’industria tessile nella

    lavorazione della lana

    e per l’alimentazione delle

    lampade e lucerne

    Il torchio da olio

    (da una stampa del 18° secolo)

    In misura minore veniva usato dai fabbri ferrai per la

    tempera dell’acciaio

    , nella

    farmacopea

    e nella preparazione dei

    cosmetici

    Certamente per uso non alimentare non è necessaria un’alta qualità dell’olio, ma come vedremo, anche per l’alimentazione non si andava molto per il sottile.

    Provvedimenti governativi hanno favorito gli impianti di nuovi oliveti che, sottraendo terreno al bosco, si sono spinti sempre più in alto fino alla quota di 600-650 m.
    Osservando la zona olivata si distinguono perfettamente due fasce: l’inferiore caratterizzata da piantagioni assolutamente casuali, mentre la superiore mostra chiaramente impianti molto regolari in filari. La linea di divisione corre appena sopra all’abitato di Trevi. Si distinguono perfettamente quindi gli oliveti esistenti fino a tutto il Cinquecento e quelli impiantati in età moderna.

    Fino alla 2^ guerra mondiale, i maggiori proprietari di oliveti si molivano in casa le olive prodotte, tanto che dalla fine del 18° secolo fino alla metà del 20° esistevano a Trevi circa 25 “mole”. Soltanto tre erano mosse dall’energia idraulica e tutte le altre da energia animale, cioè ” a sangue” come si diceva allora. Venivano impiegati cavalli, asini, mucche e non di rado uomini, che si assoggettavano ad una fatica da bestie. Progressivamente dalla seconda metà dell’Ottocento si venne impiegando qualche caldaia a vapore e dai primi del Novecento quasi esclusivamente l’energia elettrica.

    103

  • Olivo – Tradizione e storia 4 – Medioevo – Documenti

    L’Olivo – Tradizione e storia
    4 – Medioevo – Documenti locali

    Prodotti tipici

    Origini

    Epoca romana

    Medioevo

    Documenti locali

    Rinascimento

    Età moderna

    situazione attuale

    Il documento più antico in cui è menzionato un olivo a Trevi è il racconto del martirio di S. Emiliano (PASSIO SANCTI MILIANI MARTIRIS).

    Della Passio esistono due codici: uno a Montecassino, databile tra il IX e X secolo e l’altro nel Duomo di Spoleto del sec. 12°. Si ritiene che siano copie di altri codici del 5°-6° secolo.

    Il documento, in una prosa ridondante e retorica, descrive i numerosi supplizi a cui fu sottoposto il martire. Dei vari episodi ne esaminiamo qui soltanto tre: l’esposizione ai leoni nel circo, il tentativo di annegamento nel Clitunno (fiume Cleoton) e la decapitazione del martire legato all’olivo. Questi tre episodi infatti si riferiscono a luoghi ben identificabili in Trevi e i luoghi a loro volta caratterizzano inequivocabilmente Trevi. Infatti, nella mentalità medievale, il santo patrono e la città protetta si identificano profondamente e reciprocamente, tanto che dire “di S. Emiliano” equivaleva a dire “trevano”, “pertinente a Trevi”. Ne è esempio “il piede (misura) di S. Emiliano” che significava la misura di lunghezza adottata a Trevi (leggermente differente da quella in uso presso altri paesi). Ecco quindi che per dire quanto S. Emiliano si identifichi con Trevi, vengono esplicitamente nominati nella Passio elementi caratteristici di Trevi.

    Il Teatro, di cui s’è persa ogni traccia, è puntualmente documentato sia dalla letteratura (Svetonio) sia dal cippo a Lucio Succonio; il Clitunno, che con le sue acque, una volta ancora più copiose rende fertile il territorio a fondo valle, e infine l’olivo, che per Trevi è una realtà che non si può sottacere.

    “Et ligaverunt eum in novella oliva”. Lo legarono ad una giovane pianta di olivo. L’olivo in questione, da tempo immemorabile, sicuramente dal tempo della trascrizione della Passio, è identificato con quella pianta monumentale che si può ammirare a Bovara e da sempre indicato dai bovaresi come “

    il piantone di S. Miliano

    “. Sicuramente ultramillenario, da qualche anno è stato oggetto di vari articoli a stampa. Indicato dal Natalucci e poi da don Aurelio Bonaca in occasione della traslazione delle reliquie del martire da Spoleto nel 1935.

    Disgraziatamente nell’archivio del nostro Comune non si trovano documenti anteriori al 1355. Interessanti documenti editi, riguardanti la nostra zona, sono:

    Le carte dell’abbazia di S. Croce di Sassovivo1e Le Pergamene dell’archivio del Capitolo della cattedrale di Spoleto2Dall’esame delle Carte di Sassovivo troviamo che, su 1582 documenti, di cui circa 1250 parlano di terreni, 8 parlano di Chiuse generiche, 9 ci dicono espressamente di olivi (la prima menzione di olivi risale al 1204), contro circa 250 documenti che riferiscono di vigne!
    Nelle Pergamene di Spoleto, su 76 documenti, dal 1067 al 1214, 30 parlano comunque di terra delle quali: 9 di vigne (di cui 2 di vigne e selve e 1 di vigne e alberi), 1 di querce, 1 di castagneti e infine 1 soltanto di olivi.

    Pertanto gli oliveti erano in rapporto 1 a 25 o 1 a 30 rispetto alle vigne e da un esame più specifico risulta che le piante di olivo erano estremamente rare e si contavano ad una ad una (esempio: un pezzo di terra con due piante di olivo, o addirittura con tre piante e mezza!). Tutto ciò concorda perfettamente con ricerche effettuate in altre regioni riguardanti lo stesso periodo.

    Note 1)

    .AA.VV.

    Le carte dell’abbazia di S. Croce di Sassovivo, prima serie: dal 1023 al 1231, 7 voll., Firenze, 1973 – 1984. 2) Giuseppe Celi, Le pergamene dell’archivio del Capitolo della chiesa cattedrale di S. Maria di Spoleto dalle origini alla fine del pontificato di Innocenzo III

    ,

    in Archivio storico ecclesiastico spoletino nursino

    Spoleto, 1984.

  • La chiesa delle Lagrime (174), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVII LE CAPPELLE 3°) – CAPPELLA DELLA MADONNA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 174 a 182)

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    In fondo al braccio destro della chiesa, l’antica parete della casa che fu di Diotallevi d’Antonio Santilli e sulla quale era dipinta la imagine, venne inclusa nel muro della nuova chiesa.

    Dissi già 1) che innanzi alla Madonna fu subito costruita dalla pietà dei devoti una cappella, ornata di opere in pietra, fino dal 1486. Successivamente, e cioè nel 1520, era stata di nuovo abbellita con colonne di pietra, decorate alla «damaschina»(2). La cappella era poi terminata da una piccola cupola. E certamente, data l’epoca della sua costruzione, doveva essere cosa di molto buon gusto. Ma di tutto ciò nulla rimane, all’infuori dell’imagine della Madonna, intorno alla quale fu costruito l’attuale altare di stucco e muratura.

    L’imagine fu dipinta il 3 Ottobre 1483(3). Chi sia stato il modesto pittore non sappiamo. Ma il lavoro, quantunque del tipo delle molte «maestà» che si vedono frequentemente nelle edicole campestri e nelle pitture votive di molte chiese, è condotto con abbastanza coscenziosa cura.(Fig. 3). Il fondo è giallo-oro con ornati simmetrici rossi, a imitazione di damasco. Intorno gira un fregio a disegno geometrico, eseguito col traforo. La Madonna è rappresentata in piedi. Un velo bianco le copre il capo, e la cocca destra del velo è gettata sulla spalla sinistra. La veste è bianca, a fiori rossi piccoli e

    ________________________

    (1) Cfr. sopra pag. 48.

    (2) Natalucci D. ms, cit. f. 231.

    (3) Cfr. sopra pag. 22.

    <175>rari. Tutta la figura è coperta da un ricco manto azzurro, che scende quasi fino a terra, lasciando scoperta appena l’estremità della gonna. Con ambo le mani la Madonna sorregge il Bambino, che le cinge il collo col braccio sinistro, mentre la, mano destra è in atto di benedire. Una tunica rossa ricopre l’intera figura del Bambino, che ha la capigliatura lunga fino alle spalle, specialità iconografica non frequente(1), e il viso è rivolto verso la Madre.

    Questo affresco può dirsi una discreta opera d’arte paesana. Lascio a chi si diletta d’ipotesi e di attribuzioni il cercare o fantasticare dell’incognito autore.

    Ai piedi della Madonna si leggono queste parole in caratteri gotici:

    QUESTA FIGURA [F]ECE [F]ARE …

    Doveva certamente seguitare così DIOTALLEVI DANTONIO ecc.; poiché sappiamo che fu esso il devoto committente della pittura.

    Importante è osservare che l’affresco non è più completo. La parte destra di esso è rimasta coperta dalla sovrapposizione degli stucchi dell’altare attuale. Non so dire se questa parte mancante sia stata anche distrutta, o sia soltanto nascosta dietro la nuova sovrapposizione; ma è certo che presso la figura della Madonna era dipinta quella di S. Francesco. Ne fa fede il cronista Mugnoni, che vide con i suoi occhi la primitiva «maestà» com’era ai suoi tempi. E ci dice chiaramente che tre erano le figure quivi dipinte(2). Una prova di più la troveremo in una delle tavolette votive, che più avanti illustrerò.

    * * *

    È questa la prima volta che l’imagine della Madonna delle Lagrime viene riprodotta e pubblicata nella sua completa autenticità. Fino ad ora la sua iconografia era assai arbitraria e povera. Non abbiamo, infatti, che tre sole riproduzioni che ricordano questa imagine. La prima fu pubblicata dal Giorgetti nel suo opuscolo che tratta della nostra chiesa, edito nel 1752.(Fig. 20). Ma è la vera imagine?

    (1) Uno studio speciale sulla iconografia di Gesù Bambino non credo sia ancora stato fatto. Noto che tra le moltissime figurazioni del Bambino da me cercate e studiate una soltanto ne trovo con chioma fluente, come in questa delle «Lagrime»; ed è in un mosaico della chiesa di S. Maria Nuova (S. Francesca Romana) a Roma. Cfr. A. Venturi. La Madonna, Milano Hoepli; 1900, pag. 7: e P. Lugano S. Maria nova, Roma, s. a. ma 1923 pag. 10).

    (2) Cfr. sopra pag. 27.

    <176>incisa in rame, è tutt’altro che vera; e sotto il punto di vista artistico è quanto di più deplorevole si possa concepire.

    Un’altra riproduzione fu fatta in litografia nel 1886 in occasione delle feste centenarie (Fig. 21). Ma anche questa — per quanto migliore della precedente — non può pretendere ad alcuna rassomiglianza con l’originale.

    Qualche anno fa si distribuiva ai fedeli un’altra imagine, disegnata da mano assai inesperta (Fig. 22). Tutte e tre queste riproduzioni sono in così malo modo eseguite, da, non ricordare — neanche lontanamente — il carattere quattrocentesco dell’originale. Ma ho voluto metterle qui per due ragioni: prima per non trascurare nulla di quanto può riferirsi alle vicende artistiche e storiche della nostra chiesa; poi per dimostrare ancora una volta la verità di quanto asserivo sul principio di questo mio lavoro, che — cioè — di questa chiesa è stato fin qui scritto poco e non bene; fino al punto — aggiungerei — che non si è mai messa sotto gli occhi del pubblico e dei devoti una esatta riproduzione della «maestà» alla quale nei secoli sono stati resi tanti onori e tributate tante attestazioni di fede.

    Il primo dei devoti trevani che espresse il desiderio di ornare ed ingrandire la cappella, fu un tal Emilio Costanzi, il quale propose ai Canonici di far accomodare a sue spese la cappella della Madonna «dove si canta l’uffizio», per potervi far poi la sua sepoltura. Il Costanzi si offriva di fare a sue spese una «anchona(dipinto in tavola) grande, adorrata(dorata) et bella et un parato per l’altar di setta (seta) o velluto».

    Di più avrebbe dato mezzo «caldarello» di olio — circa dieci chili — per la lampada, perché «i padri di S. Maria siano obbligati di aver cura de l’anima mia, in administrar li sacramenti per sua famiglia(sic)»(1).

    Però la proposta del Costanzi rimase un pio desiderio e non se ne fece altro. Non sappiamo a quale anno essa rimonti con precisione, ma è certamente della prima metà del ‘500.

    così la cappella della Madonna rimase nella sua forma primitiva. E sarebbe stato desiderabile che così fosse rimasta fino a noi! Ma purtroppo, l’invadente seicentume aveva così spagnolescamente corrotto il gusto ed il senso artistico del secolo, che l’opera ingenua dei

    (1) Archivio delle 3 chiavi N. 230.

    <177>devoti trevani quattrocenteschi apparve povera e meschina cosa agli occhi di quei loro pronepoti.

    Fig. 21 – La Madonna delle Lagrime (Stampa del 1886)
    (Pag. 176)

    Il 19 Ottobre 1614, in Roma, faceva testamento per mano del notaio Tranquillo Pizzuti il cittadino trevano Sestilio di Vincenzo Valenti. Come spesso accadeva di quei tempi, le disposizioni testamentarie di lui sono prolisse e complicate. Ma interessa alla storia della nostra chiesa il sapere che esso lasciò una somma di circa ottomila «ducati» (esattamente: 5000 «scudi» romani e 2800 «ducati» di Napoli) perché in Trevi venissero i Chierici Regolari Minori, che erano a S. Lorenzo in Lucina, istituiti da S. Francesco Caracciolo, nella nostra città costruissero una chiesa ed un collegio per i giovani di Trevi. Nominava sua erede una nepote a nome Maria. Morendo essa senza figli, o facendosi monaca, i beni stabili ereditarii dovevano passare a quei Chierici Regolari Minori; e i capitali in contanti dovevano servire per dotare zitelle povere di Trevi, qualora, per una ragione qualunque, i Chierici Regolari Minori non fossero venuti a Trevi, né altri in loro vece ne avessero sostituiti gli esecutori di queste disposizioni testamentarie, che erano i cardinali Maffeo Barberini — che fu poi papa Urbano VIII — ed Erminio Valenti.

    E nello stesso caso il testatore disponeva dei beni stabili così: «Voglio sia erede la ven. chiesa della gloriosissima Madre di Dio,nominata la Madonna delle Lagrime in detta mia patria, nella quale vivono al presente li reverendi padri Canonici Regolari, li quali potendo liberamente disporre della cappella nella quale è I’imagine di detta gloriosa Madre e concedendomi di poterla ridurre in migliore e più bella forma, siano obbligati spendere tutto il frutto che daranno li suddetti beni stabili, per il corso di dodici anni; il quale servi (sic) per detta riduzione in forma migliore et ornamento e abbellimento della medesima cappella, secondo il giudizio di persone perite; e completa detta riduzione e ornamento, alla quale prego dui principali e caritatevoli cittadini, da eleggersi dalla comunità debbano insieme con essi Padri assistere, debba il medesimo frutto che daranno li suddetti miei beni stabili servire per mantenimento della detta chiesa e casa di maggior numero di essi Padri di quello vi è al presente». Ed impone ad essi alcuni speciali obblighi. E seguitando dice che è finito detto abbellimento, ornamento e riduzione, debbano li detti Padri porvi una memoria e iscrizione, nella quale si dichiari, che a gloria et honore del Signore <178> Dio e di detta Sua Madre SS.ma: in rendimento di grazia per li benefici ricevuti dalla loro bontà ho ridotto la detta cappella nella forma apparente, ornata et abbellita e lasciai li sopradetti miei beni» ecc.(1).

    Ora, di tutto ciò nulla si fece, perché altri precedette le intenzioni del Valenti. Né i Chierici Regolari Minori vennero a Trevi, né ad essi se ne sostituirono altri. L’eredità in contanti Cper la fondazione di quello che si disse il «Maritaggio Valenti»; ma i beni stabili non passarono alla chiesa delle «Lagrime». Né saprei dirne il perché

    Sestilio Valenti morì in Roma il 7 Novembre 1620. Egli aveva passata molta parte della sua vita al seguito del marchese Chiappino Vitelli nelle Fiandre, dove questi morì lasciando figliuoli di cui il Valenti ebbe la tutela per ben quattordici anni. Trasferitosi poi in Napoli era vissuto in pieno ambiente spagnuolo; onde a lui, abituato alla nuova arte farragginosa e tronfia, sorrise l’idea di darne un saggio nella sua Trevi. Ma, dissi già non se ne fece altro, perché poco prima della morte di Sestilio Valenti altri provvide al rifacimento, o disfacimento della cappella della Madonna. Ed è strano che il Valenti, visto ciò non provvedesse a nuove disposizioni testamentarie; egli che in precedenza aveva giàper ben quattro volte espressa in altrettanti testamenti la sua volontà.

    Era morto nel 1618 in Trevi il cardinale Erminio Valenti. Eredi suoi furono i nipoti Pompeo e Francesco Benenati-Piccolomini, figli di una sua sorella, residenti a Cascia, nell’Umbria. Essi dovevano provvedere al monumento sepolcrale del defunto. E in tale occasione vollero anche rimodernare l’altare della Madonna.

    Chiesero, perciò al generale dei Lateranensi, D. Serafino da Cremona, la concessione della cappella, nella quale si proponevano di erigere un nuovo altare, con ornamenti in muratura e di notevole altezza, per maggior decoro dell’immagine della Madonna. Si riservavano anche di porre nella cappella una sepoltura per loro, e per i loro eredi e successori maschi.

    Il generale accordò quanto gli si chiedeva, salvo l’approvazione del «Capitolo» delle «Lagrime». Questo si adunò: erano due canonici,

    (1) Archivio Valenti – Instromentorum – A. pars. 1N. 24 i/2 f. 312 ss.

    <179> in tutti: il preposto D. Girolamo da Lugo e il canonico D. Vitale da Rieti, i quali non poterono che approvare il già fatto, almeno in parte, poiché il monumento era già stato costruito! Concessero però ai Benenati-Piccolomini la Cappella allo scopo di adornarla e decorarla; nonché lo spazio per la loro sepoltura e il permesso per un altro monumento, ed anche la facoltà di apporvi le loro armi. La concessione era perpetua ed irrevocabile, con la promessa di non fare, in quella cappella, alcuna nuova concessione, finché durasse la linea mascolina dei Benenati-Piccolomini.

    All’atto, stipulato nella sagrestia delle «Lagrime» il 1° Aprile 1621 dal notaio trevano Francesco Mattioli, interviene il solo Pompeo Benenati-Piccolomini, che, anche a nome del fratello Francesco, promette che adorneranno la cappella secondo la loro devozione, in modo che l’«ornamentum sit bene positum et ornatum ac decoratum». Promettono anche di fare dinanzi all’altare una balaustrata di pietra o di legno «che chiuda tutta la cappella, da un angolo all’altro che sia ben ornata a piacimento di detti signori Benenati»; scrive il notaio, in italiano, questa volta, per farsi meglio intendere(1)! I Benenati assegnano anche alla loro cappella la dotazione di una rendita di 5 «scudi» all’anno, con certe condizioni di celebrazione di messe. Promettono pure di provvedere all’arredamento della cappella per il Sagramento, che dovrà tenervisi sempre.

    È da notare che nella licenza data dal generale dei Lateranensi è detto che i Benenati intendono collocare l’imagine della Madonna alquanto più in alto, per maggior decoro ed ornamento. E per far ciò era necessario demolire la testudo o calotta, che allora esisteva, sopra l’edicola della Madonna, secondo la primitiva costruzione.

    Eccoci, dunque, alla distruzione di quello che fu il primo monumento della pietà dei trevani! Ma cos’erano i tempi(2).

    Durastante Natalucci, vittima anch’esso della recente folata del gusto fastoso e vuoto, dice che la facciata di questa cappella «è majestosa

    ____________________________

    (1) Archivio Valenti – Instrum: A. pars 1. – N. 27, f. 388, ss.

    (2) Pur troppo il mal gusto non è del tutto estirpato, se qualche cosa di simile abbiamo visto commettere pochi anni or sono in un altro moderno santuario umbro: la Madonna «della Stella», presso Montefalco. Anche lì con rinascente seicentomania, si distrusse la primitiva edicola campestre, alla quale la chiesa attuale doveva origine e fama e frequenza di popolo. Si portò più in alto la piccola parete su cui era dipinta l’imagine, e le si fabbricò sopra un detestabile tempietto, presuntuoso e stridente con tutto il resto della chiesa, che pure è pregevole costruzione, decorata di lodate pitture!

    <180> e mirificamente rifatta con colonne e statue di stucco»!(1) Bisogna però riconoscere che, architettonicamente, il prospetto di questo altare si presenta realmente con una certa solennità (Fig. 23).

    Su sei colonne scanalate, di ordine corintio, posa il cornicione, sormontato da un timpano spezzato, mentre nel mezzo di questo si innalza un altro prospetto minore; nel centro del quale è un affresco rappresentante il Padre Eterno benedicente, tra angeli e serafini.

    Sul fregio si legge il motto del Salmista:

    QUI SEMINANT IN LACRYMIS IN EXULTATIONE METENT

    Ai lati dell’edicola della Madonna, sono tra due colonne, le statue di S. Francesco a destra e di S. Ubaldo a sinistra.

    Se l’artista che ha costruito questo altare non avesse voluto animare, per dir così, l’opera sua con troppe figure, grandi quanto e più del vero, di angeli e di profeti — David e Salomone — agitate tutte da pose ricercate, talune acrobatiche addirittura, il prospetto dell’altare sarebbe stato abbastanza sobrio, poiché rifletteva ancora nell’architettura, gli ultimi sprazzi dell’influenza del rinascimento.

    A confortarci della perdita dell’antica edicola, rimane — unico avanzo delle primissime opere qui eseguite — la grossa pietra che gli uomini di Campello offrirono per l’altare della Madonna delle «Lagrime» fino dai primi giorni della sua manifestazione(2). Ma anche questo ingenuo segno della devozione dei tempi andati è stato mascherato dalle successive costruzioni dei tempi nuovi. E la pietra si vede ora* incastrata nel centro dell’altare attuale di mattoni e stucco. Sulla pietra sono incise queste parole:

    Y H S

    C A M P E L L V

    M° C C C C° L

    X X X V°

    Fig. 23 – Cappella della Madonna delle Lagrime
    (Pag. 180)

    Dell’autorizzazione avuta di apporre le loro armi nella cappella rifatta dai Benenati-Piccolomini, essi hanno profittato, dirò così senza discrezione; poiché mentre al di sotto delle due statue di S. Francesco e di S. Ubaldo sono due stemmi di quella famiglia — di argento alla croce d’azzurro, caricata all’estremità di quattro crescenti

    (1) Ms. cit. f. 231.

    (2) Cfr. sopra pag. 34.

    * In un intervento nel secondo quarto del XX secolo la pietra fu intonacata e l’iscrizione ricoperta. Alla fine degli anni ’60, dovendo adattare l’altare ai nuovi canoni della riforma liturgica, l’epigrafe tornò alla luce e ora si può vedere dietro l’altare, verso la parete ove è dipinta la Madonna

    <181> montanti e di un sole nel centro — si rivedono un poco da pertutto i simboli araldici. così il sole è ai due lati, in basso: ed è ripetuto due volte sopra il timpano che sormonta la parte superiore dell’altare. Due «crescenti» si rivedono sopra l’edicola della Madonna. Al di sotto di questa è una porticina in legno (non visibile nella Fig. 23: perché nascosta dall’altare); ed anche essa è decorata delle mezze lune araldiche dei Piccolomini.

    In conclusione, però deve dirsi che — prescindendo dai difetti dell’epoca — anche questo altare può considerarsi un’opera d’arte che non disdice alla solennità del tempio. E molto più perdonabili sarebbero stati i difetti, se invece dello stucco, i donatori avessero in questa costruzione profusa quella dovizia di marmi, che riservarono, invece, come vedremo, al monumento dello zio cardinale, che li aveva lasciati eredi dei suoi beni!

    Presso la porticina che dà nell’andito verso la sagrestia (N. 27 della pianta) è collocata su di una delle lesène che fanno angolo tra questo braccio e l’abside, la seguente iscrizione a lettere d’oro, su marmo di Carrara:

    A DIO O. M.
    ED A MARIA VERGINE DELLE LAGRIME
    DI TREVI PRESIDIO E DECORO
    DEVOTE ONORANZE SOLENNI
    OGNI ORDINE DI CITTADINI ED IL CONTADO
    QUI VOLLERO CELEBRATE
    NEI GIORNI 7 AL 15 AGOSTO
    MDCCCLXXXVIIL IV0 CENTENARIO TRASCORSO DAL PRODIGIO

    NEL PATRIO UNIVERSALE CONGAUDIO
    SI PONE QUESTO MARMO
    A MEMORIA PERENNE DEL FATTO
    CHE I POSTERI VORRANNO IMITARE

    Questa iscrizione — dettata da mio padre, Filippo Valenti, di sempre venerata memoria — ricorda le grandi feste che furono celebrate in occasione del quarto centenario della manifestazione della Madonna delle Lagrime.

    Il centenario cadeva nel 1885: ma ne fu rimandata la celebrazione

    <182> all’anno seguente per potere con più solennità e sfarzo compiere tutti i necessarii preparativi(1).

    Le feste durarono otto giorni, come dice l’iscrizione. Intervennero l’Arcivescovo di Spoleto, Mons. Elvezio Mariano Pagliari; quello di Foligno Mons. Vincenzo Serarcangeli e, in rappresentanza del capitolo di S. Pietro in Vaticano, Mons. Alessandro Sanminiatelli Zabarella, arcivescovo in partibus, che fu poi cardinale. Le funzioni religiose furono rese più solenni da musiche impressionanti e fragorose — come permetteva la liturgia d’allora — con l’intervento di maestri e cantori di Roma e delle città vicine a Trevi.

    L’affluenza del popolo fu stragrande; e siamo in molti a ricordare l’imponente spettacolo di una folla ognora crescente, che gremiva, il vastissimo tempio.

    Le feste non furono soltanto religiose, ma insieme si ebbero rappresentazioni teatrali, accademie e fuochi d’artificio(2).

    (1) Cfr. sopra, pag. 116.

    (2) Nell’elegantissimo teatro «Clitunno» fu rappresentata l’opera «La Favorita» di Gaetano Donizzetti. Nell’aula maggiore del Collegio Lucarini, antico convento di francescani, si tenne l’11 Agosto 1886 un’accademia di musica e poesia. In quell’occasione fu pubblicato un opuscolo «Ricordo del IV centenario di Maria Santissima delle Lagrime» (Trevi, Tip. Nazzarena, pagg. 20). In esso si contengono tre delle poesie recitate in quell’accademia: del Prof. Giuseppe Agostini, dell’Avv. Antonio Marini e dello scrivente.

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928, pagg. da 174a 182)

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    087

  • Altare del Sacramento in S. Emiliano

    L’altare di Mastro Rocco

    nella chiesa di S. Emiliano

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute

    < >

    indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    D. AURELIO BONACA

    L’ALTARE DI MASTRO ROCCO DI TOMMASO DA VICENZA

    NELLA CHIESA DI S. EMILIANO IN TREVI

    (CON DOCUMENTI INEDITI ED ILLUSTRAZIONI)

    PERUGIA TIPOGRAFIA ECONOMICA 1934 – XII

    Estratto dal Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria, per l’Umbria – Volume XXXI

    ALLA VENERATA MEMORIA
    DEI MIEI GENITORI

    CON AFFETTO DI FIGLIO

    Indice
    IL’AltarePag 7
    IIQuando e da chi fu costruito l’Altare. 11
    III L’autore delle statue 16
    IVConvenzioni tra la Confraternita e il Capitolo di S. Emiliano 18
    VIl doratore dell’Altare. Francesco Bernardini da Montefalco 20
    VI Decreto del Card. Maffeo Barberini20
    VII Deturpazione dell’Altare 21
    VIIILa porticina del Ciborio 21
    IX Come fu ritrovato il Tabernacolo di pietra 24
    X Ricostruzione del Tabernacolo 25
    XI Ricostruzione della Chiesa di S. Emiliano 27
    XII L’Altarino di S. Maria di Pietrarossa 32
    XIIIConclusione – Documenti 33

    <7>

    I.

    L’Altare.

    A sinistra di chi entra nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano in Trevi e precisamente sotto una delle grandi arcate che sorreggono la cupola, è posta una Cappella, o, come si disse per il passato, un Tabernacolo, con ornati di straordinaria finezza. È opera di gran pregio di Mastro Rocco di Tommaso, da Vicenza.

    L’intero monumento misura m. 7,26 di lunghezza e m. 8,83 di altezza; è diviso in tre scomparti, ognuno dei quali comprende un Altare; il principale, che sta nel centro, è dedicato al SS. Sacramento, quello a destra alla Madonna e quello a sinistra a S. Giuseppe. I due laterali formano avancorpo e sono alquanto più piccoli di quello centrale.

    Il basamento di ogni Altare è formato da tre specchi ornati a bassorilievo con testine e con figure di mostri fantastici, deità marine, sirene, delfini, ecc. Ornati a piccolo rilievo formano la cornice di questi riquadri. Tutti gli specchi sono diversi, nè le figure e gli ornati di uno rassomigliano a quelli di un altro. In quest’opera meravigliosa, l’artista ebbe cura di non ripetersi mai e le singole parti, perfino le più minute, variano sempre le une dalle altre. <8>

    Dal piano delle mense si elevano quattro colonne di ordine corintio, che sorreggono la trabeazione degli Altari laterali. Queste colonne sono decorate con bassorilievo damaschinato così fine da dare quasi l’impressione che esse siano rivestite con lavori usciti dalle mani della più provetta ricamatrice. Ogni colonna ha decorazioni del tutto proprie. La base lateralmente ha dei bassorilievi, ma sulla faccia anteriore sono riprodotte delle figure a mezzo busto; nell’Altare di destra sorridono le delicate figure di due fanciulle, mentre in quello di sinistra appaiono le figure di due giovanetti. Le colonne sorreggono un timpano poggiato sopra una cornice a dentelli. Tra l’una e l’altra poi si aprono due nicchie, che accolgono a destra la statua della Madonna e a sinistra quella di S. Giuseppe. Le due nicchie terminano con arco a tutto sesto; la calotta di destra ha prospettiva lacunare, mentre quella di sinistra è divisa in scomparti geometrici con rosoni.

    Le due statue sono policromate e dorate e furono scolpite nella stessa qualità di pietra degli Altari, ma, come vedremo, non sono opera di Mastro Rocco. Lo zoccolo su cui poggiano le statue e che forma lo sfondo degli Altari ha finissimi bassorilievi.

    Tra i timpani dei due Altari e la trabeazione sorretta dalle colonne gira una grande fascia, che attraversa anche l’Altare centrale e sulla quale è incisa la seguente iscrizione: HAS TREIS SACELLI ARAS ET NVMINVM IMAGINES COLLEGIVM DEITATIS HVMANAE PIIS MANIBVS FACIENDAS CVRAVIT.

    Il chiamare “aras” gli Altari, “numina” le immagini della Madonna e S. Giuseppe ed infine “Collegium Deitatis Humanae” la Confraternita del SS. Sacramento è indice sicuro che fu un umanista a dettare l’iscrizione.

    L’Altare centrale è il più grande e il più riccamente ornato. Sopra uno zoccolo a bassorilievo si eleva quello che costituisce la vera Cappella o Tabernacolo. <9>

    Un pochino dietro alle colonne interne degli Altari laterali e ben distinti da esse si elevano due pilastri terminanti con capitelli di ordine corintio e finemente ornati.

    Nel centro dell’Altare vi è il Ciborio, che ha forma di tempietto. Due colonnine corintie sorreggono il timpano, sotto il quale sono incise le parole: O SACRAMENTVM PIETATIS. Intorno alla porticina sorridono otto testine di Serafini disposte in modo da apparire tre per ogni lato; quattro Angioli oranti, bellissimi per l’espressione e per le movenze, stanno ai fianchi del tempietto.

    Lo sfondo al di sopra del Ciborio è diviso in tre scomparti da quattro pilastri, i due più interni dei quali portano tutti gli emblemi della Passione del Signore. In ognuno dei due scomparti laterali vi sono tre magnifiche testine di Serafini alati; e altre due figurano in quello centrale, mentre in origine in quello spazio campeggiava il magnifico Calice che fu malamente relegato in altra parte del monumento e del quale parleremo più avanti. Le testine sostituite al Calice sono brutte, una è perfino di stucco, e stanno malissimo vicino alle altre che sono veramente belle.

    La lunetta superiore è divisa in nove raggi o scomparti decorati con Calici con Ostia sovrapposta ed altrettanti Serafini alati; i Calici ed i Serafini fanno bella corona al Nome di Gesù, che sta nel mezzo. Nell’archivolto della lunetta sono dei riquadri a rosoni e ricciute testine di Serafini alati.

    Due graziose figure muliebri, incorniciate da bellissimi ornati, riempiono gli spazi tra la cornice della lunetta e due pilastrini che sorreggono due cornici, tra l’una e l’altra delle quali si leggono queste parole:

    SVM PANIS VIVVS QVI DE CELO D.

    Il tutto termina in alto con una cimasa in cui campeggia la figura benedicente dell’Eterno Padre.

    <10>

    In quest’opera di Mastro Rocco domina il numero tre e ritengo che l’artista abbia voluto adombrare nel suo lavoro il Mistero della SS. Trinità. Tre sono gli Altari, ma essi formano un sol corpo, un solo Tabernacolo. Tre specchi diversi tra loro formano l’unità del basamento di ogni Altare. Tre sono gli scomparti nell’Altare centrale, al di sopra del Ciborio, e in ognuno dei due laterali sorridono tre testine di Serafini, ma tutto serve a far corona al Ciborio, e, quando c’era, al Calice. In ogni lato della porticina del Ciborio sorridono tre Serafini alati. La lunetta al di sopra dei tre scomparti ha nove Calici e nove Serafini, ma essi sono là come per mettere in gran risalto il Nome di Gesù. In cima a tutto questo, come ultima sintesi, come espressione ultima di tutta l’opera sta la figura di Dio Padre, Dio Uno e Trino. É evidente quindi che Mastro Rocco, nell’eseguire un Monumento che doveva accogliere il Corpo del Signore, volle dare all’opera sua un’impronta mistica, un significato tale da glorificare uno dei Misteri principali di nostra Religione.

    Quest’opera meravigliosa ebbe anch’essa le sue vicende e il posto in cui oggi si ammira non è quello in cui il suo autore la pose. Mi è sembrato perciò interessante radunare tutte le notizie che a questo Monumento si riferiscono, anche per dimostrare come i miei concittadini abbian sempre tenuto alla conservazione dell’opera, con quel senso artistico, che li ha sempre distinti nel corso dei secoli (1).

    ________________________

    (1) Le notizie che seguono sono state tratte, in massima parte, dall’Archivio della Confraternita del SS. Sacramento. Nel gennaio del 1917 feci la proposta di formare un «Archivium Ecclesiasticum» con tutto il materiale, spesso interessantissimo, conservato nelle varie Sacrestie. Per ragioni diverse l’iniziativa non ebbe attuazione, ma ho fiducia che la presente pubblicazione faccia apparire l’importanza che avrebbe un “Archivium Ecclesiasticum”, e che la mia proposta del 1917 sia riesaminata ed attuata, sia pure da altri.

    <11>

    II. Quando e da chi fu costruito l’Altare.

    Nel 1503, nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano, fu eretta la Confraternita del SS. Sacramento per opera del Padre Ambrogio da Mortara, Canonico Lateranense e Superiore del Convento detto della Madonna delle Lacrime presso Trevi (1). Essendo cura principale della nuova pia istituzione il culto del Santissimo Sacramento, coloro che ne erano a capo pensarono fin da principio al modo di erigere una Cappella, o almeno un Altare in cui il Corpo del Signore potesse trovare degna residenza. Difficoltà non ne dovettero certo mancare, sia perchè la Confraternita non aveva i mezzi per far fronte alla spesa, sia perchè era necessario salvaguardare i diritti del Capitolo della Collegiata. Ma tutto fu superato.

    Già prima del 1520 una pia signora (2) di nome Virginia Procacci lasciò, con suo testamento, trecento fiorini alla Confraternita per la costruzione di una Cappella. I Frati Francescani di S. Martino, istituiti eredi, versarono la detta somma in più volte.

    Mi è stato impossibile trovare il testamento della pia donatrice, anche perchè, non esistendo nell’Archivio Notarile

    (1) La Bolla di erezione si conserva nell’Archivio della Confraternita.

    Per il Santuario della Madonna delle Lacrime vedere lo splendido libro del Conte Dott. TOMMASO VALENTI, La Chiesa monumentale della Madonna delle Lacrime a Trevi (Umbria), Editori Desclée e C., Roma, 1928.

    (2) In un antico libro conservato in Archivio e intitolato: Libro di memorie et ordini della Compagnia del SS. Sacramento in Trevi e contradistinto con la lettera A, a pag. 24 è scritto: “Circa l’anno 1520 ovvero… la signora Virginia ossia Eugenia di Niccolò di Protasio lasciò alla Compagnia del SS. Sacramento fiorini trecento per fare una Cappella per testamento del notaro Messer Francesco di Messer Gregorio. Li Frati di S. Martino furono istituiti eredi dalla suddetta e sborsarono in più volte la d. somma”.

    <12> di Trevi gli atti di un notaio di nome Francesco di Gregorio, che fu quello che raccolse le ultime volontà della Procacci, non ho saputo dove rivolgere le mie indagini. Negli atti del notaio trevano Francesco Lucarini(1) trovo però che al 24 ottobre 1519 i Frati di S. Martino nominarono il loro procuratore nella persona di Perdonato Macharoni per prender possesso della eredità ed è detto che il notaio che rogò il testamento si chiamava Ser Francesco de Canutis, ma non si accenna nemmeno alla nostra Confraternita. In ogni modo dall’atto del Lucarini si ricava che la donazione era avvenuta già prima del 1519 e che il vero nome della testatrice è quello di Virginia Procacci.

    Venuta ormai in possesso della rilevante somma di fiorini trecento e risolta così in parte la prima difficoltà, in data 19 agosto 1521, la Confraternita, per mezzo dei suoi rappresentanti, stipulò un contratto con Mastro Rocco di Tommaso, da Vicenza, che allora dimorava in Foligno. La Confraternita era rappresentata da tredici persone, alcune delle quali appartenenti alle più nobili famiglie di Trevi. Luzi, Petroni, Poli, Chini, Origo, Valenti eran famiglie nobili per discendenza, per censo e per le numerose aderenze di cui godevano. Alcune sono ora estinte, altre emigrarono in altre città; a Trevi presentemente rimane solo la illustre Famiglia dei Conti Valenti.

    Mastro Rocco era allora «habitator Civitatis Fulgineae», come dice il contratto rogato il 19 agosto 1521 per mano del notaio Ser Andreangelo di Piermarino(2). L’illustre scultore aveva già eseguito lo splendido Altare in S. Maria

    (1) Archivio Notarile di Trevi, Atti di Ser Francesco Lucarini, Tomo 442, pag. 78 a tergo.

    (2) Questo contratto fu pubblicato in parte nel Giornale di Erudizione Artistica dal Prof. ADAMO Rossi in uno studio intitolato Mastro Rocco nell’Umbria. Ho creduto però opportuno parlarne qui e riportarne il testo in fondo a queste memorie, per presentare al lettore un quadro completo di quel che riguarda il Monumento di Trevi.

    <13> di Spello, e la fama di quest’opera, giunta fino a Trevi, era stata forse la ragione per cui egli fu chiamato ad eseguire il progettato lavoro. Nessuna notizia ci rimane intorno alle trattative corse tra gli interessati e lo scultore; non ci resta altro che il contratto. Ci manca perfino qualsiasi accenno sull’esecuzione del lavoro e sulla permanenza di Mastro Rocco a Trevi. Quindi dobbiamo credere che le condizioni stabilite nel contratto siano state fedelmente eseguite e che nulla di notevole abbia segnato il tempo in cui lo scultore fu in questa nostra città.

    Mastro Rocco si impegnò di costruire un Altare grande con due Altari aderenti «secundum quoddam designum et cum columnis intagliatis in preta alba, quae preta sit secundum ciborium factum in S. Maria de Spello». Questa pietra bianca non è altro che la pietra di Assisi, chiamata volgarmente caciolfa. Nel contratto è indicato anche chiaramente il luogo in cui il Monumento doveva sorgere, e precisamente “in loco ubi extant capella D.ni Thomae Dorii et capella juspatronatus haeredis D.ni Gregori D.ni Petroni de Trevio». Il posto preciso non può oggi stabilirsi, perchè la Chiesa di S. Emiliano fu ricostruita, non conservò l’antica forma e l’Altare di Mastro Rocco ebbe una collocazione diversa da quella di prima. Sembra ad ogni modo che gli Altari siano stati presso a poco dove oggi sorge il Monumento votivo al Redentore.

    Il prezzo pattuito tra Mastro Rocco e la Confraternita fu di 630 fiorini e fu stabilito che il lavoro non dovesse esser terminato oltre i quindici mesi, che il trasporto della pietra fosse a carico dell’artista, il quale doveva osservare anche questa condizione: «Compositio dictarum columnarum et aliarum rerum necessariarum ad dictas capellas fiat per ipsum magistrum Rochum eo semper praesente”. Le parole «eo semper praesente» fanno intendere come Mastro Rocco fosse circondato da artisti da lui dipendenti, ai quali era affidata la esecuzione dei lavori disegnati dal «Magister».

    <14> E che così fosse, oltre quanto diremo a proposito delle due statue di S. Giuseppe e della Madonna, lo denota il fatto che fu ritenuto a spese della Confraternita “unus magister longobardvs”. Chi era questo artista? Notizie precise non ne possiamo dare, ma possiamo stabilire che fosse un bravo scultore, visto che Mastro Rocco se ne servì e gli affidò il finissimo lavoro che oggi ammiriamo. Egli apparteneva certamente a quella schiera di Lombardi che fin dal secolo precedente percorrevano la nostra regione per esercitarvi la scultura e l’architettura(1).

    Le condizioni di pagamento pattuite tra la Confraternita e Mastro Rocco furono le seguenti: la Confraternita aveva facoltà di far collaudare il lavoro da due tecnici, e se questi avessero stimato che la somma stabilita era troppo alta, Mastro Rocco avrebbe avuto quello che dicevano questi due: «si minus extimaretur quam dictum est, illud habeat» se però il parere dei tecnici avesse stimato una somma superiore, allora si doveva stare al contratto: «si plus extimaretur non habeat nisi illud quod supra inter nos conventum». La Confraternita poi riteneva cento fiorini da pagarsi dopo il collaudo, ma «post perfectam capellam”. Era poi in facoltà della Confraternita poter pretendere «depositum pro praedictis

    (1) Opere di questi artisti lombardi sono certamente i magnifici portali e le belle finestre cinquecentesche che ancora si conservano, come in alcune case dei Conti Valenti, in casa Bartolini, in quelle Natalini, Giovannini, Fioretti, ecc. Alcuni camini molto ben lavorati, come quelli nelle case Centamori, Maggiolini, ecc., devono essere attribuiti, secondo me, ad essi.

    Fin dal 26 novembre 1470 Mastro Baldassarre di Giorgio da Como aveva stipulato il contratto per la costruzione del Convento di S. Martino. Più tardi, nel 1629, Mastro Antonio e Mastro Pietro Giacomo, lombardi anch’essi, costruirono la bella porta della Chiesa Parrocchiale di S. Lorenzo presso Trevi. Nel 1640 apparisce a capo dei lavori di quella porta un Maestro Diofilo, pure lombardo, il quale riscuoteva i danari anche per conto dei compagni. (Dai libri di amministrazione della Confraternita del SS. Sacramento in S. Lorenzo).

    <15> observandis in civitate Fulginei vel Terra Trevii”. A carico della Confraternita era solamente «magisterium facere suis expensis», cioè le spese di messa in opera. Mastro Rocco si obbligava a fare anche il chiusino per la tomba da costruire.

    Eran condizioni un po’ forti che venivano fatte a Mastro Rocco, ma se egli le accettò è da supporre che era sicuro che la somma pattuita era giusta.

    L’insigne scultore ricevette dalla Confraternita il denaro un poco alla volta; egli accettava in conto anche generi alimentari, come olio, uova, formaggio, grano, cose diverse e vino (1).

    Quanto tempo fu impiegato per compiere l’Altare? I quindici mesi stabiliti nel contratto furono sufficienti ? Se i piccoli acconti ricevuti dall’artista e per i quali rilasciava quietanza dovessero esser la prova del tempo impiegato per il lavoro, dovremmo concludere che non bastarono cinque anni; infatti l’ultima quietanza, che ci rimane, è del 2 giugno

    (1) Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 230, f 54; id., f. 79 e f. 91 a tergo; id., Tomo 232, f. 96. Il Sig. Conte Dott. Tommaso Valenti, appassionato ricercatore di cose storiche trevane, ha ritrovato, nell’Archivio Notarile di Trevi tra gli Atti del notaio Ulmi, ben dieciassette ricevute rilasciate da Mastro Rocco.alla Confraternita. Mi è grato porgere all’illustre studioso i più vivi ringraziamenti per la cortesia usatami indicandomele. Queste ricevute però non sono tutte; l’ultima è del 2 giugno 1526, nel qual giorno Mastro Rocco aveva complessivamente ricevuto 599 fiorini e due bolognini; dall’insieme apparisce chiaro che la Confraternita aveva rinunziato a trattenere i cento fiorini da pagarsi dopo il collaudo. Manca la ricevuta finale; quelle che rimangono sono le seguenti: Atti notaio Ulmi, 26 marzo 1523, Tomo 230, f. 46 a tergo; 1° aprile 1523, id., f. 62; 3 marzo 1524, Tomo 231, f. 35 e 36; id., f. 40 a tergo; id., f. 42 a tergo; id., f. 54; id., f. 61 a tergo; id., f. 62; id., f. 79; id., f. 91 a tergo; id., f. 92; id., f. 100; id., f. 101; id., f. 132 a tergo; id., Tomo 232, f. 96; id., f. 108; id., Tomo 225, f. 163. Risulta che, secondo luso del tempo, Mastro Rocco ricevette in conto anche olio, vino, uova, formaggio, ecc.

    <16> 1526. Ma molto probabilmente l’opera fu compiuta in molto minor tempo e lo scultore si contentò di prendere il danaro un poco alla volta, quando la Confraternita poteva dargliene.

    III

    L’autore delle statue.

    Si è ritenuto fino ad oggi che le due statue della Madonna e di S. Giuseppe, la prima posta nell’Altare di destra e l’altra nell’Altare di sinistra, fossero opera dello stesso Mastro Rocco. Veramente all’osservatore attento saltano subito in evidenza alcune particolarità che fanno sospettare che ad altra mano ed altro scalpello si debbano attribuire quei due lavori. Però fino ad oggi sono mancate prove sicure per stabilire l’autore delle due statue ed è questa la ragione per cui si è seguitato a ritenere che a Nastro Rocco dovesse attribuirsi la paternità del lavoro o almeno del disegno.

    Diciamo subito che le due statue non sono due capolavori. Sono scolpite nella stessa qualità di pietra dell’Altare e misurano m. 1,80 di altezza.

    La Madonna ha un volto grossolano e siamo molto lontani dai bei visi che in quel secolo furono tanto bene riprodotti. Ha la pettinatura alla maniera usata nel 1500, veste una tunica succinta con sopra un ampio manto; ai piedi porta i sandali. Il Bambino che la Madonna tiene sulle braccia è nudo e non è bello.

    S. Giuseppe è raffigurato piuttosto giovane con barba. Si appoggia ad un bastone, veste una tunica ed un mantello che gli arrivano fino al ginocchio ed ai piedi porta i calzari, in modo però che buona parte della gamba rimane nuda. L’espressione del volto è fredda; la statua si direbbe rappresentare un pastore piuttosto che S. Giuseppe.

    <17>

    Ma chi è adunque l’autore di queste statue(l)?

    Il 20 giugno 1524, nella piazza di Trevi, di fronte alla porta della Cancelleria, che corrisponde ali’odierno Archivio Notarile, si radunarono Felice Luzi e Petronio Petroni in rappresentanza della Confraternita del SS. Sacramento e «Magister Mathias magistri Gasparis de Como». Oltre i testimoni ed il notaio era presente anche Mastro Rocco quale garanzia fra i contraenti. Fu stabilito che Mastro Mattia (in qualche atto si legge Matteo) (2) facesse due statue «in lapidibus scultas», una. della Madonna ed una di S. Giuseppe oppure di S. Giovanni, a volontà dei due rappresentanti la Confraternita. La pietra doveva esser cavata e trasportata a cura della Confraternita, ma prima del trasporto lo scultore “tenetur sgrossare sive sbrozare taliter quod portavi possint». Il lavoro doveva esser finito dentro l’anno e qualora la peste, che in quel tempo infieriva, avesse impedito di poter lavorare tranquillamente, le pietre dovevano essere trasportate “in loco non suspecto”. Il prezzo pattuito fu di 18 ducati d’oro per la statua della Madonna e di 12 ducati d’oro per l’altra, da pagarsi a lavoro compiuto. Inoltre la Confraternita si obbligava “dare et tradere dicto magistro cameram et lectum et unam barile vini quolibet mense». Mastro Rocco garantiva che il lavoro sarebbe stato eseguito bene e regolarmente pagato. A margine dell’atto è aggiunta una clausola che contempla il caso in cui lo scultore venisse a morire prima della fine del lavoro.

    In seguito, nonostante la garanzia di Mastro Rocco e benchè la Confraternita avesse anche dato degli acconti,

    (1) Anche l’atto stipulato tra la Confraternita e Mastro Mattia mi fu indicato dalla squisita cortesia del Sig. Conte Dott. Tommaso Valenti. Quest’atto fu rogato dal notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 92 e seg. (Archivio Notarile di Trevi).

    (2) Detto Archivio, Atti del notaio Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 133; Atti del notaio Giammaria De Angelis, Tomo 471, f. 251 e seg.

    <18> Mastro Mattia sembra dovesse dubitare della solvibilità della: Confraternita stessa, la quale il 30 settembre dovette regolarmente depositare dei pegni presso il Priore di S. Emilian D. Ottaviano di Giovenale (1).

    Tale in breve è il contratto, ma da esso non si apprende davvero chi fosse “magister Mathias de Como». Il contratto lo dice “in arte peritus», ma questa espressione può soltanto indicarci che egli era notoriamente conosciuto come bravo artista. Nella ricevuta rilasciata alla Confraternita il 3 luglio 1524 (2) è detto “scultore et scarpellinus” ed in altra del 17 settembre (3) “sculptor et carpentarius”, ma nessun altra notizia ci è dato poter ricavare. Certo è che egli non era solo, ma aveva con sè, oltre alcuni di quegli artisti lom bardi, di cui abbiamo già parlato, anche il fratello Bene detto che troviamo nominato in parecchi documenti (4) e che lavorò certamente con Mattia intorno alle statue.

    Per quanto non trattisi di grandi artisti, pur tuttavia essi non sono disprezzabili e le due statue, benchè non raf finate e poco espressive, non disdicono alla bellezza e alli severità dell’opera monumentale di Mastro Rocco.

    IV
    Convenzioni tra la Confraternita e il Capitolo di S. Emiliano

    La Confraternita del SS. Sacramento doveva costruir( in casa altrui, cioè nella Chiesa Collegiata di S. Emiliane e quindi era necessario stabilire dei patti chiari con il Capitolo

    (1) Atto del notaio Gianmaria De Angelis, Tomo 471, f. 251 e seg

    (2) Atto di Piermarco di Marco Ulmi, Tomo 231, f. 101 e 102.

    (3) Id., f. 133.

    (4) Stesso notaio e stesso Tomo, f. 79, ricevuta di Mastro Rocco del 26 maggio 1524; id., f. 101, ricevuta di Mastro Rocco del 3 luglio 1524: id., f. 101 a tergo e f. 102, ricevuta di Mastro Mattia rilasciata nello stesso giorno.

    <19> prima che si cominciasse a mettere a posto il nuovo lavoro. Fu certamente discusso tra Capitolo e Confraternita, e in data 19 settembre 1522 furono definitivamente fissate le convenzioni in precedenza stabilite (1).

    Prima però di questo atto, altre condizioni dovevano essere state stipulate, ma a noi non ne rimane altro che un cenno nel documento che stiamo esaminando, nel quale è detto: “Cappella erigenda et construenda sub nomine et titolo Sacratissimi Corporis Christi fiat et erigatur et construi debeat in dicta Ecclesia S. Emiliani in loco descripto, posito et citato et alias concesso, prout patere dicitur manu … pub. not. inde rogati». Manca il nome del notaio, che forse era ignorato dagli stessi interessati; ogni altra ricerca riesce quindi vana.

    Con l’atto del notaio Valerio De Septis furon pertanto stabiliti “voluntate, commissione et consensu R.mi in Xto Patris D.ni Francisci Eruli Episcopi spoletane dioecesis” i seguenti patti:

    Il Santissimo doversi conservare sempre nell’Altare costruito da Mastro Rocco; il Capitolo dover mandare un Chierico ad accompagnare il Santissimo quando si porta agli infermi; la Confraternita poter costruire una tomba avanti all’Altare e poter tenere una cassetta per raccogliere elemosine ad esclusivo suo vantaggio, eccettuati i doni in comestibili da mandarsi a beneficio del Capitolo; la Confraternita poter nominare un Cappellano ed il Capitolo dover concedere una camera per le adunanze dei Confratelli.

    Dopo fissati questi punti, è da credere che tra la Confraternita ed il Capitolo non ci fosse altro da dire per quel che riguarda il nostro Monumento.

    (1)Atti del notaio Valerio De Septis, Tomo 305, f. 197 e seg. Gli Atti sopra citati esistono tutti nell’Archivio Notarile di Trevi.

    <20>

    V

    Il doratore dell’Altare.
    Francesco Bernardini da Montefalco.

    In un vecchio e sgualcito libro del 1579 nel quale sono scritte memorie, partite di amministrazione, ecc. conservato nell’archivio della Confraternita, troviamo notizia che il Tabernacolo intero fu anche ornato con dorature. Non si può stabilire se era nella mente di Mastro Rocco far dorare il suo lavoro, ma è certo che nel 1579 si dovette fare cosa non indegna del monumentale lavoro, a giudicare almeno dalle poche dorature rimaste, quali sono quelle delle due statue degli Altari laterali e quelle del magnifico Calice confinato proprio nella parte più alta della Cappella. Il doratore si chiamava Francesco Bernardini o Berardini; di lui sappiamo soltanto che era di Montefalco, che percepì 86 scudi e che fece il lavoro in tre riprese.

    VI Decreto del Card. Maffeo Barberini.

    Nell’anno 1610, il giorno 27 settembre, il Card. Maffeo Barberini, Vescovo di Spoleto e poi Papa col nome di Urbano VIII, venne a Trevi per fare la Sacra Visita. Egli vide il monumentale Altare, esaminò il Ciborio, constatò che per l’umidità le Sacre Specie si corrompevano ed ordinò che si costruisse un nuovo Ciborio in legno per conservare il Santissimo (1).

    (1) La maggior parte del Decreto riguarda le Processioni. Si conserva ancora l’originale con la firma ed il bollo del Cancelliere nell’Archivio della Confraternita.

    <21>

    Il Decreto ordinava di “tirare inanti” e di “ingrandire la muraglia” e ciò indica chiaramente che anche in questo caso il Barberini seguiva quei concetti che eran propri dei suoi tempi e che gli fecero rovinare tante opere belle. Ma per allora l’altare di Mastro Rocco non sembra sia stato molto rovinato; i dirigenti la Confraternita si limitarono a coprire il magnifico Ciborio di pietra con un altro di legno. Infatti il 18 aprile 1612 risulta soltanto la spesa per fissare il Tabernacolo di legno mediante “una cavicchia di ferro”.

    VII.
    Deturpazione dell’Altare.

    Ma anche contro l’opera di Mastro Rocco doveva infierire la barbarie e questo avvenne nel 1733. Nel 1612 si era posto avanti al Tabernacolo di pietra un altro Tabernacolo di legno, ma si rispettò tutto; unico insulto apportato allora al Monumento fu l’amputazione dei piedi degli Angioli preganti ai lati del Ciborio di pietra; il barocchissimo Ciborio di legno doveva trovar posto assolutamente, anche se si fossero dovute distruggere completamente quelle stupende figure ! Ma nel 1733 fu addirittura sfregiato il magnifico Monumento. Il vecchio Ciborio di legno non piacque più e se ne volle fare un altro più grande e, nell’intenzione di chi faceva eseguire il lavoro, più bello e maestoso, ma in realtà forse più barocco e più brutto del primo. Il Ciborio di pietra, di costruzione così bella e fine, fu tolto via insieme alle parti ad esso soprastanti, e questo delitto fu commesso per costruire una nicchia in cui collocare un Ciborio di legno. Nel libro di amministrazione del tempo si legge: “A dì 1 luglio 1733 si è speso per fare una nicchia nella Cappella del SS.mo Sacramento baj. sessanta otto e anco fare lavare la medema cappella per collocarci il ciborio novo <22> «come apparisce da bolletta sottoscritta”. Non furon contenti i massacratori di quell’opera meravigliosa di asportarne una delle parti più belle, vollero anche lavare la Cappella. E questo deve certo significare che furon portate via la tinta di bronzo che la Cappella ebbe fin dal principio e le brillanti dorature a mordente che Francesco Bernardini vi aveva profuso nel 1579.

    Il Cav. Prof. Tito Buccolini, Direttore delle Scuole Professionali di Foligno, e l’Ing. Ercole Abbiati nel Rapporto che fecero al Rev. D. Giuseppe Agostini, Priore della Collegiata di S. Emiliano, in merito alla ricomposizione degli Altari dopo ricostruita la Chiesa, credono che le dorature fossero opera dello stesso Mastro Rocco e che siano state asportate nel 1851 (1). Ma abbiamo visto già chi fu il doratore, il quale operò parecchi anni dopo chee il lavoro fu compiuto, e possiamo affermare con sicurezza che nel 1851 nulla si fece che non tornasse di decoro per un’opera così insigne.

    In una memoria manoscritta del Can. Francesco Mariani si legge che “qualche parte dello Altare della Madonna e della Cappella principale essendo stata in tempo antico colorata di rosso e qua e là irregolarmente dorata produceva nell’insieme un disaccordo». E il disaccordo lamentato dal Can. Mariani devesi appunto al fatto che con la lavatura del 1733 furon soppresse molte dorature e colorazioni, ond’è che sembrava poi che la doratura fosse stata fatta irregolarmente. Data la somma rilevante spesa nel 1579, dato il lungo tempo impiegato da Francesco Bernardini nel porre le dorature, non si può supporre che siasi allora fatta

    (1) Ricomposizione della Cappella di Mastro Rocco da Vicenza esistente in S. Emiliano a Trevi. Rapporto dei sopraintendenti al lavoro, Foligno, Stabilimento Giov. Tomassini, 1891.

    <23> una cosa irregolare. Certo è quindi che fu il 1733 l’epoca in cui furon tolti via quasi tutti gli ornamenti in oro(1).

    Ma quali possono essere state le ragioni per sopprimere quelle ricchezze di colori e di dorature? «Per collocare il ciborio novo» dice il citato libro di amministrazione, e quelle parole stanno ad indicare che volevasi ad ogni costo dare gran risalto al nuovo Ciborio che con i suoi fregi barocchi e pesanti, con le dorature vivissime doveva sembrare un qualche cosa di meraviglioso al depravato gusto artistico di quei tempi.

    Il nuovo Ciborio costò scudi 38 e baiocchi 98, come rilevasi dal libro di amministrazione, somma certo rilevante per quei tempi. Autore ne fu un tal Gioacchino [Grampini?] da Foligno, che è detto scultore, ma che doveva essere piuttosto un intagliatore.

    Quando nel 1851 si riparò, come vedremo, allo sfregio apportato al monumentale lavoro di Mastro Rocco, il Ciborio di legno fu venduto per scudi 14,75, come afferma il Can. Mariani, all’Ospedale di Trevi e fu collocato nella Chiesa di S. Domenico. Si può ancora oggi vedere nella Cappella del pio Istituto.

    VIII.
    La porticina del Ciborio.

    Nel Ciborio di pietra asportato esisteva una porticina di metallo, ed è facile supporre che dovesse essere molto ben lavorata, perchè opera dello stesso Mastro Rocco. Nel 1761 fu venduta ad un fonditore di campane.

    (1) Nel 1851, sotto la guida dell’Ing. Sabatino Stocchi, al fine di dare all’Altare una colorazione uniforme e per cancellare i resti dei guasti fatti nel 1733, si lavò ogni pezzo con una soluzione di acido nitrico molto diluita. Certo sarebbe stato meglio rimettere allo stato primitivo anche le dorature, ma la Confraternita non aveva mezzi e dovette contentarsi di scoprire con l’accennata lavanda “il colore naturale della pietra”. Vedi la citata Memoria del Can. MARIANI.

    <24>

    «A di 10 maggio 1761. Ricavati scudi sei e bajocchi novanta delli sei candelieri d’ottone antichi ed alcuni rotti venduti con licenza delli Visitatori del Vescovo e detti candelieri pesorno libbre trenta sette meno tre once venduti a Carl’Antonio Pietrolini Campanaro (1) per il prezzo di bajocchi quindici la libbra, come anche gli fu venduta una porticina d’ottone del Tabernacolo Antico di pietra, che detta porticina pesò libre nove ed oncie tre il tutto pesato in presenza del Sagrestano Giuseppe Gradoni, che in tutto furno libre quaranta sei d’ottone al sud.° prezzo, dico in tutto scudi 6,90. E del sud.° danaro sono stati fatti altri sei candelieri, come si dice a libro d’uscita a carte 15»

    Così ci narra il libro di amministrazione del 1761 e in tal modo scomparve un gioiello quale doveva essere certamente quella porticina.

    IX Come fu ritrovato il Tabernacolo di pietra.

    Le pietre tolte dall’ Altare furono portate nel fondo di uno stabile della Confraternita e quivi dimenticate; fortunatamente non furono distrutte, come tante volte è avvenuto. Quello stabile fu venduto il 17 dicembre 1805 ad un tal Gaspare Cruciani da Trevi(2). Il contratto dice che quello stabile era posto «in contrada S. Bartolomeo presso la strada», e che fu venduta al Cruciani anche «una stanza ad uso legnara separata dalla casa, ma poco distante ». Nel

    (1) In Trevi è esistita fino ad una trentina di anni fa una fonderia di campane. Questa fonderia, come si vede, era antica e doveva essere di una certa importanza; sarebbe interessante ricercarne la storia. Esiste ancora una strada denominata Via della Fonderia.

    (2) Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Filippo Mascitelli

    <25> 1837 il Cruciani volle ripulire la sua legnara e pensò di portar via i sassi e le pietre che vi erano stati accumulati. Visto però che alcune di quelle pietre erano ben lavorate, chiamò ad esaminarle l’esimio Ing. Sabatino Stocchi da Trevi, uomo studioso ed amante di quanto potesse tornare a decoro della patria sua. L’ottimo Ingegnere aveva più volte cercato (come ce ne assicura il Canonico Mariani) l’antico Ciborio e perciò fu lietissimo di poterlo ora trovare in quelle pietre che il Cruciani gli mostrava. Corse immediatamente ad avvisare del fatto il Priore della Confraternita, che era appunto il Can. D. Francesco Mariani, il quale si dette subito premura per ricuperare quel prezioso materiale, dando al Cruciani «una tenue regalia».

    X. Ricostruzione del Tabernacolo.

    Il Can. Mariani, affezionatissimo alla Confraternita di cui era Priore, ci lasciò una minutissima relazione di quanto poi si fece per rimettere a posto le pietre ritrovate, relazione che è necessario trascrivere nella parte più interessante (1):

    “Il prenominato Sig. Ingegnere, dopo quella epoca,non cessò dallo insistere che il rinvenuto Ciborio si riponesso al suo luogo e ricompletare così la magnifica opera dello esimio artista Rocco da Vicenza, addimostrando che ciò (!) mediante un tempietto di legno da esso ideato sisarebbe ottenuto il Ciborio scevro da quegli inconvenienti,che avevano dato causa alla sua remozione. Siccome lo

    (1) Memoria sul grandioso Tabernacolo ossia Cappella del Sacramento nella Chiesa Collegiata di S. Emiliano di Trevi, manoscritto conservato nell’Archivio della Confraternita. Il Can. D. Francesco Mariani fu per lunghissimi anni l’affezionato Priore della Confraternita; morì il 1° luglio 1880.

    <26> intero prospetto del Ciborio dopo ricollocato al suo posto non avrebbe potuto in alcun modo rimuoversi per applicarvi posteriormente un credenzino di legno, così lo Ingegnere Sig. Stocchi ideò il modo di comporre nel vano del muro posteriormente conformato una cassetta di legname di pianta ottagona con tanti pezzi da introdursi dal vano della porticina che trovasi aperto nel pezzo principale del prospetto di pietra. Laonde premessa la risoluzione della Compagnia dell’8 novembre 1850 e la debita approvazione di S. E. R.ma Mons. Sabbioni Arcivescovo di Spoleto del 27 decembre di detto anno colla opera del Marmista Francesco Madami di Assisi fu ricollocato al suo posto il famigerato Ciborio, il quale consiste in un prospetto di Tempietto ornato di due colonne di ordine composito; che chiudono tra loro otto graziosi Serafini disposti in giro attorno alla porta. Il prospetto è coronato da un Fronte spizio, sul culmine del quale torreggia un grande Calice parimenti di pietra abbellito di ornati finemente intagliati e sormontato dalla figura di una grande Ostia operata anche questa in pietra” (1).

    La spesa prevista per eseguire tutti questi lavori era di scudi trenta, come è detto in una lettera del 27 dicembre 1850 diretta al Vescovo di Spoleto, ma in realtà si spese molto di più. Il contratto che il Priore e gli Ufficiali della Confraternita fecero col marmista Francesco Madami di Assisi stabilisce scudi cinquanta da dare solamente a costui (2).

    (1) Le parti descritte dal Can. Mariani sono precisamente quelle corrispondenti alle pietre che erano state asportate e che furono ritrovate nella legnara del Cruciani. Più avanti parleremo anche del Calice nominato dal Mariani.

    (2) Nella citata Relazione del Prof. Buccolini e dell’Ing. Abbiati è detto che il Madami “rinnovò il fregio del Ciborio, chè il fregio antico era andato forse smarrito, vi scrisse con caratteri non di antico stile – O Sacramentum pietatis -, ricostruì con pietra detta carnagione di Assisi il basamento ove posano gli Angeli, e rifece loro in gesso alla meglio di Dio quei piedini di cui deplorammo la barbara amputazione, nonchè qualche emblema della passione lungo i pilastrini che stanno al di dietro del Ciborio.

    Proseguendo ad interessarci di questo monumento, non son molti giorni ci sembra aver ritrovato in un fondo ad uso di legnara nella casa del Sig. Antonio Belli la parte centrale del basamentino antico sostituito dal Madami, in cui si scorgono le tracce del Calice e una decorazione laterale conforme allo stile del monumento».

    In una nota è detto che questo ritrovamento fu principalmente dovuto al Sig. Carlo Santacroce di Trevi, cultore d’arte.

    <27>

    Ho ritrovato le note delle varie spese fatte per il ricollocamento del Ciborio e le trascrivo qui nei risultati finali:

    Al marmista Francesco Madami.

    scudi

    50,00

    Per il Ciborio in forma di Tempietto da mettersi nell’interno, eseguito da Benedetto Gasparri.

    »

    10,30

    Foderatura e ferratura.

    14,40,5

    All’Ing. Stocchi assistente.

    10,00

    Per una Crocetta cesellata ed indorata.

    1,20

    Per demolire l’antica nicchia.

    5,90

    Uno sportello di legno intagliato.

    2,00

    Doratura dello sportello

    Totale

    95,00,5

    XI.

    Ricostruzione della Chiesa di S. Emiliano.

    Ma le vicende del lavoro di Mastro Rocco non erano terminate ancora. La Chiesa di S. Emiliano era cadente, brutta, architettonicamente malfatta. Più volte i cittadini di Trevi avevano espresso il desiderio di vedere ricostruita ex novo la Chiesa principale della Città, dedicata per di più al santo Patrono, ed io ho ritrovato nell’Archivio della <28> Collegiata di Trevi un importante documento, col quale il popolo di Trevi domandava al Capitolo il ristoro della Chiesa di S. Emiliano. Il documento non porta data, ma si può facilmente arguire il tempo in cui fu scritto perchè vi si parla di Pio VI come felicemente regnante e del celebre Architetto Valadier presente allora a Spoleto. Ma i voti dei buoni Trevani non furono esauditi e solo molti anni più tardi la Chiesa di S. Emiliano fu riedificata quasi ex novo.

    Era veramente necessario dar nuova forma a quella Chiesa e il 27 gennaio 1854 se ne cominciò a discutere con serietà dal Capitolo (1), il quale ottenne poi la sanzione pontificia il 16 luglio 1856. L’esecuzione del lavoro fu affidata, dopo qualche vicenda, all’Architetto Carimini di Roma. Secondo il disegno da lui fatto doveva demolirsi il muro su cui era eretto l’Altare di Mastro Rocco, che sarebbe stato ricostruito in altra parte della nuova Chiesa. Prima di por mano ai lavori passò molto tempo sia per radunare i mezzi necessari, sia anche per le discussioni e per le divergenze che nacquero in merito al progetto Carimini. Intanto avvenne il cambiamento di Governo e dell’Altare di Mastro Rocco cominciò ad interessarsene anche l’Autorità Civile. Il 23 novembre 1869 la Commissione Consultiva Conservatrice di Belle Arti ordinò che “il lavoro necessario all’indicato traslocamento dovrà essere fatto con la maggior cura e con l’assistenza personale dello Architetto Sig. Carimini».

    Il Can. Mariani, Priore della Confraternita, non vedeva di buon occhio la scomposizione dell’Altare e mal soffriva che gli si volesse dare un altro posto. Rispondendo perciò in data 30 novembre 1869 al Sindaco di Trevi, che gli aveva comunicato l’ordine della Commissione Conservatrice di Belle Arti, espresse il dubbio che quanto si aveva in

    (1) Vedi gli Atti del Capitolo della Collegiata di S. Emiliano dell’anno 1854.

    <29> animo di fare potesse riuscir male. Il 18 febbraio 1870 il Sindaco di Trevi comunicava che «la Commissione Consultiva di Belle Arti ha determinato che si debba sospendere qualunque lavoro di scomposizione e trasporto del Monumento di Rocco da Vicenza» ed’ordinava «la più rigorosa custodia del Monumento stesso», e si riservava di mandare una Commissione sul posto.

    Non trovo che il Can. Mariani abbia risposto a questa lettera, ma è certo che i lavori furono sospesi e che furonomandati a Trevi alcuni delegati consultori per esaminare e per riferire se era possibile o no il trasloco dell’Altare. In data 30 maggio 1871 il Sindaco di Trevi mandò la copia della Relazione, che porta le firme di Guglielmo Ciani, Mariano Guardabassi e Coriolano Monti. Questi signori riconobbero giusto il desiderio di rifare la Chiesa, perchè quella vecchia, era «veramente sconcia e irregolare»; constatarono che la posizione del Monumento era “infelice” e che ben si sarebbe provveduto a porlo in un luogo migliore; per questi ed altri motivi, elencati nella Relazione, dettero parere favorevole al traslocamento, imponendo però l’osservanza di alcune condizioni, e specialmente che prima di cominciare la scomposizione dell’Altare, fosse terminata. la parete nuova su cui doveva farsi la ricostruzione e che almeno da quella parte fosse ultimata la volta.

    Ma l’aver dato parere favorevole non significò che la scomposizione potesse effettuarsi subito, anche perchè la Commissione Consultiva di Belle Arti non approvò il progetto del Carimini, il quale ne dovette fare un altro.

    Nel verbale della seduta che gli Ascritti alla importante Congregazione del Suffragio di Trevi tennero il giorno 11 novembre 1886 per discutere di un debito da. farsi per terminare la costruzione della Chiesa. di S. Emiliano tra l’altro si legge: «Attesa la parrocchialità del Sacro Tempio, Municipio e Governo avrebbero dovuto concorrere alla esecuzione dell’opera. E difatti il Municipio ha concorso <30> per Lire 2500. Il Governo ha solo promesso la spesa per il traslocamento dello stupendo Altare del XVI secolo scolpito in marmo bianco di vago disegno e di perfetta esecuzione. Ma la promessa non è stata ancora adempiuta dal Ministero della Pubblica Istruzione, e urge che il trasloco sia effettuato perchè altrimenti non si può proseguire nei lavori». La stessa cosa è ripetuta nella lettera del 18 novembre 1886, con la quale la Congregazione del Suffragio domandava al Procuratore del Re di Ancona la facoltà di contrarre un mutuo di ventimila. lire per ultimare la Chiesa.

    Come si vede, la ricostruzione del Tempio procedeva lentamente ed in mezzo a difficoltà. Nella seduta dei Confratelli della Congregazione del Suffragio del 29 novembre 1888 Mons. Luigi Brunmonti, rappresentante della Commissione per la Fabbrica della Collegiata, comunicò, per mezzo di una lettera, che il Capomastro Tommaso Zenobi minacciava di citare per la somma di lire diecimila per lavori già eseguiti. Si dovette fare un prestito provvisorio e lo Zenobi fu tacitato, ma i lavori rimasero sospesi. Finalmente nella seduta del 14 novembre 1889 il Priore della Congregazione del Suffragio, D. Giuseppe Agostini, potè comunicare ai Confratelli che era stata ottenuta, il 6 agosto di quell’anno, l’autorizzazione per contrarre il mutuo per ultimare la Chiesa di S. Emiliano. I lavori furono ripresi e condotti finalmente a termine (1).

    Intanto il Priore della Collegiata, che era lo stesso D. G. Agostini, aveva dato incarico, come abbiamo visto, ai signori Prof. Tito Buccolini, Direttore delle Scuole Professionali di Foligno ed Ispettore dei Monumenti, e Ing. Ercole

    (1) Veramente non si ricostruì, non saprei dire perchè, il Campanile, che pur era compreso nel progetto Carimini. Fu iniziato più tardi; a causa della guerra i lavori furono sospesi, ma furono testè ripigliati e condotti a termine per merito dell’attuale Priore di S. Emiliano, R.mo D. Francesco Peticchi. <31> Abbiati, professore di costruzioni, di compilare un progetto in merito al traslocamento dell’Altare di Mastro Rocco. Il progetto fu inviato dal Priore Agostini al Ministero della Pubblica Istruzione, il quale, sentito il parere della Commissione Provinciale per la conservazione dei Monumenti, diede il suo assenso con lettera del dicembre 1890. Il Priore D. G. Agostini comunicò tutto alla Commissione incaricata per la costruzione della Chiesa (Commissione voluta dalla Bolla Pontificia del 16 luglio 1856 con la quale il Pontefice Pio IX regolava i lavori da farsi) e poi ordinò la demolizione degli Altari. Tanto al lavoro di demolizione prima e di ricostruzione poi presiedettero i due nominati signori Prof. Buccolini ed Ing. Abbiati. I criteri da essi seguiti nel non facile lavoro sono esposti nella relazione che fecero al sullodato Priore e della quale abbiamo fatto cenno altrove (1).

    In merito alla collocazione dell’artistico Calice, che il Can. Mariani, come abbiamo visto, lasciò scritto essere collocato al di sopra del Tabernacolo, e che invece il Prof. Buccolini e l’Ing. Abbiati vollero mettere nella parte più alta della Cappella, tanto si disse e si scrisse all’epoca della ricostruzione, che credo inutile tornarvi sopra; dirò solamente, con tutto il rispetto dovuto al Prof. Buccolini e all’Ing. Abbiati, che poteva essere giustificata la collocazione del Calice in qualunque altra parte dell’Altare, ma non potrà convenirsi che esso debba stare là dove essi lo hanno collocato. Al tempo in cui l’Altare fu costruito, la Liturgia era conosciuta anche dagli Artisti, e quindi non può supporsi che il segno della Redenzione sia allora stato posto o ideato per esser messo sopra la figura del Padre Eterno. Mi sembra che qualunque argomento in contrario debba cadere di fronte a questa semplice osservazione.

    (1) I documenti riguardanti quanto abbiamo esposto si conservano negli Archivi della Congregazione del Suffragio e della Confraternita del SS. Sacramento.

    <32>

    XII L’Altarino di S. Maria di Pietrarossa.

    Mastro Rocco da Vicenza scolpì anche un piccolo Altare per la Chiesa di S. Maria di Pietrarossa, l’antica Chiesa posta nel piano di Trevi, nella località in cui, secondo me, sorsero certamente delle terme (1). Per quanto di modeste proporzioni, tuttavia si riconosce subito che è opera di mano maestra. Ogni ricerca da me fatta per conoscere qualche notizia intorno alla storia di questo Altarino è riuscita vana. E se non fossero la finezza del lavoro, il disegno, la perfetta esecuzione, tutte cose che rivelano l’Autore, non si saprebbe nemmeno che a Mastro Rocco appartiene quell’opera eseguita per una delle più antiche Chiese della nostra pianura. Io ritengo che qualche pia persona abbia fatto costruire quell’Altarino come un ex voto, così come tanti altri fecero dipingere in quella Chiesa tante immagini della Madonna.

    (1) Intorno alla Chiesa di S. Maria di Pietrarossa furono trovati dei sarcofaghi, dei cippi, delle iscrizioni, ecc. che rivelano essere stato qui uno di quei luoghi di soggiorno lungo il Clitunno nominati da Plinio il Giovane nella lettera a Romano. Che l’attuale Chiesa sia stata un tempio di Giunone è cosa affermata da molti, ma argomenti in sostegno di questa tesi non ve ne sono. Si tratta però certamente di Chiesa antichissima, come fa fede anche il livello del piancito che è circa un metro più basso del terreno circostante e il materiale di cui la Chiesa è costruita. Vi fu venerata e vi si venera ancora una miracolosa Immagine della Madonna. Errata è l’opinione di coloro che pongono l’antica Trevi dove oggi è la Chiesa di Pietrarossa; gli Itinerari degli antichi Pellegrini pongono Trevi dove sta oggi; infatti la distanza segnata tra Forum Flamini e Trebia o Lucana Treviensis corrisponde perfettamente a quella che si può controllare ancor oggi. Del resto Plinio il Giovane ci parla di ville, tempi, terme esistenti lungo il Clitunno, ma non fa cenno di alcuna città. Le mura romane ancora esistenti in Trevi stanno a sostegno della nostra tesi. Vedi inproposito quanto pubblicai nel 1926 in Le Memorie Francescane di Trevi, Vallecchi Editore, Firenze.

    <33>

    XIII.
    Conclusione.

    Oggi che l’Altare del SS. Sacramento in Trevi è integralmente ricostruito, chiudo queste brevi mie note con l’augurio che non abbiano mai più a tornare i tempi nei quali il senso dell’arte si abbassi fino al punto da far rovinare o distruggere ciò che è veramente bello per sostituirlo con lavori da fare pietà.

    DOCUMENTI RIGUARDANTI LA CAPPELLA ESEGUITA DA MASTRO ROCCO DI TOMMASO DA VICENZA

    Contratto stipulato tra Mastro Rocco di Tommaso e la Confraternita del SS. Sacramento.

    In Dei nomine Amen. Anno Domini millesimo et quingentesimo vigesimo primo Indictione nona tempore Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et D.ni nostri D.ni Leonis Divina Providentia Papae Xmi die vero decimanona mensis Augusti dicti anni.

    Constitutus personaliter coram me notario et testibus infrascriptis Ser Petrus D.ni Matthei, uti Prior societatis Corporis Xpti, D.nus Felix Angelus Lutius, Ser Valerius Egidii, Ser Benedictus de Petronibus, Petrus Donatus de Poliis, Benedictus quondam Antonini, Marsilius Eugenii, Ser Marcantonius Chinus, Bernardinus Sergilii, Perhieroninius Contutii, Benedictus Urigus, D.nus Petronius de Petronibus, Ser Vincentius de Valentibus omnes de Trevio ex una et magister Rochus magistri Thomae de civitate Vicentiae habitator civitatis Fulgineae et praesens <34> per se ex altera, venerunt ad invicem ad infrascriptam conventionem et pactum et transaetionem videlicet quod dictus magister Rochus magistri Thomae de civitate Vicentiae scienter promittit et solemni stipulatione se convenit praefatis hominibus vocatis prout apparet manu ser Mariantonii Chini supradicti, costruere, de novo facere et fabricare unam capellam Corporis Xpti cum duabus capellis adhaerentibus praefatae capellae secundnm quoddam designum subscriptum manu mei notarii (et cum columnis intagliatis in preta alba quae preta sit secundum ciborium factum in S. Maria de Spello) existens in manibus dicti ser Petri Prioris, in ecclesia Sancti Emiliani cathedrali dictae terrae in loco ubi extant capella D.ni Thomae Felicis Dorii et capella juris patronatus haerediuln D.ni Gregori D.ni Petronii de Trevio pro pretio et nomine pretii sexcentum et triginta florenorum ad rationem quadraginta florenorum (1) pro quolibet floreno monetae marchiae currentis cum paetis et conditionibus quod praefatus magister Rochus teneatur perficere dictam capellam per tempus spatium quindecim mensium et quod dicta preta debeat conduci et asportari ad locum sumptibus et expensis dicti magistri Rochi, et si contingerit. quod per dictam societatem aliquid conduceret de dicta preta, debeat excomputari in sopradieto pretio cum pacto etiam quod compositio dictorum columnarum et aliarum rerum necessariarum ad dictas capellas fiat per ipsum magistrum Rochum eo semper praesente; tamen expensis dictae societatis retineatur unus magister longobardus, et perfectis dictis capellis, si placebit dictae societati, facta extimatione duorum peritorum in arte, quod si minus extimaretur quam dictum est, illud ha beat, et si plus extimaretur non habeat nisi illud quod supra inter eos conventum, quae pecunia debeat per praefatos homines solvi et de dicto pretio eidem magistro Rocho satisfieri secundum opus per ipsum factum et semper post perfectam capellam, possint de dicto pretio retineri centum floreni quos teneantur dicti homines solvere ad eius terminurn et petitionem, qui hornines praefati

    (1) Evidentemente è un errore; dovrebbe dire: «quadraginta bolenenorum». <35> et magister Rochus promiserunt scienter etc. solvere pretium dictorum sexcentum et triginta floren. ut supra, pro quibus observandis obligaverunt se et omnium eorum bona sub poena duplici quae poena etc. qui iuraverunt etc. obligaverunt etc. renuntiaverunt etc. dederunt licentiam etc. extendatur in forma cum clausolis opportunis. Et si placebit dictae societati teneatur dare depositum pro praedictis observandis in civitate Fulginei vel in terra Trevii et teneatur facere juxta dictam capellam unam petium quadrum dictae pretae pro pilo fiendo juxta dictam capellam pro compagnia. Et quod dicta societas ultra concimen et compositionem teneatur magisterium facere suis expensis.

    Actum Trevii sub voltis palatii dominorum Priorum dictae terrae in banca cancellaria iuxta sua latera etc. praesentibus D.no Thomantonio de Petronibus et Aloisio Placti et D.no Benedicto D.ni Gregorii testibus.

    (Archivio Notarile di Trevi, Atti rogati nel 1521 dal notaio Ser Andreangelo di Piermarino).

    Contratto con l’autore delle statue della Madonna e di S. Giuseppe.

    In Dei nomine amen. Anno Domini millesimo quingentesimo vigesimo quarto Inditione duodecima tempore pontificatus santissimi in Christo Patris et domini nostri domini Clementis divina Provvidentia dignissimi Pape septimi die vero vigesima mensis junii dicti anni. Actum in terra Trevii ante hostinm Cancellerie dicte terre presentibus Joanne Caroli et Gradito Marii de Trevio, testibus vocatis habitis et rogatis. Universis et singulis pubblicum sit et notorium qualiter excellentissimi viri dominus Felix Lutius et dominus Petronius de Petronibus de Trevio nomine Fraternitatis Corporis Christi in terra Trevii ex una et magister Mathias magistri Gasperis de Como partibus Lombardie, parte ex altera sponte etc. venerunt ad infrascriptam conventionem et pactum quod cum dicta Fraternitas facere
    <36> intendat in cappella diete Fraternitatis in ecclesia Sancti Emiliani in lapidibus scultas unam inmaginem Dive Virginis Marie cum Filio in brachio et aliam inmaginem vel sancti Joseph vel sancti Joannis ad electionem prefatorum domini Felicis et domini Petronii in scultura ad totum relevum: dominus magister Mathias in arte peritus promisit superfatis facere dictas figuras pretio infrascripto. Taliter et tante perfectionis quam judicabunt valere… pretii alias etc. infrascriptis tamen convenctionibus et pactis sub intellectis quod dictus dominus Felix et dominus Petronius dicto nomine teneantur et obligati sint cavare dictas massas lapideas de lapidibus… et saxo firmo sumptibus
    ipsorum quos lapides et massas dictus magister Mathias suis sumptibus et expensis tenetur sgrossare sive sbrozare taliter quod portari possint. Item superfati dominus Felix et dominus Petronius tenentur facta sgrossatione seu sbrozazione portare facere in terram Trevij sumptibus dicte cappelle. Quo facto dictus magister laborare tenetur continue more magistrorum stante sanitate et finire dictas imagines et sculturas inter anno et per totum mensem novembris futuri. Et si pestis impedimento laborare non possit dicti dominus Felix et dominus Petronius tenentur dicto nomine portare facere dictas lapides in loco non suspecto in territorio Trevij ubi dictus magister laborare possit et laborare teneatur. Item conveniunt quod facta una dictarum inmaginarum bene ut supra dictum est superfati dominus Felix et dominus Petronius teneatur pretium solvere quod pretium sit pro inmagine dive Virginis cum Filio in brachio ducatos decem et octo aurii, aliam inmaginem supradictam ducatos duodecim aurij. Quod pretium ex pacto convento dicti dominus Felix et dominus Petronius solvere promiserunt solvere (bis) perfecta opera de una inmagine et perfecta altera similiter pretium infrascriptum solvere sine aliqua exceptione. Et ultra domini supradicti conveniunt quod teneantur dare et; tradere dicto magistro cameram et lectum et unum barile vini quolibet mense durante tempore quo dicte inmagines erunt perfette per totum mensem novembris. Que quidem partes volentes una alteri predicta et respective servare se ad invicem obligaverunt etc. promiserunt etc. juraverunt etc. renunptiantes etc. Pro quibus pactis respective magister Roccus in forma depositi
    <37> animo in se novandi obligavit et promisit se factnrum quod dicti pro Fraternita solvent ut supra et quod dictus magister semper et omni tempore id quod solverint erit bene solutum et bonum faciet in computum, alias de suo reficere promisit obligavit et juravit omni meliori modo.

    A margine: Et si mors interveniret ad ulteriora dictus magister non teneatur et pro laboritio facto suis heredibus ditti dominus Felix et dominus Petronius solvere teneatur pro rata.

    (Archivio Notarile di Trevi, Atti di Piermarco di Marco F Imi, Tomo 231, f. 92 e seg.).

    Convenzioni tra il Capitolo di S. Emiliano e la Confraternita del SS. Sacramento.

    Die 19 septembris 1522. Actum Trevii in camera Prioris S. Aemiliani sit. in Canonica d. Ecclesiae quae est depicta juxta bona d. ecelesiae praesentibus R.dis patribus donno Marco Felitiani, donno Antonio Citeroni, donno Berardino Perdominici et Marsilio Ugenii de Trevio et donno Urbano de colle marchionis Canc. R.mi D.ni Episcopi Spoleti ut testibus.

    Constituti personaliter infrascripti R.di patres Prior et Canonici collegiatae ecclesiae S. Aemiliani de Trevio videlicet R. Pater D.nus Optavianus de Petronibus Prior praefatae ecclesiae, Do.nus thomas antonius d.ni gregorii, do.nns jacobus antonius perangeli, dom.nus Franciscus johannis andreae, do.nus hieronimus petri romaldi canonici d. ecelesiae capitulariter congregati absentibus tamen domno Jo. baptista nicolai de Lucarinis, Donno Constantino Antoni Caroni de numero dictorum canonicorum; dicta die et Nora legitime citati et relati domi per dominum Berardinum Perdominici sacristam d. ecelesiae ad praedicta deputatum per dictum capitulum dictae ecclesiae, sono eampanae et more solito et consueto in supradicta canonica et de voluntate commissione praesenta et consensu R.mi in Xto Patris D.ni Francisci Eruli Episcopi Spolet. Dioecesis studiose ad praedicta et infrascripta existens parte ex una et
    <38> d.nus petronius de petronibus de trevio prior sotietatis et fraternitatis Corporis christi, et d.nus felix lutius coadiutor praefati prioris et d.nus Franciscus Accorombonus de eodem electi et deputati per dictam societatem ad praedicta et infrascripta ex altera, venerunt dictae partes ad infrascripta pacta, capitula, conventionem et concordiam inviolabiliter observandam et observandas cum infrascriptis decreto auctoritate interposita praefati R.mi D. Episcopi, videlicet quod cappella erigenda et construenda sub nomine et titulo Sacratissimi Corporis Xpi fiat et erigatur et construi debeat in dicta ecclesia S. Emiliani in loco descripto posito laterato et alias concesso prout patere dicitur manu Ser (lacuna nel testo) pub. not. inde rogati cum infrascriptis capitulis, pactis et conventionibus. Videlicet:

    In primis quod perpetuis futuris temporibus Sacramentum resideat in cappella d. societatis in dicta ecclesia et non alibi, adeo quod semper desumatur de dicta cappella pro qualibet persona communicanda.

    Item quod teneantur d.ti Prior et canonici et capitulum mittere unum clericum seu puerum cum turribulo ad sotiandum sacramentum qualibet vice intus Trevii usque ad infirmum, extra vero terram usque ad portam d. terrae.

    Item quod dicta sotietas possit et valeat habere et construi facere unum sepulcrum seu pilum ante et subtus altare ipsius cappellae pro sepeliendis confratribus d. sotietatis volentibus in eo seppelliri.

    Item quod d. sotietas possit retinere in dicta cappella vel juxta eodem unum cippum seu cassettam muratam vel affixam pro colligendis elemosinis pecuniariis ibi erogandis fiendis dictae cappellae, de quibus nil possint vel debeant habere et percipere d.ci Prior, Canonici et Capitulum, nec aliqua persona visi solum et dumtaxat ipsa sotietas.

    Item quod introitus et oblationes candelarum parvarum panis et euiuscumque alterius rei comestibilis fiendi et ponendi in disto altare cappellae praedictae sint et esse debeant ipsius capituli, aliae vero oblationes sint ipsius cappellae et sotietatis. Item quod dicta sotietas possit et valeat eligere Cappellanum in dicta cappella ad sui libitum de corpore d. ecclesiae ad officiandum in d. cappella dumtaxat perpetuis temporibus.

    <39>

    Item quod dictum capitulum Prior et canonici teneantur commodare dictae sotietati unam cameram seu stantiam pro decem annis positam in logia canonicae, juxta cameram Prioris depictam pro congreganda d. sotietate et pro orando ad eorum libitum.

    Quae praedicta omnia et singula praefatae partes promiserunt sibi ipsis ad invicem et vicissim et mihi Valerio notario pub. infrascripto uti pub. personae praesent. stipulant. et recipient. nomine et vice omnium quorum interest, intererit et interesse poterit in futurum semper et omni tempore attendere et observare et contra non venire nec veniri facere aliquo quaesito colore de jure vel de facto per sese nec per alium seu alios; renuntiaverunt exceptionibus non facti dicti contracti conventionis et capitula et omnibus aliis exceptionibus eis in hoc facto competentibus et competituris quomodolibet etc. et juraverunt praefati Prior et Canonici in pectore more clericali et praefati d.nus Petronius, d.nus Felix et d.us Franciscus corporaliter manu tactis scripturis praedicta omnia et singula attendere et observare ut supra obligaverunt sese et omnia eorum bona praesentia et futura et dederunt mihi licentiam praedictum contractum conventiones extendi in forma juris valida ad sensum sapientis.

    Praefatus Franciscus episcopus spoletanae dioecesis ad corroborationem omnium praedict. praedictis omnibus et singulis pro tribunali existen. in dicta camera, quem locum ad praedicta pro tribunali loco elegit et deputavit sua et dicti episcopatus auctoritate pariter et decretum interposuit.

    (Archivio Notarile di Trevi, Atti del notaio Valerio De Septis, anno 1522, Tomo 305, pag. 197 e segg.).

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    08X

  • Ottobre 2018 – Rievocazioni storiche – Folklore – Gastronomia – Spettacolo

    Ottobre a Trevi 2018

    Venerdì 5 Ottobre ore 20 Centro Storico, CONVIVIUM DEI TERZIERI e Disfida dei sapori ore 21 Teatro Clitunno , III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “Sugo Finto”

    di Gianni Clementi, regia di Enzo Ardone – “La Bottega dei ReBardò”

    Sabato 6 ottobre ore 21 Centro Storico, CORTEO STORICO – Grande Festa Medievale

    Domenica 7 ottobre ore 14.30 Centro Storico, CORTEO STORICO e XXXVIII PALIO dei TERZIERI

    Sospeso per maltempo -Rinviato ore 20 Apertura delle Caratteristiche Taverne Dei Terzieri

    www.terzieredelcastello.com

    – Prenotazioni – 3669361668

    www.terzierematiggia.org

    – Prenotazioni – 3387054215

    www.terzieredelpiano.it

    – Prenotazioni – 3342901352

    Venerdì 12 Ottobre ore 21 Teatro Clitunno, Concerto Banda Aeronautica

    Sabato 13 Ottobre Ore 15-24 Centro Storico, MERCATO MEDIEVALE

    ore17 – Villa Fabbri -Visibile parlare. Dietro le quinte della storia a Trevi,

    Spoleto e Montefalco -Relatore: Fabio Marcelli ore 21.00 Centro Storico, SFIDA dei SUONI: Duello musicale tra i tamburini dei Terzieri ore 21.00 Teatro Clitunno , III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “La Cattedrale”

    drammaturgia e regia di Roberta Costantini e Marco Marino – “Compagnia Teatrale Costellazione” di Formia.

    Domenica 14 Ottobre Ore 9-22 Centro Storico , MERCATO MEDIEVALE ore 9 Villa Fabbri , TORNEO ARCIERISTICO NAZIONALE L.A.M ore 9.15 Piazza Garibaldi, V EDIZIONE GUSTA TREVI MTB – Raduno non agonistico ore 10, Villa Fabbri, La Domenica del Borgo a cura dell’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”:

    visita guidata ai principali monumenti di Trevi con “Ciceroni” d’eccezione. Info su www.comune.trevi.pg.it 0742/332269

    ore 11-20 Piazza Mazzini, GUSTA TREVI: Assaggi delle eccellenze del territorio ore 15.00 Piazza del Teatro, The Big Draw

    Venerdì 19 Ottobre ore 21Teatro Clitunno – III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE – “Non ti pago”

    di Eduardo De Filippo, regia di Gianni Bevilacqua – Compagnia Teatrale “Le voci di dentro” di Assisi;

    19 -21 ottobre 2018

    Villa Fabbri, “ECO NATURA”

    III edizione del Salone del Turismo Rurale, info www.turismorurale.info Villa

    Sabato 20 ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini, ANTEPRIMA DELLA MOSTRA MERCATO

    DEL SEDANO NERO E 54° SAGRA DEL SEDANO NERO E DELLA SALSICCIA

    ore 20 Centro Storico, SCENE DI VITA MEDIEVALE

    Domenica 21 Ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini, MOSTRA MERCATO DEL SEDANO NERO

    E 54° SAGRA DEL SEDANO NERO E DELLA SALSICCIA

    ore 10 Ristorante Apriti Sedano, A lezione di Sedano Nero di Trevi,

    laboratorio di cucina, a cura dell’Ass. Pro Trevi e Apriti Sedano. Info e prenotazioni 0742-781150

    ore 12 Piazza Mazzini, Cerimonia di premiazione del miglior Sedano Nero ore 17 Centro Storico, Banda musicale della Città di Umbertide ore 18 Centro Storico, SCENE DI VITA MEDIEVALE ore 18 Piazza Mazzini, Lancio della mongolfiera

    un messaggio da Trevi al mondo, a cura dell’Ass. Pro Trevi e dell’Istituto Tommaso Valenti

    Venerdì 26 Ottobre ore 21 Teatro Clitunno, Spettacolo Teatrale “Itaca” con Lino Guanciale

    RINVIATO al 19 Novembre 2018

    Sabato 27 Ottobre ore 14.30 – Stadio Alberto Pinca, Incontro di calcio a scopo benefico della

    “ItalianAttori” in ricordo di Ray Lovelock ore 16,30 – Piazza Garibaldi, PALIO DEI BAMBINI: Giochi popolari

    ore 17 – Chiesa di S. Francesco, Mostra Capolavori del Trecento

    Visita guidata da Alessandro Delpriori

    ore 21 – Teatro Clitunno, III Rassegna Teatrale SIPARIO D’OTTOBRE:

    “Un grazioso via vai” di Marco Tassara, regia di Graziano Sirci “Compagnia Teatrale Arca” di Trevi;

    Domenica 28 Ottobre ore 9-20 Piazza Mazzini , Castagnata e Antichi Sapori

    Martedì 30 Ottobre ore 15,30 – Villa Fabbri – Medioevo dell’Appennino,Convegno di studi, presiede Bernardino Sperandio

    Interventi: Elvio Lunghi, Alessandro Delpriori,Corrado Fratini, Vittoria Garibaldi

    ——————————————————————————————————– Si segnalano a seguire Giovedì 1 Novembre ore 17.00 Teatro Clitunno: “Tartarino è partito” – rielaborazione di Lucia Genga dell’opera di

    Alphonse Daudet “Tartarino di Tarascona” – Spettacolo Teatrale a cura dell’Associazione VO.LA Trevi; Ingresso libero

    Domenica 4 Novembre ore 21:00 Teatro Clitunno, III Rassegna Teatrale Sipario d’Ottobre – “Ho il veleno” scritto, diretto ed interpretato da Silvana Prestipino,

    “Compagnia Teatrale Lungo il Fiume e sull’acqua” – 3 e 4 Novembre Festivol- Trevi tra olio, arte, musica e papille- Info e programma su www.festivol.it – 5 Ottobre al 4 Novembre Villa Fabbri, Mostra collettiva di pittura “Artisti Trevani in Villa” www.comune.trevi.pg.it

    Associazione Pro Trevi 0742.78 11 50 – 342.7351035

    Ufficio Turistico Comune di Trevi 0742.332269 www.treviturismo.it www.comune.trevi.pg.it

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  • Ricomposizione dell’Altare del Sacramento

    Ricomposizione dell’ Altare del Sacramento

    nella chiesa di S. Emiliano

    [ I numeri in colore tra parentesi acute

    < >

    indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    RICOMPOSIZIONE DELLA CAPPELLA

    DI MAESTRO ROCCO DA VICENZA
    ESISTENTE IN S. EMILIANO
    A TREVI

    RAPPORTO

    DEI SOPRAINTENDENTI AL LAVORO

    FOLIGNO

    STABILIMENTO GIO: TOMASSINI

    1891

    <3>

    Trevi

    10 Giugno 1891

    Nella speranza di far cosa gradita al mio paese, previa la richiesta autorizzazione, divulgo per la stampa il Rapporto finale inviatomi dai Signori Sopraintendenti alla scomposizione e ricostruzione del Monumento di Rocco da Vicenza, Rapporto da me stesso richiesto, non appena fu compiuto il lavoro.

    I particolari e le notizie in esso raccolte, e sopratutto i criteri seguiti nella delicata impresa coronata da felice successo, parmi

    utile siano a cognizione, non solo de’ miei concittadini, ma di tutti coloro cui stanno a cuore le nostre artistiche memorie.

    D. Giuseppe Agostini
    Priore della Collegiata
    di S. Emiliano.

    <5>

    Reverendo

    Sig. D. Giuseppe Agostini

    Priore della Collegiata di S. Emiliano in Trevi.

    Foligno 7 Giugno 1891

    A secondare il desiderio manifestatoci dalla S. V. con pregiato foglio del 2 corrente col quale c’ invita a riferirle se i criteri da noi seguiti nella ricostruzione di già compiuta degli altari di Rocco da Vicenza, furono sempre i medesimi indicati nella nostra relazione che precedette il lavoro, seguendo l’ ordine della relazione stessa, ci facciamo un dovere significarle che non ce ne allontanammo mai, informandola in pari tempo di qualsiasi altra cosa concerna la scomposizione e ricomposizione degli altari.

    Ella come ben rammenterà, inviò il nostro progetto al Ministero della Istruzione pubblica, chiedendone l’ approvazione, <6> ma il Ministero non si pronunciò in proposito, senza prima sentire il giudizio della Commissione Provinciale per la conservazione dei monumenti, residente a Perugia.

    Questa Commissione emise il suo giudizio favorevole al nostro progetto, ne riferì al Ministero, e questo alla sua volta conforme al voto della Commissione con lettera del Decembre 1890 alla S. V. inviata, dava il suo assenso. In conseguenza di ciò, la S. V. dopo notificato il tutto agli interessati della fabbrica del Duomo, fece por mano alla demolizione degli altari.

    Quattro cose principalmente vennero notate nel nostro progetto, e innanzi tutto, la necessità di ricollocare al posto le parti traslocate senza nessun criterio artistico, nella parte centrale del basamento. Lo che venne diligentemente fatto, ed ora che le cornici e le formelle furono tutte rimesse al loro posto, ed ora che le linee architettoniche ricorrono in tutta la larghezza del monumento, l’ effetto è sodisfacentissimo, perchè appunto esso risponde al pensiero dell’ autore della Cappella.

    Visto pertanto che la parte la quale subì maggiormente inopportune modificazioni, fu quella centrale; innanzi di incominciare la scomposizione, fu nostra cura, non solo di studiare il monumento, ma di assumere tutte le informazioni possibili circa quanto in esso venne operato in epoca relativamente recente, e interrogare la tradizione del paese su quanto venne fatto in tempi lontani, persuasi che tutto avrebbe potuto giovare affinchè la ricomposizione avesse a riuscire il meglio possibile. <7>

    Non ci sembra ora inutile narrare alla S. V. il risultato di queste ricerche.

    Sembra adunque che circa 150 anni fa, epoca di decadenza generale nelle arti, i sacerdoti di S. Emiliano nell’ amministrare il Sacramento eucaristico, non potessero fare uso delle ostie racchiuse entro il Ciborio in pietra, collocato sopra l’ altare di mezzo della Cappella, perchè quelle per l’ umidità si corrompevano. — E con ragione a ritenersi esser stato quello il tempo in cui si pensò di togliere il ciborio di pietra, di rimuovere gli scalini sottoposti all’ altare per acceder con agio al sacrario, di amputare i piedi agli Angeli preganti ai lati, che impedivano il facile collocamento dei candelieri, di sostituire in fine una Residenza di legno dorato, con tutti quei fastosi e barocchi ornamenti tanto accarezzati a tempo delle parrucche e dei codini.

    Per moltissimo tempo le cose dovettero proceder così, ma finalmente per un fortunato caso occorso circa 40 anni or sono, quel barocco arnese di legno venne tolto, e reintegrato nel proprio domicilio l’ artistico Ciborio di. Rocco da Vicenza.

    L’ egregio Ing. Sabatino Stocchi di chiara memoria cultore appassionato ed intelligente dell’ arte, trovandosi un giorno presso un tal Gasperino fornaio di Trevi, avvertì fra la cenere un qualche cosa d’ artistico, qualche cosa insomma che gli rammentò subito lo stile degli altari di S. Emiliano.

    Era precisamente l’ elegantissimo Ciborio barbaramente esiliato. <8>

    La tradizione dice anche che nel Ciborio stava un piccolo sportello dorato avente un calice per simbolo, quindi per argomento d’ induzione è da credere non fosse stato possibile allo Stocchi ricuperare il detto sportello.

    Si sa infatti che quell’ oggetto metallico, fu venduto a un tal Carlo Antonio Petrolini di Trevi campanaro, e non si rischia andar lungi dal vero, supponendo sia stato fuso per le campane.

    In ogni modo il benemerito Ing. Stocchi ottenne venisse rimossa la barocca Residenza, più, fece rimettere a posto il Ciborio antico. Garantì che le ostie non si sarebbero più corrotte facendo lasciare fra il ciborio e il muro uno spazio per la circolazione dell’ aria, lo che abbiamo constatato coi nostri propri occhi durante la demolizione degli altari, ottenne in breve di ripristinare le cose se non interamente, il meglio certo che era possibile in quel tempo, lo che onora la memoria di lui.

    Il Madami scalpellino di Assisi, venne chiamato a prestar l’ opera sua, e questi rinnovò il fregio del Ciborio, che il fregio antico era andato forse smarrito, vi scrisse con caratteri non di antico stile, —

    O sacramentum pietatis,

    — ricostruì con pietra detta

    carnagione

    di Assisi il basamentino ove posano gli angeli, e rifece loro in gesso alla meglio di Dio quei piedini di cui deplorammo la barbara amputazione, non che qualche emblema della passione lungo i pilastrini che stanno al di dietro del Ciborio.

    Proseguendo ad interessarci di questo monumento, non son molti giorni ci sembra aver ritrovato in un fondo ad <9> uso di legnara nella casa del Sig. Antonio Belli, la parte. centrate del basamentino antico sostituito dal Madami, in cui si scorgono le tracce del Calice e una decorazione 1aterale conforme allo stile del monumento. Esso è in pietra caciolfa, e siam certi che verrà gelosamente custodito, perchè oveun giorno si amasse fare un restauro, quel frammento potrebbe servire di grandissimo lume. (1 )

    Fu intorno a questa epoca che sia pure con le più pure intenzioni del mondo d’ arrecar vantaggio al monumento, si pensò, ma si pensò male a ripulire gli altari. anneriti dal fumo delle candele.

    La tinta color bronzo che l’ intera Cappella ebbe sia dall’ origine, le brillanti dorature a mordente di cui eran ricoperti tutti gli ornamenti, vennero con acque forti e con ferri cancellate e raschiate, e la nuda e cruda pietra ricomparve sconsolata, dolentissima di essere stata spogliata delle ricchezze che ebbe in eredità dal padre suo Maestro Rocco.

    Non restano intatte se non le due grandi statue e il grandioso Calice di cui in seguito terremo parola. Ma proseguiamo.

    E detto nella nostra perizia, che il muro antico su cui era poggiato il monumento, formava in pianta una linea. spezzata; mentre il muro su. cui si sarebbero dovuti appoggiare gli altari nella loro ricostruzione, è perfettamente in linea retta, quindi si previde che ai fianchi sarebbesi

    ________________________

    (1)

    Questo ritrovamento è principalmente dovuto al Sig. Carlo Santacroce di Trevi cultore dell’ arte.

    <10> verificato un aggetto dal muro di pochi centimetri maggiore dell’ antico, la qual cosa come ognuno può constatare, si è appunto verificata, ed ecco il perchè della continuazione per qualche centimetro delle cornici dei fianchi; in cemento.

    Circa alle fondazioni, fu detto nel progetto esser necessario costruire un arco, precisamente nel vuoto delle sepolture innanzi al monumento, ma nell’ atto pratico si potè risparmiare l’ arco, perchè si rinvenne il sodo ove non si poteva supporre, non essendosi, prima di un largo sterro, potuto effettuare una esplorazione completa.

    La diminuzione di questo lavoro, fu però con usura compensata nella costruzione del contraforte della parete esterna sulla quale venne costruito.

    Il fondamento per questa costruzione, non fu potuto rinvenire se non a quattro metri di profondità. Ciò forse perchè sotto le grondaie del tetto della chiesa, si soleano un tempo scavar sepolcri per seppellire cadaveri dei non credenti, o de suicida, o degli ebrei.

    Comunque

    ciò sia, furono indispensabili oltre 28 metri cubi di murato, e per tale rinforzo si ottennero due vantaggi notevoli, 1° quello di dare solidissimo appoggio al monumento, 2° quello di sostenere efficacemente il nuovo muro della nuova, chiesa non troppo

    ben

    costruito. Anzi nella parte inferiore tanta era la debolezza di questo muro, e così evidenti i rigonfiamenti prodotti dal ricalco di esso, che non fu possibile rimuover gli stipiti della vecchia porta pel giustificato timore di recar ruina alla parete.

    Proseguendo sempre coll’ ordine dell’ approvata perizia, <11> si è pure detto in essa dell’ inopportuno collocamento del grandioso Calice finamente intagliato come il resto della Cappella, in preta alba (caciolfa.), opera contemporanea al monumento.

    Ogni persona, non. diciamo dilettante delle arti belle, ma ognuno che abbia il senso comune, conviene che quel simbolo di dimensioni così notevoli, non fu al certo fatto per stare immediatamente sopra al Ciborio, come lo si è da noi trovato, e quel che è peggio, non fu certo fatto per essere posto al domicilio coatto in una pietra, merce un inopportunissimo incasso, ed ivi appiccicato con calce e gesso, quasi a fingere un bassorilievo, come se Rocco non avesse saputo al pari del resto, modellarlo da un solo masso.

    Ciò posto, ne deriva subito questa domanda.

    Ove in origine trovavasi questo Calice?

    Se ben si osserva l’ estremità. della cimasa che sormonta nel centro la trabeazione, ivi è collocato un piccolo piedistallo, destinato a reggere qualche cosa, come tutti i piedistalli del mondo.

    Avrebbe forse potuto sostenere una statua? No, perchè per le sue meschine dimensioni sarebbe sembrata un burattino.

    Un vaso? No, perchè il. carattere del monumento non avrebbe permesso un finale da giardino.

    Dunque, noi siamo convinti che il piedistallo venne fatto per reggere appunto il Calice in questione.

    Per tal modo questo simbolo, eminentemente esplicativo del concetto cui è informato l’ altare dedicato al Sacramento, completa a meraviglia il monumento di Rocco. <12>

    L’ aureola dei nove calici che sotto l’ arco della mensa di mezzo corona il nome di Gesù, la scritta che si legge nel fregio, sum panis vivus qui de Caelo descendo, la forma istessa del Calice, ci indussero a toglierlo dai luogo ove a disagio trovavasi, e ricondurlo a casa, compiendo in tal guisa una doverosa opera di misericordia.

    Il fatto, come alla S. V. è ben noto, suscitò dell’ opposizione, ma in verità, ad onta che siasi invocata nella tesi l’ autorità del Padre Eterno, nessun argomento di valore artistico venne in proposito enunciato per farci cangiare d’ avviso, anzi non è fuor di luogo lo aggiungere che allorquando alla presenza di persone rispettabili del paese, il Calice venne tolto dal domicilio coatto, si trovò nella parte posteriore e superiore di quello, il canale per una grappa, evidentemente praticato, affinchè non avesse traboccato in avanti, laddove nella parte inferiore, nessun segno di grappe si rinvenne, appunto perchè naturalmente posava sovra il suo piedistallo.

    Potrebbe anche essere che mai quel simbolo sia stato collocato al posto. E che perciò?

    Avendo avuto il compito di vigilare la scomposizione e ricomposizione di questa stupenda opera d’ arte, c’ incombeva lo stretto dovere di nulla trascurare, paerchè gl’ intelligenti e studiosi non avessero a rimproverarci madornali errori. Considerando poi che nella nostra relazione approvata dall’ Eccellentissimo Ministero dell’ Istruzione Pubblica, ove con disegni e con schiarimenti, venne proposta la remozione di questo famoso Calice, senza averne avuto osservazioni di sorta, ne da parte del Ministero stesso, <13> nè da parte dei Reverendi di S. Emiliano allorquando venne loro fatto conoscere il progetto; non potevamo in nessun modo esimerci dall’ operare come operammo, senza urtare in una stupida contradizione, compatibile soltanto nelle persone idiote.

    Veniamo ora a trattare delle pretese conseguenze di questa remozione.

    Si legge nella nostra perizia quanto appresso:

    «È pure importante far pratiche, per sapere con precisione il livello del pavimento della Chiesa, ideato dall’ architetto Carimini, non potendosi ciò desumere da nessuna parte della fabbrica»

    Or bene queste pratiche come Ella ben sa, non condussero a nessun risultato certo, e più che altro per la deplorevole morte repentina dell’ architetto della nuova Chiesa.

    Misurando e rimisurando con tutta diligenza lo spazio lasciato dal Carimini per collocare gli altari di Rocco, venimmo nella persuasione che quello mancava presso a poco di tanti centimetri, quanti sarebbero stati necessari per ricollocare il Calice sopra il suo piedistallo.

    Forse che il Carimini non avvertì il vero posto del Calice?

    Forse si riserbava stabilire il livello del pavimento della Chiesa, non appena si sarebbe posto mano a ricostruire l’ antico monumento?

    Non sapremmo che rispondere.

    Il fatto è che nella parte superiore della parete destinata agli altari, cammina l’ architrave della trabeazione del tempio, ed ecco il punto che non era lecito oltrepassare di troppo. <14>

    Tenuta sempre ferma la necessità, artistica di collocare il Calice come finale superiore degli altari, lo spazio deficiente lo si doveva trovare per amore o per forza sterrando il suolo della Chiesa.

    Così operando, si fece nessun danno nel senso dell’ arte? Nessuno, nel campo economico?

    Danno artistico no, perchè in una Chiesa in cui i supporti costituiti da pilastri e piè dritti delle arcate, formano un perimetro di metri 8,20 (! !) mentre l’ altezza dei pilastri senza considerare i loro capitelli è di metri 7, 7; (! ! !) e l’ altezza totale del tempio dalla navata centrale al suolo è di metri 14,80, tanto più viene abbassato il livello del pavimento, ed altrettanto si sviluppano i supporti, e di altrettanto tien diminuita quella inevitabile pesantezza che è conseguenza immediata del non aver tenuto conto di certe proporzioni; della qual cosa non intendiamo in nessun modo accagionare chicchessia., e molto meno l’ illustre architetto Carimini, cui forse non fu possibile invigilare sempre di persona l’ andamento della fabbrica, in caso diverso siam certi che egli stesso avrebbe ordinato l’ abbassamento del suolo, non solo in riguardo al monumento di Rocco, ma anche pel migliore effetto artistico dell’ opera sua, e per non esser costretto a creare scalini o dentro, o fuori della chiesa.

    E poichè il creare scalini nell’ interno tanto per salire che per discendere, è cosa che tutti giustamente cercano dì evitare, e poichè esternamente quando trattasi come nel caso nostro che la porta sta innanzi non ad un largo, ma ad una. via angusta, gli scalini stessi riuscirebbero incomodi, così non avemmo difficoltà d’ indicare alla S. V. il nostro <15> pensiero, di partire cioè dal livello della soglia della porta principale di S. Emiliano, per istabilire definitivamente l’ altimetria del pavimento, altimetria che ci permise di ricollocare intera la Cappella, collo scalino sotto il basamento, come trovavasi prima della sua scomposizione, ci permise altresì render agevole l’ accesso nella chiesa.

    La S. V. compresa della ragionevolezza del progetto, dette il suo consentimento.

    Se poi si considera il fatto dal punto di vista economico, nemmeno per questa parte è il Caso di allarmarsi, perchè non trattasi di altro che di atterrare le volte dei sepolcri, sottoposti all’ attuale piano della chiesa. Facile operazione che si può in gran parte effettuare senza tra-sporti di terra, operazione che renderà assai saldo il pavimento del tempio, che per avere un sotto suolo forte e compatto, sarà rimossa ogni cagione di avvallamenti, senza contare l’ utile del materiale di laterizi che si recupereranno collo sterro. Tutto si riduce a riempire di terra le vuote sepolture.

    Se finalmente piacesse aggiungere un altro scalino per sollevare ancor più il monumento, del che noi non vediamo il bisogno, non sarebbe nemmeno preclusa questa via, ed ecco come: abbassando il pavimento ancora di 12 o 15 centimetri, e abbassando di altrettanto la porta principale del tempio, si potrebbe, senza danno, anzi con vantaggio del-l’ effetto generale della nuova fabbrica, ottenere l’ attuazione di questa proposta. Ma dirà taluno : scalzando ancora per 15 centimetri i piloni e i muri di telaio, non si correrà, rischio minacciare la solidità del tempio? <16>

    A meno che le fondamenta di questi piloni che hanno un perimetro di metri 8, 20. e dei muri della Chiesa, non siano di ricotta, non è possibile che le leggi statiche ne abbiano a patire detrimento. Ma ripetiamo che pur ritenendo il progetto possibile, non crediamo necessario attuarlo.

    Non è parlando del pavimento del tempio, che ci siam permessi intrometterci in un campo non compreso nel nostro mandato, fu necessità delle cose da noi non create, delle quali per lo stretto rapporto che hanno col ricollocamento degli altari antichi, dovemmo di necessità occuparci.

    Nella nostra perizia approvata dall’ amministrazione della fabbrica, non che dal Ministero e dalla Commissione provinciale per la conservazione dei monumenti, si fece cenno anche della scelta degli artefici per la decomposizione e ripristinamento della Cappella monumentale.

    Ed a lavoro compiuto, ci è grato significare alla S. V. che l’ opera degli scalpellini

    Sig.i Guglielmetti,

    riuscì di piena nostra soddisfazione, tanto nel lavoro di scomposizione, quanto nella ricostruzione degli altari.

    Furon sempre diligentissimi e prudenti. Anzi osiam dire che il monumento, per la maniera con cui venne ricomposto, si avvantaggiò non poco in solidità.

    Cemento e calce di ottima qualità vennero messe in opera per connettere i blocchi. di pietra, sottili laminette di piombo furono collocate sotto le colonne e ovunque i ricalchi avrebbero potuto produrre danno alle varie parti della Cappella. <17>

    Delle grappe in ferro ben fissate con piombo e zolfo e collegate al muro, ne fu messo in opera un numero di gran lunga maggiore delle antiche. Ed anche da questo lato non abbiamo che lodarci dei diligenti artefici, e siam certi che siano stati mossi non da lucro, ma dal nobile sentimento dell’ amor proprio e dell’ arte. Nè sarebbe giusto tacere della parte muraria che venne condotta con amore e diligenza somma.

    Se mai taluno volesse prendersi diletto di esaminare il lavoro compiuto, il metodo per trovare il pelo nell’ uovo è il seguente.

    Si paragoni la fotografia prudentemente fatta fare prima della scomposizione degli altari, con quella degli altari ricostruiti che fra breve verrà pubblicata dai fratelli Alinari di Firenze, e il giuoco è fatto.

    Questo è il metodo più certo ed efficace per illuminare per così dire anche i ciechi, fatta beninteso eccezione per coloro che non volendo vedere, impugnano la verità conosciuta, aggravando così la loro coscienza di un peccato contro lo Spirito Santo.

    Ed ora, innanzi di por fine a questa ormai troppo lunga lettera, ci sia permesso trattenerla ancora sopra due altri punti, relativamente importanti, chein qualche modo si collegano coll’ argomento principale.

    I residui dell’ affresco (La

    fuga in Egitto)

    ritrovatisi nel muro ove nel 1522 s’ incominciarono a costruire gli altari di Rocco, come di certo non è sfuggito alla sua sagacia, hanno importanza storica ed artistica, che si connette come dicemmo colle memorie della monumentale Cappella;

    ci piace quindi cogliere la circostanza per farle calda raccomandazione

    affinchè

    quel dipinto venga distaccato e diligentemente conservato.

    In secondo luogo, saremmo a lei tenuti se volesse indicarci il tempo in cui si dovrà intraprendere la costruzione in gesso del nuovo altare, da dedicarsi al Protettore della Città, come verbalmente si è convenuto, tanto per aver tutto l’ agio di far compiere le riproduzioni di quei calchi, dei quali non abbiamo che la sola forma e per i quali s’ incontrò una ragguardevole spesa.

    Sorvolammo per non tediarla su tanti particolari, ma ove la S. V. avesse volontà di conoscerli, non mancheremo e a voce o in scritto ragguagliarla in tutto e per tutto del nostro operato.

    Sembrandoci per tal nodo, il meglio che per noi si è potuto, d’ aver corrisposto al suo desiderio, non ci resta che congratularci con la S. V. per aver condotto a fine un’ opera eminentemente civile, restituendo integra al paese una importantissima opera d’ arte, e di estendere simili congratulazioni a tutti coloro che la coadiuvarono nel nobilissimo proposito.

    Intanto con rispettosa osservanza ci abbia suoi

    Devotissimi

    PROF. CAV. TITO BUCCOLINI

    Direttore della Scuola professionale di Foligno
    R. Ispettore degli Scavi e Monumenti

    ING. ERCOLE ABBIATI

    Professore di costruzioni

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    Fabio Servili

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