Autore: Franco Spellani

  • Gli scavi di Pyrgos

    Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi

    I profumi di Ciprowww.ciproatrevi.it

    Atena e Afrodite ovvero l’invenzione dell’olio e della bellezza

    profumeria e farmacia mediterranea nel 2000 a.C.

    23 giungo – 12 novembre 2006

    VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Mostra dei reperti archeologici rinvenuti negli scavi della
    missione archeologica italiana a Pyrgos, nell’Isola di Cipro.

    LO SCAVO

    A Pyrgos, villaggio situato lungo la costa meridionale di Cipro a 15 km da Limassol e a 4 km dalla linea di costa è stato individuato ed è tutt’ora in corso di scavo un sito archeologico dove aveva sede un vero e proprio ‘polo industriale’ ante litteram (inizio II millennio a.C.). Il complesso industriale fa parte di un grande edificio di circa 4000 mq., distrutto da un terremoto nel 1900-1850 a.C. circa, che si trovava in posizione sopraelevata al centro di un vasto insediamento del Bronzo Antico e Medio nato verso la fine del periodo Calcolitico nella valle solcata dal fiume Pyrgos e dai suoi numerosi piccoli affluenti. Lo scavo sede di una delle Missioni Archeologiche Italiane all’estero, è alla sua ottava campagna ed ha già restituito rarissime testimonianze sulla lavorazione e produzione di olio d’oliva, vino, profumi, tinture per tessili, rame e ceramiche. L’intatta giacitura delle strutture e dei reperti miracolosamente ignorati per 4000 anni alle porte del villaggio di Pyrgos ha offerto l’occasione di effettuare preziose analisi sui materiali organici contenuti nelle ceramiche e nei livelli stratigrafici. I dati ottenuti che ormai ammontano a migliaia di campionature dimostrano che Cipro possedeva già in epoca preistorica insospettate conoscenze tecnologiche.
    Lo scavo affidato dal Dipartimento delle Antichità di Cipro alla dottoressa Maria Rosaria Belgiorno dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali (ITABC) del C.N.R. si avvale anche della collaborazione di ricercatori del CNR, di studiosi dell’Università di Roma “La Sapienza”, dell’Università di Cipro, dell’ I.C.R.di Roma, del Museo Pigorini e del Museo Archeologico di Madrid. Il progetto, finanziato dal C.N.R. e dal Ministero per gli Affari Esteri, comprende analisi comparate del contesto archeometallurgico e paleoambientale che si avvalgono di sistemi innovativi di indagine strumentale, quale quelli disponibili presso l’ITABC del CNR, per la contestualizzazione paleoambientale dell’area.

    I REPERTI

    Le aree indagate finora hanno riportato alla luce due vasti cortili e due officine per la lavorazione del rame e la produzione di oggetti di bronzo.

    Il sito preistorico di Pyrgos Mavroraki è stato scoperto dal CNR (Maria Rosaria Belgiorno in collaborazione con Maria Hadijkosti del Dipartimento delle Antichità di Cipro) nell’area adiacente la Tomba 21 aperta nel 1993, che Maria Rosaria Belgiorno aveva riconosciuto appartenente a un fabbro del Bronzo Medio, per la peculiarità degli oggetti che conteneva. I sondaggi del 1996 e 1997 confermarono l’esistenza di resti di industria metallurgica sul sito e lo scavo regolamentare fu iniziato nel 1998.

    Le campagne successive portarono alla luce due grandi cortili e due officine in cui erano contenute tutte le informazioni e le testimonianze materiali atte a ricostruire l’intera catena di lavorazione del rame dal minerale grezzo all’oggetto finito. Per queste testimonianze il sito è unico per integrità di giacitura e antichità dei luoghi. Preziosissimi sono inoltre i dati emersi che permettono di ricostruire nei dettagli le antiche tecniche di lavorazione del rame (2000 a.C.) dell’isola mediterranea più famosa nell’antichità per la produzione e la qualità del rame.

    Peculiare è inoltre la situazione logistica degli ambienti di lavorazione del rame che erano tutti (in comunicazione diretta) distribuiti intorno a un grande frantoio, dal quale si attingeva la sansa per rifornire di combustile le piccole fornaci per la fusione del metallo e le forge per la temperatura e la martellatura degli oggetti.

    il frantoio industriale più antico del mediterraneo

    Siamo di fronte a un rarissimo polo industriale organizzato intorno alla produzione dell’olio d’oliva. I ricercatori hanno infatti portato alla luce il più antico frantoio dell’età del bronzo presente nel bacino del Mediterraneo, dove l’olio si produceva già in quantità industriali, per i più svariati usi domestici e industriali. Sappiamo dalla letteratura antica che nell’antichità con l’olio d’oliva si facevano medicinali e profumi, si alimentavano le lampade degli dei e si ungevano le loro effigi, ma pochi sanno che il suo impiego era fondamentale per l’industria tessile, specialmente per la lana e che il suo potere calorico poteva mantenere il punto di fusione nella lavorazione dei metalli e nella cottura della ceramica.
    I muri di pietra e mattoni di fango crollati per il terremoto hanno di fatto protetto tutti gli elementi funzionali della struttura, articolata al centro di una grande stanza di 18 metri per 15, incentrata su di una grande pressa per olive funzionante a leva con una trave di cedro lungo più di 7 metri, al quale venivano appesi blocchi di calcare (ritrovati in fondo alla trave). L’olio veniva raccolto e poi conservato in 10 grandi giare collocate nel lato ovest della stanza, che potevano contenere fino a 500 litri d’olio ciascuna.

    Il ritrovamento del sistema pressorio dimostra che Cipro possedeva già all’inizio del II millennio insospettate conoscenze tecnologiche, e che il sistema era molto simile a quello usato dai nostri agricoltori fino a 50 anni fa. Grandi macine e mortai per lo schiacciamento delle olive, e lastre di calcare (80 cm x 70) come basi del torchio, dove venivano impilati i cesti contenenti la pasta delle olive, completano insieme a un incredibile quantità di ciotole, bacili e attingioi il corredo di utensili di cui era provvisto il frantoio

    la fabbrica ed il negozio di profumI

    Nell’isola di Venere, una parte dell’olio prodotto passava nella fabbrica di profumi ricavata nell’angolo Nord Orientale della grande sala del frantoio stesso. “A testimoniarne il funzionamento”, spiega la Belgiorno, “sono cinque macine di andesite, quattro grandi bacili per la preparazione delle essenze e 14 fosse intonacate ancora colme di cenere e carboni dove si sono trovate altrettante brocche che al momento del terremoto contenevano l’olio d’oliva e le essenze in infusione. All’esterno eleganti portaprofumi attendevano di essere riempiti (utilizzando imbuti di terracotta e piccoli attingitoi per dosare le essenze), mentre altri vasi di pregiata fattura già contenevano il profumo di base.

    Nel corredo erano anche presenti alcuni grandi vasi forniti di un lungo becco laterale, la cui forma ricalca e precorre perfettamente quella della testa degli alambicchi che furono utilizzati in periodo storico per l’estrazione degli oli profumati in Grecia e nel mondo arabo. Come del resto la forma richiama il famoso apparato per distillare rialente al III millennio a.C. (proveniente dai primi scavi di Mohendjio Daro) riconosciuto nel Museo di Taxila in Pakistan dal prof. Paolo Rovesti nel 1975 e ritenuto il più antico sistema distillatorio del mondo. Dalla produzione si passava poi probabilmente alla vendita al dettaglio. Nel cortile adiacente, comunicante attraverso la porta del muro nord, sotto una grande tettoia sostenuta da due grandi colonne si sono trovati infatti preziosi askoi e decine di vasi, bacili, tazze, porta profumi e attingitoi accanto a una grande giara e ad altri tre grandi contenitori anforoidi che fanno ipotizzare la presenza di una sorta di negozio o luogo di scambio come una vera e propria profumeria”.

    La farmacia

    Le essenze farmaceutiche sono state trovate in diversi contenitori, un po’ dappertutto. Specialmente nell’area dedicata alla lavorazione dei tessuti che è stata soprannominata il quartiere delle donne sia per la presenza dell’industria tessile sia per la presenza di monili e vasi di pregiata fattura come le pissidi. Tra i ritrovamenti più interessanti c’è un grande bacile incrostato di resina amalgamata con oppio e vino, una ciotola con scamonea e un vasetto contenente efedrina. Nella stanza dove si lavorava il vino è stato invece trovato un pregiato askos zoomorfo che conteneva chinolina mescolata ad essenza di lavanda.

    Il settore dedicato all’industria tessile ha rivelato

    la seta più antica del Mediterraneo.

    Il prof. Giuseppe Scala, esperto in fibre tessili antiche, che fa parte del team di studiosi del progetto Pyrgos ha catalogato e riconosciuto le fibre tessili lavorate a Pyrgos analizzando la terra intorno ai resti del telaio centrale e la terra contenuta nei fori delle 45 fuseruole ,che appartenevano al corredo della stanza. Altre fibre ancora intrecciate tra loro sono state scoperte all’interno di alcuni vasi abbandonati accanto a due vasche tintorie. In uno di questi sono stati scoperti alcuni fili di ‘seta mediterranea’, ottenuta attraverso la filatura dei bozzoli del lepidottero mediterraneo Tortrix Viridens. Un ritrovamento che attesta la conoscenza di questa tecnica tessile in ambiente mediterraneo già all’inizio del II millennio a.C., quando, secondo la leggenda Cinese nasceva in Cina l’arte della seta, prodotta dalla filatura dei bozzoli del lepidottero cinese Bombix mori. Ciò fa supporre che la tecnica sia stata inventata altrove, forse in India e sia stata trasmessa in due direzioni geografiche diverse verso l’inizio del II millennio a.C. La possibilità di addomesticamento del lepidottero Bombix mori originario della Cina ha poi favorito il prodotto Cinese nei confronti di quello Mediterraneo, che richiedeva una raccolta stagionale. Come sappiamo, il segreto dell’addomesticamento e della coltivazione dei bachi da seta fu conservato gelosamente dai cinesi fino al VI secolo d.C. e poi portato in Europa da due monaci. “Della seta Mediterranea parla Aristotele indicando le isole Egee come luogo di produzione ( in particolare Chios), e altri autori greci; ne parla anche Plinio, con cognizione di causa, infatti un batuffolo di seta tortricida miracolosamente scampato alla lava del Vesuvio è stato trovato anche a Pompei nella Casa di Polibio. Questa testimonianza materiale risale però al I secolo d.C., mentre la scoperta avvenuta a Pyrgos ha un ben diverso valore storico, poiché conferma l’ipotesi avanzata dall’archeologo greco Cristos Doumas, direttore degli scavi di Akrotiri a Thera (isola di Santorini, nelle Cicladi, in Grecia), secondo cui la lavorazione della seta nel Mediterraneo orientale era diffusa già nel tardo Minoico (XVI-XVII secolo a.C.). L’ipotesi si basava sul rinvenimento ad Akrotiri di un bozzolo calcificato, attribuito a una specie di lepidottero mediterraneo molto simile della stessa famiglia delle tortrici, la “Pachypasa otus”, ma non si aveva la prova del suo utilizzo e della filatura dei bozzoli. I fili di Pyrgos sono invece le più antiche fibre di seta ‘selvatica’ (1850 a.C.) ritrovate nel mediterraneo, visibili e fotografabili, sia pure al microscopio e conservate sotto vetro per ulteriori possibili analisi future, come quelle riguardanti la qualità e l’origine del colore azzurro con cui sono state tinte. La lettura al microscopio (400 ingrandimenti) ha infatti restituito un immagine in cui si riconosce l’esistenza superficiale di una sostanza colorante blu-verdastra di origine sconosciuta.

    Vale comunque la pena di insistere sull’importante ruolo (già prima citato) dell’olio d’oliva nella fabbricazione dei tessuti e in particolare nell’intero processo di lavorazione della lana che ancora oggi prevede l’uso dell’olio d’oliva nelle moderne filiere. Omero ci descrive i telai della reggia di Alcinoo grondanti olio dai tessuti in fabbricazione e splendide raffigurazioni del V e IV sec.a.C. testimoniano l’uso dell’olio d’oliva durante la fase della filatura. Un’ancella versa olio profumato sui fiocchi di lana che la padrona fila pomposamente seduta su preziosi sgabelli. La stessa scena è raffigurata sui rari e decoratissimi “epinetri” di terracotta, specie di gambali che si poggiavano sopra il ginocchio per proteggere la gamba durante la filatura. L’olio utilizzato per la filatura era profumato come dimostra la forma del vaso raffigurato nell’atto dell’oliatura, l’aryballos, e la recente scoperta di tracce di olio d’oliva profumato al rosmarino in una fuseruola di Pyrgos trovata nella stanza dei tessili (la sola portata in Italia per essere analizzata, ma si sta organizzando di portare i reagenti a Cipro per esaminare anche le altre).
    Conosciamo quindi anche l’odore che avevano questi tessuti, adoperato ad hoc per nascondere l’odore caprino della lana non a tutti gradito.

    Il vino più antico del Mediterraneo

    Tra le più recenti scoperte del team di ricerca di Pyrgos c’è quella del “nettare” Mediterraneo per antonomasia, il vino, fatta su reperti del IV millennio a.C. provenienti da Erimi e…. logicamente…. da Pyrgos. Tracce del “nettare degli dei” preistorico sono stati prima individuati (2004) all’interno di alcune brocche con base appuntita a Pyrgos, poi nell’Aprile del 2005 in rare giare del periodo calcolitico provenienti dallo scavo del Dipartimento delle Antichità di Cipro ad Erimi, la cui forma precorre di millenni quella dell’anfora romana, suggerendo la possibilità che l’invenzione di questo vaso estremamente funzionale per il prodotto contenuto, sia in termini di decantazione che di conservazione e trasporto sia una pura invenzione cipriota. “Tale dato” – spiega la direttrice degli scavi – “sottolinea nuovamente l’ingegnosità cipriota nell’elaborazione e nell’invenzione tecnologica in un periodo storico in cui tali conoscenze erano ristrette a poche civiltà. Poiché il più antico vino ricavato da uve selvatiche è stato scoperto nell’area Transcaucasica ad Hajjii Firuz (Armenia) in un vaso biconico, risalente al 5500 a.C., la scoperta di residui nelle giare di Erimi (3500 a.C.) pone Cipro al secondo posto tra i paesi dove il vino fu prodotto nella preistoria, il più antico nel Mediterraneo. A Cipro va anche il merito della trasposizione in terracotta del corno potorio per bere il vino, che attraverso infiniti passaggi diventerà il calice di vetro, accanto al perdurare attraverso i secoli dell’uso del corno potorio per il vino in tutti i paesi Mediterranei e successivi periodi storici si vedano per esempio le raffigurazioni Etrusche, Romane e Medioevali e gli splendidi piatti invetriati ciprioti del 1200 che raffigurano spesso sposi e cavalieri in atto di brindare con corni potori. La campagna di scavo del 2500 ha poi confermato il ruolo di Pyrgos anche nella fabbricazione del vino poiché è stato trovato un ambiente attrezzato con due vasche-tino comunicanti, per la pressatura dell’uva alle spalle della sala del frantoio.

    Ultime scoperte

    Tra le più recenti scoperte effettuate dal team di ricerca di Pyrgos, che riguardano invece il mondo dell’olio d’oliva c’è quella completamente inedita (in via di prossima pubblicazione sulla prestigiosa rivista Reports of the Department of Antiquities of Cyprus (2005) che sarà in libreria a Dicembre prossimo) di un frantoio calcolitico intagliato direttamente nella roccia carsica sulla terrazza orientale del fiume Kouris prospiciente il villaggio di Erimi.
    L’eccezionale ritrovamento riguarda un sistema quello del “canalis et solea” descritto da Plinio il Vecchio e da lui stesso ritenuto il più antico. Di esso si avevano solo notizie e descrizioni e frammenti di una struttura simile trovata in Israele, risalente al periodo calcolitico. Quella di Erimi è pressoché intatta e sarà oggetto di un intervento diretto di musealizzazione. L’impianto consta di una grande vasca rettangolare con angoli arrotondati profonda 30 cm per lo schiacciamento delle olive attraverso pestaggio con zoccoli (solea) o con rulli di pietra. Il liquido ottenuto scivolava attraverso il fondo della vasca che era inclinato verso un’apertura sull’orlo di uno dei lati corti e confluiva in una seconda vasca quadrangolare con le pareti arrotondate profonda più di un metro. A soli due metri da questa struttura, si trovano, anch’essi intagliati nella roccia carsica le strutture della pressa, fornita probabilmente di un sistema a leva. Anche in questo impianto il gioco dei piani inclinati del pavimento permetteva di convogliare l’olio ottenuto nella seconda fase di spremitura in un secondo bacino di raccolta della stessa forma e dimensione del precedente.

    Mostra fotografica 18 ott.2003 -31 marzo 2004

    La mostra dei reperti 23 giugno – 12 settembre 2006

    I profumi nell’antichità
    e le essenze usate oggi

    Ritorna alla pagina EVENTI

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  • Mostra dei reperti di Pyrgos

    Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi

    I profumi di Cipro www.ciproatrevi.it (soppresso 2010)

    Atena e Afrodite ovvero l’invenzione dell’olio e della bellezza

    profumeria e farmacia mediterranea nel 2000 a.C.

    23 giugno – 12 novembre 2006

    VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Mostra dei reperti archeologici rinvenuti negli scavi della
    missione archeologica italiana a Pyrgos, nell’Isola di Cipro.

    La missione archeologica italiana dell’ITABC.CNR di Roma (Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del Centro Nazionale delle Ricerche) diretta dalla dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno ha operato a Pyrgos dal 1997 al 2005.

    Sono stati portati alla luce reperti, risalenti al XX sec. a.C., tutti collegati alla produzione industriale d’olio d’oliva ed all’impiego dell’olio nei settori cosmetico, medico-farmaceutico e tessile.

    Le ricerche scientifiche avviate sulla base della scoperta archeologica, sono in grado di rivoluzionare le conoscenze finora accertate nell’ambito della cultura materiale in area mediterranea.

    Il Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi, istituzione deputata alla conservazione, allo studio, alla promozione ed alla divulgazione del patrimonio culturale storico, archeologico, etnoantropologico e paesaggistico legato all’olio ed all’olivo in area mediterranea, è naturalmente vocato ad ospitare questa mostra, che illustra, in assoluta anteprima nazionale, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni a livello mondiale.

    Mostra fotografica 18 ott.2003 -31 marzo 2004

    Notizie sullo scavo

    I profumi nell’antichità
    e le essenze usate oggi

    Ritorna alla pagina EVENTI

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  • I profumi

    I Colori dell’Olio 2003terza edizione Museo della Civiltà dell’Ulivo di Trevi

    I profumi nell’antichità e le essenze usate oggi

    Mostra fotografica sui risultati degli scavi della missione archeologica italiana a Pyrgos, nell’Isola di Cipro prorogata fino al 31/3/2004

    ORARIO: ottobre-marzo, 10,30/13 e 14,30/17;
    aperto venerdì, sabato e domenica

    Vedi anche: La mostra dei reperti 23 giugno –12 novembre 2006

    VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Una nota sui profumi della Dott.ssa Maria Rosaria Belgiorno, Direttrice della Missione Archeologica Italiana del CNR a Cipro e Primo Ricercatore dell’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del CNR.
    L’argomento, trattato dalla ricercatrice nella conferenza del 25/10/2003 (vedi programma delle manifestazioni), viene qui riportato integralmente per gentile concessione dell’Autrice.

    Gli oli profumati erano usati in Egitto fin dalla fine del IV millennio a.C. Sebbene le tombe predinastiche fossero semplici fosse nel terreno, esse già contenevano insieme alle tradizionali offerte di cibo e bevande per il morto, cosmetici, profumi e ingredienti per la loro preparazione: resine, limoù, ginepro, hennè, semi oleosi e resine di conifere importate.

    In un a tomba reale di Abido (3000 a.C. circa) furono trovate giare contenenti resine di conifere disciolte in olio e grasso animale. L’uso dei profumi si diffuse rapidamente in tutto il Mediterraneo, incrementando un fiorente commercio di essenze grezze e lavorate provenienti da vari paesi.

    Ma furono quasi certamente gli Egiziani ad inventare la boccetta portaprofumo , l’Alabastron, piccolo vaso di alabastro che conservava al fresco e al buio preziosi oli profumati. La forma caratteristica a goccia con larga imboccatura a colletto svasato, adatta riportare all’interno del vasetto eventuali sgocciolature del suo prezioso contenuto, ebbe una diffusione immensa e fu replicato prima in terracotta e poi in vetro secondo le mode, gli stili e i tempi delle diverse civiltà mediterranee.

    In alcune tombe della necropoli di Saqqara, in Egitto, databili all’antico Regno, sono venuti alla luce rilievi con rappresentazioni di massaggi eseguiti con olio d’oliva, mentre la scena dipinta nel tempio di Niuserre, mostra il re che si fa massaggiare i piedi con olio d’oliva profumato.

    Sulle mura della stessa tomba vi è rappresentata la produzione dei profumi e le giare contrassegnate con i geroglifici dei profumi che contenevano, noti, all’epoca, come i

    Sette Sacri Olii: l’olio del “Festival, l’Hekenu, il Sefeti, il Nekhensem, il Tewat, l’olio di “Cedro e l’olio “Libico.

    Tali sono riportati nei Testi delle Piramidi, le più antiche scritture religiose del mondo.

    Dai testi Egizi abbiamo anche memoria della provenienza degli ingredienti più famosi: La “mirra” importata da Punt, l’odierna Somalia, fu presto aggiunta ai sette famosi profumi. Ma molte altre essenze erano importate da Punt: il laudanum, la resina di therebindo, il cinnamon e il franchincenso.

    I Minoici e poi i Micenei impararono certamente dall’Egitto ad apprezzare i profumi e ad usarli come prezioso dono per le diverse divinità, lasciandocene testimonianza scritta sulle tavolette in lineare B.

    La colta civiltà Greca e poi quella Romana elaborarono preziosi profumi dopo aver imparato l’”arte” dalle officine egiziane.

    Marco Antonio regalò a Cleopatra una fabbrica di profumi in omaggio al suo sapere sull’argomento, infatti Cleopatra fu l’autrice di un libro di ricette per profumi “Cleopatra gynaeciarum libri”. La fabbrica di profumi di Cleopatra si trovava all’estremità Sud del Mar Morto a 30 Km da Ein Gedi dove furono scoperti vasi con residui di antichi profumi.

    Per quanto riguarda l’uso dell’olio d’oliva per i profumi è curioso notare che gli antichi Romani classificavano l’olio di oliva in cinque qualità: “oleum ex albis ulivis” proveniente dalla spremitura delle olive verdi (il cosiddetto onfacium) adatto alla fabbricazione dei profumi, “oleum viride” proveniente da olive raccolte a uno stadio più avanzato di maturazione, ma pregiato ed utilizzato nei rituali religiosi, “oleum maturumm “ proveniente da olive mature (il più adatto all’alimentazione), l’oleum caducum proveniente da olive cadute a terra (considerato un olio di seconda scelta) e “oleum cibarium” proveniente da olive quasi passite, destinato all’alimentazione degli schiavi.

    Giuseppe Donato, direttore del Laboratori di Archeologia Sperimentale del CNR di Roma.1 e Monique Seefried, curatrice della Near Eastern Art at Memory University”, rifecero molti profumi usando i recipienti di Cleopatra e i risultati delle analisi dei residui trovati nei contenitori trovati nella fabbrica di Ein Gedi.

    Per fare antichi unguenti il prof. Donato e la dr. Seerfried usarono i metodi antichi e le ricette tramandate da Plinio il vecchio.

    Presero petali di fiori, legni profumati, semi ed essenze mescolate ad olio di oliva finissimo ottenuto dalla spremitura delle olive acerbe del mese di agosto (il famoso onfacium) e lasciarono le singole misture a “maturare” al caldo, alla temperatura di 30-40°C per diversi giorni. Poi, pressarono il tutto in contenitori di fibra vegetale ed estrassero le preziose essenze conservandole come nella più remota antichità in preziose bottigliette di alabastro e lapislazzuli,per ricordare come nell’antichità il profumo aveva prezzi elevatissimi e poteva costare più dell’oro.

    Dalla loro meticolosa ricerca.2 apprendiamo che tre erano I profumi più diffusi all’epoca di Cleopatra e che i migliori erano prodotti ad Alessandria sotto il controllo diretto della dinastia Tolemaica:

    • il Regale Unquentum, risalente al 3000 a.C., rinvenuto in una tomba di Ur, contenente Calamo, mirra, legno di rosa, balsamo, maggiorana, spezie ed essenze di fiori provenienti da lontanissimi paesi come la Cina, l’India e la Malesia;

    • il Susinum, l’olio di lillà famosissimo al tempo e alla corte di Cleopatra;

    • il Ciprinum, olio estratto dai fiori dell’Hennè cipriota (specie di Ligustro) dalla profonda fragranza di limone.

    A questi si può aggiungere per fama:

    • il Rodinium, l’olio di rose che sembra abbia origini persiane.

    Dei profumi antichi si conoscono inoltre.

    • L’Elegipcium, profumo forte e duraturo,incolore come i profumi pregiati, con aroma di cannella e mirto. Se era invecchiato più di dieci anni valeva più del prezioso contenitore che lo custodiva. Non è certo che fosse fabbricato in Egitto, ma certamente era venduto ad Atene nel V sec. a.C.

    • L’Elmendesianum, profumo egiziano originario di Mendes, città sul delta del Nilo. È un profumo forte di olio di balano (ghianda), mirra, casia, resina, con una punta di cannella. Simile all’Elegipicium.

    • Il Metopium, profumo di Gàlbano, dall’aroma intenso solitamente ottenuto nell’olio di mandorle amare, amatissimo dai Fenici.

    • Il Susinum, presente anche nelle iscrizioni geroglifiche, è citato da Dioscòride e usatissimo al tempo della XXVI dinastia, come il principale ingrediente del Lirio. Della sua composizione abbiamo due ricette, una di Plinio e l’altra di Dioscòride. È un profumo molto liquido di uso prettamente maschile.

    • L’ Irinum era composto soltanto di olio d’oliva in cui erano stati macerati i fiori dell’Iris. Anche di questo abbiamo due ricette, una di Plinio e l’altra di Dioscòride, ma quest’ultimo dice che per essere buono deve contenere soltanto petali di Iris e che ogni altra essenza ne disturba il fresco aroma. Consiglia però di tingerlo di rosso con i semi dell’hennè e di farlo riposare molto tempo poiché quello invecchiato 20 anni era sicuramente l’optimum.

    • Il Cyprinum era il profumo di Hennè, forse uno dei più famosi, a base di olio di oliva verde (l’onfacium prodotto con le olive acerbe del mese di agosto), Cardamono, Calamo, (giglio giallo) aromatico, Hennè, Aspàlato (legno di aloe) e Resina. Di questo profumo abbiamo tre ricette, una di Teofrasto, una di Plinio e una di Dioscòride. Era logicamente verde e poteva mantenere il suo aroma inalterato per quattro anni. Fu considerato uno degli ingredienti principali, insieme al Megaleion, al Cinamonium (cannella), al Mirtinum (mirto), al Rodinon (rosa) e alla Salvia per la creazione dei profumi “personalizzati”

    Per quanto riguarda Cipro, sembra che le principali essenze prodotte nell’antichità fossero oltre al Ciprinum,

    • l’Amarakinon e il Sampsuchinon, entrambi basati sulle essenze di maggiorana e origano, aromi che ancora oggi vengono prodotti ed esportati da Cipro.

    Sul mercato mondiale tutti i profumi in commercio si possono raggruppare in dieci famiglie a seconda della predominanza di una delle seguenti fragranze, riportate in ordine alfabetico.

    1. L’Aldehydic in profumi moderni sintetici associati a quelli floreali, destinati ad un uso femminile come Chanel No.5 ,Interdit, Rive Gauche, White Linen e Cerruti Femme 1881

    2. La Chypre, ovviamente ispirata ad Afrodite, composta da aromi classici antichissimi come il patchouli e la quercia, il bergamotto e l’olio di sandalo, il laudano, il gelsomino e la rosa come Miss Dior, Femme, Cabochard e Ysatis per il consumo femminile e Polo di Ralph Laurene Montana.

    3. La Citrus, dall’aroma aspro di cedro e bergamotto e vari agrumi, come il 4711, Monsieur di Givenchy e Armani per gli uomini e Dior’s Eau Frache, Eau de Patou e de Lancome per le donne.

    4. La Floral, misto di fiori come Joy, l’Air du Temps, Fracas, Fidji, Giorgio e Blonde

    5. La Fougre, a base di erbe, usato principalmente per i profumi maschili come Paco Rabanne, Cool Water e Michael Jordan.

    6. La Fruity Floral, moderna famiglia di profumi a base di aromi di frutta, basato principalmente su quello di pesca. Dedicato alle adolescenti come Lauren e Amazone.

    7. La Green, composta da fragranze fresche e naturali che comprendono il pino, la menta e le erbe odorose, come Vent Vert, Chanel No. 198, Alfred Sung, Safari, Grey Flannel e Fahrenheit.

    8. La Leater/Cypre in cui l’aroma del cuoio è fuso con quello della famiglia principale Chiare. Di stampo molto sofisticato, compare nella composizione dei profumi classici come Bandit, Miss Dior, Equipage, Calche e Aramis.

    9. La Musk, famiglia caratterizzata da aromi sensuali a base di olio di muschio, tratto dalle ghiandole del cervo maschio che viene oggi creata artificialmente. Di uso maschile, ne sono esempi Gendarme, Jovan’s Musk e CK.

    10. L’Oriental che comprende molte e essenze di aroma caldo come la vaniglia, l’ambra grigia (tratta dalle balene), l’ambra e le spezie orientali, di cui sono esempi Shalima, Must di Cartier, Obsession, Youth Dew, Opium e Lou Lou.

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    Ritorna alla pagina EVENTI Vedi anche: La mostra dei reperti 8 luglio –12 novembre 2006 VISITA AL CANTIERE DI SCAVO- Cipro, 4 ottobre 2006

    Note

    1)

    Istituto Scienze Sussidiarie dell’Archeologia, attualmente ITABC-Istituto Tecnologie Applicate ai Beni Culturali.

    2)

    Giuseppe Donato, Monique Seerfried,

    The fragrant past: Perfumes of Cleopatra and Julius Caesar

    . Atlanta, Emory University, 1989.

  • Concerto Four Season Quartet

    Comune di Trevi Pro Trevi

    Villa Fabbri

    Giovedì 17 agosto, ore 21,30

    … i classici della musica leggera

    Daniela Tenerini alla voce,

    Roberto Cesaretti al basso,

    Silvano Pero alla batteria,

    David Versiglioni alle tastiere.

    Trevi, Villa Fabbri, Four Season Quartet
    Trevi, Villa Fabbri, Four Season Quartet
    foto 17/8/2017
    già apprezzati ospiti di Trevi in Piazza 2016
    Trevi-Four Season Quartet foto 5/8/16
    Trevi-Four Season Quartet foto 5/8/16
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  • Don Nello Del Raso

    Don Nello Del Raso

    Salesiano – 1909-1980

    Tra i numerosi salesiani che insegnarono a Trevi nel Collegio Lucarini è tuttora (2006) ricordato con affetto e venerazione dai suoi allievi Don Nello Del Raso, ma questo santo sacerdote ha acquistato fama imperitura nella sua città natale per il suo eroico impegno tra i giovani.

    Nato a Tivoli il 6/2/1909, dopo una breve permanenza nel locale seminario, entrò nel Noviziato Salesiano di Genzano dove vestì l’abito da chierico il 27 dicembre 1927 “per le mani” di D. Pietro Ricaldone.

    Fu suo compagno di corso ITALO SANTUCCI un altro salesiano ancora vivamente ricordato a Trevi, ove insegnò per più lustri, e dove ritornò spesso, anche dopo soppresso il Collegio, al convegno annuale degli ex allievi. Don Italo Santucci ci ha lasciato nel 2005.

    Da Genzano Nello fu trasferito nella casa salesiana di Gualdo Tadino ove rimase fino al 1934. Successivamente si stabilì a Roma per gli studi di teologia alla “Gregoriana di S. Callisto” e a Pasqua del 1937 venne ordinato sacerdote. Celebrò la sua prima Messa nella natale Tivoli il 4/7/1937.

    Nell’autunno dello stesso anno giunse a Trevi ove insegnò lettere e ricoprì gli incarichi di consigliere e di prefetto. Oltre che nel ricordo dei suoi allievi, la sua attività è documentata dai suoi assidui contributi nell’”Eco del Collegio Lucarini”, un bollettino di istituto di cui rimangono varie copie, e addirittura in “Catechesi” una rivista mensile pubblicata in Torino, in quanto don Nello, coadiuvato da alcuni ragazzi e dall’ex allievo Vincenzo Giuliani, aveva organizzato nell’agosto del ’41 una “Mostra Catechistica”. Naturalmente rimangono anche tutte le foto di fine anno e varie altre istantanee in occasione di gite e di incontri particolari.

    All’inizio del nuovo anno scolastico don Nello si trasferì in Sardegna a dirigere il “Convitto Carta Meloni” di Santu Lussurgiu (CA) ma agli inizi del 1943, incalzando gli eventi bellici, divenne Cappellano militare prima in Sardegna e dopo l’8 settembre a Bari.

    Congedato nel 1946 ebbe l’incarico di Cappellano della polizia di Roma poi, su richiesta del Vescovo di Tivoli mons. Della Vedova resse l’Oratorio di S. Paolo che ebbe sede in uno scantinato del Seminario. Le pressioni del Vescovo a tutti i livelli ottennero che don Nello rimanesse a Tivoli per compiere un’efficace azione di recupero di ragazzi sbandati, triste eredità della guerra.

    L’oratorio Don Bosco divenne successivamente “villaggio” e poi “Casa del Fanciullo”. Tutti i tiburtini contribuirono alla grande opera, ma le richieste di aiuto di don Nello varcarono l’oceano e ottenne contributi anche dall’America. Moltissime personalità della cultura (Emilio Segrè) e dello spettacolo, (Corrado Mantoni, Mario Riva, Mino Reitano, Liana Orfei , Massimo Ranieri e numerosissimi altri) furono “testimonial” dell’opera di questo prete straordinario.

    Il 3 giugno 1980 cessava l’operosa vita terrena di don Nello Del Raso.

    Con una solenne commemorazione fu presentato a Tivoli il 29/4/2006 un magnifico volume sulla vita di don Nello a cura del nipote, Domenico del Raso. Alla cerimonia parteciparono moltissime Autorità e una delegazione degli Ex allievi di Trevi, con il Prof. Ubaldo Santi, che fu suo allievo e che aveva fornito vario materiale raccolto nel libro.

    Don Nello Del Raso fu ufficialmente ricordato nel Convegno annuale degli Ex allievi del 2006 al quale partecipò anche Domenico del Raso che presentò a Trevi il libro commemorativo. Erano presenti i suoi antichi allievi: Dott. Giuseppe Gamberale da Avezzano, Prof. Ubaldo Santi da S. Anatolia di Narco, Dott. Francesco Bartolini e Geom. Franco Cruciani da Trevi

    065 Ritorna alla Personaggi Collegio Lucarini

  • Famiglia De Angelis

    Famiglia De Angelis

    Antica famiglia – già estinta nel 18° secolo – originaria dalla frazione montuosa di Manciano. Annovera tra i suoi membri giuristi e letterati e fu imparentata con i Valenti.

    Bernardino De Angelis, dottore in legge

    Filippo e Giovan Maria De Angelis, notari.1

    Pomponio e Cristoforo De Angelis (ultimo decennio del 16° sec.) fecero costruire e dotarono l’altar maggiore (successivamente modificato) della chiesa di S. Francesco e l’altare del Crocifisso.2.

    E’ riportato a lato lo stemma della famiglia De Angelis, esistente in S. Francesco, sulla lastra tombale, che reca la seguente iscrizione:

    1594
    D POMPOs ET CRISTO
    PHORVS D/ANGELIS
    I V D

    Trevi - Stemma della Famiglia de Angelis

    Stemma della famiglia, caratterizzato da una corona, la sbarra e due monti

    .3

    027-083

    Ritorna alla Ritorna alla pagina STEMMI

    Note

    1) Natalucci, Durastante, Historia … di Trevi 1745, Foligno, 1985, c. 1138

    2) Natalucci, op. cit., c. 177

    3)Natalucci, op. cit., c. 1138

  • Epigrafe classica NOBILIS FLAVIAE

    Epigrafe classica “TRAIANI PARTICI”

    C.I.L.,

    vol. XI,

    2 1

    , n. 4998

    Il Borman1 la colloca in S. Maria di Pietrarossa.

    É evidente la frattura con perdita del testo nella parte sinistra e in basso. A destra potrevbbe essere integra.

    Potrebbe leggersi:

    I]MP. CAE[sari] DIVI TRA[iani]
    P]ARTHICI
    f. divi N]ERVAE NE[p.Traiano Hilariano …

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    402

    Note 1) Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. XI, 2 1, n.4998.

  • Epigrafe cristiana "Stefanus"

    Epigrafe cristiana “STEFANVS”

    Questa epigrafe funeraria cristiana, incisa con caratteri irregolari su una lastra di marmo lucidato, misura cm 88 x 71.
    É segnata da più fratture e manca la seconda metà della terza riga.

    Trevi, Epigrafe cristiana STEFANUS, C.I.L. 5021

    B + M

    HIC REQVIESCIT IN PACE

    STEFANVS

    XVIII ET DEPOSITVS EST

    IDUS SETTEMBRIS SENA

    TORE CONSVL

    Nella parte inferiore, una scritta posteriore recita: BEATO CHI STA ALLA MESSA / BIASIO

    É riportata dal C.I.L.1 ove sono indicate come possibili le lettere mancanti: “VIXIT ANNIS” e pertanto l’iscrizione potrebbe così tradursi:

    † Al meritevole di bene
    Qui riposa in pace
    Stefano [visse anni]
    18 e fu sepolto
    il 1 settembre [quando era]
    console Senatore

    Dalle ultime due parole si può datare all’anno 514, in cui risulta console Magno Aurelio Cassiodoro Senatore.
    Proviene dalla chiesa di S. Pietro a Pettine ove, posta su un frammento di colonna, fungeva da tavolo2. Fu poi trasportata nel Palazzo Comunale.3
    Attualmente nel Museo.

    Vedi anche: http://www.archeologhia.com/CIL/Cil11/cil%2011.htm

    Ritorna alla pagina EPIGRAFI Ritorna alla pagina Storia 600

    Note 1) Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. XI, 2 1, n.5021 2) Clemente Bartolini, Saggio dell’epigrafia di Trevi, Ms., 1840. Archivio Comunale. 3) Di questa lapide hanno scritto anche: Pietro Rugo, Le iscrizioni dei sec.VI – VII – VIII esistenti in Italia, Vol IV, Cittadella, Bertoncello, 1978, pagg. 6, 27. Gianfranco Binazzi, Inscriptiones Christianae Italiae, septimo saeculo antiquiores (ICI VI), Regio VI Umbria, Edipuglia, Bari 1989, pp.145-46

  • Epigrafe classica NOBILIS FLAVIAE

    Epigrafe classica “ISVLEIVS”

    Trevi - Epigrafe clasica - C.I.L. 4997

    C.I.L.,

    vol. XI,

    2 1

    , n. 4997

    Così descritta dal Borman 1 sulla fede del Codice vaticano Sabiniense che la colloca in S. Maria di Pietrarossa.

    L’Autore infatti non afferma di averla vista e non indica la collocazione dell’epoca.

    Tuttora (1998) risulta irreperibile.

    Potrebbe leggersi:

    [Her]CVLI [Avg.]

    [V]ISVLEIVS

    VI(=vir)

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    402

    Note 1) Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. XI, 2 1, n.5014.